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Nell’Italia della fine del XV secolo e degli inizi del XVI, con il Nord occupato

dall’esercito francese, Venezia che guerreggia contro i turchi e le lande


selvagge del Sud sotto il controllo degli spagnoli, brilla la stella dei Borgia.
La Fortuna, divinità sempre imprevedibile, trascura spesso, com’è noto, gli
uomini di specchiata virtù e prova un piacere perverso nel prediligere quelli
capaci di grande determinazione e spietatezza.
Rodrigo Borgia, salito al soglio pontificio come papa Alessandro vi, è un
uomo di tal fatta, un uomo baciato dalla fortuna. Di fronte ai cannoni nemici
fuori Roma, apre le porte e li invita a entrare. Quando un fulmine spacca un
camino in Vaticano, facendogli crollare un soffitto in testa, rimane
tranquillamente seduto sotto una montagna di detriti per emergerne poi con un
sorriso beato. Maestro di corruzione politica, si impegna alacremente a
realizzare il suo scopo: la fondazione di uno Stato Borgia in Italia. Roma ha già
avuto papi senza scrupoli, uomini che hanno favorito, in tutta discrezione, i
propri «nipoti». Alessandro VI, tuttavia, si spinge molto più in là: riconosce
apertamente i propri figli illegittimi, preziose armi nella creazione di un potere
dinastico.
Cesare, il figlio maggiore, un tempo cardinale, marcia in testa a un esercito
di mercenari per conquistare città-stato storicamente appartenute alla Chiesa,
suscitando l’ammirazione di Niccolò Machiavelli, che a lui si ispirerà per
redigere la sua grande opera sulla politica moderna, Il principe. Lucrezia, la
figlia, contrae matrimoni al solo scopo di accrescere le fortune politiche della
famiglia, passando dal talamo di Giovanni Sforza a quello di Alfonso
d’Aragona, per approdare infine alla corte di Alfonso d’Este, duca di Ferrara,
dove da perfetta mecenate rinascimentale accoglie poeti e umanisti, da Ercole
Strozzi a Pietro Bembo, che resta soggiogato dal suo fascino e dalla sua
incomparabile bellezza.
Una danza con la fortuna da parte di una dinastia che ha segnato la storia
d’Italia e che, nella ricca ed elegante prosa di Sarah Dunant, dà origine a
personaggi sfaccettati e complessi, animati da un così forte desiderio di vita e
di potere da non indietreggiare dinanzi a niente e nessuno.
Sarah Dunant ha studiato a Cambridge, ha lavorato a lungo per la bbc,
insegna Storia del Rinascimento e vive tra Londra e Firenze. Tra le sue opere:
Le notti al Santa Caterina (Neri Pozza 2013, beat 2012), La cortigiana (BEAT
2013). Sangue e onore. I Borgia (Neri Pozza 2013), La nascita di Venere
(BEAT 2014).
I NARRATORI DELLE TAVOLE
SARAH DUNANT

I Borgia
Danzando con la fortuna

traduzione di
Maddalena Togliani

NERI POZZA EDITORE


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trasmessa in alcuna forma tramite alcun mezzo senza il preventivo permesso scritto
dell’editore.
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I edizione eBook 2017-07


Collana I NARRATORI DELLE TAVOLE
ISBN 978-88-545-1548-2

Titolo originale: In the Name of the Family


© Sarah Dunant, 2017

© 2017 Neri Pozza Editore, Vicenza


www.neripozza.it
A Roy Porter (1946-2002)
Perché il modo in cui pensava,
insegnava e scriveva la Storia
la rendeva appassionante
come un romanzo
Ascesa e declino dei Borgia

1492 Il cardinale Rodrigo Borgia viene eletto papa col nome di Alessandro VI

1493 Cesare Borgia diventa cardinale a diciott’anni


Lucrezia Borgia, tredicenne, sposa Giovanni Sforza, duca di Pesaro
Juan Borgia, sedici anni, va in Spagna per sposare un’esponente della
famiglia reale spagnola

1494 I francesi invadono l’Italia per ordine del duca di Milano, Ludovico Sforza
Le forze francesi occupano Roma prima di procedere alla conquista di
Napoli

1495 Durante l’occupazione di Napoli scoppia un’epidemia di una nuova


malattia venerea, la sifilide
I francesi lasciano l’Italia; un’alleanza italiana, organizzata dal papa, li
sconfigge nella battaglia di Fornovo

1496 Juan Borgia capeggia un attacco contro la famiglia Orsini per il suo
tradimento durante l’invasione francese

1497 Juan è ucciso da aggressori sconosciuti. Vengono sospettati gli Orsini


Il matrimonio di Lucrezia Borgia è annullato per mancata consumazione
delle nozze

1498 Cesare Borgia lascia la Chiesa per mettersi a capo dell’esercito pontificio
Lucrezia si sposa con il figlio illegittimo di Alfonso II di Napoli per
fortificare l’alleanza con gli spagnoli

1499 Cesare si reca in Francia. Gli vengono offerti dal re di Napoli il matrimonio
e un’alleanza, e insieme invadono l’Italia e prendono Milano
Cesare, con le truppe francesi, inizia una campagna contro gli Stati
pontifici
Nasce il figlio di Lucrezia, Rodrigo

1500 Il matrimonio di Lucrezia diventa scomodo; suo marito viene ucciso dalla
guardia del corpo di Cesare, Michelotto
1501 Viene organizzato il matrimonio di Lucrezia con Alfonso d’Este, futuro
duca di Ferrara

1502 Lucrezia si reca a Ferrara per sposare Alfonso


Cesare espugna Urbino
Malattia di Lucrezia, che arriva a essere in punto di morte. Partorisce una
bambina, priva di vita
I mercenari di Cesare, alleatisi con gli Orsini, si ribellano
Cesare è vincitore a Sinigaglia e si vendica della famiglia Orsini

1503 Papa Alessandro VI muore di febbri malariche


Cesare rischia di morire della stessa malattia
Viene eletto papa Pio III; il suo regno dura ventitré giorni
Il nemico giurato dei Borgia, Giuliano della Rovere, viene eletto papa con
il nome di Giulio II

1505 Ercole d’Este muore, Alfonso e Lucrezia diventano i signori di Ferrara

1507 Morte di Cesare, dopo la prigionia in Spagna

1513 Niccolò Machiavelli scrive Il principe. Verrà pubblicato postumo nel 1532

1519 Morte di Lucrezia, a trentanove anni, dopo la morte del quarto figlio
«Avresti tu mai visto in loco
alcuno
come una aquila irata si
transporta,
cacciata dalla fame e dal digiuno,
e come una testudine alto porta
acciò che ’l colpo del cader la
’nfranga
e pasca sé di quella carne
morta?»
Niccolò Machiavelli, Capitolo di
Fortuna

«La terza dimensione della Storia


è l’invenzione».
Herman Hesse, Il gioco delle
perle di vetro
Prologo

Firenze, gennaio 1502


Era poco più alto di lei ed esile di corporatura. I capelli nero fumo
erano troppo corti, fuori moda, e il viso, largo all’altezza degli occhi,
si andava via via restringendo oltre il naso sottile fino a un mento
appuntito senza barba. La prima volta che lo aveva visto aveva
pensato a una donnola, eppure stranamente non le era dispiaciuto.
Marietta Corsini sapeva già che il suo futuro marito era intelligente
(lavorava per lo Stato, e tutti sapevano che uomini del genere
avevano tanti pensieri che serviva una carriola per portarseli
appresso), e nel giro di pochi minuti era riuscito a farla ridere.
L’aveva anche fatta arrossire, perché con lo sguardo penetrante,
l’energia quasi animale che emanava, sembrava capace di
spogliarla con gli occhi.
Al momento di congedarsi Marietta si era già innamorata persa, e
dopo sei mesi di matrimonio non è cambiato nulla.
Il marito si reca al lavoro ogni mattino all’alba. All’inizio aveva
sperato che il suo corpo fresco e invitante lo invogliasse a trattenersi
un po’ di più. A Firenze molti uomini sposati usano il pretesto degli
impegni mattutini per andare a trovare l’amante, e anche lui aveva
reputazione di essere un gaudente. Anche se così fosse, però,
Marietta non ci potrebbe fare nulla, perché, ovunque vada, suo
marito si è già allontanato da lei con la mente prima ancora di avere
varcato la soglia.
Invece, Niccolò Machiavelli non abbandona il tepore del letto
coniugale per un’altra donna (quello può farlo tranquillamente lungo
il tragitto di ritorno), ma perché i dispacci del giorno arrivano presto a
Palazzo della Signoria, ed è un suo grande piacere, oltre che suo
dovere, essere tra i primi a leggerli.
Percorre via Guicciardini, nella zona meridionale della città, e
attraversa l’Arno sul Ponte Vecchio. Un’insolita nevicata ha creato
una lastra sudicia di gelo, e il terreno gli scricchiola sotto i piedi
come se camminasse su un letto di ossa. Sul ponte le macellerie
vengono rifornite di carne fresca. Attraverso le imposte aperte riesce
a intravedere il fiume, color albicocca venato di argento sotto il sole
che sorge. Un cane selvatico gli taglia la strada per azzannare un
boccone di frattaglie vicino alla ruota di un carretto. Si prende un
calcio nelle costole, ma non molla la presa. Un opportunista che si
nutre di rifiuti, pensa Niccolò, non senza una certa ammirazione.
Mettetegli in testa un cappello piumato, dategli una spada e avrete
metà del Paese. Quanto tempo è passato da quella faccenda di
Fermo? Era successo a Natale, no? Aveva aperto lui stesso il
dispaccio: l’“affettuoso” nipote del duca aveva invitato lo zio a un
banchetto, poi aveva chiuso le porte a chiave e fatto massacrare lui
e tutto il consiglio, prima di arrogarsi il titolo del morto. In cancelleria,
tutti si chiedono quanto tempo passerà prima del prossimo invito a
cena con delitto, mentre Niccolò è pronto a scommettere
sull’usurpatore. Sarà anche un criminale, ma è un mercenario di
spicco nell’esercito di Cesare Borgia, il che fa di lui un criminale con
alleati potenti.
Dall’altra parte del ponte costeggia la chiesa di San Pier
Scheraggio, e si trova nella grande piazza della Signoria, dominata
dall’omonimo palazzo merlato, sede del governo. A sinistra
dell’entrata principale troneggia una statua di bronzo segnata dalle
intemperie: una Giuditta calma, concentrata, con la spada levata
nella mano destra, pronta a tagliare la testa di Oloferne, che giace ai
suoi piedi, dolorosamente contorto. Niccolò le rivolge un saluto
silenzioso. Certi suoi colleghi non amano assistere ogni giorno allo
spettacolo di una donna che amministra la giustizia ai danni di un
uomo, ma non hanno capito il messaggio. La statua di Donatello,
rubata da palazzo Medici e collocata in quel luogo otto anni prima,
serve a ricordare alla Repubblica di Firenze di non accettare mai più
la dittatura di una sola famiglia.
Purtroppo in politica il divario tra ideali e realtà rischia talvolta di
dare le vertigini. Se Giuditta alzasse lo sguardo ora, vedrebbe la
piazza dove avevano mandato al rogo il frate domenicano
Savonarola, la cui devozione fanatica per le leggi divine lo aveva
trasformato in un nuovo tiranno, seppure di un’altra specie. Ogni
volta che Niccolò si avvicina a una taverna dove qualche stupido
cuoco ha arrostito un animale allo spiedo, l’odore dolciastro, quasi
nauseabondo, del grasso caramellato e della carne lo riporta con la
mente a quel giorno, quando, tra la folla, cercava di scorgere la pira
al di sopra delle spalle di uomini più alti di lui. Non aveva mai
assistito a una morte sul rogo – Firenze non amava simili barbarie –
e Savonarola era stato ucciso con la garrota perché cessassero le
urla prima che venisse accesa la catasta di legna. La folla era
rimasta in silenzio, e lui si era costretto a fermarsi fino alla fine e
aveva guardato i soldati raccogliere i frammenti di ossa e cenere e
gettarli nel fiume affinché non restasse neppure una reliquia.
In quel momento aveva capito che una sfida attendeva Firenze:
doveva dimostrarsi in grado di ricreare una repubblica forte dopo
una simile follia. E, se in pubblico si mostra fiducioso – la sua
funzione lo richiede – in privato cova molti dubbi.
Sguscia all’interno del palazzo da un’entrata laterale, scambia una
battuta con una guardia assonnata, sale lungo una scala a spirale
che lo porta nel salone centrale e ancora più su, fino alle sale del
consiglio e negli uffici soprastanti. La sua scrivania si trova in una
piccola anticamera annessa al salone principale, con il soffitto di
legno dorato e le pareti decorate con il motivo a gigli. Fa freddo
quasi quanto fuori. All’arrivo dei membri eletti vi saranno bracieri e
fuochi nei camini, ma lui, che è un semplice stipendiato, dispone
solo di un recipiente di argilla che regolarmente fa riempire per
scaldarsi i piedi ed evitare che gli si congelino. Se ne occuperà più
tardi; quando i sigilli dei dispacci del giorno sono rotti, smette di
avvertire il freddo.
In veste di segretario della Seconda Cancelleria e dei Dieci di
libertà e pace, deve essere al corrente di ogni cambiamento nel
paesaggio politico del Paese, un argomento che lo affascina da
sempre. Aveva appena tredici anni quando suo padre gli aveva
posto davanti una copia fresca di stampa della Storia di Roma di Tito
Livio, e questa, come ogni prima, grande storia d’amore, aveva
influenzato il suo modo di vedere il mondo.
«Questo è l’oggetto più prezioso di casa, capito?» aveva detto suo
padre con il sarcasmo che lo caratterizzava. «In caso di incendio
dovrai arrangiarti, perché questo sarà l’uomo che trarrò in salvo per
primo».
A volte si chiede cosa penserebbe il grande Livio dell’Italia
moderna. Quanto a lui, vede la penisola come un grande stivale
sbrindellato aggrappato alle Alpi, con il cuoio chiazzato e scolorito
dalle vicissitudini della Storia. Il Nord, per la seconda volta in un
decennio, è occupato da un esercito francese, che domina Milano ed
estende la propria influenza su una decina di altri piccoli Stati
limitrofi. Sulla costa dell’Adriatico, Venezia, tutta fiera della propria
ricchezza, guerreggia contro i turchi, mentre le lande selvagge del
Sud, pur ospitando al loro interno alcune vecchie roccaforti francesi,
sono finite sotto il controllo degli spagnoli.
Erano gli eventi dell’Italia centrale, però, che più avrebbero
affascinato Livio.
L’ascesa rapidissima e violenta della famiglia Borgia aveva colto
tutti di sorpresa. Roma aveva già avuto papi senza scrupoli, uomini
che avevano favorito, in tutta discrezione, i propri “nipoti”, maschi o
femmine. Quello, però, era diverso. Papa Alessandro VI riconosceva
apertamente e usava i propri figli illegittimi come armi per creare un
nuovo blocco di potere dinastico. Il figlio maggiore Cesare, un tempo
cardinale, marciava in testa a un esercito di mercenari per
conquistare città stato storicamente appartenute alla Chiesa, mentre
la figlia Lucrezia veniva utilizzata come pedina per stringere
matrimoni opportuni alla famiglia.
Due dei dispacci del giorno contengono notizie proprio riguardo ai
progetti dei Borgia. Lucrezia si trova nell’Italia centrale, con un
seguito che pare un mezzo esercito, e si accinge a raggiungere il
terzo marito, futuro duca di Ferrara. Nel frattempo il papa e suo
figlio, impegnato in un giro trionfale per celebrare le sue ultime
conquiste, la città stato di Piombino e l’isola d’Elba, stanno
rientrando prima del previsto a Roma per mare. Quando
arriveranno? Se godranno del favore dei venti, la via marittima,
anche se non è quella che avrebbe scelto lui, consentirà loro di
giungere a destinazione più in fretta di quella terrestre, nella
stagione invernale. Il resto della Toscana se non altro tirerà un
sospiro di sollievo: finché Cesare Borgia si trova sulle acque, non
può capeggiare un esercito sulla terraferma.
Niccolò sta preparando i dispacci per la riunione mattutina del
consiglio, quando sente suonare le campane di Santa Maria del
Fiore, che annunciano la prima ora del giorno. I suoi pensieri si
soffermano brevemente sul laboratorio della cattedrale, dove lo
scultore fiorentino Michelangelo Buonarroti ha trascorso gli ultimi
nove mesi a scolpire un blocco di marmo difettoso: la Repubblica gli
ha commissionato una grande statua di David da collocare sulla
facciata della cattedrale. Nessuno ha potuto mai avvicinarsi, ma i
pettegolezzi parlano più delle dimensioni che della bellezza
dell’opera. Resta da vedere se sarà abbastanza forte da proteggere
la città dal Golia Borgia.
Quando gli ultimi rintocchi svaniscono, si odono grida maschili
levarsi non lontano: un ultimo amplesso tra le lenzuola o un primo
accoltellamento? Niccolò sorride. Sono i suoni della sua amata città;
anzi, dell’Italia tutta.
Prima parte

Inverno
1501-2
Non c’è offesa o crimine che non venga praticato apertamente nel palazzo del
Vaticano. Il papa Borgia è una voragine di vizio, sovvertitore di ogni giustizia.
[…] Tutti temono lui e suo figlio Cesare, che da cardinale si è trasformato in
assassino, e per ordine del quale uomini vengono uccisi, gettati nel Tevere e
spogliati di ogni bene.
Lettera anonima, dicembre 1501
1.

È il tardo pomeriggio, e le galee papali sono ferme, per assenza di


vento, sotto un cielo perfettamente azzurro. Sono partite da
Piombino all’alba, sospinte da un vento lunatico e volubile che ha
finito per abbandonarle, lasciandole galleggiare come sognatrici
cullate da un mare calmo. A tribordo, la costa toscana è una linea
spessa, tracciata a carboncino all’orizzonte. L’imbarcazione di papa
Alessandro segue a poca distanza quella del figlio Cesare.
Nonostante il freddo, Alessandro, avvolto nelle pellicce, sul ponte,
si diverte moltissimo. È stato un viaggio splendido: il papa accolto
dal suo popolo, monaci eremiti dal fiato fetido ma anche torme di
belle donne, ansiose di baciargli l’abito e di pendere dalle sue
labbra. Si sarebbe trattenuto anche di più, ma Cesare, come
sempre, ha fretta. Gli avrebbe fatto piacere assistere a un altro
tramonto sull’acqua, che peraltro non avrebbe potuto rivaleggiare
con quello sul porto di Piombino di cinque giorni prima. Nonostante
una vita intera trascorsa in stanze male illuminate a sviscerare la
politica della Chiesa, prova ancora un senso di meraviglia nei
confronti della natura, e ha osservato rapito il sole tuffarsi
lentamente in mare, come un disco di metallo incandescente attirato
da un magnete potente sotto la superficie. Che soddisfazione gli ha
dato quel suo afflato poetico. Deve allontanarsi più spesso da Roma.
Anche il principe della cristianità merita un po’ di svago, ogni tanto,
con tutto il lavoro che gli tocca sbrigare.
A bordo della galea davanti alla sua, Cesare è meno sereno. Il
guerriero più temuto d’Italia non ha confidenza con l’acqua. Quando
il tempo è clemente, non si sente a suo agio in mezzo a tutto quel
vuoto, e, quando si leva il vento, increspando i flutti e sollevandogli il
ponte sotto i piedi, gli si solleva anche lo stomaco. Essere alla mercé
delle proprie viscere è un’umiliazione che lo rende aggressivo.
Avrebbe bisogno di un brivido di pericolo, così i nervi lo
distrarrebbero dal fastidio alle budella.
Si reca sul ponte di sinistra dove si trova il capitano, intento a
studiare il cielo a occidente. Gli si ferma accanto imitandone
inconsapevolmente la postura, ben saldo sulle gambe e con una
mano sulla ringhiera.
«Cosa guardate?»
«Niente, signore. Solo le condizioni del tempo». Il capitano ha la
pelle del viso abbronzata e folti capelli ricci neri, sembra scolpito in
un tronco di ebano indiano. Se non fosse per le insegne papali sulla
schiena, lo si potrebbe scambiare per un infedele.
«Quali condizioni? Non si vede niente. Se continua questa calma,
resteremo bloccati qui tutta notte. Perché non usiamo i remi?»
«I rematori sono stanchi. Devono riposare» dichiara l’altro, senza
spostare gli occhi dall’orizzonte.
L’aria è immobile, non un soffio di vento. All’infuori del pigro
sciabordio dell’acqua contro il legno, sembra che il mondo abbia
smesso di muoversi. Cesare tace, scrutando a occhi socchiusi il
nulla infinito. La sua unica esperienza di una simile immobilità è
quella che regna sul campo di battaglia in attesa del primo colpo di
cannone. Forse vi sono delle vele laggiù, da qualche parte, dove non
riesce a spingersi con lo sguardo? È quello che vede il capitano?
In quegli ultimi giorni ha pensato spesso ai pirati. I cittadini del suo
nuovo Stato di Piombino e dell’isola d’Elba vivono costantemente
con la paura di un attacco da parte degli infedeli, che spuntano
all’improvviso dal mare, invadono i villaggi, uccidono gli uomini e si
portano via donne e bambini urlanti. Capita a volte che, anni più
tardi, i fanciulli rapiti siano rivenduti al mercato degli schiavi di
Venezia e si trovino ad abitare in qualche casa dove, attraverso la
cortina del tempo, riconoscono l’accento di una ninna nanna o le
parole del Padrenostro, ma ormai venerano solo divinità pagane. A
quel punto della storia, gli occhi di suo padre brillano di pietà. Quelli
di Cesare, invece, ardono per il desiderio di vendetta.
Santiddio, quanto gli piacerebbe fargliela pagare. Sventrare i
turchi pagani e dare fuoco alle loro vele in mezzo al mare, tra lì e
Costantinopoli. Se le loro galee apparissero all’orizzonte in quel
momento, vedrebbero di cosa è capace un manipolo di guerrieri
cristiani. Ha già studiato i cannoni montati sullo scafo, ne conosce la
portata e la capacità di fuoco, e ha interrogato i membri
dell’equipaggio sull’efficacia dei tiri sull’acqua. Gli piacerebbe vedere
una palla di cannone sventrare uno scafo di legno. Il suo omonimo
Cesare non aveva forse annientato l’intera flotta egizia,
affondandola? O era stato l’imperatore Augusto, invece?
Ultimamente i suoi punti di riferimento storici si stanno confondendo,
presi nel vortice della creazione del proprio mito personale.
«I pirati si spingono fino a qui?»
«Non corriamo pericoli, duca Valentino. Le galee papali sono
costruite per superare in velocità qualunque altro vascello, se gli
uomini si mettono a remare».
«Non li affronteremmo, allora?»
«No».
«Avete forse paura di qualche infedele?»
«La paura non c’entra, signore» risponde senza scomporsi il
capitano, che a bordo della sua nave non intende spartire il potere
con nessuno e ha difficoltà a nascondere l’antipatia che prova per
quel giovane bastardo, figlio del papa, che si crede sempre migliore
del suo prossimo. «Si tratta del carico prezioso che abbiamo a
bordo».
Uno scarafaggio zampetta sulle assi del ponte proprio davanti a
loro. Cesare, sempre abile nel cogliere le critiche celate in un
complimento, lo schiaccia, godendosi lo scricchiolio. «Perché non
procediamo più vicini alla costa e non mandiamo a terra una
scialuppa? Corneto non può essere lontana. Io e i miei uomini
potremmo arrivare a Roma domattina».
«Non è prudente, signore. Vi sono scogli sommersi, lungo la
costa. La nave potrebbe andare a schiantarvisi contro».
«Spinta da cosa, se il mare è piatto come il petto di una monaca?»
«Adesso» concede il capitano, la cui attenzione è attratta da un
secondo scarafaggio che corre rapidissimo «ma da queste parti il
tempo può cambiare senza preavviso». Un altro insetto, e poi un
altro ancora.
«Si muovono da veri lupi di mare, i vostri animaletti» commenta
Cesare sarcastico, calando di nuovo lo stivale sui malcapitati. «O
forse sono stanchi anche loro di aspettare».
Il capitano, ignorando l’insulto, riporta lo sguardo all’orizzonte e si
allontana in fretta.
Cos’ha sentito, quell’uomo che conosce il mare meglio del corpo
dell’amante favorita? Un odore nell’aria? Un movimento dell’acqua,
in lontananza? O forse gliel’hanno suggerito gli scarafaggi, giacché
Dio accorda spesso doni inaspettati alle sue creature più
disprezzate?
Di qualunque cosa si tratti, sa che non riusciranno a batterla in
velocità con la forza dei rematori. Non ha mai visto galeotti tanto
male in arnese. Manda un messaggio al marinaio appostato nella
coffa perché srotoli una bandiera che dia segnale all’imbarcazione
del papa di accelerare e raggiungerli. Sarebbe stato più prudente
rimanere vicini.

Alessandro sussulta, quando i remi cominciano a tuffarsi


nell’acqua e a muoversi. Con il pensiero era all’altro capo dell’Italia,
viaggiava da una città all’altra con sua figlia, che col suo sorriso
conquistava tutti coloro che la incontravano. La sua dolce Lucrezia.
Sono passate solo poche settimane da quando si sono salutati, ma
la sua assenza è già una ferita dentro di lui. Il marito farà bene ad
apprezzarla, altrimenti il pontefice manderà un esercito per riportarla
indietro.
La galea prende velocità, e lui si volta a guardare i rematori al
lavoro. Dal ponte rialzato ne scorge le teste e le spalle chine, ne ode
i grugniti, gli pare quasi di condividerne gli sforzi, di muscoli e
tendini. Le imbarcazioni si trovavano nel bacino di carenaggio,
quando era stata presa all’ultimo momento la decisione di effettuare
via mare parte del viaggio verso Piombino (per un capriccio di
Cesare, come sempre), e il suo maestro di cerimonie si era
angosciato per ore all’idea di dover prelevare i prigionieri dalle
carceri romane per procurare i vogatori necessari. Povere creature.
Neanche i criminali al servizio del papa meritano di slogarsi una
spalla, pensa. Li benedirò quando arriveremo a destinazione.
Alessandro, disposto a tutto pur di strappare ai cardinali fino
all’ultimo ducato, ha invece un debole per chi è in condizioni di
marcata inferiorità rispetto a lui.
Non è il momento di cedere al sentimentalismo. Una raffica di
vento sul viso lo spinge a guardare all’orizzonte. A occidente, dove
poco prima il cielo era limpido, ora incombe un ammasso di nubi
minacciose, cariche di pioggia. Si muovono rapide, si allargano,
avanzano, sempre più scure, e sotto il suo sguardo inghiottono il
basso sole invernale. La temperatura scende e l’acqua è di un grigio
metallico, il vento che disegna turbini sulla superficie increspata. Il
mare ora è agitato, e la galea inizia a rollare sotto i suoi piedi. Si
aggrappa al parapetto. Che cambiamento repentino! Sembra quasi
che Nettuno si sia riempito le possenti guance di una tempesta e che
ora, dai limiti del mondo, gliela soffi addosso.
I cappellani sono già al suo fianco e lo esortano a trovare riparo
nella tuga quando inizia a piovere, goccioloni enormi che inzuppano
tutto ciò che toccano. Sopra di loro un lampo squarcia il cielo.
Stringe più forte la ringhiera. Conosce le tempeste in mare, lui, e i
danni che causano. Durante un viaggio di ritorno dalla Spagna in
qualità di legato pontificio, venti – no, anche trenta – anni prima, la
sua flotta era stata nei pressi di quella stessa costa, quando l’acqua
aveva cominciato a gonfiarsi, il vento a sibilare, e lui era rimasto a
guardare, impotente, mentre un’altra galea veniva sospinta verso
riva e si fracassava, come un fascio di ramoscelli, contro gli scogli
sommersi. Per mesi, nei sogni, aveva udito il fischio del vento
mescolato alle urla degli uomini che annegavano. Il Signore aveva
accolto molti uomini di Chiesa e di corte quel giorno – pace alle loro
anime. Ricordava ancora quasi tutti i loro nomi e alcuni volti.
Maledetta impazienza di Cesare, pensa. È il male della
giovinezza, fare dell’irruenza una strategia. Avrebbero dovuto
restare a Piombino un altro giorno, invece di cedere alle sue
insistenze per tornare a Roma.

«Mettete i vostri uomini al coperto». Sulla prima nave, il capitano


grida l’ordine a Cesare, passandogli davanti diretto alla timoniera.
«Voglio che il ponte sia sgombro per la ciurma».
«Vi avevo detto di usare i remi! Avremmo potuto essere quasi a
Roma, ormai» ribatte Cesare, con l’albero che scricchiola sopra di
loro, sferzato dal vento. «Quanto durerà?»
«Quanto lo vorrà il Signore» borbotta il capitano, segnandosi in
fretta prima di affrontare la violenza della burrasca.

Nella sua stanza del palazzo ducale di Urbino, Lucrezia ha male ai


piedi. Quando cammina, le piante le bruciano, e di notte ha
l’impressione che le dita le restino appiccicate tra loro, anche
quando è scalza. Non è solo la normale sofferenza che sa di dover
patire, come tutte, per amore della moda: le ventisette paia di scarpe
della sua dote, della pelle spagnola più pregiata, fatte su misura su
un modello dei suoi piedi, cucite a mano, dorate, arricchite di pietre
preziose, profumate e spedite da Valenza, erano arrivate a Roma
troppo tardi per essere provate e messe in forma prima dell’uso.
Sarebbe opportuno non ballare tanto, ma come resistere? Proprio
lei, poi, che ama piroettare e volteggiare alle feste, sera dopo sera; è
tanto acclamata che dopo un poco i suoi partner si defilano, fingendo
una fitta al costato, per lasciare spazio alla sua energia piena di
grazia. No, Lucrezia Borgia deve ballare; la considera una delle gioie
della vita. E soprattutto, è ciò che ci si aspetta da lei.
Se solo i vari ricevimenti non fossero tanto distanti l’uno dall’altro.
In dodici giorni dalla partenza da Roma hanno visitato quasi
altrettante città, e sono solo a metà strada per Ferrara. Sarebbe un
ritmo serrato pure con il bel tempo, perché più che di un viaggio si
tratta di una campagna militare: la figlia del papa che conquista città
dopo città, non con i cannoni, ma con il suo fascino. All’inizio si era
avvolta nelle pellicce e si era esposta all’aria gelida. Durante i primi
giorni aveva nevicato – perfino a Roma – ed era rimasta stupita dalla
folla di persone giunta a vederla. Aveva salutato con la mano,
sorriso e sorriso ancora. Se loro potevano sfidare quel tempaccio,
sicuramente vi sarebbe riuscita anche lei. Poi però la neve si è
trasformata in pioggia battente e in un brutto fango appiccicoso, così
ultimamente resta chiusa nella portantina. Il viaggio è abbastanza
confortevole sui rettilinei, ma sulle pendici degli Appennini e in città
come Gubbio e ora Urbino, lungo le stradine ripide e serpeggianti, si
sente sballottata senza pietà, e le ossa iniziano a protestare.
Si siede sulla panca sotto la finestra della sua stanza. Un fuoco
scoppietta nel camino e vi sono arazzi appesi alle pareti. Com’è
piacevole essere di nuovo al caldo. Fuori, sente il rumore dei bauli
che vengono trascinati attraverso i cortili lastricati. Ci vuole
un’eternità per sistemare lo stuolo di cortigiani e servitori che
viaggiano con lei. Il luogo che li accoglie quella sera è magnifico. Il
palazzo di Urbino è celebre in tutta Italia per essere il centro di una
cultura nuova. Avranno, purtroppo, ben poco tempo per
approfittarne, pensa con un sospiro. I bauli, appena aperti, dovranno
essere nuovamente chiusi e preparati per il viaggio, e quella sera si
confonderà con tutte le altre: una profusione di auguri e doni, inchini,
baci, parole dolci, complimenti e, naturalmente, danze. I piedi le
dolgono di rimando. Pensa con struggimento a un giorno in cui non
si dovrà alzare all’alba e potrà trascorrere qualche ora leggendo o
lavandosi i capelli; vorrebbe avere l’occasione di essere sola, di
starsene imbronciata o perfino triste per qualche ora.
Sopra il camino di marmo si snoda un fregio di cherubini nudi che
sfilano allegri, stringendo corni dorati e tamburelli. Che miracolo, la
carne paffuta scolpita nella pietra! Prima di partorire suo figlio
Rodrigo, notava a malapena simili creature. Adesso vede neonati e
cherubini dappertutto. Lo scultore doveva avere bambini a sua volta
per riuscire a soffiarvi dentro tutta quella vita. Immagina che uno le si
arrampichi in grembo per gettarle al collo le braccia grassocce. La
superficie marmorea della pelle diventa morbida e calda, basta un
po’ di immaginazione. Istintivamente china il capo per annusargli la
testa: che massa di ricci, tanto diversi dai capelli scuri del padre.
«Donna Lucrezia, vi disturbo?»
«No, no, signor Pozzi» dice, spazzando via con un gesto della
mano il corpicino immaginario e ricomponendosi. «Apprezzo molto
questo posto. Continuo a non capire perché non possiamo restare
più a lungo. Il duca e la duchessa di Urbino sono molto ospitali a
lasciarci il loro palazzo. Sembra scortese fermarsi una sola notte».
L’emissario ferrarese struscia i piedi. Sperava di non dovere
riaprire quella conversazione. «Signora, vi assicuro che capiscono
benissimo i vincoli che ci vengono imposti dal viaggio e dalle
condizioni climatiche. Ci resta da percorrere molta strada prima di
arrivare a Ferrara, e la data del vostro matrimonio è…»
«Oh, la conosco bene quanto voi, la data. Ce l’ho impressa nel
cuore, e darei qualunque cosa perché fosse già arrivata, essendo
impaziente di incontrare il mio adorato marito». Lo dice con tanta
grazia che nessuno potrebbe dubitarne. Poi riprende: «Ma…» Una
breve pausa. «… Se devo piacergli come vorrei, ogni tanto ho pur
bisogno di riprendere fiato».
Il diplomatico si chiama Gian Luca Pozzi, ma nel seguito dei
Borgia viene soprannominato “Trampoli”, perché ha le gambe troppo
lunghe rispetto al corpo e, quando cammina, è costretto a procedere
a passetti corti per permettere alle signore di non restare indietro.
Affianca Lucrezia da mesi e manda rapporti al suo padrone, il duca
di Ferrara, informandolo sul carattere della giovane donna e sulla
sua idoneità a entrare a far parte del casato estense. Ora è suo
compito farla giungere in tempo alla cerimonia.
«Inoltre, non solo Urbino è legata da un matrimonio dinastico alla
mia nuova casa di Ferrara» continua Lucrezia con grande serietà
«ma è anche un’alleata di Sua Santità papa Alessandro. Credo che
entrambi i miei padri riterrebbero politicamente opportuno
approfittare un po’ più a lungo dell’ospitalità della città, non siete
d’accordo?»
L’emissario si mordicchia una guancia. Quando chiama in causa il
papa, è segno che questa giovane donna, dall’apparenza frivola, ha
deciso di incaponirsi. Fuori, la pioggia ha scatenato un rullo di
tamburi nervoso sul vetro piombato delle finestre. Urbino è famosa
per la sua modernità, e non tutte le stanze in cui lui ha alloggiato
erano protette altrettanto bene dagli spifferi. Nel palazzo si coglie un
certo subbuglio: la gente appena arrivata si scuote di dosso l’umidità
e si prepara a fermarsi.
«Mia cara signora, voi mi dovete aiutare. Io…»
«E…» riprende lei in tono suadente, ma alzando la voce «…
Avrete notato che alcune delle mie dame di compagnia lottano con il
catarro e la febbre. Questa mattina Angela quasi stava troppo male
per riprendere il viaggio. Se dovesse trasmettermi il suo malanno…
Ecco… Il duca Ercole, il mio nuovo padre, non vi perdonerebbe mai,
se giungessi a Ferrara debole come un gattino».
Pozzi fa un sorriso tirato. Il suo padrone non gli perdonerebbe un
ritardo, soprattutto giacché gli astrologi hanno scelto la data sei mesi
fa, e mezza Italia si è messa in viaggio per arrivare in tempo. Per
quanto riguarda la salute di donna Lucrezia, potrebbe suggerire
alcuni accorgimenti: danzare meno e dormire di più, o limitare il
tempo che dedica alle cure della propria persona. Non servirebbe,
tuttavia: il papa ha messo in chiaro che, avendo pagato una fortuna
per dare in sposa sua figlia, intende trarre il massimo vantaggio
dall’investimento e approfittare di quel viaggio per metterla in mostra.
E la fanciulla non lo deluderà, Pozzi ne è certo. Ci potranno
essere donne più belle in Italia, ma c’è qualcosa in quella sua
mescolanza di grazia e vivacità, soprattutto quando comincia a
danzare con quei piedini che sfiorano appena il pavimento, capace
di sedurre tutti i presenti.
Come molti altri, era arrivato alla corte del Vaticano con le
orecchie che gli fischiavano per i pettegolezzi, aspettandosi di
trovare una strega superficiale, lussuriosa e crudele. Invece, nel giro
di qualche settimana nei suoi dispacci non faceva che decantare la
dolcezza e la modestia di quella donna. Gli ci era voluto qualche
tempo in più per scoprire il metallo sotto la morbidezza. Dopotutto,
sono anni che Ferrara è priva di una duchessa ed è possibile che
abbia dimenticato i sotterfugi delle donne intelligenti e quanta
ostinazione possa nascondere la loro arrendevolezza. Se la signora
non si lascia convincere, lui cosa ci può fare? E leva le braccia in un
gesto di resa.
«Perfetto» esclama lei ridendo. La vittoria le illumina il viso,
facendola sembrare più giovane dei suoi ventuno anni. «Partiremo
dopodomani, una volta riposati. Gli emissari di mio fratello ci
guideranno attraverso le sue città fino a Bologna, e da lì potremo
procedere a bordo delle chiatte. Sarà più comodo per tutti noi.
Quando infine sarò prigioniera del vostro glorioso fiume Po, non
potrò più scappare. Giusto, mio caro Pozzi?» conclude in tono
civettuolo.
Lui si inchina, e il suo sorriso teso non riesce a celare un moto di
disapprovazione. Ha già pronto in testa il dispaccio della sera; in
diplomazia nessuna schermaglia è troppo insulsa, nessuna sconfitta
tanto grave da compromettere l’esito della guerra.
Non è ancora uscito dalla stanza, che Lucrezia è in piedi e chiama
le sue donzelle: «Angela, Camilla, Paola, vi occuperete dei bagagli
più tardi. Il palazzo di Urbino ci aspetta!»

Al largo della costa toscana, le due galee sono ora giocattoli alla
mercé della tempesta, anche se l’imbarcazione del papa, più al
largo, ne subisce il primo impatto, il più violento. La pioggia è una
cortina d’acqua sospinta orizzontalmente dal vento forte, e le onde
sono alte quanto le mura di una fortezza; quando si infrangono, è
impossibile distinguere gli spruzzi salmastri dalle gocce di pioggia.
La nave è in preda alla confusione: avanza, si inerpica lungo un
muro d’acqua fino alla cresta di un’onda, dove sembra fermarsi,
quasi trattenendo il fiato, prima di precipitare giù con una forza che
ogni volta sembra sul punto di sbriciolare lo scafo. Poi cambia tutto
di nuovo, la galea si mette a oscillare con violenza, e tutto ciò che
non è fissato si sposta, scivolando da babordo a tribordo e ritorno. Il
ponte è una trappola mortale: chi perde l’equilibrio, riesce a fermarsi
solo andando a sbattere contro qualcosa che sia inchiodato al suolo
e, se non vi si aggrappa con tutte le forze, i flutti lo strapperanno
anche da lì per scagliarlo in mare. A poppa, i rematori sono coricati
con i remi legati sotto il corpo: vista la violenza degli elementi,
qualunque oggetto libero di muoversi diventa un ariete, una clava
volante.
L’equipaggio, che quando è a terra, per farsi offrire da bere, ama
raccontare di improbabili naufragi a chi non è avvezzo al mare, si
pente oggi delle esagerazioni del passato. Ogni ondata subita
provoca un’emergenza nuova: un brandello di tela strappato dalla
vela arrotolata, una trave che ha ceduto, l’aggottare frenetico perché
la galea continua a imbarcare acqua. È un’antica forma di tortura:
rinchiudere un uomo in una prigione sotterranea dove il livello
dell’acqua sale a mano a mano e l’unico modo per sopravvivere
consiste nello svuotarla abbastanza rapidamente. Nei loro incubi
continueranno ad aggottare per anni. Allo schiantarsi dell’onda
successiva, alcuni cominciano a piangere e gemere, le voci appena
udibili tra gli ululati del vento impazzito e i cigolii lamentosi del legno
che si spezza. La tempesta non rispetta il ritmo di quell’orchestra
sofferente.
Nel fattempo, nella tuga il Santo Pontefice di Roma, vicario di
Cristo, padre di tutte le anime in terra, seduto sul suo seggio, avvolto
nelle pellicce, canta i salmi ad alta voce.
La Fortuna, divinità sempre imprevedibile, in simili momenti è
ancor più capricciosa. Quando gli eventi sfuggono a ogni controllo,
abbandona facilmente gli uomini di assoluta bontà e specchiata virtù
e prova un piacere perverso nel proteggere quelli che, spietati in
vita, si dimostrano intrepidi davanti al drago che ruggisce loro in
faccia. Rodrigo Borgia è sempre stato un uomo di tal fatta. Di fronte
ai cannoni nemici fuori Roma, ha aperto le porte e li ha invitati a
entrare. Quando un fulmine ha spaccato un camino in Vaticano,
facendogli crollare un soffitto in testa, e il palazzo è impazzito
piangendo la morte del papa, è rimasto seduto tranquillamente sotto
una montagna di detriti, fino a quando non lo hanno tirato fuori illeso,
salvato dalla congiunzione miracolosa di due travi cadute che si
erano incastrate proprio sopra il suo capo. Il suo sorriso beato,
quando era emerso dalle macerie, era stato uno spettacolo
imperdibile.
È baciato dalla Fortuna anche sotto altri punti di vista: dentro quel
corpo da cavallo da tiro si cela uno stomaco da tritone. Mentre gli
altri vomitano sul pavimento della cabina, lui decide, sebbene la
tempesta sia all’apice della violenza, di uscire sul ponte.
Con quella pioggia scrosciante non vede la galea di Cesare, ma
Alessandro è certo che sia lì vicino. Si è impegnato per lunghi anni a
realizzare il suo scopo: la fondazione di uno Stato Borgia in Italia,
sfruttando i muscoli di suo figlio e la discendenza di sua figlia. Sono
troppo vicini all’obiettivo, ormai, e hanno faticato troppo per dovervi
rinunciare proprio adesso. Non potrebbe essere così calmo, se
Cesare stesse affogando; ma neppure il Dio più vendicatore sarebbe
tanto crudele.
Il capitano, legato al timone, scorge la sagoma poderosa del papa
sotto la pioggia e, gesticolando, gli urla di tornare dentro.
Alessandro, accompagnato da due cappellani, si limita a levare una
mano per benedirlo. Due marinai lì accanto si accorgono della sua
presenza e, nell’attimo di pausa prima dell’onda successiva, si
gettano ai suoi piedi, affondano il viso nella seta umida dell’orlo della
sua veste e lo implorano di salvarli con le sue preghiere. Lui indica
con un gesto ai cappellani di aiutarli a rialzarsi e li benedice uno
dopo l’altro, stringendo i loro corpi fradici in un abbraccio deciso,
come un padre con i suoi figli.
A un tratto il muro d’acqua accecante li colpisce di nuovo, e i
cappellani usano il proprio corpo per bloccare il papa contro la tuga
e proteggerlo dall’impatto più violento delle onde. Quando lo vedono
emergere, fradicio ma ancora in piedi, altri marinai iniziano a
pregare.
«Non temete, figli miei» grida Alessandro per sovrastare il vento.
«Il Signore mostra la grandiosità del creato a quelli tra i Suoi figli che
ama di più. Avete a bordo il Suo più fedele servitore, e non vi
abbandonerà».
Riescono a malapena a capire ciò che dice, ma la sua sola
presenza è già un miracolo. I marinai conoscono i versi sacri che
parlano del mare meglio di chiunque altro: Giona nel ventre della
balena, Mosè che separa le acque, il Signore stesso che sceglie
come Suoi discepoli dei pescatori, che calma i flutti agitati e vi
cammina sopra come se fosse terraferma.

Signore, mia forza, mia fortezza, mio liberatore…

Il Papa canta le parole del Salmo 18.

Nell’angoscia invocai il Signore…

Le voci esperte dei cappellani si intrecciano alla sua, e per un


attimo il suono riesce a farsi strada nella burrasca. O forse la forza
del vento sta calando almeno un poco?
Nell’angoscia gridai al mio Dio:
dal suo tempio ascoltò la mia voce…

Le onde successive bagnano quanto le precedenti, è ovvio, ma


sembrano meno cariche d’ira. Alcuni marinai, che riconoscono le
parole del salmo, cominciano a gridarle a voce tremante, e perfino il
capitano declama, sfidando le raffiche:

… stese la mano dall’alto e mi prese,


mi sollevò dalle grandi acque…

Non vi sono più dubbi: la forza della pioggia sta diminuendo, e


l’imbarcazione riesce a resistere all’impeto delle onde.

Mi sollevò dalle grandi acque…

Il peggio è passato – si tratta senza fallo di un miracolo.

Lucrezia e le sue dame di compagnia attraversano il palazzo


come uno stormo di uccelli multicolori. Se qualcuna di loro era
malata, è guarita miracolosamente. Un giorno in più! Questa è la
vittoria che la loro padrona è riuscita a portare a segno sul
compassato Trampoli. Corrono su e giù per scalinate di marmo,
superano decine di saloni eleganti, tutti collegati fra loro. In uno
siedono guancia a guancia con i mostri scolpiti nei sedili di pietra. In
un’altra osservano rapite ritratti di sante e martiri, vestite in modo
tanto squisito da attirare l’attenzione più sugli abiti che sul loro
sacrificio. In un terzo restano ad ammirare immobili il dipinto di una
nuova città favolosa, perfetta nella sua architettura pulita e nelle
proporzioni eleganti. Cosa ripete sempre Trampoli a proposito di
Ferrara? Che il vecchio duca ha costruito una città in stile moderno.
«Immaginate come sarà vivere in un luogo del genere, signora
duchessa! Potremo spazzare le strade di marmo con le sottane!» E
ridono tutte, perché l’entusiasmo è la loro specialità. Quelle graziose
fanciulle sono tutto ciò che rimane a Lucrezia della vita a Roma.
Mandate in esilio insieme, sono state scelte per la loro giovane età e
l’allegria, oltre che per la loro lealtà e i nobili natali. Alcune sono
cresciute con lei e l’hanno accompagnata nei periodi gioiosi come
nei momenti bui, altre sono state ingaggiate di recente in occasione
di quel cambiamento di vita. Sono le sue guardie del corpo, devono
proteggerla dalla nostalgia e svolgono il loro lavoro con la stessa
serietà di una coorte armata. Qualche sala più in là, trovano un
dipinto della Vergine Maria con in braccio Gesù Bambino, lo sguardo
ben più vecchio delle sue carni rosee, e tutte si rivolgono a Lucrezia
studiandola con attenzione. Il luccichio nei suoi occhi è prodotto
dalla bellezza dell’opera o dallo strazio dei ricordi?
«Signora, venite a vedere. Non è l’uomo più brutto che abbiate
mai visto?» Angela Borgia, lontana cugina, è l’ultima arrivata e la più
impertinente. Ha quindici anni, cosa può mai sapere delle
vicissitudini della vita? «Se mi venisse vicino, me la darei a gambe».
«Zitta» la redarguisce Lucrezia con un sorriso. Sa quanto siano
attente al minimo segno di tristezza da parte sua. Per questo a volte
sceglie di stare da sola. «È un ritratto del defunto padre del nostro
ospite e della sua duchessa».
«Chiunque sia, è comunque più brutto del peccato. Notate che lei
gli sta il più lontano possibile, persino nel quadro».
I profili di marito e moglie si fissano con freddezza dalle due metà
divise del dipinto, il viso di lei somiglia a innumerevoli altre donne
della sua età, quello di lui è di una bruttezza esemplare: lineamenti
deformi, mento sporgente, un occhio inespressivo, da pesce, e il
naso curvo, privo di ponte ma con una gran gobba. Eppure gli artisti
di corte cercano di compiacere i loro committenti. L’onestà di tanta
bruttezza la rende quasi sconvolgente.
«Avete ragione, signora» trilla Angela, «adesso vi ravvedo una
somiglianza col duca di Urbino. Il mento lo precederebbe in una
stanza, se riuscisse a restare tanto dritto da sopportarne il peso.
Sembra un punto di domanda».
«E sapete cosa dicono tutti, no?» aggiunge un’altra con fare
misterioso.
«No, cosa dicono tutti, Camilla?»
Le donne si scambiano un’occhiata allarmata. Riconoscono il tono
acuto della loro padrona, ma essendo cresciute in quella cloaca che
è Roma, dove si sparla come si respira, non riescono ad astenersi
dal pettegolezzo.
«Che il duca di Urbino non ci riesca!» dichiara Angela con un
sussurro pieno di enfasi. «Che è impotente. Non è vero?» Si volta
subito verso le compagne: l’informazione è succosa, ma preferisce
verificarne l’attendibilità.
«Sì, è vero, signora».
Si affannano tutte a dire la loro.
«Questo non gli impedisce di provarci, però».
«Pare che sua moglie non sappia mai quando aspettarselo e
debba respingerlo perché lui le salta addosso all’improvviso come un
cane».
«A volte cerca perfino di strusciarsi contro la gamba di lei».
«No! Drusilla, Camilla, Angela! Basta!» Lucrezia fa del suo meglio
per mostrarsi severa e si tappa le orecchie con le mani. È stata fin
troppo spesso vittima di chiacchiere improbabili, per credere a tutte
le dicerie che circolano. «Il duca nostro ospite è un gentiluomo, e
sua moglie Elisabetta è una nobildonna colta e modesta. Ci hanno
accolti nel loro palazzo, e non voglio più sentire simili discorsi».
Adesso che certe frasi sono state pronunciate, però, come farà a
guardare Elisabetta nello stesso modo? O suo marito, curvo come
un punto di domanda? Passare dalla diceria al fatto è facile.
Si stacca dal gruppo e si reca nella stanza successiva, dove le
finestre eleganti sono illuminate dal sole al tramonto. Ne apre una,
dall’intricata struttura di piombo. Si trova in posizione sopraelevata, e
la vista sulla valle sottostante toglie il fiato. L’aspetto più
stupefacente del palazzo di Urbino è dovuto proprio alla posizione
che occupa. Questo il suo primo pensiero quando era riuscita a
distinguerlo dalla strada: la facciata, che sembra nascere dalla
roccia, è di un bianco accecante, decorata da due delicate torri
bizantine che si innalzano verso il cielo. Abbassando lo sguardo
riconosce l’itinerario che hanno percorso, un cordone biancastro e
sinuoso che segue le curve della valle. Chiunque si fosse affacciato
dall’alto della fortezza sarebbe riuscito a distinguere gli invasori ben
prima del loro arrivo.
Pensa a Cesare e alla sua reputazione in guerra, al fatto che i suoi
cannoni abbiano sventrato fortezze apparentemente inespugnabili,
conquistando una mezza dozzina di città del Nord. I successi militari
del fratello sono l’unica ragione della sua presenza lì. Nonostante la
dote, impressionante perfino agli occhi di un sultano, da sola non
avrebbe potuto “persuadere” il duca di Ferrara, a capo dell’antica
famiglia estense, a unire in matrimonio il figlio ed erede Alfonso alla
figlia illegittima di un papa, già due volte sposata e dalla pessima
reputazione. A forzargli la mano era stata la paura delle ritorsioni da
parte di Cesare. Quell’alleanza è un trionfo per i Borgia, un altro
passo nella formazione di una dinastia. Cosa importava a suo
fratello che il prezzo da pagare per riuscirvi fosse l’omicidio
dell’ultimo, amatissimo marito di Lucrezia?
Alfonso. Uno scherzo crudele del destino ha voluto che il nuovo
marito di Lucrezia si chiami come il precedente. Solo che il suo
Alfonso non sarà mai vecchio. Lei potrà vivere fino ad annegare nel
proprio grasso o a diventare pelle e ossa, ma il suo Alfonso sarà
sempre giovane e bello: gambe da ballerino, viso liscio, lineamenti
eleganti, quegli straordinari occhi azzurri, pagliuzze di lucidi
lapislazzuli.
L’altezza le dà le vertigini e si aggrappa al davanzale per ritrovare
l’equilibrio.
«No, Lucrezia» mormora con un filo di voce. «Non è il
momento…»
Troppo tardi, è tornata là con la mente: risente l’urlo, mentre si
trova al cospetto di suo fratello a capo di un drappello di uomini
armati; ucciderlo è stato necessario, le aveva detto, perché Alfonso
aveva ordito una congiura contro di lui. Vigliacco! Bugiardo! Allora
aveva reagito a quell’imbroglio con freddezza glaciale, invece che
col fuoco, ma ora ha un’immagine diversa del suo dolore: è come un
vento violento che afferra Cesare, lo sbatte all’altro capo della
stanza, lo scaraventa fuori dalla finestra e lo precipita in un vortice di
lingue di fuoco, come in un girone dell’inferno dantesco.
Ma cosa sarebbe successo in tal caso? Che conseguenze
avrebbe avuto? Si sarebbe ritrovata senza marito e senza fratello.
Un brivido la percorre.
«Sto bene» si affretta a dire, sentendo la mano di Angela sul
braccio. «Il panorama mi ha dato le vertigini per un istante, tutto qui.
Venite, è ora di prepararci».
Ed è vero. Sta bene. Nel giro di poche settimane sarà la duchessa
di una delle città più colte d’Italia, perché, anche se il vecchio duca è
ancora vivo, poiché la moglie è morta, il titolo di duchessa sarà suo.
Avrà una corte sua, piena di musicisti e poeti, e, pur non disponendo
di un esercito né della facoltà di muovere guerra, userà una strategia
bellica diversa, che non ha bisogno di seminare morte né di fare
prigionieri. La metterà in atto quella sera stessa, ridendo e
danzando, e tutti i presenti al palazzo di Urbino resteranno
conquistati dal suo fascino.
Perché no? Trampoli e i suoi simili pensano davvero che gli abiti
femminili comportino necessariamente mancanza di cervello?
Avrebbe dovuto essere con lei in Vaticano, quando il papa si era
assentato e le aveva affidato la cura dello Stato; o analizzare il suo
operato allorché, in veste di governatrice di Spoleto e Narni, aveva
passato al vaglio petizioni e procedimenti legali. Se la diplomazia è
una guerra senz’armi, perché non potrebbero praticarla anche le
donne? Suo padre non è mai stato tanto miope. Entrambi sanno che
Urbino e il papato hanno avuto disaccordi in passato; anzi, ne hanno
parlato prima della sua partenza, concordando che quella visita
sarebbe stata un’opportunità per mostrare il legame esistente tra
loro. E adesso che ha guadagnato un giorno di più, farà tutto il
possibile per perorare la sua causa.
No, fratello, dice tra sé voltando le spalle alla finestra, non sei
l’unico a sapere espugnare le città.

Cesare, che non ha mai avuto la pazienza di aspettare l’intervento


divino, combatte la nausea con rabbia. Non c’è tempo: a Roma vi
sono dispacci che aspettano di essere letti, notizie sugli spostamenti
di Lucrezia, proposte di armi e uomini in vendita, informatori da
interrogare. Invece, sono prigionieri come maiali terrorizzati dal
coltello del macellaio. Maledizione a quel capitano e alle sue arie di
superiorità.
Si guarda attorno nella cabina minuscola. Come suo padre, si
circonda solo di pochi uomini: spagnoli di antica famiglia, fedeli e
abili nell’arte della guerra. Darebbero la vita per lui senza esitare,
anche se in quel frangente sono più preoccupati all’idea di dover
dare di stomaco. Non c’è tempo per le preghiere, solo il singulto dei
conati e le imprecazioni.
Miguel de Corella, guardia del corpo del duca, è imperturbabile. Il
suo volto è un reticolo di cicatrici lasciate da qualcuno morto prima
ancora che il suo sangue avesse il tempo di asciugare. Ne aveva
uccisi cinque o sei, quel giorno? Il numero aumenta ogni volta che la
storia viene raccontata. Non da lui, però. Michelotto, come è
soprannominato, non racconta storie. È già una leggenda; un uomo
libero da ogni vanità, che ha insegnato alla mente e al corpo a
servire il suo padrone. In un’altra vita, con un altro Dio, sarebbe stato
un monaco straordinario, capace di sopportare il dolore e ogni sorta
di privazione fisica, di resistere alle tentazioni e di obbedire ai
comandamenti con lo stesso fervore con cui ora li infrange. È l’unico
che Cesare Borgia consideri degno di essergli confidente, seppur
con riserva.
Avverte l’ira e l’insofferenza del duca, sa esattamente cosa pensa.
Il furore della tempesta si sta calmando, e il tamburellare assordante
della pioggia sul legno si attenua. Incrocia lo sguardo di Cesare,
annuisce, intuendo cosa stia per accadere.
«Per il sangue di Dio, non sono certo l’unico ad averne
abbastanza». La voce di Cesare è forte e chiara. Si alza in piedi.
«Qualcuno qui sa nuotare?»
A sinistra di Michelotto una mano accenna a levarsi ma,
avvertendo di essere sola, si abbassa precipitosamente.
«Bene». Il duca sorride. «Allora stanotte dormiremo in un letto di
piume».

«Quello di seta blu con il copricapo di perle, direi». Di ritorno nella


sua stanza, considera i due abiti posati sul baule. «I tagli nelle
maniche fanno bella figura durante le danze».
Quella sera, come sempre, alla festa sarebbero stati invitati
emissari e spie di tutto il Paese, incaricati di osservare ogni suo
gesto e gioiello, ogni dettaglio del suo abito e di annotare poi tutto
nei dispacci indirizzati ai rispettivi padroni. La sua dote
spudoratamente ricca offre facile pretesto all’invidia e alla malizia
altrui, e in certi momenti Lucrezia ha mal valutato il livello di
ostentazione necessario a fare colpo, cosicché l’eccesso di pietre
preziose che portava sulla pelle o cucite sugli abiti ha impedito agli
altri di leggere la sincerità nei suoi occhi. Ha imparato in fretta, però.
«Credo che quello d’oro sarebbe più adatto all’occasione,
signora».
«Forse, ma l’ho già indossato a Roma. Immagina che gioia
sarebbe per la mia nuova cognata apprendere la notizia dal
dispaccio del suo uomo di fiducia».
Lui è il peggiore di tutti: finge di appartenere al seguito di qualcun
altro, ma in realtà è gli occhi e le orecchie di Isabella d’Este
Gonzaga, marchesa di Mantova. Tutti sanno che in fatto di moda è
una gorgone e che è indignata per il matrimonio del più nobile dei
suoi fratelli con la figlia illegittima del papa, sulla quale si raccontano
tante storie scabrose. Fin dall’inizio la spia, quel diplomatico, si è
appiccicato a Lucrezia come una lappola: è ossessionato da ogni
suo abito, conta ogni gioiello, piccolo o grande che sia, e annota
tutto in un libriccino che porta attaccato al fianco con una catenina.
Questa sua diligenza lo rende lo zimbello di tutti, ma teme la sua
padrona più dello scherno.
«Avreste dovuto vederlo: gli sono usciti gli occhi dalle orbite
quando gli ho detto il numero di perle, diamanti e rubini cuciti nel
vostro mantello rosso. Ha quasi perso la vista cercando di contarli».
Lucrezia è molto riconoscente al sorriso radioso della giovane
Angela, che in quelle ultime settimane ha fatto di tutto per renderselo
amico, civettando, scambiando pettegolezzi e sfruttando l’intimità
che si era venuta a creare per fornirgli informazioni riservate sulla
ricchezza della futura duchessa e sugli abiti che doveva ancora
sfoggiare. Erano alleate nel portare avanti quella competizione e
nessuna delle due intendeva lasciare che la marchesa
sottovalutasse la sfida sartoriale in atto.
«Gli ho detto che conosco il numero esatto dei gioielli perché è
mio compito contarli ogni volta che lo indossate per controllare se ne
è andato perso qualcuno durante il viaggio. Crede a ogni mia
parola».
Anche lui si è lasciato sfuggire qualche segreto: ci sono donne
illiriche, esperte di ricami e merletti d’oro, rinchiuse nelle stanze del
palazzo ducale di Mantova da quasi due mesi affinché completino il
lavoro in tempo. Cosa non darebbe Lucrezia per conoscere lo stile e
i tessuti degli abiti che hanno scelto. Penserà domani a quella
battaglia. Adesso deve espugnare Urbino.
Una volta vestita, le sue servitrici muovono gli specchi come in
una lenta danza attorno al suo capo per mostrarle l’acconciatura: un
labirinto di spirali e di ricci infilati sotto un copricapo di perle che
mette in risalto la forma delicata delle orecchie. Il corpetto aderente
le coprime il busto. Azzarda qualche respiro per giudicarne la tenuta.
«La sarta ha aggiunto qualche punto in più, signora».
Catrinella, nera come la notte, le labbra che paiono di frutta fresca
e i denti bianchissimi, è stata nominata prima cameriera in occasione
del viaggio ed è alquanto orgogliosa della promozione. Com’è
cresciuta, pensa Lucrezia. Era una schiava bambina, quando era
arrivata a casa Borgia, comprata come fosse un accessorio di moda
in occasione del suo primo matrimonio. Se la ricorda ancora, con lo
strascico dell’abito nuziale tra le mani, la pelle scura che risaltava
sulla seta bianca creando un meraviglioso contrasto nel mare di
colori. E quel visetto fiero, determinato a fare ogni cosa nel migliore
dei modi.
«Siete dimagrita in queste ultime settimane, signora. Tutti dicono
che dovete mangiare di più, stasera, o la danza vi stancherà»
afferma, schioccando la lingua con fare materno. Ora parla
correntemente italiano e due dialetti della Spagna, oltre a essere
diventata un’esperta di moda femminile; la sua lealtà è assoluta e
incrollabile.
«Forse, ma devo anche riuscire a respirare».
Solleva le sottane azzurre e i sottogonna e rivela due caviglie ben
disegnate. Quella sera avrebbe civettato moderatamente con il duca,
sempre badando a non mettere in ombra la duchessa. Poi, siccome
la schiena, storta, gli impedisce di ballare, avrebbe danzato per lui,
quale una modesta Salomè, animata dall’unico desiderio di
procurargli piacere cortese.
Un ultimo dettaglio: Catrinella, china ai suoi piedi, tiene in mano
due scarpette di pelle dorata.
«Oh, no, non un altro paio nuovo» geme Lucrezia. «Metterò quelle
di ieri».
«Non potete, signora. Erano sporche di fango e sono ancora
umide dove le abbiamo pulite. Queste le abbiamo allargate il più
possibile sul piede di legno».
Non abbastanza. Le dita le dolgono non appena le infila.
Il viso serio e luminoso di Catrinella la guarda da sotto in su:
«Dopo i primi passi non le noterete neppure».
Ride, perché sa che è vero.

«Per amor del Cielo, cosa stanno facendo?»


La tempesta è finita, ma il buonumore del papa svanisce in fretta
quando, tra le nubi che già si levano, scorge la galea di Cesare con
la vela issata a cogliere ciò che resta del vento, diretta a est verso la
costa.
«Vostra Santità, siete inzuppato. Dovete venire dentro a
scaldarvi».
Ma Alessandro non intende andare da nessuna parte. «Sant’Iddio!
Guardate. Guardate! Stanno andando a terra. Non sanno che ci
sono gli scogli lungo questa costa? Se si avvicinano troppo,
rischiano di finirci contro».
Proprio così la nave si era fracassata come un fascio di
ramoscelli, e i religiosi e gli uomini di corte erano stati risucchiati in
fondo al mare. Poi i loro corpi erano stati risputati sulla spiaggia,
tutt’attorno bauli pieni di abiti e calici d’argento. Lui e gli altri
viaggiatori non avevano potuto fare altro che stare a guardare: la
stessa costa, le stesse acque traditrici. Ma Dio non gli avrebbe
inflitto un colpo del genere proprio ora.
«Portatemi il capitano! Dobbiamo fermarli. Non sanno quanto è
pericoloso?»
«Il comandante è un marinaio esperto, Vostra Santità».
Il capitano, però, si stava ponendo la stessa domanda dalla sua
posizione al timone. «Si starà dirigendo verso riva per calare la
scialuppa».
Il papa si calca il camauro fradicio in testa. «Cosa? Non è certo
meno pericoloso! Perché mai farebbe una cosa del genere?»
«Un ordine del duca Valentino, forse, Santo Padre» risponde
l’altro senza scomporsi. «Come ricorderete, il duca era impaziente di
tornare a Roma. Se la barca a remi giunge a terra e trovano dei
cavalli, Corneto non è lontana».
Un ordine del duca. Gli pare, purtroppo, assai plausibile. Il papa
stringe la ringhiera e si lascia sfuggire un gemito. Cosa importa
riuscire a governare una nave, aiutandola a superare il caos, se poi
non ottiene neppure l’obbedienza di suo figlio?
«Non possiamo fermarli?»
«Sono troppo lontani. Al nostro arrivo, la scialuppa si sarà già
allontanata».
«Corrono pericoli?» chiede Alessandro a mezza voce.
«Se la tempesta è finita e gli uomini ai remi sono forti…»
Se… Due sole lettere. Se nell’ultima ora avessero imbarcato più
acqua, se l’albero maestro si fosse spezzato invece di scheggiarsi
per via della troppa tensione. Il mare è un’amante generosa di se…
Tuttavia, perlomeno sono ancora lì per poterne dare testimonianza.
«Sono sicuro che giungeranno a terra sani e salvi, Vostra
Santità».
Ma anche Alessandro sta misurando ciò che è successo rispetto a
ciò che avrebbe potuto accadere. Ne ha fatta di strada da quando ha
assistito a quel naufragio di tanti anni prima. Successo, ricchezza,
potere, il papato, la fondazione di una dinastia, e ora il nome dei
Borgia a capo di una serie di città stato e la promessa di nuove
conquiste. Tante vittorie, e tanti traguardi ancora da raggiungere. Per
quanto sia potente, però, non può farcela da solo. Ha già perso un
figlio per colpa della stupida vanità. Non è il momento di perderne un
altro. Permette ai cappellani di condurlo dentro. Dopo essersi esibito
in pubblico durante la tempesta, ora ha bisogno di pregare in privato.
La barca a remi piomba in mare con un tonfo violento e imbarca
secchiate d’acqua tentando di raddrizzarsi. Dal parapetto la discesa
è notevole e ripida, lo scafo pare il versante mobile di una montagna.
La scala di corda sbatte impazzita contro la fiancata. Cesare, con
indosso solo camicia e farsetto e una corda legata in vita, resta
immobile in attesa del momento giusto, mentre due dei rematori più
forti aspettano il loro turno, seguiti da Michelotto e dai suoi uomini.
Ogni traccia di nausea si è perduta nell’entusiasmo dell’azione. È
perfettamente concentrato, tutti i sensi in stato di allerta. La morte,
quando giungerà, sarà così, chiara, dolce e fulgida. Lo sa. Di che
cosa deve avere paura?
Si issa oltre il bordo e si cala lungo la scaletta. Dopo soli tre
gradini, la galea ha uno scarto brusco, e lui sbatte con violenza
contro lo scafo. Si raddrizza subito, incurante del dolore alle costole,
e punta i piedi per spingersi lontano dalla chiglia, aiutandosi con la
corda per scendere, rimbalzando, fino alla scialuppa sottostante.
Cade tra i remi, ridendo come un pazzo.
«È come domare un cavallo» grida con aria di trionfo,
aggrappandosi ai bordi della barca al sopraggiungere di un’altra
onda. «Venite, voialtri».
Sul ponte il capitano guarda gli uomini calarsi, mentre urlano
incitamenti per soffocare la paura. Ha fatto ciò che poteva per
proteggere il suo “carico”, spiegando i rischi ed esercitando ciò che
resta del suo comando, ma l’alternativa gli è stata spiegata senza
mezzi termini.
«La vedrei come una promessa, invece che come una minaccia».
Il sorriso di Michelotto, a labbra strette, si sarebbe potuto scambiare
per un’altra cicatrice sul suo viso. «Il papa ama moltissimo suo figlio
e non avrebbe pietà di chi cercasse di opporsi al suo volere».
Quando non c’è scelta, bisogna optare per il male minore; quale
capitano vuole finire ai remi, incatenato sulla propria galea?
«Fate in modo che il duca giunga a riva sano e salvo e sarete
uomini liberi» aveva detto ai suoi due rematori più forti, liberandoli
dai ceppi. «Se fallite, tanto vale che vi gettiate in mare».
Lui sa che non otterrà più il comando di una galea. Se riescono
nell’intento, il duca lo rovinerà per la sua intransigenza; se falliscono,
i rematori avranno una morte più piacevole della sua.
Il diavolo si prenda questo papa Borgia e i suoi discendenti senza
Dio, pensa, mentre un fulmine serpeggia nel cielo sopra di loro.
2.

Il diavolo si prenda questo papa Borgia e i suoi discendenti senza


Dio.
I pensieri del capitano riflettono un sentimento popolare nell’Italia
del tempo, sebbene non dappertutto, e non fra tutti.
Negli anni a venire, a mano a mano che la Storia farà il suo corso
facendo sedimentare e incancrenire il sentire comune, sarà
un’eresia anche solo suggerirlo a mezza voce, ma per il momento vi
sono luoghi e persone per cui il potere dei Borgia è benaccetto e
perfino esaltato. Nelle città papali di Imola, Forlì, Faenza, Cesena,
Pesaro e Rimini – gioielli urbani incastonati lungo la via Emilia, la
grande strada romana percorsa in parte anche da Lucrezia – i
cittadini, stanchi della guerra, hanno riconosciuto in lui la sicurezza
emersa dal caos.
Prima dell’avvento di quel principe tenebroso, non si poteva
trasportare un carretto di merce da un villaggio all’altro senza
perdere parte del carico, se non addirittura la vita, a opera dei
briganti; adesso, invece, sono i ladri a costituire cibo fresco per le
cornacchie sul ciglio della strada. Lungo le carreggiate, fra una città
e l’altra, le buche vengono colmate, i ponti rotti sono riparati e se ne
progettano e realizzano di nuovi. Tutto senza l’onere di nuove tasse.
Un tempo i signori di quei territori, dovendo pagare la decima alla
Chiesa, avevano spremuto al limite gli abitanti, ma il papa ama a tal
punto suo figlio che, dopo avere finanziato la guerra per conquistare
quelle terre, paga anche per farle prosperare in tempo di pace. A
Cesena, la capitale scelta dal duca, la cattedrale, ancora incompiuta
dopo duecento anni, ha ripreso a salire verso il cielo, e a ogni
stagione si assiste a una nuova festa dove vino e cibo, offerti dal
governo, scorrono a fiumi. Una generazione prima, un ambizioso
cardinale spagnolo, Rodrigo Borgia, aveva conquistato i cittadini di
Roma con la sua pubblica ospitalità e generosità. Ora è suo figlio a
farsene carico. Cosa importa se portano un nome forestiero e dietro
le porte chiuse parlano catalano e non italiano? Quando la gente si
accalca per ammirare la graziosa ed elegante sorella del nuovo
duca, le acclamazioni della folla sono sincere, perché non celebrano
solo la sua fortuna, ma anche la loro.
Da parte sua, Lucrezia si mostra contenta; sarebbe maleducato da
parte sua non esserlo e, quando non è tormentata dai ricordi, le
piace essere al centro dell’attenzione. Ha perso il conto degli archi
inghirlandati e dei cori di giovani angeli, con le loro ali tenute ben
dritte, che l’hanno accolta lungo la strada.

Ieri sera un gruppo di bambini – piccoli, di cinque o sei anni – ha


cantato al mio tavolo. A un tratto uno di loro è scoppiato a piangere e
hanno dovuto portarlo via. Più tardi mi hanno raccontato che i sarti
avevano lasciato uno spillo nella sua tunica e lo pungeva come una
minuscola spada. Pensa un po’, Rodrigo!

Posa la penna e rilegge. Gli scrive ogni due giorni, ma cosa dire a
un bambino che non sa ancora leggere? Quali parole riuscirà a
capire?

Fa’ il bravo, ubbidisci alle nutrici e ai tuoi insegnanti, dolcissimo


bambino mio. A scriverti è la tua mamma, che ti vuole bene e prega
per te ogni giorno.

Ma le preghiere non servono a mantenerla viva nel ricordo di suo


figlio. Quanti anni aveva quando suo padre ha portato via lei e i
fratelli dalla casa di loro madre? Sei? Sette? Ricorda davvero il
pianto di una donna o gliel’ha raccontato Cesare, dopo? Proprio
come non è sicura, quando si imbatte in un certo aroma di
marzapane, che fosse il profumo di sua madre, non di una balia o
servitrice che si occupava di lei.
Nel giro di pochi anni il piccolo Rodrigo non serberà più alcun
ricordo di sua madre; e alla fine sarà meglio così. Lo sa anche lei. È
affidato alle cure di un cardinale loro parente e avrà una vita
privilegiata. Non mancherà di nulla. Non sei la prima né l’ultima
vedova a dover abbandonare il figlio in vista di un nuovo matrimonio,
dice a se stessa irritata, anche se quelle parole le suonano
insopportabili. Così funziona il mondo, tuttavia, e nessuna invettiva,
nessun pianto cambierebbe la situazione. Che vantaggio trarrebbe
un figlio dal sapere che sua madre è morta di dolore? Nessuno.
Tanto vale guardare al futuro.
Ferrara e il matrimonio sono ormai a pochi giorni di distanza. Ieri
hanno attraversato il confine delle città di suo fratello e domani
saliranno a bordo della chiatta per navigare lungo i canali del fiume
Po. Pensa alle storie che ha sentito sulla sua nuova casa: della terra
che la circonda, tanto fertile che, mentre gli altri muoiono di fame, i
ferraresi si ingozzano di fave e formaggio salato e, se hanno voglia
di pesce, basta infilare una mano nel fiume e aspettare che
un’anguilla gli si arrotoli attorno al braccio per finire nella rete. Un
braccialetto di serpenti vivi! Chi l’avrebbe mai detto?
Oggi sono ospiti della famiglia dei signori di Bologna, che hanno
offerto la loro villa di campagna al suo seguito. Ieri sera si sono
precipitati tutti, padre, figli, sorelle, cugini, a presentare omaggio «al
papa più apprezzato che la cristianità abbia mai visto» e «alla
bellezza e bontà meravigliose di sua figlia».
«Ah! Vorrebbero tanto ballare sulle nostre tombe». Il consiglio di
suo padre prima della partenza da Roma era stato, come sempre,
schietto e realistico. Istruzioni distinte per ogni città: «Non credere
neanche a una parola e conta gli anelli che ti restano dopo che ti
hanno baciato le mani. Sono tutti quanti una tribù di scimmie
bugiarde e ladre».
Scimmie, forse, anche se durante la cena, nel vedere le dame
rimboccarsi le falde degli abiti per evitare le attenzioni di mani
vaganti, le erano parsi più dei polpi con i loro viscidi tentacoli.
Prese un foglio di carta nuovo. Come sarebbe piaciuta a suo
padre una simile descrizione!
«Ogni giorno, bambina mia» le aveva detto prima di salutarla.
«Ogni giorno voglio una tua lettera con almeno qualche parola scritta
di tuo pugno a provarmi che stai bene… E, quando quel tuo marito ti
starà di fronte per la prima volta, se non sviene dal piacere di
vederti, mando un esercito a riportarti indietro».
«Ma, se dovesse succedere, devo chiedere indietro il denaro?»
Lo aveva baciato teneramente in fronte e si era ritratta di fronte
all’ennesimo abbraccio, perché le lacrime cominciavano a scorrere
copiose.
Il papa. Suo padre. Lucrezia non è tanto ingenua da non sapere
come lo vedono gli altri: un uomo di Chiesa irrimediabilmente
corrotto, che preferisce i suoi figli a Dio e trascorre le notti in
compagnia di una giovane amante. Ma lei lo ha conosciuto sempre e
solo come un uomo così affettuoso che le sue lettere recano
immancabilmente tracce di lacrime. La sorte può averle giocato
qualche brutto tiro, ma l’ha anche ricompensata: fin dalla nascita è
stata amata – anzi, adorata – da suo padre e dai suoi fratelli. Con
simili presupposti, nessun uomo potrebbe minare facilmente le sue
certezze.
Da un luogo non meglio precisato del palazzo le giungono voci
femminili, piene di eccitazione. Si avvicinano. Fuori della porta sente
i sussurri agitati di Angela, coperti da un’altra voce che tenta di
zittirla. L’ora del riposino, quando il viaggio lo consente, è
sacrosanta. Di qualunque cosa si tratti, deve essere importante.
«Non sto dormendo» dice. «Entrate».
La porta si spalanca. «Oh, signora, signora. Che notizia!» Il viso di
Angela è un piccolo cuore paffuto, gli occhi grandi come ducati. «È
qui, ora! Nell’ingresso!»
«Chi? Chi è qui?»
«Vostro marito! Alfonso d’Este. È giunto da Ferrara per
incontrarvi».
«Cosa? Ma… Perché? Come viaggiava? È solo?»
«Solo con tre dei suoi uomini. Dovreste vederli: sembrano
cavalieri partiti per un’eroica impresa, coperti di sudore e di fango.
Avranno cavalcato per ore».
«Ma… Come faccio a presentarmi in questo stato? Guardatemi!
Non sono nemmeno vestita. Perché nessuno ci ha avvertiti? Dov’è
Trampoli?»
«Oh, è sorpreso quanto noi, signora, corre dappertutto come un
pollo senza testa». La voce di donna Camilla è resa stridula
dall’entusiasmo per quella sorpresa romantica. «Dev’essere stata
un’idea del futuro duca, solo sua. Oh, immaginate quanta voglia ha
di conoscervi. Quante cose deve avere sentito raccontare sul vostro
conto…»
Su quello non c’era dubbio, i racconti non mancavano. Ma quali gli
erano giunti all’orecchio, esattamente?
Mentre le sistemano l’abito e i capelli, cerca di restare calma,
chiedendosi cosa possa averlo indotto a rompere le regole del
corteggiamento e a presentarsi lì, in quel momento. Forse è stato il
padre a mandarlo, per assicurarsi che, nonostante la dote
straordinariamente ricca, il casato estense non rischi di farsi rifilare
mercanzia avariata.
Sarà anche festeggiata e celebrata in mezza Italia, ma Lucrezia è
perfettamente al corrente delle accese trattative svoltesi prima del
suo matrimonio, mentre gli zeri della sua dote aumentavano a ogni
scambio di lettere. Almeno i miei due occhi guardano nella stessa
direzione, pensa sarcastica, ricordando lo scandalo del matrimonio
di Giulia Farnese. Lo strabismo dello sposo era tanto pronunciato
che durante la cerimonia nessuno era riuscito a capire se guardasse
la moglie o lo zio cardinale, presto divenuto papa Alessandro.
Confusione tutto sommato appropriata, giacché tutti sapevano che
quel matrimonio era solo una facciata che avrebbe permesso a
Giulia e a Rodrigo di continuare la loro tresca.
I suoi presunti difetti, invece, non sono visibili. Il silenzio che la
accoglie ogni volta che entra in una stanza lascia intendere in modo
eloquente il tenore della conversazione appena interrotta. Le è facile
leggere le domande dipinte sul viso degli uomini che la salutano:
davvero ha condiviso il letto di suo fratello e di suo padre? E ha
avvelenato le sue rivali? E ancora ha nascosto un figlio sotto un
abito a vita alta dinanzi a un tribunale della Chiesa, giurando di
essere ancora vergine? Più la storia è scabrosa, più immaginarla è
piacevole. Vi sono stati momenti nelle ultime settimane in cui, per
puro dispetto, avrebbe voluto chinare il capo e confessare che tutto
– tutto – ciò che sospettavano era vero, solo per vederli restare a
bocca aperta. Oh, sì, il suo nuovo marito doveva averne sentite
parecchie di voci sul suo conto.
Si siede nella sala delle udienze davanti al fuoco acceso, le
pieghe dell’abito giallo croco stirate con cura, i capelli intrecciati e
raccolti in una retina dorata dalla quale fuoriescono alcuni ricci,
sfuggiti come per caso, e le ricadono sulle spalle. Sopra un corpetto
dal modesto scollo a smerlo indossa un giro di perle color latte,
simbolo di purezza e ricchezza, la cui luce mette mirabilmente in
risalto il pallore dell’incarnato.
«La prossima volta che mi vedrà, sarò agghindata come un pollo
d’oro» dice allontanando con un gesto il cofanetto dei gioielli.
«Almeno in questo modo potrà ammirare il mio collo privo di difetti».
Intreccia le mani su un libro delle ore aperto in grembo. Alla fine
sono le donne stesse i giudici più severi della propria bellezza, e le
mani di Lucrezia, lisce e bianche come piume di colomba,
rivaleggiano con quelle della più bella tra le Madonne mai dipinte.
Meriterebbero un sonetto, se il suo promesso sposo fosse incline a
scriverne uno. Ha compiuto un viaggio tanto lungo per incontrarla.
Come può non sentirsi emozionata?
Conosce abbastanza bene le sembianze del futuro sposo dal
dipinto, ma, quando leva lo sguardo su di lui per accoglierlo, la
differenza le paralizza il sorriso. Il primo pensiero è che è grasso. Il
secondo è che si sente a disagio. I suoi abiti sembrano essere stati
confezionati per qualcun altro. Senza dubbio gli indumenti saranno
sgualciti dal viaggio: una raddrizzata veloce alle brache o una
spolverata sommaria al velluto non sarebbero state di troppo. Le
tracce della strada compiuta se non altro dichiarano la sua
impazienza. Tuttavia, pensa Lucrezia, avrebbe potuto passarsi una
mano tra i capelli, almeno: sono schiacciati sulla sommità della testa
dove poggiava il copricapo, alcune ciocche vaporose gli coprono le
orecchie e qui e là si drizzano alcuni ciuffi grassi, pesanti. È passato
parecchio tempo dall’ultima volta che un uomo di corte si è
presentato davanti a lei con un’aria tanto trasandata.
Trampoli e gli uomini del duca arretrano per lasciargli spazio sulla
scena.
«Stimatissima donna Lucrezia, dovete perdonare la natura
imprevista della mia visita, ma dopo tanti mesi di ansiosa attesa non
potevo più aspettare di trovarmi al vostro luminoso cospetto».
Il contrasto tra le parole frivole e la voce grave può donare
all’uomo che le pronuncia e lusingare la donna cui sono destinate,
sempre che il sentimento sia sincero, o almeno spontaneo. Ma
Lucrezia non può evitare di pensare che il cavallo di Alfonso abbia
udito quel discorso prima di lei.
Ha un passo deciso, quasi atletico, ma, quando le si avvicina, lei
nota il naso grosso, le labbra carnose, la mascella larga, quadrata,
con un velo di barba. Gli occhi, se riuscisse a scorgerli sotto le
sopracciglia folte, sono castani, forse lievemente iniettati di sangue.
Sa, grazie ai commenti entusiastici di Trampoli, che il suo promesso
sposo si è fatto un’ottima reputazione con l’opera svolta in fonderia:
fonde il metallo in forni più roventi dell’inferno per ricavarne cannoni.
Sono tracce di fuliggine quelle che vede nella pelle butterata del
viso? Il suo sorriso non vacilla, però. Ci sono uomini più brutti, in
Italia. Ne ha incontrati diversi durante il suo lunghissimo viaggio.
Le dame di compagnia, disposte a ventaglio dietro di lei, fanno un
profondo inchino. Quando si rialzano, Lucrezia fa loro segno di
ritirarsi nell’ombra. Quell’incontro sarà insieme privato e pubblico:
una dozzina di testimoni vedrà e sentirà tutto, pur fingendo di non
accorgersi di nulla. Assicurare una presenza discreta durante
l’incontro di Lucrezia con il futuro sposo è un’arte in cui le dame di
compagnia sono esperte.
Alfonso stringe nella mano destra, enorme e ancora fasciata nel
guanto da cavaliere, quella di Lucrezia e china il capo.
Le nobildonne imparano a conoscere presto l’arte del bacio
cortese, e nel corso delle ultime settimane la mano di Lucrezia è
stata ora baciata golosamente ora appena sfiorata da cavalieri che
l’hanno sporcata di bava e graffiata con la loro barba ispida; in
qualche caso qualcuno ha perfino osato mordicchiarla o stuzzicarla
con la punta della lingua. Questo, pensa, ricorda un cane bagnato
che si accascia davanti al focolare. Quando leva il capo, le giunge
una zaffata di sudore e cuoio. Se aveva messo del profumo, è
svanito nel lungo viaggio tra Ferrara e Urbino. Sente il proprio
sorriso allargarsi e teme che, se non lo terrà sotto controllo, potrebbe
sfociare in una risata. È nervosismo, pensa, ma è sicura di essere lei
sola a provarlo?
«Vi prego, signore, sedete a scaldarvi qui davanti. Dovete essere
rimasto in sella per molte ore».
«Non molte. Cinque o forse sei». Tira su col naso e si lascia
cadere sulla sedia. «Siamo partiti all’alba e siamo andati veloci».
«Rapidissimi. Dicono che ci metteremo due giorni via acqua.
Com’era il tempo? Avete incontrato molta nebbia? Abbiamo sentito
che d’inverno…»
«La famosa nebbia di Ferrara, vero?» ribatte burbero. «Che dire,
allora, della neve romana? Dicono che non nevichi mai a Roma,
eppure alla vostra partenza si è scatenata una tempesta».
«È proprio vero». Come fa a saperlo? Trampoli gli scriverà ogni
giorno, ma non pensava certo che… Sembra che abbia seguito il
suo viaggio. «È stato un fatto molto strano» conferma, ricordando la
luce spettrale del giorno della partenza, come se la luna fosse
diventata il sole per un giorno. «Pareva di avanzare nel pizzo
bagnato».
«Pizzo bagnato» ripete lui annuendo. «No, qui non abbiamo pizzo
bagnato. La nostra nebbia somiglia più a minestra fredda, ma,
quando si trova l’andatura giusta, non c’è niente di meglio dei fianchi
caldi di un cavallo tra le gambe».
Sopra la spalla di Alfonso, Lucrezia nota il viso di Trampoli,
innaturalmente rigido mentre finge di non ascoltare, e deve mordersi
la lingua per non ridere. «Freddo come le gonadi di un monaco» era
stata la risposta di suo fratello Juan, un giorno, a una domanda
innocente di sua zia Adriana sul tempo; alla zia era venuto un
attacco di nervi per quella volgarità; cosa che, naturalmente, aveva
fatto divertire moltissimo suo fratello, perché la provocazione era
stata volontaria. Non così questa volta, invece.
«Com’era la mia nuova casa al momento della vostra partenza?»
chiede con vivacità, per nascondere l’imbarazzo.
«Ferrara? Vi regna una frenesia terribile, la stanno decorando per
il vostro arrivo».
«Davvero? Raccontatemi tutto!»
«Non c’è molto da dire. Palchi, ghirlande e archi dappertutto.
Chiunque resti fermo abbastanza a lungo, rischia di essere coperto
d’oro e fissato a un piedistallo». Dalle estremità della sala giungono
risolini di approvazione per le sue doti di narratore, ma il sorriso di
Trampoli resta alquanto teso. «Non sto esagerando» riprende,
incoraggiato dall’apprezzamento del pubblico. «C’è più oro in mostra
che nella casa di una put…» Si blocca, capendo troppo tardi in quale
trappola lo stia precipitando l’eccessivo entusiasmo.
Lucrezia attende. Cos’altro può fare?
«… Che nella casa… di un orefice» conclude in modo galante.
«Sembra meraviglioso, mio signore. Sono emozionatissima alla
prospettiva di vedere tutto ciò con i miei occhi, finalmente».
«E la città non vede l’ora di vedere voi» ribatte lui cauto,
verificando di restare entro i limiti imposti dalle regole cortesi.
Lucrezia osserva quelle grandi mani nascoste dai guanti di pelle
ruvida e rovinata. Avrebbe dovuto toglierseli, ormai. Si schiarisce la
voce: «E il mio nuovo padre, il duca, sta bene?»
«Ieri sera stava bene».
«Sa che siete venuto?» indaga.
Alfonso si stringe nelle spalle: «Lo saprà al mio ritorno».
Allora, è vero: non si tratta di una missione ufficiale. Un brivido la
percorre. A Roma, durante il lungo corteggiamento, suo padre aveva
cercato di nasconderle quanto il casato estense si fosse opposto al
matrimonio. «Dovrete passare sul mio cadavere» era stata la frase
ricorrente del duca. Eppure suo figlio aveva preso l’iniziativa di
compiere quel viaggio. Perché? Per vedere con i suoi occhi la donna
che avrebbe preso in sposa?
Adesso che è qui, però, non sembra molto interessato. Da quando
si sono accomodati davanti al fuoco, non l’ha degnata di uno
sguardo.
È possibile che il mio aspetto non lo interessi? si chiede.
Qualunque altro uomo mi avrebbe già riempita di complimenti. Si
domanda per un attimo se sia il caso di offendersi, ma non ha
l’impressione che Alfonso intenda offenderla. Forse non gli importa
nulla, gli basta che non sia deforme. Cos’è il matrimonio, se non un
mezzo per fare politica? E un modo per assicurarsi la discendenza.
In tal caso, la larghezza dei fianchi sarebbe stata per lui più
importante della bellezza del viso. Eppure, dovrà pure guardarmi
ogni tanto, si dice.
Si riscuote. «E vostra sorella, la marchesa di Mantova?» si
informa educatamente, costringendolo a sollevare lo sguardo e a
fissarlo sul suo sorriso radioso, che le fa comparire una graziosa
fossetta nelle guance. «È arrivata in città? Sono impaziente di
conoscerla».
«Isabella? Oh, sì, è arrivata, con i suoi trenta bauli» risponde
senza sbilanciarsi.
«Certo. È celebre per il suo guardaroba e per il suo buongusto»
ribatte lei, sistemando le pieghe voluminose dell’abito e inclinando il
capo, civettuola, aspettandosi lo stesso complimento. Che, tuttavia,
non arriva, per quanto incredibile.
Signore, pensa Lucrezia, per il vostro bene dovreste prestare
attenzione a ciò che indosso. L’emissario di vostra sorella non fa che
studiare ogni mio abito. Quando scoprirà dove siete stato, vi
sottoporrà a un interrogatorio scrupoloso.
Forse anche lui sta pensando la stessa cosa, perché finalmente
regge il suo sguardo. Inoltre, qualunque cosa pensi di lei, è venuto di
sua spontanea volontà, e non è poco.
Lucrezia fa un cenno a una servitrice in fondo alla sala. «Insisto
per offrirvi qualcosa. Anche se il viaggio non è stato troppo pesante,
dovete pur dissetarvi» dice, assumendo il ruolo di una moglie che
serva il marito.
Lui accetta con un grugnito, si slaccia delicatamente le cinghie dei
guanti e li sfila, lasciandoseli cadere in grembo.
Quando si volta porgendogli la coppa colma, Lucrezia soffoca a
malapena un grido dinanzi a quello spettacolo. Nude, le mani
sembrano ancora più sproporzionate rispetto al corpo. Ma non è
quello il peggio: hanno qualcosa che non va. Le dita, grosse e tozze,
sono coperte di tagli, sembrano costolette rosicchiate, e anche la
pelle tra le nocche e i polsi è scorticata. Il particolare più anomalo,
però, è il colore: a chiazze violacee, come carne marcia. Alfonso
beve una sorsata di vino, poi tiene la coppa in grembo tra le mani,
senza imbarazzo.
Lei sposta subito lo sguardo sul suo viso. Qualunque malattia sia
gli farà male, no? Eppure non sembra provare nessun fastidio. Certo
Lucrezia non è nuova alle deformità. Anche nelle corti più nobili vi
sono uomini e donne con dita in difetto o in eccesso o macchie viola
che spuntano dalle scollature o si affacciano da sotto il cuoio
capelluto. Poi vi sono le malattie che lasciano tracce sulla pelle:
croste, foruncoli, ulcere, cicatrici, pustole. È una di quelle? Cos’altro
potrebbe essere? Pensa all’isola del Tevere, sulla quale i lebbrosi di
Roma sono tenuti prigionieri durante l’agonia che precede la morte.
Non si vede nessuno, perché tutte le finestre sono tenute chiuse per
paura del contagio, ma sa dalla Bibbia che la carne può venire
corrosa fino a staccarsi dall’osso.
Fissa di nuovo le mani di Alfonso. L’erede al ducato di Ferrara un
lebbroso? No, una cosa simile non avrebbe potuto essere tenuta
nascosta. E per quanto avessero avuto bisogno di quel matrimonio,
suo padre non avrebbe mai… mai… A cos’era dovuto, allora? Al
fatto che un gentiluomo di corte svolgesse compiti ingrati in una
fonderia? Si diceva che nell’arsenale di Venezia quasi tutti gli operai
fossero orbi di un occhio o monchi di un braccio a forza di fondere i
cannoni dello Stato in quel caldo infernale. È quello che succede
quando un duca gioca col fuoco?
Il silenzio si prolunga tra loro, diventando imbarazzante. Bisogna
trovare un diversivo. «Ho saputo che siete un virtuoso della viola da
braccio, signore» esordisce Lucrezia, realizzando troppo tardi
l’orribile immagine che quelle parole le evocano.
Ricorda benissimo una delle prime cose che gli emissari incaricati
delle trattative per il matrimonio le avevano detto: «Suona come un
angelo». Come un angelo? Non con quelle mani, pensa ora.
«Non sono un virtuoso» si schermisce lui «ma suono. E voi?»
«Il liuto, ma non tanto bene. E mi piace danzare» aggiunge subito.
Lo sapeva già? Ma certo. Lo sanno tutti. «Voi amate il ballo,
signore?» Si chiede che effetto farebbe posare la mano nella sua,
quando gli strumenti iniziano a suonare.
«No. Sono troppo occupato con… faccende pratiche per avere
tempo per gli svaghi di corte» confessa, finendo il bicchiere e
posandolo sul tavolo. «Forse l’avrete già saputo».
Lucrezia si lascia sfuggire una risatina nervosa. Le pare di avere
dimenticato l’etichetta di corte. Aiutatemi, pensa. Non so cos’altro
dire.
«Donna Lucrezia» riprende lui dopo un istante, a voce bassissima,
in modo da farsi udire da lei sola, «oggi sono venuto qui perché ho
pensato che dovessimo incontrarci prima che… prima che
iniziassero i festeggiamenti del matrimonio» dice, come se il solo
pensiero lo spaventasse.
«Sì». Lo guarda. «Avete fatto bene».
«Mi sembrava opportuno… sapere qualcosa l’uno dell’altra. Come
siamo, cosa aspettarci… al momento fatidico» aggiunge, come se
questo spiegasse tutto.
«Sapere qualcosa l’uno dell’altra» ripete lei. «Sì, è utile. Grazie».
Alfonso comincia a infilarsi i guanti. Com’è possibile che
quell’azione non gli provochi fastidio? Forse la sua pelle è morta e
ormai insensibile. Lei continua a guardarlo negli occhi. Per qualche
istante tacciono entrambi.
«Voi e io ci siamo già incontrati, sapete?» dice lui infine. «A Roma,
molti anni fa».
«Sì, me l’hanno detto».
Era successo poco dopo che suo padre era diventato papa, e lei e
Giulia Farnese ricevevano gli omaggi dei molti ammiratori venuti a
congratularsi a Roma con la famiglia del pontefice. In realtà, erano
tutti desiderosi di ricevere qualcosa in cambio.
«Speravo di ottenere un cappello cardinalizio per mio fratello».
«Ero molto giovane, credo. Dodici anni appena».
«Sì. Molto giovane».
Sarebbe stato educato fingere di serbare almeno un ricordo
dell’incontro, dire una frase cortese in proposito. «Mi dispiace, ma
non mi ricordo assolutamente di voi».
«Non importa. Anch’io mi sono dimenticato subito di voi» confessa
lui candidamente. «Adesso, però, siete molto meno facile da
scordare, e siamo entrambi abbastanza grandi per quello che ci
aspetta, non trovate?» Si guarda le mani nascoste dai guanti con un
sorriso sghembo.
Santo Cielo, ma è un complimento! pensa Lucrezia. Mi sta
facendo un complimento, ma non sa che parole usare. Deve
soffocare un bisogno improvviso di ridere apertamente. «Sì, sono
sicura di sì» mormora.
«Non vi trattengo». Si alza in piedi, come se quelle parole lo
avessero imbarazzato. «Presto comincerà a imbrunire e devo essere
di ritorno prima che scenda la notte».
«Ma certo. Sono felice che siate venuto».
«Non è nulla». Si stacca una grossa crosta di fango dal farsetto e
la getta a terra. «Mi piace cavalcare. Forse potremo andare a caccia
insieme. Dopo».
Dopo…
«A caccia?» Ha un’esitazione. «Cavalcare nella minestra fredda…
Sì. Niente è piacevole quanto un cavallo caldo in un giorno
d’inverno».
Lui la guarda negli occhi per capire se stia facendo del sarcasmo,
ma Lucrezia sorride. Quando lui le prende la mano, all’odore di cuoio
e di sudore di cavallo si è aggiunto il fumo di legna, un aroma
prettamente maschile. Lucrezia sente un rivoletto di sudore scorrerle
tra i seni. Quanti strani incontri con uomini ha avuto nelle ultime
settimane, da quando è partita da Roma? Cinquanta? Cento? Anche
più, ma nessuno come quello.
Mentre Alfonso si avvia verso la porta, un’idea le attraversa la
mente: che, dopo tante lusinghe, tanti inchini cortesi, tante moine –
con la certezza che le basti voltare le spalle per avvertire il sibilo
delle frecce avvelenate dietro la schiena – quello appena avvenuto
sia stato… Cosa? Uno scambio onesto?
Onesto. Una strana parola per descrivere quell’unione nata dal
cinismo.
Quella sera, infilando i guanti intrisi di crema per proteggere le
mani bianche e perfette, Lucrezia pensa al suo promesso sposo,
Alfonso d’Este, perché non ha nessun altro cui pensare.
3.

Fiammetta è stata svegliata da un suono stridulo. La sua camera si


affaccia sul Tevere, sulle cui rive c’è spesso confusione.
Di nuovo quel rumore.
Craaac. Screeec.
Cicerone? Cosa ci faceva il pappagallo sveglio a quell’ora? Una
volta che il salone è immerso nel buio, è abituato a restare in
silenzio.
Sente la mano umida che le copre il seno. Nessun pericolo.
L’arcivescovo è un uomo dai gusti semplici, dormirebbe fino al giorno
del Giudizio, se lei non lo svegliasse per rispedirlo a casa in tempo
per la messa del mattino. Ascolta il suo respiro: russa piano. Come
molte donne che praticano la sua professione, è un’esperta del
sonno dopo l’amplesso. Nelle rare notti in cui non riesce a dormire,
si diverte a cercare una corrispondenza tra il modo di dormire dei
suoi clienti e le loro professioni: c’è il banchiere che incamera aria
come accumula soldi, trattenendola in petto tanto a lungo da far
pensare che i polmoni non gli si apriranno più, finché, con
un’improvvisa esplosione rabbiosa, ingoia il respiro successivo.
L’ambasciatore, che borbotta tutta notte, continuando a concionare
anche nel sonno. Se riuscisse a capire cosa dice potrebbe
guadagnarci qualcosa facendo anche la spia, ma quello è un
miscuglio di parole straniere, come se usasse un codice anche
quando parla da solo.
Creeec.
Molto più forte, ora. Per Gesù e tutti i santi, che stia male? O
qualcuno è stato tanto stupido da togliergli il cappuccio e svegliarlo?
È l’uccello più viziato del mondo, e quel verso è carico di
indignazione, a suggerire che sia stato disturbato.
Valtiiin.
Adesso è perfettamente sveglia. No, non può essere… Se fosse
tanto folle da presentarsi nel bel mezzo della notte senza avvertire (e
lo è), le guardie non lo avrebbero comunque lasciato entrare.
Forliii.
E come avrebbero fatto a fermarlo?
Imola. Forliii.
Non riesce a trattenere un sorriso. È il pappagallo più intelligente
di Roma. Ha imparato quelle parole quando era giovane, lusingato
dalla promessa di noccioline che le prendeva, come baci, dalle
labbra, mentre ripassavano le lodi di un conquistatore sulla via del
ritorno recitando i nomi delle città che aveva espugnato. Più tardi
aveva permesso all’uccello di dimenticarli, perché chi vuole ricordare
le gesta di un concorrente assente, mentre si fa intrattenere da una
cortigiana? Cicerone non ripeteva quelle parole da molto tempo,
ormai.
Fiammetta si districa delicatamente e aspetta che il corpo
dell’arcivescovo ritrovi una posizione comoda, con la bocca stretta,
quasi lievemente risentita. È incredibile quanti uomini cerchino il
seno tanto tempo dopo avere smesso di considerarlo una fonte di
sostentamento. A volte si chiede se nelle prostitute non cerchino la
balia di un tempo e quel primo, semplice odore di latte, invece di
profumi femminili ricercati. Ah, potrebbe scrivere un trattato sul modo
in cui gli uomini si trasformano da mostri a neonati una volta che le
loro brame sessuali siano state soddisfatte. Ma chi mai lo
pubblicherebbe?
Forliii.
Riconosce un tono eccitato, ora. L’indignazione di Cicerone è stata
sostituita dal piacere di trovarsi al centro dell’attenzione.
Si lava nella bacinella, beve un intruglio amaro e grasso per
impedire il concepimento, si applica un unguento che si dice
protegga dal mal francese. Secondo alcuni la vecchia strega che
vende quei rimedi a metà delle meretrici di Roma è stata lei stessa
bellissima fino a poco tempo fa, ma non è argomento cui le piaccia
pensare.
Scivola fuori dalla stanza e trova in corridoio il maggiordomo
Tremolino, venuto a svegliarla. Con la chioma lunga e bianca e il
viso coperto di rughe, sembra un saggio più che un ruffiano di
professione.
«Non c’è stato modo di fermarlo. Rifiuta di andarsene prima di
avervi visto. È irremovibile».
«Non credevo che fosse a Roma. Dove è stato?»
L’uomo scrolla il capo: «Tutto ciò che so è che non è vestito in
modo adeguato per presentarsi al cospetto di una signora, e c’è
qualcosa di “sgradevole” in lui». Si tappa il naso con un dito.
«È stato con un’altra donna?» chiede bruscamente Fiammetta,
perché certe cose le sono intollerabili.
«Con un banco di pesci, direi».
«Il suo uomo è con lui?»
«Lo segue come un’ombra. Gli ho detto che non vi potevo
disturbare, ma…»
Gli stampa un bacio in fronte, come se fosse un padre. È una
strana forma di associazione, la loro: lei ci mette il corpo, splendido,
lui si occupa delle faccende domestiche e della contabilità, ma sa
essere viscido come qualsiasi cortigiano, quando è necessario.
«Restate vicino alla porta, nel caso che abbia bisogno di voi».
Nel salone degli arazzi con il soffitto decorato da un motivo a rose,
il pappagallo è sul suo trespolo senza cappuccio, la coda dorata
simile a una fiamma alla luce della torcia, e si dondola avanti e
indietro facendo leva sugli artigli, mentre mormora qualcosa tra sé
con petulanza. È stato svegliato, ha dovuto esibirsi e ora viene
lasciato senza ricompensa.
Qualcuno è sdraiato sulla schiena davanti alle braci del fuoco, con
le mani sotto la testa a mo’ di cuscino. Ha gli occhi chiusi, anche se
è difficile capire se stia dormendo. Su una sedia lì vicino si trova un
altro uomo con le gambe allungate davanti a sé: aspetta, osserva.
«Signor Michelotto?» lo interpella lei a bassa voce.
L’uomo alza gli occhi.
«Adesso sono qui. Potete aspettare giù».
Senza una parola quello si alza e si avvia verso la porta,
passandole accanto. È abituata a valutare il fremito di attenzione che
la sua presenza provoca negli uomini, non tanto per vanità quanto
per necessità professionale, ma non ha mai avvertito un briciolo di
interesse per lei in quell’individuo. All’inizio pensava che soffocasse i
pensieri licenziosi volutamente perché Fiammetta apparteneva al
suo padrone, ma ora dubita che provi qualcosa anche per altre
donne. Tutti, a Roma, conoscono le storie che circolano sul suo
conto: le sue prodezze con il pugnale o la garrota, il fatto che il
Tevere inghiotta i corpi quando ha finito con loro. Forse è in quelle
circostanze che prova il piacere dell’amplesso. Vi sono uomini del
genere: lo sa, perché una brava cortigiana deve saperli evitare.
Quando il suo padrone era per lei un visitatore regolare, una volta
Fiammetta si era chiesta cos’avrebbe provato Michelotto se si fosse
trovato il suo collo sotto il filo di ferro. Lei, che non si lascia
spaventare spesso, aveva avuto paura.
Prima si occupa del pappagallo, offrendogli qualche ghiottoneria
pescata in una borsa di pelle appesa sotto il trespolo. Lui le becca la
mano per sottolineare la propria contrarietà. Gli infila un dito tra le
piume folte sotto il collo e lo gratta dolcemente, mormorandogli
parole tenere, e dopo poco il volatile inclina il capo e comincia a
tubare.
«Avrei dovuto prendervi una femmina. Sarebbe stato più difficile
ammansirla». La voce alle sue spalle è pigra e petulante come
quella dell’uccello. «Quel piccolo bastardo mi ha morso» dice
risentito.
«L’avete svegliato e non gli avete dato da mangiare. Cosa vi
aspettavate?» Copre il trespolo con il cappuccio scuro. Da sotto
giunge un unico grido, poi il silenzio.
«Venite qui».
Lei resta dov’è.
«Venite qui, voi che siete la prostituta più appetitosa di Roma».
Gli si avvicina e si adagia sul pavimento, con l’abito che si gonfia
vaporoso. Sa che la luce delle fiamme le dona. Ha sempre avuto la
capacità di guardarsi dall’esterno per valutare l’effetto che fa sugli
altri: in questo caso, vede la sua pelle perfetta di porcellana, con una
cascata di ricci scuri ribelli che le ricadono dietro le spalle e sulla
schiena. Una donna fatta per essere portata a letto: queste erano
state le parole dei suoi primi amanti. L’entusiasmo di Cesare aveva
finanziato un elegante arazzo con una scena di caccia appeso alla
parete dell’ingresso; era il primo oggetto lussuoso che possedesse,
tutto il resto era in affitto. Fiammetta ricorda il fatto con soddisfazione
ogni volta che ci passa davanti.
«Allora» le dice a occhi socchiusi «non mi dite quanto siete
contenta di rivedermi?»
«Sarei stata più contenta se mi aveste avvertita prima».
«Sono stato impegnato».
«Anch’io. È martedì».
«Martedì?» ripete lui, come se fosse un termine nuovo. «Non sarà
la prima volta che avete impegni incompatibili nel corso della vostra
lunga carriera».
«Nessuna incompatibilità» ribatte lei. «Voi non avevate
appuntamento».
«Chi è il fortunato? Religioso o laico?»
Lei si stringe nelle spalle.
«Romano o forestiero? Avanti, datemi un indizio».
«Non lo conoscete».
«E lui, mi conosce?»
«Se fossi in voi, non lo considererei un complimento» ribatte lei
impaziente.
Cesare si solleva su un gomito e la attira a sé, giocando con la
lingua attorno agli angoli della bocca di lei prima di approfondire
l’esplorazione.
Fiammetta avverte le avvisaglie del desiderio nelle viscere; proprio
lei, che all’apice della gloria dormiva con due uomini al giorno senza
provare la benché minima eccitazione. Data la sua professione,
dovrebbe sapersi controllare meglio. «Avete un odore… rancido,
signore».
«Sangue e acqua di mare. Arrivo da Piombino».
«Non siete giunto a nuoto, spero».
«Solo in parte. Una specie di naufragio». Aspetta, compiaciuto
dalla preoccupazione che le legge in volto. «Non preoccupatevi: non
è morto nessuno». Rabbrividisce, però, perché neanche Cesare
Borgia riesce a respirare sott’acqua, e adesso sa che effetto fa il
panico quando il mare ti afferra e ti scaraventa nel buio dopo averti
fatto perdere l’orientamento.
«Avete l’aria stanca» osserva la donna, alquanto lusingata che
abbia scelto lei dopo un simile pericolo, e consapevole del vasto
mondo, là fuori, allettante e spaventoso, che non le sarà mai
concesso di conoscere. «Farò portare da mangiare e mettere altra
legna nel fuoco».
«No, non chiamate nessuno. Ci penso io».
Si alza, getta nuovi ceppi nel camino, poi si acquatta, come un
servitore, e usa il soffietto. Poco dopo le fiamme riprendono a
danzare, e lui si mette comodo a scaldarsi. Ora, alla luce del fuoco
Fiammetta scorge i tagli sul viso di lui, paiono i graffi di una tigre
lungo la guancia.
«Il mare ha le unghie di una donna» mormora, toccandogli le ferite
con un dito.
«Per Dio, ho quasi avuto un amplesso con la Medusa» dice,
ripensando agli scogli che, apparsi dal nulla tra le onde, avevano
ribaltato la barca. Loro, rimasti imprigionati tra le corde, erano stati
attirati sott’acqua. Mentre si dibattevano per liberarsi, la corrente li
aveva trascinati lungo le rocce, aprendo ferite delle quali si erano
accorti solo più tardi, quando, una volta guadagnata la riva, si erano
guardati a vicenda e avevano riso come pazzi vedendo i visi
rispettivi rigati di sangue. «È una puttana gelosa di tutti quelli che
cercano di sfuggirle».
«Vado a prendere dell’unguento» dice Fiammetta, sorridendo di
quell’insolito sfogo poetico. «Poi dovete riposare. Da quanto siete in
viaggio?»
L’uomo alza le spalle, incapace di rispondere.
«Dovete dormire».
«È per quello che sono venuto: per dormire con qualcuno».
Intreccia le dite con quelle di lei, attirandola a sé.
«Signore, non potete» gli dice con fermezza.
«Non posso, cosa?»
«Sparire dal mio letto per mesi e poi ricomparire, aspettandovi che
io mandi via i miei clienti regolari per riaccogliervi».
«Certo che posso» esclama lui ridendo. «L’ho sempre fatto,
ricordate?»
«Non questa volta. Ho un arcivescovo nel mio letto».
«Ah! Datemi il suo nome e gli procurerò un cappello cardinalizio
prima della fine del mese. Guardatemi, Fiammetta: sono quasi
morto, ieri, e mi siete mancata».
«Non è quello che ho sentito».
«Bottino di guerra, tutto qui. Un dovere, non un semplice piacere.
Sapete che, potendo scegliere, avrei preferito assaporare il vostro di
frutto».
Il vocabolario familiare del corteggiamento la fa ridere. Assaporare
i frutti: com’è casto il mondo per chi può permettersi la cortesia.
Sono come bambini che bussano alle porte di un mondo di adulti.
Ma non c’è spazio per l’infanzia nella vita di una cortigiana.
La prima volta che lo aveva incontrato sapeva cosa aspettarsi,
perché chi lo conosceva l’aveva avvertita: era presuntuoso,
insopportabilmente arrogante, ma di un fascino irresistibile, capace
di far germinare i semi in inverno, se lo voleva. Ripensandoci poi,
non erano stati i suoi complimenti a colpirla, perché quelli erano stati
banali come cento altri. No, c’era qualcosa di più conturbante in lui:
amava il rischio quanto lei, e la paura era per lui una forma di
piacere. Fin da allora Fiammetta era al corrente dei delitti che gli
erano attribuiti, e ogni sua vittoria era accompagnata da nuovi
racconti di comportamenti oltraggiosi. Qualunque cosa facesse agli
altri, però, con lei non si era mai comportato male. Al contrario, le ha
sempre mostrato una certa predilezione, affetto perfino, talvolta,
sebbene duri solo il tempo dell’incontro. Tutti sanno che l’unica
donna che ha un posto nel suo cuore è sua sorella Lucrezia. Adesso
che è lì, però, non intende mandarlo via, e lo sanno entrambi.
«Cosa posso fare?» dice, parlando più a se stessa.
«Ditegli che il duca Valentino, signore di Piombino e di tutte le città
della Romagna, è venuto a dormire con la sua prostituta preferita, e
che lui può sloggiare e cercarsene un’altra».
Fiammetta scrolla il capo. «Credo che un simile discorso non
sarebbe utile a nessuno dei due. Non avete già abbastanza nemici,
Cesare?»
«Mai». Rovescia il capo indietro e chiude gli occhi.
Eppure si intuisce in lui qualcos’altro, ora, un’ombra di vulnerabilità
sotto tanta spavalderia. Forse la morte l’ha sfiorato davvero in
mezzo al mare? Proprio lui, che non ha mai paura e mai morirà? Un
sentimento più pacato ha sostituito in lei il turbamento del desiderio.
È ammaliata, forse perfino commossa. Ah, si rimbrotta, come può
una donna, costretta a lavorare per vivere, essere così stupida?
«Lasciatemi un minuto».
«No». Si sdraia sul tappeto, tirandola a sé.
«Torno subito» promette lei con fermezza.
Passa dalla cucina, dove chiede di preparare qualcosa da
mangiare e domanda al maggiordomo di svegliare l’arcivescovo, se
lei non ricomparisse entro l’ora in cui lui se ne dovrà andare.
Al suo ritorno trova Cesare profondamente addormentato sul
tappeto, le gambe larghe, la testa riversa di lato, come un Adone
sazio. Gli siede accanto, stupita dal suo aspetto vulnerabile.
L’immagine di Dalila con in mano le forbici che cambiarono il corso
della Storia le attraversa la mente. Sorride, poi si protende su di lui e
comincia a slacciargli il farsetto.
Se si tratta di lavoro, che lavoro sia.
4.

«Mio caro ambasciatore, continuo a non capire cos’abbia a che


vedere con noi questa “lamentela”».
Alessandro è di ritorno nei suoi appartamenti; ha avuto a
malapena il tempo di fare asciugare gli abiti che già deve spegnere
un incendio.
«Con tutto il rispetto, Vostra Eccellenza, quell’uomo era un
cittadino di Venezia e risiedeva a Roma sotto la giurisdizione del
governo romano, il che rende il trattamento da lui subito un’offesa
nei confronti di entrambe le città. Mi è stato chiesto di portarlo
all’attenzione di Vostra Santità affinché si possa trovare una forma di
riparazione…»
L’ambasciatore, mentre aspettava il papa, ha avuto tempo di
accumulare una bella dose di indignazione. Alessandro sposta
delicatamente il peso sul trono papale, tirando su col naso. È
raffreddato e sente uno sternuto in arrivo. Con l’aiuto di Dio sarà
anche riuscito a calmare le acque agitate del mare, ma non può
impedire al naso di riempirsi di muco. Dovrebbe farsi un
bell’impiastro caldo davanti al fuoco, invece di ascoltare le lamentele
di un aristocratico veneziano, senza dubbio frutto di un incrocio tra
consanguinei.
«Vorrei ricordarvi, Vostra Santità, i dettagli: non solo a quest’uomo
sono state tagliate la mano destra e la lingua, ma queste ultime sono
state esposte, inchiodate alla finestra della prigione. Le sue urla si
sentivano in tutta la piazza».
«Mmm… Fastidiosissimo, ne sono certo. Siete sicuro che tutto ciò
sia opera del duca Valentino?»
L’ambasciatore leva le braccia, esasperato: «Lo sanno tutti!»
esclama, incapace di nascondere la sua incredulità.
All’altro capo della stanza, il maestro di cerimonie pontificio
Johannes Burckardt sembra assorto nell’osservazione delle
mattonelle multicolori del pavimento.
«State certo che gliene parleremo, tuttavia…» Lo sternuto si
avvicina. Alessandro si blocca, in attesa, prima che l’impulso gli
passi. «… Tuttavia, ambasciatore, questo vostro “cittadino” non si
può propriamente definire innocente. Da quanto ci è dato sapere, se
ne andava in giro per le strade sbraitando offese pesantissime
contro la Santa Sede, prendendosela quindi non solo con il duca, ma
anche con noi».
«Ma, ma, ma…» farfuglia l’uomo. Quanti sfoghi indignati aveva
udito quella sala dai decori sontuosi? «I contenuti della lettera citata
erano noti a tutti. Perfino a Venezia ne eravamo al corrente».
«Mi stupite. Speravo che il governo del vostro grande Stato
avesse di meglio da fare che prestare ascolto a calunnie senza
fondamento».
Sul tavolo accanto a lui si trova l’ultimo dispaccio appena giunto
da Ferrara, che lo informerà senz’altro dell’arrivo di sua figlia in città.
Più tardi deve celebrare messa a Santa Maria Maggiore in onore del
nuovo soffitto dorato della chiesa, illuminata dal primo carico d’oro
giunto a Roma dal Nuovo Mondo. Le testimonianze del favore di Dio
sono dappertutto, eppure si trova a dover giustificare quel piccolo,
meschino “incidente” risalente ormai a settimane addietro.
«Parliamo con chiarezza, ambasciatore: questa lettera, come la
chiamate voi, è in realtà, come tutti sanno, un falso anonimo, un atto
sedizioso. Oserei dire che se un… obbrobrio del genere fosse stato
scritto a proposito del vostro doge, avreste già mandato al rogo
chiunque si fosse azzardato a ripeterlo in pubblico. Mi addolora
parlarne di nuovo, ma se proprio insistete…»
Il suo sorriso freddo ora si posa anche sul maestro di cerimonie,
inespressivo come una lapide vergine. Com’è prezioso Burckardt in
occasioni del genere: simbolo stesso di dignità, è il testimone
perfetto delle scenate e degli abusi della diplomazia cattolica.
Alessandro vorrebbe perfino farlo ritrarre in una scultura, così
potrebbe trovarsi in due luoghi contemporaneamente: qui, seduto
nell’immobilità del marmo, mentre altrove sarebbe impegnato a
organizzare una decina di cerimonie religiose, il protocollo delle quali
egli è in grado di ricordare in ogni minimo dettaglio. Quell’uomo
possiede una memoria prodigiosa! Gli piacerebbe vedere la faccia di
Burckardt, se gli proponesse una simile soluzione, anche se
probabilmente non lascerebbe trasparire nulla; proprio come adesso,
mentre sfoglia le carte in cerca di quella giusta da allungare al papa.
«No, no, leggetela voi, Johannes. Non sopporto neppure di
prendere in mano quel foglio tanto volgare. Cominciate da dove
parla dei Cartaginesi».
«“La perfidia degli Sciti e dei Cartaginesi, la bestialità e la crudeltà
di Nerone e Caligola vengono superate nel palazzo del papa…”»
declama in tono inespressivo. C’è chi, scherzando, dice che
riuscirebbe a recitare con piattezza burocratica anche il Cantico di
Salomone. «“Il papa Borgia è una voragine di vizio, sovvertitore di
ogni giustizia”».
Il pontefice alza gli occhi: «Una voragine di vizio… Nerone e
Caligola… Vi chiedo, io: vi pare giusto? Perfino quegli imperatori
avrebbero avuto qualcosa da ridire».
L’ambasciatore abbassa lo sguardo. Ha riferito quello che è
venuto a riferire, tutto il resto è teatro. Suo compito, ora, è ricordare
quanto è stato detto in modo che possa essere trascritto appena
uscirà da quella stanza.
«Tralasciate il passo successivo, dice le stesse cose». Alessandro
fa un cenno a Burckardt. «Leggete le parole su Cesare, il duca
Valentino. Credo sia quello il nocciolo della faccenda».
«“Suo padre, il papa, appoggia Cesare perché ostenta la sua
stessa perversione e crudeltà. Vive come i turchi, circondato da uno
stuolo di prostitute, custodite da soldati armati. A un suo ordine gli
uomini vengono privati di ogni loro bene, feriti, uccisi, gettati nel
Tevere”».
Segue una breve pausa. Il papa sospira. Naturalmente, quando
aveva visto la lettera per la prima volta, si era arrabbiato. Il momento
– che coincideva con il fidanzamento di Lucrezia a Ferrara – era
pessimo, ma non aveva in alcun modo rovinato i festeggiamenti per
il matrimonio a venire né il dolce commiato dalla figlia; finché Cesare
non aveva deciso di vendicarsi.
«Vedete, mio caro ambasciatore, nelle torbide acque della politica
romana queste calunnie sono parte della vita. Se dovessimo reagire
ogni volta che qualcuno ci attacca, la città perderebbe metà della
popolazione. Avremmo dovuto fare uccidere un certo numero di
volte perfino il nostro stesso vice cancelliere, perché anche lui ha
tramato contro di noi» si infervora. «E quella canaglia del cardinale
Della Rovere, che aspirava al soglio pontificio, non è mai stato
capace di aprire la bocca senza versare veleno».
Burckardt sta ancora fissando la pagina, ma sbatte le palpebre
con atteggiamento ben poco statuario.
«Eppure, come si addice al capo della Santa Madre Chiesa,
abbiamo iniziato a coltivare una disposizione d’animo più tollerante.
È pur sempre vero, tuttavia, che mio figlio il duca, pur essendo un
uomo di buon cuore, non riesce a sopportare gli insulti. È fatto così.
Sapete di come è sopravvissuto a quella tempesta in mare, vero?
Essendo uomo di azione, penso che trovi la reiterazione degli
insulti… un comportamento vile, ecco».
Cosa può rispondere l’ambasciatore? Deve forse parlare dei corpi
estratti dal Tevere, contare le coltellate, fare nomi? Ciò
significherebbe fare eco alle dicerie. Deve stare attento, perché,
anche se è stato commesso un torto, ignora quanto sappia il papa
della provenienza della lettera.
«A che punto siamo, allora? Voi vi ritrovate con la vostra
indignazione, noi con la nostra. Potrei cercare di fare qualcosa per
questo vostro stupido cittadino rimasto monco, ma temo che il suo
futuro serbi prospettive alquanto limitate. Come forse saprete, infatti,
la lettera non è stata spedita dal campo militare di Napoli, come si
afferma, ma…» fa una pausa prima della rivelazione finale «… come
ci è confermato da autorevolissima fonte, proprio da Venezia, dove
certi membri della famiglia Orsini si sono stabiliti. Con nostra figlia
diventata duchessa dei vostri vicini di Ferrara, e molte città della
Romagna in mano al nostro amato duca, ci addolora molto pensare
che il vostro grande Stato ospiti nemici dall’immaginazione tanto
spregevole».

«Ebbene?»
L’ospite se n’è andato ormai da un po’, ma Burckardt resta in
silenzio.
Il papa si soffia il naso rumorosamente. Gli pare di avere la testa
piena di sabbia umida. «Andiamo, suvvia, so cosa si nasconde
dietro quel viso impassibile, Johannes: pensate che avrei dovuto
dirgli che il suo prezioso cittadino è morto. Ebbene, un uomo senza
lingua e senza una mano non serve a nessuno, ed è possibile che
quel poveraccio si sia gettato lui stesso nel Tevere per la
disperazione. Con un po’ di fortuna non lo scoprirà se non tra
qualche tempo. Non ho la forza per un’altra scenata. Ah, i figli! Non
potete immaginare i grattacapi che causano».
«No, Vostra Santità».
«Sapete, se il duca non fosse stato un abile nuotatore, sarebbe
morto in mare; e per un tempo che mi è parso lunghissimo ho
persino temuto che fosse accaduto. Quante preoccupazioni mi dà!
Perché i giovani non possono essere coraggiosi senza compiere
imprudenze? Anche mio padre veniva a cercarmi dappertutto, ed ero
solo un bambino. Avete mai causato ai vostri genitori simili pene,
Johannes? No, immagino di no. Meglio che vada dal mio ragazzo.
Inviate un messaggero nei suoi appartamenti».
«Credo che il duca Valentino non sia a casa, in questo momento».
«Dov’è? Ancora fuori a festeggiare, non c’è dubbio! Scoprite dove
si trova e riportatelo qui». Si fruga nell’abito in cerca di un fazzoletto
pulito. «È successo qualcosa di importante in mia assenza? Niente
più cadaveri, però, vi prego».
«Il cardinale di Capua sta male».
«Giovanni Battista? Cos’ha?»
«Qualcosa allo stomaco. Rifiuta i salassi e i farmaci. Sembra che
non si fidi dei suoi medici».
«Non vorrà pagarli. Non ho mai conosciuto un rappresentante
della Chiesa più avaro» ridacchia. «Tuttavia, ci è sempre stato
fedele. Dovrei fargli visita o mettergli a disposizione i miei medici».
«Non credo che sia una buona idea».
«Perché?»
«Circolano… voci».
«Come? Ancora? Lo avrei avvelenato per mettere le mani sulla
sua eredità? Dicono questo, Johannes? Davvero la gente pensa che
abbia nominato cardinale il notaio più ricco del Vaticano solo per
eliminarlo?»
«Non sono dicerie diffuse dai suoi medici, Vostra Santità. Loro lo
sanno che ha la febbre».
«Ringrazio Dio per gli uomini di Scienza, che si dimostrano
superiori ai pettegolezzi. Povero Giovanni, ha passato tanto tempo
ad accumulare denaro che sarà una sofferenza terribile, per lui, non
poterlo portare con sé». Tamburella con le dita sul bracciolo,
meditabondo. «Si trova nel suo palazzo vicino a San Pietro, vero?
Dovremmo tenere delle guardie nei paraggi, pronte a chiudere il
palazzo e a sigillare i suoi beni. Se muore, ci sarà una folla di
creditori, e non è opportuno ritrovarsi con tumulti da sedare. Metterò
a disposizione un luogo vicino all’altare del nostro amato zio Callisto
per la sepoltura».
Burckardt aspetta altre istruzioni, ma il papa è di nuovo assorto nei
suoi pensieri. Raccoglie allora le carte e si appresta ad andarsene.
«Johannes» riprende Alessandro, quando Burckardt è quasi sulla
porta, «al momento opportuno vi occuperete del mio funerale,
vero?»
«Certo, Santo Padre. È mio compito».
«Bene, perché…» aggiunge, come a smorzare la drammaticità
dell’argomento «… non ho nessun altro».
Lo sternuto che lo solleticava da un po’ esplode all’improvviso,
facendolo rimbalzare indietro con violenza inaudita. Agita una mano
e di nuovo cerca un fazzoletto. «E per evitare che accada
prematuramente, dite ai miei cappellani di preparare un’inalazione di
erbe mediche, prima che indossi gli abiti per la messa».

Una volta rimasto solo, Alessandro abbandona i pensieri di morte


per dedicarsi a quelli, più piacevoli, della matematica. Quanto vale
Giovanni Battista Ferrari? Prima di essere nominato cardinale, per
vent’anni aveva venduto uffici ecclesiastici guadagnando un bel
gruzzolo. Trenta, quarantamila ducati almeno. La ricchezza di un
cardinale ritorna alla Chiesa dopo la sua morte, com’è giusto che
sia, perché l’ha accumulata mentre si trovava al servizio di Dio.
Senza contare i guadagni da realizzare rivendendo i suoi benefici.
Non poteva capitare in un momento migliore: le campagne militari di
Cesare sono un pozzo senza fondo; per quanto vi si versi acqua,
non si riesce mai a colmarlo. Naturalmente la parola corruzione finirà
sulla bocca di tutti, ma non è una novità. I papi hanno sempre
provveduto alle loro famiglie, da secoli; senza contare che ai suoi
tempi ha fatto anche lui la sua parte per arricchire la Chiesa. Com’è
facile per la gente dimenticare! Per trent’anni è stato vice cancelliere;
Santo Dio, aveva a malapena il tempo di pregare, visto com’era
impegnato a inventarsi nuove tasse. Allora, però, nessuno di coloro
che ne traevano vantaggio osava protestare. Come ogni banchiere
sarà pronto a confermare, è un segno di salute finanziaria il fatto che
le entrate aumentino invece di diminuire.
Si soffia il naso un’altra volta, ma sta già meglio. Se il cardinal
Ferrari muore, deve cominciare a riflettere su chi prenderà il suo
posto. Con Cesare uscito dalla Chiesa – e del resto era abbastanza
improbabile nei panni di cardinale – non c’è nessun candidato Borgia
al papato, quindi bisogna fare in modo che nel collegio cardinalizio
prevalgano i loro sostenitori. Sarebbe una bella promozione per il
maestro di cerimonie. Cerca di immaginare il volto affilato di
Burckardt sotto un cappello rosso; ma come farebbe senza di lui,
l’uomo che tutto vede e nulla dice? No. Niente cappello cardinalizio
per Johannes. Non per il momento. Si presenteranno altre
opportunità, c’è ancora molto da fare.
Come gli piace, quel lavoro. Prega Dio che lo faccia vivere per
sempre.
Si alza e si avvicina al tavolo con i nuovi dispacci. Eccolo: il grosso
sigillo dei Borgia. Prima di dover affrontare l’intransigenza di suo
figlio, può assaporare il trionfo. La sua adorata Lucrezia è arrivata a
Ferrara.
5.

È una processione spettrale. Per arrivare in tempo le chiatte devono


viaggiare di notte; sono troppo lente e vengono trainate da una
dozzina di cavalli, guidati da uomini che, con pali muniti di lampade,
mostrano la strada. A un punto prestabilito viene fatto partire un
segnale luminoso per indicare la posizione del convoglio. Da
qualche parte, nel buio davanti a loro, giunge per tutta risposta un
pennacchio di fumo bianco. All’interno delle mura della città i
musicisti di corte vengono svegliati e i soldati sui parapetti del
castello si danno il cambio e fanno posto ai comandanti
dell’artiglieria.
Lucrezia, che ha dormito un sonno disturbato, aspetta che faccia
giorno. Il cinguettio degli uccelli poco prima dell’alba è interrotto da
una fanfara di trombe lontane. Ansiosa di vedere la sua nuova casa,
lascia dormire le sue accompagnatrici ed emerge da sola sul ponte,
dove è subito inghiottita da una nebbia appiccicosa; l’unico sollievo
in quel mare di grigio è il chiarore delle lampade che pulsano come
lucciole sulla riva.
«Ah, signora, signora» solo il tronco dell’emissario ferrarese
emerge dalle tenebre, «che peccato! Temevo che sarebbe accaduto,
Ferrara vi ha attesa tanto a lungo che adesso esita a mostrarsi a
voi» dice, e il suo viso è tanto distante dai piedi che dà l’impressione
di una torretta che spunta dalla nebbia. «Ma quelli di noi che la
amano, trovano una bellezza particolare in questi veli impalpabili in
cui si avvolge d’inverno».
Lucrezia sorride per la scelta del linguaggio: gli uomini amano
vedere astuzie femminili dappertutto, ma non si può fraintendere
l’emozione che le sue parole nascondono. «Amate davvero la vostra
città, signor Pozzi. Da quanto tempo siete qui a guardare, in
attesa?»
«Da prima dell’alba. Speravo di mostrarvi… Non importa. Ci
stiamo avvicinando. La nebbia si leverà presto, e vedrete voi
stessa».
Buuuuuum. Un boato esplode da nessuna parte e dappertutto
insieme e sbriciola il silenzio ovattato.
«Ecco! Il suono dei cannoni di vostro marito che annunciano il
nostro arrivo. Sentito che potenza? Progettati da lui e creati nella
sua fonderia. I cannoni degli Este. Sarà sulle mura a impartire lui
stesso ordini ai cannonieri, stamattina. Tutto in vostro onore. Questo
benvenuto è per voi».
Se lo immagina, alto e scuro di carnagione, avvolto nella nebbia,
che stringe accenditoi nelle mani protette dai guanti. Ma gli
accenditoi diventano costine di carne nella sua immaginazione,
quando rivede la pelle violacea di quelle dita. Il colpo di cannone è
seguito da una nuova fanfara di trombe e corni.
Ditemi, vorrebbe chiedere, cos’hanno le mani di mio marito?
I cavalli nitriscono irritati nella nebbia, e un gabbiano invisibile
grida sopra di loro. L’imbarcazione scivola avanti, il fiume grigio
incontra aria grigia, ed è quasi impossibile distinguerli. Lucrezia si
sente vinta da un’improvvisa malinconia. Due versi le tornano in
mente:

I’ vegno per menarvi a l’altra riva


Ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.

Che pensieri assurdi per una donna in procinto di sposarsi. Del


tutto inopportuni.
«Posso farvi una domanda, signor Pozzi?» chiede con decisione.
«Certo, signora. Tutto quello che volete».
«Pensavo alla prima moglie di mio marito, Anna Sforza».
«Anna Sforza?» Il suo volto è oscurato da volute di nebbia.
«Sì. Com’era? Andavano d’accordo?» È funambolismo
diplomatico, il loro. «È morta di parto, vero? Mio marito ha sofferto
molto per la sua morte?»
«Tutta Ferrara l’ha compianta. Era una donna eccezionale.
Eccezionale». Fa una pausa, come a verificare la resistenza della
corda della diplomazia, prima di compiere il passo successivo. «Ma
era di costituzione delicata. Lei e il futuro duca… Si potrebbe dire
che la natura non li avesse destinati a quell’unione».
«Capisco». Ha lo sguardo perduto nella foschia. Il silenzio cresce
attorno a loro.
«C’è qualcosa che non va, signora?»
«No» risponde con entusiasmo forzato. «Niente, ma temo che
l’abito scelto per oggi non sia adatto. Seta color panna e perle in una
giornata del genere: non mi sembra il caso di scomparire in questa…
minestra fredda».
Lui ride, palesemente sollevato dal cambiamento di argomento.
«Vedrete che si dissiperà. Avete la mia parola di ferrarese. Anche se
così non fosse, comunque voi sareste radiosa, non ho dubbi. Voi
l’avete dentro, il sole».
«Ah, signor Pozzi, siete un uomo dalle parole dolci come il miele,
persino per un diplomatico».
«Questo non significa che siano false, signora» ribatte a mezza
voce.
Guarda la giovane donna, magra, gli occhi azzurri, languidi, la
pelle lattea, le labbra a cuore che sembrano sempre un po’
imbronciate: non è una bellezza, ma è senz’altro graziosa, e il
sorriso radioso la rende ancor più leggiadra. Sembra nervosa. Pare
incredibile. È stato difficile per lui scortare quel gruppo di giovani
donne sicure e forti dei propri diritti lungo mezza Italia; tuttavia, ha
avuto anche i suoi lati positivi, non ultimo il piacere di vedere
Lucrezia conquistare molti uomini potenti, alquanto contrariati dalla
scalata al potere da parte dei Borgia. No, non è certo una seconda
Anna Sforza. Dicono che suo fratello avesse quello stesso carisma
naturale, un tempo, prima che l’acido dell’ambizione glielo bruciasse
via, come uno strato di pelle. A Roma adesso sputano per terra
sentendo pronunciare il suo nome, ma solo in compagnia di gente
fidata. La ragazza Borgia, invece, riesce a suscitare reazioni affatto
diverse. L’ha vista esausta, istupidita dalla noia, infuriata dagli insulti
sussurrati alle sue spalle, ma il suo fascino spontaneo, associato a
una pari dose di furbizia, non le è mai venuto a mancare. Sarebbe
un’ottima diplomatica. Parte di lui vorrebbe dirglielo, suggerirle che
quella combinazione le risulterà utile quando entrerà nella fossa dei
leoni, ovvero nei giochi politici della famiglia estense. Ma presto lo
avrebbe scoperto da sola.
La cannonata successiva è vicina e li fa sobbalzare, e nella
fanfara di trombe le note acquistano una chiarezza nuova. Quasi in
virtù di un intervento umano, nello stesso istante il mondo attorno a
loro comincia a cambiare. La nebbia, fino a quel momento compatta,
si anima, si rapprende in sottili volute di fumo e scompare, lasciando
filtrare un sole arancione. Appare allora una torre merlata, seguita da
una, no, due guglie, infine le fortificazioni della città e le lunghe curve
maestose delle mura che abbracciano, protettive, una distesa di tetti
sporgenti e camini di mattoni. Tutt’attorno, le anse del fiume pigro,
ora reso luccicante dal sole. Lucrezia soffoca un grido. Ha quasi
l’impressione che la città fosse sempre stata lì, in attesa che le
cambiasse l’umore, perché, come promesso, ciascuna potesse
mostrarsi all’altra sotto la sua luce migliore.
«Ferrara, signora» annuncia Pozzi con un inchino. «Credo che la
seta color panna illuminata dal vostro sorriso vi starà benissimo».

La coreografia delle celebrazioni è elaborata e precisa. La prima


cerimonia, l’incontro con il duca Ercole, si svolge fuori città.
L’evento è stato organizzato in un convento, dove sua figlia
illegittima è monaca. Un pallido sole d’inverno attrae Lucrezia giù
dalla chiatta. I trombettieri, già sbarcati, sono in fila, con i corni alti e
pronti a suonare. Dietro di lei, le dame di compagnia e una torma di
danzatori e giullari spagnoli si spintonano e ridono, cercando di
disporsi in formazione. Sono tutti nervosi. Lei li zittisce con
un’occhiata. I musicisti danno fiato agli strumenti, e le porte del
convento si aprono per accoglierli.
La processione varca la soglia del luogo sacro, oltrepassa due
chiostri e giunge in un vasto spazio aperto, che un tempo era un
giardino, ma che è stato trasformato in una radura immersa nel
verde. Vi sono decine di archi, attorno ai quali la vegetazione è tanto
fitta di foglie e bacche di agrifoglio che perfino gli uccelli paiono
interessati. L’aria profuma della lavanda sbriciolata che è stata
sparpagliata sul suo cammino, e in fondo al sentiero, su un palco,
siede il duca in persona. In tutti i miti che si rispettino, prima che
l’eroe e l’eroina possano unirsi in matrimonio, debbono affrontare
prove di ogni genere. E prima di infilarsi nel letto del figlio, Lucrezia
deve riuscire a conquistare il padre, ultrasettantenne, di lui. Sorride.
È il genere di sfida che le riesce meglio.
Si ferma sotto il primo arco, e il suo piacere appare evidente a
tutti. Comincia quindi a incedere a testa alta, e le scarpe dorate,
nuovissime – l’ottavo paio – spuntano da sotto una distesa di seta;
gli occhi guardano avanti.
Appare evidente anche a quella distanza che il duca Ercole
d’Este, come suo figlio, non è una bellezza. L’età lo ha rimpicciolito
per certi versi espandendolo per altri, e i menti si sono moltiplicati
verso il basso, non lasciando spazio al collo. Sembra una poltrona
riccamente imbottita, pensa Lucrezia. Per quanto riguarda la
personalità di quell’uomo, l’efficace servizio di spionaggio dei Borgia
l’ha informata a dovere.
Il futuro suocero ha dominato Ferrara per più di trent’anni e,
nonostante il carattere irascibile, è stato molto amato, innanzitutto
dal popolo, per il suo nome e le guerre combattute in gioventù, e in
secondo luogo dalle donne che si è scelto, anche se ai suoi occhi
solo due avevano contato davvero: sua moglie Eleonora di Aragona
e un’amante dalla quale aveva avuto una figlia e un figlio illegittimi,
quest’ultimo fonte di guai più che di soddisfazioni.
Ormai si considera uomo di pace. O, meglio, è restio a spendere
denaro per cose che non gli procurano piacere, e ultimamente la
guerra è diventata un passatempo troppo costoso. Al suo posto ha
preferito la cultura, la costruzione di nuove architetture e Dio. Ama il
teatro, in particolare gli spettacoli ricchi di effetti speciali, e la sua
corte attira musicisti e attori da tutta Europa. Anche il suo rapporto
con Dio è fertile: il folle monaco Savonarola, che aveva ridotto
Firenze in ginocchio, in tutti i sensi, veniva da Ferrara, e il duca era
un seguace della sua fede ardente e intollerante. La sua grande
passione, tuttavia, sono le monache. Non quelle comuni (come quasi
tutte le città, Ferrara non manca di conventi pieni di donne di buona
famiglia, senza altro posto dove andare), ma di quelle animate da
autentica fede; giovani – spesso sono proprio giovani e umili – tanto
consumate dall’amore di Cristo da vivere ormai solo del sacramento
del suo corpo; alcune perdono sangue dalle stigmate miracolose su
mani e piedi, altre sono visitate dall’Onnipotente e hanno visioni ed
estasi. In un Paese devastato da un vortice di invasioni e tumulti, la
loro fede è diventata il simbolo della grazia di Dio in un mondo senza
grazia, e sono tenute in alta considerazione dalle città che le
ospitano.
Solo un anno prima era riuscito a fare uscire – “rubare” sarebbe
stato termine più adatto – la santissima suor Lucia da un convento di
Viterbo. Nel bel mezzo dei negoziati per il matrimonio Borgia d’Este,
aveva chiesto a Lucrezia di intercedere presso il papa per
permettere ad altre suore dell’ordine di raggiungerla. Quando gli
aveva scritto per comunicargli del buon esito del suo intervento,
Ercole le era stato molto riconoscente, proprio come Lucrezia aveva
previsto. E ora il duca sta facendo costruire un convento nuovo per
ospitarle. È una grande spesa, naturalmente, ma ne vale la pena. La
dote della sposa novella arriva al momento opportuno. È proprio
questo pensiero forse a rendere più cordiale il suo sorriso mentre gli
si avvicina?
Lucrezia, abituata a sfoderare il proprio fascino con le poltrone
imbottite – il Vaticano pullula di vecchi che eccedono nel cibo –
solleva l’orlo dell’abito per salire i gradini. In quell’istante alcuni
individui, agili come scimmie, saltano giù dalle colonne coperte di
fronde per spargere attorno a lei manciate di foglie e petali. Lei ride
entusiasta e leva le mani sotto quella pioggia di fiori. La sua
spontaneità dona il sorriso a tutti.
Coperta di petali fa un inchino profondo al cospetto del duca, che
sorride beato.
Ah sì, pensa, i suoi ambasciatori hanno fatto un buon lavoro. Se
dentro vale la metà di quanto appare bella e dolce all’esterno, sarà
perfetta. La aiuta a salire, la abbraccia e poi la allontana da sé per
guardarla meglio. I diamanti che porta al collo varranno – quanto? –
cinquecento ducati. Starà ancora meglio con i rubini e gli zaffiri degli
Este sul petto, anche se quelli saranno sempre e solo in prestito: se
non dovesse compiere il suo dovere, torneranno nei rispettivi forzieri.
Non l’aveva scelta lui, naturalmente. Aveva trascorso mesi a
corrispondere con il re di Francia, sostenendo che avrebbe preferito
morire piuttosto che accogliere nell’illustre albero genealogico degli
Este la figlia illegittima di un papa senza Dio, assetato di potere. Se
Sua Maestà avesse avuto la compiacenza di proporgli
qualcun’altra… Ma anche se la Francia possedeva lo stato di Milano,
il re aveva bisogno del papa e dell’esercito di suo figlio per attaccare
Napoli, e purtroppo non aveva da proporgli nessuna moglie
francese. Ercole non aveva avuto altra scelta che cedere.
Quattrocentomila ducati e una riduzione perpetua del canone da
versare alla Santa Sede – la dote più ricca mai vista in Italia –
avevano addolcito la pillola. Quante monache, quanti musicisti potrà
comprarsi con tutto quel denaro?
La abbraccia di nuovo. Se fosse più in carne sarebbe meglio,
forse, perché suo figlio ama le donne grasse e poco raffinate. Sono
passati cinque anni da quando la sua prima nuora è spirata con un
bambino morto tra le gambe, e sarebbe ora che Alfonso la
smettesse di andare a divertirsi in giro e desse a Ferrara un figlio e
un erede.
Fuori il cannone emette un nuovo boato e gli acrobati tornano ad
arrampicarsi sulle colonne. Ma sì, Lucrezia Borgia andrà benissimo.
«Venite, nuora carissima» dice, abbastanza forte perché tutti
possano sentire. «La vostra famiglia vi aspetta per darvi il
benvenuto».
Lei prende la mano che le viene offerta e, mentre si avviano fianco
a fianco, abbassa un poco le spalle per non apparire troppo alta
rispetto a lui.
6.

«Mi avete visto a riva! Sapevate che ero sano e salvo. Avevo delle
faccende da sbrigare».
Le pareti della stanza del papa sono affrescate con immagini di
santi, di uomini e di donne che, sottoposti a torture inimmaginabili,
senza una parola si sono affidati a Dio. Lì dentro, invece, è tutto
assai più chiassoso.
«Sei andato ad asciugarti i vestiti davanti al caminetto di una
cortigiana? Non levare gli occhi al cielo davanti a me. Ti ricordo che
eri tu a insistere per tornare in tutta fretta a Roma. L’ambasciatore di
Venezia era furioso. Avresti dovuto essere qui a difenderti. Era
proprio necessario esibire la lingua e la mano di quell’uomo davanti
agli occhi di mezza città?»
«Lo scopo era proprio esibirle, padre. Siete troppo buono in fatto
di insulti».
«Al contrario, cerco di ridurre il numero dei nostri nemici in modo
da fare posto per i prossimi» brontola Alessandro, ma il tono è più
allegro. Qualunque sia la ragione dell’alterco, è sempre felice di
vedere suo figlio, bello e trionfante.
Si protende per prendere pane e pesce sulla tavola, leccandosi le
dita goloso prima di spingere il piatto verso Cesare.
«Non dirmi che sei già sazio. Un soldato deve riprendere le forze».
«Con che cosa? Pesciolini?»
«Perché no? Cristo ha nutrito cinquemila anime con una manciata
di pesciolini».
«Dubito che si trattasse di sardine».
«E perché mai?» ribatte il papa, infilandosi in bocca un grosso
filetto di pesce crudo. Il sapore evoca i ricordi e, quando i denti
mordono la polpa marinata in miele e aceto, si ritrova nel palazzo
vescovile di Valenza, un giovane affamato con tutto il futuro davanti
a sé. «Come ti ho detto molte volte, le sardine sono il prodotto più
dolce e umile del mare. Le ho fatte assaggiare perfino a Burckardt.
Pensa un po’, un tedesco che mangia sardine crude!»
È un’immagine sulla quale Cesare non ama attardarsi. Vi sono
momenti in cui l’ossessione di suo padre per certi piaceri gli pare
perfino indecente.
«Parliamo di cose serie, invece» dice Alessandro. «Adesso che
Piombino è stata espugnata, hai in mano tua sette territori. Se nei
prossimi mesi aggiungiamo le città di Camerino e Sinigaglia,
entrambe sotto la giurisdizione papale, avremo basi solide per
fondare un vero e proprio Stato Borgia. Ho già cominciato a
preparare la bolla di scomunica per le famiglie al potere in quelle
città, adducendo il mancato pagamento delle decime
ecclesiastiche».
Cesare alza le spalle. «Camerino e Sinigaglia non valgono
neppure una marcia militare» esclama senza mezzi termini.
«Secondo me, visti i nostri successi, dobbiamo puntare su un
obiettivo più ambizioso. Qualcosa che mostri a tutti che facciamo sul
serio».
«Cos’hai in mente?»
«Pisa o Arezzo».
Alessandro si acciglia. «Il papato non può accampare nessuna
pretesa su quelle città. Appartengono a Firenze. La Repubblica
andrà su tutte le furie».
«E con ciò? Ci siamo abituati, all’ira fiorentina. Se ci muoviamo in
fretta, possiamo entrare perfino in quella città».
«Firenze? Vuoi prenderti anche Firenze, ora?» Il papa non pensa
più alle sardine. «Sei diventato Giulio Cesare e Alessandro riuniti in
un’unica persona?» e ride esageratamente alla propria battuta. «No,
finché siamo alleati dei francesi non si può: la città è sotto la loro
protezione».
«Pensate che re Luigi diventerà ricco grazie al denaro che riceve
da Firenze? Vi dico che i tempi sono maturi, padre. La gente deve
vedere di cosa siamo capaci, e una mossa del genere lascerebbe
tutti di sasso. La città è in difficoltà. Quel folle di Savonarola le ha
tolto la linfa vitale, e ora non le rimane che il fragile sogno di affidarsi
a una repubblica che non vi ha mai attecchito davvero. È piena di
debiti, non ha un esercito suo a difenderla né mercenari da chiamare
in soccorso».
«Certo. I migliori sono tutti con noi».
«Appunto». Cesare sbuffa esasperato. «E molti di loro sarebbero
ben contenti di vendicarsi per gli insulti subiti in passato. Vitellozzo
Vitelli non vede l’ora di puntare un cannone contro le sue mura.
L’anno scorso ci siamo andati vicino».
«E ricorderai anche perché vi avete rinunciato: mentre eri lassù, in
groppa al tuo bel cavallo bianco, io ero qui a difenderti dai francesi.
Sant’Iddio, Cesare, pensi che io stia qui con le mani in mano, mentre
tu te ne vai in giro a guerreggiare?» Alessandro alza il tono per non
dimostrarsi da meno. «Mio Dio, dovevi sentire come mi parlava
l’ambasciatore. Quanta superbia! Per non parlare delle minacce, se
avessi fatto un altro passo nelle terre protette da re Luigi… “Oh sì…
No, no… Capisco ciò che prova Sua Maestà. Non avevo idea che il
duca avesse queste intenzioni, altrimenti lo avrei fermato prima”».
Alessandro ama molto impersonare i vari ruoli quando la storia lo
richiede. «“Quando torna mi occuperò personalmente di
rimproverarlo con la dovuta severità”». Un sospiro teatrale: «Sono
stanco di farmi malmenare al posto tuo».
«È così che lavoriamo, padre» ribatte Cesare senza dargli peso.
«È una strategia che ha sempre funzionato, finora».
«Sarà, ma l’effetto sorpresa ormai è svanito» ribatte Alessandro
con fermezza.
«A re Luigi, però, non importa di Firenze. Lui vuole semplicemente
riprendersi Napoli. Lo sappiamo tutti. E, finché lo aiutiamo in
quell’impresa, sarà pronto a cederci in cambio qualche
possedimento a nord».
«Forse sì, forse no. In ogni caso, adesso è troppo presto.
Ascoltami, Cesare, so che non sopporti le prediche, ma lascia che te
lo dica: sei troppo impaziente. È una malattia tipica di voi giovani.
Per ora lasciamo stare Firenze e dedichiamoci a rafforzare il potere
nei territori già in nostro possesso».
A sottolineare la fine della discussione, si lascia sfuggire un rutto,
olezzante di pesce.
«Penso che vi sbagliate, padre. Vi dico che…»
«No, no e no! Insomma, mostrami un po’ di rispetto! Puoi
pavoneggiarti con le armi quanto vuoi sul campo di battaglia, ma tra
queste mura sono il tuo papa e tuo padre. Chiaro? Non voglio più
sentire parlare di Firenze!»
Il discorso è chiuso, e i due restano immersi in un silenzio
immusonito per qualche tempo.
Come sempre, è Alessandro a riprendersi per primo. Quanto è
splendido questo mio figlio, anche senza la maschera, si dice.
Lontano dalla luce del sole le cicatrici non si vedono poi tanto. E poi,
il mondo è pieno di butteri: le croste e le pustole di questo nuovo
male sono quasi un segno di virilità in un uomo. Se solo sorridesse
di più. Quando si ha un simile potere, un briciolo di fascino non
guasta.
«Avanti, non tenermi il broncio» gli dice, ammansito dalla vittoria
riportata. «Quando ci sarà un bambino nel ventre di Lucrezia a
rafforzare i nostri legami con Ferrara, ne riparleremo».
L’accenno alla sorella, tuttavia, non migliora l’umore di Cesare,
che lancia un’occhiata al tavolo dove giacciono i dispacci del giorno,
aperti. «Come vanno le cose?»
«È stata accolta come una figlia e una duchessa» risponde
Alessandro ridacchiando. «Il duca sta facendo di tutto per
sorpassarci nei festeggiamenti. Hai sentito del suo trionfo a Urbino?
Ha conquistato tutta la corte. Ma mi manca, per Dio. È una
pugnalata al cuore ogni giorno». E si porta una mano al petto, vicino
al punto dove comincia ad avvertire i sintomi dell’indigestione. «Non
racconta niente a te?»
Cesare si stringe nelle spalle, risentito: «Banalità, convenevoli…
Niente di importante. Niente che riguardi lei. Come se ci
conoscessimo appena».
«Ah, Cesare». Ma certo, c’è anche questo a indisporlo, oltre alla
discussione su Firenze. Alessandro alza le mani, come a mostrare
che quei problemi di famiglia non sono causati da lui. Ha cercato di
ristabilire la pace, ma in fondo una donna ha pure il diritto di
offendersi se il fratello le fa strangolare il marito.
«Ve l’ho detto, stava tramando contro di me!» protesta Cesare,
come leggendo il pensiero del padre. È una menzogna che ha
ripetuto tante di quelle volte da crederci quasi lui stesso. Anche
Alessandro è stato tentato di farlo, all’inizio, perché quando il dolore
di sua figlia era insostenibile, l’alternativa era troppo penosa. «La
sua vita non varrebbe nulla, se fosse ancora legata a quel fesso.
Adesso, invece, è duchessa di uno degli Stati più importanti d’Italia.
Dovrebbe leccarmi la mano in segno di gratitudine».
L’immagine di sua figlia paragonata a uno dei segugi da caccia di
Cesare non sfugge ad Alessandro, che ripensa all’ingente dote da lui
messa insieme, ricorrendo ai fondi di famiglia e papali, per rendere
possibile quell’unione. Ma litigare ancora non serve a nulla; è troppo
doloroso assistere a quei dissapori in seno alla famiglia.
«So quanto vi amate» dichiara con fermezza. «Le passerà.
Lasciale tempo, e le cose si sistemeranno. Nel frattempo, facciamo
la pace. Queste ultime settimane abbiamo goduto di grandi trionfi. Vi
sono altri gioielli da cogliere. Quello che perdi qui, lo guadagnerai col
denaro che mi estorcerai per la tua prossima campagna militare,
perché non riesco a rifiutarti niente. Avanti, vieni ad abbracciare
questo tuo povero padre sofferente, per mostrarmi che non ce l’hai
più con me».
Cesare si avvicina. Sa che suo padre ha torto; che è diventato
vecchio ormai e, per il troppo dedicarsi alla politica della Chiesa, ha
dimenticato l’importanza di cogliere l’attimo. Elba e Piombino
espongono oggi la bandiera dei Borgia solo perché lui ha ordinato
una marcia forzata, quando tutti pensavano che il suo esercito
stesse tornando a Roma. Quello che nella sala del consiglio
appariva come un rischio, sul campo di battaglia non lo era affatto.
E, finché re Luigi ha bisogno dell’aiuto dei Borgia per espugnare
Napoli, sarà disposto a fare concessioni altrove.
Mentre aiuta suo padre ad alzarsi, pensa alla scacchiera dell’Italia
centrale e riflette su una strategia alternativa per rimediare
all’impedimento opposto da quella che aveva sempre considerato la
sua regina.
Abbraccia l’omone e avverte un olezzo di carni sudate e di alito
che puzza di pesce. Negli ultimi mesi quegli odori da vecchio sono
diventati più forti, come se qualcosa dentro di lui avesse cominciato
a marcire.
Staranno anche costruendo un impero, ma una domanda
ossessiona Cesare: quanto tempo hanno dalla loro? Qualunque
cosa decidano di fare, dovrà spaventare tutti coloro che hanno in
mente di opporsi ai Borgia. Pensa al passaggio trionfale di sua
sorella attraverso le città dorate degli Appennini e, giunto alla porta,
un’idea sta già cominciando a prendere forma nella sua mente. Per
Dio, li avrebbe lasciati tutti di sasso!
Si volta, ma il papa è impegnato a raccogliere il sugo del pesce
con un pezzo di pane. Che aspetti anche lui, allora. La sorpresa sarà
ancora più grande.
7.

È ormai calata la notte da tempo, quando i testimoni prendono posto


nella camera da letto del palazzo ducale di Ferrara per la prima notte
di nozze.
Devono esserci i testimoni… Come potrebbe essere altrimenti? Il
matrimonio di Lucrezia e Alfonso è un’alleanza tra Stati più
vincolante di qualunque trattato diplomatico e, una volta verificata la
dote e scambiate le reciproche promesse, è giusto che la
consumazione del matrimonio – l’aspetto fisico della burocrazia, per
così dire – venga ufficialmente registrata. Qualcosa potrebbe andare
storto: uomini le cui parti intime si ritraggono invece di gonfiarsi al
momento cruciale; spose dagli orifizi tanto stretti che l’unico marito in
grado di entrarvi è Gesù Cristo (ed è un bene, visto che, una volta
divulgato il segreto, trascorreranno proprio in convento il resto della
vita).
Vi sono altre considerazioni poi legate a quella particolare unione:
il padre dello sposo è un uomo anziano, perciò, affinché la
successione degli Este proceda senza intoppi, l’erede deve avere a
sua volta un erede per assicurarsi una discendenza. Le generazioni
precedenti si sono moltiplicate come conigli, e il palazzo è pieno di
fratellastri e cugini, illegittimi da parte di padre o di madre; uomini
vigorosi, ambiziosi che, pur giurando fedeltà ora, potrebbero essere
tentati di assumere il potere se si presentasse l’occasione giusta. Il
duca può anche avere ricevuto una somma favolosa insieme alla
sua sposa Borgia, ma, a meno che quest’ultima non riesca a
procurare alla famiglia ciò di cui ha bisogno, sarà lui a perderci. Che
sia fertile, non ci sono dubbi, ma il nuovo marito ha bisogno di nuove
prove.
Da parte dei Borgia, poi, il papa non ha speso una fortuna per
ritrovarsi un figlio acquisito che non fa il suo dovere a letto – si è già
ritrovato a dover fare i conti con una simile assurdità – quindi è
necessario che Alfonso si dimostri a sua volta all’altezza. Inoltre vi è
l’orgoglio di famiglia: la figlia del papa merita un uomo che apprezzi
la sua bellezza. Che festeggiamenti c’erano stati quando era arrivato
a Roma il rapporto sulla prima notte di nozze di Cesare in Francia! Il
duca aveva “spezzato la sua lancia” otto volte! Otto! Chi poteva più
dubitare della virilità dei Borgia, dopo? In privato Ercole d’Este
poteva anche dileggiare tali vanterie, ma in pubblico quella sera
sarebbe rimasto imbarazzato se il figlio non fosse giunto in porto
almeno due volte. No, bisognava rompere un certo numero di lance
quella notte, se si voleva che fosse considerata un successo.
Visto il numero di persone interessate riunite attorno al talamo
nuziale, è quasi un miracolo della natura che quell’unione abbia
effettivamente potuto consumarsi.

«Siamo entrambi abbastanza grandi per quello che ci aspetta».


Lucrezia ha pensato molto alle parole sussurrate dal marito
durante il loro primo incontro, anche perché è stata la loro
conversazione più intima. Negli ultimi giorni si sono scambiati le
promesse di matrimonio e gli anelli, si sono seduti allo stesso tavolo
durante il banchetto, hanno ballato insieme – non è un cattivo
ballerino come aveva sostenuto – hanno assistito a concerti,
spettacoli e discorsi tanto lunghi e prolissi che in un’occasione lei gli
ha dato perfino un leggero colpetto di gomito per farlo smettere di
russare. In compenso nessuna conversazione prolungata di
carattere personale né uno sguardo complice o un sorriso d’intesa a
identificarli come cospiratori, insieme, in quel rituale elaborato.
Lucrezia trova conforto – se è il termine giusto – nel fatto di non
essere la sola persona cui suo marito riserva simile trattamento.
Alfonso d’Este sembra estremamente a disagio nella vita di corte.
Certe volte si mostra indifferente, quasi scontroso, come fosse un
adolescente in mezzo a tanti adulti. Anche se i suoi abiti devono
essere costati senza dubbio un mucchio di soldi e sono stati
confezionati dai sarti più abili, si dimena in continuazione, come se le
pulci non gli dessero tregua. Le ricorda suo figlio Rodrigo, che
scoppia di energia al punto da non sopportare i vestiti di corte se non
per brevi periodi, passati i quali cerca di strapparseli di dosso.
Quanto li faceva ridere…
«Oh, lascialo in pace, è solo un bambino» diceva il papa, e si
inginocchiava ansimando per fargli il solletico. Il piccolo Rodrigo
allora gridava e rideva come un matto. Sembrava quasi che morisse
di piacere.
Padre e figlio, invece, non ridono insieme. Da quanto riesce a
cogliere Lucrezia, non traspare affetto fra loro. I due uomini si
comportano come estranei: si scambiano un saluto appena cortese,
si abbracciano con freddezza, in modo fugace. Se il figlio è
indifferente, il padre sembra furioso. Lei lo ha osservato in viso di
nascosto, e ha visto che Ercole riesce a malapena a trattenere la
disapprovazione; la mancanza di interesse da parte di Alfonso è da
lui vissuta come un insulto personale. Venendo da una famiglia dove
l’amore di suo padre è tanto profondo ed esplicito da risultare
imbarazzante, lei ne resta affascinata e turbata.
Più di una volta sorprende il suocero a fissare le mani del figlio. I
sarti hanno lavorato bene e, quando non porta i guanti, il futuro duca
ha maniche insolitamente lunghe, che arrivano a coprirgli le dita
quando è in piedi. Di certo gli altri non se ne avvedono, o forse non
gliele guardano di proposito. A un certo punto, però, l’attenzione di
tutta la corte si è fissata proprio sulle dita di Alfonso: quando quel
suo marito massiccio e burbero si è unito ai musicisti di corte e ha
preso in mano una lucida viola a sei corde.
Lucrezia è rimasta a guardarlo quasi terrorizzata: pareva un
prezioso vetro veneziano in equilibrio tra due fette di manzo crudo.
Che pensiero orribile! Ha chiuso gli occhi per cancellare
quell’immagine. Li ha riaperti subito per restare colpita dal contrasto
tra quanto le trasmettevano gli occhi e le orecchie: Alfonso d’Este,
infatti, si è rivelato un eccellente suonatore di viola. Ha suonato una
musica allegra, intima, divertente, esuberante e ammaliante. Tutto
ciò che lui non è, in poche parole. Alla fine dell’esibizione lei ha
applaudito con tanta foga che gli altri non hanno potuto non notare il
suo entusiasmo. Quello è stato il solo tocco personale in una
cerimonia di nozze per il resto fredda.
Fredda, sì, pensa di nuovo Lucrezia, è la parola giusta. Il suo
corpo era stato sottoposto a una preparazione minuziosa: depilato,
profumato, strizzato nel corsetto. I capelli, poi, avevano subito cure
ancora più lunghe e radicali: in vista della notte di nozze, le erano
stati tracciati solchi innumerevoli sul cuio capelluto, come fosse un
campo arato; quindi i capelli, suddivisi in cento piccole ciocche,
erano stati inumiditi e arricciati, fissati alla testa e avvolti in una
successione di asciugamani caldi per accelerare l’asciugatura.
Ne era valsa la pena, però. La liberazione di ogni ricciolo dorato
era stata accolta da un gridolino di approvazione da parte delle
damigelle romane e, quando lei è entrata nel salone, un’ondata di
ammirazione ha increspato il pubblico femminile della corte estense.
Il vero trionfo, però, lo ha letto sul viso della cognata: in mancanza di
veri momenti di emozione tra marito e moglie, è stata la lotta spietata
per il primato di eleganza a vivacizzare i racconti dei cronisti nei
dispacci.
Lucrezia Borgia e Isabella d’Este. Due donne che hanno molto in
comune: entrambe intelligenti, colte e ricche, hanno fiducia in se
stesse, essendo state viziate da padri che le adorano. Di diverso
hanno la genealogia, l’età e l’aspetto: la stirpe estense – e la sua
indiscutibile legittimità – conferisce una chiara superiorità a Isabella.
Di sette anni più vecchia di Lucrezia, a sei anni era fidanzata, a
sedici ha sposato un esponente del nobile casato dei signori di
Mantova, con cui ha dimostrato la propria fertilità dando alla luce
prima due figlie e ora finalmente un maschio, e nel frattempo ha
bene impiegato il denaro e l’influenza suoi e del marito per creare
una corte famosa in mezza Europa.
Lucrezia la ammira e aspira a emularla. Il confronto tra le due
donne, tuttavia, avviene su un piano assai più veniale: a nemmeno
ventidue anni, Lucrezia è appena sbocciata, la sua pelle chiara,
perfetta abbellisce ogni gioiello che indossa, e più le sue gonne sono
voluminose, più le porta con grazia; Isabella, invece, non serba
ormai alcun tratto giovanile: avendo avuto tre figli, si è irrobustita, sta
ingrassando, i peli sopra il labbro superiore vanno strappati ogni
settimana, e ha un profilo che nasconderebbe volentieri dietro una
cortina di morbidi ricci (ma per una donna sposata la seduzione dei
capelli non è più considerata appropriata).
Quando Lucrezia si è preparata per il loro primo incontro pubblico,
il giorno delle nozze, vestita di bianco e d’oro da capo a piedi, era
certa di essere la stella più luminosa del firmamento.
Isabella, però, non si è lasciata cogliere impreparata. Cosa
avrebbe potuto eclissare il bianco e l’oro? Un turbante da sultano
coperto di gioielli che la facesse sembrare più alta, ad esempio, e un
abito di velluto blu ricamato. E non si trattava di un ricamo
qualunque, con un motivo di uccelli e fiori, no! Ogni filo d’oro
rappresentava una nota. Note su un abito! Una donna che
componeva musica nell’incedere! Chi aveva mai visto una cosa
simile? Che ricercatezza! Che coraggio! Ed era anche un modo
spiritoso di fare un complimento al duca, noto amante della musica.
La cerimonia di nozze è stata la parte meno interessante dello
spettacolo. Tutti aspettavano, invece, il momento dell’incontro tra le
due donne, abito contro abito. La folla si è separata come le acque
del Mar Rosso per fare loro spazio.
È stata Lucrezia a prendere l’iniziativa. Ingoiando collera, ha
abbracciato affettuosamente la cognata e a gran voce ha tessuto le
lodi per la bellezza e l’originalità dell’abito, non una, non due, ma
molte volte.
«È il tessuto più originale d’Italia!» E poi: «Vi prego, ditemi, è stata
un’idea vostra o della vostra sarta?» E ancora: «Sono sicura che vi
sia una melodia, nascosta tra tutte quelle pieghe. Quando si
apriranno i balli, dovremo stare vicine, così cercherò di seguirla a
passo di danza».
Dopo un primo cenno di ringraziamento affettato, Isabella non ha
potuto fare altro che stare ad ascoltare, perché Lucrezia non le ha
lasciato il tempo di rispondere. In questo modo, alla fine è stata
proprio la marchesa di Mantova a sentirsi più in imbarazzo: la sua
strategia, atta a mettere in ombra la giovane è stata smascherata, e
Lucrezia – mostrandosi graziosa e sincera, nonostante i pettegolezzi
che la precedevano – è rimasta educata e cortese persino di fronte a
quella perfida provocazione.
Lucrezia non ci ha messo molto a vendicarsi. Quella sera, mentre
la sua rivale è rimasta seduta (Isabella aveva i piedi piatti, e tutto
quel velluto le sarebbe stato di peso nella danza), si è mossa sulla
pista da ballo con la leggerezza che le è abituale; i dodici pannelli di
seta bianca, tagliati con grande perizia, che le ricadevano dai gomiti
creavano un effetto di strisce di luce dietro di lei, mentre i gioielli
incastonati nella gonna si accendevano sotto le lampade, mettendo
in ombra il velluto scuro dell’abito musicale di Isabella.
Nell’intimità delle stanze di Lucrezia, tutti sono stati d’accordo
nell’affermare che i vincitori di quella giornata sono stati i Borgia.
Senza dubbio il parere opposto prevaleva negli appartamenti della
marchesa.

«Siamo entrambi abbastanza grandi per quello che ci aspetta».


Per ridurre al minimo l’invasione d’intimità da parte dei testimoni, è
tradizione che la sposa si faccia trovare spogliata prima del loro
arrivo. Lucrezia, quindi, è già pronta.
Sa cosa l’attende, ha già avuto due mariti. Il primo aveva
armeggiato goffamente tutta notte, troppo in ansia per le proprie
prestazioni per interessarsi a lei; il secondo era stato tanto
impaziente di raggiungere il piacere che era stato facile condividerlo
con lui, ma si è ripromessa di non pensare a lui, stasera.
Nella stanza vengono spente le candele. Nel camino restano
accese le braci, ma bastano appena a rischiarare la forma del
grande letto sopraelevato, nascosto dalle tende, con una
cassapanca ai piedi. Neppure lo sguardo più aguzzo riuscirebbe a
scorgere la storia edificante di Susanna e i vecchioni, dipinta sul
fronte. Del resto non è la vista qui a essere chiamata in causa: come
nell’esibizione del duca alla viola, la testimonianza per i posteri si
fonderà quasi esclusivamente sui suoni.
Nella parete di fondo della stanza coperta di pannelli di legno una
porta si apre cigolando e si richiude. Si odono dei passi, seguiti dal
fruscio di un panno pesante e dallo scricchiolio delle tavole di legno
che, sotto il materasso, si adeguano a un peso supplementare. I
testimoni si sporgono e chiudono gli occhi per concentrarsi.
Un’ora più tardi, tenendo conto anche di due brevi intervalli, è tutto
finito; la conclusione è segnata da una nuova apertura delle tende e
da passi pesanti, quando lo sposo se ne va. I testimoni si alzano,
schiarendosi la voce furtivamente, ed escono a loro volta. I pareri
saranno unanimi: una prestazione senza inceppature, soddisfacente,
che ha toccato tutta la gamma di registri vocali: diversi allegro-vivace
che hanno portato a tre innegabili crescendo, e le due parti si sono
perfino cimentate in alcuni tentativi armonici. Nessun pubblico di
diplomatici potrebbe dirsi deluso da un concerto del genere.
E gli interpreti?
Per Alfonso non si tratta di un’impresa impossibile. Sanno tutti che
ha esperienza in questo genere di musica. Per anni ha partecipato
regolarmente a concerti in zone meno salubri della città,
accompagnato da professioniste dal ricchissimo repertorio.
E Lucrezia? Com’è andata per lei?
La stanza della duchessa non rimane vuota a lungo.
«Signora?»
Catrinella cammina a piedi nudi, invisibile come un gatto, nella
notte, e oltrepassa porte e percorre pavimenti senza che nessuno se
ne accorga. Apre le tende che nascondono il letto e avvicina la
lampada.
Il letto è un turbine di lino stropicciato. Lucrezia è appoggiata ai
cuscini, con i ricci in disordine tutt’attorno al viso e la camicia da
notte che le è risalita lungo il corpo. Si preme tra le gambe un
tampone di garza. Catrinella caccia un grido soffocato di terrore, e
pare così spaventata che Lucrezia, che fino a quel momento non
sapeva se provare tristezza o trionfo, scoppia a ridere.
«Va tutto bene. Non ho nulla. È normale che fuoriesca del liquido.
Ringraziamo Dio che sia andato tutto per il meglio. Siamo marito e
moglie, adesso. Vieni, aiutami a lavarmi».
Si alza e si sfila la camicia: avverte caldo e bruciore dove lui è
entrato in lei. Tre volte. Le donne possono subire escoriazioni sia
all’interno che all’esterno, ma non sente dolore. In realtà, suo marito
ha usato la massima cortesia. Tre volte. Riesce ancora a udire il
mormorio confuso di lui, mentre raggiungeva l’orlo del precipizio.
Durante l’ultima, in certi momenti Lucrezia ha creduto di cogliere in
lui perfino una certa sofferenza. Non è stato terribile, tuttavia.
Avrebbe voluto collaborare, ma con il corpo di lui che la schiacciava
non poteva fare nulla, se non aspettare. Quando era ricaduto sui
cuscini, le era parso che ridesse. Forse aveva provato sollievo oltre
che soddisfazione. Tre volte. No, niente male.
Catrinella la lava dolcemente con la spugna, poi la asciuga con un
panno profumato e la aiuta a infilare una camicia da notte pulita.
«Cosa stai guardando?»
«Avete dei segni sul collo, signora. Siete tutta rossa. E anche sulle
guance».
«Ah, effetto dello sfregamento di pelle contro pelle». Ripensa a
quelle mani coperte di croste, che la accarezzavano graffiandola. A
volte è utile avere eccessivo timore di qualcosa, perché quando poi
accade per davvero si rivela essere sopportabile. «Non avrò bisogno
di usare la pietra pomice nel bagno per qualche giorno» dice allegra,
ma Catrinella schiocca la lingua con aria di disapprovazione. A
quattordici anni e mezzo ha già deciso che rimarrà vergine per
sempre, essendosi convinta che tutti gli uomini italiani sono pelosi
come scimmie e assai poco galanti.
«Se hai finito, puoi andare. La notte è ancora lunga, e mio marito
potrebbe tornare».
La giovane abbassa gli occhi, dandosi da fare con la bacinella.
«Cosa c’è? Suvvia, non hai segreti per me».
«È uscito dal palazzo, signora» dice in fretta. «Angela e le altre
dame l’hanno visto dalle finestre. I suoi uomini lo aspettavano a
cavallo nel cortile posteriore, e sono andati via insieme».
Ah, buoni occhi hanno le mie dame! pensa. Ha le spie migliori che
esistano.
«Fallo sentire il benvenuto ogni notte, ma non lamentarti quando ti
lascia. Gli uomini sono fatti così». Ripensa alle parole frettolose di
suo padre quando si era accomiatata da lui a Roma. Gli uomini sono
fatti così, certo.
Trionfo e tristezza: certe volte è difficile distinguere le emozioni.
«Bene. Se è così… puoi portarmi del vino caldo e qualcosa da
mangiare. Sì, della torta o del budino al latte, perché ho fame,
adesso che ci penso. E non fare quella faccia triste. La tua padrona
è la duchessa di Ferrara, ora, dobbiamo esserne felici».

Tre volte. Il giorno successivo, il resoconto delle gesta del duca è


già sulla strada di Roma, e alla corte di Ferrara non c’è nessuno che
non ne sia al corrente. Lucrezia dorme fino a tardi e si fa desiderare,
rimandando volutamente il momento di presentarsi in pubblico.
Nelle sue stanze dall’altra parte del cortile, Isabella prende una
penna e scrive al marito a Mantova:

La notte scorsa Alfonso ha dormito con donna Lucrezia e da quello


che ho sentito ha percorso tre miglia, anche se non ho parlato con
nessuno dei due a questo proposito. Non abbiamo reso loro visita
per i canti del giorno dopo, come sarebbe d’uopo, perché, a dirvi la
verità, in questo matrimonio regna una certa freddezza. Oggi siamo
rimasti nelle nostre stanze fino a tardi, in quanto la signora ha
impiegato un’eternità ad alzarsi e prepararsi…
Io, per parte mia, sono sempre la prima ad alzarmi e a vestirmi, e il
mio aspetto e quello del mio seguito sono stati i più apprezzati,
ritengo.
Seconda parte

Primavera
1502
Questo Signore è molto splendido et magnifico, et nelle armi è tanto animoso
che non è si gran cosa che non li paia piccola; et per gloria et per adquistare
stato mai si riposa, né conoscie faticha o periculo.
Lettera di Machiavelli, emissario dei Dieci a Firenze, giugno 1502

Se la coppia ha fatto l’amore, è abbastanza.


Cardinale di Capua e Modena, dopo una visita alla corte di Ferrara, aprile
1502
8.

«Allora, membri del consiglio, siamo d’accordo? Finché Firenze è


sotto la protezione del re francese, ignoreremo le allusioni a una
possibile aggressione da parte dei Borgia e le loro proposte di
amicizia. Il papa è vecchio. Alla sua morte denaro e potere
spariranno, e il duca Valentino cadrà in disgrazia. Quando
succederà, l’atteggiamento coraggioso di Firenze le conferirà peso
nel mondo futuro».
Al suo posto, nell’angolo della camera del consiglio, il segretario
Niccolò Machiavelli prende atto del mormorio generale di
approvazione. Piero Soderini, il capo eletto della Repubblica, è
uomo onesto e di saldi principi, ed è impossibile non rispettarlo. In
un’altra epoca, caratterizzata appunto da onestà e moralità, sarebbe
stato un ottimo politico, pensa Niccolò.
«Segretario, potete trattenervi un momento?»
Sul muro affrescato della sala del consiglio, san Zanobi, primo
vescovo di Firenze, è ritratto a braccia aperte e dà la sua
benedizione al buon governo, mentre si intravede la famosa cupola
della cattedrale fare capolino, maliziosa, da dietro una colonna.
Niccolò soffre ogni volta nel vederla, perché la sua città tanto amata
è cambiata profondamente negli anni trascorsi da quando il grande
Domenico Ghirlandaio salì con i pennelli sull’impalcatura.
Un tempo rispettata da tutti per la sua opulenza e stabilità, ora
trascorre la propria esistenza a guardarsi nervosa alle spalle, come
una giovane vergine che vada per strada nella notte. Perché il nome
di Firenze sopravviva, seppure senza più la sua purezza, serve un
governo in grado di temperare l’onore repubblicano con un
pragmatismo più spregiudicato. Ma non sono questi i pensieri che
viene pagato per fornire, a meno che qualcuno non glieli chieda
espressamente.
«Avete qualche problema con la decisione del consiglio, Niccolò?»
«Sono solo il segretario, non uno dei membri eletti, gonfaloniere.
Mio compito è consigliare, non trarre conclusioni».
«Solo che con voi non sempre è facile capire la differenza; e,
siccome avete trascorso del tempo alla corte di re Luigi, vorrei
sapere cosa ne pensate».
«Vostro fratello, il vescovo Soderini, conosce la corte francese
bene quanto me».
«Ma adesso non è qui, mentre voi sì. Parlate».
«Penso…» Trae un respiro profondo: «Penso che qualunque cosa
dicano in pubblico gli ambasciatori di re Luigi, in privato al re non
importi nulla dell’indipendenza di Firenze e sia dispostissimo ad
abbandonarla al suo destino se e quando gli farà comodo». Il falco
cala così rapido che il toporagno non si accorge neanche del suo
battito d’ali.
Quel pensiero gli è nato dalle viscere, oltre che dal cervello. La
corte francese a Lione è stata la sua prima missione all’estero, e può
ancora a ricordare il gelo delle sue anticamere, in attesa di
un’udienza che non arrivava mai perché c’era sempre qualcuno da
ricevere più importante di un diplomatico fiorentino. Intanto che lui
aspettava, erano morti suo padre e sua sorella, e lui aveva speso
così tanto denaro di tasca propria che non poteva più permettersi di
mangiare a sufficienza; gli unici abiti eleganti che possedeva erano
diventati frusti, passati di moda, dettagli che al re e al suo ministro
cardinale non erano sfuggiti, quando si erano degnati di riceverlo.
Una vera lezione di diplomazia internazionale, tanto che l’umiliazione
era stata quasi edificante.
«Diamine, come siete magro» avevano commentato i compari di
bevute al suo ritorno. «Raccontateci qualche salace storiella
francese, e vi pagheremo la cena». Avevano perfino insistito perché
prendesse moglie: «Quando un uomo compie trent’anni, ha bisogno
di pasti regolari e di un letto morbido. Non potete vivere per sempre
in mezzo alle prostitute».
No. Niccolò Machiavelli non ha tempo per le promesse dei
francesi.
«Il re ha bisogno che il papa e l’esercito dei Borgia lo aiutino a
sconfiggere gli spagnoli a Napoli e farà tutto il necessario per
preservare la loro alleanza. Secondo lui siamo una potenza di
seconda categoria, senza un esercito a difenderci né denaro per
pagare i mercenari che lo facciano al posto nostro. Credo che, se
fosse per lui, ci abbandonerebbe al nostro destino senza pensarci
due volte».
«Nient’altro?» chiede il gonfaloniere. «Avete per caso un’idea di
quando potrebbe morire il papa? Ci sarebbe utile».
Niccolò sorride. Nell’inferno di Dante gli indovini camminano con la
testa girata all’indietro, a dimostrare che solo Dio può prevedere il
futuro.
«Suo zio, il papa Callisto, visse fino a settantanove anni, anche se
a lui importava solo combattere contro i turchi. È mia opinione,
gonfaloniere…» esita. «È mia opinione che, se la pace regge, gli
basteranno pochi anni. Diciotto mesi fa, il duca Valentino dovette
pagare truppe francesi per farsi aiutare a espugnare le città della
Romagna. Adesso potrebbe conquistarle da solo. Continua a
reclutare uomini e ha al suo servizio tutti i signorotti della zona e ogni
mercenario disponibile, il che gli garantisce la lealtà degli uomini che
più dovrebbero temere le sue ambizioni. Lo Stato dei Borgia divorerà
in un boccone i loro territori. Il duca è fortunato, perché sono troppo
occupati a soppesare le loro borse d’oro e a saldare i conti in
sospeso per accorgersene».
Soderini si lascia sfuggire una risata amara: «Infatti, il più potente
tra loro è Vitellozzo Vitelli, ossessionato dall’idea di vendicarsi di
noi». Sta seduto con le mani intrecciate e si scrocchia le dita con
espressione assente.
Niccolò si perde nei ricordi. Aveva un tutore, un tempo, che faceva
la stessa cosa; un erudito formidabile, che gli aveva aperto la mente
a meraviglie di ogni sorta, prima di interessarsi al suo corpo. Quando
suo padre – attentissimo all’educazione del figlio – lo aveva cacciato,
il sollievo di Niccolò si era venato di tristezza. Aveva cominciato a
imparare fin da allora che non sempre i grandi uomini hanno
comportamenti all’altezza del loro ingegno.
«Segretario, come sempre vi sono grato per la… vostra lucidità.
Ne riparleremo meglio domani. Immagino che vostra moglie sarà
contenta di avervi a casa e di approfittare, ogni tanto, della vostra
compagnia. Ditemi, vi abituate al matrimonio?»
«Sì, mi ci trovo bene, gonfaloniere» risponde, risentendo in bocca
il sapore di grasso rappreso sullo stufato di piccione mangiato la
sera prima nella taverna vicino al ponte, essendo tornato tardi da
una riunione. Meglio una donna dotata di spirito, tuttavia. Aveva
temuto che quella nuova condizione l’avrebbe annoiato, ma la sfida
costituita dalla moglie provvede a mantenere desto il suo interesse.
«Prima che ve ne andiate, Niccolò, ho un’ultima domanda: i
dispacci non vi suggeriscono quando potrebbe iniziare la prossima
campagna del duca?»
Dammi denaro a sufficienza per organizzare una rete di spie che
si rispetti, e ti troverò le informazioni che cerchi, pensa piccato. Fuori
si sente trillare un uccello. Non si porta più la bottiglia di argilla da
casa: presto infatti lì dentro farà troppo caldo, anziché troppo freddo.
«I comandanti del Valentino non vengono pagati da dicembre.
Penso che succederà qualcosa, e presto».

«Quanto tempo dobbiamo stare qui ad aspettare Michelotto con


quella sua brutta faccia deturpata?»
«Oooh, il nuovo signore di Fermo si dà delle arie, adesso. Che
effetto fa essere “il duca”, Oliverotto? Ti fa crescere la barba più in
fretta?»
Il giovane si acciglia. Avrebbe dovuto immaginare che i suoi
compagni mercenari sarebbero stati gli ultimi a congratularsi. «Il
Valentino avrebbe dovuto venire di persona» dice, ignorando il
sarcasmo. «Gli uomini di potere meritano più rispetto».
«Cosa? Merita rispetto un nipote che pugnala l’adorato zio alla
schiena?»
In Italia per settimane non si era parlato d’altro: con la scusa di
tornare nella sua città, a Fermo, per Natale, Oliverotto aveva invitato
lo zio e i suoi consiglieri a un banchetto e li aveva massacrati tutti
per impossessarsi del potere e del titolo.
«Vattene al diavolo, Baglioni» ribatte petulante. «L’ho guardato
dritto negli occhi e si è battuto come un leone».
«Con che cosa? Con una candela?»
Lo scherno è palpabile, ora.
«E va bene. Riserva gli insulti per i nostri nemici».
Sulla sala cala il silenzio. Anche tra i mercenari esiste una
gerarchia, e tutti si mettono in ascolto quando a parlare è Vitellozzo
Vitelli. È cavaliere abilissimo, e senza la sua esperienza avrebbero
contato perdite molto più ingenti, perché la sua specialità è
l’artiglieria: cannoni leggeri che si muovono rapidi come fanti, aprono
brecce nelle mura di cinta e seminano morte fra la popolazione
civile, dentro le città.
Si sposta sulla sedia per cercare di calmare il bruciore che gli
pervade le gambe. Deve restare concentrato. Si guarda attorno:
sono in sei, sei soldati di ventura, sei condottieri, come si fanno
chiamare. Non è più la carriera onorevole di un tempo, ma la vita
oggi è dura, e l’Italia è piena di figli di famiglie potenti per i quali non
c’è posto nella Chiesa o nel governo, e che devono quindi ripiegare
sull’arte della guerra. Sono tutti opportunisti, pensa. Giovani criminali
violenti come Oliverotto, litigiosi come i fratelli Baglioni di Perugia,
parassiti come quelli della famiglia Orsini, con un’eredità insufficiente
a finanziare il proprio stile di vita. Non c’è un solo alleato naturale dei
Borgia tra loro. In passato sputavano tutti veleno al solo sentirli
nominare e li chiamavano stranieri appestati, luridi spagnoli. Ora,
però, e finché le cose non cambieranno, il papa e suo figlio guerriero
sono troppo potenti per essere ignorati; tanto più che, grazie a loro,
ci si può arricchire. «Sapremo tra breve cosa ci aspetta».
«Il nostro nuovo duca ha ragione, però» obietta Gianpaolo
Baglioni, contrariato. «Il duca Valentino tratta male tutti quanti.
Quando il corteo nuziale è passato da Perugia, abbiamo speso una
fortuna per accogliere sua sorella e il suo seguito».
«Com’erano quelle belle dame?» chiede qualcuno.
«Mature come meloni» risponde con uno sguardo da predatore.
«Soprattutto la sposa».
«Non ti è venuta voglia di assaggiarla?»
«Lo sai che non mi piacciono gli avanzi».
Scoppiano in una risata sguaiata. Conoscono tutti le voci che
circolano sui Borgia: padre e figlia, fratello e sorella. E perché no,
poi? Non sarebbe la prima ragazza a scaldare il letto di famiglia. Vi
sono uomini, lì, che con abbastanza vino in pancia confermerebbero
senza un briciolo di vergogna quanto sono gustose le proprie sorelle.
«Attento a ciò che dici, Baglioni» lo mette in guardia Vitelli. «Quel
melone maturo di cui parli, adesso è la duchessa di Ferrara».
«Ah, non privarci del piacere di viaggiare con la fantasia, Vitelli. Il
tuo problema è che non ti diverti, da quando non combatti più».
È la prima volta che qualcuno osa parlarne apertamente:
quell’uomo maturo ma ancora nel pieno delle forze all’improvviso
sembra essere diventato un vecchio malato. In questi ultimi mesi di
pausa delle ostilità Vitelli ha avuto l’impressione di sentire la morte
avvicinarglisi. Il dolore lo sveglia quasi tutte le notti e di giorno lo
tormenta. Non sa quando né dove abbia contratto il mal francese –
nessun soldato ha tempo di tenere un registro delle prostitute che
frequenta – né perché l’abbia colpito in forma più grave di altri. Ciò
che sa, però, è che dopo ogni nuovo attacco delle pustole e delle
ulcere, anche all’interno del corpo i danni peggiorano.
Si è rivolto a una dozzina di medici, si è spalmato addosso
unguenti e impiastri contenenti mercurio, ma dopo l’intorpidimento il
bruciore torna sempre più forte di prima, e più la pelle è infiammata,
più il suo umore peggiora. I denti gli ballano nelle gengive, le
articolazioni – o le ossa, addirittura? – gli fanno male di continuo,
tant’è che sta meglio in sella. La guerra sarà un sollievo, e la
prossima campagna potrebbe anche procurargli un piacere più
dolce.
«Ti ringrazio per la tua sollecitudine, Baglioni, ma non cerco solo
divertimento».
Vendetta. Per Vitellozzo Vitelli, come per tutti gli altri, è una
questione di famiglia. È stato iniziato all’arte della guerra dal fratello
maggiore Paolo, ma qualche anno prima, quando Firenze aveva
ancora il denaro per farlo, Paolo si è messo in proprio e ha venduto
alla città i propri servizi. Quando poi, però, la spedizione incaricata di
sedare una rivolta a Pisa era fallita, il governo lo aveva accusato di
tradimento, un insulto vergognoso per il nome della famiglia. Nel
giorno dell’esecuzione pubblica del fratello, Vitelli aveva giurato di
vendicarsi nei confronti della città e da sempre sapeva che
appoggiare i Borgia era il modo migliore di ottenere vendetta. Ormai
è soltanto questo ad aiutarlo a restare leale e, soprattutto, a tirare
avanti.
«Prega, amico» riprende bruscamente, «perché, finché il duca
aspira a conquistare i territori di Firenze, non si interesserà a
Perugia».
«Non oserebbe certo farlo!»
«Lo credi davvero?»
Tacciono entrambi. Fare gli sbruffoni a parole è parte del loro
lavoro – i mercenari modesti non trovano impiego – ma la realtà è
che la macchina da guerra dei Borgia appare impressionante anche
vista dall’interno: sono rimasti sbalorditi dalla velocità formidabile e
dall’arte strategica di quell’uomo privo di alcun codice d’onore, il cui
unico obiettivo è la vittoria e che sembra sempre due passi avanti
rispetto a chiunque cerchi di sbarrargli la strada. Finché quella
macchina è usata contro altri, è vantaggiosa, ma chi può esserne
certo? Perugia, Città di Castello, Anghiari, Fermo, perfino Bologna:
nessuno dei presenti ha bisogno di consultare una carta geografica
per sapere che tutte le loro città potrebbero benissimo stare tra le
nuove conquiste dello Stato Borgia in espansione.
«Per ora siamo tutti al sicuro» dichiara Vitelli senza scomporsi.
«Abbiamo fatto bene a schierarci con lui. Se e quando la situazione
dovesse cambiare, ne riparleremo. Per ora sono ancora dalla sua
parte, almeno per questa stagione. Qualcuno non è d’accordo?»
Nel silenzio generale, si ode un baccano di uomini e cavalli salire
dal cortile sottostante. A quanto pare, gli ordini che aspettavano
sono arrivati.

Michelotto è giunto da Roma fermandosi solo per cambiare i


cavalli, in compagnia di un solo servitore. Dopo due giorni trascorsi
col vento a sferzargli la faccia, le cicatrici sono livide e l’occhio
sinistro, socchiuso, gli lacrima.
Entra, stringe la mano a tutti i presenti e si siede senza una
parola. Non ha dispacci sigillati né note scritte. Si limita a parlare
brevemente e, una volta finito, spinge verso gli uomini cinque borse
gonfie di denaro. «Domande, signori?»
Oliverotto da Fermo lancia un’occhiata agli altri soldati. Adesso è
duca, devono pure dargli ascolto. «Non capisco. Ci state dicendo
che Vitelli deve fomentare una rivolta ad Arezzo, il che significa che
il duca Valentino ha deciso di puntare su Firenze. A noi, invece,
viene ordinato di dirigerci dalla parte opposta. È un diversivo, vero?
E quando torniamo indietro?»
Per un attimo sembra che Michelotto non intenda neppure
degnarsi di rispondere. Si è già alzato e si sta allacciando il mantello.
«Fossi in voi, non mi preoccuperei di questioni del genere per ora,
signore di Fermo» dice, insistendo sul titolo con esagerata cortesia.
«Tenete semplicemente pronto il braccio che impugna la spada. La
vostra prossima grande battaglia potrebbe essere contro uomini
armati».
Oliverotto si acciglia, ma incassa l’insulto in silenzio.
Vitelli, seduto a capotavola, sente il dolore nella gamba attenuarsi
un poco. La tende e si massaggia la coscia.
Arezzo. E poi Firenze! Incredibile l’effetto che fanno le buone
notizie a un uomo malato.
9.

La primavera arriva presto a Ferrara, quell’anno. La nebbia si


dissipa, dietro le mura di conventi e palazzi i frutteti sono in fiore e,
quando si leva il vento, sulle strade cade una pioggia di petali. Nel
quartiere medievale della città, dove i commercianti e gli operai
vivono accatastati come balle di fieno, i più coraggiosi si tolgono gli
strati di indumenti pesanti e cacciano fuori da sotto i tavoli e dai
focolari gli animali domestici per liberarsi dal puzzo dell’inverno.
Maiali, capre, oche ruzzolano fuori dalle case e si lanciano subito
alla ricerca di rifiuti freschi, contendendosi lo spazio con cavalli e
carretti carichi nelle stradine strette che si aprono a ventaglio dai
pontili lungo le sponde del fiume. Il commercio non sarà fiorente
come a Venezia, ma è sufficiente ad alimentare un’economia
prospera, e con l’espansione della città voluta dal duca Ercole c’è
bisogno di tutto, dai mattoni alle pentole per lo stufato. I palchi e gli
archi eretti per celebrare il matrimonio sono stati portati via dai ladri
o smantellati già da tempo, ma, quando esce il sole, Ferrara riesce
comunque a fare colpo sulla sua nuova duchessa.
E la seduzione è reciproca. Lucrezia, una volta insediata, è
ansiosa di sfuggire ai confini del castello. Il duca Ercole e la sua
corte si trovano nel palazzo, ma lei e il marito godono dell’intimità di
appartamenti privati nel castello adiacente, le cui torri e merlature
ricordano in modo eloquente come la famiglia estense sia giunta al
potere schiacciando tutto – cose o persone – quanto si frapponeva.
Si avvale ancora della protezione di un fossato, che da una parte
segue il perimetro delle mura e dall’altra costeggia uno splendido
giardino con frutteti, fontane e padiglioni, raggiungibile con una flotta
di piccole barche. Il vecchio duca organizza spettacoli acquatici in
questo mare dentro la città, con mostri che sorgono dalle profondità
dei flutti e pirati che balzano da una galea all’altra con tizzoni tra i
denti. Simili piaceri violenti sono riservati ai periodi di pace.
Gli appartamenti di Lucrezia e Alfonso si trovano in due torri
distinte, e l’arredamento e la decorazione degli ambienti a lei
destinati sono stati curati dallo stesso Ercole. Ci sono un giardinetto
con aranci in vaso che si affaccia sul fossato e una lussuosa camera
da bagno con una vasca di metallo e sedili di marmo per le amiche
ospiti. Dominano in tutti gli ambienti le tinte vivaci: giallo croco, blu
vivo e le tonalità più intense di rosso ocra. Lei avrebbe preferito
colori più riposanti per gli occhi, ma non vuole offendere il suocero
con cambiamenti troppo rapidi.
Quando comincia a fare caldo, Lucrezia lo adduce a pretesto per
uscire più spesso. A Roma doveva restare sempre chiusa in
Vaticano, perché la città era troppo estesa, troppo sporca, troppo
pericolosa per girarvi senza una guardia armata. Aveva solo
diciassette anni, quando suo fratello Juan era stato tirato giù da
cavallo e ammazzato come un animale da macello, prima che il suo
cadavere venisse gettato nel Tevere. No, le strade di Roma non
erano adatte alla figlia del papa.
Lì, invece, tutto è alla sua portata. Per le sue prime uscite, lei e le
dame di compagnia prendono la carrozza. Imboccano ogni giorno
una strada nuova, e scoprono che Ferrara non è una sola città, ma
molte: a sud, un labirinto di vicoletti e di depositi di legname anneriti
da secoli di scambi, a nord la celebre città nuova del duca. Anche se
non è perfetta come il dipinto che avevano ammirato a Urbino, gli
edifici sono proporzionati, con facciate dai colori vivaci che riflettono
il sole, intervallati da strade larghe che permettono di dissipare il
puzzo degli escrementi di cavallo e di vedere il cielo. Se questo è il
futuro, com’è generoso e pulito.
È il centro vecchio, però, quello che le piace di più. Durante il
viaggio da Roma, Trampoli le ha ripetuto spesso che Ferrara è la
città della musica, e aveva ragione. La piazza principale prospiciente
la cattedrale è tanto vicina che, dalla sua terrazza, riesce a sentire le
voci dei trovatori ciechi che cantano le vicende dell’amore cortese,
rese più piccanti da certe battute salaci. I più bravi tra loro –
sembrano quasi appartenere a una confraternita – si accompagnano
con la viola da gamba, mentre un bambino suona il flauto e il
tamburo per sottolineare i momenti più drammatici. Costui presta
anche gli occhi all’attore principale, giacché, tra le voci e la musica, è
difficile per un cieco distinguere fra il tintinnio delle monete gettate
nel cappello e di quelle, invece, prelevate.
Poi ci sono i mercati. Pochi mercanti riuscivano a penetrare
nell’enclave vaticana, ma qui, a Ferrara, Dio e commercio vanno di
pari passo. Un portico di negozi corre lungo un lato della cattedrale:
botteghe di tessuti, metalli, rilegatori, argentieri, farmacisti, la cui
presenza è antica quanto la chiesa stessa. Al mattino vi si
aggiungono decine di carretti e bancarelle. La prima volta che
Lucrezia e le sue dame si avventurano fuori, sono in compagnia del
maggiordomo e di alcune guardie, hanno il capo coperto e portano
con sé un cesto. Giovani donne ricche che giocano a fare le
massaie. Trampoli è perplesso, ma lei riesce a convincerlo: cosa
potrà mai succedere? Sono rimaste chiuse per tanto tempo…
Una parte della piazza è riservata ai pescivendoli, file di barili di
legno colmi d’acqua ribollente, nella quale brillano corpi argentei:
lucci, lamprede, tinche, carpe, e anguille naturalmente, che si
contorcono come serpenti. I venditori immergono le mani coriacee in
quella frenesia, estraggono due o tre anguille per volta e tranciano
loro la testa con un colpo netto, spruzzando acqua insanguinata
dappertutto. Le dame gridano inorridite ed entusiaste, e presto si
raduna una gran massa di gente. Ma è divertente solo fino a quando
le guardie non si fanno prendere dal panico a causa dei movimenti
della folla.
Il giorno dopo a Lucrezia tocca risarcire chi si ritrova con la merce
rovinata o il naso rotto. La storia è sulla bocca di tutti in poche ore, e
i doni arrivano numerosi: una duchessa innamorata della sua città è
ricompensata da una città che la ricambia, e non è solo questione di
sentimenti. Questa bella signora sarà anche circondata da un’aura di
scandalo, ma la sua natura di figlia, seppure illegittima, del papa
garantisce comunque a Ferrara i favori del sommo pontefice. Nel
caos e nella violenza che regnano in Italia, questo significa che i suoi
cittadini possono camminare a testa alta.
Lucrezia presenzia alle serate che si tengono nell’antico palazzo
Schifanoia, il più bello, il cui nome stesso è un invito a sfuggire il
tedio. Nel salone grande, le stagioni dell’anno sono rappresentate in
una successione di splendidi affreschi, dove il defunto duca Borso
d’Este, presenza benevola nonostante il naso grosso e i numerosi
doppi menti, è circondato da donne ammiranti. Adesso avrà bisogno
anche lei di siffatti pittori, ma gli uomini che hanno creato quel
meraviglioso mondo sono ormai morti e, dopo essersi informata, le è
chiaro che non ci sono stelle nascenti in città. Deve cercare altrove.
Nel frattempo, viene invitata a visitare l’università. Ferrara vanta una
delle facoltà di Medicina più antiche d’Europa e qualche settimana
prima, quando il freddo era ancora pungente, in una delle chiese
cittadine si era svolta la dissezione di un criminale appena
giustiziato. Il medico di Lucrezia le aveva chiesto il permesso di
assistere e, se tiene per sé i segreti del cadavere, le racconta le
meraviglie dell’orto botanico della facoltà, dove crescono centinaia di
piante medicinali, comprese alcune giunte dal Nuovo Mondo. Ora
sarebbero onorati di mostrarglielo.
«Ecco, signora, sbriciolate questi fiori, fanno bene alla
digestione…»
«Avvicinatelo al naso: è un ottimo rimedio per il mal di testa».
«Sentite come sono dolci questi semi: il loro olio è eccellente per i
nervi».
Prima che se ne vada le offrono una borsa di cuoio; ogni
scomparto contiene un rimedio diverso, uno dei quali, le sussurra un
medico arrossendo: «Aiuta il concepimento e allevia i dolori del
parto».
Il concepimento. L’idea di un erede maschio è nella mente di tutti.
Certamente lei e Alfonso si stanno impegnando. I loro incontri
ricalcano quello della notte di nozze. Nelle serate prescelte – non
tutte, ma almeno tre, quattro volte alla settimana – Alfonso manda
un servitore qualche ora prima per comunicarle le sue intenzioni, e
Lucrezia, dopo avere assunto le erbe aromatiche con il vino caldo, si
fa trovare a letto, le tende tirate e le candele spente.
Quando lui arriva, a volte abbozza un saluto, altre si sveste subito
e si mette all’opera. Di solito comincia premendole il viso sul collo,
muovendo le mani screpolate sul seno e lungo il corpo e, appena è
pronto, le sale sopra. Certe volte fa in fretta, altre impiega più tempo,
e in quei momenti geme e grida, ma lei non capisce se in preda al
desiderio o all’impazienza. In un paio di occasioni le si mozza il fiato,
perché un desiderio pulsante comincia a crescere in lei, e allora gli si
aggrappa, come a chiedergli di portarla con sé nella sua salita verso
il piacere. Tutti sanno che i bambini si concepiscono più facilmente
quando le due voci cantano all’unisono, ma non tutti gli uomini sanno
ascoltare durante l’atto e, se marito e moglie non si parlano, come si
fa a comunicare? In qualche raro caso, però, quando il dovere è
accompagnato da un minimo di piacere, le duole quasi che la
musica non duri più a lungo.
Dopo, giacciono uno di fianco all’altra, mentre lui riprende fiato, e
di tanto in tanto provano perfino a imbastire una specie di
conversazione.
«Come trovate i vostri appartamenti?» le chiede dopo la quinta o
sesta visita, come se fossero due sconosciuti che si scambiano
convenevoli in una sala affollata. «Sapete, gli alberi di arancio per la
terrazza sono cresciuti negli orti botanici, in un ambiente riscaldato».
Anche lei fa del suo meglio: «Siete stato assente da corte per più
di una settimana, signore. Le vostre esibizioni alla viola mi sono
mancate».
«Sono occupato con gli ingegneri di Bologna».
Una volta gli chiede se non vuole trattenersi di più, mangiare
qualcosa insieme, magari.
«Mi dispiace, devo lavorare».
«È molto tardi».
«Quando fondiamo, la fornace è in funzione a qualsiasi ora».
È vero. Il suo laboratorio, situato nella parte più remota dei giardini
sull’altra sponda del fossato, resta spesso illuminato fino a tarda ora.
Ma quando la lascia quella sera, fa una specie di schiocco con la
lingua e dice: «Buonanotte, Lucrezia. Spero che dormiate bene».
Se non c’è passione, non c’è neanche crudeltà. Anzi, può
mostrarsi perfino sollecito. Un paio di volte, al mattino, vanno a
caccia insieme nel bosco che circonda Belriguardo, la tenuta di
campagna, accompagnati dai bellissimi leopardi del duca, animali
flessuosi, maestosi, giunti dalle Indie, che scivolano nel sottobosco
senza curarsi di non mimetizzarsi e si muovono più veloci dei levrieri
più veloci quando sentono la presenza della preda. Alfonso è un
bravo cacciatore, coraggioso e forte, e lei un’abile cavallerizza. La
prima volta si sono addentrati in un lago grigio di foschia che
arrivava ai fianchi dei cavalli, e lui le ha chiesto se indossava abiti
abbastanza caldi, perché la nebbia ferrarese penetra nelle ossa.
Glielo aveva detto come se tenesse davvero a lei. Lucrezia aveva
cavalcato come una nobile Diana quel mattino, sorpassandolo due
volte, e, quando lui l’aveva raggiunta, gli aveva letto in faccia che era
rimasto colpito, sebbene non ne avesse fatto cenno.
A volte si chiede se sia timidezza, quella di Alfonso, oppure il frutto
dell’evidente antagonismo col duca. Come sorella e figlia adorata, è
un’esperta nel cercare di ristabilire la pace tra padre e figli ribelli, ma
l’unica volta in cui interviene, suggerendogli di partecipare a una
certa cerimonia per compiacere Ercole, l’espressione corrucciata del
marito lo rende identico al padre.
Lei sa che non è solo il duca né la passione per la tanto amata
fonderia a tenerlo lontano da corte. Sono anche le donne. Potrebbe
avere quella che vuole, tra le dame di corte – tutti sanno che
l’amante di suo padre era la dama di compagnia di sua moglie – ma
anche in questo fa di tutto per prendere le distanze dal duca e
frequenta invece le prostitute nella parte vecchia della città. Dicono
che gli piacciano le donne grosse e chiassose, come i cannoni, ma
con orifizi più stretti, e che va e viene come più gli aggrada senza
convenevoli né impegni e che quella mancanza di buone maniere gli
si addica.
Tuttavia, anche se l’idea è insostenibile, la realtà non è così dura.
«Quelle puttane non sono nessuno». Angela, che si trova
perfettamente a suo agio nelle acque torbide dei pettegolezzi di
corte, è diventata la portavoce delle sue dame di compagnia.
«Prostitute volgari senza potere né prestigio, mentre tutta la corte sa
che viene regolarmente nel vostro letto».
Angela si sforza di presentare la situazione sotto la migliore luce
possibile, ma Lucrezia sa che ha ragione: nessuna donna, duchessa
o sarta che sia, può aspettarsi che il marito le sia fedele.
Preferirebbe forse subire la vergogna di dividere la tavola dei
banchetti o la sala da concerti con una rivale di corte che si
divertirebbe a umiliarla? Qualunque siano i suoi gusti, Alfonso le
dimostra più considerazione, se non rispetto, di quanto non
avrebbero fatto altri uomini.

Quanto apprezza le sue damigelle! Insieme al confessore, sono le


sue più grandi confidenti. Ma ne ha anche la responsabilità. Durante
il viaggio da Roma, quelle ragazze allegre e chiacchierone, tutte
nubili, hanno sperimentato per la prima volta l’emozione delle
attenzioni maschili, e ora stanno fiorendo sotto gli sguardi di nuovi
ammiratori.
Quando siedono insieme, tutti i pomeriggi, cucendo e parlando di
moda – un tema essenziale per la vita di corte quanto la musica e la
poesia – il gioco delle coppie è il maggiore divertimento. Angela, in
particolare, che scopre la vita e l’amore per la prima volta, ne è
inebriata. Un pomeriggio di qualche settimana prima, Lucrezia l’ha
sorpresa in compagnia del figlio illegittimo del duca, don Giulio, ad
amoreggiare in un angolino nascosto. Le è venuto un brivido, perché
le è tornato in mente un giorno di molti anni prima in cui ha trovato
suo fratello Cesare con le mani sotto le gonne di sua cognata
Sancia. Allora Lucrezia era innocente, ma adesso le sue dame sono
affidate a lei e deve proteggerne la virtù. Don Giulio non è l’unico a
ronzare attorno al miele.
Il vecchio duca, quando viene a sapere dell’episodio, è molto
contrariato e gli ordina di diradare le visite. E Angela se ne lamenta.
«Non preoccuparti» ride Lucrezia. «Se le sue intenzioni sono
oneste…» Ma tutti sanno che non lo sono. È proprio quello a
rendere eccitanti quegli incontri. In una corte che si rispetti non
possono mancare tresche del genere per ravvivare le giornate,
insieme alle chiacchiere e all’esuberanza femminili.
Gli incontri tra lei e le damigelle non sono sempre così allegri,
tuttavia.
Non tutte le sue dame, infatti, hanno potuto rimanere con lei:
alcune sono state rispedite a Roma.
Anche se non è infelice, la vita di Lucrezia non è priva di conflitti.
E il problema è il suocero.
10.

Il dottore apre la porta del grosso barile, e Cesare esce barcollando


in uno sbuffo di vapore puzzolente, il corpo lucido di sudore. Si
lascia cadere su una sedia, aspirando avidamente aria fresca.
Torella, con il colletto da prete che spunta dall’abito nero, prende un
canovaccio e asciuga il torso del paziente, studiandogli attentamente
le braccia muscolose e il torace forte: accanto alle vecchie cicatrici
delle ferite da pugnale vi sono decine di segni rossi, come bruciature
non ancora del tutto guarite.
«Ebbene?»
«Molto bene, signore. Molto bene. Non vi è fuoriuscita di liquido, e
la pelle è soda. Sono sensibili al tatto?» Preme il dito su una delle
cicatrici vicino al capezzolo. Il duca caccia un grido che gela il
sangue.
La porta si spalanca e una mezza dozzina di uomini si precipita
dentro con le spade già sguainate.
«Un medico pazzo mi sta torturando» grida, poi scoppia a ridere e
li manda via con un gesto. «Avreste dovuto vedervi, Torella. Siete
bianco come il seno della Madonna. No, non fanno male». Schiaccia
da solo su uno dei segni, che diventa bianco, e sta a guardare
mentre riprende colore. «Anzi, penso che se potessi sentire
qualcosa di più non mi dispiacerebbe» dice, pensando alle dita di
Fiammetta che lo accarezzano.
«Vi sono venute nuove pustole?» Torella si sta riprendendo.
«No» risponde, afferrando i vestiti.
«Eccellente. Significa che gli umori tossici sono stati eliminati dal
vapore».
«Talvolta sudo ancora come un porco, di notte. Mi sveglio in un
lago di sudore».
«Buon segno, direi. Se ci dovesse essere un nuovo accumulo di
umori maligni, significa che trovano un modo per sfogarsi». Borbotta
in fretta le ultime parole per nascondere la loro possibile
contraddizione con quanto detto prima.
«Mmm… E la faccia?»
«Le cicatrici sono molto meno visibili, signore» dichiara, fissando
la fronte e le guance butterate di Cesare. «E… la barba cresce bene,
il che non sempre avviene sulla pelle rovinata».
«È tutto?»
Cos’altro poteva dire? Prima del mal francese, la bellezza di
Cesare Borgia era stata quasi insopportabile: lo splendore delle ossa
fini sotto la pelle morbida da ragazzino. Nessuna donna – e nessun
uomo – riusciva a togliergli gli occhi di dosso. Il figlio illegittimo di un
papa: pareva incredibile che il peccato potesse avere un aspetto
tanto bello. Era quasi un sollievo quando apriva la bocca e si
rivelava per quello che era, un giovane sfacciato, ambizioso, troppo
egocentrico per apprezzare ciò che gli era stato dato in sorte.
Essendo un sacerdote, Gaspare Torella talvolta si preoccupava del
veleno della vanità, ma tra i molti peccati che quell’uomo avrebbe
portato con sé nella tomba ce n’era uno di meno, ora. «Siete un
soldato, signore. Dovete considerarle ferite ricevute in un altro
genere di guerra, combattuta all’interno del vostro corpo. Molti non
sopravvivono».
«Non preoccupatevi». Cesare sorride. Ha i denti incredibilmente
bianchi. Quando indossa la maschera di velluto nero in pubblico, il
contrasto è impressionante. Proprio come piace a lui. «Avete fatto
un buon lavoro. Potete lasciarci, ora. Io e Michelotto dobbiamo
lavorare».
«Signore» prosegue dopo un’esitazione, «avrei un favore da
chiedervi». Fa un respiro. «Ho scritto un breve trattato sulle cure per
questa nuova malattia, che spero di diffondere nelle università
europee. Vorrei dedicarlo a voi, come mio datore di lavoro e
mecenate. Credo che sia importante per il futuro della medicina».
«Cosa? A Cesare Borgia, l’uomo che avete curato dal mal
francese?» Scoppia a ridere, e questa volta Michelotto gli fa eco. Le
loro risate sono sempre prive di allegria. «Avevo in mente un
epitaffio più prestigioso, Torella».
«Oh, non intendevo citarvi come paziente. No, no. Evidentemente
ho imparato molto dal vostro trattamento, ma nel trattato vi cito con
altro nome».
«Chi sono?»
«Tomaso Cortano, un giovane napoletano che ha contratto la
malattia nell’autunno del 1497, come voi. State tranquillo, nessuno vi
riconoscerà. Entrerà nella storia della medicina, signore».
«Ci penserò».
Ma ancor prima che la porta si chiuda dietro il sacerdote, la
richiesta è dimenticata.
«Allora?» Cesare si rivolge a Michelotto, rimasto in paziente
attesa per tutto quel tempo.
«Sono stati informati tutti e aspettano l’ordine».
«Bene. E Vitelli?»
«È consumato dal dolore, oltre che dalla rabbia».
«Dovrebbe trovarsi un medico migliore, ma avrà anche lui un
briciolo di soddisfazione, finché non gli si trasformerà in bile. Siamo
pronti, allora. Restano solo da sistemare le ultime cose a Roma.
Sempre che non ti voglia riposare dal viaggio».
Ma Michelotto è già in piedi, con la polvere della strada che gli
ricopre gli indumenti. «Non c’è bisogno che te ne occupi tu» dice
allacciandosi la spada. «Posso fare tutto io da solo».
«Certo, ma avendo dato la mia parola, Michelotto, è giusto che ci
sia quando rompo la promessa, no?»

Privilegio e disperazione, come ricchezza e povertà, vivono a


braccetto a Roma; ma il contrasto è ancora più forte a Castel
Sant’Angelo sulla riva del Tevere.
Quando il papa è stanco delle sue stanze in Vaticano, viene qui,
percorrendo il lungo corridoio sopraelevato che gli permette di
recarsi nel mausoleo fortificato senza essere visto. I piani superiori
sono lussuosissimi, appena restaurati e arredati con mobilio nuovo;
hanno un giardino sul tetto, vetri alle finestre, affreschi e arazzi alle
pareti ed erbe che vengono bruciate per profumare l’aria e tenere
lontani gli insetti.
Nei sotterranei, anche le segrete sono state trasformate: più
profonde, più buie, alcune celle sono dotate di pozzo al centro, in
modo che i ratti possano moltiplicarsi e i prigionieri si debbano
aggrappare a una piattaforma stretta per non cadere. In quell’edificio
i corpi in decomposizione non sono una novità, essendo stato la
tomba dell’imperatore Adriano. Lui, però, era già morto al suo arrivo.
Le celle in cui i fratelli Manfredi sono tenuti prigionieri sono
fortunatamente asciutte, con un filo di luce che entra da un abbaino
e permette di distinguere il giorno dalla notte. C’è una stanza per
dormire e un’altra per il resto, e questi due giovani hanno fatto il
possibile per ritagliarsi un’esistenza lì dentro, nella speranza che la
Fortuna non li abbia abbandonati. Non tutti i prigionieri muoiono in
cella. Il loro unico crimine è che possedevano qualcosa che voleva
anche Cesare Borgia: la città di Faenza.
Negli anni della loro prigionia, gli aguzzini si sono quasi affezionati
ai due fratelli. Hanno un liuto e qualche libro, e un servitore assaggia
ogni pasto prima di loro, non certo per giudicarne la qualità. All’inizio
speravano di essere rilasciati. A sedici anni Astorre Manfredi ha
rinunciato al titolo di duca di Faenza con la promessa di avere salva
la vita e l’offerta di unirsi all’esercito Borgia. I suoi cittadini
gliel’avevano sconsigliato, ma i cannoni tuonavano e in città non
restava più neanche un cane da mangiare.
Il duca Borgia non aveva ancora finito di stringergli la mano per
sancire l’accordo, che i due fratelli erano già in catene.
Negli ultimi mesi il più giovane – ha solo dodici anni – ha ceduto
alla malinconia. Piange spesso e fa discorsi deliranti nel sonno.
Astorre Manfredi è più forte. Fa esercizio camminando avanti e
indietro tra quei muri, prega con regolarità e, prima che gli
portassero via il necessario per scrivere, redigeva lettere quotidiane
destinate al papa: non implorazioni lamentose, ma semplici missive
eloquenti, che ricordavano la lealtà e l’amore verso Dio e
chiedevano che fossero liberi di lasciare il Paese e andare a vivere
un’esistenza tranquilla da qualche altra parte.
Il papa, che non covava nessun rancore nei suoi confronti, era
turbato da tali lettere e aveva chiesto di non riceverne più. Manfredi
ora incide poesie sul muro. Ha sentito parlare di uomini che sbattono
la testa sul pavimento per uscire e teme il fratello arrivi a tanto.
Finora, però, ha resistito alla disperazione.
Quando la porta si apre, quel pomeriggio, e appare Cesare
Borgia, Astorre rimpiange di non avere avuto modo di tagliarsi la
barba.
«Mio fratello e io siamo ai vostri ordini, duca Valentino». Sa,
naturalmente, cosa lo aspetta, ma non mostrarlo è una piccola
vittoria. «Siamo pronti a marciare con voi in assoluta lealtà, secondo
i termini del trattato stipulato con voi quindici mesi fa».
«E vorrei tanto poterlo rispettare» dice Cesare, circospetto.
«Davvero, ma non posso. Preferisco dirvelo di persona: ho
rimandato il più possibile, ma voi capite, meglio di tutti, che la
sicurezza di Faenza esige che vi sia un solo signore».
«Non rappresento una minaccia per voi» dice, indicando le mura
della cella attorno a sé.
«Ma siete vivo».
Entra Michelotto e si chiude la spessa porta di legno alle spalle
con un calcio. In un angolo il ragazzino, rimasto a guardare a bocca
aperta, comincia a gemere e si lascia scivolare lungo il muro, con le
braccia strette sul petto.
«Non temere, fratello» dice Manfredi ad alta voce, senza staccare
gli occhi da Cesare. «Sarò sempre con te. Duca Valentino, Faenza è
vostra. Non c’è niente di più che possa fare per salvarla. O per
salvare me. Ho solo una richiesta, in nome di Dio e della famiglia».
Fa un passo verso di lui. In fondo alla cella Michelotto emette un
ringhio gutturale, ma Cesare lo fa tacere con un gesto brusco.
Manfredi è vicino, ora, ha il capo basso e parla rapido, sottovoce,
in modo che solo Cesare riesca a sentirlo. Poi tace, guarda in faccia
il Valentino e tende la mano. Dopo un attimo di esitazione, Cesare
sguaina il pugnale e glielo consegna. Michelotto impreca a bassa
voce, ma non si muove.
Manfredi si volta, nascondendo l’arma lungo il fianco, e si avvicina
a suo fratello, che piagnucola raggomitolato.
«Avanti, fratello, guardami». Si accovaccia davanti a lui.
«Guardami. Così, bravo. Non ti faranno del male, capito? Non glielo
permetterei mai. Su, alzati ora. Dobbiamo prepararci. Vedi? Te
l’avevo promesso. Adesso sarai libero. Alzati. Bravo. Sta’ dritto,
mostra ai nostri nemici com’è la famiglia Manfredi».
Il ragazzino obbedisce, raddrizza le spalle, gli occhi puntati in
quelli del fratello. Astorre lo attira a sé in un abbraccio e gli conficca
la lama dal basso verso l’alto tra le costole, dentro il cuore. Il
ragazzo emette un grido soffocato. Manfredi lo stringe più forte
senza smettere di parlargli, una litania di parole di stima e di affetto
sussurrate, e ne regge il peso quando il fratello si accascia sul
coltello.
Michelotto brontola. Non sono i suoi metodi, quelli.
Non ci vuole molto. Scivolano entrambi a terra, e Manfredi culla il
fratello finché, dopo lunghi respiri agonizzanti, cessa di vivere.
La cella è silenziosa, come se la gravità della morte li avesse
toccati tutti. Poi Manfredi riprende a parlare; non sono parole di
consolazione, le sue, ma preghiere.
«Ora basta». Cesare è improvvisamente arrabbiato. «Il tuo
desiderio è stato esaudito. Se vuoi il perdono di Dio, devi morire per
ottenerlo».
Incredibile come quell’uomo, un tempo cardinale, sia tanto restio
alla preghiera.
A un tratto tutti e tre insieme scattano: Manfredi, con il pugnale
davanti a sé, a mo’ di baionetta, si getta contro Cesare, che però
non è già più alla sua portata. Non l’avrebbe comunque raggiunto,
perché Michelotto, più veloce di tutti, è dietro di lui e gli infila la
garrota al collo.
Gli tira la testa indietro con uno strattone sollevandolo da terra e
scalciandogli via i piedi per impedirgli di puntellarsi. Il pugnale
schizza via, scivolando sulle pietre. Mentre il ragazzo si agita e
gorgoglia, cercando disperatamente di strapparsi via il fil di ferro
dalla gola, Cesare raccoglie il coltello e si avvicina. Si ferma davanti
al corpo percorso da spasmi e lo guarda con un mezzo sorriso.
La garrota perfora la pelle ma Michelotto tira ancora, cacciando un
grido di guerra mentre un filo rosso intenso appare sotto lo
strumento di tortura. La testa di Manfredi ricade innaturalmente di
lato quando Cesare finisce l’opera. Come si addice alla fine di una
dinastia, viene sparso molto sangue.
«Hai corso troppi rischi» commenta Michelotto, ansimante per lo
sforzo, dopo avere gettato i corpi uno sull’altro. «E se si fosse mosso
più in fretta? O avesse usato l’arma su di te e non sul fratello?»
«Non hai fiducia nella natura umana, Miguel. Avrei potuto
prevedere cos’avrebbe fatto dal momento in cui gli ho stretto la
mano sul campo di battaglia» ribatte Cesare con gli occhi lucidi,
perché è da tempo che non vede un’uccisione da vicino e ha
dimenticato l’esaltazione violenta che gli provoca. «Se il mare non è
riuscito a eliminarmi, pensi forse che possa riuscirci un ragazzino
con un coltello? Ricorda che sono guarito dal mal francese, che non
perdona. A ogni mio passo, io plasmo la Storia». Si dondola sulle
gambe come un pugile e sferra un pugno a Michelotto, con una
risata che riecheggia nella cella umida.

Nel suo studio Gaspare Torella scrive il frontespizio del suo


manoscritto in una grafia lunga, piena di curve. L’orgoglio sarà anche
una malattia mortale, ma in certi momenti perfino un uomo di Dio ha
delle scusanti. Gli ci sono voluti otto anni a finirlo; otto anni da
quando quella malattia che divora le carni si è manifestata per la
prima volta a Napoli, sconvolgendo il mondo con la sua violenza e
rapidità di contagio.
All’inizio le teorie si erano moltiplicate. Una congiunzione delle
stelle con Venere e Saturno in opposizione inconciliabile. Uno
scontro infausto di umori: caldo e umidità in una città dedita alla
prostituzione e invasa dai soldati in una primavera troppo piovosa.
Qualcuno vi aveva visto una malattia nuova, riportata dal Nuovo
Mondo nei lombi dei soldati che si erano accoppiati con le donne
barbare. Più spaventosa di tutte era l’idea che Dio, furioso per il
pozzo senza fondo della corruzione umana, avesse deciso di
esporre e punire i peccati carnali coprendo la pelle maschile di
pustole che prudevano e suppuravano. Torella, uomo di scienza, ha
studiato ed è giunto alla conclusione che all’origine della malattia vi
sia una concomitanza di cause: la mano di Dio è intervenuta in un
amplesso fatale avvenuto in una casa di tolleranza napoletana, una
sorta di ribaltamento grossolano di Adamo ed Eva. La malattia si è
sparsa come un fuoco fino all’Europa settentrionale e alle coste
africane nel giro di pochi anni.
Torella è stato uno dei primi medici a sperimentare il trattamento
con il mercurio. L’ha usato con un certo successo per altre malattie
della pelle, ma il segreto sta nella quantità e nell’associazione con
altri ingredienti. Uno sbaglio, e uccide tra sofferenze pari a quelle
prodotte dalla malattia stessa. Aveva già provato diversi unguenti
(anche il Vaticano annoverava la sua parte di malati) quando il duca
era stato colpito. Adesso suo scopo è salvargli la vita. L’idea delle
fumigazioni gli era venuta in Francia, quando un secondo attacco di
pustole sul viso aveva rischiato di compromettere i negoziati per il
matrimonio di Cesare. Dopo averle sperimentate su di sé, aveva
costruito la botte, un ospedale semovente per il malato. Le proprietà
curative del vapore lo avrebbero sicuramente reso famoso nel
mondo medico.
L’effetto era stato notevole. Già dopo il secondo trattamento, dalle
pustole non colava più liquido e, quando si erano formate le croste,
le cicatrici erano più piccole di quelle che si osservavano nei pazienti
non trattati. Lo sa perché la sua scrivania è ingombra delle
testimonianze degli altri medici e delle misure delle altrui ferite.
Questi stessi scritti raccontano anche le sofferenze terribili dei
pazienti: le lesioni di superficie si riscontrano poi anche all’interno,
colpendo perfino le ossa. All’università di Ferrara, qualche anno
prima, avevano dissezionato il corpo di un malato, scoprendo che
diversi suoi organi interni erano stati corrosi dalla malattia. Poteva
solo pregare che quell’uomo avesse ricevuto l’estrema unzione
prima di morire, altrimenti sarebbe giunto all’inferno urlando.
Grazie a Dio, con il Valentino era andata in modo diverso.
Dopo tre sfoghi di pustole e dolore, da più di un anno non vi erano
state altre manifestazioni.
Era vero che certi “sintomi” rimanevano: l’umore di Cesare era
sempre più instabile; la sua insofferenza sfociava spesso in furia
cieca, e la sua energia aveva alti e bassi, alternando tra periodi di
mania e altri di inspiegabile apatia. Torella aveva letto di casi in cui la
mente aveva subito danni simili, ma le informazioni erano troppo
scarse per esserne certi. Del resto quel suo principe tenebroso
aveva sempre avuto un temperamento irrequieto.
L’unica certezza è che, cinque anni dopo il contagio, Cesare
Borgia è vivo e non soffre, quindi deve essere guarito. È così che si
considera, quantomeno, e come medico e sacerdote Torella sa
quanto sia importante: il paziente convinto della propria guarigione
vivrà meglio di quello che ha il terrore della morte. In questa mirabile
associazione d’intenti tra uomo e Dio, lo spirito è importante quanto il
corpo. E anche se non ha mai visto pregare quell’uomo arrogante,
non ha dubbi sul fatto che il suo spirito sia fortissimo.
Sì, Cesare Borgia è guarito, dice tra sé.
Chi vorrebbe essere suo medico, se così non fosse?

«Avresti dovuto cambiarti di abito».


«L’ho fatto».
«Allora avresti dovuto lavarti meglio» brontola il papa. «Sei ancora
sporco di sangue. Oggi c’è la cerimonia della consegna della dote
alle ragazze povere a Santa Maria sopra Minerva, come forse
ricordi. Non posso sembrare reduce dal macello. Cosa penserà
Burckardt?»
«Quello che pensa sempre, tanto non parla a nessuno, se non al
suo beneamato diario. Le morti dei Manfredi devono comunque
essere divulgate, così tutti capiranno che ci stiamo muovendo».
«Provo pietà per loro. Il più grande scriveva lettere bellissime,
piene di poesia e lealtà. Li ricorderò entrambi nelle mie preghiere. È
un fardello nascere in una grande famiglia». Lo dice con brio, e non
si capisce bene se alluda alla loro o alla propria. «Allora, siamo
pronti?»
Cesare annuisce.
«E il tuo uomo, Vitelli?»
«Farà esattamente come gli abbiamo ordinato, tanto più che gli
prudono le mani».
«Ha il mal francese, ho sentito. Un essere spregevole, come tutti
quanti loro. Mio Dio, a volte mi viene il voltastomaco all’idea che
dobbiamo avere come alleati canaglie di tal fatta. Soprattutto gli
Orsini, serpi assassine con le mani sporche di sangue». Sembra non
accorgersi dell’ironia insita nelle sue parole. «Maria Vergine, Cesare,
quando penso al corpo di Juan…»
«Non ora, padre» ribatte l’altro a bassa voce; sono passati cinque
anni, e la morte di suo fratello riesce ancora a far piangere come un
bambino suo padre. «Degli Orsini ci occuperemo più avanti. Per ora
abbiamo bisogno di loro, e non oseranno certo osteggiarci. Non
ancora. Come va con Camerino?»
«I membri della famiglia Varano stanno sbraitando come vergini
deflorate per il trattamento subito, ma sono stati scomunicati, e
quello Stato ora spetta a noi. Quando sapranno della fine dei fratelli
Manfredi, si affretteranno a fuggire dalla città prima del tuo arrivo».
«Urbino?» Cesare misura la stanza a grandi passi. Parte di lui è
ancora nella cella, con i nervi a fior di pelle e il sangue sul
pavimento. «Niente di tutto questo funzionerà, se…»
«Sì, sì, è fatto. Il duca ti farà passare con i tuoi uomini. Le nostre
famiglie hanno troppi legami, ora, perché vi siano problemi. La
nostra cara Lucrezia è stata un’ottima emissaria. Devo dire, Cesare,
che è un piano eccellente. Magistrale. Quanto ci vorrà?»
«A fine mese gli uomini di Vitelli saranno ad Arezzo ad alimentare
disordini. Al momento giusto apriranno le porte al suo esercito, e
Firenze si troverà a dover sedare una sommossa vera e propria. Il
governo si prenderà un bello spavento, e mi manderà ambasciatori a
negoziare. Stipuleremo un trattato a nostro favore in men che non si
dica».
«Sì, e io mi ritroverò di nuovo con i francesi ad accusarci di
tradimento» rincara la dose Alessandro con un sorriso soddisfatto.
Nell’esaltazione del momento, ha perfino dimenticato la cerimonia
delle vergini e la loro dote. «Ah! Riesco quasi a immaginarmi la
faccia dell’ambasciatore, davanti a me. “Mio caro, siamo indignati
quanto re Luigi per l’accaduto. Vitelli è un delinquente appestato, ed
è stata la sua ambizione, mista a invidia, a spingerlo ad agire, non
certo noi. Il duca non avallerebbe mai un simile intervento, come è
vero che è mio figlio”». Agita le braccia con enfasi. «Luigi non
crederà a una parola, naturalmente, ma lo si potrà ammansire più
avanti. Gli manderò incontro una missione diplomatica oltre le Alpi».
«Non ce ne sarà bisogno, il re sarà a Milano verso la metà
dell’estate. Lo incontrerò di persona».
«Oh, no. Se il nostro piano funziona, mezza Italia farà la fila a
Milano per parlare male di te. Sarebbe come entrare nella gabbia del
leone. Resterai dove sei, e sarò io a difenderti, a ricordare a Luigi
dell’alleanza del papa per le sue mire su Napoli».
Cesare alza le spalle. Ha già progettato tutto. Potrebbe parlarne a
suo padre, dirgli del legame esistente tra lui e il re di Francia e che,
se il piano funziona, il leone lo accoglierà di buon grado, e insieme si
spartiranno il bottino. Un anno fa avrebbe cercato di difendere il
proprio punto di vista, sicuro che Alessandro avrebbe capito quello
che agli altri sarebbe fuggito. Oggi non ne è più tanto sicuro.
«L’importante è che siate convincente nella vostra indignazione,
padre».
«Hai forse dei dubbi? Il bello è che non debbo neppure mentire.
Dio mio, guarda le pazzie che mi stai facendo fare. Ho anche una
Chiesa da mandare avanti, sai?»
«Se mi aveste permesso di muovere su Firenze, non ci
troveremmo in questa situazione».
«Oh, ma questo piano è migliore» esclama il papa allegro. «Te lo
assicuro, quando lavoriamo insieme nessuno ci può battere.
Resteranno tutti di sasso! Sono impaziente di vedere le loro facce.
Mi dispiace solo di non potere venire con te. Un papa guerriero,
quello sì che sarebbe un portento. Ah, sarà per un’altra volta. E
quando le acque si saranno calmate, sarebbe bene che andassi a
trovare tua sorella. Mi chiedo solo se non dovremmo…»
«No» lo interrompe subito Cesare bruscamente. «Non può saperlo
nessuno. Nessuno. Solo così funzionerà».
«Causerà problemi a Ferrara».
Cesare fa una risata amara. «Al contrario, renderà Lucrezia
ancora più preziosa ai loro occhi. Costituirà una forma di protezione
per loro. Come sta?»
Il papa fa un gesto per eludere la domanda.
«Qualcosa non va?»
«Problemucci diplomatici da nulla. Niente che una gravidanza non
sia in grado di risolvere. Sono in attesa di una buona notizia da un
giorno all’altro. Sanno tutti che Alfonso è un marito molto sollecito».
Questo, però, non riempie di gioia Cesare, che si rabbuia
istantaneamente. Il ragazzo si arrabbia sempre quando si tocca il
discorso dei mariti di sua sorella.
«Credo che abbiamo finito, Cesare» alza la voce Alessandro,
stavolta parlando in italiano. Sulla soglia c’è Burckardt, con due
ciambellani alle spalle che sorreggono la pesante stola di ermellino
bianco, tempestata di perle, che il papa deve indossare per la
cerimonia del pomeriggio. «Sì, sì, lo so, siamo in ritardo. Il duca se
ne sta andando. E dire che adorava questa cerimonia quando era
cardinale, non è vero, figliolo?» dice, congedandolo senza il solito
abbraccio.
Burckardt abbassa lo sguardo, mentre Cesare esce. Non gli
sembra opportuno fargli notare i baffi di sangue secco sul mento o la
collera mal dissimulata che gli offusca lo sguardo. Quando il figlio del
papa era stato cardinale, regnava tra loro una cortesia ai minimi
termini, ma ora persino quella è scomparsa. Burckardt sa quanto il
duca lo abbia in antipatia, quanto detesti tutti i presunti confidenti del
padre. C’erano stati momenti in cui, nonostante la rettitudine, il
maestro di cerimonie si era abbassato ad ascoltare dal buco della
serratura. L’esperienza, però, gli aveva insegnato che, anche
quando riusciva a comprendere il catalano popolare parlato stretto,
certe cose era meglio non scoprirle.
La grande fortuna di Burckardt era il suo temperamento
flemmatico, perfezionatosi negli anni in cui era stato un cantore
squattrinato nel coro della grande chiesa di Niederhaslach, dove
salire gli scalini della politica ecclesiastica era questione di
sopravvivenza. Non poteva esserci scuola migliore in vista di Roma.
«Avanti, prepariamoci, Johannes» dice il papa, radioso. «Avrete
organizzato la processione fino nei minimi dettagli, ne sono certo.
Non troppi soldati, spero. Sapete che mi piace salutare la folla».
«Vi sono guardie a ogni punto di sosta, Santo Padre, come
richiede il protocollo».
Non aggiunge che negli ultimi mesi ha avvertito il bisogno di
impiegarne un numero maggiore. Da quando ha iniziato a circolare
l’infamante lettera anonima, qualche mese prima, serpeggia una
certa indignazione tra il popolo, e non si poteva permettere che il
papa fosse importunato durante la processione.
«Ditemi, qual è la dote prevista per le vergini? Cinquanta o
settantacinque fiorini? Non riesco mai a ricordarmelo.
Settantacinque? Ah, sono fortunate a essere affidate alle cure dei
frati di Nostra Signora. Dovremmo aggiungere qualche ducato anche
noi e assicurarci che tutti i cardinali contribuiscano a loro volta. La
Chiesa deve trovare dei bravi mariti a queste giovani pure per
rendere loro giustizia».

Quel pomeriggio diciotto giovani, velate di bianco e agitatissime,


aspettano nella navata dorata di Santa Maria sopra Minerva,
affiancate da accompagnatori e frati domenicani, mentre cardinali e
dignitari riempiono le prime file. All’inizio la mente di Alessandro si
distrae, pensando agli eventi importantissimi ormai imminenti, ma
dopo un poco si lascia assorbire dalla solennità della cerimonia. Il
Vaticano è pieno di prelati che dormono durante le funzioni, ma lui
non è mai stato tra quelli.
Ricorda ancora la prima grande chiesa nella quale ha messo
piede. Recentemente tutti i ricordi della Spagna, risalenti all’infanzia,
stanno diventando più nitidi, come se la nebbia si levasse su un
paesaggio un tempo familiare. Aveva nove anni: suo padre era
morto quell’inverno, e sua madre aveva portato la famiglia dal paese
di Xàtiva a Valenza sotto la protezione di suo fratello vescovo,
destinato a diventare di lì a poco cardinale a Roma.
La cattedrale della città era famosa, costruita sulle rovine di una
moschea, simbolo della vittoria eterna di Cristo sui pagani, e brillava
grazie al campanile nuovo. Quello il teatro che gli era apparso
dinanzi dopo la chiesetta del paese natio: archi gotici immensi come
le ordinate di una grande imbarcazione capovolta, l’incanto di una
nuova cupola doppia che si innalzava sopra l’altare, con la luce
lattea che entrava dalle sottili finestre di alabastro, e più giù l’odore
inebriante di incenso e lo strazio inenarrabile delle carni torturate di
Cristo sulla croce, su cui scorrevano rivoli di sangue dipinto. Ma non
era Cristo che gli aveva catturato il cuore quel giorno, e neppure la
mirabile reliquia del Sacro Graal che attirava ogni giorno folle di
pellegrini. L’onore era invece andato a una statua della Vergine, la
Regina dei Cieli seduta su un trono di legno dorato – non aveva mai
visto tanto oro in vita sua – mentre sotto la corona sorrideva radioso,
amorevole, un viso di dolcezza inaudita. Non riusciva a toglierle gli
occhi di dosso. Oh, quanto avrebbe voluto arrampicarsi fin lassù e
avvolgersi nei suoi abiti, guardare il mondo mentre quel viso dolce
vegliava su di lui. Che luogo sicuro, tra le braccia di una donna!
Quella sensazione non lo aveva mai abbandonato. Quando, qualche
anno dopo, gli fu detto che anche lui, come già suo zio, sarebbe
entrato nella Chiesa, era riuscito solo a pensare alla bellezza della
Vergine, e a tutto quell’oro.
Non sorprende, allora, che Santa Maria sopra Minerva sia la sua
chiesa preferita a Roma. Anch’essa una volta era un tempio pagano,
dedicato a Minerva, dea della guerra e della saggezza: vi riposa
Santa Caterina da Siena, che morì per un accesso di estasi in un
convento non lontano. E poi c’è Maria, alla quale è dedicata. Basta
che si volti a destra per ammirare una luminosa Annunciazione nella
cappella commissionata dal cardinale Carafa. L’affresco era appena
stato terminato, quando era diventato papa, e ogni volta nel
guardarlo il cuore prende a battergli più in fretta. Questi artisti
fiorentini sono alchimisti; la loro tavolozza di colori fa cantare i muri.
Non ha mai visto una Vergine tanto splendente. Quale uomo non
adorerebbe una donna che passa con tanta grazia dalla paura e
dall’incredulità alla discreta accettazione di tutto ciò che Dio le
chiede? Nelle rare occasioni in cui con la mente si spinge,
fuggevolmente, alle porte del paradiso, l’entrata è sempre immersa
nella luce serena del sorriso di Maria.
Alla fine della messa accoglie le vergini che si inginocchiano e gli
baciano i piedi, incantandolo ancora una volta con la loro freschezza
e modestia. Quando consegna a ciascuna di loro la borsa, fa in
modo di dirle qualche parola prima che lei si rialzi, rendendo
memorabile quel momento per la ragazza e facendo ombra per
sempre, nel suo ruolo di primo rappresentante di Dio in terra, al
futuro marito, chiunque egli sia.
Prima di andarsene passa di nuovo accanto all’effigie della
Vergine dipinta da Filippino Lippi. Forse lo affascina tanto perché la
sua bellezza flessuosa e i capelli ribelli gli ricordano vagamente le
donne della sua vita, la bella Giulia Farnese e la sua adoratissima
Lucrezia? Sì, ora che è diventata una donna, vi ritrova decisamente
qualche tratto di Lucrezia. Una volta che gli eserciti saranno stati
pagati e la carta dell’Italia verrà ridisegnata, vi sarà il tempo di
ritrarne il viso su tutti i muri di Roma. Forse in quel modo sentirà
meno la sua mancanza. Che Dio aiuti quel vecchio spilorcio del duca
Ercole, se non la tratta come il gioiello preziosissimo che è.
11.

I problemi di Lucrezia erano cominciati poco dopo la fine dei


festeggiamenti ufficiali. Finché Ferrara era stata sotto gli occhi della
nobiltà europea, non si era badato a spese, ma i costi astronomici
per nutrire, alloggiare e divertire inviati, ambasciatori e il loro seguito
avevano provocato grandi sofferenze al duca che non apriva
volentieri la borsa.
Gli stranieri se ne andarono quasi subito. I francesi ci misero di
più, ma si sapeva che amavano approfittare dell’ospitalità altrui, e
finché erano i padroni a Milano nessuno osava criticarli. Restavano
gli spagnoli che avevano accompagnato Lucrezia da Roma e che
non sembravano avere fretta. Letti gratuiti, un’ottima cucina e quasi
ogni sera un concerto o una commedia nel salone grande del
palazzo: meglio dei piaceri saltuari offerti dai Borgia in Vaticano. Il
sorriso di circostanza sparì dal volto del duca: Ferrara aveva già una
corte, non gliene serviva un’altra. Fece sapere che quegli “ospiti”
non erano più beneaccetti.
Benché con riluttanza, i cortigiani finalmente se ne vanno. Rimane
il seguito di Lucrezia. È evidente che la nuora deve avere le sue
dame di compagnia e servitrici, ma Ercole trova che siano troppe. Gli
appartamenti del castello riecheggiano di una lingua straniera.
Dopotutto sono in Italia, non in Spagna! È insopportabile. Bisogna
fare qualcosa.
Quando solleva l’argomento con lei, Lucrezia, consapevole di
doversi dimostrare arrendevole, cerca di essere conciliante. Studia
la lista delle persone sotto la sua responsabilità e rinuncia a
qualcuna di loro, ma il punto dolente resta quello delle dame di
compagnia. Si rivolge allora a Trampoli, intermediario ufficioso tra
loro.
«Non posso e non intendo privarmi di nessuna delle mie dame.
Sono le mie più care amiche».
Lui mostra di capire, ma non la incoraggia: «Dovete tenere con voi
le amiche più strette, ma… Credo che il duca tema che, essendo
così tante, non lascino spazio a ragazze ferraresi di buona famiglia
desiderose di servirvi a loro volta. Siete già stata tanto graziosa e
generosa con i semplici cittadini per la strada. Forse ora potrete
estendere la vostra generosità alle famiglie della corte».
Lucrezia ascolta, cercando di capire se le lacrime che sente
pizzicarle gli occhi sono di rabbia o di dolore.
La sua ultima speranza è il messo pontificio.
«Sua Santità ne sarà addolorata» dice l’uomo con aria grave.
«Tuttavia… la costituzione del vostro seguito è una questione locale,
e non sono certo che….» Si stringe nelle spalle impercettibilmente. Il
suo silenzio è eloquente: la dote è stata pagata, e Ferrara è retta da
suo suocero.
Così l’ultimo giorno di marzo Girolama, Drusilla e altre due care
amiche partono con gli ultimi membri della corte spagnola, e una
piccola parte del suo cuore se ne va con loro.
Ma la battaglia vera deve ancora iniziare.
Per sentirsi a casa propria Lucrezia deve creare una corte. Ferrara
non ha una duchessa culturalmente elevata dai tempi di Eleonora di
Aragona, morta anni prima. Suo suocero ha settantuno anni e, se
suo marito è troppo occupato o scorbutico per investire in una corte,
allora dovrà pensarci lei per entrambi. È la missione che aspettava,
e la prospettiva la esalta.
Si ispira al comportamento di Ercole: stretto di manica con il
prossimo, non si fa però mancare niente. Non è solo metà della città
a essere nuova; il palazzo ducale è sottoposto a continui restauri. A
corte sono tutti abituati ad andarsene in giro con uno strato di
polvere di mattoni sugli abiti; il campo da tennis sta subendo lavori,
vi stanno costruendo nuove pareti inclinate per rendere più
interessante il gioco; la vecchia (che pure non era tanto vecchia)
cappella viene abbattuta per lasciare il posto a una nuova. Vi è il
progetto per un teatro più grande e bello. Quando Lucrezia esprime
la propria sorpresa per tanti progetti ambiziosi, riceve di rimando
sorrisi compassionevoli. Avrebbe dovuto esserci tre anni prima,
quando alcuni cortigiani si erano assentati per l’estate e, al loro
ritorno, avevano scoperto che i loro alloggi erano stati demoliti!
Poi ci sono gli artisti: scrittori, attori, compositori, cantanti,
musicisti. Non passa sera senza uno spettacolo. È vero, non tutti
hanno successo: il duca ha una predilezione per la prosa classica,
rigida, che dura ore e ore e intontisce tutti, tranne lui e gli attori. Ma
nessuno dorme quando c’è la musica. L’orchestra è formata da
quasi sessanta musicisti e cantanti. Sessanta! Alcuni sono stati
rubati ad altre corti, primo fra tutti Bartolomeo Tromboncino, un
uomo con una voce capace di incantare gli dei, giunto recentemente
da Mantova in circostanze scandalose, in quanto colpevole di avere
ucciso la propria moglie. Fortunatamente per lui, la donna era stata
trovata a letto con un altro, e per questo riesce a ottenere più
facilmente il perdono del duca. La simpatia di Lucrezia nei confronti
del baritono diminuisce alquanto scoprendo la notizia; a Ferrara si
mormora anche che, nella storia della famiglia estense, se una
moglie viene sorpresa nelle braccia di un altro, la morte è
considerata una punizione leggera.
Lucrezia invita il cantante a farle visita. Molte delle canzoni che
interpreta sono state composte da lui stesso, e sono meravigliose.
Non vorrebbe scrivere un pezzo per la sua nuova corte? Forse
potrebbe integrare la sua piccola orchestra con i musicisti mancanti.
Ha forse dei nomi da suggerirle?
«Temo che i bravi musicisti siano rari in questa parte del Paese,
signora. Il duca Ercole se li è già presi tutti per sé».
«Allora pagheremo quello che ci vorrà per trovarne altri». Sorride,
perché il denaro non è un problema. La sua ingente dote comporta
una rendita annua di diecimila ducati: più che sufficienti.
Una settimana dopo, però, l’amministratore le mostra i conti da
pagare, rivelandole che non ci sono più soldi. Niente soldi. E la sua
rendita? Sembra che non sia stata versata.
L’incontro con il suocero comincia con complimenti e sorrisi da
ambo le parti.
«Ma certo, ma certo, figlia mia, dovete solo chiedere e vi verrà
dato. Ottomila ducati vi verranno versati entro fine mese».
«Grazie, e il resto?»
«Oh, no, mia cara, penso che concorderete con me che ottomila
sono più che sufficienti».
«Ma era stato pattuito che ne avrei ricevuti diecimila» ribatte lei
educatamente «e mi servono tutti».
«Sapete, è stato un periodo oneroso, per me più che per chiunque
altro. Adesso che il matrimonio è stato celebrato, possiamo fare
qualche aggiustamento. Ferrara non è Roma, mia cara, e diecimila
sono eccessivi. Ecco perché ho deciso di darvene otto».
Lucrezia lo fissa sbalordita. Ha incontrato molte difficoltà in vita
sua, ma mai ha dovuto preoccuparsi per i soldi. La generosità di suo
padre è stata come acqua che zampilla in una fontana nuova: abiti,
favori, titoli, terre, denaro… Dover litigare per duemila ducati le pare
imbarazzante.
Ma se è l’unico modo per ottenere ciò che le spetta…
«Mi dispiace» insiste con voce squillante «non posso vivere con
quella somma. Mi serve tutta la mia rendita».
«È difficile, lo so. Sospetto che, nel corso della vostra vita, non
abbiate mai dovuto preoccuparvi di problemi del genere, ma nella
vostra posizione è importante. Dovete fare un inventario di tutto il
personale, degli stipendi e delle spese di cibo, vestiti,
intrattenimento. Vedete? Ho chiesto al mio contabile di fare i conti
per voi e…»
Lucrezia guarda, inorridita, mentre il suocero percorre con il dito i
numeri sul foglio che ha davanti, esterrefatta non solo dal tono di
sufficienza, ma dal fatto che sembra che il vecchio si stia divertendo.
Quali erano state le parole che aveva sentito gridare a suo padre
quando i negoziati sulla dote si erano inaspriti? «Quell’uomo
mercanteggia come un volgare commerciante». Ma è anche un
bugiardo?
«No!» Non riesce a reprimere la collera. «Non posso… Non
intendo farlo». Tace, e prova a ricominciare. «Caro duca e rispettato
padre…» Ecco cosa dovrebbe dire. Usa il fascino, Lucrezia…
Ricorda come reagiscono gli uomini. Ma le parole le si bloccano in
gola: «Signore, quando sono partita da Roma, mi è stato detto che la
mia rendita ammontava a diecimila ducati all’anno, e diecimila ducati
è quanto mi serve».
Lui non risponde, ma è visibilmente irato.
«La corte di una duchessa ha certi livelli da rispettare, come ben
sapete: musicisti e scrivani, inviati, scuderie, cucine, il mio
guardaroba…»
«Cielo, non vorrete altri abiti!» esclama. «Certo che sì, anzi, come
tutte le donne! Ma vi sono ottimi mercanti di tessuti qui a Ferrara, e a
prezzi ragionevoli».
«Ne sono sicura» concede lei con un sorriso forzato «ma i tessuti
più belli vengono da Venezia, ed è proprio da lì che li faccio venire
per me e per le mie dame…»
«Ah, le vostre dame!»
«Quella è una spesa da nulla, tuttavia» si affretta a correggere il
tiro Lucrezia, rendendosi conto dell’errore. «Si tratta soprattutto del
mio guardaroba. Non vorrete certo che sfiguri».
«Voi non potreste mai sfigurare, mia cara». Ma il complimento non
viene raccolto. Ercole comincia a spazientirsi: «So che per voi donne
il vestiario è molto importante, ma ho esperienza anch’io in questo
campo. Sarò anche vedovo, ma ho figli che conoscono il prezzo
degli abiti alla moda, e debbo dirvi che ho chiesto consiglio».
Non certo a mio marito, pensa lei. Alfonso non mi farebbe mai una
cosa del genere.
«La mia carissima figlia, la marchesa di Mantova, mi ha aiutato.
Ne abbiamo parlato quando era qui per il matrimonio, e da allora ci
siamo scritti. Ha fatto una valutazione delle proprie spese per
aiutarmi e mi assicura che se la cava benissimo con ottomila
ducati».
Per un attimo Lucrezia resta senza parole. Quel rospo velenoso?
Ottomila? Abbastanza per Isabella d’Este? Una donna che non
rinuncia mai a fare l’offerta più alta quando vuole ottenere qualcosa,
che si tratti di statue, dipinti o oggetti antichi? Isabella d’Este, che ha
un palazzo pieno di musicisti e poeti e scuderie di sarte e disegnatori
di abiti? La marchesa di Mantova dovrebbe andarsene in giro con un
sacco addosso e uno sulla testa per sopravvivere con una tale
somma. Che brutta intrigante! Avrebbe dovuto farla aspettare fino al
giorno del Giudizio, in quelle mattine dopo il matrimonio.
Suda, le viene perfino la nausea. No, così non va. Non ha fatto di
tutto per andarsene da Roma e accettare un matrimonio senza
amore per poi vedersi negare una corte propria.
Si ferma per qualche istante per ricomporsi.
«Devo dirvi che mio padre, il papa, sarà molto scontento di questa
conversazione» osserva, tenendo le mani incrociate in grembo per
calmarne il tremore. «La dote considerevole pattuita in buonafede tra
le nostre due famiglie» – evita di precisare le più importanti in Italia –
«prevedeva chiaramente che mi spettasse una rendita di diecimila
ducati».
Oh, ma non gli piace sentire parlare della buonafede né del papa,
proprio per niente. Il viso gli si rabbuia ed emette una specie di
brontolio, scrollando le spalle. Cala un silenzio greve. Sono giunti a
un punto morto, ma entrambi pensano la stessa cosa: il papa potrà
pensare ciò che gli pare, ma Roma è lontana, e il matrimonio non
verrà certo mandato a monte per duemila ducati.

Lucrezia se ne va con le lacrime agli occhi. Lei, che non cede


spesso alla collera, si mette a misurare a grandi passi i suoi
appartamenti, furiosa.
«Come ha potuto? Un volgare mercante, e anche peggio. Un
ladro, direi!»
Le sue dame di compagnia le si radunano attorno, non sapendo
come placarla.
Ma Lucrezia ce l’ha con se stessa. Dal momento in cui questa
unione con Ferrara è stata suggerita per la prima volta, ha usato
ogni sua energia per portarla a termine; il dolore per l’omicidio del
marito, la furia contro suo fratello, lo strazio per l’abbandono del figlio
sono sfociati tutti nella sua determinazione ad andarsene. Per che
cosa, allora? Un marito con una scuderia di prostitute a disposizione
e un suocero tirchio?
«Quando sono spese che fanno piacere a lui, allora va tutto bene.
Edifici nuovi, cori, conventi per suore rapite… tira fuori i soldi che è
un piacere». Adesso piange di rabbia, parlando con foga. «Gli
escono da ogni buco. Oh, non guardatemi in quel modo! Parlate
molto peggio di me, quando pensate che non vi senta. E se lo
merita! Quell’uomo ha infranto ogni sua promessa. Come osa
negarmi quello che mi è dovuto? Per quanto riguarda la disonestà di
quella sua figlia vanitosa e vigliacca…»
Era una fortuna che non ci fossero ancora giovani ferraresi nel suo
seguito a sentire quello sfogo. «Il ben noto caratterino dei Borgia»
borbotta Angela, mentre le altre stanno tutte a guardare. Non
bisogna contraddirli. In realtà ne sono ammirate, solo che non hanno
mai visto la loro signora in quello stato.
Quel pomeriggio un giovane nobile chiede udienza: Ercole Strozzi,
poeta, pettegolo per antonomasia e perfetto uomo di corte,
nonostante un difetto di nascita che lo rende zoppo, perché le sue
sono tra le gambe meglio vestite di Ferrara. Ha un occhio infallibile
per la moda, quella femminile più di quella maschile, ed è diventato
subito un beniamino tra le dame di Lucrezia. Sta partendo per
Venezia e sarebbe felice di trasmettere gli ordini della duchessa. Un
carico di sete ricamate di prima qualità, dai colori splendidi come le
piume di un pavone, sarebbe arrivato la settimana successiva
dall’India. Come le avrebbero donato!
Lei lo accoglie con cortesia civettuola e gli consegna una lista di
tutto quello che le serve. Non si parla di soldi. Gli farebbe molto
piacere vederle indossare un abito nuovo ogni giorno e, quando i
mercanti scopriranno che si tratta della duchessa Borgia d’Este, le
faranno senza dubbio credito. L’idea piace anche a lei. Quella notte
dorme profondamente. Sembra che la battaglia le faccia bene.

Tre settimane dopo, nessuno dei due dà segni di cedimento.


Lucrezia impegna alcuni dei suoi gioielli meno preziosi, sapendo che
sarà sempre in grado di riscattarli più avanti. Le fanno un buon
prezzo. La città, se non suo suocero, è disposta ad aiutarla. Lei
cerca di non lasciarsi rovinare quei giorni soleggiati di primavera
dall’amarezza, ma ci sono momenti in cui le viene da piangere,
perde la pazienza, si sente troppo stanca. Che fine ha fatto la sua
combattività? Cerca di calmarsi con la preghiera, ascoltando messa
ogni mattina nella cappella privata e recitando il rosario per ore. Non
le è rimasto quasi nulla del matrimonio precedente; tra le poche
cose, quel bellissimo rosario d’argento spagnolo, ogni perla una
pallina di filigrana con un’imbottitura imbevuta di muschio, cosicché,
quando le dita calde lo percorrono pregando, il profumo si diffonde.
Profumo e memoria.
«Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta
tra le donne, e benedetto è il frutto del tuo seno…» sussurra, ma le
parole la trascinano in un’altra direzione, a Roma, dall’altro Alfonso,
giocoso e attento, quando la scintilla negli occhi diventa desiderio e
a sua volta le provoca spasmi di piacere. Che ricordi indimenticabili!
La sensazione le risale verso lo stomaco, poi in gola, e a un tratto si
accorge di essere prossima alla nausea, come se qualcosa
nell’esistenza che sta vivendo sia in disaccordo con lei; oppure si
tratta, semplicemente, dell’aroma troppo intenso del muschio.
«Cercatemi un altro rosario» chiede alle compagne. «Questo sa
troppo di dolore».
Trova scuse per non assistere ai concerti del duca e si corica
presto. È troppo stanca per ballare, ma è anche un modo per
punirlo, perché sa quanto ci tenga lui a sfoggiarla. Quello non cede,
tuttavia.
Lucrezia si chiede se non sia il caso di domandare al marito di
intercedere. Un attacco al suo prestigio costituisce indubbiamente
una mancanza di rispetto anche nei confronti di lui. Quando le dice
che parteciperà a una missione diplomatica in Francia nel giro di
qualche settimana e starà via per alcuni mesi, lei sa di dover agire
prima della partenza. Sarebbe una conversazione da affrontare
nell’intimità del talamo nuziale, dietro le tende chiuse. Si prepara il
discorso, ma al momento cruciale non riesce a parlare: le manca, col
marito, la dimestichezza che i loro due corpi sembrano avere
trovato.
Alcuni giorni prima della partenza, lei e le sue dame di compagnia
trascorrono il pomeriggio nei vasti giardini lungo il fossato del
castello. Fanno un picnic vicino alla fontana sotto un pergolato di
rose che emanano un profumo tanto intenso da risultarle quasi
fastidioso. È incredibile quanto sia sensibile agli odori, di questi
tempi.
Il gruppo è vinto dalla sonnolenza, e alcune ragazze si appisolano
su giacigli di cuscini, ma Lucrezia, per una volta, è perfettamente
sveglia. Si allontana dalle altre e si inoltra lungo un sentiero tra gli
alberi da frutto, poi costeggia le siepi in direzione del limite
occidentale del giardino. Vede pennacchi di fumo sollevarsi dal
complesso di edifici appartenenti alla fonderia, situati accanto alle
mura. Il panorama le è familiare – dalle sue stanze nel castello vede
spesso quelle nubi che si allargano e infine si disperdono, prima
rosse, poi nere al centro – ma non si è mai avvicinata tanto. Suo
marito trascorre metà dell’esistenza ad accudire i suoi preziosissimi
fuochi, eppure dopo tutti quei mesi lei non sa nulla di ciò che
succede là dentro; non le ha mai proposto di visitare quei luoghi, né
lei gliel’ha mai chiesto. Non è roba da donne.
«Oh, signora, non è un posto per una duchessa».
«Non è proprio un luogo adatto a una donna. Immaginate un po’ la
sporcizia».
«E il caldo… Peggio che all’inferno».
«Gli uomini si tolgono tutti i vestiti per sopportarlo».
Le sue dame di compagnia, galline cariche di disapprovazione, a
forza di commenti hanno reso sgradevole la prospettiva di visitarla.
«Vi ritrovereste l’abito divorato dalle fiamme a causa delle
scintille».
«Sempre che l’odore immondo non vi uccida prima».
No, non è un posto per una duchessa.
Lucrezia, però, continua a camminare.
A mano a mano che si avvicina, vede che non si tratta di uno, ma
di due edifici, uno dentro l’altro. I mattoni ferraresi sono famosi in
tutto il Veneto per la loro regolarità e il colore, ocra caldo che si
accende nel sole estivo, facendo sembrare accoglienti anche le
mura di un convento. E perfino queste, nonostante il rumore e
l’odore crescenti. Il cancello d’ingresso, enorme, è chiuso, ma basta
spingere per aprirlo. Vuole continuare? Cosa potrà mai succederle?
All’interno si ritrova sul bordo di un cortile spazioso, con pile di
legname ovunque e carretti carichi di lingotti e scarti di metallo, tra
cui cinque o sei grandi campane da chiesa. Le torna in mente un
ricordo, un istante della messa durante il suo ultimo matrimonio:
quando le campane avevano suonato, Alfonso, al suo fianco, aveva
sollevato il capo, rinunziando a ogni parvenza di preghiera.
«È morta» le aveva sussurrato, quando lei lo aveva guardato con
aria interrogativa. «Sentite?» Il suo sorriso era stato la più spontanea
manifestazione di piacere che gli avesse mai letto in volto. Forse
quella campana si trova lì insieme alle altre, in attesa di essere
trasformata.
Davanti a lei, la fonderia è un lungo edificio a due piani con le
porte spalancate, traforato da grandi finestre e volute di fumo che
escono da ogni apertura. Il rumore è assordante: martellate, grida, il
clangore del metallo, voci che cercano di sormontare il baccano,
perfino canzoni a sprazzi. Sente il caldo fin da lì: avanzare sarebbe
come entrare in un forno. O nella bocca dell’inferno.
Pensa a colei che l’ha preceduta, chiusa nelle sue stanze con solo
la serva a farle compagnia. Se una moglie deperisce perché viene
trascurata, non ha anche lei una parte di responsabilità? Voglio la
dote che mi spetta, pensa. Anche se per ottenerla devo sporcarmi gli
abiti.
Attraversa il cortile ed entra.
Per un attimo non riesce a vedere niente, l’aria è impregnata di
fumo.
Alla fine distingue la sagoma di un forno in un angolo: il fuoco arde
in una struttura di mattoni simile a un gigantesco formicaio, che si
restringe, salendo verso l’alto, in un camino che si inerpica fino al
soffitto. Ma non è quello il centro dell’azione. Ci sono una ventina di
uomini, nudi, è vero, ma solo dalla cintola in su. Alcuni sono riuniti
attorno a un crogiolo fumante, inclinato pericolosamente sui carboni
ardenti, impegnati a versare qualcosa, altri si trovano vicino a un
pozzo a cielo aperto, simile all’entrata di una grande tomba, con un
cono che spunta dalla terra battuta. Gli altri si trovano nel mezzo e
controllano il flusso di metallo fuso che scorre lungo un largo canale
di terracotta sostenuto da una piattaforma di mattoni inclinata tra il
calderone e il cono. Cantano ad alta voce, anche se più che un
canto il loro è un grugnito, perché tutta la concentrazione è fissata su
quel fiume rosso di lava, che dipinge di riflessi caramello i loro corpi
bagnati di sudore. Gli uomini di Vulcano che creano un mondo
nuovo col fuoco, sconvolgente per la sua forza e bellezza.
E suo marito? Indossa un farsetto senza maniche, le volta le
spalle, è curvo sul cono e controlla la velocità del flusso di lava che
finisce sotto terra. Ma dove va a finire? Lucrezia non capisce. Le si
mozza il fiato e le gira la testa. L’odore, il caldo e il fumo diventano a
un tratto insopportabili.
Non sa bene chi la veda per primo. Nota un’occhiata sorpresa
degli operai, stupefatti, che tornano subito ad abbassare la testa,
presi dalle loro occupazioni. Alfonso, però, spinge lo sguardo verso
la luce della porta, socchiudendo gli occhi. Lucrezia gli legge
un’espressione inorridita in volto, e per un attimo il marito sembra
combattuto tra la moglie e il lavoro. Poi le si avvicina a passi svelti,
con le mani protette da grandi guanti di pelle, e la manda fuori a
gesti. Muove la bocca anche, ma le parole sono assorbite dal ruggito
del fuoco.
Lei si affretta a uscire in cortile. Quando Alfonso le si piazza
davanti, minaccioso, sembra più alto del solito: il pelo nero del petto
gli spunta dal farsetto aperto e il volto è sporco di fuliggine. Lucrezia
avvampa per la vergogna. Le sue damigelle avevano ragione: non è
un posto da donne.
«Cosa c’è? Cosa fate qui?» Assordato dal baccano del laboratorio
ancora nelle orecchie, grida come un pazzo.
«Io… Eravamo nei giardini e mi interessava…»
Oh, Lucrezia, non umiliarti davanti a lui, pensa. Le sue armi
preziose difenderanno una città che è tanto tua quanto sua, adesso.
«Volevo vedervi al lavoro. Trascorrete qui la metà della vostra vita:
perché no? Ma fa così caldo… Quel metallo serviva per fabbricare
un cannone?»
«Cosa avete detto?» ripete, non essendo certo di avere capito.
«Il metallo liquido è bronzo? Viene dalle campane?»
«In parte. Se si crepano, non hanno le dosi giuste di rame e
stagno, quindi i metalli vanno ricombinati».
«Ma dov’è il cannone?»
«Nello stampo. Sottoterra. Gesù, Lucrezia… Non dovreste trovarvi
qui. Non è un luogo…»
«… Per una donna, lo so. Lo so. Non sgridatemi. Ma c’è qualcosa
che debbo dirvi, Alfonso».
La fissa, poi si lancia uno sguardo alle spalle. Il fiume di lava lo
chiama. «Non potete aspettare?»
«No, non posso».
Ma non riesce a dirglielo. A un tratto lo vede con chiarezza: non gli
importa nulla della sua rendita annuale; per lui l’unica cosa che
conta è stare lontano da suo padre il più possibile. Aiutarla a
combatterlo sarebbe troppo umiliante per lui. E poi, quale donna
riuscirebbe a frapporsi tra quell’uomo e i piaceri della fonderia? Si
chiede se sia accaduto lo stesso alla sua prima moglie. Lei al suo
arrivo era forte, ma forse sarà quella famiglia maledetta a renderla
debole.
Alfonso la sta fissando. «Allora? Di cosa si tratta?»
Lucrezia tiene gli occhi bassi, e il terreno le si muove di nuovo
sotto i piedi. Solo che stavolta non riesce a stare dritta. Sente la bile
in gola. Vomiterò, si dice. Si costringe a ingoiarla. Lui la afferra per il
gomito per sorreggerla.
«State male? Cosa vi succede?»
Si raddrizza e abbozza un sorriso. Che aria feroce suo marito, la
barba incrostata di sporcizia, le palpebre pesanti. E il puzzo che
emana! Lo immagina sopra di sé, il modo in cui chiude gli occhi,
gettando la testa all’indietro, ansimando, poi aggrappandosi a lei
all’apice del piacere.
L’unione tra marito e moglie. Un’altra ondata di nausea la colpisce.
Santa Maria e tutti i santi, come ha fatto a essere tanto stupida?
Questa faccenda con suo suocero le ha guastato il cervello. Ma…
Ma come? È in ritardo di pochi giorni, e questo non è insolito, e
l’ultima volta aveva sanguinato… Dio solo sa che il suo ciclo è di
dominio pubblico a corte. Il ciclo era stato leggero, però, molto più
leggero del solito. Catrinella aveva fatto un commento, portando
fuori le pezze macchiate. Pochissimo sangue, rispetto al solito fiume
in piena. Pochissimo sangue. Lacrime e scenate, troppo stanca per
ballare. Incrocia le braccia davanti al corpetto e stringe forte il seno.
Ah, ecco: un dolore sordo di rimando. Ride forte.
«Cosa succede?» chiede di nuovo il marito, che si allarma per il
suo strano comportamento e quella risata.
«Nulla. Solo che, siccome state per partire, trovavo giusto dirvelo:
credo di aspettare un figlio».
«Un figlio?»
Alfonso la guarda interdetto. Non è così che si comunicano notizie
del genere, loro due soli in mezzo alle cataste di legna, con una
fornace che sputa scintille. Non sa come reagire. Prorompe in una
risata imbarazzata. «Un figlio» ripete. «Così presto».
Lei si sente leggera, come se avesse il corpo pieno di colori e aria.
Capisce di essere felice. Inclina il capo. «A quanto pare siamo
entrambi abbastanza grandi» commenta, civettuola.
Lui non risponde; forse non ricorda più la battuta. «E il duca?»
chiede. «Mio padre lo sa?»
Lucrezia scuote il capo. «Lo sapete solo voi, signore. Volevo che
foste il primo a essere al corrente».
Dopotutto è la verità, pensa, mentre il sorriso sul volto del marito
potrebbe battere quello che gli strapperebbe la campana crepata più
grossa che sia mai esistita.

È andata bene, padre, pensa premendo il sigillo sulla pergamena


piegata, apprestandosi ad affidarla al messaggero. Ho fatto come mi
avete suggerito voi.
Le pare quasi di sentire la voce di suo padre che lo annuncia
gridando a Burckardt e a chiunque altro stia ad ascoltare: «Cosa vi
avevo detto? È sposata da appena tre mesi e ha già un erede in
grembo». Tutti penseranno a un maschio, naturalmente. Perché mai,
se no, la Fortuna sorriderebbe loro in modo tanto rapido e
smaccato?
L’erede dell’erede della dinastia estense.
Se non basta a strappare altri duemila ducati a quello spilorcio di
suo suocero, cos’altro deve fare?
12.

È l’inizio di giugno quando i corpi dei fratelli Manfredi, gonfi e mezzo


mangiati dai pesci, sono ripescati dal Tevere nei pressi del ponte
Sisto. Non appena la notizia si diffonde per l’Italia, i Borgia danno
inizio alla loro campagna.
Nella città di Arezzo scoppiano disordini e tafferugli, sintomo di
instabilità. Le autorità fanno del loro meglio per mantenere la pace,
ma una settimana dopo, nel cuore della notte, i ribelli attaccano le
porte della città e le aprono per fare entrare gli uomini di Vitelli, che
si erano accampati nei dintorni, tenendosi pronti. Sulla costa
toscana, a Pisa, che mal sopporta il giogo fiorentino, il seme della
ribellione attecchisce a sua volta, e i facinorosi marciano per le
strade gridando il nome di Cesare Borgia.
Come previsto, il governo fiorentino si fa prendere dal panico.
Quegli atti preannunciano chiaramente un’invasione in piena regola.
A Palazzo della Signoria, il municipio di Firenze, il gonfaloniere Piero
Soderini e il consiglio dei Dieci organizzano una riunione
improvvisata. Mandano messaggi con richieste di aiuto a re Luigi e
proteste furiose al papa. Intendono anche affrontare di persona il
responsabile. Il problema, però, è che Cesare Borgia è introvabile.
Sembra che sia già partito da Roma e, quando finalmente ne
ritrovano le tracce, scoprono che sta marciando dalla parte opposta,
verso la città di Imola, in Romagna, dove il resto delle sue forze
mercenarie si sta riunendo per sferrare un attacco a Camerino.
Perché Camerino, se il suo obiettivo è Firenze?
Giunge poi notizia di una comunicazione del duca al suo generale,
Vitellozzo Vitelli. Una lettera riservata, il cui contenuto trapela al
momento opportuno: l’occupazione di Arezzo è contraria agli ordini
del Valentino, e Vitelli deve lasciare la città.
Si organizza una seconda riunione urgente e si decide di mandare
immediatamente due inviati a Imola, dal duca.
Quando vengono a chiamarlo, Machiavelli, che per quasi due
giorni non si è mosso dalla scrivania, si sta lavando i denti con una
pezza intrisa di rosmarino e aceto. Per l’agitazione inghiotte ciò che
dovrebbe sputare e ha un accesso di tosse. L’onore è grande quanto
la responsabilità. Il vescovo Soderini, fratello del gonfaloniere, sarà
l’inviato principale, ma sarà lui, Niccolò, a scrivere tutti i dispacci.
Dopo avere osservato la cometa del duca attraversare luminosa il
cielo negli ultimi tre anni, finalmente avrà l’opportunità di incontrarlo
di persona.
«Cercate di capirci qualcosa, segretario». Soderini ha scrocchiato
le nocche così tante volte negli ultimi giorni che sembra quasi che le
dita gli si siano allungate. «Chi sta mentendo?»
Quante risposte ha cercato e ha scartato? Quando i rapporti gli
sono giunti sulla scrivania, ha tracciato la traiettoria di tutti i
protagonisti principali, cercando di attribuire a ogni personaggio una
certa azione e ipotizzando per ogni scenario la conclusione migliore
e quella peggiore. Alla fine, mente e pancia gli suggeriscono la
stessa cosa: «Per quanto desideroso di vendicarsi di noi, Vitelli non
avrebbe mai agito da solo. Non ha gli uomini necessari, e
un’iniziativa del genere senza l’approvazione del duca equivarrebbe
a una condanna a morte da ambo le parti».
«In questo caso tutte le smentite sono solo un diversivo, e il vero
obiettivo del duca è Firenze».
«Non ne sono sicuro, gonfaloniere».
«Non ne siete sicuro? Cosa significa? Eppure pensavate che il
Valentino si considerasse pronto a sfidare la Francia».
«Sì, ma se fosse giunto il momento e il suo obiettivo fosse
Firenze, non si sarebbe mai scoperto in modo tanto palese. Le sue
armi migliori sono sempre state velocità ed effetto sorpresa, e non
può contare su nessuna delle due, se il suo esercito si trova all’altro
capo del Paese».
«Esattamente. Cosa sta accadendo, allora?»
«Credo che il suo obiettivo sia un altro».
«Quale? Sta andando davvero a Camerino?»
«No, è troppo piccola per sprecarci tanti uomini».
«Anche se il papa ha scomunicato la famiglia Varano?»
«Camerino è condannata comunque. Prima o dopo, non importa».
«Allora dove sta andando, in nome del Cielo?» chiede Soderini
spazientito.
Niccolò abbassa gli occhi. Sa quanto la dissimulazione sia
preziosa in battaglia. Gli tornano in mente le storie di Livio a
proposito dei grandi generali dell’antichità: Annibale, che sconfisse i
Romani a Canne, la rivincita di Scipione l’Africano… Ma con il senno
di poi è facile. I progetti di Cesare Borgia invece gli restano oscuri.
«Ancora non lo so» ripete a bassa voce.
Il gonfaloniere leva le braccia in un gesto di futile rabbia. Una
situazione di minaccia e incertezza assai simile aveva precipitato la
caduta dei Medici dieci anni prima. La Repubblica è estremamente
fragile.
«C’è qualcosa che sapete, sottosegretario?» gli chiede con un
velo di sarcasmo.
«Ma il duca Valentino non fa mai ciò che ci si aspetta».

«Oh, ma avrei dovuto saperlo prima. Come faccio a preparare


tutto tanto in fretta?»
«L’avete saputo quando l’ho saputo io, Marietta. Non vi crucciate,
non starò via molto».
«Che cosa dite? Potreste non tornare più!»
Machiavelli sente il rumore sordo dei carretti sui ciottoli fuori di
casa, in via Guicciardini, mentre la città si appresta a chiudere le
porte per la notte.
«E se quel mostro di Borgia vi uccide o vi prende in ostaggio?»
«Moglie, voi non capite nulla di queste cose. Non ci succederà
niente. L’altro diplomatico che parte con me è il vescovo Soderini».
«Un vescovo? Questo non lo fermerà di certo. Dicono che il papa
avveleni vescovi e cardinali ogni giorno per mettere le mani sul loro
denaro».
«Ascoltate troppe chiacchiere in giro» ribatte lui ridendo.
«Cos’altro dovrei fare? Mio marito non c’è mai e, quando c’è, non
mi dice nulla» borbotta in tono petulante; il loro matrimonio è
abbastanza giovane da tollerare qualche battibecco.
«La città è in crisi. Ho dovuto lavorare».
«Dove? Nella locanda?»
«È il sapore del vostro aceto con il rosmarino quello che mi sentite
in bocca».
«Appunto».
Anche se non è una bellezza, quando si arrabbia le brillano gli
occhi e le si imporporano le guance. Qualche settimana prima,
l’inizio di una gravidanza si è concluso con un’emorragia e, anche se
ha reagito bene – la vita di una donna, lo ha informato, è piena di
ferite simili che gli uomini non riescono a capire – è chiaro che la
notizia della partenza di Niccolò l’ha turbata più di quanto non voglia
dare a vedere. Lui dovrebbe dimostrarsi più sensibile, ma la
prospettiva del viaggio gli ha fatto dimenticare tutto il resto.
«Ecco, ho fatto del mio meglio con le vostre camicie» gli dice,
levando lo sguardo dal mucchio di indumenti sul tavolo. «Vedete?
Queste due hanno il colletto nuovo, e partirete con un farsetto di
ricambio, lavato e stirato. Naturalmente non basta, ma così, se
questo duca senza religione vi pianta un coltello nella schiena,
rovinerà solo del velluto vecchio. Prima che diciate ancora una volta
che non vi succederà niente, avete saputo di quei due fratelli che
sono stati ripescati nel fiume, a Roma? Non sono pettegolezzi,
quelli. Erano i signori di… Ah, non lo so…»
«Faenza, ma non erano più i signori. La città era già in mano dei
Borgia. La loro morte era inevitabile».
«Niccolò!»
«Nessun duca può permettersi di lasciare in vita famiglie rivali, che
potrebbero favorire la nascita di una fazione nemica. Che cosa c’è?
Volevate che vi raccontassi cosa stava succedendo, no? Vi sto
spiegando come sono gli uomini, Marietta, non come vorreste che
fossero».
«Allora siete tutti uomini senza religione e, se le donne tenessero
le gambe chiuse, sareste meno numerosi» dichiara, ben decisa a
lasciare trasparire la propria disapprovazione. «A volte penso che
avrei dovuto sposare il mercante di Impruneta. Aveva un’attività
fiorente, sapete? E avrei potuto aiutarlo».
«A fare cosa? Veleno per topi e impiastri per la gotta dei vecchi?
Sareste morta di noia».
Marietta sbuffa. In realtà non è certa che le opinioni poco
ortodosse del marito la offendano, perché, se lui si compiace
nell’esprimere ciò che altri pensano in silenzio, lei capisce che suo
ruolo è tenergli testa. Meglio sentirlo parlare che averlo accanto
taciturno con la mente altrove. Certe volte, a cena, pur essendo loro
due da soli, si è sentita di troppo.
Infila gli ultimi abiti nella piccola borsa da viaggio, la chiude con
una cintura di pelle e la lascia cadere sul pavimento, dove, urtando
una pentola di metallo, sveglia il cane che si mette ad abbaiare
disturbando l’oca, che comincia a starnazzare; a un tratto, in casa
regna la confusione.
Niccolò ride. Sfida qualunque ladro a tentare un furto in sua
assenza. Dopo avere oltrepassato l’aia senza problemi, si
ritroverebbe alle calcagna una pazza armata di una pentola di rame.
Se fosse una mercenaria, probabilmente Cesare Borgia la
assolderebbe. Il matrimonio: quando ha un attimo per pensarci, si
dice che avrebbe potuto andargli peggio. Certo non avrebbe
sopportato una donna stupida né docile.
«Prendete» gli dice Marietta, tendendogli qualcosa. «Forse mi
farete il favore di portarla, per vostra moglie».
«Che cos’è?»
«La medaglia di sant’Antonio. Fissatela al cappello quando siete in
viaggio».
«Marietta! Non sono un pellegrino!»
«Purtroppo… In quel caso il santo vi proteggerebbe».
«Perfino da un principe senza religione?»

Partono alle prime luci dell’alba, uscendo dalla porta orientale di


San Piero, e seguono il corso del fiume fino a Pontassieve, dove
iniziano a inerpicarsi sulle colline. La strada è agevole e la
temperatura non tarda a salire – il caldo è arrivato presto,
quell’estate – con polvere e mosche ovunque. A un certo punto,
però, un cavallo si azzoppa su un sasso e devono tornare al villaggio
per farglielo togliere dal ferro. È tardo pomeriggio quando, lasciando
la bottega del fabbro e avviandosi verso la strada principale,
incrociano un messaggero che viene dalla direzione opposta. Li ha
quasi superati in una nube di polvere, quando il vescovo lo richiama,
invitandolo a fermarsi.
«Correte come se vi inseguisse il demonio. Veniamo dal comune
di Firenze. Se le vostre informazioni sono tanto importanti,
dovremmo saperle anche noi».
L’uomo si fa ombra con la mano e li guarda, ancora frastornato
dalla galoppata. «Ho un dispaccio importante dalla Romagna, ma è
destinato al consiglio dei Dieci, al gonfaloniere Soderini e a lui solo».
«Se aveste aperto meglio gli occhi, avreste visto che state
parlando a suo fratello, il vescovo Soderini. Conoscete l’argomento
del messaggio?»
Il messo annuisce.
«Allora non dovrete neppure rompere il sigillo per dircelo».
«Ieri notte Cesare Borgia ha preso lo stato di Urbino senza
incontrare resistenza. Il duca da Montefeltro era fuori città ed è
fuggito, lasciando la zona in mano alle truppe dei Borgia».
Il vescovo è imperturbabile. Di fianco a lui, invece, Machiavelli ha
difficoltà a reprimere un sorriso. Urbino! Uno dei gioielli d’Italia.
Sicura, ammirata da tutti, e nelle mani di un alleato di lunga data dei
Borgia. Come aveva osato? Eppure, proprio perché era l’ultima città
alla quale si sarebbe pensato, era logico che scegliesse proprio
quella.
Tutte le tessere vanno al loro posto. Pochi giorni prima si era
saputo che il papa aveva chiesto – e ottenuto – un salvacondotto
che avrebbe consentito all’esercito di Cesare Borgia di attraversare il
territorio del duca da Montefeltro per abbreviare il viaggio verso
Camerino. Nel frattempo altri soldati aspettavano ordini in Romagna.
Una volta all’interno dei confini dello Stato, aveva semplicemente
dovuto condurre gli uomini, a marce forzate, verso nord per riunirli
con quelli diretti a sud, e nel giro di un giorno si era ritrovato con più
di duemila soldati fuori delle mura di Urbino, tanto ignara del pericolo
che il suo signore non c’era neppure. Lo Stato più antico creato dal
papa, retto da una famiglia legata alla sua grazie al vincolo del
matrimonio, assorbito ora nello stato dei Borgia senza perdere
neanche un uomo! E se il re di Francia senza dubbio si preoccuperà
(non ha certo invaso l’Italia per dividerla con i Borgia), ha comunque
bisogno del loro aiuto per espugnare Napoli e, a differenza di un
attacco a Firenze, questa conquista non sfida in modo diretto il suo
potere.
L’impossibilità stessa di una mossa del genere la rende ora
evidente. Avresti dovuto prevederlo, Niccolò, si dice irritato, ma il
rimprovero è condito da un senso di impaziente esaltazione. Non
vede l’ora di trovarsi nella stessa stanza con l’uomo che ha
architettato tutto ciò.
13.

Saltare non è possibile per un uomo della sua età e stazza, neanche
se la gioia è grande, ma Alessandro fa del suo meglio. Cammina per
la Sala dei Misteri agitando i pugni in aria e invocando, con
gratitudine, la Madonna e i nomi di tutti i santi.
Che trionfo! Che gratitudine! La sua amatissima figlia è incinta,
aspetta l’erede dello stato di Ferrara, e suo figlio si trova nel palazzo
ducale di Urbino. Ha funzionato! Ha funzionato tutto! Mentre gli occhi
di tutti erano puntati su Arezzo e Firenze, sui battibecchi pubblici tra
il papa, suo figlio e il suo tenente Vitelli, Cesare aveva unito le due
ali dell’esercito e, avendo ottenuto il permesso per attraversare le
terre del duca, se ne era impossessato, senza che nessuno,
neppure lo stesso duca da Montefeltro, nutrisse il minimo sospetto.
Sa bene cosa lo aspetta, adesso: le sale di attesa del Vaticano si
riempiranno di diplomatici, ansiosi di esprimere collera, indignazione,
panico. E lui si sarebbe saputo destreggiare, perché sotto il
linguaggio delle rimostranze ce n’era già un altro all’opera.
«Vostra Santità, la città è in preda allo stupore».
Burckardt non tende a esagerare. Certo che è in preda allo
stupore. Quando i Borgia si impegnano, riescono a realizzare
l’impossibile.
Quanto avrebbe voluto esserci anche lui…
«Benissimo». Alessandro si accomoda sul trono, stringe le labbra
e assume un’espressione più grave. «Fate entrare il primo».
Non gli ci vuole molto, però, per assaporare di nuovo il trionfo;
quando l’inviato di Venezia si alza e, dopo avergli baciato l’anello,
apre la bocca per protestare con veemenza contro quell’atto di
aggressione senza attenuante alcuna, non riesce a nascondere
ammirazione nello sguardo.
Nei quartieri di Arezzo estraggono a sorte il nome di chi lo dirà a
Vitellozzo Vitelli. Per giorni ha sofferto dolori lancinanti, pari al furore
che lo anima quando viene a sapere che Cesare Borgia si unisce al
padre nel denunciare pubblicamente la sua occupazione della città:
«Il comandante Vitelli era al nostro servizio, ma questi non sono mai
stati i nostri ordini e gli ingiungiamo di ritirarsi all’istante se non vuole
contrariarci ulteriormente».
Maledetto scorpione pieno di veleno. Non sono mai stati i nostri
ordini? Si erano accordati, invece! Quel tirapiedi di Michelotto, dalla
faccia deforme, era andato da lui e gli aveva comunicato il
messaggio di persona: «Va’ ad Arezzo e fomenta la ribellione.
Riceverai i rinforzi entro fine mese». Grida di dolore. Hanno
contribuito a creare un mostro che li divorerà tutti.
Vendetta. Adesso più che mai ne sente il bisogno. Firenze può
aspettare.

A Ferrara, quel mattino, non è la gravidanza a dare il voltastomaco


a Lucrezia.
Suo fratello ha occupato Urbino! È il terzo vertice di un grande
triangolo formato insieme a Ferrara e Mantova, e le tre città vantano
legami saldi, favoriti da vincoli matrimoniali e storici e sono
accomunate dal fatto di offrire stabilità e cultura in un mondo di
barbarie crescente. Urbino è la città in cui il duca e la duchessa le
hanno lasciato il proprio palazzo per ospitarla durante il viaggio,
l’avevano trattata come una di famiglia, e Lucrezia stessa aveva
fatto di tutto per celebrare l’unione dei loro casati. Come aveva
potuto, Cesare?
Le informazioni peggiorano con il passare delle ore, i messaggeri
portano notizie terribili: non solo la città è stata presa, ma il duca da
Montefeltro è scomparso, e i soldati dei Borgia gli danno la caccia
nelle sue terre. La duchessa, la generosa, modesta Elisabetta, che
si trova a Mantova in visita al fratello e alla cognata d’Este, è
agitatissima, non sapendo se il marito riuscirà a raggiungerla sano e
salvo.
Come ha potuto Cesare farle una cosa del genere, e come ha
potuto permetterglielo il padre? Avevano già in mente quel progetto
quando l’avevano data in sposa, o avevano aspettato di sapere che
fosse incinta perché la sua posizione a Ferrara fosse sicura? Ma
quella notizia poteva averli raggiunti solo poche settimane prima.
Quel piano doveva sicuramente essere anteriore.
Avrebbe dovuto essere messa al corrente! E se gliel’avessero
detto, cosa sarebbe cambiato?
Percorre di corsa i corridoi del palazzo in cerca del suocero, i
cortigiani si spostano per lasciarla passare, a testa china per non
doverla guardare negli occhi. Il senso di sgomento, il dolore e la
collera regnano ovunque, al solo nome dei Borgia.
«Mio caro padre Ercole, non riesco a credere alle ultime notizie»
dice, facendo un inchino profondo, l’angoscia dipinta sul viso, che
tutti possano vederla. «Anche se sono nata Borgia, ora sono
Lucrezia d’Este, duchessa di Ferrara, e vi dico dal profondo del
cuore che provo la stessa vostra indignazione».
Ercole reagisce con un brontolio grave. Sapevo che era un rischio
prendersi una vipera Borgia nel nido, si dice. Com’è smunta! Non è
più la bella pernice che scendeva dalla nave danzando, quattro mesi
fa. Avrà l’energia per portare a termine la gravidanza? Forse morirà
con il bambino in ventre, come l’altra. Ma non sarebbe un bene,
perché Ferrara è al sicuro solo fintanto che lei è viva. Per quanto
riguarda quel bastardo assassino, figlio del papa, che sia grazie alla
Fortuna o a un patto con il demonio, il destino sembra favorirlo.
«Ma certo, figlia cara. Non angustiatevi per cose che non potete
cambiare». La aiuta ad alzarsi e la abbraccia. «Dobbiamo reagire
con forza e sopportazione. Vostro compito è occuparvi di voi stessa,
perché sarete la madre di un duca di Ferrara, e questo vi rende
preziosa più di ogni altra cosa».
Urbino, Padre celeste! continua tra sé. Quel delinquente di suo
fratello deve avere palle di ferro nelle brache.
Anche se odia i Borgia con tutto se stesso, un dominatore non può
evitare di pensare al sangue con cui si mescola il proprio in vista
delle generazioni future.
Di ritorno nelle sue stanze, Lucrezia fa a pezzettini alcune gallette
e le mastica lentamente per essere certa di non rimetterle. Le sue
dame di compagnia restano a guardarla, intimidite; neppure Angela
sa cosa dire. Dopo qualche istante si accinge a scrivere le lettere
necessarie: a Elisabetta, in febbrile attesa a Mantova, a suo padre, e
l’ultima per congratularsi con il nuovo duca di Urbino, naturalmente.
Forse quella la rimanderà a un altro giorno.
I suoi sentimenti nei confronti del fratello sono diventati tanto
confusi negli ultimi anni che non riesce più a distinguerli: amore,
paura, pietà, collera, lampi di odio. Durante l’infanzia era stato un
punto fermo per lei, come il sole in cielo; sempre capace di farla
ridere, di scacciare i brutti sogni, di proteggerla dai dispetti del
fratello Juan. Ma quando era diventata donna, qualcosa era
cambiato. L’affetto protettivo di un tempo era diventato più violento,
possessivo. Nel salone da ballo la teneva d’occhio come un amante
più che come un fratello, o la stringeva in un abbraccio che la
lasciava senza fiato. Ma il peggio era l’aggressività trattenuta a
stento nei confronti di qualunque uomo osasse avvicinarla.
Aveva minacciato apertamente di uccidere il suo primo marito,
perché non la rendeva felice, e aveva ordinato l’omicidio del
secondo, perché, al contrario, la rendeva troppo felice. Naturalmente
le motivazioni politiche avevano fornito un pretesto poco convincente
in entrambi i casi, ma tutti e due sapevano che c’era sotto ben altro.
Dopo la morte di Alfonso, Lucrezia aveva giurato di non fidarsi mai
più di Cesare, credendo che l’avrebbe odiato per sempre. Eppure,
quasi contro la sua volontà, il fratello era penetrato di nuovo nei suoi
pensieri, e in certi momenti, durante gli ultimi mesi, qualcosa di lui le
era perfino mancato: l’energia inesauribile, le certezze incrollabili, e
l’amore brutale e assoluto.
E adesso è signore di Urbino. Anche se vorrebbe che così non
fosse, la notizia, oltre che riempirla di orrore, le trasmette un senso
inesplicabile di trionfo. Suo fratello sta scrivendo la Storia e, finché la
sua stella è in ascesa, brilla anche quella di Lucrezia. Vede ancora la
facciata altissima di quelle torri bianche e delicate, quel nido d’aquila
splendido, opera dell’uomo, che domina la valle sottostante. Ricorda
la sua corsa tra le stanze del palazzo, tutte ugualmente ricche di
bellezza ed eleganza: città ideali, Madonne dolcissime, cherubini
esuberanti, statue antiche, uno scrigno di cultura, opera di una delle
corti più importanti d’Italia.
Quella corte, però, ora era invasa da un esercito di soldati
vittoriosi, con Cesare al centro, seguito come un’ombra dal suo
scagnozzo assassino, le cui cicatrici in volto corrispondevano a tutte
le macchie che aveva sulla coscienza.
Quella notte tiene con sé Catrinella e qualcun’altra delle sue
amiche finché non si addormenta. Adesso non ha più nausea e
afferma di avere ritrovato il buonumore, ma, quando vanno a coprirla
prima di andarsene, la trovano umida di sudore. Forse sta
evacuando la vergogna provata per la sua stessa famiglia.
14.

Lucrezia su un punto si sbaglia: non vi sono soldati vittoriosi


accampati nel palazzo ducale di Urbino. Il palazzo è inquietante
tanto è vuoto. Vi alloggiano solo Cesare, Michelotto e pochi servitori
ai loro ordini. Fuori la città è ugualmente silenziosa, ogni finestra e
porta sprangata. A meno di due giorni dall’invasione, Urbino è
deserta, in stato di massima sicurezza, o questa è l’impressione che
ne traggono Niccolò Machiavelli e Francesco Soderini arrivando una
sera del giugno 1502.
Hanno cavalcato tutto il giorno, e sta tramontando il sole quando
giungono all’entrata nordoccidentale della città. Il cielo estivo è uno
spettacolo di colori. Le imponenti porte di legno sono barricate, e
non sarebbero mai riusciti a entrare se le guardie non fossero state
avvisate del loro arrivo. Una volta dentro, sono scortati attraverso la
città. Gli zoccoli dei cavalli riecheggiano sui ciottoli delle vie deserte.
Un vincitore i cui uomini non sono autorizzati a compiere razzie:
anche questo è notevole, pensa Niccolò.
Cerca di attaccare discorso con le guardie che li accompagnano,
esprimendo meraviglia per quell’operazione brillante e per la
tranquillità che regna entro le mura. I soldati sono fin troppo contenti
di parlare: la vittoria è recente, e non hanno avuto modo di
vantarsene con nessuno.
È stato, per usare le loro parole: «un dannato colpo da maestro».
Secondo la volontà del duca, aspettavano nei pressi di Camerino,
quando era giunto un contrordine. Quel giorno avevano intrapreso
una marcia forzata tornando verso nordest sotto il sole estivo, senza
una sola sosta per mangiare né bere. Alla sera erano giunti a Cagli,
entro i confini di Urbino. All’ombra di una fortezza che avrebbe
potuto ostacolarli per settimane, se avesse voluto, si erano uniti ai
mercenari di Oliverotto da Fermo e Paolo Orsini, tutti muniti di
salvacondotto in virtù dell’accordo stipulato con il papa. Il duca era
così certo di essere al sicuro che non si trovava neppure in città.
«Non si è accorto di nulla». L’entusiasmo rivissuto nel racconto è
quasi palpabile. «Lui e i suoi uomini stavano cenando in un
monastero in campagna, quando l’ha saputo. Hanno appena avuto il
tempo di fare i bagagli e mettersi in salvo».
Nei confronti del loro capo manifestano solo lealtà. «Il duca
Valentino è un soldato vero. Fa tutto quello che facciamo noi, e
anche di più. Se non mangiamo, beviamo o pisciamo, non lo fa
neanche lui. È più veloce di tutti a cavallo e non dorme mai».
Quante volte Niccolò ha letto quelle stesse parole in Livio, quando
tesse le lodi dei generali romani sempre pronti a dare l’esempio ai
loro uomini!
«E i compensi?» chiede, mentre il silenzio della città si fa greve
attorno a loro.
I soldati si stringono nelle spalle: «Paga bene e con regolarità.
Pazienza se non ti puoi sempre riempire le tasche rubacchiando qua
e là, tanto il più delle volte finisce sempre che perdi il bottino
litigando con qualche altro poveraccio. Qualche donna in più non mi
dispiacerebbe, però. Diteglielo quando lo vedete, ma non fate nomi».
A palazzo, il cortile principale, sul quale si affaccia la cattedrale, è
pieno di carretti vuoti e decine di muli legati, con tanto di mangiatoie
e abbeveratoi improvvisati. Li hanno usati per le provviste o si
preparano a portare via roba? Qualche oggetto ricordo per il
vincitore, forse? Niccolò dovrà dipingere un quadro a parole, e ogni
dettaglio conta.
All’interno, agli inviati vengono assegnate camere eleganti con
una terrazza coperta che si affaccia su un cortile interno, dove l’aria
circola anche nell’afa estiva. Niccolò si gode il luogo meraviglioso
allungando le gambe per alleviare l’indolenzimento dopo giorni in
sella. Il suo corpo basso, magro, non è forte quanto la mente.
Quel viaggio non è stata una perdita di tempo, tuttavia. Lui e il
vescovo ne hanno approfittato per analizzare lo stato dell’Italia, per
descrivere, ponderare, soppesare, come medici al capezzale di un
paziente. Solo che più osservano, più la prognosi pare grave, su
questo punto si trovano d’accordo. Finché la Francia ha intenzione di
riprendersi Napoli, il futuro prevede guerre straniere in terra italiana,
e un gioco infinito di alleanze. A cambiare le carte in tavola, però,
potrebbero essere i Borgia. Il denaro e gli uomini di Cesare possono
anche essere finanziati dal papa, ma la sua sete di potere è
accompagnata da una notevole capacità strategica sul campo. È
circondato da decine di staterelli dominati da famiglie corrotte,
ciascuna preoccupata solo dei propri interessi, che cambiano al
mutare del vento. Cosa o chi sarebbe in grado di creare qualcosa di
più grande, di più stabile a partire da un simile caos? Niccolò
avrebbe perfino desiderato, forse, che il viaggio durasse di più,
perché quella conversazione non lo stanca mai e lo stimola quanto
la prospettiva di una nuova conquista sessuale o di una battuta
spinta. In compenso, il vescovo, attaccato alla Chiesa e alla famiglia,
vede il mondo attraverso lenti più ristrette. In questo frangente a
Urbino, in questa congiuntura storica, però, sono accomunati dallo
stesso amore per la loro Repubblica accerchiata e dal bisogno di
difenderne gli interessi, a qualunque costo, qualunque siano le
condizioni che stanno per essere loro offerte.
Vengono convocati quando la mezzanotte è passata da un pezzo.
Naturalmente, pensa Niccolò dandosi una controllata al farsetto e
passandosi una mano tra i capelli, il duca non dorme mai. Un
servitore li guida su per scalinate, lungo un dedalo di stanze buie
dove un tempo risuonavano voci di uomini e donne sofisticati, che
dibattevano delle qualità del perfetto uomo di corte: l’equilibrio tra
erudito e atleta, tra musicista e ballerino, lo spirito degli uomini
contrapposto alla modestia delle donne. Il silenzio sembra piangerne
la scomparsa.
Cesare si è stabilito negli appartamenti del duca, che godono di
una splendida vista sulla vallata sottostante.
La stanza è inondata dalla luce fredda della luna, e in alcuni punti
strategici le candele illuminano un ritratto del vecchio duca e di suo
figlio e una statua a grandezza naturale di un Cupido nudo che
dorme, con il corpo alato adagiato in un letto di pietra.
Cesare è al centro della stanza, perfettamente sveglio, con
addosso ancora gli abiti da soldato. È seduto di traverso su un
seggiolone di legno, il capo coperto dalla maschera da una parte, le
gambe fasciate dagli stivali che ricadono sul bracciolo dall’altra. Per
un comandante che ha appena portato a termine la più brillante
impresa militare della sua carriera, è una postura disinvolta, persino
insolente. Non si muove quando entrano, facendo loro cenno di
prendere posto su due sedie davanti a sé. Alle sue spalle si trova un
uomo dal viso deturpato, e sanno che si tratta della guardia del
corpo.
Il servitore porta del vino; serve prima il duca, poi loro, infine se ne
va, chiudendosi silenziosamente la porta alle spalle. Nei tre anni
trascorsi da quando è diventato diplomatico, Niccolò Machiavelli si è
trovato al cospetto di molti uomini – e anche di una donna –
responsabili della morte di molti altri, ma nessuno di loro ha mai
usato in prima persona il coltello o la garrota. Cesare Borgia e
Miguel de Corella sono entrambi assassini. L’agitazione che avverte
nello stomaco è impazienza o paura?
Il duca solleva il calice, osservandoli mentre fanno lo stesso.
«Non è veleno, signori» dice infine, quando diventa chiaro che
stanno aspettando che beva per primo. «È, anzi, uno dei migliori vini
d’Italia. Il duca di Urbino lo teneva in serbo per un’occasione
speciale, e penso che saremo d’accordo nel convenire che questa lo
sia. Benvenuti nel mio nuovo Stato».
La sua voce infrange l’incantesimo. Il vescovo si complimenta con
lui per la brillante azione militare, oltre a formulare la speranza per
uno scambio proficuo; i soliti convenevoli, insomma. Niccolò
conosce abbastanza bene il suo superiore, solitamente sicuro di sé,
per notare una traccia di nervosismo. Forse avrebbero dovuto
portare dei doni, ma cosa potrebbe mai desiderare quell’uomo, la cui
spada reca inciso il motto di Giulio Cesare? Nella penombra coglie
un lampo negli occhi di Cesare.
«Siete fortunati a essere i primi a farmi visita, ma non vi ho ricevuti
per sentire i vostri complimenti. Volevo farvi sapere perché sono qui
e quale sarà il futuro di tutti noi». Fa dondolare il piede destro quasi
al ritmo di una musica che solo lui riesce a udire. «Ho tolto al duca
da Montefeltro il suo Stato perché, mentre ero diretto a Camerino, ho
saputo che stava tramando un complotto contro di noi. In questo
modo tratterò tutti coloro che mi dicono una cosa e ne fanno
un’altra».
Miele in bocca e fiele nel cuore: una miscela perfetta per dire
bugie e dare ultimatum. I due diplomatici si preparano per l’attacco.
«Firenze non si è comportata in modo corretto con me. Quando mi
sono schierato con un esercito ai vostri confini un anno fa, vi siete
subito proclamati miei alleati e avete fatto promesse. Ora, invece,
non fate altro che andare a lagnarvi dal re di Francia come
corteggiatori respinti. Questo non mi sta bene e, se non riusciamo a
trovare un terreno comune per stabilire un’amicizia – che è il mio
obiettivo – allora dobbiamo decidere che vogliamo il contrario».
«Signore, devo correggervi» ribatte Soderini, assumendo un tono
indignato, «parlate di amicizia, ma mandate segnali di guerra.
Arezzo si trova in territorio fiorentino, e il vostro condottiero l’ha
invasa e vi ha fomentato la ribellione contro di noi. Se desiderate
l’amicizia, dovreste…»
«Non provo compassione per le difficoltà in cui versa la vostra
città, vescovo, perché penso che se le sia meritate. Vi dico, però,
che Vitellozzo Vitelli non è più uno dei miei uomini. Vi cito la lettera
che ho scritto a mio padre non più tardi di una settimana fa: “Era al
nostro servizio, ma questi non sono mai stati i nostri ordini e gli
ingiungiamo di ritirarsi all’istante se non vuole contrariarci
ulteriormente”. Voi sorridete. No, dico a voi, signore nell’ombra».
«Se avete visto un sorriso, era nella luce della candela, non sul
mio volto, duca Valentino».
«Come avete detto che vi chiamate, voi?»
«Niccolò Machiavelli, segretario dei Dieci» scandisce con voce
chiara, sforzandosi di cambiare espressione: sta pensando che una
lettera privata siffatta viene resa pubblica soltanto se è stata scritta
precisamente con quello scopo.
«Aha! Il che significa che ricevete uno stipendio da Firenze, quindi
il vostro ruolo non cambia ogni – quanto, sei mesi? – come, invece,
questa vostra maledetta Repubblica cambia con l’elezione di ogni
nuovo branco di mercanti inesperti. È una delle ragioni per cui non
voglio avere a che fare col vostro governo: nessuna coerenza,
nessuna visione a lungo termine».
«Signore!» sbotta l’uno.
«Riguardo a…» fa eco il secondo.
«Ah, adesso vi ho fatto arrabbiare entrambi. Bene. Risparmiatemi
la difesa della vostra antica Repubblica. Cos’ha prodotto in verità? I
Medici dittatori e un monaco pazzo. E un ruolo tanto precario che vi
obbliga a nascondervi dietro le sottane francesi ogni volta che
qualcuno vi mette paura, mentre brandite “valore” e “virtù” come
fossero armi invece di chimere. Tutto inutile. Capisco re Luigi meglio
di chiunque altro in Italia. Siamo come fratelli, e come fratelli ci
aiutiamo in ogni modo».
Niccolò fatica a reprimere un altro sorriso. Ricorda il momento in
cui è riuscito finalmente a incontrare il re francese e come, dopo
qualche inutile preliminare, ha visto il pugno del potere emergere dal
guanto diplomatico, le nocche bianche per lo sforzo all’interno.
Aveva provato un’eccitazione fisica, palpabile. Proprio come adesso.
Non ha mai incontrato il papa, ma anche i suoi nemici affermano che
abbia un dono particolare per la strategia e che tratti la politica come
un gioco di carte in cui si ritrova sempre con una mano vincente. Un
talento che si trasmette col sangue o una lezione che il figlio ha
imparato bene? In ogni caso, è impossibile non restarne colpiti.
«Lo ripeto, tengo all’amicizia di Firenze, ma, se non riesco ad
averla, mi ingegnerò per farne a meno, e peggio per voi». Si
appoggia allo schienale, producendo uno schiocco impaziente con la
lingua.
Quanta scena, pensa Niccolò. Tutto questo è solo teatro. La
maschera, le candele, la luna, il palazzo con la città silenziosa
raccolta ai suoi piedi… Lo sguardo di Machiavelli scivola verso una
porta sul fondo che dà in una stanzetta, nella quale le candele
illuminano lo studio del vecchio duca: un mondo creato a intarsio con
mille frammenti di legno diversi. La meraviglia artistica urbinate è
famosa in ogni angolo della terra. Diventerà anch’essa bottino di
guerra, i pannelli verranno strappati dai muri, caricati sui carretti e
portati dove vorrà il duca? Un simile scempio indignerà il mondo, ma
suscitare indignazione è la sua specialità, in fondo. Nessuno mai gli
tiene testa? si chiede. Alle sue spalle, Michelotto è immobile come
una statua. È tutta scena, certo, ma a nessuno è mai concesso
dimenticare la minaccia che rappresenta.
«Vi annoio, segretario?»
«No, signor duca, niente affatto». Riporta subito lo sguardo su di
lui.
«Vedo che avete ripreso a sorridere pur sostenendo il contrario.
Avvicinate la sedia, affinché vi osservi meglio».
Niccolò obbedisce, e gli occhi dietro la maschera si fissano nei
suoi e non lo lasciano più.
«No, non è la luce. Sono le fattezze del vostro viso. Avete tratti
subdoli, ora che ci penso. Allora, dite, cosa pensa il “segretario di
Firenze”, ora che è emerso dall’ombra?»
«È… pieno di ammirazione…» Fa una pausa. Calcola i rischi e
giudica che valga la pena di correrli: «… Per i risultati conseguiti e
per il modo in cui la Fortuna favorisce un uomo che sa cogliere
l’attimo come voi».
Il vescovo si schiarisce forte la voce, come per prendere le
distanze da quell’insulto implicito, invece la risata grassa di Cesare
riempie la sala.
«La Fortuna! Ah, è una splendida sgualdrina. E, come dite voi, in
questo periodo mi cerca senza sosta, ma, come con tutte le donne,
comportarsi da galantuomo permette di spingersi solo fino a un certo
punto. Bisogna arrischiarsi a infilarle le mani sotto le sottane, se si
vuole farla venire». Si diverte a usare quel linguaggio scurrile. «È
una lezione dalla quale Firenze, con tutti i suoi fronzoli e i suoi
principi, potrebbe imparare qualcosa. Guardatevi attorno».
Indica con un gesto il ritratto del primo duca Federico e del figlio
appoggiato contro il muro, pronto per essere portato via. Il vecchio,
con il naso che pare un pontile rotto, è seduto, indossa l’armatura e
sta leggendo un libro, mentre il ragazzino, biondo e paffuto, è in
piedi accanto al trono, un cherubino a disagio in quegli abiti troppo
eleganti.
«La grande famiglia da Montefeltro! Tutto quello che dovete
sapere sull’Italia si trova lì: il padre guerriero e il suo debole figlio, il
duca attuale; non più, anzi, giacché ha perso tutto. E perché?
Perché si è lasciato distrarre troppo dall’arte e dalla cultura, invece di
osservare il cielo e notare i cambiamenti del tempo. Non c’è da
stupirsi che la Fortuna lo abbia abbandonato. Proprio come
abbandona una città che commissiona a uno scultore dal naso rotto
un David di marmo per celebrarne la purezza, mentre rifiuta l’offerta
di alleanza dell’unico uomo in grado di proteggere il suo futuro».
Informazioni, pensa Niccolò: una cosa è avere le risorse per
procurarsele, un’altra è sapere come e quando servirsene. Sente
che il vescovo si agita, a disagio, sulla sedia.
«Vedete con quanta attenzione seguo le vostre vicende interne,
signori. Allora, chi di noi passerà alla Storia? Chissà?» Ora la sua
voce si è fatta quasi seducente. «La vostra statua o il mio Stato?
Perché vi prometto una cosa: sebbene vi sia chi mi considera un
delinquente, non sono un tafano, che si possa scacciare dall’oggi al
domani. No, qui sono e qui resto. Stabilità, ordine, legge, forza,
giustizia. Libererò l’Italia da questo sciame di insetti tiranni che si
sono insediati nelle piccole città pensando solo alla propria ricchezza
e al proprio piacere. Perché, come dite anche voi, segretario, ho la
Fortuna dalla mia, quindi…» Fa una pausa. «Sta a voi decidere che
mossa compiere in quel futuro, ma fatela alla svelta, perché non ho
molto tempo. E ricordate, tra me e Firenze non esistono vie di
mezzo: o siete miei amici o siete miei nemici».
Cade il silenzio. Non è cambiato nulla nelle reciproche posizioni,
ma sembra che non gli interessi più, quasi come se ora apprezzasse
la loro compagnia. O forse ama il suono della sua voce, perché il
dialogo ha lasciato il posto al soliloquio. Niccolò si trova a chiedersi
che aspetto abbia quel volto senza maschera. È a tal punto rovinato
dal mal francese da dover essere tenuto nascosto? O la maschera
rientra negli accessori di scena che accrescono il senso di minaccia?
Se i soldati sono ancora infervorati dall’azione militare recente, il loro
comandante lo sarà a maggiore ragione. Il sonno deve apparire
scialbo a un uomo del genere, anche se la Fortuna lo aspetta nel
suo letto.
«Sembrate stanchi, gentiluomini fiorentini» dice a un tratto.
«Abbiamo cavalcato per diversi giorni». La voce del vescovo è
sommessa.
«Un viaggio lungo per ossa vecchie, me ne rendo conto» dice
Borgia in tono di scherno. «Il papa, mio padre, se avesse il tempo,
preferirebbe salire ancora in groppa a un buon cavallo per viaggiare,
ma è un uomo in ottima salute per la sua età. Non sarei sorpreso se
ci seppellisse tutti». Quest’ultima frase serve quasi a rassicurare se
stesso, oltre che i suoi interlocutori, giacché ogni comandante
militare, soprattutto se paga profumatamente i suoi uomini, deve
essere certo della longevità di chi lo finanzia.
Lo lasciano seduto, con il calice di vino in mano, mentre la notte
urbinate inizia a schiarire oltre le finestre alle sue spalle.

Dopo che se ne sono andati, Cesare resta immobile a lungo, non


fosse per quel piede che continua a muoversi a scatti. Nell’ombra il
respiro di Michelotto cambia, è un mezzo rantolo che lo tradisce:
l’uomo, esausto, si è assopito in piedi. Da quanto tempo sono
svegli? Due giorni e mezzo, forse più. È una delle attrattive della
guerra, d’altronde: infrange le regole di tempo e natura, assordando
il dolore delle ferite, rubando energia futura per alimentare un oggi
che pare senza fine. Ma anche i soldati migliori devono cedere al
sonno, prima o poi.
Lui no. È già preso da quello che verrà. L’occupazione di Urbino
ha cambiato le carte in tavola, moltiplicando la sua fama e i suoi
nemici in un colpo solo. Ora che Firenze non è più l’obiettivo
immediato, ha bisogno per lo meno della sua neutralità. Cosa
diranno i diplomatici fiorentini? Se non altro, non gli hanno mandato
degli smidollati. Il vescovo è troppo legato a suo fratello, uomo al
governo, per prendere il problema di petto (chissà se un cappello
cardinalizio avrebbe giovato), ma quel suo segretario tanto subdolo
avrebbe potuto scrivere un dispaccio capace di catturare l’urgenza e
l’essenza della questione.
Si alza per andare alla finestra. Il cielo è tinto di viola dal sole
nascente, l’aria frizzante e immobile. Sente pulsare la testa; presto
diventeranno martellate che gli impediranno di dormire, nonostante
lo sfinimento del corpo. Quando diventerà insopportabile farà venire
Torella, le cui pozioni calmanti sono diventate farmaci occasionali da
quando è guarito dal mal francese.
Alla luce distingue la vista mozzafiato che si stende ai suoi piedi. E
se aprisse le braccia e saltasse giù? Cadrebbe come un sasso o
verrebbe sollevato dalle correnti d’aria e volteggerebbe come un
uccello sulla valle, sospinto dai venti della Fortuna? Sorride,
immaginando l’incredulità di chi, da terra, lo avrebbe seguito con lo
sguardo, levando gli occhi.

Nella sua stanza, Niccolò pensa e ripensa alla conversazione,


ripercorrendo ogni passaggio, ogni sfumatura. Rimpiange di non
essere rimasto di più, di non avere fatto altre domande, di non avere
approfondito certi punti. Di non essersi sbarazzato del velo della
diplomazia per parlare del corpo malato dell’Italia con un altro
genere di medico, di quelli che affondano le mani nelle viscere nel
paziente.
Prende la penna e comincia a scrivere: il dispaccio deve partire
subito, se vuole ricevere una risposta veloce da Firenze. Trascrive
lunghi stralci del discorso del duca citandolo letteralmente, perché
ha una memoria formidabile: stabilità, ordine, legge, forza, giustizia.
Parole nobili, che nascondono quelle che molti giudicherebbero
come azioni violente. Ma chi mai si è impossessato del potere con la
bontà d’animo? No, se è la Fortuna ad agire qui, lo stesso vale per la
virtù, concetto sfuggente, misto di forza, vitalità e perizia in pari
misura. Cesare Borgia, per quanto nera sia la sua maschera, ne è
l’esempio vivente. Firenze forse preferirebbe non saperlo, ma è suo
dovere dire alla città ciò che vede.

Questo Signore è molto splendido et magnifico, et nelle armi è tanto


animoso che non è sí gran cosa che non li paia piccola; et per gloria
et per adquistare stato mai si riposa, né conoscie fatica o periculo.
Giugne prima in un luogo che se ne possa intendere la partita donde
si lieva; fassi benevolere a’ suoi soldati; ha cappati e’ migliori uomini
d’Italia: le quali cose lo fanno victorioso et formidabile, adgiunto con
una perpetua fortuna.

Sta ancora scrivendo, quando la luce aumenta e la città comincia


a destarsi. Sente cancelli e porte che si aprono, i carretti che
passano sui sassi e giungono nel cortile centrale, oggetti pesanti che
cadono o vengono trascinati, il lamento lugubre dei muli che
vengono caricati di borse, mentre gli uomini gridano intorno a loro. Il
grande saccheggio è iniziato.

Qualche giorno dopo, un personaggio esausto, inzaccherato,


camuffato da contadino, accompagnato da due servitori travestiti allo
stesso modo, giunge alle porte della città di Mantova. Il suo arrivo
alla corte dei Gonzaga causa gioia e costernazione in uguale
misura. Fino a una settimana prima, Guidobaldo da Montefeltro era
duca di Urbino. Ora non possiede nulla al di fuori degli abiti che
indossa, che non sono nemmeno suoi. Non ha quasi mai dormito a
causa dei pericoli che lo minacciavano, è fuggito come un criminale
comune attraverso le proprie terre, evitando i soldati di Cesare
Borgia che lo cercavano.
Quella sera, dopo una riunione, gioiosa e triste insieme, con la
moglie Elisabetta, suo fratello Francesco e la di lui moglie Isabella
d’Este, cenano tutti insieme, e gli altri ascoltano, ammutoliti per
l’orrore, i suoi racconti. Violenza e paura imperversano, una pioggia
di insulti viene riservata al papa e a quel barbaro di suo figlio; e
neppure la figlia Lucrezia, naturalmente, viene risparmiata. Isabella
contribuisce, perché la rivalità che prova per quella donna venuta dal
niente che ha già ereditato il titolo di sua madre e presto ne ricoprirà
il ruolo a tutti gli effetti, si è fatta più profonda dalla notizia della
gravidanza.
«Povero padre, povero fratello! Che vergogna, dover vivere con
una donna di tal fatta».
Più tardi, quando i loro ospiti – ormai visitatori perenni, in esilio – si
sono ritirati nelle loro stanze, lei e il marito ripensano a quella
situazione intollerabile.
«Voi non l’avete mai incontrata, Francesco, ma è come un
serpente nel giardino. Per quanto riguarda Guidobaldo, meglio che
non sappia il peggio, anche se prima o poi gli dovremo dire di come
quel mostro stia razziando il palazzo ducale. Immaginate tutte quelle
opere d’arte mirabili, quegli oggetti di valore inestimabile caricati sui
muli, su per le colline, attraverso le paludi, e nascosti in qualche
cantina ben protetta di Imola o Cesena. O peggio ancora, venduti in
giro per l’Europa, destinati a raccogliere il denaro per finanziare
queste campagne sanguinarie. Nessuno di quegli uomini si interessa
di arte».
«Non angustiatevi, moglie. Morirà infilzato da una spada. E, se Dio
lo vuole, quella spada sarà la mia. Guidobaldo e io andremo a
Milano ad aspettare l’arrivo di re Luigi. Per quanto l’aiuto del papa gli
sia indispensabile, non può permettere che tutto ciò continui».
«Francesco, dovete fare attenzione» lo mette in guardia. Anni di
matrimonio le hanno insegnato che quel suo marito combattivo non
ha grandi doti diplomatiche. «Promettetemi che nasconderete la
vostra furia finché non vedrete che aria tira. Fintanto che il papa è
vivo, può darsi che dovremo ingoiare il nostro odio, altrimenti la
prossima vittima potrebbe essere Mantova».
Quella sera, la marchesa recita una sfilza di preghiere; sono tanti i
suoi desideri, si affida a Dio che li esaudisca nell’ordine che riterrà
più giusto. Più tardi, quando giace a letto, incapace di dormire,
ripercorre nella mente le sale del palazzo di Urbino, passandone in
rassegna i tesori artistici, molti dei quali ha ammirato, o addirittura
invidiato, volendoli per sé.
Il mattino dopo scrive a suo fratello, il cardinale Ippolito d’Este, a
Roma; è una lettera, la sua, che parla soprattutto degli scandali del
momento, ma che tocca un tema in particolare.

Frater honorandissime. Lo Signor Duca de Urbino, mio cognato,


aveva in casa sua una Venere antiqua de marmo piccola, et così un
Cupido, quale gli donò altre volte lo Illustrissimo Signor Duca de
Romagna. Son certa che questi insieme cum le altre cose siano
pervenute in mano del predecto Signor Duca de Romagna in la
mutazione del Stato de Urbino. Io che ho posto gran cura in
recogliere cose antique per onorare el mio studio, desideraria
grandemente averli; né me pare inconveniente pensiere, intendendo
che la E.S. non se delecta molto de antiquità, et che per questo
facilmente ne compiacerà altri.
«Senti un po’, quella brutta grassona si interessa a una statuetta
di Venere e a un Cupido dormiente».
In quel clima di grave instabilità, la richiesta non ci mette molto a
giungere alle orecchie di Cesare Borgia, grazie all’intercessione del
cardinale Ippolito. La lettera gli dà una tale gioia che deve fermarsi
ogni poche frasi per assaporare la vittoria.
«Ricordi quegli oggetti, Michelotto? Il cardinale nella lettera dice:
“opere senza importanza, che non valgono nulla, ma mia sorella se
n’è invaghita, e siccome apparteniamo ormai alla stessa famiglia…”»
Continua con ironia: «Evidentemente, essendo io un bastardo zotico,
capace solo di saccheggiare, come saprei distinguere un’opera di
valore inestimabile da un falso che non vale niente?»
Che storie potrebbe raccontare a proposito di quel Cupido
dormiente…
«Ebbene, se le vuole, le avrà. Falle imballare e mandagliele,
mentre le scrivo qualche parolina gentile. Vorrei tanto vedere la
faccia di da Montefeltro e sua moglie quando scopriranno che i loro
tesori rubati sono in bella mostra nel palazzo della cognata. Per il
sangue di Dio! E dietro alle nostre spalle ci accusano di non avere
morale».
Prende un foglio di carta. «La signora le pagherà quanto prima, le
sue statue».
Terza parte

Estate
1502
«Che Dio protegga la futura duchessa, perché non gioverebbe a nessuno che
morisse ora».
Bernardino Prosperi, nobile ferrarese, lettera a Isabella d’Este, agosto 1502
15.

I carretti pieni di merce stanno ancora uscendo da Urbino, quando


arriva la notizia che Camerino si è arresa. Si è trattato di una fatalità
più che di un’impresa militare, ma a Roma Alessandro festeggia in
modo esuberante, con banchetti e tiri di cannone da Castel
Sant’Angelo: a ogni conquista, la morsa dei Borgia si stringe attorno
all’Italia centrale.
In pubblico, non si stanca di esaltare con enfasi i trionfi del figlio,
decantandone i successi a ogni inviato e cardinale che gli capiti a
tiro. Però… non è sempre tanto effervescente; quando è da solo,
con i ciambellani o con Burckardt, ha un atteggiamento più dimesso.
Forse è per via del clima, già fastidiosamente afoso. Di solito non è
un problema: ricorda estati in cui è rimasto a guardare fino a notte
fonda sua figlia e le sue amiche ballare, prima di attraversare il
Vaticano a piedi per raggiungere il palazzo vicino, dove Giulia
Farnese lo aspettava, con la pelle incipriata sotto le lenzuola di seta
fresca.
Forse una visita da lei lo farebbe stare meglio anche ora. Il viaggio
stavolta sarebbe più lungo, perché quest’estate si è trasferita a
Subiaco, in una casa che Alessandro ha regalato a lei e ai loro figli,
Laura e Romano. Sarebbe arrivato un terzo bambino all’inizio del
prossimo anno. La prospettiva non lo esalta. Il mondo la considererà
senz’altro come un’ulteriore prova della sua dissoluzione, ma in
realtà ultimamente si sente sempre meno allettato dai piaceri della
carne, e quest’ultimo concepimento è frutto di un incontro che
ricorda a malapena. Non che Giulia non sia graziosa o disponibile.
Adesso è anche vedova, oltretutto, poveretta. Anzi, poveretto il
marito, perché, proprio quando ad Alessandro non sarebbe
dispiaciuto rendergli la moglie, gli era caduto un soffitto in testa. Per
anni era stato il cornuto più famoso di Roma e non aveva trovato un
briciolo di dignità neppure nella morte; la trave di legno che avrebbe
potuto raddrizzargli gli occhi – era di uno strabismo spaventoso – gli
aveva invece sfondato il cranio.
«Vostra Santità, siamo onorati che abbiate avuto il tempo di venire
a trovarci».
Come sempre, Giulia lo accoglie a braccia aperte, anche se con la
pancia così grossa l’abbraccio è goffo. Pranzano sotto un loggiato
ricoperto da tralci di vigna. Il figlio di quattro anni corre tra gli alberi
inseguito dalle servitrici, mentre Laura, una ragazzina di nove anni,
sgraziata, che non lo vede abbastanza spesso per essere a suo agio
in sua presenza, siede simulando una grazia che non possiede. Le
questioni del papato e la costruzione dell’impero gli lasciano poco
tempo per godersi la nuova famiglia. Quando Lucrezia aveva l’età di
quella bambina, col sorriso dolcissimo sapeva sciogliere i suoi
peggiori malumori. La guarda di nuovo. Riesce a leggerle nel viso i
segni premonitori della donna che verrà; purtroppo non sarà
graziosa come la madre. Bisognerà organizzare un matrimonio al più
presto e trovarle un convento dove sistemarla nel frattempo. Povero
me, davvero sono già passati nove anni da quando è nata?
Quella sera si ritrova da solo con Giulia e posa la mano sul
rigonfiamento del suo abito. Un tempo la fertilità di una donna
accentuava il suo desiderio: Vannozza, la madre di Cesare e
Lucrezia, lo prendeva in giro, dicendogli che i suoi appetiti sessuali
crescevano allo stesso ritmo della pancia. Ma piaceva anche a lei,
non c’era dubbio. Mio Dio, non riuscivano a staccarsi l’uno dall’altra,
in quel periodo. Nessun uomo avrebbe potuto avere un’amante
migliore. Giulia, però, è molto bella. La attira a sé, la bacia sulle
labbra, saggiandone la dolcezza con la lingua. Forse, se la sua
stanza non è troppo calda…
Lei ricambia il bacio con affetto, ma senza grande entusiasmo.
Non ha nessuna voglia di andare a letto con quel grosso tricheco. A
ventisette anni, ha perso la freschezza della prima giovinezza, che fa
impazzire gli uomini e li spinge a compiere follie per raggiungere gli
umori che scorrono nascosti, e prova quasi sollievo. Il suo corpo ha
già fatto la fortuna dei Farnese, procurando alla famiglia un
cardinale, denaro e case che garantiranno a lei e ad altri una
vecchiaia serena. A tempo debito, forse, si troverà un altro marito.
Per il momento, però, è contenta di occuparsi solo di sé. Non sono
molte le donne della sua età che se lo possono permettere. È un
regalo che si può concedere finché il papa è vivo.
Lui sa, naturalmente, che tutti quanti sussurrano le stesse parole:
tra qualche mese avrà settantadue anni. Ah! Non sono niente.
Niente! Suo zio Callisto, il primo papa Borgia, è morto a quasi
ottant’anni, e, anche se governava la Chiesa da un letto, la mente
era lucidissima. Lui farà lo stesso. Le conquiste di Cesare non sono
finite, e soprattutto deve sopravvivere al cardinale Giuliano Della
Rovere, il suo più vecchio e più detestato rivale, che vive in
volontario esilio nel suo palazzo di Ostia e, a forza di ingoiare bile,
diventa più perfido ogni anno che passa. Tutti sanno che ha il mal
francese. Se Dio vuole, sarà uno di quelli che ne moriranno tra le
peggiori sofferenze.
Quella notte divide il letto di Giulia e si toccano vicendevolmente, il
che basta a entrambi; poi, quando gli viene un crampo alla gamba,
lei si alza e va a cercargli un unguento. Alessandro si sdraia supino,
mentre Giulia gli massaggia il muscolo contratto. Se una volta Giulia
si premurava di dargli piacere, ora invece gli allevia il dolore. L’ironia
non gli sfugge. Una donna piena di attenzioni, in ogni caso.

Di ritorno a Roma, è scoppiata un’epidemia di febbre. Non è


preoccupato per sé – è forte come un toro nei confronti delle malattie
– ma la morte di altri uomini lo fa riflettere. In particolare, il cardinale
Giovanni Ferrari: il vecchio amministratore pontificio è sopravvissuto
agli attacchi di marzo, ma adesso il rifiuto di vedere un medico gli
risulta fatale nel giro di pochi giorni.
Alessandro si tiene pronto a rilevarne il patrimonio, ma la sua
morte e gli avvenimenti successivi lo colpiscono più di quanto si
fosse aspettato.
È Burckardt ad annunciargli la notizia, cosa che, per il taciturno
segretario, equivale a un pettegolezzo. Sembra che, perfino sul letto
di morte, il cardinale stesse ancora vaneggiando a proposito di
prestiti non rimborsati e che avessero dovuto riportarlo in sé due
monaci, agitandogli il crocifisso davanti agli occhi, insistendo perché
anteponesse Dio al denaro almeno in quel frangente. Al funerale,
nella basilica di San Pietro, un membro della servitù si era fatto
avanti e aveva strappato i guanti dalle mani del morto, gridando che
il vecchio spilorcio glieli aveva rubati, e più tardi qualcuno aveva
inciso immagini di una forca e di una gogna sul coperchio della bara,
scrivendo che anche Dio pareggiava i conti e che i peccatori
avrebbero sofferto pene eterne.
Si diffondono anche storielle inventate, frutto dell’indignazione
generale, come quella che, quando il cardinale arriva alle porte del
paradiso e si presenta, san Pietro gli chiede una tassa di centomila
ducati per entrare; e quando spiega che tutte le sue ricchezze gli
sono state tolte dal papa, Pietro continua ad abbassare il prezzo,
finché non lo spedisce in quell’altro posto, dove il custode
dell’inferno dà un’occhiata alla sua borsa vuota e lo manda nel
girone peggiore. Il giorno prima che la barzelletta cominci a circolare,
il papa ha venduto uno dei benefici di Ferrari al nipote del vecchio: il
denaro è già destinato ai fondi per la guerra di Cesare. Forse questo
è il motivo per cui non riesce a togliersi dalla testa la morte del
cardinale.
«Avrebbe dovuto essere più generoso da vivo. A nessuno
piacciono gli avari, e di soldi ne aveva più che a sufficienza» dice,
mentre discute con Burckardt degli eventi del giorno. Quando il
segretario non risponde, lui insiste: «Il fatto è, Burckardt, che la
vendita delle cariche ecclesiastiche è nociva per il papato, lo sapete
bene. Papa Innocenzo ha triplicato in un colpo solo il numero di posti
nella Curia. Siete stato fortunato a entrare prima che iniziassero a
inflazionarsi. Quanto avete pagato per diventare maestro di
cerimonie, allora? Duecento ducati?»
«Quattrocentocinquanta, Vostra Santità» mormora Burckardt. Non
è una somma che una persona di umili natali dimentichi facilmente.
«Bah! Oggi costerebbe cinque o sei volte tanto. E comunque la
gente protesta sempre. Quando sono arrivato dalla Spagna – Maria
Vergine, devono essere passati cinquant’anni, ormai – si parlava già
del fatto che la Chiesa si stesse facendo corrompere dal demonio e
che una riforma fosse essenziale. Ricordo le discussioni: furono
redatti interi trattati per denunciare che i membri del clero
mostravano più rispetto per l’oro e l’argento che per Cristo. Cosa
stavate facendo voi, allora, Burckardt? Imparavate il catechismo,
probabilmente».
Il maestro di cerimonie si stringe nelle spalle. Ne è passato di
tempo da quando viveva nel rumore e nel tanfo di Niederhaslach e
non ci ripensa volentieri. «Ho avuto la fortuna di vedermi offrire un
posto nella collegiata di San Fiorenzo» dice, preferendo ricordare la
maestosa facciata della chiesa gotica e gli anfratti segreti della sua
biblioteca, dove beveva le parole scritte sui libri come se fossero
acqua di vita.
«Ah, sì. Quella vostra memoria prodigiosa vi ha permesso di
distinguervi presto. Avete sempre desiderato fare parte del clero?»
Burckardt si acciglia. Non è abituato a domande tanto personali,
ma da quando donna Lucrezia è partita si è accorto che il pontefice
ama condire gli affari con più chiacchiere. «Io… C’era ben poca
scelta per una famiglia come la mia».
«Ma certo, certo. E questo si riallaccia a ciò che dicevo prima: che
opportunità avrebbero uomini come voi in una Chiesa povera? Era
proprio quello che sostenevano i nuovi pensatori, i teologi, ribaltando
l’assunto con la domanda: a cosa serve una Chiesa povera? La
povertà non conferisce dignità agli uomini; al contrario, stimola
l’invidia e il crimine. In questo caso, quelli che hanno abbastanza
soldi per comprare le cariche sono gli unici in grado di evitare la
corruzione, invece di favorirla».
Adesso ride, rinvigorito dal ricordo di quando era giovane, appena
sceso dalla nave, pronto ad affrontare discussioni di alto livello.
Valenza, ricca e sofisticata, era stata la città più grande della
Spagna, ma, fin da quando era diventato un uomo di Chiesa, c’era
sempre stata la promessa di Roma, il brivido di trovarsi al centro
dell’azione, vicino al potere, con tutte le possibilità che questo
comportava.
«E poi, naturalmente, c’era chi sosteneva che la Chiesa dovesse
incarnare la maestà, oltre alla dottrina. Come poteva tenere testa a
re e principi, se i suoi rappresentanti arrivavano a piedi con un
piattino per le offerte?» Si ferma per riprendere fiato. «Allora, voi
cosa ne pensate, Burckardt? In tutti questi anni non ne abbiamo mai
parlato sul serio».
«Io credo che, perché la Chiesa venga onorata, si debba
riconoscere autorità alle cerimonie e rispetto alle tradizioni».
«Indubbiamente. E la corruzione?»
«Non fa parte delle mie competenze avere un’opinione su questi
temi» dice senza scomporsi.
«Ma sono sicuro che questo non ve lo impedisca» ribatte il
pontefice, perché quando ne ha il tempo gli piace provocare
quell’uomo, sempre tanto formale e corretto. «Forse affidate i vostri
pensieri alla parola scritta».
Burckardt resta in silenzio. Non sa chi abbia messo in circolazione
la notizia dell’esistenza del diario, ma non dimenticherà mai le parole
minacciose di Cesare a quel proposito, dopo la morte del figlio del
papa. Aveva cominciato a tenerlo poco dopo avere ricevuto
l’incarico, per registrarvi la complessità delle cerimonie della Chiesa
e le difficoltà di fare rispettare ai diversi personaggi il protocollo
legato alle rispettive funzioni; informazioni di portata piuttosto
modesta, insomma, ma che un giorno avrebbero potuto rivelarsi utili
alla Chiesa. In certe occasioni vi aveva affidato ricordi più personali:
una visita alla zona disabitata, selvaggia, attorno al vulcano di
Napoli, o gli eventi più drammatici dei suoi tempi, l’incoronazione e il
matrimonio dei re, l’occupazione francese di Roma. A mano a mano
che la temperatura politica all’interno del Vaticano era andata
aumentando, il maestro di cerimonie era diventato più circospetto.
Una cosa era registrare una morte inattesa, un’altra scrivere il nome
dell’uomo che poteva averla causata. Di recente ha cominciato a
nascondere quelle pagine in un forziere sotto il letto. Non si è mai
troppo prudenti nella Roma dei Borgia. C’è chi è finito nel Tevere per
molto meno.
«Mio Dio, Johannes, avete l’aria di non sentirvi bene. Non
preoccupatevi, non mi interessa sapere ciò che desiderate tenere
riservato. Da quanto tempo ci conosciamo? Vent’anni? E per dieci di
questi abbiamo lavorato a stretto contatto. Abbiamo diverse cose in
comune, sapete? Entrambi siamo stranieri, entrambi abbiamo origini
umili – voi più di me – ed entrambi dirigiamo qualcosa: io sono a
capo della Chiesa in questo periodo tormentato, e voi siete
responsabile dei rituali e delle tradizioni. Ho sempre saputo che
saremmo andati d’accordo. Siete un maestro di cerimonie
esemplare, e sarei perduto senza di voi» conclude il pontefice con
un sorriso.
Rassicurato, Burckardt si sforza di mostrare un raro sorriso.
Sarei davvero perso senza di te, pensa il papa, ed è per questo
che non posso promuoverti ancora nel collegio cardinalizio, anche
se si è liberato un posto e avresti il denaro per pagartelo.
«Grazie per le vostre buone parole, Vostra Santità».
Alessandro lo guarda fisso. Un tempo avrebbe voluto vederlo
sorridere di più, ma ora si dice che è meglio lasciar perdere: si
direbbe che stia per piangere.
Firma alcuni documenti, compiaciuto dal rumore della penna che
gratta la pergamena, dallo svolazzo dell’inchiostro; gli dà sicurezza,
vedere il proprio nome sulla pagina. Quanti documenti aveva firmato
il defunto Ferrari in vita sua?
«Al mio funerale, Johannes, farete in modo che vada tutto liscio,
vero?» riprende. «Insomma, non sarebbe opportuno per il papato se
si verificassero… incidenti. La città può lasciarsi prendere la mano
quando muore un papa».
Burckardt lo osserva attento. Da quando lo conosce, non ha mai
sentito Rodrigo Borgia parlare dalla propria morte, invece ora gli ha
fatto la stessa domanda due volte nel giro di pochi mesi. Possibile
che se ne sia già dimenticato?
«Vi assicuro, Santo Padre, che mi occuperò personalmente di
tutto».
«Ma certo. Ve l’ho già chiesto, vero?» dice, scuotendo la testa.
«Ah, fa caldo qui, e siamo alla scrivania da ore. Riposiamo un po’. I
dispacci del giorno non tarderanno ad arrivare, e sono ansioso di
ricevere notizie da Ferrara: ho paura che Lucrezia venga contagiata
dalle febbri estive. L’ambasciatore mi assicura che è in una delle ville
del duca, al sicuro, ma preferirei saperlo da lei».
16.

Quando è stato che il malessere della gravidanza si è trasformato in


qualcosa di più grave? Non se lo ricorda.
Dopo l’occupazione di Urbino decide di ritrovare un po’ di allegria,
organizza feste e apre gli ultimi bauli provenienti da Venezia, uno dei
quali contiene una culla splendida – e costosissima – di argento
cesellato, opera di un bravissimo artigiano. Commissiona un brano a
Tromboncino per la festa dell’Assunzione di Maria che verrà
interpretato dai suoi musicisti, e di sera, pur non avendo l’energia
per ballare (le sue famose giravolte ora le danno la nausea)
accompagna la musica muovendo le mani e battendo i piedi e
ammira le esibizioni altrui.
Lo scontro con il suocero per la dote prosegue, sebbene la
promessa di un erede abbia addolcito un poco la posizione del
vecchio. Le manda regali – libri di preghiera e pezze delle migliori
stoffe ferraresi – e, prima di partire per Milano per far visita al re di
Francia, le chiede di accompagnarlo a trovare Lucia, la suora
famosa per le visioni.
«Non intraprendo nessun viaggio senza la sua benedizione e, con
Alfonso lontano, le sue preghiere intercederanno per mantenervi in
buona salute».
Lucrezia accetta di buon grado. Ha ottimi ricordi del periodo
trascorso in convento, da bambina: la badessa e le insegnanti erano
tutte donne dolci, quasi materne a modo loro. Ma non è mai stata al
cospetto di una suora che ha delle visioni. Come sarebbe bello se
grazie all’intercessione di suor Lucia il suo bambino fosse protetto e
lei potesse smettere di vomitare bile a stomaco vuoto. Una donna
incinta che continua a dimagrire non è un bello spettacolo. Avrebbe
tanta voglia di ritrovare la salute.
In attesa che il nuovo edificio venga ultimato, suor Lucia è ospitata
in uno dei conventi più antichi della città, che ha già la sua santa, le
spoglie di una suora che trasuda un liquido miracoloso
nell’anniversario della morte, e, se la badessa si prende cura di
entrambe, a Lucrezia appare chiaro che ha meno riguardi nei
confronti dell’“ospite”. Suor Lucia è di origini tanto umili che non sa
leggere né scrivere e versa in tali condizioni da non poter lavorare
né recarsi alla cappella reggendosi in piedi, cosicché invece di
servire ha bisogno del servizio altrui. Per quanto riguarda le visioni,
la badessa non vi ha mai assistito. Il duca, fingendo di non notare il
sarcasmo, fa onore ai dolci e al vino migliore del convento. Lucrezia
non l’ha mai visto tanto emozionato.
Vengono guidati a una cella nell’angolo del chiostro, davanti alla
quale sta di guardia una giovane suora, che china il capo e apre loro
la porta.
Ancora prima di vederla, ne sente l’odore. Come descriverlo?
Inebriante, intenso, dolciastro, come fiori freschi misti a gigli marci,
troppo forte nonostante i mazzi di erbe aromatiche appesi in giro.
Lucrezia ha il voltastomaco, ma il duca respira golosamente l’aria a
grandi boccate.
«Lo sentite, vero?» sussurra a voce troppo alta. «È l’odore di
santità, la prova della grazia di Dio. Non c’è niente di simile al
mondo».
Quando si abitua alla penombra, scorge un pagliericcio posato su
una struttura di legno rialzata. Sotto una coperta lisa è sdraiata una
figura così esile da increspare appena il profilo piatto del giaciglio.
Lucrezia pensa dapprima che si tratti di una bambina, perché
nessuna donna è così esile e magra, ma il viso non è infantile; anzi,
è quasi raggrinzito, con gli occhi chiusi infossati nelle orbite, il mento
e gli zigomi sporgenti contro la pelle, il pallore del pane crudo.
«Quanti anni ha?» chiede Lucrezia sottovoce, cercando di non
fissarla con troppa insistenza.
«È nata a Narni nel 1476» risponde il duca, assumendo subito le
funzioni dello storico della Chiesa.
Quindi avrebbe…? Come? Ventisei anni? Solo quattro più di lei?
Impossibile. Ne dimostra sessanta.
«Non ha più bisogno di cibo terrestre. Ve l’ho detto, no? Dio la
mantiene in vita semplicemente con l’ostia. Questo vi dimostra
quanto sia santa. Suor Lucia…. Sono il duca Ercole».
Gli occhi si spalancano, enormi nella semioscurità, e sembra che
anche le labbra si muovano; ma forse si muovevano già prima. Non
ne esce alcun suono, però, solo un flusso silenzioso di preghiere
rapidissime. Davvero mangia soltanto il corpo di Cristo? Per quello
sembra viva e morta allo stesso tempo?
«Ah! Vedete? Sa che siamo qui! Suor Lucia» dice alzando la voce
«sono venuto a chiedere la vostra benedizione per il viaggio a
Milano». Ha gli occhi lucidi, sembra quasi tornato bambino, pensa
Lucrezia, ogni traccia di bellicosità e sfarzo è sparita. «E vi ho
portato la nostra nuova duchessa».
Ignorando le sedie che erano state preparate per loro, si avvicina,
facendo segno a Lucrezia di seguirlo. Quando gli ubbidisce, vede il
viso della suora cambiare, la bocca allargarsi in un sorriso che le
inghiotte le labbra, e il mormorio diventa udibile, una cantilena che
ricorda il rumore dell’acqua che scorre sulle rocce. Poi, a un tratto e
senza sforzo apparente, la religiosa si tira su a sedere di scatto,
come animata da una molla, la schiena dritta e sottile come un’asse
di legno, e tende le braccia in avanti, come per accogliere loro o
qualcosa di invisibile – perché gli occhi non si sono mossi – nell’aria
davanti a sé.
«Che Dio vi benedica!» grida, un suono profondo, che non si sa
da dove esca. «Che Dio benedica il vostro viaggio verso nord,
signore, e benedetto sia il frutto del vostro seno, signora».
Perché quelle parole le provocano un brivido? Devono essere al
corrente della sua gravidanza all’interno del convento.
«Ah! Sentite?» Il duca è fuori di sé per la gioia. «Vede il bambino
dentro di voi. Santissimo Gesù e tutti i santi, dite qualcosa.
Parlatele».
Dire qualcosa. Ma cosa?
«Cara suor Lucia» si avvicina tanto da poterla quasi toccare
«come state?»
Al suono della sua voce, il viso della piccola suora si gira di scatto
verso di lei; la bocca le si allarga in un sorriso enorme, mostrando un
cimitero di denti marci e soffiando fuori aria pestilenziale.
«Benedetto. Benedetto sia il frutto». Ripete le parole, annuendo
furiosamente. «Benedetto…» Poi, con la stessa velocità, la sua
espressione cambia di nuovo, il sorriso scompare e inizia a emettere
piccoli respiri affannosi, come un animale che soffre. Il corpo sotto la
camicia da notte inizia a tremare, e sotto lo sguardo di Lucrezia un
filo di saliva le sfugge dalla bocca e le cola sul mento.
«Ha una visione». La voce del duca è ammirata. «Succede, a
volte, quando siamo qui. Vedete come trema? Dio è dentro di lei. Ci
dirà dell’altro. Orsù, dobbiamo pregare».
Ma Lucrezia continua a fissarla. Sta soffrendo? Dovrebbero
aiutarla?
Alle loro spalle la porta si apre, e la suora giovane si avvicina in
fretta al giaciglio, abbraccia la figura rigida e la aiuta a coricarsi. Il
viso della novizia esprime una grande tenerezza. Sembra che le due
abbiano già vissuto quella scena molte volte. Lucrezia si inginocchia
sui cuscini preparati per quello scopo, e il duca accanto a lei è già
concentrato sulla preghiera.
Benedetto è il frutto… Il seno della preghiera è quello di Maria, ma
è senz’altro anche il suo. Oh, santa suor Lucia, intercedete per me.
Portate via questa malattia e prendetevi cura di questo bambino che
mi cresce dentro. Vi prego, vi prego…
Mette tutta l’anima nella preghiera, ma nel caldo la puzza è ancora
più forte, e deve combattere per non vomitare lei stessa la propria
saliva sulle pietre del pavimento. Quando alla fine riapre gli occhi e
vede quel viso smunto con la bocca aperta, non riesce a trattenere
un brivido di repulsione.

«Fa onore alla gloria eterna di Ferrara che abbia scelto di vivere
qui con noi». Nella carrozza, lungo il tragitto di ritorno, Ercole è
animato dall’orgoglio per la sua città. «Non c’è suora più santa in
tutta Italia».
Lucrezia non può fare a meno di pensare che, lungi dall’avere
scelto, la piccola suora è stata rapita, portata via contro il suo volere
dal duca. Ricorda tutti gli scossoni, le curve tra Narni e Ferrara.
Devono averla avvolta in cuscini di piume lungo la strada
accidentata, per evitare che quelle ossa fragili si rompessero in mille
pezzi. Dio doveva amarla molto per darle la forza di sopportare una
tale sofferenza.
Quando le sue dame di compagnia le si precipitano incontro per
chiederle com’è andata, non sa bene cosa rispondere, incerta tra la
meraviglia e l’orrore.
«Era davvero santa?»
«Si è librata in cielo?»
«L’avete vista mangiare l’ostia?»
«E l’odore? Dicono tutti che si avverte un odore particolare. È
l’odore di santità?»
Solo a quella domanda si sente in grado di rispondere: «Odore di
marcio, più che altro».

La settimana successiva, dopo la partenza del duca e del suo


seguito, si trasferisce nella residenza di Belfiore, che si trova entro le
mura della città, ora che sono state ampliate. Per un certo periodo vi
prova sollievo. L’edificio è splendido, spazioso, un palazzo più che
una villa di campagna: conta tante stanze quanti sono i giorni
dell’anno, con logge arieggiate e giardini perfetti per i lunghi giorni
d’estate, e la storia della famiglia d’Este narrata lungo i muri
affrescati. La moglie morta del duca diventa la sua compagna
silenziosa, perché la sua immagine è dappertutto, seduta ai concerti,
mentre balla al suono del flauto e dei tamburi, regale ed elegante
alla processione in occasione del suo matrimonio in città. In futuro
anche lei, forse, osserverà la celebrazione di se stessa: questo duca
tanto avaro spende senza limiti quando si tratta di onorare la propria
famiglia.
Ma alla sua rendita non pensa più. La nascita di un erede è molto
più importante e, anche se ha smesso di vomitare ogni giorno – sia
lodata suor Lucia – non dà però segno di riprendere le forze.
Trampoli, promosso da inviato di Ferrara a sostituto del duca,
responsabile delle residenze e dei suoi occupanti in sua assenza, si
stabilisce nel palazzo per vegliare su di lei.
«Non dovete affaticarvi, signora». Pur avendo ammirazione solo
per il suo spirito, comincia a preoccuparsi per le condizioni fisiche di
Lucrezia. «Non dovete in nessun caso ricevere visitatori dalla città
senza dirmelo. Sono mesi pericolosi per la febbre, questi».
Lucrezia vorrebbe ridere della sua preoccupazione. Ha vissuto per
anni a Roma, dove le epidemie colpivano ogni anno; ha ballato e
dormito in una decina di ville di campagna, mentre le febbri estive
minacciavano la città, e la malattia si spingeva talvolta fuori dalle
mura fino alle casette dei contadini o ai quartieri della servitù. Ma,
come Trampoli le fa notare con tatto, non ha mai vissuto a Ferrara,
dove la rete di fiumi e canali sembra catturare la nebbia d’inverno e
diffondere il contagio d’estate. Nei circoli diplomatici italiani gli inviati
temono sempre di essere mandati a Ferrara, quando c’è la febbre in
giro.
Angela è la prima ad ammalarsi; un pomeriggio è allegra come un
canarino, fuori con le altre dame a pescare le carpe nel laghetto – ce
ne sono così tante e così grasse che sono troppo pigre per guizzare
via e mettersi al riparo – e il giorno dopo geme, a letto, in un lago di
sudore. Lucrezia non ha il permesso di farle visita. I messaggi sul
suo stato vengono trasmessi seguendo una gerarchia ben precisa;
brucia di caldo, si agita, delira come una pazza. Il delirio, per fortuna,
è breve, e nel giro di pochi giorni, durante i quali afferma che
avrebbe preferito morire, si riprende. Ormai è agosto, e metà della
città suda o trema, ma la buona notizia è che, così come arriva, la
malattia se ne va, e gli unici morti finora sono vecchi e bambini,
deboli già da prima. Si è visto di peggio.
Quando, come era destino che fosse, anche Lucrezia è
contagiata, la natura della malattia appare diversa. Comincia come
una febbre, ma scompare dopo un solo giorno. Qualche sera più
tardi, dopo cena, è colta da conati violenti di vomito e per ordine del
suo medico trascorre altri due giorni a letto; poi si sente meglio,
quasi stordita dal piacere della guarigione rapida. Le sue dame di
compagnia la vegliano con sollecitudine, quando si gode la brezza
serale, ascoltando l’affascinante Strozzi, sempre elegante, che recita
un ciclo di poesie sulla bellezza bucolica dell’estate: «Come una
donna in fiore che la nuova vita dentro di sé fa sbocciare».
È tanto decisa a incarnare quella donna che dieci giorni dopo,
quando si ammala di nuovo, ce l’ha quasi con se stessa per quella
che considera una debolezza di carattere.
«Benedetto, benedetto sia il frutto del tuo seno» dice tra sé,
febbricitante, durante la notte, mentre Catrinella cerca di rinfrescarla
con un ventaglio e le asciuga la fronte. «Sono protetta dalla santa
suora. Non posso stare male. È solo il caldo, e so come portare a
termine una gravidanza d’estate, l’ho già fatto». Pensa a quei mesi
caldi in cui lei e Alfonso, il suo primo Alfonso, percorrevano a cavallo
i territori di Spoleto sotto il suo comando, e la gente si precipitava a
vederli passare, soprattutto le donne sterili, che volevano la sua
benedizione, perché erano una bella coppia, e lei in particolare era
radiosa, con un bambino bello sano in grembo. La gioia di quel
ricordo è quasi insopportabile.
«Cosa avete, signora? Sentite male da qualche parte?» sussurra
Catrinella sporgendosi per asciugarle le lacrime.
«No, no, sono in paradiso» mormora. Poi si acciglia. «Domani
devo alzarmi. Ho tante di quelle cose da fare». Si posa le mani sulla
pancia, ora ben visibile sotto il cotone morbido.
«Lo sentite muoversi?» chiede Catrinella.
«Sì, sì, anche se è ancora piccolo. Ma sono furbi, sai? Spesso
aspettano che la mamma cerchi di dormire. Sono così, i maschietti.
Se non avrai mai un marito, Catrinella, non lo scoprirai mai, e
sarebbe un peccato, perché è una grande gioia».
Ma Catrinella non vede nessuna gioia in quel viso esausto,
ansioso, e nel corpo gonfio della donna che adora. Se non le fosse
tanto fedele, e se ci fossero conventi disposti a prendere suore nere,
potrebbe andarci anche subito; non ha bisogno di diventare vecchia
per sapere che si sente più al sicuro con Dio che con qualunque
altro uomo mai incontrato.
«Ma…»
«Cosa, signora?»
«Mi chiedo se sia vero. Forse si muove poco perché io riposo
troppo. Non vogliamo certo un piccolo d’Este che dorme sempre. Chi
li fabbricherebbe, allora, i cannoni?» E ride, una risata provocata
dalla febbre.
Il mattino dopo le sue dame si riuniscono per fare il punto della
situazione con Trampoli. Quella sera quest’ultimo scrive al duca, che
rispedisce prontamente in città il suo medico personale per prendersi
cura di Lucrezia.
Anche Lucrezia è occupata con la corrispondenza e detta
messaggi scherzosi ai due padri, quello di sangue e quello acquisito.
«Se qualcosa potesse darmi un sollievo rapido dalle mie condizioni
attuali, sarebbe una vostra lettera» scrive a Ercole. Poi ad
Alessandro, a Roma: «È una febbre estiva passeggera. Quando
riceverete questa lettera, sarò ormai guarita».
Ma la parola febbre trafigge come una lama il cuore di Alessandro
e, quando convoca l’ambasciatore di Ferrara, la sua espressione gli
dice tutto ciò che c’è da sapere.
«Ve lo dico senza mezzi termini, signore, il benessere di nostra
figlia è più importante del nostro per noi, e questa notizia ci
sconvolge profondamente».
Roma è piena di diplomatici che hanno sperimentato in prima
persona la lingua tagliente di Alessandro; inoltre tutti sanno che le
sue celebri collere non sono esenti da qualche esagerazione. Non
questa volta, però. Questa volta parla con gelida onestà: «Non sta
certo a noi spiegare a un duca come amministrare la sua corte, ma
la sofferenza della duchessa per la somma inadeguata che le è stata
messa a disposizione ci è stata resa nota in più di un’occasione, e
non ci sorprenderebbe che questa malattia nascesse anche dalla
tristezza per il trattamento ingiusto che le è stato riservato. Siamo
certi che una risoluzione celere di questa situazione contribuirebbe a
ristabilirla. Non vorremmo certo, oh, Dio non lo voglia, che questa
sua “indisposizione” diventasse qualcosa di più grave. Il duca
dovrebbe prendersi cura di ciò che è in casa sua, perché è ciò che
ha di più prezioso. Sono sicuro che ci capiamo. Aspetteremo vostre
notizie ogni giorno».
Ordina che vengano celebrate messe nelle sue chiese preferite e
veglia nella piccola cappella di San Nicola, la cui architettura
favorisce il raccoglimento più della maestosità della Cappella Sistina.
Ma neanche la voce di un papa ha sempre l’autorità o l’umiltà
necessarie a garantire l’intercessione, e il mattino dopo ordina al
proprio medico, il vescovo di Venosa, di partire per Ferrara.
L’uomo cavalca per tre giorni, e i dolori di cui soffre sono alleviati
dall’idea di curare la bella Lucrezia e di avere la gratitudine del papa.
Ma quando arriva alla villa, i medici presenti sono già una mezza
dozzina, e la situazione è critica. La duchessa ha perso molto
sangue dal naso. È a letto, la testa inclinata all’indietro, mentre un
distillato denso di coriandolo e borragine le cola, a goccia a goccia,
nelle narici per arrestare l’emorragia; le dame di compagnia la
circondano come il coro di una delle tragedie antiche che il duca
Ercole ama fare tradurre.
Lucrezia si riprende, e tutti tirano un sospiro di sollievo. Il giorno
dopo sta tanto bene da farsi pettinare e siede a letto con le finestre
aperte per udire il canto degli uccelli. Quella “malattia” ha regole tutte
sue e si prende gioco tanto dei medici quanto della paziente.
Fuori della camera i suoi due padri conducono una lotta di potere
attraverso i loro medici, i quali, dopo avere entrambi protetto dalla
morte due vecchi potenti, sono certi delle proprie capacità e, anche
se uno di loro cura un papa, ambedue hanno esperienza di donne
incinte.
Dopo una settimana di attenta osservazione, in cui Lucrezia non
peggiora ma non migliora, i loro pareri sono diametralmente opposti.
Il vescovo nota una certa instabilità nell’umore e anche nel corpo: la
dama non è solo malata, è anche ansiosa, perfino turbata; se i suoi
umori potessero essere bilanciati, forse anche il corpo ne trarrebbe
giovamento. Il medico di Ercole, invece, sopravvissuto a decenni di
febbri nel Ferrarese, si considera un esperto in materia e non è
convinto. Studia campioni di urina, posa l’orecchio sul rigonfiamento
dell’addome di Lucrezia per sentire se il bambino sta bene. Prescrive
un impiastro e una bevanda dal sapore disgustoso, i cui ingredienti
si rifiuta di divulgare, e decide di comune accordo col collega di
praticare un piccolo salasso.
Una settimana dopo è la festa dell’Assunzione, in cui la Madonna
è portata in cielo da tutti gli angeli. Le statue della Vergine Maria
saranno portate in corteo in giro per la città, e la composizione di
Tromboncino sarà eseguita nel corso di una cena. Si tratta della
prima opera commissionata dalla corte di Lucrezia.
«Cosa dicono i medici?» chiede la duchessa ad Angela, che
trascorre il pomeriggio con lei. «Starò meglio tra una settimana?»
«Sì, sì. Dicono che sarete perfettamente ristabilita» risponde con
un gran sorriso; ma Angela, lo sanno tutti, non sa mentire e più si
impegna, più il risultato è deludente.
L’Assunzione arriva e passa, e lo spettacolo della duchessa non
ha luogo.
Nel frattempo continuano ad arrivare medici. L’ultimo è Gaspare
Torella, giunto per ordine di Cesare Borgia in persona. Dove sia il
Valentino nessuno lo sa con esattezza, anche se mezza Italia si
guarda alle spalle per essere certa di non farsi sorprendere.
Gaspare porta con sé una lettera per Lucrezia da parte del suo
padrone, che decanta con entusiasmo le vittorie dei Borgia, ma
mette bene in chiaro che, se non gli giungono rapidamente notizie
della sua guarigione, il piacere per la propria buona sorte non
significa nulla per lui. Che gioia può dare il mondo, se mia sorella
non sta bene? È firmata: da tuo fratello che ti ama più di quanto non
ami se stesso.
Appena finito di leggerla, chiede di essere lasciata sola. Passa le
dita sull’inchiostro della pergamena. Cerca di udire la sua voce nelle
parole, di immaginarne il volto, ma non riesce più a ricordare le sue
sembianze. Indossa ancora la maschera? Deve chiedere a Torella
come sta. Niente più attacchi di pustole e dolori? Sì, parlerà a
Torella. Un tempo lo conosceva, a Roma, e lo ricorda come un uomo
buono. Ma ci sono così tanti medici, ora… Quando li vede riuniti a
crocchio con gli abiti neri, i copricapi scuri con le punte, i volti
solenni, che annuiscono, è difficile distinguerli. Si trovano ogni giorno
nell’anticamera come uno stormo di corvi, gracchiano e discutono su
una nuova teoria, un nuovo rimedio.
«Signora, dovete… Signora, dovreste… Forse, duchessa, se…»
Sto cercando di stare meglio, pensa spazientita. Cos’altro volete
da me?
«Mi dispiace causarvi tante preoccupazioni» annuncia loro,
quando si presentano al suo capezzale. «Si tratta solo di una febbre
che va e viene e di un bambino. Sono sicura che con il vostro sapere
e il vostro aiuto la natura seguirà il suo corso».
Ma all’attacco successivo di febbre è costretta a rimettersi a letto,
la temperatura non si abbassa e al terzo giorno brucia a tal punto
che le vengono le convulsioni e non possono fare altro che
avvolgerla in lenzuola umide e tenerla ferma.
Non c’è bisogno di un medico per capire che la signora duchessa
d’Este Borgia sta molto male. Giunge notizia che suo marito Alfonso
abbia già varcato il confine, di ritorno dalla Francia per essere a
fianco della moglie. Quella sera il medico del duca Ercole,
Francesco Castello, scrive al suo datore di lavoro: Ritengo che
donna Lucrezia sarà liberata dalla sofferenza solo dalla nascita del
bambino.
Ma il parto è ancora a mesi di distanza.
17.

«Queste sono le parole del duca Valentino, accompagnate da certe


osservazioni che ho fatto durante la visita».
«Ma il vescovo, mio fratello, dice che avete scritto da solo il
dispaccio».
«Nulla è stato mandato senza la sua approvazione».
Nonostante gli scuretti chiusi e un soffitto alto tre volte un uomo,
l’aria all’interno della Sala dei Gigli nel Palazzo della Signoria di
Firenze è immobile. Tutti coloro che avevano i mezzi per andarsene
si sono rifugiati in campagna. Chi governa la città, tuttavia, deve
rimanere.
«Non dovete difendervi». Il gonfaloniere indica una sedia a
Machiavelli. «Firenze è in debito con voi. Avete fatto un ottimo
lavoro».
«Quest’uomo è prezioso: fedeltà, fervore e prudenza non gli fanno
difetto»: queste erano state le parole del vescovo di ritorno da
Urbino, ancora stordito dagli abboccamenti con il prepotente Borgia.
Niccolò annuisce grave. Dopo i commenti del duca, si sforza di
controllarsi: il viso di un diplomatico dev’essere imperscrutabile
come la sua mente. «Il consiglio continua a opporsi, però, alla firma
di un trattato con lui» ribatte.
«Quella decisione non riflette un rifiuto della vostra opinione.
Semplicemente non siamo convinti che, dopo questa specie di…
furto perpetrato alla luce del sole, il duca Valentino continuerà a
godere dell’appoggio di re Luigi».
Quante volte si è fatto la stessa domanda da quando è partito da
Urbino? «Capisco re Luigi meglio di chiunque altro in Italia. Siamo
come fratelli, e come fratelli ci aiutiamo in ogni modo». La vanteria
del duca era stata confermata anche da due suoi condottieri, ma
così era da fare per eliminare ogni possibile dubbio. Forse sia lui che
il vescovo erano rimasti tanto colpiti dal carisma del duca da non
scavare a sufficienza dietro le sue parole?
«Avete indubbiamente ragione riguardo al pericolo» continua
Soderini. «Come avete detto voi stesso al consiglio, quell’uomo è
come una volpe in un pollaio in una notte senza luna». Stringe le
labbra in una smorfia al ricordo della discussione che quell’immagine
aveva scatenato: i bravi cittadini di Firenze non avevano apprezzato
il paragone con i polli. «Il no da parte nostra potrebbe comunque
diventare un sì. Abbiamo solo chiesto tempo per riflettere. Frattanto
non lo perdiamo di vista». Fa una pausa. «Anche se ora nessuno sa
dove si trovi. Urbino? Roma? Cesena? Circolano voci, ma nessuno
lo sa per certo». Guarda Machiavelli speranzoso.
«Credo che stia andando dal re». Ci ha pensato a lungo prima di
rispondere.
«Milano pullula di suoi nemici. Perché farebbe una cosa del
genere?»
«Ancora una volta, perché nessuno se lo aspetta. E perché…» Si
ferma un istante, ripensando ancora una volta alla sicurezza
insolente di quell’uomo. Avrebbe funzionato, se avesse voluto usarla
per affascinare il proprio interlocutore invece di fargli paura?
«Perchè se ha qualche dubbio quanto all’appoggio di re Luigi,
sarebbe meglio incontrarlo di persona».
«Se dovesse accadere, pensate che riuscirebbe nel suo intento?»
«Sì, credo di sì».
«Cos’altro credete, Niccolò?» Una struttura tanto delicata, una
repubblica, ma un peso schiacciante sulle spalle degli uomini che la
sostengono. Vi sono state volte, nel corso di quegli ultimi anni, in cui
Soderini ha temuto di perdere entusiasmo per il lavoro che svolge.
Mai, però, quando parla con quell’uomo.
«Credo che, se la Fortuna continuerà ad assisterlo, gli suggerirà di
guardarsi le spalle. Per avere Urbino ha dovuto umiliare Vitelli, che
come tutti sanno è molto vendicativo. Fino a questo momento tutti i
suoi condottieri hanno avuto i loro conti da saldare, ma dovrebbero
essere sordi e ciechi per non capire che da ora in poi rischiano di
diventare prede invece che cacciatori».
Soderini annuisce, pensoso. Se dovesse farlo parlare ancora, il
suo consigliere citerebbe forse a sostegno delle sue previsioni
qualche esempio tratto dall’antichità? Oltre alla Storia romana,
questo giovane e intelligente diplomatico ama le donne, il vino e la
politica; racconta barzellette scurrili, ha sposato di recente una
donna di spirito, ma che non può competere con lo spirito di Niccolò.
È un uomo serio, ma capace di grande arguzia e di divertirsi.
Soderini vorrebbe avere lo stesso talento.
«Scopriremo presto se avete ragione. E questo mi porta ad
annunciarvi le ultime notizie. Oggi il consiglio vi ha affidato l’incarico
di inviato permanente alla corte del duca Valentino. Quando farà la
sua comparsa, dovrete raggiungerlo. Da questo momento sarete le
orecchie e gli occhi di Firenze, starete sempre al suo fianco». Fa una
pausa adeguata per permettere al suo interlocutore di digerire
l’informazione. «È un onore. Non mi dovete ringraziare».
Inviato, non ambasciatore. Niccolò mantiene il mezzo sorriso sulle
labbra. Il nome di Machiavelli non è abbastanza prestigioso per il
titolo più elevato. Inviato permanente. Naturalmente nulla gli farebbe
più piacere al mondo di essere l’ombra del duca, osservare ogni sua
mossa politica e militare, ma si tratta di un regalo avvelenato, perché
un simile incarico manderebbe in malora qualunque uomo privo di
fonti di sostentamento private, come lui. È abituato ai maltrattamenti
che lo Stato gli infligge: rimborsi spese che non arrivano, dispacci
che si deve pagare da sé, vestiti che diventano cibo per le tarme,
perché nessun sarto lavora per i creditori poco affidabili. Non è lui
solo a soffrire. Alla corte francese, sia lui che la sua minuscola
Repubblica erano diventati lo zimbello di tutti.
Allarga il sorriso: «Sono onorato, indubbiamente, ma… ho una
casa e una moglie da mantenere, e…» Che ironia della sorte, si
dice, la Fortuna apre le gambe per me, e io mi metto a contare il
denaro. Cosa farebbe Cesare Borgia al mio posto?
«Il vostro salario sarà pagato ogni mese, e anche le spese. Me ne
occuperò personalmente. Per ora siete libero di passare un po’ di
tempo con vostra moglie. Trascorre il mese di agosto in campagna,
vero?»
Inutile discutere. Vede l’immagine di un vigneto verde lungo un
pendio, dove la famiglia Machiavelli coltiva uva e altri prodotti, le cui
radici affondano nelle profondità della terra da un secolo e mezzo. I
chicchi d’uva saranno belli gonfi, e le botti sono pulite e pronte.
«Andate a respirare un po’ di aria fresca, Niccolò. È un lusso di cui
non si gode spesso, quando si lavora per il governo».

Effettivamente è sua intenzione andare a casa quella sera stessa.


Anzi, ha già mandato un messaggio a sua moglie, dicendole di
aspettarlo. Ha anche voglia di rilassarsi, però, e deve saldare
qualche debito. Vuole offrire da bere ai colleghi che gli hanno
guardato le spalle mentre è stato via, perché la politica interna non si
ferma quando un uomo si assenta dalla scrivania, e anche se ha
lasciato la propria impronta in questi ultimi anni, vi sono altri, con
cognomi più altolocati e carriere più modeste, che sarebbero ben
contenti di scavalcarlo.
«Siete un uomo fortunato, Macchia. Il consiglio è contento del
vostro stile».
Il ciuffo di capelli neri, che pareva una macchia di inchiostro sulla
sua testa, è all’origine di quel soprannome. Aveva cercato di farseli
crescere, ma i ricci partivano, scomposti, in tutte le direzioni,
facendolo sembrare un giullare più che un diplomatico.
«Sempre preciso, senza infiorare il linguaggio, anche se i
riferimenti impliciti alla Storia romana li hanno un po’ spiazzati».
Biagio Buonaccorsi è il suo più fervente sostenitore; è abbastanza
furbo da capire che non sarà mai intelligente come il suo capo e non
intende permettere al veleno dell’ambizione di rovinargli la vita.
All’interno del nido di vipere del governo, Niccolò ha trovato in lui il
suo migliore amico, e il compagno di bevute più resistente. A metà
del secondo boccale, comincia a sentirsi a casa.
«Qualche battuta in più non guasterebbe, vista la montagna di
lavoro sotto la quale ci seppellite».
«Battute, Biagio? Volevate battute da un incontro tra un vescovo e
due assassini?»
«Uno è butterato e l’altro è coperto di cicatrici, no? In confronto,
voi sarete risultato bello. Avevate il vostro solito sorrisetto stampato
in faccia? Quello che vi viene, quando il cervello vi si surriscalda?»
Niccolò risponde con una smorfia.
«Aha, il duca ha pensato che rideste di lui? Avanti, Macchia, ora
non siete con il gonfaloniere. Raccontateci come sono andate le
cose».
Non si tratta solo di Biagio. Tutti vogliono sapere com’è andata: il
duca Borgia è una leggenda, e non in molti sono stati al suo
cospetto e sono ancora vivi per raccontarlo. Il terzo e il quarto
boccale glieli offrono. Poi, naturalmente, bisogna brindare al suo
nuovo incarico, perché nella taverna lo sanno tutti, da quando il
banditore l’ha gridato dal campanile del municipio: Niccolò
Machiavelli, inviato permanente alla corte del duca Valentino.
Da quella taverna passano alla successiva e, una volta esaurito
l’argomento di guerra e razzie, l’unica cosa che resta da discutere
sono le donne. Tutti “sanno” che Borgia ha al seguito un harem di
prostitute ovunque vada. Dove guardava Niccolò per non essersene
accorto? Forse se riesce a diventare intimo del duca, la prossima
volta gliene passerà qualcuna dopo avere finito. A un certo punto
della serata alcune donne, che praticano la stessa professione a
Firenze, si presentano al tavolo e offrono i loro servizi con lo sconto
all’uomo che si è avvicinato tanto alla gloria. Tra i suoi viaggi e la
nuova moglie, non l’hanno visto spesso di recente. Quale modo
migliore per accogliere un soldato che combatte con le armi della
diplomazia dell’offrirgli una nuova conquista a letto?

Nel complesso, è un festeggiamento riuscito, come usa tra


fiorentini. Quando si sveglia a casa di Biagio, con la testa che gli
batte come il martello di un fabbro, ha già perso metà giornata.
Marietta sarà in pensiero. Andrà subito a casa. Ma Biagio torna
proprio in quel momento e, quando finalmente esce a cavallo da
Porta Romana, a sud della città, il sole sta tramontando e il mondo è
in fiamme tutt’attorno a lui. Che magnificenza!
Cala la notte quando si avvicina a Sant’Andrea in Percussina. La
tenuta non è lontana dalla stazione di posta, dove i messaggeri
incaricati di fare la spola con i dispacci tra Roma e Firenze talvolta
cambiano i cavalli. Evidentemente deve fermarsi per controllare se è
arrivato qualcosa, ma le scuderie sono chiuse ed è tutto buio. Si
avvia verso casa. Una fattoria si sveglia e va a dormire con il sole.
Meglio così, perché non ha nessuna voglia di arrivare e dover
affrontare subito Marietta da sveglia. È preferibile trovarla fra le
lenzuola. Nessuno può dare del vigliacco a Machiavelli; è un
pragmatico, tutto qui.
Dopo quella notte di bagordi non è ben lucido, quando si infila nel
letto della moglie. Fa’ piano, dice a se stesso, non svegliarla. È
rannicchiata a un’estremità del letto, con i capelli sciolti sul cuscino.
C’è un buon profumo di camomilla. Li ha lavati per il suo ritorno.
Dalle storie che sente raccontare ai suoi amici sposati, non tutte le
mogli sono altrettanto premurose. Reso sentimentale dai recenti
successi e dal vino, le si avvicina e tende una mano verso di lei.
La donna reagisce ancora mezzo addormentata e gli finisce tra le
braccia prima di rendersi conto della situazione. Quando si desta,
però, si irrigidisce. Lui aspetta. Adesso Marietta è sveglia. Niccolò
chiude gli occhi e si addormenterebbe in pochi minuti, se non fosse
che la sente tirare su col naso, con qualche singhiozzo teatrale.
«Marietta».
«Sì?» Una vocina risentita.
«Sono stato occupato. Ho dovuto mandare dei dispacci all’ultimo
momento». Silenzio, come un respiro trattenuto. In fondo, la
diplomazia è il suo lavoro. «Che buon profumo hanno i vostri
capelli». Ancora niente. Mio Dio, Cesare Borgia non tollererebbe
certo una situazione del genere. «Moglie, ci siete?»
«Non chiamatemi più in quel modo». I singhiozzi sono cessati in
fretta com’erano iniziati. «Ho deciso di chiudermi in convento».
Lui scoppia a ridere, perché, pur volendo arrabbiarsi, è ancora
carico di entusiasmo per tutti i piaceri che la vita gli ha offerto di
recente: la promozione, gli elogi e il calore della pelle profumata di
una donna. Ah, ancora qualche schermaglia. Se fosse una nuova
conquista da portarsi a letto, quello scambio avrebbe potuto fargli
l’effetto di un afrodisiaco. «Bene, allora potrete pregare per me».
«Le preghiere non vi servono più, ormai».
«Sono senza speranza?»
«Niccolò! Ho aspettato pazientemente per più di due settimane! Il
vostro messaggio diceva “ieri, con sicurezza”. Pensavo che foste
rimasto ucciso lungo la strada».
«Allora, dovete essere felicissima che non sia successo. Vi ho
detto…»
«… Altri dispacci al lavoro, sì». Tira su col naso. «Intingete la
penna nella birra, di questi tempi?»
Rimpiange la frase non appena le è uscita di bocca. Durante
l’assenza del marito ha pensato molto a come comportarsi in quel
matrimonio. Sa che non si deve lamentare. Invece, eccola lì a
lamentarsi. Come fanno le altre mogli? Evidentemente le sono
arrivate voci – come potrebbe essere altrimenti? – sulla vita che
conduce quell’uomo geniale che è suo marito. Una sera in cui
avverte particolarmente la sua mancanza commette l’errore di
rovistare tra le carte sulla sua scrivania. Chi ficca il naso in ciò che
non lo riguarda, lo fa a suo rischio e pericolo. Lei, però, non trova
nulla. In mezzo a pagine di appunti che non capisce, sul fatto che
tutto, in natura, nasce, muore e rinasce senza bisogno di Dio, scova
una poesia scritta da Niccolò che celebra l’amore paragonandolo a
un fulmine, parole di desiderio appassionato che sembrano rivolte a
tutte le donne, tranne a sua moglie. Lei che condivide il suo letto e
sarà la madre dei suoi figli viene esclusa, quando lui si rinchiude
nella propria mente. Marietta ce l’ha con se stessa perché si
aspettava di più. Tale è la punizione per una donna che si innamora
del proprio marito. Sua madre avrebbe dovuto avvertirla.
«Che nome sceglierete?» le chiede. «Posso suggerirvi “suor
Dolente”?»
«Entrerei come novizia, tanto per cominciare» precisa lei, con una
vocina appena udibile, ma un filo più accomodante. «Forse “suor
Taci che è meglio” sarebbe preferibile».
Niccolò ride ancora. «Neanche con l’aiuto di Dio ci riuscireste,
moglie».
Fuori, un gufo lancia il suo richiamo lugubre. Presto dovrà fare di
nuovo i bagagli e lanciarsi nella tormenta della politica. A suo modo,
sentirà anche lui la mancanza di Marietta.
«Com’era?» gli chiede la moglie dopo un poco.
«Chi?»
«Il demonio Borgia».
«Ah, malvagio e intelligente».
«Ma non intelligente quanto voi».
La sua fiducia nel marito è commovente.
«E la fattoria?»
«Qualche giorno fa avevamo paura che l’uva avesse i moscerini,
ma adesso pare che vada meglio. Pietro dice che, se il tempo regge,
vendemmieremo a fine settembre. Voi ci sarete?»
«Non lo so».
Le annuncia il nuovo incarico.
«Inviato permanente. Quanto starete via?»
«Oh, non molto». Mente spudoratamente. Che senso avrebbe
anticipare i guai? «È un grande onore per la nostra famiglia».
«Non c’è bisogno di dirmelo, Niccolò. Non sono una bambina».
«Potreste andare a stare con vostra madre».
«Oh, no! Preferirei il convento. Starò benissimo da sola». Cerca di
nascondere la delusione che prova. Si volta verso di lui, aprendo la
camicia da notte per mostrare i seni. Ci sono donne più graziose e
più semplici nella sua vita, ma se chiude gli occhi nessuna ha un
seno più pieno o più soffice di quello di Marietta.
«Allora» mormora lei «datemi qualcosa che mi permetta di
ricordarvi. Con un po’ di fortuna» e sorride tra sé «sarà un maschio,
brutto come voi, con quegli stessi capelli impossibili. Così, quando
gli carezzerò il capo, sentirò meno la vostra mancanza».
Niccolò Machiavelli, inviato permanente, servitore stimato e
onorato della Repubblica, pensa a suo padre, a quanto sarebbe
stato fiero di lui, e a quanto sarebbe stato orgoglioso di tenere un
nipote tra le braccia, e l’eccitazione gli monta subito a incontrare le
morbide pieghe della carne della moglie, che profuma di buono
quasi quanto un’amante, a letto.
18.

A Belfiore il caldo, greve quanto lo sciroppo di papavero, si infiltra


nel palazzo estivo invitando tutti all’ozio. L’aria stessa sembra infetta
e scivola su per le scale, si infila sotto le porte e le finestre, in ogni
stanza. Una volta che i farmaci hanno fatto il possibile, la vita o la
morte dipendono da Dio, e dormire è un’ottima copertura per il
lavoro degli angeli, qualunque ne sia l’esito.
Le creature alate sono molto occupate nelle notti successive.
Lucrezia non è l’unica a essere malata. Altre due delle sue dame e
uno dei medici più anziani ansimano e sudano nei loro letti, nelle
stanze ai piani superiori. Quando il palazzo si sveglia, il medico
viene trovato immobile nel suo giaciglio, con lo sguardo vitreo, la
bocca aperta, quasi per lasciare uscire più facilmente l’anima. I
servitori lo avvolgono rapidamente in un lenzuolo e lo portano via.
Le dame di compagnia rimaste si danno il turno al capezzale della
duchessa, ma le notti sono riservate a Catrinella. Si siede sul letto
alto, una pezza in ogni mano e una bacinella d’acqua ai piedi. Con
una bagna il viso della sua padrona, con l’altra le lascia colare
qualche goccia tra le labbra quando sono troppo secche. Se dorme,
lo farà a occhi aperti. I medici ne ammirano la forza. Quello tra loro
più portato per gli esperimenti si chiede se saprebbe resistere anche
ad altre malattie, il morbillo o la varicella. Se potessero prelevare
l’essenza della negretta e imbottigliarla, forse potrebbe curare il
mondo, o almeno i loro pazienti. Con la duchessa infatti non se la
stanno cavando altrettanto bene.
Lucrezia sembra essersi allontanata da Ferrara. Di tanto in tanto
ricambia il sorriso di Catrinella o riconosce uno degli uomini vestiti di
nero e scambia una parola qua e là, ma quasi sempre viaggia
altrove, nello spazio e nel tempo. Anche se il delirio è causato dalla
febbre, non raggiunge i livelli di follia che hanno visto in altri pazienti.
Spesso, anzi, è tranquilla. Sta coricata e fissa il soffitto intagliato, ha
gli occhi aperti, che però non vedono nulla, parla a un bambino, che
non è quello che porta in grembo. Usa il suo nome – Rodrigo – solo
una volta, ma le sue dame di compagnia lo conoscono bene: dice
che corre sul prato o si getta sui cuscini di una stanza, aspettando
che lei lo prenda.
«Il mio bambino dolcissimo… Il mio bello spagnolo» lo chiama. Poi
ride, ah, come ride di gusto. Chi la sente, ne resta turbato, perché le
risate di una donna con la febbre alta spaventano più dei gemiti.
Altre volte strizza forte le palpebre mentre si gira e si rigira
inquieta, parlando con decine di persone, tutte assenti. Parla di
Lancillotto e Ginevra e chiede loro perdono, ripetutamente, per
qualcosa, ma non dice cosa. Vi sono poi conversazioni concitate col
padre, che nessuno riesce a capire, salvo qualche parola sul letto
nuziale, sul fatto che Lucrezia debba dire la verità davanti a Dio, e
una volta grida: «Sancia non deve lasciarlo neanche per un attimo!»
Poi dice il nome Alfonso e lo ripete, instancabile.
«Tacete, duchessa cara, calmatevi».
Le amiche che sono con lei fin dall’inizio, Camilla e Paola, sanno
fin troppo bene dove sia con la testa, e, siccome gran parte della vita
passata di Lucrezia è di pubblico dominio, anche Trampoli e alcuni
dei medici sono al corrente. Nessuno ne parla, però. Come si può
punire una donna per un’infedeltà della memoria?
Nel cuore della notte successiva smette di parlare e cade in un
sonno profondo. Catrinella è così preoccupata che è contenta
perfino di sentire gli improvvisi respiri grevi, faticosi, perché almeno
le indicano che è viva. Non ha nessuna intenzione di lasciarla
morire, anche se non ha idea di come impedirlo.

«Lucrezia, Lucrezia».
Che suono dolce! Come un venticello leggero tra le foglie estive o
uno spruzzo di acqua fresca sulla sabbia bollente.
«Lucrezia».
Confortante. Invitante.
«Lucrezia Borgia! Parlami».
Insistente, anche. Non ora. Ora non ha tempo. Meglio non
ascoltare.
«So che riesci a sentirmi. Avanti, apri gli occhi, Crezia. Ricordi
quanta paura avevi del buio?»
Conosce questa voce? Ma è proprio sicura? È tutto così lontano…
Vede una lampada dalla luce sempre più tenue, ora che l’olio
scarseggia, ombre che si muovono su pareti e pavimenti, simili ad
artigli che le afferrano le coltri. Ritira una mano per proteggersi.
«No. Non serve a nulla. Devi aprire gli occhi. Avanti, dammi il
benvenuto».
Penombra, aria semibuia, calda e densa. Un’ora intermedia tra il
giorno e la notte. Gira la testa e lo vede, sdraiato accanto a lei sul
letto, con gli occhi neri fissi nei suoi.
«Cesare?»
«Chi altri ha passato l’infanzia a uccidere draghi per te?»
Cesare? Possibile che sia davvero lui? Ma certo. Tutti gli altri sono
già venuti. Sono stati lì a trovarla. «E papà? Dov’è papà? E Juan.
Hai portato Juan? Oh, vorrei tanto vedere Juan».
«No, no, non richiudere gli occhi. Continua a guardarmi, Crezia.
Senti la mia mano nella tua, sì, così. Te la stringo troppo forte? Allora
apri gli occhi e smetterò. Avanti, parlami ancora. Dillo. Di’ il mio
nome».
Tanta collera e crudeltà, tanti cadaveri. Chi avrebbe creduto alla
tenerezza di quella voce?
«Cesare» sussurra.
Guarda alle sue spalle nella stanza: è vuota. Niente folle, niente
dame, neppure Catrinella. Lo guarda di nuovo in volto: Cesare?
Come le sembra strano, con i capelli spettinati sul cuscino e sul
petto una grande croce bianca ricamata sul farsetto nero. Tende una
mano per toccarla. Cesare, di nuovo un uomo di Dio? Com’è
possibile?
«Da quanto tempo sei qui?» gli chiede, stupendosi del suono della
propria voce.
«Sono appena arrivato» mente con un sorriso. «Hanno detto di
non disturbarti, ma non potevo aspettare. Eri tanto bella. Allora,
come stai, sorellina dolce? Sei pronta a danzare con me?»
«Ho tanta sete».
Cesare si rizza a sedere e prende il bicchiere, la aiuta a sollevarsi,
le mette una mano dietro il collo per sostenerle la testa. Una presa
salda, come se non intendesse più lasciarla andare. Lei beve piano,
poi si lascia ricadere. Lo sforzo è troppo grande. «Devo dormire
ancora».
«No, no. Hai dormito abbastanza. Devi parlare con me. Sono
venuto da lontano per vederti».
«Va bene» dice lei, con gli occhi che le si chiudono già.
«Lucrezia Borgia!» La prende tra le braccia e la scuote. «Ora
basta dormire, hai capito?» Le sue parole sono imperiose, quasi
arrabbiate. «Avanti, siediti, fammi compagnia».
Si sente uno strascichio di passi dietro la porta. Devono avere le
orecchie incollate all’uscio. Il battente si socchiude.
Il vescovo Venosa, medico del papa, si schiarisce rumorosamente
la voce: «Vostra Eccellenza?»
«Che cosa c’è?» chiede lui, senza staccarle gli occhi di dosso.
«Donna Lucrezia è molto debole. Dobbiamo…»
«Donna Lucrezia è viva e parla» ribatte lui in tono gelido. «Ed è
grazie a me, non certo ai vostri salassi e pozioni. Guardatela, è pelle
e ossa. Portate qualcosa da mangiare».
Gli uomini dietro la porta si scambiano occhiate. Tra le varie cause
di incomprensione e dissenso, riconoscono uno dei problemi
maggiori insiti nella cura dei pazienti di gran fama: decidere quando
insistere e quando cedere.
«Se posso…»
«No, non potete!» grida Cesare. «Lasciateci soli. Che qualcuno
apra gli scuretti e faccia entrare aria fresca. C’è puzzo, qua dentro».
Catrinella, rimasta fuori di guardia per ore, scivola dentro fra le
sottane dei dottori, con passo svelto e il sorriso in volto.
Penetra la luce del tardo pomeriggio, arancione e dorata. La sua
bellezza non riesce comunque a camuffare l’incarnato grigiastro e le
occhiaie della contessa. Almeno, ora ha gli occhi aperti, però.
Tende una mano per toccare la barba sporca di Cesare. «Sei
proprio tu. Da dove vieni?»
«Da Urbino, Roma, Milano» risponde ridendo. «Potresti tagliarmi
la carne dei fianchi e farne bistecche: si è cotta, dopo settimane in
sella, ma ne è valsa la pena, per vederti in faccia. Sempre.
Sempre». Le posa una mano sulla guancia, poi la sposta sulla
fronte. Ha la pelle calda, ma non bollente. «Tutto quello che ho fatto,
l’ho sempre fatto per darti sicurezza e felicità, Lucrezia» sussurra.
«Ho la febbre, Cesare» protesta debolmente.
«Non più. Ti ho succhiato via la malattia dalle labbra mentre
dormivi».
Lucrezia si lascia sfuggire un gemito. Sorella piccola, fratello
grande. Sempre, anche ora che sono adulti. Dall’inizio, dai primi
terrori notturni di Lucrezia e dalle prime manifestazioni protettive di
Cesare, qualcosa nel più naturale degli affetti si era fuso secondo un
processo alchemico per trasformarli entrambi in vittime dell’amore.
Lui, per l’intensità e la gelosia che provoca, lei per la sua incapacità
di odiarlo, anche quando il danno provocato non dovrebbe
prevedere il perdono. Eppure, continua a esistere tra loro quel
legame che li distrugge entrambi.
Quali possibilità restano ora a lei, che sta emergendo a malapena
dal mondo dei morti?
«Se me l’hai preso dalle labbra, ora sarai tu ad ammalarti» obietta
sorridendo.
«No, io sono protetto. Vedi?» si allontana per mostrarle la grossa
croce bianca sul petto nero. «Ho fatto un patto con Dio. Ho accettato
di unirmi ai Cavalieri di San Giovanni, se ti guariva».

Più tardi, le dame di compagnia ne parlano e riescono a malapena


a contenere il loro entusiasmo, perché è un bellissimo racconto
cavalleresco: lui e i suoi uomini, travestiti da cavalieri di Dio, hanno
attraversato mezza Italia per giungere al suo capezzale. Quando
sono arrivati, coperti di sporcizia e maleodoranti, hanno impartito
ordini, minacciato le guardie alle porte della città, quindi sono entrati
e hanno respinto tutti quelli che cercavano di fermarli. Se il dottore
del duca, Torella, non li avesse riconosciuti, sarebbe potuto finire
tutto in un bagno di sangue. Invece, il duca Valentino aveva ordinato
a tutti di uscire dalla stanza e si era gettato sul suo letto – del resto,
un uomo che non dormiva da quarantotto ore non doveva essere nel
pieno possesso delle sue facoltà –, aveva preso tra le braccia il
corpo della sorella, semicosciente, e l’aveva stretta a sé,
chiamandola per nome, senza stancarsi.
«Piangeva! Ah, come piangeva» diceva Angela a quel punto. Le
altre erano perplesse, però, perché in storie del genere un eroe
come Cesare Borgia non piange, o se piange le sue sono lacrime di
sangue, e il fatto che la porta fosse chiusa non costituiva certo un
ostacolo per la loro immaginazione. La violenza dell’amore: fa
battere forte il cuore di tutti coloro che lo incontrano, guarendo dalla
febbre la duchessa e ridandole la vita.
Più tardi, quando Lucrezia si è ripresa, e lui ha mangiato e si è
lavato – senza avere ancora chiuso occhio – Cesare le racconta
dettagli incredibili, quanto le fantasticherie delle ragazze.

È costretto a ricorrere a un sotterfugio. A meno di viaggiare con un


esercito, l’uomo più odiato di tutta Italia deve camuffarsi, in un modo
o nell’altro. Lui e i suoi uomini penetrano a Roma travestiti da
mercanti e ripartono nei panni di guerrieri di Dio. Chi avrebbe mai
osato fermare una dozzina di cavalieri della Croce impegnati in una
missione importantissima, assegnata loro dal papa in persona?
L’abito – con una croce bianca in campo nero – e le leggende delle
loro gesta fungono da salvacondotto; perfino le cicatrici che segnano
il viso di Michelotto parlano di gloria, ogni taglio guadagnato al
servizio del Signore. Adottano il ritmo di una battuta di caccia: prima
alla corte di Milano, poi, quando giunge notizia del peggioramento
dello stato di Lucrezia, si precipitano a Ferrara. Non c’è schiera di
briganti che non possano battere in velocità, non c’è taverna o
stazione di posta che non li accolga di buon grado. Solo che, quando
si fermano, questi soldati di Dio bestemmiano come marinai,
pisciano nel camino e palpeggiano le donne che li servono. Se si
volessero prove ulteriori del fatto che l’Italia sta precipitando
all’inferno, il loro comportamento ne è un perfetto esempio. Il denaro
che lasciano quando partono a cavallo prima dell’alba copre i costi,
ma non ripara i danni alla reputazione.
Più avanti, quando viene scoperta la loro vera identità, ciò
contribuisce ad aumentare l’indignazione nei confronti dei Borgia.
Ma Cesare ha troppa fretta per interessarsi a simili dettagli. Lui è
fatto così, lo è sempre stato: corre, improvvisa, gli piace essere tre
passi avanti rispetto agli altri. Se esiste un altro modo di vivere,
Cesare Borgia non lo conosce. A Milano si è fatto ascoltare dal re di
Francia e, avanzata una proposta audace ai suoi nemici, ora è
venuto a salvare sua sorella.
Il mattino dopo la trova seduta, appoggiata a cuscini imbottiti, con i
capelli pettinati, qualche goccia di profumo dietro le orecchie, gli
occhi ancora annacquati dalla febbre residua, ma non delira più; la
forza di volontà di Cesare sembra essere riuscita a strapparla dallo
strapiombo.
«Milano? Eri davvero a Milano?» gli chiede, mentre lui cerca di
farle bere un’altra cucchiaiata di brodo. «Il duca Ercole e il marchese
di Mantova sono laggiù. Spero che non abbiano parlato male di te al
re».
«Anche se l’avessero fatto, non importa. Io e re Luigi abbiamo un
accordo: io aiuto lui a prendere Napoli, lui mi accorda libertà di
movimento altrove. A quanto pare, allora, la mia sorellina si
interessa a quello che mi succede». Ride. «No, non ne parleremo
più. Non c’è mai stato altro che amore, tra noi».
Lucrezia si acciglia. Ha cercato in ogni modo di non pensare a
certe cose. Né ora né mai. «Quanto ti trattieni?»
Scuote il capo: «Devo andarmene tra un giorno. Sorgeranno
problemi, e devo essere in Romagna quando succederà. Ma che
hai?»
«Quando accadono simili eventi – alludo a Urbino – dovrei essere
messa al corrente» puntualizza.
«Non lo sapeva nessuno, e doveva essere così. Non devi temere,
però: tu sei la duchessa d’Este, nata Borgia, e il tuo potere è
illimitato da ambo le parti».
Lei accenna un debole sorriso: «Non è facile, sai, essere una
Borgia in casa d’Este?»
«Come sarebbe a dire? Non ti trattano come meriti? Alfonso…?»
«No, no. Alfonso… Mio marito è un uomo onesto. Non mi fa del
male».
Se n’è andato da quasi due mesi, pensa. Non apprezzerà quei
cambiamenti in lei, visto che gli piacciono le donne grosse come
vacche da latte.
«E il vecchio avaro?»
Lucrezia si stringe nelle spalle.
«E quella vipera di sua figlia, a Mantova?»
«Isabella! Ah, quella non mi sopporta. Credo che, se avesse
potuto, il giorno del matrimonio mi avrebbe accoltellata».
«Ma certo!» Cesare ride, una risata volgare che le ricorda quella
del padre. «È una scrofa brutta e grassa, e la tua bellezza la farà
impazzire. Ma sei stata vendicata. L’unico a maneggiare il coltello
ora sono io, e lei avrà da sorridere e da soffrire. Si starà già
prostrando ai miei piedi per la gratitudine». E le racconta la storia
delle statue del palazzo di Urbino.
«Ma la duchessa Elisabetta è la sua più cara amica!» Ah, che
effetto miracoloso sanno avere pettegolezzi e vendetta. Lucrezia si
vergogna quasi del piacere che prova. «Come ha potuto fare una
cosa del genere?»
«La Gorgone preferisce la pietra alla carne viva. Chiedi a suo
marito, che visita ogni letto tranne il suo» aggiunge Cesare senza
mezzi termini. «Questa volta, però, ha comprato un falso. Te lo
ricordi, vero, il Cupido alato in pietra assopito su un letto? Era nella
mia casa di Roma. Piaceva molto anche a te, finché non ti ho detto
che era stato scolpito a Firenze l’anno prima, poi sporcato e sepolto
tra le rovine di Roma per ingannare qualche collezionista ingenuo.
L’ho comprato per niente e l’ho venduto a Urbino. Ci ho ricavato un
bel gruzzoletto».
Sì, certo che se lo ricorda. Il padre era appena stato eletto papa, e
Cesare era stato richiamato indietro dall’università. Lei aveva tredici
anni, cresceva in fretta, la stavano preparando per il matrimonio.
Quel suo fratello sofisticato l’aveva presa in giro per il suo
guardaroba da donna fatta, e lei si era sentita imbarazzata da quella
statua con la sua nudità graziosa, infantile, ma così realistica…
«Ho notizie anche migliori per te, sorella. La mia vendetta nei
confronti di Isabella sarà persino maggiore». Tace, notando che
Lucrezia ha gli occhi velati. «Sei troppo stanca?»
«No, no» protesta lei, anche se in effetti comincia a sentirsi
affaticata. «Mi fa bene averti qui. Continua».
«Mantova e la famiglia Gonzaga d’Este stipuleranno un’alleanza
con me tramite matrimonio».
«Un matrimonio? Di chi?»
«Tra loro figlio e mia figlia».
«Ma sono ancora neonati!»
«Cresceranno».
L’unico maschio di Isabella, Federico, solo garante della continuità
della dinastia Gonzaga, e la figlia di Cesare, che non ha mai visto il
proprio padre, partito dalla Francia prima della sua nascita, ora sono
fidanzati in culla e prendono il posto degli eserciti. Quanto tempo
passerà prima che sia scelta una moglie per l’erede che porta
Lucrezia in grembo? Si passa una mano sulla pancia. Si è mosso
così poco da quando la febbre si è alzata… Chissà, forse ora il
peggio è passato. «Isabella e Francesco non acconsentiranno mai».
«Hanno già acconsentito. Anche se il duca Valentino può non
avere rispetto dei parenti dei suoi parenti, non attaccherebbe mai
una città in cui abitano membri della sua famiglia. Tu ne sei la
dimostrazione. Guardati! Vedi come queste notizie ti ridanno
colore?»
La porta si apre ,e Castello, il medico del duca Ercole, entra e si
piazza davanti a loro. È leggermente sordo e capace di sopportare le
urla di Cesare, quando i due fratelli vengono disturbati. Questa volta,
però, viene accolto meglio del solito.
«Non c’è bisogno che vi occupiate di lei, adesso. Me ne andrò tra
poche ore e recupererete la vostra paziente. Meglio per voi che non
ci siano ricadute, però, altrimenti vi faccio strangolare tutti con le
vostre stesse budella».
Lucrezia cerca di farlo tacere, e il medico reagisce con un sorriso
stentato. Continua ad avere le proprie idee in merito al decorso della
“malattia”, ma nessuno contraddice il nuovo signore d’Italia.
«Signora duchessa» annuncia compito, «vostro marito, don
Alfonso, è tornato».
19.

Durante le lunghe ore trascorse in sella, Alfonso ha avuto modo di


ripensare molto alla sua vita e a quello che lo aspettava a casa,
perché questo suo secondo matrimonio ha avuto su di lui effetti che
non riesce a comprendere del tutto.
Quei pensieri, però, pur traendo origine da sua moglie, si spostano
subito verso la persona che preferirebbe invece ignorare: Ercole
d’Este sarà anche stato un grande uomo di Stato, ma agli occhi di
Alfonso si è rivelato soprattutto un padre terribile. I suoi ricordi
d’infanzia gli rimandano l’immagine di una figura irascibile, distante,
sempre delusa del figlio, come se, qualunque cosa facesse, Alfonso
non potesse mai essere intelligente o affascinante quanto le sorelle
maggiori. Così, era cresciuto scontroso, più dotato per le zuffe che
per gli studi. Avrebbe potuto cambiare in fretta, se il padre avesse
avuto la decenza di morire prima. A ventisei anni è nel pieno delle
forze: atletico, virile – il mal francese lo aveva rallentato solo per
poco – e assetato di gloria. Ma Ferrara è ancora dominata da quel
vecchio, innamorato di conventi e concerti. A lui, Alfonso, la musica
piace; con sorpresa di tutti è diventato un bravo suonatore di viola,
ma non certo per compiacere suo padre. Suonare lo libera dalle
peggiori frivolezze della vita di corte. In verità, trova quello svago
una spiacevole perdita di tempo – è una sensazione che avverte
nelle budella, come il peso di una costipazione. Preferisce il calore
del crogiolo e del canale di colata, la miscela alchemica di rame e
stagno, i colori che si mischiano nel calderone, il flusso di metallo
fuso nel cono, il cameratismo di uomini impegnati in un’attività
manuale ma onesta.
«Questi… tuoi passatempi rozzi non sono all’altezza di un uomo
del tuo lignaggio. Li pratichi solo per umiliarmi» aveva esclamato suo
padre in un momento di collera. Naturalmente intendeva alludere
anche alle donne, altra sua ossessione precoce. Alfonso sa
benissimo da cosa gli era stata ispirata: da un certo affresco, sulle
pareti di Palazzo Schifanoia, celebrante l’arrivo della primavera,
dove un paio di cortigiani eleganti infilavano le mani sotto i corpetti
delle donne. Sono passati vent’anni, ma ricorda ancora lo strano
rimescolamento che quelle immagini gli avevano provocato.
Alfonso, come molti altri nobili, aveva imparato da professioniste.
Era stato un sollievo, per lui, trovarsi in loro compagnia: donne che
non si davano arie, senza artifizi, solo larghi sorrisi e corpi
abbondanti, accoglienti, carne da stringere a piene mani, straripante
dagli abiti; donne che lo invitavano a viaggi di scoperta in passaggi
segreti, perdonandogli ogni goffaggine o entusiasmo eccessivo. Non
c’era bisogno di usare la cortesia, le convenzioni, né bisognava
temere di rompere nulla.
Il suo primo matrimonio era stato un disastro. Pensarci lo fa
soffrire ancora oggi. Entrambi avevano avuto quindici anni appena,
ma in comune avevano soltanto quello. Lei, Anna Sforza, era stata
una creatura magra, delicata, nonostante il peso del nome che
portava. La prima notte di nozze si era rivelata terrificante, e da
allora le cose erano solo peggiorate. Alla fine, dopo tre anni in cui
aveva fatto il proprio dovere, in modo sempre più sgradevole e a un
ritmo sempre più sporadico, la moglie era rimasta incinta e aveva
partorito. Lei e il bambino erano morti entro pochi giorni. La corte era
entrata in lutto; lui non aveva provato niente, salvo un vago senso di
pena per quelle vite sprecate.
Sapeva che ci sarebbe stata un’altra moglie e non gli importava
chi fosse. Gli scandali al cui centro si trovava Lucrezia Borgia non lo
interessavano, anzi, gli dava perfino una certa soddisfazione vedere
suo padre che si lasciava manipolare. E poi quella dote gli faceva
comodo: neppure suo padre poteva vivere per sempre, e i suoi
progetti per le nuove mura di cinta della città sarebbero costati
parecchio. Alla fine aveva deciso che quella nuova moglie gli
sarebbe andata bene. Se non altro non era una vergine timorosa e
non sarebbe svenuta la prima notte.
All’avvicinarsi della data delle nozze era andato a incontrarla
perché, suo malgrado, provava una certa curiosità per quella che
veniva dipinta come “la donna più malvagia d’Italia”. Aspettandosi
poco, era rimasto sorpreso. Aveva saputo fin da subito di non
provare grande attrazione fisica nei suoi confronti, ma era rimasto
colpito dalla sicurezza che emanava da lei. Anna Sforza aveva
impiegato anni anche solo a guardarlo negli occhi. Quella donna,
invece, sedeva impettita e rispondeva a tono, e non solo a lui.
Quando Isabella era giunta in città come una nave da guerra a vele
spiegate, con i cannoni carichi di sarcasmo e sufficienza, Lucrezia le
aveva tenuto testa come lui stesso non aveva mai saputo fare.
A letto le cose erano andate bene e, consapevole dello sguardo
del mondo puntato su di loro, era stato pieno di attenzioni. La cosa
non gli era neppure costata: in certe occasioni l’atto era perfino stato
piacevole. Di quel passo, un erede sarebbe arrivato presto.
A colpirlo di più era stato il comportamento di Lucrezia con suo
padre. A pensarci adesso, gli spunta ancora un sorriso. Quando era
sorto il problema della rendita, lui ne era rimasto fuori; nulla gli
pareva più sgradevole di un litigio col padre per una questione di
soldi. Lei, però, ben lungi dal darsi per vinta, aveva resistito, e con
una tenacia fuori dal comune. Una volta aveva organizzato una cena
per tutta la corte, un’occasione per mostrare il proprio prestigio: ogni
piatto d’oro o di maiolica, ogni forchetta e cucchiaio d’argento, ogni
calice e caraffa di vino le era stato donato da un papa, un re o un
cardinale. «Io sono una persona importante» diceva quel tavolo «e
fareste bene a trattarmi come tale». Naturalmente suo padre non
aveva ceduto: più si sentiva attaccato, più si intestardiva. Si capiva,
però, che quello sfoggio di ricchezza e potere lo aveva colpito.
Alfonso si era quasi congratulato con lei.
Poi c’era stato il pomeriggio in cui era venuta alla fonderia per
annunciargli la paternità. Mio Dio, che senso di trionfo aveva
provato. «Vedete? Sono potente come voi» avrebbe voluto gridare in
faccia al padre. «Perché non smettete, ora, e non lasciate che me ne
occupi io?» Nell’esaltazione del momento non aveva tenuto conto
dell’indisposizione iniziale di Lucrezia. È normale che una donna non
si senta bene all’inizio della gravidanza, lei stessa aveva
minimizzato, scrivendo regolarmente, mandando sempre notizie
della corte con un tocco di affetto coniugale. Le sue risposte – la
poesia non era mai stata il suo forte – erano brevi, concise. Eppure,
quella loro corrispondenza lo aveva fatto sentire come un uomo
sposato. Una condizione non sgradevole, dopotutto.
La notizia dell’aggravarsi dello stato di Lucrezia lo aveva turbato al
punto che aveva abbreviato il viaggio ed era tornato a casa.
Conosce la violenza delle febbri di Ferrara, le ha viste mietere
vittime tra donne più robuste di sua moglie. A mano a mano che
avanza, si preoccupa di ciò che troverà. Lui, uomo pragmatico, che
vive quasi esclusivamente nel presente, aveva cominciato ormai a
immaginarsi il proprio futuro nella politica italiana, con a fianco una
moglie capace di reggere le redini di una corte e un cognato con cui
poter parlare di cannoni invece che di amore cortese. No, forse
all’inizio non l’aveva voluta, ma ora, per Dio, non la vuole perdere.

«Il fratello di donna Lucrezia, il duca Valentino, è qui» gli dicono,


appena arrivato, le guardie prima, i servitori poi, e infine i medici con
i loro abiti neri svolazzanti.
«Non abbiamo potuto fermarlo, Vostra Eccellenza. Ha insistito
molto».
«E mia moglie?»
«Sembra stare un po’ meglio».
Sente la sua risata prima ancora di entrare nella stanza. Lucrezia
è seduta, con due occhi enormi in un viso emaciato, e il duca è
sdraiato ai piedi del letto. È una scena tanto intima che Alfonso non
sa se provare collera o invidia. Un simile affetto tra lui e
quell’arrogante di sua sorella Isabella è inimmaginabile.
Il sorriso di Lucrezia si allarga nel vederlo. L’arrivo di un altro
uomo coperto di polvere denota un livello di preoccupazione che le
scalda il cuore, dopo tanta solitudine e tanti conflitti. Tende la mano
per dargli il benvenuto, e lui la bacia, stringendola più a lungo di
quanto richiederebbe la semplice cortesia. Cesare, che all’inizio non
si muove, ora si alza, e i due uomini si fronteggiano.
Senza che abbiano avuto tempo per prepararsi all’incontro, si
lasceranno guidare entrambi dall’istinto.
In privato, non c’è uomo che il padre di Alfonso disprezzi più di
Cesare Borgia: «Quel figlio bastardo dell’intruso spagnolo, privo di
scrupoli, empio, rozzo, dedito solo alle prostitute e alla guerra, che
usa il denaro della Chiesa e i cannoni della Francia per farsi strada
in Italia e sfida perfino suo padre per soddisfare la propria
ambizione».
Nell’udire quelle parole, in certi momenti Alfonso ha provato una
simpatia segreta per Cesare Borgia. Dopo la presa di Urbino, alla
sorpresa e all’indignazione si è unito anche un brivido di
ammirazione.
E Cesare? È così intontito dal sonno ed ebbro del successo per
avere salvato la sorella, che si comporta con assoluta spontaneità: è
educato, perfino rilassato con quell’individuo dal viso rubicondo che,
si dice, ha costruito una delle migliori fonderie di cannoni in Italia.
Si stringono la mano con fermezza. Dai palmi passano ai polsi e
finiscono per abbracciarsi. Dopotutto appartengono alla stessa
famiglia, ed entro poco vi sarà una dinastia Borgia d’Este.
Seguono alcuni momenti imbarazzati, qualche domanda stentata
sulla salute di Lucrezia e sui viaggi rispettivi, sulle condizioni delle
strade. Lucrezia sembra soddisfatta; si appoggia ai cuscini,
silenziosa, quasi sognante.
«Signori» dice dopo un poco, «ora sono stanca, vorrei riposare.
Alfonso, perché non mostrate al nostro amato fratello la città? Deve
andarsene tra breve, e sono sicura che gradirebbe vedere le
fortificazioni e la vostra fonderia, perché so che avete certi interessi
in comune».
Nessuno dei due uomini se la sente di discutere con lei. Si
limitano a obbedire e se ne vanno.
Subito entrano al loro posto le dame di compagnia e i medici.
Lei si abbandona sui cuscini, esausta, e si posa le mani sul ventre.
Solo un calcio piccolo piccolo, ti prego, dice fra sé.
Finisce per addormentarsi, così profondamente da non sentire
neppure i colpi di cannone.
20.

Cesare se n’è andato da poco, quando il duca Ercole sopraggiunge


da Milano, fuori di sé per l’ultimo colpo basso infertogli dall’abile
diplomazia dei Borgia. È così furioso che nessuno – neppure Alfonso
– ha il coraggio di dirgli che la sua città ha appena ospitato il mostro
che ne è responsabile. L’umore dei vecchi, come le ossa, reagisce
male a troppe ore in sella, e bisogna prima lasciarlo sfogare.
Mezza Italia si era riunita nel castello di Pavia: tutti si aspettavano
che re Luigi prendesse una posizione drastica rispetto
all’aggressione da parte dei Borgia. Invece Sua Maestà si era
assentato senza preavviso né spiegazione alcuna. Tre giorni dopo
era tornato in compagnia di quel diabolico Borgia; i due ridevano e
scherzavano insieme come due fratelli.
Suo padre è sul punto di esplodere per l’indignazione, e Alfonso
ripensa all’energia contagiosa di Cesare Borgia mentre parlavano
davanti a un calderone di rame e stagno in ebollizione, dinanzi agli
operai della fonderia.
A Pavia regnava la costernazione. Quando era arrivato Cesare?
Con chi aveva viaggiato? Da dove veniva? Tutto ciò che si sapeva
era che era stato accolto nel migliore dei modi da re Luigi, e a un
tratto tutti si erano precipitati a congratularsi con lui per le sue
vittorie. Cos’altro potevano fare, d’altronde? Era chiaro che, a porte
chiuse, era già stato stipulato un accordo. Guidobaldo da
Montefeltro, cacciato da Urbino, era stato convocato ed era uscito
dall’incontro con viso terreo. Naturalmente di lì a poco era trapelata
la proposta che gli era stata fatta: in cambio del ducato, il papa gli
aveva offerto di annullare il suo matrimonio e di farlo cardinale.
Cardinale! L’impotenza del duca era davvero diventata di dominio
pubblico? L’eleganza dell’insulto aveva tolto il fiato a tutti. Nel
frattempo il marito di Isabella, che aveva accolto il poveretto e, come
tutti sapevano, desiderava solo infilzare con la spada il Borgia, in
men che non si dica era stato costretto a dare lui stesso il benvenuto
a Cesare con pacche sulla schiena; poco dopo aveva anche
annunciato il fidanzamento di suo figlio Federico con la figlia
francese di Borgia, la piccola Luisa.
«Ti assicuro che non vi sono limiti all’audacia di quel mostro,
Alfonso. Non ha educazione né coscienza, è empio, privo di scrupoli,
rozzo, guerrafondaio…» Ma l’energia di Ercole sta cominciando a
esaurirsi. «Mi ha abbracciato così forte che non riuscivo quasi a
respirare, mi ha chiamato suocero beneamato e mi ha sottoposto a
una specie di interrogatorio sulle condizioni di salute di sua sorella,
come se fossi personalmente responsabile della malattia». Si ferma
ansimante. «Come sta adesso? Meglio, spero».
Alfonso rivede il volto pallido di Lucrezia su una montagna di
cuscini. «La febbre aveva cominciato a calare al mio ritorno. I medici
dicono che il peggio è passato. Ma c’è una cosa che dovete sapere,
padre…»

«Come ha osato? Come? Che il diavolo si prenda quell’insolente!


Ah, avremmo dovuto passarlo a fil di spada alle porte della città!»
Alfonso aspetta impassibile che Ercole digerisca quella notizia.
«Com’è possibile che sia giunto qui tanto in fretta? Deve avere
cavalcato come un demonio. Ve lo assicuro, dietro quella famiglia c’è
lo zampino di Satana».
Alfonso ha imparato con il passare degli anni che più suo padre si
arrabbia, più è opportuno prendere le distanze. Meglio ancora
sarebbe che il vecchio morisse per un accesso di collera. Quel
pensiero non lo scandalizza più di tanto; uno dei vantaggi della sua
indifferenza alle fisime di corte è che può accettare i propri
sentimenti onestamente, senza cercare di camuffarli né soffocarli.
«E poi, cos’è successo dopo che si è introdotto qui di forza? Non
dirmi che hai fraternizzato con lui».
«È il fratello di mia moglie. Cos’altro potevo fare?»
«Com’è andata?» chiede Ercole furioso.
«È stato molto conciliante» risponde pacato. «Gli ho mostrato le
fortificazioni della città. È molto interessato a tutto ciò che ha a che
fare con la guerra».
«Preghiamo perché non debba mai usare le conoscenze così
acquisite contro di noi. Almeno non siete andati a donne insieme»
aggiunge acido. «Grazie al Cielo la febbre di Lucrezia è passata.
Non ho più voce a forza di pregare per la sua guarigione. Ti dico,
figlio mio, che ho visto la morte in faccia in queste ultime settimane.
Per Ferrara sarà finita, se tua moglie non ce la fa. Perché mi guardi
in quel modo?»
Alfonso non era consapevole di fissare suo padre, ma sa bene a
cosa sta pensando: a quello che gli ha detto Cesare Borgia mentre
camminavano insieme lungo i parapetti delle mura, parlando della
gittata dei cannoni e dei nuovi meccanismi per girare le bocche da
fuoco al fine di renderle più efficaci contro l’artiglieria leggera. Loro
due, Cesare e Alfonso, sono giovani uomini d’azione e, quando i loro
padri, tra non molto, saranno morti, toccherà a loro condurre gli Stati
rispettivi verso un futuro glorioso.
Ma meglio non parlarne ora, si dice. A quanto pare, anche Alfonso
d’Este sa fare uso delle sue doti da cortigiano, quando vuole.
Fuori si ode confusione. Qualcuno bussa, e subito la porta si apre
senza aspettare risposta. Entra un servitore rosso in viso, che parla
con voce concitata: «Mi manda il medico del duca, il signor Castello.
Donna Lucrezia ha cominciato il travaglio».

Quando si sveglia, quel mattino ha la pelle fresca. Niente febbre.


Sono guarita, dice a se stessa, passandosi le mani sul ventre. Come
se avesse parlato ad alta voce, compare al suo fianco Catrinella,
sorridente, ansiosa di riaccoglierla nel mondo.
«Oggi voglio alzarmi. Fammi preparare una sedia» ordina, ma,
appena si solleva sui cuscini, sente la testa e la schiena pulsare. Le
sue dame le portano acqua calda per lavare via il sudore di tutto
quel sonno e, quando la scoprono, Catrinella vede preoccupata che
ha le articolazioni gonfie: polsi e caviglie sono ingrossati come se si
fossero riempiti d’acqua.
Chiude gli occhi, ma quasi subito quel dolore pulsante le torna, più
forte, premendole sull’intestino.
«Devo alzarmi. Aiutatemi ad alzarmi!» grida, sbarazzandosi delle
coperte e spingendo via tutti coloro che le stanno attorno, perché sa
che, se non si sbriga, non riuscirà a trattenere i propri bisogni.
Appena i piedi le toccano terra, però, cade. Con le mani si preme la
base della spina dorsale, perché le pare che qualcuno vi abbia
conficcato un pugnale.
Angela sta già correndo via gridando e si scontra con i medici
appena alzatisi dai sofà sistemati al piano terra, dove riposano
quando non c’è bisogno di loro.
Il medico di Ferrara, Francesco Castello, non è abbastanza in
forma per correre, ma non importa. Sa meglio di chiunque altro cosa
sta succedendo, e non lascia presagire nulla di buono. Spera solo
che finisca in fretta.
Prova quasi sollievo quando la trova con la camicia da notte
inzuppata di sangue stretta tra le gambe. La aiuta a rimettersi a letto,
e lei gli si aggrappa, con gli occhi sgranati per il terrore. «Non posso
perdere il bambino. Non lasciatelo morire, mi avete capito? Non
lasciatelo morire».
«Non preoccupatevi, signora» la rincuora. «Dio si occuperà di
tutto. Ora dovete pensare solo a voi, perché avete del lavoro da
sbrigare».
Lavoro. Sudore. Sforzi. Fatica. Travaglio. Faccende da donne, i
piaceri della carne cancellati dal dolore. Sebbene vi abbia assistito
molte volte, Castello resta sempre colpito dalla poesia crudele della
punizione di Eva. La compianta duchessa Eleonora, che per altri
versi era una signora, aveva urlato a tal punto che metà palazzo si
era dedicato alle proprie occupazioni tappandosi le orecchie. Questa
donna, invece, è di un’altra tempra: il terrore e l’importanza del
compito che deve svolgere le danno un’energia che il corpo non
possiede. Ha già partorito un figlio vivo e serba un ricordo
sotterraneo della forza dei propri muscoli. Ciò che ha dentro – non è
più un figlio – verrà espulso, e lei deve contribuire come può.
Il travaglio dura dal primo pomeriggio al calare della sera, e quella
fascia di dolore pulsante la stringe sempre più, lasciandole sempre
meno tempo per respirare fra una contrazione e l’altra. Poi, da
ultimo, dopo un gemito infinito e una spinta straziante, è finita. I
medici, che hanno stimato la durata della gravidanza, calcolano che
il bambino abbia venticinque o ventisei settimane. Non sanno da
quanto sia morto, ma nella massa sanguinolenta che si affrettano a
portare via, perché la madre non la veda, c’è un feto abbastanza
sviluppato perché un medico ne stabilisca il sesso. L’incarico spetta
a Castello: la futura duchessa ha dato alla luce una bambina
malformata.
Lucrezia non chiede, e nessuno dice. Non importa più, ora.
Quando un feto è espulso troppo presto, il rischio di febbre
puerperale è molto alto. L’unica cosa che conta è che lei resti in vita.
Vista la sua debolezza, non sono in molti a sperarci.
La ripuliscono alla bell’e meglio perché Alfonso, che aspetta in una
sala poco distante, possa venire a renderle visita.
Il gonfiore sta passando e il suo viso, benché pallido, è sereno,
quasi verginale: la sua agonia ha lavato il peccato di Eva. O forse è
semplice sfinimento.
«Mi dispiace» sussurra. La mano squamosa di lui copre quella
piccola di Lucrezia.
«Non è nulla» dice lui in modo burbero. Imbarazzato da tale
familiarità, non sa come comportarsi. «Non appena starete meglio, ci
rimetteremo all’opera: un esercito di maschi».
È la frase più intima che le abbia mai detto, ma gli occhi della
moglie sono già chiusi. Mi avrà sentito?
Dietro di lui, i medici mormorano parole rassicuranti.
«Va tutto bene, vero? Adesso starà meglio, no?» chiede loro,
mentre lo fanno uscire.
Castello gli risponde con un cenno vago, che si presta a
interpretazioni diverse.
«Non deve morire. Se morisse…»
Non finisce la frase.

«Se morisse…»
A Roma, il papa è in camera sua, dove le notizie gli sono state
annunciate da un messaggero. Ha ancora in mano il dispaccio, e le
lacrime cadono sulla pagina, macchiando l’inchiostro.
L’ambasciatore di Ferrara, costretto a una levataccia, è in piedi lì
accanto e cerca di ostentare una sicurezza che non prova. L’aria è
pregna del sudore del vecchio, che ha intriso le lenzuola. Le erbe
aromatiche che pendono dal soffitto non riescono a coprirlo.
«Se mia figlia morisse…»
«Non accadrà, Vostra Santità. Cinque medici sono costantemente
al suo capezzale. Ogni chiesa e convento in città prega per la sua
guarigione. La salute di donna Lucrezia è preziosa per il nostro duca
quanto lo era quella di sua moglie Eleonora».
«Ha uno strano modo di dimostrarlo» ringhia Alessandro. «Non
avrei mai dovuto lasciarla andare tanto lontano da me. Un uomo non
è nulla senza la sua famiglia. Mia cara, dolcissima figlia, come ho
potuto…» Congeda l’ambasciatore con un gesto, come se il suo
dolore fosse troppo forte per essere esibito in pubblico.
Quando Burckardt entra, poco dopo, lo trova chino, scosso dai
singhiozzi. «Vostra Santità, come posso aiutarvi?»
«Che disastro! Ha partorito un bambino morto con mesi di
anticipo. Santa Madre di Dio, almeno non era un maschio. E adesso
rischia di morire. Che cosa abbiamo fatto per meritarci questo?
Abbiamo forse offeso Dio al punto da attirarci tanto strazio?» Geme,
e i singhiozzi tornano a sopraffarlo.
La sua è una domanda retorica. Burckardt lo guarda in silenzio,
ricordando il periodo di dolore inconsolabile dopo la morte di Juan. I
lamenti del papa erano stati gli stessi: perché? Come? Che cosa
aveva fatto per meritarselo?
Fuori da quella stanza in molti sarebbero stati ben lieti di
rispondere, elencando per filo e per segno tutti i crimini e gli atti di
corruzione, ma lui non la vede allo stesso modo. Per Alessandro si
tratta di una questione tra lui e Dio, una sorta di battaglia personale
tra entità di pari rango.

Per Lucrezia è tutto più semplice, ora.


Vi sono stati momenti, dopo il parto, in cui gli spasmi al ventre le
parevano l’inizio di un secondo travaglio, e ha capito che le era
tornata la febbre, ma tutto questo è svanito, ora. Tempo e dolore
hanno perso significato, come i volti che entrano ed escono dal suo
campo visivo. È come se quel suo corpo, che le ha procurato tanta
sofferenza tanto a lungo, appartenga ora a qualcun altro.
È vagamente consapevole del turbamento attorno a lei – voci
basse, qualcuno che piange – ma non se ne cura. Si è battuta finché
ha potuto e prova sollievo nel dirsi che ormai non è più in grado di
fare nulla. Adesso è tutto tranquillo. Il suo delirio non è popolato di
personaggi, non vi sono ricordi insistenti a fare affiorare il passato o
a sottolineare ciò che potrebbe perdere. Si sente invece attratta dal
sonno; un sonno profondo, irresistibile, che la lambisce come acqua
calda da ogni parte. Non teme di annegare, ma quell’acqua che sale
cela la promessa di un dolce dondolio. Si osserva galleggiare
dall’esterno, con la camicia da notte che la mantiene in superficie,
gonfia di sacche d’aria, i capelli come viticci che ondeggiano attorno
al capo. Poi, quando i flutti aumentano di livello, torna nel proprio
corpo. Sente un ronzio nelle orecchie, che le ricorda il mare, e un
pulsare ritmico, il battito del cuore, ta-tan, ta-tan, ta-tan, regolare e
vivo dentro di lei. Non ha paura, solo la stessa sensazione di
assenza di peso, di caldo e sicurezza. È questo che provava il
bambino quando si girava o trovava una nuova posizione dentro di
lei? Ta-tan. Un posticino intimo, sicuro. Morire in un luogo del genere
deve essergli stato lieve. Dio avrebbe capito. Lei sarebbe stata
perdonata, aveva fatto del suo meglio. Avverte il contatto con un
liquido caldo sulla fronte e sui piedi. Si insinua, tra i battiti del cuore,
un altro suono: voci che pregano, che la aiutano nel suo cammino. È
tutto così facile…

Apre gli occhi e c’è buio. Un solo volto, grinzoso, è chino sopra il
suo, e una mano tocca la sua, le passa le dita sull’interno del polso,
cercando qualcosa. Riconosce Torella, il medico di suo fratello.
Com’è strano che sia qui in questo momento, ma in fondo è pur
sempre un sacerdote.
«Non preoccupatevi. Non c’è battito» dice con voce chiara. «Sono
morta». E si addormenta di nuovo.
Oh, quanto parleranno più tardi di quelle parole, che in una catena
di sussurri e lettere attraverseranno il Paese, provocando sorrisi
dolenti anche in coloro che si considerano suoi nemici. Poche
persone si avvicinano tanto alla morte per ben due volte, e i cimiteri
sono pieni di donne sepolte con i loro neonati non sopravvissuti al
parto.
«Il Signore è misericordioso» è la frase che accompagna la
notizia. I suoi medici, che vorrebbero tanto attribuirsi il merito, perché
hanno trascorso una lunga estate ingrata di reputazioni messe a
repentaglio, sono i primi ad ammetterlo: la febbre puerperale non
perdona. Il medico del papa, il vescovo di Venosa, ha insistito per
l’ultima volta per praticare un salasso, ma poco dopo lui e Torella
hanno sostituito gli abiti da medico con quelli talari e hanno
cominciato a recitare le preghiere per i morenti e a praticare
l’estrema unzione, bagnandole la fronte, le mani e i piedi di olio
caldo, invocando il perdono dei peccati in preparazione per il suo
viaggio verso Dio.
Tutti sostengono che sia un miracolo.
Nella sua cella, si dice che la santa suor Lucia si sia sollevata dal
giaciglio, librandosi a mezz’aria, nel momento preciso in cui i medici
recitavano le ultime preghiere, e abbia così interceduto presso Dio.
Purtroppo, quando il duca era giunto da lei, era già ridiscesa sulla
Terra, ma l’odore di santità inebriante che veniva dal suo sorriso
sdentato non lasciava dubbi in merito alla relazione speciale che
Ferrara intratteneva con l’Onnipotente.
Quando la duchessa sta meglio, la notizia viene resa pubblica e la
città esulta: lo scampanio festoso accoglie i fedeli che si recano a
messa e si riversano per le strade per festeggiare la guarigione di
Lucrezia. Sono passati solo nove mesi dalla celebrazione del suo
matrimonio, e il ricordo della sua energia e del buonumore sono
ancora freschi nella mente della gente. Ora che si è ripresa, Ferrara
è al sicuro dalla minaccia dei Borgia ed è scampata alle febbri
estive; l’angelo della morte si allontana fino all’anno successivo. Per
quanto riguarda il bambino, dove ne è arrivato uno, ce ne sarà un
altro. Se il mondo piangesse per ogni neonato morto, le lacrime non
si fermerebbero mai.

«Oh, signora, avreste dovuto vedere la faccia di Torella, quando è


uscito dalla stanza!»
«Dice di avervi trovato il polso solo dopo che gli avevate detto:
“Sono morta”».
Non appena si riprende abbastanza da ricevere le sue dame di
compagnia, la loro gioia per il suo ritorno è condita da tutte le storie
che vi ricamano sopra.
«È corso alla cappella e vi è rimasto per ore. Pensiamo che abbia
chiesto a Dio di aiutarlo a compiere il suo dovere di medico».
Lucrezia le guarda chiacchierare, allegre e solari.
«Sono morta»: le parole più tristi che abbia mai sentito.
«Vi ricordate, signora?» le chiede Camilla con tatto.
«No» confessa lei. «Assolutamente no».
Le è rimasta in mente soltanto la sensazione di galleggiare, senza
peso, in qualcosa di caldo: niente corpo, niente dolore, niente paura.
Quanto tempo è rimasta lì, prima che la riportassero indietro? Ora
che è seduta al sole, ha l’impressione di non essere ancora
pienamente tornata.
Sono tutti d’accordo nel sostenere che ci vorrà tempo; prima di
rientrare a corte, dovrà osservare un periodo di convalescenza
prolungato. L’ideale sarebbe in un convento. Ercole è entusiasta:
potrebbe vivere accanto alla sua adorata santa Lucia. Il primo segno
di miglioramento è dato dal rifiuto di Lucrezia. Le donne pelle e ossa
con l’alito cattivo non sono ciò di cui ha bisogno. Sceglie invece il
monastero delle Clarisse del Corpus Domini, nel cuore della città
vecchia: chiostri intimi, immersi nell’ombra, profumo di fiori e di erbe
aromatiche, monache che amano ridere, oltre che pregare.
Non è l’unica ad assentarsi da corte: Alfonso d’Este le rivela che,
quando aveva temuto per la sua vita, ha fatto voto di compiere un
pellegrinaggio a piedi fino al Santuario di Loreto, se la moglie si
fosse salvata.
«Tu, in pellegrinaggio? A piedi?»
Quando lo annuncia a suo padre, la reazione non è positiva: «Mi
sorprendi, comunque non ti farà male. Loreto è lontana, però,
dovresti andare a cavallo, altrimenti starai via mezzo anno, e prima o
poi ci farebbe comodo un’altra gravidanza. O stai forse pensando di
sfruttare il viaggio per studiare cannoni e città fortificate?»
Alfonso, che aveva pensato la stessa cosa – sui cavalli e sui
cannoni –, si infuria. Nelle ultime settimane l’antipatia per il padre ha
lasciato il posto a un sentimento più violento. «E voi, padre?» sbotta.
«Cosa farete per mostrare la vostra gioia per la guarigione di mia
moglie?»
«Io? Accelererò i lavori per la costruzione del convento di suor
Lucia. È lei che dobbiamo ringraziare. Sapete che ha levitato…»
«Non basta» lo interrompe Alfonso.
«Che cosa?»
«Non basta. La duchessa di Ferrara merita di più».
«Cosa vuoi dire?»
«Dovreste darle il denaro che le dovete. Rispettare l’accordo per
la dote che avete stipulato con il papa e accordarle la somma che le
avete promesso».
«Non vedo cosa…» inizia il duca, ma si ferma. Per anni quel figlio
burbero e taciturno è stato la sua vergogna, ma quel cambiamento
non gli piace affatto. «Non vedo cosa c’entri, Alfonso».
«I Borgia sono troppo potenti perché li trattiamo con sufficienza.
Lucrezia ha portato con sé una fortuna, e voi l’avete maltrattata per
troppo tempo».
«Ah! Adesso ho capito: è stato quel suo fratello bastardo a
montarvi la testa? Che cosa vi ha detto?»
«Non ho bisogno che qualcuno mi suggerisca cosa dire. Questo è
ciò che penso io».
«Come osi?» grida Ercole, gonfiando il petto come un rospo
offeso. «Le questioni di Stato riguardano me solo, e le risolvo come
mi pare».
«No, padre, non sono d’accordo».
Alfonso fa un passo verso di lui. È diventato un omone, ha mani
enormi e braccia da lottatore ed è alto tanto da sovrastare il padre,
ormai vecchio e rattrappito, di tutta la testa e le spalle. Potrebbe
buttarlo a terra con un colpo solo. «Se volete che la casa d’Este
sopravviva, garantirete a mia moglie il prestigio che merita».
Ercole lo guarda a bocca aperta. Sta ancora cercando le parole
giuste, ma Alfonso è già uscito. Va a donne, ama la guerra e i
cannoni e sfida perfino suo padre, si rammarica.
Sono momenti drammatici per l’Italia, questi, e i giovani dal
sangue caldo devono restare uniti.
Quarta parte

Autunno-inverno
1502
Et come io ho più volte scripto alle Signorie vostre, questo Signore è
secretissimo: né credo quello si habbi ad fare lo sappi altro che lui; et questi
suoi primi secretari[o] mi hanno più volte attesato che non [commun] comunica
mai cosa alcuna, se non quando e’ la commette; et commettela quando la
necessità strigne et in sul facto et non altrimenti; donde io prego vostre
Signorie mi scusino, né m’imputino ad negligentia quando io non satisfaccia
[ad me medesimo] alle Signorie vostre con li advisi, perché el più delle volte io
non satisfo etiam ad me medesimo.
Niccolò Machiavelli, II legazione al Valentino, 26 dicembre 1502
21.

«Tutti voi in questa stanza sapete perché ci troviamo qui».


Vitellozzo Vitelli siede curvo, madido di sudore. Ogni nuovo
attacco di mal francese gli corrode di più le ossa. Era partito quel
mattino a cavallo, ma dopo un breve tragitto gli era parso che le
gambe gli si spezzassero e aveva compiuto il resto del tragitto
sdraiato su una coperta tesa tra due pali di legno, imprecando a ogni
buca. L’orgoglio non gli consente di farsi portare su di peso, quindi
sale le scale da solo, di traverso, fino alla sala semibuia del castello,
dove i tavoli sono imbanditi con vino, pesce e pane, piatti semplici da
soldati per gli uomini che vi si trovano riuniti. Ora tocca a lui metterli
d’accordo per un obiettivo comune.
«Stiamo per essere distrutti. L’attacco di Urbino da parte del
Valentino, il tradimento perpetrato ai danni dei suoi stessi uomini e il
suo nuovo accordo con la Francia sono una dichiarazione di guerra.
Re Luigi non alzerà un dito, quando Cesare Borgia ci mangerà in un
sol boccone. L’unica nostra possibilità è colpirlo prima che lui
colpisca noi».
Tace e guarda negli occhi tutti i presenti. Qualcuno lo conosce
bene: il suo compagno condottiero Gianpaolo Baglioni di Perugia, i
due cugini Orsini, Paolo e Francesco, e Oliverotto da Fermo, che
meno di un anno prima aveva conquistato il potere, a colpi di
coltello, in una sala non dissimile da quella in cui si trova ora. Poi vi
sono facce nuove: un inviato del deposto duca di Urbino, un
rappresentante di Siena e uno di Bologna. L’ultima voce che circola
è che il papa abbia firmato una bolla di scomunica per la famiglia
che vi detiene il potere, in previsione di un’invasione. Se Bologna è
la prossima, non vi può essere un segnale più chiaro su quello che
seguirà.
Infine, c’è il cardinale Giovanni Battista Orsini, in rappresentanza
di una delle famiglie più antiche di Roma. Oggi non indossa l’abito
rosso porpora, ma del resto non è venuto a svolgere una missione
per conto di Dio. Quando mai? pensa Vitelli sarcastico. Lo stemma
di famiglia è inciso, in bella vista, sul camino dietro la sedia
dell’anziano prelato. Il castello era stato un dono del papa in cambio
dell’appoggio del cardinale nel conclave che lo aveva eletto dieci
anni prima. Le due famiglie, però, erano state più spesso nemiche
che alleate, e due anni dopo, durante la prima invasione francese, gli
Orsini avevano cambiato clamorosamente campo, cessando le
ostilità nelle fortezze a nord di Roma e lasciando entrare gli invasori
nella Città Eterna. L’enormità del tradimento aveva colto di sorpresa
perfino Vitelli. Il papa, per vendicarsi, aveva fatto avvelenare il
capofamiglia e, dopo essersi rappacificato con i francesi, aveva
mandato un contingente di soldati a conquistare le fortezze degli
Orsini. Quattro mesi dopo, aveva ripescato suo figlio Juan nel
Tevere, con il corpo crivellato di pugnalate.
Vitelli ricorda ancora la collera e il panico che regnavano a Roma
nei giorni seguenti. Juan era stato uno sciocco arrogante, e gli Orsini
non erano gli unici ad avere buone ragioni per strappargli le budella,
ma i loro nomi erano in cima alla lista. I Borgia si sarebbero
vendicati, era solo questione di tempo. Vendetta. Vitelli non è il solo
a voler mantenere la promessa: un filo color sangue corre attraverso
i secoli lungo tutta la storia di Roma. Se, però, gli Orsini fanno la
prima mossa, devono essere sicuri di vincere.
«Tutto quello che dite è corretto, signor Vitelli. Conosciamo tutti la
minaccia». Il cardinale ha una voce esile, sibilante, come se le narici
non riuscissero a incamerare abbastanza aria per riempire i polmoni.
Certamente la famiglia ha avuto rappresentanti più energici e
carismatici, ma il suo istinto per la politica, affinato nei decenni di
pugnalate alla schiena in Vaticano, è più infallibile che mai.
«Tuttavia, finché il papa e quel suo figlio bastardo hanno la Francia a
coprirli, sarebbe meglio che anche noi avessimo qualcuno dalla
nostra parte».
«Non c’è nessun altro, cardinale» ribatte Vitelli con fermezza.
«Altrimenti sarebbe qui con noi in questa stanza. Ferrara e Mantova
sono legate ai Borgia da vincoli di sangue, e Firenze è uno Stato di
sciocchi e vigliacchi».
«È anche protetta dal re, come ben sapete, quantomeno a parole»
precisa il cardinale. «È un peccato che Venezia non possa venire
persuasa a schierarsi apertamente contro di loro. Sarebbe ben
contenta di spartirne i guadagni».
«Per il sangue di Dio, non spartiremo nulla con Venezia!» esclama
Gianpaolo Baglioni di Perugia, balzando in piedi, le mani strette a
pugno. Se la famiglia Baglioni fosse riuscita ad avere un papa, tutti
sanno che sarebbe lui, ora, a terrorizzare mezza Italia. «Niente
rischi, niente guadagni. Quando avremo conquistato gli Stati del
Valentino, ce li divideremo tra noi».
Un breve silenzio cala sui presenti. Stanno valutando quella
prospettiva e le lotte che ne seguiranno. «Continua, Vitelli» lo esorta
Baglioni. «Spiega come faremo».
Vitelli si rizza a sedere; il dolore nelle ossa pulsa come un tamburo
di guerra. Dopo l’umiliazione della ritirata da Arezzo è stato colto da
una depressione nera. L’unica ragione di vita è ormai il pensiero di
ritrovarsi faccia a faccia con l’uomo che l’ha tradito, e morire insieme
a lui, entrambi con un pugnale conficcato nelle viscere.
«Pensavo a un doppio attacco. Sfruttiamo lo scontento a livello
locale per provocare una sollevazione in una delle città fortificate
vicino a Urbino; poi, mentre il duca è occupato a proteggere il
gioiello della sua corona, un esercito partirà da Bologna per
attaccarlo a Imola. Con l’artiglieria e l’effetto sorpresa dalla nostra
potremo avere successo».
Vitelli sa, sa, che se si muovono abbastanza in fretta ce la
possono fare.
«E le fortificazioni del da Vinci? Sono mesi che il duca lo paga».
L’inviato di Bologna ha un bubbone sul naso grande quanto un
chicco d’uva. Vitelli avrebbe voglia di aprirglielo con uno stiletto.
«Da Vinci è un ottimo tecnico, ma si trova a Imola solo da poche
settimane. Neppure lui è in grado di ricostruire un fortino in così poco
tempo. Ragione di più per muoverci in fretta».
«Esattamente!» rincara la dose Baglioni. «Più perdiamo tempo,
più lui ha da guadagnarci. Ve lo dico, si sta già muovendo. Due
giorni fa i miei uomini hanno intercettato un corriere del papa diretto
al Valentino con un messaggio che gli suggeriva di convocare i suoi
condottieri a un incontro a Imola per catturarli tutti».
Le sue parole hanno l’effetto sperato: i presenti imprecano e si
lanciano in descrizioni delle torture che vorrebbero infliggere alle
parti intime del corpo del Borgia. Vitelli lancia a Baglioni un’occhiata
furiosa: in un’associazione tra pari, un’informazione del genere
avrebbe dovuto essere rivelata in precedenza, sempre che fosse
vera. Essere in combutta con Baglioni è come trovarsi chiuso in un
sacco pieno di scorpioni.
«E se scopre quello che stiamo facendo?»
Scorpioni e codardi, pensa Vitelli. Donna Paolo: è così che
chiamano il giovane, paffuto condottiero Paolo Orsini, perché ha
sempre bisogno di essere convinto con paroline dolci.
Nella sala non parla più nessuno. Spie. Cosa pensano l’uno
dell’altro?
«Maledizione! Guardatevi, sembrate donnette dedite al ricamo!»
Baglioni non riesce più a trattenersi. «Conosco il bastardo Borgia
meglio di tutti voi, ricordatevelo. I miei fratelli e io ci siamo rotolati
con lui nel fango quando eravamo ragazzini e studiavamo a Perugia,
e alla prima occasione ci mordeva a sangue. Era un bullo, un
bugiardo e un imbroglione fin da allora, e non è cambiato. L’unico
modo per fermarlo era picchiarlo assalendolo di sorpresa».
L’idea di Cesare e dei fratelli Baglioni ragazzi, che si rotolavano
nel fango addentandosi a vicenda, stimola l’immaginazione
generale. Il cardinale e Vitelli si guardano negli occhi. Solo parole al
vento, non bastano a far pendere la bilancia. Serve qualcosa di più.
«E se avessimo qualcuno dei nostri?» suggerisce Vitelli.
«Qualcuno che ci aiuti dall’interno?»
«Chi avete in mente?» chiede il cardinale.
«Il governatore di Cesena per conto del Valentino, lo spagnolo
Ramiro de Lorqua. Ho saputo che fa la cresta ai guadagni ottenuti
con la vendita dei cereali per arricchirsi. Se Borgia lo scoprisse, gli
taglierebbe le gambe. Lo conosco, ho cavalcato con lui. Sono
convinto che potrei usare quell’informazione per portarlo dalla nostra
parte». Tace per lasciare agli altri il tempo di riflettere. Sente
l’attenzione del cardinale su di sé. «Adesso sta reclutando altre
truppe in giro per la Romagna. Potrei raggiungerlo nel giro di
qualche giorno. Non sarà difficile creare disordini a Urbino, e una
volta che si comincia…» Lascia in sospeso la frase.
«Benissimo». Il cardinale parla a nome di tutti. Quali che siano i
suoi dubbi, il peggio sarebbe chiudere l’incontro senza un piano.
«Sono pronto a firmare, ora e subito, un patto di alleanza».
«Non ci serve l’inchiostro» grida subito Baglioni, che balza in piedi
e si rimbocca la manica per mostrare il braccio. «Firmeremo col
sangue».
Il cardinale soffoca un sospiro. Non è il momento per i
ripensamenti.
22.

Dal dolore alla rabbia: il papa ha un’energia volubile come una


banderuola segnavento.
Prima è prostrato dalla sofferenza, annega tra le lacrime per il
bambino morto e la malattia della figlia; ora misura a grandi passi il
corridoio che collega le diverse stanze degli appartamenti Borgia,
con cardinali e cappellani che cercano di tenergli dietro mentre sfoga
la propria furia. I segretari potrebbero riempire una dozzina di bolle
papali con le torture, terrene e infernali, che scatenerà contro il
sifilitico Vitelli, l’immondo Baglioni e i traditori Orsini.
Soprattutto contro tutti gli Orsini. Cinque anni, cinque anni interi
sono passati da quando il corpo di Juan è stato estratto dal Tevere,
accoltellato dai loro tirapiedi. Benedetto Gesù, come aveva amato
quel ragazzo! A ogni anniversario della sua morte ha fatto celebrare
una messa, per evitare che il suo desiderio di vendetta si
affievolisse. Era solo questione di tempo: maggiori erano le vittorie di
Cesare, prima avrebbero potuto tagliare i ponti con gli uomini di cui
avevano bisogno, ma di cui non si fidavano; feccia, come Vitelli e da
Fermo e i rami meno prestigiosi della famiglia Orsini. Spariti loro,
avrebbe potuto dedicarsi alla missione più importante: eliminare il
resto del casato, finire l’opera iniziata tanto tempo prima. E ora, la
notizia più incredibile: il capofamiglia, nientemeno che un cardinale,
capeggia una rivolta contro di loro.
«Che cosa? Pensavano che non lo avremmo saputo? Si muovono
tutti insieme e lasciano tracce viscide come tante lumache. Devono
proprio ritenerci stupidi».
Burckardt nei primi giorni accampa scuse: Sua Santità non può
vedere nessuno in questo momento, perché ha mangiato qualcosa
che gli ha fatto male. Ma i diplomatici che si assiepano nella sala
delle udienze non possono non vedere che invece i messaggeri,
fradici di sudore, vengono ricevuti subito. Anche senza la rete
tentacolare delle spie Borgia, presente in tutta Italia, l’incontro della
Magione era destinato a trapelare. Viste le personalità coinvolte, non
poteva essere altrimenti.
Gli occhi di tutti sono ora puntati sul duca Valentino, perché
l’obiettivo è lui, ma a pagare i conti è Alessandro.
«Quanto?»
«Sedicimila ducati, Vostra Santità».
Come sempre, Burckardt è la persona giusta per affrontare la
questione, sempre delicata, di trovare i fondi necessari nella
tesoreria pontificia.
«Non bastano, al duca ne servono diciottomila per pagare le
nuove reclute. Trovatemi i duemila che mancano da qualche parte e
una guardia armata per portarglieli. Che c’è? Qualcosa vi offende?»
Burckardt, come sempre, ha mantenuto un decorosissimo silenzio,
ma il papa ormai ce l’ha con tutti.
«Non si tratta di sperpero, Johannes: siamo in guerra. Un membro
del collegio cardinalizio che si schiera contro il papa è un tradimento
contro la sacra Chiesa. Vi dico che avremo le terre e i benefici degli
Orsini, che ripagheranno abbondantemente le spese alle quali ci
costringono ora».
Diciottomila, e sa bene che è solo l’inizio. Con i loro nemici che
fanno fronte comune, avranno bisogno dell’aiuto della Francia, della
loro artiglieria. Diciottomila ducati corrispondono quasi alle sue
spese annue per la corte vaticana: stipendi, cerimonie, acquisti…
tutto. Se anche i suoi nemici non cessano di lamentarsi per la
corruzione della Chiesa, metà di loro rifiuterebbe un invito a cena
perché il cibo non è abbastanza raffinato. Due semplici portate e una
caraffa di vino corso sono quanto lui preferisce. Potrebbe
sovvenzionare un convento con quello che fa risparmiare in tal
modo. Conosco monaci che mangiano meglio di me, vorrebbe urlare
in faccia a Burckardt. Ma non è diretto a Burckardt il suo
risentimento: di fronte alle continue richieste di soldi da parte di
Cesare negli ultimi anni, Alessandro ha avvertito, se non rimorso,
almeno qualche brutto presentimento su come suo figlio attinge alle
risorse della Chiesa per i suoi fini personali. Se dovesse calcolare la
somma… ma si guarderà bene dal farlo. Qualunque sia il prezzo da
pagare, ne sarà valsa la pena, se riuscirà a schiacciare tutti quei
vermi ribelli. Quanto vale il cardinale Orsini? Quando fatica ad
addormentarsi, quella notte, si concentra sui conti per ritrovare il
buonumore.

Nella città di Imola, non lontana dal territorio ora nemico di


Bologna, Cesare vive in una sola stanza, con i piani di fortezze e
strutture difensive appesi alle pareti e il pavimento coperto dal fango
lasciato dagli stivali dei cavalieri. C’è un letto in un angolo, ma lo usa
ben poco: chi riesce a dormire in un frangente simile? Quando gli
era giunta notizia dell’incontro alla Magione – in ogni cospirazione
esiste sempre un anello debole, un uomo che teme gli amici quanto
il nemico – ne era stato entusiasta, invece di spaventarsi. Da quando
aveva visto gli occhi dei suoi condottieri spalancarsi per l’avidità
dinanzi alle borse di denaro che aveva dato loro due anni addietro,
sapeva che prima o poi si sarebbe giunti a quel punto. Rimpiange
forse di non essere ancora del tutto pronto; qualche mese in più
l’avrebbe reso invincibile, ma combatterà con quello che ha. Gli va
bene anche così.
«Chi va là?»
Sente i passi prima che bussino alla porta. Meno dorme, più i suoi
sensi sono acuiti.
«È arrivato l’inviato di Firenze, signore. Vi prega di convocarlo,
quando potrete».
«Firenze? Fatelo entrare subito».
Con tutti i nemici che ha, qualche amico gli farebbe comodo.

Niccolò non immaginava di essere ricevuto immediatamente. Ha


già aspettato alla porta occidentale, dove una serie di messaggeri ha
avuto la precedenza su tutti gli altri viaggiatori. La strada romana,
drittissima, che da Bologna si spinge fino alla costa alle sue spalle:
tre anni prima il duca Valentino aveva percorso quella stessa strada
con un esercito formato dagli stessi uomini che ora sono intenzionati
a rovinarlo. Più di una volta, durante il viaggio, Niccolò si è guardato
le spalle, aspettandosi quasi di vedere una nuvola di polvere
sollevata da cannoni su ruote e da fanti, perché in questi ultimi giorni
ha sentito circolare le voci più disparate: i ribelli hanno cominciato a
muoversi; assedieranno Imola; si stanno raccogliendo alle porte di
Urbino; stanno combattendo tra loro; sono dappertutto e da nessuna
parte. E a ogni nuova versione del racconto il loro numero aumenta.
Dentro le porte, supera l’imponente castello munito di quattro
torrette situato all’estremità sudoccidentale della città. Nota gruppi di
soldati che scavano trincee all’esterno del fossato, presumibilmente
per ostacolare l’avanzata dell’artiglieria nemica. Che cosa
succederà, se non sono in numero sufficiente? Forse la Fortuna ha
abbandonato il duca, dopo essere stata per tanto tempo la sua
amante fedele?
Segue la guardia di sopra fino alla stanzetta, e si strofina la faccia
con le mani per eliminare la sporcizia, approfittandone per annusarsi
i vestiti valutandone il puzzo. Cosa dicono nelle taverne di Firenze?
Che la diplomazia è l’arte di coprire i cattivi odori con parole dolci.
L’impazienza vincerà la stanchezza. In quella cittadina si farà la
Storia e, non avendo potuto essere a fianco di Tito Lucrezio Caro
durante la stesura del De rerum natura nell’antica Roma, non c’è
nessun altro posto in cui Machiavelli vorrebbe trovarsi in questo
momento.
«Ah! L’uomo il cui volto sorride anche quando lui sostiene il
contrario. Ve ne siete andato da segretario e tornate nelle vesti di
inviato permanente. Mi debbo congratulare con voi».
Pur essendo un conquistatore indolente e insolente, l’uomo che
ora lo accoglie dimostra un entusiasmo e un buonumore quasi
infantili. E stavolta non porta la maschera: ha un volto ancora bello,
nonostante le cicatrici. Emana un alone di energia. «Firenze deve
tenere in alta considerazione il vostro parere, signor Sorriso. Anche
se ciò che avete scritto non mi ha giovato».
Sebbene avesse preparato una dozzina di frasi di apertura in
previsione di quel momento, Niccolò ora le scarta tutte. «Ho detto
loro ciò che pensavo, signore, che eravate un uomo da non
sottovalutare, amato dai vostri e favorito dalla Fortuna».
«Il che spiegherebbe la vostra promozione, perché tutto ciò
risponde al vero. Ma non si è resa necessaria la Fortuna per
ottenere l’appoggio di re Luigi, giacché l’avevo già da prima. Come
stanno l’eminente vescovo Soderini e il suo laico fratello?»
«Bene, signore. Vi mandano i loro più cordiali saluti».
«Mmm… Non riesco a smettere di pensare che il vescovo
starebbe bene in abito rosso. Ne parlerò a mio padre, quando
ripasserò da Roma».
Niccolò abbassa lo sguardo per non lasciare trapelare lo stupore.
Il cambiamento è straordinario. Cesare gli indica una sedia, ma egli
solleva una mano a mostrare che preferisce stare in piedi.
«Troppe ore in sella, eh? Dovreste fare il soldato, quello sì che vi
irrobustirebbe il deretano. Siete entrato dalla porta di sudovest?»
chiede, vedendo che il diplomatico studia le carte appese al muro.
«Cosa pensate delle fortificazioni?»
«Penso che, se donna Caterina Sforza avesse fatto altrettanto,
avrebbe tenuto testa al vostro esercito ben più a lungo» dice,
cercando di restare impassibile.
«Caterina Sforza? È la donna o la sua fortezza a interessarvi?»
«Ho svolto una missione diplomatica presso di lei, una volta».
«Ah, e che impressione vi ha fatto?»
Cosa può dire? Era stata la sua prima missione da solo come
diplomatico, e si era sentito nervoso come un giovane cavallo da
corsa. Era stato per via della sua reputazione: donna forte e
sanguinaria come i suoi nemici, una volta si era denudata sul
parapetto della fortezza per mostrare agli assalitori che poteva fare
altri figli, se le avessero ucciso quelli che avevano preso in ostaggio.
In precedenza del loro primo incontro l’aveva sognata mentre gli
andava incontro come un’amazzone, a seno nudo. Nei negoziati lo
aveva sconfitto: all’inizio aveva ceduto su tutti i punti, ma poi aveva
cambiato idea all’ultimo momento. Era stata, la sua, una vittoria di
Pirro, però: il papa l’aveva già scomunicata e il suo destino era
scritto dentro le bocche da fuoco di Cesare. I pettegolezzi su quanto
era successo tra i due la notte dopo la sua cattura avevano
infiammato le pareti della taverna: due scorpioni in un cerchio di
fuoco, che si studiano prima di sferrare il colpo fatale. Purtroppo non
esiste nel linguaggio diplomatico espressione capace di rendere
l’idea.
«In battaglia, credo che sarebbe stata coraggiosa quanto un uomo
o anche più».
«Avete ragione» ammette Cesare con una breve risata. «Quando
ha cominciato a gridare, però, non la si poteva più scambiare per un
uomo. Vedo che Firenze mi ha mandato uno stratega militare, oltre
che un diplomatico!»
«Un semplice studente di Storia, signore» dice con voluta
modestia.
«Allora sarete in buona compagnia, perché di Storia mi occupo
anch’io» ribatte Cesare. Pur essendosi finto sorpreso, il Valentino si
era informato sulla persona scelta da Firenze per rappresentarla e si
era premurato di saperne di più sul diplomatico mingherlino che si
era destreggiato tanto abilmente tra le ombre del loro ultimo
incontro. «Saprete che qui vicino scorre il Rubicone e che grandi
trionfi aspettano l’uomo che lo attraversa. Ho le sue parole incise
sulla spada».
«Alea iacta est» replica Niccolò. Il dado è tratto. Cesare, sempre
Giulio Cesare. La Storia romana annovera molti grandi uomini,
eppure è sempre con colui che ha distrutto la Repubblica, invece di
salvarla, che si misurano gli uomini ambiziosi.
«Esatto. Troveremo molti argomenti di cui parlare, ne sono certo,
perché, qualunque cosa sia successa in passato, non esistono
cattivi sentimenti tra me e Firenze. Come potrebbe essere
altrimenti? Con o senza un trattato, siamo uniti da un legame
naturale di amicizia, perché condividiamo la stessa visione di
un’Italia sicura e stabile, capace di difendersi contro una calca di
facinorosi e traditori».
Ah, adesso capisce dove vuole andare a parare e non tarda a
reagire: «Il consiglio ha appreso con costernazione dei vostri
problemi con gli alleati di un tempo».
«Alludete a Vitelli e Baglioni? Feccia! Sono in combutta con quegli
scarafaggi degli Orsini e gli altri. Poveracci destinati a finire male,
tutti quanti. Conosco le loro intenzioni prima ancora di loro stessi. E
Firenze dovrebbe esserne ben lieta, perché – come ben sapete, ne
sono certo – questa ribellione è più pericolosa per voi che per me. Vi
ricordo che due anni fa, quando mi trovavo ai vostri confini,
Vitellozzo Vitelli mi implorava in ginocchio di lasciargli prendere
Firenze. Ah! Il mio rifiuto non ha fatto che alimentare la sua collera.
Se lui e gli Orsini riusciranno nell’intento, presto non avrete più la
vostra bella Repubblica sulla quale scrivere aforismi».
Tutto ciò che dice è vero, pensa Niccolò, ma è vero anche il
contrario: se Firenze ha bisogno del duca più di un tempo, anche lui
ha bisogno di Firenze.
«Tuttavia, affermano di poter contare su un grande numero di
soldati, signore. Non temete per la sicurezza di Urbino?» chiede con
disinvoltura, scegliendo una delle tante dicerie che circolano.
«Pensavo che foste appena arrivato» ribatte Cesare.
Il viso di Machiavelli resta impassibile, mentre pensa: Mio Dio, il
duca perderà davvero Urbino! Questa, sì, è una notizia.
«Qualunque cosa dicano, si tratta di fandonie. Ricordate: conosco
questi uomini, so cosa possono e non possono fare. Gli Orsini
possono contare soltanto su donnette vestite da soldato, e Vitelli non
ha mai combinato niente di utile in vita sua. Per quanto riguarda
Urbino, non sta succedendo niente di particolare: solo pochi uomini
scontenti che si agitano in un forte nei pressi della città; nulla a che
vedere con questi traditori, anche se sono certo che cercheranno di
sfruttare la situazione. Ce ne stiamo occupando».
«Il vostro comandante de Corella?» chiede, giacché Michelotto,
che come tutti sanno è l’ombra del duca, non si vede da nessuna
parte.
«Poco importa» ribatte Cesare bruscamente. «Ma, siccome siete
a caccia di informazioni, signor Sorriso, una cosa ve la voglio dire:
mentre noi siamo qui a parlare, settecento nuove reclute stanno
marciando verso Imola, e potrei mostrarvi una lettera di re Luigi in
cui si impegna a fornirmi mille pezzi di artiglieria e dei picchieri
svizzeri. Questi traditori mi fanno un piacere: non avrebbero potuto
scegliere momento migliore, perché ora so chi sono miei nemici e
chi miei amici. Scrivetelo pure al vostro consiglio, sempre che non mi
abbiano mandato un inviato che non sono disposti ad ascoltare. Ah,
finalmente un sorriso! O forse il vostro viso sfugge al vostro
controllo?»
Chi non avrebbe sorriso? si chiede scendendo in cortile. Oggi ha
ottenuto solo informazioni preziose: Urbino è in pericolo e le truppe
non sono ancora arrivate. Tutto ciò dovrebbe indurre il comandante
in agitazione, invece è impossibile non essere colpiti dalla sua forza
e sicurezza. Montando a cavallo, Niccolò vede altri messaggeri, a
capo chino, la bocca coperta per proteggersi dalla polvere. Li
somma a quelli già incrociati prima alle porte della città. La rete di
spie dei Borgia è leggendaria: qualcuno la assimila alla tela, stesa
sopra l’Italia, di un grande ragno pronto a catturare qualunque preda
passi sul suo cammino. Osservando tanta frenetica attività, invece,
ripensa alle api: sempre in volo, intente a passare da un fiore
all’altro, per riportare il polline delle informazioni all’alveare. Il duca
conosce davvero i suoi nemici tanto bene da prevederne le mosse, e
quindi gli errori, o le sue sono solo millanterie, sbruffonate di un
uomo convinto di avere ancora la Fortuna nel suo letto?

Il giorno successivo si diffonde la notizia che un contingente di


uomini agli ordini di Michelotto – era proprio lui, allora – ha sedato la
rivolta e ripreso la fortezza vicino a Urbino. Machiavelli manda il
primo dispaccio. Si sforza di ricordare le parole esatte pronunciate
da Cesare, affidandosi alla memoria, ma poi ne aggiunge di proprie,
perché una cosa gli appare ormai chiara: anche se il Duca sembra
isolato, è proprio il suo isolamento a permettergli di agire con rapidità
e fermezza. Se si trattasse di fare scommesse, lui punterebbe
ancora sul principe Borgia.
La valutazione di Machiavelli, però, si dimostra prematura: giunti
con i loro uomini nella zona, cinque giorni dopo, i vecchi condottieri
di Cesare, Vitelli, da Fermo e i cugini Orsini, uniscono le forze e
riprendono la città di Urbino.
23.

La notizia riempie subito l’anticamera del duca.


Esperto nell’arte dell’attesa, Niccolò estrae dalla tasca la sua
copia, ormai consunta, di Tito Livio, ma ha appena il tempo di aprirla
che viene ricevuto, prima di tutti gli altri.
Nella stanza arde un fuoco – l’aria è fredda, ormai – e sul tavolo si
notano i resti del pasto. In un angolo, la figura ormai familiare di
Michelotto.
«Signor Sorriso». Cesare tende la mano. Ha l’aria di non avere
dormito, sebbene la mancanza di sonno non sembri averne minato
l’energia. «Conoscete il mio uomo, vero?»
Lo vede meglio, ora, alla luce del giorno; il suo volto tradisce la
violenza delle gesta che gli sono state attribuite.
«Mi congratulo con voi per avere ripreso Fossombrone, signore»
dice Niccolò. «È stata un’azione brillante». Sa che farà la figura del
leccapiedi, ma è sincero. Nelle locande di Imola gli uomini reduci
dall’impresa non parlano d’altro: di come il loro comandante abbia
usato le mappe del forte per trovare l’entrata di una vecchia galleria
che portava dall’esterno delle mura fin dentro alla fortezza, di come
vi si sia introdotto con una dozzina di uomini nottetempo e, dopo
essere avanzato carponi, abbia spaccato teste e tagliato gole.
Nessuna perdita tra i seguaci del duca.
Il silenzio di Michelotto suggerisce che gli elogi non gli
interessano.
«Quando è stanco, parla poco» spiega Cesare, dopo averlo
congedato con un cenno.
Appena la porta si è richiusa, invita Niccolò ad avanzare verso il
fondo della stanza. «Venite qui. Ho qualcosa da mostrarvi».
Sulla parete di fondo c’è una carta, con gli angoli unti dalla cera
usata per fissarla al muro. È disegnata con grande perizia: un uomo
interessato a valutarne l’aspetto artistico l’avrebbe studiata con
occhio diverso, ma lo scopo nel loro caso è un altro. Machiavelli ci
mette qualche istante a capire di cosa si tratta: sta osservando la
città di Imola vista dall’alto, con le sue mura e le fortificazioni
perfettamente proporzionate; le stesse proporzioni sono rispettate
per le torrette del forte, l’inclinazione del terreno e le strade
circostanti.
«Riconoscete la mano, forse?» chiede il duca con disinvoltura. «È
uno dei vostri».
«Da Vinci» risponde, perché tutti sanno che lavora per lui.
«Esatto. Nel corso degli ultimi tre mesi l’ho incaricato di viaggiare
per la Romagna e studiare come migliorare i sistemi di difesa delle
mie fortezze e fortificazioni».
«È stata la sua mappa di Fossombrone a rivelare la posizione del
passaggio sotterraneo?»
«Certo» conferma Cesare. «Vale tre volte lo stipendio che gli
verso, ma la sua collaborazione non è certo a buon mercato. Lo
conoscete?»
«Solo di fama». Nel governo di Firenze si dice che lui e Buonarroti
si detestino a tal punto da evitare di trovarsi nella stessa città nello
stesso momento. La perdita di Firenze è diventata un guadagno per
tutti gli altri.
«Vi avrei presentato, ma è già partito per Piombino; dice che ne
ha abbastanza della guerra. Voi fiorentini date i natali ad artisti pazzi.
Dal collo in su sembra un lurido eremita, ma se ne va in giro vestito
di velluto, con il suo giovane amante al seguito». Fissa Machiavelli
con insistenza. «Ho saputo che Firenze è una città specializzata
nella sodomia».
Niccolò si stringe nelle spalle. Quasi tutti i suoi concittadini hanno
un aneddoto da raccontare in proposito; è un rito iniziatico oltre che
una predilezione, ma non sono lì per discorsi da osteria.
«In fondo è capitato a tutti di trovarci sull’altra sponda, no?»
esclama Cesare con una risata volgare. «Non mi importa dove lo
mette un uomo, a me è il cervello che interessa. E il vostro da Vinci
ha tante di quelle idee che gli servono dieci mani per disegnarle
tutte. Ha un progetto per collegare la città di Cesena al mare e, se
non cade a pezzi come il suo gigantesco cavallo di Milano, sostiene
che mi costruirà un cannone capace di sparare più di un proiettile
per volta. Siete fortunati, però: è e resta un patriota. Una volta gli ho
chiesto cosa farebbe, se gli assegnassi il compito di espugnare
Firenze. Sapete che cosa mi ha risposto? Che le mura della sua città
non sono fatte solo di pietra. Ha citato alcuni versi, in piazza».
«Cadono i regni per il lusso, per le virtù le città prosperano» recita
Niccolò a bassa voce. Non sa che direzione stia prendendo la
conversazione, ma non può fare altro che seguire la corrente. «È la
frase incisa sul basamento della statua di Giuditta e Oloferne di
Donatello. Quando è stata portata via da palazzo Medici, hanno
cambiato le parole perché riflettesse il potere del popolo».
«Davvero?» chiede Cesare, che non sembra molto colpito
dall’informazione. «Voi fiorentini siete proprio fissati con l’arte.
Ditemi, come procedono i lavori del David? Buonarroti continua a far
piovere sulla città polvere di marmo?»
Ingegneri, scultori, poeti, pederasti… Tutti gli argomenti, tranne
quello sulla bocca di tutti.
Niccolò si schiarisce la voce: «Signor duca, mi è dispiaciuto
sapere di…»
«Urbino? Sì, sì. Per qualche giorno ne parleranno tutti, ma non
importa. Come le gazze ladre, cercano sempre ciò che brilla di più.
Alla fine si ritrovano semplicemente con un palazzo vuoto in cima a
una collina. Li credevo più furbi». Tace. «Non mi credete? Pensate
che mi stia prendendo gioco di voi, cercando di strapparvi
un’alleanza perché, di fronte ai problemi, ho più bisogno che mai di
Firenze?»
Ha occhi duri, senza traccia di emozione. «Un’alleanza vi
aiuterebbe, certo». Niccolò ha un’esitazione. Nessun diplomatico
che si rispetti dice tutto ciò che pensa. Tuttavia, ha a che fare con un
uomo che non fa mai ciò che gli altri si aspettano. «Signore, non
metto in dubbio le vostre parole. Credo che, per arrecarvi danno,
avrebbero dovuto raccogliere ogni uomo, cavallo e cannone per
attaccarvi a Imola».
«Non avete fiducia nel sistema difensivo approntato dal vostro
concittadino?» chiede il Valentino.
«Sono sicuro che sarà perfettamente efficace, una volta ultimato,
ma sono soltanto mura. Finché non arrivano altre truppe…» Lascia
la frase in sospeso con un’alzata di spalle.
«Ah! Signor Sorriso, siete sprecato in una sala del consiglio».
Rovescia il capo all’indietro e prorompe in una sonora risata. È il
primo gesto spontaneo che Niccolò gli vede compiere. «Allora» dice
«sembra che vediamo la situazione nello stesso modo. Ditemi,
dunque: cosa fareste per eliminare il veleno dalle code di queste
vipere?»
Machiavelli non risponde.
«Tenete in tasca un libro di Storia romana, che, a quanto pare,
amate leggere sempre. Non vi aiuta?»
«Non in questo caso, signore». Il tradimento può assumere molte
forme, e dare consigli al nemico è una di queste. Sa già cosa
direbbe, ma non cede. «La vostra storia non ha paralleli» si limita a
rispondere.
Il duca emette un grugnito: «Benissimo. Allora rispondete a
un’altra domanda, se avete il coraggio: se dovessi garantirvi che
entro dieci, dodici giorni questa città brulicherà di soldati, direste alla
vostra amatissima Firenze di stipulare un trattato con me?»
«Signore, il vostro lavoro è la guerra, il mio è la diplomazia. Non
posso “dire” nulla a Firenze» puntualizza, sperando che il suo viso
non lo tradisca. «Mi limito a descrivere ciò che vedo e a dare
suggerimenti».
«Dubito fortemente che vi limitiate a questo» osserva il Valentino,
con un sorriso malizioso a sottolineare il complimento.
La politica e l’arte della seduzione. Se fossi una donna, sarei
senz’altro ai suoi piedi, pensa Niccolò, raddrizzando la schiena.
L’attimo passa.
«Ah! Ho quasi l’impressione che siate diventato più alto dal nostro
ultimo incontro» commenta Cesare. «Dev’essere per via della
compagnia che frequentate. Ebbene» agita la mano, a liquidare
quelle ultime parole come una battuta senza importanza «la vostra
onestà mi è preziosa. Ora, se mi volete scusare, devo occuparmi di
una congiura».
Per un’altra notte le candele bruciano fino all’alba nella stanza
dove si prendono le decisioni. Anche se si è concesso qualche
libertà quanto alla velocità di marcia dei soldati, Cesare non ha
mentito su Urbino: per lui si tratta davvero soltanto di un cofanetto
portagioie luccicante. L’ha espugnata una volta, e lo farà di nuovo.
L’unico problema è che quell’accozzaglia di delinquenti adesso
proverà un senso di vittoria, e non glielo può permettere.
Scrive una serie di dispacci. Il più lungo è quello per suo padre.
Non sono buone notizie, ma le battaglie non si vincono solo
combattendo, e ora gli è chiaro come devono procedere.
24.

La lenta, dolce guarigione di Lucrezia: anni dopo, le procura ancora


un misto di dolore e piacere ripensare al suo viaggio di ritorno dalla
morte alla vita.
Ha scelto bene: anche se il Corpus Domini non ha una monaca
capace di levitare, è il convento migliore di tutta Ferrara. Nobildonne
con doti generose vi giungono come spose di Gesù Cristo, spesso
migliore del marito terreno, violento o prepotente, che sarebbe
potuto toccare loro in sorte nel mondo esterno.
Quando non pregano, le religiose ricamano bordi e tovaglie da
altare, curano i giardini, si occupano della formazione delle ragazze
più giovani, affidate alle loro cure, o seguono gli insegnamenti di una
direttrice del coro che riesce a ottenere dalle voci più improbabili trilli
da usignolo. A corte, le donne possono cantare solo durante le
funzioni private; soltanto gli uomini diventano cantanti di professione.
Lì in convento, però, entrano a fare parte di un coro la cui bellezza e
reputazione attirano uno stuolo nutrito di fedeli nei giorni festivi e
nelle ricorrenze religiose. E adesso hanno ricevuto il massimo
riconoscimento: spetta a loro fare in modo che la nuova duchessa si
ristabilisca.
Il giorno in cui Lucrezia arriva, accompagnata dalle dame di
compagnia, le suore formano un cordone di benvenuto e unendo le
voci in coro elevano una sorta di ghirlanda fiorita sopra di lei. Se
sono sconvolte dalla sua magrezza, dal pallore grigiastro
dell’incarnato, dallo sguardo inespressivo, il calore del saluto non ne
risente. Tra loro, le monache più anziane che ricoprono ruoli di
responsabilità in cucina, nel coro e nell’infermeria, stanno già
architettando strategie per rimetterla in piedi.

Un boccone dopo l’altro…


Le prime settimane sono dedicate alla cura del corpo.
Lucrezia cede quasi alla disperazione, quando le vengono serviti i
primi piatti: rognone di vitello bollito, petto di piccione al vino bianco
e pere cotte al forno nel liquore. La responsabile delle cucine ha il
permesso di fare arrivare prodotti speciali dall’esterno e indurre così
in tentazione la duchessa, affinché mangi e recuperi le forze.
«È troppo. Non ci riesco» protesta, sfinita da tutto quel cibo messo
in mostra.
A tavola con lei, le dame di compagnia non dicono niente, e i
cucchiai restano inutilizzati accanto ai piatti colmi.
«Che cosa c’è?» chiede loro. «Perché aspettate? Mangerò
qualcosa più tardi».
Ma le giovani sono inflessibili. Hanno deciso anche loro di
contribuire alla guarigione dell’amatissima padrona con le arti che
possiedono, in particolare praticando il ricatto: se la duchessa non
mangia, non mangeranno nemmeno loro.
Il primo pasto non viene toccato.
Il secondo giorno hanno quasi la bava alla bocca sentendo il
profumino del vitello in salsa dolce e delle anguille stufate con i
capperi.
La lotta silenziosa continua.
«Oh, siete impossibili» esclama infine Lucrezia con sospiro
teatrale. Infila la forchetta d’argento in un pezzo di vitello, se lo mette
in bocca e mastica ostinatamente, come una bambina costretta
all’obbedienza. Per un istante socchiude gli occhi, assaporando il
gusto delle bacche di ginepro che galleggiano nel sugo. Quando li
riapre, vede quattro volti sorridenti. Il digiuno è finito.
L’attacco successivo viene sferrato dal dispensario. Due giorni più
tardi, una donnina di età indefinibile, con la pelle grinzosa che pare
una pergamena lasciata all’aperto durante un temporale, si presenta
nella sua cella.
«Signora duchessa, sono suor Bonaventura e mi occupo del
dispensario del convento. Ho preparato dei rimedi che credo
potrebbero giovarvi. Pur non avendo esperienza di travaglio né di
parto, ho trattato la consunzione dovuta alle febbri estive e conosco i
problemi dei flussi mensili e le irritazioni e i dolori che possono
colpire i condotti interni».
I suoi occhi azzurro chiaro e penetranti sono sconcertanti quanto
la schiettezza delle sue parole.
«Siete molto gentile» replica Lucrezia freddamente «ma sono
stata curata dai migliori medici prima di venire qui».
«Forse, ma non siete ancora guarita» ribatte la monaca senza
scomporsi.
«Questo sarò io a deciderlo» replica l’altra, rifugiandosi
nell’alterigia. «Sono solo stanca».
«Il cibo vi sarà d’aiuto, ma dovrete anche dormire meglio. Soffrite
di incubi, vero?»
«Cosa sapete dei miei sogni?» Diventa brusca spinta dalla paura,
perché è vero che ha incubi terribili. Il peggiore è quello in cui non
riesce a respirare e cerca di dare alla luce un mostro, mezzo
animale, mezzo umano, il cui corpo, piccolo e feroce, si spacca in
tanti pezzi sanguinolenti cadendo ai suoi piedi.
La suora non si lascia intimidire dal tono. «È mio compito curare
ogni tipo di disturbo, e Dio mi aiuta a vedere ciò che altri non
vedono». L’esperta guaritrice in verità ha dovuto ricorrrere a qualche
astuzia: recandosi alla cappella nel cuore della notte per il mattutino,
ha sentito la duchessa gridare nel chiostro riservato agli ospiti.
Infila le mani nelle pieghe voluminose dell’abito e, come una
strega, estrae prima una, poi una seconda fialetta di vetro contenenti
un liquido e un vasetto di maiolica con un coperchio di legno.
«Il fluido più chiaro è un tonico per il corpo e va preso prima di
mangiare al mattino. Quello più scuro è per la notte: otto gocce in un
poco di vino, mezza clessidra di tempo prima di andare a dormire.
L’unguento è da applicare all’interno del passaggio vaginale per
cicatrizzare le ferite e le zone irritate dal travaglio».
Lucrezia la fissa incredula. Nessuno dei medici le ha mai parlato in
modo tanto diretto. Anche dopo che la suora se n’è andata,
aleggiano nella stanza la luce di quegli occhi azzurri slavati e
un’aura di bontà. Si sorprende a chiedersi quante giovani donne
entrino al Corpus Domini contro la loro volontà e abbiano bisogno di
ben di più del ritmo del convento per abituarsi a quella vita. Prende
la fialetta della pozione per dormire e la solleva per guardarla
controluce: il liquido è color ambra, come birra fermentata.
Distillazione: un talento che non molte donne nobili aspirano a
praticare nel mondo esterno.

«Non c’è battito. Sono morta».


Quelle parole non hanno cessato di perseguitare Lucrezia nelle
ultime settimane. Ci sono stati momenti, spesso nelle ore più difficili
della notte, in cui le sono parse più reali del mondo che la
circondava, come se fosse stata incapace di trovare la volontà o
l’energia di lasciarsele alle spalle.
Ma ora, in quel luogo, le sembra possibile superarle. Sul tavolo si
trova un crocifisso d’argento finemente cesellato, proveniente dalla
sua cappella. Conosce bene il corpo di quel Cristo: le costole visibili
sotto la pelle del petto, le braccia scheletriche appese ai chiodi, un
uomo che capisce la sofferenza, che si è sacrificato per l’umanità.
Se non è morta allora forse Dio ha voluto lasciarla vivere. E chi è lei
per contraddire la Sua volontà?
Quella notte, dopo le preghiere, che vanno ben al di là di quelle
recitate ad alta voce, inghiotte il liquido ambrato. Sente la
sonnolenza prenderla, mentre brani dei canti di compieta la
raggiungono attraverso i chiostri e si spingono oltre. Il sonno è lungo,
profondo e non disturbato da incubi.
Le celle riservate agli ospiti del Corpus Domini sono raggruppate
attorno a un chiostro di pietra traforata. È così piccolo che fa quasi
tenerezza, e il piccolo albero di pino domestico al centro del cortile
offre un po’ di ombra e, in questo periodo dell’anno, emana un
aroma intenso di resina. Nel silenzio dei lunghi pomeriggi in cui le
suore lavorano e pregano, Lucrezia e le sue dame di compagnia
ricamano.
Lei si è riproposta di decorare una cotta per suo cognato, il
cardinale Ippolito; ha scelto un disegno volutamente complicato, un
calice d’argento da cui esce un’ostia e una pioggia di stelle rosse e
oro a punto croce. È sempre stata molto brava a ricamare e aveva
dimenticato la pace che si prova nel vedere ago e filo entrare e
uscire dal tamburello. In certi momenti, nelle ore in cui il sole
pomeridiano muove i suoi raggi dorati sul pavimento di pietra, si dice
che non vorrebbe più andarsene.
Nel frattempo comincia a cimentarsi anche col canto. La bellezza
e la complessità del modo in cui le monache uniscono le loro voci la
affascina, e chiede alla direttrice del coro di dare lezioni alle sue
dame di compagnia. Lei stessa segue i corsi.
I pettegolezzi di corte giungono loro con facilità: gli orari di visita
sono molto flessibili, e madri, sorelle, cugine, nipoti, portano notizie
gustose in cambio dei biscotti del convento e di colletti di pizzo che
le suore producono e donano con orgoglio. Tutti conoscono le storie
del matrimonio: che la duchessa ballando ha eclissato tutte le donne
presenti, ma che è stata Isabella d’Este a vincere per la sua bravura
con il liuto e la voce. Naturalmente amano la figlia del duca, ma vive
a Mantova da più di dieci anni e finanzia i conventi della sua nuova
patria. La loro nuova duchessa ha ormai conquistato il loro cuore e
la loro lealtà (la lista d’attesa per le novizie è raddoppiata dal suo
arrivo). Quando avrà figlie sue, quale grande onore farà al Corpus
Domini se una di loro entrerà in quel chiostro invece che in un altro.
La badessa concede alla direttrice del coro il permesso di
accompagnare le parole sacre con alcune delle melodie più popolari
a corte, oltre ai salmi che ha lei stessa messo in musica con tanta
bravura. Le due donne lavorano insieme ogni pomeriggio, e Lucrezia
comincia ad apprezzare il senso di liberazione dato dal poter
riempire i polmoni e dare libero sfogo al fiato, scoprendosi così una
voce più ricca e complessa di quanto credesse.
Nota dopo nota, punto dopo punto, giorno dopo giorno, una
duchessa di Ferrara più forte e brillante sta nascendo.
25.

Alessandro ha assistito alla messa del mattino ed è di umore


abbastanza buono quando arriva la lettera di Cesare:

So già che protesterete, trovando la cosa assurda, padre, ma…

E prosegue con tono che non ammette repliche:

Questa congiura è come un tetto riparato alla bell’e meglio, in


inverno: basta strappare qualche tegola, e crollerà tutto. Dovete
parlare col cardinale Orsini e fare la pace con lui. Ditegli che non ce
l’abbiamo con lui, ma con i ribelli al nostro soldo, che cominciano già
a farsi prendere dal nervosismo. Informatelo che Bologna ha già
iniziato a trattare segretamente con me in cambio di un patto di non
aggressione reciproca, e che non appena lo renderemo pubblico gli
altri arriveranno strisciando. Lusingate, dissimulate, mentite,
promettete ciò che volete per convincerlo. Inghiottite l’orgoglio,
padre, e vi prometto che avrete la sua testa e quelle di tutti gli altri
sulle picche. Ma non dite nulla a nessuno. Niente di niente.

Il papa legge la lettera diverse volte, sempre più agitato. Nelle


ultime settimane il tono dei dispacci è cambiato; più che discutere,
Cesare pretende; più che chiedere, ordina. Santa Madre di Dio, con
chi crede di parlare? E dire che lui era già un veterano in politica,
quando il figlio era ancora un poppante.
Sbatte il foglio contro un ginocchio con rabbia.
«Spero non siano brutte notizie, Santo Padre» si informa
educatamente Burckardt.
Alessandro lo fissa. Quanto vorrebbe confidarsi con lui. Ha
sempre avuto qualche membro della famiglia intorno, con cui parlare
liberamente. L’età e l’abitudine lo hanno reso avvezzo a dire ciò che
pensa.
Legge la missiva un’ultima volta. È il tono a infastidirlo, ma
riconosce che l’interpretazione del complotto data da Cesare è
corretta. Anche lui è giunto alla stessa conclusione nelle ultime
settimane. Per quanto riguarda la vendetta, ha aspettato così tanto
tempo per vendicarsi di Orsini che qualche settimana di più non
cambierà nulla. Getta le pagine nel fuoco, guardando gli angoli che
si arricciano e le fiamme lambire tutta la superficie dei fogli, fino a
ridurli in cenere. I posteri non verranno a sapere di quelle parole
senza rispetto. Quando lo celebreranno, non si chiederanno chi mai
avesse scritto cosa a chi.
Chiama il suo segretario. «Debbo scrivere al cardinale di Santa
Maria in Domnica. Siete pronto?»

Due giorni dopo, il cardinale Giovanni Battista Orsini viene fatto


entrare nella Sala dei Santi, dove due sedie vuote sono disposte
davanti al fuoco e una caraffa di vino si sta scaldando. Si accomoda,
e l’occhio è attratto da un bellissimo trompe l’oeil sul muro di sinistra:
uno scaffale dipinto sul quale una tiara papale, sontuosa e carica di
gioielli, è in equilibrio precario, come in attesa che qualcuno di degno
si decida a prenderla. Pinturicchio è un artista esperto, ma non si
sarebbe preso certe libertà se non avesse ricevuto istruzioni precise
in merito. I Borgia sono forestieri presuntuosi, arricchitisi di recente,
privi di educazione e di Storia, ma non sono stupidi. Farebbe bene a
ricordarlo.
Anche Orsini si è molto infuriato nelle ultime settimane; l’alleanza
“segreta” in nome della quale sta rischiando tutto è trapelata come
da un setaccio fin dal momento in cui l’inchiostro si è asciugato sulla
carta. La loro arma segreta – la rapidità dell’attacco – è già
compromessa. Non appena Vitelli e i suoi uomini sono partiti per
Urbino, i litigi sono cominciati. L’ultima notizia giunta da Bologna è
che Baglioni rifiuta di cedere o condividere il comando con chiunque,
cosicché la forza che vi si è radunata deve ancora mettersi in
marcia, perdendo tempo prezioso. Tanta incompetenza ha avuto
l’effetto perverso di suscitare in lui un’ammirazione maggiore per gli
uomini che vorrebbe vedere morti ai suoi piedi.
«Mio caro, carissimo cardinale, è stato gentile da parte vostra
venire qui».
Il papa fa il suo ingresso con la solita andatura a papera, in abito
da gran cerimonia, a braccia aperte e sfoggiando un largo sorriso. I
due anziani nemici si abbracciano, il rosso scarlatto incontra il
bianco smagliante.
«Non intendo offendervi sprecando parole o convenevoli,
Giovanni» esordisce il pontefice non appena si siedono. «Questa
situazione è difficile per me come lo è per voi. L’amaro in bocca è
familiare a entrambi, e non ho difficoltà ad ammettere che in questi
ultimi anni vi ho augurato ogni male per i torti che ci avete costretti a
subire; e lo stesso avrete fatto voi». Ora si protende in avanti, serio,
concentrato, con l’anello piscatorio bene in evidenza sulle dita
incrociate. «Qualunque siano i nostri contrasti, nessuno di noi ha da
guadagnare nello scatenare la follia. Per proteggervi da me vi siete
avvicinato a una muta di cani rabbiosi, senza rispetto per l’autorità,
che smantelleranno ogni forma di ordine costituito per seguire solo i
propri interessi; e, quando semineranno rovina, avremo tutti da
perderci. Oggi vi ho chiesto di venire qui per tendervi una mano,
come papa e come padre, per cercare di trovare insieme un modo
per mettere fine alla discordia che regna tra noi; per parlare con
sincerità di ciò che vogliamo l’uno dall’altro e di come possiamo farci
perdonare il passato prima che questa cospirazione, destinata a
fallire, semini il disordine in entrambe le nostre case».
Viene versato il vino, e Giovanni, che esita solo un istante in
attesa che Alessandro ne beva un sorso prima di lui, alza a sua volta
il calice. In mezzo a quelle bugie, sapientemente raccontate, vi sono
verità che non possono essere ignorate: pensa allo zio di da Fermo,
massacrato durante il banchetto, e a Baglioni che usa il sangue al
posto dell’inchiostro. Di questi tempi è difficile scegliere tra alleati e
nemici. Abbozza un sorriso tirato e si dispone ad ascoltare.
Alessandro ama udire la propria voce, calda e rilassante come
l’olio dell’estrema unzione. Può anche essere irritato con suo figlio,
ma non c’è politico migliore di lui all’interno della Chiesa, quando si
tratta di seminare discordia.

Nelle settimane successive, Niccolò non è il solo a notare il


cambiamento nelle consegne di sicurezza a Imola. Il numero di
guardie sulle torri che si affacciano sulla via Emilia a occidente,
verso Bologna, è ridotto, e a lui e agli altri diplomatici vengono
concessi posti a sedere in piazza per accogliere l’arrivo dei nuovi
soldati del duca. Tutta la città è invitata, e la gente festeggia
mangiando i maiali che il duca stesso ha comprato loro a prezzi
esorbitanti. Se i cittadini potessero scegliere, resterebbero per
sempre sotto il giogo dei Borgia, perché non hanno mai vissuto tanto
bene.
È mancato il tempo di dare un’uniforme ai settecento nuovi soldati
e di insegnare loro a marciare al passo, ma sono pieni di entusiasmo
e di una rozzezza che li fa apparire minacciosi. Niccolò li guarda
attentamente. Sono romagnoli, assoldati per proteggere le loro terre,
quella stessa milizia cittadina che lui aveva immaginato per Firenze
fin da quando lavora per il governo. Una volta integrati dalla fanteria
francese e da una coorte di picchieri svizzeri, entrambe giunte a
marce forzate da Milano, il duca, proprio come aveva predetto, potrà
vantare una superiorità militare sui suoi nemici. Nemici che un tempo
erano amici al suo soldo. Inoltre – fatto per lui quasi altrettanto
importante – sebbene i ribelli conservino tuttora il controllo su
Urbino, nessun’altra città si è sollevata per unirsi ai cospiratori. La
base del potere dei Borgia resta solida. Infine, voci parlano di un
avvicinamento. È impossibile non restare colpiti, perfino ammirati.
Ha già scritto a Biagio, a Firenze, chiedendo una copia delle Vite
parallele di Plutarco, dove vengono messi a confronto i grandi
condottieri dell’antichità, greci e romani. Ora si accinge a scrivere il
suo dispaccio ufficiale al governo, sforzandosi di far risuonare di
abile retorica lo scarno linguaggio della diplomazia:

Questi ribelli hanno preso una dose di veleno dall’azione lenta.


Et chi examina le qualità dell’una parte et dell’altra conoscie questo
Signore huomo animoso, fortunate et pieno di speranza, favorito da
un Papa et da un Re, et da costoro iniuriato non solum in uno stato
che voleva adquistare, ma in uno che li haveva adquistato. [E]l
temporeggiare più non è necessario.

Intanto che aspetta, si reca di nuovo nella migliore casa di


tolleranza di Imola e scopre con disappunto che l’arrivo delle truppe
ha provocato un aumento dei prezzi. L’umore non migliora quando
riceve la risposta di Biagio.
Gli pare di sentire la voce allegra dell’amico:

Mi dispiace, Macchia. Non sono riuscito a trovare una copia del


vostro Plutarco in tutta la città. Dovrete andare a Venezia. E
comunque non vi sarebbe di aiuto. Dall’alto giunge voce che, mentre
ve la cavate benissimo a cenare col nemico, qui servono meno
“opinioni” e più fatti. E devo dirvi, in tutta franchezza, che siete un
grullo se pensate che stipuleranno un trattato con il duca. Andare a
letto con il vostro duca non sembra essere la soluzione caldeggiata
dai più, qui.

Il suo duca? Meno opinioni, più fatti? Ma come? Lo mandano


laggiù per stabilire rapporti con quell’uomo e poi lo accusano di non
riuscire a distinguere la seduzione dalla sostanza. Certo che ha
opinioni! A dire poco. Ripensa ai soldati nella piazza e a quanto
sarebbe più forte Firenze se avesse una milizia sua, invece di
doversi pagare i servizi di professionisti che le si possono rivoltare
contro in qualsiasi momento. Santo Dio, ne avrebbe avute di cose da
dire al suo ritorno! Lui e Biagio si sarebbero accampati nell’osteria
e…
A Imola, invece, le conversazioni piacevoli diventano sempre più
difficili da trovare.

Quando il rifiuto formale di Firenze arriva, il duca non ha più


bisogno di un trattato, perché la congiura sta ormai cadendo a pezzi.
Il cardinale Orsini è stato riaccolto pubblicamente tra le braccia del
papa, e il rappresentante della famiglia Bentivoglio di Bologna viene
a Imola in persona e riceve il benvenuto del duca. Sembra che ormai
vada tutto per il meglio tra loro, e la libertà di Bologna è garantita.
Niccolò, deluso, viene a sapere di questa visita solo di terza mano.
Recandosi dal duca per trasmettergli la risposta di Firenze, si fa
strada a fatica tra la ressa di soldati. Fuori della stanza delle
udienze, viene fatto attendere, per la prima volta. Cesare Borgia ha
gente più importante da ricevere. Più tardi, le porte si aprono, e
Paolo Orsini esce con aria furtiva. Paolo Orsini! Uno dei suoi
condottieri! È davvero tanto stupido da pensare che il duca
perdonerà il suo tradimento? Uomini cominceranno a morire, si tratta
solo di capire dove e quando. Cosa non darebbe per essere invitato
a cena al tavolo di Borgia…
Quando viene finalmente ricevuto, il duca continua a lavorare alla
scrivania, non alza neppure lo sguardo al suo arrivo, e lui resta sulla
porta, retrocesso al grado di supplice.
«Buongiorno, signor Sorriso» dice infine Cesare Borgia, senza
staccare gli occhi dal foglio. «Cosa posso fare per voi?»
«Sono venuto a farvi le congratulazioni. I vostri comandanti
riconquistano le città usando passaggi sotterranei, ma voi accogliete
i nemici facendoli passare dalla porta principale».
«Come? Bologna e quella donnetta di Paolo Orsini, intendete?»
chiede con studiata disinvoltura, alzando lo sguardo. «Sì, sono
settimane che mi assillano. Vedete come si comportano quei
vigliacchi? Scrivono lettere amichevoli, stipulano accordi di nascosto,
mi fanno perfino visite di cortesia. Sta andando esattamente come
avevo previsto».
Niccolò cambia posizione, imbarazzato. Questa volta non gli viene
proposta una sedia. «E gli credete, dopo il tradimento?»
Cesare gli lancia uno sguardo penetrante. «Quello che “credo” è
che gli uomini si prendono gioco gli uni degli altri. Tale è lo scopo
della diplomazia, no?» Per un attimo sembra quasi che voglia
aggiungere qualcosa, ma poi fa un sorriso freddo e prende alcune
carte. «Come vedete, ho parecchio da fare, e abbiamo certe
questioni da sbrigare, noi due. L’ultima volta che abbiamo parlato,
stavate aspettando un dispaccio dalla dozzina di comitati che
governano la vostra meravigliosa Repubblica. Ho saputo che avete
ricevuto un cavaliere da Firenze, ieri sera. Ditemi, dunque: la vostra
padronanza della Storia ha finito per convincerli, o temporeggiano
ancora?»
26.

Al Corpus Domini, Lucrezia ha riesumato lo specchio che aveva


sepolto in fondo al suo baule.
«Bentornata, duchessa di Ferrara». Si sforza di sorridere, e il viso
che le sorride di rimando è quello di una giovane donna in buona
salute con le guance piene e la pelle rosea. È ora di tornare a casa.
È pronta. La vita in convento, che per molto tempo è stata una
medicina per lei, è diventata così ripetitiva da risultarle fastidiosa. La
luce invernale toglie ogni calore ai mattoni, le notti sono lunghe, le
mattine grevi di nebbia, che si infila in ogni angolo dei chiostri,
inghiottendo le sagome curve delle monache in un mare di grigio. In
certi giorni non si leva neppure, e pare quasi che tutto il convento sia
in letargo, mentre lei è già partecipe della fioritura primaverile.
Nel corso di quelle lunghe settimane i messaggeri l’hanno tenuta
informata sulle notizie di Ferrara e del resto dell’Italia, permettendole
di seguire le alterne vicende dei Borgia: le lettere di Cesare sono
brevi, affettuose ma guardinghe, mentre il padre, come sempre,
esprime i propri sentimenti a briglia sciolta, altalenando tra il dolore,
il furore e il trionfo, quando le minacce si allontanano. Nel frattempo,
i brevi aggiornamenti da parte del marito, in viaggio lungo la costa
orientale dell’Italia (dove la tappa del Santuario di Loreto sembra
avere avuto solo un ruolo minore), riferiscono che il pellegrinaggio
sta volgendo al termine. Dovrebbe tornare prima di Natale, e lei
dovrà essere a corte per accoglierlo.
Lucrezia rende visita alla badessa, che si finge più triste di quanto
non sia alla notizia della sua partenza. Se l’onore ricevuto dal
convento è senza precedenti, lo stesso vale per la durata della visita,
che ha avuto effetto negativo sul comportamento delle monache, in
particolare delle novizie, che si sono trovate a vivere a stretto
contatto con un gruppo di donne più interessate alla cura dell’aspetto
che alla preghiera.
Non è colpa loro, dopotutto: le dame di compagnia vengono scelte
da bambine, sono le figlie che non diventeranno mai suore, e
l’emozione per la novità di quella situazione è andata presto
esaurendosi. È stato difficile per quelle donne, tanto abituate ai
colori, vestirsi di nero, piangere la morte di un bambino che non
hanno conosciuto, svegliarsi ogni mattina per affrontare una giornata
che sarà esattamente uguale alla precedente: niente
amoreggiamenti per passare il tempo, niente pettegolezzi piccanti,
solo meschini battibecchi, destinati fatalmente a scoppiare tra tante
donne costrette a vivere tutte insieme, e i cui flussi mestruali si
armonizzano seguendo il ciclo della luna.
La giovane Angela, in particolare, avverte la mancanza del
corteggiamento proibito da parte del figlio illegittimo del duca ed è
colta da depressione; è sempre pronta a sottolineare i difetti nelle
altre, che, a loro volta, iniziano a bisticciare.
«Oh, stiamo diventando tutte suore!» sbotta un mattino, gli occhi
spalancati dal terrore a quella prospettiva, e china il capo con aria di
scuse quando si volta e vede Lucrezia sulla porta.

La data per la partenza viene decisa dopo un messaggio mandato


dal duca in persona. «Ci credete?» Lucrezia alza gli occhi da una
lettera giunta quel mattino dal palazzo ducale. «Mio suocero Ercole
mi scrive – di suo pugno – che si sente in purgatorio senza il mio
sorriso e ci implora – ci implora! – di tornare a corte in tempo per una
nuova traduzione di una commedia di Plauto che ha fissato per la
fine di dicembre».
Naturalmente, il motivo è un altro: da Imola giungono notizie
quotidiane dei trionfi diplomatici di Cesare sulla cospirazione.
Qualunque cosa succeda, sembra certo ora che la bandiera dei
Borgia sventolerà ancora più alta, e nell’interesse di Ferrara Ercole
deve mostrare quanto consideri preziosa la sua beneamata nuora.
Non è soltanto una questione politica, tuttavia. Circondato ancora
una volta dai suoi vecchi cortigiani, il duca ha sentito la mancanza
della vivacità che lei e le sue dame portavano alle feste. A che cosa
serve un nuovo spettacolo, se non c’è un pubblico, cui mostrarlo,
pieno di aspettativa e in grado di apprezzarlo? E poi gli sono
mancate le danze. Un vecchio non può passare il tempo a pregare,
e di recente si è commosso ripensando all’immagine di una bella
donna che ballava con lo stesso brio della sua cara Eleonora. È
strano: più passa il tempo, più gli pare di averla amata.
«Ah! E poi…» Lucrezia stacca gli occhi dalla lettera, come se non
riuscisse a credere ai suoi occhi.
«Cosa? Cosa?» la incalzano le ragazze. Erano mesi che non
regnava una tale euforia tra loro.
«… Dopo lunghe riflessioni e avere chiesto consiglio a Dio, ha il
piacere di offrirmi la totalità della mia rendita annuale. Me ne verserà
la metà in contanti – cinquemila ducati – e per il resto tutte le mie
spese domestiche verranno sostenute da lui. Chi l’avrebbe mai
creduto?»
Le dame sono in piedi, schiamazzano, ballano felici e immaginano
già di toccare le pezze di seta e damasco colorato di Venezia.
«Dev’essersi ricreduto rendendosi conto che per poco non vi
perdeva» aggiunge Camilla, dopo avere ripreso fiato.
«O forse è in “purgatorio” perché la sua suora che levita gli ha
detto che gli avari è lì che finiscono» aggiunge Angela». E quando le
altre cercano di zittirla, aggiunge: «Mi limito a dire quello che
pensiamo tutte. E poi, diecimila ducati mi sembrano il minimo per
dover assistere a un’altra delle sue insopportabili commedie».
Lucrezia ride: «Dovrete chiedere a Dio un altro po’ di pazienza,
Angela, oppure, come faccio talvolta io qui nella cappella, chiudete
gli occhi, come se pregaste, e intanto pensate ad altro».
Le dame ridono e chiedono scandalizzate: «Voi, signora, fingete di
pregare?»
«Perché no? Non siamo ancora diventate suore».
La duchessa di Ferrara è davvero guarita.

I bauli sono pronti, e un’ultima celebrazione di commiato è prevista


per i vespri. Lucrezia approfitta dell’ora di lavoro delle monache per
recarsi dalla suora responsabile del dispensario.
È la prima volta che si reca da suor Bonaventura. La stanzetta
pare ancora più piccola a causa degli scaffali che riempiono ogni
parete, carichi di decine di bottigliette e vasetti, recanti tutti scritte
minuscole, come se una fila di formiche fosse passata prima
nell’inchiostro, poi sull’etichetta. Quanti anni di lavoro sono raccolti, lì
dentro? Quanta sapienza?
Trova la suora china su un tavolo, a scrivere appunti.
«Sono venuta a ringraziarvi, suor Bonaventura. Non starei così
bene senza il vostro aiuto».
La religiosa agita una mano a liquidare il ringraziamento. «Sono
contenta di essermi potuta rendere utile in virtù della grazia di Dio,
duchessa».
Lucrezia osserva tutti i rimedi disposti ordinatamente in fila sugli
scaffali. «Avete costruito un mondo in questa stanza. Da quanto
tempo vi trovate qui?»
«Vediamo… Sono arrivata prima che la duchessa Eleonora
giungesse da Napoli per sposare il duca. Saranno trentatré… No,
trentaquattro anni».
Quegli occhi sono impressionanti, anche nella stanza poco
illuminata. Era stata graziosa da giovane? Senz’altro, si dice
Lucrezia. «Avete scelto voi di prendere i voti?»
«Avevo quattordici anni» risponde.
«Quattordici? Ah, ho sposato il mio primo marito quando avevo la
stessa età».
Giovanni Sforza: era tanto che non pensava a lui. Un uomo triste,
sconfitto, spaventato dalla sua stessa ombra, o meglio dall’ombra
della sua famiglia. Paura non infondata, visto com’era andata a finire
tra loro. Quattordici anni: cosa si può capire, a quell’età?
«Sono sicura che Dio ha scelto con oculatezza per entrambe».
Aveva imparato ad ammirare quella donna, il suo modo schietto di
parlare, la sua calma. Esita. Non vorrebbe scoprire che quell’aura di
pace nasconde un dolore troppo grande.
«Sospetto che la differenza tra noi, sorella, sia che voi siete più
saggia di me».
La donna anziana abbassa gli occhi. Se è a suo agio nel discutere
di diagnosi e rimedi, non ama parlare di sé.
«Ma non avete rimpianti? Considerando la vita che conducete qui,
intendo».
«Rimpianti? Proprio no». È facile capire che i rimpianti sarebbero
inutili. Sulla panca di legno si trova una scatola con boccette e
vasetti. «Vi ho preparato delle pozioni e dell’unguento, signora, se
doveste averne bisogno».
«Mi avete preparato da portare via anche un po’ della vostra
serenità?» chiede con un sorriso. «La vita di corte mi frastorna,
talvolta».
Gli occhi azzurri si fissano nei suoi per un istante. Se una
domanda viene posta più di una volta, merita una risposta.
«Non sono questioni che mi riguardano, signora, ma nel corso
degli anni ho curato diverse pazienti che si sono trovate in punto di
morte come voi. Non sono sicura che questo abbia dato loro la pace,
ma ho riconosciuto in loro una forza nuova, nello spirito forse più che
nel corpo».
«Allora sarò ben felice di essere una di loro» cinguetta Lucrezia,
temendo, se si trattiene ancora, di commuoversi.
Giunta sulla porta, si volta. «Immagino che non abbiate
l’occorrente per preparare un afrodisiaco». È malizia o forza, la sua?
Per una volta ha il piacere di vedere quegli occhi sbattere sorpresi.
«No, certo che no». Sorride Lucrezia. «Vedete? È un bene che mi
sia sposata giovane, perché non sarei stata una brava suora».
Una volta uscita la duchessa, la responsabile del dispensario si
attarda davanti alla parete colma di farmaci, disponendoli in base a
proprietà e provenienza: sonno, pace... passione. Che miniera Dio
ha nascosto nella natura! E che disastro potrebbe combinare nel
dispensario una suora insoddisfatta, se gliene venisse la voglia.
27.

La congiura è finita. Da Perugia i fratelli Baglioni mandano saluti


ossequiosi, mentre Vitelli e Oliverotto da Fermo trattano la
restituzione di Urbino, affermando di essere stati fraintesi.
Rinnovano le promesse di fedeltà alla causa dei Borgia e restano in
attesa degli ordini del duca. Egli accetta con magnanimità e
promette loro di reintegrarli al proprio servizio, garantendo
l’indipendenza delle città rispettive. Niccolò osserva, e la sua
ammirazione è pari all’incredulità. Com’è possibile che dicano il
vero?
L’inverno scende sulla città, portando con sé vento e pioggia
gelida, ma è l’improvviso congelamento dei rapporti diplomatici a
rendere il luogo particolarmente inospitale. I sentimenti del duca e,
soprattutto, le sue azioni future si celano dietro le gelide nubi della
segretezza. Firenze non serve più al Valentino; l’astuto inviato non è
riuscito a procurargli l’unica cosa che gli interessava, così l’ha messo
da parte. Al posto di Cesare, Niccolò avrebbe fatto lo stesso.
Ma non è solo Firenze a essere trascurata. Il duca sembra
disinteressarsi alla diplomazia in generale. Ha invece ricominciato a
scambiare il giorno con la notte, e l’unico momento in cui è possibile
vederlo è quando tutti gli altri dormono. Girano voci sul fatto che
alterni momenti di apatia a crisi di collera e che siano di ritorno i
dolori del mal francese. Ma sono solo congetture.
Scrive Niccolò:

Et come io ho più volte scripto alle Signorie vostre, questo Signore è


secretissimo. Donde io prego vostre Signorie mi scusino, né
m’imputino ad negligentia quando io non satisfaccia [ad me
medesimo] alle Signorie vostre con li advisi, perché el più delle volte
io non satisfo etiam ad me medesimo.
Non trova soddisfazione neanche altrove. La dominazione Borgia
può avere alleviato il giogo delle tasse, ma la guerra è guerra: la
presenza dell’esercito, che si protrae da due mesi, ha messo in
ginocchio la città e le campagne circostanti. Si fatica a trovare una
botte di vino buono, e una donna pulita (se ancora ne esistono da
quelle parti) richiede più denaro di quello che lui riuscirebbe a
racimolare. Sente la mancanza di Marietta più di quanto non voglia
ammettere. Ma neanche lì trova sollievo: dalle lettere d’amore è
passata a missive di rimprovero – Avevate detto poche settimane e
sono già trascorsi mesi… – e ora mantiene il silenzio, anche se, a
quanto pare, grida forte e chiaro con chiunque altro si dia la pena di
starla a sentire.
Le mancate, Niccolò, questo è evidente, anche se ha un modo
strano di dimostrarlo, gli scrive Biagio. Riesce quasi a vedere l’amico
soffiarsi sulle dita per dimostrare quanto brucia la collera di Marietta.
Ho fatto quello che ho potuto. Per amor di Dio, mandatele del denaro
o un qualche regalo per blandirla.
Solo che non ha nulla da spedirle. Ha speso lo stipendio mensile e
il rimborso spese prima ancora di riceverli, e le sue richieste di fondi
supplementari non sono state raccolte. A quale altro italiano di
modesti natali verrebbe mai in mente di fare il diplomatico?
L’influenza imperversa in città, e lui rabbrividisce sotto coperte
leggere, mentre l’acqua cola lungo la superficie interna del muro. Si
ritrova a pensare alla sua vita fino a quel momento, ricordando
conversazioni avute in gioventù con suo padre sull’importanza di
servire la città che ama. Era stato educato per fare proprio quello.
Invece, Firenze era caduta nelle mani di un fanatico che si credeva
destinato da Dio a creare il regno dei Cieli in Terra. Niente danze,
niente scommesse, niente fornicazioni e, quel che era peggio, niente
letture al di fuori della parola di Dio. Niccolò aveva peccato
abbastanza, durante quegli anni, per una vita intera di penitenza, e
non era l’unico. Quando il nuovo governo si era trovato a dover
cercare facce nuove, era diventato un esperto della natura umana
passata e presente. Ma non era più un ragazzo e, a ventinove anni,
doveva recuperare il terreno perduto. E ora, a trentatré anni, questa
impressione si è rafforzata.
Alla fine di novembre non ci sono più informazioni riservate da
scovare e, anche se ce ne fossero, non ha più denaro per
comprarne; chiede allora di essere richiamato indietro. Il consiglio ha
preso la sua decisione, e lui non ha più nulla da fare, lì.

Raccomandomi alle Signorie vostre et le prego mi dieno licentia per


torre questa spesa al comune, et ad me questo disagio perché, da
XII dì in qua, io mi sono sentito malissimo et se io vo faccendo così,
dubito non havere ad tornare in cesta.
6 dicembre 1502

Gli pare quasi di vedere il sorriso sul volto del gonfaloniere mentre
legge. Niente da fare. Non lo lasciano tornare. Nonostante le sue
“opinioni”, Niccolò è troppo bravo nel suo lavoro perché gli
permettano di rientrare. Quella sera si trascina in un’osteria dove sa
che altri inviati, più ricchi di lui, si danno appuntamento per
lamentarsi delle difficoltà della vita da diplomatici. Il giorno dopo si
sveglia con un mal di testa lancinante e con la soddisfazione di
sapere che nessuno, a parte il duca stesso, ha un’idea di quale sarà
la sua prossima mossa.

Nel frattempo, fuori della stanza di Cesare, gli uomini camminano


in punta di piedi per non disturbarlo. Quell’esistenza notturna ha
cambiato radicalmente il suo carattere. O forse è vero il contrario:
con la Fortuna che si è schierata con tanta prepotenza dalla sua
parte, non c’è più bisogno di essere accomodante con nessuno.
Arrivano giornalmente dispacci da Roma: vogliono sapere cosa fa,
cosa pensa. Ora che la congiura è stata sventata, i nemici possono
essere presi e puniti a uno a uno. Come e quando schiaccerà i ratti
che li hanno traditi?
Se Alessandro non sopporta di essere tenuto all’oscuro, Cesare
non tollera che gli si faccia fretta. Non si tratta di opporre resistenza.
Il vecchio sta diventando un pericolo, perché la lingua gli si scioglie a
mano a mano che le sue capacità di giudizio si indeboliscono, quindi
le informazioni gli vanno somministrate poco per volta, e solo nel
momento in cui diventano innocue.
Cesare, e solo Cesare, sa quello che fa, come, quando e dove. È
come se fossero già tutti uomini morti, non meritano un pensiero,
un’emozione. Con la mente ha già espugnato le loro città, ed è
padrone di gran parte della Toscana. Ma non lo dice a nessuno. Se
non ne parla a suo padre, con chi potrebbe farlo, d’altronde? Non
con quel furbo fiorentino febbricitante, che gli ricorda un cane da
caccia, sempre a fiutare in giro. Né al pur affidabile Michelotto, il cui
silenzio è profondo come una tomba. Lui è al di sopra, al di sotto e al
di là di tutti loro, intrappolato nella grandezza della propria mente.
Ciò che prima gli fomentava collera, ora riesce a provocargli solo
una parvenza di disprezzo. Dove una volta si sentiva esaltato,
adesso è la noia a prevalere. Sembra che ci sia un prezzo da pagare
per essere intellettualmente superiori a tutti.
All’inizio dorme: un uomo che ha combattuto contro il mondo
meriterà pure un po’ di riposo. Giace, privo di conoscenza, per dodici
ore o più di seguito e, quando si sveglia, invece di sentirsi pieno di
energia, è nervoso, si distrae facilmente, è in preda al malumore.
Resta per ore a fissare il focolare, come se la risposta a tutto si
trovasse tra le fiamme liquide. Se viene disturbato in quei momenti,
grida imbestialito, come un uomo posseduto dal demonio. Torella,
tornato da poco dalla difficile missione presso la sorella del duca,
osserva quei cambiamenti di umore con apprensione crescente. Ha
già assistito a simili tempeste della mente e ora ha l’ardire di
suggerire al duca che forse è indisposto. Cesare lo butta fuori
insultandolo, ma più tardi lo fa chiamare.
«È la testa» geme, portandosi una mano alla fronte, ma senza
staccare gli occhi dalle fiamme. «Le martellate sono tornate».
«Potete dirmi qualcosa di più, signore? Quando sono
cominciate?»
«Ieri, il giorno prima, non lo so… Qualcosa mi batte in fronte,
come se cercasse di uscirmi dal cranio».
«È peggio dell’altra volta?»
«Cristo Santo, Torella, quante domande! Sì! No! Non lo so… So
solo che fa male e, soprattutto, mi impedisce di pensare. Fatemelo
passare!»
Torella lo osserva. Nel corso degli anni ha curato questo giovane
spericolato molte volte: quando era stato pugnalato o ferito dalla
spada, ne aveva toccato, strapazzato la carne viva e non gli aveva
strappato un lamento, un’ingiuria, nonostante il supplizio. Anche se
la scrivania del medico è coperta di appunti, provenienti da tutta
Italia, sullo strano decorso del mal francese, il mondo è pieno di altre
orribili malattie. Questo nuovo male può essere il risultato di
un’infiammazione dovuta all’umidità presente in tutta la città. Gli è
già capitato di vedere uomini pronti a sbattere la testa contro il muro
per liberarsi di un dolore simile. Oppure… l’interno del cranio del
duca si è infettato come era già successo a gambe e braccia. Forse
ora è stato colpito anche il cervello. Suggerisce un’inalazione con
una soluzione leggera di mercurio ed erbe, note per alleviare il mal
di testa. Cesare, prima irritato, ora si limita ad acconsentire. Torella
si dice che, sotto il furore, potrebbe essere spaventato.
Ogni sera, intanto che i granelli scivolano interminabili nella
clessidra, si sottopone alla cura, brontolando per il fastidio e il
dolore, avvolto nelle pezze, chino su ciotole di acqua bollente,
mentre Michelotto fa la guardia, fuori della porta. Dopo giorni di
sudate e dormite, si dichiara guarito e manda a Torella una borsa di
denaro.
«Qualcosa mi batte in fronte, come se cercasse di uscirmi dal
cranio». Quando prega, quella sera, Torella ricorda quelle parole. È
un sollievo per lui non essere il confessore di Borgia, ma anche così
sa che il suo paziente ha commesso atti per i quali il diavolo verrà a
prendersi la sua anima. Al momento opportuno. O forse sta già
accadendo.
28.

«Che cosa c’è di nuovo?»


A Roma, Alessandro è così assetato di informazioni da interrogare
i messaggeri esausti che si fermano, tremanti, a scaldarsi davanti al
fuoco del pontefice, mentre costui si dispera per l’unico foglio che gli
viene consegnato.
Alza lo sguardo, incredulo: «Siete stato tre giorni in sella per
portarmi la notizia che il duca è partito da Imola e ha spostato la
corte a Cesena?»
«È il messaggio che mi è stato chiesto di darvi, Vostra Santità».
L’uomo è profondamente a disagio. Non ha neppure potuto usare le
latrine prima di essere trascinato in presenza del papa.
«Da chi? Chi ve l’ha messo in mano? Il duca in persona?»
«No, Miguel de Corella».
«E che cos’ha detto?»
«Niente, Vostra Santità» aggiunge.
«E Sinigaglia? Avete consegnato il mio dispaccio, vero?»
«Sì, sì, Vostra Santità».
In certi momenti Alessandro si chiede quanta parte della sua vita
abbia sprecato per ascoltare le parole “Vostra Santità”. Un tempo
quel titolo lo faceva sentire un uomo superiore. Oggi, invece, gli pare
solo una scusa per tergiversare.
«Eppure, questa non è una risposta. Dove sono tutte le truppe?
Che cosa sta facendo il duca? Dovete pure avere visto qualcosa».
L’uomo alza le mani con un gesto disperato. «Vostra Santità»
ripete impotente «sono solo un messaggero».
La sfilza di imprecazioni in spagnolo che escono dalla bocca del
papa non dimostra nessun rispetto per l’uomo né per Dio.
Il messo lo fissa inorridito e ci prova un’altra volta: «Credo… Ecco,
a quanto pare, il duca si sta preparando per celebrare il Natale».
«Natale! Avete sentito che cos’ha detto quell’uomo, Burckardt?
Mentre i suoi nemici gli leccano i piedi, fingendosi amici, e io mi
dissanguo per pagare l’esercito più grande d’Italia, il duca festeggia
il Natale. Sant’Iddio, se era il Natale che voleva, avrebbe dovuto
continuare a fare il cardinale!»
Burckardt, che ha preso l’abitudine di ficcarsi nelle orecchie palline
di cera per attenuare le grida, aspetta pazientemente. L’umore del
papa è molto peggiorato da quando è stato costretto a riconciliarsi
con il cardinale Orsini. Aveva già abbracciato dei nemici, in passato,
ma mai per obbedire alle istruzioni altrui. L’inganno gli viene
naturale, ma l’impotenza gli è nuova.
Nel frattempo, il miracolo si ripete come ogni anno: Maria,
affaticata dal viaggio e dal peso che porta nel ventre, arriva a
Betlemme, ma scopre che non c’è posto in nessuna locanda e deve
accontentarsi di una stalla, quando arriva il momento della nascita
del nostro Salvatore. In Vaticano, Burckardt corre da una parte
all’altra per controllare che le cerimonie si svolgano nel migliore dei
modi e trova difficile nascondere la propria insofferenza: il capo della
Chiesa cattolica dovrebbe celebrare il mistero della Sacra Famiglia,
non angustiarsi per problemi personali.

La risposta del messaggero era risultata accurata. Il duca e i più


fedeli collaboratori si erano trasferiti da Imola a Cesena, dove
avrebbero trascorso il Natale. Machiavelli, che ormai vive a credito,
deve pagarsi un altro alloggio nel castello che si affaccia sulla piazza
centrale.
La città è sotto il controllo di Ramiro de Lorqua, uno spagnolo
tarchiato con il naso grosso, la barba nera e un pessimo carattere. È
andato loro incontro a cavallo e riserva il sorriso viscido e il
benvenuto insincero al suo capo, mentre volte le spalle a tutti gli altri.
Niccolò si è premurato di raccogliere informazioni sugli uomini che
circondano il duca, e su de Lorqua ha scoperto particolari poco
lusinghieri. Fa parte del seguito dei Borgia fin dall’adolescenza, e nel
corso degli ultimi anni ha ridotto all’obbedienza in poco tempo un
paese che non rispettava nessuna legge facendo ricorso a una
crudeltà indicibile. Dell’episodio più orribile gli giunge voce durante il
tragitto: quando un servitore giovane e nervoso aveva lasciato
cadere un vassoio in sua presenza, de Lorqua aveva agguantato il
ragazzo e lo aveva gettato con la testa nel fuoco, schiacciandolo con
un piede sulla schiena e mantenendolo in quella posizione, e lui nel
frattempo discorreva con i suoi uomini, nonostante le urla del
giovane che si dibatteva, finché nella sala non si era diffuso il lezzo
dei capelli e della carne bruciati.
Mentre siede davanti al fuoco, nei suoi appartamenti invasi dagli
spifferi, quell’immagine torna a tormentarlo. Conosce abbastanza
bene la Storia e i potenti per sapere che dev’esserci un equilibrio tra
la paura e l’amore che si suscitano nel prossimo e che, quando uno
Stato cambia padrone con la forza, il nuovo dominatore non può
farsi troppi scrupoli su come affermare la propria autorità. Si devono
infliggere punizioni esemplari, e la crudeltà non dev’essere
appannaggio dei cattivi. Tuttavia, un giovane servitore bruciato vivo
per la propria goffaggine da un uomo che si diverte a vederlo
soffrire… A cosa può servire un atto del genere, se non a suscitare
indignazione e altre inimicizie? Può essere solo indice di un cattivo
governo. Il duca, che capeggia il proprio esercito cercando sempre
di essere di esempio, può ignorare simili fatti a proposito di uno dei
suoi uomini? È possibile? O forse non gli importa nulla? Da quanto
Niccolò sa – o pensa di sapere – su Cesare Borgia, lo ritiene
improbabile.
D’altra parte, ora che il Valentino è tornato sulla scena pubblica,
tutto sembra indicare che abbia interesse soltanto a divertirsi. Gli
manca solo di conquistre Sinigaglia, più a sud, lungo la costa
orientale, e completerà il controllo degli Stati papali della Romagna.
Il papa ha già scomunicato la famiglia regnante, che sembra
disposta a cedere il comando senza combattere. A questo punto
Cesare annuncia che i suoi condottieri Oliverotto da Fermo e
Vitellozzo Vitelli, aiutati da Paolo e Francesco Orsini, accetteranno
per suo incarico la resa della città, una missione che testimonia la
rinnovata fiducia da parte di Cesare. Che grande prova di
magnanimità!
Ora che tutti i nemici sono ritornati a essere amici, non c’è più
bisogno del grande esercito pagato con il denaro delle casse
pontifice. Niccolò ha appena concepito quel pensiero quando, pochi
giorni prima di Natale, il duca congeda senza tante cerimonie
l’artiglieria francese. I comandanti non la prendono bene, e nel
castello si sparge il malanimo: «Dieci giorni di marce forzate per
arrivare qui, e ora ci rimanda a Milano, con il clima peggiore
dell’anno!» Niccolò, che si è premurato di stringere amicizia bevendo
qualche bicchiere insieme – è un sistema poco costoso per
procurarsi informazioni – viene a saperlo di prima mano: «Perché?
Perché ha “soldati in sovrappiù” e non può più permettersi di pagarli!
Ah! Faremo in modo di farlo sapere a tutti, non solo al re!»
Portare avanti una guerra, pur senza combattere, costa, e Niccolò
ha già fatto i conti. Oltre all’artiglieria e ai soldati, ci sono diverse
centinaia di uomini a Imola e mille picchieri svizzeri stanziati a
Faenza. Costano una fortuna. Eppure, non ha senso: da quando
Cesare Borgia si preoccupa dei soldi? C’è sotto qualcosa. Ma cosa?
Niccolò, lui stesso a corto di denaro, sogna di tornare a casa:
limpide serate fiorentine piene di stelle, caminetti scoppiettanti
all’osteria, brocche di vino speziato, la compagnia di uomini la cui
conversazione passa dalla politica alle oscenità. Le lettere di Biagio
sono la sua unica consolazione: la storia di una partita a carte finita
a botte, la consegna di un abito ordinato al sarto di Niccolò per
integrare il suo scarso guardaroba, ormai impresentabile dopo due
mesi senza cambiarsi. Con un po’ di fortuna il vestito sarebbe giunto
in tempo per le celebrazioni natalizie, perché con il colletto alto e la
maggiore lunghezza gli avrebbe conferito grande dignità, oltre a farlo
apparire più alto, cosa che in quel momento gli avrebbe giovato non
poco. Lo stile dell’abito era stata un’idea di Marietta: «Ne
indossavate uno simile il giorno che vi ho conosciuto, e vi stava
molto bene. Non vi nuoce sembrare più alto». La frase scherzosa lo
riporta con la mente al Natale precedente, il primo da sposato.
Marietta aveva cucinato un pasto festivo, e avevano invitato amici e
colleghi. Il padre e la sorella di Niccolò erano morti entrambi un anno
prima, e sua moglie aveva fatto in modo che non sentisse la loro
assenza. Aveva fatto bene. Quella notte Niccolò aveva affondato il
viso nel seno di Marietta, e lei lo aveva coccolato e avevano fatto
l’amore. Quel ricordo lo rende inaspettatamente sentimentale. Cosa
non darebbe per una notte nel letto di sua moglie e per quel volume
di Plutarco.
Due giorni prima di Natale, le famiglie più in vista della città
organizzano una cena, e mogli e figlie vengono chiamate a raccolta
per ingrossare le schiere dei presenti. Superato il pericolo, devono
dimostrare al loro signore il proprio affetto. Niccolò, desideroso di
compagnia femminile, toglie la polvere al vestito di velluto e si liscia i
capelli. Il nuovo completo non avrebbe fatto una grande differenza,
perché, come tutti gli altri uomini presenti, anche lui è subito
eclissato dal duca. Cesare sembra brillare di luce propria: un pavone
vanitoso in un farsetto ricamato e intarsiato di gioielli e in brache di
seta. Tutti gli occhi sono puntati su quei polpacci ben torniti e sulle
sue cosce lunghe, muscolose. Dicono che non vi sia cavallo che il
duca non riesca a domare, una volta in sella. È il genere di dettaglio
che fa più colpo sulle donne che sugli uomini.
A Firenze Niccolò sa di una farmacia dove, se si conosce bene il
proprietario, si può comprare una pozione capace di ammansire
qualunque donna. La difficoltà sta nel somministrarle la dose giusta,
perché se si esagera perde i sensi, e addio piacere. Qui, invece, le
signore sembrano apprezzare il cammino che le porta alla
perdizione. La serata è penosa, soprattutto per il marito della
giovane donna che viene prescelta dal duca; i due ballano insieme,
saltano e volteggiano, studiandosi a vicenda, quasi come fossero già
tra le lenzuola.
Niccolò sta pensando con rimpianto al proprio letto vuoto, quando,
poco prima della mezzanotte, Michelotto, assente fino a quel
momento, sopraggiunge e si avvicina al duca. Ciò che gli riferisce
induce subito Cesare ad abbandonare la dama e tutti i presenti.
Dopo la sua partenza, la dama si siede, sorridente e accaldata, a
metà tra il disappunto e il sollievo, con il seno che si solleva ancora
per lo sforzo.
Cos’è successo di tanto importante da impedirgli di infilarsi sotto le
sottane di una bella donna disponibile? Questioni politiche senza
dubbio. Ramiro de Lorqua è tornato? Gli ultimi denari di Niccolò
sono serviti a comprare un’informazione: due giorni prima, il
governatore è stato mandato incontro ai comandanti, ora accampati
fuori da Sinigaglia, a discutere i piani per la resa della città. Cos’ha
scoperto? Prega che non sia successo qualcosa di imprevisto e di
non dovere rimettersi in viaggio prima di essere riuscito a ottenere
un po’ di soldi dal consiglio, sempre spilorcio.

Ha la risposta il giorno dopo Natale.


Niccolò si sveglia poco dopo l’alba. Nel corso della notte ha
gelato, e la luce che filtra dalla finestra coperta di cartapecora è
biancastra. Deve avere cominciato a nevicare presto, e la neve
continua a cadere abbondante coprendogli le ciglia e i capelli,
mentre lui scende fino al parapetto che domina la piazza centrale di
Cesena.
La bellezza del paesaggio lo conquista: una tovaglia immacolata, i
tetti e le torri circostanti che si sollevano alle sue spalle come una
catena montuosa. Al centro, accanto alla fontana, una massa scura.
Chiunque ce l’abbia messa, deve averlo fatto prima della nevicata,
perché non vi sono impronte.
Scende lungo la scalinata a chiocciola e oltrepassa la porta che
conduce in piazza. L’aria è gelida come il terreno, e gli stivali
calpestano neve vergine; è l’unico suono in quel mondo silenzioso e
spettrale. Quando si avvicina, gli appare un’immagine straordinaria.
La forma più grossa è un ceppo da macellaio, con un coltellaccio
conficcato dentro e un cordoncino di neve che vi si sta accumulando
sopra, come glassa. L’oggetto per terra è il corpo di un uomo, con un
alone di sangue scuro che esce dove la testa è stata mozzata. Non
è solo il collo a sanguinare: il torso è tutto una ferita, dalle clavicole
all’inguine; il cadavere è sventrato, simile alla carcassa di una
mucca. Lì accanto si trova la testa. I capelli e la barba nera sono
coperti di neve, ma i tratti sono ancora riconoscibili: Ramiro de
Lorqua, il soldato che si divertiva a bruciare i ragazzini, è stato
macellato come un animale e lasciato sotto gli occhi di tutti.
Comincia ad arrivare gente: uomini e qualche donna avvolti in
coperte e pellicce spelacchiate, i volti induriti non solo dagli anni.
Uno o due annuiscono o scuotono il capo, qualcuno sputa nella
neve, nessuno parla. Quel silenzio bianco pesa su tutti loro. Quali
che siano i peccati commessi in vita, quella morte pubblica, così
barbara in un mattino di Natale, è sconvolgente – e proprio quello è
lo scopo, si dice Niccolò. Sangue caldo sulla neve gelata: giustizia
per sanare la crudeltà. È una esemplare dimostrazione di autorità.
Ancora una volta prova un’ammirazione riluttante nei confronti del
principe nemico.
Più tardi, quel giorno, un proclama è affisso alla porta del
municipio con l’accusa, nei confronti dell’ex governatore, di
malversazioni nella vendita di cereali. Ma Niccolò è più interessato ai
racconti di chi dice di avere sentito delle urla provenire dagli
appartamenti non lontani del duca, come se gli fosse stata strappata
un’orribile confessione.
«Poveracci destinati a finire male, tutti quanti. Conosco le loro
intenzioni prima ancora di loro stessi».
Sta già pensando al dispaccio che scriverà, quando, di ritorno
nelle sue stanze, trova un messaggero in attesa: il duca e i suoi
uomini partiranno domani per Sinigaglia, la città si è ufficialmente
arresa. All’inviato di Firenze viene offerta una scorta, ed è invitato a
unirsi a loro.
Sente una bolla di eccitazione crescergli dentro. Di qualunque
cosa si tratti, è già cominciata.
29.

«Non funzionerà mai».


«In questo caso, Vitelli, trova tu qualcosa di meglio, perché
nessun altro ci riuscirà».
Oliverotto da Fermo si rivolge, furibondo, agli altri due uomini
seduti davanti al fuoco, gli occhi fissi sulle fiamme. Ora che la
vernice sottile della cospirazione è stata grattata via, con promesse
di perdono e di guadagni, è venuto alla luce il nocciolo duro: gli
uomini che si sono ribellati e hanno perso, non hanno più niente da
vendere. I Baglioni sono tornati strisciando a Perugia e si sono chiusi
dentro, mentre Vitelli, da Fermo e la feccia della famiglia Orsini,
Paolo e Francesco, sono stati abbandonati dal cardinale e si sono
nascosti ad aspettare, tremanti. Per settimane si erano accampati,
con le loro truppe, fuori da Sinigaglia nel cuore dell’inverno per
negoziare i termini della resa. I soldati di ventura sono abituati alle
condizioni dure, ma questa è una punizione, non un lavoro: uomini
colpevoli ridotti a un’esistenza al limite della sopportazione; fuochi
che bruciano, notti gelide, pance che brontolano per la paura e la
fame, il tormento dei pidocchi che hanno trovato rifugio nella loro
sporcizia. Almeno dentro la città hanno acqua calda e cibo decente.
Per questo nessuno se ne vuole andare.
«Il dispaccio del Valentino dice che gli serve spazio solo per il suo
seguito personale» dice da Fermo. «Meno di cento uomini».
«Mente» ripete Vitelli con un grugnito, massaggiandosi le cosce,
un gesto diventato istintivo per alleviare il dolore che ormai non lo
abbandona più. «Non verrebbe mai disarmato. Quel bastardo
nasconde un esercito da qualche parte».
«Dove?» ribatte da Fermo inviperito. «Per Dio, hai sentito anche
tu cos’ha detto de Lorqua: le nuove truppe sono rimaste a Imola, e
de Lorqua ha visto con i suoi occhi i francesi ripartire una settimana
fa. Non c’è più nessun esercito. Sta tornando a prendere le chiavi
della sua ultima conquista. Pensa di avere vinto».
Vitelli prorompe in una risata amara: «Perché, pensi che non sia
così?»
«Tutto quello che so è che non siamo ancora morti, anche se a
volte ti comporti come se preferiresti esserlo. Sant’Iddio, se non hai
più il coraggio di andare avanti, datti una coltellata e affidami il
controllo dei tuoi uomini. Io ho ancora una vita da vivere».
Anni addietro quei due sarebbero parsi come padre e figlio, vista
la differenza di età e di esperienza, ma è il soldato più giovane a
dettare legge, ormai. È passato un anno da quando ha accoltellato lo
zio come un garzone di macellaio. Come gira in fretta, la ruota della
Fortuna. Poco prima Vitelli era in cima e dall’alto guardava tutti quelli
che stavano giù in basso; ora, invece, si trova a terra e deve
muoversi svelto per evitare il peso che potrebbe schiacciarlo.
«Ti dico che potrebbe funzionare. Ho un piccolo contingente
all’interno del castello: quando lui e i suoi uomini entrano, vi apro le
porte. Ci sono una decina di posti, in città o dentro al forte, in cui
potremmo tendergli un agguato».
È un piano fragile, maldestro, che conta di poter eliminare il Borgia
con un pugnale o una freccia e si basa sull’aiuto di Ramiro de
Lorqua, che quando era partito prima di Natale stava benissimo.
«E se non funziona?» La voce di Paolo Orsini, come il suo viso,
esprime freddo e sofferenza.
Da Fermo fa per rispondergli, ma Vitelli lo precede: «Allora
morirai, e non avrà più nessuna importanza» sbotta. Cristo, se c’è
una persona che detesta più di Cesare Borgia è quel ragazzo
effeminato e adulatore che è stato il primo a strisciarsene a casa al
cambiare del vento. Avrebbero dovuto tagliargli la gola, quando era
tornato da loro con un’offerta. Essendo stato il più vicino al potere
dei Borgia, Vitelli sa meglio di tutti che il loro gesto non verrà mai
perdonato; qualunque doppio gioco verrà smascherato, come
quando, in una partita a carte, l’avversario ha più assi di quelli
contenuti nel mazzo. Comunque vada a finire, non sarà peggio delle
lame che gli segano gambe e stomaco ogni giorno. In passato l’odio
e il desiderio di vendetta gli davano sollievo, sebbene temporaneo.
Ora non più. Ora desidera solo la morte. Da Fermo ha ragione,
meglio andarsene combattendo.
«Siamo tutti d’accordo, allora?» dice, spostando una gamba e
lasciandosi sfuggire un gemito di soddisfazione. Nel silenzio che
segue i quattro uomini si avvicinano al fuoco.

30 dicembre 1502, e nell’Italia centrale c’è un cielo di un azzurro


incredibile e uno strato spesso di gelo.
A Roma, Alessandro viene svegliato da un dispaccio mandato tre
giorni prima, quando Cesare e la sua guardia personale erano partiti
da Cesena. Appena lo legge, il malumore del pontefice si dissolve
come la nebbia mattutina. I cappellani e il maestro di cerimonie non
riescono quasi a credere ai loro occhi e alle loro orecchie: si reca
alla Cappella Sistina per la messa del mattino con un sorriso beato,
abbraccia i cardinali, canta a piena voce e, dopo la celebrazione, si
ferma per un’ora di preghiera.
«Non c’è niente di straordinario quanto questi giorni che seguono
la nascita del nostro Salvatore, vero, Johannes?» dice mentre si
accinge a consumare una colazione frugale di pesce avanzato e
vino rosso, prima di accogliere gli ambasciatori che, come sempre,
chiedono udienza. «Sapete che, quando ero un ragazzino a Xàtiva –
un delizioso paesino di campagna, come vi ho già detto – un Natale
sono rimasto in chiesa dopo la messa di mezzanotte? Mi sono
nascosto dietro l’altare e sono rimasto a guardare il quadro della
Natività. Era un inverno gelido, ricordo, il più freddo da molti anni a
quella parte, ma io non lo sentivo. Lo sguardo della Vergine e il
chiarore della candela bastarono a scaldarmi tutta notte. Quando mi
trovarono, al mattino, restarono interdetti. “Rodrigo diventerà un
grande uomo di Chiesa” dissero mio padre e mia madre. Avevano
ragione. Il mondo è pieno di miracoli, non trovate?»
Burckardt, che ha già sentito quella storia, come molti altri
aneddoti sentimentali che il papa ama raccontare in quei giorni, non
risponde. Quelle settimane sono state un incubo, e gli manca la
capacità del suo superiore di passare senza sforzo dalla tempesta al
sole.
«Ah, Burckardt, mi dispiace se il mio malumore vi ha complicato il
lavoro» continua Alessandro. «Come sapete, sono stato molto in
pensiero per la mia famiglia. Ma ora Lucrezia è guarita, mio figlio ha
sventato la congiura, e finalmente sembra che i suoi vecchi nemici si
siano riappacificati con lui occupandosi della resa di Sinigaglia,
Sinigaglia, Sinigaglia…» Ripete, cantilenando eccitato. «Sì… Ci
sarebbe molto altro da dire, ma per ora c’è soprattutto molto da fare.
Dobbiamo creare stazioni nuove di posta tra le due città per
assicurarci che le comunicazioni passino con facilità. Adesso che il
pericolo è passato, dobbiamo essere generosi con chi ci circonda.
Con il cardinale Orsini, ad esempio: si è dimostrato una persona
onesta, e abbiamo l’impressione di non averlo riaccolto tra noi in
modo adeguato.
«Celebreremo insieme la caduta di Sinigaglia, perché ha dei
parenti al soldo di mio figlio che gli sono ritornati fedeli. Una cena in
onore delle nostre famiglie, qui, nei nostri appartamenti, domani
sera; con alcuni buoni amici e, forse, alcune “dame” di Roma per
favorire la digestione. Oh, non preoccupatevi, Burckardt, non sarete
tenuto a partecipare. Non vorrei che, con la vostra aria
scandalizzata, rovinaste il divertimento innocente di noialtri vecchi.
Occupiamoci ora del primo ambasciatore del giorno. Venezia, credo.
Sarà molto infastidito da questo trionfo».

L’alba deve ancora sorgere, quando il duca e i suoi uomini


lasciano la cittadina di Fano diretti a sud, verso Sinigaglia. All’inizio
si muovono nell’oscurità, e l’unica prova della loro presenza è
qualche torcia accesa, il tintinnio delle briglie e gli zoccoli che
rompono il ghiaccio sulle pozzanghere.
Poco fuori della città si fermano. A sinistra un sole sbiadito sorge
sull’Adriatico, mostrando un panorama piatto, che a occidente, in
lontananza, lascia il posto a morbide colline. La luce ancora fioca
rivela la composizione del gruppo: una sessantina di cavalieri, di cui
venti sono soldati, guardie del corpo personali vestite di cuoio
pesante con le spade alla cintura, mentre gli altri appartengono al
seguito del duca, più bravi a cucinare che a combattere.
Un uomo, invece, è in tenuta da conquistatore: Cesare Borgia
indossa l’armatura completa. Presto il sole comincerà a giocare con
quell’acciaio lucido, col pettorale liscio e curvo, le giunture in rettile
delle protezioni alle ginocchia, l’elmo brunito col pennacchio di
piume nere. Tutto sommato, una vanità superflua per un esercito
tanto piccolo. La verità è che non sono ancora arrivati tutti.
I cavalli, stanchi di aspettare, raspano il terreno, soffiando nuvole
di vapore, mentre i cavalieri si infilano le mani sotto le ascelle per
proteggerle dal freddo. Solo Cesare aspetta impassibile, con la
visiera alzata, gli occhi che guardano lontano. Quelle ultime notti, da
quando è partito da Cesena, ha dormito profondamente, a lungo, in
pace con se stesso e il resto del mondo. Per un uomo animato da
impazienza ed energia a sprazzi è un’esperienza nuova, e ne
assapora ogni istante. Un oceano di tempo si stende davanti a lui,
lungo e aperto quanto la strada che ha di fronte. Ciò che comincia
ora avrà ripercussioni nel futuro lontano. Mio Dio, se ogni giorno
potesse essere uguale a quello.

L’incontro tra il duca e i suoi condottieri è stato fissato a


mezzogiorno all’altezza di una curva ampia della strada, poco fuori
Sinigaglia.
Vitelli e gli Orsini arrivano in anticipo, da Fermo resta con un
piccolo contingente dentro la città, come convenuto. Il sole ha sciolto
la brina, e l’aria è luminosa e limpida. Una giornata d’inverno
perfetta. Il tempo migliore per uccidere o essere uccisi, pensa Vitelli,
reggendosi a fatica in groppa al mulo: non è più in grado di montare
in sella a un cavallo, ormai.
Tira indietro la testa del mulo per impedirgli di brucare l’erba e si
accorge che i cavalli scrollano il capo nervosi. Nel corso degli anni
ha imparato a dare retta a questi animali, perché sono sempre i primi
ad accorgersi dei segni: il tremito che sembra propagarsi sottoterra,
il battito del tamburo che le orecchie umane riescono a sentire solo
quando arriva portato dal vento.
Scruta in lontananza. Niente. Ancora niente. Poi scorge
qualcosa… Sì, c’è qualcosa: qualche raro bagliore, il riflesso del sole
sul metallo, come segnali in codice da dietro le linee nemiche. Si
solleva come può per vedere meglio. La lunga curva della strada gli
consente di vedere tutto, a mano a mano che appare.
Per prima arriva la cavalleria, quattro o cinque uomini in armatura,
e un personaggio su un cavallo bianco davanti a tutti, con accanto il
portabandiera: tinte vivaci, il rosso e il giallo dello stemma dei Borgia
e del ducato di Valentinois si dispiegano nel vento. Poi arrivano i
soldati a piedi, troppo numerosi per contarli a uno a uno. Devono
essere giunti da Imola giorni fa e poi essersi accampati da qualche
parte, aspettando il momento giusto per riunirsi.
Che cosa è successo? De Lorqua ha cambiato campo un’altra
volta, dando loro informazioni false, o il suo silenzio è un segnale più
sinistro? Del resto, gli uomini crudeli fanno spesso una fine crudele;
non serve più cercare di indovinare a che gioco sta giocando. Vitelli
lancia un’occhiata agli Orsini, entrambi terrei, a bocca aperta.
Quando torna a guardare avanti, fa in tempo a vedere un singolo
cavaliere e una parte della cavalleria partire al galoppo. All’inizio
pensa che ce l’abbiano con loro, e i nervi si mettono a vibrargli di
rimando, ma poi capisce che li aggirano per dirigersi verso la città.
L’uomo in testa dev’essere Michelotto; non sono in molti, bassi come
lui, a cavalcare con la stessa sicurezza con cui uccidono.
L’esercito intanto continua ad avanzare. Alla fine distingue i
picchieri svizzeri dell’esercito di re Luigi, i giganti barbuti sul campo
di battaglia. Mio Dio, li aveva quasi dimenticati. Da dove venivano?
Faenza? Forlì? Marciano rigorosamente al ritmo dei tamburi, con le
picche dalla punta di acciaio tese in davanti, a formare una palizzata
in movimento. Un ingenuo avrebbe potuto scambiarli per crociati che
avanzavano lungo la costa per imbarcarsi alla volta della Terrasanta.
Tutto solo per schiacciare una banda di poveri ribelli.
Quando la prima linea è ormai vicina, il duca alza un braccio per
fermare i cavalli, e poco per volta quell’orchestra di metallo tace alle
sue spalle.
Per molto tempo le due schiere si limitano a fissarsi. Che cosa
stanno aspettando? pensa Vitelli. Posa una mano sull’elsa della
spada. Cosa darebbe per una bella battaglia, ora… Una morte resa
gloriosa dalle ferite, date e ricevute. Ma sa che non finirà così.
Poi, mentre il duca e la sua guardia riprendono a muoversi, vede
arrivare da Fermo e i suoi uomini, seguiti da Michelotto. Che scusa
ha usato per attirarli fuori dalla città? Cosa diavolo sta succedendo?
Cesare, agile anche con l’armatura, si sta già togliendo i guanti
quando giunge alla loro altezza e, tutto sorrisi, afferra mani, stringe
spalle e grida saluti di benvenuto a coloro che gli capitano a tiro, ma
soprattutto a Vitelli.
«Ah, compagno Vitelli, non vi abbiamo fatto aspettare troppo con
questo freddo, spero. Non vi farà bene, nel vostro stato». Si volta.
«Da Fermo, come state? Sì, sì, so cosa pensate: sono tanti uomini
per una piccola città. Ma non sono per Sinigaglia. Oh, no. Questo è
l’inizio della prossima campagna, e siamo qui per raccogliere voi e i
vostri uomini. Che cos’è l’esercito dei Borgia senza i miei fedeli
condottieri, eh? Adesso che siamo riuniti, possiamo entrare in città e
festeggiare».
Mentre Vitelli fa girare il mulo e avanza, standogli affiancato, dà
un’occhiata agli altri, che, dopo avere ricevuto la loro dose di sorrisi,
vengono sospinti in avanti.
Appaiono infine le mura della città: le porte principali vengono
aperte, lungo il ponte che conduce a esse si dispongono i cavalieri di
Cesare su due file, ad accogliere l’eroe vittorioso. Il tutto condito da
parole affettuose e amichevoli sorrisi. Quando Cesare con Vitelli, gli
Orsini e da Fermo scompaiono dentro le mura, i cavalieri si
schierano dietro di loro, subito seguiti dal resto dell’esercito,
separando irrevocabilmente i capi dei ribelli dai loro uomini. Una
manovra che qualunque soldato non avrebbe potuto che elogiare.
Il simulacro di amicizia dura ben poco, solo fino al cortile della
fortezza, dove, scesi da cavallo, gli uomini di Cesare spingono di
sopra i quattro, cingendoli forte con le braccia, come tra grandi
amici, ma impedendo loro di fatto di sguainare la spada.
Dietro di sé, Vitelli sente la voce stridula di Paolo Orsini, che
implora di lasciarlo andare. Cesare esplode in una risata sonora:
«Oh, no, adesso c’è bisogno di voi, donna Paolo. Come possiamo
studiare la mappa dell’Italia e progettare la strada del trionfo senza
di voi?»
Quando infine entrano nella sala e la porta si chiude, i soldati si
ritirano e raggiungono una fila di loro compagni, già in attesa con le
spade sguainate.
«Signori» esordisce Cesare con disinvoltura, lanciando prima uno
sguardo a Michelotto, poi tornando a posarlo su di loro, «è un
piacere rivedervi. Mi perdonerete se vi lascio per un poco. Sei ore in
sella hanno messo a dura prova la mia vescica».
Bastardo! pensa Vitelli. Non ti interessa nemmeno vederci morire.
«Va’ a pisciare» gli grida, quando trascinano lui e da Fermo verso
due sedie. «Non hai neanche le palle per farlo tu».
Cesare si ferma per un istante, si volta, il sorriso congelato sul
viso: «Giusto, Vitelli, ho le “palle” solo quando debbo uccidere degli
uomini. Gli scarafaggi, li lascio agli altri».
«Va’ all’inferno, tu e tutti i Borgia» grida Vitelli, dibattendosi contro
le corde, scalciando disperato. «Vi rivedrò tutti tra le fiamme».
E per un magico istante, prima che la garrota cominci a stringere,
non prova più dolore.

Sta scendendo la sera, quando Niccolò e la sua scorta giungono


alle porte di Sinigaglia. Dapprima sembra che non lo vogliano
lasciare entrare, perché i soldati non intendono rischiare la vita
assumendosi responsabilità; poi trovano il suo nome sull’elenco,
come promesso, e gli è stata persino destinata un’abitazione,
requisita appositamente.
Dentro, la città pare un girone dell’inferno. Fumo e urla ovunque,
risse, soldati che sbraitano – alcuni alti come giganti – e corrono su
e giù per le strade. Pile di mobili e bauli vengono caricate sui carretti,
mentre cadaveri pendono dalle finestre del primo piano delle case o
giacciono nei canali di scolo, calpestati. Non è da Cesare Borgia
incoraggiare un comportamento simile, ma l’odore di vendetta è
nell’aria, e chi può biasimare i soldati rimasti accampati all’addiaccio
per tante notti, se usano la violenza per riscaldarsi il sangue? È la
prima volta che Niccolò assiste a simili saccheggi, tuttavia, e resta
scosso.
Una volta barricato nella casa che gli è stata assegnata, trova la
legna nel camino, il vino sul tavolo. Acceso il fuoco, si versa da bere
ed estrae dalla borsa carta, inchiostro e penna. Cos’altro può fare un
diplomatico, quando la città brucia?
Scrive frettolosamente, mentre le grida salgono fino a lui dalle
strade sottostanti:

Non so s’i’ mi potrò spedire la lettera per non trovare chi […] vadia
[…] vengha. Tucte le loro genti sono etiam state prese et le patenti
che si scrivono attorno […] se ne […] dicono di havere presi e’
traditori suoi etc.».
Secondo la mia opinione e’ non fieno vivi domattina.

Scrivere “la mia opinione” gli dà un certo piacere.


Ci sarebbero voluti al messaggero più veloce due giorni e mezzo
per portare la notizia da un capo all’altro dell’Italia.
La sera del primo gennaio, a Roma, il cardinale Orsini si sta
godendo le attenzioni del suo barbiere che, dopo averlo rasato e
profumato, gli sta ora pareggiando la chierica, quando sente bussare
con violenza alle porte del palazzo. Ogni uomo di Chiesa, che ha
passato la vita nella cloaca della politica romana, conosce la paura
che si prova quando ospiti inaspettati si annunciano in modo tanto
irriguardoso a casa sua. Manda via il barbiere e indossa l’abito
appena pulito per l’occasione: rosso brillante con il bordo bianco.
Una divisa che può risultare troppo calda d’estate, ma perfetta per
una sera di gennaio in Vaticano.
Prende il bastone con l’impugnatura d’osso intagliato e si affaccia
sul ballatoio, che offre la vista sulla scalinata curva di pietra e il
cortile sottostante. I colpi alla porta si fanno più insistenti. Il legno
finirà per rompersi sotto l’impeto di picche e asce. Si chiede quanti
uomini si troverebbe davanti, se cercasse di raggiungere la porta
posteriore.
Vede di nuovo la stanza del suo castello di Magione: tutte quelle
facce attorno a un tavolo, deformate dalla collera e dal desiderio di
vendetta. Una volta sprigionato, quello è un male che non risparmia
nessuno.
Alla cena con il papa non teneva comunque. Meglio cominciare a
pensare al denaro con cui bisognerà corrompere chi gli dovrà
portare il cibo nella sua nuova casa di Castel Sant’Angelo.
Quinta parte

Inverno-primavera
1503
In Vaticano si crede che il papa abbia paura del proprio figlio.
Ambasciatore veneziano, 1503

Se fossi un angelo, avrei pietà per un uomo che amasse quanto amo io.
Lettera anonima indirizzata a FF (nom de plume di Lucrezia Borgia), Ferrara,
1503
30.

Quanto è accaduto a Sinigaglia si ripete in tutto il Paese, come le


scosse di assestamento di un terremoto. Per mesi l’Italia è stata alla
mercé di quella cospirazione, e la sua fine non avrebbe potuto
essere più eclatante: complotti e controcomplotti, strati su strati di
inganni, racconti raccapriccianti di traditori tagliati a metà o legati
schiena contro schiena su due sedie, a incolparsi a vicenda,
piangere e chiedere pietà mentre la garrota stringe loro la gola.
Nessuno li rimpiange. Il tradimento è uno dei mali dell’epoca, e non
c’è nessun potente che non sogni di vendicarsi di chi l’ha tradito in
passato. Il Valentino potrà anche essere un Borgia bastardo, ma è
furbo e abile, e il suo destino baciato dalla Fortuna cattura
l’immaginazione di tutti.
Nel giro di pochi giorni il principe tenebroso e il suo esercito hanno
percorso mezza Italia, e le città dei ribelli morti spalancano le porte
per accoglierli. Fermo, Anghiari, Monterchi, Città di Castello
appartengono tutte ai Borgia, ora. I fratelli Baglioni sono scappati da
Perugia, e perfino il duca di Siena («Non avevo mai acconsentito al
loro piano. Il mio rappresentante non aveva alcun diritto di firmare al
posto mio!») si batte per la sopravvivenza nel quadro politico.
Intanto, a Roma, il cardinale Giovanni Battista Orsini, a capo di una
delle famiglie più potenti del clero, è chiuso in una umida cella di
Castel Sant’Angelo. I Borgia sono la famiglia più importante d’Italia.
Da Mantova, Isabella d’Este manda segnali di amicizia esplicita a
Cesare, inviandogli pubblicamente in dono cento maschere di
Carnevale, credendo noi che, dopo le pene e le fatiche patite in
codeste sue gloriose imprese, voglia anche trovar loco di ricrearsi.
Maschere di Carnevale per un uomo che ha tante facce ma non
mostra mai la propria. Tra colpi di cannone a salve e festeggiamenti,
a Ferrara, il duca Ercole non riesce a smettere di parlarne: lo spirito
di sua figlia, l’acume militare di suo cognato e, soprattutto, la sua
preziosissima cognata Borgia, naturalmente, che scoppia di salute e,
una festa dopo l’altra, sempre col sorriso sulla bocca, sfinisce i
cavalieri che la accompagnano nelle danze.
Quando si siede per riprendere fiato, non si può non cogliere il
potere della sua bellezza: la luminosità della pelle, il luccichio negli
occhi. Non solo la duchessa di Ferrara ha sconfitto la morte, ma ha
abbracciato la vita con particolare entusiasmo. O forse è la vita ad
avere abbracciato lei, perché c’è chi crede che tale sia l’effetto
dell’amore su una donna.
Così è avvenuto il ritorno di Lucrezia.

Nei primi giorni a casa, la calma del convento continua a


circondarla come un’aura. Nel castello sono stati accesi fuochi nei
camini, e le nebbie mattutine si librano come vapore di pozioni
stregate sulla superficie del fossato. Partecipa alle serate a corte e si
ritrova nei panni di spettatrice della nuova moda. Due stagioni erano
arrivate e passate da quando era scoppiata l’epidemia di febbre, e
dappertutto vede segni di cambiamento: una scollatura diversa, più
generosa, con cuciture a contrasto, i capelli intrecciati e fissati
attorno alle orecchie, un ciondolo su un filo di perle. Che strano, si
dice, queste innovazioni non rendono più attraente chi le porta, è
solo la novità a colpire. Ma si rende conto che quei pensieri sono
dettati dalla saggezza appresa dalle suore, non servono a corte. Il
fatto è che lei e le sue dame di compagnia hanno bisogno di nuovi
tessuti per farsi confezionare vestiti alla moda, e finalmente ha il
denaro necessario.
Il suo consigliere in materia di abiti, Ercole Strozzi, i cui modi da
damerino non piacciono affatto al duca, è a Venezia, ma promette di
tornare al più presto con tutto ciò che la duchessa può desiderare.
Promette anche un regalo molto particolare per il quale non esiste
alcuna forma di pagamento, che del resto non accetterebbe. Il vostro
regalo sarà consentirmi di farvelo: Lucrezia ha letto due volte quella
frase. Sembra che anche il linguaggio di corte possa cambiare da
una stagione all’altra.
Strozzi è di parola e torna nel giro di una settimana con i muli
carichi e un invito a cena nella sua villa di campagna. Le damigelle
cercano disperatamente nel guardaroba un abito adeguato per
l’occasione. Quanto bisogno avevano di lui… Il grande spettacolo
del duca è previsto di lì a dieci giorni, e tutti devono apparire al
meglio.
Strozzi le accoglie in cortile, il suo corpo storpio fasciato in
completo e mantello di velluto verde mela. Lucrezia non può fare a
meno di fissarlo sbalordita: Santo Cielo, se questo è il colore che va
di moda a Venezia quest’inverno, non si può dire che doni a tutti,
dice tra sé.
Le borse da viaggio vengono aperte in una delle sale, e le dame vi
si precipitano sopra come avvoltoi. Strozzi sta a guardare con aria
benevola, poi prende Lucrezia in disparte e toglie da un involto di
seta un uccellino di legno dipinto appoggiato a un trespolo, con una
cordicella che pende. Lo tiene sollevato con una mano e tira la corda
con l’altra: le ali dell’uccello si alzano e si abbassano, il becco si apre
e si chiude, in un canto silenzioso.
«Ha una voce tanto melodiosa che solo gli dei possono udirlo. O
forse voi riuscite a sentirlo. Ho pensato subito a voi. Mi pareva già di
vederlo, su uno dei vostri alberi nel giardino pensile».
«Oh, è delizioso» esclama lei ridendo. «Dev’essere questo il dono
di cui parlavate».
«Oh, no, signora duchessa. No, il mio regalo è molto più
prezioso». Sorride con aria da cospiratore, guardandosi alle spalle
per salutare qualcuno, fingendosi sorpreso: «Ah, Bembo! Quando si
parla del diavolo… Il vostro orecchio da poeta deve avere sentito il
mio richiamo. Signora, vi offro Pietro Bembo, il figlio di una delle
migliori famiglie di Venezia, grande poeta della città, esperto
conoscitore del nuovo sapere. È venuto a trovare vostro padre, il
duca, che lo apprezza molto, e a rendere omaggio alla duchessa più
dolce che Ferrara abbia mai avuto, una donna che illumina la città
come il sole illumina la Terra. Ringrazio Dio per il suo ritorno, perché
il mondo è stato un deserto senza di lei».
Spiazzata da quell’eccesso di complimenti e dall’insolito “regalo”,
Lucrezia non sa cosa rispondere.
«Dovete scusare il mio amico». Ora lo sconosciuto è di fronte a
lei: alto, ben vestito, le fa un inchino elegante. «Il signor Strozzi ha
trascorso troppo tempo a Venezia e ha cominciato anche lui a
infervorarsi un po’ troppo nel parlare. È una malattia comune a chi
soggiorna in città. Noi veneziani crediamo sia dovuta al profumo
delle spezie straniere. Qualche piatto di anguilla ferrarese marinata
nell’aceto dovrebbe guarirlo».
Pietro Bembo. Naturalmente ha già sentito parlare di lui, ma i soli
poeti che abbia mai incontrato vantano un talento inversamente
proporzionale alla bellezza. Lui, invece, è di bell’aspetto: fronte alta,
occhi chiari, naso patrizio, mento forte e liscio, a differenza di tanti
altri che nascondono il mento sfuggente sotto un cespuglio di barba.
Dietro di lei coglie un fruscio di sottane: sono le sue dame di
compagnia in avvicinamento. L’aria è pregna di ammirazione
femminile. Non quella di Lucrezia, però. No, di fronte a tanta
perfezione maschile, le torna in mente all’improvviso suor
Bonaventura, piena di rughe, china sui suoi libri e le sue pozioni, e
quel contrasto la fa inspiegabilmente arrabbiare.
«Signor Bembo, benvenuto a Ferrara» dice con freddezza. «Il
duca Ercole sarà felice di vedervi. Sarete senz’altro invitato ad
ammirare il suo ultimo spettacolo».
«Sì, mi è stato accordato questo onore. Sono impaziente. È
passato molto tempo da quando ho visto una nuova traduzione di
Plauto».
«Allora, dovete sperare che l’interpretazione non vi paia troppo
lunga».
È lui a fissarla interdetto, ora. «Non amate le commedie romane,
signora duchessa?»
«Forse mi piacerebbero, se ne trovassi una che mi faccia ridere».
Dietro di lei, Angela si fa scappare un risolino.
Lucrezia si volta per zittirla e davanti a sé trova una fila di volti,
tutti con gli occhi sgranati per l’apprensione. Sì, sì, lo so, pensa
insofferente, tanta acrimonia è inopportuna.
Di fronte a lei, Bembo sorride, ripensando alle parole di Strozzi:
«Dimenticate le storie che avete sentito. È bella come l’alba, con un
sorriso da sirena, capace di scaldare il cuore più freddo». Strozzi
aveva ragione, ma c’è qualcosa di ancora più interessante, in lei:
una sfida.
«Dovete perdonarmi, di recente non sono stata bene» aggiunge,
guardinga. «Forse ho perso il gusto per gli intrattenimenti».
«Allora prego perché le torni, come tutta Venezia ha pregato per la
vostra guarigione. Mi sembra, però, signora duchessa» si ferma,
come se non trovasse le parole giuste «che vi siate… ripresa
splendidamente».
«Grazie alle suore del Corpus Domini».
«In questo caso, aggiungerò anche loro alle mie preghiere questa
sera stessa, perché le loro cure hanno preservato uno splendore e
una prontezza di spirito senza le quali qualunque città patirebbe».
Il complimento le viene offerto come una ghirlanda di fiori. Si
accorge, costernata, di arrossire. Se questa è la forza ereditata dal
fatto di avere vinto la morte, avrebbe preferito farne a mano.
«Ah… Ora sono io a dovermi scusare» si affretta a dire lui.
«Sembra che anche un veneziano possa subire l’influenza delle
spezie straniere».
Lei ride. «Credevo che fosse perché siete poeta».
«Oh, no, signora». Il tono è categorico: «No. Sul mio onore, la mia
poesia è ben migliore».
Dietro di loro, Strozzi non crede alle sue orecchie. Si era aspettato
che quel “dono” fosse un successo e ora non sa più come rimediare.
Quando, però, i presenti vengono invitati a passare in sala da
pranzo, Bembo offre il braccio a Lucrezia, che lo prende senza un
istante di esitazione.
«È vero ciò che dicono, che a Venezia ci sono tante stamperie
quanti sono i giorni dell’anno?» le sentono chiedere le sue dame di
compagnia alle sue spalle.
Venezia: palazzi di pietra dai mille trafori, raggi del sole sull’acqua,
imbarcazioni coperte d’oro e ogni lusso immaginabile dai quattro
angoli del mondo. È ovvio che lui venga proprio da un luogo simile: è
perfetto. Un poeta patrizio, che trasforma un complimento in un
verso, non si interessa a cannoni e prostitute ed è un esperto nelle
regole del corteggiamento. Proprio quanto serve per ridare alla
duchessa lo splendore di un tempo e restituire gioia alla sua vita.
Furbo, il vecchio Strozzi. Le dame circondano quel pappagallo
storpio in verde sgargiante e gli porgono mille complimenti per il suo
gusto squisito. Oh, la gioia della compagnia maschile: quanto ne
avevano sentito la mancanza. Soprattutto dei damerini di corte con
una predilezione per i pettegolezzi.
«Sapete che è considerato lo scrittore più bravo, oggi?» sussurra
mentre si trasferiscono nel salone, alla luce calda delle candele.
«Decine di donne a Venezia sono innamorate di lui. Anzi, sta
componendo un’opera epica appunto sulla natura di quel
sentimento. Vi assicuro che altererà il futuro della poesia italiana.
Ferrara è il luogo ideale per lui per continuare a scrivere. Sono
sicuro che sarebbe ben felice di far leggere la sua opera alla signora
duchessa».
E così ha inizio la relazione platonica tra Lucrezia Borgia e Pietro
Bembo, legati dalla poesia.

«Provate a immaginare: i membri della corte siedono in giardino,


al crepuscolo, per prendere il fresco accanto alla fontana. Parlano
dei tre aspetti dell’amore: i suoi tormenti, le sue gioie e l’amore più
grande di tutti, che trascende l’umano intendere. Un uomo
disquisisce su ciascun punto, ma le dame lo interrompono spesso.
L’aria estiva ad Asolo è tiepida, e si continua a parlare fino a sera
inoltrata…»
Bembo tace per lasciare il tempo di immaginare la scena.
Pendono tutti dalle sue labbra.
«Il primo a parlare è Perottino: afferma che l’amore umano sia la
peggior forma di male e di abiezione».
«Aspettate!» esclama Lucrezia. «Si chiama Perottino, avete detto?
Il suono somiglia un poco a Pietro Bembo, non credete? Certo più
che Gismondo, al quale attribuite invece il ruolo di difensore
dell’amore. Vi inserite quindi nel vostro poema, signor Bembo? In tal
caso anche voi dovete avere sofferto i tormenti descritti dal
personaggio».
Le dame emettono gridolini di approvazione. Si sono identificate
con la donna del poema e stanno godendo della serata estiva, pur
trovandosi davanti al fuoco nella villa dove Bembo si è ritirato a
scrivere. Sarebbe stato accolto a corte, ma per lui la poesia è una
cosa seria e, finché il clima è buono, casa Strozzi, con i suoi boschi
e giardini, gli ha offerto l’ambiente bucolico perfetto per i suoi versi.
Ora che l’inverno avanza, però, dovrebbe forse tornare a casa.
«Un poeta si ispira alla propria vita, naturalmente, ma trovo –
spero, piuttosto – che gli argomenti di Perottino abbiano un
fondamento più solido. Egli trova un legame tra amore e amarezza:
dall’uno nasce l’altro, e il nostro protagonista vorrebbe dimostrare
che i fuochi dell’amore distruggono e corrompono, alimentando odio,
gelosie, litigi e disperazione».
«Secondo me, assume un tono più appassionato quando parla
della propria sofferenza personale» insiste Lucrezia maliziosa. «Le
sue parole bruciano noi e lui insieme. Devono per forza venire
dall’uomo, oltre che dal poeta».
«Sì, sì! Ha ragione, Bembo» grida Strozzi tra gli applausi delle
donne. «Meglio trasferire l’ambientazione della vostra opera da
Asolo a Ferrara, il cui nome è assai più bello, e Asolo quasi nessuno
sa dove sia».
Ridono tutti. Si tratta del terzo incontro della società di poesia di
Ferrara, un gruppo informale, e le dame di Lucrezia, pur non
essendo erudite, dimostrano una voglia di imparare pari al piacere
che provano nel vedere la loro duchessa divertirsi tanto.
«Ho una domanda per voi, signor Bembo» dice Paola agitando
una mano, emozionata. «Se l’amore è male, come dite voi, perché
gli antichi avevano un dio dell’amore? Come può un dio incarnare il
male?»
«Signore, non è giusto». Bembo leva le braccia, protestando la
propria innocenza. «Avete già letto l’opera».
«No, lo giuro, ho letto solo le pagine in mio possesso» protesta
Lucrezia. «Naturalmente ne ho parlato con loro, ma non ho mai fatto
cenno a Cupido. Ah, ora sì, però!»
Il poeta sospira con teatralità: «Allora sono stato defraudato in tutti
i modi possibili. In questo caso lascio alla duchessa il compito di
difendere la mia posizione. Sono sicuro che lo farà meglio di me».
«Benissimo». Lucrezia si raddrizza, preparandosi a parlare
davanti a tutti. «Il nostro poeta – come vogliamo chiamarlo?
Perottino Pietro Bembo – vede in Cupido il simbolo perfetto di tutti i
difetti dell’amore: prima di tutto è un bambino, così infatti viene
ridotto ogni uomo innamorato; poi è nudo in modo indecente, perché
l’amore denuda tutti coloro che finiscono suoi prigionieri; ha le ali,
proprio come gli innamorati hanno la fallace impressione di poter
volare; è munito di arco e frecce, simbolo delle ferite che infligge
l’amore».
«Brava» la felicita il poeta. «Non ho nulla da aggiungere».
«Neanch’io» dice Strozzi alzandosi. «La prossima volta, però, ci
farebbe piacere sentire qualcuno che parli in difesa dell’amore. Vado
a sgranchire le mie povere gambe. Qualcuna di queste dame ha
voglia di farmi compagnia? Ho fatto preparare un rinfresco nel
salone».

Sono una bella coppia, da soli, alla luce del fuoco. Nelle settimane
trascorse da quando si conoscono, si sono scambiati qualche lettera
formale e alcuni fogli manoscritti che l’hanno fatta restare alzata fino
a tardi, la sera. Poesia. Nessuna corte che si rispetti dovrebbe
essere priva di artisti e, nell’attesa che il marito ritorni, è opportuno
trovare modi per passare il tempo. Questo, almeno, dice a se stessa
Lucrezia.
In verità, non ha dormito bene prima di questo incontro, e ora che
sono soli non sanno di cosa parlare, se non di amore. Così, quando
le propone di mostrarle la biblioteca che ha portato con sé da
Venezia, lei accetta subito.
Quando entrano, qualcosa corre sul pavimento di mattonelle, le
passa sull’orlo dell’abito e sparisce dietro i pannelli di legno che
rivestono le pareti. Lei tende istintivamente una mano verso di lui, e
la ritira altrettanto in fretta.
«Per il sangue di Dio, questi maledetti topi! Sono dappertutto.
Vandali!» Pietro Bembo scuote il capo. «Si sono già mangiati la mia
copia della Zoologia di Aristotele. All’indice sono arrivati fino alla
pelle».
«Cosa? Topi che mangiano un libro di zoologia? Che ironia!
Signor Bembo, la vostra biblioteca ha bisogno di un gatto».
«Sto aspettando che me ne arrivi uno da Venezia. Un gatto
egiziano. Ce n’è uno in ogni stamperia».
«Il che significa che ci devono essere almeno tanti gatti egiziani
quanti sono i giorni in mezzo anno» gli dice, alludendo al loro primo
incontro. «Centocinquanta. Non è quello che mi avevate detto? “Un
uomo può riempire una biblioteca semplicemente camminando da
Rialto a San Marco”». La voce di Lucrezia, beffarda, si fa più grave.
«Davvero mi davo tante arie?»
«No. Eravate solo orgoglioso di una città che ha il meglio di tutto».
«No» ribatte Bembo, guardandola negli occhi. «Non tutto».
Lei abbassa lo sguardo, mentre il poeta si dà da fare a estrarre i
libri più preziosi per mostrarglieli. Una nuvoletta di polvere emerge
dal dorso rosicchiato della Zoologia, quando ne scorre le pagine.
«Consideratemi come una studentessa» gli dice tutta seria. «Non
so nulla di questi argomenti».
«Ah, con questi libri si è sempre studenti, per quanto si sia istruiti.
Aristotele è il primo, il più grande maestro in tutto. Conchiglie, pesci,
piante, animali, uomo: non vi è nulla che non gli interessi. Una vita
intera non basterebbe per conoscerlo adeguatamente».
Lucrezia adora il suo entusiasmo. Esperto conoscitore del nuovo
sapere, l’aveva definito Strozzi. Eppure, quando le parla, Lucrezia
resta colpita dal fatto che ogni novità sembri affondare le sue radici
nell’antichità. Ecco come sarà la mia corte, pensa: troverà i modi per
conciliare il sapere antico con l’arte nuova.
«… E poi c’è Dante».
Ormai è perso nella poesia. Potrebbe parlare dal tramonto all’alba
della bellezza della lingua toscana; lui, scultore di parole, ha scelto
per la sua arte la lingua come materiale, malleabile come metallo
fuso e delicata come vetro soffiato. «Non esiste altra strada per fare
progressi. In quale altro modo l’Italia, frammentata in molteplici Stati
e dialetti diversi, potrebbe trovare la voce poetica necessaria per
parlare all’interno di se stessa e col resto del mondo? Invece,
duecento anni dopo Dante, siamo ancora… Aaah…» Si ferma e ride:
«Sono ancora vittima della spezie veneziane. Ho reputazione di
essere noioso su questo argomento. Strozzi dice che, se parlo per
più di venti minuti senza interruzione, bisogna incatenarmi al letto e
gettarmi addosso acqua fredda».
«Io certo non vi curerò. Amo la vostra malattia».
Come dare un nome ai sentimenti che prova quando sono
insieme? A come il tempo sembra correre e fermarsi, tutto appare
più luminoso, e lei si sente intelligente e benevola, agitata e serena
contemporaneamente.
«Signora». Pietro Bembo china il capo, quasi con schiva
gratitudine.
«Parlo sul serio» insiste Lucrezia con foga. «A che cosa serve
essere vivi, se non per cambiare il mondo? Se fossi un uomo…
Oh…» Alza le mani e nasconde l’imbarazzo prendendo un libro con
la copertina di pelle lucida e il fermaglio d’argento. «Ditemi, cos’è?»
«Ah, questo è il più nuovo di tutti: sono i sonetti di Petrarca.
Vengono direttamente dalla stamperia di Aldo Manuzio di Venezia».
L’odore penetrante della pelle e dell’inchiostro fresco si diffondono
nell’aria appena apre il volume al frontespizio. «Oh!» esclama
Lucrezia. «C’è anche il vostro nome, qui».
«Solo come editore del Petrarca, tutto qui» dice, con modestia
poco convincente.
Lei gira le pagine delicatamente, studiando le righe, passando le
dita sulla stampa, elegante quanto la migliore calligrafia, o forse
anche più.
«Ah, signor Bembo» sussurra «è troppo bello anche per i topi».
L’amore. Ha letto i commenti, sa come medici e poeti descrivono il
decorso di questa malattia deliziosa: entra come un dardo attraverso
l’occhio, poi passa nel sangue, cosicché, quando le persone malate
si avvicinano troppo, subiscono vampate di calore e
un’accelerazione del battito, come se il cuore volesse balzare fuori
dal petto. Non esiste ebbrezza o dolcezza simile. È questo che mi
sta succedendo? si chiede, mentre osserva le parole, vicina a lui,
che posa la mano accanto alla sua con il pretesto di tenere aperte le
pagine.
Bembo, invece, ne conosce bene i sintomi, perché ne ha vissuto e
descritto ogni attimo. Dopo la dolcezza viene il dolore, che passa dal
cuore alle viscere e vi si annida come un parassita, distruggendo la
pace e suscitando al suo posto brama e gelosia. A Venezia ha una
scatola piena di lettere – copia delle proprie, e le risposte di lei – di
un’amante che neanche un anno fa soffriva come lui. La sua poesia
si è arricchita a ogni passo di questa danza. Una cosa, però, è
convincere una giovane vedova a fare in modo di lasciare una scala
poggiata contro la parete, la notte; un’altra arrivare anche solo a
pensare al letto di una duchessa, sposata, e del casato estense,
oltretutto. Non riuscirà a cambiare il destino della poesia in Italia, se
il suo amore per l’avventura lo porterà alla rovina. Ma come
resistere?
«Sapete, la prima volta che vi ho vista, non riuscivo a smettere di
pensare che avevate rischiato di morire, e che il nostro incontro
avrebbe potuto non avvenire mai». Fa una pausa. «Sembrava
impossibile. Poi, però, mi sono chiesto se era stata proprio quella
vicinanza alla morte a rendervi tanto luminosa. Ah, magari potessi
trasformare questi pensieri in poesia…»
Lucrezia chiude gli occhi. «Credo che lo abbiate già fatto».
«Presto me ne dovrò andare» dice Pietro. «Tra i topi e il freddo,
penso che scriverei meglio, laggiù».
«Certo, lo capisco».
«A meno che… non venga a corte. La casa di Strozzi in città, mi
assicura, è molto più confortevole».
«E il duca Ercole sarebbe contento di vedervi, ne sono certa».
«E voi, signora duchessa?» chiede il poeta con un filo di voce.
«Voi, sareste contenta?»
«Io?» ride. «Come potete chiedere una cosa del genere? Certo
che voglio che restiate».
La sua risposta è così onesta che la mano di Pietro Bembo non
può non avvicinarsi impercettibilmente alla sua, e per un secondo
quella di Lucrezia non si sposta.
31.

A Roma la vendetta va di moda, questa stagione.


Chi vuole essere un Orsini, ora? Oltre al cardinale, una mezza
dozzina di altri arcivescovi e burocrati della Chiesa appartenenti alla
stessa famiglia hanno ricevuto la visita delle guardie pontificie. Tanti
di quei tesori sono stati rubati dalle loro dimore che Burckardt ha
dovuto riservare alcune sale speciali della torre Borgia per contenerli
tutti.
Alessandro non riesce a trattenere l’entusiasmo. Da quanto tempo
aspettava quel momento? Non si tratta solo della punizione per
avere organizzato un complotto contro la Santa Sede, anche se
sarebbe un motivo sufficiente. È anche un regolamento di conti in
sospeso da una vita: per avere aperto le porte di Roma a un esercito
di invasori, scritto lettere velenose sul papa e la sua famiglia e, il
colpo più crudele di tutti, crivellato di pugnalate il corpo del suo
figliolo preferito. Non importa quale membro della famiglia Orsini
avesse impugnato l’arma; sono tutti colpevoli, e lui non verserà una
lacrima per nessuno. Il mondo cristiano sarà più al sicuro senza di
loro.
Non tutti, però, celebrano alla luce del sole. C’è chi, perfino tra i
più fedeli seguaci del papa, è profondamente turbato da tanta
violenza all’interno della Chiesa.
«Credete forse che ci felicitiamo di avere un cardinale di Santa
Madre Chiesa chiuso nella cella di una prigione?» ribatte quando
alcuni prelati coraggiosi implorano clemenza per Orsini.
«Preferiremmo che così non fosse? Ma certo! Prima che vi facciate
intenerire troppo, però, e la ragione smetta di funzionare, vorremmo
ricordarvi che quest’uomo e la sua famiglia si sono ribellati al papato.
Stiamo quindi facendo giustizia, né più né meno».
«Sembra quasi che io, armato di ascia, gli abbia mozzato la testa»
commenta più tardi, risentito, con Burckardt. «È un traditore puro e
semplice e merita di stare in prigione».
«Temono che muoia, Vostra Santità. Ha i polmoni deboli, e l’aria
laggiù è malsana».
«L’aria che viene dal fiume pieno di carcasse di animali, volete
dire? Lo stesso fiume dove hanno gettato il corpo di mio figlio, come
fosse un cane morto? Che ci pensi, il cardinale, quando respira».
Burckardt lascia cadere il discorso. Ricorda meglio di altri i giorni
dopo la morte di Juan, quando il papa era così disperato che tutti
quelli che lo sentivano temevano per la sua sanità mentale.
Tuttavia, anch’egli è colpito dalla vergogna che quelle lotte interne
attirano sulla Chiesa. Non capita ogni giorno che un cardinale
marcisca nella prigione del papa. Nell’anticamera degli appartamenti
Borgia inviati e ambasciatori non cessano di sorridere. Il loro
prestigio aumenta e diminuisce a seconda degli scandali che
contengono i loro dispacci.
Il clima resta rigido, e le condizioni del cardinale Orsini
peggiorano.
Burckardt fa un altro tentativo: «Vostra Santità, posso
permettermi?»
«Lo farete comunque, anche se preferirei che non lo faceste»
risponde Alessandro, di buonumore.
«La madre del cardinale mi ha chiesto di intercedere per lei,
perché possa fare avere delle provviste al figlio. Teme che quello
che riceve da mangiare…»
«Teme forse che il suo cibo sia avvelenato? Non sprecherei
veleno per un uomo del genere. Parlate con i carcerieri. Mangerà
quello che mangiano gli altri».
«Vostra Santità, non è abituato a quei cibi. La madre ha chiesto il
permesso di pagare…»
«Quanto?»
«Duemila ducati per far portare i pasti in prigione».
«Ci penseremo».
«E…»
«E?»
«C’è un altro membro della famiglia Orsini, una donna».
«La sua amante, intendete dire?»
Burckardt si stringe nelle spalle. Sembra impossibile che non sia
al corrente, ma fa parte del suo lavoro fingere.
«Cosa vuole?»
«Un’udienza con Vostra Santità». Tace per un istante. «Aspetta da
diverse ore».
«Fatela entrare».
La donna entra: capelli corvini, prosperosa, un viso che un tempo
avrebbe fatto impazzire gli uomini. Non è bella come la sua
Vannozza, non ha i lineamenti delicati di Giulia Farnese, ma il tempo
passa per tutti, e lei e il cardinale si frequentano ormai da molto
tempo.
Si getta in ginocchio ai suoi piedi. Era una cortigiana, una volta?
Alessandro non riesce a ricordare. Se fosse un uomo con meno
scrupoli…
La aiuta ad alzarsi e la fa sedere su una sedia vicino al trono
papale.
«Mia cara...» Le carezza un ginocchio. «Cosa posso fare per
voi?»
Ha gli occhi pieni di lacrime. «Vi ho portato un regalo, Santo
Padre».
«Un regalo?»
Dalla scollatura estrae un involto di velluto che, aperto, rivela una
perla grande quanto un uovo di quaglia, luminosissima.
«Ah, che gioiello meraviglioso».
«Di valore inestimabile» sussurra lei.
«Sapete cosa dicono delle perle, mia cara? Che crescono dalla
rugiada che cade quando la conchiglia si apre in onore della maestà
divina di primo mattino. Più pura è la rugiada, più pura è la perla. In
Cielo, ognuna delle dodici porte è ricavata da una singola perla».
Osserva meglio il gioiello, senza perdere di vista il seno della
visitatrice. La natura ha molti modi per rendere ancora più bella una
bella donna. «Sono sicuro che è ancora più meravigliosa se
indossata. Il cardinale ve l’ha comprata qualche anno fa, vero?»
La donna annuisce con modestia.
«Ora ricordo: interessava anche a me, perché ha dimensioni
prodigiose, ma mi ha battuto nelle contrattazioni, facendo un’offerta
migliore». Qualunque altro uomo si sarebbe tirato indietro o
gliel’avrebbe presentata più tardi in omaggio; per il sangue di Cristo,
come si era divertita quella famiglia a umiliarli. «Deve esservi molto
affezionato, mia cara».
«L’ho tenuta sul cuore per molti anni, Vostra Santità».
Si sta divertendo un mondo. E perché no? Cos’altro lo diverte,
ormai? Giulia, che ormai ha le dimensioni di una vacca da latte, vive
nascosta da mesi, in attesa di partorire un bambino che ufficialmente
non esiste, perché lei non ha marito, mentre lui si trova a doversi
misurare con gentaglia di ogni genere. Amoreggiare un po’ gli
avrebbe fatto solo bene.
«Sul cuore» ripete lui. «Questo può averne solo accresciuto il
valore».
«Vostra Santità, vi prego, ora è vostra. Prendetela».
«Oh, no, non posso».
«Vi prego».
Il sorriso del pontefice non la aiuta. Gli prende la mano destra. «Il
vostro scontento nei confronti del cardinale ha gettato nella
disperazione tutta la famiglia. Temo che sua madre non sopravvivrà
alla vergogna. Preghiamo ogni giorno che troviate un modo per
riconciliarvi. Fino a quel momento, vorremmo trovare un sistema per
occuparci un poco di lui. Fargli visita, forse, con unguenti per il petto,
abiti caldi, coperte».
«Mia cara, se ha bisogno di coperte, è sufficiente che le chieda».
Ma la donna ha cominciato a piangere, e le lacrime calde cadono
sulla mano di Alessandro, che lei si porta al petto. Sembra che le si
stia spezzando il cuore. Tutti a Roma sanno quanto il papa detesti
vedere piangere una donna.
«Certamente, potete mandargli coperte, ma penso che la vostra
presenza lo ecciterebbe più di quanto sia opportuno per un uomo
malato».
Ha la pelle umida, morbida. È una perla lei stessa. Farebbe tutto
ciò che lui desidera, lo sa, ma in frangenti simili bisogna resistere
alla tentazione. Anzi, si scopre irritato al solo pensiero, come se si
trattasse di un trucco per rovinargli il piacere della vittoria. Ritira la
mano e le restituisce la perla.
Starò diventando vecchio, pensa, ma sopravvivrò a quel maledetto
traditore.

Le coperte e il cibo non fanno granché per combattere l’umidità, e


a fine febbraio il cardinale in persona fa un ultimo, disperato
tentativo.
«Ah, ci offre venticinquemila ducati per la sua liberazione».
Alessandro alza gli occhi dalla lettera. «Oh, come si è assottigliata la
sua calligrafia! Sarà la mancanza di luce naturale. È un tentativo di
corruzione, naturalmente. Ditemi, voi cosa fareste, Burckardt?»
Il maestro di cerimonie resta in silenzio. Voi cosa fareste,
Burckardt? Negli ultimi mesi il papa gli rivolge spesso domande
retoriche, come se, in assenza dei famigliari, gli servisse qualcuno
con cui discutere sul da farsi; o, meglio, per avere approvazione su
decisioni già prese. E Burckardt gli risponde, sorprendendo perfino
se stesso: «La clemenza è una qualità sacra in ogni uomo, Vostra
Santità».
«Indubbiamente» dice Alessandro annuendo. Prende penna e
carta, scrive in fretta, poi solleva il foglio e lo agita per fare asciugare
l’inchiostro prima di rileggere: Mantenete alto il morale e occupatevi
della vostra salute, mio caro cardinale. Ci occuperemo di tutte le
altre faccende, quando vi sarete ristabilito. «Ecco. Questo dovrebbe
ridargli speranza, no?»
Due giorni dopo, Giovanni Battista Orsini è morto.

«In tutta onestà non posso affermare che mi dispiaccia, ma non è


certo colpa mia. Dio si è mostrato addolorato quanto me. Abbiamo
già chiuso il suo palazzo? Bene. Allora fareste bene a recarvi al suo
funerale. Dev’essere organizzato nel migliore dei modi, come si
addice al suo rango».
Osserva Burckardt ed è sorpreso nel notare una smorfia
passeggera attraversargli il volto. È turbato? O addirittura
arrabbiato?
«Sembrate scosso, Johannes. Provavate forse affetto per
quell’uomo?»
Burckardt ha ripreso il controllo delle emozioni e non dice nulla.
«Comunque sia, in un modo o nell’altro, qualcuno deve pur
controllare l’andamento del funerale. Era un cardinale, dopotutto. Ma
forse – poiché siete molto occupato con altre faccende – posso
esimervi da questo incarico».
Torna a immergersi nelle carte. Burckardt, ritenendosi congedato,
inizia a retrocedere.
«Johannes». La voce del papa lo blocca. «Non faccio nulla che
non avrebbero fatto a me o che non mi abbiano già fatto. Non sono
stato io a cominciare queste guerre tra famiglie né a vendere le
cariche ecclesiastiche. Tutto ciò esisteva già prima di me e
continuerà dopo che avrò cessato di esistere».
Burckardt rimane in silenzio. Non è ancora autorizzato ad
andarsene.
«Capisco che talvolta è difficile avere a che fare con me». La
morte sembra indurre il papa alla riflessione. «Ma preferireste forse
servire un ecclesiastico arcigno, sempre ligio e rispettoso delle
regole? Vi assicuro, Johannes, che, se ci fosse stato Giuliano Della
Rovere al mio posto, avreste dovuto sopportarne l’alito cattivo e le
collere leggendarie. Avreste preferito? Non è meglio qualcuno che,
oltre ad arrabbiarsi, sappia anche sorridere?»
Quella notte, Burckardt lascia le sue stanze del Vaticano e
attraversa ponte Sant’Angelo per recarsi nella sua modesta dimora
vicino alla chiesa di San Giuliano dei Fiamminghi. Siede alla
scrivania e quello che ha da scrivere nel suo diario non lo occupa a
lungo.

Oggi il cardinale Giovanni Battista Orsini è morto a Castel


Sant’Angelo. Che la sua anima riposi in pace. Il papa ha incaricato il
mio collega, don Gutteri, di occuparsi dell’organizzazione del
funerale. Poiché non volevo sapere più dello stretto necessario sulla
faccenda, non ho assistito alla cerimonia né partecipato in alcun
modo ai preparativi.

Rilegge, poi rimette il libro nel forziere sotto il letto e lo chiude a


chiave. Tale era il clima di violenza a Roma che sarebbe stato
meglio, almeno per un certo periodo, non mettere per iscritto i suoi
pensieri.
32.

«Credo che vi manchi».


«Che cosa? Le cimici da letto, i dolori per il troppo cavalcare e un
governo che ignorava tutto ciò che suggerivo? Come è possibile che
mi manchino tali piaceri, Biagio?»
A Firenze sta per arrivare la primavera, e a Palazzo della Signoria
i segretari e gli scrivani hanno aperto le finestre.
Niccolò è tornato da mesi. Nelle settimane successive alla presa
di Sinigaglia si era rimesso in viaggio, mandando dispacci in fretta e
furia mentre seguiva l’esercito di Borgia che, dopo avere attraversato
gli Appennini, giungeva in Toscana, garrotando gli ultimi traditori
Orsini rimasti. Solo alla fine di gennaio aveva ottenuto il permesso di
tornare, e Firenze si era finalmente convinta che un trattato con il
duca era preferibile al rischio di diventare la conquista successiva di
Cesare. Lo avevano sostituito con un diplomatico più esperto (nome
più prestigioso, abiti migliori, ma meno perspicace) per negoziare i
dettagli. Nel frattempo, però, gli era venuta così voglia di tornare a
casa che aveva deciso di non curarsene. Era rimasto lontano quattro
mesi e ventuno giorni. Sua moglie ormai sputava fuoco dalla rabbia;
il consiglio voleva un rapporto completo immediato; e un esercito di
amici era pronto a pagargli un bicchiere pur di essere i primi ad
ascoltare i suoi racconti di cadaveri insanguinati e coltellacci affilati.
Biagio, come sempre, non molla: «Avevate ragione, il consiglio
avrebbe dovuto darvi ascolto già prima, ma sapete come vanno le
cose: tutto dev’essere discusso e soppesato dieci volte. Inoltre,
avevano la sensazione che foste…»
«Inaffidabile. O, per citarvi: “Siete un grullo se pensate che
stipuleranno un trattato con il duca”».
«Proprio un grullo, siete, se lo pensavate!» esclama Biagio
ridendo. «Vi stavo solo tenendo informato, vi guardavo le spalle! E,
comunque, dovete ammettere che in certe occasioni sembravate
alquanto… di parte».
«Di parte? A che serve avere un inviato sul terreno, se non a
valutare ciò che accade? Se Roma avesse mandato qualcuno
Oltralpe, il senato avrebbe forse saputo che Annibale non era uno
dei tanti barbari con qualche elefante al seguito. Ho scritto ciò che
pensavo, e lo penso ancora. Non si è mai visto un uomo come lui, di
questi tempi».
«Nessuno ha nulla da ridire su questo, ormai. Adesso cosa
succederà?»
«Mangiamo. Ho promesso a Marietta che non sarei tornato tardi».
«Intendevo sulla scena politica, non parlo della cena!» protesta
Biagio, godendosi la rara sensazione di essere più veloce di chi
solitamente è sempre un passo avanti. «Sapete cosa dicono di voi,
Macchia? Che il donnaiolo più attivo di Palazzo della Signoria si è
innamorato di sua moglie. Dio aiuti tutti gli altri mariti della città».
Alza le mani come a proteggersi da una malattia contagiosa. «Anche
in questo, però, ho preso le vostre difese». Continua, mentre
attraversano il ponte verso i quartieri sud della città. «Dico loro:
Cesare Borgia non era certo un avversario più temibile di Marietta
Machiavelli quando è arrabbiata. Mio Dio, ricordate il giorno in cui
siete tornato a casa con il pezzo di seta e il pettine che mi avevate
fatto comprare per non presentarvi da lei a mani vuote? Se volete la
mia opinione, dovreste dimenticare la Storia. Scrivete un trattato su
come rabbonire le mogli infuriate, invece. Potreste guadagnare una
fortuna, con quello».
Anche Niccolò ride, ora. Marietta aveva accumulato e poi sfogato
rabbia come uno dei terribili temporali estivi fiorentini, tutto lampi e
tuoni assordanti. Machiavelli aveva perfino avuto una mezza voglia
di passare a trovare una vecchia amante vicino al ponte di
Rubaconte, se non fosse che anche lei si aspettava un regalo, dopo
tanto tempo. Alla fine, invece, era tornato a casa perché, nonostante
la tempesta che lo aspettava laggiù. Sentiva la mancanza della
moglie e il bisogno prepotente di dormire nel suo letto.
Gli ci era voluto un certo tempo, però, per riuscire a entrare in
casa.
«Il motivo per cui affermate di non riconoscere la voce di vostro
marito è che ha cavalcato tre giorni e ha la gola piena di polvere»
aveva gridato di rimando. «Aprite la porta, donna, o la butto giù».
Una volta dentro, dopo avere scavalcato i bauli di libri accanto alla
porta, che presumibilmente Marietta progettava di buttare fuori
insieme al loro proprietario, l’aveva trovata seduta con un rametto
fiorito tra i capelli arricciati e un profumo che si sentiva fin
dall’ingresso. Una donna che si dà tanta pena per apparire al meglio
e si prepara a buttare fuori di casa il marito? A che cosa gli serviva
fare il diplomatico, se non era capace di andare oltre quei messaggi
contraddittori? Si era sforzato di non sorridere.
Aveva gettato i bagagli a terra e, senza una parola, le si era
avvicinato e l’aveva baciata. Quando Marietta aveva aperto bocca
per parlare, gliel’aveva coperta con una mano e aveva detto con
fervore (se si fosse messo a ridere, la sua carriera di politico ne
avrebbe patito immensamente): «Prima che tu dica una parola: ho
mangiato al tavolo del demonio per quattro mesi, ho visto uomini
tagliati in due, altri assassinati con la garrota, il volto viola come un
fico maturo. Ne ho più che abbastanza di rabbia e violenza. Sono
sano e salvo, sono a casa e sono stanco. Se non ti va bene, me ne
vado e mi troverò una donna che sappia accogliermi in modo
migliore. E le darò la pezza di seta rossa e il pettine di tartaruga che
mi sono portato dietro per mezza Italia per te».

Tre mesi dopo è incinta, vomita ma è felice. Seguire un duca


donnaiolo ha dato i suoi frutti.
Quella sera, lui e Biagio mangiano fave fresche con pecorino
stagionato e vino novello per festeggiare l’arrivo della primavera.
Poi, quando la serva ha sparecchiato, Marietta si siede davanti al
focolare spento a cucire, mentre i due uomini parlano di politica,
gustando paste al limone e sorseggiando limoncello. Le prime
settimane di gravidanza l’hanno stancata molto e tra poco si
addormenterà, ma le piace il suono delle loro voci, la sensazione di
una casa aperta agli amici di suo marito. Qualunque cosa le riservi la
vita, Marietta Machiavelli ora è una donna soddisfatta.
«Allora? Di cosa si parlerà domani in consiglio? La vostra idea di
una milizia cittadina non ha attecchito, vero? Che volete, più di così
non potevate fare. Parlare della caduta di Costantinopoli, però, è
stato geniale. Molto meglio dei soliti paragoni con l’antica Roma».
Niccolò si stringe nelle spalle. In quelle ultime settimane ha
tempestato il gonfaloniere di relazioni dettagliate e perfettamente
argomentate, su tutte le conoscenze acquisite di recente: la più
radicale è la creazione di un esercito fisso al posto dei mercenari,
ma servono soldi e a lungo termine non vale la pena. Nessun
governo tiene ad aumentare le tasse per sostentare qualcosa di cui
si augura di non avere bisogno. Invece, il bisogno ci sarà, Niccolò ne
è certo. E, anche se per ora gli hanno risposto di no, lui sa che
un’idea, una volta piantata e innaffiata, ha bisogno di tempo per
crescere. Al momento, però, la questione più urgente è capire cosa
passa per la testa del duca.
Biagio infilza un pezzo di pecorino con il coltello. «Non ha senso,
mezza Italia aspetta la sua prossima mossa, e lui sta a Roma con il
suo seguito e bisticcia con il padre».
Attende una risposta, ma se il suo capo non l’ha, non ce l’ha
nessuno.
Bisticcia con un padre che è anche il papa. Quando Niccolò
ripensa alle sue conversazioni con Cesare (alcune le ricorda a
memoria), resta colpito nel rendersi conto di quante poche volte
fosse stato citato Alessandro. Evidentemente i giovani preferiscono
non dovere sentirsi in debito, ma…
«Credo sia occupato con le questioni della Chiesa. Se il papa sta
invecchiando troppo in fretta, come dicono le voci che circolano, il
duca vorrà intervenire sulla scelta del successore, e per questo gli
servono…»
«… Molti più cardinali leali ai Borgia». Marietta è ancora occupata
col rammendo e borbotta le parole sottovoce.
«State parlando nel sonno, mia cara» dice forte Niccolò. «Andate
a dormire».
Sono ben poche le donne a Firenze che sanno – o osano –
parlare di politica apertamente e, se a volte lui le dà corda – come gli
capita di fare, quando Marietta insiste –, è con la certezza che non lo
metterà in imbarazzo davanti ad altri. La moglie sbadiglia e avvicina
il capo al rammendo, riservando il sorriso ad ago e filo. Biagio, che le
volta le spalle, non dà segno di avere udito. Del resto, è un amico
fidato.
Un uomo innamorato della moglie, ah! Niccolò si schiarisce la
voce rumorosamente.
«La nomina di nuovi cardinali gli garantirà voti nel conclave, e il
denaro da loro versato alimenterà subito il suo fondo per la guerra. Il
papa ha appena creato ottanta nuove cariche da vendere all’interno
della Curia a settecentosessanta ducati l’una». Fa una pausa, quasi
sfidando Marietta a fare il calcolo.
«E poi? Conquisterà Arezzo, Pienza e le altre città toscane? E al
diavolo i francesi?»
Niccolò sorride: «Avanti, Biagio, i francesi si stanno rovinando con
le loro stesse mani. Avete letto anche voi i dispacci provenienti da
Napoli. Gli spagnoli stanno facendo venire navi piene di truppe. Luigi
ha aspettato troppo a invadere. I pochi baluardi sotto il controllo
francese potrebbero trovarsi in difficoltà tra non molto. Per tutto
questo tempo ha assecondato i Borgia perché ha bisogno
dell’appoggio del papa e dell’esercito del duca nella sua marcia
verso sud. E se gli spagnoli cominciassero a marciare verso nord e il
papa cambiasse alleato? Allora Cesare Borgia potrebbe entrare in
Toscana forte di un’alleanza con la Spagna».
Biagio scrolla il capo: ha una scrivania carica di rapporti non
ancora del tutto digeriti, ma il suo amico, che ha letto tutto, conosce
il futuro oltre che il passato. Nel silenzio che segue, il respiro
pesante, regolare di Marietta li riporta con la mente alla quotidianità
del matrimonio.
Quando il suo ospite se n’è andato, Niccolò la sveglia con
dolcezza. Lei si alza quasi come un automa, prendendo il cucito e
dirigendosi in camera da letto. Poi lui si reca nel suo studio ed estrae
dal baule un fascio di fogli.
Sta scrivendo – quando ha tempo – un resoconto della
cospirazione di Sinigaglia, aggiungendo i dettagli di ciò che allora
non poteva sapere. Livio gli tiene compagnia, perfezionando il suo
linguaggio, coltivando l’eleganza, ma lasciando sempre che sia
l’elemento drammatico a parlare. Due dei ribelli – Vitelli e da Fermo
– erano morti quella sera, strangolati mentre sedevano legati su due
sedie, schiena contro schiena. Gli altri erano partiti dalla città in
veste di prigionieri ed erano stati giustiziati più avanti, quando
l’esercito aveva attraversato la Toscana; un mattino i loro corpi erano
stati esposti strangolati, con le corde ancora strette attorno al collo.
Si diceva che avessero implorato pietà, incolpandosi l’un l’altro del
tradimento. La loro vigliaccheria sembra la degna conclusione della
storia. Del resto in quale altro modo avrebbe mai potuto raccontarla
il vincitore?
Niccolò possiede, però, anche un’informazione di prima mano. La
mattina dopo la presa di Sinigaglia, era uscito, nell’alba gelida, in
cerca di un cavaliere disposto a consegnare il suo dispaccio. Sulla
città regnava la calma – perfino i saccheggiatori devono dormire, di
tanto in tanto – e si era avventurato per le strade a parlare con chi gli
capitava a tiro, quando gli era comparso davanti il duca in persona
con alcuni uomini armati. Il Valentino lo aveva salutato con grandi
effusioni, come se si trattasse di un amico perso di vista da un
pezzo.
«Avete visto com’è andata a finire, signor Sorriso?» gli aveva
detto, indicandogli la città attorno a loro. «Ve l’avevo predetto quella
sera, quando voi e il vostro vescovo mi avete chiesto udienza a
Urbino. Vi avevo detto che avrei abbattuto i signorotti e i tiranni che
stavano rovinando il Paese. Tutto quello che mi serviva era
un’occasione, e sapevo già che l’avrei avuta. Non c’è uomo in Italia
che non pensi che stiamo meglio senza di loro. Ho ragione o no?»
Ah, vivere i momenti cruciali della Storia. Biagio ha ragione:
comincia a sentirne la mancanza.
33.

Fortuna: corrispondenza fortuita di tempi, luoghi e persone, il


presentarsi di opportunità, la capacità di cogliere l’istante.
È impossibile sapere cosa sarebbe potuto accadere se Alfonso
d’Este fosse tornato a Ferrara prima. Se, per esempio, avesse
abbreviato il suo pellegrinaggio e fatto ritorno prima che Lucrezia
reintegrasse la corte. Sarebbe stato un bel gesto: l’uomo che l’aveva
scortata fino alle porte del convento tante settimane prima e che ora
l’accompagnava a casa.
Ma ogni viaggio compiuto durante l’inverno comporta una certa
dose di incertezza, e il peggioramento delle condizioni climatiche gli
offriva l’occasione di osservare meglio alcune fortificazioni, giacché
tutte quelle campagne militari e cospirazioni stavano accelerando il
rinnovo e la ricostruzione delle strutture difensive. Ora, che la
Fortuna sorrideva al cognato, era ancora più opportuno approfondire
le conoscenze sull’argomento, cosicché, se si fossero rivisti in futuro,
avrebbero potuto trarne giovamento entrambi. Alfonso è destinato a
mostrarsi saggio nelle questioni di guerra, ma ignorante in fatto di
donne; o, almeno, riguardo all’unica donna della sua vita che non è
tenuto a pagare.
Quando torna a casa, si presenta prima davanti a suo padre e
prende appuntamento per cenare più tardi con sua moglie.
«Non l’hai ancora vista? Ti aspetta una sorpresa. È tornata a
risplendere. Adesso è davvero una duchessa» continua Ercole con
voce adorante. «Le meraviglie della vita in convento! Sei un uomo
fortunato, figlio mio».
Ma Alfonso non nutre fantasie erotiche sulle suore, e la traccia di
eccitazione nella voce del padre lo disgusta. Vorrebbe alzarsi e
andarsene subito, ma vi sono stati cambiamenti nel paesaggio
politico da quando è partito, e le questioni di Stato hanno sempre il
sopravvento.
È tardi, quando arriva nelle stanze di sua moglie. Niente di nuovo
nel matrimonio estense, quindi.
Non proprio, in verità.
Ha fatto il possibile: si è lavato per liberarsi della polvere residua
che gli si è appiccicata addosso lungo la strada, si è fatto pareggiare
la barba e i capelli, si è cosparso di profumo.
Lucrezia non è ancora a letto. Siede davanti al camino, con i resti
del pasto – ormai freddo – davanti. Per passare il tempo e rilassarsi
ha letto – poesia, cos’altro? – ma ripone i fogli non appena le viene
annunciato l’arrivo del marito.
Alfonso si scusa del ritardo, e siedono per un poco a parlare,
mentre il grande letto pare danzare, in un angolo, alla luce tremula
delle candele. Il viaggio è stato utile: le dice di ciò che pensa dei
trionfi del fratello di lei, di come, a giudizio di tutti, sarà il nuovo
signore di Sinigaglia prima che le nevi si sciolgano. La sua
ammirazione è palese, e lei lo ascolta con attenzione, con le guance
arrossate dalle fiammelle. È guarita alla perfezione, è evidente.
«Mio padre mi ha detto che ha approvato il versamento della
vostra rendita per intero».
«Sì, è stato generoso da parte sua».
Risponde con un grugnito. Maledetto ipocrita, pensa. Si chiede se
raccontarle quale ruolo abbia avuto lui in quella faccenda, ma
significherebbe congratularsi con se stesso, cosa di cui non è
capace.
Cade il silenzio tra loro. Il letto sembra chiamarli. Lungo il viaggio
ha imparato qualche nuovo trucco dell’arte amatoria: certe donne gli
hanno fatto pagare più del solito e si sono dimostrate abili nel
prendere (o simulare) piacere, oltre che nel darlo. Immagina che lo
stesso potrebbe accadere anche quella notte, ma non ne è certo.
Non è da lui, e gli pare che ci sia qualcosa che non va in sua moglie.
Certo, è ingrassata e molto graziosa, ma emana un’aria di fragilità
che lo mette a disagio. Ed entrambi sono ancora vestiti.
Il tempo a volte è crudele.
Anche se è vero che Lucrezia ora si interessa alla poesia – ed è
già quasi innamorata dell’uomo che la compone – non è un
problema, quella sera. Il problema è che, pur avendo un aspetto
sano, all’interno del suo corpo sta accadendo qualcosa di
sgradevole.
Gli siede di fronte, e il cuore le batte forte. Cosa può dirgli? Negli
ultimi giorni, le sono tornati i bruciori che avvertiva dopo il parto,
tanto che quel pomeriggio, dopo il bagno, ha deciso di applicare un
poco dell’unguento donatole dalla suora del dispensario. Non
appena ha infilato dentro un dito, però, ha avvertito un dolore
intenso, tanto che le è sfuggito un grido. C’era forse un ostacolo o
una ferita si era riaperta? Perché? Come? E che effetto le farà
quando a penetrarla non sarà più solo un piccolo dito?
Un esercito di maschi, pensa, guardando le mani rovinate del
marito mentre la conversazione tra loro stenta a riprendere. «Non
appena starete meglio, ci rimetteremo all’opera: un esercito di
maschi». Quelle erano state le sue parole mentre lei si trovava tra la
vita e la morte. Lucrezia non le aveva sentite, stava troppo male, ma
le sue dame di compagnia gliele avevano ripetute spesso,
trovandole romantiche nella loro grossolanità.
È giunto il momento. Alfonso passa dalle latrine, mentre lei con
l’aiuto di Catrinella si prepara per il letto e sceglie una camicia da
notte nuova, ricamata, prima di infilarsi tra le lenzuola.
«Spegni le candele uscendo» le dice congedandola. Così lui non
avrebbe visto il terrore che le deforma i tratti.
«Avete le mani fredde» mormora Lucrezia con un risolino, quando
la tocca, e si ritrae d’istinto.
Lui brontola ma si strofina le mani e vi soffia sopra. Si sporge su di
lei, posa le labbra sulle sue, baciandola lentamente, con piccole
esplorazioni superficiali prima di avventurarsi più in profondità. Per
un momento va tutto bene. All’inizio lei lo asseconda.
Con la bocca lui scende lungo il collo, poi passa al seno, dove le
prende delicatamente un capezzolo tra i denti. Preliminari, ad alcune
donne piacciono. (Si sforza di pensare anche a lei, insomma). Sente
il respiro di Lucrezia accelerare, proprio come il suo. Ma non appena
con la mano scende più in basso, cercando tra le pieghe vellutate un
angolo umido, come fa con altre donne, lei si blocca e caccia un
grido soffocato.
Alfonso si ritrae tanto fulmineo che si direbbe che a sentire male
sia stato lui.
Per un attimo giacciono l’uno accanto all’altra nel buio, col respiro
corto. Alfonso ha compiuto uno sforzo considerevole nell’immaginare
una serata diversa, ed è arrabbiato – o deluso – senza riuscire a
spiegarsi fino in fondo il perché.
«Siete guarita, no?» chiede sgarbato, infastidito dall’incapacità di
esprimersi meglio e dalla necessità di toccare certi argomenti.
«Sì, ma…» Le trema la voce. Oh, santa Madonna, aiutami, pensa.
«Da un paio di giorni mi è tornato dolore dove ho espulso il bambino.
Non me ne sono accorta fino a… Oh, mi dispiace».
È vero, mi dispiace tanto.
Ma “mi dispiace” non sono le parole che Alfonso d’Este vuole
ricevere a letto. Se lo è sentito ripetere fin troppe volte dalla prima
moglie. Anzi, dopo qualche tempo non diceva più niente, giaceva
come un cadavere, mentre la paura emanava da lei come un
profumo. Il dovere coniugale tra loro era stato un atto violento, e
perfino ora che è morta la detesta per quello.
«Forse, se siamo cauti…» propone lei esitante.
Ma neanche “cauti” è la parola giusta, maledizione. Ormai gli si è
irrimediabilmente inflaccidito.
«Lo faremo un’altra volta» ribatte lui con freddezza, alzandosi dal
letto. «Mi direte voi quando. Vi mando le vostre dame».
«No! Vi prego, Alfonso, restate! Possiamo parlare».
È già mezzo vestito e sta armeggiando con i bottoni infuriato.
«Non siamo qui per parlare» risponde.
«Oh, ma Alfonso, non intendevo… Aspettavo con ansia il vostro
ritorno» esclama convinta, altrettanto turbata. «Non avrebbe dovuto
andare così».
Ma il marito è già sulla porta.
I suoi singhiozzi svegliano Catrinella dal giaciglio accanto all’uscio,
e la ragazza non si preoccupa neanche di bussare prima di
precipitarsi dentro.
«Cosa succede, signora?»
«Oh, che disgrazia». Le lacrime le impediscono quasi di parlare.
Cosa c’è che non va in lei? Possibile che la fatica di partorire quel
misero corpicino le abbia rovinato le parti intime, compromettendo
per sempre la sua capacità di avere altri figli? «Aiutami. Portami
carta e penna e trova un messaggero. Dovrà partire all’alba».
Nel dispensario del Corpus Domini, l’infermiera siede alla
scrivania nell’ora di lavoro mattutina. Ha la lettera davanti a sé.
Ritorno dell’indolenzimento, bruciore al contatto: un’altra lesione
nel passaggio vaginale? Com’è possibile? Vero che non ha
esperienza diretta del travaglio e del parto, ma ha studiato. E ora,
un’altra ferita? Non ha senso.
Si copre il volto con le mani, come immersa nella preghiera.
A meno che… A meno che non sia il sintomo di qualcos’altro.
Nel mondo accadono fatti che a una povera suora del dispensario
non è dato conoscere. Oltretutto, i pettegolezzi non fanno per lei, ma
avrebbe dovuto essere sorda e stolta per non sentire parlare di
quella malattia che per anni ha devastato l’Italia, e la corte di
Ferrara.
Quando era stato? La morte della prima moglie del futuro duca,
durante il parto… Quattro, cinque anni prima. Ogni membro della
corte aveva osservato il lutto e partecipato al funerale. Tutti, tranne
uno: il marito. Si diceva che il futuro duca Alfonso stesse troppo
male, a causa di un accesso di febbre, per uscire da palazzo. Ma i
pettegolezzi erano altri: si mormorava che avesse invece un attacco
di mal francese, e che fosse troppo sfigurato per mostrarsi in
pubblico.
E non era l’unico a soffrirne. Sembrava che mezza città ne fosse
colpita, compresi due dei figli più giovani del duca. Uno di loro,
Ippolito d’Este, era cardinale! Roma, si diceva, ne era infestata. Ne
soffriva anche il figlio del papa, con il bel viso a tal punto deturpato
dalle pustole che aveva cominciato a indossare una maschera.
Ufficialmente non se ne parlava all’interno del convento, se non in
modo vago, quando si pregava per la buona salute della famiglia
estense. Se quella epidemia era la via scelta da Dio per mostrare a
tutti la corruzione del mondo, allora forse avrebbe dimostrato pietà
per coloro per i quali si levavano più preghiere. Con tutti quei
conventi e tutte quelle chiese, a Ferrara a quanto pare si era
dimostrato clemente. Il futuro duca era guarito – anche se qualcuno
diceva che avesse le mani ancora molto rovinate – e alla fine, come
tutti i pettegolezzi, anche questo era stato rimpiazzato da altri, più
recenti.
Ma ora che ha davanti la lettera di Lucrezia, suor Bonaventura non
ne è più tanto sicura. Il mal francese: cosa sa lei di questa malattia?
Solo che è giunta dal sud con l’esercito francese, che Dio usa le
donne disonorate come strumento per diffonderla e che si può
sapere quando un uomo le ha frequentate perché gli si leggono in
faccia i segni del male. E nelle donne? Quelle che la accolgono
dentro di sé e la trasmettono? Anche loro devono soffrirne in modo
orribile, perché sono colpevoli almeno quanto gli uomini, ma come si
manifesta in loro? Pustole sul viso e sul corpo? Certo che no,
nessun uomo avrebbe mai giaciuto con una donna sfigurata. Se la
malattia è tanto contagiosa, è mai possibile che si trasmetta solo in
un senso? Dio ha forse decretato che gli uomini contagino solo altre
prostitute? Perché, altrimenti, come avrebbe fatto a propagarsi con
tanta velocità in tutto il Paese? Oppure… Cosa succede quando
quegli stessi uomini tornano a casa dalle loro mogli? No, è
inconcepibile.
Lesioni del passaggio vaginale. Può lavorare nel suo dispensario
per cent’anni, ma ci sarebbero sempre altri, fuori del convento, che
ne sanno più di lei. L’umiltà è una qualità apprezzata in un buon
convento, ma non sempre basta per mettere a tacere la frustrazione.
Cosa fanno tutti quei medici di corte che si sono occupati della
duchessa? Uno di loro non era il medico personale di Cesare
Borgia?
Chiede un colloquio con la badessa. Se ha ragione, avrà bisogno
del permesso perché la sua lettera esca dal convento senza il
controllo della guardiana, che legge e sottopone a censura tutta la
corrispondenza.
La badessa ascolta con calma; l’unico segno di nervosismo è il
movimento delle dita, che tiene in grembo e si incrociano e si
allontanano senza sosta.
«Capisco la vostra preoccupazione, suor Bonaventura, ma ciò che
chiedete è impossibile. Una suora di un dispensario in un convento
di clausura non può scrivere a un medico a Roma».
«Ma non è solo un medico, è anche un sacerdote».
«Non importa. Una comunicazione del genere, con simili
domande, potrebbe solo causare scandalo al convento e all’ordine».
Suor Bonaventura resta a fissare la trama grossolana dell’abito,
macchiato dai prodotti del dispensario. Cosa si aspettava? «La
duchessa ha bisogno del nostro aiuto, madre badessa».
«Allora, faremo quello che sappiamo fare meglio e pregheremo
per lei. La mia decisione è senza appello, sorella. Non intendo più
parlarne». La guarda con severità. «Ditemi, avete già scritto questa
lettera?»
La donna anziana non incrocia il suo sguardo. Non sa mentire.
«Capisco. L’avete con voi?»
La badessa aspetta e tende la mano per prendere il plico che le
viene porto.
Rimasta sola, la legge una, due volte. Riflette, poi si reca alla
scrivania e prende un foglio di carta e un calamaio. È un grande
privilegio essere il convento scelto dalla duchessa di Ferrara, ma
tale privilegio comporta anche delle responsabilità, e quello è affare
della badessa, non delle monache di clausura. Quella sera prega per
la famiglia d’Este, per i loro eredi e per il bene di tutti loro.

Nelle sue stanze di Roma, Torella apre il forziere contenente il suo


archivio. Sei anni di ricerche e corrispondenze in Italia e in diverse
parti d’Europa. Se esiste risposta alla lettera straordinaria che ha
appena ricevuto, si trova lì. Ma prima ancora di cominciare, è sicuro
che non troverà nulla.
Non era presente al simposio sulla malattia tenutosi a Ferrara
nella primavera del 1497 (il suo paziente, Cesare Borgia, non era
ancora stato infettato), ma aveva sentito le voci che circolavano sulla
corte estense, ed evidentemente aveva notato le mani di Alfonso. È
esperto dei molti tipi di eruzione cui può andare soggetta la pelle di
un uomo, lasciando stigmate insolenti nelle parti più colpite; parti
che, come la malattia stessa, possono cambiare da un uomo
all’altro.
Avendolo studiato con la maggiore cura possibile, è convinto che
le cicatrici del futuro duca siano vecchie, ma irritate dal suo lavoro in
fonderia, perché sotto tutti gli altri aspetti è robusto e sano.
Dev’essere uno di quelli che sconfiggono naturalmente la malattia
senza subirne danni ulteriori, perché, come Torella sa meglio di
chiunque altro, il decorso di quel male può essere assai diverso da
un uomo all’altro.
Da un uomo all’altro: è una frase che ha usato spesso nel suo
trattato. Ma quelle parole assumono ora un significato diverso.

… Avendo trattato la nostra ospite nel convento dopo la sua


malattia, la mia sorella del dispensario, monaca umilissima e santa,
desiderosa di trovare rimedi divini in natura, ha bisogno di consigli
che solo voi potete fornirle… Vi prego di consentirmi di porvi alcune
domande da parte sua…

Rileggendo la lettera, vorrebbe sprofondare.


Nel corso degli anni, lui e tutti gli altri medici hanno scambiato
appunti ed esperienze, ma hanno studiato soltanto gli uomini.
Evidentemente hanno parlato anche di donne, ma in astratto, nel
ruolo di portatori da tenere sotto controllo: si è discusso del bisogno
di chiudere i postriboli, di allontanare le prostitute dalle strade, di fare
in modo che non siano alla portata degli uomini. Lui stesso aveva
prescritto simili consigli, ma non gli era mai venuto in mente di
occuparsi delle donne in quanto pazienti, di esaminarle. Fin dal
peccato originale di Eva in paradiso, Dio aveva mostrato la donna
come strumento di tentazione cui l’uomo deve cercare, spesso
senza successo, di resistere. Sono gli umori corrotti delle figlie più
depravate di Eva il problema. Se queste figlie diventano vittime della
propria intemperanza, non lo ha mai considerato un problema suo,
giacché sono, sono… Ebbene, non sono donne come la duchessa.

Madre badessa, in base al mio lavoro considerevole svolto sulla


malattia vi posso assicurare che le paure della vostra sorella del
dispensario sono infondate, e la causa del disturbo della paziente
può solo essere, in un modo o nell’altro, un’ulteriore conseguenza
della nascita del bambino morto.
Ripensa a quei giorni e a quelle notti concitate, in cui tanti medici
erano in competizione per primeggiare, molti più esperti di lui in
problemi femminili. Lui si era trovato combattuto tra l’opinione del
medico del duca Ercole, esperto di febbre e gravidanza, e la
diagnosi più contorta del medico curante del papa, il vescovo di
Venosa, che aveva voluto leggere nella malattia della duchessa uno
squilibrio di umori.
«Donna Lucrezia è sempre stata assai emotiva» aveva confidato a
Torella un giorno, mentre, facendosi aria per combattere l’afa
ferrarese, aspettavano la crisi successiva. «Soffre di cambiamenti
repentini di umore e prova sentimenti esagerati. Salassi regolari le
farebbero meglio di tanti impiastri allo stomaco».
Cambiamenti repentini di umore e sentimenti esagerati: un tratto
ereditario. Ricorda quando l’aveva vegliata, in preda alla febbre dopo
il parto del feto morto, quando si era destata e gli aveva parlato:
«Non preoccupatevi. Non c’è battito. Sono morta».
Nel delirio provocato dalla febbre, era stata lucida.

La paziente ha attraversato un momento difficile, e questo trauma


può avere avuto un’influenza sullo spirito oltre che sul corpo; può
soffrire di tensione nervosa, il che potrebbe spiegare i “sintomi” che
emergono ora, quando deve tornare ai “doveri” di cui mi parlate. In
questi casi, la migliore soluzione consiste nel praticare dei salassi
per ripristinare l’equilibrio nei suoi umori.

Sì, certo, così andrà bene.


Certo che ha ragione, perché in caso contrario tutto il suo trattato
va rivisto. E cosa dovrebbe scrivere, allora? Che in tutta Europa le
donne di stirpe reale o di nobile lignaggio, educate alla verginità o
alla fedeltà, possono trovarsi a soffrire di pustole interne perché i
mariti le hanno contagiate con il loro peccato? Quale scompiglio
causerebbe una simile notizia, se trapelasse. Impossibile.
Firma, versa sabbia sull’inchiostro per asciugarlo e sta per sigillare
il dispaccio, quando impugna di nuovo la penna, d’impulso.
Lo ripeto, non ho trovato prove che confermino i vostri timori.
Tuttavia, considerando la sete di sapere dimostrata dalla vostra
umile sorella, vi offro qualche idea sui rimedi che, con la grazia di
Dio, ho trovato in natura e usato con maggiore successo sui pazienti
che ho avuto il privilegio di curare…

Ha l’abitudine, in quanto studioso di medicina, di conservare nel


proprio archivio tutte le lettere che riceve e una copia delle sue per i
posteri. Questa volta, invece, non serba nessuna copia e getta nelle
fiamme la missiva del convento del Corpus Domini.

Quattro giorni dopo, suor Bonaventura è convocata nella cella


della badessa e riceve il permesso di ordinare certi prodotti
dall’esterno perché non li ha nell’orto. Sa già qualcosa delle
proprietà del mercurio. È una medicina aggressiva e, applicata in
una zona tanto delicata, andrà addolcita e diluita con una dozzina di
altri unguenti che conosce bene, ma che ora userà con rinnovata
cautela.
«Onorata duchessa, state certa che avrò qualcosa da mandarvi
nel giro di qualche settimana. Nel frattempo le mie preghiere
lavoreranno alacremente quanto le mie mani».
Per fortuna la duchessa può contare sul sostegno della preghiera.
34.

In Vaticano, ora che la sete di vendetta si è placata, Alessandro si


sente svuotato, quasi pigro. Trascorre sempre più tempo nel giardino
fuori dei suoi appartamenti. Gli alberi di arancio, fatti arrivare da
Valenza dieci anni fa, ora sono maturi e stanno per fiorire. È un
momento che aspetta con ansia ogni anno e nell’attesa si fa portare
fuori il trono papale, per ricevere all’aperto qualche ambasciatore e
inviato, anche se spesso, al momento convenuto, lo trovano curvo,
con la testa appoggiata al petto; sembra profondamente
addormentato. È capace di restare in quella posizione per ore, come
un gigantesco pitone sdraiato al sole, impegnato a digerire una
preda troppo grossa per lui. Come se avesse ingoiato mezza
famiglia Orsini.
Invece, non sempre dorme. A volte fantastica. L’arrivo dei fiori
d’arancio gli dà alla testa, il profumo dolce e pungente è così diverso
dal sapore del frutto che verrà: uno entra dal naso, l’altro esplode
sulla lingua. Un altro dei miracoli di Dio, umile e magnifico insieme.
Ama questo momento, perché gli ricorda dolorosamente la Spagna e
la sua patria. C’erano alberi di arancio a Xàtiva, quando era
bambino, ma non ne era rimasto colpito fino a quando non si era
trasferito a Valenza, nel palazzo del vescovo suo zio, dove il giardino
ne era pieno.
Valenza. Nessuna città ha il fascino di quella dove un ragazzo
diventa uomo e, nonostante tutta la magniloquenza e l’enfasi con cui
si esaltano le bellezze di Roma, era stata Valenza a fare di Rodrigo
Borgia quello che è: un uomo innamorato delle donne, della
ricchezza, dei fiori d’arancio e del sapore delle sardine.
Se chiude gli occhi, gli pare ancora di essere là: un sole estivo
abbacinante, attenuato appena dalle finestre di alabastro, botteghe
colme di seta e argenteria, profumi di carne e pesce alla griglia,
edifici nuovi e vicoli bui; mille cose tra cui scegliere per un ragazzo di
campagna di buona famiglia. Nel corso degli anni aveva avuto a
disposizione alcune delle donne più belle di Roma ed era rimasto
incantato dalla loro pelle liscia, chiara, dai capelli d’oro, ma il primo
vero odore di donna, genuino e grezzo, il succo autentico del
desiderio, lo associa a capelli neri e spettinati, ascelle pelose, pelle
scura. «Bambino del palazzo del vescovo, sei cresciuto. Dammi
qualche moneta, e ti faccio crescere ancora un po’».
Come era concepibile che qualcosa di così meraviglioso fosse
un’offesa a Dio? aveva pensato dopo, e non aveva mai smesso di
pensarlo. Naturalmente si era confessato (non era ancora stato
scelto per prendere i voti), ma come poteva pentirsi sul serio? I semi
della dipendenza erano stati piantati, e neppure la prospettiva
dell’inferno poteva fermarlo. A ogni peccato, l’assoluzione era
diventata più facile.
Ah, quelle prime donne di Valenza. Anche se Giulia era il premio
più grande che un uomo potesse avere, l’unica che si era davvero
avvicinata a loro, che aveva l’odore della terra mescolato al profumo,
era Vannozza. Non c’era da stupirsi che i suoi figli fossero tanto
meravigliosi. I capelli che le ricadevano su quello splendido seno
turgido mentre gli lavava i piedi, quando lui tornava dopo avere
sbrigato gli affari della Chiesa… Era la sua Maria Maddalena, come
amavano dire scherzosamente tra loro. E che risata aveva: pareva
uno scampanio, rideva con tutto il corpo. Oh, sì, Vannozza sarebbe
stata una splendida meretrice spagnola. Ripensando a lei si sentiva
quasi ringiovanire.
«Vostra Santità! Vostra Santità!»
Si riscuote all’istante. «Che cosa c’è? Non c’è bisogno di urlare.
Non sto dormendo, tengo solo gli occhi chiusi».
«L’ambasciatore spagnolo chiede un’udienza il più presto
possibile. Ha da comunicare notizie urgenti da Napoli. E il duca
Valentino chiede di vedervi subito dopo».

Dalle sue stanze al piano superiore degli appartamenti Borgia,


Cesare osserva il padre fantasticare. In queste ultime settimane le
loro relazioni si sono deteriorate notevolmente. Il piacere provato
schiacciando i ribelli a Sinigaglia è passato in fretta. Si è trattato
soltanto di un messaggio per essere certo che in futuro certe cose
non accadano più. Gli Orsini, esperti in politica, l’avrebbero capito. Il
vecchio cardinale aveva meritato di morire – era al corrente dei rischi
che correva quando aveva accettato di partecipare al complotto –
ma la pubblica umiliazione, e l’autocompiacimento evidente del
papa, erano stati, secondo Cesare, eccessivi. Quando aveva
marciato verso Roma con il suo esercito, si erano scontrati
sull’argomento per via epistolare: Alessandro aveva mandato
missive ogni giorno, pretendendo che lui assediasse ed espugnasse
tutte le fortezze Orsini a nord della città. Non voleva fermarsi, finché
quella famiglia non fosse stata cancellata dalla faccia della Terra.
Cesare l’aveva ignorato. Negli ultimi mesi ha cominciato ad ascoltare
suo padre solo quando dice qualcosa che gli va di sentire.
«Abbiamo molte ragioni per festeggiare, ma debbo dire che
ultimamente fai sempre di testa tua». Il papa aveva accolto il suo
ritorno con una collera che penava a celare. «Dio solo sa quanti
dispacci ti ho mandato nel corso della tua campagna, e in cambio
solo un fragoroso silenzio».
«Vi ho detto ciò che dovevate sapere, padre. Roma non sa
mantenere i segreti, e la discrezione era essenziale».
«Come? Stai dicendo che non so tenere a freno la lingua?»
«No». Era proprio quello che intendeva, invece. «Dico soltanto
che più informazioni circolavano, più c’era rischio che fossero
intercettate e i nostri piani scoperti».
«Bah! Non c’era nessun pericolo, però, nel caso delle fortezze
degli Orsini, perché ormai eravamo in guerra aperta con la famiglia.
Ti assicuro che il tuo rifiuto di attaccarle mi ha fatto apparire come un
idiota».
«Avreste fatto brutta figura, se non fossimo riusciti a espugnarle,
invece. Abbiamo cose più importanti da fare che prendere d’assedio
castelli che avrebbero potuto resisterci per mesi».
«Cosa è più importante del punire gli uomini che hanno ucciso
Juan?»
Juan! L’assassinio dell’amatissimo Juan! Alla fine, tutto si
riconduceva a quello.
«Gesù Cristo, padre! Juan è morto da sei anni. Per quanto tempo
continuerete a piangere sulla sua tomba?»
«Come osi?» aveva gridato il papa di rimando. «Non bestemmiare
in mia presenza e non parlarmi con quel tono, né ora né mai!»
Nel frattempo si erano riuniti diversi ufficiali del Vaticano davanti
alla porta, attratti dalle urla e incapaci di interpretare il catalano
parlato in modo così convulso. In assenza di Cesare era capitato
che il papa si lamentasse o adirasse, ma nessuno gli aveva mai
risposto con tale astio o a voce tanto alta. Nelle settimane trascorse
dal ritorno del figlio, alcuni dei diplomatici più attenti hanno colto un
cambiamento nell’equilibrio di potere in quella formidabile alleanza:
forse il papa inizia ad avere paura di suo figlio.
Se così fosse, non è certo il solo. Ora, anche quando Alessandro
è sveglio, molti tra gli inviati e ambasciatori vanno a bussare prima
alla porta del duca, che non esce quasi più dai suoi appartamenti in
Vaticano. Paragonarlo al diavolo è scontato, ma come descrivere
altrimenti quella creatura mascherata e sfuggente che vive nelle
tenebre, esperta nell’uccidere e nell’ingannare? Perfino la luce nei
suoi occhi scuri suggerisce che abbia perso ogni sentimento,
preferendo la crudeltà. Manca però un segno che indichi che tutto
questo gli dia piacere: il diavolo non dovrebbe rallegrarsi degli orrori
che scatena?
Il giorno del litigio, era stato Cesare a cercare per primo una
riappacificazione, ma solo perché continuare a bisticciare costituiva
uno spreco di tempo. Cesare riconosceva nell’ossessione del papa
per gli Orsini un altro esempio della sua perdita di lucidità. Anche
cancellandoli dalla faccia della Terra, avrebbero soltanto suscitato
ansia nei loro avversari, riducendo il margine di manovra per nuovi
cambiamenti di alleanze, che in futuro avrebbero potuto costringere i
peggiori nemici a ritornare amici, o viceversa. Che amante
affascinante si sta rivelando Fortuna!

La storia d’amore di Cesare con la Francia, come tutto il resto, è


subordinata ai vantaggi che ne può trarre, e l’infedeltà a questo
punto non gli crea problemi.
Il regno di Napoli: perfino lui, che non ha mai tempo per
soffermarsi sulla Storia, a meno che non si tratti di tendere un
paragone diretto tra lui e l’altro Cesare, sa che è una zona critica.
Meglio lasciarla ad altri. I francesi avrebbero dovuto capirlo, ormai,
che la sola cosa che hanno guadagnato dall’ultima occupazione,
dieci anni prima, è stata la diffusione del mal francese e la
conservazione di pochi baluardi strategici da opporre ai tentativi
futuri di aggressione spagnola. Francia e Spagna: come in una
prova a braccio di ferro, le due forze si sono contese Napoli per anni.
Ora non più, a quanto pare: in meno di sei settimane i francesi
hanno visto il proprio esercito respinto, a poco a poco, verso il bordo
del tavolo. Metà delle loro fortezze è ormai caduta in mano
spagnola. Anche i castelli all’interno di Napoli sono minacciati, e le
conseguenze gravano su tutti i protagonisti della vita politica italiana,
a maggiore ragione sugli alleati più preziosi della Francia, i Borgia.
Dalla sua finestra Cesare guarda il papa che, guidato dal
cappellano, entra a passo ondeggiante per incontrare l’ambasciatore
spagnolo. Sa già quali notizie gli annuncerà, perché di questi tempi
tutti i personaggi importanti si rivolgono a lui per primo.
Suo padre avrà un’occasione per sorridere, stasera, mangiando le
sue sardine. La lunga alleanza tra il papato e la Francia è stata
dolorosa per un uomo di sangue spagnolo come lui. Vorrà quasi
certamente muoversi troppo presto – quest’ultima vittoria è avvenuta
entro i confini della città stessa – ma Cesare sa che devono
aspettare. A braccio di ferro, il perdente deve gridare pietà, il braccio
premuto con forza contro il tavolo, prima che la partita sia finita.
Nella stanza alle sue spalle, Michelotto è in attesa, con una
mappa approssimativa dell’Italia già pronta su un tavolo. Almeno lì
non c’è pericolo che circolino indiscrezioni.
Nei lunghi mesi di missioni diplomatiche e conquiste, Miguel de
Corella è sempre stato l’ombra del suo padrone e parlava solo se
interpellato. Quasi tutti lo giudicano come un carnefice dal viso
deforme, un automa più che un uomo, ma chi è più perspicace
riconosce in lui un bravo soldato, versato nella strategia politica. In
un Paese governato da Cesare Borgia, sarebbe ministro della
guerra. E forse i tempi sono maturi.
«Questi sono i baluardi rimasti in mano ai francesi, e che i francesi
devono assolutamente conservare» spiega Michelotto, indicando tre
o quattro castelli disseminati a nord e a est di Napoli.
«Secondo l’ambasciatore spagnolo, li prenderanno tutti prima
dell’estate» dichiara Cesare «ma è un diplomatico, non ha mai
impugnato una spada. Non saprebbe mai come fare a espugnare
questa». Cesare cala il dito su un punto vicino al mare, sopra Napoli:
la fortezza di Gaeta. La ricordano entrambi dal loro viaggio a Napoli
sei anni prima, quando Cesare faceva ancora parte del clero e vi si
era recato in missione ufficiale. La città lo aveva accolto
generosamente, soprattutto le donne, e tra i doni con cui era ripartito
c’era stato un foruncolo purulento sul pene e, da allora, pustole e
dolori ricorrenti. Grazie a Dio c’era Torella. (Ah, il medico aspettava
sempre una risposta per la dedica sul suo trattato. Doveva ricordarsi
di accordargliela). Pur con le parti intime in fiamme, però, aveva
notato la fortezza di Gaeta. Nulla poteva passare a nord – o a sud –
senza il benestare di chi la controllava. E i francesi l’avevano avuta
in mano per anni, bloccando gli spagnoli. Ma se Gaeta fosse
caduta…
«Quanto tempo ci metteremmo con la nostra artiglieria?» chiede.
«Due, tre settimane?»
Michelotto scuote il capo: «Quasi certamente di più. È solida. Se
l’estate è molto calda e riusciamo ad avvelenare i pozzi, il caldo ne
ammazzerà parecchi, ma finirebbero male anche gli assalitori. Non
vorrei essere tra loro».
Entrambi restano in silenzio. Sanno che, quando re Luigi sferrerà il
contrattacco finale a Napoli, l’esercito dei Borgia, in base ai termini
del loro accordo, dovrebbe aiutarlo. In Italia meridionale d’estate... Si
rischia di morire di caldo, nell’armatura.
«Se Luigi si muove, non abbiamo alternative» dice Cesare. «Se ci
schierassimo contro i francesi ora, calerebbe contro le nostre città in
Romagna». Consulta la carta. «Se perdessero Gaeta, invece,
potremmo abbandonare la Francia e stabilire una nuova alleanza
con la Spagna. Per Dio, allora sì che mio padre sarebbe contento! Il
papato garantirebbe all’esercito spagnolo il diritto di passare da
Roma, e i francesi se la farebbero sotto. E a quel punto» indica la
porzione meridionale della Toscana «tutto questo potrebbe essere
nostro».
35.

Una particolarità della Repubblica fiorentina è che gli uomini eletti al


comune devono lasciare le proprie case e vivere entro le mura
fortificate di Palazzo della Signoria per tutta la durata del mandato.
Niccolò Machiavelli – impiegato, non eletto – resta invece a casa
propria, anche se è al lavoro prima di tutti loro.
Quel mattino in particolare, il primo giorno del giugno 1503, arriva
e trova che i dispacci sono in ritardo. Un magnifico cielo azzurro e la
promessa del caldo a venire lo tentano più delle pagine di Livio, e
invece di restare alla propria scrivania sale le scale dell’edificio fino
in cima alla torre, che offre una magnifica vista sulla città. L’unico
panorama migliore si gode dal Duomo. Essendo un funzionario della
Repubblica avrebbe senz’altro modo di salire in cima alla
costruzione miracolosa di Brunelleschi, ma la prospettiva di
inerpicarsi per quei budelli verticali, bui, non più larghi di una bara
non lo attira.
Pensa a Michelotto che striscia come un verme sotto la fortezza di
Fossombrone. Quando Firenze avrà una milizia sua, come prima o
poi accadrà, dovrà usare una particolare cura nella scelta del suo
comandante, perché gli uomini non abituati a fare i soldati avranno
bisogno di una guida capace di ispirare loro paura, oltre che
ammirazione.
Mentre sale le scale della torre, oltrepassa una cella minuscola
ricavata in un anfratto delle mura, riservata ai prigionieri di Stato più
illustri. Il grande Cosimo de’ Medici vi soggiornò per qualche mese,
quando il suo amore per lo Stato si ritrovò a essere troppo legato
alla propria ambizione personale. Se Niccolò avesse lavorato per il
governo in quel periodo, avrebbe chiesto di essere il suo carceriere,
perché nessun’altra conversazione lo avrebbe stimolato di più.
Entra, e il suo naso coglie tracce acide di urina secca. Quanto
persiste l’odore di piscio di un uomo, o è il campanaro che ogni tanto
fa lì i suoi bisogni quando sale e scende le scale? L’ultimo occupante
se n’era andato quattro o cinque anni prima. Anche lui aveva amato
Firenze, pur aspirando a salvarne l’anima eterna, invece di
preoccuparsi del suo passaggio terreno.
Niccolò non aveva mai avuto tempo per le sue prediche
apocalittiche, ma vi era anche chi aveva creduto appassionatamente
in Savonarola. Era stato portato lì come prigioniero dopo che la folla
aveva assaltato il monastero di San Marco, da una cella all’altra. Ma
non aveva trovato conforto in quelle pietre. Poi lo avevano
sottoposto alla tortura dello strappado: gli avevano legato i polsi
dietro la schiena e lo avevano sollevato in alto, per poi lasciarlo
cadere fino a slogargli le braccia. A ogni sollevamento e caduta lo
avevano accusato di tradimento contro lo Stato, di eresia e di false
profezie. Le sue grida si sentivano fin giù nella piazza, dove la folla
aveva esultato quando era stato annunciato che aveva confessato
tutto. Ma quando lo avevano riportato indietro, era caduto in
ginocchio, distrutto e pieno di vergogna, e aveva invocato il perdono
di Dio, gridando ai suoi carcerieri che il corpo l’aveva tradito, sì, ma
lui era e sempre sarebbe stato il vero profeta dell’Onnipotente.
Allora lo avevano torturato ancora. E ancora. E ancora. E alla fine
era crollato.
Quando la notizia era giunta all’osteria dove Niccolò e i suoi amici
stavano bevendo, nessuno di loro aveva avuto il coraggio di
festeggiare. Nessun uomo conosce la propria forza finché non viene
messo alla prova. Ci pensa ancora: Dio aveva abbandonato
Savonarola punendolo per la sua superbia, o le sue profezie erano
state solo un’illusione? E se invece aveva ragione, e Firenze era
stata davvero corrotta dal sapere nuovo? Era possibile che tutte
quelle chiese, affrescate di recente con personaggi maschili e
femminili che parevano in carne e ossa, minassero in qualche modo
la purezza delle Scritture? Ma chi, allora, poteva vivere libero in una
città che credeva a tali principi?
Quando è tormentato da questioni del genere, Niccolò legge la
grande opera di Lucrezio, un trattato vastissimo che parla di filosofia
e natura, nel quale il mondo è visto come una massa brulicante di
atomi dai quali prende forma ogni cosa, uomo incluso: nascita,
crescita, decadimento, il tempo che si srotola infinito, prima e dopo,
come un orizzonte in perenne allontanamento. Se non riuscite a
ricordare qualcosa prima della nascita, perché dovreste avere paura
di ciò che vi aspetta dopo la morte? Riesce ancora ad avvertire il
brivido provato nel riflettere su quel concetto. Ma ciò che può
entusiasmare l’uno può essere eresia per un altro. Parla
malvolentieri di quegli argomenti, perché perfino il fedele Biagio
trova che l’idea di un universo senza Dio sia troppo sconvolgente da
concepire. Meglio attenersi alle faccende di Stato.
L’umido della cella gli ha fatto passare la voglia di aria fresca, e
torna di nuovo in ufficio. Scendendo, scopre che vi regna una gran
confusione. Mentre lui era di sopra a cogitare, sono arrivati i dispacci
e per una volta contengono informazioni urgenti. È giunta una
comunicazione ufficiale del Vaticano, firmata dal papa! Sarebbero
stati nominati nove cardinali nuovi, e il vescovo fiorentino Francesco
Soderini è uno di loro. Un cardinale per la città! Il primo da Giovanni
de’ Medici, più di vent’anni prima.
Quando alla fine la porta del suo ufficio si chiude, il sorriso del
gonfaloniere Soderini lo ringiovanisce di dieci anni.
«Un cappello cardinalizio per mio fratello, addirittura. Questo
giorno resterà nella storia di Firenze. È un grande, grandissimo
onore. Un cappello da cardinale» ripete. «Sebbene sia in parte una
ricompensa per la firma del nostro trattato, non è vero?»
In parte, dice tra sé Niccolò. O forse anche una forma di
corruzione per qualcosa che deve ancora venire.
«Ho scritto a Francesco, richiamandolo dalla sua missione
diplomatica, e al suo ritorno faremo in modo che tutta Firenze sia in
strada a salutarlo. È passato molto tempo dall’ultima volta che la
città ha avuto qualcosa da celebrare». Si gode quel momento il più a
lungo possibile, ma un altro dispaccio, sempre da Roma, richiede la
loro attenzione. «È arrivato questo». Spinge il documento sul tavolo.
Niccolò lo scorre in fretta. La notizia è ancora più rilevante di
quella riguardo al nuovo cardinale, ma anche raccapricciante: il
cadavere dell’inviato del papa presso re Luigi è stato ripescato nel
Tevere, strangolato, due giorni fa.
«Come interpretare un simile fatto? Quell’uomo ha fatto parte della
cerchia ristretta dei Borgia per anni. Deve avere spianato i dissidi tra
il re e il papa una decina di volte, quando le azioni del duca
Valentino hanno rischiato di comprometterne i rapporti. E adesso è
caduto irrimediabilmente in disgrazia».
Niccolò si dondola sulle gambe, come fa spesso sua moglie, si
dice. «Forse la familiarità di lunga data con il re ne ha compromesso
la lealtà nei confronti del papa». Parla lentamente: «Se i Borgia
stanno meditando di rinunciare all’amicizia con la Francia per allearsi
con la Spagna, Luigi avrebbe pagato parecchio per conoscere i
dettagli».
«Pensate che l’inviato abbia rivelato i loro piani al re?»
«Il duca ha un fiuto sopraffino per i tradimenti, e la garrota è la
punizione riservata ai traditori» osserva Niccolò.
Sta ripensando al suo arrivo nel paese di Sarteano, a est di Siena,
la sera del 18 gennaio: aveva scritto quella data nei suoi appunti.
Era stato a guardare mentre i due cospiratori sopravvissuti, Paolo e
Francesco Orsini, venivano tirati giù da cavallo e trascinati nella
piccola fortezza del paese. Il mattino dopo i loro corpi erano stati
esposti nel piazzale. Secondo il rituale, avevano il collo
insanguinato; mancava solo il cimitero preferito del duca, il Tevere.
«Quindi sarebbe opera del Valentino, non del papa?»
«Credo che ormai non faccia nessuna differenza».
«In questo caso, Dio salvi la Chiesa. E Dio salvi Firenze, anche,
perché, se si realizza l’alleanza con la Spagna, il duca verrà da
queste parti, prima o poi. E con un cardinale nel concistoro... Che
c’è? Avanti, conosco quello sguardo, a cosa state pensando?»
«Non sono sicuro che andrà così, gonfaloniere. Il dono del
cappello da cardinale potrebbe essere, più che una ricompensa, un
modo per assicurarsi la nostra neutralità, mentre lui si appropria di
tutto ciò che trova sulla sua strada. Al duca piace insultarci, ma deve
sapere che un governo repubblicano rappresenta una sfida più
ardua di una decina di città stato rette da famiglie corrotte. Almeno
per un certo periodo gli facciamo più comodo come alleati e
commensali, che come cibo indigesto sullo stomaco. Inoltre…» Si
ferma a riflettere. «... spererà che un cardinale fiorentino rappresenti
un altro voto per chiunque sia il candidato di sua scelta nel conclave
dopo la morte del padre».
Il gonfaloniere si lascia andare contro lo schienale della sedia. Vi
sono stati diversi momenti, da quando il segretario del consiglio è
tornato dalla grande avventura della missione diplomatica, in cui si è
chiesto se stesse parlando con Machiavelli o con Cesare Borgia.
«Mmm... Da quanto siete tornato, Niccolò?»
«Quattro mesi».
«Vi è passato l’indolenzimento dei tanti giorni a cavallo?»
Avverte un brivido di emozione. Non vorrebbe perdersi la nascita
del bambino, ma…
«Godiamoci un po’ la vita, prima. Dopo la nomina di mio fratello, a
Roma, avremo la nostra cerimonia anche qui, nella cattedrale.
Forse, allora, se gli eventi lo richiederanno, potreste andare a Roma
anche voi e ritrovare qualche vecchio amico incontrato in viaggio».
Roma! Il centro della ragnatela. Dove la trama della Storia viene
tessuta giorno dopo giorno.
Pensa a Marietta. Forse sarebbe bene procurarle un posto a
sedere per la celebrazione in chiesa.
36.

Perciò che infino attanto che io certo non sono che ella conosca
quanto ella in me puote, quanto e quale è il fuoco che la sua gran
virtù ha nel mio petto racceso, io contento non sarò mai.

A Ferrara l’aumento della temperatura è accompagnato


dall’infervorarsi dei versi poetici.
Il fuoco che la sua gran virtù ha nel mio petto racceso… Con che
finezza mette in relazione il mondo delle emozioni e la natura.
Lucrezia ha letto molto e ormai capisce meglio il linguaggio della
poesia. Adesso, oltre al batticuore e al rossore del viso, i loro incontri
sono conditi dalla sfida delle discussioni. Lei ha scritto una breve
poesia. Lui la elogia fin troppo. Lei non è tanto innamorata da non
accorgersene e controbatte. Nessuno dei tre mariti che ha avuto ha
mai dato particolare importanza al suo ragionare. Un pizzico di
arguzia è forse desiderabile in una donna, ma solo per simulare una
disputa verbale: lo scontro vero e proprio è cosa da uomini. Tra loro
due, invece, l’intelligenza di Lucrezia è un piacere per entrambi. Nel
poema epico sull’amore che Pietro sta componendo, le donne
intelligenti sono le antagoniste degli uomini che filosofeggiano, e
vuole che le loro voci si sentano. Vuole quindi cominciare con
l’ascoltare quella di lei.
Non è soltanto questo: quando una donna è irraggiungibile – come
lo è Lucrezia – le parole diventano tutto.
Il matrimonio degli Este, nel frattempo, ha ripreso vita grazie a una
naturale guarigione dell’indolenzimento e all’arrivo di un vasetto di
unguento inviato dalla preziosa monaca del dispensario. Entrambi
erano agitati, e le modalità che ciascuno ha adottato per
compensare la tensione – lei troppo attenta, lui troppo educato –
hanno spento qualunque scintilla di passione prima ancora che si
accendesse. L’atto si è consumato senza dolore ma con scarso
piacere. Tuttavia, da allora la vita – gli occasionali incontri notturni tra
loro, le altre donne per lui e un accresciuto interesse per le faccende
di corte per lei – è ripresa normalmente.
Lucrezia non si è lasciata abbattere. Troppe cose sono accadute
in quest’ultimo anno – davvero è trascorso solo un anno da quando
la sua chiatta è emersa dalla nebbia e si è trovata al cospetto di un
sole arancione che illuminava la città? – per lasciarsi sconfiggere
dalle esigenze del talamo nuziale. Forse è questa la forza ereditata
dall’essere stata capace di sopravvivere, come le aveva spiegato
suor Bonaventura; in questo caso, è grata a quell’aspetto del suo
carattere. Dopo la loro prima notte, ha ripreso le pagine del
manoscritto da sotto il materasso e si è lanciata in una dissertazione
erudita sull’amore.
In pubblico, lei e Bembo sono sempre la duchessa e il poeta, che
di tanto in tanto si incrociano in una corte animata; in privato, non
vengono mai lasciati soli. Nessun figlio è mai stato concepito
dall’unione di due metafore e, se le sue damigelle talvolta fingono di
non vedere – lasciandosi distanziare durante le passeggiate nei
giardini o distogliendo lo sguardo se le mani dei due si sfiorano,
accavallandosi alle parole – la condotta di Lucrezia e Pietro non è
mai riprovevole.
Ciò che nessuno riesce a nascondere, invece, è la gioia che
Lucrezia sembra emanare, contagiando la corte intera. Che
meraviglia avere una duchessa così allegra e graziosa, così ansiosa
di godersi la vita e di incoraggiare gli altri a fare lo stesso. I suoi
musicisti hanno i calli alle dita a forza di accompagnare le danze, e
Tromboncino non riesce a esaudire tutte le sue richieste di frottole e
mottetti, con la sua voce dolce e forte come il caramello, una vera
droga per i sensi. Certe volte, quando lo ascolta, Lucrezia non riesce
a impedirsi di cercare Bembo con lo sguardo. Lui frequenta
regolarmente le serate della contessa così come quelle del duca,
ormai, e siede con Stozzi e altri scrittori; mantiene un
comportamento irreprensibile, sta ben dritto, mostra un profilo
perfetto da medaglione. Sente su di sé gli occhi di Lucrezia? Ma
certo. Un filo invisibile è teso tra loro, cosicché, se uno dei due lo tira
anche impercettibilmente, l’altro ne è consapevole.
Hanno sviluppato un linguaggio segreto, grazie al quale la loro
condotta in pubblico ha per loro significati sconosciuti a chiunque
altro: un certo gesto, un mazzolino di fiori di primavera fissato alla
cintura, un abito nuovo, un incontro casuale si prestano a duplice
interpretazione…

Egli mi giova che ogni giorno pensiate con accorte invenzioni


qualche cagione d’accrescere il mio fuoco, sì come avete fatto con
quella, che la vostra lucidissima fronte cignea.

Le parole sono in versi, ma tutto è ormai sotterfugio; i poemi non


sono dedicati a nessuno in particolare, e le lettere che li
accompagnano non sono firmate. Sono perfino indirizzate a qualcun
altro, ma sotto il velo dell’anonimato, quali libertà si prendono!

Ad FF
[…] Perciò che se fate ciò, perché sentendovi in qualche parte calda
vogliate vedere ardere altrui, non ricuso per ogni una delle vostre
faville avere molti Moncibelli nel mio petto. […] Di voi faccia Amore
giusta vendetta, se sete altra nella fronte di quello che sete nel
cuore.

Lucidissima fronte e Mongibello (il vulcano Etna) che arde: quelle


immagini rivaleggiano con la presenza fisica nell’accendere in lei
l’eccitazione.

Di voi faccia Amore giusta vendetta, se sete altra nella fronte di


quello che sete nel cuore.

Forse doveva mostrare di preferirgli qualcun altro, solo per


vedergli ardere lo sguardo, perché sa che questo non può che
ridestare il piacere. Passa mentalmente in rassegna il guardaroba,
chiedendosi cosa indossare per il loro prossimo incontro. Qualche
incertezza, un po’ di gelosia, il dubbio che uno dei due ami più
dell’altro può solo alimentare la febbre.
È delizioso. Si sente più viva di quanto non lo sia da anni.
Eppure… prova anche agitazione: questa vivacità continua, i nervi
tesi nell’attesa di una parola, e quando queste arrivano carezzano e
provocano allo stesso tempo. A volte si chiede se è questo il dolore
di cui scrive: l’amore che diviene ossessione. In quei giorni non
riesce a pensare ad altro.
E non è tutto: in certi momenti, sebbene la gioia minacci di
sommergerla, è assalita da un improvviso ricordo doloroso. È ormai
passato molto tempo: il giardino di un convento alla periferia di
Roma; una giovane inesperta, dall’animo volubile (così si vede), che
dà la mano e scambia qualche bacio con un messaggero al servizio
di suo fratello, un bel ragazzo innamorato dell’amore. Era stata una
storia innocente, scusabile in un mondo tanto sanguinario. Non per
Cesare. Il ragazzo era finito nel Tevere con la gola tagliata per la
gelosia del fratello. Lei aveva ingoiato il furore, insieme ai singhiozzi,
e si era rassegnata a un secondo matrimonio, che l’aveva fatta
soffrire ancora di più. La verità è che l’amore era stato un ospite
pericoloso nella vita di Lucrezia, e non è tanto cieca da non saperne
valutare i pericoli.
Colei, del suo seguito, che sa capirli meglio di ogni altro è proprio
quella che non conosce l’amore: Catrinella.
Dall’arrivo di tutta questa poesia, la sua posizione è cambiata. In
precedenza, la sera, Lucrezia la chiamava per chiacchierare o fare
un gioco insieme, prima che il marito le facesse visita o fosse ora di
dormire. Ora, invece, Catrinella è esclusa. Si corica sul suo
pagliericcio, fuori della porta, guarda la striscia di luce della candela,
che le dice che la padrona, invece di dormire, legge le lettere
appena consegnate e un manoscritto sull’amore che pesa quanto un
mattone. Ne conosce l’argomento perché spetta a lei verificare che
tutte le candele della stanza siano spente e più di una volta ha
dovuto togliere le pagine dal letto quando Lucrezia si è
addormentata. Si addormenterebbe anche lei, del resto, perché ha
cercato di leggere le parole – ha imparato a decifrare le lettere, negli
anni – e sembrano vecchi rami nodosi. Ma la sua padrona non si
stanca mai di leggerle né dell’uomo che gliele scrive.
Naturalmente una umile serva non è esperta di versi cavallereschi,
né è suo ruolo sedere con le dame di compagnia mentre discutono e
ridono dei misteri della vita, di amore e poesia. Ma non ha bisogno di
sentire tutto ciò che dicono per vedere che, sotto tutta quella
vivacità, la sua padrona non è del tutto felice. E la colpa è di quel bel
poeta vanitoso, che usa parole eleganti per coprire le solite brame
maschili.
È primavera inoltrata quando, una sera, un messaggero viene da
parte di Alfonso per dire che è stato trattenuto da altre faccende e
non verrà quella notte, come convenuto. Catrinella ne approfitta per
racimolare il coraggio necessario e interrompere ciò che sta
accadendo dietro la porta chiusa della sua padrona.
Alla luce della lampada a olio Lucrezia, per una volta, non sta
leggendo, ma ha lo sguardo perso nel vuoto.
«Trattenuto da altre faccende» ripete a bassa voce, quando
Catrinella le riferisce il messaggio. «Sì, certo».
Di recente ha fatto di tutto per coinvolgere maggiormente Alfonso
nelle sue feste di corte: musica composta per essere suonata da lui,
danze che richiedono doti atletiche più della grazia. E non si tratta di
un modo per ingannarlo. Lucrezia non è la sola moglie ad avere
giaciuto col marito, mentre immaginava il corpo di un altro. Non
l’aveva fatto intenzionalmente, ma, quando era accaduto, ciò aveva
scatenato in lei sensazioni tanto forti che non aveva potuto evitare
che succedesse di nuovo. Era possibile che fosse peccato, se
favoriva l’unione tra due coniugi? Il piacere reciproco è, in fondo, alla
base del concepimento. E il concepimento è il fondamento del
matrimonio.
La seconda volta Alfonso le aveva fatto il grande onore di
addormentarsi, dopo, il suo braccio pesante sopra di lei, che la
bloccava a letto. Mentre aspettava, immobile, il momento giusto per
spostarsi, con la mente era tornata ai fuochi, alle faville e ad altre
immagini leggere dell’amore. Quella poesia sembrava troppo
impalpabile per catturare la carnalità della copula, il lezzo acido dei
luoghi più intimi, maschili come femminili. Un grande poeta fa
l’amore in modo diverso? Pensa a suor Lucia e alle sue litanie
lamentose. Si sa che essere amati da Dio è la forma di unione più
sublime. Quella, dopotutto, è la conclusione del poema di Bembo.
«State bene, signora?» Catrinella si è avvicinata. «Sembrate
accaldata».
«Dev’essere il belletto sulle guance» dice lei con voce
inespressiva e fa per toglierlo, visto che ormai non le serve più.
«No, no, lasciate, faccio io». La ragazza le passa delicatamente le
dita sulle gote e nota che gli occhi le si stanno riempiendo di lacrime.
Forse Alfonso ha capito le sue manovre. O forse le sue altre donne
gli piacciono di più. Essere tanto amata, e così poco amata insieme,
si sta rivelando difficile.
«Oh, signora mia!»
«Non è nulla! Nulla» ribatte Lucrezia brusca.
«Credo che stiate male. Dovremmo andare in campagna. Il tempo
sta cambiando in fretta, e stareste meglio lontano da questo caldo».
«Sciocchezze. Non c’è ancora segno della febbre».
«Vi è solo quella di cui soffrite voi» borbotta la giovane.
Lucrezia si volta a guardarla. «Ti sbagli, Catrinella» dice più
dolcemente. «Non ho febbre».
«Non è ciò che dicono Angela e le altre». Adesso le parole le
scappano fuori in un fiotto tumultuoso. «Dicono che bruciate.
Nessuno parla d’altro».
«Oh» ride lei «fuoco e febbre sono solo immagini tratte dalle
poesie che leggiamo».
«Poesia!» dice, come se si trattasse di un oggetto disgustoso, e il
suo visetto severo non demorde. «Poesia. Anche questa “Laura” è
poesia?»
«Laura?»
«Sì. Parlano sempre di voi e di Laura e anche di un’altra donna,
Beatrice».
«Ah, Laura e Beatrice». Nonostante la tristezza improvvisa,
Lucrezia è lusingata dall’equivoco. «Sono le donne di cui due sommi
poeti si innamorarono, e sulle quali scrissero versi meravigliosi».
«Più belli di quelli che il veneziano scrive su di voi?»
«Catrinella…»
«Tutto quello che posso dire è che spero che il resto sia meglio di
quel poco che ho letto, perché… Tutti nelle cucine e in lavanderia
parlano di poeti e duchesse che vengono e che vanno».
Lucrezia si irrigidisce impercettibilmente. «Cosa dicono?»
Catrinella si stringe nelle spalle. Non avrebbe voluto lasciarselo
scappare. «Nulla di particolare. Hanno sempre bisogno di qualcuno
su cui sparlare».
«Sai bene che non vale la pena di dare credito a certe voci. Nelle
corti è sempre così. Ercole Strozzi e Pietro Bembo sono accessori
preziosi, e necessari, alla corte di una duchessa».
Catrinella tace per un istante, ma è preoccupata per la sua
padrona da troppo tempo e non riesce a stare zitta. «Sarà, ne sono
sicura, ma corrisponde a quello che pensavano al vostro arrivo. Voi
non avete dovuto sentirle, certe cose, ma io ero laggiù, e non la
smettevano di prendermi in giro. Mi dicevano che la famiglia d’Este
non amava le donne dissolute e che non sareste durata molto.
Quando ho chiesto cosa intendessero, rispondevano che non
potevano dirlo a una pagana come me, perché le facce nere non
capiscono, ma tutti sapevano che eravate una peccatrice e una
donnaccia».
«Oh, Catrinella» dice, attirando a sé la ragazza. «Avresti dovuto
dirmelo».
Quanti anni ha, adesso? Quindici appena. È una combattente, è
facile dimenticare che il colore della sua pelle può renderle la vita
difficile.
«Cos’hai risposto?»
«Ho sorriso… così…» Si allontana, schiude le labbra e scopre i
denti, che sembrano lame affilate. «E ne ho morso uno. Forte,
anche. È quello che fanno i pagani, no? Da quella volta mi hanno
lasciato in pace».
Lucrezia non può impedirsi di ridere. È una gioia vedere uno
spirito libero come quello.
«Se senti altro contro di me, puoi dire loro che la duchessa sta
costruendo una corte che farà di Ferrara l’invidia di tutta Italia, e che,
se un pettegolezzo del genere giunge alle mie orecchie, li getterò in
mezzo a una strada, e soffriranno di morsi ben più gravi di quelli che
puoi avergli inflitto tu».
Restano insieme per un poco, finché Catrinella, rassicurata, non si
alza, sistema la sua padrona, rassettando le coperte e aggiustando
le lampade contro le zanzare, e prende congedo.
Sulla porta si gira, come se si fosse ricordata qualcosa
all’improvviso. «Anche quella Laura e quella Beatrice di cui parlano
erano sposate?»
«Sì, ma non ci fu nessuno scandalo. Al contrario, ispirarono
Petrarca e Dante che idealizzarono il loro amore rivolgendolo a Dio.
È di quello che scrive il nostro poeta Pietro Bembo. Vedi? Quando
una dama è la musa di uomini simili, il mondo intero ne trae
vantaggio».
«E cos’è successo a quelle donne?»
«Laura e Beatrice? Sono morte entrambe da giovani, purtroppo».
«E i poeti?»
«Sono diventati molto famosi».
Catrinella schiocca le labbra, perché la fine della storia non la
soddisfa.

In quel momento Isabella d’Este – e il suo considerevole


guardaroba – arrivano a Ferrara per una visita.
37.

Per Cesare il momento più bello della giornata a Roma è quello che
precede l’alba.
Dopo avere lavorato tutta notte, con i suoi uomini attraversa a
cavallo ponte Sant’Angelo sull’ansa del Tevere e percorre la zona
circostante, una boscaglia disabitata. Il Colosseo è ancora avvolto
nelle tenebre, la sua massa monumentale è una presenza che si
avverte a malapena, ma quando passano accanto ai Fori imperiali
una macchia di luce nel cielo a oriente mostra una fila di colonne; a
quell’ora non paiono rovine, ma il profilo di una grande città che sta
prendendo vita con il giorno che sorge.
Cesare non ha tempo per fantasticare, ma quel miracolo lo
colpisce ogni volta, perché gli mostra la portata di quella che un
tempo fu la Roma imperiale. Una città costruita sul trionfo, per il
trionfo. Le sue sfilate per la vittoria le hanno reso omaggio. È perfino
salito a bordo di un cocchio seguito da cento soldati con il nome
CAESAR scritto sul petto. Le folle impazziscono – chi non vorrebbe
vivere al centro di un impero? – ma espugnare alcune città stato è
solo la pallida imitazione della Roma imperiale, quando l’uomo al
potere aveva il popolo e il governo ai suoi piedi. Anche nei momenti
di maggiore arroganza, Cesare sa di essere nato al momento
sbagliato.
Nel suo capanno di caccia, fuori della porta meridionale, è accolto
dai latrati dei segugi, che riconoscono il suo odore e la sua voce e
sono già eccitati dall’idea della caccia. Insieme si addentrano nella
foresta, e i cani abbaiano frugando nel sottobosco in cerca di una
traccia. Per qualche ora non avrà pensieri.
I diamanti della rugiada mattutina sono ovunque. Il mondo qui è
nuovo, la battaglia è facile. Non tutte le prede sono catturate; alcune
corrono più veloci dei cani o si nascondono bene, ma la gioia
dell’inseguimento è viva. Nelle settimane dopo la presa di Urbino, le
maggiori celebrazioni si sono svolte a cavallo, quando, durante la
caccia mattutina, esplorava e tracciava i confini del suo nuovo Stato.
Alla fine, conosceva ogni passaggio, strada, confine, punto debole o
tratto di terreno aperto dove avrebbe potuto adunare le truppe per la
battaglia.
Prendono due cinghiali, quel mattino, ma lascia che siano i cani a
ucciderli. In Vaticano suo padre si starà alzando e starà facendo il
bagno e si preparerà a indossare gli abiti per la cerimonia di nomina
dei nove cardinali. Cesare non può mancare, perché li ha scelti lui
stesso: ciascuno di loro è stato selezionato in base alla sua
potenziale lealtà, perfino il vescovo Soderini di Firenze, che ora
manterrà la città neutrale per qualche tempo, mentre lui si
impossesserà indisturbato del resto della Toscana.
Ma quando? È difficile, talvolta, aspettare che il proprio destino si
realizzi.
Al suo ritorno, gli ultimi dispacci dell’esercito spagnolo nel sud
dovrebbero essere arrivati. I francesi resistono, ma ormai sono allo
stremo. Restano solo due baluardi: uno a est di Napoli, l’altro a
Gaeta. Quanto ci metteranno a cadere? Non più di un mese, di
certo. Ma Cesare preferirebbe accelerare gli eventi: questa
incertezza sta cominciando a innervosire tutti.
Qualche settimana prima, a Milano, quando l’esercito francese si
spreparava per avanzare, l’inviato dei Borgia presso il re era
improvvisamente scomparso. Da quanto tempo si arricchiva facendo
il doppio gioco, parlando a Luigi dei loro negoziati segreti con la
Spagna? Quanta avidità inutile; ora che è diventato cadavere, a
cosa gli servono quei soldi? Michelotto aveva impiegato dieci giorni
per trovarlo e riportarlo a Roma. Dove altro poteva andare a finire,
se non nel Tevere con un filo di ferro attorno al collo? Fin dove si
spinge la stupidità umana? Il ritrovamento del corpo, però, aveva
causato un certo affollamento nella sala d’aspetto del papa, e un
ulteriore diverbio tra padre e figlio.

«Era un traditore, che è andato a raccontare – a vendere – le


nostre faccende ai francesi. Lo sapete bene anche voi».
«Non ho nulla da obiettare sul motivo, Cesare, ma sui modi. Si era
rifugiato in Corsica. Perché non ucciderlo lì? Mi fai la ramanzina
perché ho voluto una vendetta pubblica, e ora sei tu a mettere in atto
un’esecuzione teatrale. Questa tua mania di dare in pasto i cadaveri
ai pesci del Tevere viene poi sempre ricondotta a me, e comincio ad
averne abbastanza».
E io ne ho abbastanza di te, aveva pensato Cesare con freddezza.
In quei momenti sopporta a malapena di restare nella stessa stanza
col padre, che gli appare sempre più miope e collerico. È molto
invecchiato negli ultimi mesi in cui non si sono visti. Non riesce più a
percorrere il corridoio senza farsi aiutare. Suda molto e ha appena il
tempo di posare la forchetta prima che le viscere inizino a eruttare
fiati acidi. A volte, mentre lo guarda, a Cesare pare di vedere un
uomo già morto, e si chiede quando accadrà e come andranno le
cose con il suo successore.
Se glielo si chiedesse, risponderebbe che ama suo padre, ma non
prova vergogna né dolore nell’avere pensieri simili; solo un senso di
impazienza per tutto ciò che deve ancora realizzare prima che arrivi
quel momento. Intanto ha già organizzato tutto in anticipo: i suoi
uomini avrebbero dovuto svuotare gli appartamenti del Vaticano,
difendere Castel Sant’Angelo, che sarebbe diventata la sua fortezza,
altri soldati si sarebbero appostati alle porte di Roma; avrebbe stilato
lui stesso la lista definitiva di cardinali papabili e distribuito favori e
minacce per pesare sulle fazioni del conclave che sarebbe seguito.
«Sto parlando da solo? Sono diventato invisibile agli occhi di mio
figlio?»
«Mi dispiace, padre. Stavo riflettendo».
«Su che cosa?»
«Sul comportamento dei cardinali nel conclave».
«Il conclave? Ma non sono ancora morto, io!»
«Certo che no, grazie a Dio» mormora Cesare, con un sollievo
solo di facciata.
«I cardinali nel conclave… È opportuno, tuttavia, che tu sappia
come avvengono queste cose. Ti chiedi come si comportano? Come
animali, quasi tutti: o lupi o pecore, anche se le cose possono
cambiare appena le porte vengono chiuse. Alcuni, che avevano
sempre affermato di non aspirare al potere, lo bramano a un tratto,
mentre altri si ritrovano con denti poco aguzzi al momento di
eliminare gli avversari».
Come spesso accade, quando ha un pubblico ad ascoltarlo, si
diverte.
«C’è sempre qualche pecora, per fortuna: uomini in vendita. Pare
quasi che ce l’abbiano scritto in fronte, basta mettersi d’accordo sul
prezzo. Ma credo che tu non ne saresti capace, Cesare, e sai
perché? Perché non ridi abbastanza. Nella mia esperienza gli uomini
che si vendono preferiscono avere a che fare con qualcuno che sa
ridere. Li fa sentire leggeri, accettano meglio la propria corruttibilità».
«Solo che questi negoziati nel mio caso avverranno prima della
chiusura delle porte, perché dentro non posso andare».
«Giusto, tu non ci sarai».
Neanche suo padre, però. Come fare? La gravità di quel pensiero
lo inchioda per un istante.
«Allora?» lo esorta Cesare.
«Allora, bisognerà organizzarsi prima, ma non è poi così difficile.
Queste ultime nomine dovrebbero assicurarti la fedeltà di un terzo
del conclave, e possiamo nominarne altri l’anno prossimo». Beve un
altro sorso di vino. Non ha spesso occasione di essere lui a dare
lezioni, di questi tempi. «Per il resto, dimostrati amico con tutti e non
fidarti di nessuno, e prometti sempre più di quanto tu non possa
dare. Le minacce vanno bene, ma, se perdi non puoi metterle in atto;
se vinci, invece, ci saranno sempre soldi sufficienti a rimpiazzare
quelli che distribuisci».
Sei muli carichi di argento e un palazzo romano: questo gli era
costato il voto finale a suo favore. Un prezzo accettabile, tutto
sommato.
«Prima che cominci, figlio mio, versa almeno qualche lacrima per
me, perché, checché ne pensi ora, nulla sarà altrettanto facile, dopo
la mia morte». Fa per alzarsi dalla sedia. «Avanti, aiutami, poi
inchinati e abbracciami. Lo so, lo so che non ti piace, ma credimi:
arriverà un giorno in cui il mio odore ti mancherà».
Cesare si lascia attirare nell’abbraccio famigliare, e il papa gli
stringe le braccia attorno al petto, tanto a lungo che poi lui è
costretto a trarre un respiro.
No, non è ancora morto.

Di ritorno al Vaticano dopo la partita di caccia, Cesare scopre che


sono arrivati i dispacci del mattino. Castel dell’Ovo, l’ultimo baluardo
francese a Napoli, è quasi caduto. Resta solo Gaeta. Una sola
fortezza tra lui e la conquista della Toscana. Sente già il sangue
pulsargli in testa. Una volta mangiato e bevuto vino con i nuovi
cardinali, quella sera (lo pagheranno di persona per la nomina: a che
serve fare transitare il denaro dalle casse papali, quando i soldi gli
sono comunque destinati?), comincerà subito a inviare le sue truppe
fuori Roma, preparandole a muoversi contro i francesi.
Anche Alessandro è impaziente. Gli pare di essere tornato ai
giorni in cui era appena arrivato in Italia, dove la sua amata Spagna
occupava il sud, mentre oltre le Alpi le fazioni, rappresentate da
diverse famiglie francesi, si dilaniavano per cercare di unificare il
regno. Due invasioni francesi non hanno fatto nulla, se non seminare
discordia e violenza. E ora lui, Alessandro VI, passerà alla Storia
come il papa che li ha scacciati, non una volta ma due.
È in piedi, vestito con la biancheria di seta da cerimonia. Aspetterà
l’ultimo momento per indossare gli abiti pesanti; sarà una cerimonia
lunga, e si morirà dal caldo.
Recita le preghiere del mattino nella Cappella Sistina, che è vasta
e resta fresca tutto il giorno. Entra al braccio del cappellano, ma vi
regna una certa confusione. Durante la notte una gatta è riuscita a
entrare e a nascondersi sotto l’altare, dove ha partorito dei gattini, e
le guardie stanno cercando di stanarla. Le loro voci irritate si
sovrappongono ai soffi della gatta e ai miagolii che provengono da
sotto il tessuto dorato.
Il pontefice sta a guardare; un omone esce da sotto l’altare con le
braccia graffiate e due palline di pelo strette in mano.
«Non maltrattarli, sciocco. Sono anche loro creature di Dio»
esclama. «Avanti, dammeli».
Gli stanno entrambi in una mano e si agitano cercando il latte da
succhiare. Gli torna in mente il fagottino urlante che Giulia gli aveva
messo in mano qualche mese prima, quando era andato a trovarla
dopo il parto. Un altro maschio che se la prenderà con suo padre,
aveva detto ridendo. Un altro maschio per aumentare l’esercito dei
Borgia. Cesare può discutere quanto vuole, ma Rodrigo Borgia,
Alessandro VI, è ancora il capofamiglia. Basta guardare Giulia,
pallida e languida sotto quella cappa di capelli dorati, per capirlo.
Quale altro uomo di settantadue anni a Roma ha un’amante tanto
bella? Aveva fatto dondolare un poco il figlioletto, ma il vagito
insistente gli aveva dato sui nervi e l’aveva restituito alla madre
quasi subito.
Preme dolcemente un dito sulla pelle umida degli animali. «Che
fame di vita hanno da piccoli, eh? Nostra Santa Madre Chiesa offre
rifugio a tutto e tutti» dichiara, sentendosi pervaso dallo spirito di san
Francesco. «Lasciateli stare. Mi farà piacere sentire i loro miagolii
mentre prego, stamattina. Eccoli: rimetteteli accanto alla madre,
badando a non stringerli troppo».
Le guardie lo fissano interdette, ma obbediscono. Meglio
assecondarlo e liberarsi dei gattini più tardi. Tanto non se ne
ricorderà.
Si volta e avanza nella grande cappella. Quel maestoso soffitto a
volta non manca mai di sollevargli il morale. Questo è il suo
momento di gloria: un senso di potenza e bellezza combinate. Alla
fine della giornata vi saranno nove cardinali nuovi pronti a prendere il
loro posto sulle panche della cappella. Dei trentasei uomini del
concistoro, almeno un terzo ora deve la propria nomina direttamente
ai Borgia. Resta da capire quanto varrà il loro senso del dovere nel
prossimo conclave.
Santo Cielo, cosa non avrebbe dato per esserci anche lui. A
eccezione della qualità del cibo e dell’odore delle latrine, è il
massimo del divertimento cui un uomo possa aspirare. Gli pare di
vedere la scena: le file di celle di legno lungo i due lati della
Cappella, costruite in fretta e furia, tanto che si rischia di strapparsi
l’abito passando lungo le assi piene di schegge. Ci saranno molte
più pareti divisorie stavolta, riducendo lo spazio comune. Vi ha
partecipato cinque volte, e ogni volta si è trovato nel suo elemento.
Soprattutto l’ultima, undici anni prima, quando riusciva a vedere,
quasi a sentire, la corrente che si muoveva ai suoi ordini.
Mio Dio, come faceva caldo. Ricorda che camminava lungo il
corridoio di marmo, al centro, passando lungo le porte e contando i
voti; calcolava a mente il costo della vittoria, mentre sopra di lui
cento stelle dorate fissavano la navata dall’alto del soffitto a volta.
Dio, se me lo concedi, prometto che terrò l’Italia al sicuro e porterò la
pace tra le famiglie di Roma che si fanno la guerra, aveva detto. Non
era sceso in dettagli su cosa avrebbe fatto per la propria famiglia.
Dio sapeva cos’aveva nel cuore, e lui non se l’era cavata male! Gli
Orsini, i peggiori intrallazzatori, erano stati rimessi al loro posto, e nel
giro di altri due o tre anni si sarebbe aggiustato tutto: i francesi
sarebbero stati cacciati dall’Italia, lo Stato pontificio di Cesare,
finalmente unificato, si sarebbe esteso dalla costa del Tirreno a
quella dell’Adriatico, e Lucrezia avrebbe reso più salda la propria
posizione a Ferrara dando agli Este eredi maschi, senza contare il
suo primogenito Rodrigo e i figli di Giulia. Quello è il futuro dei
Borgia, se il Signore misericordioso avrà la bontà di lasciargli ancora
un po’ di tempo. Sarà vecchio e troppo chiacchierone, ma non è
ancora finita per lui.
Alle sue spalle, sente il miagolio flebile dei gattini. Vite giovani
salvate da un vecchio. Decide di interpretarla come la risposta di Dio
alle sue preghiere.
I soldati aspettano che se ne sia andato, poi vanno a prendere i
corpicini caldi e umidi e li annegano nel primo pozzo che trovano.
38.

Regali, abbracci, complimenti, un fiume di gentilezze… È passato un


anno dall’ultimo incontro tra Lucrezia e Isabella, e in quel mentre i
Borgia hanno preso tutto quello che hanno trovato sulla loro strada.
Compreso il figlio di Isabella, grazie alla promessa di matrimonio.
«Oh, che unione propizia». Quando sorride gli occhi le
scompaiono tra le pieghe carnose del viso. «Anche se il piccolo
Federico è ancora tanto giovane, e tutto può ancora succedere. Nel
frattempo vi ripeto, dolce cognata mia, che sono felice di vedere
quanto siete radiosa, non è vero, Alfonso?» tuba mentre sono seduti
tutti e tre insieme, in attesa che cominci uno degli interminabili
spettacoli del duca.
«Ci sono giunti resoconti terribili, a Mantova, della febbre e della
gravità della vostra condizione. Eppure, ora mi sembrate più in preda
a una febbre di gioia, non è vero, Alfonso? Devo chiedervelo:
perdonatemi entrambi, ma siete forse…»
Lascia cadere sul terzetto un silenzio carico di sottintesi.
«No» risponde Lucrezia, per risparmiare al marito la sofferenza.
«No, non aspetto un bambino. Non ancora».
«Arriverà in fretta, ne sono sicura. Non è vero, Alfonso?» dice,
strizzandogli il braccio con grande trasporto. «Oh, non fate quella
faccia, caro fratello. Non c’è nessuno in Italia che non vi invidi una
moglie tanto stimata da tutti».
Sono insopportabili, quelle serate. Anche se lui e Lucrezia fossero
follemente innamorati, all’avvicinarsi di Isabella lui sarebbe
comunque di cattivo umore. Sua moglie fa del suo meglio, ma
Alfonso si chiude in se stesso; la sorella maggiore si è sempre
divertita a punzecchiarlo. Non aiuta il fatto che le condizioni
dell’utero della moglie vengano discusse in pubblico. Il duca, poi,
non manca mai di girare il coltello nella piaga: «Tua madre portava
già tua sorella in grembo a questo punto del matrimonio. Lo so, lo
so, ma ormai sono mesi che sta bene. Qui si tratta di politica, non di
piacere. Cosa fate di notte? Giocate a scacchi?»
La settimana successiva, dorme quasi ogni notte nella fonderia.
Dio, come detesta la sua famiglia.
Lucrezia è sottoposta a un interrogatorio discreto da parte del
padre. Le sue lettere parlano del grande desiderio di avere un altro
nipote. Come vanno le cose tra loro? Il futuro duca visita ancora
regolarmente il letto nuziale? Lucrezia ricorderà quanto sia
importante non allontanare da sé il marito.
Certo che non lo allontana, ma la vita di corte lo annoia. Trova
antipatico quel damerino storpio, Strozzi, che va ad annusare le
sottane delle donne come un cane eccitato, e non ha tempo per la
poesia, che per lui rappresenta il peggio dell’ipocrisia dei cortigiani.
Ha idea di cosa stia succedendo? E in questo caso, gliene importa
qualcosa?
Isabella, invece, ha idee su tutto. È già al corrente del grande
poema sull’amore di Bembo e non vede l’ora che ne reciti alcuni
brani in una serata organizzata da lei, con musiche e canti.
Naturalmente Lucrezia è invitata, e naturalmente non parteciperà.
Lei e Bembo avevano parlato della possibilità di un simile evento
prima dell’arrivo di Isabella.
«Fa collezione di poeti come raccoglie statue. Meglio che facciate
attenzione: potrebbe chiudervi in uno dei suoi bauli e portarvi via con
sé».
«E perché dovrei andare con lei, quando tutto ciò che mi interessa
è qui?» dice lui, intrecciando le dita con le sue. Le loro mani sono
amanti da qualche tempo, ormai.
«Allora meglio che nascondiate questo fatto con tutto voi stesso.
Vi dico che va a caccia di scandali e farebbe qualunque cosa per
distruggermi. Parlo sul serio, Pietro, è una strega. Mio fratello la
definisce una scrofa brutta e grassa».
Aveva fatto una pausa, invitandolo così a rincarare la dose per
dimostrare che teneva davvero a lei più che a qualunque altra
donna. Ma Pietro, che di solito era veloce in quel gioco e mai a corto
di argomenti, non aveva detto nulla.
Una scrofa brutta e grassa, forse, ma anche una dei mecenati più
importanti d’Italia, e perfino un poeta innamorato deve guardare al
futuro. È la prima volta che Lucrezia ci pensa, e le dà un brivido
lungo la schiena.
La mattina del concerto adduce una febbre da fieno. «Rovinerei la
serata a tutti, sternutendo senza sosta» dichiara ridendo. È da
qualche giorno che si è preparata soffiandosi in continuazione il
naso, che così è rosso e infiammato. Quella sera siede nelle sue
stanze a ricamare con le sue dame e, attraverso le finestre aperte
coglie, di tanto in tanto, qualche nota musicale, qualche risata, e con
l’ago perfora rabbiosa il lino ben teso.
Il successo della serata è sulle labbra di tutti, e si mormora che
Bembo stia pensando di mettere in musica una parte maggiore del
suo lavoro, vista la magia che lui e la marchesa sono riusciti a creare
insieme. Quando si vedono, però, Isabella e Lucrezia non parlano
molto di poesia. Ed è strano, perché il servizio di spionaggio di
Isabella – si dà per certo che i nasi delle sue dame riescano a fiutare
dietro gli angoli e a spingersi oltre porte chiuse – deve avere saputo
dell’interesse che la cognata ha sviluppato per questa forma d’arte.
Nei momenti di maggiore nervosismo, Lucrezia si chiede perfino
se l’evitare l’argomento non sia una forma di attacco.
Durante la terza settimana della visita della marchesa – che grazie
a Dio sta per andarsene – le due donne e le loro dame trascorrono il
pomeriggio negli appartamenti della duchessa. Isabella non si lascia
sfuggire il minimo dettaglio dei cambiamenti operati da Lucrezia.
«Questi nuovi colori sono splendidi. Splendidi! Sono sicura che a
mio padre non dispiaccia. D’altronde gli avevate dimostrato grande
entusiasmo, quando vi aveva ammobiliato l’appartamento prima del
matrimonio. Come si chiama questa sfumatura di ocra? Color pulce,
credo. A me starebbe malissimo, ma a voi, col vostro pallore, dona
molto».
Finalmente tace. Il silenzio si prolunga. Le finestre sono aperte. I
fiori d’arancio del giardino pensile che si affaccia sul fossato stanno
appassendo: la primavera lascia il posto all’estate.
«Come profumano, ancora! Mi stupisce che riusciate a
sopportarlo, con il vostro olfatto sensibile» dice Isabella sorridendo.
«La malattia è quasi passata del tutto» replica Lucrezia con
dolcezza. «Ho ricevuto un rimedio dalle suore del Corpus Domini».
«Ah, sì, il Corpus Domini» ripete l’altra a bassa voce. «Mia madre
ci andava spesso: che chiostri perfetti. Un bel convento, sì».
Lucrezia la guarda stranita. Per un attimo la sua avversaria
sembra quasi vulnerabile.
«Vi invidio per essere cresciuta in una città bella come Ferrara»
concede generosa. È sincera. Aveva sedici anni Isabella, quando si
era sposata ed era andata a Mantova. Abbastanza per partire con
un patrimonio di ricordi. «Vi deve essere mancata quando ve ne
siete andata».
«Certo». Isabella le lancia uno sguardo strano, per un istante.
Forse ricorda il dolore negli occhi della madre, i racconti di come
avesse fatto chiudere a chiave le stanze della figlia dopo la sua
partenza, come dopo un lutto, invece di un matrimonio.
Come sarebbe stato se avessero trovato un modo per parlarsi
onestamente, se avessero capito che alcune delle battaglie che
combattevano come donne e come mogli non erano poi tanto
diverse? Ma ci sarebbe voluto più che uno scampolo di ricordo per
addolcire Isabella d’Este, ormai. Era stata addestrata fin dalla
nascita nell’arte dello snobismo dinastico, e il suo odio nei confronti
dei Borgia non poteva essere soffocato.
«Anche Mantova è una bella città, tuttavia, e mia madre mi veniva
a trovare. Che donna meravigliosa! La più grande duchessa che
Ferrara mai conoscerà, senza macchia nel sangue, nei pensieri o
nelle azioni».
A differenza di te e di quella cortigiana di tua madre, non c’è
bisogno di aggiungere.
Oh, Cesare ha ragione, pensa Lucrezia, sei una scrofa brutta e
grassa. «E il suo ricordo continua a vivere» replica, sforzandosi di
sorridere. «Vostro padre il duca è tanto gentile, dice che quando
ballo gli ricordo lei».
Santo Cielo, sembra di trovarsi in una zuffa tra gatte: non si sa mai
da che parte arriverà la prossima zampata. Regna un momento di
calma, durante il quale entrambe meditano la mossa successiva.
In lontananza il rumore dei carri e i canti dei menestrelli.
«Quanto chiasso. Non vi dà fastidio?»
«Niente affatto. Anzi, mi piace: sento che la vita fiorisce, là fuori».
«Ditemi, sentite qualcos’altro?»
«Per esempio?»
Isabella china la testa di lato. È un gesto che Lucrezia ha imparato
a conoscere: è segno che ci sono guai in vista. «La vostra torre si
trova sopra il tragitto che portava alle vecchie segrete. Che luogo
orrendo». Rabbrividisce.
«Non ci sono più prigionieri. Sono stati trasferiti prima che ci
stabilissimo qui».
«Certo, ma vi accadevano cose orribili» ribadisce, non senza un
certo compiacimento. Pur essendo già al centro dell’attenzione, non
disdegna quegli espedienti teatrali. «Una delle più grandi tragedie
della famiglia. Immagino ne abbiate sentito parlare molte volte».
«No, non credo proprio».
Nessuno parla mai male degli Este in sua presenza. Se anche
avessero mangiato bambini per tutto il secolo precedente, avrebbero
trasformato il fatto in un trionfo degno di un altro bell’affresco.
«Come? Non sapete nulla della duchessa che urlava?» chiede
Isabella, sporgendosi un poco, quasi fingendo che quelle parole
debbano restare tra loro due.
Lucrezia scuote il capo.
«Io l’ho udita una sola volta. C’erano dei disordini in città, e mia
madre portò noi bambini dal palazzo ducale nel forte per proteggerci.
Oh, gridava e piangeva da spezzare il cuore».
«Chi era?»
«Naturalmente era già morta da mezzo secolo». La marchesa
riprende fiato. «Cara sorella, davvero non sapete nulla della moglie
del celebre duca Niccolò, mio nonno? Una vicenda tristissima,
sconvolgente. Era la sua seconda moglie – ne ebbe tre, sapete? –
ed era giovane, intorno alla vostra età. Si chiamava Parisina
Malatesta, della scandalosa famiglia di Rimini. È stato molto furbo
vostro fratello a liberarsi di loro durante le sue grandi campagne».
Lucrezia non sa dove voglia andare a parare la cognata, ma sa di
doversi proteggere. Le sue dame di compagnia si avvicinano
appena, anche se il sussurro di Isabella è perfettamente udibile.
«Il duca era un uomo gagliardo, amante delle donne. Immagino
non fosse il primo né l’ultimo sotto questo aspetto» esclama ridendo.
«È una prova che molte mogli devono superare, vero?» chiede con
aria da cospiratrice.
«Suo marito, che visita ogni letto meno il suo». Le tornano in
mente le parole di Cesare durante la malattia. Quanto sta
accadendo, però, non ha nulla a che vedere con la solidarietà
femminile. «Sembra che alcuni uomini cedano alla tentazione più
facilmente di altri, è vero» dice Lucrezia, sollevandosi dritta e
guardando Isabella negli occhi.
«Anche alcune donne» ribatte subito l’altra, con un gran sorriso.
«Ma bisogna pure accordarle un po’ di comprensione. Sarà stata
colpa della… solitudine».
Ah, ecco, ci siamo, pensa. Bene, sono pronta. Avanti, affonda il
pugnale.
«Comunque, c’era un giovane a corte che la capiva e la copriva di
attenzioni. Bello, cortese, affascinante. Ebbene…» Indica con un
gesto a Lucrezia di proseguire.
Ma Lucrezia si è appena ricordata qualcosa. Una storia,
sussurrata molti mesi prima, quando stava litigando per la propria
rendita, e di come il duca avesse perdonato uno dei suoi migliori
musicisti, colpevole di avere ucciso sua moglie e l’amante. Qualcuno
aveva detto che, nella storia degli Este, la giustizia dava sempre
ragione al marito.
«Naturalmente alla fine non erano riusciti a trattenersi. Quando il
duca li scoprì, impazzì per la rabbia, perché…» Pausa a effetto. «...
Non solo lei, Parisina, era sua moglie, ma il suo giovane amante,
Ugo, era figlio del duca, nato da un’altra unione!»
Le dame di compagnia di Lucrezia si lasciano sfuggire
un’esclamazione inorridita.
«Per tutta la notte il duca diede sfogo alla propria collera, mentre,
nelle segrete, Parisina pianse e gridò chiedendo pietà. All’alba,
nonostante le sue implorazioni, furono entrambi decapitati».
«Che orrore!» Mentre sussurra quelle parole, Lucrezia pensa alle
parole di Catrinella, quando le aveva riferito delle sue prime
settimane alla corte di Ferrara, delle dicerie che giravano nelle
cucine e in lavanderia. I lunghi corridoi bui e i pettegolezzi maligni.
La famiglia d’Este non amava le donne dissolute. Anche a Catrinella
avevano parlato delle urla della duchessa?
Sa che quella storia dovrebbe avere lo scopo di spaventarla,
perfino di darle un avvertimento, invece evoca in lei un ricordo: il
giovane Pedro Calderon, bello e cortese, il cui unico crimine era
stato offrirle un poco di conforto romantico durante un periodo di
solitudine, ma che aveva attratto la gelosia e la furia del fratello.
«Non importa cosa fa una donna o cosa si dice su di lei. La tua
reputazione dev’essere immacolata. Immacolata, capito? Senza,
non servi a nessuno» le aveva detto furioso.
Reputazione: che parola subdola, ipocrita. Gli uomini possono fare
una dozzina di figli fuori del matrimonio ed essere ammirati per la
loro virilità. Quando Alfonso d’Este si porta a letto delle prostitute,
senza farne mistero, la sua “reputazione” non ne patisce; quella di
sua moglie, invece, sarebbe distrutta se si scoprisse che sta anche
solo pensando di trovare consolazione altrove. Un’avventura fatta
solo di parole, un nascondiglio pieno di lettere segrete, uno scambio
di poesie, ed è come se il peccato fosse stato commesso.
«Siete pallidissima, sorella. Spero di non avervi turbata». Isabella
la guarda preoccupata. Si mostra sempre generosa, una volta
ottenuto ciò che vuole. «Sono sicura che ora ha smesso di gridare.
O almeno, prego Dio che sia così».

Dopo che se n’è andata, Lucrezia manda via le amiche e resta da


sola in giardino al calar della sera. Respira profondamente ciò che
resta, nell’aria, del profumo dei fiori d’arancio e del fumo di legna,
mentre la città si prepara per la cena e il buio. Ferrara è nel suo
periodo più bello, quando la primavera sfocia nell’estate.
Lì vicino, un piccione si posa sul muro del giardino, poi le balza
vicino a un piede in cerca di briciole. Ha occhi piccoli e lucidi, color
arancione e, quando cammina sulle zampette rosa, a dita aperte,
spinge la testa in avanti a scatti, come se il corpo fosse troppo
pesante per seguirla con scioltezza. Ripensa alle mani squamose di
Alfonso, al tronco grasso di Ercole e agli occhi piccoli e freddi di
Isabella, con il corpo fasciato in gonne ampie che la seguono a
scatti. La famiglia estense è uno stormo di tronfi piccioni! La risata le
muore in gola.
Rovescia la testa indietro e guarda il cielo. Sopra i bastioni
arrivano i rondoni, che si lasciano trasportare dalle correnti,
scendono in picchiata e risalgono tanto in alto da sembrare fiocchi di
cenere sospinti dal vento. C’è poesia in ogni angolo del mondo,
basta cercarla. Nell’anno che ha trascorso in quella torre, non ha mai
udito una sola volta le grida di una donna morta. E non intende
cominciare a sentirle ora.
Sesta parte

Estate
1503
Quel Principe che s’appoggia tutto in su la fortuna, rovina come quella varia.
Niccolò Machiavelli
39.

A chi verrebbe in mente di muovere guerra con un tempo simile?


Nella grande fortezza di Gaeta, tra Roma e Napoli, le truppe francesi
sotto assedio fissano, dall’alto del parapetto, il nemico spagnolo
accampato ai piedi delle mura. Se non altro all’interno ci sono edifici
in pietra che proiettano un po’ d’ombra. Fa troppo caldo per
ammazzare nemici, lo sforzo è eccessivo. I cannoni sparano contro
le mura dall’alba fino a mezzogiorno, poi il calore del sole si fa
intollerabile, e tutti vanno a ripararsi sotto una tenda, un carretto o un
albero, ovunque riescano a trovare ombra. Il mare non è distante,
ma, chiunque fosse tentato di cercarvi conforto, sarebbe impiccato
come disertore al suo ritorno. Magari si potesse rimandare la
conquista militare all’autunno. Non è possibile, invece. Clima e
guerra: gli ingredienti della Storia.
A Firenze non si parla che del caldo. Un commerciante, mentre
smonta la sua bancarella al mercato sotto il sole di mezzogiorno,
lascia cadere un cesto di uova sui ciottoli, e gli albumi iniziano a
sfrigolare: i mendicanti approfittano del pasto gratuito. Poi vi sono i
morti, i cui corpi, restando a fermentare al caldo, si gonfiano e poi
esplodono liberando liquidi ed esalano un fetore insopportabile prima
e dopo la sepoltura. All’arrivo della febbre, il lavoro peggiore è quello
dei becchini, che devono scavare senza sosta la notte per
rispondere alla domanda crescente. Un uomo, mentre scava una
tomba per l’intera famiglia, vi lascia cadere dentro le chiavi; scende a
recuperarle, ma le esalazioni sono tanto forti che, quando lo trovano
il mattino dopo, è ormai cadavere anche lui: quel che si dice scavarsi
la fossa. Come può non essere vero, quando in tanti hanno sentito
quella stessa storia, ciascuno da qualcuno che giura di avere
conosciuto di persona il malcapitato?
Nella sua casa di via Guicciardini, Marietta Machiavelli, ormai
verso la fine della gravidanza, si prepara per trasferirsi in campagna.
È ingrassata molto nelle ultime settimane e si muove a fatica, come
un galeone sovraccarico senza il vento a gonfiarne le vele, e
biancheria e sottogonna sono fradici del sudore che le scende senza
sosta da sotto il seno. Deve partorire nelle settimane a venire, anche
se tutti sanno che il primogenito arriva sempre quando vuole. Nel
paese di Sant’Andrea in Percussina sono state ingaggiate levatrici e
balie, che si tengano pronte.
All’inizio non aveva voluto partire. «Darò alla luce un fiorentino. Il
suo primo viaggio dovrebbe essere con i suoi genitori al Battistero.
Che genere di moglie lascia il marito, mentre il mondo subisce tali
rivolgimenti?»
«Una moglie che tiene al marito quanto lui tiene a lei. È per questo
che vi mando lontano da qui».
Lei aveva sbuffato. Perché aveva sposato un diplomatico? Aveva
sempre la risposta pronta e la batteva regolarmente sul tempo. Se il
bambino fosse stato un maschio, come sperava, si sarebbe ritrovata
in minoranza: due Niccolò intelligenti in casa. Avrebbe fatto meglio a
sfornare quanto prima qualche bambina per ripristinare l’equilibrio.
Una volta presa la decisione, tuttavia, vi si adatta di buon grado.
Con un simile caldo, dividere il letto non è un piacere per nessuno, e
avverte il bisogno di mettersi al sicuro, come un uccello che
costruisce il nido. Niccolò è stupito, perfino allarmato, da tanta
arrendevolezza da parte di sua moglie.
«Laggiù non c’è febbre, e le donne del villaggio si prenderanno
cura di voi. Sono abituate alle nascite».
«Siete sicuro che ve la caverete qui senza di me?»
«Me la caverò benissimo».
«Oppure vi affiderete alle cure di un’altra donna» ribatte lei
allegramente, passandogli una mano sul tessuto liscio del farsetto.
La sua insolita placidità non le impedisce certo di accorgersi delle
notti in cui, a suo dire, il consiglio lo trattiene fuori di casa fino
all’alba. «Spero solo che lo saprà fare bene quanto me».
Niccolò cerca un’espressione adeguata per fronteggiare la moglie,
ma Marietta ride: «Oh, non preoccupatevi, non sono arrabbiata. Al
contrario, una moglie preferisce sapere che qualcuno si occupa del
marito. Dopotutto, siamo sposati da quasi due anni ormai, anche se
non mi aspetto certo che vi ricordiate la data. Non si tratta di Storia
romana. Il matrimonio è il matrimonio: tutti dicono che è così che
deve andare e che mi dovrei abituare. Ma mi dicono anche che è
meglio non parlarne, e io faccio del mio meglio, non vi pare?»
Lo guarda quasi intimidita. Ha il viso tondo, che pare una luna
piena. Quando sorride, le vengono le fossette. È vero che nelle
ultime settimane le sue dimensioni hanno soffocato il desiderio di
Niccolò, che si è sentito attratto altrove. Si conosce fin troppo bene
per stupirsene, del resto. Né si stupisce lei.
«Mia madre diceva che non avrei mai trovato un marito, perché
dico sempre ciò che penso».
«Avrei dovuto essere messo al corrente durante le trattative per il
matrimonio!»
«Oh, avete fatto comunque un buon affare». Gli volta le spalle,
dandosi da fare con i bagagli. «Ho sempre saputo che eravate un
uomo i cui interessi non si esaurivano nella moglie. Non parliamone
più» taglia corto, sentendosi orgogliosa di sé, per essere riuscita a
sdrammatizzare un argomento tanto spinoso. «E non dimenticate
che vostro compito è anche tenere Firenze al sicuro per la vostra
famiglia. Dio solo sa cosa faremo, se il duca Valentino dovesse
invadere…»
«Ve l’ho detto, qualunque cosa accada non muoverà contro
Firenze».
«È quello che dicevano tutti a proposito di Urbino» ribatte lei, che
non vuole privarsi del piacere di tenergli testa. «E Sant’Andrea in
Percussina? Il paese si trova a sud. Siete sicuro che non andrà lì?»
Ride. «Temo che, se gli dicessi che ci abitate voi, vi starebbe alla
larga. Marietta, credevo avessimo deciso che non vi sareste più
occupata di queste faccende».
«Non riesco a farne a meno. È tutta colpa vostra: tutti questi
pensieri che passano dalla vostra testa alla mia... Prima di
conoscervi non mi preoccupavo del mondo».
«Né dovete preoccuparvene ora. Ricordate cosa vi ha detto il
cardinale».
Marietta sorride. Era stato memorabile. L’elevazione a cardinale di
Francesco Soderini era stata celebrata in tutta la città: una
processione e una celebrazione riservate al clero, nella Badia, e una
messa celebrata dal nuovo cardinale aperta alla popolazione. Tutta
Firenze aveva voluto entrare in chiesa, ma Marietta Machiavelli,
essendo la moglie dell’uomo che aveva accompagnato Soderini
nelle missioni diplomatiche, aveva avuto un posto riservato su una
delle panche centrali. Aveva indossato il suo vestito più bello
(ricavato da una pezza di seta rossa, perché il colore le dona molto),
con la pancia che premeva contro le cuciture, un unguento sotto il
naso per neutralizzare l’odore di tutti quei corpi ammassati. Più tardi,
il cardinale in persona si era avvicinato a parlarle, dando la
benedizione a lei e al bambino che portava in grembo, e le aveva
detto che suo marito meritava grande rispetto e Firenze gli doveva
molto. Lei era arrossita, facendolo sorridere, e il cardinale aveva
detto a Niccolò che era un uomo fortunato.
Oh, poteva morire felice, dopo un simile onore. Solo che, se fosse
morta, non avrebbe fatto nascere il bambino.
«Andiamo moglie, se non partite ora, il caldo vi seguirà fin giù
dalle colline».
Sta a guardare la carrozza che sparisce lungo la via, oltre palazzo
Pitti, verso Porta Romana. La prossima volta che la vedrà, ci sarà
anche il bambino. Se la sorte concede loro un maschio, gli insegnerà
il latino e il greco prima dei dieci anni. Se la Repubblica continuerà a
esistere, potrebbe perfino trovargli un impiego nel governo quanto
prima. Un privilegio che lui non aveva avuto, perché Firenze era nel
vortice dell’invasione e sotto la tirannia della pietà religiosa. Sarebbe
un diplomatico migliore, ora, se avesse più esperienza? O quegli
anni in cui era stato a osservare la follia altrui gli avevano permesso
di vedere le cose da una prospettiva diversa?
Se la Repubblica continuerà a esistere… Quando entra
dall’ingresso laterale di Palazzo della Signoria, ha già dimenticato
Marietta. Ha scelto di non raccontarle gli ultimi sviluppi, perché una
donna incinta non ha bisogno di sapere che l’Italia si trova sull’orlo
del precipizio.
Tre giorni prima è giunta notizia che Cesare Borgia sta muovendo
le sue truppe – cinquemila uomini – da Roma in direzione di Viterbo,
verso il confine settentrionale dello Stato Pontificio e la Toscana. A
pretesto adduce che si tratta di manovre – innocue – per
raggiungere l’esercito francese. Ma Niccolò non è il solo a non
cadere nell’imbroglio. Il primo dispaccio del mattino porta notizie da
Milano: l’esercito francese – diecimila uomini – avanza in Lombardia.
Siede alla scrivania e calcola distanze e tempi. Se Gaeta non
cade entro i prossimi sette o otto giorni, il duca si troverà a dover
fare una scelta difficile: mantenere la promessa di aiutare re Luigi
contro gli spagnoli o muovere contro di lui e rischiare la sicurezza
delle sue città, mentre i francesi marciano verso sud per affrontarlo.
Lui e Biagio hanno già scommesso la paga di un mese su come
andrà a finire.
Anche se ha nascosto i suoi preparativi a Marietta, Niccolò è già
pronto a partire. Ha scommesso l’altra metà della paga sul fatto che
sarà a Roma, prima o dopo essere diventato padre.
Deve vincere almeno una delle due scommesse, perché una
nascita, tra feste e cerimonie, costa un mucchio di soldi.
40.

Con la partenza di Isabella, l’atmosfera cambia alla corte estense.


Alfonso, tenutosi alla larga come un gatto alla presenza di un
cane, ricomincia a partecipare alle funzioni di corte, e Lucrezia
compare al suo fianco. Non si è mai interessato ai pettegolezzi, e
qualunque cosa lui pensi della recente passione di lei per la poesia,
al cospetto di quell’invadente di sua sorella, Lucrezia ha sempre
preso, discretamente, le parti del marito. Se fosse più abile con le
parole, potrebbe dirle quanto le è grato, perché ha notato anche lui
che negli ultimi tempi è rifiorita. Oltre ai forni e alla fossa di colata, vi
è anche una fornace speciale in cui cuoce ciotole e brocche
disegnate e decorate da lui. Gli altri, in fonderia, hanno notato che
negli ultimi mesi vi ha dedicato molto tempo.
La terracotta, però, non può competere con la materia della poesia
epica.
Tuttavia, la poesia non dà più a Lucrezia la soddisfazione di un
tempo. Dopo tante parole, tanti sospiri, corteggiamenti e batticuori,
cosa resta da dire? Senza contare che il tutto è avvelenato dalle
parole di Isabella. Anche se il suo sonno non è disturbato da urla di
sorta, in certi momenti ha l’impressione che a corte la guardino in
modo diverso, aspettando solo che volti le spalle prima di sparlare di
lei. Forse sono le sue dame a trasmetterle tensione. Certamente
sono nervose, bisbigliano più spesso nei corridoi e nelle anticamere.
Come sempre, spetta ad Angela esprimere ciò che nessun’altra
osa dire, aspettando se non altro che non sia presente la duchessa:
«Cos’è successo alle dame di compagnia di Parisina?»

La città è oppressa da una cappa di calore, quando Bembo torna


da una breve visita in campagna; evento che coincide con il termine
della visita di Isabella. Anche se la sua presenza in una stanza
affollata le provoca vampate in tutto il corpo, Lucrezia si sorprende
esitante, perfino fredda. Evita il suo sguardo, trova pretesti per
parlare con altri. Quando si rivedono – la scusa è un volume appena
arrivato, che lei ha ordinato a Venezia – sembra che tra loro ci sia
stato un litigio fra amanti, anche se amanti non sono.
«Siete più radiosa dopo ogni assenza» le dice lui, mentre, come
d’abitudine, con la scusa di bere qualcosa si allontanano dal circolo
di dame sedute all’altro capo della stanza a ricamare. «Tutti
decantano la vostra ospitalità squisita».
«Strano. Io sento parlare soltanto della vostra serata di poesia e
musica».
«Un divertimento, tutto qui. La sala era vuota senza di voi».
«E l’offerta della marchesa di andare a trovarla a Mantova?»
Bembo sorride. Anche se nei giardini degli Asolani sono quasi solo
gli uomini a parlare, quando tacciono scoprono che le donne sono
arrivate quasi sempre prima di loro.
«Come avevate predetto, l’invito è stato fatto con grande cortesia,
e con grande cortesia è stato declinato».
«Come?»
«Le ho parlato di suo padre, il duca, che è stato generoso con me
per molti anni, e la cui generosità non posso certo deludere proprio
ora». Fa una pausa. «Sebbene la sua proposta fosse molto
allettante» aggiunge. Recentemente ha lavorato molto sulle
considerazioni di Perottino e sui molti modi in cui l’amore può ferire,
e il veleno dolce della gelosia è spesso nei suoi pensieri.
«Signora» inclina il capo, avvicinandosi «vi ho detto che non avete
nulla da temere da lei. La eclissate con la stessa facilità con cui
Venere eclissa ogni notte tutte le stelle del cielo».
«Allora, sarebbe stato meglio se Isabella fosse stata Venere il
martedì e il venerdì» risponde lei prontamente. «Mi avrebbe
semplificato la vita».
Bembo getta un’occhiata alle ragazze sedute: tengono gli occhi
bassi, ma hanno orecchie più aguzze dell’ago. «È stato un periodo
difficile per entrambi. Possiamo stare soli per un momento?»
Lucrezia lancia uno sguardo alle spalle di lui. Oh, come sono
stanca di essere controllata, si dice.
«Il signor Bembo ha bisogno di carta e inchiostro. Andate nel mio
studio a prenderli, per favore» chiede con noncuranza.
Camilla alza gli occhi con sguardo interrogativo, ma Lucrezia non
demorde.
La porta si chiude, e per un attimo non parlano.
«Ah, Lucrezia, quanto mi siete mancata!» sospira il poeta
prendendole la mano.
«Quanto?» chiede lei in tono leggero.
Lui ride: «Mi ci vorrebbero giorni per trovare le parole giuste».
«Provate con quelle sbagliate, allora».
Bembo adora quell’atmosfera maliziosa e complice tra loro. È una
difesa, quando i sentimenti minacciano di travolgerli. Stavolta, però,
è diverso.
«Sono venuto per farvi una domanda: voglio dedicarvi Gli
Asolani».
Era l’ultima cosa che si aspettava. «Gli Asolani? Ma non è finito».
«No, mi ci vorrà ancora un anno almeno. Ma quando lo sarà…»
«Siete sicuro che sia una scelta giusta? Insomma, è un poema
che parla di…»
«Credetemi, ci ho pensato molto. È una proposta onorevolissima.
Parla dell’amore in tutte le sue forme, esplorato e presentato
attraverso una serie di serate a corte. Per questa ragione,
considerando il suo ambito, è lecito che sia dedicato alla duchessa
di una grande corte. A chi altri lo dovrei dedicare?»
Nel brivido di silenzio che segue, è difficile non cogliere il nome di
Isabella d’Este nell’aria.
«L’opera che altererà il corso della poesia italiana» l’ha definita
Strozzi. Gli Asolani dedicato a lei, Lucrezia Borgia, a lungo
considerata una meretrice assassina, dedita all’incesto.
«L’avete scritto in gran parte prima di conoscermi» obietta.
«Forse, ma conoscervi l’ha trasformato in qualcosa di
infinitamente più profondo».
«Allora… come posso rifiutare?»
Pietro si porta la mano di Lucrezia alle labbra e le bacia
delicatamente il palmo aperto.
Ogni volta che riesce a riconquistarla, prova un piacere maggiore,
perché ai suoi occhi diventa sempre più bella. L’aria attorno a loro si
ferma, e Pietro avverte il parassita del desiderio scavargli nelle
viscere. Sì, parassita è la parola giusta. Lei sarà sempre la sua più
grande musa, perché, dopo ogni loro incontro, un turbinio di idee lo
travolge…
Ma Lucrezia ne ha abbastanza di poesia. Si protende, e le loro
bocche si toccano, trasmettendole una scossa in tutto il corpo. Non
vincerai, Isabella d’Este, pensa furiosa. Sono figlia di un papa e
sorella di un soldato e non mi lascerò schiacciare dai tuoi
pettegolezzi malevoli. Il bacio si prolunga, le lingue iniziano a
giocare. Il ben noto coraggio dei Borgia dà sempre il meglio quando
aumenta il pericolo. Qualunque cosa succeda ora, è lei a scegliere.
Non è vittima di nessuno.
Le tocca il seno, e un vulcano si sta preparando a esplodere
dentro di loro, quando a un tratto lui si ritrae con un gemito.
«Ah, mia dolce signora» sussurra, prendendole il mento con una
mano, per tenerla vicina a sé e insieme impedirle di avvicinarsi.
«Come siete bella».
Lei resta immobile, le labbra ancora socchiuse e il respiro corto.
«Siete la mia sirena, la mia musa…» Si interrompe, come se
neppure le sue doti poetiche riuscissero a essergli di aiuto. «Ma…»
«Ma?» gli fa eco Lucrezia. «Sono la duchessa di Ferrara. È
questo?»
Lui scuote il capo, come se il solo pensiero lo facesse soffrire.
«E se fossi una sirena sposata a qualcun altro?»
Il poeta abbassa lo sguardo. «Non lo siete» si limita a dire.
«No, avete ragione. Non lo sono».
Lucrezia ride, un risolino che suona vuoto, frivolo persino a lei.
«Naturalmente conoscete la storia di Parisina e Ugo, vero?»
Lui la guarda, e per una volta non sa cosa dire.
«La moglie e il figlio del duca Niccolò?» lo esorta lei. «Entrambi
furono giustiziati a causa della loro tresca. Lui era un uomo
bellissimo, cortese, dicono, anche se non molto abile con le parole».
A un tratto si sente arrabbiata, senza capirne il perché.
«Lucrezia, questo non ha nulla a che…»
«… A che vedere con noi ora? Certo che no! Non siamo certo due
adulteri, vero? Noi intratteniamo solo rapporti di amore cortese.
Facciamo l’amore con le parole, non con il corpo. Altrimenti, se lo
facessimo… chissà che fine faremmo» conclude con voce gelida.
Il poeta fa una smorfia. «Vi prendete gioco di me».
«No, Pietro. Al contrario, sono molto seria. Sono una donna con la
capacità di distruggere tuti gli uomini che amo».
Anche se guarda lui, vede qualcun altro: un uomo altrettanto bello,
pieno di vita e di gioia. L’immagine cambia, e ora vede un corpo
trascinato giù dal letto, il volto gonfio, violaceo, la garrota stretta
intorno alla gola da Michelotto. Neppure il matrimonio ha salvato
Alfonso dall’ira di suo fratello.
Si divincola dalla stretta di Pietro. «Credo che troverete difficile
cambiare il corso della poesia italiana, se vi tirano il collo come a un
pollo».
Si alza e si avvia verso la porta, chiamando le damigelle. Sono
subito fuori, troppo vicine, e le porgono carta e inchiostro, quasi che
fossero appena arrivate. Lo sguardo allarmato delle donne la fa
tornare in sé.
«Il signor Bembo ha bisogno di stare da solo per mettere per
iscritto i suoi pensieri» dichiara con fermezza. «Ora se ne deve
andare».
China il capo, offrendogli la mano a significare che l’udienza è
finita.
Lui si alza, incerto tra vergogna e perplessità.
«Mia cara duchessa» dice con dignità quasi teatrale prima di
andarsene, «il tempo che trascorro in vostra presenza è più
importante per me della vita stessa. Non c’è musa più preziosa nel
mio lavoro né donna più dolce in terra. Gli Asolani è il vostro poema.
Non sarà mai di nessun altro».

Non piange a lungo e, quando smette, si sente più leggera, come


se avesse indossato un corpetto stretto per tanto tempo da diventare
quasi una seconda pelle, e solo ora, togliendolo, potesse riprendere
a respirare.
Si ritira presto nei suoi appartamenti e congeda Catrinella. È una
serata mite, e dalle finestre entrano spezzoni di musica per
trombone e bombarda dal palazzo di Ercole. Il duca sarà anche un
avaro, ma spende volentieri per ciò che gli piace. Ha declinato
l’invito di stasera con la scusa del ritardo accumulato nella
corrispondenza durante la permanenza della marchesa, ma ora
rimpiange di non essere andata.
Il tamburo segna il tempo del saltarello. Lucrezia batte il piede a
terra, canticchiando tra sé. Sono passati mesi da quando ha ballato
al ritmo di quella musica. È un linguaggio ben diverso quello che si
parla danzando. Quando il corpo si manifesta con tanta prepotenza,
c’è poco spazio per la mente. È uno dei motivi per cui le piace tanto.
Si sposta al centro della stanza, raddrizza la schiena, facendosi
più alta, e l’orlo dell’ampia camicia da notte le risale fino alle caviglie.
Senza scarpe, i piedi nudi aderiscono al pavimento di legno. Leva le
braccia in alto, incrociandole all’altezza dei polsi, come due uccelli
che spiccano il volo davanti a lei. È una danza che ama, il saltarello,
perché passa di continuo dalla terra al cielo. Scivola furtiva,
volteggia e saltella, disegnando figure geometriche tra dodici
ballerini. Se li immagina e si muove come fossero nella stanza.
Solleva una spalla, tende un braccio, con grazia e lentezza infinite,
in direzione del cavaliere immaginario alla sua sinistra, e comincia a
muovere i piedi.
Dopo un po’ la musica tace, ma lei continua a ballare, evocando
con la fantasia le note imperiose di trombone e tamburo sulle quali
regolare i passi. Si adatta felice alla leggerezza dell’abito,
muovendosi più libera, esagerando gli inchini e le torsioni, saltando
più in alto.
E quanto e quale è il fuoco che la sua gran virtù ha nel mio petto
racceso, io contento non sarò mai.
Le parole di Bembo sono ancora con lei, brillano come
luminescenza in un mare notturno. I suoi capelli, mollemente
intrecciati, si sono sciolti e ora danzano con lei. Agita la testa per
avvertirne la frustata sul volto. I ballerini immaginari sono scomparsi
tutti, ma lei continua.
Non ricuso per ogni una delle vostre faville avere molti Moncibelli
nel mio petto.
Sa che lui la ama. Come è possibile prendersela con un uomo le
cui armi sono le parole, se sceglie di spostarsi dalla traiettoria del
cannone? Intreccia le mani, aumentando il ritmo dei passi.
Qualunque dolore sia nato tra loro, viene cancellato dalla danza.
Avverte la sensazione familiare del sudore sulla pelle, una tensione
nei polpacci. Si tende verso l’alto e sente lo spazio sotto le costole
allargarsi, e con il respiro successivo le pare di sollevarsi dal
pavimento.
«Ah, signora, certe volte sembra che quando danzate vi libriate a
mezz’aria» le aveva detto Trampoli a Spoleto. O era stato a Gubbio?
Le città e i saloni da ballo si confondono tutti, ormai. Non era stato il
primo a farle un complimento simile. Quando aveva ballato con suo
fratello alle celebrazioni per il fidanzamento con Alfonso d’Este a
Roma, tutto il seguito ferrarese l’aveva acclamata e applaudita. Non
si era mai sentita tanto infelice: il ricordo del corpo dell’altro Alfonso
era ancora presente dentro di lei, ma sotto il sorriso di facciata
nessuno se n’era accorto; e, se doveva essere sincera, in quel
momento anche lei si era sentita più libera.
Esegue un’ultima serie di giravolte, con il respiro che le si mozza
in gola, e si ferma, portando le mani nella posizione iniziale, prima di
fare un inchino profondo in direzione di una sedia vuota.
Chi altri avrebbe potuto occuparla, se non suo padre?
È sempre stato il suo spettatore più entusiasta. Il suo primo
ammiratore. Ricorda bene la gioia delle sue visite quando era
piccola: entrava in casa di corsa, invitandoli a saltargli in braccio,
mentre distribuiva regali tra scoppi di risa. Più tardi, quando i maschi
avevano esaurito le grida, Lucrezia danzava per lui; allargava le
gonne con un ampio inchino prima di compiere saltelli in giro per la
stanza, con il viso infantile concentrato sugli ultimi passi imparati.
«Dio ti ha dato piedi d’oro e una grazia da rondine» le disse una
volta «ma hai ancora una cosa da imparare» e le bisbigliò una cosa
all’orecchio.
Quando era tornato, la settimana successiva, Lucrezia aveva
ballato a testa alta, con un sorriso radioso diretto a tutti coloro che la
guardavano.
«Brava, bravissima. Si metteranno in fila per chiedere la tua mano,
ma non gliela concederò mai».
Sul primo punto aveva avuto ragione, anche se era dovuto al fatto
che fosse diventato papa più che alla grazia della fanciulla nella
danza; ma a modo suo aveva avuto ragione anche sul secondo.
L’inverno successivo sarebbero stati due anni che non lo vedeva:
lei era partita sotto la neve, e lui era corso da una finestra all’altra nel
corridoio del Vaticano per salutarla con la mano. Una volta che
quello scontro folle tra Spagna e Francia si sarebbe concluso, forse
avrebbero potuto organizzare una visita. Ferrara avrebbe fatto le
cose in grande per riceverlo: il loro papa e il padre della loro
duchessa. Quanto le mancava.
Prima di andare a dormire scrive al padre:

La vipera mantovana è venuta in visita a Ferrara, ma non le ho


permesso di affondare i denti nella mia pelle. La ristrutturazione dei
miei appartamenti è quasi completa, e ho intenzione di ordinare
nuove edizioni dalla stamperia di Manuzio a Venezia per la
biblioteca. La vipera è dell’avviso che i suoi prezzi siano troppo alti,
ma è il migliore della città, e lei sperpera collezionando altro. Ora
che la mia rendita mi è stata versata per intero, ho commissionato
altra musica, e il poeta veneziano Bembo gode dell’ospitalità della
corte mentre lavora sui dialoghi, tanto attesi, sulla natura dell’amore.
Con l’aiuto di Dio, intendo costruire una corte, qui, in grado di
primeggiare su tutte le altre che l’Italia conosce. Quando verrete, so
che vi piacerà. Prego per voi ogni giorno e non vedo l’ora di
rivedervi. Anche se ora faccio parte della famiglia d’Este e sono
onorata di fregiarmi del titolo di duchessa di Ferrara, nel cuore
rimarrò per sempre
La vostra figlia che vi ama
Lucrezia Borgia
41.

È agosto, e a Roma fa sempre più caldo. Il papa e la corte del


Vaticano dovrebbero essere in campagna già da tempo, ma chi può
spostarsi quando due eserciti si affrontano a nord e le notizie dal sud
dicono che Gaeta sta per crollare?
Nella stanza di Alessandro le finestre sono spalancate, e lui dorme
con la sola camicia da notte, ma anche le ore più fresche gli danno
ben poco sollievo. Ha un crampo alla gamba sinistra, la pancia
brontola e i peti che gli sfuggono hanno un lezzo ben diverso dal
profumo dei fiori d’arancio. I suoni e gli odori dei vecchi gli
ripugnavano quando era giovane, e nulla è cambiato da allora. Si
gira con fatica sull’altro fianco, con la pancia che gli ricade
mollemente accanto. Come ha fatto a diventare tanto grasso, lui che
mangia meno di tanti uomini più magri?
Non è certo il più grosso, tuttavia. Di questi tempi Roma è piena di
prelati corpulenti che non chiedono di meglio che sedersi davanti a
piatti abbondanti, ruttando di piacere.
Aveva cenato con loro qualche giorno prima: lui e Cesare erano
stati ospiti d’onore a una cena nella villa di campagna di uno dei
cardinali appena nominati, Adriano da Corneto. Era stato un
banchetto all’aperto, un tavolo, sotto una loggia, che quasi crollava
sotto il peso dei piatti: maiali arrosto e pasticci, salse succulente,
statue di zucchero e di ghiaccio che si scioglievano subito nell’aria
afosa. Non vedeva l’ora di tornare a casa.
«Leviamo i calici alla più grande famiglia che Roma e la Chiesa
abbiano mai conosciuto». Il sole era tramontato ed erano state
accese le candele, anche se il caldo era ancora insopportabile,
quando il loro ospite aveva fatto il brindisi.
Alessandro aveva accettato l’omaggio con un sorriso pigro, ma
dentro si sentiva ribollire. La più grande famiglia che Roma e la
Chiesa abbiano mai conosciuto. Pensavano forse che non sapesse
interpretare l’insulto celato in quel vile complimento?
Che branco di ipocriti! Quindici anni fa non si sarebbe neppure
seduto al loro tavolo. Se avesse avuto l’energia, si sarebbe alzato e
avrebbe detto loro cosa pensava veramente. Per anni la maggior
parte di voi non riusciva neppure a pronunciare il nome Borgia senza
sputare, e adesso siamo la più grande famiglia che Roma e la
Chiesa abbiano mai conosciuto? Ci prendete per degli idioti?
«Un brindisi memorabile per un momento memorabile, signori».
Cesare si era alzato e aveva levato il calice. Alessandro non
l’aveva mai visto così di buonumore: beveva e non toccava cibo,
rideva e parlava con tutti, come se fossero tutti fratelli che non
vedeva da tempo. Il solo fatto di guardarlo lo stancava.
«Come generale dell’esercito pontificio e a nome del nostro amato
pontefice Alessandro VI, propongo un altro brindisi: ai Borgia e ai
loro alleati».
«Ai Borgia e ai loro alleati» avevano risposto in coro.
«Cosa c’è che non va, padre?» aveva sibilato, mentre le
acclamazioni si levavano attorno a loro. «Stiamo festeggiando».
«Con questi idioti? Sono pupazzi. Tutti venduti. Venduti… Non c’è
un solo uomo di Dio tra loro».
«Di questo è fatta la Chiesa, padre. Inutile spargere insulti su ciò
che voi stesso avete creato».
Lo aveva incenerito con lo sguardo, la collera che minacciava di
soffocarlo. Padre e figlio: si riduceva a quello il loro rapporto?
Volgarità e insolenza? Non lo sopportava, ma con quel caldo si
sentiva troppo stanco per litigare.
«Trovami un piatto di sardine» aveva ringhiato.

Era successo cinque giorni prima, e da allora non si sente bene.


Ieri – undicesimo anniversario dalla sua ascesa al trono pontificio –
era troppo stanco per celebrare l’occasione. Dev’essere la tensione
dell’attesa per Gaeta. Circola una battuta in Vaticano (naturalmente
lui non dovrebbe essere neppure al corrente): se avessero lanciato il
papa, invece delle palle di cannone, la città sarebbe caduta
immediatamente. In circostanze normali avrebbe riso – tutti sanno
che preferisce essere di buono che di cattivo umore – invece si è
sentito depresso e contrariato. Un uomo che ha sconfitto tanti dei
suoi nemici dovrebbe godersi di più la vita.
Sposta la testa su un altro cuscino, più fresco. Ah, se Lucrezia
fosse lì. Trovava sempre un modo per farlo sorridere. Anche dopo
tutto questo tempo, la nostalgia di sua figlia è come una scheggia
nell’anima. Ah, quegli Este così avari. Aveva dato loro un gioiello, e
la trattano come un volgare gingillo di vetro. La sua ultima lettera gli
ha fatto venire le lacrime agli occhi. Naturalmente avrà una grande
corte tutta sua, e se i soldi non le bastano gliene manderà lui. Sua
figlia non dovrà mai abbassarsi a chiedere.
Quanto gli farebbe piacere vederla! Era stato scritto nel contratto
di matrimonio che si sarebbero visti entro l’anno nel Santuario di
Loreto, ma con le guerre e la sua malattia era stato impossibile.
Allora l’avrebbero fatto l’anno successivo. Nel frattempo sarebbe
rimasta incinta, perché quale uomo avrebbe potuto resistere a una
moglie del genere? Quanto le avrebbe donato la gravidanza! Era
bellissima, quando aspettava Rodrigo. Proprio come sua madre.
Cerca di ricordarle entrambe, ma i loro visi continuano a dissolversi.
Non vede Vannozza da anni, ma è sicuramente ancora una bella
donna. E Lucrezia… L’unico viso che le assomigli è quello della
giovane santa Caterina immortalata da Pinturicchio nella Sala dei
Santi, e allora era poco più che una bambina, ancora timida e
paffuta. Non avrei mai dovuto permetterle di lasciarmi, pensa.
Chiederò un suo ritratto. Anche se tutti si lamentano del fatto che
Venezia si accaparra i pittori migliori, deve pur esserci qualche
artista meritevole a Ferrara. Sì, sì, un ritratto della figlia lo
aiuterebbe.
Ma gli farebbe bene dormire, soprattutto. Attorno ai quattro
montanti del letto le tende invernali sono state sostituite da lenzuola
bagnate, che i servitori cambiano ogni poche ore nel tentativo di
abbassare la temperatura. Per un po’ funziona, e in certi momenti
sta quasi per assopirsi, ma poi ode il fastidioso ronzio di una
zanzara. All’indomani del banchetto, il suo viso sembrava un
puntaspilli. Quell’estate sono più numerose e insolenti che mai, e c’è
un limite al numero di unguenti repellenti che riesce a spalmarsi
addosso con quel caldo. Se le immagina in formazione di artiglieria
volante, pronte ad attaccare, il suo corpo un banchetto preparato in
loro onore, con portate infinite a loro disposizione. Si solleva sui
cuscini, e dal piano superiore gli giungono i cigolii e gli scricchiolii
delle assi. Cesare deve avere compagnia, stasera. Che energia!
Anche lui era così fino a poco tempo prima: di giorno governava la
cristianità con lo stesso entusiasmo con cui di notte entrava in
paradiso.
Di questi tempi, però, Alessandro non desidera la carne femminile,
ma solo un luogo più fresco dove far riposare la propria.

Nelle stanze al piano di sopra, Cesare non è tra le lenzuola. Ora è


nei panni del soldato, non dell’amante, e le donne le tratta come
fossero cibo: un piatto da farsi portare quando ha fame e da togliergli
di torno quando è sazio.
«Non sarò disponibile per un po’» gli aveva detto Fiammetta,
mentre si intrecciava i capelli e se li fissava sotto il cappuccio di seta,
prima di lasciare i suoi appartamenti qualche settimana addietro.
«Fa caldo, e mi trasferisco in campagna».
«E se ho bisogno di voi?»
«Voi non avete bisogno di me, signore; vi serve solo un foro dove
infilarvi. Potete rivolgervi ad altre, per questo. Forse, quando i vostri
gusti torneranno a essere più raffinati….»
Il periodo non è facile per nessuno di coloro che sono al suo
servizio. Mentre il resto del mondo rallenta, istupidito dal caldo, lui
accelera. Di notte lavora sulle questioni che riguardano la Romagna;
legge e scrive rapporti per i governatori delle città. Amministrare la
pace richiede più tempo del muovere guerra, e deve controllare
tutto. Aspetta già con impazienza la risposta al dispaccio che il
destinatario dovrà ricevere di lì a due giorni.
All’alba va a caccia, e l’aria del mattino allevia momentaneamente
il mal di testa che le pozioni di Torella non riescono a curare, prima
di tornare alle qestioni militari e politiche del giorno. Si tiene pronto a
lasciare Roma nel momento in cui la notizia che sta aspettando
arriverà. Ma Gaeta non cade. Nei momenti più caldi della giornata si
sdraia forse un’ora o due, ma non per dormire, perché è troppo
concentrato a pensare. Poi qualche svago: un pasto femminile
consumato frettolosamente o un banchetto, come quello al quale si
era recato con il padre qualche giorno prima; la sera, torna ai
dispacci. Sembra un giocoliere di strada, che fa volteggiare tanto in
fretta le torce accese che queste sembrano un cerchio di fuoco.
Torella sta a guardare in disparte, con grande attenzione. Ha già
conosciuto quegli accessi di energia maniacale nei giorni più terribili
del complotto di Imola e, pur sapendo di non poterlo interrompere,
non vuole neanche lasciare che continui a quel ritmo folle. Alla fine si
decide a chiedere un’udienza. Gli viene rifiutata, ma viene svegliato
il giorno dopo prima dell’alba: adesso il duca è disposto a riceverlo.
«Volevo sapere come vi sentite, signore» dice, dopo essersi
bagnato la testa con acqua fredda per schiarirsi le idee.
«Mai stato meglio, non si vede?»
«È quasi una settimana che dormite poche ore per notte. Non è
normale. Mi chiedevo come andasse la testa».
«Benissimo, chiara e forte come una campana anche quando i
rintocchi sono troppo intensi. Dovreste essere soddisfatto. La vostra
cura ha fatto di me un uomo nuovo. Vi avrei anche permesso di
brevettarla, ma che interesse avrei ad avere nemici più sani?» Ride,
come se la sua fosse una battuta spiritosissima. «La questione non
è perché io non dorma, ma perché gli altri dormano tanto.
Spiegatemelo, se ci riuscite. Perché non stiamo sempre svegli?
Riusciremmo a fare tante più cose…»
«Nessuno riesce a capire cosa sia il sonno, signore, ma secondo il
parere di molti l’uomo ha bisogno di tempo per i sogni: pare che
ripuliscano la mente e offrano consiglio e guida per il comportamento
da seguire».
«Sciocchezze. Sono una perdita di tempo! Sono inutili. I sogni non
servono a nulla. Perfino la parola mi contraria. I sogni sono
l’espediente cui ricorrono gli uomini per consolarsi quando non
riescono a ottenere ciò che vogliono. Sono certo che i grandi della
Storia non dormissero. Attraversate Roma al mattino e ve ne
renderete conto: guardate bene i templi che si ergono al sorgere del
sole, dietro quelle colonne. Siamo nani rispetto a loro. Vi dico che
Roma non è stata costruita con sonnellini e sogni, ma grazie
all’energia, all’azione, alla guerra».
Troppe parole da parte di un uomo solitamente taciturno. Torella fa
del suo meglio per non mostrarsi apprensivo. Lancia un’occhiata al
tavolo coperto di carte. «Sembrate molto impegnato, signore. Posso
chiedervi come stanno andando le cose al sud?»
«Ah! Manca l’appetito per le conquiste. Le palle di cannone si
abbattono sulle mura di Gaeta, che però si ostina a non cadere».
«Ostacolerà i vostri piani».
«Quali sarebbero i miei piani, Torella?» chiede brusco.
Il medico si stringe nelle spalle: sanno tutti che l’esercito del duca
è diretto in Toscana, pronto per sferrare un attacco. «Quelli che
avrete la bontà di rivelarmi, signore».
Un’altra risata fredda. «Siete leale, e per questo ve li dirò. Re Luigi
sta marciando verso sud con il pretesto di espugnare Napoli, ma in
realtà ha in mente di fermarmi, perché conosce troppi dettagli dei
miei progetti, grazie a quel traditore bastardo del nostro inviato.
Dovremo quindi cambiare programma. Ho mandato un messaggio al
re, spiegandogli che le mie truppe stanno aspettando di unirsi alle
sue e offrendogli il mio appoggio incondizionato nella sua lotta
contro gli spagnoli. Vi state chiedendo come trarrò vantaggio da
questo contrattempo? Ora ve lo spiego. Quando ci avvicineremo a
Napoli farò in modo che il re mi ricompensi adeguatamente per la
mia fedeltà, altrimenti…» Una pausa. «Altrimenti offrirò i miei servigi
all’altro campo. Ah! Una mossa brillante, non trovate?»
Torella adesso comincia a preoccuparsi sul serio. Non solo il duca
parla troppo e troppo in fretta, ma gli rivela particolari che
dovrebbero restare segreti.
«Vi assicuro che la guerra è come il ballo. No, anzi, non come il
ballo. È un po’ come saltare da un cavallo lanciato al galoppo a un
altro. Un tempo lo facevo spesso, sapete? E ogni volta leggevo sul
volti di coloro che mi ammiravano un’espressione pari che se avessi
sfidato gli dei. Loro non avrebbero mai osato. È proprio questo il
trucco, Torella: osare. Infilare la mano sotto le sottane della Fortuna
e stuzzicarla, finché non smania per voi. Che c’è? Il mio linguaggio
da soldato scandalizza un prete come voi?»
«No, signore, mi dicevo solo… Vorrei suggerirvi un calmante per
la testa. Forse…»
«Non c’è niente che non vada nella mia testa» grida. «Le membra,
invece, mi dolgono di nuovo».
«Le membra…»
«… Non importa. Il fatto è che gli uomini sono deboli. Io, invece,
sono fatto di metallo, e devo ringraziare anche voi per questo.
Verrete ricompensato adeguatamente. Cosa c’è, Michelotto?»
chiede a un tratto, quando la porta si apre alle sue spalle, neanche
avesse occhi dietro la nuca.
«C’è l’ambasciatore francese».
«Nessuno l’ha visto entrare?»
«L’ho condotto qui io, da una porta laterale».
«E mio padre?»
«È ancora a letto. Il cappellano dice che dorme male».
«Non c’è metallo in lui, vedo». Sorride, congedando Torella con un
gesto. «Fallo salire e finiamola».
Nella sua stanza, Torella si dedica ai suoi appunti. Scrive in fretta,
la mano gli trema:

Sesto giorno senza dormire. Membra dolenti. Parla in fretta, ride.


Ottimo umore, tendente alla mania, un leggero tremore nelle mani e
nei piedi quando parla, come se danzasse, ma non se ne accorge.
Una manifestazione inattesa del mal francese o uno squilibrio al
cervello.

Rilegge le sue parole e conclude con un punto interrogativo.


42.

Il papa è in preda al delirio. Non c’è altro modo per descriverlo.


È cominciato all’improvviso. Si è alzato quel mattino esausto,
abbattuto, ha preso un po’ di vino annacquato e frutta, ha ricevuto
qualche inviato e stava dettando una lettera a Lucrezia, quando è
stato colto da un attacco violento di vomito che si è protratto anche
dopo che lo stomaco si era svuotato del tutto. Quando l’avevano
riaccompagnato in camera, la febbre era già scesa.
Entro un’ora il vescovo di Venosa e un’altra mezza dozzina di
medici hanno preso possesso dei luoghi. La camera da letto
pontificia, gli appartamenti, perfino le porte del Vaticano sono stati
chiusi.
A sera brucia, grida che è in fiamme e che devono dargli più
acqua. Gliela portano, ma si dibatte con tanta violenza che fa cadere
la brocca. Lo tengono fermo, gli applicano impacchi freddi. Ha
bevuto pochi sorsi, quando ricomincia a vomitare.
«È un brutto mese per gli uomini grassi. Lo sapevo… Lo
sapevo…» grida, poi finalmente ricade sui cuscini, gli occhi vitrei per
lo sforzo.
Tutti sanno di cosa sta parlando: la morte di suo nipote, il
corpulentissimo cardinal Juan de Borgia Lanzol, ucciso dalla stessa
febbre meno di una settimana prima. Al funerale due dei portatori
della bara erano svenuti dal caldo, o forse per il peso. Alessandro,
guardando passare la processione, era stato di umore
particolarmente cupo.
«Povero Juan. Avrebbe dovuto pregare di più e mangiare meno.
Agosto è un brutto mese per gli uomini grassi».
In quel preciso momento un corvo giovane, sbagliando traiettoria
nell’aria afosa, era entrato dalla finestra aperta, andando a sbattere
contro i muri, finché non era caduto, agitando freneticamente le ali
nere demoniache, ai piedi di Alessandro. Non c’è lingua in Europa
che non traduca tale episodio come un presagio di morte.

La febbre estiva, sprigionata dall’aria malsana delle paludi, cala su


tutta la città come una nebbia invisibile. Nei suoi settantadue anni di
vita, Rodrigo Borgia ha visto uomini più giovani e sani di lui
soccombervi, ma quest’estate è stata diversa fin dall’inizio: la morte
ha falciato tutto e tutti, indiscriminatamente. Quando i medici si
raccolgono ai piedi del suo letto, il vescovo di Venosa esprime i
timori di tutti: in tanti anni al servizio del papa, non l’ha mai visto
versare in condizioni tanto gravi e, se la febbre non diminuisce entro
domani, dovranno sottoporlo a un salasso.
Il giorno dopo gli applicano le sanguisughe, e gli tolgono una gran
quantità di sangue. Si riprende e se le trova appiccicate sul petto
come neri escrementi. Grida inorridito, cerca di staccarle. Devono
legargli di nuovo le mani.
«È per il vostro bene, Vostra Santità».
«Per il mio bene? Bene?» Guarda tutti quegli occhi preoccupati
che lo fissano. «Siete degli avvoltoi. Se mi lasciate morire, giuro che
vi aspetterò nell’eternità».
«Non morirete, Vostra Santità» lo rincuora il vescovo. «Lasciate
che gli umori seguano il loro corso».
«Lucrezia» mormora, mentre giace estenuato alla fine del salasso.
«Ho bisogno di Lucrezia. C’è una sua lettera? Voglio sue notizie».
«La vostra missiva è partita solo ieri, Vostra Santità. Ci vorranno
giorni per una sua risposta».
«E Cesare? Dov’è Cesare? Mandatelo a chiamare subito».
I medici si scambiano uno sguardo nervoso.
«Non è in Vaticano in questo momento, Vostra Santità» dice il
vescovo.
«Non è in Vaticano? E dov’è, allora?» Trova la forza di essere
indignato. «Ha raggiunto l’esercito senza neanche parlarne con me?
Voglio che torni subito qui. Come ha osato?»
Le sue parole vengono accolte dal silenzio.
«Ah, Santa Maria e tutti i santi, quel ragazzo mi farà morire».
Chiude gli occhi, e non si capisce se è cosciente delle proprie
parole.
Quando gli vengono rimosse le sanguisughe, si assopisce per un
poco. Burckardt, che aspettava fuori mentre i medici si occupavano
di lui meglio – o peggio – che potevano, ora viene riammesso, con la
speranza che un viso familiare lo rassicuri.
«Come sta Vostra Santità?» si informa con tatto.
«Vi confesso che non mi sono mai fidato dei medici. Loro compito
è farvi stare male, per mantenere il proprio lavoro». Lo afferra per gli
abiti traendolo a sé. «Mio Dio, Johannes, cos’è successo al vostro
viso? Vi ho già detto di non sorridere. Non vi si addice».
Tutti ridacchiano. Anche Alessandro sorride della propria battuta,
stringendo la mano a Burckardt. Forse il salasso ha funzionato.
Forse il peggio è passato.
Quella notte dorme profondamente, e il mattino dopo sembra che
la febbre si sia abbassata. Sta abbastanza bene da rizzarsi a sedere
a letto, appoggiandosi ai cuscini; le guance pendule gli arrivano al
collo, gli occhi resi acquosi dalla vecchiaia e dalla malattia. Ordina a
uno dei cappellani di giocare a carte con lui, ma ha difficoltà a
ricordare quando è il suo turno, le mani tremano quando scarta e si
appisola di nuovo.
«Come vi sentite, Santo Padre?» chiede gentilmente il vescovo
mentre gli tasta il polso.
«Secondo voi, come dovrei sentirmi?» ribatte irritato. «Cos’è quel
suono? Le campane? Perché suonano le campane? Pensano che
sia già morto?»
«È la festa dell’Assunzione, Santo Padre. Il quindici di agosto».
«L’Assunzione! Ah, sì, certo, la nostra Santa Madre entra in
paradiso, oggi». Fissa il soffitto con aria assente. «Oggi… sì. Vedete
come sale, circondata dagli angeli. Ah, che bellezza. Se solo il mio
corpo fosse altrettanto leggero. Come vorrei essere con lei!» Le
lacrime gli rigano il volto. «Ah, se mi portasse con sé».
Perfino Venosa sente un groppo in gola, perché non ha mai
conosciuto un uomo di Chiesa che provi per la madre di Cristo un
amore pari a quello di Rodrigo Borgia.
Nel frattempo, fuori, Burckardt sta cercando di placare una folla di
inviati e ambasciatori che cercano disperatamente di scoprire cosa
stia accadendo.
«Niente di grave, signori, ve lo assicuro. Il papa è solo
leggermente indisposto».
Indisposto. La parola del momento. Usata a sproposito, però. Gli
uomini importanti, che a Roma restano “indisposti” per più di tre
giorni, muoiono tutti.
«Il Santo Pontefice ha la febbre?»
«No, no, i medici dicono che ha preso freddo quando ha cenato a
casa del cardinale la settimana scorsa».
Il problema non è solo l’incapacità di Burckardt di raccontare
bugie. Il fatto è che il papa non è l’unico a essere stato male dopo
quella sera. Lo stesso cardinale ha la febbre, così come altri due
ospiti. Senza dubbio devono avere mangiato e bevuto troppo con il
caldo eccessivo. Roma sta diventando una tomba a cielo aperto.
«E il duca Valentino?»
«In questo momento non è disponibile».
Lo sanno già, perché il tentativo di entrare nell’edificio è stato
bloccato da guardie armate. Ma con Cesare Borgia nulla è mai come
sembra. Potrebbe benissimo fingere di esserci quando non c’è, e
tutti conoscono le storie di lui e del suo amato Michelotto che si
aggiravano per il Paese travestiti da mendicanti o da Cavalieri di
Rodi.
«È con suo padre?»
«Ha lasciato la città?»
«Sta raggiungendo le sue truppe?»
Burckardt, bersagliato dalle domande, agita le braccia come a
dimostrare che, con il duca, tutto è possibile.

Nelle stanze sopra gli appartamenti del papa, Torella è un uomo


messo a dura prova. Nel corso degli anni si chiederà spesso se
qualcosa gli fosse sfuggito la notte in cui aveva proposto al duca,
tanto loquace, un palliativo per la testa. Non aveva notato sudori,
brividi né segni di febbre. Era stato tanto concentrato sul mal
francese da trascurare il vero assassino in agguato?
Come nel caso del papa, colpisce con la rapidità di un fulmine.
Michelotto è assopito su una sedia all’aperto, un mattino presto,
quando ode gemiti e grida, e correndo dentro trova Cesare vestito di
tutto punto nel letto, avvolto in lenzuola e coperte, che si rotola in
preda ai tremori, battendo i denti come un pazzo; chi altri, se non un
pazzo, può avere tanto freddo con il caldo che fa?
Passa dai brividi alla febbre e di nuovo ai brividi. La situazione
precipita tanto in fretta che non c’è tempo di prendersela con il
destino né con i medici. La temperatura si alza, lui grida, in preda al
delirio. Chiudono le finestre per soffocare il rumore, e fa ancora più
caldo. Non se ne accorge, però: giunta la sera, il suo corpo è una
fornace, la fronte così calda che Torella riesce a malapena a
toccargliela con il dorso della mano. Suda a profusione, e il liquido
che assume viene subito vomitato. È come se quest’uomo di metallo
stesse fondendo.
Alla fine del secondo giorno, in assenza di cambiamenti, Torella
risponde alla domanda silenziosa di Michelotto: «Sono i più forti a
venire colpiti in modo più violento».
O forse la combattono più strenuamente, si dice. Dio sa che il
duca è forte. Non ha mai conosciuto nessuno più forte di lui. Ma non
dorme da giorni e non mangia da parecchio tempo. La malattia era
forse già all’opera, lo stava privando dell’armatura? Torella ripensa a
Ferrara, alla battaglia di Lucrezia, l’estate precedente; al modo in cui
la febbre si era presa gioco di lei e di tutti loro, facendola stare
meglio un momento, peggio il successivo. Ma in questo caso non
coglie nessuna strategia, nessun gioco. Avverte solo la morte che si
avvicina.
I medici del papa e del duca si incontrano con Burckardt e con
alcuni cappellani fidati in un’anticamera. Padre e figlio malati nello
stesso momento, non si deve assolutamente sapere in giro.
Nessuno, però, può impedirlo. Inviati e ambasciatori hanno occhi e
spie ovunque e, quando un medico nuovo viene visto entrare di
soppiatto da un’entrata laterale, ciascuno trae le proprie conclusioni.
Tre degli ultimi quattro pontefici sono morti proprio nello stesso
periodo. E se Cesare non stesse morendo, sarebbe lui a controllare
le notizie, ora.
«Non c’è motivo di allarmarsi, signori. Stanno guarendo
entrambi».
Le parole rassicuranti di Burckardt, il mattino dopo, non fanno che
confermare il peggio.
A un tratto non si trovano abbastanza messaggeri in tutta Roma
per trasmettere l’informazione: Alessandro e suo figlio sono
ammalati di febbre, e si sussurra che il figlio stia peggio del padre.
Nessuno si aspettava che il papa vivesse per sempre.
Ma Cesare Borgia…
Cosa succederebbe se…?
Quando la notizia esce dalle porte del Vaticano, le voci si
moltiplicano come mosche. I Borgia stanno morendo a causa del
loro stesso veleno. Quella cena in campagna era stato un pretesto
per riunire una dozzina di cardinali allo scopo di ucciderli e
recuperarne il denaro. Ma avevano commesso un errore con i
bicchieri e bevuto loro stessi il vino avvelenato. Tuttavia, quell’ipotesi
pareva poco plausibile, giacché nessun veleno ci mette tanto a fare
effetto. Una simile morte era la giusta punizione per la furbizia e la
crudeltà dei Borgia. Altri parlano invece di corvi e di demoni, come
se qualcosa più di una semplice malattia si fosse insediata in
Vaticano in quel momento storico cruciale.

In un altro luogo del Paese, un altro anziano signore regna su una


città devastata dalla malattia. La febbre quest’anno ha colpito
Ferrara in modo leggero, forse perché il duca Ercole ha chiesto alla
sua santa suora di intercedere per lui. Il suo nuovo convento è quasi
finito, ed è appena andato a controllare l’avanzamento dei lavori –
quale onore per loro! – quando arriva il dispaccio urgente dal suo
ambasciatore a Roma. Lo legge in fretta, avidamente, poi di nuovo,
più lentamente, assaporando ogni dettaglio: il Vaticano è chiuso,
isolato e, sebbene ogni ipotesi venga per ora smentita, è evidente
che i due Borgia hanno contratto la febbre e sono in punto di morte.
Fra il convento e la visita di Isabella non ha trascorso molto tempo
con sua nuora ultimamente, ma non dubita dell’effetto che quelle
parole avranno su di lei. Il dispaccio risale a due giorni prima. Due
giorni. Chissà cos’è successo nel frattempo o cosa starà
succedendo in quel momento preciso. Il messaggero aveva
recuperato il dispaccio alla stazione di Bologna. Quando glielo
chiede, afferma di ignorarne il contenuto. Notizie del genere
trapelano sempre, anche quando il sigillo è intatto, ma ci vuole
tempo. In quel momento, a Ferrara, Ercole è il primo a essere al
corrente. «Avete forse superato un messaggero con un dispaccio
per la duchessa?» chiede con noncuranza. Con il panico e
l’incertezza che regnavano in Vaticano, era possibile che nessuno
avesse pensato a informarla.
Trattandosi del suocero, tocca a lui. Ma cosa può fare in una
situazione di tale gravità, se non preoccuparsi? Meglio aspettare
notizie certe, in un senso o nell’altro. Se dovessero morire
entrambi…
È partita da poco per la villa di campagna e, rispettosa come
sempre, è venuta a salutarlo prima di andarsene. Non si può dire
che non sia piena di attenzioni. Una corte come quella di Ferrara
deve ispirare i letterati, e lei ha fatto di tutto per fare sentire a casa
propria uomini come Bembo. Ha udito solo parole di encomio per
questo suo nuovo poema epico, che dedicherà certamente al duca,
che gli offre ospitalità da anni. È un peccato che i suoi figli non
apprezzino altrettanto la cultura. Ha generato solo maschi rozzi,
lascivi e litigiosi; il più rozzo è il maggiore, quello che fabbrica
cannoni. Ma in quegli anni non si trovano grandi esempi di giovani
eroici neanche altrove. È un segno dei tempi; l’Italia è in preda alla
corruzione. Quali esempi hanno a guidarli, se non uomini che vanno
in cerca di guerre e prostitute? La colpa è da cercare in Vaticano.
No, terrà il dispaccio per sé finché non saprà cosa gli riserva il
futuro. Si reca nella sua cappella, recentemente rifatta, e si getta in
ginocchio a pregare, chiedendo a Dio e a tutti i santi di avere pietà di
Ferrara e di tutto il mondo cristiano, perché li liberino dalla feccia e
dallo scandalo che ha attecchito nella Santa Sede, per colpa del
padre e di quel bastardo di suo figlio.

Il duca si sbaglia a proposito di Lucrezia. Un messaggio è stato


effettivamente mandato da Roma e la attende al suo ritorno. La
duchessa è di ottimo umore. Ha appena parlato con l’ultimo
musicista del duca, Josquin Desprez. La sua prima opera per la
corte, un arrangiamento del cinquantunesimo salmo, è uno dei brani
musicali più belli che abbia mai udito, e non vede l’ora che
componga qualcosa anche per i suoi musicisti. Ha incontrato anche
Bembo, ed entrambi si sono mostrati cauti, cortesi, il sentimento che
li lega dolce come sempre, ma forse meno violento.
E ora arrivano notizie da Roma. Certamente una lettera di suo
padre, che aspettava da giorni. Guardandola meglio vede che sulla
carta vi è impresso non lo stemma della sua famiglia, ma quello del
medico del pontefice, il vescovo di Venosa.
Le sue parole le graffiano qualcosa dentro, bruciandole le viscere:
malati ma non morti. Entrambi. Malati ma non morti.
Chiama il suo confessore e chiude per non fare entrare nessun
altro. Il sacerdote al suo arrivo la trova in ginocchio, come una
monaca immersa nella preghiera. Bembo, Alfonso, Ercole, Ferrara:
tutto è scomparso.
Malati ma non morti. Dio guarda e giudica la sua famiglia? Forse il
suo comportamento leggero ha attratto su di loro quella disgrazia?
«Padre, siete pronto ad ascoltare la mia confessione?»
Di lì a un’ora tutto il seguito di Lucrezia è riunito per una veglia
nella cappella, e le voci femminili si levano come il coro del Corpus
Domini, intercedendo per le vite del papa e di suo figlio, il duca
Valentino.
Nella notte che segue, numerosi stormi di rondoni, tanto in alto da
essere invisibili all’occhio umano, sorvolano una decina di città, dove
ormai i dispacci urgenti sono stati aperti e letti, e dove anche le
preghiere sono rivolte al Cielo; quasi tutte, però, fanno pendere i
piatti della bilancia verso la morte e la vendetta, compromettendo la
guarigione dei due moribondi.
43.

Il miglioramento del papa è di breve durata. Il mattino del sesto


giorno perde conoscenza a sprazzi. Dice qualche parola, riferimenti
confusi ai fiori d’arancio, alla sua amata Madonna coperta d’oro sul
trono; di Cesare no, non parla più, e neanche un accenno alla sua
amata figlia. Per Rodrigo Borgia la famiglia è ormai dimenticata.
Restano al suo fianco il vescovo, un secondo medico, il tesoriere
pontificio e due cappellani. Quasi tutti i cardinali scappano da Roma
d’estate e quelli che restano, anche i sostenitori dei Borgia, sono
troppo furbi per mostrarsi. Si parla della possibilità di un nuovo
salasso, ma nessuno è disposto a correre il rischio. Sui loro volti la
paura è evidente. Se il duca Valentino sopravvive al padre, non
vorrebbero essere accusati di averlo indebolito ulteriormente.
Meglio affidarsi a Dio.

Nel frattempo, l’uomo che un tempo era Cesare Borgia si trova in


uno stato intermedio tra la vita e la morte. Torella non sa più che
pesci pigliare. Quattro giorni di sudate copiose hanno fatto perdere
al duca la metà del suo peso. Giace a bocca aperta, le labbra
screpolate, il respiro affannoso, la pelle secca dove prima era stata
umida, il battito del cuore simile a quello di un uomo che corre per
salvarsi la vita. Ai piedi del letto Michelotto veglia in silenzio,
osserva, aspetta; se la morte si avvicina con la falce, dovrà prima
vedersela con lui.
Quando riprendono le crisi, le convulsioni sollevano Cesare dal
letto: braccia e gambe si agitano in tutte le direzioni, pare lottare con
un demonio invisibile. Torella sta a guardare, mentre lo
immobilizzano a fatica. Se non riescono ad abbassargli la
temperatura, il duca morirà prima di suo padre. C’è una sola
possibilità, ma è una decisione che non vuole prendere da solo. Si
avvicina a Michelotto. Non c’è nessun altro. Nessuno di meglio.
Michelotto lo ascolta, l’espressione sul viso deforme non cambia.
«Potrebbe ucciderlo».
«Sì» risponde subito Torella. «Ma questo lo ucciderà anche
prima» ribatte, indicando il corpo in preda alle convulsioni sul letto.
La botte vuota viene mandata a prendere in cantina, la sommità
viene segata via, e i servitori la riempiono con secchi di acqua
fredda. È un procedimento lungo, ma piano piano il livello dell’acqua
cresce. Poi arriva il ghiaccio. Ci vogliono sei uomini per trasportare
di sopra il blocco avvolto nella iuta, che lascia una traccia scura sulla
pietra chiara dietro di loro. Poi lo scoprono e si mettono al lavoro con
martelli e scalpelli; le schegge fumanti volano dappertutto, e i servi
corrono a prenderle a mani nude e le gettano nella botte.
Se Cesare fosse cosciente, gli parrebbe di assistere
all’Inquisizione che prepara gli strumenti di tortura. Ma è assente.
Giace a letto, si contorce, a occhi chiusi, respira in fretta come un
cane senza fiato. È troppo tardi? si chiede Torella. Sta già morendo?
Finalmente la botte è piena quasi fino all’orlo. Torella infila una
mano nell’acqua e conta fino a dieci, con il dolore scritto in faccia.
Fa segno a Michelotto: «È pronta. Fatelo alzare».
Altri due uomini si tengono pronti lì accanto, ma Michelotto li
spinge via. Si sporge sul letto, tiene ferma la testa di Cesare e gli
parla piano, in tono concitato. Lo sente, il Valentino? Non importa:
l’intimità tra loro è sempre stata più profonda delle parole.
Ora, insieme, lui e gli uomini lo spogliano. Quando lo sollevano,
Cesare digrigna i denti e lotta, poi si lascia andare, perdendo quasi
conoscenza. Michelotto si getta il corpo del duca su una spalla come
un sacco di grano, o un cadavere. Hanno trascinato un baule vicino
alla botte, e Michelotto ci sale sopra per trovarsi più in alto rispetto al
livello dell’acqua. Per un attimo sembra esitare.
«Ora». La voce di Torella è urgente.
Michelotto lascia scivolare il corpo di Cesare nella botte.
«Uno, due…» conta Torella.
Le grida del duca riempiono l’aria, quando la carne che scotta
entra in contatto con l’acqua ghiacciata.
«Tre, quattro...»
Cesare si dibatte furiosamente, essendo tornato in sé grazie allo
sbalzo di temperatura.
Urla. Il trauma, il dolore.
«Cinque, sei...»
C’è acqua ghiacciata dappertutto, le grida del duca scompaiono
per qualche istante, quando la testa gli finisce sott’acqua, poi torna
fuori, annaspando. Gli uomini si scambiano occhiate preoccupate.
Annegherà?
«Sette, otto...» La voce di Torella trema. Dovrebbero arrivare a
dieci, ma gli manca il coraggio.
«Nove. Tiratelo fuori. Tiratelo fuori subito!»
Michelotto è già lì. Lui e gli altri estraggono il duca dall’acqua
gelida: ha il corpo rigido, è quasi catatonico. Ha la pelle a chiazze
violacee, gli occhi sbarrati, uno sguardo folle; è troppo sconvolto per
soffrire.
«Sul letto. Copritelo». Torella è un generale sul campo di battaglia.
Cesare respira a malapena, ha un’espressione terrorizzata dipinta
in volto. Forse quegli occhi sbarrati vedono qualcosa, i visi di tutti gli
uomini che ha ucciso o forse le fiamme dell’inferno. Lo avvolgono in
strati e strati di seta, come un bambino in fasce. Trema come un
cane impazzito, ma quando Torella gli tasta il polso non è più rapido
come prima, e dopo poco cade in un sonno profondo.
Torella vorrebbe togliergli la fasciatura, ma non osa disturbarlo.
Alla fine srotolano il tessuto delicatamente; sotto, la pelle è coperta
di vesciche, e gli strati superficiali restano attaccati alla seta. Quel
corpo, una volta perfetto quanto il modello di una scultura romana,
ora è deturpato dal mal francese e bruciato dal ghiaccio e dal fuoco.
Ma non è morto. Non ancora. Per ora non si può dire di più.
Quando aprono le finestre per fare entrare l’aria fresca, Michelotto
sente voci maschili pregare al piano di sotto. Anche se Cesare non
ha ripreso conoscenza, lui non ha bisogno di ricevere altri ordini. Ciò
che deve fare ora, è stato discusso e deciso molto tempo prima.

Anche se le grida di Cesare fanno tremare i medici e i sacerdoti


riuniti al suo capezzale, Alessandro non reagisce. In quel corpo
grasso, resta solo un simulacro di vita. Aveva ripreso conoscenza in
tempo per mormorare un’ultima confessione – niente dettagli, solo
una richiesta generica di perdono – dopodiché lo hanno unto con
l’olio sacro, e così si era conclusa la cerimonia dell’estrema unzione.
Più tardi, si sono diffuse mille versioni diverse di quel momento: la
stanza si sarebbe riempita di sette demoni saltellanti che toccavano
e pizzicavano il corpo per ricordargli del patto stretto con loro e
scaduto ormai da quattro giorni: la vendita della sua anima per
regnare sulla cristianità per undici anni. Lui si sarebbe messo a
piangere e a chiedere pietà, promettendo qualunque cosa pur di
avere altro tempo. Altro tempo…
Agli occhi dei presenti, invece, il trapasso di Rodrigo Borgia
avviene in modo sereno. Le questioni in sospeso tra lui e Dio – o
quell’altro, il diavolo – dovranno aspettare. Il vescovo gli siede
accanto e di tanto in tanto gli preme una pezza umida sulla fronte,
ma il malato non se ne accorge neppure.
Nell’ora più calda del giorno, Rodrigo caccia un grido soffocato e
sbarra gli occhi, fissando il soffitto decorato con gli stemmi dorati del
toro Borgia che ha seminato terrore in tutta Italia. Non dà però segno
di riconoscere quello o nient’altro, e quando le palpebre si
riabbassano non si muove più.
La respirazione è intermittente, difficoltosa, trattiene ogni respiro
come se temesse che sia l’ultimo. Silenzio. Poi riprende. Il tempo
passa. Venosa comincia a pregare, e le voci si fondono in un ronzio
melodioso per aiutarlo nel trapasso.
Quando la fine arriva, passa quasi inosservata: un’ultima
inspirazione, faticosa, trattenuta e poi soffiata fuori piano, leggera. Ci
mettono un po’ per capire che non ce ne saranno altre. Quanto
devono aspettare? Alla fine Venosa, che era in ginocchio, si rimette
in piedi e da una scatola d’argento estrae una piuma di colomba
bianca che posa sotto il naso del papa e osserva attentamente: i
filamenti non vibrano nell’aria immobile. Dopo una breve eternità,
toglie la piuma e la ripone nella scatola.
Il papa Borgia, Alessandro VI, è morto.
44.

La notizia viene data poco dopo le quattro del pomeriggio.


Sulle condizioni del duca è invece mantenuto un silenzio profondo
come la morte. Intorno a ogni porta e su ogni strada che portano
fuori da Roma aleggia la polvere sollevata dagli zoccoli dei cavalli.
Presto il caos regnerà ovunque, e ciascuno penserà solo a se
stesso.
Le cerimonie: la vita di un papa è costellata di rituali complessi,
dettati dalla tradizione e dal prestigio, fatti di precedenze e di
dettagli. Dopo la vita, bisogna occuparsi della morte.
Le campane di San Pietro suonano allo scoccare dell’ora, e
Johannes Burckardt, dall’altra parte del Vaticano, è immerso nella
lettura, controlla e ricontrolla cose che già conosce, quando sente
dei passi avvicinarsi. Non è suo compito assistere alla morte del
pontefice, e il lavoro gli ha permesso di tenere a bada i pensieri, ma
già da un po’ si è accorto di un certo fermento.
«Quando è successo?» chiede, quando fanno il loro ingresso due
guardie armate, confuse e agitate.
«Ci è stato detto di venirvi a chiamare solo ora» balbetta una.
«Allora, state infrangendo le regole pontificie. Quando muore un
papa, dovrei essere la prima persona a esserne informata».
La fretta con cui viene scortato lungo i corridoi posteriori verso gli
appartamenti Borgia non fa che accrescere la sua ansia. Il caos
prende sempre il sopravvento quando muore un personaggio di
simile levatura, e qualche furtarello da parte dei servi del papa è la
norma, ma Burckardt non è preparato allo spettacolo che gli si para
davanti.
Ogni singola stanza degli appartamenti pontifici è stata
saccheggiata: sedie, tavoli, cuscini, arazzi, tende, ornamenti di ogni
genere, è scomparsa ogni cosa. Il baule che conteneva indumenti da
cerimonia e gioielli è stato rovesciato e svuotato; i forzieri sono stati
scassinati o portati via, i calici d’oro e d’argento rubati; tutti i
paramenti sacri, gli oggetti di valore sono spariti. Perfino il trono. Il
trono! Sacrilegio, anarchia, e non un solo colpevole.
«Dove sono il vescovo e i cappellani? Dov’è il tesoriere?» Per un
uomo che non alza mai la voce, il tono è tagliente come un rasoio.
«È una vergogna! Chi è stato?»
Le due guardie alzano le mani. Non riescono a credere che non lo
sappia. «I soldati del duca, signore».
Il cadavere del pontefice era ancora caldo che Michelotto e i suoi
uomini avevano abbattuto le porte, puntato un coltello alla gola del
tesoriere, minacciandolo di tagliargli la testa se non apriva i forzieri.
A Burckardt pare di vedere gli occhi del vecchio prelato uscirgli dalle
orbite per il terrore mentre armeggia con le chiavi. Dalla corruzione
nasce la vigliaccheria. Ma come si sarebbe comportato, lui, con un
pugnale sotto la gola?
Lancia uno sguardo agli appartamenti del piano superiore. «E il
duca?»
Le guardie si stringono nelle spalle.
«Cosa significa?» sbotta.
«Nessuno lo sa, signore. Se ne sono andati subito tutti. C’era una
barella coperta da un lenzuolo, ma…»
Un lenzuolo per un cadavere o per coprire un invalido che
nessuno doveva riconoscere? Non ha nessun bisogno di chiedere
dove sono andati. Quando muore un papa, la sicurezza dei Palazzi
Vaticani muore con lui. Ma Castel Sant’Angelo è una fortezza con
barriere e cannoni, e il corridoio sopraelevato che vi conduce è
protetto dall’esterno. Ricorda ancora il panico, mentre il papa e i suoi
ciambellani lo avevano attraversato di corsa, anni prima, quando
l’esercito francese aveva invaso la città. Ha la visione di una
processione ben poco dignitosa: uomini carichi di oro e gioielli rubati
al papa, che seguono i soldati con la barella, e Michelotto, con la
spada sguainata, che chiude il corteo. Dio avrebbe fatto di loro ciò
che più gli sarebbe parso opportuno. Il loro destino non lo riguarda
più.
«E il corpo di Sua Santità?» chiede, preparandosi a nuovi orrori.
Sono fin troppo ansiosi di mostrarglielo. La camera da letto, come
ogni altra stanza, è stata spogliata ed è deserta; vi aleggia un odore
dolciastro di morte, ma il corpo almeno è intonso, e l’unica ricchezza,
gli anelli alle dita, sono protetti dal gonfiore delle carni.
Per un attimo Burckardt resta di sasso. Ha già visto uomini morti,
è abituato al senso impalpabile di perdita quando l’anima lascia il
corpo, ma avverte un turbamento profondo. Si riprende, dà ordini:
secchi di acqua e spugne per lavare e ungere la salma; chiede che
vengano portati gli abiti da cerimonia, preparati e conservati molto
tempo prima in un’altra ala del palazzo. Quando giunge il catafalco,
chiude le porte, mettendo fuori di guardia i soldati.
«Se lasciate entrare qualcuno, di chiunque si tratti, chiunque…»
Esita. Tante minacce in tutti quegli anni… «Vi troverò un posto a
casa mia, se fate la guardia a questa stanza» si limita a dire. È ora
che la violenza abbia fine.
Dentro, gli uomini imprecano e sbuffano, mentre, con non poche
difficoltà, spogliano e lavano quella montagna di carne morta.
Burckardt è costernato: evidentemente è già subentrato il rigor
mortis, il che significa che il papa è morto da ore, ed è rimasto lì per
tutto quel tempo mentre gli avvoltoi rubavano ogni cosa. Devono
muoverlo in fretta se vogliono riuscire a spostarlo.
Una volta vestito il corpo di abiti bianchi di raso e oro, Burckardt
raduna abbastanza uomini per sollevarlo e spostarlo sul catafalco.
Lo trasportano a fatica fino alla Sala del Concistoro. A quanti intrighi
e incontri, a quante feste e banchetti hanno assistito quelle pareti
negli ultimi undici anni? Nelle prossime ore il catafalco riposerà lì, e il
maestro di cerimonie veglierà il defunto, in modo che la famiglia, se
lo desidera, possa rendergli visita.
Poi la salma verrà esposta pubblicamente nella basilica per un
giorno, prima del funerale. Questo esige la tradizione e questo
avverrà, perché Burckardt sarà presente in ogni fase del processo.
Forse avrebbe preferito che il tutto avvenisse in circostanze
diverse, ma è soddisfatto che ora si svolga come dovrebbe.

Prende posto in un angolo della stanza e comincia a recitare le


preghiere per i defunti, mentre con gli occhi percorre il catafalco e ne
controlla i dettagli: il tessuto di raso rosso sul quale giace il corpo, gli
abiti della salma, il motivo complicato del tappeto persiano antico
che, secondo la tradizione, copre il pontefice.
Mentre pronuncia le parole latine, con la mente torna al momento
in cui aveva visto per la prima volta il papa appena eletto. Allora suo
compito era assisterlo mentre indossava gli abiti da cerimonia, solo
che Rodrigo Borgia era stato troppo impaziente e non l’aveva
aspettato. Con indosso gli abiti nuovi di seta si sporgeva, guardando
il proprio riflesso nella superficie di un grande vaso di ottone, e
cercava di sistemarsi in testa il copricapo più grande (che per lui era
ancora troppo piccolo).
Si era voltato con un sorriso estatico stampato in faccia. Pareva
così felice che per un attimo Burckardt aveva temuto che cercasse di
abbracciarlo, così era caduto in ginocchio per baciargli i piedi, come
voleva la tradizione.
Come voleva la tradizione.
E così era stato per undici anni.
«Abbiamo diverse cose in comune, sapete? Entrambi siamo
stranieri, entrambi abbiamo origini umili – voi più di me – ed entrambi
dirigiamo qualcosa: io sono a capo della Chiesa in questo periodo
tormentato, e voi siete responsabile dei rituali e delle tradizioni. Ho
sempre saputo che saremmo andati d’accordo».
Forse non proprio “d’accordo”. Anche se alcune cerimonie si
erano svolte correttamente, certe altre se le era dovute inventare:
sposare la figlia del papa in Vaticano, nominare cardinale suo figlio
illegittimo, per poi farlo uscire dal clero qualche anno dopo. Mai,
nella storia della Chiesa… E, Dio volendo, mai più.
In tutti quegli anni, aveva dovuto affrontare la tempesta degli umori
del papa: gioia, furia, petulanza, amore, dolore. Che dolore! Se
chiude gli occhi, riesce ancora a udire il pianto incessante
proveniente dalla sua stanza, come se, oltre al cuore infranto, lo
stessero sbudellando.
Corrotto, venale, vanitoso, lussurioso: l’uomo che ora giace
davanti a lui era stato tutto ciò. Aveva comprato il potere e usato il
papato come riserva di denaro per arricchire la propria famiglia e
ritagliare uno Stato per suo figlio da quelli che dovevano essere
territori pontifici. Mai, nella storia della Chiesa…
Eppure…
Lo vede, seduto da solo a tavola con una fetta di pane e un piatto
di sardine marinate, un bicchiere di semplice vino corso e un sorriso
sul viso rubicondo, come un contadino di ritorno dai campi.
«Prendete! Assaggiate, Burckardt!» gli aveva detto una volta,
offrendogli un filetto con le dita unte. «Il piatto di mare più umile.
Penso che Nostro Signore debba avere mangiato così, quando con i
suoi discepoli attraversava la Galilea. Papa Alessandro e Nostro
Signore che mangiano insieme! L’idea vi scandalizza? Lo so, lo so,
non sono un uomo senza macchia. Ma chi può dire di esserlo?
Preferireste un sacerdote sempre serio, che non ride mai, che non si
lascia mai scappare un peto? Vi dico che, se Della Rovere fosse su
questo trono, fustigherebbe il mondo intero con la sua ira gelida.
Meglio qualcuno che sappia sorridere oltre ad arrabbiarsi, no?»
Giuliano Della Rovere. Sarà lui il prossimo. Burckardt vede di
nuovo la figura del cardinale, magro e alto, che esce dalla Cappella
Sistina, furioso dopo che l’ultimo voto gli è stato contrario. Avrebbe
tirato il collo a qualcuno, se avesse potuto; a tutti loro, uno dopo
l’altro, nello stesso ordine in cui avevano cambiato idea. Giuliano
Della Rovere. Non ci sarebbero stati problemi di protocollo nelle
cerimonie, durante il suo pontificato. La sua vita sarebbe stata
certamente più semplice, ma il solo pensiero lo deprime, quasi,
come se temesse di sentire la mancanza della follia e delle ansie di
quegli ultimi anni.
Sente di nuovo la voce tonante del papa, vede le rughe che gli
appaiono attorno agli occhi quando ride. Anche quando si infuriava,
pensa Burckardt, sembrava godersi la vita. Una cosa che lui, invece,
non aveva mai imparato a fare.
Forse avrebbe provato più emozioni se il papa fosse stato meno
appassionato? Fissa il corpo sul letto. Gli sembra impossibile che
tutta quell’energia sia svanita. Rievoca la sua voce, perché il silenzio
nella stanza è diventato a un tratto troppo profondo.
«Al momento opportuno vi occuperete del mio funerale, vero? Non
ho nessun altro».
«Non preoccupatevi, Vostra Santità, mi occuperò io di tutto». E
scopre, con un certo imbarazzo, di avere parlato ad alta voce.
Si mette comodo sulla sedia. Il papa è morto, e suo compito è
vegliarlo, non cercare di riportarlo in vita. Torna a concentrarsi sulla
recitazione delle preghiere, e chiude gli occhi, questa volta.
È possibile che si sia assopito. Spera proprio di no. Sente un
rumore? Una specie di fruscio. Adesso non più. La luce, fuori, sta
diminuendo. Presto verrà l’ora di spostare il catafalco. Dà una
annusata all’unguento che tiene a portata di mano, perché l’odore
del cadavere sembra essere peggiorato.
Chiamerà le guardie non appena avrà controllato per l’ultima volta
i paramenti liturgici.
Comincia dai piedi, lisciando la coperta di raso sotto le pantofole di
velluto. Sono nuove, ma non sono più della misura giusta, perché
delle pieghe di carne pallida traboccano dai bordi. Più in alto non c’è
demarcazione tra piede e caviglia. Abbassa il bordo dell’abito per
cercare di coprire quello spettacolo inquietante. La montagna di seta
nasconde abbastanza bene il resto del tronco, ed è a sua volta
coperta dal tappeto, come prevede il cerimoniale. Sarebbe perfetto
d’inverno, ma con questo caldo? Ma non lo si può togliere.
Si sposta lungo il corpo, risalendo verso la testa, preparandosi per
la smorfia che teme di trovare, giacché i lineamenti possono
irrigidirsi in posizioni improbabili in questa fase. Ha già vegliato un
papa e diversi cardinali, e si è abituato a non lasciarsi spaventare,
ma Johannes Burckardt non ha mai visto nulla del genere.
Il rigor mortis è finito da un pezzo. Al suo posto, il volto del papa
sembra essere quasi esploso. Ha il colore di una prugna matura, e i
lineamenti sono orribilmente gonfi. Tra collo e mento non vi è più
differenza, il naso si è allargato, confluendo nelle guance, mentre le
labbra, spesse come anguille, hanno dischiuso la bocca, da cui
sporge la lingua, livida e grossa. Da un altro punto del corpo, più in
basso, giunge un gorgoglio. Burckardt fa involontariamente un passo
indietro. Rodrigo Borgia sta marcendo davanti ai suoi occhi. Se non
c’erano diavoli in punto di morte, gli si sono infilati dentro ora e ne
accelerano la decomposizione mentre se ne impossessano. Che Dio
li protegga tutti!
Si affretta lungo i corridoi. «Fate venire le guardie subito!» grida
con voce tremante. «Dobbiamo portare il catafalco nella basilica
adesso!»
La tradizione prevede che il papa sia esposto per un giorno a San
Pietro. Ma è possibile? E in caso contrario, cosa deve fare? Deve
abbreviare l’esposizione pubblica della salma per fare seppellire il
corpo di Sua Santità prima che esploda?
Anche nella morte, questo papa romperà ogni regola.
Per la prima volta in vita sua, Johannes Burckardt si sente
sconfitto. Le lacrime gli bruciano gli occhi. Gli si offusca la vista e si
ferma, cerca di controllarsi, ma le lacrime continuano a scendere.
Presto appare chiaro, anche a lui, che sta piangendo. Il lutto. Una
parte essenziale della cerimonia che accompagna la morte di un
papa.
45.

Lucrezia siede con le sue damigelle al ricamo, mentre l’ago entra ed


esce dal gambo verde di un giglio, quasi volesse ritrovare la
tranquillità del Corpus Domini. Ma l’espressione del suo viso
racconta un’altra storia: a ogni passo d’uomo, a ogni zoccolata di
cavallo, è pronta a balzare in piedi per l’agitazione.
Quando il dispaccio arriva, ne legge il contenuto sul volto del
messaggero prima ancora che le dita abbiano finito di rompere il
sigillo. È scritto dal vescovo di Venosa, due righe buttate giù di fretta
prima di andarsene; il linguaggio del sacerdote più che del medico.
Ripiega delicatamente il foglio, stranamente calma. «E mio
fratello?» chiede. «Non dice niente di lui».
L’uomo scuote il capo. Le uniche notizie sono solo congetture;
quelle, e la faccenda delle urla. Ma se non sono scritte, non ne può
parlare.
Dopo che se n’è andato, Lucrezia si rivolge alle sue dame di
compagnia.
«Il nostro amato padre, il Santo Pontefice, è spirato serenamente,
affidandosi al nostro Redentore, il Signore nostro Dio, il pomeriggio
del diciotto agosto» annuncia, mentre le prime lacrime le rigano il
volto. «Eravamo qui nella cappella a pregare in quel momento». Si
ferma per riprendere fiato. Ce la sta mettendo tutta. «Credo… che le
nostre preghiere possano avere facilitato il suo trapasso».
Si sforza di sorridere, ma il sorriso si dissolve, e le lacrime
prendono il sopravvento. Le ragazze le si precipitano incontro, ma lei
le manda via.
«Lasciatemi! Lasciatemi stare!» dice, quasi risentita.
Le restano intorno, non sapendo cosa fare.
«Mi avete udita?» grida all’improvviso. «Fate il vostro dovere. Da
oggi la nostra corte è in lutto. Chiudete le imposte, coprite tutto di
nero e portatemi una pezza del tessuto più scuro che riuscite a
trovare. Andate!»
Le obbediscono. Quando tornano, la trovano seduta sul
pavimento, in singhiozzi.
«Signora, vi prego. Non mandateci via. Anche noi abbiamo il
cuore infranto» la implora Angela.
Ma Lucrezia non cede. Si avvolge nel tessuto nero. Fa caldo, e
piangendo le viene ancora più caldo, ma non le importa. Il papa, suo
padre, è morto. L’uomo le cui braccia sono sempre state aperte per
lei, il cui amore l’ha circondata come una fortezza, se n’è andato, e
come se non bastasse anche suo fratello sta morendo. A cosa le
servono le sue dame di compagnia? Non possono proteggerla,
perché anche loro sono state abbandonate. A ogni singhiozzo ingoia
nuovo dolore, finché ha l’impressione che trabocchi. Forse
annegherà nella sofferenza. Perché no? A che serve vivere, ormai?
Suo padre e suo fratello, morti. Un futuro senza il loro amore. Meglio
piangere per sempre che dovere affrontare quella realtà.
Camilla, che la conosce da più tempo, la spia dalla porta
socchiusa. Ha già assistito a quel dolore assoluto, quando, tre anni
prima, Alfonso, il marito della sua signora, era stato ucciso. Per
giorni aveva pianto, sdraiata in una stanza chiusa, e aveva rifiutato
di mangiare. Alla fine l’avevano convinta a riprendere gusto alla vita
grazie a suo figlio. Ma qui non c’è nessun bambino, solo una pena
senza fine. E senza il papa a proteggerla…
«Andate a chiamare Pietro Bembo» dice.
Qualunque sia il rischio, l’alternativa è peggiore.

Il cavallo è più lento delle ali dell’amore, e lui stesso non si è


ripreso del tutto da un attacco di febbre estiva, ma le donne gli si
assiepano attorno quando entra, stringendogli le mani. «Vi prego, vi
prego, a voi darà ascolto. Così si ammalerà».
I suoi pianti riempiono la casa. Pietro si liscia gli abiti e si avvicina
alla porta. La apre senza fare rumore e la vede nella penombra: una
sagoma raggomitolata per terra, che si dondola avanti e indietro. È
consumata dal dolore: le lacrime di una donna, non c’è nulla di più
straziante. Gli antichi lo sapevano bene: Andromaca che piange,
mentre il corpo di Ettore è trascinato per terra attorno a Troia; le
sorelle di Fetonte, che piansero tanto da essere trasformate in salici
e immersero per sempre le proprie fronde in un fiume di lacrime.
Tale è la forza del dolore femminile. Deve andare da lei.
Si immagina già di afferrarle le mani, prenderla tra le braccia,
carezzarle i capelli, baciarle il sale sulle guance, mentre lui stesso
piange per lei. Due amanti che si sciolgono nelle lacrime l’uno
dell’altra. E poi? Cosa sarebbe successo, dopo? Non può restare
con lei. Presto sarebbero arrivati altri, e per il bene di Lucrezia non
potevano trovarlo lì. Non sta soffrendo solo un dolore personale. La
morte del papa è una questione di Stato, può essere motivo di
guerre. E lei ora sarà più vulnerabile, perché ha perso gli uomini che
finora avevano assicurato la sua posizione nel mondo.
Bembo non aveva mai associato Lucrezia, quell’anima gentile, alla
macchia della corruzione dei Borgia. Come avrebbe potuto? Ma
secondo altri, i crimini sono ereditari. Tutti sanno quanto il duca
Ercole detesti quella famiglia. Come la considererà ora che
l’incentivo e la minaccia sono scomparsi?
Le sue lacrime gli spezzano il cuore. Deve andare da lei.
Invece esita. Forse non lo ringrazierebbe, se la vedesse in quello
stato di disperazione, di abbandono. E se non riuscisse a trovare le
parole giuste per consolarla? Le lacrime di una donna: un uomo
rischia di annegarvi.

Le scriverò, pensa. Comporrò la lettera più bella, ispirandomi al


legame che unisce le nostre anime e all’amore più profondo di quello
che le lacrime possono spezzare. In questo modo potrò anche
consigliarla, perché, quando le lacrime si asciugheranno, dovrà
essere prudente.
Si allontana dalla porta ed esce di casa, lasciando sole le
damigelle.
Riflette a lungo su cosa scrivere. È, in effetti, una lettera
bellissima: piena di compassione, poetica, saggia.
L’amore platonico ha i suoi limiti.
In città, Alfonso si è dovuto allontanare dalla fonderia per parlare
di politica con il duca. Un operaio si è ustionato gravemente, e si
stava occupando di lui quando sono venuti a chiamarlo. Ha ancora
in mente le ferite di quell’uomo, quando entra nel salone del padre e
lo trova esultante, impegnato a scrivere.
«Ah, Alfonso! Buone notizie, non è vero? È un grande giorno. Un
giorno fausto per nostro Signore e per il bene di tutta la cristianità.
Sto scrivendo le stesse identiche parole a re Luigi proprio adesso.
Devo aggiungere qualcosa anche a tuo nome? Perché possiamo
dire ciò che vogliamo, adesso che Satana si è portato via quel
demone. Si dice che non sia stata colpa della febbre, ma del veleno.
Volevano avvelenare il cardinale nuovo alla cena che aveva
organizzato per loro per portargli via i suoi soldi, ma si sono confusi
con i bicchieri e l’hanno bevuto loro. Ah! E alla fine la sua stanza era
piena di demoni, decine di demoni che lo tormentavano con i forconi.
Grazie a Dio le nostre preghiere non sono state vane».
Le tue preghiere, forse, pensa Alfonso, perché una pietà tanto
accanita non ha mai lasciato posto ad altri. «E il duca Valentino?»
«Vicino alla morte, se ne sta andando in fretta». Si è mai visto un
sorriso tanto radioso? «Anche se sopravvivesse, senza il denaro del
papa e la sua protezione, non sarà niente. È finito. Rovinato. Tutto
ciò che possiede gli sarà tolto».
«Lucrezia lo sa?»
Ercole alza le spalle. «Penso che sia al corrente, ormai».
«Non le avete mandato un messaggio di condoglianze?»
Si stringe di nuovo nelle spalle.
«Starà molto male. Piangerà i suoi morti».
«Sarà l’unica, allora» ribatte con foga Ercole. «E alla mia corte
nessuno si vestirà di nero. Niente lutto pubblico. L’ho messo in
chiaro nella mia lettera al re. Questa è la volontà di Dio. Ed era ora».
Alfonso abbassa gli occhi. Quanto odia la meschinità di suo padre.
Tanti anni di preghiera non sono riusciti ad ammorbidire quel suo
cuore di pietra. Un uomo doveva essere un santo per guadagnarsi la
sua approvazione.
«Dobbiamo prendere atto della sua perdita. Vado a trovarla».
«Attento a quello che dici, allora. Quanto è successo cambia tutto,
Alfonso. L’alleanza tra i figli di Mantova e il duca è finita, Montefeltro
ritorna a Urbino, Venezia riprenderà quelle che può delle sue città, e
anche noi potremo trarne vantaggio».
«In che modo, padre?» chiede con freddezza.
«Hai bisogno di un erede!»
«Lucrezia ha già concepito una volta».
«È morto» si limita a osservare «e non ci sono segni di altre
gravidanze».
Mio Dio, pensa Alfonso, è un insulto a entrambi o solo a lui?
«Siamo ancora sposati».
«I matrimoni si possono sempre sciogliere. Con il papa giusto,
accade spesso».
«Pensavo che Ferrara disprezzasse la corruzione della Chiesa,
padre» con voce carica di sarcasmo.
«Non farmi la predica sulla Chiesa, Alfonso. Senza di me, questa
città sarebbe mezza pagana. E cosa ti importa, poi? Da quanto ne
so, trascorri più tempo con le tue puttane che con tua moglie».
No, l’insulto era proprio indirizzato a lui. Ogni volta che apre bocca
è per offenderlo.
«C’è mai stato un momento in cui non vi ho deluso, padre?»
borbotta sottovoce.
«Che cosa? Cosa dici?»
«Vi chiedo se siete in grado di restituire la dote» dice, senza
neppure tentare di nascondere la collera.
Rodrigo Borgia ed Ercole d’Este, il papa e il duca: nati lo stesso
anno, entrambi vissuti in epoche tumultuose e diventati sempre più
intransigenti avvicinandosi alla morte. Chissà come sarebbero potute
andare le cose, se la febbre avesse colpito più duramente Ferrara
quell’estate, pensa Alfonso uscendo dalla stanza.

Il pianto di Lucrezia non si è calmato. Dall’altro lato dell’uscio le


sue dame di compagnia restano in attesa, pallide, perdute, con il
volto rigato dalle lacrime.
«Perché non c’è nessuno con lei?»
«Non ci vuole, signore. Non vuole nessuno. È chiusa là dentro da
ore, fin da quando ha ricevuto la notizia».
È arrivato direttamente da palazzo, non ha avuto tempo di lavarsi
o vestirsi, e la polvere della strada aggiunge un altro strato alla
sporcizia. Prende una ciotola che gli viene offerta e si passa un
panno umido sul viso e sul collo. I visi delle dame gli fanno da
specchio. Del resto, non è mai stato capace di confortare le donne
col suo aspetto. Gli occhi di Alfonso scivolano verso la porta chiusa.
Non ha idea di ciò che farà o dirà.
La voce lamentosa della moglie riempie il buio soffocante della
stanza.
«Lucrezia?» chiama con voce esitante mentre avanza verso la
forma raggomitolata sul pavimento. Lei non sembra sentirlo.
«Lucrezia».
Ora le sta davanti, ma anche se ha parlato più forte, lei non dà
segno di averlo riconosciuto. Alfonso, che è capace di stare davanti
a un forno acceso per ore, non è mai riuscito a sopportare la vista di
una donna che piange. Eppure il disgusto per la spietatezza paterna
non gli dà nessuna scelta.
Si piega sulle gambe, goffamente, per trovarsi alla sua altezza.
Anche da lì sente il calore che emana. Ora si deve accorgere di lui
per forza.
«Mi dispiace molto per la morte di vostro padre. È una notizia
molto triste, e sono venuto a farvi le mie condoglianze». Aspetta.
«Se… posso aiutarvi in questo…»
Lucrezia fa uno sforzo per calmare i singhiozzi e riesce se non
altro a guardarlo in faccia. Le vede il volto, accaldato e gonfio,
imbruttito dal pianto, con una scia di muco che le corre dal naso alla
bocca e una massa di capelli spettinati. Il tessuto nero le è scivolato
dalle spalle, e il seno le trema per la forza dei singhiozzi. Nessuna
traccia della bellezza raffinata esibita a corte. Sembra una donna di
strada.
«Lucrezia…»
«No, no!» Si porta le mani al viso, come a proteggersi da una
forma di violenza. «No, andatevene, per favore. Non guardatemi.
Sono in uno stato terribile, non mi potete vedere così».
«Non posso vedervi comunque» mente con insospettata facilità.
«È troppo buio, qui dentro».
Allo stesso tempo vede una fila di piastrelle del pavimento
sollevate rispetto alle altre. Il palazzo è stato finito in fretta, un’altra
delle follie di suo padre. Che spreco. Quando avrà il tempo… il
potere…
Lucrezia ricomincia a singhiozzare e si dondola avanti e indietro.
Sembra che le si stia per spezzare il cuore dal dolore. Quanto si
amano, in quella famiglia; sembra che a unirli sia qualcosa di più dei
legami di sangue. Tutti sanno che il papa aveva pianto per giorni
dopo l’uccisione del figlio. Almeno questo dolore mostra quanto lei
gli abbia voluto bene, pensa Alfonso. Quando mio padre morirà,
faticherò a versare una sola lacrima.
Solo che forse ha parlato ad alta voce, perché ora lei lo sta
guardando con più attenzione.
«Oh, sì, avete ragione, gli volevo bene» dice, quasi sulla difensiva.
«Tanto. Nessuno riuscirà mai a capirlo. Non era il mostro che tutti
credevano. Non con me. Non è mai… Come hanno potuto…» E
volge il capo quando le lacrime riprendono a scorrere.
«Nemmeno io credo che fosse un mostro» dichiara lui con
fermezza. «L’ho incontrato una sola volta. Ero appena grande
abbastanza da allacciarmi le brache da solo, ma è stato gentile con
me: mi ha fatto grandi complimenti su Ferrara. Mi era sembrato un
uomo felice. Tutta Roma stava celebrando, c’erano processioni,
fontane che zampillavano vino. E voi e quella donna Farnese
eravate come le sue ancelle, due bellezze bionde. Tutti vi
ammiravano. Ricordo di avere pensato che invidiavo mio fratello
Ippolito, perché era cardinale in una città con tante belle donne». Un
riso amaro. «In tutta la mia vita è stata l’unica volta in cui mi sono
sentito attratto dalla Chiesa».
Si domanda se sta dicendo la verità. Davvero aveva provato quei
sentimenti? È importante? Sono senz’altro le parole più gentili che le
abbia mai rivolto. Lei lo fissa, trattenendo le lacrime e tirando su col
naso. Il fazzoletto che stringe in mano è ormai fradicio. Le dà il suo,
impolverato ma asciutto. Lei lo prende e si soffia il naso. Un rumore
tutt’altro che poetico. Alfonso ora rischia tutto, cingendole
goffamente le spalle con un braccio. Per sua sorpresa, lei non
oppone resistenza. La tira a sé, sul suo petto. Lucrezia ricomincia a
piangere, ha la pelle umida e calda ed emana un odore particolare: il
profumo del mattino che si sovrappone a ore di sudore. Si sente
quasi a suo agio, perché le donne che frequenta non si preoccupano
di profumarsi.
La stringe più forte; tiene sospesa l’altra mano a mezz’aria,
meditando quasi di completare l’abbraccio, ma alla fine la lascia
dov’è. Non importa: lei non dà segno di volersi staccare. Ora il pianto
si calma; forse perché gli preme il viso contro il petto e avverte una
familiarità in quella posizione, ricordando le volte in cui il padre l’ha
stretta in quel modo contro il suo corpo voluminoso, come se non
volesse più lasciarla andare.
Nessuno la abbraccia mai così. Nessuno.
Alfonso solleva di nuovo l’altra mano e questa volta la congiunge
alla prima, e lei si trova tra le sue braccia. Si lascia andare contro di
lui. È come se gliel’avesse chiesto senza parlare, e lui avesse udito
senza sentire.
Passa il tempo. Il marito resta fermo, cercando di ignorare il
crampo alla gamba. Ora non la può più muovere. No, è come
trovarsi davanti alle fiamme della fornace: dovrà restare lì fino a
quando il lavoro non sarà terminato.

In anticamera le dame di compagnia aspettano e tendono


l’orecchio per cercare di cogliere un cambiamento nel dolore.
Catrinella sta raggomitolata in un angolo, con le mani sulle orecchie
per non sentire la sofferenza della padrona.
Alla fine la porta si apre ed esce Alfonso, che si spazzola gli abiti
con la mano e ha l’aria accigliata, quasi fosse imbarazzato dal
proprio successo.
«Penso che ora possiate andare da lei» annuncia, senza guardare
in faccia nessuno, perché non si è mai sentito a suo agio con quelle
ragazze che ridono e civettano sempre.
Fuori aspetta sotto il portico che lo stalliere gli porti il cavallo.
«Signor Alfonso?»
Si volta e si trova davanti la piccola Catrinella, troppo vicina per
fargli una riverenza.
«Ho qualcosa da dirvi» annuncia ad alta voce, come una bambina
che ardisce sfidare un adulto. Trae un gran respiro e incomincia a
parlare prima che qualcuno possa fermarla: «Dovreste venire più
spesso da lei di notte. Ora è il solo modo».
Lui la guarda allibito. Nel tempo che gli ci vuole per trovare una
risposta, si è voltata ed è scomparsa nell’oscurità della casa.
Più tardi, quando le storie sulla morte del papa sono ormai di
pubblico dominio, Alfonso ripensa ai discorsi del padre, sui diavoli
che volteggiano con i forconi, e vede Catrinella, piccola, nera e fiera,
e sorride. Che coraggio. Non stonerebbe nella sua officina, perché
laggiù conoscono bene il colore della pelle dei diavoli.

Dopo che Alfonso se n’è andato, Lucrezia accetta di mangiare


qualcosa, ma rifiuta categoricamente di uscire, insistendo invece per
dormire sul pavimento, con la testa su un cuscino, Catrinella di
guardia in un angolo. All’alba si lascia lavare e vestire di nero e
ispeziona le decorazioni a lutto della casa. A diverse riprese scoppia
a piangere e trascorre ore nella cappella a pregare, ma si dà un
contegno, ora.
La lettera di Pietro arriva presto. La legge una, due volte, da sola,
versa qualche altra lacrima, poi la piega e la ripone nella scatola
dove tiene la corrispondenza e la chiude con una chiavetta
d’argento. Non torna a rileggerla, come ha fatto con molte altre sue
missive.
Più tardi le viene consegnato qualcos’altro. Dev’essere anche
quello da parte sua, un regalo; un libro, forse, per aiutarla a distrarsi,
ma la forma non è quella di un libro. Manda via le damigelle, perché
non sopporta più le loro attenzioni, e chiede a Catrinella di togliere
l’involto.
Dentro, protetto da un tessuto, si trova un vaso di maiolica, dalla
forma delicata, nei toni del verde e dell’azzurro: una scena di caccia,
un uomo e una donna a cavallo che inseguono qualcosa nel
sottobosco. Il talento grafico è scarso, ma le figure hanno una certa
vitalità. Chi le ha dipinte sa cosa significhi cavalcare.
Il dono è accompagnato da un biglietto.
Catrinella aspetta, timida, in silenzio. Lucrezia lo fissa a lungo.
«È di mio marito» dice infine.
Catrinella annuisce. «Fabbrica oggetti del genere nella sua
officina» conferma.
«Davvero?»
«È ciò che dicono».
«Chi lo dice?»
«Voci, in cucina. Una delle donne ha un figlio che lavora con lui
nella fonderia. Lo amano tutti, dice, perché non si dà arie».
Il dito di Lucrezia segue il contorno della donna a cavallo, con i
capelli chiari trattenuti da una retina. Ricorda le loro prime battute di
caccia nei dintorni di Ferrara: la nebbia come minestra fredda e la
coperta calda del cavallo. È la prima volta che riceve qualcosa da lui
che non sia previsto da un cerimoniale predeterminato