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Note su Antonio Pizzuto

1.
“L’arte (l’arte narrativa, intendo) è sintesi di materia, di
sostanza e forma, non contenuto e forma, come
dicono tanti (che sbagliano, naturalmente, perché
l’arte non è un veicolo, dove ci si mette un vagone in
più, e c’è dentro qualcosa). L’arte come sostanza e
forma: e mi si son presentati subito grandi problemi,
che mi hanno accompagnato tutta la vita, cioè a dire
sul rapporto tra sostanza e forma. La sostanza
riguarda la validità poetica di quello che ho fatto. La
forma deve essere integrata da una sostanza, perché,
se sotto non c’è sostanza, allora io faccio un poème
en prose, un arabesque, non faccio della narrativa.
Ma sotto questa sostanza c’è, se io ho qualcosa da
raccontare … cioè qualcosa da rappresentare
(‘raccontare’ è una bestemmia che ho detto), allora io
raggiungo questo risultato.” (Pizzuto parla di Pizzuto,
a cura di P. Peretti, Milano 1978).
La lettura di Sul ponte d’Avignone mi suggerisce
dell’altro. Antonio salva “la forma” quando sposa la
fidanzata nonostante che non la ami più, amando
l’altra, quest’ultima essendo, credo, “la sostanza”,
anch’essa da salvare: una giovane malmaritata.
Salvare la forma e la sostanza, come Antonio tenta di
fare, gli crea tutte le difficoltà che il romanzo inscena.
Il rapporto tra forma e sostanza è difficile, il
protagonista corre dall’una all’altra delle due per
conciliarle, scontentando entrambe. A notte fonda “il
peccatore cattolico” (così W. Pedullà nella prefazione
a Sul ponte di Avignone) lascia il letto di Sostanza per
guadagnare la casa “lecita” di Forma: prima di andare
in ufficio fa un salto da Sostanza, le porta un po’ di
provviste, s’informa su come sta la bambina. E’ padre
di due figlie, una di Forma, una di Sostanza, poi di un
bambino (Forma). Curandosi di loro le trascura,
trascurandole aumenta la sua eccitante dedizione.

Pizzuto ha, col tempo, onorato sempre di più la forma


(letteraria), divenendogli la sostanza un oggetto
sacrificato all'abilità retorica. In Pagelle I troviamo
note esplicative al testo, indecifrabile: qualcuno ha
usato per l’ultimo Pizzuto l’appellativo cattivello di
“giocoliere”, Contini parla invece di “alpinismo di sesto
grado”.
Sono scritte in francese, le caritatevoli note
esplicative, non saprei perché, se non ricordassi l’uso
che di questa lingua si faceva, in privato e in società,
a scopo di segretezza o discrezione, o di gioco
salottiero, schermaglia. Il testo è indirizzato a lettori
colti, se ho ragione è quindi in questione una sorta di
rovesciamento del rapporto di trasparenza, tra italiano
e francese: al lettore Pizzuto getta, comunque, l’osso
di una pudica didascalia. “Narration d’une nuit
d’amour manquée qui débute par le remplissage d’un
rèchaud a petrol, moment ancore plein d’espoir.”
Sempre la stessa storia: “Soli in due, almeno questa
notte (…) invece, ora di sgattaiolare, imbacuccato”
(Avignone). In francese: “l’homme doit partir (…) enfin
elle s’endort et ne sera réveillée qu’au matin, par le
bruits, à la cuisine, de l’homme qui, de retour, dépose
le provisions dans l’evier, prépare du café” (Pagelle I).

Il deposito della sostanza narrativa e della “materia


autobiografica” (G. Contini, nota a Si riparano
bambole) si trova, io credo, in Avignone, dove si è
“bestemmiato” (raccontato) in merito a un
protagonista che mal sopporta le vicissitudini della
bigamia, forma ridondante del matrimonio. Pubblicato
soltanto nel 1978, da Rizzoli, con nome e cognome
autentici dell’autore (defunto), Avignone nell’edizione
originale fu firmato con lo pseudonimo “Heis”.
Storia banale, scrive Pedullà. Sì, finché capita agli
altri.
Meglio delle spiegazioni in francese, Avignone,
musica narrativa nient’affatto tradizionale, sintesi da
latinista e insieme spezzature febbrili, ci dà il tema di
cui Pagelle I e Ravenna offrono, a tratti, le variazioni.

Ravenna è faticoso, referenzialità baluginante,


disorientamento celestiale. La scrittura è vicina alle
cose, dunque esse si vedono e non si vedono, o sono
trasfigurate retoricamente. Minima prospettiva. Come
in una foto sottoposta a ingrandimento, si osservano
particolari sgranati, l’insieme si perde. Si trovano
nuovi insiemi. Sempre più ingrandita, la foto perde
rapporto con quel che “era” il suo oggetto. Il modo di
Pizzuto di non raccontare va verso la microscopia.

Nell'intervista rilasciata a Paola Peretti verso la fine


della sua vita Pizzuto teorizza il non racconto:
“L’argomento, naturalmente, è l’argomento
trascendentale. Che cosa importa a me sapere dove
abiti, chi c’è a casa che t’aspetta? Non m’importa
niente, ma mi importa di vederti. Io non posso più
camminare, e la messa l’ascolto alla televisione. E
allora, a guardare alla televisione tutte quelle ragazze,
ognuna che aspetta il suo destino (…) è una cosa che
mi sconvolge profondamente.”

Vedere, dunque, rappresentare, percepire, senza


coordinate anagrafiche, per trovare il destino. “Mi
importa vederti”. Il tuo esserci non ha a che fare con
la tua storia, ma con la mia percezione di te. Nessuna
concessione a una realtà al di là della percezione-
rappresentazione.
L’intervista mi fa sentire la presenza
dell’intervistatrice, la femmina. M’importa vederti,
indipendentemente da chi “c’è a casa che t’aspetta”.
Pizzuto amava la donna come fenomeno irrinunciabile
della realtà, si direbbe, questa passione perenne
spiega l’ostinazione di Antonio, torturante; di Bibi,
ironica, a tenersi impegnati con una donna, l’altra,
“impossibile”, in Signorina Rosina detta Compiuta. La
sostanza è resa inavvicinabile dalle esigenze della
forma, l’essere ammogliati dei protagonisti. Eppure
non si può fare a meno di accostarsi.

Compiuta? Signorina Rosina, credo il meno ignoto dei


libri di Pizzuto, rappresenta un punto d’arrivo, un
oggetto di culto, compiuta opera letteraria: incompiuta
resta la visione della donna, il contatto con la di lei
sostanza. Bibi paziente vaga e scrive. Il lavoro lo tiene
felicemente lontano, agli ordini del Capo, dalla moglie
e dall’amante, divenuta intrattabile.
La bigamia e l’adulterio, io credo, sono ricerca di
sostanza a dispetto del matrimonio, quest’ultimo utile
tuttavia come limite creatore di eccezionalità: “soli in
due, almeno questa notte (…). Invece, ora di
sgattaiolare cauto, imbacuccato”. La “nuit d’amour
manquée” è quella che, nella scrittura, vorrebbe
render giustizia alla forma e alla sostanza. Mica facile.
La sperimentazione letteraria è bigamia, o adulterio, la
forma tradizionale del raccontare è matrimonio. La
notte d’amore della scrittura è compiuta in Signorina
Rosina, ma non basta, la ricerca deve andare avanti,
sempre di più l’occhio s’avvicina al corpo della madre
(in Avignone la compagna segreta è detta e chiamata
ripetutamente “mamma”), esce dalla nostra
dimensione per conquistarne altre, microscopiche.

“Essenza delle mie pagine, loro frutto e fonte ad un


tempo, è un antistoricismo assoluto. La storia è
un’esigenza a priori, categorica, inattuabile nella
realtà storiografica perché è una ricerca senza fine
che nessun risultato può soddisfare. Da qualsiasi dato
possibile, lo sappiamo bene, scaturiscono
incessantemente problemi nuovi. Il fatto è dunque
un’astrazione, continuamente trascesa dal nostro
bisogno di storia, che può concepirsi come una
ricerca della persona nella persona, della vita nella
vita: una narrazione insomma che ne sarebbe
l’espressione e che io distinguo dal racconto, ma (…)
narrare non è l’opposto del raccontare. Raccontare è
proporsi di rappresentare un’azione, cioè uno
svolgimento di fatti ma, anziché rappresentarli, il
racconto in ultima analisi li registra.
Personaggi, eventi, dati psicologici, tutto si va
pietrificando via via che lo si racconta. La narrazione
vince l’assurdo di tradurre l’azione in rappresentazioni
poiché riconosce che il fatto è un’astrazione. Se i
personaggi raccontati sono dei documenti, i
personaggi narrati sono dei testimoni, la
rappresentazione non è più offerta ab extra, come una
planimetria sottoposta al lettore, ma scaturisce
intuitivamente da ciò che legge, con una
compartecipazione attiva, direbbe un tomista in
contuizione. La narrazione diventa così sostanza-
forma, cioè stile, non più analisi, ma sintesi
trascendentale in cui l’azione riprende vita, poiché la
narrazione non ne è più il ritratto, bensì una
risonanza.” Così Pizzuto nella ricordata intervista.

Ravenna riprende, sembra, alcune scene presenti in


Avignone, ma sposta la vicenda, per dir così, in anni
diversi, dagli anni venti ai cinquanta. Ricolloca
spezzoni della vicenda in un tempo successivo e
l’accompagna avanti. Se avevamo lasciato una
bambina, Giovanna, figlia “illegittima” del protagonista,
a scuola dalle suore, in Ravenna la “ritroviamo”
liceale, si chiama Fufina, fidanzata, sposa e madre.
Continuazione e ricollocamento temporale. Appaiono
nuovi personaggi, ma, se s’abbandona la voglia di
capire e di orientarsi, se si abbandona l’idea di
“spiegare” Ravenna con Avignone, se si rinuncia a
credere che la storia “proceda”, la lettura è felice
(fluttua liberamente). Eppure, in Signorina Rosina il
protagonista accenna ad un suo misterioso libro che
s’intitola “Ravenna”. In Ravenna (libro in nostra
mano), il quadretto natalizio tra padre e figlia (la città
fa da parola d’ordine in un loro gioco) è lo stesso che
si legge in Avignone. I tre testi si tengono, si parlano.
In maschera.

In Si riparano bambole Pofi, il protagonista, si perde


nella microscopia cui lo espone crescentemente il
narratore, qua e là baluginante in ironie dirette al
lettore; “Periodi contorti, oscuri, mai un punto e da
capo (segno di avarizia, forse)”. Contini racconta che
Pizzuto chiamava questo testo “Siribambole”.
Restringimento squisito. Come in Tre millimetri al
giorno, un romanzo di fantascienza di Richard
Matheson: il protagonista pian piano si perde (nove
centimetri il mese), diviene piccolo, nano, bambolotto,
soldatino di carne, minimo, microscopico, infine
invisibile particella dell’infinito. Titolo originale: The
Shrinking Man, l’uomo che rimpicciolisce, ma anche:
timido.
Con Pizzuto ci si perde nel mare delle percezioni. Nel
racconto di Matheson le proporzioni spaesano, un
ragno è un mostro enorme, finché nulla
d’umanamente riconoscibile resta. Pofi si perde con
dolcezza nel non so dove, quando, perché, con chi,
come. Prima appare tra gli altri della sua famiglia, il
nonno, la nonna, i genitori, le zie, i fratelli, nel grande
appartamento, si distingue. Più avanti, nel mite,
sconfitto, sereno Pofi, v’è traccia di qualcosa, come
una ferita impercettibile prima, poi visibile e dolorosa.
La vita è questo, in Pizzuto, una perdita vissuta in
mite luce. Nulla rimane, salvo barbagli minimi. Non c’è
niente da fare, se non scrivere (Pofi, l’ “imbelle”, tenta
un romanzo dove un tizio scrive un romanzo in cui un
tizio scrive un romanzo), aspettando la morte, infine,
in un asilo gestito da suore: tra l’altro, per far passare
il tempo, vi si riparano bambole.

“Spera male un autore se si figura dei lettori benigni


per la sua flemma narrativa o che indulgano alla
trasparente astuzia con cui, candido e mite, egli vuole
tenerli in affanno. Scansiamocene”. E invece.

2.
Ora vorrei attirare l’attenzione di chi legge su alcune
pagine di Pizzuto, sulle sue amate figure retoriche, su
certi sprazzi poetici. (AV: Sul Ponte di Avignone
(1938). SR: Signorina Rosina (1959). SRB: Si
riparano bambole (1960) R: Ravenna (1962) ).

SR. “Il bottone della sua giacchetta voleva da qualche


tempo andarsene; egli < Alberto Conte (Pizzuto, 1959;
p.68), detto Bibi > dunque, non molto esperto in
cucito, passava per l’ingresso centrale <del suo posto
di lavoro> e scrutando attraverso i vetri entro l’alloggio
del portiere, mai al posto suo, ne ricercava la moglie
che avrebbe dovuto, giusta una promessa,
riattaccarglielo. Ma la signora Sussulin non era più
assidua del marito. E poi, quando la scorgeva, mesta
e risoluta insieme gli dava a capire che per quel
giorno non era in condizioni propizie. (...) Egli andava
via per ritentare in miglior momento e da un giorno
all’altro il bottone era più pendulo.
(...) Nella sottostante spianata la gioventù si dava
buon tempo al parco dei divertimenti. Volteggiavano
obliqui, reggendosi alle funi dei seggiolini roteanti,
ragazzi e ragazze: una fra le altre, vestita di rosso,
continuamente raggiunta aggrovigliata e stretta da
quegli alle spalle, sapeva sottrarglisi con certo
volteggiare fulmineo che la sollevava alto per un
istante, e ricominciando la caccia vi erano ad ogni giro
amplessi ed evasioni goduti con rapimento da molti
spettatori, con fortuna del borsaiuolo. Campeggiava
sull’arco, a lettere non del tutto esenti da qualche
licenza, la scritta LUNA PARH. Nel basso erano
ancorati lungo i margini della strada, presso i chiusini
di fogna e la fontanella, vari carrozzoni con le tendine
a ogni finestrino, il montatoio dietro, decorati alcuni ed
adorni di gerani fioriti sui davanzaletti, altri rozzi; e in
due o tre dall’ingresso appena accostato si scorgeva
di scorcio qualche cucinetta. La voce di una donna lo
scosse. Accanto a lui stava una creatura di quella
tribù; reggeva tra le mani gonfie dei panni strizzati. Il
bottone, gli ripeté, era sul punto di cadere. Per
risolvere una buona volta la faccenda egli lo tolse via
del tutto, accogliendo con aria incredula l’offerta di
riattaccarlo, ma ella tornata giù dopo aver preso l’ago
e il filo, si accinse a quell’impresa. Sedeva sulla
scaletta di fronte a lui, una ciocca davanti agli occhi, e
arrivavano gli accordi pastosi della musica, annunzi
dell’altoparlante, strilli, squilli di campanelle. Compiuta
l’opera, il bottone si ergeva ormai florido, altezzoso
quasi; egli le domandò quanto: oh, nulla. Le disse il
suo nome.Mi chiami, gli rispose, signorina Rosina.
(...) Seralmente nella sua lettera a Compiuta <
l’amante > egli narrava ogni cosa con una sincerità
che talvolta era imprudenza.” (Pizzuto, 1959; p.23-27)

SR. “La figlia del capoguardia sciorinando il bucato


canterellava in quei giorni Arriva la banda arriva la
banda dei suonator; (...). Era il plenilunio. Salito al
promontorio scorse la ragazza ritta. Voleva, gli disse,
farsi monaca. Ma le monache, signorina Rosina,
possono forse cantare? E cantare Arriva la banda?
Certo no. E allora. Gli occhi di velluto lo fissavano con
tale fermezza che egli abbassò i suoi. E lo fissavano
ancora, ma questa volta come quando si pensa ad
un’altra cosa. Sì, ella confidò, dovrà essere alto, e
chiamarsi Bruno, e avere bei denti e belle mani, ecco
come deve essere, non so se mi spiego: benissimo. A
meraviglia. Giunsero frattanto sotto le mura, dove non
batteva la luna. Un lumacone lasciava sulla parete
nera strisce fosforescenti di vago disegno che al
mattino poi erano degli scarabocchi. All’ora consueta
Bibi si rase con le abituali smorfie contro lo
specchietto pendente dalla finestra. Fece poi da boia
alla cravatta canticchiando insolitamente. Dei
suonator dei suonator, ripeteva.” (Pizzuto, 1959;
p.102-103).

SRB. “(...) c’era certa discesa tutta gradini tanto ampi


da ricorrervi sempre lo stesso piede. (...) Una signora
ben grassa e piumata svoltando per risalirvi, che
strano, gli confidò il suo sguardo. A distanza di quattro
o cinque scalini Pofi la seguì. L’incedere era lento e
maestoso, la veste ampia e vaga; non adattandoglisi
così fatta andatura, egli si soffermava a allacciare le
scarpe, a frugarsi in tasca. Giunta nello spiazzo ella
volse a destra. Sul limitare del vicolo varcò un oscuro
androne, diresse un’occhiata trascendentale a Pofi
rimasto immobile presso la fontanella e ristette. Egli
mosse contro di lei fissandola torvo, la pescatrice
aspettò nascosta nel portone. Era un luogo umido con
nerastre saracinesche e inferriate lungo le pareti
bavose; in fondo, a manca, apparivano nel barlume
alcuni scalini. Perdurava un fragore di acque invisibili.
Ella aveva gli occhi tutti ricinti di nero, vividi a quelle
ombre segnatevi intorno soggiogatrici, e nella
memoria dolorose. Fu un parlamentare breve,
ansimante nell’uno che sperimentava la torpedine per
la prima volta, pacato nell’altra: a lui mancava il
conquibus, non si faceva credenza.” (Pizzuto, 1960;
p.68)
R. “Ella si tolse anche la collana, l’orologino rutilante,
il bracciale, infine gli orecchini, i due anelli; e null’altro
le rimaneva. A ogni riverbero di luci le brillavano gli
occhi. Prevalse la quiete, arrivarono i tocchi delle
campane, susseguentisi in imitazione, sempre a
salire, eccedente il primo l’attesa, di quarta diminuita
l’altro, maggiore pel terzo, eterogenea e lontana
l’ultima, intervallativi, avvertendolo delle mezz’ore, egli
estatico, in serbo parecchie e parecchie ancora, lei
assopita, là nel corridoio il bagaglio già pronto, poi
quel rintoccare si fece spesseggiante, l’estasi stupore,
ed incenerì, sull’acciaio ripresero a guaiolare le ruote
in stridevoli prolungati anapesti” (Pizzuto, 1962; p.18)

SRB. “Soltanto sua madre lo aspettava. A due nella


saletta tranquilla, episodi e impressioni, domande e
risposte, commenti ingenui ed arguti finivano in
confidenze. Che ore sono, gli domandava ogni tanto,
sbirciando l’elaborato orologio ovale sulla parete (...).
Ma che ore saranno, io non lo vedo. Qui Pofi la fissò.
E sotto quello sguardo perscrutatore gli occhi nilo di
lei divennero timidi, ebbero un’espressione di panico,
si abbassarono, ripresero per un attimo il sopravvento
(...). Mamma, egli le sussurrò (...) mammina, la miopia
non c’entra, è che non conosci l’orologio. (...) Sei una
poetessa (...) e sai il greco e tutto, fuorché l’orologio,
sì, ridi, non lo sai, no.” (Pizzuto, 1960;p.108-9)

R. “A rincontro c’era un magazzino elegante ove tutto


il giorno arrivavano carichi di biscotti imballati in varie
scatole cubiche tolte, erette le une sulle altre per erte
trincee subito smosse dal commercio minore. (...).
Saltava di spalto in spalto con le demolizioni il cauto
soriano podomante.” (Pizzuto,1962;p.126).

R. “(...) troppo debole per impedirlo sua figlia < Fufina


>, si partiva furiosa < Malinda, la madre > da
rimbombarne la porta. Sola Fufina forse allora poteva
un celato sommesso pianto cucinando (...) ,con
assidui ritorni per nuovamente schermire sul telefono
le cavazioni scoccatili, pur sempre infruttuose, fin
quando stuzzicatolo < il numero telefonico della
madre > il polpastrello oramai disattenta, sì, ecco che
mamma giunta a casa era mite, dimentica, una
rasserenata legittimante i pretesti (...)” (Pizzuto, 1962;
p.128).

SR. “Questi racconti piacevano ben poco a Compiuta.


Non erano del genere suo, ecco. Avrebbe gradito
tutt’altri scritti, delle lettere cioè contenenti
esclusivamente una serie di variazioni sempre nuove
e inspirate su un unico tema: loro due. Ma Bibi non
era un Brahms. E poi, scrivendone ogni giorno, per
forza si diventa un diarista. Meno vi si parlava di lei,
più s’incolleriva (...)” (Pizzuto, 1959; p.55)

SR. “Leggeva e rileggeva quei farneticamenti


singhiozzando. Gli fece una risposta fra scherzosa ed
accorta, ma il suo allarme era tale che divenivano rare
ormai le persone cui ogni paginetta non fosse posta
davanti gli occhiali, e poi ammiccavano a vicenda
maligne. Per me, sentenziò il cognato, è ammattito
completamente. (...) Il medico da lei conosciuto alla
Mutua dichiarò esser quelle indiscutibili proiezioni
dell’istinto sessuale. Mai né prima né poi le lettere di
Compiuta furono così lunghe. (...) e Bibi sempre in
cerca di nuove uscite. L’incontro con un viandante è
come la catastrofe di due vite vissute. Ella volle
conoscere chi fosse mai quel viandante. Quale
viandante? Quello dell’ultima lettera. Ah, un modo di
dire. (...). Era poi fissato con i licheni. Ne parlava
sovente. (...). Soltanto un lichene, estintasi ogni altra
vita, saprebbe se resti il mondo, il lichene che può
affacciarsi sul nulla e vivere assisterebbe a una
resurrezione. E poi le disse che stava cercando
l’Unità. Compiuta maternamente lo esortò a guardarsi
dalla politica, specie di quei cattivacci, e Bibi si
divertiva forse a scriverle queste cose aspettando i
consigli che qualche volta chiedeva.” (Pizzuto, 1959;
p.92-93).
SR. “Certo manoscritto Ravenna, vera e propria
empietà, insulto alla ragione e al buon gusto
dicevano, tessuto di farneticamenti dai quali sotto il
velo dello stile contorto e impuro, traluceva lo spirito
della rivolta. A che mirava egli con tale libello? <
domanda il direttore a Bibi>” (Pizzuto, 1959;p.104).

SR. “Dal penitenziario < missione professionale > Bibi


fu trasferito a lavori, che richiedevano anni, in un
cimitero. Gli divennero familiari le distese di tetti
rasente il piede fra viali larghi un palmo (...)” (Pizzuto,
1959; p.113) .

AV. “Dieci anni, è molto per un fidanzamento. Lecito


dopo dieci anni di lasciare la fidanzata? lo si può di
certo: io non ne avevo il coraggio. Sposare dunque.
Ma qual vincolo indissolubile mi legava con l’altra!”
(Pizzuto, 1938; p.20).

AV. “Ella < l’altra, ne sappiamo solo il secondo nome,


Elena – n.d.c.> si coricava dalla parte del muro con
Giovanna al seno, io mi stendevo di fianco nel poco
che avanzava, addossato come un altro bimbo.”
(Pizzuto, 1938; p.35).

AV. “ ‘Perché non resti dunque? Rispondi! Perché tu


non vuoi restare?’ Cercavo di volgere in uno scherzo,
le mettevo il dito sul mento: ‘Sai che cosa significa
nei delitti circostanza aggravante?’ Si crucciava. ‘Non
voglio ascoltare le tue sciocchezze’. Io la inseguivo
spiando il momento buono per insinuare una frase ‘di
effetto’ e non mi lasciava finire. ‘Basta alla società...’
dichiaravo. Chiudeva dietro di sé le porte, dovevo
girare dall’altra parte per raggiungerla e riprendere
cocciuto: ‘...l’accusa: non rincasa la notte... per essere
condannato...’ La irritavo invece di convincerla’”
(Pizzuto, 1938; p.42).

AV. “(...) sentivo che dal fondo della stanza mi


considerava; e se dimenticavasi per un istante veniva
a cingermi le spalle. Curva sullo sgabello si sforzava
di dondolarmi al ritmo di qualche cantilena
improvvisata: ‘Questo bamboccio – pesa un po’ di
chili...’” (Pizzuto, 1938; p.43)

AV. “(...) a giorni sarebbero rientrati <la famiglia


“lecita”- n.d.c.>. Proprio alla vigilia mi presentò
<Elena, l’altra – n.d.c.> ignara due pianelle coi
ricamini. Come fare macchina indietro? Escogitai pei
primi tempi il pretesto che scrivevo un libro. Mia
moglie lo credette. Chiese:’Quanto tempo ti ci vuole
per terminarlo?’. ‘Poco’ le risposi. Piegò il capo.
‘Capirai’ spiegavo ‘ho bisogno ogni momento di
consultare gli autori...’” (Pizzuto, 1938; p.43-44).

AV. “<Antonio va in visita al Sacro Cuore dalle suore


dove Giovanna, la bambina, è in collegio, angustiato
dal timore che qualcuno, tra gli altri visitatori, lo
riconosca> Dinanzi il portone formammo un gruppo
compatto. Ci guardavano dal forellino. Intesi il rumore
della toppa, la piccola apertura si schiuse. Di contro
avevamo una religiosa: le chiavi che teneva pareano
d’argento. Quando toccò a me di varcare la soglia, per
non incontrare il suo sguardo prodigai esagerate
attenzioni a papà (...).Una di esse scese col sorriso
affabile incontro a lei <Elena>, squadrò tutti noi che la
seguivamo ed ella, sotto quello sguardo interrogativo,
tese verso di me un dito accusatore spiccando: ‘il
padre’ “ (Pizzuto, 1938; p.70-1).

R. “La madre portinaia chiudeva e volta per volta


richiudeva con chiave resa d’argento; alla segretaria
(...) i nomi da appuntare su una schedina: il padre, le
disse Malinda con indice accusatore indicando Andrea
(...) “ (Pizzuto,1962; p.33).

AV. “ In una botteguccia presi, avanzi carnevaleschi,


certe strisce arrotolate di carta da lanciare come la
trottola dette dalle parti mie stelle filanti. Per caso se
ne srotolò una. Era il trastullo cercato: svolgerle e
rinvolgerle connettendo il termine della prima col
principio dell’altra, in gara per formare nel minor
tempo il più gran disco tutto cerchi concentrici rosa
arancione celeste violetti gialli (Giovanna diceva “La
ruota”)” (Pizzuto, 1938; p.87).

R. “E nella casetta a far ruote con le stelle filanti,


aprirle per riavvolgerne la fettuccia tra pollice e indice,
l’una di seguito all’altra, pazienza, ingrandivano, ma
attenzione all’incavatura, peccato, è scoppiata,
ricominciamo da capo.” (Pizzuto, 1962; p.46).

R. “ (...) Andrea fece un piccolo segno. Raggiunsero


guardinghi, vincendo reticolati e bocche di lupo, l’antro
<è una stanza dove Andrea vuol mostrare di nascosto
a Fufina, la figlia, uno scorcio del ramo natalizio
addobbato>. Zitta, le sussurrò all’orecchia, non deve
saperlo nessuno, o siamo perduti, non lo dirai, no, è
un segreto, sì, presto, nell’oscurità un luccichio, quel
mistero, essi due soli a scoprirlo sia pure in parte,
complici, che avventura, che rischio. La mano di
Fufina sommessa a frequenti ben somministrate
toccatine massoniche, stiamo in guardia, gli occhi
paterni tondi quale ritrasse Piero, chi vive, Gela
Genova altolà Pavia Parma, chi va là Ravenna Rav
rav non lo dirai no silenzio. Reduci si sbirciavano
padre e figlia in duplice intesa (...) “ (Pizzuto,1962;
p.45).

AV. “ ‘Andiamo in punta di piedi a vedere quello che


c’è in salotto. Nessuno però deve saperlo. E’ un
segreto. Lo giuri?’ – ‘Sì papà.’ Mi dilungai: ‘Al buio, e ti
raccomando senza far rumore’ (...) “ (Pizzuto, 1938;
p.89).

AV.” A Giovanna piacevano i miei fazzoletti forse


perché ben stirati. Io, in previsione dei suoi pianti
immancabili, ne recavo diversi (...). Ma pure in
bonaccia, subito che i suoi occhi incontravano le
candide vette biancheggianti sopra il mio cuore, non
avevo da attendere. Mi guardavano sorridenti e
chiedeva: ‘dammi il tuo fazzoletto’ .“(Pizzuto,
1938;p.96).
SRB. “Un momento, madre, mormorò Pofi, il pastrano,
ho il mio, se voglio fare due passi, può farli nei cortili,
vi sono terrazzi, orto, non occorre andar fuori, e c’è da
occuparsi, abbiamo la stamperia dei biglietti e del
bollettino, abbiamo i laboratori per rilegare libri, quello
poi dove si riparano bambole, una piccola calzoleria,
vedrà, tutto è prendere l’abitudine, starà bene,
contento.” (Pizzuto, 1960;p.297).

AV.” ‘Papà, vuoi cantata una canzoncina?’


‘Sentiamola.’ ‘Ma ci vuole un po’di spazio. Tiriamo
indietro la tavola.’ Dovetti alzarmi. Fatto il largo,
Giovanna si mise a girare per la stanza e
sorridendomi cantava:
Sur le pont d’Avignon tout le monde passe
Sur le pont d’Avignon tout le mond passera
(...) Apparve il ponte sonoro arroventato dal sole. Tutti
vi passavano. (...) Tutti vi sarebbero passati ... “
(Pizzuto, 1938;p.127).
AV. “Udii la prima volta quel canto durante le feste
pasquali quattro anni fa. Esso restò nella mia
memoria, ignoro il perché. Le incognite della memoria!
Tante impressioni che credevamo banali non si
dimenticano più, altre si sarebbe giurato che le
avremmo ricordate per tutta la vita e si dileguano
invece. A chiamarlo canto esagero. Era una
canzoncina. E mi risveglia ogni volta la terribile
vicenda. Vorrei trascriverne le note, perché non vada
perduta. E che? Avulsa dai concomitanti essa nulla
può dire agli altri: soltanto io la intendo, subito
riappare la scena, lei ritta con una palla tra le mani
nella stanza da pranzo. (...).
La vita non è stata per me di uno svolgimento lineare,
a note legate, direbbe un musicista. Non so vederla
che come una successione discontinua di stati
frammentari con questo solo di comune: la direzione
verso la morte. Niente logicità, niente sillogismi. Il mio
io stesso l’ho avvertito talvolta come un bizzarro
residuo di là da egoismi e scrupoli, mera
irrequietezza, o la fonte misteriosa di una
irrequietezza che mi faceva trasognato ed a tratti
preso da certo stupore di vivere in coesistenza con un
altro io inerte ed estraneo. Non quello che oggi
chiamano subcoscienza: dell’altro. Sì, dell’altro. Dirò
superbamente che non mi curo di approfondire
l’analisi? E’ che sarei incapace di farla. Ho
abbandonato gli studi. Forse ciò che andrò scrivendo
potrà assomigliarsi meglio a una confessione che
tenda oltre la semplice penitenza. So che la
confessione è forza e dà pace. Voglio essere forte,
voglio avere pace. Non scrivo dunque en artiste.
Scrivo per un impulso così complicato che rinuncio ad
esaminarlo. Scrivo infine proponendomi che altri non
legga. Ma l’avvenire si potrebbe chiamare
l’imprevedibile. Pel caso che queste pagine dovessero
cadere un giorno sotto sguardi estranei farò il
seguente avvertimento: non badare troppo ai fatti in
ciò che espongo, mai vi fu sì poca voglia di
raccontare! Tuttavia, inatteso lettore per cui non
scrivo, tu non mi scorderai facilmente.” (Pizzuto, 1938;
p.3-4).