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Alfio Marcello Buscemi

La struttura retorica della Lettera ai Colossesi

Il punto di partenza per stabilire la struttura retorica o dispositio della Lettera ai


Colossesi mi sembra che sia stato individuato chiaramente da molti esegeti: la
Lettera ai Colossesi insiste sulla dimensione gnoseologica della fede in Cristo1. Se
ciò è vero, allora bisogna stabilire con rigore la propositio principale della lettera,
propositio che deve rispecchiare “la dimensione gnoseologica della fede in Cristo”.
Per fare ciò non basta affidarsi alla sola analisi tematica della lettera o alla sua
struttura letteraria: tali approcci sono utili a stabilire una divisione più o meno
probante di questo scritto paolino, ma da soli non ci aiutano a stabilire una dispositio
rhetorica della lettera; anzi, possono essere di intralcio, se non sono condotte con
molto rigore critico. Per questo, tenendo conto di tali approcci letterari, insisterò
sugli elementi retorici della lettera, così da stabilire la dispositio completa della
Lettera ai Colossesi: l’exordium, la propositio principale e le sue probationes, la
peroratio.

Alcuni problemi

Nello stabilire la struttura letteraria della Lettera ai Colossesi, uno dei problemi più
rilevanti è la lunghezza del suo exordium, Col 1,3-23, tanto da costringere i com-

1  J.B. Lightfoot, Saint Paul’s Epistles to the Colossians and to Philemon, London 1927, 98-99:

“The Apostle sets the true wisdom of the Gospel, … the knowledge of God in Christ”, e a pp. 114-115:
“the harmony of knowledge and faith”; P.T. O’Brien, Colossians and Philemon (WBC 44), Waco
1982: “Knowledge (ejpivgnwsi") occurs as an important subject of Paul’s intercessory prayers in each
of the Captivity Epistles” (cf. pp. 20-30); M.Y. MacDonald, Colossians and Ephesians (Sacra Pagina
17), Collegeville 2000, 47: “Knowledge of God is an important concept in Colossians,… is at the
heart of the dispute involving the false teachers”, e a p. 54: “By the phrase «groving in the knowledge
of God» the author is aware that intense religious experience is central to the life of the Colossians”;
J.-N. Aletti, “La dispositio de Colossiens. Enjeux exégètiques et théologiques”, in J.E. Aguilar Chiu
- F. Manzi - F. Urso - C. Zesati Estrada (ed.), «Il Verbo di Dio è vivo». Studi sul Nuovo Testamento in
onore del Cardinale Albert Vanhoye, SI (Analecta Biblica 165), Roma 2007, 336.

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mentatori a porre l’inizio del corpus della lettera in Col 1,242 o in Col 2,63. È vero
che molti autori neppure si pongono il problema di una struttura letteraria della
lettera; per lo più stabiliscono una suddivisione delle pericopi senza guardare tanto
il quadro di insieme dell’argomentazione paolina o tutt’al più si attengono ad un
quadro tematico stabilito in maniera più o meno soggettiva4. Comunque, sembra
che vi sia una certa unanimità nello stabilire l’unità letteraria di Col 1,3-23 e di
considerare il brano come l’exordium della Lettera ai Colossesi. Un passo avanti è
quello di considerare Col 1,3-23 come l’exordium di un discorso retorico5 e trova-
re alla fine di esso, in Col 1,21-23, una partitio della lettera6.
Per quanto interessante, tale impostazione non mi sembra del tutto soddisfacente
per due motivi: esiste una partitio, per quanto importante essa possa essere, senza
una propositio?7 o la partitio si fonde totalmente con la propositio? Se “Col insiste
sur la dimension gnoséologique de la foi en Christ”8, la propositio o la partitio in
qualche modo deve contenere elementi concreti di tale “dimensione gnoseologica”.
Ora, in Col 1,21-23, non mi sembra che appaia il linguaggio gnoseologico; certo,
elementi come pivsti" o eujaggevlion possono essere interpretati in chiave
gnoseologica, ma in se stessi non lo sono. Infine, non mi sembra che basti, per
definire la dispositio della Lettera ai Colossesi, stabilire che Col 1,3-20 sia un
exordium, che 1,21-23 sia la partitio e tutto Col 1,24 (o 2,6)-4,1 sia la probatio.

Alla ricerca di una propositio nella Lettera ai Colosessi

La dimensione gnoseologica della fede, mancante in Col 1,21-31, mi sembra che


si trovi senza alcuna difficoltà in Col 1,9b-11, dove la terminologia gnoseologica
è rappresentata dai termini ejpivgnwsi" (bis), sofiva e suvnesi", dalle espressioni
plhrwqh'te th;n ejpivgnwsin tou' qelhvmato" aujtou', ejn pavsh/ sofiva/ kai;
sunevsei pneumatikh/' e aujxanovmenoi th/' ejpignwvsei tou' qeou'. Ma, per accettare
Col 1,9b-11 come propositio e partitio della Lettera ai Colossesi, bisogna in primo

2  Cf. J.-N. Aletti, Saint Paul, épître aux Colossiens (ÉB 30), Paris 1993, 39; J.D.G. Dunn, The

Epistles to the Colossians and to Philemon (NIGTC), Grand Rapids - Carlisle 1996, 41 e 53.
3  Cf. la struttura di M. Barth - H. Blanke, Colossians (The Anchor Bible 34B), New York etc.

1994, 42, anche se poi nel testo appare un’altra divisione; G.T. Christopher, “A Discourse Analysis
of Colossians 2,16-3,17”, GTJ 11 (1990) 205-220.
4  Cf. O’Brien, Colossians, liv, e il commento che offre per le singole sezioni.
5  Cf. Aletti, “La dispositio de Colossiens”, 324-325, che offre un quadro di insieme sia della

dispositio offerta da M. Wolter, “Kol 1.24-2,23 (3,4)”, in B. Standaert (ed.), Le Christ tout et en tous
(Col 3,11). L’Épître aux Colossiens (SMBen.BE 16), Rome 2002, 29-68, e quella propria (p. 325).
In entrambi i casi Col 1,3-23 viene considerato come un exordium-prooemium.
6  Aletti, “La dispositio de Colossiens”, 331-335. La critica di Aletti a Wolter mi sembra molto

appropriata, in quanto normalmente subito dopo la partitio seguono immediatamente le probationes.


7  La struttura di Aletti parla solo di partitio, ma non dice affatto qual’è la propositio.
8  Aletti, “La dispositio de Colossiens”, 336.

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luogo rinunciare a quella unanimità degli esegeti che vede in Col 1,3-23 l’exordium
della Lettera ai Colossesi: impresa ardua, ma non impossibile.
Non c’è dubbio che Col 1,3-8 faccia parte dell’exordium della Lettera ai
Colossesi, in quanto contiene quell’elemento essenziale che caratterizza la maggior
parte degli exordia degli scritti paolini: la formula di ringraziamento. Insieme ad
essa vi è la presentazione delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità, elementi
caratterizzanti le diverse comunità locali e quasi sempre presenti negli exordia delle
sue lettere (Rom 1,8.12; 2Cor 1,7.9-10; Ef 1,11-13.15-18; 1Tes 1,2-3; 2Tes 1,3-4;
Fm 4-7). Inoltre, vi sono diversi elementi formali-contenutistici, che preparano la
propositio di 1,9b-11: l’espressione ejpevgnwte th;n cavrin tou' qeou' ejn ajlhqeiva/
di 1,6, che, insieme a prohkouvsate ejn tw/' lovgw/ th'" ajlhqeiva" tou' eujaggelivou
di 1,5, prepara il contenuto essenziale della propositio di 1,9b: i{na plhrwqh'te th;n
ejpivgnwsin tou' qelhvmato" aujtou' ejn pavsh/ sofiva/ kai; sunevsei pneumatikh/;'
l’espressione ajkouvsante" th;n pivstin uJmw'n ejn Cristw/' ∆Ihsou' kai; th;n
ajgavphn h}n e[cete eij" pavnta" tou;" aJgivou" di 1,4 è un’anticipazione di ajf∆ h|"
hJmevra" hjkouvsamen di 1,9a; allo stesso modo, il pavntote peri; uJmw'n proseucovmenoi
di 1,3b anticipa ouj pauovmeqa uJpe;r uJmw'n proseucovmenoi kai; aijtouvmenoi di
1,9c-d, mentre il karpoforouvmenon kai; aujxanovmenon di 1,6b anticipa l’ ejn panti;
e[rgw/ ajgaqw/' karpoforou'nte" kai; aujxanovmenoi th/' ejpignwvsei tou' qeou', di
1,10b.
L’exordium, però, non è costituito solo dal ringraziamento e dai contenuti di Col
1,3-8, ma anche dal praescriptum di Col 1,1-2. Senza di esso mancherebbero alcuni
elementi essenziali dell’exordium: l’autopresentazione dell’oratore e del suo
auditorium, con cui l’oratore cercava di rendersi favorevole coloro che lo ascoltavano
(auditorium benevolum parare). Tutto ciò non toglie nulla al fatto che Col 1,1-2 sia
un praescriptum, ma significa soltanto che Col 1,1-2 riveste nella struttura retorica
della lettere paoline una duplice funzione: epistolare e retorica. Detto questo, mi
sembra che l’exordium della Lettera ai Colossesi non si trova in 1,3-23, ma bensì
in 1,1-8. Esso è in collegamento con la propositio, introdotta letterariamente
mediante l’espressione preposizionale metabatica dia; tou'to9, che da una parte fa
riferimento a quanto detto nell’exordium e dall’altra rilancia il concetto
dell’ ejpivgnwsi", già presente in 1,6, nel plhrwqh'te th;n ejpivgnwsin tou' qelhvmato"
aujtou' di 1,9b e nell’ aujxanovmenoi th/' ejpignwvsei tou' qeou' di 1,10.
Importante è anche stabilire la funzione di 1,9a. Formalmente, da un punto di
vista letterario, essa si presenta come una formula di petizione10 o di preghiera di

9  F. Blass - A. Debrunner - F. Rehkopf, Grammatica del Nuovo Testamento, ed. italiana a cura

di G. Pisi, Brescia 1982, 456,1 (citato: BDR, Grammatica); W. Bauer - W.F. Arndt - F.W. Gingrich
- W. Danker, A Greek-English Lexicon of the New Testament and Other Early Christian Literature,
Chicago - London 2000, ad vocem diav B 2b (citato: BAGD, Lexicon); J. Thayer, A Greek-English
Lexicon of the New Testament, Grand Rapids 1978, ad vocem diav B II,2a.
10  T.Y. Mullins, “Petition as a literary form”, NT 5 (1962) 46-54.

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intercessione (proseucovmenoi kai; aijtouvmenoi), il cui contenuto è rappresentato


dalla propositio di 1,9b-11. In tal senso mi sembra che vada interpretato l’uso del-
la congiunzione i{na, preceduta dal pronome dimostrativo tou'to: essa non ha un
valore strettamente finale, ma epesegetico, cioè esprime insieme il contenuto e la
finalità che si vuol raggiungere11. In altre parole, Paolo prega incessantemente che
i Colossesi siano ripieni della conoscenza della volontà di Dio e che crescano nel-
la conoscenza di Dio. Se ciò è vero da un punto di vista letterario, dal punto di vista
retorico Col 1,9a ha la funzione di un transitus, che prepara immediatamente
l’enunciato della propositio e rende abbastanza lieve il passaggio dall’exordium
alla propositio12.
Più difficile è stabilire che Col 1,12-23 non facciano parte dell’exordium, ma
della argumentatio, che attraverso diverse probationes cerca di provare il contenu-
to della propositio. Il problema più grosso è il v. 12, che già offre difficoltà a livel-
lo testuale, indice questo che gli esegeti antichi hanno trovato difficoltà nell’inter-
pretazione. Non è un problema molto rilevante stabilire se l’espressione preposi-
zionale modale o di circostanza concomitante meta; cara'" (“con gioia”)13 sia da
leggere unita a ciò che precede o ad eujcaristou'nte" seguente. Io credo che si
debba unire proprio a eujcaristou'nte" per il parallelismo con le altre due espres-
sioni participiali precedute da qualche determinazione preposizionale: ejn panti;
e[rgw/ ajgaqw/' karpoforou'nte" di Col 1,10 e ejn pavsh/ dunavmei dunamouvmenoi
di Col 1,1114. L’aggiunta della particella additiva kaiv15 da parte di ∏46 e del minu-
scolo 1175, pur essendo una lectio antiquior, manifesta una chiara intenzione di
leggere anche questa proposizione participiale in unione con le altre participiali
precedenti. Il ∏46 poi, insieme al codice B, inserisce anche l’avverbio di tempo a{ma
(“allo stesso tempo”, “contemporaneamente”)16, insistendo ancora sull’unità della
frase preposizionale con ciò che precede. È chiaro che la lectio brevior della mag-
gioranza dei codici va accettata, in quanto risulta più indecisa nello stabilire l’ap-

11  J. Viteau, Étude sur le Grec du Nouveau Testament. I: Le Verbe: Syntaxe des Propositions,

Paris 1893, 161a-b; G.B. Winer - W.F. Moulton, A Treatise on the Grammar of New Testament,
Edinburgh 1882, 420-421; A.M. Buscemi, “La prolessi nel Nuovo Testamento”, LA 35 (1985) 45-
47; BDR, Grammatica, 290,4,5.
12  H. Lausberg, Handbook of Literary Rhetoric. A Foundation for Literary Study, Leiden etc.

1998, § 343-347.
13  BDR, Grammatica, 227,1,1; A.M. Buscemi, L’uso delle preposizioni nella Lettera ai Galati

(SBF Analecta 17), Jerusalem 1987, 80; BAGD, Lexicon, ad vocem metav A III,1 e carav 1a;
Thayer, Lexicon, ad vocem carav e metav If.
14  Cf. anche O’Brien, Colossians, 25. L’espressione aujxanovmenoi th/' ejpignwvsei tou' qeou'

non vi rientra, in quanto costituisce insieme con ejn panti; e[rgw/ ajgaqw/' karpoforou'nte"
un’inclusione letteraria.
15  Per il kaiv additivo cf. H.W. Smyth, Greek Grammar, revised by G.M. Messing, Cambridge

MA 1984, 2881; BDR, Grammatica, 442,8; BAGD, Lexicon, ad vocem kaiv II,2; Thayer, Lexicon,
ad vocem kaiv II,1a.
16  BAGD, Lexicon, ad vocem a{ma 1; Thayer, Lexicon, ad vocem a{ma 1.

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partenenza di tale proposizione participiale a ciò che precede, risultando così anche
una lectio difficilior. Le altre varianti, compresa quella di hJma'" al posto di uJma'"17,
mi sembra che non abbiano molto rilievo ai fine della struttura letteraria e retorica
del brano.
Il participio eujcaristou'nte", così come si presenta a prima vista, da un punto
di vista sintattico continua sulla scia dei precedenti participi modali18, riferendosi
al soggetto sottinteso (uJma'") della proposizione infinitiva finale o consecutiva
peripath'sai e pertanto andava posto all’accusativo19. Ma molti esegeti trovano
strano che in una preghiera di intercessione, posta dopo il lungo ringraziamento di
Col 1,3-8, si ritorni ancora ad un nuovo ringraziamento20. Così, pensano che sia
meglio porre qui una cesura e fare iniziare una nuova pericope, considerando il
participio come una coniugazione perifrastica ellittica dell’imperativo ejstev o
givnesqe21. In verità, un ritorno al “ringraziamento” è un po’ strano, ma nella
letteratura paolina nulla è impossibile. In ogni caso, però, sia l’esegesi antica con i
suoi interventi sul testo, sia l’esegesi di alcuni interpreti moderni hanno a mio
parere origine nel tentativo di Paolo o di un suo segretario22 di inserire un frammento
di un inno a Dio Padre, che noi troviamo in Col 1,12-1423 o di un inno a Dio e a
Cristo in 1,12-2024. In esso, l’omissione dell’imperativo ejstev o givnesqe, poteva
essere spiegabile o a motivo del ritmo o per qualche motivo sintattico che a noi
sfugge, non possedendo la totalità dell’inno. Ma è proprio l’inserimento di un inno
o di due inni, uno dopo l’altro, che ci fa pensare che Paolo non sta continuando un
exordium, ma sta proprio proponendo una prima probatio alla propositio di Col
1,9b, tutta basata sulla “piena conoscenza della volontà/disegno di Dio”,
precisamente voler mettere in evidenza il progetto salvifico di Dio Padre nel Cristo

17  In ogni caso, da un punto di vista strettamente di critica textus, bisogna scegliere uJma'", in

quanto sostenuta dai migliori testimoni della recensione neutrale (a B sa) e inoltre si tratta di una
lectio difficilior, che non amplia il senso teologico della frase in una visione universale (hJma'").
18  Smyth, Greek Grammar, 2062-2063; Viteau, Étude, I, 297; BDR, Grammatica, 418,5a.

Nell’edizione di Nestle-Aland, a motivo del punto prima di meta; cara'", bisognerà ammettere la
coniugazione perifrastica e quindi porre l’imperativo ejstev o givnesqe.
19  Cf. L. Cignelli - R. Pierri, Sintassi di Greco Biblico (LXX e NT). Quaderno IA: Le concor-

danze (SBF Analecta 61). Jerusalem 2003, § 14,3, pp. 46-47; cf. anche Viteau, Étude, I, 341.
20  E. Lohmeyer, Die Briefe and die Philipper, an die Kolosser und an Philemon (KEKNT 9),

Stuttgart 1949, 133-148; E. Käsemann, “A Primitive Christian Baptismal Liturgy”, in Id., Essays on
New Testament Themes (Studies in Biblical Theology 41), London 1964, 153.
21  A. Buttmann, A Grammar of the New Testament Greek, Andover 1873, 299; Viteau, Étude,

I, 341, che suggerisce di integrare l’imperativo ejstev o e[sesqe; Winer - Moulton, A Treatise, 716;
BDR, Grammatica, 136,1 e 137,3; C.F.D. Moule, An Idiom-Book of New Testament Greek, Cam-
bridge 1975, 105, pensa che la costruzione participiale sta per una frase breve finita.
22  L’alternativa è d’obbligo, dato che non tutti accettano l’autenticità della Lettera ai Colossesi.

Personalmente la ritengo autentica; cf. A.M. Buscemi, San Paolo. Vita opera messaggio (SBF
Analecta 43), Jerusalem 1996, 13 e 244-246.
23  R. Deichgräber, Gotteshymnus und Christushymnus in der frühen Christenheit. Untersuchun-

gen zu Form, Sprache und Stil der frühchristlichen Hymnen (SUNT 5), Göttingen 1967, 78-82.
24  Käsemann, “A Primitive Christian Baptismal Liturgy”, 149-154.

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Gesù e l’opera del “Figlio del suo amore” nella creazione e nella redenzione.
Proprio per questo, da un punto di vista retorico, Col 1,12-20 è la prima probatio
della propositio di 1,9b-11 ed essa è basata su due ejgkwvmia e[ndoxa, uno rivolto a
Dio Padre e uno rivolto al “Figlio del suo amore”. A tale probatio seguono altre
probationes distribuite lungo il corso della lettera.

La dispositio della Lettera ai Colossesi

Tenuto conto di tutto ciò che si è detto precedentemente, possiamo ora parlare in ma-
niera più dettagliata della dispositio della Lettera ai Colossesi nelle sue varie fasi:
l’exordium, la propositio, l’argumentatio con le varie probationes, la peroratio25.

L’exordium: Col 1,1-8

Stando alla retorica classica, l’exordium26 è l’inizio del discorso27 e il suo scopo era
triplice: disporre benevolmente l’animo dell’uditore (uditorem benevolum parare),
renderlo disposto verso l’argomentazione che si sta per svolgere (uditorem docilem
parare), informarlo sui punti chiave della propria argomentazione (uditorem atten-
tum parare)28. Inoltre, l’oratore doveva presentarsi al suo auditorium mostrando le
proprie credenziali di persona onesta (vir bonus), testimone della verità, che loda la
virtù e biasima il vizio29 e che è stato investito di una missione a favore del popolo o
di una istituzione30. Infine, l’exordium doveva essere conciso, chiaro e verosimile31,
in modo da favorire il prevpon, l’utilitas dell’auditorium che ascolta il discorso.
Se Col 1,1-2, da un punto di vista letterario-epistolografico, presenta il classico
praescriptum della epistolografia greco-romana ed ellenistico-giudaica:
superscriptio o intitulatio: Pau'lo"... kai; Timovqeo" oJ ajdelfov", l’adscriptio: toi'"
ejn Kolossai'" aJgivoi" kai; pistoi'" ajdelfoi'" ejn Cristw/' e la salutatio: cavri"

25  Non mi sembra che nella Lettera ai Colossesi vi sia una narratio. Secondo Aristotele, la

propositio seguiva il prooemium, essendo un genus, mentre la narratio è una species; da ciò segue
che la narratio è facoltativa, mentre la propositio è necessaria. Anche Quintilianus, Institutio Ora-
toria, III.9.5; IV.2.30: In scholasticis quoque nonnumquam evenit ut pro narratione sit propositio.
Comunque, cf. Lausberg, Literary Rhetoric, § 289.
26  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 263-288.
27  Aristotele, Rhetorica, 3,14,1414b,19: To; me;n prooivmiovn ejstin ajrch; lovgou... kai; oi|on

oJdopoivhsi" tw'/ ejpivonti (“L’exordium è l’inizio del discorso… e come la preparazione a ciò che
segue”); Rhetorica ad Herennium, I.4: Exordium est principium orationis per quod animus audito-
rii constituitur ad audiendum; Cicero, De Inventione, I,20: Exordium est oratio animum auditorio
idonee comparans ad reliquam dictionem.
28  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 266-279.
29  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 280-281.
30  Lausberg, Literary Rhetoric, § 275a.
31  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 282-287.

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uJmi'n kai; eijrhvnh ajpo; qeou' patro;" hJmw'n32, dal punto di vista retorico presenta
alcuni elementi molto importanti riguardo all’uditorem benevolum parare e che
fanno leva sia sull’ethos33 che sulla captatio benevolentiae34. In primo luogo, nella
superscriptio di Col 1,1a, Paolo fa leva sull’ethos del suo uditorio, presentandosi
come ajpovstolo" Cristou' ∆Ihsou' dia; qelhvmato" qeou'. Così, nella superscriptio,
egli parte dal locus ab nostra persona35, che, oltre alla tipica autopresentazione:
Pau'lo", presenta anche la sua funzione specifica di apostolo di Gesù Cristo
(ajpovstolo" Cristou' ∆Ihsou'), che dinanzi al suo auditorium christianum lo
qualifica come testimone autorizzato (dia; qelhvmato" qeou') a presentare un
insegnamento che non viene dall’uomo e che non è parola di uomo (Gal 1,1; 1Tes
2,13), ma parola e insegnamento affidatogli da Dio a favore di quanti l’ascoltano e
lo ricevono con fede. Inoltre, presenta anche Timoteo, suo stretto collaboratore,
qualificandolo come oJ ajdelfov", cioè un membro della comunità cristiana36 e
quindi anche lui testimone della verità del vangelo. Il secondo elemento, basato sul
locus ab auditorum persona37, si trova nella adscriptio di Col 1,2a: toi'" ejn
Kolossai'" aJgivoi" kai; pistoi'" ajdelfoi'" ejn Cristw/,' che contiene una normale
captatio benevolentiae all’inizio del discorso. Rispetto ad altre lettere paoline,

32  Per le formule protocollarie nell’epistolario paolino si possono confrontare O. Roller, Das

Formular der paulinischen Briefe. Ein Beitrag zur Lehre vom antiken Briefe, Stuttgart 1933; P.
Schubert, Form and Function of the Pauline Thanksgivings (BZNW 20), Berlin 1939; J.A.
Eschlimann, “La Rédaction des Épîtres pauliniennes d’après une comparaison avec les lettres
profanes de son temps”, RB 53 (1946) 185-196; S. Del Páramo, “Las fórmulas protocolarias en las
cartas del N.T.”, EstBíb 10 (1951) 335-355; S. Lyonnet, “De arte litteras exarandi apud antiquos”,
VD 34 (1956) 3-11; J.T. Sanders, “The Transition from Opening Epistolary Thanksgiving to Body
in Letters of Pauline Corpus”, JBL 81 (1962) 348-362; T.Y. Mullins, “Disclosure. A Literary Form
in the New Testament”, NT 7 (1964) 44-50; “Greeting as a New Testament Form”, JBL 87 (1968)
418-426; “Formulas in New Testament Epistles”, JBL 91 (1972) 380-390; M. Del Verme, Le formule
di ringraziamento postprotocollari nell’epistolario paolino, Roma 1971; J.L. White, “Introductory
Formulae in the Body of Pauline Letter”, JBL 90 (1971) 91-97; K. Berger, “Apostelbrief und
Apostolische Rede / Zum Formular frühchristlicher Briefe”, ZNW 65 (1974) 190-231; J.A. Fischer,
“Pauline Literary Forms and Thought Patterns”, CBQ 39 (1977) 209-233; W.G. Doty, Letters in
Primitive Christianity, Philadelphia 1979.
33  Lausberg, Literary Rhetoric, § 257,2a; Quintilianus, Institutio Oratoria, VI.2.18: Ethos omne

bonum et comem virum poscit.


34  Lausberg, Literary Rhetoric, § 277a
35  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 274-275.
36  Il termine ajdelfov" è qui usato in senso metaforico e secondo la mentalità giudaica, ereditata

dal cristianesimo, indica il correligionario. Nell’epistolario paolino, quindi, indica i “cristiani” della
varie comunità, dove egli lavora o alle quali scrive. La designazione di “fratello” però, attribuita ai
membri di una comunità religiosa o ai membri di una stessa religione, è di origine orientale e si trova
anche nei papiri, nella religione egiziana, nel culto di Mitra (di origine orientale), nelle concezioni
universalistico-cosmiche della Stoà e di Plotino, presso Qumran (1QS V,26; VI,10.22; 1QSa I,18;
XII,13; CD VI, 20; VII,1) e nel tardo rabbinismo (cf. H.L. Strack - P. Billerbeck, Kommentar zum
Neuen Testament aus Talmud und Midrash, III, München 1922-1928, I, 276). Per tutto il problema
cf. H. von Soden, ajdelfov", GLNT, I, 391-392; U. Falkenroth, “Fratello”, in DCB, 731-737.
37  Lausberg, Literary Rhetoric, § 277 e 277a.

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l’adscriptio di Col 1,2a è molto breve e pertinente: i Colossesi sono ajdelfoi; ejn
Cristw/,' quindi partecipi della comunità cristiana, stabilita per mezzo di Cristo e
che vive nel Cristo; sono definiti a{gioi, perché partecipano della santità di Dio, che
li ha resi degni di partecipare eij" th;n merivda tou' klhvrou tw'n aJgivwn ejn tw/'
fwtiv (Col 1,12), dignità che è stata comunicata loro mediante il battesimo (Col
2,12); sono definiti anche pistoiv, in quanto essi hanno to; sterevwma th'" eij"
Cristo;n pivstew" (Col 2,5) e sono th/' pivstei teqemeliwmevnoi kai; eJdrai'oi (Col
1,23), ejrrizwmevnoi kai; ejpoikodomouvmenoi ejn aujtw/' kai; bebaiouvmenoi th/'
pivstei (Col 2,7); e ciò è avvenuto ajf∆ h|" hJmevra" h[kousan kai; ejpevgnwn th;n
cavrin tou' qeou' ejn ajlhqeiva/ (Col 1,6), cioè quando hanno ascoltato to; lovgon
th'" ajlhqeiva" tou' eujaggelivou (Col 1,5). In tal senso, quella che potrebbe
sembrare una normale captatio benevolentiae in un discorso retorico, nell’intenzione
di Paolo diviene un motivo per mettere in evidenza l’eijkov" dei Colossesi38, la loro
identità cristiana. Un tale ajnagnwrismov", infatti, non deriva solo da una tecnica
retorica per uditorem benevolum parare, ma proviene da una certezza di fede,
comune a Paolo e ai Colossesi credenti e quindi crea un reciproco riconoscimento39
e sostiene sia l’ethos dell’apostolo che quello dei Colossesi.
Col 1,3-8 letterariamente si stacca da Col 1,1-2 a motivo della formula di rin-
graziamento, determinando così il passaggio dal praescriptum al vero e proprio
exordium della lettera. Da un punto di vista retorico tale passaggio è quasi irrile-
vante, dato che Paolo continua a servirsi sia del locus ab nostra persona40 sia di
quello ab auditorum persona41. La prima persona plurale eujcaristou'men, per
quanto possa essere interpretata anche in senso sociativo: Paolo e Timoteo, mi
sembra che sia un pluralis modestiae o maiestatis42, che fa riferimento alla persona
di Paolo e quindi al suo continuo interessamento per i credenti di Colosse43. Il
participio proseucovmenoi va proprio in questo senso: si tratta, infatti, di un parti-
cipio congiunto modale o temporale avente aspetto duraturo discontinuo abituale44
di azione simultanea a quella del presente della principale45 e la diatesi di un medio

38  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 369 e 1213-1214.


39  Lausberg, Literary Rhetoric, § 1214,3.
40  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 274-275.
41  Lausberg, Literary Rhetoric, § 277 e 277a.
42  Smyth, Greek Grammar, 1008; BDR, Grammatica, 280,1; Cignelli - Pierri, Sintassi, §§ 11,2

e 11,2a-b, pp. 34-35.


43  È invaso l’uso di chiamare la città dei Colossesi con il nome di “Colossi”, ma veramente la

lettura itacista di Kolossaiv e la traduzione latina Colossae ci fa propendere per “Colosse”, come
giustamente traducono F. Montanari, Vocabolario della Lingua Greca, Torino 1995, ad vocem
Kolossaiv, e R. Romizi, Greco antico. Vocabolario Greco-Italiano etimologico e ragionato, Bologna
2007, ad vocem Kolossaiv; cf. anche T. Ballarini, “Colossesi”, in Epistole della prigionia
(Introduzione alla Bibbia V/2), Casale Monferrato 1964, 41-42.
44  A motivo dell’avverbio temporale pavntote: “ogni qualvolta”, “sempre”.
45  J. Mateos, El aspecto verbal en el Nuevo Testamento (Estudios de Nuevo Testamento I),

Madrid 1977, 230 e 232.

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La struttura retorica della Lettera ai Colossesi 107

dinamico diretto, che mette in evidenza l’impegno dell’orante: “pregando/mentre


preghiamo continuamente e intensamente per voi”46. Comunque, in Col 1,3, il lo-
cus ab nostra persona si coniuga strettamente con il locus ab auditorum persona,
ma ponendo l’accento proprio su quest’ultimo; in altre parole, Paolo ringrazia Dio
“mentre prega continuamente e intensamente per i Colossesi”. Ma a partire da Col
1,4 tale interesse non è più rivolto tanto ai Colossesi, ma a ciò che ha condotto i
Colossesi a divenire credenti; in altre parole si passa dal locus ab auditorum per-
sona ad un locus a causa47, con cui Paolo pone in risalto i motivi che lo spingono
a ringraziare Dio. In tal senso va proprio il participio congiunto causale ajkouvsante"48
di aspetto puntuale complessivo di azione anteriore a quella della principale49.
Inoltre, il verbo ajkouvw seguito dall’accusativo prende il senso di “conoscere per
sentito dire”, “sentire”, “udire per fama”50. Paolo ringrazia Dio, perché ha sentito
parlare della “fede in Cristo” dei Colossesi (Col 1,4a), della loro “carità verso tutti
i santi” (Col 1,4b) e perché compiono tutto ciò “a motivo della speranza che è
stata riservata per loro nei cieli” (Col 1,5a)51 e “dal giorno in cui hanno ascoltato e
conosciuto la grazia di Dio nella verità” (Col 1,6c)52. Ma la lode più grande che
Paolo riserva al suo uditorio è quella di aver creduto ejn tw/' lovgw/ th'" ajlhqeiva"
tou' eujaggelivou (Col 1,5b), quella parola che non solo è pervenuta loro mediante
la diaconia di Epafra (Col 1,7), ma che cresce e porta frutto anche in tutto il mondo
(1,6a). Infine, Paolo termina il suo exordium con una nota emotiva di squisito pa-
thos, coniugato con l’ethos della comune convinzione di fede e di amore fraterno:
Epafra “ha reso noto il vostro amore per noi nello Spirito”53.
Finora ho insistito sull’uditorem benevolum parare, in quanto mi sembra che

46  Smyth, Greek Grammar, 2062-2063; Viteau, Étude, I, 297; BDR, Grammatica, 418,5a.
47  Lausberg, Literary Rhetoric, § 278.
48  Smyth, Greek Grammar, 2064; Viteau, Étude, I, 300; BDR, Grammatica, 418,1.
49  Mateos, El aspecto, 244.
50  Smyth, Greek Grammar, 1363a; BDR, Grammatica, 173,1,4; N. Turner, A Grammar of New

Testament Greek. III: Syntax, Edinburgh 1963, 161 e 233; Montanari, Vocabolario, ad vocem ajkouvw 1c.
51  Diav con accusativo indica il complemento di causa motiva (Smyth, Greek Grammar, 1685,2b;

BDR, Grammatica, 222,2; Buscemi, L’uso delle preposizioni, 36; Montanari, Vocabolario, ad
vocem diav III Ca; BAGD, Lexicon, ad vocem diav B II,1; Thayer, Lexicon, ad vocem diav B II,2).
52  ∆Apov con genitivo esprime qui il punto di partenza temporale dal quale ha inizio un’azione o

un fatto (Smyth, Greek Grammar, 1684,1b; Buscemi, L’uso delle preposizioni, 27; BAGD, Lexicon,
ad vocem ajpov II,2c; Thayer, Lexicon, ad vocem ajpov I,4b). La relativa ajf∆ h|" di per sé dipende da
hJmevra", per cui la costruzione normale sarebbe ajpov th'" hJmevra" h|/ (cf. M. Zerwick, Analysis
Philologica Novi Testamenti Graeci, Romae 1960, 446) e per l’attrazione diretta del relativo ajpov
th'" hJmevra" h|" (Zerwick, Analysis, 446; Id., Graecitas biblica Novi Testamenti exemplis
illustratur, Romae 1966, 17; BDR, Grammatica, 294,3,5; Cignelli - Pierri, Sintassi, § 42, pp. 86-
87), ma a motivo della prolessi del relativo che assume il caso voluto della preposizione ajpov e della
incorporazione del termine reggente nella proposizione relativa (BDR, Grammatica, 294,5,8;
Zerwick, Analysis, 446; Id., Graecitas, 18; Buscemi, “La prolessi”, 64-65; Cignelli - Pierri, Sintassi,
§ 45, pp. 91-93), la frase diviene ajf∆ h|" hJmevra" (BAGD, Lexicon, ad vocem ajpov II,2c; Thayer,
Lexicon, ad vocem ajpov I,4b; Buscemi, “La prolessi”, 64-65).
53  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 257,2a e 277b.

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108 Alfio Marcello Buscemi

Paolo tenti principalmente di instaurare un clima di reciproca fiducia tra lui e i


Colossesi. Ma è chiaro che l’apposizione ajpovstolo" Cristou' ∆Ihsou' dia;
qelhvmato" qeou' va anche nel senso dell’uditorem docilem parare. L’auctoritas
dell’apostolo è una garanzia per l’auditorium christianum54, che proprio per questo
ascolta volentieri la sua parola e il suo insegnamento55, in quanto lo ritiene un
valido interprete tou' lovgou th'" ajlhqeiva" tou' eujaggelivou (Col 1,5b). Anzi,
Paolo con le aggiunte participiali di Col 1,6a-b: tou' parovnto" eij" uJma'", kaqw;"
kai; ejn panti; tw/' kovsmw/ ejsti;n karpoforouvmenon kai; aujxanovmenon kaqw;"
kai; ejn uJmi'n, e con la relativa di Col 1,6c: ajf∆  h|" hJmevra" hjkouvsate kai;
ejpevgnwte th;n cavrin tou' qeou' ejn ajlhqeiva/ tenta anche uditorem attentum et
docilem parare56, in quanto il discorso si concentra su qualcosa che i Colossesi
conoscono, ma anche che vogliono conoscere meglio e vivere in maniera piena.
Tale “dimensione gnoseologica della fede in Cristo” (hjkouvsate kai; ejpevgnwte
th;n cavrin tou' qeou' ejn ajlhqeiva)/ è un’anticipazione del contenuto essenziale
della propositio che Paolo propone in Col 1,9b-11. In altre parole, Paolo con tale
affermazione sulla “verità del Vangelo” che fa conoscere la grazia di Dio e che
cresce e fruttifica ovunque, posta al centro del suo exordium, tenta di far progredire
il suo dialogo con i credenti della comunità di Colosse e lo rende attento agli
sviluppi successivi del suo argomentare.

La propositio: Col 1,9b-11

Dal punto di vista letterario, la propositio della Lettera ai Colossesi fa parte


integrante della pericope Col 1,9-11, introdotta dall’espressione preposizionale
metabatica dia; tou'to57 e dalla formula di petizione ouj pauovmeqa uJpe;r uJmw'n
proseucovmenoi kai; aijtouvmenoi di Col 1,9a. Da un punto di vista strutturale il
brano si compone:

a) di un’introduzione abbastanza elaborata (Col 1,9a):


Dia; tou'to kai; hJmei'",
ajf∆ h|" hJmevra" hjkouvsamen,
ouj pauovmeqa uJpe;r uJmw'n
proseucovmenoi kai; aijtouvmenoi,

54 Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 258, 327 e soprattutto 1057-1058.


55 Cf. Rhetorica ad Herennium, I,7: Nam docilis est qui attente vult audire, e anche Quintil-
ianus, Institutio Oratoria, IV,1.34: Docilem sine dubio et haec ipsa praestat attentio.
56  Sul rapporto tra l’uditorem attentum parare e uditorem docilem parare cf. Lausberg, Literary

Rhetoric, § 272.
57  Montanari, Vocabolario, ad vocem diav III C a; BDR, Grammatica, 456,1; BAGD, Lexicon

ad vocem diav B 2b; Thayer, Lexicon, ad vocem diav B II,2a.

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La struttura retorica della Lettera ai Colossesi 109

b) di una proposizione epesegetica indicante il contenuto della petizione:


i{na plhrwqh'te th;n ejpivgnwsin tou' qelhvmato" aujtou'
ejn pavsh/ sofiva/ kai; sunevsei pneumatikh/,'
c) di una proposizione infinitiva finale, seguita da tre proposizioni participiali
congiunte di valore modale:
peripath'sai ajxivw" tou' kurivou eij" pa'san ajreskeivan,
ejn panti; e[rgw/ ajgaqw/' karpoforou'nte"
kai; aujxanovmenoi th/' ejpignwvsei tou' qeou',
ejn pavsh/ dunavmei dunamouvmenoi
kata; to; kravto" th'" dovxh" aujtou'
eij" pa'san uJpomonh;n kai; makroqumivan.
Da un punto di vista retorico, l’introduzione di Col 1,9a corrisponde ad un tran-
situs, la proposizione epesegetica di Col 1,9b alla propositio, mentre Col 1,10-11
offre la partitio del discorso epidittico che Paolo intende presentare ai Colossesi.

Il transitus: Col 1,9a

In retorica, il passaggio da una parte all’altra del discorso deve avvenire in maniera
molto sfumata, così che l’uditore venga preparato a ricevere gradualmente il
messaggio che gli si vuole trasmettere58. Tale funzione di collegamento tra le varie
parti si chiama transitus o transitio o parevkbasi" e lo si può trovare in qualsiasi
parte del discorso59. Nel nostro caso, specialmente perché non si ha una narratio,
il transitus di Col 1,9a ricopre la funzione di collegamento tra l’exordium di Col
1,1-8 e la propositio di Col 1,9b-11 e si presenta come un prolungamento
dell’exordium o ananeosis60. Varie sono le forme del transitus, ma tutte sono basate
o su un elemento emozionale o su un elemento razionale. In Col 1,9a, il transitus
si serve di una formula di petizione, che certamente intende movere l’affectus
dell’uditorio61, cioè far leva sui sentimenti dei Colossesi. Essi non solo possono
contare sull’autorità dell’apostolo, ma anche sulla sua continua e incessante
intercessione presso Dio. In questo senso, la formulazione del transitus è forte e
ben curata. Infatti, i due participi predicativi del soggetto: proseucovmenoi kai;
aijtouvmenoi, dipendenti dal verbo pauovmeqa indicante un grado di agire62, sono
entrambi due medi dinamici diretti, che mettono in evidenza l’impegno dell’orante:
“pregare intensamente e impetrare con forza”63 e hanno aspetto duraturo discontinuo

58 Lausberg, Literary Rhetoric, § 343: Ne quaestiones abrupte incohemus (Fortun., 2,20).


59 Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 288 e 344-345.
60  Lausberg, Literary Rhetoric, § 345.
61  Lausberg, Literary Rhetoric, § 258,3c.
62  Smyth, Greek Grammar, 2088-2089; Viteau, Étude, I, 313a; BDR, Grammatica, 414,2;

Turner, Syntax, 159.


63  Smyth, Greek Grammar, 1728 e 1730-1731; L. Cignelli - G.C. Bottini, “Le diatesi del verbo

nel greco biblico (II)”, LA 44 (1994) 238-239.

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abituale di azione simultanea a quella del presente del verbo ausiliare: “non
cessiamo di pregare intensamente e impetrare/chiedere con forza sempre/
continuamente per voi”64. Tutto ciò indica la viva partecipazione dell’apostolo al
travaglio di crescita di questa comunità, di cui ha sentito65 lodare la fede, la speranza
e la carità verso tutti i santi66. Proprio ad essi l’apostolo si rivolge proponendo un
ulteriore approfondimento della loro fede e del loro cammino vissuto alla luce di
tale esperienza di comunione con Cristo.

La propositio: Col 1,9b

Si tratta di un’affermazione che propone all’uditorio qualcosa su cui riflettere at-


tentamente e su cui si basa tutta l’argomentazione seguente. Per questo, essa pren-
de diversi nomi: provqesi", propositio, bavsi", che indicano che si tratta di un ele-
mento essenziale del discorso. Senza di essa non si può avere un vero discorso, in
quanto mancherebbe la tesi su cui discutere67. La sua funzione è quella di offrire un
breve sommario di ciò che si vuole poi dimostrare68 e nel caso specifico di Col 1,9b
porre in evidenza “la dimensione gnoseologica della fede in Cristo”. I Colossesi
devono “lasciarsi riempire della conoscenza profonda e piena (th;n ejpivgnwsin)
della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale” (ejn pavsh/ sofiva/
kai; sunevsei pneumatikh/)' 69. Il passivo plhrwqh'te, in questa affermazione, può
essere interpretato come un normale passivo teologico: “siate riempiti (da Dio)”,
ma mi sembra meglio interpretarlo con il senso di un passivo permissivo: “lascia-

64  Mateos, El aspecto, 230-232.


65  Nonostante la formulazione pressocché simile, l’espresione ajf∆ h|" hJmevra" hjkouvsamen di
Col 1,9a non riprende l’ ajf∆ h|" hJmevra" hjkouvsate di Col 1,6c, ma è una ripresa di ajkouvsante"
th;n pivstin uJmw'n ejn Cristw/' ∆Ihsou' kai; th;n ajgavphn h}n e[cete eij" pavnta" tou;" aJgivou"
di 1,4. L’espressione, inoltre, indica temporalità (ajpov con genitivo esprime il punto di partenza
temporale; cf. Smyth, Greek Grammar, 1684,1b; Buscemi, L’uso delle preposizioni, 27; BAGD,
Lexicon, ad vocem ajpov II,2c; Thayer, Lexicon, ad vocem ajpov I,4b); per la costruzione particolare
della relativa cf. sopra nota 52.
66  Sia l’espressione preposizionale metabatica dia; tou'to sia la ripresa ajf∆  h|" hJmevra"

hjkouvsamen di ajkouvsante" th;n pivstin uJmw'n ejn Cristw/' ∆Ihsou' kai; th;n ajgavphn h}n e[cete
eij" pavnta" tou;" aJgivou" di Col 1,4 indica una viva partecipazione di Paolo all’esperienza cristi-
ana dei Colossesi.
67  Aristotele, Rhetorica, 13,3, 1414b,9, ha potuto scrivere: touvtwn de; to; me;n provqesiv" ejsti

to; de; pivsti" (“Di queste cose [le parti del discorso importanti] c’è la propositio e l’argumentatio”);
la stessa cosa afferma Quintilianus, Institutio Oratoria, 3,9,5: Aristoteles… prooemio non narra-
tionem subiungit, sed propositionem: verum id facit, quia propositio ei genus, narratio species vid-
etur, et hac non semper, illa semper et ubique credit opus esse; e in 4,2,30: nonnuquam evenit ut pro
narratione sit propositio; cf. Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 289 e 346.
68  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 289 e 346.
69  Il valore di ejn con dativo qui oscilla tra il senso puramente strumentale e quello strumentale

modale: “con ogni sapienza/in maniera sapiente” (Smyth, Greek Grammar, 1687,1c; BDR, Gram-
matica, 219,4,4; Buscemi, L’uso delle preposizioni, 56; BAGD, Lexicon, ad vocem ejn III,2; Thayer,
Lexicon, ad vocem ejn I,5e).

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La struttura retorica della Lettera ai Colossesi 111

tevi riempire (da Dio)”70. Inoltre, il congiuntivo aoristo plhrwqh'te, essendo in una
frase epesegetica, assume chiaramente la funzione di un imperativo e quindi ha
aspetto effettivo complessivo di azione abituale e distributiva71: i membri della
comunità debbono assumere un atteggiamento di vita costante e coerente con la
propria convinzione di fede. Ciò implica un crescere nella conoscenza di tale fede
e di ciò che essa comporta. Il termine composto ejpivgnwsi", in questo contesto, è
molto indicativo sotto diversi aspetti: in primo luogo, in base al senso del preverbio
ejpi- con valore direttivo e perfettivo72, indica che “la conoscenza” del cristiano è
diretta verso qualcosa di preciso e contemporaneamente deve essere piena, profon-
da e che afferra tutte le dimensioni del proprio essere; inoltre, essendo un sostanti-
vo deverbativo di azione73, indica che il cristiano deve esercitare tutte le potenzia-
lità del proprio essere per arrivare alla “conoscenza piena, profonda ed esistenziale”
della “volontà di Dio”; infine, il termine è precisato dall’articolo individuante ana-
forico74, che rimanda a quanto affermato in Col 1,6c: ajf∆ h|" hJmevra" hjkouvsate
kai; ejpevgnwte th;n cavrin tou' qeou' ejn ajlhqeiva;/ pertanto, “la conoscenza della
volontà di Dio” significa avere fatto esperienza della “grazia di Dio nella verità”.
Tale conoscenza, in Col 1,9b, ha un oggetto ben chiaro ed espresso dal genitivo
oggettivo tou' qelhvmato"75, avente anch’esso un articolo individuante anaforico76,
dato che richiama Col 1,1, cioè quella volontà di Dio che, nel suo disegno salvifico,
ha anche reso Paolo apostolo. Il sostantivo deverbativo to; qevlhma, che noi spesso
traduciamo con il sostantivo astratto “volontà”, di per sé indica l’effetto o il risul-
tato di un’azione: “ciò che una persona vuole”, e quindi, un “disegno”, un “proget-
to”, un “piano”77. Pertanto, i Colossesi sono invitati a “conoscere”, cioè a fare
proprio in maniera piena e coerente il disegno salvifico di Dio78 su di loro e che è
stato manifestato ad essi “mediante la parola della verità del vangelo” (cf. Col 1,5b
e 1,6c)79. Ma per l’apostolo tale “lasciarsi riempire della volontà di Dio” va opera-

70  Smyth, Greek Grammar, 1736; BDR, Grammatica, 314; L. Cignelli - G.C. Bottini, “Le di-

atesi del verbo nel greco biblico (I)”, LA 43 (1993) 136-137.


71  Mateos, El aspecto, 373 e 376.
72  Il valore direttivo sottolinea che la “conoscenza” si indirizza verso qualcosa, per farne una

conoscenza diretta e personale (cf. Smyth, Greek Grammar, 1689,3d; J.H. Moulton - W.F. Howard,
A Grammar of New Testament Greek. II: Accidence and Word-Formation, Edinburgh 1976, 312;
Thayer, Lexicon, ad vocem ejpiv D 2).
73  Smyth, Greek Grammar, 840a,2; Moulton - Howard, Accidence and Word-Formation, 373,10.
74  Cf. in questo senso Zerwick, Analysis, 447.
75  Smyth, Greek Grammar, 1330; BDR, Grammatica, 163.
76  Smyth, Greek Grammar, 1120b; BDR, Grammatica, 252a; Zerwick, Graecitas, 172; L.

Cignelli - G.C. Bottini, “L’articolo nel greco biblico”, LA 41 (1991) § 3,2, p. 162.
77  Smyth, Greek Grammar, 841,2; Moulton - Howard, Accidence and Word-Formation, 354
78  Il genitivo aujtou' è un genitivo soggettivo: “ciò che Dio vuole/il disegno che egli ha stabilito”

(Smyth, Greek Grammar, 1331; BDR, Grammatica, 163,1,2).


79  L’espressione è pleroforica e quindi carica di senso: ejn tw/' lovgw/ esprime qui la causa stru-

mentale o ministeriale: “mediante la parola” (Smyth, Greek Grammar, 1687,1c; BDR, Grammatica,
219,2-3; Buscemi, L’uso delle preposizioni, 56; BAGD, Lexicon, ad vocem ejn III,1; Thayer, Lexi-

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112 Alfio Marcello Buscemi

to ejn pavsh/ sofiva/ kai; sunevsei pneumatikh/.' La preposizione ejn con dativo ha
qui senso strumentale modale: “con ogni80 sapienza e intelligenza/in maniera sa-
piente e intelligente”81; quindi, i credenti devono ricercare la pienezza della cono-
scenza del disegno salvifico di Dio mettendo in atto tutte le loro doti di saggezza e
di intelligenza. Il sostantivo denominativo sofiva, proprio perché derivato dall’ag-
gettivo sofov" e avente il suffisso -iva dei nomi femminili astratti, insiste sulla qua-
lità della conoscenza che devono avere i Colossesi, mentre il sostantivo deverbati-
vo suvnesi", derivato sunivhmi (“mettere insieme”, comprendere)82 e avente il suf-
fisso -si" dei nomina actionis83, insiste su una valutazione più pratica e critica
della conoscenza. In ogni caso, entrambi sono qualificati come pneumatikh/84 ' , cioè
attraverso un aggettivo denominativo in -ikov" indicante una relazione etica e dina-
mica a qualcuno: “con quella sapienza e intelligenza che hanno relazione con lo
Spirito e da esso prendono vitalità”85. Ed è da questa sorgente divina che procede
la “conoscenza profonda e vitale” del cristiano per conoscere meglio il piano di Dio
e porlo in atto nella sua vita personale e comunitaria.
Da un punto di vista retorico, Col 1,9b mostra le caratteristiche fondamentali
(virtutes) di una propositio: breve, chiara, verosimile86, inoltre deve docere, move-
re, persuadere87. In quanto alla brevità e chiarezza, Col 1,9b mostra una concisio-
ne ammirevole e lucida: il termine plhrwqh'te parla di una pienezza, che è impegno

con, ad vocem ejn I,5db); il genitivo th'" ajlhqeiva" è o un genitivo oggettivo: “che annuncia la
verità” (Thayer, Lexicon, ad vocem lovgo" I,3e; cf. anche Buscemi, Gli inni di Paolo. Una sinfonia
a Cristo Signore [Analecta 48], Jerusalem 2000, 105) o di qualità o ebraico: “la parola vera” (Zer-
wick, Analysis, 447); anche l’altro genitivo tou' eujaggelivou può essere interpretato in diversi modi:
o come un genitivo possessivo: “la verità propria del vangelo” (Smyth, Greek Grammar, 1297;
BDR, Grammatica, 162,7; Cignelli - Bottini, “L’articolo”, § 11,2, pp. 179-180) o come un genitivo
epesegetico: “la verità che è il vangelo” (Thayer, Lexicon, ad vocem ajlhvqeia I,2b) o come un geni-
tivo soggettivo o di origine: “la verità che il vangelo presenta o che proviene dal vangelo” (Thayer,
Lexicon, ad vocem ajlhvqeia I,2b).
80  L’aggettivo totalizante pavsh/ qualifica sofiva/ e sunevsei e ha valore distributivo: “ogni”

(Smyth, Greek Grammar, 1174c N.3; Zerwick, Graecitas, 188; Cignelli - Bottini, “L’articolo”,
§ 12,6c, p. 184).
81  Smyth, Greek Grammar, 1687,1c; BDR, Grammatica, 219,4,4; Buscemi, L’uso delle prepo-

sizioni, 56; BAGD, Lexicon, ad vocem ejn III,2; Thayer, Lexicon, ad vocem ejn I,5e.
82  Smyth, Greek Grammar, 1696,2; Moulton - Howard, Accidence and Word-Formation, 325;

Montanari, Vocabolario, ad vocem sunivhmi 1; Thayer, Lexicon, ad vocem suvn II,1.


83  Smyth, Greek Grammar, 840a,2; Moulton - Howard, Accidence and Word-Formation, 373

e 374 nota 1. È un sinonimo di sofiva: “la comprensione mentale più alta e più piena”; suvnesi": è
l’intelligenza critica delle cose, che comprende il loro peso e valore; frovnhsi": è la comprensione
pratica, che suggerisce la linea di azione e di comportamento (cf. Thayer, Lexicon, ad vocem sofiva
Synonyma).
84  Anche se l’aggettivo è concordato con suvnesi", esso appartiene ad entrambi i sostantivi e

concorda con quello più vicino (Smyth, Greek Grammar, 1030; BDR, Grammatica, 135,3; Cignel-
li - Pierri, Sintassi, §13,2, p. 40).
85  Smyth, Greek Grammar, 858,6; Moulton - Howard, Accidence and Word-Formation, 377.
86  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 294 e 335-336.
87  Lausberg, Literary Rhetoric, § 293.

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La struttura retorica della Lettera ai Colossesi 113

e collaborazione con il disegno di Dio; il termine ejpivgnwsi" indica l’orientamento


e l’impegno costante del cristiano a conoscere sempre meglio il disegno divino di
salvezza; il genitivo tou' qelhvmato" aujtou' è non solo il contenuto della propria
conoscenza, ma soprattutto la motivazione profonda del pensare, sentire e agire del
credente; l’espressione preposizionale ejn pavsh/ sofiva/ kai; sunevsei pneumatikh/'
suggerisce la modalità di tale atteggiamento esistenziale-religioso, che trova nello
Spirito di Dio la sorgente ispiratrice di ogni pensiero, sentimento e azione. Per un
auditorium christianum, tutto ciò ha la sua base nella opinio communis88 derivata
dalla fede e quindi essa risulta non solo verosimilis, ma anche credibilis, perché
fondata su elementi fondanti il vivere cristiano e presentata dall’auctoritas di Pao-
lo, quale inviato di Dio. Tali elementi essenziali della propositio hanno una rela-
zione con l’aptum o prevpon, cioè con il docere: Paolo presenta al suo uditorio non
solo ciò che è essenziale al vivere cristiano, ma anche ciò che aiuta a metterlo in
pratica. Tale funzione di insegnamento apostolico, presentato come invito a miglio-
rare il proprio eijkov", la propria identità cristiana non si limita solo al docere, ma
intende anche movere il lettore/ascoltatore credente: non basta “conoscere”, ma
bisogna “con sapienza e intelligenza” porsi alla scuola dello Spirito di Dio. L’opi-
nio communis, la nostra collaborazione all’azione di Dio nel nostro agire, pensare
e sentire, il sentirsi sempre guidati dall’azione interiore dello Spirito sono le basi
portanti del persuadere, anche se Paolo raggiungerà pienamente questa funzione
solo con l’argumentatio.

La partitio: Col 1,10-11

Anche se qui, per motivi di chiarezza, la trattiamo a parte, essa di fatto è parte in-
tegrante e importante della propositio89. D’altra parte, da un punto di vista lettera-
rio, la proposizione infinitiva finale peripath'sai ajxivw" tou' kurivou eij" pa'san
ajreskeivan di Col 1,1090 stabilisce una leggera cesura all’interno della pericope di
Col 1,9-11, in quanto determina un passaggio dal contenuto della petizione-inter-
cessione alla finalità che essa intende raggiungere. Tale passaggio in retorica è
proprio quello dall’affermazione di Col 1,9b o propositio alla partitio di Col 1,10-
11. La sua funzione principale è quella di favorire l’aptum o prevpon, più precisa-
mente si collega al docere91, in quanto da una parte aiuta l’uditorio a comprendere
meglio la propositio e dall’altra prepara lo svolgimento ordinato della argumenta-
tio. La partitio di Col 1,10-11 mostra una forma letteraria ben curata, risultante

88  Sulla opinio communis, come base per la verosimiglianza della propositio cf. Lausberg,

Literary Rhetoric, § 326-327.


89  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 346-347.
90  Viteau, Étude, I, 267; BDR, Grammatica, 391,4; Zerwick, Graecitas, 352; Analysis, 447; cf.

anche Smyth, Greek Grammar, 2008-2010.


91  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 257, 272 e 347.

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114 Alfio Marcello Buscemi

dall’intrecciarsi sintattico tra la proposizione infinitiva finale reggente e tre propo-


sizioni participiali congiunte modali ad esse subordinate:
peripath'sai ajxivw" tou' kurivou eij" pa'san ajreskeivan,
ejn panti; e[rgw/ ajgaqw/' karpoforou'nte"
kai; aujxanovmenoi th/' ejpignwvsei tou' qeou',
ejn pavsh/ dunavmei dunamouvmenoi
kata; to; kravto" th'" dovxh" aujtou'
eij" pa'san uJpomonh;n kai; makroqumivan.
La proposizione infinitiva finale92 ha una funzione interpretativa e introduttiva
di aggancio tra la propositio e la partitio. In primo luogo, interpretativa, in quanto
traduce in termini pratico-esistenziali “la dimensione gnoseologica della fede in
Cristo” espressa nella propositio di Col 1,9b. Così, il “lasciarsi riempire della co-
noscenza della volontà di Dio” diviene un “camminare in maniera degna del Si-
gnore in vista di piacere in ogni cosa”. Il verbo denominativo peripatevw93 è un
verbo caro a Paolo (32 volte su 95 ricorrenze nel NT) ed esprime metaforicamente
“il modo di vivere”, “uno stile di vita”. Esso è determinato dal sintagma ajxivw" tou'
kurivou, cioè dall’avverbio di modo ajxivw": “in maniera degna” e dal genitivo par-
titivo di valore o dignità tou' kurivou retto da ajxivw"94. In sostanza, il modo di vive-
re del credente, che intende “lasciarsi riempire della conoscenza della volontà di
Dio”, si attua nel “camminare in maniera degna del Signore” ed è orientato eij"
pa'san ajreskeivan, cioè a compiacerlo in tutto95. Tali precisazioni del peripath'sai,
in qualche modo, traducono anch’essi in chiave esistenziale l’ ejn pavsh/ sofiva/
kai; sunevsei pneumatikh/' di Col 1,9b e, inoltre, fungono da introduzione delle
participiali congiunte modali di 1,10b-1196, che costituiscono la vera partitio.

92  Viteau, Étude, I, 267; Zerwick, Graecitas, 352; Analysis, 447; BDR, Grammatica, 391,4; cf.

anche Smyth, Greek Grammar, 2008-2010.


93  Composto dal preverbio peri- con valore locale: “intorno” (Smyth, Greek Grammar, 1693,4;

Moulton - Howard, Accidence and Word-Formation, 321; Thayer, Lexicon, ad vocem ejn III,1) + la radice
pat (da pavto": “via battuta”, “passo”) (cf. L. Rocci, Vocabolario Greco-Italiano, Città di Castello 1971,
ad vocem patevw e pavto"; Moulton - Howard, Accidence and Word-Formation, 386) + il suffisso dei
verbi in -ew, indicanti azione “camminare intorno” (Smyth, Greek Grammar, 866,2; Moulton - Howard,
Accidence and Word-Formation, 386) e in senso perfettivo etico: “camminare (moralmente/
spiritualmente)”, “vivere” (BAGD, Lexicon, ad vocem patevw 2; Thayer, Lexicon, ad vocem patevw b).
94  Smyth, Greek Grammar, 1413 e 1424; BDR, Grammatica, 182,2,3; Turner, Syntax, 215.
95  Eij" con accusativo esprime qui un complemento di moto a luogo figurato con senso misto

di destinazione e modalità: “con ogni desiderio di piacere” (Smyth, Greek Grammar, 1686,1d; BDR,
Grammatica, 207,3; Buscemi, L’uso delle preposizioni, 44; BAGD, Lexicon, ad vocem ajreskeiva;
Thayer, Lexicon, ad vocem ajreskeiva e ad vocem eij" B II,2c) o di scopo: “in vista di piacere in
ogni cosa” (Smyth, Greek Grammar, 1686,1d; BAGD, Lexicon, ad vocem ad vocem eij" 4f; Thay-
er, Lexicon, ad vocem ajreskeiva e ad vocem eij" B II,3cd).
96  Si tratta, in effetti, di tre participi congiunti di valore modale (Smyth, Greek Grammar, 2062-

2063; Viteau, Étude, I, 297; BDR, Grammatica, 418,5a), riferentesi al soggetto sottinteso (uJma'")
della proposizione infinitiva finale peripath'sai e pertanto andavano posti all’accusativo
(karpoforou'nta" / aujxanomevnou" / dunamouvmenou") (cf. Buttmann, A Grammar, 299; Winer -

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La struttura retorica della Lettera ai Colossesi 115

I tre participi, di per sé, suggerirebbero una divisione o dispositio in tre parti,
molto comune nella retorica classica97. In effetti, però, la prima participiale ejn
panti; e[rgw/ ajgaqw/' karpoforou'nte" e la terza ejn pavsh/ dunavmei dunamouvmenoi
sono due modi diversi di presentare la parte operativa della condotta di vita, cioè
la parte parenetica o morale della lettera: i credenti di Colosse debbono portare ogni
frutto di “ogni opera buona”98 ed essere molto determinati nel compiere ciò99. Le
due participiali sono poste in inclusione letteraria con al centro la terza participiale
(ABA’): aujxanovmenoi th/' ejpignwvsei tou' qeou', che riprende il tema principale
della lettera: “il crescere nella conoscenza di Dio” e del suo disegno salvifico.
Inoltre, si tenga conto che mentre le prime due participiali sono collegate tra loro
con il kaiv, la terza è collegata asindeticamente alle prime due e la sua formulazione
esprime solo una modalità di agire. In base a tale analisi, mi sembra che la partitio
o enumeratio100 della Lettera ai Colossesi abbia due parti principali: una parte
dommatica, centrata sul tema “della conoscenza di Dio e della volontà di Dio” (Col
1,12-2,23), e una parte parenetica, basata soprattutto sul morire e vivere con Cristo
(Col 3,1-4,6). Per quanto distinte queste due parti possono essere, di fatto nel pen-
siero di Paolo formano un solo discorso epidittico, che intende docere il vero eijkov"
o identità del credente in Cristo e movere a compiere in unione a Cristo ciò che
tale identità comporta.
Se si esclude la pleroforia dell’ultima parte della partitio (1,10d: ejn pavsh/
dunavmei… kai; makroqumivan), l’enumeratio, nei suoi due momenti principali, è
stata stilata in maniera esemplare, in quanto continet brevitatem, absolutionem et
paucitatem101. In quanto alla brevità, le due participiali di Col 1,10b-c contengono
solo gli elementi essenziali102 per caratterizzare la parte dommatica e la parte
parenetica; in quanto alla compiutezza, la parte parenetica è caratterizzata come
“un portare frutto in ogni opera buona”, mentre la parte dommatica come un

Moulton, A Grammar, 716; Moule, An Idiom Book, 105; Cignelli - Pierri, Sintassi, § 14,3, pp. 46-47;
invece, Viteau, Étude, I, 341, suggerisce di integrare l’imperativo ejstev o givnesqe).
97  Lausberg, Literary Rhetoric, § 443.
98  L’aggettivo totalizante pantiv ha valore distributivo: “ogni” (Smyth, Greek Grammar, 1174c

N.3; BDR, Grammatica, 275,1; Zerwick, Graecitas, 188; Cignelli - Bottini, “L’articolo”, § 12,6c,
p. 184), mentre l’espressione ejn panti; e[rgw/ ajgaqw/,' ha, nel suo insieme, o valore di un comple-
mento di mezzo: “con ogni opera buona” (Smyth, Greek Grammar, 1687,1c; BDR, Grammatica,
219; Zerwick, Analysis, 447; BAGD, Lexicon, ad vocem ejn 5b; Thayer, Lexicon, ad vocem ejn 5e) o
di un complemento locale: “in ogni opera buona” (Smyth, Greek Grammar, 1687a; Buscemi, L’uso
delle preposizioni, 56; BAGD, Lexicon, ad vocem ejn 1d; Thayer, Lexicon, ad vocem ejn 5a).
99  Notare la formulazione fortemente modale dell’espressione ejn pavsh/ dunavmei dunamouvmenoi;

in effetti, ejn pavsh/ dunavmei esprime il complemento strumentale di modo: “con ogni potenza/vigore”
(Smyth, Greek Grammar, 1687,1c; BDR, Grammatica, 219,4; BAGD, Lexicon, ad vocem ejn 11;
Thayer, Lexicon, ad vocem ejn III,2), e dunamouvmenoi è, come si è visto, un participio modale.
100  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 347 e 671.
101  Lausberg, Literary Rhetoric, § 671,1.
102  Interessante quanto dice Quintilianus, Institutio Oratoria, IV,2,43: brevitatem in hoc

ponimus, … ne plus dicatur quam oporteat (cf. Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 297-298).

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116 Alfio Marcello Buscemi

“crescere nella conoscenza di Dio”; in quanto alla sobrietà nella enumeratio delle
parti, che aiuta l’uditorio a ricordare, bisogna riconoscere che vengono indicati solo
due parti principali del discorso: la necessità di crescere nella conoscenza di Dio e
quella di operare in maniera determinata e conseguente.

Argumentatio: Col 1,12-4,6

L’argumentatio o pivsti" è una delle parti necessarie del discorso e viene svolta
attraverso le probationes103, che possono essere probationes artificiales o ἔνtecnoi,
se si servono dei loci communes accettati da tutti104, e inartificiales o ἄtecnoi, se si
servono dei loci o argumenta della retorica105. In ogni caso, entrambe hanno il
compito di auditorium docere, persuadere et movere. Nella Lettera ai Colossesi, le
probationes sono di diverso tipo e tendono tutte a stabilire l’eijkov" dei credenti e
aiutarli a vivere tale loro identità cristiana.

1ª Probatio: Col 1,12-20: Dio e Cristo all’origine della nostra


salvezza

Anche se con qualche dubbio106, mi sembra che l’asindeto107 con cui ha inizio la
pericope di 1,12-20, come anche il passaggio dalla petitio ad una nuova forma di
ringraziamento (eujcaristou'nte")108 siano dei buoni elementi letterari per stabilire
uno stacco tra la pericope 1,9-11, che presenta la propositio della lettera, e 1,12-20
che offre la 1ª probatio dell’argumentatio che Paolo intende proporre ai suoi udi-
tori di Colosse. A tali elementi letterari si aggiunge l’improvviso apparire di forme
inniche o di prosa ritmata, che difficilmente si possono unire ad una propositio.
Inoltre, in Paolo, per lo più gli elementi innici o precedono una qualche forma di
ringraziamento (2Cor 2,3 rispetto a 2,11; Ef 1,3-14 rispetto a 1,15-16) o sono del
tutto assenti negli exordia paolini. Tale rilievo letterario è importante nella struttu-
ra retorica, in quanto gli elementi innici possono fare parte della argumentatio109.
La conclusione della pericope poi, e quindi della 1ª probatio, è da porre in Col 1,20,
dato che si ritorna alla 2ª persona plurale uJma'", alla prosa piana e la nuova perico-

103  Lausberg, Literary Rhetoric, § 348. Se teoricamente può esistere un’argumentatio con una sola pro-

batio, di fatto i discorsi dei retori per lo più avevano diverse probationes (Lausberg, Literary Rhetoric, § 349).
104  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 349-354. Esse non vengono discusse, in quanto non hanno

bisogno di essere provate, ma anzi sono di fondamento per altre prove addotte dalla retorica.
105  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 355-426.
106  Vedi sopra.
107  Per l’asindeto come elemento di divisione retorica cf. anche Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 709-711.
108  Käsemann, “A Primitive Christian Baptismal Liturgy”, 153.
109  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 239-248 e 376.

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La struttura retorica della Lettera ai Colossesi 117

pe di Col 1,21-2,5 viene collegata da un kaiv consecutivo: “E così”110. Il brano


presenta una struttura semplice:
Col 1,12a: un’introduzione in forma di ringraziamento
Col 1,12b-13: l’encomio a Dio Padre
Col 1,14: un allargamento pleroforico che prepara l’inno a Cristo
Col 1,15-20: l’encomio a Cristo, primogenito della creazione e della Chiesa111.
Per lo più le forme inniche112 o di “prosa ritmata”113 in retorica sono considerati
come tovpoi ejgkwmiastikoiv e appartengono al locus a persona114, ma per il fatto che
spesso si fa leva su ciò che il personaggio ha compiuto, il locus a persona si coniuga
con il locus a re115 e più precisamente un locus a causa dedotto ex actis effectis a
persona116. In primo luogo, abbiamo un ejgkwvmion e[ndoxon117, che mette in evidenza
gli atti salvici (ex actis effectis) di Dio Padre a favore dei credenti: li ha resi idonei118
a partecipare alla sorte dei santi nella luce119, li ha liberati dal potere delle tenebre120,

110  Cf. Buscemi, Gli inni di Paolo, 38. Per il kaiv consecutivo cf. Smyth, Greek Grammar, 2874;

BDR, Grammatica, 442,2b; Zerwick, Graecitas biblica, 455bg; BAGD, Lexicon, ad vocem kaiv 1bz;
Thayer, Lexicon, ad vocem kaiv 2d-e.
111  Per la struttura dettagliata di Col 1,15-20 cf. Buscemi, Gli inni di Paolo, 37-45 (con biblio-

grafia sull’argomento).
112  Cf. P. Benoit, “L’hymne christologique de Col 1,15-20”, in J. Neusner (ed.), Christianity,

Judaism and Other Greco-Roman Cults. Studies for Morton Smith at Sixty, I, Leiden 1975, 229-
231; J.-N. Aletti, Colossiens 1,15-20. Genre et exégèse du texte. Fonction de la thématique sa-
pientielle (AnBib 91), Rome 1981, 3-6 e 118-120; S.M. Baugh, “The Poetic Form of Col 1,15-
20”, WestThJ 47 (1985) 227-244; R. Fabris, “Inno cristologico (Col 1,15-20)”, in A. Sacchi (ed.),
Lettere paoline e altre lettere (Logos 6), Leumann (Torino) 1996, 499.
113  Cf. F.F. Bruce, “Colossians Problems. Part 2: The «Christ Hymn» of Colossians 1,15-20”,

BS 14 (1984) 99-111; Buscemi, Gli inni di Paolo, 39.


114  Lausberg, Literary Rhetoric, § 376.
115  Lausberg, Literary Rhetoric, § 377.
116  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 378-381; cf. anche 244.
117  Per le varie forme di un ejgkwvmion cf. Lausberg, Literary Rhetoric, § 241.
118  Il verbo denominativo iJkanovw, composto dalla radice iJkan- (dall’aggettivo iJkanov":

“sufficiente”, “adeguato”, capace”) (Rocci, Vocabolario, ad vocem iJkanovw; BAGD, Lexicon, ad


vocem iJkanovw; Thayer, Lexicon, ad vocem iJkanovw) + il suffisso -ovw dei verbi fattitivi o causativi:
“rendere adeguato, capace, idoneo” (Smyth, Greek Grammar, 866,3; Moulton - Howard,
Accidence and Word-Formation, 397), è un verbo raro nel NT e si trova solo qui e in 2Cor 3,6.
Proprio per questo, è probabile che esso facesse parte dell’inno originale, che Paolo riprende solo
in parte (cf. Käsemann, “A Primitive Christian Baptismal Liturgy”, 153; Deichgräber,
Gotteshymnus und Christushymnus, 79 nota 3). A motivo di tale rarità, alcuni codici, per lo più
della recensione occidentale (D*FG 33 1175 it sa), hanno sostituito iJkanwvsanti con kalevsanti,
certamente un termine più comune e più appropriato al senso del nostro testo; il codice B offre
una lectio conflata: iJkanwvsanti kai; kalevsanti; in base a ciò, è meglio accettare la lectio
difficilior, ben documentata e non armonizzante né stilisticamente né contenutisticamente, dei
∏46 61vid a A C D2 I Y 075 1739 1881 vg sy bo.
119  Per il carattere giudaico di tale espressione cf. soprattutto Dunn, Colossians, 75-77.
120  A motivo del senso metaforico del termine skovto" indica “lo stato di tenebra spirituale o

morale” (BAGD, Lexicon, ad vocem skovto" 3; Thayer, Lexicon, ad vocem skovto" b; cf. anche
Lausberg, Literary Rhetoric, 568,3 e 5, pp. 258-259; Smyth, Greek Grammar, 3033; BDR, Gram-
matica, 495,4), il genitivo skovtou", più che un genitivo di qualità: “tenebroso”, è un genitivo pos-

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118 Alfio Marcello Buscemi

li ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore121. Col 1,14 è una pleroforia, che
all’elemento teologico aggiunge quello cristologico, per cui dal punto di vista retorico
è un’amplificatio in forma di incrementum122, che pone in evidenza la mediazione di
Cristo nell’opera salvifica di Dio; esso è alla base dell’incrementum progressivo di Col
1,15-20123, in quanto introduce qualcosa riguardante il “Figlio del suo amore” di Col
1,13 e ne approfondisce il ruolo nella storia della salvezza. In quanto al contenuto,
anche Col 1,15-20 è un ejgkwvmion e[ndoxon124, che loda Cristo ex virtute: egli è l’im-
magine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura (Col 1,15), egli è prima di
tutte le cose e tutte sussistono in lui (Col 1,17-18a), è capo e principio della Chiesa
(Col 1,18a-b), primogenito di tra i morti (Col 1,18b), in lui (Dio) si compiacque di far
abitare ogni pienezza (1,19)125. Lo loda anche ex actis effectis: cioè per tutto ciò che
ha compiuto nell’opera creatrice e redentrice di Dio Padre: la creazione di tutti gli
esseri del cielo e della terra (Col 1,16), la riconciliazione di tutte le cose con Dio me-
diante il suo sangue (Col 1,20). Tali amplificationes sono del genere certae rei, in
quanto hanno alla base un peri; koinou' tovpou o locus communis del credo cristiano:
la salvezza viene da Dio Padre mediante il Figlio del suo amore126. Ciò è molto im-
portante in rapporto alla propositio di Col 1,9b-11, in quanto aiuta il credente a “cono-
scere” meglio e in maniera sicura l’agire salvifico di Dio e nello stesso tempo ad ap-
profondire la propria fede in Dio e in Cristo. Di più: la lode a Dio e a Cristo suscita
nell’auditorium credente un sentimento profondo (pathos)127 di gratitudine per ciò che
ha ricevuto dalla bontà divina.

2ª Probatio: Col 1,21-2,5: Paolo, diacono del mistero di Dio

L’inizio della pericope può essere stabilito non solo mediante l’inclusione letteraria
tra Col 1,16 e 1,20, ma anche in base al kaiv consecutivo: “E così”128, alla prolessi

sessivo: “proprio della tenebra”, “appartenente alla sfera del domino della tenebra” (BDR, Gram-
matica, 165; BAGD, Lexicon, ad vocem ejxousiva 6).
121  Si tratta di un semitismo e quindi lo si può interpretare come un genitivo di qualità: “il figlio

amato/diletto” (Zerwick, Analysis, 448; BDR, Grammatica, 165; Moulton - Howard, Accidence and
Word-Formation, 441; BAGD, Lexicon, ad vocem uiJo"v 2cb; Thayer, Lexicon, ad vocem ajgavph, lo
ritiene un genitivo oggettivo, anche se non esclude il senso qualitativo: “the Son who is the object of
love, equivalent to agapētos, Col. 1:13” e cita Winer’s Grammar, 237 (222) e Buttmann, 162 (141).
122  Lausberg, Literary Rhetoric, § 402.
123  Lausberg, Literary Rhetoric, § 403.
124  Per le varie forme di un ejgkwvmion cf. Lausberg, Literary Rhetoric, § 241.
125  Per questa distinzione all’interno dell’ejgkwvmion cf. Lausberg, Literary Rhetoric, § 244,3 e 5.
126  Lausberg, Literary Rhetoric, § 409.
127  Lausberg, Literary Rhetoric, § 409.
128  Buscemi, Gli inni di Paolo, 38. Per il kaiv consecutivo cf. Smyth, Greek Grammar, 2874;

BDR, Grammatica, 442,2b; Zerwick, Graecitas, 455bg; BAGD, Lexicon, ad vocem kaiv 1bz;
Thayer, Lexicon, ad vocem kaiv 2d-e.

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La struttura retorica della Lettera ai Colossesi 119

del complemento oggetto uJma'"129 rispetto al suo verbo reggente ajpokathvllaxen130,


che enfaticamente collega questo inizio di pericope con ciò che segue, e ancora in

129  Qualche autore lo ritiene un anacoluto (Zerwick, Analysis, 448; Winer - Moulton, A Treatise,

714), ma in verità si tratta di un’anticipazione o prolessi (cf. anche Zerwick, Analysis, 448, nonostante
che ammetta l’anacoluto; per la prolessi cf. Smyth, Greek Grammar, 3045; BDR, Grammatica, 476;
Buscemi, “La prolessi”, 48-49), per enfasi retorica, dell’oggetto di ajpokathvllaxen in 5,22, che
forma anche un forte hyperbaton (cf. Smyth, Greek Grammar, 3028b; BDR, Grammatica, 477,1;
Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 716-718) tra l’oggetto e il suo verbo reggente. In ogni modo, uJma'"
si trova in prolessi sia rispetto al verbo della proposizione reggente (apodosi di una frase correlativo-
concessiva antitetica: nuni; de; ajpokathvllaxen) sia in rapporto alla protasi costituita da una
participiale congiunta concessiva (pote o[nta" ajphllotriwmevnou" kai; ejcqrou;" th/' dianoiva/ ejn
toi'" e[rgoi" toi'" ponhroi'") (cf. anche Winer-Moulton, A Treatise, 553). La traduzione è la
seguente: “E così voi, sebbene una volta eravate stranieri e nemici, nel modo di pensare, con le opere
cattive, tuttavia ora (vi) riconciliò nel suo corpo di carne mediante la morte, per presentarvi santi e
immacolati e irreprensibili al suo cospetto”. La ripetizione di “vi-voi” è un’esigenza della lingua
italiana, non del greco. Inoltre, non deve meravigliare che la prolessi sia portata fuori della
proposizione principale, cosa che accade spesso in questo fenomeno letterario, in quanto la prolessi
è una scelta soggettiva di chi parla o di chi scrive (cf. Buscemi, “La prolessi”, 37-68).
130  I codici ∏46 B, abbastanza antichi e importanti, riportano ajpokathllavghte, che può essere

o un vero passivo: “siete stati riconciliati” o un passivo permissivo confinante con il senso mediale:
“vi siete lasciati riconciliare” (Smyth, Greek Grammar, 1736; Cignelli - Bottini, “Le diatesi I”, 136-
137 e “Le diatesi II”, 246) oppure un medio indiretto dinamico: “vi siete riconciliati” (Smyth, Greek
Grammar, 814-818, 1733 e 1742; Cignelli - Bottini, “Le diatesi I”, 133-135). Quest’ultimo senso,
pur togliendo l’anacoluto, è da escludere, in quanto contrasta pienamente con il pensiero di Paolo:
la riconciliazione è opera di Dio o di Cristo; gli altri due sensi determinano un chiaro anacoluto:
uJma'" è all’accusativo e non al nominativo, è complemento oggetto non soggetto della frase principale
reggente di Col 1,22; inoltre, bisogna determinare il soggetto logico: riconciliati da chi? da Dio o da
Cristo? A mio parere, l’introduzione del passivo vuole accentuare il carattere teologico, dato che il
passivo per lo più è riferito a Dio e non a Cristo, ma ciò determina un senso molto strano in Col 1,22.
Si tratta di una lectio difficilior, come sostengono alcuni interpreti? (Lightfoot, Saint Paul’s Epistles
to the Colossians and to Philemon, 249-250; Dunn, Colossians, 105; B.M. Metzger, A Textual
Commentary on the Greek New Testament, London - New York 1971, 621, che si schiera contro
l’opinione della “majority of the Committee”). Nonostante le apparenze, a me sembra di no. La
variante con il passivo infatti, nonostante l’antichità di ∏46 (III sec.), è un tentativo cosciente di
ammissione dell’anacoluto e di addomesticarlo con l’introduzione della 2ª persona plurale. Ma con
ciò ha determinato, senza volerlo, anche un senso ambiguo del testo: il carattere teologico o
cristologico del passivo. Pertanto, dato che non è molto testimoniata e non è la lectio antiquior (la
più antica è quella dell’it e della sy), mi sembra che non vada accettata. Più complessa è la variante
di D* F G b vgmss che riporta il participio presente attivo ajpokatallagevnte". Essa è già problematica
nella forma, in quanto dovrebbe concordare con uJma'" e quindi ajpokatallagevnta", ma ancor più
nella sintassi, in quanto i versetti di Col 1,21-23 resterebbero senza un verbo principale reggente
oppure bisognerebbe risalire all’infinito ajpokatallavxai di 1,20. È evidente il tentativo di
normalizzare quanto più possibile la sintassi di uJma'". Per questo motivo e dato che è sostenuta solo
da una parte della “recensione occidentale”, mi sembra che non sia il caso di accettarla come lettura
originaria del testo. Anche la 3ª persona del perfetto passivo ajpokathllavktai del codice minuscolo
33, oltre ad essere poco testimoniata, sembra una correzione stilistica: il perfetto al posto dell’aoristo
per indicare il perdurare dell’azione riconciliatrice di Dio o di Cristo, non mi sembra che possa essere
accettata come lettura originaria del testo. In definitiva, mi sembra che la variante di a A C D Y 048
075 (0278 104) 1739 1881 ˜ lat sy, sia da adottare in quanto ha una migliore attestazione testuale,
è una lectio antiquior (it sy), una lectio difficilior che non tenta di risolvere la problematicità sintattica
di uJma'" e si adatta meglio al pensiero di Paolo.

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120 Alfio Marcello Buscemi

base alla correlazione antitetica temporale potev – nuniv, che stabilisce uno stretto
rapporto tra Col 1,21 e Col 1,22-23. Inoltre, l’avverbio temporale nuniv stabilisce un
rapporto molto stretto con il nu'n di Col 1,24, continuato poi dalla 1ª persona singolare
ejgwv di Col 1,23c e dal termine diavkono", che stabiliscono una correlazione tra Col
1,21-23 e Col 1,24-29. Un’altra correlazione stretta tra le due parti della pericope è
stabilita dal verbo parivsthmi in Col 1,22 e Col 1,28. Il permanere, poi, della 1ª
persona singolare (qevlw – e[cw – levgw - a[peimi - eijmiv) in Col 2,1-5, strettamente
correlato al pronome uJma'" – uJmw'n, sono elementi decisivi per unire anche questi
versetti a ciò che precede come una terza parte della pericope di Col 1,21-2,5. Solo
con 2,6 si ha un passaggio letterario molto significativo: il passaggio dalla 1ª persona
singolare, quale soggetto agente di Col 1,21-2,5, alla 2ª persona plurale parelavbete,
quale nuovo soggetto agente di una nuova fase o pericope del discorso.
In base a questa analisi, la pericope può essere divisa in tre parti:
- Col 1,21-23: la situazione dei Colossesi in rapporto al vangelo
- Col 1,24-29: l’azione ministeriale di Paolo a favore della Chiesa
- Col 2,1-5: l’azione ministeriale di Paolo a favore della comunità di Colosse.
La suddivisione della pericope può essere stabilita in base alla ripresa dell’av-
verbio nu'n in Col 1,24, che non insiste più sull’ ajntivqeton tra il potev – nuniv, ma
sulla gioia e sull’impegno attuale di Paolo a favore della Chiesa in generale (1,24-
29) e della comunità di Colosse in particolare (2,1-5). La formula qevlw ga;r uJma'"
eijdevnai131, poi, stabilisce un ulteriore avanzamento del pensiero di Paolo, passando
a descrivere l’impegno concreto di Paolo per i membri delle comunità di Colosse
e di Laodicea.
La seconda probatio di Col 1,21-2,5 inizia con un’  ajnagnwvrisi" dia; th'"
mnhvmh"132, che pone in evidenza la metabolhv dell’eijkov" dei Colossesi e si serve
dell’ ajntivqeton temporale potev – nuniv. Il ricordo (mnhvmh) è un mezzo per aiutare
i Colossesi a riconoscere con più facilità il rapporto che intercorre tra l’atto salvifico
di Dio, comunicato mediante il vangelo (Col 1,23), e la loro situazione concreta nel
passato (kai; uJma'" pote o[nta" ajphllotriwmevnou" kai; ejcqrou;" th/' dianoiva/
ejn toi'" e[rgoi" toi'" ponhroi'") e nel presente (nuni; de; ajpokathvllaxen ejn tw/'
swvmati th'" sarko;" aujtou' dia; tou' qanavtou). Così l’ ajntivqeton, mediante la
mnhvmh, aiuta i Colossesi a riconoscere la loro situazione passata di estraneità, la
loro inimicizia che si manifestava in una mentalità avversa a Dio e nel compiere
opere malvagie; il ricordo del loro passato li porta a riconoscere (ajnagnwvrisi") di
avere avuto un eijkov", un’identità totalmente negativa e opposta al vangelo. Rispetto
al presente, la mnhvmh in primo luogo li sprona a riconoscere che la metabolhv del

131  Per questa formula paolina di transizione o simile a questa cf. Rom 1,13; 11,25; 1Cor 10,1;

1Cor 11,3; 12,1; 2Cor 1,8; 1Tes 4,13. L’unica differenza importante è che, dopo tale formula, per lo
più ricorre il vocativo interpellante ajdelfoiv.
132  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 1213-1215. L’ajnagnwvrisi" non è esclusiva della commedia o

della tragedia, ma fa parte anche della vita normale e quotidiana (Lausberg, Literary Rhetoric, § 215).

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La struttura retorica della Lettera ai Colossesi 121

loro eijkov" è avvenuta per un atto di amore di Cristo, che li ha riconciliati con Dio
e li ha resi capaci di divenire aJgivou" kai; ajmwvmou" kai; ajnegklhvtou" katenwvpion
aujtou' (Col 1,22). Ma ciò non basta, l’ ajnagnwvrisi" dia; th'" mnhvmh" ha anche
lo scopo epidittico di auditorium movere: la riconciliazione, voluta da Dio e
compiuta mediante il sacrificio di Cristo, rimane operante solo se133 i Colossesi
permangono134 per mezzo della fede135 ben fondati e stabili e senza che si lascino
smuovere136 dalla speranza del Vangelo, che hanno udito (Col 1,23). In tal modo,
l’ ajnagnwvrisi", mediante il riferimento al Vangelo che hanno ascoltato (1,5.9b.23),
cioè al piano di Dio in Cristo, diviene un significativo auditorium docere, in quanto
lo aiuta a riflettere sia sul qevlhma tou' Qeou' sia sull’impegno di peripath'sai
ajxivw" tou' kurivou eij" pa'san ajreskeivan della propositio di Col 1,9b-11. Ma
non basta: li invita anche a “crescere nella conoscenza di Dio” (Col 1,10) permanendo
ben fondati e saldi nella fede e senza tentennamenti in vista del conseguimento
della speranza che il Vangelo promette. Ora, Paolo può esercitare tale funzione di
docere, nei confronti dei Colossesi, proprio perché egli “è divenuto diacono di quel
vangelo che è predicato ad ogni creatura che si trova sotto il cielo” (Col 1,23). Egli
ha l’auctoritas docendi et movendi, che si concretizza mediante l’ ajnagnwvrisi"
dia; th'" mnhvmh" e che punta a rendere stabile la metabolhv del nuovo eijkov" dei
Colossesi: nella fede e nella speranza essi conosceranno più perfettamente e
porteranno a compimento il qevlhma tou' Qeou' eij" pa'san ajreskeivan.
In Col 1,24-2,5, l’ ajnagnwvrisi" dia; th'" mnhvmh" si trasforma in locus a pro-

133  La particella pospositiva enclitica gev ha qui senso rafforzativo ed esprime un concetto già

presente nella stessa ipotetica della realtà: “se realmente”, “solo se” (Smyth, Greek Grammar, 2821,
2291,1, 2298 e 2298a; Viteau, Étude, I, 184-186; BDR, Grammatica, 372,1 e 439,1-2; Turner,
Syntax, 115; Zerwick, Graecitas, 303-306; BAGD, Lexicon, ad vocem eij I,1ab e ad vocem gev ba;
Thayer, Lexicon, ad vocem eij 1aa e ad vocem gev 1).
134  Questo mi sembra il senso del verbo ejpimevnw, composto dal prefisso ejpi- con valore locale

stativo di permanenza locale (Smyth, Greek Grammar, 1689,4; Moulton - Howard, Accidence and
Word-Formation, 312; Thayer, Lexicon, ad vocem ejpiv D 1) + mevnw: “rimanere fermi in qualcosa”,
“permanere”, “perseverare” (Rocci, Vocabolario, ad vocem ejpimevnw c; BAGD, Lexicon, ad vocem
ejpimevnw 2; Thayer, Lexicon, ad vocem ejpimevnw b). Il presente indicativo, poi, ha aspetto durativo
continuo abituale (Mateos, El aspecto, 115).
135  Il dativo th/' pivstei è o un dativo strumentale: “per mezzo della fede” (Smyth, Greek Gram-

mar, 1507; BDR, Grammatica, 195) o un dativo di relazione: “nella fede/per ciò che riguarda la
fede” (Smyth, Greek Grammar, 1495; BDR, Grammatica, 197). Si può unire ad ejpimevnete o a
teqemeliwmevnoi, senza bisogno di scegliere dato che ejpimevnete e teqemeliwmevnoi formano un
concetto unico.
136  Il participio metakinouvmenoi, come teqemeliwmevnoi e l’aggettivo eJdrai'oi, è un predicativo

del soggetto e sottolinea un aspetto intensivo del permanere in uno stato (Smyth, Greek Grammar,
2097; BDR, Grammatica, 414,1,4; Turner, Syntax, 159), tanto da assumere il valore di un aggettivo:
“non smossi/senza che vi lasciate smuovere” (Mateos, El aspecto, 277) o con il senso del passivo
permissivo: “senza permettere che alcuno vi smuova” (Smyth, Greek Grammar, 1736; Cignelli -
Bottini, “Le diatesi I”, 136-137). Per il senso di mhv come “senza” cf. Viteau, Étude, I, 358,6; BAGD,
Lexicon, ad vocem mhv 1bbb; Thayer, Lexicon, ad vocem mhv 5c: “without”).

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122 Alfio Marcello Buscemi

pria persona137, che ha lo scopo di illustrare l’auctoritas docendi et movendi di


Paolo sia in rapporto alla Chiesa in generale (1,24-25) sia in rapporto alla comuni-
tà di Colosse (2,1-5). I signa indubitata o a[luta shmei'a138 di questa auctoritas in
rapporto alla Chiesa sono tre: le sofferenze che l’apostolo soffre per la Chiesa (Col
1,24), il ministero ricevuto da Dio (Col 1,25), il lavoro impegnativo e potente che
egli svolge in essa (Col 1,29). Il primo signum indubitatum, perché inscritto e vi-
sibile ejn th/' sarki; aujtou', sono i paqhvmata e le qlivyei", sofferti con gioia
(caivrw), in unione alle sofferenze di Cristo139 e “in favore del corpo di Cristo, cioè
in favore della Chiesa”. Il secondo signum indubitatum, almeno per un credente140:
Paolo è “ministro della Chiesa” kata; th;n oijkonomivan tou' qeou' (Col 1,25). Il
termine oijkonomiva indica “l’amministrazione della casa” e in senso più generale
“l’amministrazione”, ma anche l’azione o “disposizione” con cui Dio ha scelto il
suo apostolo141, l’ha chiamato e gli ha affidato (th;n doqei'savn moi) “l’amministra-
zione del mistero”. In chiave retorica, l’auctoritas di Paolo proviene da una dispo-
sizione divina142, gli è stata concessa a favore dei credenti (eij" uJma'")143 e per
portare a compimento la parola di Dio (plhrw'sai to;n lovgon tou' qeou')144.
L’espressione to;n lovgon tou' qeou'145 è molto importante per l’apostolo e fa scat-
tare nella sua mente un’amplificatio in forma di incrementum progressivo, che da
una parte, servendosi di un ejpivqeton in funzione epidittico-enfatica146, caratterizza
attraverso il termine appositivo musthvrion il senso profondo del sintagma to;n

137 Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 275, 326 e 377.


138 Lausberg, Literary Rhetoric, § 361.
139  Il genitivo tou' Cristou', nel sintagma tw'n qlivyewn tou' Cristou', è un genitivo sogget-

tivo: “le sofferenze che Cristo ha sperimentato”, sofferenze che l’apostolo condivide con Cristo a
favore della Chiesa.
140  Su questo punto cf. Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 326 e 356.
141  Cf. O. Michel, oijkonomiva, GLNT, VIII, 428-430: egli mi sembra che insista troppo sul

senso di “incarico”, mentre nei testi paolini il senso fondamentale è quello di “amministrazione”,
soprattutto del vangelo, della grazia e del mistero (cf. 1Cor 9,17-18; Ef 1,10; 3,2.9; Col 1,23-26).
142  Di per sé katav con accusativo indica il complemento di corrispondenza o conformità, ma

anche il fondamento su cui qualcosa è basata: “secondo l’ufficio/la disposizione” (Smyth, Greek
Grammar, 1690,1c; BDR, Grammatica, 224,1; Buscemi, L’uso delle preposizioni, 75; Montanari,
Vocabolario, ad vocem katav IIBf; BAGD, Lexicon, ad vocem katav II,5a; Thayer, Lexicon, ad vocem
katav II,3ca). Il genitivo tou' qeou' può essere interpretato o come genitivo soggettivo o di autore:
“che Dio mi ha concesso” o come genitivo di qualità: “l’ufficio divino o la disposizione divina”.
143  La preposizione eij" con accusativo esprime il complemento di vantaggio: relazione o inten-

zione favorevole: “per voi/a vostro favore” (Smyth, Greek Grammar, 1686,1d; BDR, Grammatica,
207,3; Buscemi, L’uso delle preposizioni, 44; Montanari, Vocabolario, ad vocem eij" IICd; BAGD,
Lexicon, ad vocem eij" 4g).
144  L’infinito plhrw'sai è un infinito di fine (completiva oggettiva indiretta): “per portare a

compimento” (Smyth, Greek Grammar, 2008-2009; Viteau, Étude, I, 263; BDR, Grammatica,
390,1; Zerwick, Analysis, 449).
145  Il genitivo tou' qeou' è un genitivo soggettivo o di autore: “la parola che Dio ha rivolto agli

uomini e mediante la quale si manifesta ad essi” (Smyth, Greek Grammar, 1330; BDR, Grammati-
ca, 163,1,1).
146  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 676 e 681.

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La struttura retorica della Lettera ai Colossesi 123

lovgon tou' qeou': la parola di Dio non solo manifesta il mistero di Dio, ma si iden-
tifica con esso; dall’altra si serve dell’ ajntivqeton kata; kw'lon temporale-conte-
nutistico147: to; ajpokekrummevnon ajpo; tw'n aijwnv wn kai; ajpo; tw'n genew'n - nu'n
de; ejfanerwvqh, per mostrare come il musthvrion mediante il ministero della paro-
la è divenuto manifesto per i credenti: ad essi Dio ha deciso di far conoscere148 to;
plou'to" th'" dovxh" tou' musthrivou touvtou. Tale espressione pleroforica, nel
susseguirsi dei suoi genitivi149, diviene quasi intraducibile in concetti umani, per-
ché non si tratta di una “conoscenza intellettuale”, ma di una “conoscenza superio-
re e personale”: il mistero è Cristo e “conoscere Cristo” è entrare in comunione con
lui che alimenta sin d’ora la nostra speranza di gloria. Tutti questi elementi a carat-
tere gnoseologico – “portare a compimento la parola”, “il mistero … è stato mani-
festato ai suoi santi”, “Dio ha deciso di far conoscere quale (è) la ricchezza della
gloria di questo mistero” – hanno una chiara funzione anaforica del plhrwqh'te
th;n ejpivgnwsin tou' qelhvmato" aujtou' e dell’ aujxanovmenoi th/' ejpignwvsei tou'
qeou' di Col 1,9b-11 e ne precisano i contenuti essenziali per la crescita della fede
e del proprio eijkov" cristiano. L’ultimo signum indubitatum dell’auctoritas di Pao-
lo, connesso strettamente sia con la “diaconia” alla Chiesa sia al ministero di “por-
tare a compimento la parola di Dio”, è il suo “affaticarsi apostolico” (Col 1,29) “per
presentare ogni uomo perfetto in Cristo”. Tale “fatica” è un signum indubitatum,
in quanto Paolo lo esplica ajgwnizovmeno": “ponendosi in lotta con tutte le sue for-
ze”. Il medio dinamico diretto150 pone in evidenza tutto l’impegno paolino nell’an-
nunciare la parola, nell’ammonire e nell’istruire con ogni sapienza, per presentare
ogni uomo perfetto in Cristo. Il suo impegno, però, non proviene dalle sue capaci-
tà umane, ma piuttosto da quell’energia interiore che Dio gli ha comunicato nella
sua oijkonomiva e che agisce potentemente in lui e per mezzo di lui. La paronomasia
o annominatio per adiectionem151, qui nella forma della derivatio o parhgmevnon152,

147 Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 787, 793 e 796.


148 Se il verbo qevlw ha il suo valore normale: “volere”, allora si ha una infinitiva volitiva ogget-
tiva completiva diretta (Smyth, Greek Grammar, 1991-1992; Viteau, Étude, I, 261,2; BDR, Gram-
matica, 392,1,2); se invece, come mi sembra probabile in questo contesto, significa “decidere di”,
indicando la finalità che Dio si proponeva di attuare, allora si tratta di un infinito di fine (Smyth,
Greek Grammar, 2009; Viteau, Étude, I, 263,1; BDR, Grammatica, 392,1,2).
149  Grammaticalmente, th'" dovxh" può essere o un genitivo di qualità: “la gloriosa ricchezza”

(BAGD, Lexicon, ad vocem doxa 1b: “majestic power”; Thayer, Lexicon, ad vocem doxa 4.) o un
genitivo soggettivo e partitivo: “ricchezza in cui la maestà/la gloria di questo mistero si manifesta”
(Thayer, Lexicon, ad vocem dovxa 3: “the might in which His majesty excels”); in base a ciò, il
genitivo tou' musthrivou touvtou è un genitivo possessivo: “la maestà/la gloria propria di questo
mistero” (Smyth, Greek Grammar, 1297; BDR, Grammatica, 162,7).
150  Di per sé il verbo ajgwnivzomai: “gareggiare”, “lottare” è un medio deponente (Thayer,

Lexicon, ad vocem ajgwnivzomai; Winer - Moulton, A Treatise, 260 (244)), ma in certi casi esso
mantiene tutta la sua sfumatura di medio dinamico diretto: “mi pongo in lotta con tutte le mie forze”
(Smyth, Greek Grammar, 1728 e 1730-1731; Cignelli - Bottini, “Le diatesi II”, 238-239).
151  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 637-638,1.
152  Lausberg, Literary Rhetoric, § 648.

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124 Alfio Marcello Buscemi

sottolinea da una parte la potenza dell’azione divina in lui, ma dall’altra mostra


tutto il vigore dell’apostolo nell’annunciare il vangelo.
In Col 2,1-5, il locus a propria persona si serve ancora dell’ ajnagnwvrisi" dia;
th'" mnhvmh", per ricordare ai credenti di Colosse e dell’Asia proconsolare “quale
grande lotta” sostiene per essi. L’anafora ajgw'na e[cw uJpe;r uJmw'n153, che riprende
ajgwnizovmeno", è un’attualizzazione di ciò che Paolo, diacono della Parola e del
mistero di Dio, continua a compiere a favore di tutti i credenti (cf. anche 2,5). Tale
richiamo serve in primo luogo a Paolo per rendersi benevolum l’auditorium di
Colosse154: il suo impegno e la sua lotta rendono più salda la sua auctoritas nel
sostenere il cuore dei credenti e nell’annunciare il “mistero di Dio” che si realizza
nel “mistero di Cristo”. Ma lo scopo principale dell’anafora di Col 2,2 e della
captatio benevolentiae di 2,5155 non è quello di rafforzare la sua auctoritas, quanto
di rendere docilem il suo uditorio156, in maniera che egli possa istruire senza pro-
blemi i Colossesi (auditorium docere)157 sul contenuto centrale del suo messaggio:
“la conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo”, in cui sono nascosti tutti i tesori
della sapienza e della conoscenza” (2,2-5)158 e in cui “abita corporalmente tutta la
pienezza della divinità” (2,9). Col 2,1-5 è un testo molto importante nella dimo-
strazione paolina, perché da una parte riprende il tema centrale della propositio: “la
conoscenza di Dio e del suo disegno di salvezza”159 e dall’altro lo rilancia nell’esor-
tazione epesegetica di 2,4: “che nessuno vi inganni con argomenti capziosi”160.

3ª Probatio: Col 2,6-15: camminate nel Cristo Gesù

La pericope è introdotta dalla congiunzione metabatico-inferenziale: “dunque”161 e


dal passaggio dalla 1ª persona singolare di Col 1,21-2,5 alla 2ª persona plurale
parelavbete - peripatei'te di Col 2,6. Inoltre, tutta la pericope è tenuta insieme dal
continuo riferimento a Cristo: to;n Cristo;n ∆Ihsou'n to;n kuvrion (Col 2,6a), kata;

153  Lausberg, Literary Rhetoric, § 629-630.


154  Lausberg, Literary Rhetoric, § 273.
155  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 257,2a, 274 e 277a. In verità, si potrebbe parlare anche di

deivnwsi", in quanto Col 2,5 sembra essere una breve amplificatio che vuole impressionare i suoi
uditori (Lausberg, Literary Rhetoric, § 257,3).
156  Lausberg, Literary Rhetoric, § 272.
157  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 272 e 326-329.
158  Probabilmente si tratta di un’endiadi (cf. Smyth, Greek Grammar, 1143 e 3025; BDR,

Grammatica, 276,1 e 442,9b; Lausberg, Literary Rhetoric, § 673).


159  Il docere di Paolo, infatti, è rivolto “a mantenere uniti nella carità” (sumbibasqevnte" ejn

ajgavph/) i Colossesi, ma soprattutto è orientato eij" pa'n plou'to" th'" plhroforiva" th'" sunevsew",
eij" ejpivgnwsin tou' musthrivou tou' qeou', Cristou' (Col 2,2).
160  Per l’ i{na epesegetico: “che nessuno vi inganni” cf. Smyth, Greek Grammar, 2195; BDR,

Grammatica, 392,5b e 394,3; Buscemi, “La prolessi”, 45-48; BAGD, Lexicon, ad vocem i{na 2e;
Thayer, Lexicon, ad vocem i{na II,2b e 2e.
161  Smyth, Greek Grammar, 2955 e 2964; BDR, Grammatica, 451,1; BAGD, Lexicon, ad

vocem ou\n 2b; Thayer, Lexicon, ad vocem ou\n e-f.

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La struttura retorica della Lettera ai Colossesi 125

Cristovn (Col 2,8), tou' Cristou' (Col 2,11), aujtw/' (Col 2,12a), ejn aujtw/' (Col
2,6b.7.9.10a.15), su;n aujtw/' (Col 2,13), o{" (Col 2,10b), ejn w/| (Col 2,11.12b). Anzi,
essa si svolge dentro l’inclusione letteraria tra l’ ejn aujtw/' di Col 2,6b e l’ ejn aujtw/'
di Col 2,15. Un nuovo stacco si presenta in 2,16 attraverso la congiunzione
conclusivo-inferenziale: “dunque”162 e il passaggio dalla 2ª persona plurale alla 3ª
persona singolare del presente imperativo krinevtw, continuato in 2,18 dall’altro
imperativo katabrabeuevtw. All’interno mi sembra che vi sia ancora un struttura
tripartita:
Col 2,6-8: camminare nel Cristo senza farsi fuorviare da false dottrine
Col 2,9-12: motivi per rimanere uniti a Cristo
Col 2,13-15: l’azione redentrice di Dio nel Cristo.
La parentesi motivante di Col 2,9-12, che rappresenta il centro della pericope,
si stacca da ciò che precede sia per l’o{ti causale sia per l’improvviso passaggio
alla terza persona katoikei' e per la parola-gancio ejn aujtw/' che riprende kata;
Cristovn e fa progredire il discorso mettendo in rilievo il ruolo che Cristo ha avuto
e ha nella vita del cristiano. La ripresa prolettico-enfatica di uJma'" in 2,13 e il cam-
bio del soggetto operante: Dio (sunezwopoivhsen uJma'" su;n aujtw/)' 163 determina-
no un progresso del discorso e mostrano il modo in cui avvenne la redenzione.
Da un punto di vista retorico, l’improvviso cambiamento di persona è un indizio
che Paolo ha operato anche un cambio di argumentum: dal locus a propria perso-
na è passato al locus ab auditorum persona164, precisamente puntando sulla scelta
fondamentale della loro vita, come indicano l’wJ" causale165 e l’aoristo indicativo:
“poiché avete ricevuto il Cristo Gesù, il Signore, in lui camminate”. In altre parole,
da una parte Paolo prende atto di tale scelta che ha segnato l’eijkov" dei credenti di
Colosse, ma dall’altra sollecita anche un comportamento coerente con tale eijkov".
Esso richiede di “rimanere radicati in Cristo, edificandosi e rafforzandosi vicende-

162  Smyth, Greek Grammar, 2955 e 2964; BDR, Grammatica, 451,1; BAGD, Lexicon, ad

vocem ou\n 2b; Thayer, Lexicon, ad vocem ou\n e-f.


163  In verità, il soggetto della frase può essere sia Dio che Cristo. Infatti, da un punto di vista

sintattico il sintagma sunezwopoivhsen uJma'" su;n aujtw/' può essere tradotto: “Egli (Cristo) (vi)
vivificò con se stesso”, dato che il pronome personale aujtov" nei casi obbliqui sostituisce spesso il
pronome riflessivo (cf. Smyth, Greek Grammar, 1228; BDR, Grammatica, 283,2-3; Cignelli - Pierri,
Sintassi, § 20, pp. 54-55). Comunque, mi sembra che i passivi perietmhvqhte e sunhgevrqhte di Col
2,11-12 e il participio attributivo tou' ejgeivranto" facciano riferimento a Dio quale soggetto di tutta
l’opera redentiva e a Cristo quale mediatore della redenzione (cf. anche Aletti, Colossiens, 175).
164  Cf. Lausberg, Literary Rhetoric, § 377.
165  Di per sé la congiunzione subordinante correlativa-comparativa wJ" introduce la protasi di

una proposizione dipendente comparativa (Smyth, Greek Grammar, 2463; Viteau, Étude, I, 240;
BDR, Grammatica, 453; Thayer, Lexicon, ad vocem wJ" 4), anche se non è seguita dall’avverbio
dimostrativo modale ou{tw" (BDR, Grammatica, 482,2; BAGD, Lexicon, ad vocem wJ" 2; Thayer,
Lexicon, ad vocem wJ" 1, che cita proprio il caso di Col 2,6). A volte, però, la congiunzione wJ" può
prendere una sfumatura causale e, dato che manca l’avverbio dimostrativo modale ou{tw" nell’apodosi,
mi sembra che dargli un senso causale sia la migliore soluzione (cf. Smyth, Greek Grammar, 2240b;
BDR, Grammatica, 482,2; BAGD, Lexicon, ad vocem wJ" 3ab; Thayer, Lexicon, ad vocem wJ" 4b).

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volmente nella fede166”, senza farsi traviare dagli inganni degli uomini, seguendo
la loro “vuota e ingannevole filosofia”167, fatta di tradizioni168 o di culto degli ele-
menti del mondo169, ma non fondata in Cristo (Col 2,6-8)170. La motivazione se-
guente (o{ti) è svolta nella forma di una ratiocinatio, basata su circostanze stretta-
mente connesse all’argomento principale: “essere fondati in Cristo”171 e si presen-
ta come un e[ndoxon ejgkwvmion172, che pone in evidenza la superiorità di Cristo in
confronto agli stoicei'a tou' kovsmou. In Cristo abita tutta la pienezza della divi-
nità (Col 2,9), in lui, che173 è il capo di tutte le potenze, anche i credenti sono riem-
piti della sua divinità (2,10), sono stati circoncisi con una circoncisione non fatta
da mani umane (2,11), in lui sono stati sepolti e risuscitati nel battesimo mediante

166  Il participio perfetto passivo ejrrizwmevnoi è un participio congiunto modale: “rimanendo

radicati fermamente” con aspetto dinamico-statico (Mateos, El aspecto, 409), mentre gli altri due
participi presenti ejpoikodomouvmenoi kai; bebaiouvmenoi sono participi congiunti modali aventi
aspetto duraturo continuo abituale e una diatesi passiva che oscilla tra il senso del passivo permis-
sivo (Smyth, Greek Grammar, 1736; BDR, Grammatica, 314; Cignelli - Bottini, “Le diatesi I”,
136-137) e quello del passivo reciproco con senso mediale (Cignelli - Bottini, “Le diatesi II”, 249):
“lasciandovi edificare/ edificandovi vicendevolmente in lui e lasciandovi rafforzare nella fede/ raf-
forzandovi vicendevolmente nella fede”.
167  A motivo dell’unico articolo nell’espressione dia; th'" filosofiva" kai; kenh'" ajpavth",

la si può leggere come un’endiadi: “mediante quella filosofia, che è vuoto inganno” o più semplice-
mente: “mediante quella vuota e ingannevole filosofia” (Smyth, Greek Grammar, 1143; BDR,
Grammatica, 442,9b,29). Il termine “filosofia”, ben determinato dall’articolo, non si riferisce alla
“filosofia” in generale, cioè all’«amore alla sapienza», alla ricerca e a tutto ciò che fa progredire il
pensiero umano, ma a quel “modo di pensare” secondo la tradizione dei padri e secondo l’asservimento
agli elementi del mondo.
168  L’espressione th;n paravdosin tw'n ajnqrwvpwn è abbastanza conosciuta nel NT (cf. Mc 7,8,

ma anche Gal 1,13-14) e sulla bocca dell’ex-fariseo Paolo fa riferimento alle “tradizioni giudaiche”,
quale insegnamento autoritativo della legge giudaica e dei suoi precetti.
169  Probabilmente l’espressione ta; stoicei'a tou' kovsmou fa riferimento a potenze personali,

contrapposte a Cristo, messe in relazione con i principati e le potenze, (Col 2,10), e se ne parla in
concomitanza con “il culto degli angeli” (2,18). Su questa problematica, cf. E. Testa, Gesù pacifi-
catore universale, Assisi 1956, 101-107; O’Brien, Colossians, 110; A.M. Buscemi, Lettera ai Ga-
lati. Commentario esegetico (Analecta 63), Jerusalem 2004, 386. Di diverso avviso sembra Aletti,
Colossiens, 164-167, che, pur non escludendo l’interpretazione “personale” di questi elementi, li
interpreta come regole elementari riguardanti i cibi e le bevande.
170  Come si è gia detto, katav con accusativo indica il complemento di corrispondenza o con-

formità, ma anche il fondamento su cui qualcosa è basata: “secondo le/basata sulle tradizioni degli
uomini, secondo/sulla base del culto degli elementi del mondo, ma non secondo/sul fondamento del
Cristo” (Smyth, Greek Grammar, 1690,1cBDR, Grammatica, 224,1; Buscemi, L’uso delle prepo-
sizioni, 75; Montanari, Vocabolario, ad vocem katav IIBf; BAGD, Lexicon, ad vocem katav II,5a;
Thayer, Lexicon, ad vocem katav II,3ca).
171  Lausberg, Literary Rhetoric, § 405.
172  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 240 e 405.
173  Alcuni codici: ∏46BDFG, invece del maschile o{", leggono il neutro o{, riferendolo ad ejn

aujtw/,' ritenuto una ripresa di to; plhvrwma di Col 1,9: “e siete stati riempiti con essa (la pienezza
della divinità), che è principio di ogni principato e potestà”. Per quanto ben documentata, tale
variante è una facilitazione nel senso e quindi è meglio scegliere la lectio difficilior di a ACY 075
0208 0278 33 1739 1881.

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la fede nella potenza di Dio. Dopo tale amplificazione motivante centrata su Cristo,
il pronome prolettico uJma'" ritorna al locus ab auditorum persona: i credenti sono
persone che hanno sperimentato la grazia di Dio. Essi, proprio quando erano pec-
catori, sono stati vivificati in Cristo, in quanto Dio ha perdonato i loro peccati (Col
1,13)174, ha cancellato il chirografo (che era) contro di noi inchiodandolo sulla
croce (Col 1,14) e nel Cristo e per opera di Cristo175 ha trionfato sui principati e le
potenze (Col 1,15).

4ª Probatio: Col 2,16-23: guardarsi da certi falsi maestri di


ascesi

L’ou\n conclusivo-metabatico, il pronome indefinito tiv" e l’imperativo interruttivo


mh; krinevtw segnano il passaggio ad una nuova pericope, che rispetto alla prece-
dente (Col 2,5-15) intende attualizzare l’avvertimento di Col 1,8: “non farsi irreti-
re dalla vuota e ingannevole filosofia, fatta di tradizioni o di culto degli elementi
del mondo”. D’altra parte, il riferimento a cibi, bevande e a certe festività viene
ripreso prima in Col 2,21: mh; a{yh/ mhde; geuvsh/ mhde; qivgh/", e poi in maniera
più generale in Col 2,22 con l’espressione ta; ejntavlmata kai; didaskaliva" tw'n
ajnqrwvpwn. Un vero cambiamento di prospettiva tematica, introdotto ancora
dall’ ou\n inferenziale-metabatico e dal ritorno alla 2ª persona plurale, si trova solo
in Col 3,1. La pericope si può suddividere in due parti:
Col 2,16-19: una messa in guardia da certi maestri di ascetica
Col 2,20-23: adottare un atteggiamento coerente con l’essere morti con Cristo.
La suddivisione è stabilita in base alla condizionale della realtà di Col 2,20a: Eij
ajpeqavnete su;n Cristw/' ajpo; tw'n stoiceivwn tou' kovsmou, che invita a riflet-
tere sulla propria scelta personale. Si passa, quindi, dalle prospettive ascetiche dei
falsi maestri ad un invito a rifiutare in blocco i loro comandi e i loro insegnamenti,
e ciò perché sono morti con Cristo e non vivono più nel mondo.
L’insistenza sulle dottrine dei falsi maestri, dal punto di vista retorico, può
essere considerata ancora un locus a persona, e precisamente il locus ab
adversariorum persona176, insistendo sulla vituperatio o yovgo"177. Per questo la
pericope insiste su una caratterizzazione negativa degli avversari di Paolo: essi

174  Il verbo denominativo causativo carivzomai significa “fare grazia”, “fare benevolenza”,

mentre al medio riflessivo: “mostro me stesso benevolo”, “perdonare”, “condonare” (BAGD,


Lexicon, ad vocem carivzomai 3; Thayer, Lexicon, ad vocem carivzomai a-b).
175  L’ ejn con dativo può essere qui o complemento locativo-sociativo: “in lui/in unione a lui”

(Smyth, Greek Grammar, 1687a; BAGD, Lexicon, ad vocem ejn I,4; Thayer, Lexicon, ad vocem ejn
I,2) o complemento di causa strumentale o meglio causa agente ministeriale: “mediante o per opera
di lui” (Smyth, Greek Grammar, 1687c; BDR, Grammatica, 219,1-2; BAGD, Lexicon, ad vocem
ejn 5; Thayer, Lexicon, ad vocem ejn II,6c e ad vocem qriambeuvw).
176  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 276 e 376.
177  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 61,3b, 240, 245 e 376.

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“condannano” i Colossesi “riguardo al cibo o alle bevande, feste, noviluni e sabati”


(Col 2,16); “ingannano” i Colossesi “compiacendosi di sentimenti di umiltà e di
adorazione degli angeli (Col 2,18a)178; hanno cercato di indagare con curiosità in
pretese visioni179 e a motivo di ciò si sono insuperbiti nella loro mente carnale (Col
2,18b); soprattutto, però, hanno abbandonato la realtà, Cristo, il capo in virtù del
quale tutto il corpo, nutrito e tenuto insieme mediante giunture e legamenti, cresce
della crescita di Dio” (2,19). Anche se Col 2,20 a prima vista dà l’impressione di
un ritorno al locus ab auditorum persona, soprattutto con il richiamo all’“essere
morti agli elementi del mondo” e al “lasciarsi imporre dei precetti”180, di fatto Paolo
continua la vituperatio contro i suoi avversari. Non solo le loro persone sono da
evitare, ma soprattutto il loro insegnamento (cf. l’efficace asindeto181: mh; a{yh/
mhde; geuvsh/ mhde; qivgh/"), caratterizzato come nocivo (a{ ejstin pavnta eij"
fqoravn), inutile (oujk ejn timh/' tini pro;" plhsmonh;n th'" sarkov")182 e come
un insieme di comandamenti e insegnamenti di uomini (kata; ta; ejntavlmata kai;
didaskaliva" tw'n ajnqrwvpwn).

La subpropositio: Col 3,1-4

Il carattere introduttivo di Col 3,1-4 è abbastanza evidente183: l’ ou\n inferenziale-


metabatico, comune negli inizi della parenesi paolina (Gal 5,1; Rom 12,1; Ef
4,1)184, il fondamento cristologico essenziale e motivante: la resurrezione di Cristo
(eij sunhgevrqhte tw/' Cristw/)' , il tono generale dell’esortazione (ta; a[nw zhtei'te,
ta; a[nw fronei'te), che non entra ancora nei dettagli dei vari topoi parenetici, la
promessa dell’«essere con Cristo», tra l’«essere nascosti con lui» ed «essere
glorificati con lui». Sono tutti elementi concreti di introduzione, che stabiliscono

178  Su tale qrhskeiva tw'n ajggevlwn, oltre ai commentari, cf. A.L. Williams, “The Cult of Angels

at Colossae”, JTS 10 (1909); W. Carr, “Two Notes in Colossians”, JTS 24 (1973) 492-500.
179  L’espressione a} eJor v aken ejmbateuvwn è stata posta spesso in correlazione con le iniziazioni
ai misteri pagani e quindi a “visioni” di realtà conosciute attraverso l’iniziazione. In base al con-
testo, mi sembra che si tratti piuttosto di “pretese visioni di angeli” (cf. anche Aletti, Colossiens,
199). L’inserzione di una negativa a} mhv a2 C D1 Ψ 075. 0278. 1881 ˜; Hiermss, o a} oujk F G, è
un tentativo di facilitare il testo, per cui è meglio accettare la lectio difficilior di ∏46 a* A B D* I 6.
33. 1739 pc b vgmss co; Or Ambst Hiermss Spec.
180  Il passivo dogmativzesqe è un passivo permissivo di aspetto duraturo discontinuo abituale:

“perché continuate a lasciarvi imporre dei precetti” (Montanari, Vocabolario, ad vocem dogmativzw;
BDR, Grammatica, 314,1: “vi lasciate imporre delle norme”; Cignelli - Bottini, “Le diatesi I”, 137;
Mateos, El aspecto, 335).
181  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 709 e 711,2a.
182  Per il senso di questa frase cf. A.M. Buscemi, “Una rilettura filologica di Colossesi 2,23”,

LA 57 (2007) 227-250.
183  Aletti, Colossiens, 215-216, l’ha messo bene in evidenza; anzi, parla anche di una nuova

partitio.
184  W. Nauck, “Das ou\n paräneticum”, ZNW 49 (1958) 134-135; Buscemi, Lettera ai Galati,

493-494.

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come un nuovo inizio nel discorso di Paolo. Forse, un tale procedimento, nel mezzo
di un discorso, sembra un po’ strano al lettore moderno, ma era comune nella
retorica antica. Prima di passare da un argumentum ad un altro si era soliti porre o
un’ananéosis o un transitus, per rendere meno brusco il passaggio185; si presentava
una subpropositio, che proponeva in forma nuova la tesi iniziale e la adattava alla
nuova argumentatio, si offriva infine anche una partitio, che presentava i momenti
essenziali o probationes che si intendeva svolgere. Non si tratta, ciò è da sottolineare,
di una nuova propositio da dimostrare, ma di un’ananéosis, cioè di un richiamo
alla propositio principale di 1,9b: i{na plhrwqh'te th;n ejpivgnwsin tou' qelhvmato"
aujtou'. In tal modo, non solo si evitava il frazionamento del discorso, ma soprattutto
si manteneva l’unità essenziale tra le diverse argumentationes illustranti la
propositio principale.
Servendosi di elementi emozionali e razionali186, il transitus di Col 3,1 è molto
interessante da un punto di vista retorico. Così, il richiamo all’«essere risuscitati
con Cristo» nella protasi della realtà ha lo scopo di auditorium movere; è un appel-
lo non discutibile della propria convinzione di fede e sta alla base del proprio eijkov"
o identità cristiana. Di più: è la base portante di quella ejpivgnwsin tou' qelhvmato"
aujtou' di 1,9b. Proprio per questo, l’apodosi, insistendo sempre sull’auditorium
movere, invita i credenti di Colosse ta; a[nw zhtei'te, interpretando in maniera
fedele il passivo permissivo plhrwqh'te di 1,9b come un “ricercare le cose di las-
sù”, via maestra per arrivare alla “piena conoscenza della volontà di Dio”. In tal
modo, il transitus, anche se in termini generali, intende auditorium docere, in
quanto suggerisce un modo concreto di vivere l’esperienza credente dell’«essere
risuscitati con Cristo».
Ciò diviene ancora più evidente nella subpropositio di Col 3,2, dove il ta; a[nw
fronei'te, mh; ta; ejpi; th'" gh'" interpreta “la fede in Cristo”, come già la propo-
sitio principale di 1,9b, in dimensione gnoseologico-esperienziale. In tal senso è
molto significativo l’uso del termine fronevw. Infatti, frovnhsi" è un sinonimo di
sofiva e di suvnesi": la sofiva è il sapere nella forma più alta e carica di senso, la
suvnesi" è la comprensione dell’importanza delle cose, la frovnhsi" è il sapere
individuare le linee pratiche di attuazione di un’idea o di un comportamento reli-
gioso187, la capacità di distinguere ciò che è bene e ciò che è male, il discernimen-
to di ciò che porta alla “conoscenza della volontà di Dio” e di ciò che allontana da
essa. L’ antivqeton kata; kw'lon e kata; ojnomasiva188, d’altra parte, esprime molto
bene il discernimento cristiano tra “le cose di lassù” e “le cose della terra”. Così,
per il credente, avere la frovnhsi" significa mettersi alla sequela di Cristo: “morire

185 
Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 287-288 e 343-345.
186 
Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 344-345.
187  Per l’appartenenza del termine fronevw al vocabolario gnoseologico cf. Thayer, Lexicon, ad

vocem sofiva Sun.; G. Bertram, frhvn, GLNT, XV, 133-174.


188  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 787 e 793-796.

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con lui”, “nascondere con Cristo la propria esistenza” e nello stesso tempo “atten-
dere la sua manifestazione nella gloria”, in modo che anche noi “saremo manife-
stati con lui, che è la nostra vita”.
In questa dinamica di “morire e vivere” si dibatte l’esistenza cristiana e la
partitio di Col 3,3-4 diviene elemento sia di pathos che di concreto insegnamento
epidittico in vista del conseguimento di tale gloria. Anzi, il “morire e vivere con
Cristo” diviene un locus a causa189, usato abbastanza comunemente in un discorso
epidittico, in quanto indica il motivo fondante per agire in un determinato modo.
La vita del cristiano, stando a Col 3,1-4, deve essere regolata in base al kerygma
fondamentale della fede: i credenti sono morti con Cristo a tutto ciò che è terrestre,
ma anche sono risuscitati con Cristo, dal quale attendono la loro gloria futura (3,3-
4)190. Ma sia il “morire e vivere di Cristo” come il “morire e vivere del cristiano
con Cristo” sono azioni stabilite nel passato (cf. gli aoristi: sunhgevrqhte,
ajpeqavnete), per questo il locus a causa si trasforma in locus ex efficientibus o ab
effectis o e[kbasi"191. La terminologia può oscillare secondo l’angolazione di come
si legge il testo: se l’accento viene posto sulla morte e risurrezione di Cristo, allora
dovrebbe essere un locus ex efficientibus, ma se viene posto, come sembra fare il
testo di Col 3,1-4, sull’impegno del cristiano che scaturisce da queste azioni
salvifiche, allora mi sembra che l’agire del cristiano sia una conseguenza dell’azione
salvifica del Cristo, e quindi un locus ab effectis. In base a tale dinamica dell’essere
partecipi al “morire e vivere con Cristo”, la parenesi di Col 3,5-4,6 contiene tre
argumenta ab effectis: Col 3,5-17: spogliarsi dell’uomo vecchio – rivestirsi
dell’uomo nuovo; Col 3,18-4,1: applicazione alla vita familiare; Col 4,2-6: varie
raccomandazioni generali.

1º locus ab effectis: Col 3,5-17: spogliarsi dell’uomo vecchio


– rivestirsi dell’uomo nuovo

L’ou\n metabatico-inferenziale e la parenesi particolareggiata di Col 3,5-16 sono


degli indizi abbastanza rilevanti per porre uno stacco dalla propositio di Col 3,1-4,
che enunciava i due principi antitetici fondamentali: “pensate alle cose dell’alto,
non a quelle della terra”. I due principi, enunciati in 3,4 in forma chiastico-antite-
tica192, sono illustrati a partire dalla parte negativa del chiasmo attraverso un “ca-

189 Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 378-381.


190 Per una simile divisione del testo cf. anche Aletti, Colossiens, 39 e 215-217, che definisce
in diversi modi questo inizio della parenesi: “principes (3,14)” (p. 39), “3,1-4: exhortations
introductives” (p. 215), “exhortations generales et principes” (p. 217). Tali caratterizzazioni, per
quanto aderenti al carattere parenetico della pericope, hanno poco a che fare con la retorica, che in
questi casi usa proprio l’argumentum o locus a causa.
191  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 380-381.
192  Per questa forma letteraria in retorica cf. Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 800-801; e per il

chiasmo nelle forme antitetiche cf. anche §§ 723 e 796.

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talogo di vizi” da evitare, a cui fa seguito nella parte positiva il “catalogo delle
virtù”. L’antitesi tra i due cataloghi, d’altra parte, è collegata al centro attraverso
le immagini dello “svestire l’uomo vecchio” (ajpekdusavmenoi to;n palaio;n
a[nqrwpon) e “rivestire il nuovo” (kai; ejndusavmenoi to;n nevon), determinando una
progressione nel processo di rinnovamento interiore del credente (Col 3,9-10). Un
cambio di pericope lo si registra solo in 3,18 attraverso il vocativo interpellante: aiJ
gunai'ke" e l’introduzione del “codice domestico”.
Dal punto di vista retorico, il primo argumentum ab effectis oscilla tra la evitatio
e l’adeptio193, anche se i due momenti, basati sull’antivqeton kata; duvnamin kai;
ojnomasivan194, sono intimamente connessi tra loro secondo la levxi" ajntikeimevnh195
e riflettono il duplice andamento del kerygma: morire con Cristo, vivere con Cristo196.
In base al “morire con Cristo”, la evitatio riporta un lungo “catalogo di vizi”,
formalmente basato sull’ ajsuvndeton sch'ma197, ma contenutisticamente centrato
sullo “spogliarsi dell’uomo vecchio” (ajpekdusavmenoi to;n palaio;n a[nqrwpon
su;n tai'" pravxesin aujtou') e facente leva sulla necessità di “far morire” (nekrwvsate)
ogni vizio della vita passata (ejn oi|" kai; uJmei'" periepathvsatev pote): fornicazione,
impurità, passione, desiderio cattivo, cupidigia, che è idolatria, ira, animosità,
cattiveria, blasfemia, parlare osceno, menzogna, tutte cose che attirano la collera di
Dio sui figli della disobbedienza (Col 3,5-8). Ma per Paolo la evitatio non basta: il
“morire con Cristo” postula necessariamente il “vivere con lui”, poiché i Colossesi
nel battesimo198 “si sono rivestiti dell’(uomo) nuovo che si lascia rinnovare per la
piena conoscenza (eij" ejpivgnwsin)199 secondo l’immagine di colui che lo ha creato”
(Col 3,10). Proprio per questo, all’evitatio segue l’adeptio, cioè l’impegno a
conseguire ciò che l’ eijkov" cristiano richiede: “lasciarsi riempire della conoscenza
perfetta” (1,9b), in modo che il “rivestirsi dell’uomo nuovo” divenga un continuo
“rinnovarsi secondo l’immagine di colui che lo ha creato”. Tale rinnovamento deve
essere così profondo, che deve sorpassare ogni differenza di razza (”Ellhn kai;

193  Lausberg, Literary Rhetoric, § 379.


194  Tale antivqeton, stabilito su una progressione di parole antitetiche, nel caso specifico
“spogliarsi-rivestirsi”, era considerato dai retori come la migliore forma dell’antivqeton (Lausberg,
Literary Rhetoric, §§ 795-796).
195  Si tratta di un contrasto forte e immediato all’interno di una determinata parte del discorso

(cf. Lausberg, Literary Rhetoric, § 943).


196  Cf. in questo senso anche Aletti, Colossiens, 223-224; S. Cipriani, Le lettere di Paolo, As-

sisi 1965, 526.


197  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 709-711: si tratta precisamente di un asindeto per accumu-

lazione di singole parole (Lausberg, Literary Rhetoric, § 711,1a).


198  Il richiamo al battesimo si può stabilire sia in base a Col 2,12, dove si dice che i Colossesi

“sono stati sepolti con lui (Cristo) nel battesimo, nel quale anche siete stati risuscitati per la fede
nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti”, sia in base al collegamento che Paolo stabilisce
tra il battesimo e il “rivestirsi di Cristo” (cf. Gal 3,27).
199  L’eij" ejpivgnwsin kat∆ eijkovna tou' ktivsanto" aujtovn è un chiaro richiamo alla propositio

principale di Col 1,9b.

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132 Alfio Marcello Buscemi

∆Ioudai'o"), di religione (peritomh; kai; ajkrobustiva), di condizione sociale


(bavrbaro", Skuvqh", dou'lo", ejleuvqero") fino al punto che “tutto e in tutti è Cristo”
(3,10-11). Ma l’adeptio non investe soltanto “l’essere” del credente, ma anche e
soprattutto il suo agire, per questo in antivqeton e ancora secondo l’ ajsuvndeton
sch'ma viene presentato un “catalogo di virtù”: rivestirsi di sentimenti di misericordia,
di benignità, di umiltà, di mansuetudine, di longanimità, perdonarsi a vicenda “come
anche Cristo li ha perdonati” e al di sopra di tutto “rivestirsi dell’amore, che è il
vincolo della perfezione” e “far regnare la pace” in modo che la Chiesa sia sempre
unita (3,12b-15). Tali topoi della parenesi cristiana200, ereditati dallo stoicismo
mediante la mediazione dei libri sapienziali201, nell’argomentazione retorica
rappresentano dei loci communes o koinoi; tovpoi202, nei quali tutta la comunità si
riconosce, rendendo il discorso credibile e l’esortazione adatta a realizzare l’adeptio,
intesa come immedesimazione totale del proprio “essere in Cristo”. L’accento,
pertanto, nelle intenzioni di Paolo o nel suo munus docendi, cade proprio su tale
adeptio e vuole portare i Colossessi alla metabolhv, o più precisamente verso una
ajnagnwvrisi", cioè verso un riconoscimento che porta ad un cambio tempestivo e
deciso del proprio comportamento esistenziale in modo da uniformarsi totalmente
a Cristo203. Tale cambiamento deve avere anche un riflesso nella vita comunitaria,
specialmente nell’azione liturgica, in modo che la liturgia divenga un luogo
privilegiato di crescita spirituale: “La parola di Cristo dimori in voi abbondantemente,
con ogni sapienza, insegnando e ammaestrandovi gli uni agli altri, con salmi, inni,
canti spirituali, cantando con grazia/per impulso della grazia nei vostri cuori a Dio”
(3,16)204. Ma l’adeptio raggiunge il suo culmine solo quando il credente impronta
tutta la sua condotta di vita, essere e agire, a Cristo: “Tutto ciò che fate, sia in parola,
sia in opera, tutto (fate) in nome di Cristo Gesù, ringraziando Dio Padre per mezzo
di lui” (3,17).

2º locus ab effectis: Col 3,18-4,1: il codice familiare

Non vi è problema nello stabilire l’unità di Col 3,18-4,1, dato che il genere lettera-
rio del “codice domestico”205 dà alla pericope un’impronta particolare, ben distin-

200  Cf. soprattutto O’Brien, Colossians, 179.


201  Le ipotesi sono diverse cf. O’Brien, Colossians, 179.
202  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 374 e 407-409.
203  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 1209-1211.
204  Per l’importanza di Col 3,16 nella ricostruzione delle origini della liturgia nelle comunità

paoline cf. Buscemi, Gli inni di Paolo, 6-9.


205  La bibliografia sui ‘codici domestici’ è immensa. Citiamo solo qualche titolo più recente:

J.E. Crouch, The Origin and Intention of the Colossian Haustafel (FRLANT 109), Göttingen 1972;
D.C. Verner, The Household of God. The Social World of the Pastoral Epistles (SBL DS 71), Chico
1983. E. Bosetti, “Codici familiari: storia della ricerca e prospettive”, RivBibIt 35 (1987) 129-179;
G. Strecker, “Die neutestamentlichen Haustafeln (Kol 3,18-4,1 und Eph 5,22-6,9)”, in H. Merklein

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La struttura retorica della Lettera ai Colossesi 133

guibile sia da ciò che precede (Col 3,5-17) che da ciò che segue (Col 4,2-6). La
pericope, poi, procede secondo il ritmo binario delle coppie, secondo il tipico or-
dinamento (tavxi") greco-romano o giudaico-ellenistico: “mogli-mariti” (Col 3,18-
19), “figli-genitori” (Col 3,20-21) e “servi-padroni” (Col 3,22-4,1). Quest’ultimo
elemento risulta molto più elaborato, in quanto al centro del rapporto sono state
poste delle osservazioni a carattere generali (Col 3,23-25), che a prima vista sem-
brano riguardare i “servi”, ma ad un’attenta considerazione potrebbero essere va-
lide anche per i “padroni”. Tale esortazione, nel suo insieme, risulta come un’ap-
plicazione particolare della subpropositio di Col 3,4: ta; a[nw fronei'te, mh; ta;
ejpi; th'" gh'". Il forte asindeto di Col 4,2, d’altra parte, e l’introduzione del tema
sulla “perseveranza nella preghiera” mostrano un cambio deciso di prospettiva e
quindi la fine del “codice domestico” e l’inizio di una nuova pericope.
L’argumentum ab effectis in Col 3,18-4,1, applicato al “codice domestico”, non
si presenta isolato, ma coniugato con l’argumentum a persona206, in quanto i vo-
cativi interpellanti di ciascuna coppia: aiJ gunai'ke" - oiJ a[ndre", ta; tevkna - oiJ
patevre", oiJ dou'loi - oiJ kuvrioi non appartengono all’argumentum a causa, ma
bensì all’argumentum a persona, in quanto definiscono la condicio o status socia-
le207 dei diversi membri della comunità familiare: moglie e marito, figli e genitori,
servi e padroni. Lo schema retorico che ne risulta è uguale per ciascuna coppia del
“codice familiare”: vocativo interpellante: prima quello del membro ritenuto più
debole nel rapporto di coppia (aiJ gunai'ke", ta; tevkna, oiJ dou'loi) e poi quello
ritenuto più forte e superiore (oiJ a[ndre", oiJ patevre", oiJ kuvrioi), esortazione
espressa all’imperativo presente (uJpotavssesqe - ajgapa'te kai; mh; pikraivnesqe,
uJpakouvete - mh; ejreqivzete, uJpakouvete - parevcesqe), motivazione profonda a
/ , tou'to ga;r eujarv estovn ejstin ejn
carattere religioso (wJ" ajnh'ken ejn kurivw208
kurivw/ i{na mh; ajqumw'sin, fobouvmenoi to;n kuvrion, eijdovte" o{ti kai; uJmei'" e[cete
kuvrion ejn oujranw')/ . L’imperativo fa riferimento al locus a causa o ab effectis o
e[kbasi"209: l’eijkov" cristiano di ciascun membro della famiglia; la motivazione
religiosa, invece, al locus ex efficientibus, in quanto si rifà ai loci communes che
stanno a fondamento dell’eijkov" cristiano210. I membri della relazione all’interno
della coppia sono posti in chiasmo211:

(ed.), Neues Testament und Ethik. Für R. Schnackenburg, Freiburg etc. 1989, 349-375; A. Niccacci,
“Sfondo sapienziale dell’etica dei codici domestici neotestamentari”, in L. Padovese (ed.), Atti del
II Simposio di Tarso su S. Paolo Apostolo, Roma 1994, 43-72.
206  Lausberg, Literary Rhetoric, § 376,9.
207  Lausberg, Literary Rhetoric, § 376,9.
208  Nella prima coppia la motivazione del comportamento viene data solo nella prima parte,

creando un piccolo scompenso formale, ma viene rimpiazzato da una seconda esortazione.


209  Lausberg, Literary Rhetoric, § 381.
210  Lausberg, Literary Rhetoric, § 379.
211  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 800-801.

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134 Alfio Marcello Buscemi

Col 3,18-19: aiJ gunai'ke", uJpotavssesqe toi'" ajndravsin


oiJ a[ndre", ajgapa'te ta;" gunai'ka"
Col 3,20-21: ta; tevkna, uJpakouvete toi'" goneu'sin
oiJ patevre", mh; ejreqivzete ta; tevkna uJmw'n
Col 3,22.4,1: OiJ dou'loi, uJpakouvete ... toi'" kata; savrka kurivoi"
OiJ kuvrioi, to; divkaion kai; th;n ijsovthta toi'" douvloi"...

Si noti, poi, che all’interno dell’ultimo chiasmo, in Col 3,23-25, viene posta un’am-
plificatio motivante. Tutti questi elementi hanno una funzione docendi et movendi,
in quanto debbono auditorium attentum parare212 e auditorium docilem parare213,
ma soprattutto debbono stimolare l’h\qo" del credente214, cioè quella persuasione
intima che lo induce a realizzare nel suo ambiente familiare, con coerenza e deci-
sione, la sua convinzione di fede, la sua partecipazione al “vivere con Cristo”.
Tenuto conto di ciò, la prima esortazione di Col 3,18 è composta da un vocativo
interpellante: aiJ gunai'ke", che presenta la condicio o status sociale della moglie
all’interno della tavxi" familiare215, dall’esortazione a “subordinarsi al marito” secon-
do la tavxi" allora vigente216, da una motivazione di chiara marca epidittico-religiosa:
wJ" ajnh'ken ejn kurivw,/ cioè “come sarebbe/perché sarebbe conveniente nel Signore/
secondo l’insegnamento del Signore”217. L’accento dell’esortazione cade proprio su
questa motivazione a carattere cristologico, che non solo passa dal locus a persona
al locus ab effectis, ma anche intende sostenere l’ h\qo" delle mogli cristiane all’inter-
no del tovpo" familiare e gli fa realizzare la loro “chiamata” di mogli credenti.
Parallela a quella delle mogli, l’esortazione ai mariti è composta dal vocativo
interpellante: oiJ a[ndre", e da un duplice comando: uno positivo formato da un

212  Cf. Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 269-271.


213  Cf. Lausberg, Literary Rhetoric, § 272
214  Cf. Lausberg, Literary Rhetoric, § 257,2a.
215  Cf. Lausberg, Literary Rhetoric, § 376,9
216  Mi sembra che tale elemento non sia determinante nello svolgimento del pensiero di Paolo.

La tavxi", infatti, potrebbe anche essere diversa (per esempio: l’uguaglianza del rapporto), ma la
condicio o status sociale della moglie rimane, come rimane la motivazione epidittico-religiosa che
deve guidare il rapporto marito-moglie.
217  La congiunzione wJ" può essere interpretata o come congiunzione subordinante correlativo-

comparativa: “come sarebbe conveniente” (Smyth, Greek Grammar, 2990; Viteau, Étude, I, 240;
BAGD, Lexicon, ad vocem wJ" I,1) o come congiunzione subordinante causale: “in quanto/poiché
sarebbe conveniente” (Smyth, Greek Grammar, 3000; Winer - Moulton, A Grammar, 561; BDR,
Grammatica, 453,2; BAGD, Lexicon, ad vocem wJ" 3aa). In quanto, poi, all’imperfetto, senza a[n, al
posto dell’ottativo potenziale, nelle espressioni di necessità, di obbligo o di possibilità indica che
qualcosa di necessario “avrebbe dovuto accadere”, ma di fatto non era accadduto (cf. Smyth, Greek
Grammar, 1774-1779; Viteau, Étude, I, 39,1; Winer - Moulton, A Grammar, 338; BDR, Gram-
matica, 358,2.3; Zerwick, Graecitas, 356; Turner, Syntax, 90). Meno probabile mi sembra parlare
di una “ipotetica della irrealtà” (come suggerisce Zerwick, Analysis, 453 come seconda ipotesi),
dato che in questo caso l’imperfetto senza a[n si trova nell’apodosi e non nella protasi. A motivo di
ciò, in italiano va usato il condizionale: “come/perché sarebbe conveniente”.

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La struttura retorica della Lettera ai Colossesi 135

imperativo iussivo confermativo: ajgapa'te ta;" gunai'ka", che esorta a “continuare


ad amare le proprie mogli”218, e uno negativo formato da un imperativo
interruttivo219: kai; mh; pikraivnesqe pro;" aujtav", che mette in guardia dal
compiere un atto o di continuare a fare qualcosa: “e smettetela di adirarvi contro di
esse”220. Non esiste qui una motivazione epidittico-religiosa di sostegno, ma
l’ajntivteqon kata; kw'lon assume un’evidente funzione epidittica nei confronti dei
mariti: da una parte riguarda l’auditorium monere, cioè l’ammonizione a rispettare
la propria moglie, ma dall’altra l’auditorio prodesse, cioè un’esortazione per evitare
tutto ciò che può incrinare il rapporto coniugale; entrambi fanno parte del munus
docendi dell’apostolo e si basano sul locus ab effectis. Infatti, l’uso del verbo
ajgapavw, invece che filostorgevw, fa parte di un insegnamento che ha un evidente
riferimento all’eijkov" cristiano del marito ed esso rompe con la tavxi" della
legislazione greco-romana e ellenistico-giudaica e indica al credente un
comportamento più coerente con la sua vita di cristiano.
L’asyndeton introduce una nuova esortazione, riguardante il rapporto tevkna -
patevre", e che continua il locus a persona, basato ancora sulla condicio dei mem-
bri della famiglia e sulla tavxi" che la regola. Ad essere interpellati per primi sono
ta; tevkna, cioè la parte considerata più fragile nel rapporto. Lo schema non cam-
bia: il vocativo ta; tevkna, che pone in evidenza la condicio sociale dei figli rispet-
to ai goneu'sin, richiama il rapporto parentale tra genitori e figli secondo la tavxi"
greco-romano in particolare e quella abbastanza comune dell’antichità in genere;
inoltre, il passaggio da gonei'" a patevre" nella seconda parte dell’esortazione met-
te in primo piano la funzione che il pathvr ha nella formazione dei figli. Ad esso
segue l’imperativo iussivo confermativo: uJpakouvete, avente aspetto duraturo di-
scontinuo iterativo o abituale: “continuate ad obbedire ai genitori in ogni cosa”221,
e una motivazione epidittico-religiosa: tou'to ga;r eujarv estovn ejstin ejn kurivw./
Ancora una volta l’accento è posto su questa motivazione cristologica, passando
anche qui dal locus a persona a quello ab effectis e indicando ai “figli” che un
giusto rapporto con i genitori (tou'to) lo si può stabilire solo se si ha un giusto
rapporto con Cristo: in lui si diviene graditi ai genitori e a Cristo stesso222.
L’esortazione di Col 3,21 inizia con il vocativo interpellante oiJ patevre", che
non si riferisce solo ai “padri”, ma ai goneu'sin, cioè ai “genitori”, mettendo in
evidenza il ruolo primario che l’educazione greco-romana, e in genere quella antica,

218  Mateos, El aspecto, 126, dato che è impensabile che i mariti cristiani non osservassero il

precetto dell’amore; se fosse stato diversamente, penso che Paolo avrebbe usato qualche forma
dell’imperativo interruttivo, che d’altra parte ricorre subito dopo.
219  Mateos, El aspecto, 353.
220  Smyth, Greek Grammar, 1840; Viteau, Étude, I, 73b; BDR, Grammatica, 336,2c.
221  Mateos, El aspecto, 351.
222  Cf. le osservazioni di W. Foerster, ajrevskw, GLNT, I, 1211-1213 e 1217. Una variante, so-

stenuta da 0198 81 326 629 630 945 1241 e al (a) vgmss Cl Ambst, pone il dativo tw/' kurivw,/ sem-
plificando molto il senso, ma aiutando nell’interpretazione.

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136 Alfio Marcello Buscemi

attribuiva al paterfamilias. Così, dal punto di vista retorico, il vocativo oiJ patevre"
mette in evidenza sia la condicio sociale dei genitori nella tavxi" familiare del tem-
po sia il loro ruolo di educatori dei propri figli. L’imperativo iussivo interruttivo mh;
ejreqivzete: “non continuate a/smettetela di irritare i vostri figli”223, è molto interes-
sante dal punto di vista della tavxi" greco-romana, dato che i genitori erano abba-
stanza severi verso i propri figli e il padre poteva usare qualsiasi mezzo per costrin-
gere i figli ad essere docili. È evidente che con ciò il rapporto “genitori-figli” spes-
so diveniva teso e suscitava delle contese224, dell’irritazione; ma è anche chiaro che
a farne le spese erano i giovani. Paolo, pertanto, esorta i “genitori” a non spingere
la loro severità fino al punto di contristare i propri figli e ne dà anche la motivazio-
ne: i{na mh; ajqumw'sin, passando così dal locus a persona al locus ab effectis. Inol-
tre, con tale tocco di delicatezza, l’apostolo imprime al suo docere una carica di
forte emotività, tanto da trasformare il comando in un monere e favorire l’h\qo", che
vieta ai genitori di “contristare i figli” e di sostenerli nella loro crescita.
Più complessa si presenta l’esortazione di Col 3,22-4,1, che da un punto di vista
strutturale si presenta in tre parti:
a) Col 3,22: esortazione ai servi
b) Col 3,23-25: massime generali aggiunte all’esortazione ai servi
c) Col 4,1: esortazione ai padroni.
Tale suddivisione letteraria viene confermata dall’analisi retorica, secondo la
quale lo schema bipartito dell’esortazione alla coppia dou'loi - kuvrioi è completato
al centro da un’amplificatio sotto forma di incrementum225, connesso in modo
esemplificativo-negativo al concetto del “non obbedire per impressionare o per
compiacere gli uomini” e in maniera esemplificativo-positiva alla motivazione
epidittico-cristologica del “servire a Cristo Signore”. Un’attenta analisi di tale in-
crementum con al centro l’affermazione tw/' kurivw/ Cristw/' douleuvete è molto
interessante, in quanto l’elemento cristologico diviene il punto di contatto tra l’ob-
bedienza dei servi ai loro padroni e il rispetto dei padroni verso i propri servi; en-
trambi, nel rispetto dei propri doveri “servono a Cristo Signore”. In base a ciò, le
due massime dei vv. 23 e 25 sono talmente a carattere generale che possono esse-
re applicate sia ai servi che ai padroni, mentre “la promessa dell’eredità” diviene
realtà se i servi e i padroni operano bene secondo la propria condicio sociale. Mi
sembra, quindi, che tale incrementum abbia una doppia funzione retorica: da una
parte Paolo esercita il suo munus docendi o monendi226 nei confronti di tutti i cre-

223  Mateos, El aspecto, 353.


224  Il verbo deverbativo causativo ejreqivzw, derivato da ejrevqw: “fare contesa”, “irritare” (Rocci,
Vocabolario, ad vocem ejreqivzw; Thayer, Lexicon, ad vocem ejreqivzw) deriva sostanzialmente da
e[ri": “contesa” e quindi allude al fatto che certi rimproveri suscitavano malumori e liti in
famiglia.
225  Lausberg, Literary Rhetoric, § 403.
226  Lausberg, Literary Rhetoric, § 257.1.

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La struttura retorica della Lettera ai Colossesi 137

denti della comunità cristiana di Colosse attraverso una forte motivazione cristolo-
gica rafforzante il loro eijkov" cristiano, dall’altra cerca attraverso tale motivazione
di stimolare la famiglia cristiana a vivere un rapporto di intenso pathos di comu-
nione fraterna, meglio a vivere in un profondo e costante h\qo" che si alimenta nel
comune servizio a Cristo Signore.
Lo schema dell’esortazione di Col 3,22 è alquanto variato rispetto alle altre
esortazioni riservate alla parte più debole del rapporto familiare: il vocativo inter-
pellante oiJ dou'loi rimane e pone in evidenza la condicio sociale dei “servi”;
l’esortazione è molto complessa: viene espressa prima con un imperativo iussivo
confermativo uJpakouvete, avente aspetto duraturo discontinuo iterativo o abituale:
“continuate ad obbedire”227, poi da una proposizione indipendente volitiva impe-
rativale ellittica (uJpakouvete), che mette in guardia dal compiere un atto o di con-
tinuarlo a fare228 in un determinato modo: dall’obbedire ejn ojfqalmodouliva2/ 29, da
una proposizione comparativa230 ellittica (uJpakouvousin): “come obbediscono co-
loro che cercano di piacere agli uomini”231, e da una proposizione antitetica ellitti-
ca di uJpakouvete: antitetica nella forma, ma positiva nel contenuto232 e quindi con
valore ascensivo: “ma piuttosto servite”233 “con semplicità di cuore”234 e “temen-
do/con il temere il Signore”235; entrambe queste due modalità si oppongono al
servire ejn ojfqalmodouliva,/ cioè “non (obbedite) con un servizio che attrae l’occhio
(cioè, l’attenzione)/per impressionare”. Il richiamo al fobouvmenoi to;n kuvrion non
è una semplice modalità, ma ha anche una valenza motivante: “perché voi temete
Dio”236, facendo passare l’argomentazione dal locus a persona al locus ex efficien-

227  Mateos, El aspecto, 351.


228  Smyth, Greek Grammar, 1840; Viteau, Étude, I, 73b; BDR, Grammatica, 336,2c.
229  L’espressione ejn ojfqalmodouliva/ esprime qui un complemento di stato in luogo circostan-

ziale modale: “non (obbedite) con un servizio che attrae l’occhio/l’attenzione” = “per/in modo da
impressionare” (cf. Smyth, Greek Grammar, 1687,1c; BDR, Grammatica, 219,4,4; Buscemi, L’uso
delle preposizioni, 56; BAGD, Lexicon, ad vocem ejn III,2; Thayer, Lexicon, ad vocem ejn I,5e).
230  Smyth, Greek Grammar, 2462; Viteau, Étude, I, 240b; BDR, Grammatica, 453;
231  Montanari, Vocabolario, ad vocem wJ" IAf; Smyth, Greek Grammar, 910a e 2992-2993;

BDR, Grammatica, 145 e 453,4; Zerwick, Analysis, 452; BAGD, Lexicon, ad vocem wJ" 3ag;
Thayer, Lexicon, ad vocem wJ" I,2d.
232  Smyth, Greek Grammar, 2776.
233  BDR, Grammatica, 448,1; BAGD, Lexicon, ad vocem ajllav 4b; Thayer, Lexicon, ad vocem

ajllav II,1.
234  L’espressione ejn aJplovthti esprime qui un complemento di stato in luogo circostanziale

modale: “ma (obbedite) con semplicità di cuore” (cf. Smyth, Greek Grammar, 1687,1c; BDR,
Grammatica, 219,4,4; Buscemi, L’uso delle preposizioni, 56; BAGD, Lexicon, ad vocem ejn III,2;
Thayer, Lexicon, ad vocem ejn I,5e).
235  Il participio fobouvmenoi si può interpretare in senso modale: “temendo il Signore” (Smyth,

Greek Grammar, 2062-2063; Viteau, Étude, I, 297; BDR, Grammatica, 418,5a), avente aspetto
duraturo continuo di azione simultanea a quella della principale (Mateos, El aspecto, 133).
236  Il participio fobouvmenoi può essere interpretato anche in senso causale: “poiché temete il Si-

gnore” (Smyth, Greek Grammar, 2064; Viteau, Étude, I, 300; BDR, Grammatica, 418,1), avente
aspetto duraturo continuo di azione concomitante a quella della principale (Mateos, El aspecto, 133).

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138 Alfio Marcello Buscemi

tibus: i servi credenti trovano nel loro eijkov" cristiano una motivazione forte per un
comportamento rispettoso dei loro padroni.
Anche lo schema dell’esortazione di Col 4,1 è alquanto variato rispetto alle altre
esortazioni riservate alla parte più forte del rapporto familiare: il vocativo interpellante
oiJ kuvrioi rimane e pone in evidenza la condicio sociale dei “padroni”, l’esortazione
è espressa dall’imperativo iussivo, avente aspetto duraturo discontinuo iterativo o
abituale: “rendete spontaneamente di volta in volta il giusto e l’equità”237; sia
l’oggetto diretto: to; divkaion kai; th;n ijsovthta che l’oggetto indiretto: toi'"
douvloi" sono posti in prolessi238, conferendo una certa enfasi al comando; inoltre,
parevcesqe è un medio dinamico indiretto: “rendere spontaneamente o con la vostra
propria autorità”239, che sottolinea che i padroni, se lo vogliono, possono concedere
senza problemi ciò che è dovuto ai servi. Sia la prolessi che la forma medio dinamica
del verbo hanno una funzione epidittica evidente: intendono auditorium movere; i
padroni cristiani sono invitati a riflettere sulla loro condotta nei confronti dei propri
servi. Proprio per questo, l’esortazione viene confermata attraverso una motivazione
cristologica, tratta dalla propria esperienza di fede (eijdovte": “poiché sapete240
perfettamente241”). La motivazione è ancora cristologica: sia i servi che i padroni
servono a Cristo Signore (Col 3,24) e dinanzi a lui non c’è proswpolhmyiva, egli
“non fa preferenze di persone” (Col 3,25).

La peroratio: Col 4,2-6

A prima vista, il contenuto di questa breve pericope sembra rivolto a presentare dei
topoi liberi della parenesi paolina: la preghiera, il ringraziamento, la vigilanza, il com-
portarsi in maniera sapiente, il tenere un discorso condito di grazia e di sapore. Il colle-
gamento tra questi topoi parenetici è minimo. Ad uno sguardo più attento, però, il rife-
rimento a tali topoi non è casuale, ma voluto. Essi, infatti, riprendono temi già svolti
lungo la lettera e il brano ha una funzione di ajnavmnhsi", cioè deve richiamare alla
mente dei credenti di Colosse i temi trattati nella lettera e suscitare in chi legge un ulti-
mo sentimento di adesione all’insegnamento proposto dall’apostolo242. In altre parole,
Col 4,2-6 è la peroratio della Lettera ai Colossesi, che in pochi versetti (brevitas) accu-
mula diversi temi (recapitulatio) e cerca per l’ultima volta di auditorium movere243.

237  Mateos, El aspecto, 270.


238  Per la prolessi cf. Smyth, Greek Grammar, 3045; BDR, Grammatica, 476; Buscemi, “La
prolessi”, 48-49.
239  Rocci, Vocabolario, ad vocem parevcw M a; Thayer, Lexicon, ad vocem parevcw 2; Cignel-

li - Bottini, “Le diatesi II”, 239-242.


240  Si tratta di un participio congiunto di valore causale di azione anteriore a quella della prin-

cipale (Smyth, Greek Grammar, 2064; Viteau, Étude, I, 300; BDR, Grammatica, 418,1).
241  Mateos, El aspecto, 160.
242  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 432-433.
243  Sulla funzione della peroratio nel discorso retorico in generale e in quello epidittico in

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La struttura retorica della Lettera ai Colossesi 139

La prima funzione della peroratio, legata all’ei\do" praktikovn244, è quella del-


la recapitulatio o ajnakefalaivwsi", che, servendosi dell’ajnavmnhsi", ripresenta
all’uditorio i punti salienti di un discorso o di uno scritto. In Col 4,2-6 si notano
diverse riprese letterarie significative.
- Il tema della perseveranza nella preghiera (4,2a; 4,3-4): il termine th/' proseuch/'
con articolo determinativo anaforico e il participio congiunto modale proseucovmenoi
riprendono Col 1,3 e 1,9, ma con una prospettiva diversa: la preghiera costante (ouj
pauovmeqa proseucovmenoi) di Paolo per i credenti di Colosse, i quali ora sono
invitati ad essere perseveranti nel pregare per il loro apostolo, affinché Dio apra
una porta alla parola in modo da annunciare in maniera adeguata il mistero di Cristo
(Col 4,3b-4).
- Il tema del ringraziamento (4,2b): è strettamente collegato al tema della pre-
ghiera: grhgorou'nte" ejn aujth/' ejn eujcaristiva./ Tale collegamento è già presen-
te in Col 1,3: eujcaristou'men... proseucovmenoi, mentre in Col 2,7 i Colossesi
sono invitati a camminare perisseuvonte" ejn eujcaristiva./ Il ringraziamento deve
essere rivolto a Dio Padre (Col 1,3.12; 3,17) per mezzo di Gesù Cristo (Col 3,17)
a motivo della sua opera di salvezza a nostro favore (Col 1,12). Ciò è molto impor-
tante, in quanto facendo riferimento alla prima prova dell’argomentazione paolina
(l’opera del Padre e la mediazione di Cristo) ci pone dinanzi ad un elemento fon-
damentale della propositio di Col 1,9: la piena conoscenza del qevlhma tou' qeou'
e in conseguenza il ringraziamento che ne deriva.
- Il tema della manifestazione del mistero di Cristo: di esso si parla in Col 1,26
come del “mistero nascosto dai secoli e dalle generazioni”, ma che nel tempo pre-
sente “è stato manifestato ai santi”; in Col 1,27 “questo mistero” viene personifica-
to con un’efficace epesegesi245: “cioè Cristo tra voi”; infine, lo stesso fenomeno
dell’epesegesi si registra in Col 2,2 il cuore dei Colossesi è consolato in vista della
piena e profonda conoscenza “del mistero di Dio, cioè di Cristo”. Anzi, a motivo di
tale conoscenza e con una paronomasia organica246, il mistero ha un’applicazione
concreta nella vita dei credenti di Colosse: “quando il Cristo si manifesterà”, allora
anche i credenti “saranno manifestati nella gloria”. Sia l’epesegesi che la parono-
masia hanno qui una forte componente emotiva247 e, quindi, non hanno solo una
funzione di ajnavmnhsi", ma vogliono suscitare anche il pathos dell’uditorio.
- Il tema del “camminare con saggezza” (Col 4,5a): in Col 1,10, cioè nella pro-
positio principale della lettera, tale tema lo si trova nella forma del “camminare in

particolare cf. Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 434-435.


244  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 432 e 434.
245  Per quanto il termine epesegesi sia molto comune nel nostro parlare, in effetti in retorica la

si tratta come un’expolitio, cioè un’aggiunta (adiectio) che tende a spiegare meglio il pensiero
dell’autore e a renderlo più chiaro al proprio uditorio (Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 830-838).
246  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 637-638
247  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 638 e 838.

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140 Alfio Marcello Buscemi

maniera degna del Signore”, indicando anche il modo di tale camminare: “portan-
do frutti in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio”; qui in Col 4,5
viene finalizzato a dare buon esempio soprattutto “a quelli di fuori” e approfittando
del tempo opportuno. Il tema lo si trova ancora in Col 2,6 dove i credenti sono
invitati a “camminare nel Signore”, coerentemente all’insegnamento ricevuto e
rifiutando il modo di “camminare di una volta” (Col 3,7). Proprio per questo mi
sembra che l’accento dell’espressione: “camminare con saggezza” cade proprio sul
sintagma preposizionale: ejn sofiva./ Esso si trova nella propositio principale di Col
1,9: i credenti debbono riempirsi della conoscenza della volontà di Dio ejn pavsh/
sofiva/ kai; sunevsei pneumatikh/,' in modo da poter insegnare, come l’apostolo,
“ad ogni uomo con ogni sapienza” (Col 1,28), poter annunciare che nel Cristo
Gesù “sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza” (Col 2,3) e
rifiutare tutto ciò che ha solo apparenza di sapienza (Col 2,23). A motivo di ciò, il
lovgo" tou' Cristou' deve abitare in essi, così da potersi istruire e ammaestrare gli
uni gli altri in maniera sapiente (Col 3,16), anzi deve informare tutto il loro parlare
e agire (pa'n o{ ti ejan; poih'te ejn lovgw/ h] ejn e[rgw/) (Col 3,17). Solo agendo
così, essi potranno “conoscere in pienezza la grazia di Dio nella verità” (ejpevgnwte
th;n cavrin tou' qeou' ejn ajlhqeiva)/ (Col 1,2.6; 3,16c).
Ma la funzione della peroratio non si esaurisce nell’ei\do" praktikovn della
recapitulatio o ajnakefalaivwsi", ma continua nell’ei\do" paqhtikovn248 della
conquestio249 per attirarsi la simpatia del proprio uditorio e coinvolgerlo nella
realizzazione del proprio eijkov" cristiano. A tale proposito, mi sembrano molto
interessanti sia la finale i{na oJ qeo;" ajnoivxh/ hJmi'n quvran tou' lovgou (“affinché
Dio ci apra la porta della parola”) che la relativa di∆ o} kai; devdemai (“per il quale
anche mi trovo imprigionato”) di Col 4,3: esse tentano di coinvolgere emotivamente
l’uditorio alla difficile missione dell’apostolo nell’annunciare il mistero di Cristo.
In verità, non si richiede tanto una commiseratio, quanto quell’ e[leo" cristiano che
si immedesima nelle peripezie dell’apostolo e lo aiuta con la preghiera (Col 4,2-3).
Anche l’aggiunta comparativa o causale wJ" dei' me lalh'sai (“come/poiché è
necessario che io ne parli) ha una funzione emotiva di conquestio: la preghiera dei
Colossessi deve infondere a Paolo il coraggio di manifestare il mistero di Cristo in
pienezza, con tutta l’audacia e parresia che un tale annuncio richiede. Ma il
coinvolgimento dei Colossesi diviene ancora più evidente in Col 4,6, dove l’apostolo
li invita ad essere “apostoli”: la loro parola deve essere offerta sempre con grazia,
condita con il sale della saggezza, in modo da saper illuminare gli altri e guidarli
nella conoscenza di Cristo.
Il postscriptum di Col 4,7-18 chiude questa Lettera ai Colossesi. Come già nel
praescriptum, anche nel postscriptum, oltre agli elementi classici dei postscripta

248  Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 433 e 436-437.


249  Lausberg, Literary Rhetoric, § 439.

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paolini: saluti e notizie varie sulla sua persona e quella dei suoi collaboratori, si
possono trovare anche elementi caratteristici della peroratio. Così, l’appello:
“ricordatevi delle mie catene” (4,18b) e l’augurio: “la grazia sia con voi” sono
proprio sulla linea della conquestio. Il primo è, infatti, improntato alla mnhvmh o
ajnagnwvrisi"250 e ha lo scopo di suscitare nell’auditorium un certo e[leo"251, mentre
l’augurio che invoca la grazia divina intende suscitare un certo pathos nell’auditorium
e indicare al credente la sorgente profonda da cui scaturisce il suo eijkov", la grazia
che proviene da Cristo che ci ha riconciliati con Dio (1,20). Inoltre, in Col 4,12b-c,
sia la participiale: pavntote ajgwnizovmeno" uJpe;r uJmw'n ejn tai'" proseucai'" sia
la finale: i{na staqh'te tevleioi kai; peplhroforhmevnoi ejn panti; qelhvmati
tou' qeou' hanno anch’esse una funzione evocativa e vogliono suscitare un profondo
pathos nell’uditorio, in modo che apprezzi gli esempi dei testimoni che operano tra
loro e in favore della loro fede.

Alfio Marcello Buscemi


Studium Biblicum Franciscanum, Jerusalem

250  Cf. Lausberg, Literary Rhetoric, §§ 1213-1214.


251  Cf. Lausberg, Literary Rhetoric, § 439.

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