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Review

Author(s): Francesco Caparrotta


Review by: Francesco Caparrotta
Source: Rhetorica: A Journal of the History of Rhetoric, Vol. 29, No. 4 (Autumn 2011), pp.
446-452
Published by: University of California Press on behalf of the International Society for the
History of Rhetoric
Stable URL: http://www.jstor.org/stable/10.1525/rh.2011.29.4.446
Accessed: 25-06-2016 04:48 UTC

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446 RHETORICA

Francesca Piazza, Linguaggio, persuasione e verità. La retorica nel Nove-


cento, Roma: Carocci, 2004. 193 pp. ISBN 8843032089; La Retorica di
Aristotele. Introduzione alla lettura, Roma: Carocci 2008. 184 pp. ISBN
8843046861

Frutto di un lungo percorso di studi, questi due libri costituiscono una


coppia perfettamente complementare, particolarmente utile per chi voglia
approfondire il rapporto fra le teorie retoriche contemporanee e il modello
della retorica antica.
L’autrice (d’ora in poi P.), docente di Filosofia del linguaggio presso
l’Università di Palermo, si è dedicata ad una duplice impresa. Nel primo
libro traccia una rassegna ragionata delle teorie retoriche novecentesche, con
l’intento di mettere in discussione la tradizione plurisecolare che, vedendo
ben distinte (al limite, opposte) la funzione informativa e quella persuasiva
del linguaggio, oppone la persuasione alla verità. Per P. il superamento di
questa opposizione può venire dalla retorica classica, e in particolare da
quella aristotelica, a patto che di essa si colga appieno la portata teorica. Ed è
proprio a questa ultima finalità che intende assolvere il secondo volume. P. è
convinta che la vitalità teorica della Retorica aristotelica scaturisca proprio
da un’interpretazione storicamente (filologicamente, diremmo) rigorosa e
“organica.”
P. esordisce in Linguaggio, persuasione e verità affermando che la retorica è
un “luogo di riflessione filosofica” proprio in virtù del rapporto che si stabili-
sce fra l’agire linguistico umano, la verità, e la persuasione (essendo peraltro
quest’ultimo un tratto pervasivo dell’agire linguistico). Il primo capitolo del
libro (Morte e resurrezione della retorica) da un lato è dedicato al plurisecolare
processo di messa in crisi della legittimità della retorica ad avere seriamente
a che fare con la razionalità umana, e in primo luogo con il suo valore-guida:
la verità; dall’altro, tratta della svolta che, alla fine del XIX secolo, ha portato
alla rivalutazione della retorica. P. decide di muoversi—cosı̀ come farà nei tre
capitoli seguenti—selettivamente, per “tappe significative.” Sinteticamente,
ma con efficacia illustrativa, P. rileva come la retorica abbia subito un du-
plice processo di messa in crisi: uno interno, consistente nel suo ridursi a mera
dottrina del discorso ornato, al limite estremo delle sole figure retoriche (Ge-
nette, con fortunata formula, chiamò questo fenomeno “letteraturizzazione
della retorica”); l’altro, esterno, di matrice filosofica, consistente in un at-
teggiamento critico e/o riduttivo verso la retorica: su questo processo P. si
concentra. Per l’epoca classica viene presa in considerazione la polemica an-
tiretorica di Platone, mentre per l’età moderna oggetto della rassegna critica
sono Lorenzo Valla, Pietro Ramo, Cartesio, Hobbes, e Locke. Alla fine di que-
sto percorso P. pone Kant, con la sua perentoria distinzione fra convinzione
(oggettiva e universale) e persuasione (soggettiva e individuale), i cui ef-
fetti perdurano ancora oggi. Questo atteggiamento critico, pur nella estrema
varietà delle prospettive, delle soluzioni e delle strategie (anch’esse retori-
che! Molto interessanti le pagine sulla “retorica dell’antiretorica”) messe in
atto dai singoli pensatori, appare sostanziato da due presupposti comuni.

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Il primo è una “concezione autarchica della verità”, per cui—al suo massimo
grado—essa è evidente e captabile solo attraverso l’uso di una razionalità
lucida e priva di interferenze emotive/passionali. Il secondo è la convinzione
dell’esistenza, della possibilità o della auspicabilità di un linguaggio neutro,
oggettivo, insomma di un grado zero della comunicazione che possa farsi
veicolo immediato e diretto della verità. In queste condizioni la retorica si
trova a esser negata o, al limite, ammessa soltanto come strategia comuni-
cativa atta a prestare i mezzi per rendere più allettante una verità trovata
altrove e per altre vie (retorica come ornamento o come psicagogia). La ra-
zionalità moderna, sull’abbrivio di un versante autorevole della riflessione
antica, si pone dunque, in linea generale, come una razionalità antireto-
rica. A questo fuoco di fila seguono la critica, prima romantica (“guerra alla
retorica!”) e poi positivistica, che nel loro estremo esito lasceranno spazio
soltanto alla precettistica delle figure. Soltanto nella seconda metà del XIX
secolo, con l’attenzione idealistica alla creatività linguistica e la riflessione
di Nietzsche, sembra che si possa recuperare la retorica al dominio della
più ampia riflessione sui rapporti fra linguaggio e verità. L’idea di fondo di
Nietzsche, per cui tutto il linguaggio ha una natura intimamente retorica,
o meglio tropica (cioè figurata), se pure apre uno spazio di legittimità alla
techne retorica, non risolve il problema della impossibilità di ogni pretesa di
verità da parte di quella, irretita come è nella fondamentale dissociazione fra
linguaggio e realtà (la cosa in sé).
Nei capitoli 2–4 P. esamina alcuni momenti particolarmente significa-
tivi del recupero della retorica classica nel XX secolo, verso i quali assume
una posizione molto critica, rilevandone, oltre agli indubbi meriti specifici,
il carattere frammentario, parziale, e soprattutto il mancato pieno ricono-
scimento della specifica valenza conoscitiva e comunicativa della retorica
stessa. P. si sofferma su tre tappe o “vie” significative della riflessione re-
torica novecentesca: quella dialettica, quella poetica, quella ermeneutica.
Nel secondo capitolo (La via dialettica. La retorica come logica del probabile) P.
descrive e discute la nuova retorica sviluppatasi a partire da Perelman e in
seguito la teoria dell’argomentazione di Toulmin. P. tratteggia un vivace e
accurato quadro delle due teorie, e riconosce loro il merito di aver ricon-
dotto la retorica nell’alveo di una razionalità più ampia. Particolarmente
interessanti, ai fini della sua proposta finale, sono però le sue obiezioni a
due pilastri teorici della teoria di Perelman: a) che la dimostrazione sia la
pietra angolare della razionalità discorsiva, quando invece essa ne è solo
una variante estremamente specifica, e dunque limitata; b) che l’apparato
logico-dimostrativo della retorica non sia dotato di una sua specificità epi-
stemica ma sia semplicemente una componente “dialettica” della retorica, con
la conseguenza di sacrificare le componenti “emotive” dell’argomentazione
e del ragionamento retorici.
Nel terzo capitolo (La via poetica. La retorica delle figure), P. esamina il
recupero della retorica classica attraverso un’altra disciplina: la poetica. Il
recupero per via poetica va inserito nell’ambito della crisi delle poetiche del
romanticismo, da una parte, e della spinta alla riflessione sul linguaggio delle

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avanguardie letterarie, dall’altra. In questo modo la retorica viene a collocarsi


nel campo della riflessione letteraria che, in alcuni casi, ambisce a proporsi
come riflessione generale di tipo estetico o linguistico. P. ricostruisce sinteti-
camente alcuni momenti significativi di questa riflessione estetico-linguistica
(dai Formalisti russi a Genette), per dare più spazio poi alla Rhétorique gene-
rale del Gruppo μ, alla concezione decostruzionista di Paul De Man e, infine,
nell’ambito della cultura italiana, alle posizioni di Renato Barilli e, soprat-
tutto, di Paolo Valesio. P. prende le distanze dalle prospettive del Gruppo
μ e di De Man. In entrambi i casi, in modi diversi, la retorica equivale a una
teoria del linguaggio figurato, in primo luogo quello letterario, perdendosi
di vista il contesto e le finalità proprie del discorso persuasivo retoricamente
organizzato, con tutte le sue le variabili psicologiche, conoscitive, emotive,
e sociali (e, certo, anche stilistiche). La Rhétorique generale, inoltre, resta in-
trappolata all’interno di un paradigma scientista duale, per cui il linguaggio
poetico/retorico non è altro che scarto, alterazione rispetto a un ipotetico
“grado zero” che rappresenterebbe la “norma.” A sua volta De Man, ridu-
cendo, sulla scorta di Nietzsche, la retorica a teoria dei tropi (concepiti come
tranelli, errori, fraintendimenti), toglie ancora una volta ogni possibilità di
presa sul mondo da parte del linguaggio in generale, e di quello retorico in
particolare. Più interessanti, perché sfuggono all’opposizione tropo/prova
e riconoscono l’esigenza di mantenere uniti gli aspetti logico-argomentativi
e quelli stilistici, risultano le proposte di Barilli e Valesio. Il primo rivaluta la
retorica come una specifica forma di razionalità discorsiva pragmaticamente
orientata sul probabile e il verisimile, seguendo cosı̀ la lezione di Cicerone;
il secondo aspira ad una teoria della retorica intesa come “organizzazione
funzionale del discorso nel suo contesto sociale e culturale in tutti i suoi
aspetti,” andando però ben al di là della sfera della persuasione e prestando
particolare attenzione alla relazione fra la parola e il silenzio.
Oggetto del quarto capitolo (La via ermeneutica. La retorica senza prove)
è il recupero della retorica sul versante della filosofia ermeneutica, partico-
larmente sensibile alle tematiche retoriche proprio in virtù dei suoi pilastri
teorici, primo fra tutti quello che considera ineludibile la mediazione del
linguaggio nel costituirsi dell’esperienza umana, inclusa, di conseguenza,
quella della verità. Gli snodi considerati da P. sono Gadamer, Grassi, e Blu-
menberg. L’idea che il linguaggio sia non uno strumento comunicativo ma
l’orizzonte dell’esperienza fa sı̀ che la retorica non venga vista semplicemente
come il luogo della seduzione e dell’inganno. L’approccio ermeneutico am-
mette positivamente la capacità della retorica di far leva sulle emozioni, di
avere un suo contenuto di verità, ma allo stesso tempo nega che esso possa
realmente essere il prodotto di un processo discorsivo razionale. Ciò risulta
in maniera lampante dal valore “oracolare” assegnato dal linguaggio reto-
rico da parte di Grassi, ma è riscontrabile per altri versi anche in Gadamer.
Questi riconosce al discorso retorico un suo valore di verità, poiché poggia
sull’evidenza della ragione comune (non più l’evidenza assoluta e universale di
stampo cartesiano ma il probabile, il verisimile), però sostiene che esso non
sarebbe in grado di addurre prove (di trovare cioè una qualche verità di-

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scorsivamente, a partire da quell’evidenza). Questa “neutralizzazione della


prova” corrisponde—nota P.—al non tenere nel dovuto conto proprio la
dimensione oratoria ed “agonistica” della retorica, incentrata sul discorso
pubblico, a favore di un modello della comunicazione “cooperativo,” in-
centrato sul dialogo. E da qui la questione: laddove nella ragione comune si
producano più evidenze plausibili ma contrapposte come è possibile, allora,
deliberare (giudicare) razionalmente? L’esigenza di collegare verità e reto-
rica resta un tratto comune delle teorie retoriche contemporanee. Quelle di
impianto ermeneutico sembrano però contraddistinguersi anche per il tenta-
tivo di collocare il linguaggio (e dunque anche la retorica) all’interno di una
“antropologia.” Particolarmente interessante risulta quella di Blumenberg,
il quale considera la retorica come una specifica forma dell’agire umano,
all’interno di un mondo contraddistinto dall’incertezza.
Nel penultimo capitolo (La via retorica. Alla fine c’era l’inizio), P. si riallac-
cia al proposito iniziale, affermando che retorica può ancora “rappresentare
un interessante punto di vista non solo su uno specifico uso del linguag-
gio [quello retorico persuasivo], ma sulla stessa linguisticità dell’uomo.” Ma
perché ciò possa accadere è fondamentale che si diano due condizioni in-
terpretative. La prima è che la prassi retorica “non venga considerata un fatto
accidentale e secondario, ma venga collocata nel cuore stesso della natura
umana e che non si escluda in linea di principio la verità dal suo dominio”
(p. 141). La seconda è che il sapere retorico venga assunto “come un sistema
unitario di riflessione sul discorso persuasivo.” Queste due condizioni ven-
gono, secondo P., soddisfatte pienamente dal sistema retorico dell’antichità
classica, del quale non intende ingenuamente sostenere la monoliticità, ma
ammettere con convinzione la profonda unità concettuale sottesa alle sue mani-
festazioni storiche. Tale unità consiste nel vedere il discorso persuasivo come
un processo integrato “in cui i diversi elementi, quello logico-argomentativo,
quello patetico, quello espressivo, sono profondamente intrecciati.” P. trova
la compiuta formulazione di questa unità nella Retorica di Aristotele, la
cui teoria della persuasione può ancora risultare—viene detto senza mezzi
termini—più utile di quelle oggi in circolazione.
Per assumere la retorica aristotelica come un modello fecondo e “orga-
nico” P. ritiene che ne vadano colti subito due presupposti: “il riconoscimento
di verità per lo più e l’intreccio inestricabile tra piacere e conoscenza” (p. 143).
Per Aristotele l’oggetto della retorica è collocato all’interno di un dominio
dell’essere, quello della prassi umana, caratterizzato dalla mutevolezza (il
“poter essere diversamente da come è”) e tuttavia soggetto a certe regolarità
intellegibili (il per lo più) e, dunque, codificabili in un sapere stabile, ovvero
in una techne. Questo impianto ontologico ed epistemologico consente di
uscire dal dualismo verità/apparenza (o verità/menzogna); esso ammette
l’esistenza di specifiche forme di sapere, non inferiori a quelle della scienza
ma semplicemente diverse da questa e dotate di un proprio valore di verità
(pp. 143 ss. e Piazza, La Retorica di Aristotele, cap. 2). La retorica si confi-
gura come uno di questi saperi, caratterizzato da un suo metodo e da un
oggetto precipuo: la persuasione attraverso il discorso. La verità che per questa

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via si può raggiungere non è dunque una verità necessariamente evidente


e autopersuasiva, ma una verità che ha bisogno di essere provata attraverso una
strategia discorsiva. In tal senso P. ripropone una rilettura della nozione aristo-
telica di eikos mettendone il luce la differenza fondamentale rispetto all’eikos
di Platone o al verosimile di Gadamer, e situandolo al centro di una polarità
costituita da una parte dal necessario (anankaion) e dall’altra dal meraviglioso
(thaumaston) (pp. 146 ss. e Piazza, La Retorica di Aristotele, pp. 53 ss.). Quanto
al secondo presupposto, P. elimina uno degli argomenti usati per condannare
la retorica in quanto arte della lusinga e dell’inganno. L’autrice svolge una at-
tenta disamina del ruolo del piacere nella teoria aristotelica della conoscenza
(con particolare attenzione alle osservazioni presenti nell’Etica Nicomachea:
pp. 152 ss.) e mostra come il punto di vista della Retorica si inserisca coeren-
temente in questa prospettiva. La persuasione retorica si realizza non al posto
della conoscenza ma grazie all’acquisizione di una conoscenza che provoca
piacere, in funzione della quale vanno considerate le opportune strategie
discorsive (si vedano, a tal proposito, le penetranti osservazioni sulla lexis e
sulla metafora, e soprattutto sulla forma argomentativa principe della retorica
aristotelica, l’entimema: pp. 148 ss.; Piazza, La Retorica di Aristotele, pp. 20 ss.,
113 ss., 128 ss.).
Sottrarre la retorica all’alternativa fra verità e inganno (o ornamento)
e fra razionalità ed emotività è un obiettivo che P. persegue anche quando
passa ad esaminare le linee metodologiche fondamentali della techne retorica
aristotelica: il suo rapporto con gli altri saperi (in particolare la dialettica),
la nozione di prova, la tripartizione discorsiva delle prove stesse, le forme
argomentative, la topica. In questa disamina P. svolge anche interessanti
confronti con alcune teorie psicologiche della persuasione (l’Elaboration Li-
kelihood Model—ELM—di Petty e Cacioppo e il Modello euristico-sistematico di
Chaiken e altri: R. E. Petty, J. T. Cacioppo, Attitudes and Persuasion: Classic and
Contemporary Approaches (Dubuque, IA: Brown Company Publisher, 1981) e
Communication and Persuasion (New York: Springer Verlag, 1986); S. Chaiken,
“Heuristic vs Systematic Information Processing and the Use of Source vs
Message Cues in Persuasion,” Journal of Personality and Social Psychology 39
(1980): 752–66; S. Chaiken, A. H. Eagly, “Communication Modality as a Deter-
minant of Message Persuasiveness and Message Comprehensibility,” JPSP
54 (1983): 241–56; S. Chaiken, D. Maheswaran, “Heuristic Processing Can
Bias Systematic Processing: Effects of Source Credibility, Argument Ambi-
guity, and Task Importance on Attitude Judgment,” JPSP 66 (1994): 460–73)
che consentono di mettere meglio a fuoco la fecondità e la ricchezza teo-
rica del modello aristotelico, capace di integrare nel processo persuasivo
tutte le componenti pragmatiche della situazione discorsiva (chi parla, chi
ascolta, ciò che si dice, ovvero ethos, pathos e logos, per restare alla termi-
nologia ormai canonica che proprio da Aristotele prende le mosse) e, su
questa base pragmatica, tanto gli aspetti logico-argomentativi quanto quelli
socio-psicologici.
Nell’ultimo capitolo (La natura della persuasione) viene sviluppata e ar-
gomentata, proprio su basi aristoteliche, l’idea di fondo del libro che la per-

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suasione è un tratto fondamentale della costituzione linguistica dell’uomo,


nell’intreccio esistente fra la socialità, il desiderio, e il linguaggio (va ri-
cordato a questo proposito il principale riferimento teorico di P.: F. Lo Pi-
paro, Aristotele e il linguaggio (Roma-Bari: Laterza, 2003)). In tal senso P.
propone una lettura molto stimolante e originale dell’antropologia e della
psicologia aristoteliche in relazione alla persuasione (con penetranti analisi
di passi dell’Etica Nicomachea e del De anima). Essa costituisce, per Aristo-
tele, un modello esplicativo di come vengano regolati linguisticamente sia i
rapporti fra le varie dimensioni dell’anima umana (fra la sfera linguistica e
quella non linguistica; fra razionalità e desiderio) sia le relazioni degli uo-
mini nell’orizzonte della polis. Questo non significa necessariamente, precisa
P., che tutte le attività umane siano linguistiche ma che esse non possono
prescindere da questa dimensione discorsiva, nella quale—attraverso mo-
dalità in buona parte persuasive—si realizza la specificità umana (l’“avere il
logos”). Il secondo libro comincia proprio dove finisce il precedente. La Reto-
rica di Aristotele prende le mosse, dunque, dagli stessi orientamenti teorici
dei capitoli finali di Linguaggio, persuasione e verità; il quale trova nell’altro
(e successivo) volume più ampi e analitici argomenti testuali a favore della
proposta di “un ritorno ad Aristotele.” Nel primo capitolo de La Retorica
di Aristotele (Il posto della persuasione), P. affronta il ruolo della persuasione
nell’antropologia aristotelica, soffermandosi in particolare sulle connessioni
fra le dimensioni etica e psicologica e retorica dell’agire umano, e conclu-
dendo che la persuasione “si mostra, cosı̀ come uno dei modi in cui il logos
agisce nell’organizzazione della specifica cognitività umana” (p. 19). Nel
secondo capitolo (Elogio della retorica) viene delineata la specifica portata epi-
stemologica della retorica aristotelica (essa è innanzitutto una techne), sia in
relazione al sistema dei saperi elaborato dallo Stagirita (in primo luogo la dia-
lettica, di cui la retorica costituisce, dice Aristotele, l’antistrophos), sia in rela-
zione alla tradizione tecnografica greca, dalla quale si distacca nettamente per
il suo carattere “teorico” (non una precettistica su come persuadere ma una
indagine su ciò che è persuasivo nel discorso) e “metodologico.” Nel terzo ca-
pitolo (Il metodo) vengono considerati, appunto, gli aspetti salienti del metodo
retorico: la nozione di pistis; le forme peculiari dell’argomentazione retorica:
l’esempio e soprattutto l’entimema (del quale P. si era già occupata: Il corpo della
persuasione. L’entimema nella retorica greca (Palermo: Novecento 2000), un libro
che offre molto più di quanto il titolo suggerisca, per l’ampiezza di vedute e
le stimolanti riflessioni sulle forme argomentative della retorica classica fino
ad Aristotele); le premesse, luoghi dell’argomentazione, ovvero le “fonti” da cui
trarre rispettivamente i singoli elementi di prova (eikota, semeia, tekmeria) e
le stesse forme argomentative. P. sottolinea come Aristotele chiami pisteis sia
quelle che ancor oggi vengono chiamate in italiano “prove,” ovvero i ma-
teriali probatori, sia le argomentazioni (i ragionamenti) che di tali materiali
si servono, sia la “persuasione” o “credenza” che si ottiene con tali argomen-

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tazioni. Le “prove” (nella prima accezione) di pertinenza della retorica sono


quelle “tecniche,” ovvero quelle prodotte attraverso il discorso; la loro triparti-
zione corrisponde a quella dei tre componenti della “situazione discorsiva”
(logos): chi parla, chi ascolta, e ciò di cui si parla. Questo tipo di prove ver-
ranno riprese analiticamente nel capitolo quarto (Le prove tecniche), seguendo
questa tripartizione come segue: per quanto riguarda il “discorso stesso,” a
proposito della sezione della Retorica dedicata alle tre situazioni discorsive
corrispondenti ai tre tipi di discorso pubblico (giudiziario, deliberativo, epi-
dittico: Retorica 1, capp. 4–14); per quanto riguarda l’ethos, a proposito della
sezione del secondo libro dedicata alle qualità che l’oratore deve mostrare
attraverso il discorso per risultare credibile (Retorica 2, cap. 1: pp. 90–98); per
quanto riguarda il pathos, a proposito della sezione del secondo libro dedi-
cata alle emozioni da far sorgere nell’uditorio (pathe) e alle caratteristiche
psicologiche e comportamentali dei gruppi umani di cui l’uditorio può esser
costituito (ethe). Nel quinto capitolo (Logica della persuasione) viene invece
esaminata la sezione della Retorica (2, capp. 18–26) dedicata alle caratteri-
stiche generali dell’argomentazione retorica, a prescindere dalle differenze
dei tre generi oratori: le forme tipiche dell’argomentare retorico (massima,
esempio, entimema) e le questioni retoriche generali (chiamati da Aristotele
koina: rispettivamente della possibilità, della realtà e della grandezza). É la
sezione in cui il legame con la dialettica appare più evidente, ma ancora
una volta con acutezza e rigore P. fa ben vedere che “l’introduzione degli
strumenti dialettici in ambito retorico non è un’operazione meccanica ma
comporta l’elaborazione di un apparato concettuale almeno parzialmente
diverso, adatto alle caratteristiche specifiche del discorso retorico” (p. 111).
Ciò è particolarmente chiaro nelle pagine dedicate a quella che per Aristotele
è la forma argomentativa centrale della retorica, l’entimema, troppo spesso
considerato dagli studiosi un “sillogismo difettoso.” P. invece ne rileva tutta
la specificità retorica relativamente alla sua funzione, alla struttura formale,
e alla natura dei suoi contenuti. Nell’ultimo capitolo (Il linguaggio persuasivo),
infine, P. si occupa specificamente del terzo libro della Retorica, quello rela-
tivo alla messa in parole degli argomenti trovati (lexis) e dell’ordine nel quale
esporli (taxis). Anche in questo caso P. mostra, in polemica con alcune posi-
zioni “separatiste,” la profonda unità concettuale (prima ancora che testuale)
dei tre libri del trattato, sottolineando anche in questo caso come Aristotele
affronti la questione della lexis e della taxis secondo finalità e criteri specifica-
mente funzionali agli scopi e alle esigenze della attività persuasiva propria
del discorso retorico.

Francesco Caparrotta
Liceo Classico “F. Scaduto”

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