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Parte seconda

I PROFETI ATTORNO ALL'ESILIO


(secc. VI1 e VI)
CAPITOLO OTTAVO
CENNI STORICI *
GIOVANNI BOGGIO

L'IMPERO ASSIRO
A metà del VI1 secolo a.C. l'impero assiro, che aveva raggiunto la massima
espansione con la conquista dell'Egitto da parte di Assaraddon (680-669), ini-
ziava il suo declino. Assurbanipal (669-627), dopo una serie di successi iniziali
tra i quali va ricordata la conquista di Tebe (l'egiziana No-Amon sul Nilo) nel
664, perse il controllo sull'Egitto nel 655 ad opera del faraone Psammetico I.
Negli anni successivi anche Babilonia si ribellò contro 1'Assiria sotto la guida
del fratello maggiore di Assurbanipal, Shamash-shumu-kin. I1 tentativo non riuscì,
ma era un altro segno evidente che il grande impero assiro si stava indebolendo
e si avviava a una fine che sarebbe stata ritardata solo di pochi decenni.
Assurbanipal, conosciuto dalla storia greca con il nome di Sardanapalo, fu
un sovrano abile politicamente e militarmente. Fu anche un grande amante delle
opere d'arte, che razziava in tutti i paesi conquistati e raccoglieva nei palazzi
della capitale, Ninive. A lui si deve la creazione di una grande biblioteca, che
ha fornito agli archeologi un ingente materiale letterario e documenti storici di
grandissimo valore.
L'interesse per l'arte si accompagnava alla violenza contro le popolazioni as-
soggettate al suo impero. La grande estensione del territorio occupato e l'etero-
geneità di popoli sottomessi furono le cause principali del crollo dell' Assiria, ag-
gredita anche dall'esterno da nuove potenze emergenti: Sciti, Cimmeri, Medi e
Persiani. La notizia, fornita dal solo Erodoto, di un'invasione degli Sciti, i quali
avrebbero raggiunto l'Egitto seminando rovina e morte, viene tuttavia presa con
cautela dagli studiosi.
I1 colpo mortale per l'impero assiro venne da Babilonia. Nel 627, poco dopo
la morte di Assurbanipal, il caldeo Nabopolassar guidò la rivolta di Babilonia,
sconfiggendo l'esercito assiro e mettendo così le basi per la creazione dell'impe-
ro neo-babilonese. Attorno a Babilonia si radunarono altri popoli, in particola-
re i Medi guidati da Ciassarre, con l'intento di abbattere l'impero assiro.
Dopo alterne vicende militari, nel 612 la capitale dell'Assiria, Ninive, venne
occupata, saccheggiata e completamente distrutta dopo tre mesi di assedio dal-

* Vedi anche Logos, vol. l o ,cap. 111: La storia di Israele: dalle origini all'esilio babilonese, pp. 59-96,
e la bibliografia ivi citata.
l'esercito congiunto dei Medi e dei Babilonesi. A nulla era valso l'aiuto portato
agli Assiri dagli Egiziani, preoccupati del sorgere della nuova potenza babilone-
se. Tra il 609 e il 605 furono fatti gli ultimi tentativi di mantenere in vita i resti
dell'impero assiro con una serie di battaglie lungo 17Eufrate.L'esercito egiziano
guidato dal faraone Necao I1 fu sconfitto definitivamente a Karchemish e ritor-
nò in Egitto lasciando il campo libero al nuovo impero di Babilonia.
Nabopolassar mori nel 605 e gli succedette il figlio Nabucodonosor (605-561)
che era già comandante dell'esercito babilonese. Egli si preoccupò di rinforzare
i confini verso l'Egitto (che sognava sempre una rivincita sui Babilonesi), occu-
pando le città filistee sulla costa del Mediterraneo.
Le vicende militari in questa regione furono alterne. Dal 601 al 598 si ebbe
una serie di scontri tra Babilonesi e loro alleati e l'esercito egiziano. In questo
frangente venne occupata anche Gerusalemme (598)' che subì la distruzione com-
pleta dodici anni dopo (586)' allorché Nabucodonosor intervenne in forze per
annientare una nuova coalizione antibabilonese organizzata probabilmente dal-
l'Egitto.
Lotte interne e difficoltà ai confini con la Media determinarono il rapido crollo
del grande impero babilonese. L'ultimo re, Nabonedo o Nabonide (562-539)' è
presentato dai testi antichi come un personaggio scarsamente interessato agli af-
fari dello Stato, tanto da ritirarsi in un'oasi per dieci anni, affidando il governo
al figlio Baldassar (o Belshassar). L'avanzare travolgente di Ciro non trovò resi-
stenza. Babilonia cadde nelle mani del conquistatore nel 539.

LA GIUDEA SOTTO GLI IMPERI ASSIRO E BABILONESE


La Giudea si trova sulla strada che congiunge l'Egitto alla Mesopotamia, al
centro della regione che oggi si suole indicare con il nome di Mezzaluna fertile.
La sua posizione geografica l'ha sempre fatta considerare una zona-cuscinetto,
o di frontiera, tra i grandi imperi del Nord e l'Egitto al Sud. È stata quindi sem-
pre soggetta alternativamente alla potenza che di volta in volta aveva il predo-
minio nello scacchiere del Vicino Oriente.
Troviamo così la Giudea sotto l'influsso politico e culturale del17Assiriafino
alla fine di questo impero. In seguito passò sotto l'influenza del17Egitto,per di-
ventare parte dell'impero babilonese dopo il 586 e infine provincia dell'impero
persiano dopo l'avvento di Ciro. Questo alternarsi di dipendenze politiche, più
o meno accentuate, ebbe conseguenze notevoli anche nella vita interna della Giu-
dea. Le simpatie verso l'uno o l'altro degli imperi dominanti portò alla forma-
zione di partiti opposti, che cercavano di spingere ad alleanze anche diverse da
quelle tenute ufficialmente dai governanti.
Dal punto di vista culturale, gli scambi commerciali favorivano l'introduzio-
ne nella Giudea di modi di vivere caratteristici della nazione dominante. Si an-
dava dalla foggia del vestito al modo di vivere, sentiti come estranei al proprio
popolo dalla parte più legata alle tradizioni nazionali.
Anche la religione non sfuggiva alla suggestione dei culti importati. Non si
trattava soltanto di sostituire un'usanza con un'altra. Ne andava della fede stes-
sa, poiché accettare il culto di un dio straniero significava riconoscerne la supe-
riorità sul proprio dio nazionale. Politica e religione si confondevano facilmente
e il passaggio dall'uno all'altro ambito era quasi inevitabile.
Gli ultimi decenni di vita dell'impero assiro furono vissuti nel regno di Giu-
da in modo contrastante.
I1 re Manasse (698-642) fu suddito fedele di Ninive e favorì il diffondersi a
Gerusalemme di usanze assire, tanto da modificare radicalmente la stessa reli-
gione jahwista (2 Re 21,l-18; 2 Cr 33'1-20).
Suo figlio Amon regnò solo due anni (642-641; 2 Re 21'19-26; 2 Cr 33'21-25)
e venne ucciso in una congiura di palazzo che mise sul trono il giovane figlio
Giosia (640-609)' di appena otto anni (2 Re 22'1; 2 Cr 34'1). I disordini interni
e la tensione con la regione di Babilonia seguita alla morte di Assurbanipal, ave-
vano costretto 1'Assiria ad alleggerire la sua presenza militare nella provincia di
Samaria, il territorio dell'ex-regno di Israele.
Ne approfittò il giovane re Giosia per cercare di riconquistare i territori del
regno fratello (632). Contemporaneamente iniziò anche un'opera di riforma re-
ligiosa distruggendo ogni traccia di culto idolatrico e imponendo con la forza
la religione jahwista (2 Re 23'4-24; 2 Cr 34'3-7). Ultimo atto di questi interventi
drastici furono i lavori per la ristrutturazione del tempio di Gerusalemme, che
divenne l'unico luogo di culto ammesso (2 Re 22'3-23'3; 2 Cr 34,8-35'19).
La riforma religiosa venne sostenuta con l'appello a tradizioni del passato.
Quest'opera di ricupero culturale era dovuta forse anche all'influsso assiro. La
raccolta di documenti nella biblioteca di Assurbanipal è forse il segno più appa-
riscente di una esigenza diffusamente sentita in quel periodo. Questa mentalità,
condivisa probabilmente anche dagli ambienti sacerdotali ebraici, può averli spinti
a valorizzare dei testi che stanno alla base dell'attuale libro del Deuteronomio.
Nel 609 Giosia cercò di opporsi al faraone Necao in marcia verso 1'Eufrate
per portare aiuto all'agonizzante impero assiro. Il re morì nella pianura di Me-
ghiddo. La sua fine è narrata con un certo imbarazzo nelle fonti bibliche (2 Re
23'29; 2 Cr 35'20-25). Con Giosia infatti finiva l'ultimo tentativo per dare al
regno di Giuda l'indipendenza sempre sognata e iniziava il periodo più triste della
storia ebraica.
Gli ultimi re di Giuda, in particolare Ioiakim (609-598), precipitarono il loro
paese verso la rovina seguendo una politica sbagliata, nonostante gli avvertimenti
incessanti del profeta Geremia. Cercarono in prevalenza l'appoggio dell'Egitto,
cioè del perdente, contro il sorgere del nuovo impero babilonese. L'esercito di
Nabucodonosor intervenne nella regione a diverse riprese per rintuzzare i ripe-
tuti tentativi di coalizione antibabilonese (2 Re 23'31-24'7; 2 Cr 36'1-7). Nel 598
i babilonesi occuparono Gerusalemme, la saccheggiarono e deportarono il re,
un certo numero di notabili e di artigiani, lasciando però in Giudea la quasi to-
talità della popolazione. Al posto del re Ioiachin, deportato a Babilonia, nomi-
narono un altro figlio di Giosia, Mattania, cambiandogli il nome in Sedecia
(598-586; 2 Re 24,8-17; 2 Cr 36,8-16).
Con questo re finì ingloriosamente la storia del regno di Giuda. Un tentativo
di rivolta contro i Babilonesi nel 594 non ebbe seguito. Quello del 589 sortì l'ef-
fetto di riportare nella regione l'esercito di Nabucodonosor. I1 nuovo assedio di
Gerusalemme, iniziato ai primi di gennaio del 587, durò, con una breve interru-
zione, fin verso la metà di luglio del 586. La città fu espugnata e distrutta, il
re venne catturato e ucciso, e una nuova deportazione privò il popolo lasciato
in Giudea di tutta la classe dirigente (2 Re 24,18-25,21).
I1 governatore lasciato dai Babilonesi in Giudea fu assassinato e il paese ri-
mase in mano a bande armate che seminavano stragi. Un buon numero di Giu-
dei preferì abbandonare la regione per cercare rifugio in Egitto (2 Re 25,22-26).
La Giudea rimase così in parte spopolata, anche se non abbandonata completa-
mente. I Giudei rimasti non riuscirono comunque a riorganizzare la vita sociale,
politica e religiosa in modo soddisfacente.
Invece i deportati a Babilonia ebbero l'opportunità, grazie anche all'opera
di profeti come Ezechiele e l'autore della seconda parte del libro di Isaia, di strin-
gere i legami tra di loro e di ritrovare quell'unità che era sempre stata solo un
desiderio quando si trovavano in patria. Poterono anche elaborare una interpre-
tazione religiosa di quanto era accaduto, rileggendo la propria storia alla luce
degli avvenimenti tragici che li avevano condotti in esilio.
Nacque così lontano dalla Giudea quel movimento carico di nostalgia ma ricco
di speranza che è all'origine del Giudaismo.
CAPITOLO NONO
I PROFETI DEL VI1 SECOLO
(Naum, Sofonia, Abacuc)
GIOVANNI BOGGIO

BIBLIOGRAFIA

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NAUM

1. I1 profeta e il suo tempo


Non sappiamo nulla di questo profeta né del suo luogo di nascita.' I1 suo
nome non è portato da nessun altro personaggio biblico. Viene fatto derivare
dalla radice ebraica n&, che significa «consolare»: significherebbe quindi «il
consolato», e perciò anche «colui che può consolare» o «confortare».

Questo messaggio di speranza è presente fin dall'inizio del libro (1,3.7) e vie-
ne ripreso poco oltre (2,l-2). Ma indubbiamente sembra sopraffatto dalle de-
scrizioni drammatiche e sanguigne che formano la quasi totalità dei tre capitoli.
Partendo da questa osservazione, e ammettendo che sostanzialmente il libro sia
opera di un unico autore, si potrebbe dedurre alcuni tratti del suo carattere e
dell'epoca in cui è vissuto.

Dovevano essere tempi di reazioni violente contro un'oppressione ingiusta


da parte di una potenza straniera (1,13; 2,2.13-14; 3,l) che, come si deduce dal
titolo (1 , l ) e dal contesto generale, è l'Assiria, nota per la sua crudeltà e durez-
za. Da parte sua, il profeta non si dimostra tenero verso l'oppressore, anzi, in-
terpretando forse lo stato d'animo di parte dei suoi contemporanei, anticipa con
il desiderio la fine del nemico, troppo forte per essere vinto dal piccolo popolo
di Giuda.

L'unico che può sconfiggere il potente nemico è il Dio di Israele (2,2a).2 Non
meraviglia perciò la descrizione di un Dio guerriero (1,9.14; 2,14; 3,5-6) che, per
salvare il suo popolo, mette in campo tutte le armi che l'immaginario popolare
gli attribuiva: uragani, tempeste, terremoti (1,3b-6). Era l'unico modo per risol-
levare gli animi e spingerli ad avere fiducia nella vittoria contro i nemici, in un
momento di difficoltà e di scoraggiamento.

I dati evidenziati sembrano rispecchiare le condizioni del regno di Giuda sot-


to Manasse e dell'impero assiro negli ultimi tempi di Assurbanipal, cioè qualche
anno prima del 630. I1 ricordo della distruzione della città egiziana di Tebe (664;
cf Na 3,8-10) è ancora molto vivo e quindi non lontano nel tempo, tanto da esse-
re presentato come un castigo esemplare di quanto accadrà alla capitale assira,
Ninive.

l La località di Elcos, indicata come patria di Naum, è sconosciuta. Fin dall'antichità sono state

proposte diverse identificazioni, ma nessuna è stata ritenuta soddisfacente.


Il v. 2 delle traduzioni corrisponde al v. 3 del TM e viene spostato in questa posizione a causa del
contesto. La sua traduzione è frutto di una congettura che propone di sostituire il termine ebraico ge'6n
(che significa «orgoglio» o «fierezza») con il termine gefen che significa «vigna».
2. I1 libro
I1 titolo (1,1)3 delimita l'argomento del libro alla città di Ninive.

La prima parte (1,2-8) consta di una composizione sotto forma di salmo


acrostico4che esalta la grandezza e la forza del Dio di Israele contro i suoi nemi-
ci, manifestata nelle forze della natura.

La seconda parte (1,9-2,2) alterna minacce contro un nemico imprecisato (pro-


babilmente 17Assiriao i suoi alleati, i capi di Giuda: 1,9-11.14) a messaggi di
speranza rivolti agli abitanti della Giudea (1,12-13; 2, 1-2).5

La terzaparte (2,3-3,19) descrive la caduta di Ninive con toni vivaci e dram-


matici, nei quali la poesia epica sembra prevalere sull'ispirazione religiosa. Si
possono distinguere diverse scene: l'assedio e il saccheggio (2,3-11); l'allegoria
dei leoni, simbolo del17Assiria(3,12-14); l'umiliazione della città, punita come
una prostituta (3,l-7); l'esempio della città egiziana di Tebe (3,8- 11); Ninive ab-
bandonata dai suoi capi (3,12-19).

La presenza del salmo acrostico ha fatto pensare che il libro presentasse una
liturgia celebrata per propiziare la caduta di Ninive. Oppure, basandosi sulla vi-
vacità delle descrizioni, si è voluto vedere nei tre capitoli un rituale di ringrazia-
mento per la distruzione dell'odiata città.6 Ma si preferisce leggere il libro come
espressione del desiderio di liberazione da un nemico ancora temibile ma desti-
nato a scomparire.

3. Messaggio teologico e prospettive di attualizzazione


I1 libro è dominato da un forte senso della grandezza e della sovranità del
Dio di Israele, difensore e vendicatore dei deboli e degli oppressi, verso i quali
nutre sentimenti di tenerezza e di bontà. Se non interviene subito a punire i vio-
lenti, ciò non è segno di debolezza (1,3). I1 profeta è sicuro che Dio mantiene
le promesse fatte al popolo che confida in lui (1,7; 2,2).

L'esigenza di ristabilire la giustizia porta necessariamente con sé la capacità


del giudice di punire i colpevoli. I tempi duri in cui visse Naum spiegano la cru-
dezza del suo linguaggio, che ha ispirato gli scrittori successivi e ha animato alla
speranza i credenti vissuti in tempi altrettanto difficili.

Vi ricorrono due termini del linguaggio profetico: mai&' e hZz6n. Per il primo cf Ger 23,33; Zc
9,l; 12,l; M1 1,l; per il secondo cf 1s 1,l; Abd 1. È l'unica volta in cui si trova il termine sefer (libro)
per indicare uno scritto profetico.
L'acrostico alfabetico è una composizione poetica nella quale la prima parola di ogni versetto ini-
zia con una lettera secondo l'ordine progressivo dell'alfabeto. In questo caso si ferma alla lettera caf,
ma con un'anomalia per la quarta, dalet, in quanto la parola corrispondente non inizia con questa lettera.
Cf nota 2.
SUquesti tentativi di interpretazione «liturgica», si veda A. GEORGE,
Nahum, DBS VI (1958) 294-295.
A Qumran7 il testo di Naum è stato riletto e interpretato in riferimento alle
vicende della comunità che vi si era ritirata in opposizione ai capi religiosi di I

Gerusalemme. I

Negli scritti del Nuovo Testamento l'annuncio di pace di 2, l a - che già era
stato ripreso in 1s 52,7 - viene applicato agli annunciatori della buona novella
1

(At 10,36; Rm 10,15), forse derivando il termine vangelo proprio da questo te-
sto, letto nella traduzione greca. i
I

SOFONIA

1. Il profeta e il suo tempo


I1 nome Sofonia significa «Jhwh ha nascosto)). La genealogia del profeta ri-
sale per cinque generazioni fino a un certo Ezechia, che nessun indizio permette
di identificare con il re dello stesso nome. I1 ricorso alla genealogia può essere
stato suggerito dal desiderio di garantire l'origine ebraica di Sofonia, che forse
poteva essere messa in dubbio dal nome di suo padre, Cushi, cioè lYEtiope.
Oltre a questi dati non conosciamo nulla della vita del profeta. In compenso
troviamo indicazioni abbastanza precise sul tempo in cui è vissuto. Oltre al sug-
gerimento redazionale di 1,l («al tempo di Giosia)), cioè 640-609), diversi altri
indizi convergono sugli anni conclusivi del regno di Manasse e gli inizi di quello
di Giosia, prima comunque del 612, anno della distruzione di Ninive.
Vi sono accenni all'idolatria di tipo cananeo e assiro (1,4-6.9), al culto jah-
wista praticato in modo indegno (3,l-4), al comportamento superbo e sprezzan-
te della legge di Dio (3,5.7.11.13), alle mode straniere di imitazione assira (l ,8-9),
ai traffici commerciali non limpidi (1,lO-13).
Questi particolari sembrano descrivere la situazione che si era venuta a crea-
re in Giuda sotto Manasse e alla quale la riforma di Giosias aveva cercato di
porre rimedio. La minaccia delle punizioni mandate da Dio potrebbe avere un
riscontro nell'invasione degli Sciti, se questa non fosse così problematica (vedi
p. 107).

2. I1 libro: contenuto e divisione


La descrizione dell'infedeltà del popolo di Giuda è accompagnata dall'an-
nuncio del castigo mandato da Dio. Anche i popoli che circondano Giuda saran-
no puniti per le loro colpe. Ma la misericordia di Dio salverà «un resto)) di gente
umile che non si è contaminata con i peccati di idolatria. La salvezza si realizze-
rà in Gerusalemme, dove finalmente Dio regnerà sovrano incontrastato.

' Cf I manoscritti di Qumran, a cura di Luigi Moraldi, UTET, Torino 1971, 545-552.
Anche per Sofonia, come per il suo contemporaneo Geremia, si pone il problema se abbia avuto
rapporti con la riforma religiosa di Giosia. I testi non permettono nessuna conclusione sicura a favore
di un influsso esplicito della predicazione del profeta sull'opera intrapresa dal re.
Queste idee si sviluppano secondo lo schema tripartito solito dei libri profe-
tici: minacce contro Israele - minacce contro gli altri popoli - promesse di salvez-
za a Israele. Naturalmente lo schema non è così rigido da impedire digressioni
e sviluppi descrittivi, dove il linguaggio poetico prende il sopravvento sulla li-
nearità delle affermazioni teologiche.
La prima parte (1,2-2,3) inizia con un'affermazione generale sulla potenza
di Dio (1,2-3). Segue la descrizione delle colpe degli abitanti di Gerusalemme
(1,4-13). Nel «giorno del S i g n o r e ~
tutti
~ i colpevoli saranno puniti (1,14-18). In-
vito a non lasciar passare l'ultima possibilità di salvezza, rifugiandosi nel Signo-
re (2,l-3).
La secondaparte (2,4-3,8) contiene le minacce contro i popoli stranieri e contro
Gerusalemme, considerata il centro della terra. Per questo motivo il profeta se-
gue i punti cardinali secondo quest'ordine: occidente (il paese dei Filistei: 2,4-7),
oriente (Moab, Ammon: 2,8-1 l), meridione (Etiopi: 2,12), settentrione (Assur:
2,13- 15) per concludere con la punizione di Gerusalemme (3,l-8).
La terzaparte (3,9-20) presenta la restaurazione che Dio compirà a beneficio
di tutti i popoli trasformati, insieme ai Giudei, dal suo intervento, che eliminerà
ogni peccato e ogni infedeltà (3,9-13). I1 centro del mondo sarà sempre Gerusa-
lemme: essa godrà della pace che le deriva dalla presenza di Dio che la protegge
da ogni male (3,14-20).

3. Messaggio teologico
Anche Sofonia ha un senso profondo della grandezza di Dio, presentato co-
me giudice universale. I1 suo intervento, nel momento da lui stabilito (1,14-18),1°
spazza via ogni forza che gli si opponga (1,2-3; 2,4-15; 3,8) e nessun nascondi-
glio può servire di rifugio ai colpevoli (1,12). Al di là delle singole manifestazio-
ni (idolatria: 1,4-6; trasgressioni della legge: 3,4; violenza all'interno del popolo
di Giuda e nei suoi confronti da parte di nazioni straniere: 1,8-11; 2,8; 3,3-4),
il peccato consiste essenzialmente nell'orgoglio (2,lO. 15; 3 , l l ) e nella mancanza
di fiducia in Dio (1,12; 3,2.7). Questa, per Sofonia, è la radice e la causa di ogni
comportamento contrario al volere di Dio e quindi il motivo della punizione divina.
Per sfuggire al castigo non resta che percorrere la strada inversa: fidarsi del-
la parola di Dio, riconoscere e accettare gioiosamente la propria piccolezza e in-
digenza radicale di fronte a lui. I1 profeta attribuisce questo atteggiamento a quelli
che chiama 'anwi? ha'ares, «poveri della terra)) (2,3) o anche «popolo umile e
povero)) (3,12), contrapposti ai superbi. La loro indigenza e debolezza mate-

L'espressione non indica tanto un momento cronologico quanto piuttosto l'intervento di Dio che
giudica il comportamento degli uomini. Aveva usato l'espressione per primo Amos (5,18-20), la ritrovia-
mo in 1s 2,12; 13,6-9 ecc. e poi in altri profeti. L'intervento di Dio, da essa indicato, diventa progressiva-
mente quello degli ultimi tempi, come accade in G1 3,4. Cf J. ASURMENDI, Il Giorno del Signore, in I
profeti e i libri profetici, 146.
' O Al v. 15 si è ispirato l'inno medievale «Dies irae».
riale non è una garanzia di essere graditi a Dio (2,3b)," ma è una condizione
che può favorire un modo giusto di presentarsi davanti a Dio.
I1 vero cambiamento di vita, anch'esso dono di Dio, consiste nel riconoscere
il Signore (3,9), confidando in lui e non commettendo nessuna delle azioni con-
trarie alla sua legge (3,ll-13). Questo cambiamento radicale, che avverrà per «un
resto di Israele)) (3,13), ma anche per «tutti i popoli)) (3,9), sarà accompagnato
dalla gioia che riempirà la «figlia di Gerusalemme)) (cioè la popolazione della
città) per la presenza del Signore (3,14-18).
Questa visione religiosa della vita ha avuto influssi profondi negli scritti suc-
cessivi sia dell'Antico (1s 61,l; 66,2; Zc 9,9; Sal 18,28; 25,9; 34,3.7; 37,14 ecc.)
come anche del Nuovo Testamento. Gesù proclamerà beati i «poveri davanti al
Signore)) (Mt 5,3.5), e rivolgerà ad essi l'annuncio del regno di Dio (Lc 4,18).
Offrirà se stesso come esempio di mitezza e di umiltà (Mt 11,29). Luca vede
nell'«umiltà» di Maria la disponibilità totale all'opera di Dio (Lc 1,46-55).

ABACUC

1. Il profeta e il suo tempo


Anche di Abacuc non abbiamo notizie biografiche. Solo una tradizione tar-
diva, sviluppata negli ambienti giudaici di lingua greca, lo fa intervenire a porta-
re aiuto a Daniele gettato nella fossa dei leoni (Dn 14,33-39). I1 suo nome, di
etimologia incerta, sembra indicare un tipo di albero da giardino.
Le indicazioni del libro riguardanti il periodo storico in cui il profeta è vissu-
to sono state interpretate in modo assai diverso dai vari autori. Si va da una in-
terpretazione atemporale o mitica, fino all'identificazione dei «Caldei» di cui
parla il testo (1,6) con i Greci. l 2 Sembra però più probabile che i riferimenti sto-
rici riguardino i Babilonesi come nemici esterni, e un re di Giuda (forse Ioiakim;
cf Ger 22,13-19) quando si rivolgono minacce a un nemico interno (2,6-12).
L'epoca di composizione del libro sarebbe dunque tra la fine del VI1 e l'ini-
zio del VI secolo, con l'ascesa irresistibile dei Babilonesi. I1 profeta minaccia la
punizione dell'oppressore interno per opera dei Babilonesi, ma insieme annun-
cia il castigo che ricadrà su questi a causa della loro violenza.

2. I1 libro
I1 testo ebraico presenta notevoli difficoltà di interpretazione. I1 ritrovamen-
to a Qumran di un manoscritto molto antico con i primi due capitoli commenta-
ti, non ha contribuito a risolvere i dubbi sulla lettura dei passi oscuri.

" I1 testo ebraico va tradotto: «forse troverete riparo». La salvezza non è un fatto automatico, un
diritto che si pub far valere di fronte a Dio. È sempre frutto di grazia che perb viene concessa solo quando
l'uomo presenta la propria disponibilità a riceverla.
Questa interpretazione era già stata data a Qumran, nel peSer (interpretazione) di Abacuc, cf I
manoscritti di Qumran, 553-569; M . DELCOR,Essai sur le midrash d'Habacuc.
I tre capitoli si articolano secondo uno schema semplice.
Introduzione e titolo (1,l) dove troviamo tre termini tipici del linguaggio pro-
fetico: mai&' (cf Na 1,l), hazah (vide) e navi' (profeta).
Primo lamento (1,2-4) del profeta di fronte alla violenza e alle ingiustizie:
sembra che Dio vi assista come uno spettatore disinteressato.
Prima risposta (1,511) da parte di Dio: stanno per arrivare i Caldei (i Babi-
lonesi) che puniranno i malvagi.
Secondo lamento (1,12-17) del profeta: i conquistatori travolgono non solo
i colpevoli, ma chiunque capita nelle loro reti.
Seconda risposta (2,2-4) preceduta dalla preparazione del profeta a riceverla
(2,l): chi rimane fedele a Dio non sarà colpito dal castigo riservato ai malvagi.
Introduzione alle cinque minacce (2,5-6a).
I cinque «Guai!» (2,6b-20) contro i trasgressori della legge di Dio.
Preghiera finale (3,l-19) sotto forma di salmo che esalta la grandezza e la
forza di Dio.
La presenza di dialoghi nei primi due capitoli, e del salmo finale, hanno sug-
gerito ad alcuni autori di vedere anche nel libro di Abacuc un cerimoniale litur-
gico. Ma l'ipotesi resta tutta da dimostrare.

3. Messaggio teologico
I1 profeta pone una domanda angosciata: ((Perché Dio non interviene contro
le ingiustizie? Perché non elimina il male?)). È la domanda di sempre, che nella
Bibbia viene posta soprattutto nei libri sapienziali, per es. in Giobbe. Una prima
risposta (((Dio interviene come e quando vuole») suscita una domanda ancora
più drammatica, perché la punizione dei malvagi coinvolge anche gli innocenti.
Come è possibile allora parlare di un Dio giusto? O addirittura, si può parlare
di Dio?
La domanda posta da Abacuc non è affatto accademica, ma nasce da situa-
zioni concrete che coinvolgono il popolo di Israele, nella sua vita interna e nei
rapporti internazionali. I1 profeta si rende conto di affrontare un tema cruciale
e annette una grande importanza alla risposta che sta per dare, tanto da impe-
gnarsi a scriverla perché possa essere letta da tutti (2,l-3).
Nonostante le apparenze in contrario, Dio salverà chi si affida completamente
a lui (2,4b), e non fa conto della propria forza o delle proprie capacità (2,4a.5).I3
Ritorna il tema caro ai profeti precedenti: Sofonia, Naum, soprattutto Isaia, che

l 3 In 4a l'ebraico legge: «Ecco, è superba, non è retta la sua anima in lui». Il v. 5a, tradotto secondo

il manoscritto di Qumran, mette ancora in evidenza la superbia dell'uomo, che viene travolta da Dio.
Solo chi attende fiducioso la salvezza come un dono gratuito, potrà sperare di ottenerla.
propugnava la politica della fede contro quella che si basava unicamente sulle
alleanze umane. Nel libro di Abacuc, come in quello di Naum, si accompagna
l'esortazione ad avere fiducia in Dio con una preghiera di tipo innico che mette
in luce un dato inconfutabile: la sovranità di Dio sulle forze della natura. Que-
sta considerazione deve far capire che Dio è in grado di intervenire anche nelle
vicende umane, con la stessa libertà e potenza che manifesta nel dominio delle
tempeste e nell'alternarsi delle stagioni.
L'affermazione di Abacuc che Dio concede la salvezza a chi ha fiducia in
lui, anche se originata in un momento storico particolare, ha avuto risonanze
molto ampie che ne hanno evidenziato il valore universale. Così a Qumran Ab
2,4 ha dato luce e forza per comprendere e affrontare momenti difficili per quel-
la comunità di pii ebrei.
Anche i cristiani vi hanno trovato un'indicazione preziosa per descrivere l'at-
teggiamento del credente in rapporto a Cristo. I1 concetto di fedeltd e fiducia
verso Dio si precisa in rapporto alla fede in Cristo, che dona la salvezza. Paolo
cita due volte il testo di Abacuc (Rm 1,17 e Gal 3,1 l) per esaltare il ruolo della
fede per ottenere la salvezza, e la lettera agli Ebrei (10,38) cita lo stesso passo
per esortare alla costanza nella vita cristiana.
In conclusione: questi tre profeti, pur essendo chiaramente ancorati nel loro
tempo, affrontano però problemi di sempre, dando risposte che superano l'inte-
resse immediato. Gli interrogativi che essi hanno affrontato sono quelli che la
gente di oggi continua a proporre. La soluzione non può essere cercata solo con
ragionamenti umani, ma deve essere richiesta insistentemente a Dio con la pre-
ghiera, che nasce da una fede profonda.
I punti di riferimento culturali (ad es. Dio dominatore delle forze della natu-
ra) che consentono di comprendere l'agire di Dio, potranno essere per noi diver-
si da quelli di Naum o di Abacuc. Ma non deve cambiare l'atteggiamento di fon-
do verso Dio. Oggi può essere la storia, nel suo dipanarsi millenario, il termine
a cui fare riferimento per dare alle vicende umane un senso che diventa chiaro
solo a uno sguardo di fede.