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Parte terza

I PROFETI DEL DOPOESILIO

GIOVANNI BOGGIO
CAPITOLO TREDICESIMO
CENNI STORICI *

L'IMPERO PERSIANO
Nel secolo VI1 a.C. la Persia era un regno vassallo del confinante regno di
Media; ma dopo la conquista dell'Elam i Persiani trasportarono la loro capitale
a Susa e divennero sempre più potenti. Nel 552 a.C. il re persiano Ciro I1 (559-529)
della dinastia achemenide occupò Ecbatana, la capitale della Media, che fu an-
nessa al territorio della Persia. Ciro continuò nelle sue conquiste verso occidente
giungendo ad annettere al nascente impero il regno di Lidia governato da Creso,
e quindi tutta 1'Anatolia.
Ciro rivolse allora la sua attenzione verso la Mesopotamia, dove l'impero
babilonese attraversava un momento delicato a causa di ribellioni interne e del-
l'incapacità dell'ultimo imperatore Nabonide, che si era associato al trono il fi-
glio Belshassar. Dopo aver sconfitto l'esercito babilonese a Opi sul fiume Tigri,
nel 539 Ciro occupò Babilonia, praticamente senza incontrare resistenza ed anzi
accolto come un liberatore.
La politica seguita da Ciro e dai suoi successori nel governare le popolazioni
sottomesse, fu molto liberale: verosimilmente era dettata da motivi pratici di or-
ganizzazione del vasto impero che si stava formando rapidamente. I Persiani non
seguirono l'uso secolare di deportare le popolazioni sconfitte, al contrario per-
misero a tutti i gruppi di esiliati il ritorno nella propria patria. Nel 538 Ciro pro-
mulgò un editto che concedeva a quanti erano stati deportati in Babilonia la fa-
coltà di rientrare nelle terre d'origine e di ricostruire i templi delle divinità nazionali.
Fu anche introdotto nelle iscrizioni ufficiali l'uso delle lingue elamita e babi-
lonese accanto al persiano. Lo stesso uso fu accolto nella corrispondenza tra la
corte persiana e i governatori delle diverse province, che ricevevano i documenti
imperiali redatti nella propria lingua. In quella che più tardi diventerà la satra-
pia di Abarnahara (la provincia dell'oltrefiume, che comprendeva la Siria, la
Palestina e l'Egitto) già da tempo si era diffusa la lingua aramaica, che divenne
la lingua ufficiale dei rapporti con la capitale dell'impero.
La magnificenza della corte, l'organizzazione dell'impero e la religione per-
siana esercitarono un fascino notevole nel mondo antico e, a quanto sembra,
ebbero un certo influsso sullo sviluppo della religione ebraica.
A Ciro succedette Cambise I1 (529-522), che nel 525 conquistò l'Egitto. Alla
sua morte divenne imperatore Dario I (522-486) dopo aver sedato una serie di

* Vedi anche Logos, vol. lo, cap. IV, La storia del popolo ebraico dopo l'esilio, pp. 97-125, e la
bibliografia ivi citata.
sommosse che avevano fatto pensare a un crollo del giovane impero. Dario divi-
se l'impero in venti satrapie e costruì la favolosa città di Persepoli. Intraprese
anche la conquista della Grecia, ma fu sconfitto a Maratona nel 490 a.C.
Gli succedette Serse I (486-465), che ritentò la conquista della Grecia. Dopo
la vittoria alle Termopili (480) occupò 1'Attica e distrusse Atene, ma fu sconfitto
poco tempo dopo nella battaglia di Salamina. I testi biblici lo ricordano con il
nome di Assuero.
Artaserse I (465-423) firmò con i Greci la cosiddetta «pace di Gallia» (449),
l
ma lasciò un impero inquieto, nel quale si succedevano rivolte e congiure. Que- l
sta situazione di lotte interne si protrasse sotto Serse I1 (423) e Dario I1 (423-404).
Artaserse I1 (404-358) affrontò il fratello Ciro il giovane, che lo sconfisse ma
i
mori nella battaglia di Cunassa (401), legata al ritorno dei 10.000 mercenari gre-
ci descritto nell'Anabasi di Senofonte.
Gli ultimi imperatori persiani furono Artaserse I11 (358-338), Arsete (338-336)
e infine Dario I11 Codomano (336-330), sconfitto da Alessandro Magno.

LA GIUDEA SOTTO L'IMPERO PERSIANO


I
I libri di Aggeo e di Zaccaria, la terza parte di Isaia, Malachia, i libri di Esdra i

e Neemia si riferiscono a personaggi e avvenimenti di questo periodo storico.


La vicenda raccontata nel libro di Ester è ambientata alla corte persiana di As-
suero (Serse I). Altri libri biblici furono forse composti in questo periodo, verso
la fine dell'impero persiano o all'inizio dell'epoca successiva. Da questi libri si
possono ricavare le date di avvenimenti che hanno riguardato la Giudea sotto
la dominazione persiana.
Nel 538, in seguito all'editto di Ciro, un primo gruppo di deportati Giudei
rientra a Gerusalemme sotto la guida di Sesbassar e incomincia l'opera di rico-
struzione della città (Esd 1,l-2,70).
Nel 520 (secondo anno di Dario, un momento difficile per l'impero persia-
no), grazie all'intervento dei profeti Aggeo e Zaccaria riprendono i lavori di ri-
costruzione del tempio, per opera di Zorobabele e Giosuè.
Nel 515 (sesto anno di Dario I) la ricostruzione del tempio è ultimata (Esd
4,24-6,15). Sotto gli imperatori Serse e Artaserse I la ricostruzione di Gerusa-
lemme incontra difficoltà e viene sospesa per alcuni anni (Esd 4,6-7.23s).
Nel 458 (settimo anno di Artaserse I) giunge a Gerusalemme un nuovo grup-
po di Giudei ritornati da Babilonia sotto la guida di Esdra, che impone come
legge dello stato quella contenuta nel Pentateuco (Esd 7-10).
Nel 446 (ventesimo anno di Artaserse I) giunge dalla Persia il governatore
Neemia, che ricostruisce le mura di Gerusalemme (Ne 3), ristabilisce l'ordine so-
ciale (Ne 5) e costringe le famiglie estratte a sorte a ripopolare la città (Ne l l).
Nel 433 (trentaduesimo anno di Artaserse I) termina la missione di Neemia
(Ne 5,14; 13,6), il quale ritorna qualche tempo dopo a Gerusalemme per una
nuova missione.
Sono state rilevate numerose incongruenze nella successione dei fatti e delle
date come sono riportate nei libri di Esdra e Neemia.' Aggeo, Zaccaria e il Ter-
zo Isaia svolsero la loro attività nei primi decenni dopo il ritorno dall'esilio; Ab-
dia e Malachia si possono collocare agli inizi del secolo V; il libro di Giona sem-
bra attribuibile alla fine dell'impero persiano, mentre Baruc e la Lettera di Ge-
remia sono più recenti, ma non offrono elementi sicuri per una datazione più
precisa.
Nemmeno è facile ricostruire con buona approssimazione quanto accadde nel
territorio della Giudea dalla occupazione di Gerusalemme fino alla fine dell'im-
pero persiano. Le fonti bibliche a nostra disposizione si riferiscono a pochi mo-
menti particolari e fanno menzione di nomi e situazioni dai profili piuttosto va-
ghi. Alcuni dati considerati sicuri dagli storici in passato, oggi sono rimessi in
discussione, sulla base di una documentazione prima sconosciuta che permette
di leggere il dato biblico sotto nuova luce.
La deportazione compiuta da Nabucodonosor nel 587 lasciò la Giudea e Ge-
rusalemme in condizioni tragiche, ma la vita continub, sia quella politica e so-
ciale sia quella religiosa, anche se con molti disagi. Probabilmente la Giudea fu
governata in qualche modo dagli ultimi discendenti di Davide, in qualità di prin-
cipi vassalli di Babilonia, e lo stesso culto a Jhwh nel tempio distrutto dovette
continuare, benché in forma ridotta.
I1 dato più rilevante di questo periodo è il formarsi di due mentalità diverse
nei due gruppi di Giudei sopravvissuti alle stragi del 587. Tra i deportati si ela-
borò la riflessione religiosa indicata dagli studiosi come tradizione sacerdotale,
ispirata agli scritti dei profeti precedenti e alimentata dai profeti che vissero in
esilio (Ezechiele e Secondo Isaia). Mancò invece tra i rimasti in Giudea, o per
lo meno non è giunta a noi, una riflessione analoga volta a interpretare dal pun-
to di vista religioso quanto era avvenuto.
Si spiegano così i contrasti e le incomprensioni tra i reduci da Babilonia e
i Giudei rimasti in patria. La fede era la stessa, ma diverso era lo spirito con
il quale era vissuta. Era inevitabile lo scontro tra il dinamismo degli idealisti rim-
patriati e la negligenza di cui questi rimproveravano gli scampati dall'esilio. Un'al-
tra causa di contrasto doveva essere legata al possesso delle terre che i rimpatria-
ti rivendicavano per diritto ereditario, mentre i rimasti le occupavano per usuca-
pione, o diritto acquisito.
Resta problematica la figura e la missione dei protagonisti del ritorno dall'e-
silio, Sesbassar, Zorobabele e Giosuè. Nei primi due, la cui scomparsa rimane
avvolta nel mistero, alcuni studiosi sono inclini a vedere un'unica persona. Non

' Vedi l'introduzione ai due libri nel vol. 2" di Logos.


è chiaro, inoltre, il rapporto tra il sacerdote Giosuè e il principe davidico Zoro-
babele. I testi biblici, piuttosto reticenti su questo periodo e rielaborati in revi-
sioni successive, possono suggerire che la fine della monarchia davidica sia av-
venuta in modo tragico proprio con la morte violenta di Zorobabele.
I contrasti tra i sacerdoti ritornati dall'esilio e quelli rimasti a Gerusalemme,
la lotta per la supremazia tra sacerdozio e monarchia, le difficoltà economiche
e la rivalità tra ambiente cittadino (Gerusalemme) e la campagna, avrebbero fat-
to scoppiare una guerra civile tra i sostenitori dell'istituzione monarchica e i fautori
di un nuovo ordinamento politico. Zorobabele sarebbe stato la vittima illustre
di queste lotte (si accennerebbe a questi fatti in Zc 12) e con lui sarebbero tra-
montati i sogni di ripresa della monarchia davidica. I1 fatto certo è che in questo
periodo il sacerdozio legato alla famiglia di Sadok (i Sadokiti o Sadociti) si af-
ferma come l'unico punto di riferimento e di guida per gli abitanti della Giudea,
mentre la monarchia scompare. l

L'affermarsi del sacerdozio sadocita non portò a un miglioramento della vi-


ta religiosa. I1 culto era celebrato con trascuratezza, i sacerdoti sembravano preoc-
cupati solo degli interessi personali, tra il popolo erano frequenti i matrimoni
con donne non ebree. Quest'ultimo fatto era dovuto anche a motivi di opportu- l
nità politica, cioè alla tendenza di costruire una società integrata con le popola-
zioni vicine. Da una parte ciò rispondeva a un'apertura universalistica, sulla li-
nea di quanto predicato dal Terzo Isaia e da Zaccaria, ma dall'altra era sentito
come pericoloso per la purezza della fede iahvista.
I1 periodo della ricostruzione postesilica si presenta pertanto molto comples-
so, ricco di fermenti nuovi ma anche di contrasti profondi che troviamo espressi
nei libri composti in questo tempo.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
I PROFETI DELL'IMMEDIATO POSTESILIO
(Aggeo, Zaccaria 1-8, Abdia, Isaia 56-66)

BIBLIOGRAFIA

Anticipiamo qui anche la bibliografia del capitolo seguente sugli ultimi profeti, poiché spesso
le pubblicazioni li includono tutti.
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and Obadiah, Banner of Truth, Edinburgh 1986; CERESKO A.R., Jonah, NJBC, 580-584; CHARY
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1989, 381-384; DAYJ., Problems in Znterpretation of the Book of Jonah, in In Quest of the
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chi, in The Znterpreter's Bible, VI, New York 1956, 115-144; Gozzo S.M., Leprofezie di Ab-
dia, Aggeo, Malachia, Ed. Trevigiana, Treviso 1970; HERBERT A.S., The Book of the Pro-
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oracles du Proto-Zacharie (EtB), Gabalda, Paris 1969; RINALDIC.M., I Profeti minori, I1
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I Profeti minori, I11 (SB), Marietti, Torino 1969 (Aggeo: 125-141; Zaccaria: 145-215; Mala-
chia: 219-244); ROMEROWSKI S., Les livres de Joel et d'Abdias (CEB 9), Edifac, Vaux-sur-
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Studi particolari
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vengeance du Seigneur contre Edom et les nations en Zs 63.1-6, ZAW 102 (1990) 105-110; GRELOT
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zionisulla spiritualità giudaica del Secondo Tempio, Henoch 1 (1991) 3-18; SERRAA., «EsuI-
ta, figlia di Sion!~.Principali riletture di Zc 2,14-15 e 9,9ac nel Giudaismo antico e nel Cri-
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AGGEO I
I1 profeta
Non abbiamo nessuna notizia sul nostro profeta, eccetto le pochissime che
si possono ricavare dal libro che ne porta il nome. È ricordato insieme a Zacca- l
l

ria soltanto nel libro di Esdra (5,5; 6,14) in occasione dell'inizio dei lavori per
la ricostruzione del tempio di Gerusalemme nel 520. Potrebbe essere uno degli l
anziani ritornati dall'esilio babilonese che ricordavano con nostalgia il tempio l
costruito da Salomone (cf 2'3). La nuova costruzione, paragonata con quella i
precedente tanto grandiosa, agli occhi di questi anziani poteva sembrare una rea-
I
lizzazione insignificante e indegna della maestà di Dio. I1 nome Haggaj non è
portato da nessun altro personaggio biblico. Per l'etimologia sembra collegarsi
al termine @g, che significa «festa».
Dalle domande che il profeta rivolge ai sacerdoti (2,ll-14) si potrebbe de-
durre che Aggeo non apparteneva alla classe sacerdotale. Ma il tono retorico con
il quale sono formulate, dimostra che il profeta conosceva molto bene la legge
alla quale fa riferimento (Lv 5,2; 11'24-25.32-35; 22'4-6) come anche i compiti
che erano affidati ai sacerdoti (Lv 10,lO-11). Inoltre il suo interesse per il tempio
e il culto lasciano intendere che era molto vicino agli ambienti sacerdotali.

I1 libro
Il libretto presenta una serie di interventi profetici inseriti in una cornice nar-
rativa che si preoccupa di datarli con precisione: dal primo giorno del sesto mese
( l , l ) al 24 del nono mese dell'anno secondo di Dario (2'10. 18). Si tratta di Dario
I (522-485) e l'anno è il 520. I1 primo giorno del sesto mese, secondo il calenda-
rio babilonese che faceva iniziare l'anno in primavera, cadeva verso la fine di
agosto e i124 del nono mese verso la meta di dicembre.' Tra questi due estremi
si svolge l'attivita di Aggeo. Altri due interventi sono datati a1 21 del settimo
mese (2,l) e a1 24 di un mese non precisato (2,20).
Nonostante la lor0 apparente precisione, queste date non sembrano coerenti
con il contenuto dei messaggi profetici ai quali sono legate. In 1,15 k riportata
una data che si riferisce all'inizio dei lavori per la ricostruzione del tempio, ma
senza un messaggio del profeta. In 2,18 si fa riferimento esplicito a questo fatto
e si ricordano anche le parole di Aggeo che commentano la situazione descritta.
La nuova data perb non coincide con quella d'inizio dei lavori e quindi deve es-
sere il risultato di una svista o di una incomprensione del testo. Per questo moti-
vo si suggerisce di modificare il testo leggendo tt24 del sesto mese>>e di spostare
la pericope 2,15-19 dopo 1,15.
Anche l'ultimo intervento, riferito a1 giorno 24 di un mese imprecisato (2,20),
sembra collegarsi piu facilmente, a motivo del contenuto (intervento straordina-
rio di Dio che ctscuote il cielo e la terra))) e del destinatario (Zorobabele) a quan-
to riferito in 2,l-9. I1 mese dunque sarebbe il settimo, ciok verso la prima meta
di ottobre.
Almeno due delle date scelte dal profeta per i suoi interventi erano partico-
larmente significative. I1 primo giorno del mese si celebrava la festa della luna
nuova o neomenia (cf Nm 10,lO; 28,ll- 15); dal 15 del settimo mese, per la dura-
ta di una settimana, si celebrava la festa delle Capanne o SukkGt (cf Lv 23,33-43;
Nm 29,12-39). La festivita religiosa poteva predisporre gli animi ad accogliere
piu facilmente le esortazioni che il profeta rivolgeva a nome di D ~ o . ~
In tutto il libro, che nell'elenco dei Dodici Profeti occupa il decimo posto,
si parla del profeta in terza persona. E un ulteriore indizio che i messaggi di Ag-
geo sono stati raccolti da un redattore anonimo che ha ricostruito l'ambiente
nel quale il profeta ha agito, disponendo i suoi interventi secondo un criterio
che a noi sfugge. In base alla ricostruzione che abbiamo suggerito, possiamo in
ogni caso organizzare i messaggi del profeta in tre argomenti:
1. La mancata ricostruzione del tempio k la causa delle avversita che il po-
polo ha dovuto affrontare (1,2-15). I1 profeta promette che in futuro Dio bene-
dira chi lavora per ricostruire la sua casa (2,15-19).
2. Zorobabele (l'autorita civile) e Giosuk (l'autorita religiosa) sono incorag-
giati a guidare i lavori di ricostruzione.' Aggeo si appella alla sovranita univer-

' Cf R. DE VAUX,Le istituzioni delllAntico Testamento, 192-193.


Per l'importanza e I'ordinamento delle feste all'interno del calendario cultuale, cf A. ROLLA, Le
istituzioni del popolo ebraico, in R. FABRIS (ed.), Introduzione generale alla Bibbia (Logos I), Elle Di
Ci, Leumann (To) 1994, 201-233; J. MAIER,I1 Giudaismo del secondo Tempio, 283-286; R. DE VAUX,
Le istituzioni..., 454-457.
Nel libro di Esdra (1,8-11; 5.14-16) si parla di un certo Sesbassar nominato ((governatorene inizia-
tore dei lavori di ricostruzione del tempio. Di Zorobabele si dicono praticamente le stesse cose e cib ha
indotto molti studiosi a identificare i due personaggi. L'ipotesi che li vede come due figure distinte 6 stata
sale del Dio di Israele per garantire la riuscita dell'impresa: il nuovo tempio sarà
più glorioso del primo, perché legato più intimamente alla presenza di Dio (2,l-9).
Zorobabele sarà il rappresentante di Dio e guiderà il popolo alla vittoria su tutti
i suoi nemici (2,20-23).
3. Dopo tre mesi dall'inizio dei lavori pare si fossero presentate difficoltà
che sembravano insuperabili e stava serpeggiando un senso di sfiducia. I1 profe-
ta, attraverso una serie di domande rivolte ai sacerdoti, spiega il fatto con l'in-
degnità dei costruttori che rendono impuro tutto ciò che toccano e impediscono
quindi la costruzione dell'edificio sacro (2,lO-14).

Messaggio teologico e prospettive di attualizzazione


In sostanza il messaggio è unico, incentrato sulla necessità di ricostruire il
tempio di Dio. Ma attorno a questo tema il profeta sviluppa una serie di consi-
derazioni teologiche che allargano l'orizzonte, anche se entro limiti che ci sem-
brano ancora abbastanza ristretti.
In una situazione storica concreta Aggeo interviene come interprete degli av-
venimenti dal punto di vista di Dio, rivolgendo il suo messaggio ai capi politici
e religiosi e anche a tutto il popolo di Gerusalemme. La necessità di ricostruire
il tempio nasce da una duplice considerazione: da un lato, la convinzione della
grandezza di Dio, i cui messaggi sono introdotti ripetutamente con la formula
solenne «Così dice Jhwh degli eserciti» (cf 1,2.5.7 ecc.), espressione che, parten-
do dal contesto della guerra santa, giunge a significare la sovranità universale
del Dio di Israele; dall'altro lato, la constatazione che il popolo di Giuda trascu-
ra il suo Dio anteponendogli i propri interessi materiali, le proprie comodità (1,4.9).
Ciò sconvolge il giusto rapporto tra i valori: gli interessi di Dio, che dovrebbero
occupare il primo posto nelle scelte della gente, vengono collocati in un ruolo
secondario.
In quel preciso momento storico Aggeo vede nel tempio un valore primario.
Per lui era l'unico problema di quei giorni; dalla sua mancata soluzione fa di-
pendere il cattivo andamento delle stagioni (1,6.9-11; 2,16-17), come pure lega
i buoni risultati a una benedizione di Dio conseguente all'impegno nella rico-
struzione (2,18-19).
Dio è al centro dell'interesse del profeta. È lui che anima i costruttori susci-
tando in loro quello «spirito» (ruah) che li rende capaci di imprese straordinarie
(1,14; 2,4) e assicurando la sua presenza attiva («Io sono con voi» 1'13; cf 2,5),
come era già accaduto per i grandi uomini del passato (cf Gs 1,5).
L'importanza attribuita al tempio ricostruito è dovuta non alle sue dimen-
sioni o alla sua grandezza materiale, ma unicamente alla presenza di Dio che

criticata da J. LUST,The Identification of Zerubbabel with Sheshbassar, EThL 63 (1987) 90-95, ma è


ancora sostenuta da P. SACCHI,L'esilio e la fine della monarchia davidica (Henoch 2-3 119891 131-148)
e da F. BIANCHI, Zorobabele re di Giuda (Henoch 2 [l9911 133-150).
si rivela in modo straordinario (2,7.9), concedendo quell'abbondanza di beni (3-
ldrn, 2,9) che il popolo cercava di ottenere a scapito dell'onore di Dio. L'oro,
l'argento, tutte le ricchezze della terra sono un nulla di fronte a Dio, che ne può
disporre a suo piacimento (2,6-8), come può fare anche dei popoli e dei loro so-
vrani (2,21-22). Solo chi è scelto da Dio potrà regnare, se sarà un «servo» fedele
a chi lo ha posto in quell'alto incarico (2,23).
I1 profeta è consapevole di comunicare messaggi che lo impegnano personal-
mente e, quasi per sfuggire a una verifica di quanto annuncia, nell'ambito della
storia, proietta alcune delle sue promesse in un futuro indeterminato. Il benesse-
re derivante dalla ricostruzione del tempio è promesso per un tempo immediato
(2,18-19); ma la trasformazione globale che porta il tempio al centro dell'atten-
zione di tutti i popoli viene annunciato con termini quanto mai vaghi: «Ancora
un po' di tempo...)) (2,6), «In quel giorno...)) (2,23).
I1 linguaggio usato si avvicina a quello che in altri profeti diventerà chiara-
mente escatologico e apocalittico. La vittoria di Dio sui nemici suoi e del suo
popolo avverrà certamente, ma solo Dio conosce i tempi e le modalità della sua
realizzazione. L'incertezza sul quando non deve però lasciare dubbi sulla realtà
del fatto.
A questo progetto di Dio, che si realizzerà con assoluta certezza, si contrap-
pone il comportamento di un popolo indegno, che frappone ostacoli al suo com-
pimento (2,lO-14). I1 profeta accenna appena questo tema, preferendo insistere
sulla realizzazione del piano di salvezza ad opera di Dio. Potrebbe essere questo
il motivo per il quale l'ultimo redattore del nostro libro ha alterato l'ordine degli
interventi di Aggeo: non lasciare come messaggio conclusivo un'accusa al popo-
lo, ma concludere con la proclamazione di Zorobabele «eletto di Dio» (2,23).
I1 messaggio di Aggeo, così legato alla ricostruzione materiale del tempio,
sembra fare un passo indietro rispetto a quanto aveva affermato Geremia, che
ne aveva predetto la distruzione (Ger 7). Ma la situazione in cui si trova Aggeo
è diversa: il tempio diventa il segno concreto dell'importanza da dare agli inte-
ressi di Dio, i quali devono sempre occupare il primo posto nella vita del suo
popolo. I1 messaggio di Aggeo non si discosta dunque molto, nella sostanza, da
quello di Geremia. Pur nella sua insistenza per gli aspetti materiali, egli porta
l'attenzione sul vero motivo dell'interesse per il tempio, la presenza di Dio.
Con questa visione delle cose è in armonia la sensibilità che anche nella Chie-
sa cristiana si è sempre avuta per i luoghi di culto. La loro importanza, pur sem-
pre relativa, non deve indurre alla trascuratezza o al disinteresse verso un segno
così rilevante della fede di una comunità di credenti.

ZACCARIA (CC. 1-8)

Nella lista dei Dodici Profeti, il libro di Aggeo è seguito da quello di Zacca-
ria, composto di 14 capitoli. Già a una prima lettura si nota una netta divisione
rio babilonese che faceva iniziare l'anno in primavera, cadeva verso la fine di
agosto e il 24 del nono mese verso la metà di dicembre.' Tra questi due estremi
si svolge l'attività di Aggeo. Altri due interventi sono datati al 21 del settimo
mese (2,l) e al 24 di un mese non precisato (2'20).
Nonostante la loro apparente precisione, queste date non sembrano coerenti
con il contenuto dei messaggi profetici ai quali sono legate. In 1,15 è riportata
una data che si riferisce all'inizio dei lavori per la ricostruzione del tempio, ma
senza un messaggio del profeta. In 2'18 si fa riferimento esplicito a questo fatto
e si ricordano anche le parole di Aggeo che commentano la situazione descritta.
La nuova data perb non coincide con quella d'inizio dei lavori e quindi deve es-
sere il risultato di una svista o di una incomprensione del testo. Per questo moti-
vo si suggerisce di modificare il testo leggendo ((24 del sesto mese» e di spostare
la pericope 2,1519 dopo 1'15.
Anche l'ultimo intervento, riferito al giorno 24 di un mese imprecisato (2,20),
sembra collegarsi più facilmente, a motivo del contenuto (intervento straordina-
rio di Dio che «scuote il cielo e la terra))) e del destinatario (Zorobabele) a quan-
to riferito in 2,l-9. I1 mese dunque sarebbe il settimo, cioè verso la prima metà
di ottobre.
Almeno due delle date scelte dal profeta per i suoi interventi erano partico-
larmente significative. I1 primo giorno del mese si celebrava la festa della luna
nuova o neomenia (cf Nm 10,lO; 28,ll-15); dal 15 del settimo mese, per la dura-
ta di una settimana, si celebrava la festa delle Capanne o Sukkdt (cf Lv 23,33-43;
Nm 29,12-39). La festività religiosa poteva predisporre gli animi ad accogliere
più facilmente le esortazioni che il profeta rivolgeva a nome di Dio.2
In tutto il libro, che nell'elenco dei Dodici Profeti occupa il decimo posto,
si parla del profeta in terza persona. È un ulteriore indizio che i messaggi di Ag-
geo sono stati raccolti da un redattore anonimo che ha ricostruito l'ambiente
nel quale il profeta ha agito, disponendo i suoi interventi secondo un criterio
che a noi sfugge. In base alla ricostruzione che abbiamo suggerito, possiamo in
ogni caso organizzare i messaggi del profeta in tre argomenti:
1. La mancata ricostruzione del tempio è la causa delle avversità che il po-
polo ha dovuto affrontare (1'2-15). I1 profeta promette che in futuro Dio bene-
dirà chi lavora per ricostruire la sua casa (2,1519).
2. Zorobabele (l'autorità civile) e Giosuè (l'autorità religiosa) sono incorag-
giati a guidare i lavori di ricostruzione.' Aggeo si appella alla sovranità univer-

' Cf R. DE VAUX,Le istituzioni delllAntico Testamento, 192-193.


Per l'importanza e l'ordinamento delle feste all'interno del calendario cultuale, cf A. ROLLA, Le
istituzioni del popolo ebraico, in R. FABRIS (ed.), Introduzione generale alla Bibbia (Logos l ) , Elle Di
Ci, Leumann (To) 1994, 201-233; J. MAIER,Il Giudaismo del secondo Tempio, 283-286; R. DE VAUX,
Le istituzioni.. ., 454-457.
Nel libro di Esdra (l,8-l l ; 5,14-16) si parla di un certo Sesbassar nominato «governatore» e inizia-
tore dei lavori di ricostruzione del tempio. Di Zorobabele si dicono praticamente le stesse cose e ciò ha
indotto molti studiosi a identificare i due personaggi. L'ipotesi che li vede come due figure distinte i? stata
di stile, di contenuti e di riferimenti storici tra i cc. 1-8 e i rimanenti. Questo
fatto era stato rilevato anche in passato, ma solo la critica moderna ha potuto
dimostrare con argomenti solidi la diversità di autori tra i primi otto capitoli e
i seguenti, attribuiti al Secondo Zaccaria.
Studieremo qui solo la prima parte del libro. I capitoli successivi (9-14) sa-
ranno presentati tra gli scritti dell'apocalittica biblica m i n ~ r e . ~

I1 profeta l
Zaccaria (in ebraico significa «il Signore si è ricordato))) è un nome portato
da diversi personaggi biblici, compreso un re di Israele (2 Re 15'8). I1 nostro profeta
è detto «figlio di Barachia, figlio di Iddo» ( l , l). In 1,7 è indicato solo come «fi-
glio di Iddo» come in Esd 5,l e 6,14. In Ne 12,16 è ricordato uno Zaccaria a
capo della famiglia sacerdotale di Iddo. Un altro Zaccaria, indicato come «fi-
glio di Iebarachian, figura insieme al sacerdote Uria come testimone al fianco
di Isaia (1s 8,2). Ancora un personaggio con lo stesso nome, poi identificato dal-
la tradizione giudaica con il nostro profeta, si trova in 2 Cr 24,20-22. Questo I
((Zaccaria, figlio del sacerdote Ioiada» (2 Cr 24,20) era sacerdote e profeta e venne
lapidato nel cortile del tempio per ordine del re di Giuda Ioas (835-796): l'episo-
dio è ricordato anche nel Vangelo di Matteo (23'35) dove però, seguendo la tra-
dizione, viene indicato come «figlio di Barachia)).
Questa ricorrenza di nomi identici riferiti a personaggi diversi deve aver creato
qualche confusione nell'identificazione del nostro profeta, al quale per altro venne
attribuita anche la paternità di alcuni Salmi nella Bibbia greca, nella Vetus Lati-
na, nella Vulgata e nella traduzione in siriaco.
Non sappiamo nulla della vita di questo profeta, a parte gli interventi ripor-
tati nel suo libro.

I1 libro
Anche questo libro, come quello di Aggeo, è inquadrato da date precise. Due
interventi del profeta sono collocati nel «secondo anno del regno di Dario», pre-
cisamente ((durante l'ottavo mese» ( l , l ) e «il ventiquattresimo giorno dell'undi-
cesimo mese» (1,7). Un terzo intervento è datato nel «quarto anno del regno di
Dario, il quarto giorno del nono mese» (7,l). I1 secondo anno di Dario, come
abbiamo visto in Aggeo, è il 520, e i mesi sono rispettivamente ottobre-novembre
e la metà di febbraio del 519. La terza data ci porta invece alla metà di novem-
bre del 518 a.C.
Però alcuni riferimenti presenti nel libro sembrano più comprensibili se il pro-
feta vive in mezzo agli esiliati a Babilonia (2,lO-13) e fa parte dei primi rientrati
dall'esilio (2,14-17), tanto più che Gerusalemme e il tempio sono descritti in una
situazione che rispecchia meglio quella dei primissimi anni dopo il ritorno (1,16s;

' Vedi pp. 221-226: I1 Secondo Zaccaria (Zc 9-14).


2,5-9; 4,7-9). Anche il modo in cui sono presentati i rapporti tra i due personag-
gi centrali, Giosuè e Zorobabele (3,8-10 e 6,lO-12), fa pensare a una data ante-
riore al 520.5
Altre indicazioni (3,l-7) ci portano ad alcuni anni dopo il 520, quando, in
seguito alla scomparsa di Zorobabele, l'autorità del sommo sacerdote Giosuè
si era affermata come l'unica capace di dare speranza al popolo. I1 rimaneggia-
mento del testo in 6,9-15, con l'eliminazione maldestra del nome di Zorobabele,
ci porta ugualmente allo stesso periodo, quando ormai il sacerdozio sadocita si
era affermato e il ricordo del re era diventato scomodo. Ma questa revisione di
un testo più antico potrebbe essere opera di un redattore e non attribuibile allo
stesso Zaccaria.
I1 contenuto del libro è abbastanza lineare e si può articolare in base alle date
che riporta.
a. Introduzione: il Signore è disposto a perdonare se il popolo si converte
(ottavo mese dell'anno secondo di Dario: 1,l-6);
b. I l racconto degli otto sogni (24 dell'undecimo mese: 1,7-6,9).
1) Cavalli e cavalieri inviati da Dio hanno trovato la terra in pace. Un inviato
di Dio spiega che i settant'anni del castigo sono terminati e il popolo può ritornare
a Gerusalemme (1,7-13) che sarà ricostruita (1,14-17).
2) Quattro operai abbattono quattro corna: al profeta viene spiegato che le cor-
na rappresentano le nazioni nemiche di Israele (2,l-4).
3) Un uomo con una corda vorrebbe prendere le misure per ricostruire le mura
di Gerusalemme, ma viene fermato perché la nuova città avrà dimensioni enormi.
Dio stesso le farà da muro di difesa (2,5-9). Esortazione a ritornare a Sion, dove il
Signore prenderà dimora (2,lO-17).
4) I1 sacerdote Giosuè è accusato davanti al tribunale di Dio, ma viene assolto.
È rivestito di abiti sacerdotali e viene nominato sommo sacerdote con autorità sul
servizio del tempio (3,l-7). A Giosuè viene consegnata da Dio una pietra dai sette
occhi a coronamento dell'investitura ufficiale (3,8-10).
5) I1 profeta vede un candelabro d'oro con sette beccucci e due olivi (4,l-6a). Gli
viene spiegato che il candelabro rappresenta Dio e i due olivi sono i due consacrati
(Giosuè e Zorobabele) che gli stanno al fianco (4,lOb-14). I1 racconto è interrotto
da due messaggi rivolti rispettivamente a Zorobabele (4,6b-7) e a Zaccaria (4,8-10a)
riguardanti la ricostruzione del tempio.
6) Un rotolo di pergamena dalle dimensioni enormi, contenente una maledizione
contro i ladri e gli spergiuri, vola su tutta la terra e si allontana dal profeta, liberan-
do il paese dalla maledizione (5,l-4).
7) Una grande efa (recipiente per misurare i cereali, dalla capacita di circa 40 li-
tri) contenente una donna, è rinchiusa con un coperchio di piombo e portata via in

La questione del rapporto tra il potere religioso e quello civile è trattata ampiamente nei testi di
storia di questo periodo. Cf M. NOTH,Storia d'Israele, 380-386; J.A. SOGOIN, Storia d'Israele, 400-403;
P . SACCHI, Storia del mondo giudaico, 32-33; I D . , L'esilio e la fine della monarchia davidica, Henoch
l1 (1989) 131-148.
volo da due donne alate. Al profeta viene spiegato il significato del sogno: la donna I
rappresenta I'empietà e viene portata a Sennaar, cioè Babilonia. Qui sark collocata
su di un piedistallo nel tempio costruito apposta per lei (5,511).
8) Quattro carri, trainati da cavalli di colore diverso, si allontanano dalla pre-
senza del Signore per andare in tutta la terra a portare i suoi ordini. Quelli diretti
verso Nord (Babilonia)devono annunciare agli esuli che l'ira di Dio si è calmata (6,143).
l
A conclusione del racconto sui sogni è riportato un brano che riguardava origina- 1
riamente l'incoronazione dei due protagonisti: Giosuè e Zorobabele (6,9-15). Forse I
l
la repentina scomparsa di quest'ultimo, e con lui la fine delle speranze messianiche
legate alla monarchia, ha determinato un rimaneggiamento tardivo del testo che la-
scia però intravedere abbastanza chiaramente il livello primitivo.

C. La terza data (anno quarto di Dario, quarto giorno del nono mese: 7,l)
introduce l'ultima parte. Alla domanda se bisogna ancora digiunare nel quinto
mese (il mese nel quale era stata distrutta Gerusalemme nel 587: cf Ger 52,12-14),
segue una riflessione sulle cause che hanno condotto all'esilio (7 ,l-3.4-14). Ora
però si aprono prospettive nuove: il Signore darà pace e prosperità al suo popo-
lo, che si dovrà comportare in modo da piacere a Dio (8,l-17). I precedenti gior-
ni di digiuno si trasformeranno così in giorni di gioia (8,18-19) perché il Signore
è con il suo popolo e tutte le nazioni straniere lo riconosceranno (8,20-23).
Nell'insieme, questi otto capitoli si presentano organizzati in modo abbastanza
armonico, anche se abbiamo riscontrato materiali di provenienza eterogenea quan-
to a data di origine, stile e contenuto. Soprattutto nel racconto dei sogni, gli stu-
diosi hanno rilevato una struttura che li unisce a due a due. I1 primo e l'ultimo
si richiamano con i cavalieri che si presentano a Dio per riferire quello che han-
no visto (primo sogno) e che poi ripartono per eseguire il compito loro assegna-
to (ottavo sogno). Nel secondo e nel terzo si parla della ricostruzione di Gerusa-
lemme e dell'eliminazione degli ostacoli che la impedivano. I1 quarto e il quinto
presentano la riabilitazione del sacerdote Giosuè e il compito che gli è affidato
insieme a Zorobabele. I1 sesto è parallelo al settimo per il tema dell'empietà che
viene allontanata dalla terra di Giuda.
L'insieme dei sogni è perciò inquadrato nella scena di un grande rendiconto
che si svolge davanti al Dio universale, e ha il suo centro nel quarto e quinto
con l'autenticazione dei due personaggi che stanno a cuore al profeta: Giosuè
e Zorobabele. Fa sempre da sfondo Gerusalemme e soprattutto il tempio, abita-
zione di Dio.

I1 messaggio
I1 messaggio del libro di Zaccaria (prima parte) si può raccogliere in una se-
rie di temi principali:

a. Fiducia in Dio
I1 profeta si dimostra sicuro che il tempo del castigo è giunto al termine
(1,12-13) e che è ora di ricostruire guardando a un futuro migliore, nel quale
la presenza di Dio è garanzia di tranquillità (2'9.14-17; cc. 7-8). Tutta la vita
degli esuli ritornati da Babilonia sarà trasformata in meglio, perché Dio avrà
misericordia del suo popolo che ha riconosciuto le sue colpe e si è convertito sin-
ceramente a lui (1,6; 8,lO-19).

b. Dio domina il creato e la storia


Come Aggeo, anche Zaccaria è convinto della sovranità assoluta di Dio (cf
1,lO-11). Da lui dipendono le stagioni favorevoli o contrarie (8,12). È lui che
governa tutti i popoli (1,lO; 2,12-13; 4,14; 6,5-8). Le nazioni straniere, meravi-
gliate per l'agire di Dio verso Israele, riconosceranno il Signore e andranno ad
adorarlo a Gerusalemme (8'20-23)' diventando così a loro volta un motivo di
fede per lo stesso popolo di Dio (2,14-17).

C. Fiducia negli uomini scelti da Dio


Giosuè e Zorobabele sono presentati con toni entusiastici. I1 profeta dimo-
stra una certezza assoluta nell'aiuto che Dio concederà per attuare la missione
loro affidata (3,8414). È anche consapevole delle colpe che il sacerdozio ha
avuto, ma tutto ciò è cancellato dall'intervento di Dio che reintegra Giosuè nella
sua dignità (3,l-7). Le due autorità, quella religiosa (sommo sacerdote) e quella
civile (discendente di Davide), sono viste operare in piena armonia (3,8; 4,3.14),
come lascia intendere anche il testo che doveva essere alla base di 6,9-15.

d . L'attesa del Messia


Con Zaccaria l'attesa del liberatore, o comunque della guida ideale che con-
durrà il popolo alla realizzazione delle promesse messianiche, è incentrata sui
due personaggi che troviamo agli inizi della ricostruzione del tempio: Giosuè e
Zorobabele. Ma i ritocchi al testo che ci parla delle «due corone)) (6,9-15) spo-
stano l'attesa messianica sulla figura del solo Giosuè.
Nel libro di Zaccaria troviamo quindi un duplice passaggio molto significati-
vo: dal messia discendente di Davide (attesa preesilica) al duplice messia (uno
davidico e uno sacerdote), e quindi il ritorno a un personaggio unico (il sacerdo-
te) che sostituisce l'ormai scomparso «Germoglio di D a ~ i d e ) ) . ~

e. Il mondo sovraumano
I1 profeta riceve i suoi messaggi attraverso i sogni, ma non riesce a compren-
derne il significato. È necessario che i messaggeri («angeli»), che sono i protago-
nisti del suo libro, gli diano la spiegazione di quanto egli descrive.
Ci viene così presentato un mondo impenetrabile all'uomo comune e che so-
lo qualche privilegiato (cf Dn 9,23) può intravedere. In questo mondo superio-
re, Dio regna sovrano e di là guida gli avvenimenti umani attraverso una serie

Cf P. SACCHI,Storia del mondo giudaico, 189-191; I D . , Storia del Secondo Tempio, 43. M a vedi
le osservazioni di J.A. SOGGIN,o.c., 402.
di inviati o ministri, i quali hanno l'incarico di informarlo di quanto avviene sul-
la terra e di far eseguire i suoi ordini. Dalle descrizioni di Zaccaria si ha anche
l'impressione che gli avvenimenti umani non siano altro che una ripetizione di
quanto è già avvenuto nel mondo superiore (cf Dn 10,13.20-21).'
Tali messaggeri sono i componenti la corte celeste, immaginata sulla falsari-
ga di quella persiana. Tra di essi figura anche «il Satana» (ossia «l'accusatore»),
che ha l'incarico speciale di informare Dio sui comportamenti negativi degli uo-
mini.s A lui si oppone un altro angelo che agisce come difensore degli uomini,
in quanto espone il piano di salvezza voluto da Dio (cf Zc 3,l-2).
In Zaccaria si accentua dunque il senso della trascendenza di Dio, ma con-
temporaneamente è affermata la sua presenza attiva nelle vicende umane. L'am-
biente culturale e religioso dell'epoca persiana fornisce uno schema collaudato
che consente di superare questa apparente contraddizione, introducendo le figu-
re dei «messaggeri». Questi permettono al re, che vive isolato nel suo palazzo
inaccessibile, di essere al corrente di quanto accade anche nelle province più lon-
tane e di governarle con i suoi decreti. Questo modo di concepire i rapporti tra
l'uomo e Dio, che si pensa possano avvenire soltanto per mezzo di messaggeri
specializzati, diventerà ancora più evidente nel libro di Tobia e nella seconda parte
del libro di Daniele.
I1 messaggio religioso di Zaccaria presenta una verità fondamentale per la
fede di Israele e della Chiesa cristiana: Dio non è separato dal mondo, pur es-
sendo diverso da ogni realtà che si può sperimentare. Egli si interessa di tutti
i popoli e di ogni uomo, e ne guida l'esistenza secondo un piano che si svolge
fedelmente secondo la sua volontà.

ABDIA

Un profeta sconosciuto
Anche di Abdia (il «servo del Signore))) non abbiamo alcuna notizia al di
fuori del suo libro, che è il più breve di tutta la Bibbia ebraica. In esso il profeta
è appena nominato e non se ne può ricavare nulla che riguardi la sua vita.

' «Gli avvenimenti futuri ... sono visti già avvenuti in un ordine superiore della realtà ... che chiame-
rò "il mondo di mezzo". I1 fatto che sono già avvenuti è la migliore garanzia che essi avverranno anche
sulla terra, perché sulla terra non sono evidentemente che ripetizioni di quanto ha la sua realt8 nel mondo
di mezzo» (P. SACCHI,o.c., 30).
La questione riguardante ilsatana nella Bibbia ebraica è trattata ampiamente (con bibliografia ab-
bondante) alla voce Satan, in DBS XII (1992) 1-21, da W. Kornfeld che respinge l'influenza della conce-
zione iraniana (basata sul dualismo bene-male) su quella biblica, la quale afferma costantemente I'assolu-
to dominio di Dio e non conosce forze indipendenti da Lui. Sullo stesso tema cf anche J. MAIER,I l Giu-
daismo..., 45.262-263; B. MARCONCINI, I demoni, in B. MARCONCINI - A. AMATO- C. ROCCHETTA - M.
FIORI, Angeli e demoni. I l dramma della storia fra bene e male (Corso di teologia sistematica 1l), EDB,
Bologna 1991, 203-291.
Nell'elenco dei Dodici Profeti occupa il quarto posto e precede immediata-
mente il libro di Giona. I LXX lo collocano al quinto posto, sempre prima di
Giona. Da questa diversità di collocazione si può ricavare, al massimo, un'in-
certezza della tradizione riguardo al tempo di composizione del libro.

I1 libro
Da un'analisi del suo contenuto, si possono fissare con una certa approssi-
mazione due date estreme entro le quali il libretto potrebbe essere stato compo-
sto. Nei vv. 10-14 ci si riferisce abbastanza chiaramente al comportamento degli
Edomiti verso Gerusalemme e il territorio della Giudea a seguito della distruzio-
ne compiuta dall'esercito di Nabucodonosor nel 586. Anche in altri testi gli Edomiti
sono accusati di aver approfittato di quella circostanza per occupare e saccheg-
giare territori degli Ebrei (cf Ez 25,12-14; 35; Sal 137,7; G14,19). I1 nostro pro-
feta potrebbe dunque essere uno dei rimasti in Giudea, testimone diretto delle
scorrerie dei popoli vicini negli anni immediatamente seguenti la distruzione di
Gerusalemme.
Se però cerchiamo una data oltre la quale il libro non può essere stato scrit-
to, non abbiamo elementi altrettanto sicuri. Infatti il tono di rivincita sui nemici
(vv. 16-21) sembra presupporre un inizio di ricostruzione di Gerusalemme e di
Giuda ad opera dei rimpatriati. Saremmo dunque nei primi decenni dopo il ri-
torno e la ricostruzione del tempio, in un periodo di grandi speranze e prima
delle delusioni conseguenti, ossia verso la fine del 500 a.C. Ma il linguaggio usa-
to, che prelude a quello apocalittico con il richiamo al «giorno del Signore)) (v.
15), non permette di essere più precisi. Potrebbe trattarsi di espressioni stereoti-
pe per scoraggiare i nemici e animare i propri concittadini a riporre la loro fidu-
cia nell'intervento di Dio.
Alcuni versetti di Abdia (1-10) sono molto simili a un testo di Geremia
(49,7-16). Ma non sembra si possa parlare di dipendenza dell'uno dall'altro, quanto
piuttosto dell'uso indipendente di elementi tradizionali fra gli Ebrei per descri-
vere il popolo con il quale confinavano a sud-est e con il quale non avevano mai
avuto rapporti di simpatia. La tradizione faceva risalire questa ostilità ai capo-
stipiti dei due popoli: i fratelli Giacobbe ed Esaù (cf Gn 25,23-34; 27,39-41; 32-33;
36). Nei loro discendenti si protraeva la lotta che li aveva contrapposti fin dal
grembo materno e che era continuata per tutta la loro vita.
L'ostilità tradizionale verso gli Edomiti in Abdia diventa il tema unico del
suo messaggio, che li condanna senza appello (vv. 9.18-19.21). I pochi versetti
del libro incominciano con una specie di requisitoria che il profeta fa a nome
di Dio. La proverbiale saggezza degli Edomiti (v. 8) e la posizione strategica del-
le loro città (vv. 3-4.6) non valgono nulla contro il piano di Dio, il quale ha deci-
so di punire la loro superbia. Il motivo di questa punizione è indicato nel com-
portamento tenuto da Edom contro Giuda in occasione della distruzione di Ge-
rusalemme (vv. 10-14). Abdia richiama la legge del taglione (cf Dt 21,23-25), che
certamente scatterà contro Edom nel momento stabilito da Dio (v. 15).
I1 profeta passa quindi a descrivere con toni enfatici la rivincita che il Signo-
re concederà al suo popolo contro tutti i nemici, in particolare gli Edomiti. I1
loro territorio sarà occupato in parte dagli Ebrei e in parte da altre popolazioni
(vv. 19-21), dopo una lotta descritta come un incendio furioso che consuma tut-
to ciò che trova (v. 18). Si salverà soltanto Gerusalemme e il territorio abitato
dagli Ebrei, i quali potranno ricostituire l'unico popolo di Israele nel regno che
sarà del Signore (v. 21).

Un messaggio datato
I1 libro di Abdia lascia l'impressione di un odio senza limiti verso i nemici,
sbeffeggiati e minacciati di sterminio, con un atteggiamento del resto frequente
tra i popoli antichi, ma che lascia perplessi perché qui è riferito a Dio stesso.
Tuttavia, già il richiamo alla legge del taglione deve essere visto come un'esi-
genza di giustizia, per ristabilire un equilibrio violato in precedenza. Occorre poi
tenere presente la situazione storico-culturale nella quale vive il profeta. Le guerre
erano considerate allora il mezzo normale e naturale per risolvere le questioni
tra i popoli. Essendo in gioco la stessa sopravvivenza di intere popolazioni, era
naturale che si attribuisse al proprio Dio la volontà di scatenare la guerra contro
i nemici e gli si riconoscesse il merito della eventuale vittoria ottenuta.
Infatti anche il nostro libretto si chiude con l'affermazione significativa che
«il regno sarà del Signore» (v. 21), il quale interverrà a favore del suo popolo
nel «giorno» che egli avrà stabilito (v. 15). Si parla certo di eserciti che combat-
tono (v. 1) e occupano le terre (v. 20), ma è sempre il Signore che li guida e con-
cede loro la vittoria. È presente anche la convinzione che il Dio di Israele è so-
vrano su tutti i popoli, di cui dispone a suo piacimento, ma sempre secondo giu-
stizia e non semplicemente guidato dal capriccio (v. 16).
Al di là della polemica antiedomita, possiamo anche cogliere un'esigenza di
solidarietà tra popoli nella rivendicazione dei legami di fratellanza con Giacob-
be ignorati e calpestati dagli Edomiti (vv. 10.12). È proprio questo comporta-
mento la causa dell'invettiva cocente di Abdia, che si presenta come la risposta
a un tradimento subito.
Va infine sottolineata la fiducia incrollabile nella rinascita del popolo che,
attraverso un resto di scampati al disastro, riuscirà a ricomporre l'unità nazio-
nale e a costituire il regno di Dio.

TERZO ISAIA (CC.56-66)

Un libro composito
Anche la terza parte del libro di Isaia si presenta come una raccolta di scritti
piuttosto eterogenei e difficilmente riconducibili a una chiara unità tematica. Al-
cuni studiosi vorrebbero vedere un legame tra questi capitoli e i precedenti (40-55)
attribuiti al cosiddetto Secondo Isaia. Ma la maggior parte degli esegeti propen-
de per uno o più autori diversi, nonostante alcune innegabili somiglianze di lin-
guaggio e di contenuto con la seconda parte del libro di Isaia.
Ad esempio, sono state notate somiglianze tematiche molto forti tra i cc. 60-62
e la seconda parte di Isaia; a volte si trovano testi che sembrano citazioni, dirette
o leggermente modificate, dai capitoli precedenti (cf 62,ll con 40,lO; 57,14 e
62,lO con 40,3; 58,8.14 con 40,5; 65,17 con 43,18s; 61,ll con 45,8; 57,21 con
48'22; 60'4 con 49'18 ecc.).
Però, al di là del blocco dei cc. 60-62, vi sono differenze notevoli con il Se-
condo Isaia. Non compare più l'attesa del ritorno dall'esilio, né la figura del li-
beratore Ciro. Si parla del tempio che sembra ormai ricostruito e mancante sol-
tanto degli abbellimenti e rifiniture (60,13), mentre le mura di Gerusalemme so-
no ancora da ricostruire (60,lO; cf 58,12). Si nota preoccupazione per l'osser-
vanza del sabato (58,13-14), per il modo di intendere il digiuno (58,l-12) e di
offrire i sacrifici (66'1-4), per il comportamento dei capi del popolo (56,lO-11).
Questi elementi presuppongono almeno un ambiente diverso da quello rispec-
chiato in 1s 40-55 e sembrano esigere anche uno o più autori differenti.

L'epoca di composizione
Tutti gli indizi che si possono ricavare da questi capitoli portano a un tempo
posteriore al ritorno dall'esilio babilonese, ma non è facile determinare con suf-
ficiente approssimazione una data più precisa. Alcuni testi sono più comprensi-
bili se letti alla luce degli avvenimenti che conosciamo attraverso la narrazione
di Esdra (cc. 3-5) e i libri di Aggeo e Zaccaria (520 a.C. circa).
Una lunga meditazione sulla storia di Israele (1s 63,7-64,11) si trasforma in
confessione dei peccati e in supplica a Dio perché si manifesti misericordioso verso
il suo popolo. In questo brano le città di Giuda e il tempio appaiono ancora di-
strutte (63,18; 64'9-10) e si rileva una preoccupazione che sembra contrastare
con quanto affermato in 66,l-2a, dove si legge piuttosto una contestazione alla
pretesa di ricostruire il tempio e all'offerta di sacrifici quando questi siano in
contrasto con l'autenticità della vita (66,2b-4).
I cc. 60 e 62 (cf 66,517) esaltano Gerusalemme, alla quale si augura un futu-
ro splendido che appare ancora come un sogno, sul tipo delle promesse del Se-
condo Isaia (51,9-52,12) e di Zaccaria (Zc 2'14-17). Ma tutto ciò è in contrasto
con la realtà di una città ancora disastrata e in rovina (60,lO; cf 58,12; 61,4),
nelle condizioni descritte in Neemia (1,3; 2,13-15.17); perciò questi testi posso-
no risalire a prima del 445 a.C.
Anche i riferimenti alla vita degli Israeliti: osservanza del sabato (58'13-14),
modo di praticare il digiuno (58,l-12) e di offrire i sacrifici (66'1-4), comporta-
mento dei capi del popolo (56'10-Il), presuppongono la situazione alla quale
cercherà di porre rimedio la riforma di Esdra e di Neemia.
Un solo testo (57,l-13) sembra provenire da un'epoca più antica, in quanto
riporta una violenta accusa contro l'idolatria descritta con i toni dei profeti pree-
silici. Ma non è escluso che pratiche idolatriche simili siano continuate tra la po-
polazione rimasta in Giudea e rimanessero in auge nei primi decenni dopo il ri-
torno dei rimpatriati.

I1 profeta
Da quanto si è detto sopra è evidente che non sappiamo nulla di preciso sul-
l'autore (o gli autori) di Isaia 56-66. Un personaggio parla di sé in 61, lss (il pun-
to centrale di questi capitoli), ma descrive unicamente la sua missione senza dire
nulla della propria persona. Lo stile di questo testo lo avvicina ai canti del Servo
del Signore (49,l; 50,4; cf 42,l) non solo per il discorso in prima persona ma
anche per certe particolarità legate all'incarico che gli è affidato.
I1 personaggio misterioso afferma di essere stato investito da una forza che
Dio gli ha comunicato, attraverso una «unzione» che lo «consacra» a lui (61,l).
Egli deve portare un annuncio di liberazione e di salvezza presentato con termini
che alludono a quelli usati dal Levitico per descrivere ((l'anno giubilare», cioè
l'anno del condono dei debiti (cf Lv 25,lO).
La riflessione tardiva sui testi del Levitico relativi a questa istituzione (Lv
26; cf Dn 9,11.24) ci fa capire come si attendeva l'arrivo di un giubileo grande
e definitivo nel quale Dio avrebbe rimesso tutti i debiti del suo popolo (i peccati)
e lo avrebbe introdotto in una situazione stabile di benessere e di pace. È possi-
bile che 1s 61,2 rifletta già questa interpretazione di tipo messianico: il profeta
si presenta come annunciatore dell'evento straordinario di salvezza, ancora de-
scritta con termini molto concreti (ricostruzione, cambiamento di situazione ma-
teriale), ma legati a un rapporto particolare con il Signore (61,6a.8-9).
È significativo che Luca abbia collegato questo testo all'inizio della predica-
zione di Gesù (Lc 4,18-19), testimoniando così una tradizione che appare già ben
consolidata, per illustrare la missione che Dio gli aveva affidato.

I1 messaggio
Se i singoli brani possono avere avuto un'origine eterogenea, pure essi han-
no ricevuto una certa unità a livello redazionale. È quindi possibile una presen-
tazione sintetica delle principali idee religiose contenute in questi capitoli, senza
che si abbia la pretesa di esporle in modo esaustivo o di attribuirle a un autore
preciso.

a. Delusione e speranze
Le promesse del Secondo Isaia sembravano irrealizzabili, sebbene l'esilio fosse
terminato da tempo. Le difficoltà per la ricostruzione del tempio e della città,
e per ristabilire condizioni di vita politica, sociale ed economica decenti, appari-
vano a molti come insuperabili. Non era bastato riprendere il culto regolare per
trasformare una situazione che rimaneva sempre difficile. I1 nostro autore ripete
una frase che doveva essere frequente per esprimere la delusione e lo scoraggia-
mento: ((Perchédigiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai?))(58,3).
Questo stato d'animo è testimoniato anche in altri passi con espressioni accorate
(63,1519; 64,5-11).
I1 profeta risponde incoraggiando a fidarsi della parola del Signore che non
può venir meno (66,5), perché si è impegnato con il suo popolo attraverso un'al-
leanza (59,21) confermata nella storia (63,7-9). I1 Signore è sempre uguale a se
stesso, non è diventato incapace di aiutare chi si rivolge a lui con fiducia (59,l).
In questo contesto si inseriscono le descrizioni entusiaste di Gerusalemme pre-
sentata come capitale ideale del nuovo regno e centro del mondo, verso il quale
accorrono tutti i popoli (60-62; 65,16-25; 66,lO-14). I1 motivo di questa futura
grandezza è dovuto alla presenza del Signore che si espande e si manifesta nel
popolo che ha salvato (60,l. 19-22; 62,ll-12).

b. Necessità di una vera conversione


I1 ritardo nel compimento delle promesse divine è attribuito dal nostro pro-
feta ai peccati del popolo. Non si tratta, come in Aggeo, della trascuratezza nel
ricostruire il tempio. Qui si parla di vita morale, nella sua dimensione sociale
(58,3b-12; 59,2-15; cf 56,10-57,l) e religiosa (58,13-14; 57,3-13; 65,2-7; 66,3-4).
Abbiamo già accennato alla difficoltà di stabilire quanto, nella descrizione
dell'idolatria (57,3-13 e 65,2-5.1 l), corrisponda a un comportamento effettivo
dei rimpatriati, oppure dipenda invece da uno stereotipo profetico, o se piutto-
sto non si tratti di brani preesilici sfruttati dal nostro autore. Comunque vadano
interpretate, queste pericopi vogliono evidentemente giustificare Dio, addossan-
do al popolo la responsabilità della situazione precaria in cui vive.
Dio è «l'Alto e l'Eccelso» e dimora in un luogo inaccessibile (57,15; 63,15),
ma è disposto a perdonare se il popolo eliminerà gli impedimenti a un incontro
sincero: ((Spianate, spianate, preparate la via, rimuovete gli ostacoli sulla via del
mio popolo)) (57,14). A questo invito sembra rispondere il riconoscimento delle
colpe da parte del popolo (59,9-20; 64,4-6).

C. La salvezza è promessa ai poveri


I1 profeta, che si sente chiamato a ((portare il lieto annunzio ai miseri)) (61,l),
è convinto che Dio si dimostrerà benevolo verso chi è sinceramente disposto ad
accogliere il dono gratuito della salvezza. Sono i poveri che possono essere sal-
vati, perché non si fidano che di Dio, non avendo altro punto di appoggio
(57,14-19; 61,l-3; 66,2).9

Per molti anni dopo il ritorno dall'esilio la povertà fu reale e largamente diffusa in vasti strati della
popolazione. Ma il profeta, più che l'aspetto sociologico della povertà, sottolinea il rapporto con Dio
che questa condizione favorisce. La povertà, sulla linea di quanto promesso da Sofonia (2,3; 3,ll-12),
viene vista sempre più chiaramente come un atteggiamento spirituale che rende più facile accettare la con-
dizione di dipendenza da Dio. Si forma così una corrente di pensiero religioso conosciuta con il nome
Questa fiducia è fondata sulla convinzione che Dio è un «padre» per Israele
(63,8.16; 64,7), e perciò è pronto a intervenire di persona per liberarlo, come
ha già fatto in passato (63,9; 64,2-3).

d. Dio salva anche gli stranieri


Questa affermazione di tono universalistico anima la prima parte del C. 56
(vv. 3-7) e si trova alla conclusione di tutto il libro (66,18b-21). L'orizzonte del
profeta si allarga, dalla comunità di Israele ricostruita, a tutti i popoli della ter-
ra, che potranno conoscere il vero Dio e rivolgersi a lui con la stessa fiducia de-
gli Israeliti. I1 centro verso il quale tutti si rivolgeranno continua ad essere il tempio
di Gerusalemme, dove anche gli stranieri offriranno sacrifici e osserveranno il
sabato (56,6-7).
Potranno appartenere al popolo di Dio anche coloro che ne erano esclusi dalle
regole rigide contenute nel Deuteronomio (Dt 23,2-5). È sufficiente che aderi-
scano sinceramente all'alleanza e si sforzino di compiere quanto è gradito a Dio
(56,3-5). Sarà possibile anche un superamento della legge che legava il sacerdo-
zio alla tribù di Levi, perché Dio si sceglierà sacerdoti anche tra coloro che ver-
ranno da lontano (66,21).
Non è evidente a chi si riferisca esattamente questa promessa, se agli Ebrei
ricondotti a Gerusalemme «da tutti i popoli come offerta al Signore» (66,20),
oppure agli stessi popoli stranieri. In ogni caso, il profeta annuncia un supera-
mento delle prescrizioni rituali che limitavano l'appartenenza al popolo santo
e l'esercizio del culto, e richiede unicamente l'adesione sincera della persona a
Dio. Esige però ancora alcune osservanze esteriori, come quella riguardante il
sabato e l'offerta dei sacrifici (56,2.6-7; 58,13-14).
La prospettiva universalistica che apre e chiude questi capitoli sembra però
urtare contro un atteggiamento diverso, espresso in affermazioni di chiaro stampo
nazionalistico. Gli stranieri si metteranno al servizio degli Ebrei e porteranno
a Gerusalemme le loro ricchezze come offerta a Dio (60,516). Mentre gli stra-
nieri lavoreranno per gli Ebrei, questi saranno i sacerdoti del Signore e godran-
no dei beni delle altre nazioni (61,5-6; 66,12).
I1 contrasto tra le due serie di testi potrebbe far pensare ad autori diversi,
ma può anche essere inteso come espressione di una intuizione del futuro ancora
confusa e incerta. La centralità di Israele nella storia della salvezza, che si mani-
festerà in seguito nella sua vera dimensione religiosa, è ancora vista legata a com-
ponenti di ordine materiale.
I1 nostro profeta sente un rapporto profondo con il suo popolo e con Geru-
salemme, ma si rende conto che i tempi si stanno aprendo a una realtà diversa.

di 'iinawim, i «poveri» per antonomasia. Alcuni autori moderni vi hanno visto un gruppo di persone or-
ganizzato, appartenenti a un preciso ceto sociale. Questa spiritualitiì caratterizza molti salmi, è presente
negli scritti della comunità di Qumran, e alimenta la religiosità espressa nel Nuovo Testamento. Cf A.
GEORGE, Pauvre, DBS VI1 (1966)387-406, specialmente 393; A. GELIN, Ilpovero nella Sacra Scrittura, 35-40.
Non riesce però ancora a scorgerla in modo chiaro ed è lontano dall'esprimerla
con quel distacco ironico che caratterizzerà l'autore del libro di Giona nei con-
fronti di chi vede nel Giudaismo l'unica strada per avvicinarsi a Dio. Se è vero
che «la salvezza viene dai Giudei)) (Gv 4,22), come affermerà Gesù dialogando
con la donna samaritana, cib non implica un rapporto di sudditanza politica,
economica o culturale nei confronti del popolo che ha trasmesso all'umanità la
conoscenza del vero Dio.

Influssi sui testi successivi


L'autore di questi capitoli si avvale di doti poetiche notevoli. Soprattutto in
60-62 il suo discorso è ricco di immagini suggestive, a volte quasi barocche, ma
sempre affascinanti. La liturgia cattolica ha adottato diversi brani della terza
parte di Isaia, seguendo una tradizione ben testimoniata dagli autori del Nuovo
Testamento (cf Mt 2 , l l ; 3,16; 21,5; ecc.).
Gesù cita 1s 56'7 per esigere il rispetto del tempio (Mt 21,13; Mc 11,17; Lc
19,46) e 61,l-2 per caratterizzare la propria predicazione (Lc 4,18-19; 7,22). L'A-
pocalisse sfrutterà molte immagini del Terzo Isaia per descrivere la Gerusalem-
me celeste (Ap 21,2.11.22-27; 22,5; cf 19,7-8).