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Paradigmi della complessità

Seminario
Corso Corso di Laurea specialistica in Sociologia
(Classe 89/S – Sociologia)
UDF Epistemologia e metodologia
Attività nell’ambito del corso di Metodologia delle scienze sociali
e metodi della ricerca sociologica II

Dott. Marco Chiuppesi


Laboratorio di Ricerca Sociale
Università di Pisa
marco_chiuppesi@yahoo.it

Introduzione ........................................................... 2
Cibernetica di primo ordine .................................... 3
Teoria generale dei sistemi ..................................... 5
Cibernetica di secondo ordine................................. 8
La teoria dell’autopoiesi ......................................... 9
La teoria del caos.................................................. 12
Luhmann .............................................................. 15
Edgar Morin ......................................................... 16
Costruttivismo radicale ......................................... 17
Conclusioni .......................................................... 19
Bibliografia .......................................................... 20

1
Introduzione

Parliamo di complessità. In genere si inizia con una definizione…


Una definizione non fa che operare un taglio netto nella vaga nube di significati che viene associata
ad un termine nel corso delle varie interazioni linguisticamente mediate. Il linguaggio, tanto nella
sua funzione comunicativa quanto in quella cognitiva, funziona proprio in quanto presenta margini
di vaghezza e imprecisione. In ambito scientifico è considerato importante precisare quale sia
l’estensione1 ed intensione2 dei concetti utilizzati – per garantire la corretta verificabilità (o
falsificabilità) del discorso scientifico serve una base intersoggettiva comune. Ovviamente solo un
linguaggio perfettamente formalizzato permetterebbe questa precisione portata all’ideale
assolutezza, tuttavia il teorema dell’incompletezza di Gödel ha dimostrato che anche un sistema
formalizzato ha necessariamente dei limiti.
Detto ciò, per definire cosa si intenda per complessità inizieremo osservando cosa si intenda con
questo termine nel linguaggio comune, per poi passare ad osservare cosa significhi nel linguaggio
scientifico.

Definizione dal Dizionario Online De Mauro-Paravia:

com|ples|si|tà
s.f.inv.
1-l’essere complesso, costituito da molti elementi: la c. di una struttura
2-l’essere complicato, di difficile comprensione o soluzione: la c. di un problema

Nel linguaggio comune ci sono quindi due accezioni differenti di complessità: una che fa
riferimento a una proprietà intrinseca dell’oggetto o sistema, l’altra che fa riferimento ad una
proprietà relazionale, in particolare alla relazione tra un oggetto o sistema (anche il problema citato
nella definizione è in fin dei conti un sistema). A ben vedere però anche la prima definizione è
relazionale, in quanto l’operazione di distinzione degli elementi nella struttura dipende da una
relazione tra sistema ed osservatore. E’ una scelta dell’osservatore a quale livello di scala portare la
propria attenzione, e naturalmente tutto l’esistente – anche ciò che appare più semplice - può essere
scomposto in molti elementi, ad esempio a livello molecolare, atomico o sub-atomico. In questo
senso uno stesso ente può essere al tempo stesso considerato semplice o complesso, a seconda del
livello di analisi rilevante per l’osservatore.

In ambito scientifico manca una definizione precisa ed univoca di cosa si intenda per complessità, o
spostando il problema – se si intende per scienza della complessità lo studio dei sistemi
complessi, manca una definizione univoca di quali siano le caratteristiche che permettono di
qualificare un sistema come complesso. Manca anche una teoria unificata della complessità. Diversi
autori, pur studiando in maniera simile problemi simili, utilizzano terminologie diverse. Tuttavia
possiamo identificare una serie di scienziati e gruppi di ricerca orientati verso le medesime
problematiche, con una simile propensione metodologica multidisciplinare, che nel corso degli anni
sono arrivati a mio avviso a costituire se non un unico paradigma, una serie di contigui paradigmi
della complessità.
Edgar Morin, che sul versante sociologico è stato tra i più attenti alle conseguenze di questo nuovo
paradigma, è arrivato ad affermare (in Morin 1985) che

Se si potesse definire la complessità in maniera chiara, ne verrebbe evidentemente che il


termine non sarebbe più complesso.

1
Estensione: corrispondenza tra l’enunciato e il mondo; l’insieme delle cose per cui l’enunciato è vero.
2
Intensione: il senso di un concetto.

2
Quella di Morin è una posizione paradossale e a mio avviso non del tutto corretta: innanzitutto un
termine non è in sé complesso (non più di qualsiasi altro termine espresso nel medesimo linguaggio
e con le stesse convenzioni grafiche), semmai complesso può essere il concetto sottostante; e non è
detto che il concetto di complessità debba necessariamente essere complesso, non più di quanto il
concetto di chiarezza debba essere chiaro o il concetto di offuscato debba essere offuscato.
A mio avviso la maniera migliore di procedere è con un excursus storico, mostrando lo svilupparsi
del paradigma di cui stiamo parlando attraverso le ricerche e le opere di diversi scienziati ed i
concetti centrali introdotti dalle loro ricerche nel più generale ambito della riflessione scientifica.

I precursori di un approccio sistemico possono essere genericamente rintracciati in quanti, fin


dall’antichità, si sono fatti portatori di una visione olistica ed organicista: già in epoca classica
Aristotele si faceva portatore di questo tipo di idea, essendo propenso ad accettare l’idea di una
“spontaneità creatrice”; è importante anche ricordare la concezione di Giovan Battista Vico (1725)
dei corsi e ricorsi storici intesi come metamorfosi degli organismi culturali-sociali dei quali egli
riconosce la origine (e quindi l’intelligibilità) umana. Tuttavia un vero e proprio approccio
sistemico può essere rintracciato solo a partire dall’opera degli enciclopedisti, ed in particolare di
Denis Diderot e di Paul Heinrich Dietrich D’Holbach. Essi infatti applicano alle scienze umane la
tassonomia che Linneo aveva utilizzato nelle scienze naturali; e così il termine “sistema”, système,
inizia ad essere utilizzato da Diderot nel senso di una struttura classificatoria per la conoscenza
umana; questo nel senso anche del riconoscimento dell’importanza del contesto nello studio di
organismi come quello umano.
Tra i sociologi positivisti, un pensatore come Herbert Spencer con la sua concezione
dell’evoluzione sociale e della natura superorganica della società porta avanti quella metafora
organicista che può essere considerata precorritrice dell’idea di sistema (Spencer 1896). La ricerca
delle funzioni degli organi sociali è, con le dovute differenze, alla base della teorizzazione più
moderna e complessa degli struttural-funzionalisti; in questo Spencer è un precursore non solo della
sistemica, ma anche dell’approccio sociobiologico.

Cibernetica di primo ordine

Una interessante cronologia dei primordi della cibernetica è tracciata da Norbert Wiener,
considerato il fondatore di questa disciplina, nell’introduzione all’edizione del 1965 del
fondamentale “Cybernetics, or control and communication in the animal and the machine” (Wiener
1948), opera basilare per gli studi cibernetici. Da quella esposizione si può trarre l’immagine di una
comunità scientifica, raccoltasi per lo più intorno al Massachusetts Institute of Technology (MIT),
in vero e proprio fermento culturale, con continui scambi di idee tra settori tradizionalmente lontani:
in essa vediamo come ingegneri, neurofisiologi, antropologi, economisti, condivisero il coraggioso
tentativo di contribuire all’elaborazione di una nuova terminologia, di nuovi metodi, di una nuova
maniera di porre le questioni: in una parola, di un nuovo paradigma.
In questa prima fase di sviluppo della cibernetica l’attenzione degli studiosi si concentrò, come si
evince dal titolo dell’opera di Wiener, sui meccanismi di controllo e comunicazione,
indipendentemente dalla natura del sistema – umano o meccanico, biologico o sociale, in cui questi
meccanismi operino. In particolare, si diffuse la convinzione che il comportamento di macchine,
animali, umani e società potesse essere spiegato proprio in riferimento a quei meccanismi di
controllo e comunicazione.
Tra i meccanismi di controllo più importanti studiati dalla cibernetica vanno ricordati i circuiti a
feedback (retroazione) positivo e negativo. Per circuito a feedback negativo si intende un sistema
di regolazione che tende a correggere il comportamento di un sistema per raggiungere un dato
obiettivo ogniqualvolta si abbiano deviazioni significative dall’obiettivo stesso; circuiti di questo

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tipo svolgono chiaramente una funzione stabilizzante. Esempi classici di circuiti a feedback
negativo sono il termostato, o il regolatore della macchina a vapore. Ogni qualvolta la temperatura
della stanza supera un dato valore, il termostato (dotato di idonei strumenti di rilevazione) modifica
il comportamento dell’impianto di riscaldamento impedendo l’ulteriore aumento di temperatura;
ogni qualvolta la temperatura della stanza scende al di sotto di un dato valore, il termostato
analogamente interviene sul comportamento dell’impianto facendo aumentare la temperatura. Si
determina così una stabilità nella temperatura della stanza. In ambito biologico possiamo trovare
meccanismi simili che permettono il mantenimento dell’omeotermia ad esempio nei mammiferi o
negli uccelli.
Va notato come gli studi di Wiener abbiano preso l’avvio dall’osservazione di alcune anomalie di
comportamento in sistemi meccanici a feedback negativo (dispositivi di puntamento per cannoni di
antiaerea) che apparivano del tutto simili ad alcune anomalie di comportamento dell’uomo in
presenza di lesioni del sistema nervoso (atassia); ed in effetti ben presto apparve chiaro come una
grande quantità di fenomeni potessero in vari ambiti essere interpretati facendo ricorso a
meccanismi a feedback negativo.
Relativamente ai sistemi sociali, il feedback negativo dovrebbe operare con riferimento al
mantenimento su livelli costanti di certe qualità del sistema, ossia di grandezze rilevabili e
misurabili dal “controllore”. Questa costanza deve essere però dovuta ad una serie di azioni, di
comportamenti, ripetuti secondo il modello ricorsivo e volti a minimizzare l’effetto delle spinte al
mutamento; la stasi non può essere ottenuta mediante l’inazione in un sistema dinamico soggetto a
forti perturbazioni. La mancanza di meccanismi di autoregolazione condurrebbe dunque secondo la
cibernetica alla disgregazione del sistema, e vedremo come questo concetto venga in seguito
sviluppato dai teorici dell’order from noise.

Per circuito a feedback positivo si intende invece un sistema che amplifica le oscillazioni,
inducendo così nella macchina o nel sistema comportamenti divergenti e destabilizzanti. Un
esempio interessante di feedback positivo si ha nella schismogenesi, il processo di divisione ad
escalation che da un singolo sistema ne produce due, teorizzato da Gregory Bateson e da lui
riscontrato essere operante in una serie di campi molto vasta – dalle società umane alla mente degli
schizofrenici (Bateson 1972).

I primi studi di Wiener sui circuiti di feedback avevano mostrato la possibilità di una applicazione
di questi concetti anche in campi diversi da quello strettamente ingegneristico; nel 1942 venne
tenuto un seminario interdisciplinare presso l’Institute for Advanced Study di Princeton – seminario
al quale seguì l’organizzazione delle dieci Macy Conferences, svolte in un arco di tempo che va dal
1946 al 1953. Scorrendo i nomi dei partecipanti possiamo renderci conto della natura davvero
ampia di queste iniziative: oltre a Norbert Wiener e Gregory Bateson troviamo il neurofisiologio
Warren McCulloch e il matematico Walter Pitts, il sociologo Paul F. Lazarsfeld, il matematico
(dagli amplissimi interessi) John von Neumann e l’economista Oskar Morgenstern (che con von
Neumann dette l’avvio alla teoria dei giochi, e con Lazarsfeld fondò l’ Istituto per studi superiori a
Vienna), l’antropologa Margaret Mead…

Un’altra concettualizzazione nata nell’ambito cibernetico e che ha avuto interessanti applicazioni in


sociologia è la distinzione fra sistemi chiusi e sistemi aperti.
I sistemi chiusi sono quelli che non scambiano materia con l’ambiente circostante; i sistemi aperti
al contrario effettuano questo scambio. Per la seconda legge della termodinamica un sistema chiuso
tende allo stato di massima entropia, ovvero allo stato più probabile – essendo l’entropia una
funzione di probabilità. Lo stato più probabile è, come è facile comprendere, lo stato di massimo
disordine. Tuttavia la natura è ricca di sistemi che anziché manifestare questa degradazione ad uno
stato di massimo disordine evolvono verso stati a bassa entropia ed alta organizzazione: gli
organismi viventi sono un esempio classico di questo tipo di sistemi. In realtà l’esistenza di questi

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sistemi non è in contraddizione con le leggi della termodinamica: il fatto è che i sistemi aperti
possono sì manifestare aumenti d’entropia (e di disordine) come i sistemi chiusi, ma possono anche
raggiungere stati stazionari a produzione di entropia negativa, compensando ciò con un aumento di
entropia dell’ambiente circostante. Questa è la base della nota metafora che accosta un organismo
vivente ad una fiamma (living flame): la fiamma, consumando il materiale di cui è composta una
ipotetica candela e l’ossigeno fornito dall’ambiente, mantiene sempre la stessa forma manifestando
una identità strutturale, e reagisce alle interferenze esterne che non siano eccessivamente perturbanti
ritornando al primitivo stato stazionario. Analogamente l’essere vivente interagisce con l’ambiente
traendone materia prima per riprodurre la propria struttura, la quale continuamente rinnovando le
proprie componenti elementari mantiene inalterata l’individualità strutturale dell’essere vivente
medesimo. Questa metafora, come altri spunti tratti dalla cibernetica e dalla teoria dei sistemi, verrà
in seguito ripresa ed approfondita dalla teoria dell’autopoiesi, nella quale lo studio della differenza
fra organismi viventi ed inanimati ha un ruolo fondamentale; è inoltre importante notare come in
cibernetica si introduca nella trattazione dei sistemi aperti e chiusi un fattore temporale, evolutivo,
per la piena comprensione del quale va precisata la natura irreversibile dei processi comunicativi
(come di tutti gli altri processi dissipativi). Questa irreversibilità comporta una direzionalità
temporale nel comportamento di tutti i sistemi complessi, a differenza di quanto avviene nei sistemi
fisici semplici ove le equazioni che ne descrivono il comportamento sono invarianti rispetto al
tempo. Vedremo più avanti come la direzionalità temporale permetta fenomeni evolutivi, e come
questi siano importanti per la nascita della complessità.

Teoria generale dei sistemi

Parallelamente alla riflessione di Wiener, e in maniera spesso indipendente, si svolge il tentativo da


parte di Ludwig von Bertalanffy di dare unità all’approccio sistemico mediante una “General
System Theory” (Teoria Generale dei Sistemi). Nel 1954 Von Bertalanffy, biologo di fondazione,
fondò la Society for General Systems Research, (SGSR) il cui scopo era

"to encourage the development of theoretical systems which are applicable to more than one
of the traditional departments of knowledge,"

Ossia, incoraggiare lo sviluppo di sistemi teorici applicabili a più di uno dei tradizionali settori della
conoscenza. La stessa Margaret Mead fu presidentessa della SGSR tra il 1972 e il 1973. Anche in
questo caso abbiamo l’apporto di eminenti scienziati dai settori più disparati: dal matematico e
psicologo Anatol Rapoport all’economista Kenneth Boulding, al biologo William Ross Ashby.

Von Bertalanffy definisce il sistema come

[…] un complesso di elementi interagenti. Interazione significa che gli elementi, p, sono
connessi da relazioni, R, in modo tale che il comportamento di un elemento p in R è
differente da quello che sarebbe il suo comportamento rispetto ad un’altra relazione R’.
(Von Bertalanffy 1968).

Una definizione del genere presuppone quindi sia la presenza di elementi, sia la possibilità di questi
elementi di instaurare fra loro diversi tipi di relazioni (almeno due tipi di relazione), e quindi
presuppone un osservatore in grado di valutare differenze nei comportamenti degli elementi tali da
configurare la presenza di diverse relazioni. Quanto qui implicitamente presupposto verrà
esplicitato e problematizzato dalla teoria dell’autopoiesi, come esposto in seguito. La definizione di
Bertalanffy è stata talvolta criticata come eccessivamente generica, anche se in effetti questa
genericità è dovuta alla necessità di includere fenomeni pertinenti a molti diversi domini di

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esistenza; il vero limite di questa definizione è che essa, prendendo in considerazione solo elementi
e relazioni, nel definire il sistema prescinde dal contesto in cui esso esiste.
Così come già Wiener, anche von Bertalanffy individua degli isomorfismi, delle analogie di forma
tra processi che hanno luogo in sistemi di natura differente; in particolare, egli individua dei
processi che possono essere descritti da sistemi di equazioni simili. Così accrescimento,
competizione, centralizzazione, finalità sono – tra gli altri – comportamenti che vengono ricondotti
alla natura sistemica delle entità che li pongono in essere (Von Bertalanffy 1968, pp. 104, 108, 112,
124). Quanto alla possibilità di applicare queste equazioni anche quando quei comportamenti si
riscontrino nei sistemi sociali, Bertalanffy - a differenza di Wiener - si mostra univocamente
ottimista. Consapevole della natura conservatrice del paradigma struttural-funzionalista, all’epoca
portatore dell’approccio sistemico nelle scienze sociali, in conseguenza della forte accentuazione
data in esso ai meccanismi di equilibrio e conservazione; tuttavia sosteneva che la teoria generale
dei sistemi fosse immune dal pericolo di una interpretazione in chiave “conservativa” in quanto in
grado di spiegare anche i fenomeni evolutivi e la variazione, senza avere una preferenza ideologica
per il mantenimento omeostatico del sistema piuttosto che per il suo mutamento. In ogni caso von
Bertalanffy ha sottolineato anche la difficoltà del ricondurre ogni aspetto dei sistemi sociali a
relazioni di carattere funzionale tra individui, per la natura essenzialmente simbolica delle società
(Von Bertalanffy 1968, p.300).
Nel trattare le caratteristiche dei sistemi aperti, cui rivolge grande attenzione, von Bertalanffy
evidenzia la presenza di processi caratterizzati da equifinalità, ovvero la tendenza a raggiungere un
determinato stato stazionario indipendentemente dalle eventuali perturbazioni o dalle differenti
transizioni che possono essere attraversate. Vedremo più avanti come Luhmann utilizzi questo
concetto in maniera estesa, anche se nell’ambito di sistemi chiusi da un punto di vista fisico.
Il modellizzare in maniera simile (mediante formalizzazione matematica) fenomeni che avvengono
a scale di grandezza differenti, caratteristica della cibernetica tanto di primo quanto di secondo
ordine, è dovuta al considerarli fra loro isomorfici. Se si afferma che due sistemi sono isomorfici,
ossia alla lettera che essi hanno la stessa forma, è ovvio che non si sta affermando che essi sono
identici; l’isomorfismo si verifica rispetto a qualche variabile o dimensione considerata rilevante
dall’osservatore ed utilizzata per modellizzare entrambi i sistemi – anche se, ancora una volta,
questa observer-dependence (dipendenza dall’osservatore) non è problematizzata nella cibernetica
di primo ordine.
L’operazione di modellizzazione consiste proprio nella creazione di un ulteriore sistema isomorfico
ai precedenti, di più facile manipolabilità concettuale. Se il modello di un sistema contenesse tutta
l’informazione relativa al sistema modellizzato ne sarebbe una inutile replica in scala 1:1; in realtà,
dal momento che il modello è un espediente conoscitivo che l’osservatore pone in essere per ridurre
la complessità del fenomeno studiato – in questo senso è sempre una operazione riduzionistica –
esso deve mantenere l’informazione rilevante e può trascurare quella non rilevante.
La cibernetica si arricchì in questa sua prima fase di sviluppo di collegamenti con altre teorie
relativamente nuove, come la teoria dell’informazione di Shannon e Weaver (Shannon e Weaver
1949) - che fornì un potente strumento matematico per la soluzione di problemi cibernetici – o
come la teoria dei giochi, fra l’altro utilizzata da Ashby per introdurre la sua legge della
molteplicità necessaria (Ashby 1956).
Quest’ultima, detta anche legge della varietà necessaria, può essere ai nostri fini così espressa:

il controllore o modellatore di un sistema può controllare o modellare qualcosa solo al punto


in cui egli abbia sufficiente varietà interna per rappresentarlo.

La cibernetica tardò ad essere pienamente apprezzata nell’ambito delle scienze sociali; tuttavia la
sua influenza anche se lenta fu costante e profonda. Così, mentre le opere di Wiener che affrontano
in maniera più diretta le implicazioni della cibernetica sulle scienze sociali (Wiener 1950, 1964,
1965) non ebbero in genere all’epoca della pubblicazione accoglienza favorevole presso la

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comunità accademica dei sociologi, alcune opere legate ad una visione cibernetica della società
come The Nerves of Government di Karl Deutsch (1963) o Industrial Dynamics e World Dynamics
di Jay Forrester (rispettivamente 1961 e 1971) diffusero il paradigma cibernetico e la terminologia
relativa presso un più ampio pubblico di specialisti e di profani. In particolare l’opera di Forrester
ispirò il metodo seguito da Dennis Meadows nel suo noto lavoro sui limiti dello sviluppo per il Club
di Roma.
I motivi della diffidenza iniziale da parte dei sociologi nei confronti della cibernetica sono
molteplici, e fra i principali si potrebbero annoverare l’atteggiamento ambiguo (talvolta pessimista,
talvolta ottimista) dello stesso Wiener a proposito della possibilità di esportare i metodi della
cibernetica nel campo delle scienze sociali e le pretese da parte di altri cibernetici, meno accorti di
lui, di poter “farla da padroni” in un dominio conoscitivo ricco di insidie come quello sociologico,
pretese che senz’altro alienarono loro la simpatia di parte del mondo accademico. In particolare, è
stata criticata la considerazione che taluni studiosi di cibernetica hanno dimostrato di avere della
realtà sociale come se fosse una realtà oggettiva, meramente descrivibile attraverso un dato
formalismo logico-matematico (come, inoltre, se l’utilizzo di una formalizzazione fosse sinonimo di
avalutatività, o di neutralità), mentre gli scienziati sociali avevano già principiato a problematizzare
questi punti anche in risposta agli stimoli che la filosofia fenomenologica poneva fin dagli anni
trenta del ventesimo secolo. Riguardo a quella che ho citato prima come possibile fonte di distanza
tra questo paradigma e la sociologia, ovvero l’ambiguità verso le possibili applicazioni sociologiche
della cibernetica da parte del suo padre fondatore, merita di riportare le affermazioni di Wiener
secondo il quale nelle scienze sociali:

Siamo troppo in sintonia con gli oggetti della nostra ricerca per essere buoni ricercatori. In
breve, le nostre ricerche nel campo delle scienze sociali, siano esse statistiche o dinamiche –
e dovrebbero partecipare di entrambi questi aspetti – non potranno avere più di una minima
percentuale di validità, né potranno mai fornirci di una quantità di informazione
controllabile e significativa nemmeno lontanamente comparabile con quella che siamo
abituati ad attenderci dalle scienze naturali. Non possiamo permetterci di trascurarle, ma
neppure di nutrire speranze esagerate nelle loro possibilità. Vi è molto da lasciare, ci piaccia
o no, al metodo narrativo, non “scientifico”, dello storico di professione.
(Wiener 1948, p. 214)

Inoltre Wiener temeva che le serie statistiche, possibile campo di applicazione dei metodi
cibernetici alla realtà sociale, fossero per molti fenomeni troppo brevi e quindi poco significative
(Wiener 1948, pp. 49 e 214).

Quale è stata l’influenza effettiva della cibernetica sui metodi della ricerca sociale?
Fondamentalmente essa ha influito sugli studi struttural-funzionalistici delle organizzazioni formali.
L’analisi struttural-funzionalistica, teorizzata con le debite differenze principalmente da Talcott
Parsons (ad es. 1937 e 1951) e R.K. Merton (ad es. 1949), aveva già come fonte di ispirazione,
sebbene mediata dall’antropologia sociale britannica, l’approccio funzionale delle scienze naturali;
la ovvia difficoltà ad utilizzare in sociologia il metodo sperimentale, caratteristico di queste ultime
scienze, ha fatto sì che il metodo di indagine sociale struttural-funzionalista consistesse
prevalentemente nella osservazione, e nella descrizione, dei meccanismi che nell’organismo sociale
adempiono alle varie funzioni, con l’obiettivo di giungere ad una comprensione in questa chiave dei
fenomeni sociali ed alla possibilità di enunciare mediante “leggi”, previsioni di comportamento, da
verificare nuovamente sul campo mediante ulteriori osservazioni.
E’ quindi chiaro il tipo di contributo che la cibernetica ha fornito a questo tipo di ricerca sociale,
rendendo possibile, una volta che l’osservatore sia pervenuto ad una modellizzazione struttural-
funzionalista dell’organizzazione (formale o informale) oggetto di studio, studiare i possibili stati

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che questa può assumere in risposta a variazioni degli stimoli ”in entrata” nel sistema. Per dirla con
le parole di Ashby,

[…] la cibernetica, di fronte a una data macchina particolare, non si domanda “ come si
comporterà individualmente, qui ed ora?” ma si chiede: “ quali sono tutti i possibili modi di
comportamenti di cui è capace?
(Ashby 1956, p.11)

E quindi sono stati molti gli studiosi delle organizzazioni sociali a fare uso di concetti e
terminologia cibernetica per formulare le loro ipotesi di partenza (e in questo senso la cibernetica ha
parzialmente sostituito la metafora organicistica con una sua variante più evoluta), o che hanno
usato strumenti matematici derivati dalla cibernetica per simulare il comportamento delle
organizzazioni.

Cibernetica di secondo ordine

Ben presto, tra i teorici dei sistemi, apparve però evidente come l’approccio della prima cibernetica
fosse parzialmente inadeguato, in particolare alla luce dei progressi delle scienze biologiche e della
neurologia; ciò portò ad una evoluzione del paradigma, ossia alla cibernetica di secondo ordine.
Tra l’altro questa evoluzione non fu fatta contro la cibernetica di primo ordine, ma in risposta a
esigenze e problematiche che fra gli altri lo stesso Wiener espresse nelle proprie opere.
Per comprendere che differenza passi tra i due tipi di cibernetica, possiamo dire che mentre la
cibernetica di primo ordine è più “ ingegneristica”, la cibernetica di secondo ordine è più
“biologicista”, più adatta a trattare sistemi ad elevata complessità come quelli viventi o quelli
sociali, e mentre la cibernetica di primo ordine è più interessata ai processi omeostatici e di
conservazione dell’equilibrio (e quindi al feedback negativo) la cibernetica di secondo ordine è
maggiormente interessata ai sistemi auto-organizzanti e alla morfogenesi (e quindi al feedback
positivo). Per dirla con le parole di von Foerster, la cibernetica di primo ordine è la cibernetica dei
sistemi osservati, la cibernetica di secondo ordine è la cibernetica dei sistemi osservanti, in quanto
essa problematizza l’osservatore al pari dell’oggetto della sua osservazione.
Certo, concetti tipici della riflessione cibernetica, come il feedback positivo e negativo, o lo studio
della causalità circolare, hanno svolto e continuano a svolgere anche se in maniera mediata un ruolo
importante anche nella riflessione di molti sociologi; però per l’importanza che per la sociologia
riveste il rapporto tra oggetto di studio ed osservatore, e per la natura stessa dei sistemi osservati in
questo campo, la cibernetica di secondo ordine è senza dubbio più indicata e produrrà in futuro una
influenza più marcata.
Il già citato Heinz von Foerster è stato uno degli autori più importanti nello sviluppo della
cibernetica di secondo ordine. La sua opera Observing Systems (1981) è a tale proposito importante
come Cybernetics di Wiener è per la cibernetica di primo ordine. Questo volume di von Foester
raccoglie una serie di saggi che l’autore ha scritto in un arco di tempo che va dal 1960 alla fine degli
anni ’70. Nell’arco di quel ventennio l’autore ha condotto la sua riflessione in molte direzioni, ma
ha mantenuto come concetto centrale quello di autorganizzazione; fra le altre cose ha condotto uno
studio della cognizione come conseguenza dell’autorganizzazione, spostando l’attenzione dai
sistemi “osservati” ai sistemi “osservanti”. Dopo aver dimostrato come ogni organo di senso del
corpo umano sia “cieco” alla qualità degli stimoli cui è sensibile, ma risponda solo alla quantità di
questi stimoli, von Foester ne deduce che la natura fisica degli stimoli non è codificata nell’attività
nervosa e pertanto pone la domanda:

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the fundamental question arises as to how does our brain conjure up the tremendous variety
of this colorful world as we experience it any moment while awake, and sometime in dreams
while asleep.
(von Foerster 1981, p.294)

Ovvero,

sorge la domanda fondamentale di come il nostro cervello evochi la tremenda varietà di


questo mondo pieno di colori, come noi ne abbiamo esperienza in qualsiasi momento da
svegli, e talvolta nei sogni mentre dormiamo.

La risposta che von Foerster dà alla questione, argomentando con riferimenti alla neurofisiologia, è
che i processi cognitivi siano infiniti processi ricorsivi di computazione. Per von Foerster gli oggetti
e gli eventi che osserviamo non sono in realtà a noi immediatamente accessibili:

Objects and events are not primitive experiences. Objects and events are representations of
relations. Since 'objects' and 'events' are not primary experiences and thus cannot claim to
have absolute (objective) status, their interrelations, the 'environment' is a purely personal
affair, whose constraints are anatomical or cultural factors.''
(von Foerster 1972)
Ossia:

Gli oggetti e gli eventi non sono esperienze primitive. Oggetti ed eventi sono
rappresentazioni di relazioni. Dato che ‘oggetti’ e ‘eventi’ non sono esperienze primitive e
così nono possono rivendicare uno status assoluto (oggettivo), le loro interrelazioni,
l’’ambiente’ è un affare meramente personale, i cui vincoli sono fattori anatomici o culturali.

L’immagine che abbiamo del mondo è quindi una rappresentazione relazionale, sulla quale
continuamente ritorniamo nel corso dei processi percettivi, fortemente influenzata dalla nostra
struttura materiale e simbolica. Le proprietà che attribuiamo agli enti del mondo sono in realtà
proprietà delle nostre rappresentazioni del mondo. La stessa informazione, che tanta parte ha nelle
teorizzazioni sociologiche anche contemporanee, viene considerata da von Foerster come una
relazione tra il sistema osservante e l’ambiente (che esiste in funzione del sistema osservante
stesso).
Tra i molti contributi di von Foerster, sottolineo anche l’introduzione del concetto di order from
noise, ordine dal rumore: i sistemi organizzati emergono da situazioni caotiche e nell’interazione
con esse mantengono la propria integrità strutturale i sistemi auto-organizzanti. Vedremo più avanti
le conseguenze epistemologiche, non banali, delle posizioni di von Foerster.

La teoria dell’autopoiesi

La teoria dell’autopoiesi, particolarmente rilevante per noi per le sue implicazioni in ambito
sociologico, appartiene in senso ampio agli studi cibernetici di secondo ordine.
Essa venne elaborata come teoria biologica della cognizione negli anni ’70 da due studiosi cileni,
Humberto Maturana e Francisco Varela, anche se quello dei due che ha proseguito con maggior
coerenza nella elaborazione di questa teoria è stato il primo.
Maturana, biologo di formazione, verso la fine degli anni ’50 aveva preso parte agli studi di
McCulloch e Pitts (li abbiamo già incontrati come partecipanti alle Macy Conferences) sulla retina
della rana, studi che condussero in seguito alla costruzione della prima retina artificiale. Tra l’altro,

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questi loro studi sono considerati l’inizio della moderna bionica e momento fondamentale del
progresso della robotica.
La descrizione più precisa e sintetica di cosa sia una unità autopoietica, oggetto di studio della
teoria dell’autopoiesi, la danno proprio i due studiosi. Maturana e Varela scrivono:

Una macchina autopoietica è una macchina organizzata (definita come unità) come una
rete di processi di produzione (trasformazione e distruzione) di componenti che produce i
componenti che: I) attraverso le loro interazioni e trasformazioni continuamente rigenerano
e realizzano la rete di processi (relazioni) che li producono; e II) la costituiscono (la
macchina) come unità concreta nello spazio nel quale essi (i componenti) esistono
specificando il dominio topologico della sua realizzazione in quella rete.
(Maturana e Varela 1980, p.131, corsivo degli autori)

Va notato come anche qui il termine macchina sia utilizzato in un senso ben diverso dall’ uso
quotidiano, in accordo col senso che al termine si dà nel linguaggio cibernetico. Nella definizione di
unità autopoietica, così come nella definizione di sistema data da von Bertalanffy, abbiamo degli
elementi e delle relazioni; tuttavia è immediato cogliere la maggiore complessità di una unità
autopoietica rispetto ad un sistema genericamente inteso. L’unità autopoietica è infatti concepita
come sistema produttore di componenti semplici i quali riproducono il sistema mediante le proprie
relazioni, il che si complica ulteriormente con la distinzione fra i tre tipi di produzione che si
verificano in un sistema autopoietico:

1) produzione di relazioni costitutive: le relazioni che determinano la topologia


dell’organizzazione autopoietica;
2) produzione di relazioni di specificazioni: le relazioni che determinano l’identità dei
componenti dell’organizzazione autopoietica;
3) produzione di relazioni d’ordine: le relazioni che determinano la dinamica
dell’organizzazione determinando quindi la concatenazione della produzione di relazioni di
costituzione.

E’ quindi chiaro come un sistema autopoietico sia necessariamente dinamico. Non necessariamente
le sue componenti semplici devono essere a loro volta autopoietiche, anche se questo caso non è
infrequente (ad esempio, ogni organismo pluricellulare potrebbe essere descritto come una unità
autopoietica composta da componenti semplici – le cellule – a loro volta autopoietiche); anzi, nel
definire una unità autopoietica la natura delle sue componenti semplici è trascurabile: esse possono
per semplicità essere considerate come se fossero allopoietiche (allopoietica è l’unità che produce
altro da sé, ossia che non contiene relazioni di produzione delle proprie componenti semplici).
Una ulteriore complicazione deriva dal fatto che l’individuazione dell’unità autopoietica è un’atto
compiuto dall’osservatore. Essa è una operazione di distinzione di alcuni elementi e delle loro
relazioni da uno sfondo, ed è irrilevante che questa distinzione sia compiuta concettualmente o
fisicamente. E’ quindi l’osservatore a stabilire le proprietà che distinguono l’unità dal suo
“background”; e l’unità esiste nello spazio concettuale definito dalle operazioni di distinzioni
performate dall’osservatore. Afferma infatti letteralmente Maturana:

L’operazione cognitiva basica che facciamo come osservatori è l’operazione di distinzione.


Con questa operazione noi specifichiamo una unità come una entità distinta da uno sfondo,
caratterizziamo sia l’unità che lo sfondo con le proprietà di cui questa operazione le dota, e
specifichiamo la loro separabilità.
(Maturana e Varela 1980, p.32)

10
L’esistenza di una unità autopoietica comporta perciò l’esistenza di un osservatore, il quale a sua
volta è in grado di compiere l’operazione di distinzione in virtù della propria natura sistemica
autopoietica: una parte importante della teoria dell’autopoiesi riguarda proprio la natura
autopoietica del sistema cognitivo. Maturana, come già accennato, è un biologo di formazione, ed è
stato proprio studiando come l’interazione tra cervello e occhio conduce a “vedere” i colori che egli
capì che la parte più rilevante di questo processo ha luogo internamente all’osservatore e sia
dipendente dalla sua struttura (consistendo in sostanza in una interazione ricorsiva fra il sistema
nervoso e i propri stati interni), e come questa percezione venga solo stimolata dalla lunghezza
d’onda della luce riflessa dai corpi osservati. Osservatori strutturati in maniera simile hanno
percezioni simili. L’osservatore di una unità autopoietica nel distinguerla dallo sfondo pone in
essere un metadominio descrittivo, ed una serie di definizioni operative; queste possono essere
esplicitate rendendo intersoggettiva la sua posizione, in quanto qualsiasi altro osservatore strutturato
analogamente può inserirsi nel metadominio, performare le operazioni di distinzione, e realizzare
l’esistenza dell’unità autopoietica in oggetto. Troviamo qui una applicazione della legge di varietà
necessaria di Ashby, che abbiamo già incontrato in precedenza. Essa comporta che affinché
l’osservatore possa compiere l’operazione di distinzione dell’unità autopoietica rispetto al suo
background, l’osservatore stesso debba possedere la capacità di rappresentare l’unità autopoietica,
ed egli in effetti possiede tale capacità, essendo in grado di rappresentare internamente variazioni
tra un numero di stati superiori a quelli che l’unità autopoietica può assumere (o meglio, un numero
di stati superiori a quelli che la sua rappresentazione dell’unità autopoietica può assumere).
Secondo Maturana le società umane sono unità autopoietiche. Egli afferma infatti che

ogni stabilizzazione biologica delle strutture degli organismi interagenti che risulta nella
ripetizione delle loro interazioni, può generare un sistema sociale.
(Maturana e Varela 1980, p.40)

E, poco più avanti:

Crescere come membro di una società consiste nel diventare strutturalmente accoppiato ad
essa; l’essere strutturalmente accoppiato a una società consiste nell’avere le strutture che
conducono alla conferma comportamentale della società.
(Maturana e Varela 1980, p.42)

La struttura sociale viene così in un processo ricorsivo ad essere configurata come un prodotto delle
interazioni delle sue componenti semplici, ed essa agisce al tempo medesimo come un selettore
delle interazioni dei suoi componenti, producendo sé stessa attraverso le reti di produzione delle
proprie componenti.
Un sistema sociale è per Maturana un tipo peculiare di unità autopoietica, dotata di alcune
caratteristiche non presenti in altri tipi di unità. Innanzitutto le componenti di un sistema sociale
sono a loro volta autopoietiche, il che come abbiamo visto non è necessario nella determinazione di
una generica unità autopoietica. In secondo luogo un organismo (umano) può far parte di diversi
sistemi sociali. Una terza peculiarità è che gli esseri umani possono, attraverso il linguaggio,
osservare il sistema (o i sistemi) di cui fanno parte, qualora riescano a porsi in un dominio
metadescrittivo dal quale auto-osservarsi.
Qui si può riscontrare uno dei punti di contatto più rilevanti fra la teoria dell’autopoiesi e la filosofia
fenomenologica.
Quando un osservatore compie l’operazione concettuale di distinzione di un sistema dal suo
medium, egli non opera su una non meglio specificata realtà esterna, ma effettua delle operazioni
su dei propri stati interni – sugli stati interni del proprio apparato cognitivo. Il sistema nervoso varia
in risposta alle percezioni degli organi di senso assumendo una certa configurazione, una certa
struttura, che corrisponde alla percezione; ma è da operazioni ricorsivamente condotte su questa

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struttura che si ha la percezione vera e propria della realtà (come messo in luce anche dagli studiosi
della gestalt nei lavori sulla percezione delle forme).
Questo, a livello dei sistemi sociali, è perfettamente coerente con la teoria fenomenologica ove essa
afferma che il proprio vissuto può essere colto solo riflessivamente, mentre il vissuto altrui può
essere colto direttamente. Con le parole di Schütz:

Le mie esperienze vissute dei vissuti altrui estranei sono sempre vissuti miei. Ma questi
vissuti sempre miei hanno come oggetto intenzionale il vissuto di un altro, vissuto che l’altro
vive come vissuto immanente al corso del suo vivere. Per portare nel campo del mio sguardo
un vissuto mio, mi devo rivolgere ad esso in un atto di riflessione. Per portare invece nel
campo del mio sguardo un vissuto dell’altro, non mi è affatto necessario un rivolgimento
riflessivo sul vissuto mio con cui sperimento il vivere dell’altro.
(Schütz 1932, p. 146)

Quindi, mentre il proprio vivere può essere percepito solo in forma riflessa, il vivere altrui è
percepibile in maniera diretta, il che detto incidentalmente potrebbe essere considerato uno dei
motivi dell’importanza della we-relation, ovvero della relazione fra ego ed alter ego, fra soggetto ed
altro soggetto, nella ricerca sociologica a carattere qualitativo.
La teoria dell’autopoiesi è stata applicata direttamente alla ricerca empirica da numerosi sociologi,
ed ha avuto parte rilevante nelle opere teoriche di due importanti autori come Niklas Luhmann (vedi
Luhmann 1986) ed Edgar Morin (vedi Morin 1985).
Esami di opere sociologiche che non solo descrivono i sistemi sociali in termini autopoietici ma che
applicano una vera e propria metodologia autopoietica della ricerca sociale possono trovarsi ad
esempio in raccolte come quella a cura di Milan Zeleny (1980) e di Benseler, Hejl e Köck (1980).
In queste opere possiamo osservare come l’applicazione della teoria di Maturana alle scienze sociali
avvenga particolarmente attraverso l’uso di simulazioni di sistemi al computer e mediante l’uso di
equazioni per descriverne il comportamento. In questo senso, sul versante cioè del metodo, ci si
discosta poco dalle ricerche genericamente improntate alla cibernetica di secondo ordine; tuttavia
l’apparato concettuale, il metodo di modellizzazione, che sta dietro a queste ricerche è caratterizzato
da una certa originalità: la centralità del soggetto osservatore e la consapevolezza della propria
natura fa sì che tutta una serie di limiti propri della simulazione qui vengano tenuti presenti ed
accettati. Non c’è l’idea ingenua che “la mappa sia il territorio”, cioè che il modello sia una replica
esatta del sistema modellizzato.

La teoria del caos

La teoria del caos, chiamata anche teoria dei sistemi complessi, teoria della complessità, teoria dei
sistemi dinamici, è l’ultima delle correnti di pensiero che prenderemo in esame per la comprensione
della complessità.
La teoria del caos si occupa dello studio dei sistemi dinamici nonlineari; la nonlinearità comporta
una sostanziale impredicibilità degli stati esatti di tali sistemi, mentre è possibile solo la
modellizzazione del loro comportamento generale. Cosa sia un sistema abbiamo già visto; abbiamo
anche visto l’importanza della modellizzazione nello studio dei sistemi. La caratteristica dei sistemi
nonlineari è la difficoltà di costruire modelli che consentano di predirne il comportamento, per la
grande quantità di variabili coinvolte nella loro determinazione e per la difficoltà di comprenderne
le interrelazioni. Un esempio estremo di sistema dinamico complesso è quello del clima: la
difficoltà di compiere previsioni meteorologiche valide per più di cinque o sei giorni – pur
utilizzando centri di calcolo sofisticatissimi e computer molto potenti – è dovuta al fatto che la

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complessità del clima è tale che, come dimostrato da Lorenz, solo un modello che ne sia una replica
esatta può essere utilizzato per prevederne la dinamica3.
A tale proposito si può richiamare il cosiddetto effetto farfalla (introdotto dallo stesso Lorenz), con
un esempio che gode di una certa popolarità: una farfalla sbatte le ali in Brasile e, a seguito di una
concatenazione di eventi, scoppia un temporale in Texas. Il secondo evento è causato dal primo,
anche se il rapporto di causa-effetto non è lineare come nella scienza classica; tuttavia la situazione
di un sistema dinamico complesso come il clima è tale che microvariazioni nello stato iniziale
portano a macroconseguenze.
Nell’ambito della teoria della complessità un contributo di grande importanza è stato fornito dalla
scuola di Bruxelles, e segnatamente dal suo rappresentante di maggior spicco, il premio Nobel per
la chimica Ilya Prigogine. Questa scuola si è occupata di studiare processi chimici particolari, cioè
le reazioni di auto-catalisi – nelle quali un componente interviene nel processo della propria sintesi
– e le reazioni di cross-catalisi o catalisi incrociata, nelle quali in un composto si verifica una
oscillazione periodica fra elevate concentrazioni di due componenti dei quali ora l’uno ora l’altro
diviene prevalente.

Schema di reazione auto- Schema di reazione cross-


catalitica catalitica
X + A → 2X A→X
B+X→Y+D
2X + Y → 3X
X→E

Tabella 1: Reazioni auto- e cross- catalitiche

Quest’ultimo fenomeno, che per la regolarità dei periodi seguiti può dar luogo a veri e propri
orologi chimici, è noto anche col nome di Brussellator.
Questi studi hanno portato Prigogine a concentrare la sua attenzione sulle strutture dissipative (vedi
Prigogine, Stegners 1981, e Prigogine, Nicolis 1989), strutture cioè in grado di mantenere una
organizzazione spazio-temporale coerente mediante processi a carattere periodico. Le strutture così
organizzate possono, in virtù delle fluttuazioni cui sono sottoposte, evolvere in seguito a interazioni
a carattere perturbativo con l’ambiente dando vita a nuove strutture, lontane dallo stato di equilibrio
fluttuante.
La transizione temporale di una struttura di questo tipo, caratterizzata da periodi più o meno lunghi
di equilibrio e rapide transizioni di fase, è stata oggetto di studio anche da parte di Renè Thom
nell’ambito della cosiddetta teoria delle catastrofi.
In pratica un sistema dissipativo, che produce entropia negativa – cioè ordine – mediante un flusso
continuo di energia e materia che lo attraversa, mantiene la propria chiusura organizzativa; se
sottoposto a influenze perturbative si adatta alla nuova situazione (così come la sua struttura
precedente era frutto di un adattamento all’ambiente non perturbato) mantenendo, fino a che gli è
possibile, la propria identità – identità che come risulta dalla teoria dell’autopoiesi è data dai
rapporti fra rapporti di produzione degli elementi del sistema. Quando però la perturbazione supera
una certa soglia critica, la struttura si trasforma mutando identità o distruggendosi.
E’ possibile individuare cinque tipi di regimi che possono essere assunti da un sistema dinamico
complesso nel corso delle sue transizioni di fase:

1) Il primo regime è quello dell’attrattore puntuale. Gli attrattori sono zone nella
rappresentazione topologica del sistema verso cui tende il comportamento del sistema; la
presenza di un attrattore comporta che in sua vicinanza il comportamento del sistema verrà

3
Anche Wiener usa il tempo atmosferico come esempio di sistema complesso a dinamica irreversibile: in Wiener 1965,
cap.1.

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influenzato, mentre questa influenza diminuisce all’allontanarsi del sistema dall’attrattore.
Questo vale anche per le serie di dati relative a varabili di sistemi che manifestino un
comportamento complesso: se le variabili tendono, nel corso di una pluralità di ricorsioni del
sistema, verso certi valori, questi valori si configurano come un attrattore. L’attrattore è
puntuale se topologicamente è rappresentabile da un punto, e il sistema torna a quel punto
dopo ogni ricorsione ciclica. Questo regime è caratterizzato da un comportamento lineare
del sistema.
2) Il secondo regime è quello dell’attrattore limite. In questo caso il comportamento del
sistema tende all’attrattore, senza necessariamente raggiungerlo. Questo regime è quello
indagato dalla cibernetica, che ritroviamo nei sistemi con regolazione a feedback negativo.
3) Il terzo regime è quello del toroide, una figura tridimensionale simile a una “ciambella”;
essa è la rappresentazione tridimensionale (in coordinate polari) di un sistema il cui
comportamento ritorna circolarmente su se stesso senza superare certi limiti.
4) Il quarto regime è quello degli attrattori strani, come quello trovato da Lorenz nei suoi studi
meteorologici e chiamato attrattore “a farfalla”.

5)
Figura 1: Attrattore "a farfalla", o attrattore di Lorenz.

Questi fenomeni sono caratterizzati da un misto di caso e necessità: necessità e finalizzazione


durante i periodi di stabilità, caso riguardo all’esito finale della perturbazione. Queste
rappresentazioni del comportamento di sistemi dinamici sono utilizzabili anche in ambito
sociologico, in quanto le società sono a pieno titolo sistemi complessi. Così come è lo scienziato a
decidere rispetto a quali grandezze studiare un sistema complesso come il clima, ed è in seguito a
questa sua operazione di selezione che emergono le regolarità caotiche nei comportamenti del
sistema, così nelle scienze sociali deve essere possibile individuare delle dimensioni rispetto alle
quali si manifestano le transizioni verso stati a crescente complessità.
Un esempio è fatto dal sociologo statunitense T.R. Young quando afferma:
14
Each succeeding cycle builds up a portrait of self-similarity in that there is a loose
approximation of one cycle of behavior to the previous cycle. Thus, in a baptism, a
marriage, a funeral or a mass, however practiced is the priest; however formal is the ritual,
however skilled are the communicant, still no given cycle of religious service is precisely
like another. The same is true in any given social act one might wish to examine even in the
most stable and enduring of societies. In any given social role; in any given social occasion
or in any given embodiment of a class room lecture, self-similarity displaces sameness.
Whatever pattern is found in social life, it is there because sentient human beings work hard
to create one iteration of an occasion in the image of a previous cycle. Human action entails
variety.
(T. R. Young, 1994)

Ossia:

Ogni ciclo successivo costruisce un ritratto di autosomiglianza, nel senso che c’è una stretta
approssimazione del comportamento di un ciclo al ciclo precedente. Così, in un battesimo,
un matrimonio, un funerale o un messa, per quanto il prete sia pratico; per quanto formale
sia il rituale, per quanto pratici i comunicanti, comunque nessun dato ciclo di servizio
religioso è precisamente come un altro. Lo stesso è vero in ogni dato atto sociale che si
voglia esaminare perfino nella più stabile e duratura delle società. In ogni dato ruolo sociale;
in ogni data occasione sociale o in ogni data incarnazione di una lezione in classe,
l’autosomiglianza soppianta l’uguaglianza. Qualsiasi modello sia trovato nella vita sociale, è
lì perché esseri umani senzienti hanno lavorato durante per creare una iterazione di una
occasione nell’immagine di un ciclo precedente. L’azione umana implica varietà.

Quindi, dato che i comportamenti iterati che generano comportamenti complessi nel mondo naturale
sono propri anche del mondo sociale, deve essere possibile individuare variabili che per la loro
importanza strutturale nella determinazione degli insiemi sociali diano origine a rappresentazioni
approssimabili a frattali. Come questo sia possibile verrà approfondito nel prossimo incontro,
quando avremo modo di parlare dei frattali e delle loro possibili applicazioni nella ricerca sociale.

Luhmann

Niklas Luhmann ha sviluppato nel corso dei suoi studi una teoria sociologica che risente
dell’influenza di alcune delle correnti che abbiamo fin qui incontrato: cibernetica, autopoiesi, teoria
dei sistemi (Luhmann 1984).
Luhmann critica l’accezione funzionalistica di sistema, anche se in effetti la sua teorizzazione
riprende ed amplia il funzionalismo parsonsiano. Laddove gli struttural-funzionalisti si
concentravano sul momento strutturale del sistema sociale, Luhmann evidenzia in esso il momento
della contrapposizione ad un contesto, ad un ambiente; la distinzione tra ambiente e sistema sociale
viene condotta mediante attribuzioni di senso, mettendo così in luce il ruolo dell’osservatore.
Inoltre, laddove lo struttural-funzionalismo intende le relazioni tra le componenti sistemiche in
termini prevalentemente causali, Luhmann le considera indagando il ruolo da esse svolte rispetto al
mantenimento di un equilibrio omeostatico con l’ambiente circostante. Il concetto che propone a
questo proposito è quello di equivalenza funzionale, intesa come determinazione di classi di
fenomeni in grado di far convergere il sistema verso i medesimi stati di equilibrio in maniera
indipendente l’uno dall’altro.
Mondo-ambiente-sistema: il mondo è, in maniera analoga a quanto sostenuto da Weber, un fluire di
infinita complessità; l’ambiente è l’insieme delle possibilità operative date a un sistema. L’ambiente
è comunque più complesso del sistema; per potersi efficacemente rapportare ad esso, il sistema

15
deve essere in grado di rappresentare parte della complessità ambientale (vedi legge della varietà
necessaria di Ashby), attraverso un’operazione di riduzione della complessità. I sistemi sociali
sono ontologicamente determinati nel dominio comunicativo; pertanto l’individuo, il portatore di
coscienza, è rispetto ad essi un presupposto; anche se il senso in funzione del quale viene definito il
sistema è originato tanto dal sistema psichico quanto da quello sociale. È importante il fatto che
Luhmann non prende come elemento costitutivo del sistema l’attore sociale, bensì l’atto
comunicativo – identificato come tale in base ad una attribuzione di senso.
Luhmann identifica le dimensioni costitutive dell’ambiente: temporale, materiale e simbolica. È
attraverso queste dimensioni che il sistema opera la riduzione. Osserviamo come la riduzione della
complessità ambientale avviene mediante l’incremento della complessità sistemica: aumentando la
complessità del sistema, aumenta il numero di stati possibili che esso è in grado di rappresentare, e
quindi migliora la sua capacità di rispondere alle influenze perturbative.
Luhmann riprende i concetti cibernetici di sistema aperto e sistema chiuso; la sua posizione è che i
sistemi sociali siano sistemi aperti, ma autopoieticamente chiusi nel senso che gli elementi
ambientali non entrano a far parte delle reti di produzione di elementi e relazioni di elementi interni
al sistema (Luhmann, 1986). I meccanismi di selezione della comunicazione messi in atto dai
sistemi sociali sono articolati in informazione, enunciazione e comprensione; dato che, come
abbiamo visto, le componenti semplici dei sistemi sociali per Luhmann non sono gli attori sociali
ma gli atti comunicativi, siamo in una situazione di chiusura comunicativa del sistema rispetto
all’ambiente in quanto la comunicazione che definisce il sistema sociale come unità autopoietica è
necessariamente interna ad esso, anche quando riferita a qualcosa ad esso esterno. Come visto,
l’attribuzione di senso che identifica la natura comunicativa degli atti che definiscono il sistema
sociale come unità autopoietica viene operata necessariamente da un osservatore, il cui ruolo non
può che essere problematico, in quanto egli al tempo stesso definisce la natura comunicativa degli
atti attribuendo loro un senso, ed è definito come soggetto sulla base delle altrui attribuzioni di
senso. L’osservazione stessa è un’operazione, a livello del sistema psichico, che presuppone la
natura autopoietica dell’osservatore. Io, osservatore di un dato sistema sociale, ne posso identificare
la natura appunto di sistema in quanto colgo (o attribuisco) la natura comunicativa di una serie di
comunicazioni; ma lo stesso atto osservativo include il sistema nel mio mondo concettuale, a livello
del quale sono definito come ente autopoietico, ponendomi di fronte alla paradossale possibilità
della mia auto-inclusione nel sistema che osservo.
È evidente come l’ordine sociale, la sussistenza di un qualsiasi sistema sociale, nel contesto di una
simile teorizzazione, possa essere concepito solo come un precario processo continuamente
sottoposto a influenze perturbative e al rischio di dissoluzione per la natura ricorsiva delle
interazioni che lo definiscono.

Edgar Morin

Il francese Edgar Morin è un altro protagonista della sociologia contemporanea ad avere reso
centrali nella propria riflessioni le categorie della complessità, fino a tentare di farne un vero e
proprio paradigma. Si può fare risalire l’inizio dell’interesse di Morin per le tematiche inerenti la
complessità con il suo soggiorno al Salk Institute for Biological Studies di San Diego, nel 1969.
Piuttosto che dare una definizione di complessità, Morin (1990) preferisce indicare una serie di
percorsi che conducono al concetto:
- irriducibilità del caso o del disordine
- inclusione di singolarità, località e temporalità
- relazioni di interdipendenza tra parti del sistema
- complementarità tra ordine, disordine e organizzazione
- inclusione dell’osservatore nell’osservazione

16
Morin mette in evidenza una serie di principi, indicati come strumenti per un approccio
epistemologico adeguato, una volta che si sia riconosciuta la complessità del reale. I tre principi
sono il principio dialogico, il principio ricorsivo e il principio ologrammatico.
Il principio dialogico è in qualche misura affine a quello che viene comunemente inteso come
dialettico, in quanto momento di sintesi tra opposti.
Il principio ricorsivo è quello che troviamo operante nei sistemi che con circolarità causale
determinano i processi della propria stessa produzione.
Il principio ologrammatico è quello che troviamo laddove l’insieme è composto di parti le quali a
loro volta contengono informazione relativa all’insieme nella sua interezza. Propriamente, un
ologramma è la registrazione di un’immagine tridimensionale basata sulla luce laser; la
caratteristica che conduce Morin ad utilizzarlo in chiave analogica è quella per la quale
l’informazione relativa all’immagine è diffusa su tutta la lastra olografica, facendo sì che anche
partendo da un pezzo della lastra stessa sia possibile ottenere (con perdita di risoluzione)
l’immagine di partenza.
È chiaro che queste indicazioni di Morin valgono in ambito epistemologico, sono intese come guida
alla costruzione di un punto di vista adeguato alla complessità del reale, un punto di vista che superi
il tradizionale riduzionismo e la linearità dei rapporti causa-effetto, in favore di una visione
circolare.

Costruttivismo radicale

Finora abbiamo visto una pluralità di approcci alla complessità che, nel corso degli anni, si sono
intrecciati proficuamente; una serie di fluidi, mutevoli paradigmi della complessità. Il
costruttivismo radicale è una sintesi di molte posizioni di queste varie correnti; una sintesi che
cerca di delineare una posizione epistemologica coerente, esplicitando assunti altrove lasciati
impliciti.
A sviluppare questa corrente sono stati alcuni autori che abbiamo già incontrato – von Foerster,
Maturana e Varela – oltre allo psicologo George Alexander Kelly e allo psicologo e filosofo Ernst
von Glasersfeld.
Dalla cibernetica di primo ordine, il costruttivismo radicale prende i concetti di feedback, di
omeostasi; dalla cibernetica di secondo ordine la conclusione della origine interna delle strut-
turazioni conoscitive (vista la chiusura organizzativa dei sistemi osservanti). Secondo la posizione
di von Glasersfeld, ad esempio, nella comunicazione viene trasmesso il segnale, non il significato;
questo non è in alcun modo codificato nella comunicazione, né può esserlo, e pertanto l’attribuzione
di significato è un atto compiuto dal destinatario dell’atto comunicativo (ma la stessa attribuzione
della qualifica di destinatario diventa problematica!) sulla base di elementi ambientali, tra i quali ad
esempio la struttura linguistica per le comunicazioni verbali, il contesto sociale e così via.

The analysis of the process of linguistic communication shows that knowledge cannot
simply be transferred by means of words. Verbally explaining a problem does not lead to
understanding, unless the concepts the listener has associated with the linguistic components
of the explanation are compatible with those the explainer has in mind.
(von Glasersfeld 1989)

Ossia:

L’analisi del processo di comunicazione mostra che la conoscenza non può semplicemente
essere trasmessa per mezzo di parole. Spiegare verbalmente un problema non conduce alla
sua comprensione, a meno che i concetti che l’ascoltatore ha associato con le componenti
linguistiche della spiegazione siano compatibili con quelli che colui che spiega ha in mente.

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Viene completamente a crollare l’idea di un mondo conoscibile in maniera vera ed oggettiva; il
costruttivismo critico sembrerebbe non cadere nel solipsismo, visto che c’è un dato biologico in
ultima istanza comune ai vari osservatori e che permette loro di strutturare in maniera simile le
percezioni (poi c’è un dato culturale, sociale che crea una ulteriore strutturazione concettuale e delle
categorie cognitive), rendendo fondate le eventuali aspettative reciproche che permettono appunto
la comunicazione in tutte le sue forme. Però noi non possiamo veramente sapere se quello che
percepiamo è evidente anche ad un altro osservatore; non possiamo veramente sapere se egli lo
percepisce nello stesso modo, nel corso delle eventuali interazioni possiamo provare ad
accertarcene ma resta il fatto che lo statuto ontologico delle nostre percezioni (e quindi del mondo
esterno che percepiamo, dei nostri stati interni che riflessivamente percepiamo) è veramente labile
per il costruttivismo radicale. Tuttavia, il costruttivismo radicale non si interessa all’ontologia
(posto che viene asserita l’inaccessibilità totale di una eventuale realtà oggettiva), è piuttosto una
teoria della conoscenza e quindi rivolge la sua attenzione alle modalità conoscitive. Il sistema
osservante che chiamo “io” può assumere una pluralità di stati, può strutturare sue parti a
simboleggiare strutture che pensa di percepire, ma ogni operazione concettuale viene fatta sugli stati
interni del sistema osservante stesso secondo una circolarità ricorsiva. Io posso vedere una penna,
afferrarla, e gli stimoli tattili essendo coerenti con quelli visivi rafforzano in me l’idea – l’illusione!
– di una realtà oggettiva esterna. Se in dubbio posso anche chiedere a qualcun altro, “cos’è questa?”
“Una penna”! O, “vedi anche tu questa penna?” ma in fin dei conti cos’è veramente successo? Il
mio cervello ha ricevuto stimoli che interpreta provenire dall’apparato visivo, il quale a sua volta
quando “invia” siffatte immagini lo fa perché colpito dalle emissioni luminose riflesse da un corpo
– idem per il tatto, coi vari ricettori di pressione e temperatura – ma tutte le azioni cognitive che ho
compiute in ultima analisi sono state operate sulla mia strutturazione interna che rappresenta la mia
idea di quel che mi circonda… Noi non abbiamo consapevolezza operativa di questi complessi
processi fisiologici, essi ovviamente funzionano in maniera assolutamente indipendente dalla nostra
consapevolezza in merito!
Von Glasersfeld elenca due punti fondamentali dell’approccio del costruttivismo critico:
1 – la conoscenza non è ricevuta passivamente ma costruita attivamente dal soggetto conoscente;
2 – la funzione della cognizione è adattiva, e serve l’organizzazione del mondo esperienziale, non la
scoperta di realtà ontologiche.

Egli afferma (von Glasersfeld, 2002):

Any notion that cognitive structures could come to reflect ontological reality – e.g., that we
could discover the ontic shape of things by sliding our senses or measuring instruments
along the surfaces of things-in-themselves and thus plot deliberate contacts – is an illusion.
The space and time in which we move, measure and, above all, in which we map our
movements and operations, are our own construction, and no explanation that relies on them
can transcend our experiential world.

Ossia:

Qualsiasi nozione cui le strutture cognitive possano pervenire per riflettere la realtà
ontologica – ad esempio, che noi si possa scoprire le forme ontiche delle cose facendo
scorrere i nostri sensi o strumenti di misurazione lungo le superfici delle cose-in-sé e così
tracciare contatti deliberati – è un’illusione. Lo spazio e il tempo in cui ci muoviamo,
misuriamo e soprattutto, in cui mappiamo i nostri movimenti e operazioni, sono nostri
costrutti, e nessuna spiegazione si basi su di essi può trascendere il nostro mondo
esperienziale.

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Conclusioni

Naturalmente, ad oggi gli studi sulla complessità continuano a progredire, con la produzione di
nuovi metodi di modellizzazione e di analisi dei sistemi complessi. I progressi fatti dalle scienze
naturali, lo sviluppo di nuovi strumenti matematici e statistici, l’evoluzione di un nuovo paradigma
che sposta l’attenzione su classi di fenomeni in precedenza poco studiati, ha conseguenze inevitabili
nel tentativo di esportare singoli strumenti e metodi di analisi nelle scienze sociali per la conduzione
di ricerche empiriche ed analisi secondarie. Inoltre, le conseguenze epistemologiche di questi nuovi
paradigmi o programmi di ricerca (che spesso sono a loro volta basati su opere di scienziati dalle
basi filosofiche non indifferenti) spingono all’adozione di termini e concetti provenienti dalle
scienze della complessità in chiave analogica nel corso di riflessioni sociologiche di ampio respiro e
di teorizzazioni non formalizzate.

Nel 1996 Alan Sokal, professore di fisica alla New York University, inviò alla rivista umanistica
Social Text un suo saggio intitolato Transgressing the Boundaries: Toward a Transformative
Hermeneutics of Quantum Gravity. (Sokal 1996). Il titolo tradotto suona Valicando i confini: verso
un’ermeneutica trasformativa della gravità quantistica; l’argomento era la discussione di presunte
implicazioni politiche della teoria dei quanti e il suo utilizzo a sostegno di una posizione
costruttivista estrema.
La rivista pubblicò l’articolo, ma praticamente in contemporanea con la sua uscita Sokal rivelò
dalle colonne di un’altra rivista che il saggio era una presa in giro priva di reali significati
matematici e fisici, appositamente assemblata mettendo insieme strafalcioni concettuali che Sokal
aveva trovato nelle opere di altri autori – per lo più filosofi postmoderni – riferimenti inventati e
nonsense. Obiettivo di Sokal era mettere alla berlina l’atteggiamento di molti umanisti, accusati di
impiegare concetti e termini matematici senza alcuna attenzione alla loro reale portata, producendo
eleganti costruzioni dialettiche prive di senso o ricche di errori fattuali.
Non intendo entrare qui nel dettaglio della querelle seguita alla pubblicazione dell’articolo e allo
svelamento della sua natura fasulla; che Sokal abbia semplicemente evidenziato un punto debole nei
percorsi di auto-legittimazione del sapere scientifico o che abbia effettivamente messo in luce una
malapratica intellettuale, rimane a mio avviso il monito - per chi opera nell’ambito della ricerca
sociale - di approfondire per quanto possibile le implicazioni matematiche e logiche dei concetti
derivati dalle scienze naturali, prima di introdurli nei propri schemi di ricerca. Scienziati come
Wiener e Prigogine hanno mostrato la fruttuosità di approcci interdisciplinari, ma il passaggio da un
livello di analogia a un livello di modellizzazione nell’utilizzo degli strumenti tratti dalla scienza
della complessità richiede grande cautela e attenzione. E grande cautela ed attenzione richiede lo
stesso utilizzo in chiave di analogia, per non risolversi in un mero espediente retorico limitato alla
dinamica argomentativa.
Gli studi sulla complessità sono ricchi di implicazioni epistemologiche di non piccolo rilievo; esse
forniscono un punto di partenza diverso per problematizzare il ruolo dell’osservatore e comportano
numerose conseguenze, per chi partisse da un simile punto di vista, anche nella strutturazione di
disegni di ricerca condotti con metodi “tradizionali”. Concludo con una citazione di von Foerster:

Le scienze dure hanno successo perché affrontano i problemi morbidi. Le scienze morbide
arrancano perché affrontano i problemi duri.

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