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Luigi Napoleone al potere In Francia.

La rivoluzione del 1848 aveva avuto via breve perché l'accordo tra democratici, cattolici e so listi
era assai debole, aveva retto per alcuni mesi e solo consentito di istituire il suffragio universale
maud le e gli ateliers sociaux (- p. 412). Nel giugno del 1848 l'insurrezione operaia di paigi da
ispirazione giacobina e socialista, era stata soffocata con la forza dai militari e le elezioni
presidenziali del dicembre 1848 erano state vinte con facilità da Carlo Lnie Napoleone (1808-73)
sostenuto dai moderati, terrorizzati dalla rivoluzione, dai clericali, dal popolo dei med proprietari e
della piccola borghesia, delusi dalle false promesse e dalle incertezze della politica repubblicana I
blocco politico-sociale che aveva sostenuto la monarchia orieanista p. 406) si vestiva ora di
populismo e di nazionalismo bonapartista (Riflettiamo sulle parole dells storle p. 433) e si
preparava a riprendere il potere. Gli operai sconfitti non andarono a votare, o addirittura votarono
per Bonaparte, che proclamava di voler «estinguere il pauperismo». Il eprincipe presidente»
nutriva un profondo disprezzo per la democrazia, anzi aveva scritto alcuni libri in cui esaltava il
«bonapartismo e il «cesarismo», cioè quei regimi che pretendono di rappresentare direttamente
ga interessi popolari, saltando le mediazioni della politica e le istituzioni rappresentative. Luigi
Napoleone si rivelo molto abile, durante il suo triennio di presidenza della Repubblica, nel
perseguire l'estensione del proprio po tere personale. Lasciò che il parlamento varasse misure
Populismo Adozione di misure e provvedimenti politici - per esempio, riduzione delle tasse,
controllo politico sui preza generi di largo consumo ecC- che mirano ottenere il consenso
immediato di vasti strati dell'opinione pubblica attraverso un contatto diretto tra il capo e le
masse, senza tener coe delle conseguenze a lungo termine delle scelte politiche adottate rittive
della libertà - tra cui una revisione della legge elettorale che tendeva a escludere gli erai dal voto -
e lui stesso, intanto, si atteggiò a difensore della sovranità popolare, del suffragio versale e degli
interessi della nazione contro una politica corrotta. Conquistò definitivamente T'eninione pubblica
clericale con la spedizione che, nel 1849, schiacciò la Repubblica romana e estitui lo Stato
pontificio a papa Pio IX (- p. 424). Conservatorismo e sviluppo economico Il suo prestigio aumentò
ancora per la diffusa delusione nei confronti delle istituzioni rap- presentative, incapaci di mediare
fra gli interessi sociali e sempre inclini a soluzioni autoritarie. Egli ottenne cosi il doppio vantaggio
di indebolire le istituzioni e le garanzie di libertà, pur assu- mendosi il ruoio di loro difensore.
Maturava in questo modo il colpo di Stato che gli avrebbe attribuito prerogative non ottenibili vie
legali. Il z dicembre 1851 il parlamento venne occupato dai militari e l'assemblea sciolta. per
Bonaparte proclamò subito il ritorno al suffragio universale maschile e indisse un plebiscito che
stravinse, con sette milioni e mezzo di si contro appena seicentomila no. L'opposizione fu liqui-
data, centomila persone furono arrestate, un terzo dei dipartimenti fu posto in stato d'assedio.
L'anno seguente un altro plebiscito ratificò la restaurazione dell'Impero e il nuovo sovrano assunse
il titolo di Napoleone III. Il Secondo impero durỏ un ventennio e fu un periodo molto negativo per
la libertà, caratterizzato dalla manipolazione delle elezioni, dal silenzio imposto 

agli oppositori e agli intellettuali, dalla limitazione della libertà di stampa. Ma fu un periodo di
grande sviluPpo economico (- Vedere la storia p. 434), in cui si costrui la gran parte della struttura
industriale francese, aiutata dalla protezione statale e dalla repressione del movimento Fu anche
un'epoca in cui la Francia parve occupare di nuovo un ruolo di primissimo peraio. piano in Europa,
lanciandosi anche in diverse imprese coloniali, prima di essere alla fine piegata dalla Prussia.
VITALIA DOPO LA RIVOLUZIONE DEL 1848 n Società nazionale italiana e casa Savoja an il fallimento
generale del 1848 era venuto meno anche il progetto politico dei patrioti Neni moderati, che
prevedeva una transizione verso una forma federativa, e se possibile unitaria, dei diversi Stati della
Penisola. Infatti la Prima guerra d'indipendenza era stata persa perche eli Stati italiani non avevano
unito i propri sforzi in vista di un progetto di unita na Pnale, Anche Pio IX aveva preferito
conservare il piccolo Stato pontificio piuttosto che porsi 2ionale. alla ila quida dei moderati italiani,
scoraggiando così l'adesione dell'opinione pubblica cattolica unitario. al progetto unit vl 1849 era
stata la volta dei democratici, ma alla fine la «guerra di popolo» era uscita sconfitta dalla
repressione, favorita anche dal fatto che i democratici erano divisi: accanto ai mazziniani, che
volevano una repubblica unitaria, vi erano i federalisti, come Carlo Cattaneo (- p. 410), e quei
repubblicani che, per realismo politico, erano disposti ad allearsi con casa Savoia. A Torino,
nell'agosto del 1857, al fine di creare una struttura di coordinamento dei democratici disposti a
lottare sotto la guida della monarchia sabauda, venne fondata la Società nazionale italiana, che
annoverava tra i propri membri Giuseppe Garibaldi (- p. 440) e Daniele Manin + p. 423). Il Regno di
Sardegna era, alla resa dei conti, l'unico Stato della Penisola ad aver combattuto e anche l'unico ad
avere mantenuto le libertà costituzionali, garantite dallo Statuto albertino ( 420). Torino,
riferimento della politica italiana A Torino trovarono rifugio migliaia di esuli da tutta Italia, tutti
influenti personalità del- la cultura e della politica. Una politica moderata di riscossa nazionale non
poteva dunque prescindere dalla monarchia sabauda e anche una guerra di popolo doveva venire
a patti con l'esercito piemontese. Garantendo una sufficiente libertà di stampa e accettando il
contributo di coloro che, almeno tem- poraneamente, rinunciavano alla pregiudiziale
repubblicana, la classe dirigente piemontese svolse un ruolo essenziale di collante fra le diverse
componenti politiche del Paese in vista di un superiore interesse nazionale. Mentre il dibattito
sull'unificazione politica si faceva sempre più acceso, non altrettanto accadeva sul piano della
realtà economica. Anzi, proprio in questo periodo fini pe aumentare lo squilibrio fra una ristretta
area del Nord, il Piemonte e la Lombardia, coinvolta ne Mentre nel Nord-Ovest si scavavano canali,
si costruivano strade e ferrovie, si sviluppava la p duzione dei vini e delle sete, si ammodernavano
le tecniche e le strutture produttive, il Meridinne permaneva ancorato a un'agricoltura dominata
dal grande latifondo. A Napoli, principale d del Sud e sede del Regno borbonico, iniziava, come
nelle altre città del Meridione, quel proce di degrado urbano destinato a trasformarsi in un grave
problema di lungo periodo. Anche l'Italia centrale era assai lontana da ogni possibile sviluppo
industriale, ma qui dominava la mezzadra uno spezzettamento della grande proprietà in tante
aziende familiari estranee all'introduzione sviluppo economico europeo, e il Centro-Sud, ancora
profondamente arretrato rapporti di lavoro di tipo capitalista Nel suo complesso l'economia
italiana, con l'eccezione dell'agricoltura nella Pianu di piccoli nuclei di sviluppo industriale, tutti
concentrati nel Nord-Ovest, appariva quindi ai arretrata e frammentata in ambiti regionali ristretti.
Sotto il profilo sociale, élite col livello convivevano con altissimi tassi di analfabetismo vicini
all'ottanta per cento e, in alcue zone del Sud, al cento per cento. La lingua nazionale aveva una
diffusione limitata ou alle classi dirigenti urbane, circondate da una cultura essenzialmente
dialettofona Il processo di unificazione nazionale non derivava pertanto da esigenze economiche e
sociali fusamente percepite, ma era sostenuto dalla passione politica che coinvolgeva le élite, eli
lettuali e i ceti urbani desiderosi di riscatto nazionale. 3 VITTORIO EMANUELE II, CAVOUR E LA
GUERRA DI CRIMEA L'ascesca di Vittorio Ensanuele Il al trono sabaudo Vittorio Emanuele li (1849-
78), subentrato al padre Carlo Alberto nel 1849 (- p. 419), sĩ trovò a gestire una situazione assai
complessa: l'esercito era stato sconfitto, il parlamento rifiutava la pace, lo Statuto non costituiva
ancora un saldo punto di riferimento istituzionale. Vittorio Ema nuele sciolse il parlamento, ma
mantenne in v.gore la carta costituzionale e indisse nuove elezioni Jalle quali riusci a ottenere una
maggioranza disposta ad accettare la pace con l'Austria. Pur non essendo particolarnnente ben
disposto verso le idee liberali, Vittorio Emanuele mostro però di voler salvaguardare la monarchia
costituzionale e, grazie anche a un ceto politico di buon jvelo, rimase sempre un sovrano leale nei
confronti dei sudditi. Il primo governo del nuovo regime fu diretto da Massimo d'Azeglio (- p. 408),
a cui va il merito di avere introdotto il principio della e) del 1850: con esse furono decretate
l'abolizione di una serie di privilegi del foro ecclesiastico e facoltà dello Stato di acquistare beni
appartenenti alla Chiesa. Il governo successivo fu presieduto destinato a guidare per dieci anni la
politica piemontese e che va considerato il da colui che era principale artefice politico dell'Unità
d'Italia: Camillo Benso conte di Cavour (1810-61). Il centrismo moderato di Cavour e la politica del
«connubio governo Aristocratico, ex ufficiale dell'esercito e proprietario terriero, Cavour assunse
la direzione del o nel 1852, dopo aver soggiornato a lungo in diversi Paesi europei. Eletto deputato
fin dal 1848, era noto per la sua competenza in fatto di agricoltura e di economia e per le sue idee
liberali, che aveva espresso in un periodico da lui diretto, «Il Risorgimento. Subito si adoperò per
modernizzare il Piemonte in tempi rapidi: stipulò trattati di libero scam- bio con l'Inghilterra, la
Francia e il Belgio, investi notevoli capitali nello sviluppo della rete ferro- riaria stradale e nella
costruzione di canali e diede inizio, nel 1857, ai lavori per la realizzazione raforo del Frejus. Grazie
a un sistema creditizio abbastanza efficiente, l'industria siderurgica e suoi primi passi e
complessivamente il Piemonte divenne in breve la regione più avanzata illa Penisola.
Rappresentante naturale della destra moderata, che raccoglieva l'aristocrazia e i rappresentanti
del conservatorismo cattolico, Cavour non giudicava favorevolmente una con- nosizione frontale
fra destra e sinistra, alla francese. Ispirandosi al modello inglese, egli puntò rce alla costruzione di
un centrismo parlamentare in grado di attrarre sia gli aristocratici therali sia i rappresentanti della
borghesia moderata, che aveva in Urbano Rattazzi (1808-73) un avvocato di Alessandria, il suo
leader. Con questa politica, detta del «connubio, Cavour riusci a costruirsi una solida maggioranza
parlamentare in grado di sostenere la sua abile politica diplomatica e il progetto di unificazione del
Paese, emarginando le ali estreme, cioè la destra clerico-assolutista e la sinistra democratico-
repubblicana La guerra di Crimea e il Congresso di Parigi Il problema principale dello Stato
costituzionale piemontese era quello di continuare a rap- presentare ur punto di riferimento per il
movimento nazionale italiano, senza però cedimenti nei confronti delle idee antimonarchiche.
Cavour doveva quindi convincere francesi e inclei a appoggiare le ambizioni del Regno di Sardegna
di allargarsi fino all'Adriatico, strappando ilLom bardo-Veneto all'Austria. L'occasione gli fu offerta
dalla guerra di Crimea, che ruppe la pace quarantennale inaugurata dal Congresso di Vienna e
scoppiò a seguito dell'inarrestabile dedino dell'Impero turco-ottomano. Da un paio di secoli la
Russia mirava al suo smembramento per ottenere la supremazia nell'insta- bile scacchiere dei
Balcani e, attraverso il controllo degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, un accesso al
Mediterraneo. Queste ambizioni avevano tradizionalmente beneficiato della sostanzile neutralità
inglese e francese. Contro l'islam i russi si erano infatti assunti il ruolo di campioni del la cristianità
ortodossa e gli austriaci di quella cattolica. Lo stesso quadro si era presentato circa trent'anni
prima in occasione della lotta per l'indipendenza greca, che i turchi erano stati costretti a
riconoscere dopo l'intervento militare di Francia, Gran Bretagna e Russia (- p. 335). Alla fine del
1853 lo zar Nicola I orchestrò una crisi diplomatica intorno alla protezione dei luoghi santi per i
cristiani, incontrando, però, una vigorosa opposizione da parte della Francia e della Gran Bretagna,
che scesero in guerra, sbarcarono in Crimea e strinsero d'assedio la fortezza russa di Sebastopoli.
Spinto da Vittorio Emanuele II, Cavour sostenne la necessità di entrare in guerra a fianco delle
potenze occidentali in aiuto della Turchia con un contingente di 18.000 soldati, malgrado
l'opposizione dell'opinione pubblica e della Camera. Al Congresso di pace di Parigi, apertosi nel
febbraio dell'anno successivo, Cavour riusci in effetti ad attirare l'attenzione delle grandi potenze
sulla «questione italiana» e in particolare sulla situazione di malgoverno in cui versavano lo Stato
pontificio e, ancora di più, il Regno delle Due Sicilie. Sotto lineando il rischio che tal suggeri a
inglesi e francesi di appoggiare il progetto piemontese di egemonia sulla Penisola. Cavour ottenne
da parte francese una considerazione particolare in funzione antiaustriaca prospe tando, cosi, la
possibilità di un intervento di Napoleone a fianco del Regno di Sardegna per e. ancora e situazione
potesse fomentare in Italia nuovi tentativi rivoluzionari, eg razione dell'Italia settentrionale. La
prospettiva nazionalista moderata, fallita nel '48, risorgeva ora dall'iniziativa della monarchia
sabauda, sostenuta dal prestigio politico e militare della Franc 4 LA SECONDA GUERRA
D'INDIPENDENZA, GARIBALDI E L'UNITĂ D'ITALIA L'intervento di Napoleone III in Italia L'evento che
contribui a saldare i rapporti fra Stato sabaudo e Francia fu l'attentato compiuto contro Napoleone
III, il 14 gennaio 1858, da un agente mazziniano, Felice Orsini (1819-58), che provoco la morte di
otto persone ma non quella dell'imperatore. Il gesto di Orsini evidenziò potenziale di
destabilizzazione insito nella situazione italiana e convinse Napoleone della necessità Fun
intervento in Italia. Nell'estate del 1858 Cavour si incontrò segretamente con l'imperatore nella
stazione termale francese di Plombières e insieme disegnarono la futura carta d'Italia. Il Piemonte
avrebbe fat- o in modo di provocare l'Austria e farsi dichiarare guerra, il che avrebbe permesso alla
Prancia a intervenire a fianco del piccolo Stato aggredito. L'Austria, sconfitta, avrebbe dovuto
cedere il Lombardo-Veneto al Regno di Sardegna, che si sarebbe cosi allargato fino all'Adriatico. La
Francia rebbe ottenuto Nizza e la Savoia, gli Stati dell'Italia centrale sarebbero stati unificati e
affidati a un principe francese, mentre il Regno delle Due Sicilie sarebbe rimasto ai Borbone. Era
infine a iduzione territoriale dello Stato pontificio, ma al pa presidenza di una futura
confederazione degli Stati italiani. Le cose andarono inizialmente prevista secondo il copione
deciso. L'Austria cadde nella trappola progettata a Plombières e, a fronte di Ostentati movimenti
di truppe piemontesi, dichiarò guerra nell'aprile del 1859. Lisiava la Seconda guerra
d'indipendenza. La Francia intervenne e i due eserciti alleati battero- di austriaci a Solferino,
presso Mantova, alla fine di giugno, mentre le truppe piemontesi da sole riportavano
un'importante vittoria nella vicina San Martino La Seconda guerra d'indipendenza L'entusiasmo dei
patrioti italiani per l'evolversi della situazione portò allo scoppio di in- Surrezioni in Toscana e in
Romagna a favore dell'annessione al Regno di Sardegna. Il pericolo à una nuova rivoluzione in
senso repubblicano e democratico indusse però Napoleone III a interrompere le ostilità. Lo
schema che era stato deciso a Plombières rischiava infatti di essere vanificato, quindi egli trattò
con gli austriaci l'armistizio di Villafranca (luglio 1859) che pose fine alla breve guerra. Solo la
Lombardia passava al Piemonte, mentre la Francia rinunciava momentaneamente alla Sa- voia e a
Nizza. In Italia il terreno per l'unificazione era pronto e, fra la fine del 1859 e l'inizio del 1860,
l'Emilia, la Romagna e la Toscana cacciarono i governanti e si prepararono all'annessione al Regno
di Sardegna. Cavour ottenne l'appoggio inglese e trattò con Napoleone III il riconoscimento dll
l'annessione dell'Italia centrale al Piemonte, convalidata da plebisciti l'11 e il 12 marzo 1860, n
cambio del passaggio di Nizza e della Savoia alla Francia, anch'esso ratificato da plebisciti.
crescente consenso che giungeva da tutte le aree del Paese per un'unificazione sotto la guida el
Regno dei Savoia e le richieste che venivano dai gruppi mazziniani attivi nell'Italia meridio- e
convinsero Giuseppe Garibaldi che era possibile tentare una spedizione rivoluzionaria in tla.
Cavour, pur non appoggiando apertamente l'impresa, lasciò che Garibaldi organizzasse la
spedizione sulla base di un ragionamento cinico ma politicamente efficace: se la spedizione
garibaldina fosse fallita, Cavour si sarebbe dichiarato estraneo alla faccenda; se, al contrario, la spe
dizione fosse stata coronata da successo, il governo piemontese si sarebbe atteggiato a protettore
della libertà siciliana. Garibaldi e l'impresa dei Mille Garibaldi, nato nel 1807 a Nizza da una
famiglia di capitani di marina mercantile, era entrate ancora adolescente nella Giovine Italia e nel
1834 aveva partecipato a una cospirazione mazziniana in Piemonte. Condannato a morte, a soli
diciassette anni era fuggito in Sud America, dove avera partecipato alle lotte di liberazione contro
gli spagnoli (da cui l'appellativo «eroe dei due mondib. Rientrato in Italia nel 1848 alla testa di una
formazione di volontari italiani suoi compagni in Ame rica Latina, și era battuto a fianco
dell'esercito sabaudo e in difesa della Repubblica romana contro i francesi (- p. 424). Dopo la
sconfitta aveva ripreso la via dell'esilio, contestando ormai apertamente l'intransigenza delle
pregiudiziali repubblicane di Mazzini. Con l'ascesa al potere di Cavour e l'appoggio da lui con-
cesso a quella parte del movimento risorgimentale disposta a riconoscere la leadership dello Stato
sabaudo, Garibaldi trovò nuovo spazio d'azione. Dopo aver aderito nel 1857 alla Società nazionale
italiana, che accettava di venire a patti con la monarchia pur di realizzare l'unità d'Italia, partecipà,
alla guida dei suoi volontari, i Cacciatori delle Alpi, alla Seconda guerra d'indipendenza, riportando
notevoli successi. Amareggiato dall'esito della guerra contro gli austriaci e offeso dall'occupazione
francese della sua Nizza, meditò addirittura di ritirarsi dalla battaglia politica e militare, ma la
notizia dell'insurrezione palermitana del 3-4 aprile 1860 lo trascinò di nuovo nella lotta.
Nonostante la cautela di Vittorio Emanuele, Garibaldi organizzò in gran fretta la spedizione e riusci
ad armare due piroscafi. Imbarcatosi con un migliaio di volontari (i «Mille») a Quat presso Genova,
il 5 maggio 1860, sbarcò qualche giorno dopo a Marsala, all'estremità occiden le della Sicilia. Dopo
aver sconfitto in un primo scontro un contingente borbonico a Calatafimi (15 maggio), assunse la
«dittatura» dell'isola «in nome di Vittorio Emanuele» e, facendo appello e p. all'insurrezione
contadina, puntò su Palermo, dove entrò vittorioso meno di un mese d ih suo sbarco a Marsala.
Garibaldi, con un pugno di coraggiosi volontari, aveva ridato speranza alla rivoluzione, portandola
alla vittoria, ma, dal punto di vista politico, per i democratici egli era un dopo il traditore, perché
faceva la rivoluzione a vantaggio di Vittorio Emanuele di Savoia. La fine del Regno borbonico nel
Sud d'Italia Per i moderati era inconcepibile infatti accettare che la corona d'Italia fosse offerta ai
Savoia dalle mani del popolo a seguito di una rivoluzione. Intanto occorreva trovare un rapporto
con il popolo delle campagne siciliane in rivolta, che in Garibaldi vedeva il liberatore
dall'oppressione a anche l'occasione per ribellarsi allo sfruttamento economico e sociale. I
garibaldini borbonica. olevano l'unità d'Italia, i contadini volevano la terra: non era lo stesso. Anzi,
i due obiettivi non spotevano conciliare, perche a sostenere l'unità erano i eti medi liberali, che si
stavano sostituen- do ai vecchi aristocratici nell'accaparramento della proprietà terriera.
L'episodio più noto del dramma in cui si trovarono i garibaldini è quello di Bronte, una cittadina ale
pendici dell'Etna nella quale i contadini, che chiedevano la distribuzione delle terre demaniali,
massacrarono alcuni esponenti delle vecchie élite locali. Garibaldi non intendeva permettere che
mandato da uno dei suoi uomini migliori, il generale Nino Bixio (1821-73), a ristabilire l'ordine, la
rivoluzione sociale mettesse in pericolo quella politica. In agosto mandò a Bronte un reparto co- a
corte militare che emise e fece eseguire numerose condanne a morte. L'ordine tornava in Sicilia,
ma si scavava un solco, destinato a produrre gravi conseguenze, fra Srato unitario e i contadini
poveri del Meridione, cui l'unità d'Italia non avrebbe portato lan beneficio (- Le fonti della storia).
Garibaldi sbarcò in Calabria il 20 agosto ed entrò a Napoli io di settembre, mentre l'ultimo re
Borbone, Francesco II, si ritirava nella fortezza di Gaeta. resta di un esercito volontario ormai
cresciuto, egli sconfisse definitivamente le truppe borboniche sul Volturno (1-2 ottobre 1860).
Incredibilmente contando solo sulle proprie forze, siorola formazione volontaria era riuscita ad
abbattere uno Stato secolare, capace fino all'ultimo a mettere in campo un esercito professionista.

Dal Regno sabaudo al Regno d'Italia Il governo sabaudo non poteva permettere che il Sud
diventasse una repubblica democratica, capace di destabilizzare l'intero assetto politico italiano e
certamente di conquistare Roma - Cavour decise così di passare all'azione. Quattro giorni dopo
l'entrata trionfale di Garibaldi a Na poli, un esercito piemontese varcò i confini dello Stato
pontificio e occupò le Marche e l'Umbi. con il fondato argomento di prevenire la minaccia
rivoluzionaria, Garibaldi aveva comunque ge i cedere l'ex Regno delle Due Sicilie alla monarchia
sabauda, in considerazione del supie deciso di mo interesse nazionale. L'eeroe dei due mondi» e
Vittorio Emanuele II si strinsero la Teano, il 26 ottobre unendo il destino delle due grandi aree
dell'Italia, quella centro-settentrionale e quella meridiona- mano a le. Nelle settimane seguenti
furono ancora una volta i plebisciti a ratificare le nuove annessionie il 17 marzo 1861 il re di
Sardegna venne proclamato, dal primo parlamento nazionale, re a «per grazia di Dio e volontà
della Nazione» (- Carte). 
La capitale restava Torino e Vittorio Emanuele manteneva la denominazione di «lls, a sottolineare
ontinuità tra il Regno di Sardegna e il Regno d'Italia: non nasceva infatti un nuovo soggetto ma na
si ingrandiva uno Stato esistente tramite conquiste e annessioni. Lo Statuto albertino, katituzioni
politiche e gli ordinamenti amministrativi del Piemonte vennero estesi al resto della Penisola e alle
potenze europee venne così inviato un messaggio inequivocabile: la monarchia sa- Janda aveva
posto termine al disordine italiano. Unica significativa concessione alla componente democratica
del Risorgimento fu la dichiarazione secondo cui il Regno nasceva per evolontà della Narione» e
non solo «per grazia di Dio» (- Riflettiamo sulle parole della storia). palitico, Le divisioni
economiche e sociali nel Paese Nel giugno 1861 Cavour mori, lasciando ai suoi successori
un'eredità estremamente diffi- ale. All'unità d'Italia mancavano Roma e Venezia e bisognava poi
unificare la società civile o, r dirla con Massimo d'Azeglio, «fare gli italiani» dopo aver «fatto
l'Italia». Un processo che, come vedremo (- Unità 15), si rivelò difficile soprattutto per quanto
riguarda l'inserimento per le masse contadine meridionali nel nuovo Stato. Anche la componente
democratica incar- dal movimento garibaldino fu soppressa. L'esercito delle camicie rosse fu
incorporato parte e con un ruolo subordinato nel nuovo esercito nazionale e nel 1862 il successivo
tentativo di Garibaldi di liberare Roma falli: egli fu ferito sull'Aspromonte e arrestato dalle truppe
piemontesi. Roma doveva essere presa, ma dall'esercito regolare e come frutto di un accordo
politico internazionale. Nel 1866 Garibaldi partecipò anche alla Terza guerra d'indipendenza,
intrapresa per annettere il Veneto (- p. 426), e, nel 1867, a un nuovo tentativo di liberare Roma:
sconfitto a Mentana dai francesi, venne arrestato e condotto nell'isola di Caprera. Politicamente
battuto, egli trascorse gi ultimi anni di vita da vincitore morale e da celebrato mito nazionale.
L'Italia unita nasceva con questa significativa sconfitta della sinistra garibaldina e della sua base
popolare, che nel Sud si confondeva con le speranze presto deluse dall'unificazione. Il nuovo Stato
nasceva con un'eredità di lacerazioni estremamente profonde, Il tempo avrebbe sanato molto
lentamente e solo in parte questi gravissimi squilibri. 5 LA GUERRA AUSTRO-PRUSSIANA E LA
TERZA GUERRA D’INDIPENDENZA Bismark e il processo di unificazione della Germania
Parallelamente al processo che portò l'Italia all'unità politica, anche la Germania pervenne alla sua
unificazione, anche se per molti aspetti si trattò di due situazioni diverse. Innanzitutt il popolo
tedesco non era assoggettato a una potenza straniera, ma non riusciva a produrre una politica
nazionale; in secondo luogo, il processo politico-militare che unificò la Germania fu inte- ramente
gestito dalla Prussia, che non ebbe bisogno dell'appoggio di altre potenze, comeente avvenne in
Italia. Infine, nel processo di unificazione tedesca mancò totalmente la componente democratica e
liberale: l'unificazione si realizzò sotto la guida autoritaria del cancelliere Otto una politica della
realtà» totalmente priva di fondamenti ideali. von Bismarck (1815-98), in una prospettiva di
realismo politico - in tedesco Realpolitik – cioè di imarck era entrato in politica come
rappresentante dell'estrema destra e nel 1848 aveva sostenu- ple prerogative della monarchia
assoluta prussiana, sia contro le rivendicazioni popolari sia con polegemonia austriaca sul mondo
tedesco,. Mentre gli Asburgo d'Austria incarnavano il paterna smo autoritario dell'Antico regime,
che punisce e reprime ma che, almeno in teoria, protegge e ocetta di discutere con i sudditi, nella
visione di Bismarck la monarchia prussiana doveva essere pma macchina moderna, efficiente,
finalizzata esclusivamente a rafforzare il potere della nazione, capace di mobilitare i sudditi non
per il loro benessere ma per la loro capacità di fare grande e potente la Prussia, o la Germania.
Una monarchia innovatrice e conquistatrice, dunque, capace di affermare gli interessi tedeschi in
Europa e nel mondo, celliere di ferro, come fu chiamato, rimase saldamente al timone della
Prussia e poi della Ger- mania unita per quasi trent'anni. Per Bismarck gli interessi della Prussia
costituivano l'unico Gli interessi della Prussia e il consenso popolare Gss il re Guglielmo I (1861-88)
chiamò Bismarck a dirigere il governo e da allora il «can- obiettivo da perseguire per fare ciò
qualunque alleanza sarebbe stata praticabile, senza remore di deologico. Egli era favorevole al
suffragio universale, perché riteneva che il voto contadino, propenso venzato dalla destra
conservatrice, avrebbe superato quello liberale dei ceti medi, ed era anche all'alleanza con i
liberali che rappresentavano le nazionalità oppresse dall'Austria, per- he facevano comodo alla sua
politica. rolrre Bismarck non sottovalutava affatto l'importanza del consenso popolare e riteneva
impor unte il rapporto con i leader dei movimenti di massa, per esempio Ferdinand Lassalle (1825-
64), i primo dirigente politico dei lavoratori tedeschi, fondatore del grande Partito
socialdemocratico tedesco (- p. 542). Pur promuovendo un'avanzata legislazione sociale per
ottenere l'appogoio da le masse operaie intorno al suo progetto autoritario, Bismarck falli
completamente nel tentar di neutralizzare la socialdemocrazia tedesca che, pur colpita con leggi
repressive, allargò i e consensi nel Paese. Analoga sorte ebbe la battaglia politica da lui scatenata
contro i cattolici a cosiddetto Kulturkampf («battaglia culturale»). La guerra austro-prussiana e la
Terza guerra d'indipendenza Il primo banco di prova dei rapporti fra Austria e Prussia fu la
questione dei ducati di Schleswig e Holstein, sotto sovranità danese ma di popolazione in
prevalenza tedesca. Nel 1864 Austria e Prussia intervennero insieme contro la Danimarca e le
strapparono i ducati, spartendosene poi l'amministrazione: lo Holstein all'Austria, lo Schleswig alla
Prussia. In realtà l'obiettivo di Bi- smarck era eliminare l'influenza austriaca da tutta la Germania.
Bismarck stabili anche rapporti di alleanza con i nazionalisti ungheresi e con l'Italia, interessata a
liberare il Veneto dal giogo austriaco. Per la politica estera italiana si trattava di una grande svolta,
nel senso che, pur essendo stata combattuta la Seconda guerra d'indipendenza grazie all'alleanza
con la Francia, si rimproverava a Napoleone III sia di avere la responsabilità della mancata
conquista di Venezia sia di avere posto il veto alla conquista di Roma. Un accordo siglato con la
Francia nel 1864 a Fontainebleau prevedeva il ritiro entro due anni delle truppe francesi da Roma.
Dal canto loro i francesi pretendevano il trasferimento, entro sei mesi, della del Regno d'Italia,
come prova della rinuncia italiana a capitale Nel 18CE Roma. Nel 1865 la capitale fu così trasferita
a Firenze. Ormai gli italiani sapevano che dalla Francia non avrebbero più ottenuto l'appoggio
necessario al completamento dell'unità nazionale. Il governo decise allora di scommettere sulla
potenza prussiana per piegare definitivamente lAu- stria. Il conflitto, che per l'Italia divenne la
Terza guerra d'indipendenza, scoppiò nel giugno 1866. I prussiani dimostrarono una netta
superiorità, occupando con un'operazione rapidissinia gli Stati tedeschi alleati degli Asburgo e
sfondando le linee austriache in direzione di Praga. luglio la battaglia di Sadowa, in Boemia, pose di
fatto già fine alla guerra. La Confederazione ge manica (- p. 339) fu sciolta e a Nord del fiume
Meno l'influenza austriaca fu eliminata. La Prussia dentali renane con Berlino e diventava leader
indiscussa della nazione tedesca (- Carta p. * Per gli italiani la guerra fu invece un disastro militare,
sia nella battaglia terrestre di Cusi (24 giugno), dove già i piemontesi avevano perso nel 1848 la
Prima guerra d'indipendenza in quella navale di Lissa (20 luglio), nell'Adriatico, e nonostante la
vittoria ottenuta a Bezzecca (21 luglio) da Garibaldi e dai suoi volontari. Tuttavia, grazie alla vittoria
prussiana, l'Italia ottenne incorporava vari Stati tedeschi, unificava il suo territorio saldando le
province oce finalmente Venezia, ma non Trento e Trieste e non ancora Roma, L'alleanza con
Berlino si m una scelta efficace, ma allontanava ulteriormente l'Italia dagli ideali democratici e
rivoluzionari del Risorgimento e la orientava verso un realismo politico autoritario. 6 LA GUERRA
FRANCO-PRUSSIANA E L'IMPERO TEDESCO. ROMA CAPITALE D'ITALIA La sconfitta di Napoleone III
nella guerra franco-prussiana La potenza militare della Prussia, dopo la rapidissima vittoria
sull'Austria, venne indirizzata da Bismarck contro la Francia. L'obiettivo era quello di compattare il
sentimento nazionale tedesco contro il nemico storico e di fornire quindi la spinta mancante al
popolo tedesco per completare la sua unità. Secondo Napoleone III, al rafforzamento della Prussia
doveva corrispondere un parallelo raffor- zamento francese. L'imperatore vedeva con favore un
ridimensionamento della potenza austriaca, ma la sua diplomazia lavorava al contempo per
impedire l'unificazione tedesca e per estendere l'egemonia di Parigi sulla Germania meridionale.
Napoleone manovrò diplomaticamente sen- za successo, mentre Bismarck, assai abilmente, riusci
a convincere gli Stati tedeschi meridionali e l'Europa intera delle mire espansioniste della Francia a
danno del popolo tedesco. Accumulando un errore dopo l'altro, Napoleone allacciò trattative con
la Russia e con l'Austria, accrescendo con l'incubo dell'accerchiamento il sentimento nazionalista
dei tedeschi. Del resto anche i francesi temettero l'accerchiamento, allorché si profilò l'eventualità
della successione di un principe prussiano sul trono spagnolo. La situazione degenerò rapidamente
e nel luglio del 1870 la Francia e la Prussia erano in guerra, gonfie di reciproco risentimento
nazionalista. Fin da subito fu evidente la supremazia prussiana: i tedeschi entrarono in Alsazia e
Lorena e, opo aver battuto a più riprese i corpi d'armata francesi, li annientarono a Sedan il 1°
settembre, ppena sei settimane dopo l'inizio del conflitto. Napoleone III, che si trovava presso il
campo di battaglia, fu fatto prigioniero e firmò la capitolazione. La direzione del Paese venne
assunta da un Boverno repubblicano di «difesa nazionale» (Terza repubblica: p. 538), che non poté
a lungo iendere Parigi e chiese l'armistizio nel gennaio 1871. La Francia cedeva l'Alsazia e la Lorena
e si impegnava a pagare una pesante indennità al vincitore. crollo francese: Roma capitale d'Italia;
il Secondo Reich er Italialaguerrafranco-
prussianaprodusseuneffettopositivoimmediato:cadutoNapoleonelII, non vi era più il difensore
dello Stato pontificio e il partner con il quale il governo italiano si era giato a non toccare la
capitale papale. Appena un paio di settimane dopo la battaglia di Se- mpegnato dan, l'esercito
italiano attaccò Roma: il 20 settembre 1870 fu aperta a cannonate una breccia nelle ura della città
all'altezza di Porta Pia e i bersaglieri presero il controllo dell'Urbe, mentre Pio IX rifugiava nei
palazzi del Vaticano. Cadeva cosi il millenario potere temporale dei papi e Roma venirva
proclamata capitale d'Italia. Pochi mesi dopo, quando ancora non si era concluso l'assedio
prussiano a Parigi, Bismarck ritenne giunto il momento di proclamare l'unità della Germania e di
identificarla con l'idea della o rezione dell'Impero tedesco, il Reich. Il 18 gennaio 1871 i principi
tedeschi, riuniti pel e di Versailles, proclamarono Guglielmo I di Prussia imperatore di Germania
(Kaiser) e sancinone ufficialmente la nascita del Secondo Reich (il primo era stato il Sacro Romano
Impero) Il luogo della proclamazione era il simbolo stesso della monarchia assoluta francese, il
tempio della passata grandezza del nemico sconfitto; il momento, quello della vittoria su un sonn
che da due secoli e mezzo, dall'epoca della guerra dei Trent anni, aveva trionfato sulla debolezza
nazionale tedesca. Bismarck annunciava al mondo che la superpotenza francese era per sempre
finita e che al suo posto era nato in Europa un nuovo gigante, il popolo tedesco, che si era
conostatato potenza, spazio, autorità e che si candidava ormai a dominare il continente.