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IL CORPO E L’ANIMA

N. 7

Collana diretta da Mario Galzigna

COMITATO SCIENTIFICO
Alessandro Fontana (Ecole Normale en Lettres et Sciences
Humaines, Lyon, France), Yves Hersant (Ecole des Hautes
Etudes en Sciences Sociales, Paris, France), Francisco Ortega
(Università statale di Rio de Janeiro, Brasile), Marcel Rufo
(Université de Marseille, France)

I testi pubblicati sono sottoposti a un processo di peer review


PIETRO BARBETTA

FOLLIA
E CREAZIONE
Il caso clinico come esperienza letteraria

MIMESIS
Il corpo e l’anima
© 2012 – Mimesis Edizioni (Milano – Udine)
Collana: Il corpo e l'anima n. 7
Isbn: 9788857513096
www.mimesisedizioni. it
Via Risorgimento, 33 – 20099 Sesto San Giovanni (MI)
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Fax: +39 02 89403935
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INDICE

INTRODUZIONE p. 7
I. LA FIGLIA DI JOYCE p. 13
1. La danzatrice, immagini p. 13
2. La vita di Lucia p. 15
3. Lucia nell’Opera di Joyce p. 21
4. Lucia e la psicoanalisi p. 25
II. IL CASO TRA FICTION E CLINICA p. 31
Prima parte. Conversazionalismo e derivati p. 32
1. Telling e reporting p. 32
2. La lingua dell’altro p. 34
3. Un monte di Grazia p. 36
4. Il caso della pelle p. 39
Seconda parte: Le avventure dell’ekphrasis p. 40
1. Ekphrasis p. 40
2. Schismogenesi p. 43
3. Playing, l’aion p. 44
4. Costruttivismo radicale p. 45
5. L’ideologia inconscia della terapia p. 46
III. PASOLINI. PSICOTERAPIA E LETTERATURA p. 49
1. Il genere del discorso: contro l’accademia,
contro la sociologia p. 49
2. Lo stile in psicoterapia p. 50
3. Codice dei codici. p. 52
4. Introspezione vicariante, imbroglio e tradimento p. 54
5. Edipo nel discorso libero indiretto p. 56
IV. DIALOGO SULLA SCHIZOFRENIA
di Pietro Barbetta e Nadine Tabacchi p. 59
V. IL NOME p. 79
1. Nome comune p. 79
2. Nome proprio p. 81
3. La verità nel nome p. 83
4. Le sovradeterminazioni in Freud p. 83
5. Moosbrugger e famiglia, esercizio d’intertestualità p. 88
6. Mauvaise foi, l’errore diagnostico p. 90

BIBLIOGRAFIA p. 95
7

INTRODUZIONE

In sintesi, agire moralmente, senza l’avallo di un terzo superio-


re, esterno ai motivi utilitari, è la matrice della presente espe-
rienza di “mancanza del senso”
(Jurandir Freire Costa, 2010, p. 22)

La prima opera letteraria d’Occidente, la Genesi, cerca le origini nel


vuoto e indifferenziato, introduce una differenza tra luce e oscurità, l’esi-
stenza del qualcosa è differenza, convivenza ambigua di due elementi che
non possono stare insieme. Si crea uno spazio, una separazione, nasce una
storia.
Il vuoto, l’indifferenziato, è devastante, un chaos. Primo Levi lo espri-
me nella lingua del suo popolo: Tohu Bohu. È un termine molto poco usa-
to nella Bibbia. Sta proprio all’inizio della Genesi. Per Levi Auschwitz è
una sorta di regressione verso il Tohu Bohu, Dio creò il mondo creando dif-
ferenze, introducendo la prima separazione (in ebraico Badal) tra luce e
oscurità.
Per contrasto, c’è un’altra genesi, il Timeo di Platone, che parte dalla
perfezione dell’Essere. Il Demiurgo non poteva che creare qualcosa di as-
solutamente perfetto come un cerchio. Solo dopo la creazione degli Dei
dell’Olimpo il Demiurgo dà loro l’incarico di creare le cose del mondo, che
si muovono con gli altri sei movimenti: in alto e in basso, a destra e a sini-
stra, avanti e indietro. Movimenti scomposti e caotici, disordinati. Come il
nome contemporaneo che prendono le follie: disordini. La genesi del vi-
vente è corruzione, perdita della perfezione. Nella lettura platonica, passa
attraverso il principio femminile del ricettacolo (Chora), materia informe
che dà la forma. L’uomo nasce abitato dalla corruzione. L’elevazione ver-
so la perfezione, l’uomo, la ottiene attraverso la filosofia, l’accesso al mon-
do delle idee. Due tradizioni, quella letteraria e quella filosofica della ge-
nesi, antagoniste. L’una pone le eccedenze caotiche fuori da sé, l’altra
parte da queste per far emergere le differenze. In principio era il pleroma,
poi la creatura.
In questo libro verranno usate parole poco consuete intraducibili e par-
zialmente indecifrabili, da me tradotte, con qualche forzatura, ricavate da
una particolare tradizione letteraria, culturale, artistica, psicodinamica:
ekphrasis, eteroglossia, intertestualità, quislinguismo, Codice dei codici,
telling/reporting, accountbility, responsività, polifonia, theatrum/tracta-
8 Follia e creazione

tus, enunciato performativo, strutturalismo, designatore, schismogenesi,


plateau/plateaux, chaosmos, ecc.
Alcune di queste parole sono parte del linguaggio alto, altre sono paro-
le valigia che richiamano gli autori che le hanno coniate, o le traduzioni
che le hanno inventate, come eteroglossia, intertestualità, polifonia (Bach-
tin), chaosmos (Joyce), schismogenesi (Bateson), poi ci sono parole estra-
nee, immigrate da altri mondi, poco familiari, che veicolano idee inusuali,
ekphrasis, quislinguismo (o quislingismo), accountability, ecc. Ciascuna di
loro evoca un gesto, un’indicazione. Come nel caso del Codice dei codici
(Pasolini), per indicare il nome proprio del soggetto, linea di fuga dalla
struttura, oppure responsività (Bachtin) e accountability (Schotter) che de-
signano rispettivamente l’essere catturati dal linguaggio e la posizione as-
sunta all’interno di questa cattura ineludibile.
All’inizio avevo pensato di corredare il testo con un glossario, ma ognu-
no dei termini riceve una chiarificazione sufficiente quando viene introdot-
to. D’altro canto non dobbiamo pretendere da nessuno di questi termini
esaustività. C’è sempre un’eccedenza o una dissidenza interna a ogni paro-
la e queste, in particolare, sono là apposta per mostrarla. Anche la più scon-
tata, come strutturalismo, in realtà è altamente controversa. Basti leggere
due saggi, entrambi intitolati, in italiano, Strutturalismo. Quello di Jean
Piaget e quello di Gilles Deleuze, per vedere la potente dissidenza interna
del termine che, in Piaget è collegato alle teorie matematiche costruttiviste
dei gruppi di trasformazione, mentre in Deleuze alle logiche dell’analisi
differenziale.
Tutti i termini sono, a loro volta, tratti dagli autori che li hanno usati:
Freud, Bateson, Foucault, Bachtin, Pasolini, Deleuze, Joyce, che hanno in-
fluenzato questo testo. Devo ammettere che, più ancora di loro, ci sono, sul
versante della vita, grandi ispiratrici. In primo luogo Lucia Joyce, cui è de-
dicato il primo capitolo del libro. La sua vita, la danza, l’isteria manicomia-
lizzata e trasformata dal potere psichiatrico, la famiglia Joyce, i rapporti di
Lucia con il padre e con il suo psicoanalista, Carl Gustav Jung. Allo stesso
modo la co-autrice del quarto capitolo Nadine Tabacchi/Ipazia di Alessan-
dra, filosofa, entrata nel museo della follia. Attraversato con fatica. Oggi lo
racconta filosoficamente, grazie all’ispirazione di opere come l’AntiEdipo,
di Deleuze e Guattari.
Opera duramente criticata, attaccata e screditata dal potere psichiatrico,
al punto di venire quasi messa all’indice nell’ambiente. Forse perché, più
radicalmente di qualunque altra, si è permessa un capovolgimento radicale
del discorso psichiatrico, terza (dopo quella di Copernico sul cosmo e quel-
la di Kant sul sapere) rivoluzione copernicana: sulla mente. Poi Gracia,
Introduzione 9

Maria, Leonarda. I giovani Moosbrugger, Job, Ernesto, Madalena, Linda,


Pedro. I familiari e gli amici di ognuno di loro. Nomi che non corrispondo-
no, inventati, ma, come vedremo, ispirati a storie analoghe, evocate nella
costruzione del racconto. Una fiction che contiene impressioni cliniche,
tutto ciò che si può dire della vita degli altri, senza trasformarla, in modo
totalitario, in categoria.
Il primo capitolo parla di Lucia Joyce, è un capitolo che racconta la sto-
ria di una donna manicomializzata. Non è l’unica, ce n’è anche di più fa-
mose: Camille Claudel, Jeane Avril, Janet Frame, Alda Merini, ecc., ma la
figlia di Joyce ha qualcosa che cattura i miei interessi clinici. Anzitutto la
letteratura joyciana, il rapporto tra lei e Joyce, la confusione tra aspetti let-
terari e storie di vita, che ha portato molti a confermare una diagnosi erra-
ta sulla base di riduzionismi e banalizzazioni del pensiero di Freud, il fatto
che Lucia fosse danzatrice, allieva dei Duncan, che rimanda alla grandez-
za, per contrappasso, di Isadora. Il caso Lucia Joyce trova un’inaudita una-
nimità di giudizio. Unici dissidenti la sua biografa, Carol Loeb Schloss e
suo padre James. Joyce pensava che la figlia fosse telepatica, chiaroveg-
gente. Cercava di sottrarla ai medici perché temeva quanto accadde, la sua
reclusione per il resto della vita. La vecchia storia testa io vinco, croce tu
perdi ha permesso a gran parte dei critici di rigirare spudoratamente la frit-
tata, sostenendo che non è il potere psichiatrico ad avere schizofrenizzato
Lucia, ma la sua relazione simbiotica con il padre. Ciò ha dato vita a una
serie di ipotesi, queste sì deliranti, sulla scrittura di Joyce come elemento
di salvezza propria e schizofrenizzazione della figlia.
Che Lucia inseguisse un sogno rischioso, che solo un isterico si può pre-
figurare, che questo rischio si fosse drammaticamente trasformato in un in-
successo, anche in virtù di un insieme di dinamiche familiari, questo è
plausibile. Così com’è plausibile che Joyce si sia ispirato alla figlia, come
pure alla moglie Nora, nello scrivere. Se Loeb Schloss non avesse scritto
quella biografia - che, nonostante i tentativi di censura (gli stessi subiti
dall’Ulisse), ha ottenuto un certo interesse nel mondo anglosassone - non
avrei potuto scrivere questo capitolo.
Il secondo capitolo è più difficile, cerca di individuare un metodo. Il
caso sta nel mezzo di due campi, clinica e letteratura. La clinica pretende
categorie, la letteratura variazioni. Nadine Gordimer ha sostenuto che scri-
vere un racconto è inserire la biografia in un gruppo di trasformazioni pia-
getiane. Leggiamo un romanzo anche perché tendiamo a identificarci con
le trame del testo. Nel racconto clinico si tratta di fare l’inverso. Se in let-
teratura siamo di fronte a un’inventio che sembra vera, nel caso clinico sia-
mo di fronte a una storia vera che sembra una fiction. Non si tratta di un
10 Follia e creazione

espediente per proteggere la privacy del paziente, la scienza non è riporta-


re fatti, come se i fatti fossero riportabili senza essere trasformati e distorti
dal sistema osservante. La scienza non può non tematizzare la presenza di
un osservatore che inevitabilmente distorce e, paradossalmente, distorce
tanto più quanto più cerca d’esser rigoroso. Perché il rigore senza immagi-
nazione è appiattimento e l’appiattimento distorsione.
Non c’è cosa più irritante e umiliante di quella di sentirsi attribuiti sen-
timenti o pensieri non propri, secondo Bateson questa è la base del doppio
legame patogeno. Neanche la vita, come il racconto, può essere racchiusa
in un’essenza descrittiva piegata sui fatti, pena la sua banalizzazione.
Il terzo capitolo è dedicato a Pasolini. Le idee di Pasolini, vicine ad al-
cune correnti della psicoanalisi degli anni Settanta - penso per esempio a
Elvio Fachinelli - non sono certo il mainstream dell’odierno discorso della
psicologia. Ragione per aprire la questione delle relazioni tra stile indiret-
to libero e pratiche psicoterapeutiche, con due intenti: primo, lo stile indi-
retto libero somiglia all’introspezione vicariante. Secondo: lascia aperto lo
spazio all’eccedenza, riconosce che la terapia non esaurirà mai la vita. Lo
psicologo che fa esercizio per esprimersi con la lingua dell’altro, anche se
non riesce pienamente, comprende che rimanere a un solo grado di distan-
za, uscire dal guscio interpretativo teoricista, è relazione terapeutica. Il di-
sordine non è uno scarto dell’ordine, come nella tradizione platonica, ma,
al contrario, gli ordini sono piccole isole dissipative dentro al grande cha-
os.
Il quarto capitolo s’intitola Dialogo tra Don Chisciotte e Ipazia di Ales-
sandria. Si tratta di una conversazione intorno alla schizofrenia tra me e
Nadine Tabacchi, filosofa. Le vesti del Quijote significano che il mio
sguardo terapeutico è spesso illuso e incantato, nostalgico dei racconti di
una cavalleria eroica - nel campo terapeutico il supposto sapere dell’ipno-
tista, del farmacologo, del testista, del diagnosta. Il racconto delle imprese
del cavaliere illuso, l’ironia della follia, il supposto sapere di tutte le sue
pratiche portano il Quijote a interrogare Ipazia, cioè la saggezza che attra-
versa la follia.
La follia può venire annientata da pratiche insane che vengono validate
da apparati di ricerca, sistemi accademici, sanitari ciecamente accodati al
totalitarismo scientista, che non ammette più alcuna pluralità nei punti di
vista. Ipazia è annientata da un sistema distruttivo di fondamentalisti, che
non riuscirono a cancellare le sue idee. Queste idee ritornano nei suoi inter-
venti in questo capitolo nella forma di una descrizione della schizofrenia
dall’interno di un’esperienza vissuta. Discorso libero diretto, nella forma
del telling.
Introduzione 11

L’ultimo capitolo considera l’inconscio come intertestualità. Perché vi


sia intertestualità bisogna fondare linguisticamente il soggetto, rappresen-
tato dai pronomi io/tu, nella prima persona (ciò che nel libro viene più vol-
te indicato come telling), come lei/lui in terza persona (il reporting), come
nome proprio, primo enunciato performativo, designatore rigido di un’esi-
stenza. Sottinteso è l’imbroglio di trasformare questa prospettiva io/tu, di
telling, in una prospettiva di Self, in cui viene sostantivato un pronome per-
sonale riflessivo. Affatto differente è l’idea di Es, terza persona neutra, di
cui non abbiamo un correlato linguistico italiano. Il che, come in ogni sot-
trazione, è un vantaggio. Dove sta l’Es infatti? Da nessuna parte. Incogli-
bile come dato o determinazione specifica, l’Es è la cifra sempre emergen-
te, mai data, emerge dall’intertestualità. È un fenomeno fumoso, scaturisce
dalla conversazione, una terzità terapeutica.
Scrivere questo libro è stato faticoso e dispersivo. Al principio era pen-
sato come un progetto compatto, con un nucleo attorno al quale si svolge-
va tutto il resto della trattazione. Il nucleo era: il caso clinico è il cuore del-
la clinica, se non si parte dalla storia di quel sistema di relazioni, ogni altro
intervento teorico, diagnostico di categorizzazione trasforma la persona in
caricatura, il soggetto in personaggio, il sistema delle relazioni in stereoti-
po buono per tutte le stagioni e le situazioni.
Spero di avere, almeno in parte portato esempi e argomenti che vanno in
questa direzione.

Rio de Janeiro, Brasile, 29 Maggio 2012.


13

I.
LA FIGLIA DI JOYCE

Humpty Dumpty sat on a wall.


Humpty Dumpty had a great fall.
All the king’s horses and all the king’s men
Couldn’t put Humpty together again.

1. La danzatrice, immagini

Una fotografia in bianco e nero. Veste un costume con pantaloni larghi ripie-
gati sul fondo, fino a metà polpaccio, piedi nudi, una blusa chiara girocollo con
una figura geometrica disegnata sul davanti: un triangolo isoscele. Il vertice
parte dal collo, arriva fino a metà blusa. In centro, alla base del triangolo, si for-
ma un secondo triangolo contiguo capovolto, che scende. La base di questo se-
condo triangolo coincide con la metà della base del triangolo maggiore. Il
triangolo capovolto è non-euclideo. Due linee curve scendono e s’incontrano
al vertice, a tre quarti di blusa. Linea di fuga: due rette parallele s’incontrano.
Sul capo un leggero cappello triangolare - con copri-orecchie, triango-
lari - dal quale spuntano capelli tagliati a mezzo collo. La posa geometri-
ca, egizia, mostra una gamba tesa ad angolo acuto col pavimento, il pie-
de piantato per terra. L’altra in avanti ad angolo con la prima, piegata al
ginocchio ad angolo retto, in modo che polpaccio e coscia si dispongano
sempre ad angolo retto. Il piede destro calca il pavimento di legno, forma
un angolo acuto col tallone. Il busto pende verso la direzione della secon-
da gamba, forma con lei un secondo angolo acuto. Spalle in linea retta ad
angolo con le perpendicolari del piano fotografico. Un braccio dritto, in
linea con le spalle, si dirige verso l’alto con l’avambraccio allo snodo del
gomito e di nuovo verso il basso con la mano allo snodo del polso. Posi-
zione opposta per l’altro braccio: angolo acuto con le spalle, in linea oriz-
zontale al piano, si piega al gomito verso l’alto e di nuovo al polso for-
mando un angolo con la mano tesa davanti a lei, come il becco di un
uccello. Il collo s’innesta sulle spalle, portando il capo all’indietro. Il
profilo, che fa scendere uno dei paraorecchie triangolari del cappellino,
mostra il marcato sopracciglio, gli occhi chiusi, il piccolo naso e la boc-
ca chiusa come gli occhi. Sotto la bocca, la linea perfetta del mento segna
la differenza con il lungo collo che s’innesta sulle spalle. Geometria ero-
14 Follia e creazione

tica, la sensualità di un airone che sta prendendo lo slancio verso il cielo.


Tuttavia ancora incerto, come a scrutarlo per ricevere un auspicio.

Seconda fotografia: è vestita di una blusa che le copre una sola gamba,
oppure con un solo pantalone, l’altra è scoperta e mostra la coscia nuda.
Difficile definire la stoffa del vestito senza maniche. Lei è riversata all’in-
dietro da una parte, come a svenire. La gamba sinistra è piegata in avanti,
sul ginocchio ad angolo con la coscia, il piede nudo calca il pavimento. La
gamba nuda scende da dietro in linea retta, si piega al ginocchio, il piede
appoggia le dita, mentre il palmo è sollevato sul pavimento. Come stesse
cadendo all’indietro. Il busto piegato, in modo da mantenere un equilibrio
instabile che reagisce alla caduta. Le braccia nude disegnano due linee pa-
rallele sulla sinistra, nella direzione contraria rispetto al busto, il capo co-
perto da un cappello con lunghe frange pendenti, si muove nella direzione
opposta rispetto alle braccia. Due forze contrastanti spingono il corpo: una
verso la caduta, l’altra cerca di equilibrarsi. Una gamba spinge verso l’e-
quilibrio, l’altra cede alla caduta, quasi a inginocchiarsi, le braccia pronte
a riparare il corpo, la testa in avanti. Capo, busto, gamba e piede, da un
lato, equilibrano; braccia, gamba e piede, dall’altro, squilibrano. La dan-
zatrice si muove nello spazio e nel tempo attraverso squilibri. Immagine
dionisiaca, corpo dissociato da un cedimento che prende tutto il lato de-
stro tranne il braccio, che si sposta a supporto della parte sinistra. Massi-
mo punto di dissociazione il bacino, che sembra mostrare due parti che
vanno in direzione opposta, come due corpi indipendenti, un ossimoro.
La figlia di Joyce 15

Le fotografie vengono scattate a Parigi negli anni Venti, la seconda sembra


un fotogramma, à la Muybridge, di una sequenza. Difficile mantenere un equi-
librio statico del corpo in quella posizione, può accadere che la parte sinistra
abbia ragione della destra, anche in virtù del supporto traditore del braccio de-
stro. Ma la destra è più forte. Se il corpo cede, le mani aperte verso il palmo po-
tranno fermarlo appoggiandosi come ventose, producendo una rotazione del
corpo che si troverà affacciato al pavimento, pronto a prendere una posizione
verticale innalzandosi sulle braccia, un’acrobazia che richiede forza e, per es-
sere danza, delicatezza, come in una performance di Pina Bausch; qualcosa di
stupefacente. Se vince la parte sinistra, il corpo si rimette in piedi, tutto è più fa-
cile e più banale, come in un balletto del varietà. Se il corpo cede e le braccia
non lo supportano, siamo alla clownerie. Chi fa clownerie sa mettere in scena
le proprie goffaggini per far ridere, ma è doloroso.
La prima immagine è una metafora corporea di Ulisse, una lunga stasi
piena di piccole e grandi perversioni, tradimenti, disquisizioni intellettuali,
relazioni moleste, blasfemie eretiche, soliloqui esistenziali. Stream of con-
sciuosness. La seconda è Finnegans Wake, un disequilibrio verso la cadu-
ta. Così Lucia traduceva e tradiva Joyce.

2. La vita di Lucia

Vorrei rileggere la storia di Lucia Joyce, liberare la sua vita dalla diagnosi
di schizofrenia per restituirla, almeno fino a trent’anni, alla grande isteria che
invade e decostruisce da sé, con la sola presenza, la cura morale ancora do-
16 Follia e creazione

minante. In questa storia (come in tante altre) il trattamento psichiatrico rap-


presenta il principale fattore di rischio: trasformare l’isteria in schizofrenia.
Siamo nel 1932, giorno in cui James Joyce compie cinquant’anni. La si
ritrova al manicomio di Northampton (Inghilterra) dopo la guerra, fino alla
morte, 1982, Joyce avrebbe cent’anni. I numeri, per la coppia padre/figlia,
sono importanti. James nasce nel 1882 e Lucia muore cent’anni dopo.
I primi sintomi isterici li manifesta il giorno del cinquantesimo comple-
anno del padre.
Un’aritmetica, una ritmica, casuale.
Quando in Ulisse Stephen Dedalus argomenta che Shakespeare si iden-
tifica col padre di Amleto, e non con Amleto, vuol dire che Joyce si identi-
fica con Leopold Bloom, piuttosto che con Stephen Dedalus. Il giorno in
cui si svolge l’Ulisse, 16 giugno 1904, Joyce ha 22 anni, come il suo Alter
Ego Dedalus. L’Opera termina nel 1920, quando Joyce ha 38 anni, come
Bloom. Una concatenazione di eventi che travalicano il testo, una tessitura
di giochi matematici nella vita e nel romanzo. Sincronicità stupefacenti,
nessi acausali, casuali, ma istericamente sensati. Hysteros designa un acca-
dere successivo, una durata che va oltre la causa, nell’utero la materia pren-
de forma, ciò che accade prima viene alla luce poi. Il fenomeno della gene-
si descritto da Platone. Sincronicità e diacronicità isteriche.
E poi la teologia, e il senso della generazione, dell’essere genitore: Blo-
om e Dedalus sono due tra i maggiori personaggi dell’Opera - se fosse con-
cesso usare il termine personaggio. L’incontro tra il trentottenne Leopold e
il ventiduenne Stephen, casuale, viene anticipato da una serie di epifanie e
segna l’inizio di una paternità putativa, adottiva; né consustanziale, né ge-
nerativa in senso biologico. Joyce, educato dai Gesuiti, è ossessionato
dall’eresia adozionista nestoriana, che pensa Cristo come un uomo adotta-
to da Dio. Si propone una proporzione: Bloom (ebreo non praticante, che
si nutre di rognone a colazione) sta a Dedalus (cattolico blasfemo, che stra-
volge il pensiero di San Tommaso d’Aquino), come Dio Padre sta a Gesù
Cristo. Un Cristo eretico.
Questo sistema di segni e coincidenze genera nel lettore - che dopo lun-
ga insistenza inizia a capire - un coinvolgimento paranoico. Non è vero che
in Joyce non ci sia narrativa, ma il suo accesso è precluso alla razionalità
compositiva. Infine Finnegans Wake chiede al lettore di affrontare la schi-
zofrenia paranoide. Per questo la lettura delle opere di Joyce è da consiglia-
re allo psicologo, gli permette di entrare nella logica del delirio, nel para-
dosso. Da qui a dire che Lucia ne fosse influenzata, passa la differenza tra
la sua biografia e la fiction joyciana.
La figlia di Joyce 17

Siamo di fronte a due piani d’immanenza che s’incontrano (padre e fi-


glia), ma rimangono distinti. Una cosa è l’isteria di Lucia, la sua vita, altra
la scrittura di Joyce, che riguarda piuttosto i rischi che corre il lettore che
non abbandona il testo sfinito e disgustato.
Lucia trascorre quasi due terzi della vita in manicomio, a dimostrare la
premessa psichiatrica che la schizofrenia è inguaribile. Tutti danno per
scontata la schizofrenia di Lucia, persino Jung e Lacan, imponendo questo
nesso come Reale. Il verbo diagnostico non si mette in discussione, la
scienza si fonda sul consenso di un paradigma comunitario; questa l’inter-
pellazione, l’assoggettamento condiviso.
Cosa succede, prima dei venticinque anni, per giustificare quell’accani-
mento diagnostico?
Lucia nasce nel 1907 e trascorre l’infanzia a Trieste. Le sue lingue ma-
dri sono l’inglese e l’italiano. Quando a sette anni la famiglia si trasferisce
a Zurigo, impara il tedesco; alla fine della guerra torna in Italia, poi si par-
te per Parigi, su invito di Ezra Pound. A Parigi impara la danza e l’isteria.
Forse l’isteria l’aveva imparata già a Trieste e a Zurigo, durante la grande
guerra, ma gli effetti di quel tipo d’isteria avevano alimentato il desiderio
di danzare e Parigi era il luogo adatto.
L’infanzia la trascorre tra l’inglese di Nora - uno sgridare continuato - e
l’italiano di Trieste, amici del babbo, mondo circostante. Ecologie linguisti-
che differenti, tra loro dissociate. Lucia è la secondogenita capricciosa dei
Joyce, la famiglia fatica a campare con i pochi introiti dell’insegnamento di
James e i prestiti degli amici. Non è neppure la città dove intendevano stabi-
lirsi. Per imbroglio sono costretti là, città del caso. Nora, la mamma, viene
travolta dalla disintegrazione culturale, non capisce la lingua, non ha denaro
e James è spesso fuori a bere. Dublinese/triestino, al posto della Guinness e
dei pub, vino bianco e osterie. A differenza di Nora, Joyce incontra persone
che gli diventano amiche, esercita politiche dell’amicizia, fa lavorare le men-
te letteraria, costruisce allegorie, espressioni, metafore, trae ispirazione, insi-
ste, non si scoraggia. La coppia trova amicizia nei Francini. James prende le-
zioni d’Italiano da Alessandro Francini, poi da Svevo, tre volte a settimana,
come in analisi. Gli dice che La coscienza di Zeno è un’opera straordinaria,
Eduardo Weiss in persona l’aveva stroncata, errori della psicoanalisi.
Nora diventa amica della Signora Francini, ma non si capiscono, parla-
no due lingue diverse. In queste circostanze, cerca di mantenere i piedi per
terra, con fatica e frustrazione. Sarà questo a segnare il legame con Lucia,
la ragazza che ha le aspirazioni del padre e le frustrazioni della madre.
Joyce non ha che una lingua, e non è la sua. L’inglese lo renderà illeg-
gibile in Finnegans Wake e non sarà mai più lo stesso; l’inglese e tutta la
18 Follia e creazione

lingua occidentale si trasforma in un sogno strano, che non si può interpre-


tare. Ma in Ulysses, quando scrive l’incipit (Introibo ad altare dei) pensa a
Trieste. Tre inquilini - Mulligan, Dedalus e l’inglese Haines - ricevono la
vecchia serva che porta il latte a colazione. L’inglese parla gaelico e la ser-
va chiede se il signore stia parlando francese. La serva Irlanda non cono-
sce più il suono della lingua madre, della quale il signore Inghilterra si è
appropriato come lingua morta. Parlare italiano coi figli non è esercizio ac-
cademico, significa parlare la lingua dell’altro che sopravvive, una contin-
genza intima, una radice che non è la sua, Trieste al posto di Dublino, le
città marinare si somigliano; i triestini, usurpati come i dubliners, conti-
nuano a parlare italiano. Differenza tra oppressione e colonizzazione, inol-
tre tra gli irredentisti ci sono ebrei, molti Leopold Bloom, come Svevo.
Joyce legge La coscienza di Zeno. Si tratta della Trieste di Edoardo Weiss,
fondatore italiano della psicoanalisi, che ha tanti meriti, ma un peccato nei
confronti di Svevo.
La piccola Lucia scambia il suo italiano madrelingua col babbo e, da
Trieste a Zurigo, fino a Parigi, prova a innalzare le insegne paterne, tra i
due c’è un piano d’intesa invisibile, una vibrazione comune. Lucia però
vibra anche con la madre, ammira ma non può partecipare. A differenza di
Nora, che ammira e disprezza, che non ha strumenti per comprendere la
vita del marito, Lucia sta dalla parte del babbo. Cieca, manichea, distingue
il bene (James) dal male (Nora) senza curarsi della complessità delle cir-
costanze, questa la sua hybris. Quanto alla famiglia Joyce: i successivi tra-
sferimenti, le questioni linguistiche, le coincidenze di età, i successi e i
fallimenti; tutto mostra l’allegoria di una vita familiare che porta a pensa-
re, paranoicamente, a una sorta di chiaroveggenza, quasi agiografica. Per
questo Lacan userà il termine sinthome (che suona in francese come
sant’uomo).
Il trasferimento a Parigi e l’attività frenetica del padre solleticano il de-
siderio creativo di Lucia, fare qualcosa in campo artistico. Nasce il deside-
rio per la danza moderna. Lucia impara da diversi maestri, sopratutto
Raymond Duncan.
Chi è Raymond Duncan? La sorella, la grande Isadora Duncan, lo de-
scrive con indulgenza come il filosofo di famiglia. Raymond spinge Isado-
ra a leggere La nascita della tragedia, e la induce a rievocare la Grecia ar-
caica, i riti che aveva immaginato Nietzsche. I Duncan vanno alla sorgente
del culto per rifondare la danza sull’equilibrio arcaico: orgia, perdita iden-
titaria, dispersione caotica, racconto onirico, immaginazione narrativa. En-
tusiasmati da Nietzsche i Duncan si recano presso Atene, ricostruiscono il
tempio dionisiaco e ci vivono dentro. Il progetto di danza moderna di Isa-
La figlia di Joyce 19

dora ha questi fondamenti, si sviluppa nella critica al balletto classico e


alla coartazione delle strutture ossee del corpo della ballerina.
Il talento di Raymond sta a quello di Isadora come quello di Lucia a
quello del babbo. Raymond rimane un personaggio eccentrico, critico radi-
cale dei costumi borghesi moderni, un proto-hippie, avverso al comune
senso del pudore. Lucia è sua allieva; inoltre è strabica, ha una cicatrice sul
mento, è capricciosa da sempre, forse si guarda allo specchio e si vede ina-
datta. La madre, lo specchio che spesso l’ha rimproverata, la scoraggia.
Nora si identifica con le frustrazioni, prima previste poi reali; non riesce a
sopportarle, sicché mostra alla figlia quel senso d’impotenza invincibile
che le appartiene e Lucia risponde all’interpellazione. Se Nora è rassegna-
ta, Lucia si impone un bisogno ribelle, frustrante, da soddisfare qui e ora.
Una dozzina d’anni dopo il furore, accelerazione dei battiti, arrossamen-
to del volto, pallore cadaverico, affanno respiratorio, l’intero corpo trema e
il sistema muscolare è pronto a un atto violento, frenetico. 2 febbraio 1932,
giorno del cinquantesimo compleanno di James. C’è una discussione con
Nora, in Lucia cresce la furia. Urla, lancia una sedia contro la madre; l’e-
spressione del corpo cambia di nuovo, non è danza, è rabbia. Lo studiato
disequilibrio della seconda posa si ripropone come Darwin lo descrive
nell’Espressione delle emozioni: il lancio della sedia alla madre passa il se-
gno. Il fratello interviene e la scorta in ospedale, il personaggio ci proverà
varie volte con la sorella, poi di nuovo con la moglie.
L’episodio si ripete varie volte; presso la clinica di Maillard si diagnosti-
ca ebefrenia. Schizofrenia caratterizzata da allucinazioni, deliri, stupidi
manierismi ad altri tipi di deterioramento. Ebefrenia significa delirio disor-
ganizzato, espressione fuori contesto. Che c’entra con quanto accaduto? La
diagnosi è errata. Lucia è aggressiva verso la madre, la contrasta aperta-
mente, spesso diventa furiosa. È la storia di una relazione che prosegue dai
tempi di Trieste. Nora la sgrida, la scoraggia, la contrasta; incarna le sue
frustrazioni. È la frustrazione di Lucia. La tiene legata perché, alla luce dei
fatti, ha ragione.
I furori sono attacchi isterici, impulsivi, niente a che fare con eccentrici-
tà e bizzarrie schizofreniche. Esattamente il contrario. James pensa che Lu-
cia non debba ricevere trattamento psichiatrico, che il trattamento psichia-
trico sia il fattore di rischio principale. Finché urla con la madre mantiene
un equilibrio, col trattamento diventerà un clown. Lucia non regge la clow-
nerie. La Caduta che fa ridere gli altri non può sopportarla. Col babbo le
conversazioni sono diverse, i due si comprendono in italiano. I disordini di
Lucia stanno tra i tentativi del padre di salvarla e l’accanimento del fratel-
lo a psichiatrizzarla. Un membro della famiglia si trasforma nel salvatore
20 Follia e creazione

simbiotico, gli altri in infermieri ostili, la famiglia diventa un dispositivo


schizofrenico dopo l’incontro con la psichiatria, inizia un gioco psicotico
familiare.
Come sottovalutare che l’isterica, nel colloquio clinico, può assumere
una posizione facilmente confondibile con il delirio disorganizzato o con
l’essere muta?
Come ho scritto altrove (Barbetta, 2008, 2011) schizofrenia e isteria si di-
stinguono per essere rispettivamente dominio discorsivo psichiatrico - con
tutti gli apparati di coercizione, con tutte le bizzarrie allucinatorie e deliranti
che si ripetono infinitamente uguali nel tempo, codificate e stabilizzate dal
dispositivo manicomiale - e psicodinamico; linea di fuga inafferrabile, priva
di senso compiuto. Nel Novecento c’è smania di vedere schizofrenia dapper-
tutto. Schizofrenia diventa sinonimo di follia e, in qualche modo, la diagno-
si differenziale viene nuovamente ridotta a diagnosi assoluta.
Molte donne isteriche - che non si sposano, che reagiscono diversamen-
te al dispositivo familiare, che vivono una vita al di fuori dei canoni di as-
soggettamento - mettono in crisi il dispositivo maschile e sono progressi-
vamente ridotte alla schizofrenia. Catatonizzate, ebefrenizzate. L’epoca di
Charcot, definitivamente chiusa con la sua morte, è finita e la psicoanalisi
ufficiale ha ancora molto da riflettere; né Anna O., né Dora avevano tratto
giovamento dal trattamento ipnotico e analitico interpretativo.
L’universo manicomiale trasforma i sintomi isterici - e altri sintomi - in
schizofrenia ebefrenica, catatonica. Una macchina trasformativa, un fattore
di rischio a diventare ciò che si viene diagnosticati. C’è qualcosa, il proces-
so trasformativo si fonda su qualcosa. A venticinque anni il genio della dan-
za dovrebbe affermarsi, ci vogliono solide basi tecniche; il desiderio della
danzatrice si va infrangendo contro l’età, l’ultimo tentativo di Lucia, a ven-
tun’anni anni, è andare in Germania da Elizabeth Duncan. La vera scuola,
che un tempo formava le isadorables. Là si trova davanti al nazismo che in-
combe: la scuola è stata trasformata in un centro di ginnastica per giovani
ariane a un anno dalla morte della fondatrice. Isadora prima di morire vede
i cambiamenti e ripudia. La sua morte segna la fine di un’epoca.
Poi ancora frustrazioni: Nora chiede a James di allontanare Beckett da
casa Joyce, lo pensa inadatto al fidanzamento con Lucia. Infatti l’amore per
Beckett, consumato, non è corrisposto: “Frequento la tua famiglia per tuo pa-
dre, non per te”. Terribile, la madre ha sempre ragione, è ancora profetessa.
Nuove discussioni, si cerca di riparare con un nuovo fidanzato, la si in-
via a Londra in affido familiare, lei fugge, sparisce mentre soggiorna pres-
so amici, di nuovo a Parigi, rifiuta di alzarsi dal divano, dal letto. Avanti e
indietro tra Parigi e Londra. Fino al trattamento psichiatrico, decisivo per
La figlia di Joyce 21

la trasformazione. Tra i primi sintomi e il ricovero manicomiale passano al-


cuni anni, Jung è l’ultima speranza di James. Tra i 30 e la morte precipite-
rà nel manicomio. Attraversa il nazismo e la guerra in un manicomio in ter-
ritorio occupato, James tenta in qualunque modo di tirarla fuori, già si
conoscevano le attenzioni naziste verso la follia, ma muore nel 1941.

3. Lucia nell’Opera di Joyce

Di fronte alla profezie di Nora, e a quelle ben più gravi degli psichiatri,
James reagisce diversamente. Osserva la figlia come un parto letterario, si
convince che Lucia, nella vita reale, sia fonte d’ispirazione della sua fic-
tion. Non intende affidarla ai medici, intuisce che il sistema manicomiale
sarà dannoso. La sua pretesa conoscenza dei sentimenti di Lucia, i suoi
scambi affettivi, le ispirazioni letterarie che lei gli regala fanno pensare a
Joyce che Lucia sia chiaroveggente. Scrive a una conoscente:

Forse sono un idiota ma ritengo importantissimo ciò che Lucia dice quando
parla di se stessa. Le sue intuizioni sono straordinarie. Le persone che hanno
deformato la sua natura dolce e gentile, sono loro un fallimento [...] Io e mia
moglie [sic!] possiamo fare centinaia di esempi riguardanti la sua chiaroveg-
genza. (Cfr Ellmann, pag. 677)

Joyce sarà criticato, deriso, accusato post mortem di essersi opposto alle
cure per la figlia. Perlopiù si sostiene che se Joyce avesse permesso di rico-
verarla prima, la storia sarebbe andata diversamente. Chi lo sostiene mo-
stra ignoranza verso le cure psichiatriche dell’epoca, che consistevano nel
ricovero repressivo a vita, con qualche cenno ricreativo. Carol Loeb Sch-
loss (2003) biografa di Lucia, sottolinea questa deriva.
Chi frequenta Joyce si domanda come possa un intellettuale moderno,
uno scrittore importante, credere alla telepatia. La cultura laica, cui Joyce
appartiene, è sarcastica, il pamphlet di Kant contro gli Arcana Coelestia di
Swedenborg è definitivo, da là non si regredisce. Sogni di un visionario
chiariti coi sogni della metafisica è linea di demarcazione. Kant definisce
il sapere di Swedenborg paradiso dei sognatori, dove ognuno può dire e
sostenere ciò che vuole. Ma lo scrittore sa che la fiction abita nel paradiso
dei sognatori e Jimmie Joyce ne ha costruito uno enorme durante la vita, o
forse ha costruito un inferno.
Questo inferno è abitato da un elenco di metonimie: Eileen Vance, the
girl Joyce did not marry; Milly/Molly Bloom, madre/moglie/figlia; Gerty
22 Follia e creazione

MacDowell, Nausicaa; Issy Earwicker, la figlia di HCE. Da Stephen Hero


a Finnegans Wake ognuna di loro sta al posto di Lucia, prima ancora di na-
scere. Come con una veggente, la sua nascita si annuncia attraverso epifa-
nie letterarie. Come il Battista, Joyce anticipa quanto accadrà in seguito.
Così nell’Ulisse è già interamente rivelata la Caduta (Fall) che caratterizza
l’essenza di Finnegans Wake: la relazione incestuosa tra un padre e una fi-
glia a Phoenix Park.
In questi versi dell’Ulisse la figlia di Leopold Bloom, Milly, è l’epifania
di Eileen Vance, un amore infantile di James.

O Milly Bloom, tu sei il mio amore.


In te mi specchio a tutte l’ore.
E preferisco te senza un quattrino
A Katey Kough con l’asino e il giardino.

La parafrasi di una canzone di Samuel Lover1 ricorda l’amichetta d’in-


fanzia, forse il primo amore del piccolo James, Eileen Vance, che appare
all’inizio del romanzo Dedalus.
Quei versi, furono parafrasati allora dal padre di Eileen, in una letterina
che la bambina diede a Jimmy il giorno di San Valentino.

O Jimmy Joyce, tu sei il mio amore


In te mi specchio a tutte l’ore
E preferisco te senza un quattrino
A Harry Newall con l’asino e il giardino

Sembra che il padre di Joyce e quello di Eileen a quel tempo parlassero,


per celia, di combinare matrimonio tra i due bambini, ma la famiglia di Ei-
leen è protestante. Dopo che il piccolo James riceve la lettera, i rapporti
con la bambina si diradano. Eileen prova vergogna per il piccolo James a
causa di questo scherzo paterno. In Dedalus Eileen appare come in una
rêverie infantile, mani bianche, Torre eburnea, Casa aura, come le sue lun-
ghe mani bianche e fresche. Anche se i protestanti se ne fanno beffe. Si trat-
ta di due immagini mariane tratte dalle litanie lauretane, che suscitano l’e-
spressa ostilità protestante.

1 Secondo Zack Bowen, questa parafrasi di una canzone di Samuel Lover (Dublino
1797-1868) chiama in causa l’amante di Molly Bloom, Boylan, in rapporto alla:
“Consustanzialità di sua moglie, sua figlia e tutte le tentatrici e sirene che sono
parte della sua [di Bloom] esistenza, le cui combinazioni associate verranno usa-
te pienamente da Joyce nelle questioni madre/figlia di Finnegans Wake” (Bowen,
1974, p. 86).
La figlia di Joyce 23

Anche Eileen aveva mani lunghe, sottili, fresche e bianche, perché era
una ragazza. Parevano avorio; soltanto eran morbide. Era quello il senso di
Torre eburnea, ma i protestanti non potevano capirlo e se ne facevano bef-
fe. Un giorno le era stato vicino e guardava il cortile dell’albergo. Un ca-
meriere stava issando una striscia di stamina sull’asta della bandiera e un
fox-terrier scorazzava qua e là sul prato assolato. Gli aveva messo una
mano in tasca dove c’era la sua e Stephen aveva sentito com’era fresca, sot-
tile e morbida quella mano. Eileen aveva detto che le tasche eran cose buf-
fe: e poi, tutto a un tratto, si era staccata ed era corsa ridendo giù per la cur-
va in declivio sul sentiero. I suoi capelli biondi le eran volati dietro come
oro nel sole. Torre eburnea, Casa aurea. Pensandoci si poteva comprender-
le, le cose (D. p. 64-65).

La torre d’avorio riceve un aspetto di morbidità carnale. La mano che


Eileen infila nella tasca di Sephen è un’epifania della mano in tasca di Blo-
om, in Ulisse, davanti a Gerty, ci arriviamo. Riguardo a Eileen: un’altra
volta la va a trovare, poi si perdono le tracce. Riemerge anni dopo, nell’U-
lisse, sotto forma di quel ritornello che passa per la testa a Leopold Bloom,
ma con dedica a Milly.
L’intreccio è complicato e per comprenderlo bisogna pensare all’O-
pera di Joyce come a una grande fiaba popolare autobiografica. Lo stre-
am of consciousness è deriva linguistica, coinvolge Lucia e Nora, figu-
re ispiratrici. L’autore e l’eroe sono tutt’uno, mescolati nella corrente,
indiscernibili. Eileen-Milly-Lucia, Gerty-Issy-Lucia, sogno/delirio vo-
yeuristico consumato all’aperto, sulla spiaggia o nel parco. Consen-
ziente. Gerty è una figura chiave dell’Ulisse. Leopold Bloom si mastur-
ba, tenendo la mano in tasca, davanti alla ragazzina sulla spiaggia di
Dublino:
Egli l’adocchiava come un serpente adocchia la preda. Il suo istinto di don-
na le disse che aveva risvegliato il diavolo in lui e a quell’idea una fiamma di
porpora le corse dalla gola alla fronte finché il colore incantevole del suo volto
non divenne quello di una rosa accesa (U p. 493).

La relazione coinvolge altre ragazze che guardano: Edy una delle ami-
che di Gerty dice: “Cosa non darei per sapere a che pensi”, Cissy va chie-
dere “a zio Peppe laggiù, che ore sono alla sua patacca”, costringendo Blo-
om a “tirare fuori una mano di tasca innervosito, e mettersi a giocherellare
con la catena dell’orologio, guardando la chiesa”.
24 Follia e creazione

Voyeurismo raddoppiato dalla curiosità verso Gerty e verso Bloom (lo


zio Peppe) che coinvolge Bloom, Gerty, e la amiche di Gerty che notano gli
sguardi di Gerty e le condotte di Bloom. Bloom, si ricompone di fronte alla
provocazione di Cissy, togliendo la mano di tasca e mostrando “un assolu-
to dominio di sé” che suscita maggiore ammirazione da parte di Gerty. Poi
riprende a masturbarsi. Diverse pagine dopo (U pag. 500 passim), quando
la gente si allontana, rimangono soli.

Gli occhi che le erano incollati addosso le mettevano il formicolio nelle


vene. Lo guardò un istante, incrociando il suo sguardo e la luce si fece in
lei. C’era una passione rovente in quel volto, passione tacita come una tom-
ba, ed era quella che l’aveva resa sua. Finalmente erano rimasti soli senza
nessuno a sbirciare e a far commenti e lei sapeva che di lui si poteva fidare
fino alla morte […] Le mani e il volto di lui vibravano e un tremito la per-
vase tutta. Si piegò tutta all’indietro, ecc. ecc. (U. ivi).

Issy è la figlia di HCE e ALP. Il secondo acronimo sta per Anna Livia
Plurabelle, il primo è un acronimo variabile, che definisce un’identità mo-
bile. HCE e ALP sono i genitori di Issy Earwicker, da cui deriva uno dei
possibili acronimi di HCE: Harold o Humphrey Chimpden Earwicker, so-
prannome (Earwicker) ricevuto da un Re Marinaio (Sailor King).
Finnegans Wake è un testo illeggibile, come in un sogno ogni cosa è
evanescente e si presenta costantemente in forma diversa, un’esperienza
dionisiaca. C’è una Caduta (Fall) che riceve espressioni differenti, raccon-
tata in modi diversi, perché ci sono mormorii, voci, rumori poco chiari in-
torno alla Caduta. Ci sarebbe anche una lettera, che non si sa dove sia o se
qualcuno la possieda, dettata da ALP, la moglie di HCE, al figlio Shem, lo
scrivano, e portata a destinazione dal figlio Shaun, il postino, con una rive-
lazione: Issy avrebbe consumato a Phoenix Park (Dublino) un rapporto in-
cestuoso voyeuristico con il padre HCE, davanti a testimoni che in parte ri-
vestono l’apparenza dei figli. I mormorii mutano continuamente e tutta
l’opera è concepita come vita notturna onirica familiare.
Issy, Milly, Gerty, Eileen sono metonimie di Lucia. Il lettore non pensi
che questo è il riassunto del testo, Finnegans Wake è illeggibile, gli studio-
si di Joyce, dopo anni di consultazioni e di approfondimenti, hanno cerca-
to di ricostruire episodi che abbiano una trama narrativa, così come la in-
tendiamo in generale. Finnegans Wake è un capolavoro del delirio onirico
notturno, descrive la vita dall’interno dell’inconscio, come nessun psicoa-
nalista ha mai tentato. Maestro di psicoanalisi familiare, Joyce legge i pro-
cessi affettivi che si muovono dentro il disordine delle relazioni intime. Il
La figlia di Joyce 25

delirio che appartiene alla sua Opera è anche un piano d’intesa affettiva
con Lucia. Ma Lucia non delira, è una veggente.

4. Lucia e la psicoanalisi

Jung poteva essere l’unico psicoanalista accreditato, in quegli anni, a


prendere la cosa seriamente. Consultato sembra essersi avvicinato concet-
tualmente alla loro folie à deux: incesto sublimato. Poi dichiara di non po-
ter proseguire l’analisi perché Lucia e il padre hanno un legame simbiotico
inattaccabile: Jung alza le mani. Lo stesso Jung che in quegli anni scrive
che con gli schizofrenici bisogna darci dentro con la terapia. Forse pensa
alla strategia di alzare le mani, che già aveva tentato in altri casi; qui falli-
sce. Le speranze riposte da Joyce verso l’intervento di Jung, che era esor-
dito in modo positivo, discendono dalla convinzione che la figlia sia veg-
gente, non schizofrenica. Lacan, che se ne occupa indirettamente, molti
anni dopo, parla di telepatia. A proposito di Lucia, Lacan dice: “Quel che
mi spinge a parlarvi di Lucia è proprio il fatto che Joyce, che la difese ener-
gicamente dall’internamento dei medici, diceva di lei una sola cosa – che
Lucia era una telepatica.” (Lacan, 2006, pag. 92).
Riguardo al termine telepatia Jung in un testo intitolato La sincronicità
come principio di nessi acausali menziona Frederick Wiliam Henry Myers
(Myers, 2001). Myers sostiene l’idea della sopravvivenza della personalità al
corpo, qualcosa di sensibile che va al di là del percepibile. Mesmer lo aveva de-
finito magnetismo animale. Secondo Myers la telepatia – sentire a distanza - è
caratteristica del genio e si accompagna al fenomeno degenerativo. Anziché
deterioramento mentale, o spirituale, la degenerazione è un processo di uscita
dal genere in senso migliorativo; il degenerato è capace di fare cose che i nor-
mali non concepiscono. Per Myers la degenerazione è un fenomeno evolutivo
incomprensibile, comunemente collocato nell’ambito dell’abbassamento delle
facoltà, invece si tratterebbe di pro-generazione. Il successo di Myers in ambi-
to psichiatrico fu nullo, se lo si fosse preso in considerazione, tutto l’ordina-
mento psichiatrico sarebbe dovuto essere ribaltato, poi non era neanche un me-
dico. Ma Jung studia la sua opera e ne trae ispirazione. Per questo, se non si
fosse arreso, forse la storia della vita di Lucia sarebbe diversa.
Myers presenta il caso Mollie Fancher, noto all’opinione pubblica nella
seconda metà dell’Ottocento. Definita L’enigma di Brooklyn, la giovane
donna era considerata capace di divinare numeri, segni e parole chiuse in
una busta. Mollie Fancher aveva perso in modo isterico la vista e la deam-
bulazione a seguito di una caduta da cavallo; se non fosse vissuta ses-
sant’anni prima di Lucia, negli Stati Uniti, Mollie sarebbe incappata nel
26 Follia e creazione

medesimo meccanismo d’interpellazione psichiatrica. Su di lei invece si


fece una gran polemica giornalistica senza esito. Joyce probabilmente non
conosceva né il caso Mollie Fancher, né Myers.
Invero non era a suo agio neppure con Jung. Anzi, Jung aveva scritto un
saggio sull’Ulisse (Jung, 1932-34) e Joyce non lo aveva gradito affatto. Si
tratta di un testo in cui lo psichiatra si confonde con l’uomo di cultura2. La
convinzione che la salute mentale dipenda dalle facoltà più elevate del giu-
dizio razionale, tipica della psichiatria tra Otto e Novecento, porta Jung a
fraintendere interamente l’Ulisse. Dopo averlo letto e riletto Jung pensa
che l’opera di Joyce dia voce alle facoltà più basse dei sensi, che lo stream
of consciousness consista in un’ossessiva attenzione a dettagli che mettono
il lettore in difficoltà nel seguire la trama immobile dell’opera. Il che è
vero, ma Jung non si rende conto che si tratta di ribaltare la questione: il
problema non è il confronto tra l’opera di Joyce e la schizofrenia al fine di
svalutare l’opera di Joyce, bensì il contrario. Joyce, come altri autori, si
esprime in modo delirante perché il fondo dell’anima umana è tale. Il deli-
rio joyciano non è un fenomeno di deterioramento e perdita delle facoltà
mentali, bensì un fenomeno di iperriflessività. (Sass, 1992). Joyce è un
caso di gioiosa degenerazione, con lui il romanzo non sarà più tale. Delira
come uno schizofrenico, sogna come un sognatore, ma trasforma il conte-
nuto del deliro in arte.
Per Lucia è diverso, lei è ridotta al delirio clinico dagli errori diagnosti-
ci. I suoi tratti isterici, che il padre aveva catalogato nell’ambito delle capa-
cità telepatiche, avevano portato Lucia a seguire le orme di Isadora Dun-
can, l’avevano fatta innamorare di Samuel Beckett, le avevano procurato
frustrazioni riguardo alla carriera di danzatrice. Questi sintomi furono tra-
sformati nel tempo in forme isteriche. Che cosa manca a Lucia per delira-
re? Sul piano clinico gli episodi raccontati dai biografi non rivelano condi-
zioni da far supporre, a posteriori, una schizofrenia.
La ragazza è strana, viziata, ha progetti che non riesce a terminare, for-
se ha qualche timore di non essere affascinante, o seduttiva – oggi la chia-
mano dismorfofobia – ma il suo modo di litigare a casa con la madre, la sua
aggressività mirata, il suo sognare a occhi aperti, i suoi episodi dissociativi
non corrispondono a un delirio stabile. Non sente le voci – è telepatica, al-
tra cosa – non ha allucinazioni o sentimenti persecutori deliranti. Sente che
qualcosa nella sua vita va storto per colpa di qualcuno: madre, istruttori di

2 C’è stata una prima versione di questo testo decisamente schierata in senso sinto-
matologico e decisamente negativa, però sembra scomparsa.
La figlia di Joyce 27

danza, amici di famiglia, Beckett, fratello. Per dirla con Kernberg (1985), i
suoi disordini appartengono al dominio dell’impulsività istrionica.
Con Lucia Joyce Jung rimane influenzato da ideologie diagnostiche in-
capaci di fare una diagnosi differenziale, incapaci di pensare al delirio
come a un disordine della sensibilità e riflessività del soggetto, incapaci di
immaginare una terapia. Ciò appare strano, già nel 1919 Jung sostiene che
le ingravescenze schizofreniche sono spesso la conseguenza di un cattivo
trattamento manicomiale. In fondo Jung è stato tra i primi a prendere posi-
zioni antioppressive in psichiatria e tra i primi a pensare a un trattamento
psicoterapeutico per la schizofrenia. Di fronte al caso Lucia Joyce sembra
vivere un’esperienza che lo porta a considerare l’Opera di Joyce e la rela-
zione padre/figlia come due facce della stessa medaglia. L’uno sopravvive
alla corrente, anzi la trasforma, l’altra ne soccombe. Jung riguardo a Ulis-
se scrive: “Non mi passerebbe mai per la mente di considerare l’Ulisse
come un prodotto schizofrenico”, tuttavia: “Lo schizofrenico possiede la
stessa tendenza ad alienarsi dalla realtà o, viceversa, ad alienare da sé la re-
altà” (Jung, 1932/1999). Lo sforzo a non usare le categorie psichiatriche è
vanificato dalla deviazione professionale.
Che significa la presa di posizione antipsichiatrica di Joyce? Fino a che
punto Joyce avrebbe potuto credere a Myers? Che cosa intende quando
dice che Lucia è chiaroveggente? Perché, nonostante l’irritazione verso
Jung, spinge Lucia a entrare in terapia con lui?
Mentre tutte le precedenti consultazioni psichiatriche, una ventina, erano
pilotate dal fratello Giorgio, a volte con l’inganno, James, su consiglio di una
conoscente, decide di chiedere la consultazione con Jung, ma gli restituisce
tutta l’ambivalenza che aveva ricevuto in forma di critica letteraria. Jung non
aveva ancora scritto il saggio sulla sincronicità3. Però già negli anni Trenta
aveva conosciuto Pauli e con lui aveva a lungo trattato l’argomento, perciò
ne era avvezzo, a differenza di altri psicoanalisti influenzati dai pregiudizi
del razionalismo scientifico dell’epoca, increduli e freddi verso i discorsi sul-
la telepatia. Jung avrebbe potuto ascoltare la voce di Lucia e stabilire un rap-
porto di traslazione adeguato. Joyce pensava, con ragione, che Jung, fosse
l’unico che avrebbe potuto ascoltare e curare la figlia. Le modalità sono le
classiche dell’epoca: il padre che va dallo psichiatra, due uomini, per consul-
tarsi a proposito della figlia. Come con la Dora di Freud.

3 Il saggio sulla sincronicità fu pubblicato nel 1952 insieme a un saggio del fisico
Pauli, che era stato in analisi da Jung. Pauli, nel suo testo parla di come i suoi so-
gni avessero un’influenza decisiva sulla sua esperienza scientifica, ciò che intuiva
nel sogno veniva formalizzato nella vaglia da equazioni differenziali.
28 Follia e creazione

Immaginiamo la scena del consulto:

Joyce: Dottor Jung, so che Lei è l’unico medico che può aiutare mia figlia,
comprendere le sue inquietudini. Come penso Le abbiano riferito, io non ho af-
fatto apprezzato il Suo giudizio sul mio lavoro, ma credo che su ciò si possa
passare oltre, considerando che la letteratura non è certo il Suo campo di studi.
Ho saputo che Lei tiene in grande considerazione fenomeni che l’attuale psi-
cologia deride, come la chiaroveggenza, io so che mia figlia è una chiaroveg-
gente.
Jung: Esimio Maestro, ho la massima considerazione della Sua Opera, ci
sono stati malintesi e anch’io, a una prima lettura, sono caduto in alcuni gravi
errori di valutazione, le assicuro però che l’ultima stesura è assai diversa, che
invece per me Lei è un maestro anche per la mia professione, la psicologia ana-
litica. Personalmente non credo a una forma naturale di telepatia. Si tratta piut-
tosto di andare incontro alla telepatia. Il veggente ha qualità particolari, che gli
permettono di cogliere, immediatamente e meglio di qualunque psicologo, gli
archetipi inconsci, ed è attraverso questi meccanismi profondi che si produco-
no fenomeni strabilianti.
Joyce: Lasciamo perdere la recensione. Le Sue ultime parole invece mi con-
fortano, Lei crede, come me, che Lucia sia chiaroveggente, se non ho compre-
so male.
Jung: Non ho detto ciò, quel che ho affermato è che sono convinto che il fe-
nomeno della telepatia, così come lo ha studiato uno psicologo inglese il seco-
lo scorso, è da prendere seriamente in considerazione. Quanto a Sua figlia, si
tratta di incontrarla e di ascoltarla. Le dico francamente che potrebbe trattarsi
di un fenomeno di plagio oppure, come hanno asserito gli eminenti colleghi che
mi hanno preceduto, di una forma schizofrenica, come direbbe il mio Maestro
Eugen Bleuler.
Joyce: Cosa intende per plagio?
Jung: Beh, sarebbe il male minore. Potrebbe avere a che fare con la Sua
grandiosa Opera letteraria...
Joyce: Certamente mia figlia, come mia moglie Nora, è stata una grande
fonte ispiratrice della mia opera, ma questo non ha niente a che fare con la sua
chiaroveggenza, che c’entra? In che modo potrei averla plagiata?
Jung; Sua figlia legge la Sua opera?
Joyce: Sta leggendo parti dell’Work in Progress che sto scrivendo, si tratta di
un testo molto complesso, tanto da far considerare l’Ulisse un Bildungsroman...
Jung: Lei parla tedesco, magari meglio del mio inglese!
Joyce (cambia lingua): Abbiamo vissuto a Zurigo durante la guerra.
Jung: Si sente dall’accento che abbiamo in comune, dunque anche Lucia?
Joyce: Certo meglio di me, aveva sette anni quando ci trasferimmo.
Jung: Questo faciliterà enormemente il mio lavoro! Lucia è qui con Lei? La
facciamo entrare?

Anni dopo Jung dirà:


La figlia di Joyce 29

Se si conosce appena la mia teoria dell’Anima, Joyce e sua figlia ne sono un


esempio classico. Lei fu certamente la sua femme inspiratrice, il che spiega la
sua ostinata riluttanza a fare in modo che venisse diagnosticata. La sua Anima,
cioè la psiche inconscia, era così solidamente identificata con lei, che l’essere
diagnosticata sarebbe stata come un’ammissione che lui stesso aveva una psi-
cosi latente. È dunque comprensibile che lui la rifiutasse. Il suo [di James Joy-
ce] stile psicologico è certamente schizofrenico, tuttavia con la differenza che
il paziente ordinario non può aiutarsi parlando e pensando in quel modo, men-
tre Joyce ci riusciva e sviluppò quel pensiero con tutta la sua forza creativa. Il
che spiega perché lui non oltrepassò il confine. Ma sua figlia sì, perché non
aveva il genio del padre, fu semplicemente vittima della malattia. (Jung in
Bowker, 2011, p. 469)

Per Jung, Joyce e la figlia erano come sulla riva di un fiume, lei ci era
caduta, lui vi si era immerso.
Vent’anni dopo Jung esplicita la sua convinzione, la stessa che aveva
avuto nella prima recensione dell’Ulisse. Come potremmo dire? Arte dege-
nerata. Jung cade nella trappola psichiatrica, giudica Lucia in base al giu-
dizio, distorto e incompetente, della lettura dell’Ulisse. Questa la recensio-
ne vera, la prima, che non abbiamo perché andata distrutta, non quella
pubblicata, che si trova nelle Opere di Jung. Ma nell’intertestualità di Ulis-
se un monologo possiamo leggere, dietro le parole di circostanza che paio-
no mostrare apprezzamento, un’incomprensione di Joyce, tutta l’Anima
psichiatrica che aveva, almeno in questa circostanza, attanagliato Jung. La
stessa persona che aveva raccontato ben altre storie, in altre memorabili pa-
gine, intorno alla schizofrenia e alla sincronicità, era caduta dentro quadri
diagnostici desueti e impoveriti.
Sulla base di questi giudizi diventa più facile capire la ragione per cui
molti intellettuali e giornalisti anglosassoni si siano schierati così aperta-
mente contro Lucia Joyce. Più recentemente, contro la sua biografa Carol
Loeb Schloss. Forse Schloss ha esagerato nel considerare Lucia un genio
incompreso. Tuttavia, la presa di posizione verso la supposta saggezza del
fratello nel volerla internare in manicomio, l’acribia nel dare per scontata
la diagnosi, gli attacchi verso la debolezza della volontà di Lucia, le dichia-
razioni che bisognava ricoverarla prima - come se ciò fosse stato d’aiuto
per la sua salute mentale in piena epoca manicomiale - infine, il fatto che il
lascito di Joyce sia stato tenuto sotto il rigido controllo del figlio di Gior-
gio Joyce; tutto ciò desta qualche sospetto. Joyce ha scritto in inglese, ma
è irlandese, italiano, svizzero e francese. Appartiene alla vita, come pure la
relazione dello scrittore con la figlia.
31

II.
IL CASO TRA FICTION E CLINICA

Il caso si presenta all’improvviso, è imprevisto, viene osservato perché


si mostra come differenza. Ci sono condizioni in cui è eclatante, impossi-
bile non vederlo. La casa è invasa da ragni, scorpioni, serpenti, topi. Raro
che il caso si presenti in tal modo, nella maggioranza dei casi il caso sta
sotto la soglia dell’attenzione, inosservato. È relazione tra evento e osser-
vatore. Bisogna andargli incontro.
I neurologi chiamano delirum tremens la circostanza che accompagna le
crisi di astinenza d’alcol (malattia di Korsakoff). La differenza tra l’inva-
sione di piccoli animali richiamata sopra e il delirium tremens consiste nel-
la testimonianza di una comunità. Se chiamo un’azienda per la disinfesta-
zione, me ne accorgo.
C’è caso e caso, gradienti di evidenza tra la crassa realtà, l’arte, la rêve-
rie (cui appartiene il sogno) e la patologia. Quando il caso è irreale, può es-
sere gesto creativo, letterario, immaginazione, rêverie, follia, patologia.
Freud insegna che la scrittura clinica è una variante della letteratura, parte
dal caso. Filosofia dell’accidente. Dispone alla creazione.
La psicologia contemporanea si preoccupa sempre meno di queste cose,
vuole diventare una scienza dura, naturale, perde il suo interesse per la vita,
diventa astrazione. Segue la corrente dominante: sottomissione delle scien-
ze umane ai saperi medici. Siamo nell’epoca che sostituisce il brainhood al
personhood, la sede delle responsabilità è collocata nei neurotrasmettitori,
così come la sede della creazione.
Il DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disordini mentali) spiega
che se un individuo ha allucinazioni uditive e visive, allora manifesta sin-
tomi per la diagnosi di schizofrenia, a meno che le condotte alcoliche e i
danni cerebrali non ci portino a pensare a una malattia di Korsakoff. Dia-
gnosi differenziale. La vita è struttura, griglia che inquadra il personaggio
(character) e lo rende caricatura, o - come piace a Elsa Morante – parodia.
D’ora in poi sarà in primo luogo schizofrenico, oppure demente.
Il caso si presenta a partire da una prospettiva capovolta. Esige una let-
tura che coinvolge l’osservatore in un lavoro letterario. Si tratta di andare
32 Follia e creazione

incontro all’imprevisto, di trascinare i casi medi, che stanno vicino all’asse


centrale della curva a campana, verso le code, per farli diventare outliers.
L’interesse dell’allucinazione sta nell’unicità di quel che vede chi l’at-
traversa, lo stile, il modo in cui viene raccontata, le circostanze che l’han-
no fatta scaturire proprio in quel momento, il legame con possibili espe-
rienze analoghe. Lo stile è generaliazzazione, ma con metodo assai
differente. Consiste nel cogliere la ripetizione dentro una differenza. È
necessaria una distinzione di metodo tra lo studio del delirio e quello
dell’allucinazione dal punto di vista stilistico. Descrivere una visione è
diverso dal riportare una voce. Nel primo caso si parla di ekphrasis (pri-
ma complicazione terminologica): trasformazione di un’immagine in de-
scrizione (Cometa, 2007). Nel caso del delirio si può trattare di un dire in
prima persona (telling), o in terza persona (reporting) (Shotter, 1993).
Prima mostrerò l’esperienza telling/reporting. Nell’analisi del delirio
userò il conversazionalismo.
Nella seconda parte descrivo l’ekphrasis. Il rapporto tra immaginazione
e linguaggio, l’allucinazione. Il modo di pensare più vicino a questi argo-
menti è il costruttivismo radicale.

Prima parte. Conversazionalismo e derivati

1. Telling e reporting

Il delirio si può manifestare come un colloquio con le voci (telling):

Voce: “Lo vedi? Anche il dottore ti legge nel pensiero.”


Soggetto: “No, mi ha detto che non ci riesce! Lasciami in pace!”

Oppure come una descrizione per l’altro (reporting):

Dottore: “Cosa le dice questa voce che sente?”


Soggetto: “Il più delle volte mi istiga contro di Lei”

Il conversazionalismo influenza correnti psicoanalitiche e sistemiche,


sopratutto nel mondo anglosassone. L’approccio prevede due aspetti: meto-
dologico, l’analisi della conversazione e l’analisi del discorso, e pratico, il
mantenimento della posizione dialogica durante la conversazione. Molti
dei testi conversazionalisti non sono tradotti. Prendo a prestito alcuni ter-
mini dall’inglese. Si tratta di distinguere il telling (parlare in prima perso-
na) dal reporting (parlare in terza persona) (Shotter, 1993).
Il caso tra fiction e clinica 33

Il telling avviene quando dico: “Ti amo”. La verità sta nella prima perso-
na. Se dico: “Ti amo”, e l’altro mi risponde “Non è vero”, rimango sconcer-
tato, mortificato. Bateson la chiama patologia dell’epistemologia. Posso
cercare di dimostrarlo con i gesti, ma ogni gesto può avere l’effetto contra-
rio. Potrei imbrogliare, non c’è corrispondenza tra linguaggio e realtà fat-
tuale. “Ti amo” non è un fatto, ma una dichiarazione che contiene gesti e
azioni per il futuro. Verità in prima e terza persona rispondono a piani con-
versazionali differenti.
La prima persona rimanda al corpo, al gesto che contiene ambiguità co-
stitutive: bacio/morso, carezza/schiaffo, abbraccio/lotta. Telling è la gran-
de ragione del corpo. La menzogna non è mancata corrispondenza tra pa-
role e cose, è mancata corrispondenza tra ciò che dico e le conseguenze. Se
la villanella è costretta a sposare il principe, pena la morte, dirà “Ti amo”.
La patologia epistemologica è evidente, lo dice per non morire.
Invece se si dice a una persona: “Paola ti ama”, reporting, la persona cui
è indirizzata la frase può metterne in questione la veridicità e rispondere
“Non ci credo”. L’interlocutore può a sua volta dire: “Chiediglielo!”, invi-
tando l’altra a sollecitare la parola presso Paola.
Durante l’azione clinica gli operatori pensano gli utenti/pazienti come
mentitori perché parlano in prima persona. La patologia è la convinzione
che la menzogna sia un tentativo di nascondere la follia. Invece la men-
zogna è dovuta al contesto: “Che sarà di me se dico che oggi ho visto di
nuovo la madonna, che ho delirato?”. L’istituzione sanitaria si costituisce
come assoggettamento. Il corpo viene costretto, per mantenere la propria
soggettivazione, per dire la verità, a trasgredire. L’idea che i pazienti
mentano quando parlano in prima persona, è patogena. Se telling è men-
zogna, le uniche dichiarazioni valide sono reporting. Solo gli operatori
sono testimoni validi. La soggettività è confiscata, il soggetto ridotto a
paziente, isolato dal mondo delle relazioni. Alcuni di loro (non siamo mai
noi) diventano corpi docili, ottengono di essere lasciati in pace, dimessi.
Ciò che nel gergo medico è definito compliance, rispondere quel che l’al-
tro vuole sentirsi dire. A questo rischio non si sottraggono le terapie col-
laborative.
Ernest Jones definì il collaborazionismo quislinguismo (Jones, 1951).
Questo neologismo si riferisce al nome del norvegese Quisling, che regalò ai
nazisti, per una sorta di lealtà mista a terrore, la Norvegia. In senso più gene-
rale il quislinguismo (o quislingismo) caratterizza le condotta di chi collabo-
ra con l’autorità per ottenere vantaggi secondari e non essere annientata. Pri-
mo Levi definisce qualcosa di simile con il termine zona grigia.
34 Follia e creazione

Non tutte le pratiche collaborative hanno questa caratteristica. Però molti


fenomeni di compliance nei servizi psichiatrici somigliano al quislinguismo.
Accade quando manca il coraggio di sostenere la propria posizione perché si
è, o ci si sente, minacciati1. Tanto maggiori sono le pratiche che privano di
libertà il soggetto, tanto maggiore il fenomeno del quislinguismo.

2. La lingua dell’altro

Il reporting è discorso. Se indiretto, si riportano le parole dell’altro


(Tommaso sostiene che è rientrato in orario), se diretto si citano le parole
dell’altro, così come sono state pronunciate (Tommaso sostiene: “Sono ri-
entrato in orario”). Riportare è testimoniare, questione etica.
In letteratura c’è oscillazione del discorso quando si usa lo stile libero
indiretto. Come vedremo nel capitolo seguente, il discorso libero indiretto
è accesso alla coscienza dell’altro. L’autore si estranea dalla propria sog-
gettività e racconta il suo punto di vista come fosse quello dell’altro, entra
in risonanza con il linguaggio dell’eroe e della sua comunità linguistica.
Non si tratta di tecnica, ma di stile. Il clinico, come lo scrittore, appartiene
a un ceto sociale che Pasolini definiva borghese. Il nostro lavoro (scrittori
e terapeuti) consiste nel saper riconoscere esperienze vitali altre, diverse
dalla nostra. Lo stile indiretto libero, in tedesco Erlebte Rede, è discorso
vissuto. Erleben è fare esperienza, un tipo particolare di esperienza, espe-
rienza come vita (Leben).
Nel considerare telling e reporting troviamo un terzo tipo di comunica-
zione, un telling in terza persona, parlare con la lingua dell’altro.
Michail Bachtin (1895-1975) chiamava questa esperienza eteroglossia.
Il termine russo разноречие (raznorechie) è, in inglese, heteroglossia e in
italiano pluridiscorsività (Whyte, 2008). Al contrario di Whyte, preferisco
eteroglossia, rende meglio differente discorsività. Bachtin usa questo ter-
mine in connessione con intertestualità. Altre locuzioni chiave sono l’op-
posizione monologico/polifonico e l’uso del concetto di genere discorsivo.
Impossibile dissociare le parole chiave di Bachtin dalla sua biografia. Stu-
dioso di letteratura - noto per avere analizzato la polifonia in Dostoevskij,
e il grottesco in Rabelais - il suo pensiero ha aiutato la terapia a superare
l’idea classica dell’inconscio come profondità e la concezione dell’incon-

1 Ringrazio Marco Dotti e Marcelo Pakman per avermi mostrato il rischio della de-
clinazione di collaborazione in collaborazionismo attraverso l’idea jonesiana di
quislinguismo.
Il caso tra fiction e clinica 35

scio come struttura linguistica preesistente alla conversazione (langue ver-


sus parole).
Bachtin scrive molti testi differenti, alcuni sostengono si firmasse con
nomi differenti: Bachtin, Medvedev, Volosinov. Lavorò nel periodo stalini-
sta e post-stalinista in Unione Sovietica. Possiamo immaginarlo a elabora-
re strategie espressive per sopravvivere, sospensioni del nome dell’autore,
occultamenti a favore dell’opera, che si compone di saggi che sostengono
questo, ma anche altro. In alcune sue opere contrappone l’analisi struttura-
le monologica, alla responsività del romanzo polifonico (Bachtin, 1980a,
1980b, 2003). Le critiche a Roman Jakobson, uno dei maggiori studiosi di
linguistica, dicono che lo stile non si scioglie nella struttura, il lingaggio
vivente è elemento dal quale la struttura si toglie. Mette in luce i limiti del-
le teorie e delle pratiche strutturaliste, il teoricismo disincarnato. Quando si
leggono le sue considerazioni sullo strutturalismo, si può pensare che scri-
va strutturalismo per intendere stalinismo. Non si tratta di metafora, piut-
tosto di allusione. Mentre critica un’ipotesi linguistica, si riferisce al totali-
tarismo. Dietro monologia si può leggere totalitarismo, dietro polifonia,
democrazia. C’è qualcosa che accomuna il teoricismo strutturalista al tota-
litarismo, la pretesa esaustiva. Entrambe le tendenze, una sul piano teorico,
l’altra politico, sembrano avere poca tolleranza per l’eccedenza. Augusto
Ponzio (2005) osserva che le opinioni di Bachtin riguardo all’inconscio
hanno affinità con le posizioni di Lacan:
Lacan ha evidenziato l’onnipresenza della verbalizzazione nell’esperienza
umana e l’irriducibilità del segno verbale a mero flatus vocis. Il mondo umano è
un mondo simbolico, è principalmente il mondo dei segni verbali (Ponzio, p.15)

Invero Lacan rimane legato a lungo a una visione strutturalista dell’in-


conscio, inoltre privilegia la responsabilità del soggetto all’analisi delle
circostanze socioculturali della sua condizione. Bachtin sottolinea invece
le condizioni storico-sociali dell’emergenza della parola. All’inconscio
strutturato come un linguaggio si sostituisce l’inconscio come intertestua-
lità. Interazione vivente tra conversazione e discorso, responsività nella
relazione. C’è differenza rispetto all’idea di sintomo. Il sintomo si mostra
nel discorso clinico, ha carattere teorico, esprime una parole che fa diffe-
renza rispetto alla langue. Intertestualità non rileva sintomi, ma dimensio-
ni inosservate dell’espressione dialogica, intertestualità si riferirsce a
emergenze contingenti, socialmente incarnate. L’osservato non esce da
una struttura nascosta come scarto, emerge dal caos come espressione.
Come nella Biblioteca di Babele di Borges, non si tratta di rilevare lo
36 Follia e creazione

scarto come eccezione presente in un ordine dato, bensì il grande caos


che presenta sistemi ordinati qua e là, ai margini del disordine. Ciò che
Joyce chiama chaosmos. Il sistema inconscio non è interpretabile, non è
riferibile se non in modo distorto e frammentario. È quello che è quando
si mostra, né prima, perché imprevedibile, né dopo, se non per dar lavoro
agli accademici.
L’intertestualità, non sta da nessuna parte fuori dalla conversazione, non
è funzione della coscienza, né fenomeno collettivo profondo, non ha riferi-
menti stabili nell’ordine simbolico. È emergenza dell’incontro, fenomeno
sociale. Si disvela da una posizione eccentrica, una collocazione incarna-
ta. Un ebreo si accorge dell’intertestaulità antisemita presente nelle lingue
europee, una donna o un omosessuale delle inflessioni sessiste dell’italia-
no medio maschile, un disabile dell’uso spregiativo con cui i compagni di
scuola usano termini che lo designano, così un bambino nero, come Job,
che incontreremo. Anche se gli insegnati dicono che si tratta di giochi in-
nocenti.
L’intertestualità - legata all’oppressione, all’assoggettamento - è linea di
fuga verso la libertà. Tra queste ambivalenze la vita trascorre come la spu-
ma del mare sull’arena, ritirandosi per espandersi. Se l’eteroglossia è feno-
meno di soggettivazione, se la condizione alienata della persona non ha
solo origine individuale o familiare, ma comunitaria, la costituzione della
soggettività non si origina dall’organizzazione dell’identità, bensì dal dis-
senso. Pensiamo all’ingenuità apparente con cui si esprime il Principe
Myskin a proposito della pena di morte in L’idiota di Dostoevskij. Parla
come un bambino. L’eteroglossia si trova sempre nel mezzo di una conver-
sazione, emerge come fenomeno a sé, non presente prima o fuori. Non è
nella testa di uno o dell’altro, emerge da un vuoto.

3. Un monte di Grazia

In questo racconto l’uso frequente del corsivo connota differenti piani lin-
guistici, mostra alcune forme di sottomissione alle pratiche discorsive degli
operatori sanitari (la lingua dell’altro) da parte dei pazienti. Il termine pazien-
te, più che per designare la posizione del malato nella sua definizione classi-
ca, serve a esprimere la pazienza necessaria a sottoporsi a un intervento isti-
tuzionale. Vedremo, come in un preparato a più strati, livelli linguistici che
paiono agglutinati in un insieme unico.
Il caso tra fiction e clinica 37

Sono negli Stati Uniti, in Massachusetts2. Durante il mio lavoro incon-


tro una famiglia portoricana che vive là e ottiene fondi dal sistema sociale,
per diverse ragioni.
Julio ha 46 anni, è alcolista in remissione e ha, come riportano moglie e
cartella clinica, ritardo mentale lieve. Gracia è obesa e paraplegica, sem-
pre seguendo il racconto che coincide con le note della cartella e con l’evi-
denza della sua presenza: una montagna. Gracia è abbastanza intelligente
da sapere che vivere in Massachusetts, per la famiglia portoricana, vuol
dire imparare le pratiche che le istituzioni socio-sanitarie richiedono per
mantenerti in vita, le chiamano social skills, abilità sociali. La coppia Julio/
Gracia ha due nipoti, Linda e Madalena, e un bimbo, Pedro, in affido. Ma-
dalena, quindici anni, è scomparsa da casa pochi giorni fa, incinta. Pedro,
quattro anni, è figlio unico di una madre dipendente da crack.
Gracia chiede il permesso di adottare Pedro, che ora ha in affido. Ha im-
parato bene il linguaggio che si usa nelle valutazioni diagnostiche, senza
sbagliare. Categorie standard: Julio ha un ritardo cognitivo medio ed è al-
colista in remissione, Gracia è obesa e paraplegica. Parole altre, psicologi-
che, mediche, sociali, come la differenza affido/adozione. Ogni tipo di le-
game affettivo è ridefinito tecnicamente, ogni particolarità concernente il
soggetto cancellata. Pratiche discorsive che accadono negli ospedali come
nelle istituzioni socio-sanitarie, linguaggi artificiali.
Assoggettamento è apprendere da parte del soggetto la lingua artificia-
le dei servizi, compliance. Nell’area culturale del mondo dove c’è il mag-
giore rispetto della cittadinanza e dell’habeas corpus è necessario sacrifi-
care qualcuno, vaghe reminiscenze di uno schiavismo che riemerge nel
cuore più liberal del mondo, nemesi. Eliminazione di ogni residuo affetti-
vo dalla parola, come nel differenziale affido/adozione che ha valore eco-
nomico incrementale. Se un bambino in affido rende un assegno pari a una
certa quantità di dollari, un bambino in adozione può rendere di più. Per la
famiglia povera è importante. Invero questo differenziale dà al servizio so-
ciale il potere di decidere a seconda che la famiglia rispetti o meno alcuni
standard di vita accettabili, che collabori.
Se Julio è ritardato, può dire alcune cose che, per un non ritardato, sono
oggetto d’inaffidabilità morale. Tra queste: “voglio rientrare a Porto Rico”.
Intertestualità istituzionale, se rientrano perdono tutto. La prima parte del-
la conversazione è con poveri portoricani, che hanno acquisito gli strumen-
ti per l’assoggettamento, adattati ai margini dell’integrazione sociale.

2 Ho presentato in maniera più ampia questo caso in un saggio che ho scritto con
Maria Nichterlein, pubblicato su Human Systems, Barbetta, Nichterlein (2010)
38 Follia e creazione

Anch’io sento assoggettamento, soggezione, vorrei andarmene, difficile


stare seduto su quella sedia. Chi sono nel Massachusetts? A che titolo sono
là a conversare con questa famiglia? Chi mi ha invitato? Che ruolo mi vie-
ne attribuito?
Risvegliato da questa fase dissociativa, scelgo di tenere un ruolo marginale,
etnografico, piuttosto che quello dell’esperto che viene dall’estero. Sono stra-
niero, più di loro, sarò anche un Doc, ma le sensazioni sono ambigue. Il mio ti-
tolo qui non è neanche riconosciuto. Tra noi ci sono più analogie che differen-
ze, pazienti portoricani del Massachusetts, dottore italiano nel Massachusetts.
Siamo entrambi stranieri, io più di loro, per di più in visita. Non ho alcuna pos-
sibilità d’influenzare i servizi sociali locali, che neppure sanno che sto là.
L’incontro però non è vietato, distinzione importante nel diritto anglo-
sassone. Chiedo se, in queste condizioni marginali, in questa nicchia di li-
bertà, pensano che abbia senso continuare a conversare. Lo dico perché pri-
ma di quel momento, oltre ad avermi parlato con i manuali di valutazione
diagnostica, medica e sociale, mi hanno chiesto se posso metterci una pa-
rola per trasformare l’affido di Pedro in adozione. Dopo la dichiarazione di
marginalità e impotenza, mi aspetto che si alzino e se ne vadano.
Invece proseguono cambiando le parole, parlano della loro vita, la con-
versazione si trasforma. Le cose adesso hanno senso in relazione al luogo
in cui vivono, agli affetti, al luogo da cui provengono. Le categorie diagno-
stiche si trasformano nello stigma della loro esistenza. Il sovrappeso e la
sedia rotelle che la trasporta fanno di Gracia una montagna, ferma, arroc-
cata al Massachusetts come zona di salvezza, di grazia. Il suo corpo mostra
la necessità di ancorarsi, di vivere una vita marginale dentro un impero di
segni che, nel codificare l’assoggettamento, permette loro di sopravvivere.
Un monte di Grazia. A Porto Rico potrebbero essere già morti. Vivono ne-
gli interstizi della misericordia del New England.
Julio, ritardato del Massachusetts, grazie a questa marca di imbecillità,
può continuare, come un bambino, i capricci per tornare a Porto Rico. Si
tratta di parole vuote, dette da un disabile. Né Gracia, né Julio, a differen-
za della nipote Linda, conoscono l’inglese, conoscono solo poche parole:
adoption/fostering, IQ, obesity, pregnancy, paraplegia, alcohol addiction,
Doc, Social Worker.
Durante la consulenza un componente dell’équipe terapeutica – Cristo-
bal Bonelli, antropologo e terapeuta cileno – propone una visione, quasi
un’allucinazione, un tunnel che separa due luoghi: il Massachusetts, un
ospedale, e Porto Rico, un bar. Gracia dice: “L’ospedale fa sopravvivere, il
bar uccide”. Esemplifica una delle descrizioni di Foucault intorno alla mo-
dernità, il potere non è quello di uccidere, bensì quello di mantenere in vita.
Il caso tra fiction e clinica 39

4. Il caso della pelle

Il secondo esempio descrive una forma più sottile, di eteroglossia. Si


tratta di Job un bambino italiano nato da madre dominicana nera. Job ha
dieci anni e il fratellino, Ernesto, sette. Il padre italiano è stato allontanato
da casa e incarcerato per avere assalito e ferito Maria, la madre, al rientro
notturno da una sbronza. Job in quell’occasione, a sei anni, aveva chiama-
to l’ambulanza, mentre il padre fuggiva.
Maria, Job ed Ernesto vengono perché Job ha problemi scolastici dia-
gnosticati come school phobia. Job ed Ernesto sono presi in giro e fatti og-
getto di bullismo a scuola perché negri. Job, che ha una carnagione più
chiara di Ernesto, è vittima dei bulli, Ernesto no. Job non reagisce, Ernesto
sì, ma Ernesto dice che Job è schernito perché è nero.
I nonni stanno a Santo Domingo, non li hanno mai visti, si parlano per
telefono, non si capiscono, parlano un’altra lingua. Hanno visto le foto.
Chiedo se vorrebbero incontrarli, dicono sì, forse, ma sono neri. E la mam-
ma? La mamma è bianca. Alla mia percezione visiva Maria è la più nera
dei tre, forse sono vittima dei noti pregiudizi percettivi, che rendono noi
bianchi così capaci a discriminare il bianco dal nero, ma incapaci di distin-
guere tra il nero. Nella mia percezione visiva il più chiaro è Job, poi Erne-
sto, poi la mamma e i nonni, che, dalle fotografie, mi appaiono scuri come
la mamma. Dal punto di vista di Ernesto Job è nero come i nonni, lui e la
mamma sono bianchi. Ernesto ha le idee chiare, essere bianchi significa
lottare, vincere; essere neri sottomettersi e perdere, quindi Job è nero.
Maria ha combattuto, ha trovato un nuovo compagno che fa il carabinie-
re. Dopo il rilascio del marito ha subito alcune ritorsioni, sassate ai vetri di
casa, senza che il padre si curi della presenza dei figli, che insulta per strada.
La storia probabile di questo italiano è che sia stato, come molti maschi suoi
conterranei, un abitudinario del turismo sessuale. A un certo punto delle sue
pratiche turistiche, si stanca e porta a casa una donna che gli faccia da serva,
lei si emancipa e lui diventa violento e beone. In preda ai fumi dell’alcol e
alla gelosia, tenta di ucciderla. Un Accattone borghese e razzista.
La scuola non sembra molto interessata alla storia di Job, le insegnanti
dicono che queste forme di razzismo infantile sono ragazzate, il paese dove
vivono è dominato dalla cultura leghista. Alla graduatoria per le case popo-
lari lei sta sempre in fondo perché è extracomunitaria e ruba le case ai
lombardi. Il panettiere del paese esercita azioni di solidarietà, malviste.
Mentre passa le giornate a fare le pulizie per mantenere i figli, la famiglia
della panetteria tiene Ernesto e Job con sé e li aiuta a fare i compiti, con il
40 Follia e creazione

loro bambino, compagno di classe di Ernesto. Inoltre il carabiniere che sta


con lei è un terrone.
Job è intelligente, quando gli proponiamo una valutazione psicologica,
mostra grandi competenze, tra l’altro disegna molto bene l’autoritratto di
Vincent van Gogh con l’orecchio bendato e ci scrive sopra: “Vincent van
Gogh, morto suicida a 37 anni”. A scuola invece non dà buoni risultati. Co-
munque supera l’esame di quinta. Gli chiedo com’è andata, mi guarda.
Esprime un certo disprezzo, misto a soggezione, come avessi evocato un
mondo oppressivo, la scuola, il paese, il padre, il mondo bianco. È stanco
ma felice di essere uscito da quella brutta storia delle elementari.
Per storia gli hanno chiesto Cristoforo Colombo che ha scoperto l’Ame-
rica, grande eroe, si dice qui, ma sospetto che a Santo Domingo le persone
nere, come lui, non abbiano la stessa opinione. Per geografia gli hanno
chiesto l’Europa, guarda un po’, e le Americhe? No, quelle non si fanno
alle elementari. Per scienze la pelle, la pigmentazione. Sarà venuto a capo
del colore? Del bianco e del nero?
A differenza di Ernesto, il fratello ribelle, Job è paziente, traduce, tra-
sforma il suo linguaggio, riconosce il suo essere nero, lo mostra come uno
stigma nel modo in cui racconta la sua interrogazione d’esame a scuola:
Colombo, l’Europa, la pelle. Il suo nome non corrisponde alla lingua ma-
dre. Parla italiano e si chiama con un nome spagnolo, Job. Nessuno a scuo-
la ha mai pensato di spiegare alla madre, immigrata per forza, l’importan-
za di parlare ai figli in quella variante dello spagnolo che è il dominicano.
L’eteroglossia di Job è diversa da quella di Gracia, Gracia non parla in-
glese, conosce solo la terminologia inglese dei servizi: mild metal impai-
rment, alcohol addiction, obesity, fostering, adoption. Job non conosce la
sua lingua madre, ha una lingua matrigna, tuttavia sembra ironizzare sottil-
mente con essa: Colombo, l’Europa, la pelle, la pigmentazione.

Seconda parte: Le avventure dell’ekphrasis

1. Ekphrasis

L’allucinazione diventa evento comunitario quando è descritta, ekphra-


sis. L’ekphrasis si svolge a partire da un’immagine, non importa se presen-
te o inesistente, la descrizione è sempre rivolta all’altro, comunitaria. Nes-
suna descrizione potrà mai esaurire l’esperienza visiva. Michele Cometa
(2007) ha messo in risalto l’ekphrasis, così come concepita da Foucault:
Il caso tra fiction e clinica 41

Chi cercasse in Foucault le sicurezze dell’ekphrasis classica sarebbe to-


talmente deluso. Essa è per lui piuttosto una “terra di nessuno” che si defi-
nisce per differenza […] nello spazio tra visibile e dicibile è possibile abita-
re, purché si sappia che quello che si dice è altrove e può emergere per
contrasto solo sullo sfondo di ciò che si vede, mentre il fondamento di quel-
lo che si vede riluce tra le trame di ciò che si dice. (Cometa, 2007, p. 43)

L’ekphrasis può essere descrizione dell’allucinazione, lo scrivo, anche


se ancora non mi è chiara, confesso, la differenza tra vedere, avere una vi-
sione ed essere allucinati.
Foucault (1966) descrive Las Meninas di Velazquez, la sua descrizione
è, per me, il veicolo della psicologia della differenza.

Las Meninas, enigma in tre movimenti. Chi guarda l’opera per la prima
volta rimane sconcertato, può formulare qualche ipotesi riguardo a cosa
Velazquez stia dipingendo. La tela nella tela è girata e occupa gran parte
della zona della tela alla nostra sinistra. Si tratta della stessa tela in via di
composizione? Come se egli fosse dinanzi a uno specchio? Proviamo a
escluderlo, anche se ancora non sappiamo il perché.
Primo movimento: il pittore guarda chi osserva la tela in questo mo-
mento, se l’osservatore si muove, il suo sguardo segue l’osservatore. Tra
noi e gli occhi mobili di Velazquez possiamo tracciare un segmento in li-
nea retta. Si muove, se noi ci muoviamo, mantiene la traiettoria, piano
d’intesa. Invero Velazquez non sta guardando noi, guarda ciò che sta di-
pingendo, per questo è arretrato dalla tela nella tela, per osservare a sua
volta, sembra, fuori dalla tela, fuori da entrambe le tele. Quella interna,
su cui dipinge, a sua volta dipinta, e quella esterna che contiene anche il
pittore. Che cosa osservi non si sa, perché ciò che sta osservando non è
42 Follia e creazione

nella tela, è dipinto o sta per esserlo nella tela nella tela, non dove noi
siamo.
Ciò che dipinge Velazquez sta nella parte della sala che la tela non mo-
stra, né mostra la tela nella tela, perché girata. Lo spazio si dissocia in tre
parti distinte. Si crea un triangolo: lo sguardo di Velazquez, il nostro e un
terzo invisibile, che non si riesce a cogliere, un’altra psiche. Potremmo an-
che dire in quattro parti distinte: le prime tre menzionate da Foucault e una
quarta parte che potrebbe essere il sembiante della parte terza, il sembian-
te di ciò che è ancora per noi invisibile.

Secondo movimento: invito a togliere l’attenzione da questo focus per


analizzare il sistema della rappresentazione figurativa. Foucault indirizza
l’attenzione verso le luci interne alla stanza del quadro, alla loro provenien-
za. Provengono dalle finestre alla nostra destra. Tutte le tele interne alla
stanza sono opache, poco visibili. Meno una. L’immagine più piccola, in
fondo alla stanza, sembra emanare luce, là si vedono le figure dei regnanti
di Spagna, quella tela, che emana luce dall’interno, non è tela, è specchio.
Da laggiù emerge riflesso il soggetto dell’enunciato, il suo nome proprio,
Filippo IV e Marianna d’Austria. Il cerchio ecfrastico si chiude. Fuori dal-
la tela, nella parte della stanza invisibile dalla tela, stanno i regnanti, gli
stessi che si vedono da lontano nello specchio e che stanno per venire di-
pinti sulla tela nella tela, che ci volterà per sempre le spalle.
Cerchiamo ciò che sta davanti agli occhi, in maniera dissimulata, per ve-
derlo dobbiamo andargli incontro, trovare il filo conduttore. Il lettore appa-
re soddisfatto, ma non è tutto.
La seconda parte del capitolo capovolge la prospettiva. Abbiamo trova-
to il terzo vertice del triangolo, l’osservatore sta tra lo sguardo di Velazquez
(il significante, che pone il segno sulla tela nella tela) e il riferimento (il
nome proprio dei regnanti di Spagna). L’osservatore, grazie all’aiuto di
Foucault, ha dato un significato alla tela, ha scoperto il nome proprio del
soggetto. Semantica, conclusione logica di un procedimento, ma è solo la
fine di ciò che è preliminare.

Terzo movimento: Foucault c’invita a dimenticare quel che abbiamo


scoperto, a far finta di averlo ignorato, a tornare sul processo di oscillazio-
ne che ha condotto quella conclusione, a rimettere tutto in questione. Non
perché la scoperta del fatto non sia significativa, semmai proprio perché lo
è. Torniamo al processo antecedente, il movimento avanti e indietro (Da/
Fort), il produrre per produrre, non il prodotto. Così va intesa l’ekphrasis.
Non vedremo mai ciò che Velazquez dipinge sulla tela nella tela, abbiamo
Il caso tra fiction e clinica 43

scoperto che il soggetto del dipinto sono i regnanti di Spagna, ma non ab-
biamo mai veduto quel dipinto.

2. Schismogenesi

Vediamo le ekphrasis antropologiche di Gregory Bateson (Bateson,


1988). Bateson fa ricerca sul campo tra le popolazioni Iatmul, Nuova Gui-
nea. Si accorge che gli Iatmul impegnano periodicamente il tempo in un ri-
tuale definito Naven. La ricerca descrive la funzione del rituale nella comu-
nità. Dopo avere osservato e fotografato sequenze del rituale, Bateson
fornisce un’interpretazione: il Naven è rituale pubblico in cui uomini si ve-
stono e si comportano come donne e viceversa. La funzione del rituale è
istituire un climax alla schismogenesi. La schismogenesi è interazione cu-
mulativa: nell’interazione con l’altro, a un’azione del soggetto corrisponde
una reazione dell’altro. Questo scambio si accumula in un’interazione che
crea un sistema di azioni, lo scambio comunicativo. Una sequenza di azio-
ni, che corrisponde a una sequenza fotografica o cinematografica, è un in-
sieme di reazioni a reazioni tra soggetti, catturabili da una macchina foto-
grafica o cinematografica.
Seguendo le interazioni tra soggetti si può pensare che siano di due tipi:
simmetriche o complementari. Le interazioni simmetriche avverrebbero
quando due soggetti, oppure due gruppi, entrano in competizione attraverso
condotte dello stesso tipo. Le interazioni complementari quando alla con-
dotta di uno dei due individui, o gruppi, l’altro risponde con una condotta
diversa, sebbene relativa alla prima. Se alzo la voce e l’altro la alza più di
me, c’è interazione simmetrica, se alzo la voce e l’altro la abbassa, c’è inte-
razione complementare. Il Naven è un rito in cui gli uomini/donna accentua-
no le condotte femminili così come le percepiscono e le donne/uomo accen-
tuano le condotte maschili così come le percepiscono, un rituale didascalico
e ironico, che smorza l’escalation nelle interazioni uomo/donna.
Dopo aver presentato i risultati di queste ricerche intorno alle due forme
dell’interazione accade qualcosa che rende queste ricerche incomplete,
non esaustive. Bateson si reca a Bali, con Margaret Mead, per una nuova
ricerca sul campo (Bateson, Mead, 1942). In questo caso Bateson fotogra-
fa sequenze interattive riguardanti le relazioni comunitarie a Bali con rife-
rimento a circostanze come l’allevamento dei bambini. Immagini, difficili
da ritrovare, pubblicate nel libro Balinese Character che contiene un enor-
me numero di tavole, ognuna delle quali composta di sequenze.
44 Follia e creazione

Ogni tavola ha una legenda, redatta da Bateson, che descrive quanto ac-
cade. La ricerca di Bali segna una svolta radicale nel pensiero di Bateson.
Non esistono solo relazioni apicali, che raggiungono un climax. A Bali Ba-
teson osserva una forma interattiva caratterizzata da un plateau continuo
d’intensità senza climax.
Il plateau, vibrazione continua, “si sostituisce al climax”. Le immagini
in sequenza mostrano interazioni del tutto diverse da quelle incontrate tra
gli Iatmul della Nuova Guinea. In Balinese Character non solo si scopre
un’interazione diversa, che l’Occidente adulto moderno non pratica, ma si
osserva un’interazione a-finalizzata, senza climax. Un rizoma. Bateson ri-
prende un tema caro a Darwin a Nietzsche: l’origine di un fenomeno bio-
logico, relazionale e sociale è eterogenea alla funzione svolta qui e ora. Ba-
teson a Bali - inizio anni Quaranta del secolo scorso - trova che le
interazioni umane possono essere a-finalizzate. Come tra gli esseri viventi,
anche le relazioni umane non hanno una finalità cosciente. L’idea della fi-
nalità cosciente, di tenere sotto controllo le relazioni affettive e sociali è
corruttiva.

Che cos’hanno in comune questi due esempi, quello di Foucault e quello


di Bateson? Il caso è inadatto a ogni percorso lineare. Si dà il caso quando si
coglie una differenza, che ci permette di trasformare la nostra filosofia.

3. Playing, l’aion

Un terzo esempio riguarda l’osservazione clinica. Durante una seduta,


un bambino di tre anni e mezzo osserva un piccolo tavolo ricoperto di pe-
luche, sotto tutti questi peluche intravede un contenitore di tela, che contie-
ne altri peluche più piccoli. Il bambino sembra voler giocare con quel che
sta dentro il contenitore, ma non vede il contenuto. Comincia a prendere i
peluche sopra il contenitore, li lancia lontano, uno per uno, lentamente.
Ogni volta dopo il lancio guarda la madre, preoccupata per il disordine. Lei
Il caso tra fiction e clinica 45

gli dice di non lanciare gli animali, lui prosegue, la madre mi guarda, con
un cenno suggerisco di lasciarlo fare. Lancia gli animali che stanno sopra
il contenitore, poi guarda dentro il contenitore e vede altri peluche più pic-
coli, li prende, uno a uno li lancia lontano fino a svuotare il contenitore, poi
guarda dentro. Il contenitore è vuoto. A quel punto si mette a sedere. La
madre gli dice: “Hai svuotato il contenitore, ma non hai giocato con nessu-
no degli animali, dunque?” lui fa spallucce. È chiaro che il bambino, gio-
cando, svuota il contenitore.
Il gioco, secondo me e la madre, avrebbe dovuto cominciare quando tro-
vava il peluche adatto, lui finisce quando ha svuotato il contenitore. Ha fi-
nito di giocare quando gli adulti pensavano dovesse cominciare, il suo tem-
po di giocante gli antichi lo chiamavano aion, un fanciullo che gioca. Per
l’adulto occidentale il gioco è kronos, qualcosa che comincia e finisce, fi-
nalizzato. Là c’era qualcosa da svuotare, qui qualcosa da riempire.
Il desiderio infantile è immanente, non ha bisogno di un oggetto ester-
no. Il bisogno dell’oggetto esterno è una forma di addestramento inconsa-
pevole degli adulti. Pensiamo al gioco, attività che struttura regole. Non al
gesto giocante, playing. Il giocante è sotto i nostri occhi.
In questo caso il nome del giocattolo è un rinvio indefinito, Foucault in-
vita a fare lo stesso quando chiede, dopo avere scoperto il nome proprio, di
regredire al movimento dell’osservazione. Quando osserviamo il caso,
quando abbiamo una visione - allucinazione, opera d’arte o altro – abbia-
mo sospeso il nomos, non solo il nome, ma la norma. I mistici la chiamano
estasi, lo sguardo della madre balinese.

4. Costruttivismo radicale

Non esiste la realtà, è nell’occhio dell’osservatore. Nella sua radicalità,


questa idea ritiene che ogni visione sia un prodotto del sistema osservante.
Che non esista altro che allucinazione. Problema posto da Darwin e ripre-
so da Nietzsche: cos’era l’occhio prima di vedere. Il metodo genealogico
parte da questa domanda: un organo qualsiasi - un occhio o un’istituzione
- svolgono nel presente una funzione data. Ma qual è l’origine? In un luo-
go, in un tempo, in una costituzione altra l’origine di un organo, o di un’i-
stituzione, non è la sua funzione. Ciò che non si dà nei sistemi progettati
dall’uomo. Salvo il bricolage.
Il bricolage è pensiero selvaggio, include la singolarità. Lévi-Strauss
(1964) descrive le sculture lignee del pensiero selvaggio. I nodi vengono
rispettati, la scultura tiene conto dei vincoli. Il nodo è caso che emerge
46 Follia e creazione

mentre la scultura si sta facendo. L’arte del bricoleur3 osserva il caso, una
vite per terra qui, un asse di legno là.
Il costruttivismo radicale non distingue la realtà dalla visione, è la visio-
ne che produce realtà, perciò ogni visione è allucinazione. Se si parte
dall’origine dell’occhio, quest’affermazione assume un senso. È necessa-
rio interrogarsi su che cos’era l’occhio prima di vedere, domanda darwinia-
na. Alla quale si risponde inventando il sublime. L’occhio era una piaga fo-
tosensibile e la luce indugiava sadicamente su di lei, la desiderava in modo
perverso. Il dolore insopportabile della piaga venne sublimato, visione.
Heinz von Foerster inventò il termine costruttivismo radicale (1987,
1996), dalle sue ipotesi emergono conseguenze anarchiche. L’idea del sog-
getto come macchina non banale, imprevedibile, esposta a cambiamenti ale-
atori. L’idea che non esista alcun apprendimento conseguente a una relazio-
ne educativa intenzionale. L’idea che la relazione terapeutica non ha alcuna
finalità consapevole, è una danza i cui passi si creano durante l’incontro.

5. L’ideologia inconscia della terapia

L’eteroglossia tende ad azzerarsi quando i discorsi intorno alla struttura


e la funzione dell’Ego portano il terapeuta alla conclusione testa io vinco,
croce tu perdi. Nella formulazione più elementare tutto dipende dall’inte-
grazione dell’Io. Le persone si dividono in sane e pazienti, i pazienti han-
no un funzionamento debole dell’Io. Qualcuno ha descritto questa riduzio-
ne della psicoanalisi come un gioco con gli elastici. I pazienti con l’Io
debole possono essere carenziati, non avere capacità di elaborazione, non
avere la stoffa per l’analisi.
Le persone escluse dall’analisi sono povere, di scarsa cultura, dovrebbe-
ro essere trattate con sistemi educativi di altro tipo, per esempio da assi-
stenti sociali che insegnano i life skills, competenze su come risparmiare il
denaro, tenere pulita la casa, nutrire i figli, avere buoni rapporti col vicina-
to, vivere una vita più o meno come la famiglia di Julio e Gracia. Gli psi-
cotici vanno internati e gli analizzandi ricevono un intervento riparativo.
In questa tradizione si è mossa la psicoanalisi che riteneva che gli omo-
sessuali avessero un disturbo d’identità. Frank Caprio, psicoanalista ameri-
cano, diceva di curare le lesbiche attraverso la psicoanalisi, in pieno mac-
cartismo, epoca in cui le terapie strategico-riparative individuali, familiari
e di gruppo riscuotevano glorioso successo.

3 Sul bricolage si veda anche Barbetta, in Barbetta, Capararo, Pievani (2004)


Il caso tra fiction e clinica 47

L’elemento ideologico degli interventi psicoanalitici e di terapia familiare


che inseguono questi obiettivi è il familiarismo di cui scrivono Deleuze e
Guattari nell’AntiEdipo. La patologia ridotta al triangolo familiare edipico,
interpretazione sintomatica delle dinamiche familiari. L’Edipo, che in Freud
appariva una metafora del mito e del teatro greco, si trasforma in una catego-
ria. Riconduce ogni sintomo al triangolo. Il familismo della terapia familiare
strategica ritiene che tutti i giochi psicogeni si giochino in famiglia, teorizza
modelli di spiegazione in cui il sistema è astratto, come un algoritmo.
La famiglia diventa sistema dal quale rimanere neutrali, da leggere dall’e-
sterno, come uno scienziato positivista. I giochi sono tra contendenti attoria-
li svincolati, come non ci fossero questioni di gender, di oppressione cultura-
le e politica. La famiglia è contemporaneamente idealizzata e vista come la
fonte di un disagio dovuto a errori e confusioni nella comunicazione. I gio-
chi patologici sono nella famiglia, concepita come una squadra di giocatori
più o meno abili. Chi gioca male ha problemi d’identificazione. Le categorie
diagnostiche, indiscusse, sono la conseguenza di un certo tipo di gioco o stra-
tegia. Visione che si accoppia con l’Ego Psychology.
Terapie strategiche familiari e psicoanalisi riparative condividono l’a-
dattazionismo che la sociologia funzionalista aveva teorizzato con Talcott
Parsons, tutto accade in famiglia. Se una persona soffre di discriminazione
razziale, è reduce da una guerra, a scuola è maltrattato, in ospedale sono
violati i suoi diritti, ciò che interessa è il modo di reagire del paziente, pa-
radigmatico di quanto ha acquisito nei giochi familiari. A ognuno i suoi
compiti, i sociologi spiegano come deve funzionare una famiglia funzio-
nalmente differenziata, gli psicoanalisti riparano i danni edipici dell’Io, i
terapeuti familiari intervengono sui giochi psicogeni che rendono disfun-
zionale la famiglia, gli assistenti sociali insegnano i life skills alle famiglie
povere. Tutto molto semplice.
49

III.
PASOLINI. PSICOTERAPIA E LETTERATURA
Terzo: che il medesimo Di Pascuale, cresciuto in clima positivi-
sta nel Maradagàl del Presidente Uguirre, di Carlos Venturini, di
Luis Coñara, di José Barriento e simili, ma soprattutto della Fa-
cultad Medica di Pastrufazio, e reso anche più scettico dall’eser-
cizio della professione, come si avrà occasione di leggere, cre-
deva pochissimo nella Madonna, questo purtroppo è vero, ma
meno ancora nei fantasmi.
(Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore,
in Romanzi e racconti I, p. 593)

1. Il genere del discorso: contro l’accademia, contro la sociologia

La questione grammaticale non è caratteristica distintiva dello stile libe-


ro indiretto. Né è il fatto che si parli dei poveri e della loro condizione so-
ciale. L’unica garanzia è la qualità del testo. I fronti polemici di Pasolini
sono i letterati accademici e la sociologia militante. Rivolto agli accademi-
ci Pasolini scrive che si tratta di: “Allargare la nozione strettamente gram-
maticale del ‘discorso libero indiretto’”. Lo stile non è sola forma, né tec-
nica. “Insisto a dire, scrive Pasolini, che il discorso libero indiretto è molto
più complesso e complicato di quanto appare nell’uso corretto: insisto a
dire che il libero indiretto non può che avere uno sfondo sociologico”. (Pa-
solini, 1965/1972, p.115)1
Fermarsi alla grammatica per definire lo stile è ridurne la portata, sem-
plificare la questione. Lo stile è socialmente incarnato, espressione del cor-
po attraverso la parola. La piega, gli scavi del volto, gli occhi, l’espressio-
ne, le braccia, gli organi sessuali, gli orifizi e tutti gli altri frammenti
catturati nel corpo proprio. Pasolini è alla ricerca dei frammenti che com-
pongono il corpo prima di essere catturati, dopo che se ne staccano: organi
senza corpo, corpo senza più organi. Nello schema corporeo i frammenti
sono prigionieri di un orizzonte funzionale che appare già dato. La questio-
ne che pone Pasolini è come liberarli dalla loro funzione per farli parlare,

1 Tutte le citazioni che riportano solo il nome Pasolini, sono da riferirsi al testo Em-
pirismo eretico, Milano, Garzanti, 1972, prefazione di Guido Fink (per il numero
di pagina: nuova edizione, 2000, terza ristampa, 2007).
50 Follia e creazione

agire, fuoriuscire. Infine tornare sottoforma di escremento, odore, rumore,


urlo, crudeltà, cura.
Sul versante opposto, rivolto ai sociologi sostiene:

Ciò che io sono abituato a sentire subito in un testo non è … la vicenda ro-
manzesca di un eroe, ma la qualità della pagina che la narra: la reale struttura
di un romanzo non mi pare collocarsi nel suo campo semantico […] ma nel suo
campo linguistico. Per me, se c’è omologia tra struttura sociale e struttura ro-
manzesca, tale omologia va ricercata confrontando la struttura sociale con la
struttura linguistica del romanzo, o, nella fattispecie, con la struttura (finora ho
sempre usato la parola sistema) stilistica (Pasolini, 123)

Il sistema stilistico costituisce un’omologia tra sistema sociale e romanzesco.


Non è il contenuto ideologico che fa differenza, bensì il plurilinguismo, pluri-
dialettismo o, nella traduzione di Bachtin (1980a), l’eteroglossia. Maggiore è la
disposizione dell’Autore a entrare psicologicamente nel linguaggio dell’Eroe,
maggiore lo stile libero indiretto che caratterizza la qualità del romanzo.
Né pura forma né pamphlet ideologico.

2. Lo stile in psicoterapia

Per i terapeuti interessati ai linguaggi verbali e corporei lo stile libero in-


diretto è fondamentale. Si tratta della disposizione a non ridurre immedia-
tamente il colloquio clinico al meccanismo edipico (piccolo borghese), a
osservare un sistema di segni indecifrabile, molecolare, o necessariamente
iper-codificato, molare. Lo scrittore spesso delira, c’è differenza tra delirio
e metafora. La metafora, in terapia, è parte del colloquio nevrotico. Dell’in-
telletuale che va in analisi per tenere il passo con le sue nevrosi. Il delirio è
il contrario. Per la parola delirante gli uomini sono mortali, l’erba è morta-
le, dunque gli uomini sono erba (Bateson e Bateson, 1989). Gli uomini
erba, composti di minuscoli fili staccati, vibrano al vento. Il nevrotico/bor-
ghese è costretto a trasformare il delirio in metafora, l’idea di entrare nel
delirio lo sconvolge. Deleuze, cultore di Bateson e Pasolini, è riuscito a
esprimere queste circostanze usando la parola agencement (disposizione).
Nei Dialoghi di Deleuze e Claire Parnet, troviamo questa considerazio-
ne: “L’unità reale minima, non è la parola, né l’idea o il concetto, né il si-
gnificante, ma la disposizione (agencement)”. Il segno, il significante, il
morfema, il mitema, unità minime astratte, sovrapposte, che non incontre-
ranno mai la concretezza della vita, prive di carne e di passione. Teoricismi
strutturalisti.
Pasolini. Psicoterapia e letteratura 51

Al contrario, la disposizione ad agire è relazione, variazione di vibrazio-


ni, immagine intorno a cui si costituisce un evento, inizio dell’intrigo. Pa-
solini intende ciò nella discussione sullo stile libero indiretto: c’è una qua-
lità del testo, una quiddità, che si nasconde dietro il buon uso della
grammatica (edificante per la borghesia e la piccola borghesia, più o meno
colta), e dietro il contenuto sociale (il proletariato mitizzato da alcuni grup-
pi di sinistra di quel tempo). Spesso il linguaggio che contiene una pretesa
“proletaria” è linguaggio borghese, o piccolo borghese. Quello dei movi-
menti studenteschi lo era di certo, era linguaggio parlato dagli studenti uni-
versitari.
Per trovare lo stile bisogna rivolgersi anche ai linguaggi antichi, nobili,
appartenenti a chi aveva devastato la ricchezza pur di non occupare il luo-
go della meschinità borghese. Un nuovo stile richiama il vecchio. Per
esempio, il sottoproletariato pasoliniano e la nobiltà decadente di Visconti
hanno una virtù comune: il rifiuto del lavoro, collante morale che unisce
costitutivamente proletariato e borghesia.
Nel tempo in cui la nobiltà scompare dalle campagne, sostituita dall’o-
perosa presenza contadina, i margini della città vengono progressivamente
infestati da alcolisti, criminali, prostitute che erodono e corrompono l’ope-
rosità della fabbrica fornendo le loro mercanzie agli operai, corrompendo
la loro fede nell’avvenire. Emergono neolingue, si fanno strada gerghi mar-
ginali. Il lunfardo di Buenos Aires e Montevideo, importati dai migranti
nella forma di frammenti gergali grezzi che lentamente si riconnettono tra
loro in forma di dizionario, la parlata carioca di Rio de Janeiro, la continua
trasformazione dei dialetti italiani. Si scopre che una qualunque lingua -
l’italiano o l’angloamericano, che ha, per esempio, meravigliose varianti in
autori nigeriani come Achebe, Buchi Emecheta, ecc. - ha proprie peculiari-
tà; che scrivere significa dar voce alle varianti che mantengono vive queste
peculiarità espressive e gergali.
L’impresa di Pasolini è consistita nella rivalutazione di una lingua abita-
ta da forme dialettali, idioletti, derivazioni dai dialetti nella formazione
delle varianti, più o meno alte, storicamente depositatesi dell’italiano, ecc.
L’indiretto libero può presentarsi attraverso diverse soluzioni tecniche,
purché l’autore sia capace di estraniarsi da sé. Rimanere appena un passo
indietro al pensiero e al corpo dell’eroe.
“Nel caso poi che l’eroe sia un eroe popolare, la sua lingua, vissuta dal-
lo scrittore, non è che la lingua dello scrittore abbassata di un solo grado,
non una mimesis vera e propria, ma una specie di lunga ‘citazione’ attenua-
ta” (Pasolini, p. 10).
Come nel caso Gadda, vera e propria proliferazione:
52 Follia e creazione

Dovremmo aggiungere alla lavagna del nostro schizzo geometrico, una nuo-
va linea: una linea serpentina che, partendo dall’alto, scenda, intersecando la li-
nea media, verso il basso, e poi torni di nuovo, sempre intersecando la linea
media, verso l’alto, e poi di nuovo verso il basso, ecc. (Ivi)

Di qui la relativa intraducibilità di Gadda, commentata da Giuseppe


Stellardi.
La serpentina è linea di fuga che caratterizza le serie dispersive di deri-
vazione in Deleuze (schizofrenia, letteratura angloamericana, Francis Ba-
con, Antonin Artaud, Louis Wolfson). È la linea di fuga che accomuna lo
stile. Regressione dalla scrittura verso la chirurgia, il lavoro manuale, che
produce una ferita. “Il coltello del chirurgo indaga dentro le sue viscere,
poi si ritrae, lasciando uno squarcio serpentino, crudo, nel proprio cammi-
no sulla sua pancia. Vedo i suoi occhi pieni di oscura sofferenza, belli come
gli occhi di un’antilope. Ferita crudele! Dio libidinoso!” (Joyce, Giacomo
Joyce, 1914, p.11 Trad. mia)
Lo stile sottrae il corpo alla condanna delle origini, alla schiavitù di
un lavoro alienato, alla possibilità di vivere senza radici. È vero, Leo-
narda e Julio, due nomi tra i casi clinici, non vogliono più lavorare. E
con ciò? Tutti quei ragazzi che la mattina non si alzano per andare a
scuola, che rimangono a letto fino alle due del pomeriggio, che passa-
no la notte davanti al computer o vanno al pub, non hanno voglia di la-
vorare e piano piano finiscono per frequentare i servizi psichiatrici ter-
ritoriali, o quelli per le dipendenze. L’alternativa è lavorare per tre
mesi in un call center per 400 euro. Come può la sola terapia rimedia-
re a queste circostanze?

3. Codice dei codici

Torniamo per un istante all’opera di Foucault Le parole e le cose. Las


meninas di Velázquez è opera che si muove come una linea serpentina
di derivazione attraverso l’ekphrasis. Riassumo le stesse considerazio-
ni svolte nel secondo capitolo: Foucault guida lo sguardo del lettore
alla scoperta della legge di composizione dell’opera, verso una forma
geometrica triangolare. Tre vertici: l’osservatore, noi stessi che siamo
interpellati dallo sguardo del pittore, che ci guarda negli occhi, qualun-
que posizione prossimale decidiamo di tenere rispetto all’immagine.
Da questo incontro di sguardi nasce un quesito razionale: chi sta guar-
Pasolini. Psicoterapia e letteratura 53

dando realmente2 il pittore? Dove risiede il terzo vertice del triangolo?


Primo vertice: l’osservatore. Secondo: l’autore. Terzo vertice: il nome
proprio. Condizione di la possibilità per tutto il resto, Codice dei codi-
ci.
Nella seconda parte del capitolo Foucault aggiunge: una volta sco-
perto il nome proprio dobbiamo fingere di non averlo mai saputo. Dob-
biamo tornare indietro a osservarne la legge di composizione, il percor-
so vibrante che ci porta alla scoperta del nome, il movimento della
significazione, il triangolo a tre vertici che si costituisce tra l’osserva-
tore, gli occhi dell’autore e l’altra psiche nascosta, logicamente cattura-
ta, nominata. Siamo presi nella significazione, il nome è il nostro segno
– nomos, la Legge che s’installa in noi: il Codice dei Codici – l’autore
lo mostra e lo nasconde, così l’osservatore oscilla (si barcamena), cer-
ca di dare un senso alle cose, di inquadrarle, immagina.
La linea serpentina si muove tra la parte alta del quadro (i reggenti)
e la parte bassa (gli osservatori), interseca la linea mediana (il pittore).
Velázquez non è solo sulla linea mediana, ci sono più cose e persone.
Un mondo di cortigiani, damigelle, nani, un cane calpestato dall’italia-
no Nicola Pertusato; infine la bambina, al centro del quadro, nella zona
dove si concentra il fuoco dell’osservazione. Un mondo che la pura
Legge nasconde.
Riconoscere la legge di composizione e sospenderla per tornare a vi-
brare. Pasolini scrive che la nominazione è necessità, Codice dei codi-
ci, condizione di possibilità del mondo. Prima il nome. Mi sembra che
per Pasolini si tratti di una questione etica. Pasolini e Foucault condivi-
dono l’idea che per creare bisogna partire dal nome proprio come desi-
gnatore rigido, la prima parte del primo capitolo di Le parole e le cose
va dimenticata, ma è una significazione originaria, senza di lei, nessu-
na linea di derivazione serpentina. Pasolini si rivolge a Eco in questo
modo:

Il “ragazzo biondo” (o la Regina d’Inghilterra) potrebbe essere anche foto-


grafato, o dipinto, o scolpito. Insomma potrebbe essere segno iconico di se
stesso nell’ambito di molti sistemi di segni, ognuno col suo codice specifico.
Ma egli non sarebbe mai codificabile in nessuno di questi segni, se non fosse
prima di tutto decodificabile nel sistema di segni della Realtà come Autorive-

2 Il termine realtà qui non ha nulla a che vedere con il Reale in Lacan. Si tratta di
due riflessioni, quella di Pasolini e quella di Lacan, profondamente diverse.
54 Follia e creazione

lazione o Linguaggio Primo, attraverso il suo codice che è dunque il Codice dei
Codici (Pasolini, p.284).

Quando Pasolini scrive, nel giugno 1965, questa recensione del sag-
gio Lo stile indiretto libero in italiano, di Giulio Herczeg, mostra una
certa insistenza sull’aspetto psicologico - linea mediana tra grammati-
ca e sociologia - per esplicitare le forme della relazione con “un’altra
psiche”:

La cosa più odiosa e intollerabile, anche nel più innocente dei borghesi, è
quella di non saper riconoscere altre esperienze vitali che la propria: e di ricon-
durre tutte le altre esperienze vitali a un’analogia sostanziale con la propria. È
una vera offesa che egli compie verso gli altri uomini in condizioni sociali e
storiche diverse (Pasolini, p. 90).

Può accadere anche al clinico, il più innocente dei borghesi è anche il


più innocente dei terapeuti. Pensa a una funzione universale dell’Io e non
s’interroga sull’origine dell’Io. Dimentica Nietzsche e Bateson, assorbi-
to nel gergo professionale appreso all’università, analizzato da analisti di
una sola scuola, formato attraverso letture scolastiche. Quell’Io appartie-
ne al borghese (direbbe Pasolini), al membro tipo di una classe media,
nevrotico, frustrato da una professione che forse richiederebbe differenti
disposizioni.
Che cos’è dunque lo stile? Stile e discorso. Nelle pratiche sociali c’è
un rimando dell’uno all’altro. Ogni pratica sociale critico-riflessiva è
questione di stile, parte dall’analisi del discorso, dai suoi dettagli. Se ne
descrivono gli effetti nella relazione sociale, le forme permettono di co-
struire lo stile di una cultura, il modo di segmentare la realtà.

4. Introspezione vicariante, imbroglio e tradimento

Chi trucca è già sempre fuori dal legame, chi tradisce ha lacerato un
legame che c’era. Ma lo ha lacerato per presentarne uno diverso, ha la-
cerato un legame di benessere da palestra, happy hour, ammiccamenti
televisivi. La grande letteratura è tradimento, la piccola trucco, scrivo-
no Deleuze e Parnet nel loro Dialogue. Per connotare il trucco, Pasoli-
ni usa un termine sociologico: borghese. Indica un sistema culturale a
partire da un orizzonte storico. L’autore preso dal mercato intercetta le
censure editoriali per passarla liscia. Guarda il mercato.
Pasolini. Psicoterapia e letteratura 55

Mi piace pensare all’ammirazione reciproca tra Poe, Hawthorne e


Melville, o a quella tra Joyce e Svevo, ai movimenti Parigini, Londine-
si, Viennesi in letteratura e nelle arti figurative, alla beat generation,
all’ammirazione di Griffith per Pastrone. A riconoscimenti concreti,
politiche dell’amicizia. Qualcosa che permette la libera espressione
fino in fondo, dove si incontrano storie e opere. Lo stile libero indiret-
to dà voce all’altra psiche, emergenza di nuove forme culturali. Non si
fa andar bene tutto, come la postmodernità. Prende posizione.

Nel caso che un autore sia costretto, per rivivere i pensieri del suo
personaggio, a rivivere le sue parole, vuol dire che le parole dell’auto-
re e quelle del personaggio non sono le stesse: il personaggio vive dun-
que in un altro mondo linguistico, ossia psicologico, ossia culturale,
ossia storico. Egli appartiene a un’altra classe sociale. E l’autore dun-
que conosce il mondo di quella classe sociale solo attraverso il perso-
naggio e la sua lingua (Pasolini, p. 90).

Pasolini scrive in corsivo, segnala l’importanza dell’argomento. Se l’au-


tore conosce il mondo psicologico, culturale, sociale altro solo attraverso
la propria lingua, non può che rinunciare a cambiarlo. Può cambiare se
stesso. Cambiare la propria lingua: scrivere in romanesco, da friulano, di-
ventare straniero a se stesso, come insegna il teatro di Brecht.
Nel libero indiretto c’è empatia (Einfühlung), introspezione vica-
riante. Nella comunità testuale, un attraversamento che trasforma le
cose sotto gli occhi di chi legge, ascolta. Ci si trova immersi, senza ac-
corgersi, nelle comunità del testo, del discorso. Attraverso l’inconscio.
L’intropatia, è sempre presuntiva - con una disposizione alla fallacia -
può essere simpatia o antipatia. Richiede sempre una presa di posizio-
ne. Potremmo descrivere il discorso della psicoterapia come un infinito
dibattito intorno al transfert, tra neutralità e scambio affettivo.
Le considerazioni pasoliniane sullo stile indiretto libero hanno qual-
cosa d’importante da insegnarci intorno al transfert. Ci inducono a se-
guire una curiosità (Cecchin, 1988) a-finalizzata, che dipende dalle
sensazioni, dalla posizione, dalla passione. Un passo indietro dalla mi-
mesis; in questa “lunga citazione attenuata” ci troviamo ad amare la re-
lazione che si va costituendo.
Lo scrittore gode di maggiore libertà rispetto al terapeuta, ma il tera-
peuta neutrale non ha posizione, non c’è, appollaiato sulla poltrona, fe-
dele alla teoria e alla tecnica che lo guideranno, cerca l’identico nella
differenza, l’assoggettamento nel soggetto. Rappresenta l’accademico,
56 Follia e creazione

pensa che il suo stile dipenda dalla forma. Il terapeuta mimetico corre
un altro rischio, come nella sociologia militante, si posiziona dentro
l’anima dell’altro, senza considerare la differenza, la sua empatia è in-
fallibile, e non riesce a rimanere un passo indietro. Mai innamorarsi
troppo delle proprie ipotesi.

5. Edipo nel discorso libero indiretto

Che Pasolini ammirasse la psicoanalisi, si mostra nella prima parte


dell’Edipo Re:

Avevo due obiettivi nel fare il film: il primo, realizzare una sorta di autobio-
grafia assolutamente metaforica, quindi mitizzata; il secondo, affrontare tanto
il problema della psicoanalisi quanto quello del mito. Ma invece di proiettare il
mito sulla psicoanalisi, ho riproiettato la psicoanalisi sul mito. (Pasolini, Le re-
gole di un’illusione - Quaderni, 1991)

La prima serie di sequenze presenta una lettura freudiana di Edipo,


solo trasformata. Nell’epoca a cavallo tra le due guerre, il padre, vesti-
to da soldato, pensa: “Tu sei qui per prendere il mio posto nel mondo,
ricacciarmi nel nulla e rubarmi tutto quello che ho. La prima cosa che
mi ruberai sarà lei, la donna che io amo. Anzi già mi rubi il suo amore”.
Pensiero che, come nel film muto, si presenta sullo schermo come la
scritta su una lapide. L’inquadratura alterna il volto severo del giovane
padre al bambino piangente nella culla. Immagine soggettiva libera.
L’intonazione di questo Laio sembra proiettiva3. In questa sequenza,
sono anticipate le posizioni critiche dell’AntiEdipo di Deleuze e Guat-
tari. Non è la pulsione di Edipo verso la madre, assente in questa se-
quenza, bensì lo zelo di un padre militarizzato. Le parole scritte sulla
lapide, sono definitive. La proiezione psicoanalitica sul mito dà vita a
una teoria culturalmente incarnata. Le altre tre serie di sequenze regre-
discono, la seconda è ispirata dal mito arcaico, descrizione delle vicen-
de di Edipo in sequenza temporale progressiva, dove storia e narrazio-
ne coincidono; la terza (prima parte del secondo tempo) è la tragedia di
Sofocle; la quarta è Edipo a Colono – morte e scelta di sepoltura da par-

3 Richiama i ricordi della figura del padre di Pasolini (ufficiale dell’esercito) e del
rapporto stretto di Pier Paolo con la madre, con la quale si trasferirà a Roma. I due
verranno raggiunti dal padre successivamente, le ragioni del trasferimento di Pa-
solini sono state sufficientemente descritte nelle sue biografie.
Pasolini. Psicoterapia e letteratura 57

te di Edipo. Ad Antigone viene sostituito Angelo e la Colono ateniese è


ricollocata nella campagna lombarda, prima che questo territorio fosse
definitivamente devastato dalla barbarie edile e politica.
Le due parti centrali, girate in Marocco, mostrano autorità maschili
minacciose, Laio, nella seconda serie (il mito arcaico), Edipo, nella ter-
za (la tragedia). Nel mito la figura autoritaria del padre si erge a ostaco-
lo, con la lunga barba e l’altissima corona, spazzata via dalla ribellione
del figlio naturale. Sullo sfondo una famiglia adottiva (la relazione) af-
fettiva, amorevole, che Edipo è costretto ad abbandonare. Il legame
della relazione viene scambiato con il legame di sangue.
Poi la tragedia di Sofocle, temporalità geometrica. Edipo si trasfor-
ma da principe illuminato in tiranno paranoico, scoprendo alfine le sue
origini. Si cava gli occhi e si auto bandisce dal proprio suolo, vagando
indefinitamente, così come Freud farà un’autoanalisi della quale non
verrà mai a capo. Questo è l’Edipo freudiano, temporalità geometrica
che si trova pure nel dramma familiare di Teorema, altra opera magi-
strale di Pasolini. L’illuminismo portato alle estreme conseguenze non
può che annientare se stesso, versione di quel che accade a Freud di
fronte all’antisemitismo e anticipazione di quel che accadrà a Pasolini
stesso.
Infine consolazione della morte, che in Sofocle si mostra nella ri-
chiesta di Edipo a Teseo e agli abitanti di Colono, richiesta di sepoltu-
ra, di risignificazione: “Quelle non furono azioni, furono sofferenze”.
Nel film una richiesta ad Angelo di fermarsi qui.
Nelle tre le parti del film successive alla prima un gesto ricorrente di
Edipo (Franco Citti): si morde la mano nello spazio tra il pollice e le al-
tre dita. Immagine soggettiva libera, mostra l’emergere inquietante
dell’inconscio, gesto privo di significazione, sintomo.
Un capolavoro di regressione dal monopolio psicoanalitico del sape-
re su Edipo verso una pluralità narrativa che comporta l’obbligo (non il
desiderio) di Edipo di sposare Giocasta, la regina, come compenso do-
vuto a chi ha ricacciato la sfinge nel baratro. Per Pasolini Edipo non ri-
solve alcun enigma, mostra forza bruta, sordo rifiuto di ascoltare. Get-
ta la sfinge nell’abisso al termine di questo colloquio:

Sfinge - “C’è un enigma nella tua vita, qual è?”


Edipo - “Non so, non voglio saperlo”
Sfinge - “È inutile. L’abisso in cui mi spingi è dentro di te”.
58 Follia e creazione

L’Edipo di Pasolini è un omaggio e una critica alla psicoanalisi.


Omaggio per avere affrontato l’enigma della sfinge, critica di un cor-
pus dottrinale chiuso. È un contributo alla possibilità di fornire una let-
tura molteplice della condizione umana e della stessa psicoanalisi
come teoria aperta, contaminabile sotto differenti punti di vista. Come
direbbe Gregory Bateson, uno studio assai più complesso, non tanto di
Edipo - l’uomo che rifiuta di guardare il proprio enigma - ma della
Sfinge che, immobile, interpella l’origine abissale del nome proprio.
59

PIETRO BARBETTA - NADINE TABACCHI


IV.
DIALOGO SULLA SCHIZOFRENIA

Immaginiamo che due persone possano parlare un giorno della schizo-


frenia in modo libero, senza negare la sofferenza umana, senza entrare nel-
la metafora della schizofrenia come malattia devastante e incurabile, senza
sottovalutare il fastidio e lo spavento delle voci, dei deliri, delle visioni,
senza neppure sottovalutare i rischi di aggravamento presenti nella cura
della schizofrenia. Ascoltando, con coraggio e senza pregiudizi, anche i
punti di vista più lontani dagli odierni accreditamenti scientifici (come l’o-
pera di Deleuze e Guattari), senza considerare gli ultimi studi sui neurotra-
smettitori come il nuovo vangelo della salute mentale. Al contrario, un po’
per spirito critico, un po’ perché si tratta di due bastian contrari, questi due
nostri dialoganti si entusiasmano ancora sulle pagine dell’AntiEdipo e con-
siderano il DSM una raccolta di principi dormitivi. Due ossimori: un Don
Chisciotte supposto sapere e un’Ipazia visionaria. Qui si convien lasciare
ogni sospetto. Non parliamo di schizofrenia, dialoghiamo con la schizofre-
nia come un terzo personaggio della scena, personaggio che non sta nella
testa del Quijote e neppure in quella di Ipazia, che emerge dalla conversa-
zione come una terzità, una conoscenza del terzo tipo.

Quijote: Come descrivi quella cosa che si chiama schizofrenia?

Ipazia: La tua domanda è puntuale perché sa porre da subito una “apo-


ria”. A qualcuno potrebbe sembrare mal posta. Perché non dire direttamen-
te “come descrivi la schizofrenia”? Poiché tale seconda domanda presup-
porrebbe che l’entità di cui si discute sia almeno un po’ certa e unitaria e
avesse almeno una risposta altrettanto netta e univoca. Così non è. Quella
cosa che si chiama schizofrenia è un grande vaso di Pandora, un variegato
calderone di anomalie, problematiche, misteri e ricche screziature. Per
questo motivo la domanda è estremamente esatta: sa problematizzare una
diagnosi complessa evitando di ridurla a qualche appellativo.
60 Follia e creazione

Detto questo: come la descrivo? Lontana dal volerla chiamare malattia


poiché solo questo non è, ma distante anche dal volerla mistificare, dirò fin
da subito che la schizofrenia è un inferno. Somigliante a quello dantesco:
voci, dolore, persecuzione, dannazione e talvolta sangue. Il tutto in endeca-
sillabi e trentaquattro canti e una testa mangiata come “fiero pasto” da
“quel peccator”. Perciò mi verrebbe da controbatterti: “Tu vuò ch’io rino-
velli disperato dolor che ‘l cor mi preme”?

Quijote: Hai toccato l’argomento, nello stesso tempo hai definito un ter-
reno poetico nel quale entrambi ci possiamo esprimere, almeno momenta-
neamente, o forse per mantenere, durante tutto il colloquio, l’allegoria.
L’inferno e il paradiso perduto. Qual è la differenza tra queste due condi-
zioni, mi pare che alcuni di noi sperimentino soprattutto la seconda, altri
la prima, altri entrambe. Mi piacerebbe parlare di questa differenza: Dan-
te e Milton. “Pieno di dubbio sto, se pentirmi ora del peccato commesso e
occasionato, o gioire”.

Ipazia: La differenza sta nella coscienza. Chi anela un paradiso perduto,


ha almeno un’idea di paradiso e almeno un dubbio alla Milton: “se pentir-
mi … o gioire”. Unitamente alla coscienza si dà la scelta. Milton può sce-
gliere. Invece il Conte Ugolino si forbirà eternamente la bocca coi “capel-
li del capo ch’egli avea di retro guasto”.
L’inferno dello schizofrenico è simile alla dannazione eterna. Inoltre è
denso di incoscienza e per certa parte d’impotenza. E la testa che si sta di-
vorando è la propria.
Spostandoci di terreno poetico potremmo incontrare la bella definizione
della morte di Wislawa Szymborska: “Occupata ad uccidere, lo fa in modo
maldestro, senza metodo né abilità”. La schizofrenia è così, errante e cao-
tica. Peccato che a differenza della morte della Wislawa, quel che uccide è
ciò che la produce. In Filosofia della Scienza verrebbe etichettata come
“causa funzionale” che ha a che fare con un insidioso retroterra di cause te-
leologiche (ancora troppo aristoteliche). Rispetto alla cruda spiegazione
epistemologica, quella poetica è più vivida e sagace. Perciò la preferisco.
Tornando a inferno/paradiso perduto potremmo anche dire che il secon-
do caso porta con sé la mancanza e la nostalgia del regno dei cieli. Della
speranza e della gioia che si possono avere o perdere. L’inferno non è solo
assenza di paradiso - sennò, dantescamente, tale mancanza potrebbe essere
anche limbo o purgatorio - è un’alterità opposta, ove forse nemmeno la no-
stalgia ha una sede. Forse la depressione potrebbe essere un paradiso per-
duto, si ha l’idea di cosa è la non-felicità. La schizofrenia invece, senza ri-
Dialogo sulla schizofrenia 61

vendicare statuti ontologici superiori, non ha banalmente idee alle quali


rapportarsi schematicamente. Non è mai un “rispetto a X” è solo “Y” tout
court. Ha solo convulsi conati di stranezze, ha il suo inferno con cui si au-
to-sostanzia.

Quijote: Nell’AntiEdipo si parla della schizofrenia come di un’istanza


irriducibile alla famigliola edipica, un’istanza che coinvolge continenti,
razze, potremmo aggiungere religioni, politiche, mondi. Gioia che lascia
scandalizzati i benpensanti. Ciò ha suscitato grave scandalo, però è un’at-
traente prospettiva erasmiana. In un’epoca non dominata dalla psichia-
tria, l’Elogio di Erasmo aveva fatto meno scandalo. Come lo spieghi.

Ipazia: Kuhn mi aiuterà a risponderti. Credo che lo scandalo sia stato


dettato dallo scontro col paradigma dominante, l’AntiEdipo si oppose sia
alla matrice disciplinare sia agli esemplari che, secondo Kuhn, formano il
paradigma. Kuhn era un costruttivista sociale, figura che pose in essere la
crisi dell’epistemologia. Egli riteneva che le teorie scientifiche fossero del-
le convenzioni accettate, insegnate e condivise all’interno di una data co-
munità scientifica. All’epoca di Erasmo, l’Elogio non fece uguale scanda-
lo probabilmente perché non c’era lo stesso paradigma psichiatrico. Inoltre
la follia era una parte dell’uomo, come lo erano altri appetiti, altre facoltà,
altre attinenze. Idee fortemente mutate.
Agli scandalizzati benpensanti vorrei rispondere con la seguente osser-
vazione: la famigliola edipica sta alla schizofrenia come la meccanica new-
toniana sta alla meccanica quantistica. Quello che vale per un pallone, non
vale per un atomo e nemmeno per l’immensamente grande. Non intendo
dire che la meccanica newtoniana sia inutile, anzi, nel mondo dei corpi di
misure né enormi né microscopiche funziona benissimo, ma quando si av-
vicina all’atomo e va a frugare fra i suoi fantasiosi elettroni, che sanno es-
sere talvolta delle onde talora particelle, la fisica classica si riempie di ano-
malie insanabili. La schizofrenia è un’istanza che coinvolge continenti,
razze e mondi. In questo non è diversa dai fotoni che sguazzano in ogni
cosa o dagli elettroni che frusciano all’interno della materia. Capire le par-
ticelle microscopiche è capire il mondo. Per capire la schizofrenia con tut-
ti i suoi annessi servono entità infinitesimali che sanno rispondere a impo-
nenti domande e che lasciano aperte anche possibilità che
macroscopicamente appaiono assurde. Metaforicamente simili al dualismo
onda-particella o al Principio di Indeterminazione di Heisemberg. Dove
devi accettare l’indeterminatezza di una risposta a una domanda se vuoi ri-
spondere a un’altra.
62 Follia e creazione

I fisici mi perdoneranno se gioco con le loro parole, ma la meccanica


quantistica e la relatività einsteiniana hanno un fascino così irrefrenabile
per me da non poter resister loro. Posso sempre giustificarmi assumendo la
tesi secondo la quale una manifestazione della schizofrenia (come ricorda-
no gli psichiatri) è fare discorsi che non hanno alcuna connessione logica.
È saltare di palo in frasca. Lo sto facendo, ma la mia diagnosi me lo per-
mette. Una volta forse questa cosa si chiamava anche poesia o creatività o
fantasia. Forse ai tempi di Erasmo, forse per Deleuze. Nel Mondo Nuovo
queste definizioni sono state probabilmente soppiantate da altre più utili ed
efficienti. Immagino una rivisitazione di Huxley che contempli un sacco di
“Edipini” in tuta color kaki.
Concludo con questa il-logica domanda: Il gatto nero è vivo o è morto?
Lo vogliamo osservare?

Quijote: Bene, par che stiamo entrando nella carne viva della questio-
ne. La fisica accetta l’idea che teorie contrastanti spieghino fenomeni dif-
ferenti, la matematica accetta l’idea che logicisti, costruttivisti, formalisti,
intuizionisti, ecc., abbiano posizioni differenti, che approcci differenti crei-
no mondi differenti e possano concepire forme matematiche altrettanto
belle in diversi campi. Lo strutturalismo piagetiano si fonda sulla teoria
dei gruppi di trasformazione elaborata dal gruppo Bourbaki, lo struttura-
lismo deleuziano sui sistemi infinitesimali di analisi matematica, la teoria
del double bind parte dalla teoria dei tipi logici di Russell, ecc.
L’unico campo, che ha pretese scientifiche totalitarie oggi pare essere il
campo psi. Da una parte il numero degli psichiatri psicofarmacologi e psi-
cologi behaviouristi, che hanno persino ripreso a difendere una pratica di-
sumana come l’elettroshock, dall’altra quella parte degli psicoanalisti che
ancora stanno chiusi nella torre d’avorio delle sedute quattro volte la set-
timana per vent’anni, si scontrano come due eserciti identici, condividono
la medesima epistemologia del potere, Eteocle e Polinice. Devastano l’a-
nima del soggetto, mancandogli di rispetto, basti osservare come, entram-
bi - e non l’uno meno dell’altro – guardino alle patologie come piaghe da
debellare, come difetti da riparare, un antiumanesimo perverso. Il gatto in
questo caso potrebbe essere il delirio inascoltato dello schizofrenico, per
entrambi è sintomo tout court, non importa il contenuto. Il delirio per gli
uni è una ragione per somministrare neurolettici, spesso a dosaggi elevati,
per gli altri è il segno della distruzione dell’Ego. Entrambi hanno in comu-
ne una convinzione radicata: la schizofrenia è inguaribile. Bene disse una
volta Marcelo Pakman: se è inguaribile, allora, a potiori, è il caso di ri-
spettare i diritti umani di chi ce l’ha.
Dialogo sulla schizofrenia 63

In generale, la questione della guarigione nel campo della mente è


questione pericolosa, la radice del termine guarigione è comune a quel-
la del termine guerra. Ciò che proprio non si addice al mondo della vita
mentale è pensare in termini di guerra, ridurre la vita a una guerra. La
cura non guarisce perché riguarda la vita, il farmaco va bene se miglio-
ra la vita, se è accompagnato dal colloquio e dalla rete sociale, dal desi-
derio, dalla possibilità di accrescere il numero delle mie possibili scelte.
Continuo a possedere l’habeas corpus, i miei diritti di cittadinanza van-
no rispettati.

Ipazia: Hai squarciato il velo di Maya, affondandoti nella questione giu-


sta. Vi sono parecchie osservazioni da fare a riguardo. Innanzitutto partirei
da questa domanda: guarire da cosa? Da se stessi. Guarire dal mio delirio
non è come sconfiggere un cancro. Il delirio, nella vita dello schizofrenico
non è come un tumore (che Oriana Fallacia aveva ben impersonato col ter-
mine di “alieno”), non è nemmeno come il diabete, nonostante tale malat-
tia venga usata spesso come metafora in psichiatria per giustificare la ne-
cessità degli psicofarmaci come è necessaria l’insulina. Il delirio è intimo.
Non è un corpo estraneo ma è tutto. È quello in cui credi, di più, sono pen-
sieri nei quali riponi tutta la tua fede. Al di là delle allucinazioni e degli al-
tri sintomi dello schizofrenico, il delirio è la visione del mondo della per-
sona malata. Visione distorta? Indubbiamente si. Ma è quel che vedi, senti,
temi, odii. È tanto di quel che sei. Il diabete è una condanna, il delirio è una
ingiusta amplificazione. Nella sua base sta il germe della persona, il seme
del contenuto del pensiero di un essere umano. Ambedue sono errori, ma
sono qualitativamente diversi. Ontologicamente opposti.
Guarire dalla schizofrenia è guarire dai propri contenuti. Per certa parte
questa guarigione è disumana. Si attua con antipsicotici. Cosa rimane di
una persona, sebbene condannata a un destino di follia, quando un farma-
co modifica non solo e banalmente il funzionamento di un neurotrasmetti-
tore ma il contenuto delle sue idee trasformandola da “perseguitata” a ve-
getale? Nel mio caso mi chiedo spesso cosa è rimasto di me non solo dopo
l’esperienza psicotica ma anche dopo l’esperienza di tutti quei farmaci. E
mi chiedo spesso cosa sarei se smettessi di prenderli. Tornerei quella che
ero? Avrei nuovamente un’emergenza psicotica? Oppure potrei alzarmi ed
essere me stessa, magari guarita, anche smettendo di essere curata? Sono
domande alle quali gli schieramenti di cui parli (psichiatri psicofarmacolo-
gi – psicoanalisti), darebbero senz’altro risposta negativa. All’incurabilità
è annessa la distruzione della speranza. Ad ogni modo è vero che il farma-
co serve nella misura in cui aiuta a vivere. La psichiatria con le sue terapie
64 Follia e creazione

mi ha indubbiamente salvata, ma nella misura in cui sono riuscita a salvar-


mi dalla psichiatria.

(silenzio)

Ora ho un’altra questione da affrontare. Nelle scienze rigide e perfette


come la matematica o la fisica, sono accettati, contemplati e condivisi si-
stemi teorici che fra loro non hanno nulla a che fare e che producono visio-
ni opposte del mondo. Eppure si adoperano, perché si valutano sulla base
della loro utilità empirica oppure sulla base del buon senso, dell’eleganza,
della bellezza, della semplicità, dell’unità e dell’accrescimento della scien-
za. Insomma, discipline così ferree accettano senza scandali virtù sovraem-
piriche che fanno preferire una teoria all’altra, oppure contemplano all’in-
terno di una stessa teoria conseguenze fortemente ambivalenti (come il
dualismo onda-particella). I fisici non avranno cambiato i paradigmi facil-
mente ma l’hanno fatto quando è stato necessario. Per contro, discipline
così vaghe e ampie come la psichiatria o la psicoanalisi, capaci di spiegare
tanto se non troppo (psicoanalisi che Popper bollò come troppo vasta, quin-
di difficilmente falsificabile, quindi pseudo-scientifica), si arroccano sulle
loro posizioni con assoluta prepotenza. Penso a questo: quella città che raf-
forza le sue mura non teme forse la guerra? E non teme anche la sua debo-
lezza? Psichiatria e psicoanalisi vivono ancora di queste angosce, sono cit-
tà medievali, con i loro Principi, la loro nobiltà e i loro nemici. Sono,
mutuando un termine popperiano, società chiuse. Ironizzando: forse hanno
un ego distrutto, se son così timorose delle opinioni contrarie. Si può ave-
re la prepotenza di spiegare un quadro di Escher fatto di geometrie non eu-
clidee con un triangolo? Come si potrà accettare nelle geometrie euclidee
che la somma degli angoli di un triangolo non sia 180°? Tuttavia la mate-
matica non si vergogna di questo. Usa un sistema oppure l’altro a seconda
dei casi e della convenienza. E nessun matematico oggi sarebbe così folle
da sostenere che esistono solo geometrie di un certo tipo, negando l’esi-
stenza di quelle d’altro tipo o viceversa. Alcuni postulati possono cambia-
re, non per i totalitarismi.

(silenzio)

Come dice Pakman, se sono inguaribile a potiori, rispettate i miei dirit-


ti. Il diritto alla conoscenza. Tutto quello che so della mia malattia lo devo
ai libri, mai medico mi ha spiegato che cos’è la schizofrenia. E per questo
silenzio, pur ammettendo la bravura indiscussa dei miei medici, non esite-
Dialogo sulla schizofrenia 65

rò a condannarli. La libertà e la consapevolezza nascono nella conoscenza.


Se nessuno ci spiega perché siamo fatti così, quali soluzioni posso attuare
dentro di me? In questo senso mi sono dovuta salvare dalla psichiatria. Dai
suoi silenzi. Dal suo non dire. Quasi a ogni visita chiedo (ormai solo per
curiosità statistica, per vedere quante n-volte hanno il coraggio di tempo-
reggiare): “Quand’è che posso smettere coi farmaci? Fino a quando dovrò
prenderli?”. La risposta nei loro occhi è: “Per sempre”. Ma nelle loro lab-
bra è costantemente “più avanti”. Siamo folli, ma non per questo stupidi.

Quijote: Da Socrate a Cusano la grandezza della cultura classica è con-


sistita nella dotta ignoranza. Da Descartes si inaugura la modernità come
hybris della certezza. Basata sul buon senso, poiché Descartes esclude i
folli da ogni possibilità di ragione. In un certo senso esiste, oltre la parti-
zione di res cogitans e res extensa un’eccedenza che è la follia, quanto ec-
cede il senso comune, quanto è incomprensibile e inaccettabile, sed amen-
tes sunt isti.
Così la follia s’inserisce in una tradizione in cui il curante ha a che fare
con un essere alienato da sé, un animale irrazionale, l’homo demens, che
diventa oggetto anziché soggetto della cura. Dobbiamo riconoscere che la
psicoanalisi cerca, per prima, un rovesciamento di questa prospettiva, at-
traverso il fenomeno del transfert. Tuttavia non ci riesce completamente, e
neppure la fenomenologia, che cerca di applicare il modello psicoanaliti-
co alle psicosi, senza però riuscire ad analizzare il contesto. Dovranno ar-
rivare Gregory Bateson, Michel Foucault e poi Deleuze e Guattari per far-
ci comprendere fino in fondo la questione della schizofrenia, di come si
costituisce e del contributo psichiatrico alla sua costituzione. Tu che ne
pensi?

Ipazia: Per contrasto, mi piacerebbe guardare ad alcune filosofie orien-


tali. Senza entrare nel dettaglio, noi occidentali veniamo spesso colpiti da
alcuni di questi sistemi di pensiero per quanto siano “totalizzanti”. La filo-
sofia orientale (mi riferisco a vari pensatori buddhisti, induisti o taoisti), è
fortemente compenetrata da più aspetti della vita di una persona, come ad
esempio la sua corporeità quindi la medicina, oppure le tecniche di medita-
zione, o le arti marziali o le cerimonie (ad esempio la celebre cerimonia del
tè), oppure la creazione dei giardini, o la pittura, fino alla creazione di sva-
riate simbologie. Insomma, quello che mi stupisce è il dialogo presente fra
piani differenti e la complementarietà degli opposti. La stessa pratica della
vita, in alcune filosofie, richiede di accettare in sé i contrasti, le diversità,
le alterità in modo tale da farle proprie e poi, abbandonandole, di poter tor-
66 Follia e creazione

nare nella quotidianità (o “nel mercato” come ad esempio accade nei “qua-
dri del toro”) sazi della verità. Noi occidentali abbiamo fatto macroscopi-
camente il percorso inverso. Abbiamo via via dicotomizzato la realtà e
anche il sapere tracciando biforcazioni e precise specializzazioni. A parte
l’idea hegeliana della sintesi, probabilmente abbiamo preferito un percorso
“ad albero” alla Descartes.
La scienza in generale si è dipartita dalla filosofia e la stessa cosa è valsa
per la medicina (ma non solo) che è divenuta sempre più settoriale. Forse nel
divorzio tra filosofia e scienza, tra fisica e metafisica si ritrova una necessità:
separare la ragione dall’irrazionalità. Se la “questione della demarcazione” è
di importanza vitale per distinguere la scienza dalla non-scienza, forse que-
sto problema ne pone automaticamente un altro sullo sfondo: a questi due in-
siemi (Scienza e non-scienza) corrispondono i contenuti di razionalità e non-
razionalità. Ma, se la scienza deve essere razionale contro la Filosofia
Scolastica (per Descartes) o in generale contro la metafisica, un uomo irra-
zionale può produrre scienza? Non penso, almeno non per Descartes (altri
epistemologi risolsero il problema della demarcazione in altri modi ad esem-
pio distinguendo tra significante e non-significante, ove la vera scienza era
significante e le “astruserie” della metafisica non-significanti). Ecco allora
porsi una necessaria suddivisione dell’uomo; per Aristotele l’uomo era razio-
nale per definizione, per Sant’Agostino il male e la follia sono da attribuire
al demonio, ma per Descartes il dubbio metodico è assillante. Come posso ri-
solvere il dubbio? Lo risolvo comprendendo che se dubito, penso. E se pen-
so, sono. Posto che sono debbo comprendere cosa conosco. Quel che cono-
sco per Descartes è quel che percepisco chiaramente e distintamente. Fra
queste cose evidenti v’è la res extensa e v’è Dio. Nella Quinta Meditazione
Cartesio ritiene che il concetto di Dio sia chiaro a tutti, se è chiaro a tutti è
vero. Perciò arriva a dedurre dal concetto di Dio la sua esistenza. Ma qua si
presenta la cosa che ritengo essere per noi interessante, Dio è una clausola ri-
chiesta da Descartes come fondamento della conoscenza. Dio diviene in Car-
tesio la condizione di possibilità della scienza proprio perché va a sanare il
dubbio. Ovvero con Dio posso essere certa che non mi sto ingannando, che
non c’è un demone maligno e che non sto sognando. In breve, anche il folle
mina la scienza (non è forse un essere che s’inganna?), Cartesio ha la neces-
sità di salvarla ponendo gli uomini razionali e ponendo Dio. È interessante
pensare al binomio scienza/follia sotto questo aspetto. Laddove la scienza
inizia a pretendere uno statuto per sé, il folle diviene qualcosa da recidere
dall’uomo e dalla ragione.

(silenzio)
Dialogo sulla schizofrenia 67

Lo sforzo psicoanalitico è senz’altro da apprezzare, come quello feno-


menologico. Come molti altri sforzi nel campo della follia. Nessuno va de-
monizzato tout court. Forse però questi sforzi sono stati maggiormente ca-
nalizzati da Deleuze, Guattari, Foucault e Bateson proprio perché hanno
saputo infischiarsene della “demarcazione” nel senso generale del termine.
Per il resto, oltre alle tematiche proposte da Deleuze, sarò sempre debi-
trice alle sue parole pronunciate nell’abbecedario. A salvarmi fu una frase
di Deleuze sulla sua vita. Fu il pensiero di un uomo prima che di un filoso-
fo sui problemi della sua stessa esistenza. Quando infatti parlò del suo al-
colismo disse che aveva compreso d’essere ammalato solo quando capì che
non era più capace di lavorare. È a questo che pensai quando non ero più
capace di comprendere i suoni e i significati delle parole che vedevo. Capii
che non ero più capace di lavorare e quindi capii di essere ammalata.

Quijote: Ecco un bell’argomento: malattia, disordine, disturbo. In in-


glese, in italiano, in altre lingue. Oppure: guarire/curare, in Inglese cure/
care, in Spagnolo curar/cuidar. Dove il curare Inglese e Spagnolo sta dal-
la parte di guarire.
Nel caso della psicoterapia è una battaglia contro i mulini a vento. Il te-
rapeuta, vero Don Quijote, delira comunque. Quando cerca disperatamen-
te di portarsi sull’Evidence Based, imita il Medico, come il Quijote imita-
va la Cavalleria. Entrambi leggono solo libri di Cavalleria/Evidence
Based nell’illusione di farne parte, entrambi si trovano di fronte a fanta-
smatici mulini a vento, convinti che quelli siano il nemico, nel caso degli
psicoterapeuti la malattia. Altri terapeuti, in verità sempre meno, cercano
il desiderio come il Quijote insegue la sua Dulcinea del Toboso. Qui non
c’è bisogno di guerra, bensì d’amore. Un delirio differente, la persona vie-
ne con i suoi fantasmi devastanti, posso arruolarla come un Sancho Panza
al combattimento, sconfiggendo quel fantasma per farne sorgere un altro
più inquietante, posso amarla, creare un legame affettivo, gli psicoanalisti
la chiamano traslazione i sistemici risonanza. In questo caso andiamo en-
trambi a trovare Dulcinea, nella direzione del desiderio. Per parafrasare
le parole della Sulamita nel Cantico dei Cantici: “Mi sono seduta all’om-
bra di colui che avevo desiderato”.
È una linea filosofica diversa, parte da Giordano Bruno, dalle Ombre
delle idee e dagli eccessi degli Eroici furori, oppure dalla lucida analisi de-
gli affetti di Spinoza.
La schizofrenia può essere trattata come in Descartes: “sed amentes
sunt isti”, con una partizione. In fondo il trattamento morale, come de-
scritto da un personaggio di Dostoevskij – curare la follia con la logica –
68 Follia e creazione

altro non è che terapia cartesiana. Oppure? Questo mi interessa sentire


dalla tua parola. È un’eccedenza, così come la descrive la Kristeva, sulla
scorta dei furori bruniani, è una distruzione? Come vorrebbero gli psicoa-
nalisti dell’Ego? Una via d’uscita simile alla creatività, come scrive Bate-
son? Un’estrema e coraggiosa diserzione dal mondo, che crea nuove e
molteplici linee di fuga, come scrivono Deleuze a Guattari? Tutte questa
cose insieme? Qualcuna soltanto? Dall’interno com’è?

(silenzio)

Il clinico che si è avvicinato di più alla descrizione esterna della schizo-


frenia è probabilmente Louis Sass nell’opera Madness and Modernism,
pubblicata oltre dieci anni fa e quasi del tutto ignorata in Italia. Al contra-
rio della stragrande maggioranza delle teorie, che descrivono, in un modo
o nell’altro, la schizofrenia come un fenomeno di deterioramento mentale
e di perdita delle capacità cognitive, Sass la descrive come un fenomeno
iper-riflessivo.
La fase definita trema, termine riperso dal teatro, indica confusione e
spavento. L’attore li prova nei momenti immediatamente precedenti all’en-
trata in scena. La fase di apofania, in cui l’episodio delirante si manifesta
pubblicamente. Le fasi antecedenti al trema e all’apofania sono considera-
te da Sass momenti di marcata iper-riflessività, che parte dal piano percet-
tivo. Un banale oggetto, poniamo una bottiglia, desta l’attenzione, allo
stesso modo in cui un pittore, poniamo Morandi, s’interessa alla bottiglia
sul piano estetico. Aisthesis indica l’affezione dei sensi, un aspetto forse
trascurato dalla psicoanalisi classica.
Foucault, quando scrisse l’introduzione all’opera Sogno ed esistenza di
Binswanger, rimproverò a Freud la mancanza di attenzione verso l’imma-
ginario onirico, riducendo l’analisi al rapporto diretto, senza mediazione,
tra elemento del sogno e sintomo. È chiaro che in quest’ottica, adottata so-
prattutto dalla lettura nord-americana di Freud, il padre della psicoanali-
si sembra presentare l’uomo sano come uomo senza sintomi.
Così suggeriscono, in modo sconcertante, le patografie dei diversi arti-
sti e scrittori. Gli è che la psicoanalisi si è poco confrontata con la psico-
logia della percezione di stampo gestaltico, mantenendo una pretesa uni-
versalità del proprio sapere. Il prezzo è stata una sottovalutazione
dell’immaginario, considerato terreno pericoloso, e una sopravvalutazio-
ne della Legge diagnostica. Così la schizofrenia, esplosione dell’immagi-
nario che si trasforma in reale, inquieta il benpensante, terrorizzato dagli
eccessi, dalle eccedenze che caratterizzano la natura umana.
Dialogo sulla schizofrenia 69

Sass si è sbarazzato da tutto un vecchio armamentario che ha pensato la


schizofrenia come disturbo del pensiero, infatti analizza nei dettagli il cam-
biamento degli umori e degli affetti, che ampliano e rendono più comples-
so il pensiero.
L’idea del deterioramento cognitivo giustificava la somministrazione
precoce e massiccia del farmaco come rimedio, negando spudoratamente
che, semmai, erano proprio le dosi massicce dei vecchi neurolettici a pro-
durre una serie di effetti collaterali che agivano sulle componenti cogniti-
ve. L’idea del social impairment - quando l’argomento cognitivo ha mo-
strato la corda – sta per fallire, perché il disadattamento sociale non è
affatto fenomeno unico o tipico della schizofrenia.
I miei mulini a vento: sconfiggere lo sguardo clinico terrorizzato dalla
schizofrenia, che ha fatto di questo disordine una metafora che ha contri-
buito in questi lunghi anni a costruire il danno. Ci si domanda ancora oggi
come mai ci siano reparti di ricovero strapieni, dove la psichiatria sceglie
e predilige il paradigma della pericolosità, e reparti quasi sempre vuoti,
come nell’esempio di Trieste, che resiste alle maldicenze e alle invidie di
coloro che sono incapaci, o anche impossibilitati, a seguire pratiche an-
tioppressive, che non hanno il coraggio di fare una battaglia per il diritto
di cittadinanza dei pazienti.

Ipazia: Dall’interno è banalmente quella cosa che ami e odi di te. Se da


un lato sai che spesso è la tua possibilità e ricchezza, dall’altro non dimen-
tichi mai che è la tua condanna e limite. Dire di amare e odiare la schizo-
frenia ai benpensanti parrà non solo tanto, bensì troppo. A loro l’amore po-
trà sembrare eccessivo. Eppure, come già detto, se il delirio per quanto
assurdo è intimamente parte di quel che sei, odiare sé stessi in toto risulta
particolarmente difficile anche a uno schizofrenico. Intendo dire: non sono
la schizofrenia, ma la schizofrenia è mia, nel bene e nel male.
Dall’interno e meno banalmente, ho sempre tentato di spiegare il mio
percorso schizofrenico avvenuto negli anni, come un movimento triadico
(che nel mio caso scopro essere anche ciclico): partendo dal pathos, attra-
verso il patire per giungere al patologico. Tali mie auto-schematizzazioni
della malattia, prive di autorevolezza, mi servono per gestirla. Incasellarla
e osservarla è utile, in un certo senso, a curarmela. La schizofrenia è una
gestazione lunga anni, trovarne l’inizio è quasi impossibile. Eppure per l’i-
dea che conoscendo il proprio nemico si possa sconfiggerlo, queste auto
analisi mi spingono a trovarne l’incipit in modo tale da avere la speranza di
evitare le ricadute se conosco le sue manifestazioni iniziali. È come gioca-
re a scacchi, devi prevedere le mosse dell’avversario. Ovviamente senza
70 Follia e creazione

patologizzare anche questa partita e senza cercare convulsamente e senza


sosta un perché o un come, che spesso non c’è.
La schizofrenia è tutto quello che si dice che sia, forse di più. Eccede
quelle definizioni e in tanta parte, spiegartela è per me impossibile. È indi-
cibile in molti suoi risvolti. Non te la so raccontare e forse è meglio così, ap-
partiene alle dimensioni insondabili dell’uomo. Per quanto posso dire, cre-
do che questa sorga nel pathos, nella drammaticità e nella passionalità. Sono
questi i sentimenti nei quali inizia e corrispondono alle definizioni che tu
citi: è un’eccedenza ed è simile alla creatività. Il fervore e il desiderio del
pathos fanno diventare la persona schizofrenica simile a un essere dai mille
tentacoli che tutto abbraccia e tutto afferra e nel quale un vispo tentacolo fa
da ponte (da associazione) con un altro tentacolo. È un essere poroso, che
assorbe tutto. È la malattia dell’associazionismo sfrenato e da questo trae
tanto beneficio quanto dolore. Lo schizofrenico è un io che inizia a proiet-
tarsi su tutto, che tutto divora, mescolando acutamente e in modo malevolo
ingredienti opposti. In un certo senso inizialmente ama tutto, perché il mon-
do diviene nella sua totalità la condizione di possibilità per tracciare un’in-
finità di connessioni. La realtà esterna è una miriade d’idee da filare, trame
e orditi da tessere in tutti i colori e con tutte le fattezze. È, per rubare una me-
tafora psichedelica, un sogno in tecnicolor. In questa situazione nulla è trop-
po al di là, nulla si pone al di fuori, tutto è assimilabile e trasformabile con
assoluta e sincera creatività. Ecco allora sorgere le linee di fuga, le coraggio-
se diserzioni sul mondo, le vie impensabili e illogiche di cui è inzuppata la
mente dello schizofrenico che diviene sempre più senza limiti fra realtà e
finzione. Se il mondo può essere tutto, perché mutilarlo credendo solo nel
reale? È vero, la possibilità non ha portata esistenziale, ma ha nel suo con-
cetto la concessione di mille e più molteplicità che possono essere anche
solo nella mente. A Cartesio non piacerebbe affatto!
Quando tutto ciò diventa patire? Ti sembrerà una risposta folle o azzar-
data, ma lo diventa quando senti che stai divenendo incomprensibile agli
altri. Ma non è perché sono irrazionale che gli altri non comprendono, ben-
sì perché l’io si è così proiettato e screziato in tutte le direzioni che senti
che il divario con l’altro diventa insanabile. È come se l’altro fosse rimasto
così fermo da fossilizzarsi, mentre lo schizofrenico si percepisce come una
sostanza evaporata in miriadi di particelle, pregna di tutto. Questo patimen-
to è dolore verso il deserto che è univocità di significati rispetto alla molte-
plicità. Invero l’altro non è che non capisca e forse nemmeno sa che in me
o nello schizofrenico, sta avvenendo questo fermento. Questa è l’ipotesi
più plausibile: l’altro capisce di sicuro ma lo schizofrenico che traccia con-
nessioni impensabili non può pensare la risposta più semplice da pensare.
Dialogo sulla schizofrenia 71

È abituato a esagerare con le associazioni, talmente tanto che inizia a disa-


bituarsi alla normalità. Biasimeremo chi muta da uva a mosto e crede, a
torto e a ragione, che la semplice frutta inizierà a discriminarlo? Forse que-
sto patire è anche un sentirsi in colpa di essere ormai vino. È un gap diffi-
cile da ripianare. È da qui in poi che si consuma il dramma. Se il pathos, e
con sé il patire possono essere sentimenti di molti, chi li oltrepassa conclu-
de la sua personale tragedia divenendo qualcosa di più infelice e meno cre-
ativo. Forse, per ritornare alle descrizioni da te prese in considerazione: un
po’ più distrutto e con un ego meno compatto. È qui che, tornando alla me-
tafora, i mille tentacoli si allungano tanto e afferrano sempre più che il caos
regna sovrano. Le distanze fra sé e sé, fra associazioni e connessioni, ini-
ziano a confondere. È qui che si cade prigionieri della propria laboriosa tela
o più semplicemente si taglia la corda e si cade dall’altro lato della barrica-
ta e si inizia a sprofondare solo nel delirio e nell’allucinazione. È quando
l’alterità diventa insostenibile che la si caccia e la si perde per strada. Per-
dendo l’altro si perdono i confini della propria identità e soprattutto si per-
de la contraddizione rispetto alle proprie idee, la disconferma rispetto ai
propri deliri, si perde il sottile limite tra realtà e finzione.
La schizofrenia. Forse è una malattia, ma con coraggio debbo dire che è
stata anche una scelta. Si è scelto di saltare al di là oppure è una nolontà
verso il non opporsi alla caduta. Vengo a patti coi miei deliri minimalisti
(come li chiameresti tu) tutti i giorni. Ogni giorno mi oppongo a essi cer-
cando la verità all’esterno, nell’altro. Questa è una scelta che funziona e fa
vivere bene. Se ti permetti di perdere la realtà e l’altro, allora non perdi solo
il mondo, ma anche te stesso. E da questo caos, senza definizioni imposte
dalle relazioni, sorge l’immobilità. L’incapacità. I tentacoli sono così lun-
ghi che il sangue non arriva più a nutrirli. Essi iniziano a seccarsi e muoio-
no. E con essi muore il bello della schizofrenia. Il pathos diviene patologi-
co. La creatività lascia spazio alla sua brutta e dannata copia: il delirio. Il
sogno si fa soppiantare dai mostri delle allucinazioni. La realtà, se ancora
ce n’è una, brulica d’illusioni. Mi chiedo sempre quale sia il limite da non
valicare per essere audacemente creativi senza divenire pazzi. Oh, se solo
potessi trovarlo e conoscerlo, come lo farei mio!
Cantor è un buon esempio. Il suo pathos/patire era Aleph, l’infinito che stu-
diò e indagò per tutta la vita. Stranamente, più si avvicinava a nuove e brillan-
ti scoperte matematiche su di esso, più impazziva e veniva ricoverato per reci-
dive. Anni in clinica, per fare breccia nei limiti della scienza. Il destino di
Cantor è il destino di tutti coloro che amano protrarsi all’Aleph, all’infinito.

(silenzio)
72 Follia e creazione

Ma queste, Don Chisciotte, son parole sbagliate di una storia sbagliata.


Dulcinea, come tutti sappiamo, non è una vera principessa, ma una prosti-
tuta. È, metaforicamente, forse solo una qualche specie di schizofrenica. E
i mulini a vento sono il valore delle parole di un pazzo unitamente ai pre-
giudizi sulla sua pericolosità. Qualche benpensante riempi-reparti troverà
nelle parole di questa Ipazia visionaria, tutti i sintomi della sua malattia.
Vero è che questa Ipazia potrebbe controbattere con una favolosa afferma-
zione di Artaud: se io sono la pazza, lui è il cinico, e non è da un giorno che
lo conosciamo. Il cinico, in fondo, pensa molte cose della schizofrenia, ma
non pensa la schizofrenia. È questo suo non pensare alla terzità che gli im-
pedisce di essere compassionevole (com-passus) e di non essere un riempi-
reparti. Se pensasse la schizofrenia come terzità, penserebbe lo schizofre-
nico come uomo ammalato e sui generis, che ha un problema ampio e
difficile (la schizofrenia è mia) ma al contempo lo penserebbe primaria-
mente come uomo in sé, separato dal suo dramma (io non sono solo la mia
schizofrenia). Solo ponendo la schizofrenia come alterità (che sicuramente
costituisce parte dell’identità del soggetto ma non tutta) rispetto a un dato
individuo, si dà a quell’individuo valore di soggetto pensante dotato di
mente e quindi si comprende innanzitutto che non è pericoloso a priori e
che in quanto uomo può e deve vivere come un normale cittadino (ovvia-
mente imparando a gestire il suo male che è creatività e fragilità).
Sai, quando un nuovo psichiatra mi guarda, mi basta solo un suo battito
di ciglia per comprendere se teme la mia pericolosità (verso me stessa o
verso gli altri) oppure se teme la pericolosità di aggravamenti e per questo
sceglie di aggiungere abbondanti dosi di antipsicotici. La fiducia data da un
uomo che ti teme muore con la stessa velocità di quel battito di ciglia.
Quando il medico non ha fiducia in me e io lo percepisco, non puoi più dar-
gli quel che lui pretende ma non è disposto a ricambiare. Noi andiamo dai
medici perché ne abbiamo bisogno e cerchiamo in loro cure e risposte ai
nostri problemi (come qualsiasi altro malato). Densi di aspettative ci rivol-
giamo al dottore, ma se lui non si fida di me io non posso fidarmi di lui. E
se la fiducia muore, il medico può dire terminato il suo lavoro. Pensare lo
schizofrenico come pericoloso e attuare misure di reclusione è il primo
modo per offrirgli una via di non ritorno. Bisogna patire-con il malato per
iniziare a curare e non disgiungersi da lui ponendogli condizioni poco uma-
ne. Un uomo (seppur pazzo) che si sente spodestato dal suo essere legitti-
mamente uomo e cittadino di questo mondo faticherà a lasciarsi curare da
un medico che con lui non ha impostato un rapporto verace. È banalmente
una questione d’istinti di sopravvivenza. Dare cittadinanza in tutti i sensi è
la condizione sine qua non per qualsiasi terapeutica.
Dialogo sulla schizofrenia 73

Inoltre in Italia noi tutti dovremmo ringraziare Basaglia e Trieste. Do-


vremmo dire grazie a lui e ai molti altri che ci hanno liberati.

Quijote: Scienza cinica e scienza romantica. Vengono in mente in primo


luogo due grandi medici romantici: Lurija, che ha perorato una scienza ro-
mantica, e Oliver Sacks, che l’ha seguito. Ai margini della storia ufficiale
della medicina potremmo elencare uomini come Hoffmann, Sioli, Alzheimer,
che si batterono per il no restraint in psichiatria in pieno Ottocento, antesi-
gnani di Basaglia. Oppure Asperger, che nell’osservare i bambini autistici
fornì una prognosi evolutiva dell’autismo. Devereux, fondatore dell’etnopsi-
chiatria, Arthur Kleinman, la narrazione della malattia. Oggi prevale la
scienza cinica, la clinica cinica, riduzionista e semplicista, priva di corag-
gio. Incapace di terzità, perché la terzità non sarebbe scientifica.
Quando scrissi Lo schizofrenico della famiglia, presentai la conversa-
zione con un uomo che chiamai Giacobbe Liberati perché mi aveva ispira-
to la follia di Torquato Tasso. L’equipe clinica con cui lavoravo era com-
posta di tre persone, oltre a me Gabriela Gaspari e Fernanda Evolvi. A
quell’epoca, vent’anni fa, i farmaci per la schizofrenia erano vecchi neu-
rolettici che avevano grossi effetti collaterali e che Giacobbe Liberati non
prendeva. Ci chiedeva di scusarlo se ci inviava qualche insulto col pensie-
ro. Tra le altre cose, Giacobbe Liberati era convinto che gli altri leggesse-
ro il pensiero e noi passammo le tre ore del primo incontro a domandargli
come funzionasse il meccanismo della lettura del pensiero, tanto che alla
fine Giacobbe Liberati cominciò ad avere dubbi sulla lettura del pensiero.
Eravamo i primi, in dodici anni dall’esordio della sua schizofrenia, a chie-
dere a lui come funzionasse il fenomeno della lettura del pensiero. Libera-
ti cominciò a pensare che noi fossimo degli imbecilli, gli unici che non sa-
pevano leggere il suo pensiero, quindi ci chiese se davvero non leggevamo
il suo pensiero, incredulo. Infine disse che forse non tutti erano in grado di
leggergli il pensiero. La nostra curiosità era banale, ma un clinico, quan-
do sente un paziente che dice che gli leggono nel pensiero, scrive sulla car-
tella convinzione delirante. È banale, ma se tu chiedi a qualcuno che tipo
di pensieri gli vengono letti, tu non sei capace di leggere il suo pensiero. Se
il delirio è una necessità, una convinzione indiscutibile, la tua azione cu-
riosa depotenzia il delirio. Se: “(per tutte le x) se x è una persona, allora x
mi legge il pensiero” e “a è una persona e a non mi legge il pensiero”, al-
lora “per qualche x, se x è a, allora non mi legge il pensiero”.
Tempo fa chiamai questo fenomeno delirio del codice, quando la neces-
sità s’installa come un Golem nel mio pensiero, un po’ come accade nella
tragedia a Edipo. Solo che il delirio della Pitia era rivolto al futuro e si è
74 Follia e creazione

realizzato nella tragedia, mentre il delirio di Giacobbe Liberati si realizza-


va dentro di sé. È questo che intendi? Un teatro tragico dentro l’anima
schizofrenica? Tuttavia se qualcuno chiede come si compone una tragedia,
la decostruisce, prende una distanza. Ogni tragedia contiene l’ironia, che
porta a riprendere a dubitare. Il contrario del cammino di Cartesio.

Ipazia: Sì, potrebbe intendersi proprio come un teatro tragico dentro di


sé. Pongo una domanda: cosa rimane di un grande libro o di un bellissimo
film una volta che sono stati ridotti sinteticamente a trama? Le storie, in
fondo, sono tutte uguali fra loro, molte trame e certi topos potrebbero so-
vrapporsi. Eppure qualcosa farà la differenza fra Pirandello o Calvino! Si
potrà ben dire di più del Barone Rampante, oltre che visse sugli alberi per-
ché non voleva mangiare le lumache!
Quando decostruisci una tragedia, un romanzo e soprattutto una poesia
perdi l’eccedenza che è insita nella forma, nei dettagli, nell’estetica del te-
sto, nei suoi simboli, nei suoi reconditi significati. Perdi perfino le possibi-
li interpretazioni esterne. Certo, riassumere è essenziale per un certo tipo di
comprensione, di memorizzazione e per il ricordo. Per tornare al paragone,
decostruire l’uomo schizofrenico tout court, si eguaglia solo all’osservare
un puzzle di cinquemila pezzi senza avere l’immagine complessiva di rife-
rimento. È un vero caos privo di senso, dove il cinico non scorgerà niente
di buono. Frammentare, in psichiatria, non è direttamente proporzionale a
ricostruire l’intero con quegli stessi pezzi. C’è asimmetria fra il tutto e le
parti. Dei cocci rotti ben incollati non formano il vaso di partenza.
La tragedia va presa nella sua totalità, con questa è necessario rappor-
tarsi entrandoci come attori. Allora si che Giacobbe inizierà ad accettare
l’analista se questo si farà protagonista. Nel momento in cui sei dentro al
suo mondo e gli proferisci: “non sono capace di leggerti” entri nel suo
dramma della “lettura” come un caso di contraddizione e instilli il dubbio
(necessario, in barba a Cartesio), che “qualcuno non è capace di legger-
mi”. Allora, “per qualche x, se x è una persona e x non mi legge”, il mio
pensiero non è letto da tutti. Se non tutti mi leggono, il mio delirio inizia
a sgretolarsi dal dì dentro. Ma se a gamba tesa l’analista gli dicesse: “nes-
suno ti legge!” egli penserà che lo dice solo per leggergli nel pensiero in-
disturbatamente, per giunta mentendogli sul fatto che lo sta facendo. Se io
fossi Giacobbe e mi sfiorasse questa idea (non tanto assurda per un “per-
seguitato”) smetterei di pensare. È naturale: spaventare una lumaca impli-
ca il suo veloce ritrarsi nel guscio.

(silenzio)
Dialogo sulla schizofrenia 75

Sai, un protagonista sul palco di un teatro può farsi anche eroe e trasfor-
mare la tragedia in commedia. L’attore è il miglior esemplare a cui lo psi-
chiatra dovrebbe far riferimento, è infatti colui che utilizza la mimesis, fon-
damento prezioso di un certo tipo di semiotica, che è tutto per il pazzo e
nulla per il cinico che invece si ostina a guardare i pazzi senza mai vederli.
E più li guarda e più si perde.

Quijote: In questo suo libro, Madness and Modernism, Sass descrive,


attraverso una lettura fenomenologica, la Stimmung schizofrenica. Il suo
riferimento esplicito è Giorgio De Chirico, il quale prende da Nietzsche il
termine Stimmung per indicare un’esperienza percettivo-sensoriale, ma
anche affettiva. Uno sguardo fisso, che coglie il vero. Secondo Sass la
Stimmung è un segno chiave della schizofrenia. Un senso di radicale alte-
rità dal mondo, una sorta di allontanamento dal mondo consensuale.
Questa Stimmung si compone di un’aura, per alcuni versi somigliante
allo stato precedente a un attacco epilettico, che Sass definisce attraverso
il temine trema. Lo stato di un attore nei momenti precedenti all’entrata in
scena. Secondo Sass le fasi del trema sono le fasi preliminari della Stim-
mung schizofrenica, definite rispettivamente come: irrealtà, puro esserci e
frammentazione. Per descrivere questi tre stadi Sass usa alcune osserva-
zioni dal Diario di una schizofrenica di Marguerite Sechehaye. Renee, l’in-
terprete del romanzo di Sechehaye, descrive l’irrealtà come una luminosità
priva dei chiaroscuri che caratterizzerebbero la percezione normale, come
se gli oggetti importanti, che catturano l’attenzione, focalizzassero ogni
attenzione affondando tutto il resto nell’oscurità. Luce/oscuro, il cono
d’ombra demarcato, come nei quadri metafisici di De Chirico.
Il puro esserci, secondo Renee, non era dovuto a un’assenza emotiva, o
di risonanza affettiva - elemento che ha sempre catalogato la schizofrenia
come la conseguenza dei cosiddetti “disturbi del pensiero”, tradizional-
mente contrapposti ai “disturbi dell’umore” - al contrario l’oggetto era
come agglutinato al pensiero, come nelle descrizioni del personaggio del-
la Nausea di Sartre, Roquentin. L’essere agglutinato all’oggetto unico,
staccato da ogni fondo.
La frammentazione, terzo stadio dell’aura schizofrenica, comporta l’i-
solamento dell’oggetto, la perdita della trama contestuale dentro cui è in-
serito. L’oggetto rimane isolato e il contesto si frammenta.
Se lo stadio del trema si compone dei sottostadi di irrealtà, puro esserci
e frammentazione, il secondo stadio della Stimmung schizofrenica viene
definito da Sass Apofania. Però nella tradizione il termine di riferimento
psichiatrico è Apofenia. Sembra indicare una sorta di percezione di pat-
76 Follia e creazione

tern o connessioni tra elementi inesistenti, o fantasmatici. Un esempio di


apofenia potrebbe essere la risposta di disambiguazione alle macchie di
Rorschach, ove le connessioni di basano sull’intervento interpretativo im-
maginario dell’interlocutore sottoposto al test. Al contrario dal punto di
vista etimologico, il termine Apofania – che usa Sass - indica far apparire,
portare il fenomeno alla luce, una sorta di claritas. L’accento si sposta
dall’operazione di connettere elementi immaginari ambigui o disparati,
all’emergenza di un fenomeno.
Si tratterebbe del fenomeno di manifestazione della schizofrenia: alluci-
nazione, delirio, ecc.

(silenzio)

Nella mia ricerca apofanica di mulini a vento, mi sono accorto che un


discorso assai simile viene svolto da James Joyce, in A Portrait of the Ar-
tist as a Young Man scritto a Trieste, e nel romanzo preparatorio Stephen
Hero, scritto Dublino. Tuttavia Joyce non scrive di schizofrenia, bensì di
estetica.
Cosa scrive Joyce esattamente? Il romanzo autobiografico sul giovane
Stephen Dedalus, racconta di una conversazione con un compagno di stu-
di Cranly, in Stephen Hero, Lynch nel Ritratto (noto in Italia col titolo di
Dedalus) in cui il giovane Stephen, richiamandosi ad Aristotele e Tomma-
so, spiega l’esperienza estetica come visio. Il termine, mutuato da Tomma-
so, indicherebbe non soltanto la visione, ma ogni forma di apprensione
sensibile. La visio sarebbe composta di tre stadi: integrità, simmetria e
claritas (radiance). Nell’integrità la “mente considera l’oggetto nell’insie-
me e nelle parti, in relazione a se stesso e agli altri oggetti” (Stephen Hero,
p. 212), come un cesto (questo l’esempio che appare in Dedalus) che si
stacca dallo sfondo dell’insieme degli oggetti che gli stanno intorno, di-
venta figura che emerge dallo sfondo. “Così la mente riceve l’impressione
della simmetria dell’oggetto. La mente riconosce che l’oggetto è, nel sen-
so stretto della parola, una cosa, un’identità costituita in modo definito”
(Ivi).
La terza qualità, la claritas è una quidditas. Questo momento viene defi-
nito da Stephen Dedalus nei termini di epifania: “L’anima del più comune
degli oggetti, la cui struttura è così costituita, ci sembra radiare. L’ogget-
to compie la sua epifania” (Ivi, p.213).
Apofenia (Conrad), apofania (Sass), epifania (Joyce). Dove il primo ter-
mine sembra indicare, come nel test di Rorschach, la connessione tra ele-
menti disparati, disambiguati dal soggetto nella risposta allo stimolo per-
Dialogo sulla schizofrenia 77

cettivo della clexografia, il secondo l’emergenza di una visone allucinatoria


o delirante, il terzo l’emergenza del fenomeno estetico, come nelle bottiglie
di Morandi, o nella mela di Cézanne.
Tuttavia Sass ritiene di dover fare una distinzione tra le considerazioni
di Joyce, che si riferisce a oggetti reali, e l’opera metafisica di De Chirico,
che mostra immagini surreali. Care al movimento surrealista, al quale De
Chirico aveva per un periodo partecipato. Così Joyce viene considerato un
post-romantico che mantiene il senso dell’identità oggettuale, invece De
Chirico, con le sue linee di fuga incoerenti, come si prendesse gioco della
tecnica prospettica, un pittore con possibili tratti schizoidi. La tesi di Sass
non mi convince. Tuttavia guardando alla differenza tra le descrizioni per-
cettive di Renee e di Stephen Dedalus si potrebbe pensare a due forme
(schizofrenia e autismo) tra loro differenti. In questo caso, potremmo dire
che la visione ondulatoria e frammentata della schizofrenia appare diffe-
rente dalla visione statica e idiosincratica dell’autismo?
Ma qui parla el Quijote, infaticabile servitore della sua Dulcinea del To-
boso: la clinica.

Ipazia: Ritengo che la descrizione di Sass sia verosimile. Le sue osser-


vazioni sulla Stimmung colgono fenomenologicamente la schizofrenia in
modo adeguato. L’allontanamento dal mondo consensuale, l’implicito sen-
timento di alterità verso la realtà, la consapevolezza di una certa “infonda-
tezza” del proprio esserci, l’incoscienza verso l’esterno e il porsi come
uomo senza radici non sono alla base di un’assenza emotiva ma piuttosto
di una mancata con-divisione del mondo che è il fondamento di questa pa-
tologia. Il discostarsi dall’altro, come già detto, è l’inizio di una mancanza
insanabile, poiché l’altro svolge sempre la funzione di falsificatore e l’uo-
mo che non si sottopone a questa verifica diviene irreale.
Non so se la tesi sul carattere schizoide di De Chirico sia vera, però è in-
teressante il parallelismo coi suoi quadri. Le figure di De Chirico hanno
contorni umani, sembianze famigliari ma sono riempite spesso di oggetti
geometrici (come squadre o triangoli) che le rendono irreali. De Chirico è
il pittore della metafisica, per molti filosofi questa è insignificante proprio
per i suoi contenuti. Ma ad ogni oggetto De Chirico attribuisce (associa) un
significato specifico eppure sono significati che sembrano non avere una
diretta corrispondenza col vero, sembrano sementi gettate fuori dal solco,
come ci ricorda l’etimologia di “delirio”. Quelli di De Chirico sono ogget-
ti sparsi, in un mondo senza prospettive né sfumature né ombre. Sono let-
teralmente persi nel limbo. La schizofrenia forse è così, è metafisica. Nel
mondo dello schizofrenico le entità sono ricolme di significati sospesi, tal-
78 Follia e creazione

mente ricchi da divenire insensati, gettati in un mondo-senza-mondo, dal


quale il soggetto senza remore si discosta e a causa di ciò, inconsapevol-
mente, si frammenta. L’apofania di cui parli ovvero quelle manifestazioni
palesi che fanno emergere il dramma, sono esattamente le allucinazioni e i
deliri.

(silenzio)

Forse per lo schizofrenico il mondo è così agglutinato e la realtà gli è


così “appiccicata” addosso da sentirsi al contempo parte e tutto (si sente
sempre o con il mondo o diviso dal mondo ma mai condiviso). Da un lato
è totalità compenetrata da ogni alterità, nella quale l’esterno non ha distan-
ze ma è la proiezione di sé, è come inghiottito. Dall’altra è un ragno intrap-
polatosi nella propria tela, parte soffocata dall’esterno che si pone come
minaccia da fuggire e dalla quale allontanarsi. Lo schizofrenico vive la
dura dicotomia di chi partecipa fuggendo. Per lo schizofrenico la realtà è
irreale, c’è ma con le sue assurdità. Credo invece che il soggetto autistico
viva nella a-realtà. La realtà per questo, non c’è, per cui non v’è nemmeno
la necessità di porsi in contatto con essa. Ma essendo una schizofrenica, ri-
esco scarsamente a comprendere l’autismo...

(silenzio)

La mia Dulcinea non è la Clinica ed io servo a mala pena i miei drammi


ai quali so rispondere con una spuria osservazione che posso difficilmente
ripulire dal “rumore di fondo” della schizofrenia. Ipazia è servitrice di una
insensata metafisica, di un Trovatore fatto di squadre e triangoli e chiari op-
pure scuri senza sfumature, in una volontaria o nolontaria sospensione, ri-
colma di linee di fuga che come miriadi di elettroni ondulatori o particella-
ri obbligano all’indeterminatezza. Per quanto tenti di portar chiarezza in
questo gioco, non mi libererò mai dal giogo che mi tiene legata. Sono un
Don Chisciotte con troppi mulini a vento. La differenza fra il terapeuta ed
il suo caso clinico sta nel fatto che il primo è volontario servitore, innamo-
rato della sua missione, mentre il secondo è una qualche specie di schiavo
e la Clinica, immagino sia, l’auspicabile “affrancamento”.
79

V.
IL NOME

1. Nome comune

Il nome comune è una sorta di classificazione (nomos, norma). Distin-


guo i cavalli dai cani per il nome che stabilisce forma e funzione. Quando
mi trovo a cavalcare un cane o, come il Garrone di De Amicis, a usare la
sedia come tavolo di scrittura, inginocchiandomi, ho varcato la soglia del-
la degenerazione. Nel caso Garrone si piange per compassione. Il ragazzo
non ha un tavolo per studiare, perversione della povertà, destino.
Il nome comune designa un genere nella logica dell’albero, la norma.
Concezione dominante in psicopatologia clinica, regressione del discorso
psicopatologico verso una messa in sicurezza della comunità degli psico-
patologi. Sulla base di criteri porfiriani stabiliti dal manuale, giungo a con-
clusioni univoche sul disturbo mentale di un individuo. I disturbi mentali
possono avere origine cerebrale o funzionale, i disturbi funzionali si divi-
dono in disturbi dell’umore e disturbi del pensiero, e così di seguito. Per le
distinzioni si vanno a vedere i criteri, ovvero le proprietà e le differenze, in
modo da distinguere queste dagli accidenti, ecc.
La logica porfiriana usata nel Sei-Settecento per catalogare il vivente è
la conseguenza di un pensiero che definisce la differenza di specie, le sue
proprietà, e permette di far entrare ogni elemento nell’albero delle classifi-
cazioni, nelle forma di un’appartenenza di questo elemento a una specie a
un livello gerarchico/funzionale dato. Analogamente funziona l’albero ge-
nealogico dal quale le scienze della salute estrarranno il genogramma, stru-
mento utile tanto per le sindromi ereditarie quanto per le psicopatologie fa-
miliari.
Non si negano alcune difficoltà: esistono casi che non si riesce a far en-
trare nelle categorie. Le reazioni possono essere di attesa per nuove scoper-
te, ritrovamenti che possano colmare il gap, oppure degenerazione. Questa
organizzazione del sapere entra in crisi quando Darwin scopre l’importan-
za del caso. Fino a Darwin, il caso mette in questione l’ordine prestabilito,
è l’accidente da eliminare. Se tutti i cigni sono bianchi, la bianchezza è un
80 Follia e creazione

attributo del cigno, una proprietà distintiva. Se vengono avvistati cigni


neri, si tratta di degenerazione o di una nuova specie.
Con Darwin la degenerazione diventa evoluzione della specie. L’ac-
cidente, il caso - motivo di discriminazione (mostruosità) nella conce-
zione creazionista - si trasforma nel motore della vita.
Cinquant’anni dopo L’origine della specie Freud pubblica L’inter-
pretazione dei sogni e scopre le degenerazioni dell’inconscio. Al viag-
gio alle Galapagos aggiunge un viaggio di quattro anni nel proprio
mondo onirico. Nel sesto capitolo (Il lavoro onirico) Freud sostiene che
agli elementi del sogno, espressi nella narrazione onirica, corrispondo-
no i pensieri sul sogno, espressi nella libera interpretazione. Questa
corrispondenza non è biunivoca. A ogni elemento del sogno corrispon-
dono molteplici pensieri possibili, a ogni pensiero più elementi.
Darwin e Freud rivalutano Swedenborg, che già Kant era stato co-
stretto a riconsiderare. Ci sono più cose in cielo, in terra, di quante ne
sogni la filosofia. Shakespeare aveva dato ragione a Swedenborg contro
Kant, ante litteram. Nei Sogni di un visionario spiegati coi sogni della
metafisica (Kant, 1953) Kant sostiene: “Il regno delle ombre è il para-
diso dei sognatori. Quivi essi trovano una terra sconfinata dove stabilir-
si a piacimento. Esalazioni ipocondriache, chiacchiere da balia e mira-
coli claustrali, non fanno mancare loro il materiale di costruzione.”
(Kant, 1953, p. 367).
A dispetto di Kant, nel titolo del libello possiamo trovare la missio-
ne della psicoterapia. Si tratta di raccontar sogni e visioni.
Un agrimensore è chiamato a lavorare presso Il Castello, ma rimane
costantemente nei suoi pressi, senza mai riuscire a raggiungerlo. L’agri-
mensore, che alloggia alla locanda vicino al Castello, tenta in tutti i
modi di raggiungerlo e di parlare con chi l’ha ingaggiato, ma non rie-
sce. L’impressione è entrare nel mondo dell’agrimensore. Subire e pati-
re le frustrazioni dell’uomo, trarre soddisfazione dai piccoli passi avan-
ti, regolarmente frustrati, per ottenere l’incontro col signor Klamm,
fuggevole funzionario del Castello, che, come il Castello, l’agrimenso-
re non riesce mai a raggiungere.
Klamm è un nome proprio impredicabile, è davvero un funzionario
del Castello, oppure un impostore? Davvero l’agrimensore K. esiste?
Oppure è altrettanto impredicabile, opaco, da portare per nome una si-
gla dura come K.? Si tratta un sogno di K., Klamm, Kafka, o del letto-
re indurito da una grandiosa operazione letteraria intorno all’inibizione
e all’impotenza?
Darwin, Freud e Kafka: la norma incontra l’evento e si dissolve.
Il nome 81

2. Nome proprio

Ancora, in modo esasperante, la lezione foucaultiana su Las Meninas. Il


nome proprio è punto di sutura tra osservazione e descrizione. C’è sempre
uno scarto tra questi due campi, dell’osservazione, costruttivista, e del lin-
guaggio, conversazionalista. Cambiare il nome proprio è metonimia im-
possibile, si tratta di mettere un nome al posto dell’altro. Come nel caso del
Renzo manzoniano, quando, rifugiatosi a Bergamo, cambia nome per non
essere individuato ed è preso per stupido, non risponde quando viene chia-
mato. Cambiare il nome proprio è metafora. In questo caso ci vuole un’a-
nalogia letteraria appropriata. Quando Thomas Mann scrive il Doctor Fau-
stus usa il nome Adrian Leverkühn, ma pensa Friedrich Nietzsche. Così
nella scrittura del caso clinico, cambiare il nome non è mero espediente, è
metaforizzazione, inserzione del caso in un gruppo di trasformazioni, scri-
vere un racconto.
Soprannomi, diminutivi, nomi trasformati dagli idioletti familiari. Il
nome definisce un’identità mobile deterritorializzata, lo si intuisce quando,
seguendo la scena prima della Cantatrice calva di Jonesco, i coniugi Smith
si perdono dietro una discussione evanescente riguardo alla famiglia
Watson, in cui tutti i maschi sembrano chiamarsi Bobby, e la conversazio-
ne trascende in una discussione inconcludente. Le perdita d’identità: “Tut-
ti i Bobby Watson sono commessi viaggiatori”.
La descrizione è un ponte incompleto. Più si disperde, più la genealogia
si oscura. Nello spazio vuoto tra osservazione e descrizione l’evento è no-
minato, prende il proprio nome, diventa soggetto, epifania. Ciò fa sì che
Pietro non possa essere Paolo. Nell’incontro con Paolo aumentano le vibra-
zioni d’intensità, l’opposto accade con Pietro.
A differenza del nome comune, che può essere predicato per le sue ca-
ratteristiche, è impossibile predicare del nome proprio.
Saul Kripke (1972) dice che il nome è designatore rigido, deriva da un
evento primitivo, che non ammette variazioni, un enunciato performativo,
qualcosa che sta tra il linguaggio e il gesto, che viene prima del linguaggio
e che ammette la persona al linguaggio: il battesimo. Non si sceglie il pro-
prio nome, è dato. Piaccia o no, quando siamo interpellati, come nell’ap-
pello scolastico, se ci siamo, rispondiamo. La nominazione è una designa-
zione borderline. Tra il corpo e il linguaggio, s’interpone un gesto.
“In nome di Dio, ti battezzo”, parlare è agire. Gesto necessario, e creati-
vo. Crea una contingenza: la nascita di Laura. Chi è? Ce n’è tante in giro
per il mondo, ma nessuna somiglia all’altra se non per accidente. Non po-
tremo mai dire altro che: “Per tutte le persone, se la persona si chiama Lau-
82 Follia e creazione

ra, allora è Laura”, tautologia impredicabile. Laura è un evento, una con-


tingenza che diventa necessaria nel gesto di riconoscimento. In questo
snodo si creano mondi possibili.
Chi risponde all’appello del suo nome ha fatto innumerevoli cose.
Prendiamo Sigmund Freud, possiamo formulare molte descrizioni che
lo designano - “il padre della psicoanalisi”, “l’autore di Totem e Tabù”,
ecc. Designazioni che possono sostituire il suo nome, le descrizioni
proprie di Freud. La somma completa (qualora fosse terminabile) di
queste designazioni non può colmare il nome. Rimane sempre uno scar-
to. Freud avrebbe potuto fare altro, o non fare nulla. Curare Hitler, per
esempio.
Nel romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt La parte dell’altro, Freud fa un
intervento psicoanalitico in tre sedute con un giovane pittore che sviene da-
vanti a modelle nude. Il giovane è Adolfo H., un Hitler che, nell’immagi-
nario schmittiano, ha superato l’esame d’ammissione all’Accademia di
Belle Arti. La cosa non accadde e il romanzo si sviluppa intorno a una con-
dizione controfattuale:

Se Hitler avesse superato l’esame all’Accademia, allora sarebbe diventato


paziente di Freud.

Poiché la premessa non è un fatto, sul piano logico quest’asserzione non


può essere falsificata.
Nelson Goodman (1976, 1985) configura una duplice visione del possi-
bile. Potremmo riassumerla così: in un gioco strategico (game), possibile è
l’uso di una funzione data per massimizzare un obiettivo – esempio, vince-
re una partita. Dipende dalla strategia cosciente del giocatore. La teoria dei
giochi inventa modelli per tenere un sistema di variabili sotto controllo. Il
sistema cerca una o più funzioni ottimali, del tutto indipendenti e svincola-
te dalla vecchia etica.
Tuttavia nei mondi possibili sono presenti il delirio, il sogno, l’allucina-
zione, l’arte e la letteratura. La seconda visione, propria della filosofia dei
mondi possibili, sottolinea che possibilità e chance non sono la stessa cosa.
Chance si riferisce alla carriera, all’ottimizzazione e alla competizione per
vincere. La possibilità di Goodman invece attraversa lo specchio, come
Alice. Se il primo è il campo dell’economia, questo è il campo della psico-
terapia e della letteratura. Tra le due c’è una radicale incompatibilità e an-
tipatia.
Il nome 83

3. La verità nel nome

La verità è taglio, emergenza, consiste nella relazione. Alla verità si va


incontro rischiando di essere fraintesi, di essere condannati. La verità in
terapia – provvisoria e instabile – non è mai spiegazione, non viene da
un’affermazione, emerge della conversazione. La verità è affezione. La
verità della relazione terapeutica è permanere nella relazione, crederci.
Accountability è il termine inglese per definire questa posizione. Si po-
trebbe tradurre con responsabilità, se non fosse che responsabilità riman-
da al piano giuridico. In inglese ci sono due termini per dire giustizia: ju-
stice e fairness. A un bimbo viene negato qualcosa, dirà in italiano: “Non
è giusto!”, in inglese “That’s not fair!”. Accountability ha a che fare con
fairness. Essere fedele al proprio nome, liberare la persona dalla schiavitù
strutturale del ruolo (professione), del testo (personaggio) o della diagno-
si (personalità).
Sembra una questione di traduzione, di parole. Invero c’è qualcosa che
riguarda l’etica e l’epistemologia. Bachtin critica lo strutturalismo soste-
nendo una versione vivente del linguaggio, noi siamo già sempre interni al
linguaggio che parliamo, ogni pretesa di descriverlo da fuori è destinata
allo scacco. Il termine usato nella traduzione italiana per rendere questa
questa visione del linguaggio è responsività. Condizione necessaria al lin-
guaggio. Accountbility è un modo per essere responsivo, una decisione.
Posso essere responsivo imbrogliando, oppure no, nel secondo caso sono
accountable.
In letteratura la responsività distingue la grande letteratura – che Roland
Barthes definì degenerata - dalla letteratura di genere. Si tratta della proli-
ferazione, parallela al discorso freudiano sul sogno. Sovradeterminazione,
eccedenza inclassificabile.
Pasolini scrive a proposito del nome proprio: del ragazzo biondo si può
farne ciò che si vuole, così come della regina d’Inghilterra, ma lui, o lei,
non sono codificabili perché il nome proprio è Codice dei codici.

4. Le sovradeterminazioni in Freud

L’interpretazione dei sogni insegna i modi dell’interpretazione (in tede-


sco, Deutung). Si è parlato di condensazione e spostamento, elementi es-
senziali. Invero Freud complica la questione. Condensazione e spostamen-
to sono facilmente codificabili, possono essere resi essenziali, venire
organizzati. Resistere alla tentazione di proporre un mondo onirico struttu-
84 Follia e creazione

rato, a misura di manuale per la decifrazione, è difficile. A scuola imparia-


mo che condensazione e spostamento si possono collocare rispettivamente
nella metafora e nella metonimia.
Partiamo da un sogno di Freud: la monografia botanica. “Ho scritto una
monografia su una specie (lasciata imprecisata) di pianta. Il libro mi sta da-
vanti, sto voltando una tavola a colori ripiegata. All’esemplare è allegato
un campione secco della pianta” (L’interpretazione dei sogni, p. 265.)
Nella condensazione si riconosce l’elemento più vistoso del sogno: la
botanica. Freud sviluppa alcuni pensieri, partendo da associazioni con la
propria biografia. Ricorda, tra l'altro, il suo saggio sulla cocaina e fa una se-
rie di considerazioni intorno al successo dei suoi colleghi che hanno sapu-
to sfruttare meglio di lui le sue scoperte. Emerge un rimprovero verso la
propria incapacità a usare le scoperte in senso applicativo, in virtù dell’abi-
tudine a sacrificarsi troppo alle passioni teoriche.
La trama d’insieme va letta direttamente dal testo, si tratta di un intrec-
cio narrativo complesso, che non è possibile riassumere in poche righe.
Tuttavia, da una lettura semplificata, emergerebbe l’essenza, il significato
vero: la controversia che ha permesso a Karl Koller, suo collega, di ottene-
re successo presentando una relazione sulla cocaina come anestetico oftal-
mico a un congresso. Questo parziale nucleo narrativo si sviluppa intorno
ai nomi di altri personaggi, che hanno favorito l’esito di Koller: Gartner -
Giardiniere, guarda caso - e la moglie di Gartner, donna florida. L’aspetto
essenziale emerge da un rimprovero dell’analista Freud al paziente Freud.
Troppe passioni, per far carriera bisogna stare coi piedi per terra.
Lo spostamento avrebbe forma analoga alla metonimia. Il termine bota-
nica sta al posto di qualcos’altro. È chiaro, scrive Freud, che la botanica
non è una mia passione, mentre la controversia riguardo ai colleghi sì. Bo-
tanica sta per controversia, incapacità a sfruttare le applicazioni di una sco-
perta – diversamente è accaduto a Koller – di nuovo, troppa passione teo-
rica, poca concretezza.
Se seguiamo questa pista, così sicura, il rimprovero piccolo borghese di
non stare coi piedi per terra proviene dal Freud psicoanalista, non dal Freud
paziente. La tendenza a seguire le proprie passioni trascurando la carriera
è, per alcuni seguaci della psicologia dell’Io, un sintomo di debolezza del
funzionamento dell’Io. Il sintomo del paziente Freud consiste nella tenden-
za a concedersi troppo alle passioni speculative, senza tenere i piedi per ter-
ra, l’incapacità a sfruttare le vie del successo. Freud non è un self-made-
man.
Sfortunatamente questa lezione è insufficiente. Come segnalatoci da
Freud, nel sogno è sempre presente una quota di sovradeterminazione.
Il nome 85

Manca sempre qualcosa. A differenza di molti dei suoi successori Freud è


consapevole degli infiniti mondi possibili emergenti da questo, come dagli
altri sogni. Che cosa intende Freud quando parla di sovradeterminazione?
Leggiamo: “Non solo gli elementi del sogno sono più volte determinati dai
pensieri del medesimo, ma anche i singoli pensieri sono rappresentati nel
sogno da più elementi. Il percorso delle associazioni conduce da un ele-
mento del sogno a più pensieri del medesimo, da un pensiero a più elemen-
ti.” (Ivi p. 267).
In senso stretto, è impossibile codificare e decifrare un sogno. Il sogno
somiglia a una degenerazione surrealista.
Codificare un episodio onirico è un processo assai complesso, certamen-
te eterogeneo rispetto a ritrovarlo. C’è asimmetria tra i due processi, per ri-
trovare il sogno c’è bisogno di una seconda codificazione, assai differente
a quella che riguarda le sensazioni oniriche durante il sonno. Il ritrovamen-
to è un tipo di attività eterogenea alla codifica, investe la ricostruzione del
senso, tuttavia contiene in sé la codifica. Non ricordo esattamente quanto
accaduto, lo esprimo all’altro. A rigore, seguendo Wittgenstein (“non esiste
un linguaggio privato”) si potrebbe sostenere che il sogno è il racconto oni-
rico, né più, né meno. Linea di derivazione senza un significato prestabili-
to, delirio, non metafora. La strana alleanza tra la concezione cognitiva di
localizzazione delle funzioni cerebrali e la linguistica strutturalista ha pro-
dotto l’idea che i sogni si possano spiegare, o interpretare, in modo biuni-
voco. Così la relazione tra botanica e controversie tra colleghi dà vita al
sintomo. Il paziente Freud è troppo passionale, non sta coi piedi per terra,
non sfrutta le vie del successo. Di qui, come alcuni sostengono, lo svilup-
po in Freud, dopo la sua propria analisi, di sintomi ossessivi, meccanismi
di difesa verso la smodata concessione alle passioni, compresa la passione
per la cocaina.
È molto più complicato di così. Nel sogno si tratta di capovolgere il mo-
nito di Amleto a Orazio: ci son più cose nel sogno, che in cielo e in terra.
Tutte queste cose si esprimono nella relazione. Perché ci sia racconto oni-
rico - tutto ciò che si può immediatamente riconoscere nella relazione - è
necessaria la presenza dell’altro. Inoltre l’altro cui è raccontato il sogno
non è indifferente, è per l’appunto accountable. Lo stesso sogno si può rac-
contare a un terapeuta, in un gruppo, in famiglia, agli amici, a una persona
amata, a un insegnante oppure a un censore, un capo, un aguzzino, un tor-
turatore. Il racconto sarà diverso, i pensieri pure, la responsività reciproca
differente. Nell’espressione il sogno non è più soltanto mio, è un’esperien-
za terza che si colloca tra me e l’altro.
86 Follia e creazione

Nel 1954 Michel Foucault scrive l’Introduzione all’edizione francese


del saggio di Ludwig Binswanger Sogno ed esistenza. Foucault rilegge il
racconto onirico attraverso il confronto tra il piano linguistico e quello im-
maginario, propone un argomento che perdurerà durante l’arco della sua
vita: tra linguaggio e immagine c’e una radicale irriducibilità, non esiste
descrizione dell’immagine che possa esaurire la potenza espressiva di que-
sta e, all’opposto, la potenza espressiva del linguaggio non sarà mai cattu-
rata interamente dalle immagini. Il sogno è immerso in un orizzonte semi-
otico la cui traccia si manifesta in forma immaginaria. Ciò che dico
quando racconto un sogno è la descrizione di qualcosa di vago, opaco,
poco decifrabile. Tolgo dall’ambiguità una sensazione, la trasformo in
esperienza immaginativa - spesso enigmatica e oscura - cui cerco di dar
senso davanti all’altro. Traccia, immagine, linguaggio non li trovo già se-
parati, come nel triangolo semiotico. Mi si presentano come agglutinati e
mutevoli, come una pellicola cinematografica deteriorata, da restaurare.
Come dice Mastro Geppetto a proposito della vocina che esce dal pezzo di
legno: “Si vede che me la sono figurata io”.
Foucault ci invita a passare da una linguistica strutturale del sogno (che
considera essenzialmente condensazione e spostamento) a una semiotica
del sogno, che comprende le effigi di raffigurazione, le analogie, i contra-
sti, le incoerenze, le premesse condizionali, i sogni nel sogno, i pensieri nel
sogno, le elaborazioni secondarie, ecc. Insomma, le proliferazioni oniriche
irriducibili all’interpretazione.
Se il sogno diventa codificabile, è materiale per la diagnosi e la semio-
logia del sogno si trasforma in semeiotica medica, diade referenziale/diffe-
renziale. La connessione biunivoca tra l’elemento del sogno e il pensiero
sul sogno diventa sintomo da decifrare al servizio di una finalità cosciente:
comporre un quadro diagnostico per il trattamento. È lecito? Ci si accomo-
di, ma non si racconti che si tratta di psicoanalisi o di psicoterapia, a meno
che non s’intenda inserirle nel campo della medicina che produce guarigio-
ne facendo sparire i sintomi.
Si tratta di discutere questa tendenza diagnosi/trattamento/guarigione,
presente in alcuni testi di Freud, quelli in cui cerca di stabilire la patologia
dell’autore partendo dall’analisi dell’opera d’arte (noti come patografie), op-
pure nei tentativi di imporre alla paziente Dora interpretazioni da lei rifiuta-
te. Nel caso Dora il sintomo isterico era codificato nel conflitto tra il deside-
rio del Padre e la censura che si manifestava nelle reazioni alle avances del
signor K., che non è l’agrimensore di Kafka, bensì il molestatore di Dora.
È chiaro che chi pensa a una corrispondenza strutturale avrà l’idea di
un’interpretazione giusta, qualcuno l’ha paragonata all’infallibilità del
Il nome 87

Papa. Ci si trova di fronte a teorie certe, a supposti saperi, ai quali il tera-


peuta attinge, per così dire, dall’esterno. Questa messa in sicurezza del sa-
pere impone un confronto con la scienza - così com’è pensata nell’orizzon-
te positivista - in modo irrimediabilmente perdente. Se apparentemente il
terapeuta infallibile sembra dominare la scena, in realtà, come il clown Au-
gusto, si pone in una posizione strategica che gli impedisce la relazione con
l’altro. Freud fu grande non perché infallibile, al contrario commise errori,
e soprattutto attraversò spesso condizioni di radicale vulnerabilità. In pri-
mo luogo era un ebreo nell’Europa antisemita.
Michael Billig, in un’opera tradotta in italiano col titolo L’inconscio
freudiano (Utet, 2002) propone una lettura politica della relazione terapeu-
tica tra Freud e Dora: “Dora incontra Freud nel momento di maggior tri-
stezza e isolamento, mentre sperimenta un amaro senso di rifiuto da parte
della società austriaca tradizionale o cristiana” (p. 288). Si tratta degli anni
in cui Karl Lueger è sindaco a Vienna con un programma dichiaratamente
antisemita. Billig propone un’altra serie di possibili interpretazioni dei so-
gni di Dora (giovane ebrea) alla luce della questione assimilazione/diffe-
renziazione, che il mondo ebraico attraversa a cavallo tra i secoli dicianno-
ve e venti. Una rilettura del sogno della monografia botanica, come di
moltissimi altri sogni di Freud, in questa chiave non guasta. La monogra-
fia botanica rivela che chi ha avuto successo accademico e clinico era cri-
stiano, che Freud non aveva da rimproverare a se stesso di non essere capa-
ce di sfruttare il successo, bensì di non rendersi conto di cosa stava
accadendo in Europa nel cinquantennio tra il 1894 e il 1945. Là abitava
l’inconscio freudiano. Non nell’incapacità di adattarsi alle adulazioni pic-
colo borghesi. Là la psicoanalisi trovava una forte resistenza ad affermarsi,
bollata come psicologia ebraica.
Una rilettura completa dell’Interpretazione dei sogni alla luce della que-
stione ebraica ci può dire qualcosa in più sull’Inconscio freudiano. La psi-
coanalisi è debitrice al mondo classico –ebraico in particolar modo –
dell’importanza di ciò che potremmo chiamare la tradizione onirica,
cercare il senso della vita nei sogni. Gli attacchi contemporanei contro la
psicoanalisi, per una tecnologia del cervello che si sbarazzi della filosofia,
dell’antropologia, delle scienze sociali, somigliano, nella forma e nel con-
tenuto, all’attacco subito dalla psicoanalisi come psicologia ebraica tra i
due secoli passati, ma trovano argomenti forti di fronte a una parte della
psicoanalisi così sprovveduta da non comprendere che la sua epistemolo-
gia è identica a quella dei suoi detrattori.
Il sogno è esperienza afinalizzata per eccellenza, come il gioco infanti-
le. Esperienza che, quando accade, s’impone, sta fuori dal controllo. Gre-
88 Follia e creazione

gory Bateson insegna che uno dei rischi maggiori per l’ecologia della men-
te è la finalità cosciente. La convinzione occidentale di poter operare sul
mondo attraverso un progetto è, sosteneva Bateson, antiecologica. La vita
è proliferazione di linee di fuga imprevedibili, di derive, si nutre della
rêverie, (termine francese intraducibile, che non indica solo sogno) ove
trovano posto le inquietudini. Brutalità, disgusto, paura, terrore non si de-
vono mostrare nella forma dell’azione Reale. L’arte, il gesto teatrale, la
musica, l’incanto poetico stanno dentro la rêverie. Gli antichi hanno mes-
so in scena ciò che è terribile. Hanno creato la possibilità dell’ironia che
non deride. Torce la legge e permette di rivelarne il lato osceno, non perché
lo agisce, ma perché ne mette in questione l’ovvietà, la banalità. Si sogna e
immagina sempre meno, ciò dovrebbe creare una certa preoccupazione. Se
non si sognerà più, dove andranno a finire le nostre inquietudini?
Nelle mia lettura, Freud è un esempio di polifonia, è responsivo nella
scrittura dei casi clinici. Ha scelto il nome di Dora, non l’ha collocato a
caso. Perché Ida Bauer è Dora? Pensiamo a come inizia la terapia: Dora
confida a Freud il suo segreto vergognoso, le molestie sessuali subite
dall’amico del padre, che risponde alla sigla signor K.; mi piace immagina-
re che Freud abbia scelto K. per definire qualcosa di opaco, di duro, per il
possibile riferimento all’erezione, pensiero suo, non di Dora. K. si introdu-
ce nella camera di Dora e, di fronte all’imbarazzo di lei, risponde che è casa
sua e che può andare dove vuole. Dora, per come apre il suo cuore a Freud,
è un dono (doron in greco).
Il nome del caso va scelto, così come si sceglie il nome di battesimo,
corrisponde a un’analogia, a un ricordo. Madalena fugge incinta, Linda ri-
mane a casa, Gracia è un monte di grazia, Julio è, come come lo scudiero
del Cavaliere inesistente di Calvino, materia (hylé in greco), se si appoggia
a un albero diventa tutt’uno con questo, nessuno si ricorda di lui, per quan-
to rumore faccia. Job, ricorda Giobbe, per nulla paziente, vittima di sopru-
si. Esprime la sua protesta con Dio, al quale rimarrà sempre fedele. Erne-
sto, il rivoluzionario bianco dell’America Latina e Maria, la madonna nera
di Chestakova, che ha guidato le rivolte in Polonia.
Il nome proprio è metafora o metonimia, condensazione o sostituzione?
Bisogna delirare un po’ per trovare il nome giusto.

5. Moosbrugger e famiglia, esercizio d’intertestualità

Moosbrugger, giovane maschio, intorno ai 20, alto due metri, 95 chili.


Arriva in psichiatria con la famiglia, genitori, fratello della stessa stazza.
Il nome 89

Incontrano una giovane psichiatra specializzanda, una psicologa in tiroci-


nio e due infermieri. Appare agitato. Il fratello, lo tiene vicino, gli parla, an-
che se non si capisce che gli dice. I genitori annichiliti.
Scena concitata. Il giovane si presenta con un’ekphrasis: vede una don-
na siberiana con la testa da lupa, vuole divorarlo, portar via tutto alla fami-
glia. Chi lo accoglie non sa che fare, ma non sa che questo è un bene. In
quel momento si provano sensazioni sconvolgenti, che facilmente portano
a reazioni uguali e contrarie. Contenimento. Presto rimosso dalla memoria
del servizio, che continua a pensare che il contenimento sia una cura. Dopo
si scriverà qualcosa sulla cartella clinica e tutto diventerà routine. Si som-
ministra un farmaco e si attende che tutto si plachi.
Invero sono le sensazioni antecedenti alla somministrazione del farma-
co a costituire l’evento e a permettere la cura. Eliminando immediatamen-
te il sintomo si sta cancellando l’evento. Stiamo scoprendo che la psichia-
tria ha un inconscio, con una quantità di materiale rimosso, che post hoc
verrà ridescritto come azione terapeutica.
Immaginiamo invece che queste due giovani donne, la psichiatra spe-
cializzanda e la psicologa in tirocinio, siano un po’ folli. Invitano i pre-
senti, comprese loro due, a scrivere qualcosa a caldo, a parlare di quanto
sta accadendo, a disegnarlo, cantarlo, rimetterlo in scena scambiandosi le
parti, allestire una seduta di gruppo. Avviano una pratica di condivisio-
ne. Non chiedono collaborazione, sono loro che collaborano, dando ai fa-
miliari nuovi strumenti per muovere risorse affettive, per raccontare sen-
sazioni provate di fronte a ciò che sta accadendo. Affrontano una crisi
psicotica trasformandola in esperienza ad alta intensità emotiva. Trascri-
vere, raccontare, mettere in scena il flusso di coscienza. Come in nume-
rosi esperimenti svolti in psicologia a partire da Mihaly e Isabella
Csikszentmihalyi (1988). Il flusso di coscienza - stream of consciousness
- è stile per per trascrivere i pensieri mentre fluiscono, epifania. Dalla se-
duta potrebbe emergere un’esperienza collettiva, l’inizio di una condivi-
sione tra operatori e familiari. Si può entrare nelle cartelle cliniche e por-
tare un vento nuovo, vitale, nel servizio. Ciò non costituisce alcun
impedimento alla somministrazione di un farmaco, con maggior cautela,
se il paziente lo consente, forse più tardi dopo avere studiato a fondo le
circostanze che hanno portato Moosbrugger a essere lì, con loro. Usarli
come strumento di repressione del sintomo serve a fare ordine momenta-
neamente. Non è cura. Sopratutto quando la diagnosi è sbagliata, e una
diagnosi non si fa mai nei primi minuti.
Alcune norme giuridiche rendono responsabilità e accountability in-
compatibili. L’idea di responsabilità in psichiatria è oscena, risponde a una
90 Follia e creazione

pretesa impossibile, prevenire il futuro. Il concetto di pericolosità, che si


nasconde dietro questa ideologia confonde il ruolo del medico con quello
del poliziotto e del veggente. Pretende una competenza impossibile, preve-
dere ciò che accadrà in futuro. In quel momento il Codice è incostituziona-
le, costringe il sanitario a fare qualcosa contro la sua professione, a sper-
giurare Ippocrate. Secondo questa logica siamo tutti potenzialmente
pericolosi, meriteremmo tutti un ergastolo preventivo, accade nel totalita-
rismo dove l’intero territorio è un ergastolo. Il concetto di pericolosità po-
tenziale è totalitario.
Ciò che accadrà non è indipendente dagli atti clinici. Un transfert grup-
pale con la famiglia produce accountability. Possibilità di condividere, at-
tenzione verso la singolarità, cura. Il soggetto psichiatrizzato è una linea di
derivazione imprevedibile, ciò che spaventa di questa definizione è ciò che
fa sentire prossimi al paziente, la comune follia. Condividiamo l’esperien-
za della vita, l’imprevedibilità.
Cura, in molti casi, è, come teatro, ripetizione. Dalla ripetizione emer-
gono differenze, piccole, che abbiamo perso l’abitudine di osservare. Il
tono della voce, gli accenti, i fraintendimenti, gli errori, i lapsus. Non si
tratta mai di mera ripetizione. La conversazione evoca un altro luogo, as-
sente. Per questo la parola, nella conversazione, produce l’evento.
Come declinare queste considerazioni, in relazione a un intervento tera-
peutico in psichiatria? Fare ciò che già accade nei luoghi dell’eccellenza
psichiatrica: la Trieste di Basaglia, la clinica La Borde di Oury e Guattari.
Arte, impegnando artisti veri, colloquio terapeutico, informare i pazienti
dei loro diritti, coinvolgere amici e familiari, attivare resti sociali.

6. Mauvaise foi, l’errore diagnostico

Il quislinguismo è sottomissione preventiva e perversa, si manifesta nelle


condizioni di obbedienza all’autorità, l’eteroglossia è condizione per sottrar-
si all’oppressione. La tendenza a collaborare con l’autorità è caratteristica
nell’uomo occidentale, è indipendente dal tipo di autorità. L’autorità è legit-
tima per definizione, non richiede legittimazione. Nel campo della salute la
parola è compliance. Il paziente pensa e agisce nella convinzione di poter
guarire solo se si assoggetta al sapere sanitario, senza residui. Se riconosce
la malattia nei termini in cui il medico la definisce, se accetta tutte le prescri-
zioni, benché contraddittorie, allora può guarire. Nell’epoca in cui la salute
mentale riconosce ufficialmente il termine disordine, non malattia, da attri-
Il nome 91

buire al mondo della mente, il paziente dovrebbe riconoscere la malattia per


guarire. Come fa a guarire se non è malato?
Invero gran parte dei pazienti psichiatrici rispondono di non avere nulla,
perlomeno nulla che abbia a che fare con i trattamenti che subiscono. Qual
è la differenza tra loro e altri pazienti? Il mancato riconoscimento della cit-
tadinanza. Può accadere anche altrove, ma nella maggior parte dei servizi
di diagnosi e cura accade spesso. Nei servizi psichiatrici che curano il di-
sordine mentale il ricovero è quasi inesistente. Il quislinguismo clinico si
dà quando il soggetto, trasformato in paziente, viene ignorato nella sua
espressione. Tutto si trasforma in categoria diagnostica, predittiva di futu-
re condotte pericolose per sé e gli altri. Come funziona la supposta perico-
losità futura? Quando un bambino vivace viene osservato e - sotto lo sguar-
do clinico - diventa iperattivo, può da grande diventare borderline o
psicotico, quando poi, a seguito di queste considerazioni, si pensa di som-
ministrargli un farmaco per prevenire questi esiti, le pratiche di salute men-
tale diventano distruttive. Premessa sottintesa: tristezza e dolore sono de-
pressione, non hai più il diritto di arrabbiarti, di entusiasmarti senza venire
diagnosticato.
Leonarda, 40 anni, arriva al mio studio accompagnata e chiede che lui ri-
manga presente all’incontro. Si siede. L’aspetto è stanco, triste, sovrappe-
so. Dice che non sa perché è qui, chiede a lui di parlare. Il compagno dice
che Leonarda, un paio d’anni prima, entrò in crisi d’angoscia sul lavoro.
Talmente forte da rimanere a casa con prescrizione medica. Durante l’as-
senza comincia a comportarsi in modo strano. Crescendo le stranezze,
l’accompagna in psichiatria.
In psichiatria Leonarda dice le sue ultime parole, ha l’impressione di ve-
nire spiata dai colleghi attraverso una telecamera.
La reazione del servizio è: stato di agitazione, disordine paranoico, som-
ministrazione di neurolettico per far sparire il delirio. Leonarda si acca-
scia, diventa catatonica, viene ricoverata. Per sicurezza legata al letto e la-
sciata così per l’intera notte, e per le successive. L’unità è strapiena,
Leonarda è collocata nei corridoi.
Durante la notte un’altra persona ricoverata, vedendola immobile sul
lettino, pensa di slegarla, arriva l’infermiere che la lega nuovamente (il ter-
mine usato nella cartella clinica è contenzione). Dopo una decina di giorni
di ricovero in quelle condizioni, un operatore del servizio si avvicina al
compagno di Leonarda e suggerisce terapia elettro-convulsivante.
Lui fugge con Leonarda in altro ospedale, e là racconta quanto accaduto
nel primo. La psichiatra del secondo ospedale formula una diagnosi di di-
sturbo indotto da farmaci e dispone un cambiamento farmacologico radi-
92 Follia e creazione

cale. Leonarda si riorienta piano piano, riprende a camminare e a muover-


si. La ripresa lascia sperare, Leonarda si reca periodicamente a
quell’ospedale per il dosaggio farmacologico.
Da tempo la ripresa si è fermata su una soglia di non miglioramento, par-
la poco, non ricorda quel che accade intorno, non parla e non collabora più
con gli operatori dell’ospedale, non risponde più neanche alle domande.
Mi rivolgo a Leonarda, racconta che ha una bambina in quinta elementa-
re, tutti i giorni l’accompagna a scuola. Prepara la colazione per lei, la sve-
glia alle sette e mezzo, l’aiuta a preparare la cartella, le fa il caffelatte, le fet-
te di pane e burro, poi la porta a scuola. Da qualche tempo c’è un cantiere che
la costringe a fermare l’auto un po’ in là, e a portare la figlia fin davanti a
scuola, poi riprende l’auto per andare a lavorare. Leonarda parla con una
voce calda e suadente, racconta in modo assai dettagliato. Il suo accento non
è di queste parti, ma di dove è nata, dove vivono mamma e papà.
Giro la testa e guardo il compagno scuotere la testa. Dice: “non si ricor-
da, le ha raccontato episodi di oltre tre anni fa. Non è consapevole di quel
che accade, nostra figlia fa la terza media e a scuola va da sola, lei non la-
vora più da tre anni. Però sono stupito. È la prima volta che parla così con
un dottore. Parla solo con me.”
Non credo di avere poteri particolari né di avere attivato meccanismi che
abbiano permesso a Leonarda di parlare con me. Forse mi manca qualco-
sa: non indosso camici, lo studio non ha nulla che richiami uno studio me-
dico, ci sono immagini, sedie, divani, tavoli, una cucinetta, due studi e una
sala divisa in due parti da due paraventi in ferro battuto con le ante in coto-
ne ricamato, dischi in vinile, scaffali pieni di libri. Leonarda legge libri sul-
la Shoah, da prima di questi guai. Quando lo dice vedo in lei una mu-
selweib. Nel mio studio manca qualcosa, non c’è niente che richiami la
sanità e la medicina.
È stata sottoposta a risonanza magnetica, nessuna lesione. La valutazio-
ne neuropsicologica non rileva patologie cognitive. Dopo queste indagini
l’ospedale che l’ha salvata dalla furia di guarigione formula l’ipotesi di di-
sturbo da conversione, isteria.
Secondo Jean-Paul Sartre, l’Essere è fessurato, abitato dal nulla, non ha
essenza, vive dispiegandosi. Sartre (1965) analizza la mauvaise foi, una
condizione costitutiva dell’esistenza. Non è malafede, così come viene co-
munemente intesa. La malafede è attribuita all’altro, la mauvaise foi si ri-
ferisce a una relazione del soggetto con se stesso, precisamente nel punto
in cui il soggetto si differenzia da sé. Potremmo descrivere la mauvaise foi
come il fenomeno che più propriamente appartiene all’inconscio: presenza
di sé a se stesso come un altro.
Il nome 93

La menzogna somiglia alla mauvaise foi, tuttavia il soggetto mente


all’altro, che non sa. Nella mauvaise foi, io sono in rapporto con me stesso
come un altro, e non posso sfuggire dal conoscere me stesso. Anche nei
casi di personalità multipla, di dissociazione, persino nei casi in cui c’è un
danno cerebrale l’altro in me stesso è là, dentro un sistema semiotico che
mi cattura, oltre il linguaggio, nella formazione delle immagini, “i proces-
si di formazione delle immagini sono inconsci”, sosteneva Gregory Bate-
son (1984), all’origine di ogni sensazione, il dolore è immagine.
Dall’interno della mauvaise foi si dispiega l’incontro terapeutico, ricer-
ca di una responsabilità del soggetto chiuso in un dolore non identificabile,
agente del suo proprio danno, ma, al contempo, danneggiato socialmente,
assoggettato a circostanze avverse, che spesso vengono create dall’uomo,
dall’autorità, dalla coercizione, dalla povertà economica e culturale.
C’è dunque un fenomeno sociale, non solo esistenziale, di mauvaise foi
che fa leva sull’angoscia che si prova di fronte all’autorità. Fa dire al sog-
getto “non posso permettermi di agire liberamente”.
L’azione sanitaria spesso si presenta come un sistema antagonista al sog-
getto. Le prestazioni sono erogate in relazione ai rimborsi che si ricevono, ai
profitti aziendali. Un gigantesco atto di mauvaise foi sociale. Il sistema sani-
tario sa che non funziona per curare, ma non lo riconosce; promuove un sog-
getto sanitario banale, manovra una tecnica che neppure conosce adeguata-
mente – come in alcuni trattamenti farmacologici iatrogeni – che serve a
coprire un’azione sadica, priva di passione, cieca, come nel Kronos di Goya.
La praxis - intesa come attenzione ai minuti particolari, alla cittadinan-
za del paziente, alle possibilità di un sistema ecologicamente aperto - sva-
nisce, diventa il sogno di un visionario.
La praxis è legata al confronto tra pensiero e azione. Dare al caso mag-
giore importanza, rivolgersi alle fessure, passare dal Tractatus al Thea-
trum. Se l’Essere diviene equivoco, è differenza. Se si parte dalla differen-
za, il caso è il cuore del teatro terapeutico. Attenzione alla differenza
impropria, ibrida, non attributiva. Nella trattatistica, se vedo un cigno nero,
meglio sarebbe catturarlo e osservarne l’anormalità, la mostruosità e, ma-
gari, sopprimerlo, conservandolo imbalsamato in qualche laboratorio tera-
tologico, giusto per descriverlo in un Tractatus.
Darwin immagina un’evoluzione senza teleologia, Nietzsche fonda una
tradizione di dissidenza. Il cuore della cura. Come sarà il futuro di Leonar-
da e di sua figlia?
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