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Appunti di Letteratura Latina

Dalle origini all’età di cesare

CAPITOLO I

Livio Andronico
Il primo autore della letteratura latina è Livio Andronico. Egli viene
scelto come precettore dei figli di Livio Salinatore e, proprio in ragione
di questo privilegio, fu affrancato, divenne liberto e conservò la sua
origine nel nome “Andronico”, acquistando il nome del suo padrone
“Livio”, appartenente alla gens Livia. In quanto schiavo bilingue, a lui
viene attribuito il compito l’incarico di comporrte un testo lirico (una
carmen) di carattere propiziatorio in prossimità di un’importante
battaglia che Roma doveva combattere (Battaglia del Metauro, 207
a.C.) combattuta da Livio Salinatore contro Asdrubale. Far ciò era
molto importante in quanto poco prima della battaglia si erano
verificati molti prodigi che sembravano indicare l’ostilità degli dei
rispetto a questa battaglia. Livio dice che il Tevere si insanguinò, si
squarciò il cielo e, pertanto, gli fu chiesto di comporre un carmen
propiziatorio, dedicato a Giunone, con formule magiche e di
invocazione e la magia risiede nella sonorità di questo. Questo canto,
infatti, prevedeva che ci fossero ventisette ragazze divise in tre cori.
Per aver composto questo carmen propiaziatorio ed espiatorio, Livio
Andronico ricevette come premio la dirigenza del Collegium scribarum
historiumque di drammaturghi, nel tempio di Minerva, sul colle
dell’Aventino.

Livio, inoltre fu anche autore di teatro, prima ancora di compiere il


vertere dell’Odissea. Egli ha elaborato una quantità di testi teatrali
pervenutici in frammenti per tradizione indiretta di cui conosciamo i
titoli: Virgus, vergine, Gladiorus, diminutivo di spada, è importante
perché preannuncia un particolare codice di comportamenti del
soldato millantatore. Questo personaggio rientrerà nella figura
prescelta, poi, nella commedia plautina. L’altro titolo di cui
disponiamo i frammenti è Ludius, gioco scenico. Per aver scritto queste
commedie, Livio ha sicuramente consultato copioni antichi su cui ha
operato integrazioni. Queste commedie, come tutte le commedie
latine, si compongono di parti interlocutorie e parti cantate.

Queste commedie venivano rappresentate al cospetto dei magistrati


edili che si occupavano dell’allestimento e del finanziamento delle

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stesse. Di qui la scelta delle espressioni. A Livio si attribuiscono anche
tragedie ispirate al mito classico.

Tuttavia, il nome di Livio Andronico è legato al lavoro del vertere


dell’Odissea. Livio sceglie l’Odissea perché le narrazioni epiche che
avevano come soggetto il mare rientravano nella letteratura colta greca
di età alessandrina che trovavano la forma più alta e rappresentativa in
un poema epico, in quattro libri, in esametri, con due proemi, scritto
da Apollonio Rodio: le Argonautiche, la narrazione del viaggio alla
ricerca del vello d’oro. Questo viaggio era visionario perché gli
argonauti (eroi) attraversavano pericoli inauditi, affrontavano le Arpie,
Scilla e Cariddi, le rocce vaganti, le rocce simplecadi e questo viaggio,
come ogni viaggio, riveste un significato in un valore antropologico di
ricerca della verità. Tale testo è un componimento di grande
erodizione ed è stato scelto per l’aderenza al gusto alessandrino, la
centralità del mare, per ragioni ideologiche (Roma in questi anni
deteneva il potere sul Mar Mediterraneo e in questi anni erano in atto
le Guerre puniche e , quindi, un opera con il mare al centro poteva
celebrare degnamente l’espansionismo e riconoscersi nel desiderio di
romanità) ed è stato scelto perché è presente un collegamento diretto
tra Odisseo ed Enea per quanto i due viaggi siano diversi. Infatti il
viaggio di Odisseo è un nòstos (viaggio di ritorno in patria) mentre
Enea compie un viaggio di fondazione; entrambi, però, vagano nel
mare. Un’altra ragione è che, dal momento che il viaggio di Odisseo è
un nostos, il protagonista mostra sensibilità al mondo degli affetti e ciò
rientra nella romanità e nel rispetto dei valori del mos maiorum.
Pertanto, la figura di Odisseo nell’Odissea corrispondeva alla figura
dell’uomo attaccato alle tradizioni. Un’ulteriore ragione letteraria è il
mare in quanto acqua e non fine a se stesso. Nel mondo antico, infatti,
da un punto di vista antropologico, indica una condizione di passaggio
da uno stato all’altro. Era una condizione rituale che provocava
suggestione legata alle teofanie. Rispetto all’Odissea l’attegiamento è
duplice in quanto è nel segno del vertere: egli, infatti, rielabora,
integra, operando sostituzioni ni nomi delle divinità, dall’altro lato egli
assume un attegiamento di emulazione, ossia di rivalità. L’emulatio
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nasce, innanzitutto, dal confronto diretto con l’altro, che viene visto
come rivale, e poi nel tentativo di essere superiore o di rivendicarne la
superiorità. Un altro attegiamento con cui Livio si rapporta con
l’Odissea è il rigore filologico. Nel vertere dell’Odissea Livio sostituisce
le muse, figlie di Zeus e Mnemosyne, con delle divinità minori delle
acque chiamate Camene.

CAPITOLO II

NEVIO

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Dal punto di vista storico e culturale, Nevio inquadra una figura di
intellettuale diversa in quanto egli è civis e, pertanto, partecipa
attivamente alla vita politica e militare, combattendo nella I Guerra
punica, della quale si ricordano le date principali:

 264 a.C. occupazione di Milazzo dal console Gaio Duilio


 257 a.C. occupazione di Tunisi dal console Attilio Regolo
 241 a.C. battaglie isole Egadi, guidata dal console Gaio Lutazio
Catulo

Anche se anziano, Nevio prende parte alla guerra attivamente e


quando torna prende posizione su due orientamenti ideologici e
culturali:

1. Due gentes (Metelli e Scipioni) particolarmente attive e recettive


alla cultura greca.
2. Catone il censore, conservatore.

Nevio aderisce pienamente alla posizione di Catone e contesta in modo


spregiudicato non solo l’orientamento filoellenico, ma sfida proprio la
gens dei Metelli denunciando un elemento di quella famiglia tanto
ambizi0so quanto sciocco: aver intrapreso la carriera politica saltando
il corsus honorum. Nel 205 a.C. Nevio fu arrestato senza regolare
processo per aver diffamato gli Scipioni. Fu liberato per intercessione
del tribuno della plebe M. Claudio Marcello nel 204 a.C. e fu esiliato da
Roma. Si rifugiò a Utica, dove morì nel 201 a.C.

La spregiudicatezza, la libertà di pensiero e di parola rappresentano


questo intellettuale in un contesto in cui non era possibile avere molte
libertà. Dal punto di vista culturale, la produzione di Nevio è costituita
da una tradizione commediografa e tragediografa. Egli ha composto un
poema epico di contenuto storico, intitolato Pharsalia e un poema
ispirato al Bellum Poenicum.

Nevio scrive tragedie intitolate Cothurnatae, dalla denominazione dei


calzari indossati dagli attori tragici del teatro greco. Queste tragedie
sono ispirate al mito classico e al ciclo troiano. Di queste, noi abbiamo

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frammenti e titoli di tragedie ispirate a quelle di Euripide (che sviluppa
una particolare attenzione riservata alla condizione umana, non a
quella dell’eroe), Eschilo e Sofocle.

Una tragedia di Nevio (Licurgo) è ispirata alla tragedia Le Baccanti di


Euripide. In questa tragedia Licurgo è il sovrano di Tracia che si
oppone all’introduzione del dio Dioniso. Allora il dio si salva tuffandosi
in acqua e, poiché metamorfico, viene accolto dalle Meredi, divinità
marine tra le quali rientra Teti, madre di Achille. La tragedia euripidea
riguarda il rifiuto, da parte del sovrano di Tebe Pénteo di accogliere il
culto del dio Dioniso. Le situazioni, quindi, sono parallele perché il
comportamento dell’uomo è fatto di ubris, tracotanza che, come tale,
in entrambi i casi, viene punito. Questa tragedia, oltre ad affrontare il
tema mitologico, era di grande attualità perché a Roma, dopo la II
Guerra punica si diffusero i culti misterici e contro questi fu emesso
nel 186 a.C. un decreto di Senatum consultum, volto a interrompere lo
svolgimento di questi riti, che continuarono comunque.

Nevio introdusse un ulteriore stile di tragedia romana di contenuto


storico, denominata Fabula Pratexa, dalla tipologia di toga, ornata di
porpora, usata allora dai magistrati. Una ha come titolo Romulus,
mentre l’altra è intitolata Castilium. La prima narra del momento in
cui il potere non era ancora a Roma, ma ad Albalonga, mentre la
seconda riguarda l’assedio nel 222 a.C. di Casteggio ad opera del
console Marcello. Quest’assedio segna la ripresa della campagna
militare contro il popolo dei Galli.

All’interno della tradizione commediografa, Nevio scrive due


commedie con titoli greci, data la loro ambientazione, denominate
Palliatae, dalla tipologia di mantello indossato. Queste erano:
Stigmatias (lett. «schiavo macchiato») e Acontizomenos (lett. «colui
che viene colpito»). Entrambe le commedie riguardano la condizione
dello schiavo macchiato, nel primo caso, e colpito d’amore, nel
secondo caso. Nella scrittura di queste commedie Nevio utilizza la
tecnica della contaminatio, che consiste nell’inserire scene

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appartenenti al mondo italico all’interno di commedie di tradizione
greca. Questa tecnica comporta la convergenza di cose diverse rivelanti
la profondità della cultura greca e l’aderenza al tessuto autocnono. Da
questo momento gli autori di teatro cominciano ad applicare la
convergenza di modelli diversi nella stessa opera. La commedia in cui
abbiamo maggiormente tutto ciò è la Tarentilla, la cui importanza
risiede nel fatto che la ragazza protagonista volubile, ma ciò che è
realmente importante è il rendere netta la distinzione tra codice di
comportamento etico acquisito dai Greci e codice di comportamento
educato ai valori del mos. La prima forma è blanda, permissiva, mentre
la seconda è rigorosa. Tale commedia rientra tra le fabulae palliatae. La
trama è ricostruita sommariamente: due giovani lasciano la città in
compagnia di due schiavi per andare a godersi la vita a Taranto. Qui
entrambi sperperano il denaro in bagordi: sono innamorati di una
ragazza di facili costumi, la tarentilla. Arrivano, poi, i rispettivi padri,
che li ammoniscono severamente, esortandoli a tornare sulla retta via.

Il Poema Epico

Il Poema Epico di Nevio presenta una peculiarità, un contenuto storico


che investe la ricostruzione delle tappe fondamentali della I Guerra
punica, alla quale Nevio stesso partecipò. Questo Poema
originariamente non era diviso in gruppi narrativi (era un opus
continous). Solo in età graccana fu diviso da Gaio Ottavio Lampadione
in sette libri, che si estendono dalla narrazione nel momento in cui i
Romani furono chiamati in aiuto dai Mamertini (264 a.C.) fino
all’ultima battaglia delle isole Egadi (241 a.C.).

Nevio decide di andare incontro alle esigenze del popolo romano, dal
momento che in questo modo veniva affidato un fondamento mitico
all’origine di Roma. La seconda ragione era quella di celebrare la
supremazia di Roma mettendo in luce un nuovo profilo eroico dei
soldati. Egli, infatti, attribuisce loro, oltre alla virtute, pietas e con la
medesima attenzione stigmatizza i comportamenti scorretti (disprezzo
e viltà), Altro valore che egli introduce è la dimensione religiosa del

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personaggio, caratterizzante, nello specifico, l’animus religiosus di
Anchise, il padre di Enea, identificato solo qui come aruspico, ossia
conoscitore attento dei presagi e dei prodigi. Una caratteristica
particolare risiede nel fatto che, in Nevio, Anchise arriva con Enea fino
alle coste del Lazio, mentre, in Virgilio, muore in Sicilia e a lui vengono
dati onori funebri. Quarto motivo è la scelta di parlare si storia
contemporanea, perché la I Guerra punica permetteva di riconoscere la
grandezza espansionistica di Roma e le permetteva di beneficiare della
cultura e delle ricchezze portate come bottino di guerra.

Nevio segue il gusto alessandrino per una ragione strutturale,


riguardante cioè il contenuto dell’opera, introducendo la tecnica ad
incastro che consiste nell’introdurre, all’interno dell’organizzazione
narrativa, dei blocchi digressivi non aventi attinenza diretta con la
trama e con la conseguenza che la coerenza narrativa si disperda
perché questi sono: sostanziali, molto lunghi e dispersivi. In questo
caso troviamo una digressione, o excursus, comprendente la fuga di
Enea da Ilio, l’arrivo a Cartagine, la parentesi amorosa con Didone, la
partenza affrettata da Cartagine e l’arrivo in Lazio. Ciò viene inserito
nel momento in cui la narrazione comprende l’arrivo dei Romani in
Sicilia. Il poema comincia con l’invocazione alle muse, poi narra della
visita, da parte dei Romani, del tempio di Zeus ad Agrigento. Qui,
nell’azione di osservare l’altorilievo presente nel frontone del tempo, la
narrazione devia e comincia la digressione di tre libri e, finita questa,
riprende la regolare narrazione.

L’altro elemento alessandrino è l’interesse eziologico che permette di


capire la motivazione per cui la digressione cominci, quando è visto il
frontone.

Terzo elemento è il registro linguistico non uniforme: infatti, in alcuni


momenti è fluido, mentre in altri è solenne.

Quarto aspetto alessandrino è la convergenza di un tema bellico e di


un tema avventuroso.

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Ultimo aspetto è la scelta di un tema storico recente.

CAPITOLO III

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ENNIO

Ennio partecipò attivamente alla vita militare perché seguì il console


Nobiliore in Siria, celebrandone le vittorie nella tragedia di contenuto
storico Ambracia, quando, dopo la II Guerra Punica, Roma si estese in
Macedonia e in Siria. Le città confederate dell’Etolia si ribellarono e
Roma inviò Nobiliore ad occupare e assediare la città più importante
dell’Etolia, Ambracia. All’interno della città di Roma, Ennio aderì al
cenacolo degli Scipioni e, pertanto, la sua aderenza alla cultura greca
diventò completa adesione ai valori etici di tale tipo di filantropìa,
motivo per cui, quando esaltava qualcuno, cercava di mettere in luce
tali valori. La filantropia diventò, così, nel mondo romano un valore
pregevole (humanitas, da intendersi come rispetto del prossimo,
sensibilità). In ragione di ciò Ennio scrisse una tragedia di contenuto
storico e, dopo aver tradotto le tragedie greche, principalmente quelle
euripidiane, compose tragedie di stampo mitologico ispirate al Ciclo
troiano. A differenza di Euripide, che si mostrò attento a cogliere le
increspature dell’animo umano, Ennio accentuò la dimensione
sentimentale svilendo, così, lo spirito del tragedia greca interpretante
tensioni e dolori dei personaggi. Non cogliendo ciò, Ennio espresse in
maniera eccessiva ciò che la tragedia rendeva e, rende oggigiorno, con
il silenzio. Considerando che la tragedia euripidiana ha temi cruenti,
Ennio indusse su tali aspetti che la resero macabra. Tali effetti Ennio li
ottenne non portando solo in scena solo i personaggi delle tragedie,
ma anche le prosopopee, le allegorie, le apparizioni, i soggetti dei
sogni, i simulacri, che aumentarono la tensione emotiva del pubblico.
Il pubblico, di conseguenza, era catturato da un’attenzione emotiva e
non riflessiva, razionale

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CAPITOLO VIII

Sallustio

De Catilinae coniuratione

Aspetti strutturali e compositivi

Sulla incisività di un personaggio come Catilina sul tessuto sociale di


Roma in uno dei momenti più torbidi della sua storia, aveva parlato
anche Cicerone in 4 Discorsi, oltre a Sallustio.

Sia Sallustio che Cicerone considerano Catilina un genio del male e i


suoi seguaci uomini infami e, infatti, la composizione sociale dei
seguaci di Catilina lo conferma, perché fra loro si annoveravano nobili
decaduti, ex partigiani di Silla e plebei oberati da debiti. Gli elementi
più interessati all’azione sovversiva erano i seguaci di Silla, caduti in
rovina dopo la sua morte e inizialmente l’azione di Catilina si inserisce
nella lotta delle fazioni per raggiungere il potere dopo la morte di Silla.
La necessità di reprimere violentemente la congiura derivava dalla
consapevolezza che Catilina stesse minando le basi della ricchezza dei
nobili e in Senato, nel momento in cui si doveva decidere della sorte
cui sarebbero andati in contro i congiurati, si confrontarono due
posizioni contrastanti, quella di Cesare e quella di Catone. Cesare si
espresse contro la pena di morte per due ragioni, una di ordine
filosofico e l’altra di ordine ideologico. Dal punto di vista filosofico,
conformemente alla prospettiva epicurea di pensiero, Cesare riteneva
che la morte, ponendo fine ad ogni cosa, non fosse pena adeguata alla
gravità della colpa e, pertanto, era favorevole a confiscare i beni e a
comminare l’esilio. Peraltro Cesare sollevava l’irregolarità di procedura
nel mandare a morte i congiurati senza l’appello al popolo. Catone,
invece, rivendicava la necessità di intervenire con fermezza e in modo
drastico, posizione che finì col prevalere.

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Sallustio nel 43 a. C. scrive una monografia che ricostruisce nella sua
interezza la congiura di Catilina, fino alla descrizione della battaglia di
Pistoia avvenuta nel gennaio 62, durante la quale trovò la morte
Catilina stesso; l’opera strutturalmente si compone di 61 capitoli,
preceduti da un Proemio e inframezzati da digressioni (excursus) e
discorsi.

I Capitoli 1-4 sono occupati dal Proemio.

Nel Proemio sono affrontati temi svincolati dalla narrazione storica;


nei primi 2 capitoli sono presentate riflessioni di ordine filosofico, quali
la contrapposizione fra valori dello spirito e concretezza della
materialità dell’esistenza. I valori dello spirito ispirano azioni nobili
che permettono il conseguimento della gloria e che rimangono
indelebili; quello che è legato alla concretezza è destinato a sfumare
nel tempo e a perdersi. Poi Sallustio ricostruisce l’evoluzione della
storia, lasciando emergere come i popoli, Persiani, Ateniesi, Spartani,
non appena cominciarono a pianificare progetti di espansione,
divennero sempre più sensibili all’avidità, alla smania di potere e di
ricchezza, concorrendo a formare un tessuto etico destinato alla
degenerazione morale.

Dopo aver affrontato queste riflessioni nei primi 2 capitoli, nei capitoli
3 - 4 Sallustio chiama in causa l’esperienza dell’intellettuale e nello
specifico dello storiografo, rivendicandone la dignità letteraria e
mettendo in evidenza la difficoltà soprattutto di far corrispondere
l’attendibilità delle cose scritte dallo storiografo alla verità delle cose
realmente accadute, alla verità della storia. Nel parlare di sé in prima
persona, Sallustio ripercorre l’esperienza personale, ammettendo egli
stesso di essere stato tentato, suo malgrado, dall’avidità, dalla
sfrenatezza che dilagavano nel tessuto morale di Roma. La scelta di
scrivere, di dedicarsi all’attività letteraria, piuttosto che partecipare
direttamente alla realtà storica, preferendo, quindi, l’otium al
negotium, è dettata da ragioni precise. Egli afferma di dedicarsi alla
scrittura letteraria, per poter meglio seguire gli eventi della storia

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contemporanea da una posizione di distanza, in modo da garantire
maggiore autonomia e lucidità di giudizio. Pertanto egli espone il
proprio intendimento letterario di coltivare l’otium litterarium che non
consiste nella vita inoperosa e oziosa, ma nel dedicarsi alla scrittura
letteraria che richiede, per risultare oggettiva e corretta, l’essere
lontano dal coinvolgimento ideologico della vita politica. Poi
l’attenzione diventa più analitica, perché chiama in causa la congiura e
il personaggio, indicando il proprio intendimento e le ragioni della
scelta; innanzitutto Sallustio rivendica l’esigenza di oggettività, fedeltà
storica e di concisione narrativa. Egli sostiene di aver scelto questo
argomento degno di essere ricordato per il carattere rivoluzionario
dell’azione che assunse la gravità di un crimine e per l’atmosfera di
pericolo che si diffuse. Per quanto riguarda il profilo di Catilina,
relativamente ai suoi comportamenti, ritiene necessario spiegarne solo
pochi, al fine di far parlare i fatti, evitando in tal modo di esprimere
giudizi a priori.

Il Ritratto di Catilina

Capitolo 5: Il ritratto di Catilina è il primo ritratto che si incontri


nell’opera di Sallustio e rientra nei cosiddetti “ritratti paradossali”,
presentazioni di personaggi in cui sono giustapposte qualità virtuose e
caratteristiche spregevoli, poste le une accanto alle altre. Ne deriva un
profilo di personalità contraddittoria e tale si presenta in questo passo
Catilina, le cui indubbie capacità vengono messe in atto, per compiere
azioni criminose e nefande.

Infatti i primi 5 paragrafi, ad eccezione dell’incipit che indica


semplicemente l’origine nobile di Catilina, sono costruiti su una serie
di accostamenti ossimorici, categorie oppositive da cui si evince che
prevalgano le caratteristiche spregevoli del personaggio. Catilina aveva
tendenza innata (ingenium) alla crudeltà e malvagità e sin dalla prima
giovinezza aveva mostrato predisposizione verso azioni violente che
nel corso della storia si erano concretizzate in caedes, termine che
allude alle varie uccisioni, come quella del tribuno Livio Druso nel 92,

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in rapinae, con cui si allude alle spoliazioni compiute proprio da
Catilina durante le proscrizioni sillane negli anni 83-81, in conflitti
interni che avevano intorpidito l’atmosfera di Roma.

La sensibilità di Catilina è tratteggiata a tinte fosche: il suo animus era


ingannevole nella profondità, come etimologicamente il termine
subdolus indica, volubile e pertanto inaffidabile, in modo da trarre
vantaggio da tutte le situazioni. Proprio queste peculiarità, la capacità
ingannatrice e l’abilità dell’incostanza, gli permettevano di mostrarsi
simulator et dissimulator. Questi due termini che dal punto di vista
retorico sono legati da figura etimologica, connotano, in realtà, due
capacità differenti. Il termine simulatio denota semplicemente la
capacità di fingere, derivando da simul che indica la coesistenza nello
stesso momento di due atteggiamenti contrapposti; dissimulatio
connota la capacità più sottile, più ragionativa di saper nascondere la
verità. Peraltro il suffisso in –Tor- sottolinea la tendenza reiterata
nell’assumere questi comportamenti, che finiscono con l’identificare
un tratto distintivo della personalità di Catilina.

Inoltre il temperamento di Catilina era sconsiderato, temerario


nell’accezione semantica del verbo audeo che indica l’azione pericolosa
dell’osare oltre il senso del limite e, pertanto, non connota coraggio,
ma avventatezza. Peraltro a questa temerarietà si associava l’avidità e
l’inclinazione a desiderare cose smisurate e incredibili, mostrando di
possedere capacità minima di esercizio critico della ragione (sapientiae
parum).

Soprattutto questi ultimi aspetti concorrono a identificare come cifra


distintiva della personalità di Catilina la tendenza ad eccedere, a
superare il senso della misura e del limite; tuttavia, a fronte di queste
caratteristiche che espongono Catilina ad un giudizio di discredito, ve
ne sono altre significative e di tutt’altra considerazione. Catilina era
dotato di capacità straordinaria di sopportazione (patientia) rispetto al
freddo, rispetto alla mancanza di sonno e la parola patientia
corrisponde a un tratto peculiare del modello di virtù romana. Anche

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Cicerone era rimasto impressionato dalla capacità di resistenza di
Catilina e lo dichiarò apertamente nella Prima Catilinaria; inoltre
Sallustio riconosce a Catilina discreta capacità dialettica (satis
eloquentiae) e persuasiva, capacità che effettivamente Catilina
dimostra di possedere, riuscendo a convincere i suoi uomini a
pianificare l’azione sovversiva della congiura. Persino la volubilità di
Catilina presuppone intelligenza versatile nel saper modellare i
comportamenti a seconda del volgersi degli eventi e delle situazioni.
Quindi fra le pieghe del discorso, nei continui accostamenti fra vizi e
virtù, traspare la vitalità di un uomo straordinario, dominato dalle
passioni, complesso e ambiguo.

Nella seconda parte del ritratto, Sallustio sposta l’attenzione sul


contesto storico in cui aveva operato Catilina, al fine di evidenziare
come la sua personalità fosse coerente con lo stato di degenerazione
morale che segnò la tarda Repubblica. Infatti Sallustio afferma che
dopo il governo dispotico di Silla, Catilina parve accentuare
sfrenatezza di cupidigia nell’impadronirsi del potere e, pur di ottenere
il regno, non si faceva scrupoli della scelta dei metodi da seguire.
Peraltro egli sembrava essere febbrilmente agitato dalla propria
condizione economica che rasentava l’indigenza a causa dei suoi
sperperi e dalla consapevolezza (conscientia) dei suoi misfatti.

In quel contesto storico quelli che Sallustio definisce corrupti mores


avevano offerto fertile humus per l’azione sovversiva di Catilina e nello
specifico l’amore per il lusso (luxuria) e l’avidità (avaritia) erano vizi
rovinosi e contrari e per questo tanto più pericolosi. Quindi, se Catilina
aveva maturato l’iniziativa sovversiva, era stato favorito da questo stato
di cose, che testimonia la crisi delle istituzioni repubblicane.

Capitoli 6-13: la personalità di Catilina, nobile corrotto, si staglia sullo


sfondo della decadenza morale di Roma, decadenza determinata
dall’accrescersi del potere e dal dilagare del lusso e delle ricchezza. A
questi capitoli corrisponde la prima digressione, (excursus) definita
Archeologia, in cui viene ricostruita la storia di Roma dalle origini, a

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partire dalla sua fondazione, fino alla fine delle Guerre puniche;
Sallustio evidenzia come nel corso della storia sempre all’affermazione
del potere e dell’opulenza abbiano fatto seguito invidia e maggiore
avidità, ma soprattutto nei capitoli 10-13 l’attenzione sulla storia
repubblicana porta a riflessioni ulteriori.

Dopo la distruzione di Cartagine, la fine del metus hostilis determinò a


Roma una irrefrenabile degenerazione morale che comportò
l’affermarsi di avidità, sete di danaro e di potere, cupidigia, aspetti che
sovvertirono ogni forma di rettitudine e ogni norma del vivere onesto.
Ne derivarono anche arroganza, crudeltà, negligenza rispetto al culto
della sfera del sacro e la convinzione che tutto fosse in vendita;
l’ambizione indusse molti a fingere e a discriminare gli amici dai
nemici non in base ai meriti, ma in rapporto al vantaggio che si poteva
ricavare. Questo sovvertimento morale fu accentuato dalla centralità in
questi anni del protagonismo di Silla, presentato come parametro di
crudeltà e di depravazione.

Capitoli 14-18: Catilina, traendo vantaggio dalla condizione di


decadenza morale di Roma, riesce a trovare consensi e adesioni fra
personaggi di varia estrazione, ma che per motivi diversificati anelano
ad un cambiamento del potere.

Capitoli 19-25: la nobiltà, grazie a delazioni varie e indiscrezioni,


percepisce che si sta pianificando un’azione sovversiva e affida il
consolato ad Antonio e a Cicerone. Nel frattempo Catilina continua la
preparazione della congiura che prevede un’azione contemporanea a
Roma e Fiesole, perché egli affida ad un suo fedele seguace, Manlio, la
gestione di un esercito a Fiesole, composto da disperati e miserabili.
Tra gli ultimi capitoli di questa sezione, si svolge un importante
discorso che Catilina rivolge ai suoi uomini, da cui si evince la
considerazione della nobiltà, connotata come prevaricatrice e molto
avida. Soprattutto da questo discorso emerge come il rapporto fra
Catilina e i suoi uomini si costruisca su adesione emotiva e personale,
su una particolare interpretazione della fides e Catilina si affida proprio

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all’effetto emotivo delle sue parole, per ottenere consenso dai suoi
seguaci, cui ricorda le precedenti occasioni in cui la fides ha
rappresentato elemento di forza.

Il Ritratto di Sempronia

Fra i seguaci di Catilina figurava anche Sempronia, donna nobile di


rango ed aderente all’azione sovversiva della congiura, pur avendovi
partecipato in modo marginale.

Sempronia, discendente della gens Sempronia, era moglie del console


Giunio Decimo Albino e madre di Decimo Bruto, il cesaricida.
Sempronia viene presentata, ad incipit di testo, già come donna
temeraria che in passato si era macchiata di misfatti (facinora) che si
addicevano alla forza di un uomo e che si configurano, pertanto,
come scandalosi se riferiti a una donna e ancor più se a una donna di
estrazione aristocratica. Inoltre, a questa temerarietà disinvolta si
associava la inclinazione di Sempronia al vizio; infatti Sempronia
disattendeva ogni forma di decoro e rispettabilità, perché anche nel
coltivare interessi, come suonare la cetra e danzare, non mostrava la
compostezza (decentia) che deve essere conforme ad una donna
onesta.

Nella prospettiva etica di Sallustio, anche attività come queste erano


giudicate come presupposti per una vita dissoluta (luxuriae) e in ogni
caso erano considerate disdicevoli rispetto al rigore di comportamento
cui deve attenersi una matrona che deve essere perfettamente
integrata nel ruolo di sposa e madre. Sempronia era anche una donna
di cultura, esperta di letteratura antica e tutta questa vasta gamma di
interessi non era coerente con il paradigma di probitas, di onorabilità
femminile.

Sallustio presenta questi aspetti del profilo di Sempronia nei primi due
paragrafi del capitolo e, ad apertura del terzo, indirettamente
sottolinea l’inadeguatezza del comportamento della donna rispetto ad
uno statuto antropologico codificato di matrona romana e

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rappresentato da precisi paradigmi morali quali la decus e la pudicitia.
Sempronia non aveva certo alcun riguardo di questi valori, né del
proprio buon nome e infatti Sallustio dice che non era facile (haud
facile) stabilire se avesse più cura del denaro o della sua buona
rinomanza. Certamente in questo caso è usata la litote con un
intendimento molto incisivo; questa figura retorica è scelta per
rimarcare la corruzione di Sempronia e, proprio a partire dal terzo
paragrafo, Sallustio stigmatizza la depravazione del personaggio in
modo perentorio e soprattutto individua come motivazione del suo
comportamento l’amore per il lusso e la condizione di ristrettezza del
suo patrimonio.

Nei paragrafi 3 e 4 è contenuto il cuore del ritratto di Sempronia,


costruito in crescendo, perché Sallustio ora passa in rassegna i
comportamenti, le azioni della donna e non solo le sue inclinazioni e
caratteristiche.

La donna era dominata da spudoratezza (lubido), tale da renderla nelle


dinamiche delle relazioni umane cacciatrice piuttosto che preda;
infatti Sempronia cercava gli uomini più di quanto fosse cercata da
loro. Inoltre Sempronia era assolutamente priva di scrupoli, perché in
passato non aveva esitato a venir meno alla parola data, a giurare il
falso e persino a rendersi complice di omicidi. Pertanto Sallustio nel
paragrafo 4 indica concretamente quali siano i misfatti compiuti da
Sempronia, quei facinora, indicati ad apertura di passo come tratti
distintivi della eccezionalità in negativo della donna, della sua
colpevolezza. Sempronia, prima di prendere parte alla congiura, si
sarebbe macchiata di nefandezze disposte in crescendo: è presentata
come fedifraga (fidem prodiderat), come spergiura (creditum abiuverat)
e addirittura complice di delitti (caedis conscia). Sallustio sostiene che
la donna sia precipitata nell’abisso del vizio a causa del suo amore per
il lusso e della mancanza di mezzi per di soddisfarlo.

Il profilo di Sempronia, profilo decisamente contrario rispetto a quello


che sarebbe dovuto essere secondo la morale tradizionale, si conclude

~ 18 ~
con la rappresentazione di una donna colta che sapeva tener viva la
conversazione nei salotti dell’alta società romana con garbo e
spigliatezza e che si distingueva per raffinatezza di modi. Sallustio non
può tacere quei tratti della personalità di Sempronia che le
assicuravano consenso e favore.

Questo capitolo dedicato a Sempronia presenta parecchie analogie sul


piano strutturale e lessicale col capitolo 5 riservato al ritratto di
Catilina.

In entrambi prevale un impianto paratattico e Sallustio si serve di


periodi brevi e accostati senza alcuna congiunzione, per delineare con
secca incisività le caratteristiche dei personaggi.

La congiunzione Sed, ad apertura di capitolo, senza valore avversativo,


ma come raccordo narrativo, si ripete in anafora nei paragrafi 3 e 4,
scandendo in sequenze la presentazione di Sempronia. A partire dal
paragrafo 2 si susseguono brevi proposizioni che tratteggiano con
rapidi tocchi la personalità della donna; il periodo che apre il paragrafo
3, in cui vengono sottolineate la spudoratezza e la mancanza di
scrupoli, presenta un susseguirsi di contrapposizioni, l’ultima delle
quali è evidenziata dal poliptoto (peteret /peteretur).

Nel paragrafo 4 si identificano ancora frasi secche, scandite da


andamento paratattico con un’efficace gradatio climatica
nell’enumerare le colpe di Sempronia (si precede dalla meno grave alla
più pesante). Infine a chiusura di capitolo, Sallustio, richiamandosi a
quanto detto nel paragrafo 2, espone le qualità della donna, la sua
intelligenza e la sua cultura, con tre infinitive concluse da un tricolon,
scandito dalla ripetizione di vel.

Capitoli 26-36: Catilina, sconfitto alle elezioni consolari, cerca di


uccidere Cicerone, non riuscendovi. Cicerone ottiene dal Senato pieni
poteri per reprimere la rivolta e l’8 novembre del 63 Cicerone in senato
accusa apertamente Catilina.

~ 19 ~
Capitoli 37-39: Sallustio introduce la seconda digressione (excursus) sui
motivi della degenerazione della vita politica a Roma e sulle condizioni
che hanno facilitato l’attività eversiva di Catilina Questo secondo
excursus, collocato nella parte centrale dell’opera, evidenzia con tono
perentorio la degenerazione progressiva della vita politica romana nel
periodo che si estende dalla dominazione di Silla alla guerra civile fra
Cesare e Pompeo. La condanna morale chiama in causa con eguale
responsabilità sia i populares, sia la nobilitas; i primi si comportano da
demagoghi e con elargizioni e varie promesse rivolte alla plebe, ne
sollecitano la partecipazione violenta, per ottenere solo sostegno, e gli
esponenti della nobilitas rivendicano a parole la dignitas del Senato e si
adoperano con ogni mezzo per consolidare i propri privilegi.

Capitoli 40-52: la narrazione procede richiamando l’attenzione su


Cicerone che riuscì a venire a conoscenza di fatti e di prove tangibili
del complotto. In Senato rispetto alla sorte dei congiurati si
contrappongono i Discorsi di Cesare e di Catone che si esprimono in
modo antitetico.

Il discorso di Cesare è il discorso di un garantista che respinge la


proposta della condanna a morte, perché è contraria alla tradizione
romana e perché soprattutto potrebbe costituire un antecedente
pericoloso per la storia successiva. Infatti in questo caso si tratta
certamente di un provvedimento straordinario messo in atto da un
console responsabile; si potrebbe verificare in futuro che consoli
inesperti adottino questa soluzione a danno di uomini innocenti.
Peraltro ad Atene i 30 Tiranni iniziarono col mandare a morte
scellerati meritevoli della pena; successivamente questa misura
straordinaria divenne di uso indiscriminato. Pertanto Cesare propende
per la confisca dei beni, l’esilio e il carcere a vita. Catone, invece,
contesta con forza il temporeggiare del Senato romano in una
situazione di tale gravità e ritiene opportuna la pena di morte, perché
il complotto è stato confessato e le prove sono indiscutibili.

~ 20 ~
Capitoli 53-54: Sallustio, dopo aver riportato i Discorsi di Cesare e
Catone, introduce un parallelo fra i due e a Cesare attribuisce
generosità e moderazione, rispettivamente munificentia et
mansuetudo, e a Catone riconosce fermezza nel pensiero e dignità nel
comportamento, rispettivamente integritas et dignitas.

Capitoli 55-61: i complici di Catilina vengono giustiziati. Catilina, a


capo del suo esercito, cerca di trovare rifugio in Gallia Transalpina, ma
viene intercettato dall’esercito romano e costretto a combattere vicino
Pistoia nel gennaio del 62. L’esercito viene distrutto e Catilina, dopo
aver combattuto accanto ai suoi uomini, muore in battaglia.

Sallustio, sostituendo l’attività storiografica al diretto impegno politico,


giustifica la scelta del nuovo lavoro intellettuale nei Proemi delle due
opere monografiche, Bellum Catilinae e Bellum Iugurthinum. Egli in
particolare afferma di voler rivolgere la sua indagine a determinati
argomenti privilegiando l’impostazione monografica, per mettere in
luce i punti salienti della crisi che nel I secolo a. C. investe la vita e le
istituzioni della Repubblica. La congiura di Catilina e la Guerra
giugurtina si possono considerare rispettivamente la proiezione
interna ed esterna di questa crisi.

Nel Bellum Catilinae il Proemio è seguito da una serie di capitoli


dedicati alla storia di Roma dalle origini all’età contemporanea. Roma
antica era unita, retta da concordia e dal rispetto delle classi.
L’ampliamento di Roma, a scapito dei popoli vicini, generò l’invidia di
questi ultimi che cominciarono ad attaccare Roma. Il passaggio dalla
monarchia alla Repubblica si rese necessario a causa della
degenerazione del potere monarchico in potere tirannico; il sistema
delle magistrature, applicando la collegialità, tutelava dal pericolo del
potere di uno solo. Assurge a modello la idealizzazione di Roma
arcaica: l’inizio della crisi risale alle conclusione delle guerre contro
Cartagine quando, cessato il timore del nemico esterno, la città
conobbe ricchezza e potere senza pari. Il discorso sulle cause della crisi

~ 21 ~
viene ripreso nei capitoli centrali della monografia in cui si denuncia a
Roma la venuta di uomini caduti in disgrazia e senza scrupoli.

L’indagine di Sallustio trae significato sia dalla convinzione dello


scrittore di svolgere un compito meritorio e utile, non inferiore alla
prassi politica, sia dallo sforzo di interpretare la crisi dello stato,
ricercandone le ragioni nella storia recente. Sallustio ha piena
consapevolezza della decadenza morale e politica della res publica e
considera come prima responsabile della degenerazione morale la
classe dirigente; alla condanna dei corrupti mores della classe nobiliare
e alla condanna delle intemperanze del proletariato non risponde,
tuttavia, la proposta da parte di Sallustio di un programma innovatore
o di mezzi che possano portare alla soluzione della crisi. Ci sono
auspici di giustizia sociale, di pacificazione delle classi che però, non si
concretizzano in un disegno organico.

Per quanto riguarda i modelli culturali, l’influenza maggiore fu


esercitata dallo storiografo greco Tucidide che ispirò Sallustio nel
privilegiare la ricerca delle cause che avevano determinato i fatti
storici. Inoltre deriva da Tucidide la tendenza a collegare la singola
vicenda a tutta la storia di un popolo, l’inserimento di digressioni
all’interno dell’opera, la cosiddetta “archeologia” che corrisponde alla
rievocazione delle vicende patrie, e soprattutto l’uso dei discorsi, che
contribuiscono a illuminare gli avvenimenti e a caratterizzare i
personaggi.

Peraltro i discorsi diretti dei personaggi permettono di riconoscere il


legame fra storia e oratoria e nel Bellum Catilinae sono, ad esempio,
quelli che si svolgono fra Cesare e Catone e che riflettono due
prospettive di pensiero contrapposte. Nel Bellum Iugurthinum sono
importantissimi i discorsi di Mario e di Gaio Memmio. Anche i ritratti
dei personaggi rivestono ruolo incisivo nella comprensione delle
dinamiche della storia e nella tecnica sallustiana si identificano come
“paradossali”, perché si configurano come profili di personaggi
delineati attraverso coppie oppositive di vizi e virtù. Nel Bellum

~ 22 ~
Catilinae si identificano il ritratto di Catilina, di Cesare e di Catone e il
ritratto di Sempronia, donna di valore che partecipò attivamente alla
congiura; nel Bellum Iugurthinum, oltre al ritratto di Giugurta, è
significativo il ritratto di Mario, come emblema di homo novus al
potere.

De Bello Iugurthino

Questa monografia, più estesa della precedente, si compone di 114


capitoli ed è il racconto della guerra contro Giugurta svoltasi in
Numidia fra il 111 e il 105 a. C. La struttura generale è ripartita. Nei
capitoli 1-38 prevale la figura di Giugurta, principe della Numidia, stato
vassallo di Roma, il quale con la complicità di alcuni nobili corrotti,
riuscì ad impadronirsi del trono, dopo aver ucciso Aderbale e Iempsale,
suoi cugini e potenziali eredi. Giugurta commise un errore
imperdonabile per i Romani, quello di massacrare alcuni italici durante
il saccheggio della città di Cirta (111 a. C.) e pertanto i Romani furono
costretti a intervenire e a dichiarare guerra, nonostante fossero state
sollevate non poche perplessità. Infatti la nobiltà senatoria non era
interessata ad una politica espansionistica in Africa, perché si
temevano in quel momento gli attacchi da parte di Cimbri e Teutoni ai
confini settentrionali dell’Italia. Pertanto la nobiltà era restia ad
impegnare forze militari ingenti in una guerra non importante in quel
momento in cui bisognava fronteggiare urgenze maggiori. Erano
favorevoli, invece, ad una politica espansionistica i ceti mercantili dei
cavalieri che vedevano nell’Africa una posizione strategica di primaria
importanza per i propri affari.

Peraltro i territori africani si prestavano alla colonizzazione e


potevano essere sfruttati anche per risolvere il problema agrario;
quindi anche i contadini erano interessati alla conquista. Avviata la
guerra, Giugurta, contro ogni previsione, riuscì a ottenere successi
significativi contro i Romani e allora i tribuni della plebe insinuarono il
sospetto, condiviso da Sallustio, che la ragione di inspiegabili successi

~ 23 ~
si dovesse ricercare nella corruzione dei comandanti romani: i
comandanti romani si erano venduti al nemico.

Nella seconda parte (39-81) i tribuni riuscirono a ottenere la ripresa


della guerra e l’azione si concentrò sul console Metello, massimo
esponente della nobiltà, ma di quella nobiltà integra, non corrotta;
questi riuscì a infliggere a Giugurta una serie di sconfitte pesanti, ma
non decisive.

Nella parte finale dell’opera (82-114) entra in scena Mario, homo novus,
esponente dei populares il quale, in ragione di tutti gli scandali, si
mostra capace di prevalere sull’arroganza della nobiltà, è eletto console
e sostituisce Metello nel comando della guerra. Mario porta a termine
la guerra, ma ciò avviene grazie all’intervento di Silla: è proprio grazie
alla sua astuzia subdola che Giugurta cade in un’imboscata e viene
catturato. Giugurta muore in carcere a Roma, ma Sallustio di questo
non parla.

Anche questa monografia si compone di un Proemio (paragrafi 1-5)


che, come quello del Bellum Catilinae, per gran parte (paragrafi 1-4) è
svincolato da presupposti storici.

Il Proemio sviluppa riflessioni di ordine filosofico, quali il rapporto fra


la volontà dell’uomo definita animus e il caso, la sorte, definita
fortuna. Anche in questo Proemio viene rivendicata la superiorità
dell’animus che guida la vita dell’uomo il quale, quando è orientato
verso la virtù e la gloria, non ha bisogno di essere assecondato dalla
fortuna. Quando l’uomo, invece, diventa schiavo dei piaceri,
dell’inerzia e della sfrenatezza, attribuisce la ragione dei propri
fallimenti alle circostanze, piuttosto che alla propria responsabilità.
Anche in questo Proemio, Sallustio prende in esame i valori dello
spirito destinati a durare rispetto alle caratteristiche legate a realtà
concrete e materiali, ritenute inconsistenti e fragili. I valori dello
spirito, se coltivati, permettono di far conseguire agli uomini alti

~ 24 ~
incarichi, quali magistrature, comandi militari e forme di
partecipazione alla vita pubblica. Tuttavia il tessuto morale di Roma è
lacerato da degenerazione, intrighi, complotti e soprattutto da
corruzione e avidità anche fra i Senatori. Pertanto la scelta di dedicarsi
alla scrittura letteraria e alla storiografia nasce dalla consapevolezza di
giovare molto più attraverso l’attività letteraria, vivendo lontano dalla
vita politica, piuttosto che partecipandovi. Sallustio indugia nel
considerare la situazione di decadenza come processo invasivo e
progressivo che investe tutte le categorie sociali. Anche gli homines
novi che attraverso la virtù e il merito riuscivano a superare i nobili,
ora accedono a cariche militari e civili ricorrendo a intrighi e violenze
di ogni tipo.

Poi (paragrafo 5) Sallustio passa a illustrare l’argomento dell’opera e le


motivazioni per le quali lo ha scelto. La Guerra giugurtina nello
scenario della storia romana era stata fondamentalmente una guerra
marginale e nelle sue prime fasi era stata condotta senza
determinazione, soprattutto per difendere il principio secondo il quale
a nessuno, neanche ad un piccolo sovrano come quello della Numidia,
fosse lecito offendere il prestigio del popolo romano. Per quanto
Sallustio motivi le ragioni della sua scelta, adducendo sia l’atrocità
della Guerra giugurtina, sia le conseguenze che ne sarebbero derivate
alla politica interna di Roma, in realtà la guerra era stata determinata
da una potente motivazione politica e ideologica: lo storico
identificava nelle vicende di quel conflitto la prima manifestazione di
contrasto da parte della plebe nei confronti della nobiltà. Infatti la
tracotanza, definita superbia, della nobiltà aveva incontrato resistenza
decisa. Successivamente Sallustio descrive sinteticamente le vicende
della dinastia di Massinissa, sovrano della Numidia, fino all’avvento al
potere di suo figlio Micipsa.

Infatti, alla morte di Massinissa, pur essendo stato diviso il potere fra i
suoi tre figli Gulussa, Mastanabale, padre di Giugurta, e Micipsa, di
fatto divenne sovrano solo Micipsa, padre di Aderbale e Iempsale.

~ 25 ~
Giugurta era stato escluso da ogni diritto di successione, perché nato
da una concubina.

I Capitoli VI, VII e VIII sono dedicati al ritratto di Giugurta, di cui


Sallustio subito evidenzia, oltre ai pregi del fisico, la vivacità
dell’intelligenza (validus ingenio), il rifiuto di piaceri facili, il non
lasciarsi corrompere dall’inerzia e sottolinea l’esibizione di coraggio e
la capacità del giovane di farsi volere bene dagli altri. Inizialmente
Micipsa fu favorevolmente colpito da questi meriti, pensando che il
valore di Giugurta sarebbe stato motivo di vanto per il suo regno.
Successivamente quando Micipsa si rese conto che il prestigio del
giovane cresceva e poteva rappresentare una minaccia per i suoi due
figli, decisamente più piccoli, decise di mandarlo in appoggio ai
Romani nella guerra contro la città di Numanzia, sperando che
incontrasse la morte. A questo punto avviene una svolta nella
formazione di Giugurta: grazie al coraggio (proelio strenuus erat) e
all’avvedutezza (bonus consilio) Giugurta riesce a conquistare il favore
dei Romani, fino al punto da essere richiesto per affrontare imprese
rischiose e Scipione lo annovera fra i suoi amici e si fida dell’acutezza
della sua intelligenza. Tuttavia Giugurta, venendo a contatto col
mondo dei Romani, lascia che il suo animus tutt’altro che umile (non
mediocrem animum) venga infiammato dalla logica corrotta romana,
per la quale ogni cosa è in vendita: omnia venalia esse.

Dopo il ritratto di Giugurta, Sallustio ricorda i meriti che a Giugurta


stesso sono stati attribuiti da Scipione durante la campagna in
Numanzia, ricorda pure la sfrenata ambizione del personaggio, nonché
la sua crudeltà d’animo. Infatti Giugurta non esitò a far uccidere il
cugino Iempsale e a perseguitarne il fratello Aderbale. A questo punto
Aderbale chiese l’intervento di Roma e il Senato, corrotto dagli
emissari di Giugurta, esitava ad intervenire, fino a quando si trovò
costretto a farlo, in seguito al massacro perpetrato da parte di Giugurta
ai danni dei mercanti italici a Cirta (XXVI). Gli Italici erano certi che
sarebbero stati risparmiati (inviolatos sese) per riguardo alla grandezza

~ 26 ~
del popolo romano e, invece, furono uccisi; anche Aderbale si era già
arreso e confidava pertanto nell’incolumità e, invece, fu giustiziato.

Il Senato di Roma a quel punto non poteva ignorare l’accaduto che


denunciava il comportamento cruento e sleale di Giugurta, anche se
cercava di attenuare l’atrocità del fatto (atrocitatem facti); d’altro canto
il tribuno della plebe Memmio, uomo determinato e avverso alla
potenza dei nobili (infestus potentiae nobilitatis), provvedeva coi suoi
discorsi informare la plebe dell’andamento delle cose e da questa
otteneva consenso (XXVII).

Solo allora il Senato cominciò a temere la reazione del popolo e inviò


in Numidia il console Calpurnio Bestia, uomo di valore, ma corrotto
dall’avidità al punto da farsi convincere da Giugurta a un pace
disonorevole. La plebe era indignata e il tribuno Memmio coi suoi
discorsi la esortava a reagire, ma non con la violenza o con la
secessione (nihil vi, nihil secessione opus est); egli cercava con le sue
parole di smuovere le coscienze del popolo al sentimento di libertà. Fra
i vari discorsi che tenne il tribuno Memmio ve ne è uno di particolare
importanza e contenuto nel capitolo XXXI, in cui egli denunciava e
stigmatizzava tutte le colpe e i misfatti commessi impunemente dalla
nobiltà.

In questo discorso il tribuno definisce i nobili “uomini malvagi, dalle


mani insanguinate, che superavano il senso della misura in avidità
(avaritia), per i quali erano in vendita lealtà (fides), dignità (decus),
pietà (pietas), insomma tutto ciò che di onesto e di disonesto esista al
mondo. Alcuni di loro si sono costruiti la loro sicurezza con l’uccidere i
tribuni della plebe, altri con processi ingiusti, la maggior parte
macchiandosi del vostro sangue. Così quanto più ciascuno si comporta
male, tanto più si sente al sicuro. Questi fanno convergere in loro gli
stessi desideri, gli stessi odi, gli stessi timori. Ma quella che fra uomini
onesti (inter bonos) è amicizia, fra i disonesti è complicità (factio)”.
(XXXI,12)

~ 27 ~
Da questo discorso emerge la configurazione della nobiltà non come
classe sociale, ma come categoria antropologica costituita da uomini
corrotti, veri e propri criminali senza scrupoli che ritengono motivo di
vanto aver assassinato i tribuni e ragione di sicurezza l’essersi
macchiati di crudeltà. Essi infangano i valori fondanti dell’eticità, quali
il sentimento della fides nella sua espressione più alta di lealtà, il
paradigma del decoro e il sentimento della pietas in tutte le screziature
di significato, cui oppongono ogni bassezza e disonestà. Questa
nobilitas considera il sistema di valori etici come materia da
mercanteggiare, in vendita, e supera ogni limite di decenza, perché
l’avidità (avaritia) è irrefrenabile. Soprattutto Memmio sottolinea un
aspetto che torna in altre riflessioni sallustiane e che riguarda la
compattezza e la coesione della nobiltà nel condividere timori,
passioni, paure. La comunanza di intenti e di sensibilità che
corrisponde al sodalizio che si instaura fra persone oneste e che si
denomina degnamente amicizia, in contesti di degenerazione morale si
identifica come complicità. Ne consegue a livello linguistico una
disposizione di coppie ossimoriche: da un lato i valori paradigmatici
dell’eticità, quali fides, decus, pietas, amicitia e dall’altra il sistema di
degenerazione morale della nobilitas che ne rappresenta il
sovvertimento: sceleratissumi, superbissumi, immanes avaritia, factio,
cruentis manibus.

La riflessione sulla corruzione e degenerazione della nobiltà è motivo


ricorrente nel pensiero sallustiano e ritorna in un importante
excursus contenuto nei capitoli XLI-XLII, excursus in cui la ragione
della degenerazione morale di Roma è ricondotta alla scontro tra
factiones.

Innanzitutto in questo excursus, come nell’ “Archeologia” di De


Catilinae Coniuratione, è ribadita la convinzione che le guerre di
espansione nel Mediterraneo abbiano favorito il progressivo degrado
etico, perché il venir meno del metus hostilis ha alimentato sfrenatezza
e arroganza.

~ 28 ~
Infatti Sallustio precisa che prima della conquista di Cartagine popolo
e Senato di Roma governavano insieme e concordemente; soprattutto i
cittadini non lottavano fra loro, per ottenere gloria e potere
(dominatio), perché il metus hostilis ispirava giusta condotta. Svanito
quel timore del nemico, subentrarono dissolutezza e superbia (lascivia
atque superbia), ritenute compagne inseparabili della prosperità.

Nel prendere in esame i comportamenti adottati sia da parte della


nobilitas che da parte del popolo, Sallustio attribuisce alla nobiltà
responsabilità maggiore in relazione al degrado morale, perché essa si
avvale di compattezza al suo interno e infatti i nobili sono potenti per
salda coesione. La plebe, invece, è disunita e disorganizzata (soluta
atque dispersa) e peraltro vive al limite dell’indigenza.

Inoltre l’esercizio del potere dei nobili aveva accentuato la cupidigia e


l’avidità (avaritia) cominciò a propagarsi, portando con sé corruzione e
mancanza di timore anche nei confronti del sacro. In questa
digressione, Sallustio insinua il sospetto che i nobili siano stati diretti
responsabili della morte dei Gracchi che ne avevano denunciato i reati,
pur avendo i Gracchi non sempre mantenuto una condotta moderata,
presi dalla smania di vincere (haud satis moderatus animus fuit). I
nobili, sentendosi scoperti, si erano abbandonati all’odio e alla
violenza, provvedendo ad annientare gli avversari compiendo stragi o
comminando l’esilio.

Da questa riflessione emerge il pensiero di Sallustio che condanna gli


eccessi in senso indiscriminato; infatti egli condanna la mancanza di
moderazione da parte dei tribuni riformatori, così come condanna la
reazione feroce della nobiltà che perpetrava stragi. Questo stato di
cose ha vanificato ogni possibile concordia ordinum e ha aggravato la
situazione di tensione. Infatti nel periodo post-graccano Sallustio
individua l’origine delle guerre civili, in un momento in cui l’oligarchia,
estremamente corrotta, gestiva il potere con prevaricazione.

~ 29 ~
Sallustio all’interno di questo scenario sociale, individua forze
politicamente valide in coloro che si collocano ai margini, nelle classi
moderate che si riconoscono nell’ideologia dell’homo novus. E in effetti
proprio un homo novus poté cambiare sostanzialmente le sorti della
Guerra giugurtina.

Innanzitutto alla guida degli eserciti romani nel frattempo, dopo


Calpurnio Bestia, si erano avvicendati consoli altrettanto corruttibili o
altri ancora, come Spurio Albino e suo fratello Aulo, sconfitto
quest’ultimo da Giugurta. La situazione sembrava aver assunto una
piega favorevole in Numidia, quando era subentrato il console Metello,
nobile di rinomanza ineccepibile (fama inviolata) e in guerra capace di
mantenere giusta misura tra indulgenza e severità. Infatti egli aveva
conseguito successi significativi, ma non determinanti al fine della
progressione della guerra che rimaneva esitante; Giugurta, lungi dal
volersi arrendere, aveva ripreso le ostilità e a quel punto a Metello
subentrò nel comando Gaio Mario, homo novus e personalità decisiva
di cui Sallustio ripercorre il cursus honorum e a cui fa tenere un
discorso al cospetto del popolo.

Sallustio, nel ricostruire nei capitoli 63-64 il cursus honorum di Mario,


permette di individuarne le caratteristiche, la prima delle quali era
l’ambizione. Mario era tormentato dall’ambizione (ingens cupidus) di
diventare console, consapevole di possedere tutte le qualità necessarie
per ricoprire tale carica. Sallustio gli riconosce effettivamente operosità
(industria), onestà (probitas) e grande esperienza militare. Inoltre
Mario era dotato di equilibrio, perché sapeva assumere temperamento
indomito in guerra e misurato in pace (modicus); tuttavia, nonostante
il suo comportamento egregio, anch’egli fu vinto dall’ambizione
sfrenata e fu eletto console nel 107, grazie allo straordinario favore
della plebe che gli aveva accordato consenso e fiducia. Mario era stato
molto abile nell’ottenere consenso anche da parte dell’esercito che
trattava con indulgenza e da parte dei mercanti ai quali il protrarsi
delle operazioni militari stava economicamente nuocendo. Pertanto
Mario, non appena ottenne, come decretata dal popolo, la provincia

~ 30 ~
della Numidia che implicava la guerra contro Giugurta, si schierò
contro la nobiltà.

A questo punto Sallustio, nel capitolo 85, colloca il discorso che


Mario tiene al cospetto dell’assemblea popolare.

Discorso di Mario

Ad esordio di discorso, Mario afferma di essere ben consapevole della


responsabilità che comportano sia il potere del consolato, sia il
comando della guerra. Inoltre Mario spiega quali incombenze gli
spettino, come preparare la guerra, senza gravare sull’erario statale, e
tener conto delle esigenze di tutti; tuttavia non perde già occasione di
colpire i nobili, protetti in ogni loro azione e soprattutto se sbagliata,
dalle gesta dei loro antenati, dalla aristocrazia di nascita e dai privilegi
che ne conseguono. Egli, invece, ha riposto le proprie speranze nelle
proprie forze, contando solo su meriti sicuri e incrollabili, quali la virtù
e l’integrità, espressi dai termini virtus et innocentia, e sostenuto da
uomini onesti e giusti, aequos et bonos. Poi Mario ricorda come sia
vissuto fino ad oggi in modo tale da essere avvezzo sempre ai pericoli,
alla fatica e all’ operosità, meriti che gli hanno permesso di agire con
rettitudine (bene facere) e pertanto la rettitudine è diventata la cifra
distintiva del suo codice di comportamento.

Tutto il prosieguo del discorso è ricco di sarcasmo nei confronti dei


nobili e con la loro superbia è messo a confronto l’atteggiamento di
Mario homo novus: ciò che i nobili hanno appreso dai libri, Mario ha
dovuto apprenderlo militando ed emerge il chiaro e orgoglioso
disprezzo del militare, sprovvisto di cultura nei confronti dell’uomo di
lettere.

La plebe deve giudicare se valgano più le parole dei nobili o i fatti


dell’homo novus; se i nobili disprezzano la condizione di homo novus,
Mario disprezza la loro ignavia e se essi gli rinfacciano la sua nascita
oscura, Mario rinfaccia loro le infamie (probra) di cui si sono

~ 31 ~
macchiati. Inoltre i nobili sono invidiosi della carica consolare che
Mario ha ottenuto; allora dovrebbero essere invidiosi anche delle
fatiche (labor), dell’integrità, dei pericoli, grazie ai quali Mario ha
conseguito questa carica. Infine quando i nobili parlano in Senato,
tendono a esaltare i loro antenati, in considerazione dei meriti e degli
atti di eroismo da loro compiuti; in realtà quanto più elogiano la vita
gloriosa di quelli, tanto più risulta colpevole la loro indolenza
(socordia).

Da questo discorso si evince una nuova configurazione di virtus non


basata sul privilegio di sangue, ma su un sistema etico di valori. La
virtus corrisponde alla nobiltà morale che si compone di integrità,
onore, correttezza, meriti conseguiti con fatica sul campo di battaglia.
Questa nobiltà è frutto di sacrificio e pericolo e questa forma di nobiltà
costruita sul terreno dell’esperienza può giovare allo stato, perché si
misura con la concretezza, con la capacità di organizzare la difesa di
un’azione militare, con la capacità di resistere ai disagi, alle privazioni
e fatiche.

Mario oppone all’ereditarietà dei privilegi che i nobili si trasmettono


questa concezione di virtus e il rivendicare questi valori etici assume
maggior forza dal confronto con la meschinità di comportamento dei
nobili che impongono ristrettezze economiche al popolo, mentre loro
vivono nel lusso.

Mario nella Guerra giugurtina subentrando a Metello impresse una


svolta all’andamento della guerra; ma non fu lui a segnare la fine di
Giugurta, ma un uomo scaltro cui Sallustio dedica un ritratto: Silla.
Questi, ufficiale di Mario, riuscì a consegnare Giugurta ai Romani, non
sconfiggendolo in battaglia, ma giocando d’astuzia e inducendo un
alleato di Giugurta a tradirlo.

Ritratto di Silla

Sallustio nei capitoli 95-96 delinea il ritratto di Silla che rientra nei
ritratti paradossali in ragione della convergenza di aspetti che

~ 32 ~
sembrano inconciliabili e ossimorici e che rivelano una personalità
combattuta e inquieta. Infatti coesistono in Silla, uomo di estrazione
patrizia, amore per la dissolutezza nella vita privata e contegno nel
portare a compimento tutti gli obblighi imposti dalla società nella vita
pubblica. Infatti Sallustio dice che nonostante fosse dissoluto nell’ozio
(otio luxurioso), il piacere (voluptas) non lo distolse mai dai suoi doveri.

Inoltre Silla è definito da Sallustio eloquente (facundus), scaltro


(callidus) e disponibile (facilis) nei rapporti d’amicizia: proprio queste
caratteristiche, quali la capacità persuasiva, propria dell’eloquenza, la
scaltrezza e la disponibilità costituiscono un tricolon essenziale per il
profilo di un uomo abile nel tessere rapporti sociali che assicurino
prestigio. A questi requisiti Silla ne aggiungeva uno di particolare
importanza, già identificato per Catilina, cioè la capacità di fingere
nella dimensione pubblica (ad negotia simulanda). Silla era dotato di
particolare profondità di ingegno (altitudo ingeni) nel nascondere i
propri pensieri, in modo da non lasciarli trasparire all’esterno. Inoltre
per quanto riguarda il rapporto col denaro, Silla era solito essere
particolarmente generoso nel fare donativi, allo scopo di costruirsi
consensi e appoggi e sembrava godere pure della protezione divina
(felicissumus). Infatti ai meriti personali si associava la benevolenza
della sorte. Al di là di questo, Sallustio vuole fare emergere la
poliedricità del personaggio, la sua duttilità nei rapporti umani. Silla si
mostrava abile a sopperire alla scarsa conoscenza e pratica militare e
diventò in poco tempo tecnicamente ineccepibile; nei confronti dei
commilitoni poi si mostrò affabile e disponibile, riuscendo ad
accattivarsi consensi, affezione e a creare soprattutto dipendenza da
parte loro.

Infatti egli concedeva favori e non si faceva restituire nulla, per fare in
modo che gli fossero tutti debitori: trattava amichevolmente i soldati,
concedeva favori a coloro che glieli chiedevano e ad altri di sua
spontanea volontà…Lui al contrario non chiedeva nulla in cambio e si
adoperava piuttosto affinché il maggior numero possibile di persone
dovesse qualcosa a lui. (96,3). Sallustio, quindi, evidenzia la

~ 33 ~
straordinaria capacità di adattamento di Silla nell’ambientamento fra i
commilitoni, mostrandosi sempre presente e concretamente utile,
come un soldato, nei turni di guardia, nelle marce, sapendo ben
fondere il senso della disciplina, propria di un capo, e lo spirito di
affabilità nel porgere con i più umili, proprio di un soldato. Tutti questi
aspetti resero Silla caro ai soldati e a Mario. Con la cattura di Giugurta
dovuta ad una personalità come questa, la Guerra giugurtina finisce.

Historiae

Con le Historiae Sallustio abbandona la scrittura monografica, per


intraprendere una narrazione annalistica che si estende dal 78 a. C.,
anno cui risale la morte di Silla, al 67, anno della vittoriosa campagna
di Pompeo contro i pirati. Questo periodo della storia era stato
considerato nel De Catilinae coniuratione come cruciale per la
progressiva corruzione dello stato repubblicano, perché si erano
aggravate le lotte fra fazioni. Dell’opera che Sallustio lasciò incompiuta
restano solo frammenti, ma frammenti significativi, tali da consentire
di ricostruirne in parte la struttura complessiva.

L’opera si compone di un proemio, cui seguiva ampio sguardo


retrospettivo sulla storia precedente; la storia di Roma arcaica era
identificata come età di pace e concordia, ma di breve durata, perché
subito dopo erano subentrate le lotte fra patrizi e plebei. Il primo libro
era occupato dalla presentazione della personalità di Silla; il secondo
libro verteva sulle guerre di Pompeo in Spagna e in Macedonia e il
terzo libro conteneva la Guerra mitridatica, la guerra contro Sertorio e
la rivolta di Spartaco. Il quarto libro abbracciava gli eventi che
riguardavano il periodo degli anni 72-70 con la conclusione della
guerra servile e il quinto libro prendeva in esame la guerra di Pompeo
contro i pirati. Dell’opera frammentaria si sono salvati alcuni discorsi e
due lettere, di cui una è quella rivolta da Pompeo al senato e l’altra è
quella scritta da Mitridate, re del Ponto, al sovrano dei Parti Arsace XII

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e che dà voce alla protesta dei provinciali contro il sistema di dominio
romano.

La conoscenza delle cause dirette della crisi che aveva travolto lo stato
romano era al centro delle Historiae che continuavano e sviluppavano
quanto era già stato affrontato nel De Catilinae coniuratione: la rovina
dello Stato e il suo precipitare nella guerra civile erano state la
conseguenza dell’affermarsi sulla scena politica di personaggi
ambiziosi, senza scrupoli e avidi. Forse lo stesso Silla aveva compreso
quanto fosse instabile e ristretta la base di consensi su cui si poggiava e
infatti, subito dopo la sua morte, ebbero inizio le lotte per
l’eliminazione del regime che egli aveva instaurato e per il ripristino
delle magistrature da lui abolite.

Fra i Discorsi contenuti nelle Historiae spicca quello di Marco Emilio


Lepido che, come proconsole in Gallia Narbonese nel 77, si era fermato
in Etruria, regione in cui le confische sillane a danno dei contadini
erano state molto pesanti. Ne era derivata una rivolta da parte dei
contadini che erano insorti, per estorcere terre ai veterani di Silla e
Lepido aveva fatto fronte comune coi ribelli in armi.

A Marco Emilio Lepido Sallustio attribuisce un discorso che


stigmatizza il malgoverno del regime sillano e in primis di Silla,
rappresentato come un dittatore che aveva accentrato il potere nelle
sue mani, mentre il popolo languiva nella miseria. Anche la condizione
sociale delle altre classi viene presentata da Lepido nella sua
irreversibile gravità; infatti i rappresentanti delle famiglie più eminenti
di Roma, i cui antenati erano stati pregevoli magistrati, si erano ridotti
a obbedire in tutto a Silla, perdendo ogni dignità e decoro. Era ancor
più deplorevole nella società romana lo status di ex schiavi e liberti
che, grazie alle proscrizioni e al regime del terrore, erano diventati
personaggi importanti e influenti soprattutto a cui venivano assegnati
incarichi e riconosciuti onori. Nel Discorso di Lepido, alla condanna
della nobilitas, servile nei confronti del dittatore, pur di detenere

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potere, si associa la condanna di tutto il regime sillano, durante il
quale non si esitava a ricorrere a frange sociali infime e pericolose, per
ottenere basi di sostegno. Certamente Sallustio rimprovera a Lepido la
mancanza di moderazione e l’essere ricorso alla violenza armata, nel
sostenere una rivolta che fu poi repressa da Marcio Filippo.

Altro importante discorso è quello attribuito a Licinio Macro che fu


tribuno della plebe nel 73 e che si batté per la restaurazione della
potestas tribunicia, perché il ruolo di questa magistratura era stato
esautorato dalle riforme di Silla. Egli si rivolge al popolo e parla
proprio in favore del ripristino del potere dei tribuni e si pone come
garante dei diritti della plebe, definiti iura, diritti da tutelare. Egli dice
che bisogna certamente contrastare l’azione di coloro che cercano di
sottrarre questa magistratura e più volte nel corso del discorso
rivendica l’importanza della contio, dell’assemblea, intesa come spazio
di partecipazione politica e come locus libertatis.

Soprattutto il tribuno sottolinea la necessità di comportarsi con


moderazione e pertanto la plebe non deve rispondere alla violenza
della nobilitas con altra violenza e con ulteriori secessioni, come era
accaduto in passato; è necessario certamente ripristinare i diritti della
plebe, gli iura, ma senza ricorrere alle rivolte e alle armi. In questo
discorso è messo in rilievo da parte di Sallustio il modus, la
moderazione nel porgere del tribuno, tratto distintivo che caratterizza
anche il profilo di Sertorio, di cui si parla nel terzo libro.

Sertorio, pur essendo alleato di Cinna, non ne condivise la crudeltà del


comportamento. Sertorio fuggì in Spagna e si fece amare dalle
popolazioni proprio in ragione della sua moderazione e, pur lottando
contro la nobilitas e le istituzioni, non ricorse al sostegno degli strati
sociali inferiori.

Sallustio mostra ammirazione nei confronti di un ribelle come


Sertorio, postosi a capo di un regno indipendente nella penisola iberica
che contestò apertamente il potere, mettendosi in luce grazie al
proprio valore e non a manovre demagogiche.

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Nei confronti di Pompeo il giudizio di Sallustio è pesantemente
negativo: Pompeo si è formato all’ombra di Silla e ne ha assimilato i
metodi di potere. Innanzitutto la sua smisurata ambizione lo ha
portato a circondarsi anche di una milizia personale composta da
clienti che ne accentuano la pericolosità. La lettera che Pompeo invia
al senato dalla Spagna è piena di minacce e in essa egli afferma di non
esitare a ricorrere all’esercito, conformemente al costume di Silla, se
non vengono ratificate a Roma tutte le disposizioni predisposte in
Spagna.

Nel IV libro delle Historiae è contenuto un importante documento, la


lettera inviata da Mitridate, re del Ponto, ad Arsace XII, salito nel 70 al
trono del regno dei Parti. Mitridate invita Arsace ad accettare
un’alleanza con lui, perché i due regni congiunti potrebbero opporre
resistenza alla forza espansionistica di Roma.

Questo testo è importante, perché Mitridate, nel definire tutti i


vantaggi che Arsace potrebbe ricavare dall’alleanza, delinea la politica
aggressiva e violenta di Roma nei confronti dei popoli sottomessi.
Questi popoli, indotti ad assecondare l’avidità dei Romani, vengono
depredati delle loro ricchezze, costretti a subire le loro prepotenze e a
essere privati della libertà completamente.

La ragione per la quale i Romani muovono guerra a popoli, sovrani e


nazioni è da individuare solo nel profondo desiderio di potere e di
ricchezza, definita da Sallustio cupido profunda imperii et divitiarum.
Mitridate, nel ricostruire gli eventi più significativi della Guerra
macedonica e siriaca, stigmatizza come capi d’accusa nei confronti dei
Romani la loro sete di comando, l’avidità, nonché l’indole ingannevole
e la perfidia nel senso etimologico di slealtà.

A questo si associa anche la tendenza alla simulatio, come


atteggiamento dilagante non solo in politica estera, ma anche nel
rapporto fra gli stessi concittadini. Quindi nella spietata requisitoria
contro i Romani, Mitridate ricorre a tutti i motivi principali, a partire
dalla violenza rapinosa con cui essi si impossessano di tutto, di case,

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donne, campi. Sono infatti definiti latrones, perché a ogni loro
possesso è legata l’idea della rapina nel senso etimologico del verbo
latino rapere e con cui portano via tutto.

Ai Romani nessuna legge, né umana, né divina fa da ostacolo alle


azioni (non humana, ulla neque divina obstant) ed essi non esitano a
trattare da nemico chiunque non si sottometta debolmente.

Peraltro i Romani non vantano nobiltà di natali e sono identificati


come convenae, ammasso di forestieri o di fuggiaschi, pronti a violare
costantemente relazioni di alleanza e di socìetas con altre popolazioni
e a riservare trattamento di schiavitù a coloro che erano battuti in
guerra da loro.

Dopo aver ricordato tutto questo ad Arsace, Mitridate evidenzia come


la potenza economica dei Parti possa rappresentare la ragione delle
mire espansionistiche dei Romani sul suo regno.

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