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GENDER HISTORY 21 NOVEMBRE

Oggi, come vi avevo anticipato, faremo un po’ un seminario sulla violenza maschile contro le
donne, detta anche violenza di genere oggi, e anche in vista di questa celebrazione che ormai si fa
ogni anno il 25 Novembre, che è la giornata mondiale contro la violenza contro le donne. Inizierei
forse chiedendo a voi intanto se è un tema che avete già affrontato e per esempio se sapete perché si
chiama oggi violenza di genere e non più, o non solo, violenza contro le donne.
Studente: Probabilmente affidando la causa della violenza nelle discriminazioni di genere.
Benissimo, perfetto. Si chiama violenza di genere soprattutto perché (infatti in inglese si dice
soprattutto violenza basata sul genere) vale a dire tutte quelle forme di violenza che sono in qualche
modo scatenate o che si basano e sono originate da convinzioni e stereotipi, aspettative relative ai
modelli di genere. Per cui, c’è sicuramente un allargamento ampio delle figure coinvolte, perché
non è più solo considerata la violenza maschile contro le donne, ma in questa definizione rientrano
anche altri soggetti, altri gruppi, che vengono discriminati, attaccati o aggrediti in virtù del loro
orientamento sessuale o anche appunto, pensiamo a uomini che vengono bullizzati o aggrediti in
virtù di una mascolinità non virile, o altro. Però, diciamo, l’elemento centrale è questo che ha
illuminato la vostra collega, cioè la tipologia di violenza, perché non tutta la violenza agita contro le
donne è una violenza di genere e né basta l’orientamento sessuale, nel caso degli uomini, a motivare
la violenza. Dentro c’è una componente fortissima che invece rimanda a quelli che sono i ruoli che
società e cultura assegnano agli uomini e donne. Dico questo perché, per esempio, nel lavoro sul
campo che viene svolto dai centri antiviolenza oggi e che in qualche modo magari provano anche a
fare una ricognizione di quali sono le storie delle donne che si rivolgono ai centri anti-violenza,
quindi le storie e anche quali sono le ragioni per esempio che loro raccontano, cioè di quand’è che
questa violenza si scatena, e spesso loro, anche come racconto, offrono quello ovviamente del
movente della separazione ( e su questo poi torniamo), o anche l’accusa di non essere delle brave
mogli, delle brave madri, cioè, al di là del fatto che poi questo sia vero o no, o discutibile o meno,
però c’è questo repertorio dentro la storia della violenza.
Studente: Professoressa, una domanda: si tende ancora a commettere l’errore superficiale di parlare
della violenza di genere, riferendosi comunque solo al genere femminile? Nel senso che anche se
parli con una persona di “violenza di genere”, poi quella persona associa la denominazione di
questa forma di violenza solamente alla violenza sulle donne.
Allora, diciamo intanto una cosa: la violenza sulle donne è la violenza preponderante, per cui, come
al solito, e credo che su questo forse avrete già discusso con Domenico Rizzo, diciamo che il genere
non deve diventare una categoria ombrello, cioè a questo vi invito a fare attenzione, nel senso che il
genere non è una categoria che deve servire a occultare paradossalmente le differenti condizioni e i
differenti vissuti di uomini e donne e anche tra uomini, per cui, non so se è un errore, quando si
parla di violenza di genere, riferirsi preferibilmente alla violenza subita dalle donne, perché
quantitativamente la violenza subita dalle donne è enormemente maggiore della violenza subita
anche dagli omosessuali, o anche altre categorie di uomini. Cioè parliamo anche in termini, vi ho
portato qualche cifra, proprio in termini quantitativi parliamo di un fenomeno che in Italia (secondo
l’ultimo rapporto della commissione del Senato, che è stato istituito nel 2017 per lavorare proprio
sul femminicidio in tutte le altre forme di violenza di genere) ha censito il 31,5% delle donne
italiane, che hanno subito violenza tra i 16 e i 70 anni della loro esperienza, cioè in Italia parliamo
di 7 milioni di donne, cioè in Europa parliamo di una percentuale, di un numero spaventoso di
donne che hanno subito violenza.
Studente: Professoressa, ma per violenza intende violenza fisica, o anche altre forme?
Allora, arriverò anche a questo. Oggi abbiamo una concettualizzazione della violenza che è molto
più larga che nel passato. Iniziamo col dire che in passato sicuramente c’era, c’è una storia della
violenza, che è anche la storia della categoria della violenza, cioè per lungo tempo l’unica forma di
violenza contro le donne che è stata in qualche modo percepita socialmente e recepita nei codici è
stata la violenza sessuale: lo stupro. Lo stupro è l’unica forma di violenza contro le donne che per
esempio è contemplata nel Diritto Romano e ha attraversato il Diritto Comune, l’età medievale,
l’età moderna ed è arrivata fino a noi. Nell’età contemporanea ha iniziato a essere considerata
violenza anche la violenza domestica, cioè quella di cui oggi si parla più di altre forme di violenza,
cioè la violenza familiare, quella agita dal partner o dall’ex partner. Oggi c’è stato un ulteriore
allargamento, per cui se stiamo alla Convenzione di Istanbul, che sicuramente è un documento
chiave di questi anni, che fa un po’ il punto su che cos’è la violenza, quali sono le direttrici da
seguire, ecc. , già dentro la violenza, dentro alla categoria di violenza ci sono anche dimensioni
diverse, come anche quella psicologica, per cui è violenza per esempio anche un assoggettamento,
anche questo ovviamente dentro una relazione stretta, perché queste non sono forme di violenza
esercitate da estranei, queste sono forme di violenze esercitate dalle persone più vicine, partner,
marito, fidanzatino, o l’ex partner. Ci sono per esempio anche forme di svalorizzazione sistematica
della donna fino a suscitare depressione e quant’altro, cioè anni e anni di reclusione, di
impedimento di vita sociale, far interrompere alla donna determinate relazioni, farle mancare la
voglia di lavorare, di studiare, di inseguire un progetto in autonomia e quant’altro, cioè sono forme
prova di assoggettamento che oggi sono finalmente considerate parte della categoria della violenza,
come la violenza economica, cioè tenere una donna in uno stato di subalternità economica tale per
cui c’è un ricatto perpetuo e continuo e un controllo completo sulla vita di quella donna, anche
questa è considerata oggi pienamente una forma di violenza e così è rilevata anche dalle istituzioni
ufficiali. Per cui, sicuramente anche dentro questa categoria di violenza di genere ci sono appunto
più soggetti, ma anche più profili e, per tornare alla domanda che faceva il vostro collega rispetto al
fatto se ancora oggi si tende a parlare più della violenza subita dalle donne, che della violenza subita
anche da altri gruppi sociali, è certamente quella che viene più in primo piano, ma perché ripeto, c’è
anche di più una dimensione quantitativa ed endemica, che quindi in qualche modo va riconosciuta.
Poi, ripeto, come è stato per altre categorie, genere non deve nascondere, cioè se noi diciamo
violenza di genere allora non vuole dire che anche le donne fanno violenza, cioè, benissimo tutto,
nominiamo tutti i profili, però ci sono elementi costitutivi della violenza di genere che hanno a che
vedere proprio con la simmetria dei ruoli sociali tra uomini e donne, che vanno tenuti in
considerazione. Prima di andare avanti, di questa dimensione quantitativa della violenza con cui mi
sembrava utile aprire, vi inviterei a guardare le due ultime voci, cioè quando noi parliamo di
violenza, teniamo conto che nelle sue forme più estreme, la violenza contro le donne, la violenza
maschile contro le donne, è un fenomeno che non solo non sta tendendo a diminuire, ma è stabile e
in crescita e la cosa che credo sia più importante sottolineare è quella che ho appena detto, cioè la
natura familiare della violenza contro le donne. La gran parte della violenza non l’agisce l’estraneo,
lo straniero o la persona con cui la donna non ha relazione, ma l’agisce quasi sempre il partner, l’ex
partner, o anche un conoscente di famiglia, cioè un’altra figura o un’altra figura familiare, ma
comunque c’è una prossimità tra l’autore e la cosiddetta vittima che va tenuta in considerazione e
credo che questi due dati, cioè il 73,2% degli omicidi di donne sono compiuti in ambito familiare,
mentre per gli uomini questa cifra è del 15,9%, credo che faccia capire benissimo di cosa stiamo
parlando. Per le donne forse la violenza è la principale causa di morte. Questa è una slide che in
qualche modo vi fa vedere come, questi sono i dati del 2016 dell’ISTAT, ci sono stati 149
femminicidi (i femminicidi sono gli omicidi compiuti in questo orizzonte di violenze di genere, con
una motivazione di genere, non sono semplici omicidi di donne), vi fa vedere come la percentuale
del partner, familiare o ex partner, sia assolutamente preponderante rispetto alle altre figure
coinvolte.
Oggi come violenza sono rilevate tutte queste forme, queste pratiche e atti che appartengono a un
orizzonte molto più ampio che nel passato e pure questo ci suggerisce una cosa, cioè che la violenza
ha una storia. È vero che la violenza contro le donne è uno dei fenomeni più di lunga durata che
riguardano la storia dell’umanità, cioè è presente e raccontata da millenni, però non è un fenomeno
che è rimasto uguale a se stesso, è molto modificato ed è modificato anche il modo in cui viene
percepito socialmente, ma anche dalle persone e appunto, secondo la rete del centro anti-violenza
che è stata ascoltata in Senato in virtù di questo report che dovevano fare, che è questa commissione
parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, poi sulle
slides che vi manderò, casomai vi interessasse, c’è il link a tutti i lavori del Senato. Il Senato ha
pubblicato sia le schede, non so se sapete come funzionano più o meno le commissioni di inchiesta,
cioè sono dei lavori che durano nella media un anno, viene nominata una commissione di esperti
incaricata di indagare su quel fenomeno e questa commissione chiama ad audizione tutti i soggetti
che in qualche modo possono fornire informazioni oltre quelle disponibili ufficialmente, diciamo
quelle relative agli atti, per cui si chiamano indagini qualitative e non solo quantitative, perché
appunto usano anche il metodo dell’audizione e dell’intervista per andare a fondo. In questo link
trovate anche tutti i soggetti che sono stati ascoltati, per esempio penso che troverete Linda Laura
Sabbadini, che non so se avete mai sentito, ma è stata la responsabile dell’ISTAT per le indagini
sociali e aveva un mandato particolare per le indagini relative al genere e lei è quella che ha
lavorato di più negli anni per la produzione di dati, però, appunto ci sono i centri anti-violenza e
tutto. Poi c’è pubblicato il rapporto finale che un po’ fa la summa di tutto e dove trovate anche
grandi riferimenti alla Convenzione di Istanbul, a come è stata recepita ed eventualmente attuata in
Italia, cosa è invece stato trascurato e quant’altro. Allora, in questo lavoro fatto dalla commissione
di Senato ci sono due elementi su cui vorrei attirare la vostra attenzione. Il primo è questo della
natura familiare relazionale nella violenza maschile contro le donne e però con una specifica in più:
sono soprattutto gli autori dei fatti più gravi, cioè quindi di omicidi, tentati omicidi, violenze più
gravi i partner e gli ex- partner, e questo è un elemento di non poca importanza se messo in
relazione con la seconda cosa che ha evidenziato la commissione del Senato, cioè come si sta
evolvendo il fenomeno della violenza in Italia negli ultimi anni. Quello che loro hanno registrato è
da una parte una diminuzione dei casi, cioè la violenza è meno diffusa e questo accade per diverse
ragioni, sicuramente perché è aumentata la consapevolezza delle donne, che denunciando prima,
rivolgendosi alle istituzioni, interrompono il ciclo della violenza forse prima dei suoi esiti più
drammatici, quindi in generale in una storia che per esempio è di sopraffazione, in cui il partner per
esempio si rivela una persona troppo gelosa, troppo possessiva o ossessiva, le giovani generazioni
tendono a interrompere le relazioni prima di farle arrivare a dei livelli di guardia come è appunto la
violenza fisica, psicologica o economica. Questo ci aiuta anche a capire un’altra cosa, cioè quando
noi parliamo di violenza, difficilmente parliamo di un singolo atto che irrompe in una relazione o
nella vita di una persona. La violenza ha una storia sicuramente secolare, diacronica rispetto al
passato, però ha una storia anche all’interno della vita singola personale dei soggetti che ne vengono
coinvolti, per cui in una relazione che è violenta, che in qualche modo è un teatro di violenze, la
violenza non irrompe all’improvviso, cioè c’è un pregresso di comportamenti e di asimmetrie, di
pretese e di aspettative che è possibile leggere anche prima, motivo per cui una maggiore
consapevolezza, una maggiore informazione aiuta a ridurre la violenza nel momento in cui questo
tipo di relazioni vengono interrotte prima.
Quello che questa commissione del Senato ha messo in evidenza è il fatto che la violenza contro le
donne diminuisce per numero di episodi, ma aumenta la sua gravità. Già solo se voi state alle
notizie a cui avete accesso sui media, sui social network, anche sui giornali, internet ecc., avete
visto negli ultimi anni anche tra ragazzi e ragazze della vostra età gli episodi sono veramente
brutali, cioè nei minori rammenta immediatamente il pensiero alla ragazza che è stata bruciata sul
ponte a Magliana, a Roma, ma penso ci siano molti altri casi a cui potete riferirvi, di persone magari
anche più piccole di voi, più giovani. La violenza, sì, magari sta diminuendo quantitativamente,
però gli episodi sono più gravi e il numero delle donne che si sente in pericolo è maggiore, oltre al
numero di cose gravi che avvengono.
Qui vi ho messo alcuni punti che in parte ho già discusso, però è un aspetto che mi preme
sottolineare, perché oggi si parla di più di violenza che nel passato? Dirò dopo per quali ragioni,
oltre a quella che vi sto dicendo adesso, però mi interessa che cogliate l’importanza politica ( nel
senso più nobile del termine), cioè l’importanza pubblica della questione, non solo per le sue
dimensioni quantitative, cioè voglio dire, penso che sia una delle forme di oppressioni più grandi
che esistano al mondo, cioè laddove colpisce un terzo della popolazione femminile mondiale,
stiamo parlando di un fenomeno che è veramente quantitativamente rilevante, è socialmente
rilavante. È un fenomeno che ha dei costi sociali ed economici e questa cosa qui per esempio è un
aspetto che viene solo da pochissimi anni messo a tema, nel senso che ha anche dei costi che
paghiamo tutte e tutti, indipendentemente dal vissuto personale, però pensate, brutalmente detto, a
quanti soldi vengono spesi in sanità, educazione, rieducazione o servizi vari intorno a questa
emergenza e, però, è invece un fatto che nonostante questa sua importanza pubblica, politica, per
tantissimo tempo e fino a veramente una manciata di anni fa, è stata considerata una questione
privata. Questo è un aspetto della storia della violenza fondamentale, da cui ancora oggi non ci
siamo del tutto emancipati ed emancipate, cioè continuiamo a pensare che quello che succede
all’interno di una relazione o all’interno di una casa, all’interno delle pareti o anche all’interno di
una classe di scuola o all’interno di una comitiva di amici o di amiche sia qualcosa che non può
avere una rilevanza pubblica o comunque intorno alla quale, prima di attivarsi, bisogna arrivare a
dei livelli gravissimi, quasi irrecuperabili. Per cui c’è un po’ questa idea che le istituzioni, il
vicinato, la collettività debbano restare un po’ sulle soglie della scena della violenza. Vedremo
come questo ha portato in una precisa processualità storica, però vi dico che questo trend di
considerare la violenza come una questione privata ha avuto anche delle conseguenze, cioè, il fatto
che non venisse rilevata in maniera completa dal punto di vista istituzionale. Per cui noi possiamo
quantificare la violenza se la studiamo, se andiamo a cercare i dati, se intervistiamo e non facciamo
solo una rilevazione immediata, di comodo e questa cosa è stata messa a tema e si sono iniziate a
intraprendere politiche più adeguate rispetto alla rilevazione della violenza solo dalla Conferenza di
Pechino del 1995, che a sua volta è figlia della mobilitazione delle donne, cioè è il movimento degli
anni 70/80 che dice che la violenza contro le donne è una questione pubblica e non è una questione
privata e di cui si deve fare carico la collettività. Arriviamo a Pechino 20 anni dopo e, da quel
momento in poi, iniziano ad essere attuate delle politiche di indagine e di rilevazione più complete e
più adeguate, perché fino a quel momento le uniche fonti che noi abbiamo per quantificare la
violenza sono o fonti giudiziarie, o fonti di pronto soccorso, cioè di natura molto parziale, perché da
una parte è solo la violenza che in qualche modo intercetta le istituzioni, ma è anche una violenza
che in qualche modo è più grave e che quindi è quasi la punta dell’iceberg. Tantissima violenza
rimane sommersa, cioè proprio non intercetta questi due canali, e poi sappiamo anche come questi
due canali abbiano faticato anche loro stesse a farsi carico delle storie di violenza, perché quante
donne sono entrate ai pronto soccorso dicendo che magari si erano fatte male cadendo dalle scale, o
il poliziotto che viene chiamato dalla vicina e interviene sulla scena della violenza dicendo “
Signora, calmiamoci gli animi e facciamola finire così”. Questo per dire che negli anni si è anche
intrapreso non solo un allargamento delle fonti, per cui la violenza si rileva anche con indagini
qualitative che non sono solo quantitative, nei centri anti-violenza finiscono non solo donne che
denunciano, per esempio, perché molte decidono di non denunciare per mille ragioni, e attraverso le
agenzie educative. Ci sono tanti modi per intercettare le storie di violenza, contemporaneamente
sono state intraprese delle azioni di formazione anche degli operatori di giustizia, pensate alle forze
dell’ordine, e nei pronto soccorso, per cui ormai nel pronto soccorso voi sapete che c’è un codice
rosa, cioè si prova a formare delle figure che sappiano riconoscere e intercettare le vicende di
violenza e le sappiano poi indirizzare verso i centri anti-violenza o tra le forze dell’ordine, per
esempio, ci sono adesso dei pull che lavorano proprio sulla violenza, tra cui per esempio delle
figure essenziali sono invece quelle maschili: non è solo la poliziotta che deve in qualche modo
rassicurare, anche nell’intervento sulla scena di violenza il poliziotto maschio è fondamentale, cioè
come gestione dell’emergenza e in molte questure si sono avviati dei programmi di formazione.
Come si parla di violenza oggi? Sentirei anche voi. Io ho buttato lì delle parole chiave che ritornano
sui media. Ci avete riflettuto? Vi viene in mente qualcosa su come si parla della violenza ?
Studente: Recentissimo, l’omicidio di una donna di cui non ricordo il nome. Tra l’altro questa
donna aveva dichiarato di non volere una relazione con quest’uomo.
Boscaiolo?
Studente: Esatto, il “Gigante Buono”, che l’aveva uccisa per il troppo amore. Per altro sul giornale e
in quasi tutti gli articoli è stato praticamente sommerso il fatto che questa donna comunque fosse
lesbica e gliel’avesse proprio detto, quindi non solo un femminicidio, che appunto non ha solo a che
fare con la dimensione dell’essere donna, ma proprio dell’essere lesbica. Dunque, io credo che si
tratti di una doppia violenza veramente.
Una chiara violenza di genere.
Studente: Anche da parte dei giornali!
No, ma infatti anche la comunicazione è importantissima.
Studente: Ma anche il modo in cui è stato presentato, il “Gigante Buono”. Nel discorso fatto della
violenza questa parte non doveva comparire proprio, cioè che poi lui nella vita normale fosse un
brav’ uomo. Era proprio questa idea di “ ma com’è successo?”, “ com’è possibile”. Come se lui
fosse troppo buono. Poi il carabiniere che si identificava in lui, che nell’intervista dice di essersi
commosso … tutti questi termini di identificazione del carabiniere, cioè no …!!
Cosa costruiscono? Perché poi questa roba qui costruisce il senso comune. Che poi
quest’informazione non è insolita. In questo caso è chiaramente molto evidente, ma non è l’unico
caso quando si parla di violenza, tenendo conto che ha questa natura relazionale forte, perché questo
impulso dell’amore
Studente: Cioè il fatto che si cerchino delle attenuanti, non capisco …
Non è solo una questione di attenuanti, cioè da dove proviene la violenza maschile? In questo caso
lui era troppo innamorato, proviene da un eccesso di amore.
Studente: La giustificazione, esatto, riprende proprio il sentimento di cui invece lei era vittima
fondamentalmente, quindi non può essere colpevole se in realtà il motivo che lo ha portato a questa
violenza era buono, era positivo, però invece è completamente limitante rispetto all’intera
questione.
Assolutamente! Ma, veramente, questo discorso dell’eccesso, dell’eccesso di rabbia, dell’eccesso di
amore, dell’eccesso di passione, un po’ fa il paio con l’idea che la violenza contro le donne sia
un’emergenza. Guardate qui, questa è l’ANSA, e diciamo ne ho preso uno a caso, ma voi troverete
tantissimo, fateci caso se avete voglia di fare un lavoro vostro, avete in mente qual è la
comunicazione della violenza, cioè quali parole sono più abitualmente associate alla violenza. Io ho
trovato “raptus”, “passione”, “amore”, “emergenza”. “Emergenza” non parla della storia personale,
ma parla del fenomeno, cioè la violenza è un’emergenza. Ma noi siamo sicuri che la violenza contro
le donne sia un’emergenza? Cioè, se voi doveste dire che cos’è un’emergenza, se voi andate in
un’enciclopedia e cercate “emergenza”, l’emergenza è qualcosa che arriva a sconvolgere l’ordinario
svolgimento, come un terremoto, o appunto qualcosa che sconvolge l’ordinario svolgimento delle
cose. In realtà la violenza non è affatto una violenza, cioè, la violenza di genere è una costante del
modo in cui hanno organizzato la nostra società e non solo è una costante, per cui è qui da millenni,
ma quando si dice è costitutiva, vuol dire che la violenza fa proprio parte del modo in cui noi come
cultura, come società, abbiamo strutturato le relazioni, ne è parte integrante e non è una distorsione,
non è un eccesso, non è un’emergenza. Fa parte proprio di quella grammatica delle relazioni che noi
abbiamo costruito e anche nella vicenda del “Boscaiolo Buono”, questo discorso dell’”eccesso
d’amore”, in qualche modo fa ode al raptus, pensate un po’anche a quel cantante del gruppo
francese dei Noir Désir, che aveva ucciso la sua compagna nell’albergo in Lituania massacrandola:
anche per lui si è usato tutto il vocabolario dell’eccesso d’amore, del raptus, oppure che la loro era
una relazione fatta di eccessi.
Studente: Cioè, si fa risalire la causa alla sfera dell’irrazionalità, come se in quel momento non era
capace di intendere e di volere.
Assolutamente, come se quella fosse una parentesi di anormalità. Io vorrei invece farvi ragionare su
quanto sia normale, quanto sia normale la violenza agita contro uomini diversi, contro donne,
contro omosessuali, contro lesbiche in una società che è profondamente omofobica e sessista, per
cui è difficile pensare che la violenza sia una anormalità, cioè fa parte, come ho detto prima, proprio
della grammatica delle relazioni. Se noi pensiamo alle relazioni in questo modo, è chiaro che la
violenza ne fa parte e questo che propriamente lo dico io, ma prima vi ho nominato la Convenzione
di Istanbul che è del 2011, non so se l’avete mai letta, perché è interessante, non è neanche troppo
lunga e può essere un bel materiale di lavoro. È capitato a qualcuno di leggerla?
Studente: Un po’ con l’ospite che ci ha parlato di intersezionalità.
Ok, la Convenzione di Istanbul la troverete nominata su qualsiasi giornale o in qualsiasi documento
o notizia, che parla ormai di violenza, perché è, come dire, il punto di arrivo di una elaborazione
pluridecennale, però anche il compromesso tra agenzie internazionali, perché è un documento
istituzionale e il movimento delle donne, il movimento contro la violenza, quindi è un po’ un
documento largamente condiviso e che oggi è veramente la pietra miliare della mobilitazione contro
la violenza. È un documento, a mio avviso, molto avanzato per degli aspetti e riprende la CEDAW
(Convention on the Elimination of all forms of Discrimination Against Women ), che forse avete
invece sentito, che è del ’93, che è la dichiarazione sull’eliminazione di tutte le forme di
discriminazione contro le donne approvato dall’assemblea generale dell’ONU. Vorrei farvi leggere
qual è la definizione di violenza, visto che ne parlavamo prima. Noi abbiamo questi due documenti,
Convenzione di Istanbul, appunto andatevi a vedere lì come viene definita la violenza, cioè proprio
come la indicano e però guardate qui, nel preambolo della dichiarazione, che viene ripreso nella
Convenzione di Istanbul:

“La violenza contro le donne è una manifestazione delle relazioni di potere storicamente disuguali
tra uomini e donne, che ha portato alla dominazione e alla discriminazione contro le donne da parte
degli uomini e ha impedito il pieno avanzamento delle donne, e che la violenza contro le donne è
uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione
subordinata rispetto agli uomini.”

Allora, questa è la negazione del carattere emergenziale della violenza. Soprattutto in quello
storicamente diseguale: c’è un richiamo alla storia, una concettualizzazione della violenza che è
molto forte, nel senso che solo se noi comprendiamo la storia della violenza, possiamo davvero
capire la natura della violenza, le caratteristiche della violenza. Questa definizione si divide in due
parti, cioè dice due cose importanti.
Le individuate? Cioè, dice la violenza è due cose, fondamentalmente. Dice, da una parte è l’effetto
della diseguaglianza, cioè la violenza è la manifestazione delle relazioni di potere storicamente
diseguali, cioè, vale a dire, la diseguaglianza produce violenza, perché, per esempio, il senso di
superiorità, di possesso, di maggior valore che scivola nella violenza, ma allo stesso tempo non è
solo la manifestazione della diseguaglianza, è anche il modo attraverso cui è mantenuta la
diseguaglianza. Attraverso la violenza si conserva questa sperequazione sociale tra uomini e donne,
per cui, quando dice “ è uno dei meccanismi sociali, cruciali …” - ( e voi guardate che in questo
documento ogni parola è pesata, cioè, nulla viene detto a caso) - “… per mezzo dei quali le donne
sono costrette in una posizione subordinata” sta parlando di un fenomeno che è in sé individuale e
collettivo. Attraverso la violenza la singola donna rimane costretta in una posizione subordinata, ma
è anche una forma di intimidazione collettiva. Pensate sempre a questa dimensione pubblica della
violenza che ha tante sfaccettature, non solo perché ha un costo sociale, un costo economico, non
solo perché riguarda un pubblico allargato, ma anche perché riguarda una dimensione pubblica,
perché la violenza non è mai un fatto individuale. Pensate a come le donne vengano cresciute, già
da ragazzine, con questo spettro della violenza e come questo agisca collettivamente, per esempio,
nella limitazione di come si vive lo spazio urbano, di come si vive la notte, che non è esclusivo solo
delle donne, eh! Perché se noi pensiamo agli afro americani in America, possiamo dire che un
corpo nero è altrettanto in pericolo rispetto a un corpo femminile in una metropoli nord americana.
Guardate come questo agisce pubblicamente e collettivamente, cioè, sono le esperienze che alla
fine, anche se non vissute direttamente, sono un monito, cioè sono un qualcosa che poi condiziona
anche delle vite che non ne vengono intaccate direttamente. ( Una ragazza fa una domanda)
La vostra collega chiedeva se questa educazione alle relazioni di potere asimmetriche poi finisca per
riguardare non solo una coppia fatta per esempio da un uomo e una donna, ma se questa stessa
dinamica può accadere anche in una coppia di due donne. Allora, assolutamente sì, nel senso che io
uso una formula: non ho una visione essenzialista della violenza, cioè non credo che gli uomini
siano naturalmente violenti e le donne siano naturalmente, per essenza, vittime. Cioè, quando dico
che è un prodotto di una cultura delle relazioni ben precise, intendo proprio dire che quella cultura
può proprio poi influenzare indifferentemente uomini e donne. È una questione di potere, e anche
quando in una relazione tra due donne si introietta che l’asse intorno a cui costruire le relazioni è il
potere, certo che può accadere. Come può accadere per esempio che una militare statunitense umili
sessualmente e fa violenza a due detenuti iracheni, come è successo ad Abu Ghraib, vicino
Baghdad. Non avendo una visione non essenzialista, veramente non credo che ci siano delle nature
fatte in un modo piuttosto che in un altro, cioè credo che sono modelli che noi acquisiamo e
introiettiamo. Il problema è veramente se noi crediamo che le relazioni anche di coppia debbano
costruirsi lungo un’asse verticale di dominio o orizzontale di collaborazione, solidarietà, aiuto.
Credo che il discrimine sia proprio qual è la cultura delle relazioni che noi vogliamo coltivare,
altrimenti niente ci mette al riparo, non ci mette al riparo l’essere donna o l’essere uomo, come nelle
coppie gay maschili può succedere di tutto, però, appunto, non è il sesso biologico, né
l’orientamento sessuale che mette al riparo dalla cultura delle relazioni. Quello è un lavoro molto
faticoso, che va fatto sia a livello individuale, che collettivo. Poi, guardate, questi sono temi molto
complessi perché hanno continuamente una valenza larga, collettiva, politica, pubblica, ma
contemporaneamente interrogano proprio il nostro vissuto più piccolo, più spiccio, più individuale,
per cui noi e le nostre relazioni, noi e il nostro modo di starci. Non so, l’altro giorno ero a Perugia,
appunto, a un corso di formazione per insegnanti in cui dovevo fare una roba simile sulla violenza.
A un certo punto è intervenuta un’insegnante che ha fatto un’osservazione, secondo me, molto
importante. Io poi sono storica, quindi magari leggo le cose più che riguardano i secoli passati, lei
invece era molto attenta alle letture attuali, sulla storia della violenza e raccontava ormai di questa
lettura rispetto al modo di costruire delle relazioni, che poi scivolano nella violenza, ma che sono
molto diffuse, in cui, appunto, vengono riconosciute due fasi: la prima, che è quella del “love
bombing”, per cui il partner, spesso maschile, costruisce una fase di corteggiamento, adulamento,
seduzione nei confronti della sua compagna o partner (ma guardate, può valere anche per una
coppia di lesbiche o per una coppia di omosessuali uomini), e quindi la fa sentire assolutamente
unica e speciale, fantastica, meravigliosa, proprio l’unica che esiste al mondo, la più intelligente,
quella che lui vuole assolutamente aiutare nello sviluppo individuale, bla, bla, bla … Seguito,
proprio in maniera netta, una volta conquistata e portata nel suo nido, dalla fase di valorizzazione,
delegittimazione e questo le importava, cioè è un dibattito attuale proprio su come noi strutturiamo
le relazioni, perché poi questo discorso della violenza ha a che vedere con questo: non è qualcosa
che viene calato dall’altro e c’è qualcuno che si sveglia la mattina ed è violento. È dentro il modo in
cui sono state costruite le relazioni che iniziamo, le immaginiamo, pensiamo all’amore, a cosa vuol
dire avere una compagna o un compagno: è qualcosa che ha a che vedere con la sessualità, è
veramente quanto di più personale e intimo che ci possa essere e allo stesso tempo più politico che
ci possa essere, perché nulla più di questo rimanda poi alle famose relazioni di genere, qualsiasi
esse siano.
Questa è la Convenzione di Istanbul, che riprende quella e vi volevo di nuovo far notare il ricorso
allo “storicamente”, per cui la mobilitazione dell’idea che ci sono due elementi: uno è il valore della
storia, ma non come storia intesa come disciplina, ma proprio come il peso del passato e quello che
è successo nel passato, dunque la storia della violenza; l’altro è il nesso della diseguaglianza.
Questo elemento nel dibattito pubblico emerge molto poco, ancora. La comunicazione è appunto
tutta interna a un codice della passione, dell’onore, dell’amore, del raptus, ma si parla veramente
molto poco di quanto la violenza provenga da una concezione dei rapporti diseguali, cioè da un’idea
di diseguaglianza. Questa storia che tanto viene chiamata in causa nei documenti ufficiali, che cosa
può dirci della violenza? Perché diciamo è un sapere che è sicuramente è mobilitato e deve dire
qualcosa. Io direi anche questa è un’acquisizione recente. Nonostante la violenza contro le donne
sia un fenomeno che riguarda 1/3 della comunità femminile, è un oggetto di ricerca che è stato del
tutto ignorato, ma dall’antropologia, dalla storia, da altre discipline, dalla storia del Diritto, fino al
movimento femminile degli anni ’70. Io non faccio finta di non nominare le cose, nel senso che
quella stagione politica lì è stata fondamentale proprio per la revisione dei saperi, cioè è prima del
movimento delle donne degli anni ’70, da cui è nata la gender history, la violenza non era
considerata proprio un oggetto di ricerca, tant’è che, a parte che pure oggi non è che proprio faccia
fare brillante carriera a chi se ne occupa, perché così come gli studi sull’omosessualità sono sempre
considerate cose di nicchia o poco rilevanti, però sicuramente prima di quella data non ne troviamo
traccia. Cosa possiamo dire a grandissime linee, che proviene da questa stagione di studi? Allora, la
prima cosa è quella che vi ho già anticipato, cioè la storia della violenza: la violenza ha una storia
che è fatta di variabili e continuità, di momenti di trasformazione, cioè è il prodotto di una cultura
delle relazioni e quindi per questo è un fenomeno che può cambiare nel tempo a seconda di come
cambia la cultura delle relazioni e di come cambiano anche i giochi di forza tra i soggetti sociali.
Vedremo come i processi di emancipazione di omosessuali e donne abbiano cambiato tanto, in
termini di storia della violenza. Quando diciamo che non è una forma universale del dominio
maschile vogliamo dire in sostanza che non è qualcosa che è innato alla natura maschile o all’essere
uomini, ma che ha anche avuto forme diverse a seconda dei contesti e delle epoche storiche e questo
si sposa un po’ col discorso dell’intersezionalità, che abbiamo fatto giovedì scorso e, che se vi
ricordate, questo era il discorso di come le differenze giochino, creando percorsi di vita differenti.
Anche la violenza non è qualcosa che attraversa classi, razzi in maniera indistinta e uguale, per cui
vale per tutte, è una roba di uomini contro donne, è una roba che dipende da chi è uomo, dipende da
chi è donna, ecc. ecc.
Studente: Professoressa, mi scusi, cosa vuol dire che è transeunte?
Che cambia. Questa è diciamo una speranza per il futuro, nel senso che quando diciamo transeunte
vuol dire che è una roba che non è destinata a rimanere uguale nel tempo, ma che può modificarsi o
anche estinguersi; abbiamo speranze.
Questa è un appunto proprio da professoressa, cioè quando si studia la storia della violenza, voi
come vi immaginate che gli storici vadano a cercare la storia della violenza nel passato? Cioè, dove
se ne possono trovare le tracce? Spero che questo ormai vi sia arrivato, però il racconto storico è
qualcosa che deve poggiarsi su delle basi ed è anche molto condizionato da quali sono le fonti che
vengono utilizzate. Delle fonti danno accesso a porzioni di realtà, altre ad altre dimensioni e questo,
per un tema come quello della violenza, è un tema abbastanza significativo, perché noi abbiamo
grossomodo tre insiemi di fonti che possiamo prendere in considerazione, sia per oggi, sia per il
passato: la prima è la produzione normativa, vale a dire che noi possiamo vedere come la società del
passato ha concepito la violenza, guardando per esempio ai codici , cosa se ne trova? Se troviamo
per esempio in un Codice che la donna adultera può essere punita con 48 frustrate, mentre l’uomo
non è mai punibile, ci dice qualcosa delle relazioni del passato, o no? Se in un Codice c’è scritto che
lo stupro è reato solo nel caso in cui a essere stuprata è una donna vergine e rispettabile, ci dice
qualcosa o no di come quella società del passato concepisce la violenza? Non vi sto facendo esempi
a caso, vi sto dicendo cose vere. Per cui, le norme, i codici, ci dicono una parte della questione della
violenza, tra l’altro non ci dicono tutto e, vi faccio un altro esempio. Prima vi ho detto che la
violenza sessuale è una delle forme che più da lungo tempo è stata rilevata dai codici criminali,
penali, da autori in forma anonima, cioè la violenza sessuale è una grande ossessione, perché è una
grande ossessione la sessualità, tutta la sessualità femminile. Quindi, lo stupro è una fattispecie che
viene contemplata sin dal Diritto Romano, però di per sé questo non basta a dirci se, di per sé, le
società del passato sono state ostili, poco tolleranti, nei confronti dello stupro. Il fatto che lo stupro
fosse sanzionato nel Codice non ci dice poi quello che succedeva nelle pratiche sociali, per esempio
durante un processo per stupro, o quante donne denunciassero, quali erano le donne che venivano
credute e quali no. Questo ce lo possono dire gli atti giudiziari. Cioè, laddove noi troviamo dei
processi per violenza, e non solo sessuale, nel passato, possiamo avere un sacco di cose. Possiamo
capire come si muovevano i vicini, come si muovevano i parenti dei vari soggetti chiamati in causa
e come lavoravano i tribunali e gli operatori di giustizia, per cui avvocati e poi successivamente
pubblici ministeri o giudici. Poi c’è un altro tipo di fonti che invece ci interessa molto ed è quello su
cui abbiamo lavorato prima, cioè quando abbiamo guardato ai giornali o a internet: è tutto quello
che ci dà accesso alla rappresentazione della violenza. Prima noi abbiamo discusso di come si parla
di violenza nei social media, quindi quella è una rappresentazione della violenza. Quando noi
diciamo che la violenza è un raptus, è frutto di un raptus, è frutto di un eccesso di amore, di
passione, quella è una precisa rappresentazione della violenza che ci dice che una quota di questa
società la concepisce in quel modo. In passato abbiamo altri tipi di linguaggio, altri tipi di
rappresentazione, per cui abbiamo appunto le ballate o le canzoni, le cartoline, il cinema o la
letteratura, la tipografia e quant’altro. Queste sono fonti anche particolarmente utili, perché danno
accesso un po’ all’immaginario popolare, cioè non solo a quello delle vittime, non solo di quelli che
hanno trasmesso attraverso iconografia o testi scritti perché ne avevano gli strumenti e i mezzi, ma
anche i ceti popolari.
Ricerca storica e violenza: anche oggi, direi, “storia delle famiglie” , “storia della sessualità”, cioè
le due macro-aree della violenza di genere. O ve ne viene in mente qualcun’altra? Soprattutto,
secondo voi, sono slegate?
In questo c’è una corrispondenza abbastanza netta tra quello che è la storiografia sulla violenza,
cioè ciò che è stato fatto in termini di ricerca storica della violenza e quello che è l’attualità. Quando
parliamo di violenza, questi due campi sono quelli che più emergono principalmente, cioè se non è
sfera della violenza domestica o di coppia, è storia della violenza sessuale e quindi pensiamo agli
stupri, gli stupri di guerra, quindi pensiamo a quanto queste due dimensioni siano quelle che in
qualche modo raccolgono gran parte del fenomeno della violenza.
Violenza domestica e familiare: io prima vi ho detto che, tanto la Convenzione di Istanbul, quanto
la ricerca storica, hanno messo a fuoco il legame tra violenza e diseguaglianza. Per cui, togliere dal
piatto qualsiasi riferimento a essenza maschile, raptus, emergenza, eccesso di amore, quello che
volete. Il problema e la causa della violenza principale è la diseguaglianza. Non c’è bisogno che
guardiamo in troppe altre direzioni. Se noi guardiamo alla violenza familiare, vi ricordate che noi
abbiamo aperto dicendo i numeri della violenza, cioè: gran parte della violenza contro le donne, il
70%, è una violenza familiare. Adesso diciamo che l’origine della violenza è la diseguaglianza. Una
domanda che ne consegue è: come sono organizzate le famiglie? E non solo nell’attualità. Che
storia ha la famiglia? Ha una storia che ci illumina in questa direzione, o no? La storia, quello che la
ricerca storica ha ampiamente raccontato, e racconta ormai da decenni, è il fatto che la famiglia,
come struttura, come cellula della società è al suo interno profondamente incentrata su un principio
di diseguaglianza di genere, oltre che generazionale ( anche quella c’è stata, ma comunque viene
ricostruita lungo la linea del genere, vale a dire: il figlio maschio non è la stessa cosa della figlia
femmina, quindi valore all’interno della famiglia ). Questo, ovviamente, in epoca contemporanea e
in alcuni contesti è un processo che in qualche modo ha iniziato a essere prepotentemente messo in
discussione, per cui, sicuramente nelle famiglie italiane di oggi, soprattutto quelle urbane, sono
diverse da quelle delle famiglie di cento anni fa, ma noi abbiamo una storia millenaria di famiglia e
di famiglie che sono state incentrate intorno al principio della diseguaglianza e sulla figura del capo
famiglia, ma la cosa che mi interessa di più richiamarvi è il fatto che questa diseguaglianza ruotava
attorno al riconoscimento del capo famiglia, del pater familias, come governatore dell’unità
familiare, cioè come governatore lui aveva il diritto e il dovere, l’obbligo di governare all’interno
della famiglia. Per governare, però, devi condurre gli altri all’obbedienza e, per punire o correggere
i comportamenti sconvenienti, gli era riconosciuto un diritto di correzione, che si chiamava “ ius
corrigendi ” , non so se ne avete mai sentito parlare. Lo “ ius corrigendi ” è un istituto giuridico di
epoca romana, che è fondamentalmente il riconoscimento del diritto del capo famiglia, quindi del
padre e del marito, di usare una certa dose di violenza per ricondurre all’obbedienza moglie e figli.
Secondo voi quando è stato abolito questo “ ius corrigendi ” in Italia?
Studente: Sempre con la riforma del Diritto di Famiglia, forse? Nel ’75.
Esatto, bravissimi. Nel senso che, la struttura diseguale della famiglia in Italia… - vi faccio vedere
una cosa, che magari vado avanti e poi torno indietro -
Allora, questo è il Codice Civile Italiano, il primo, il Codice Pisanelli del 1865:
“Il marito è capo della famiglia, la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome
ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli creda opportuno fissare la sua residenza.”
Questi, appunto sono i principi più soft dell’idea del capo famiglia, sì, perché poi ce ne sono altri
che sono invece molto più seri, tra cui la potestà genitoriale, cioè fino alla riforma del 1975, come
diceva giustamente il vostro collega, nel 1975 c’è la riforma del Diritto di Famiglia in Italia. Tenete
presente che già la costituzione aveva sancito l’uguaglianza dei coniugi all’interno della famiglia,
ma ci sono voluti trent’anni perché quel principio costituzionale desse vita a una riforma del Diritto
di Famiglia che stabilisse che per esempio i coniugi sono uguali, cioè hanno eguali diritti ed eguali
doveri all’interno della famiglia, che nessuno dei due può permettersi di avere un’autorità sull’altro,
che i figli sono in capo a tutti e due. Dovete sapere che fino al 1975 i figli rispondevano solo al
padre dal punto di vista del riconoscimento giuridico, vale a dire se, facciamo un’ipotesi, storia di
violenza: moglie che se ne vuole andare e vuole allontanarsi dal marito violento, perdeva i figli. I
figli rimanevano col padre perché erano titolati a lui. 1975, riforma del Diritto di Famiglia, che
prevede la potestà genitoriale: guardate che questo è uno di quei dispositivi che introducono
violenza, quella è una violenza. Il fatto che una donna sia espropriata dei propri figli è una violenza,
ma anche uno di quei meccanismi cruciali che mantengono la storia della violenza, perché quante
donne non sono fuoriuscite e non fuoriescono da storie familiari violente proprio in virtù di questi
ricatti?!
Studente: Professoressa, ma questo è un discorso attuale o è sempre riferito a quello di prima?
Sì, questo è il Codice Civile di prima. Se volete leggere la legge del 1975, afferma la parità dei
coniugi, adeguandosi alla Costituzione, in richiamo alla Costituzione.
- mostra un’immagine - Questa è una miniatura medievale, che rappresenta il diritto del marito a
correggere la moglie e vi faccio una premessa: il diritto di correzione è un diritto che si è
ampiamente esercitato nelle società del passato ed era molto diffuso, ma non raggiungeva forme
estreme, nel senso che la violenza, la punizione, la correzione veniva esercitata appunta con
strattonamenti, pugni, calci, vergate con bastoni, ma il numero di femminicidi era molto più basso
che nel presente e questo per una semplice ragione, che è di tipo se volete utilitarista: le famiglie del
passato erano unità produttive molto complesse, ma in equilibrio, per cui la correzione è una cose e
l’uccisione della partner e quindi la rinuncia anche al suo contributo è un’altra. Sono due discorsi
separati, aggiungo pure che molto spesso oggi i femminicidi avvengono sulla soglia della
separazione, dunque laddove la famiglia si rompe, si sta allontanando.
- mostra un documento - Allora, questo è un processo del 1607 a Bologna. Lo “ ius corrigendi ” non
lo trovate in nessun Codice, cioè non è che c’è un titolo che dice il diritto del marito a correggere la
moglie, per questo si chiama istituto giuridico, cioè è una prassi consolidata che è riconosciuta poi
attraverso la non punibilità, ma non c’è qualcosa che lo statuisce, non c’è qualcosa che lo statuisce.
Questo processo nel 1600 è una delle milioni di fonti che raccontano come era percepito questo“ ius
corrigendi ”. Questo è un uomo, che interviene al processo di un suo amico ( stiamo parlando di
nobili uomini, della nobiltà bolognese) che è stato trascinato a processo dalla moglie, che lo ha
accusato per eccesso dei mezzi di correzione, cioè per aver ecceduto nella correzione perché lei e il
marito vivevano in questo palazzo che aveva due aree, in una abitava la moglie e nell’altra il marito.
Il marito aveva una nuova compagna, un’amante, che porta a vivere nell’altro appartamento. Per
cui, nel sospetto, la moglie fa irruzione negli appartamenti del marito per scoprire se fosse vero o
no, ma quello è percepito come un atto indebito da parte della donna. Lei non avrebbe mai dovuto
oltrepassare la soglia degli appartamenti del marito, perché lui comunque è il dominus della casa, e
quindi lui la malmena brutalmente e lei lo denuncia per eccesso dei mezzi di correzione. Dietro c’è
tutta una storia comunque di soldi e di patrimoni che si devono spostare, però è simpatico come
l’amico dell’amico, che è chiamato al processo, spiega che cos’è questo “ ius corrigendi ”:
“ è ancho la verità che a Bologna, e credo in tutto il mondo, quando le mugliere non obbediscono ai
loro mariti, anzi li sprezzano e gli sono ritrose e pertinace nelle loro opinioni, e che non gli basta
essere riprese con le parole, che sia lecito e conveniente ai detti loro mariti dargli qualche schiaffo,
pugno o percossa leggera e ciò per correzione e per ammonizione, e per indurre all’obbedienza e
questo sempre io ho inteso dir essere cosa lecita”.
Cioè, quindi, proprio una forma di legittimazione sociale. Questa natura diseguale della famiglia,
improntata al principio della diseguaglianza e i suoi nessi con la violenza. Viene, ecco qui di
seguito, appunto:
1) il diritto di correzione, che è una forma proprio di legittimazione della violenza e la domanda è se
noi abbiamo avuto un Diritto che per duemila anni ha stabilito che un marito potesse picchiare la
moglie per ricondurla all’obbedienza, quanto questo sia un passato che ancora oggi lavora
nell’immaginario e anche nelle convinzioni degli uomini negli anni 2000, perché se voi ascoltate
appunto i racconti degli uomini maltrattanti, degli uomini violenti, questa pretesa di essere il capo
famiglia, e quindi di dover ricondurre la donna all’obbedienza, ancora opera, ancora lavora.
L’altra cosa, appunto:
2) alcuni istituti che insieme hanno puntellato la storia della violenza e della violenza familiare in
particolare. Avete mai sentito parlare di autorizzazione maritale? Mai?
Allora, in Italia, fino al 1919 (quest’anno si è festeggiata l’abolizione) le donne non potevano
esercitare nessuna attività commerciale, finanziaria o appunto essere soggetto giuridico senza
l’autorizzazione del marito. La condizione di moglie praticamente era la condizione peggiore in cui
una donna si poteva trovare, perché abdicava completamente a qualsiasi diritto e protagonismo
giuridico. Questo è, di nuovo, il Codice Civile Italiano, cioè il Codice con cui noi fondiamo il
nostro patto alla nascita della nazione. Quindi le donne non possono per esempio affittare un
negozio, una casa, intraprendere un’attività commerciale, intraprendere professioni, cioè l’accesso
delle donne alle professioni c’è negli anni 60/70 del ‘900.
Vi volevo far vedere altri due istituti. Questo lo conoscete? Questo mette anche in connessione la
violenza familiare con la violenza sessuale. Quando viene abolito il matrimonio riparatore in Italia?
Il matrimonio riparatore in Italia viene abolito nel 1981. Tra l’altro intorno alla vicenda di una
ragazzina di 16/17 anni che si rifiuta di sposare il proprio stupratore. Questo lo uso per mettere a
fuoco il discorso anche sulla violenza sessuale. Alcune cose ve le ho già dette. La violenza sessuale
è forse l’unica forma di violenza che è stata recepita come tale dai tempi del Diritto Romano e non
perché ci sia stata una preoccupazione per il corpo delle donne e dell’integrità del corpo delle
donne, ma perché c’era un’ossessione per la sessualità femminile: cioè la violenza sessuale viene
discussa, ragionata, codificata, perché qualsiasi rapporto extramatrimoniale delle donne è qualcosa
che va monitorato e governato attentamente, tant’è che vi dico subito che lo stupro coniugale non è
proprio preso in considerazione, cioè la violenza sessuale è solo qualcosa che viene agita fuori dalla
famiglia, tutto il resto non rientra e non è proprio percepito come violenza, anche dai protagonisti
stessi. Quante donne sono state in un regime di rapporti sessuali non voluti, ma corrisposti come
debito coniugale, cioè come dovere di una moglie all’appagamento del marito?! Per cui, quando
prima vi dicevo “guardate che cambia la percezione della violenza, ma anche dei soggetti” è perché
comunque noi interiorizziamo delle convinzioni e dei modelli. Dunque, la violenza sessuale è
l’unica forma di violenza che viene in qualche modo codificata, ma perché c’è un’ossessione per il
controllo della capacità riproduttiva e per la trasmissione dei patrimoni che è ad essa legata. Questo
fa sì che la sessualità femminile e la riluttazione che è legata alla sessualità femminile sono
codificati come un bene non personale, cioè non come qualcosa che è in capo alle donne, ma come
un bene familiare: sessualità, reputazione, onore femminile sono un patrimonio familiare e che
hanno a che vedere con lo status della famiglia e ovviamente con i maschi della famiglia, cioè quelli
che in qualche modo governano e rispondono dell’onore sessuale femminile sono in qualche modo
il marito, il fratello.
Allora, cosa c’entra il matrimonio riparatore con tutto questo? C’entra con la volontà di governo
della sessualità femminile e il fatto che uno stupro è tale se danneggia una donna onorata e intacca
l’onore di una famiglia e quindi del padre, del fratello, del marito, ma se questo stupro viene
risarcito dal matrimonio e dalla costruzione della famiglia in cui appunto quella sessualità
femminile rientra e viene quindi rimessa nei giusti binari, che sono quelli del governo maschile
sulla sessualità e sul matrimonio, quello non è più un reato, non è più un’offesa all’onore dell’altra
famiglia, ma non è più un qualcosa che danneggia il patrimonio della sessualità. Questa cosa qui noi
la vediamo nel matrimonio riparatore, che estingue il reato di stupro ( e la vediamo molto in
maniera abbastanza precisa), ma la vediamo anche nel fatto che poi, storicamente, non tutte le
donne che hanno subito uno stupro sono state considerate delle vittime e questa cosa è vera ancora
oggi. Quanto viene chiamata in ballo la reputazione delle donne per stabilire se sono state
veramente delle vittime? Cioè se c’è stato davvero un patrimonio che è stato intaccato? Anche se
oggi non parliamo più in questi termini, ma quanto agiscono queste cose ancora nel nostro
immaginario, nella nostra mente? Vi dirò di più, questa cosa si vede benissimo nel fatto che la
violenza sessuale, in tutti i Codici Penali europei, è stata fino agli anni 70 e 90 del ‘900 un reato non
contro la persona, ma contro la famiglia o contro la morale. In Italia fino al 1996. Cioè, la legge che
riforma la legge sulla violenza sessuale è una legge del ’96, che lo fa passare da reato contro la
morale a reato contro la persona. Intacca quindi questa costruzione millenaria per cui la sessualità
femminile è un bene familiare, in capo agli uomini della famiglia e quindi semmai il danno è lì, un
matrimonio può ripararlo o diciamo invece non tutte le donne sono vittime, dipende da qual è la
loro reputazione, da quale offesa c’è stata e quant’altro. Forse chiuderei così per non darvi troppi
elementi, però credo sia importante mettere a fuoco il peso di queste branche e di questa lunga
storia del nesso di diseguaglianza-violenza, non solo la lunga storia, però proprio veramente capire
qual è questa matrice della violenza. Vi invito a riconoscere nelle storie che leggete, ma anche che
sentite, come questi meccanismi riecheggiano, cioè l’idea che la sessualità femminile sia un
patrimonio, che sia una proprietà, cioè che il corpo delle donne è proprietà del maschio con cui sta,
chi è il capo e quant’altro. Questi sono dispositivi che voi avete visto lavorare e concretizzarsi in
istituti giuridici, però guardate che lavorano nei comportamenti a voi vicini, a voi più prossimi,
quindi provate a decodificarli e a leggerli.