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Nicola Spinosi

Il terapeuta mobile
Scritti sulla psicoterapia psicanalitica
Indice

Un'intervista
Il “puttano”
Vuotare le tasche
Il cervello è vivo e talvolta lotta contro di noi
Un terapeuta commosso
SMS
Limitare il danno
Balzi nel passato
Elvio Fachinelli o del “sapere inquietante”
Psicoterapia ed effetto placebo
La psicoterapia nell'epoca della sua riproducibilità audiovisiva
Il terapeuta mobile
transfert e non transfert
Lo strano caso del dottor K e del signor Z
Il reduce dalla Russia
Un inguaribile romantico
Trasformazioni
Elenco dei peccati della psicoanalisi.

“1. La psicoanalisi intrappola i pazienti con il transfert. La


profonda comprensione, il grande interesse per i minimi
dettagli della storia della propria vita e dei moti del proprio
animo sono naturalmente interpretati dal paziente come segni
di profonda cordialità personale, anzi di tenerezza.
2. Poiché nella maggioranza i pazienti sono dei naufraghi
psichici che si aggrappano al più piccolo appiglio, essi
diventano ciechi e sordi di fronte a fatti rivelatori dello scarso
interesse personale provato dagli analisti verso di loro.
3. Nel frattempo l'inconscio del paziente percepisce tutti i
sentimenti negativi dell'analista (noia, irritazione, sentimenti di
odio, quando il cliente dice qualcosa che è sgradito o che
stimola i complessi del medico).”
S. Fèrenczi, Diario clinico, 1932 .

Un mendicante sognò un milionario. Risvegliatosi incontrò uno


psicanalista. Questi gli dichiarò che il milionario era un simbolo
di suo padre. ‘Strano’, rispose il mendicante.
(Max Horkheimer, Crepuscolo).

Sogno fatto da me il 22 maggio 1986: telefonata di un


paziente, che chiede a che ora comincia domani la seduta …
“Alla tale ora”, dico io … “Cominci pure”, risponde il paziente…
Un'intervista

1. Come sei arrivato alla scelta di questo mestiere?

Non lo ho “scelto”, l'ho imboccato nel contesto del


mio lavoro di docente di psicologia, che a sua volta
non ho “scelto”, ma imboccato.

2. Lo vedi, per quanto ti riguarda, più una


professione o più la realizzazione di una vocazione?

Ho lavorato ben poco, dal punto di vista


quantitativo, come analista, ciò ha implicato che io
non sia mai diventato un “professionista”. Sì, direi
che Freud mi ha “chiamato”.

3. Il libro, o i libri, che più ha contribuito alla tua


formazione, e perché.

Il disagio della civiltà” è la prima opera di Freud che


ho studiato, ne detti una lettura “di sinistra” che ai
tempi (primi anni settanta) mi aiutò a scrivere la
mia tesi di laurea. Poi mi hanno stregato i casi clinici
di Freud, cioè ho desiderato “fare come lui”. Poi Il
bambino dalle uova d'oro di Elvio Fachinelli, perché
coniugava psicanalisi e politica, ciò che mi serviva.

4. I colleghi "in carne e ossa" che più hanno


contribuito alla tua formazione.

Elvio Fachinelli (anni settanta); Giampaolo Lai (anni


ottanta); Sergio Erba (anni novanta). Con nessuno
dei tre ho mai fatto analisi, i miei analisti hanno
invece contribuito a formare in me un'opinione sulla
“scuola” di cui facevano parte.

5. Nel complesso del tuo bagaglio professionale


teorico-tecnico, che cosa, se c'è, riconosci come
originalmente tuo?

Niente di originale, credo, a parte la mia persona, se


lo è. Neppure il carattere eclettico della mia
formazione è originale.

6. Puoi darmi la tua personale definizione di


psicoanalisi e di psicoterapia?
La psicanalisi ha lo scopo precipuo di favorire
l'analizzare, la psicoterapia quello di curare. Più
radicalmente: la psicanalisi ha lo scopo di
trasmettere se stessa come metodo e come
saggezza.

7. C'è mai stato un momento nella tua carriera in


cui hai pensato di cambiare mestiere?

Ho sempre operato come analista e insieme come


insegnante, ciò significa che sono passato da un
mestiere all'altro molte volte, per fortuna. D'altra
parte sì, talvolta mi sono trovato in seduta a
domandarmi :“chi me lo fa fare?”

8. Qual è, secondo la tua esperienza, il fattore


essenziale della tua funzione terapeutica, quello
senza il quale tutto il resto non avrebbe efficacia? 

Non so dire niente della efficacia o inefficacia del mio


operare, so che l'ascolto per me è essenziale.

9. In psicoanalisi, lo scarto tra prassi e teoria è


sempre vero? Pensi si possa colmare?

Comunque c'è sempre uno scarto tra la mappa e il


territorio, tra la road map e il viaggio. Senza
esagerare, però.

10. Come spieghi la presenza di diversi orientamenti


teorici di matrice psicoanalitica?

Con il fatto che si è riusciti a sfuggire a Freud.


Questa è la storia della psicanalisi. Un'altra
spiegazione può trovarsi nel narcisismo di alcuni
analisti.

11. Qual è la tua personale concezione


dell'esistenza: che la vita abbia un senso, che
origine e destino dell'uomo siano, anche se
misteriosamente, trascendenti; o, per quel che
riguarda il destino individuale di ciascuno, tutto si
esaurisca nel percorso tra la nascita e la morte? Che
rapporto può esserci, se ritieni ci sia, tra la tua
concezione esistenziale e la tua concezione della
terapia?
Tutto si trova nel tempo che intercorre tra la nostra
nascita e la nostra morte, ma il passato (quando non
c'eravamo) e il futuro (quando non ci saremo più) ci
riguardano, il primo appartiene alla Tradizione, alla
Storia, il secondo alla Politica.

Credo che tra la propria concezione esistenziale e la


propria concezione della terapia ci sia un rapporto
forte, importante è esserne consapevoli.

12. Si parla tanto di etica della psicoanalisi ma,


secondo te, qual è o quale dovrebbe essere la
posizione della psicoanalisi di fronte all'etica?

L'analista ha un compito preciso, favorire l'analizzare


del paziente, non fare della critica di tipo etico: certo
senza dimenticare i suoi valori.

13. Come si è modificato, nel tempo, il tuo modo di


operare nella stanza d'analisi?
Ai miei inizi ero proteso unicamente verso i
contenuti psichici dei pazienti. Avevo una cattiva
formazione. Successivamente ho iniziato a dare
valore alla relazione tra me ed il paziente, questa è
la mia evoluzione.

14. Secondo te, la psicoanalisi ha un futuro?

Non lo so, forse si ridurrà in termini di diffusione,


fino a essere dimenticata. Poi ritrovata, chissà?

15. Cosa significa essere psicoanalisti nel XXI


secolo?

Combattere per una causa persa. C'è di peggio:


combattere per una causa vincente.

16. Ad un tuo ipotetico allievo quali suggerimenti


darebbe?

Di non dimenticare Freud, per favore.

17. Che cosa pensi della nostra <scuola e rivista Il


Ruolo terapeutico, Milano> convinzione che per
superare la crisi attuale il pensiero psicoanalitico
deve uscire dalla "Stanza" e guardarsi attorno, per
inglobare nella sua indagine anche gli aspetti
metafisici della persona (tanto per non far nomi, la
libertà e la responsabilità di sé del soggetto)?

Se c'è una crisi, essa dipende dal tipo di spiegazione


che le neuroscienze danno del disagio umano, e
dalla diffusione degli psicofarmaci. Si tratta di
valorizzare il metodo analitico come qualcosa che
forma, non come qualcosa che cura. Non credo
tuttavia alla libertà e alla responsabilità di sé del
soggetto, e mi permetto di suggerire che neppure
Freud ci credeva.

N.B. L'intervista qui riportata mi ha spinto a


rispondere in modo più ampio e libero: ne deriva il
testo seguente, che comprende scritti composti tra
la fine del secolo scorso e l'inizio di questo - editi e
inediti.

(Ottobre 2020)
Il "puttano"

Che bello trovare un resoconto scritto da una ex


paziente nel Forum organizzato da Il Ruolo
terapeutico! L'autrice, che si dichiara soddisfatta
dell'esperienza da lei avuta, descrive il processo
della terapia con grande efficacia: si è trattato di tre
momenti, quello del pianto, quello della rabbia
contro il terapeuta in quanto "puttano" e, per così
dire, costitutivamente infido, e quello dell'alleanza
terapeutica, favorita dall'innamoramento
riconosciuto come tale dalla donna, e contenuto dal
terapeuta, già bravo a contenere la rabbia di cui
sopra. Non credo che l'autrice sia soltanto capace di
scrivere e descrivere, ma che abbia capito come
funziona la terapia. Come può funzionare.

A proposito della voce dei pazienti, mi colpisce che


nessuno, se non sbaglio, abbia fin qui menzionato, e
sia pure in modo critico, lo strumento della
registrazione audio delle sedute. Essa certo dà luogo
alle noiosissime sbobinature (almeno, ai tempi si
chiamavano così), ma permette di far ricerca in
modo non solo narrativo. Ricordo a questo
proposito il lavoro di Giampaolo Lai.
Un altro spunto interessante è dato da chi dichiara
l'utilità di testimonianze in merito a terapie andate
"storte". Personalmente sono appassionato fino alla
"malattia" alle "cose storte". Temo però che i
pazienti o gli ex pazienti che testimonino in tal senso
siano rari. Tra le reazioni negative alla terapia c'è
infatti il rifiuto e il distacco.
Vuotare le tasche

Nel numero 123 del Ruolo terapeutico si poteva


leggere un articolo sulla la remunerazione della
psicoterapia. A quanto ne so, che non è moltissimo
dal momento che vado rileggendo solo i vecchi libri,
si tratta di un argomento di solito negletto. Quindi
dobbiamo essere grati all'autore per averlo tanto
estesamente trattato.
La remunerazione della psicoterapia richiama un
altro argomento, quello del (non) rilascio da parte
dei terapeuti di ricevute fiscali ai loro clienti, e quindi
della (non) partecipazione dei due gruppi (i terapeuti
e i clienti) al pagamento delle imposte sul reddito.
Delle cosiddette “persone fisiche”. L'autore lavora su
questo tema con abilità nel senso che, dato il
contesto, sono in questione anche le “persone
metafisiche”. Non solo sarebbe giusto, secondo
l'autore, partecipare al pagamento delle imposte in
nome di un'appartenenza sociale colorata a suo dire
di una certa politicità, ciò che riguarda lo
psicoterapeuta come il commercialista, l'idraulico
eccetera, ma sarebbe utile in quanto “le tasse” sono
solo un pezzo di tutto l'insieme di fatti ed effetti
interni alla relazione terapeutica. La “persona
metafisica” conta eccome, è ovvio, in psicoterapia,
ed ingloba, onnivora, ogni tema.
Personalmente però non condivido la convinzione
dell'autore circa la politicità del “pagare le tasse”,
dal momento che non mi sento felice parte dello
Stato italiano; e avrei qualche riserva a finanziarlo,
se potessi. Questo Stato. Che si paghino le imposte
sul reddito delle “persone fisiche” aiuta l'equità
sociale, ma, io credo, prima bisognerebbe costruirla,
l'equità sociale, che in questo Stato italiano manca.
Oggi, d'altra parte, un terapeuta che si ostinasse a
scansare “le fatture” sarebbe impresentabile, e
danneggerebbe il lavoro. Non importa che alcuni
clienti disdegnino per varie ragioni la ricevuta
fiscale. Direi che l'autore dice bene limitatamente
all'ambito della relazione terapeutica, ma lasciamo
stare il resto. Ci vuol altro, prima della correttezza
fiscale, in Italia.
Più avanti l'autore tratta l'entità (il quanto) della
remunerazione e disquisisce sui colleghi che
chiedono “troppo” (o “troppo poco”), ragionando sul
tema, io credo, della inclusione del prezzo nella
qualità della merce.
Il prezzo alto dà glamour alla merce, è per questo
che certi colleghi che stanno sullo stomaco all'autore
sparano cifre pazzesche (quali?), e fanno ruota di
pavone con altri mezzi (arredamento, quadri, zona
elegante della città eccetera).
Quel che mi ha colpito, però, è che l'autore non
abbia scritto quanto chiede lui, quanti euro a seduta.
Cento, duecento, ottanta, settanta, quanti?
Da ultimo vorrei osservare che la convinzione
dell'autore circa la giustezza del prezzo uguale per
tutti i clienti, interessante e ben situata dentro
l'ambito della relazione terapeutica, non mi trova
d'accordo. Sul piano della “persona fisica” del
cliente, che magari avrebbe il talento necessario per
fare l'esperienza della psicoterapia, ma pochi soldi a
disposizione. Ah! Dimenticavo: ho chiesto fino a
centomila lire, oggi chiedo ottanta euro per seduta.
Il cervello è vivo e talvolta lotta contro di noi

L'editoriale che apre il n.126 del Ruolo terapeutico


spinge a riflettere in merito alle cure farmacologiche
della cosiddetta sindrome di iperattività e deficit di
attenzione, che non da oggi è facilmente
diagnosticata a molti bambini difficili, senza
virgolette, tanto che è divenuta un'etichetta cui
ricorrono anche i non specialisti – fenomeno del
resto né sorprendente né nuovo.
La questione delle cure farmacologiche dei guai
psicosociali che affliggono le persone, adulte o non
adulte che esse siano, deve essere posta, tuttavia,
senza confondere un uso degli psicofarmaci guidato
da specialisti con l'uso a livello di massa, complici i
medici di base e i farmacisti. Molti tra i primi
diagnosticano psichiatricamente a spanne, non pochi
tra i secondi non esitano a vendere farmaci senza
ricetta - alla clientela affezionata.
Se la beneamata psicoterapia fosse praticata da
incompetenti a questi livelli di massa, sarebbe lo
stesso da guardare come una calamità, almeno
nell'ambito del buon gusto, se non in quello della
salute.
Quei bambini difficili che talvolta restano antipatici
perfino ai loro genitori, quegli adulti che hanno e
danno problemi umani più o meno seri, ebbene sì,
possiedono anche un cervello. Gli psicofarmaci
intervengono sulla attivazione nervosa di un
qualcosa che, visto da “fuori”, si manifesta con un
agire umano, sociale. Che può essere letto come
significativo segnale di disagi relazionali nella
famiglia, a scuola, nel lavoro eccetera. I quali ultimi
disagi, non mancando mai, sembrerebbero dar
ragione all'autrice dell'editoriale che apre il n. 126 di
questa rivista, e ai moltissimi che pensano come lei.
Un mondo “regolato” dalle pillole, oltre che far
contente le industrie farmaceutiche sarebbe e certo
sarà orribile. Un mondo però che fingesse che il
cervello non conti in quel che soffrono grandi e
piccini, sarebbe ridicolo. O di cattivo gusto.
Un terapeuta commosso

in seduta fino all'inumidimento degli occhi, se non


fino al pianto. Distinguerei: l'assetto è “faccia a
faccia” o “classico”?
Un terapeuta “beccato” dal paziente con gli occhi
arrossati sostenne trattarsi dell'effetto di una
allergia: il paziente ne dubitò. Eppure in certi periodi
dell'anno “anche” un terapeuta può soffrire di
disturbi del genere.
Posso essermi commosso, io, non me ne sono
“vergognato”, anzi, mi sentivo “empatico”; ma ora
preferisco spostare il discorso sul riso, magari lieve:
ebbene, qualche volta i guai riferiti da un paziente
(“passo le domeniche pomeriggio a vuotare e poi
riordinare i miei armadi, dottore!”; “ma lo sa che ho
ricominciato a masturbarmi?”; “vado in piscina e
faccio vasche su vasche, dottore!”) mi hanno fatto
sorridere, a causa della loro intrinseca potenza
umoristica. Sorridevo al posto del paziente, che si
prendeva troppo sul serio.
SMS

Mi stuzzica il fenomeno degli sms nell'ambito della


terapia.
Ora, tutti sappiamo che gli sms in genere non
servono solo ad avvertire qualcuno che magari
tardiamo, ma che spesso danno luogo a una
relazione parallela se non sostitutiva di quella vis à
vis, per cui può succedere che si abbia con qualcuno
una relazione vis à vis e una, differente, di “tipo
sms”, senza contare le telefonate vere e proprie, e
le e-mail. Mi e vi domando se ciò che accade in
genere accade anche nell'ambito della terapia. Credo
di sì.
Quando lavoravo io gli sms non si usavano o non
erano molto diffusi, quindi di quel che inducono nella
terapia non so nulla. Il testo che mi stuzzica oggi
suggerisce che possono creare qualche problema -
di cui magari si farebbe anche a meno.
Non si potrebbe fare a meno di avere contatti via
sms con i “pazienti”? Non è che la dimensione sms
rischia di prenderci la mano? Per cui (v. sopra)
avremo una relazione vis à vis e una via sms,
magari ciascuna con il suo particolare timbro, e un
terapeuta poi in seduta non sa che pesci pigliare?

Datato, molto datato, oggi 2020. Ma sacrosanto.


Limitare il danno

Uno dei testi scritti dagli allievi del Ruolo narra di


una terapia in cui la paziente è “amica d’infanzia” del
marito della terapeuta. Altre noie: l’impossibilità
della terapeuta di rilasciare fatture alla paziente e la
mancanza di una “stanza dove vederla”. La
terapeuta stessa coniuga tali noie con le sue paure
di neofita, definendole “alibi”. Bisogna pur
cominciare, però, e all’inizio spesso è necessario
adattarsi a quel che viene, come viene. Anche a una
stanza non nostra. Lavorare “al nero” con una
persona che ha (avuto) stretti rapporti con il nostro
coniuge, è, invece, certamente dura, il passaggio di
denaro avviene senza cornici, abbassando
l’immagine della terapia a qualcosa di “comune”, per
di più tra persone quasi conoscenti.

La nudità del passaggio di denaro, praticatissima in


ogni settore, dev’essere tenuta d’occhio in
psicoterapia, qualora sia in atto, come elemento
turbativo del setting. Tuttavia, riflettiamo, fatture e
ricevute possono esser considerate, a loro volta,
elementi turbativi, se non svilenti, della relazione tra
i due: estraneità fatta di cartaccia.

La cosiddetta nudità del passaggio di denaro


corrisponde alla nudità della relazione intesa come
ricerca dell’autentico, mentre la cartaccia entra nel
setting come un intruso. Il denaro è sangue, la
fattura è cartaccia.

Tornando alla storia della terapeuta in erba: dal


guaio della conoscenza diretta o indiretta del
paziente (e dai relativi pre-giudizi inquinanti) si
esce, se proprio è necessario, negandosi e
consigliandogli un collega, ma, più la città o cittadina
in cui si opera è piccola, più è facile che il paziente
sia, anche senza saperlo, vagamente conosciuto dal
terapeuta, e viceversa.

La psicoterapia è forse una professione praticabile


solo in poche città, restando in Italia? No davvero,
moduliamo, limitiamo il danno, evitiamo eccessi.

Non è in discussione la preferibilità della


(fondamentale) non conoscenza, tra analista e
paziente; ma respingere la fiducia di qualcuno, e sia
pure che cerchi un cosiddetto analista facile, perché
in mezzo c’è della conoscenza, dell’immaginario, per
meglio dire, già masticato, è male. Provarci lo
stesso, limitando il danno della rimasticatura, è
bene.

Un’altra questione seria che la tesina pone è


l’incapacità della terapeuta di non dare risposte, così
danneggiando la “funzione interrogante”. Al neofita,
“cristianamente” formato dalla vita (magari suo
malgrado), non rispondere alle domande che il
paziente pone dispiace. Gli duole far la parte di chi
non eroga. Se ha talento e fortuna, imparerà che il
paziente non è il suo bambino, e neppure il noto
lebbroso da baciare, altrimenti cambierà mestiere
oppure, come talvolta accade, diventerà un cinico
mascherato da cuor d’oro. O un cuor d’oro
mascherato da cinico.

Rispondere alle domande (del paziente) con


domande, per una persona “cristiana” e beneducata,
è difficile. Lesinare, pure. Non possiamo non dirci
“cristiani”, qualcuno ha scritto. Si tratta, ancora, di
limitarne il danno. A ciò mira la formazione in
psicoterapia? Scristianizzazione? V’è del Nietzsche,
al lavoro?

O semplicemente, ohibò, del Freud?

“Mi sono (...) accorta degli ‘equilibrismi’ messi in


atto (a volte vere e proprie ‘acrobazie dello
sguardo’) per cercare di vedere l’ora senza che il
paziente notasse i miei movimenti”. Guardare
l’orologio non è carino, in genere, se ci troviamo in
compagnia di qualcuno; è segno, a meno che non
incombano treni, aerei od orari di lavoro (appunto),
che il tempo interferisce nel rapporto che abbiamo
con l’altra persona. Qualche volta (treni ecc.) questo
tempo non è negoziabile, molte altre volte lo è, nel
senso che rimanda a nostri “orari” soggettivi.
Logicamente, è ben possibile che non c’importi
molto di (non) essere carini, ma di solito c’importa,
dev’essere un effetto (infimo davvero) della
cosiddetta cristianizzazione, quindi controlliamo, ma
di nascosto, l’ora. Acrobazie dello sguardo.
Per non avvisare verbalmente il paziente che la
seduta è al termine merita sistemare un orologio,
non la clessidra, su una parete, o su un mobile dello
studio, ben visibile al paziente, come elemento
accettabile dell’arredamento e del setting, e attirare
con un gesto sobrio l’attenzione del “distratto”
quando il tempo della seduta è concluso. Mi sembra
facile ed efficace, ma so bene che ognuno trova (o
non trova, o perde) la sua strada da sé.

L’orologio, ordinatore ansiogeno, può esser preso in


considerazione come figura del padre. “Due sedute
fa un paziente di mezza età che stava parlando del
suo rapporto ambivalente con la madre, si è
bruscamente interrotto e mi ha guardato
intensamente negli occhi, come se si fossero
risvegliati in lui affetti profondi, chiedendomi a
bruciapelo: ‘Lei che rapporto ha con suo padre?’ “.

A bruciapelo, veramente, si spara, l’arma è posta


così vicino al corpo colpito, da bruciarne, con
l’esplosione, la peluria. La metafora sembra
rinforzare l’immagine di un improvviso accostamento
del paziente alla persona della terapeuta, di un
cambio di registro. “Al di fuori della situazione
terapeutica gli avrei risposto in modo seccato che
non aveva alcun diritto di pormi una tale domanda,
perché a lui non doveva importare nulla delle mie
questioni private o, ancora, gli avrei forse chiesto
come diavolo avesse mai fatto, tra la miriade di
domande che potevano venirgli in mente, a
sintonizzarsi su una questione per me
particolarmente delicata”.

Si tratta di due reazioni ben diverse, la prima (non


ha alcun diritto!) adeguata a un estraneo invadente,
la seconda (come diavolo ha fatto a indovinare?)
adeguata a qualcuno che si rivela molto intuitivo nei
nostri confronti.

“Al di fuori della situazione terapeutica”? E’ un


lapsus, significa che il vero rapporto tra la terapeuta
e il paziente resta, nonostante le apparenze, quello
tra un “uomo di mezza età”, così lei, e “una giovane
dottoressa”, così lui. Mi sembra naturale. Il setting
serve a inquadrare tale scena di “affetti profondi”,
anche erotica (“giovane dottoressa” mi suona così),
dentro un insieme di elementi ordinatori, tra essi
l’orologio. Ma l’orologio-padre della terapeuta è
conflittuale. Il paziente, se non si è accorto delle
“acrobazie dello sguardo” della terapeuta, sente che
ha a che fare con una persona che ha un punto
debole (il padre). La terapeuta di cui narra il testo è
alle prese con un “padre” in carne e ossa, a suo dire
desiderante, il paziente, e con un padre ordinatore,
l’orologio.

“E lei?” – potrebbero domandarci (e talvolta


domandano) le persone che incontriamo
professionalmente, attirandoci nella dimensione
umana comune cui apparteniamo, a parte il ruolo.
Abbiamo gioie, desideri, delusioni, conflitti, paure,
miserie, piaceri, genitori morti o vivi, figli, coniugi,
rogne e voglie. In quell’ora scarsa, misurata
dall’orologio, entriamo nel ruolo di chi sa, o si
suppone che sappia.

E’ un ruolo così difficile da sostenere che


continuiamo talvolta a guardare il padre-orologio, in
attesa che ce ne liberi. Del resto, non ci par vero di
far vacanza pagata dai nostri guai per occuparci di
quelli altrui.
*
Quando invece i clienti manifestano propositi di
chiusura, non rari e appartenenti talvolta alla
categoria generale del danneggiamento della
terapia, io credo che un terapeuta possa trovarsi
confrontato con una sorta di suo conflitto d’interessi,
infatti i propositi di un paziente di terminare la
terapia confliggono in definitiva con la continuità di
una parte del reddito del terapeuta, che dunque,
volente o nolente, consapevole o inconsapevole, si
trova, discutendo il proposito del paziente, anche a
difendere la pagnotta.
Una signora dagli occhi chiari e bistrati dichiara che
per non soffrire anche in terapia vorrebbe diminuire
il numero delle sedute da una per settimana a una
ogni quindici giorni perché le sembra di non far
niente: “prima per lo meno venivo, stavo male quel
giorno lì, ma poi tutto il resto della settimana mi
sentivo meglio, più viva, ora so che evito le cose che
mi fanno stare più male “; e il terapeuta esclama:
“Ma lo sa che lei è proprio un bel tipo? Prima vuole
smettere perché è troppo <doloroso> poi perché è
troppo poco <doloroso>”.
La paziente probabilmente si sente gratificata, in
veste d’ incontentabile “bel tipo”. Magari nessuno
glielo aveva detto, fin lì. D’altra parte il terapeuta
sembra gratificato dalla gratificazione (inumidita)
della signora. Tutto fila: verso il rinnovato setting a
una seduta ogni due settimane. Che cosa non si fa
per accontentare una donna! Che cosa non si fa per
conservare un paziente! Qui s’ inscena l’importanza,
tra terapeuta e paziente, del negoziare. Tale
processo non sembra tanto una cornice o un vettore
di “contenuti” psichici, ma è il contenuto stesso della
terapia. In altri tempi si sarebbe detto: la nevrosi
del paziente si riproduce nel rapporto con l’analista.
*
A chi si occupa di terapia con minori tocca una
poltrona ancora più scomoda, infatti oltre ai due
classici personaggi contano, in carne e ossa, anche i
genitori, che anzi sono i responsabili dell’iniziativa
terapeutica (sempre poco chiara, ma in questi casi
anche confusa da circostanze interpersonali). E’ più
che probabile che oggi, data la fama che “lo
psicologo” ha ormai acquistato presso l’utenza,
qualche adolescente chieda autonomamente ai
genitori di farlo “andare” da questa sottospecie di
medico specializzato in affari oscuri, ma i bambini
penso che restino ciechi strumenti di occhiuta rapina
scolastico-genitoriale.

La terapeuta qui fa da testimone a proposito della


scoraggiante difficoltà di lavorare con bambini e
ragazzini, persone che non hanno nemmeno quello
straccio di motivazione dei clienti adulti. La
motivazione, come scrive l’autrice, è dei genitori,
che di solito desiderano che lo psicologo risolva il
“problema” che essi, e magari gl’insegnanti, hanno
rilevato in nobile gara, come se si trattasse di
morbillo, scoliosi o magari scarsa propensione
all’apprendimento delle tabelline.

Sono felice, pensa un po’, di essere cresciuto


quando si curava con esasperante lentezza il
morbillo, è vero, quando si poteva essere bocciati
anche alle elementari, ebbene sì, e presi a schiaffi in
famiglia senza che intervenisse la Nato, ma almeno
non ci rompevano l’anima con la psicoterapia
infantile. E oggi rischiamo pure il Ritalin.

Secondo la terapeuta il bambino ha, per chiedere


aiuto, un modo: “sviluppa un sintomo”. Già usare
questa parola da medici, ragiono, ci avvia verso una
soluzione da medici: rispondere con una cura al
sintomo. Invece questo qualcosa dovrebbe, secondo
un’antica tradizione (rispondere alle domande con
altre domande) di cui Il Ruolo è oggi un tardo
testimone, essere interrogato. Cosa che porterebbe
a spostare l’attenzione sui genitori, o sul genitore
che ha avuto l’idea di affidare il figlio a uno
psicologo. Qualcuno ha proposto: bussate e vi sarà
aperto. L’antica tradizione è come se proponesse
invece di bussare a chi bussa.

Fare lo psicoterapeuta, è un lavoro scomodo, al


limite del losco: con i minori è da fachiro. Il margine
del losco si chiama setting.

Neppure una cinquantenne affetta da tumore al seno


e da penuria economica sembra essere un paziente
facile. Ricordo di aver letto da qualche parte che,
per un(a) analista, il “paziente” analizzabile ideale è
la persona giovane, carina, intelligente, colta, dotata
di mezzi economici, e priva di grossi problemi.
Invece qui la terapeuta non s’è lasciata soverchiare
dalla concretezza dei mali che affliggono la paziente,
mantenendo invece aperto il passaggio ad altro, che
(non) è un privilegio dei benestanti. I fattori
favorevoli alla relazione tra le due donne qui in
questione sono da individuare in due momenti di
esposizione aperta: prima da parte della terapeuta,
che, a domanda, dichiara di non sapere se non si
suiciderà; poi da parte della paziente, che mostra il
seno martoriato. Mostrate e vi sarà mostrato.

L’ultimo brano rappresenta davvero un’eccezione,


perché i protagonisti sono, com’è giusto, solo due, la
terapeuta e la paziente, e lo spazio del racconto è
vivamente condiviso, e non invaso dalle autoanalisi
del terapeuta, narciso imbranato. Non solo,
contrariamente a quel che capita negli altri racconti,
qui ha cittadinanza un sogno (di trasloco),
raccontato dalla paziente, un’esperta di passaggi
d’abitazione (dal sud alla periferia di una metropoli
del nord; poi, dalla periferia in centro; e infine a
Genova). Traslochi, di cui uno, come la terapeuta
suppone a partire dal sogno, potrebbe avere a che
fare con ciò che le due donne stanno cercando di
realizzare, quarantacinque minuti alla settimana, a
pagamento, sì, ma con amore.

Concludo. Molti laureati in psicologia, io credo,


s’iscrivono alle scuole di specializzazione come
aspiranti professionisti, ma in realtà sono soggetti
feriti, anche dagli studi effettuati in campo
psicologico, non solo dalla vita. Il lavoro di gruppo
nella scuola di psicoterapia li avvicina alla
dimensione psicologica da cui sono stati, con la
massima energia disponibile dello Stato, tenuti
lontani a causa proprio degli studi universitari: li
urta e urtica come se fossero “pazienti”. Alcuni
iniziano la terapia individuale dopo aver partecipato
agli incontri, con i colleghi e i conduttori, sui casi
che, come allievi, essi seguono. Del resto, è sempre
stata la linea del Ruolo, anche prima della
regolamentazione statale della psicoterapia, quella
di non prescrivere l’ “analisi” personale agli allievi,
condizione di partecipazione alla scuola essendo
invece “solo” l’operatività nel campo delle
professioni d’aiuto. Discutibile, ma degno di
riflessione.

L’insistenza sui vissuti del terapeuta (protagonista


quasi incontrastato delle narrazioni in rassegna), e
sul mantenimento del setting, suggerisce che l’unico
elemento “terapeutico” di cui possono usufruire i
pazienti, di fatto testimoni del disagio umano e
professionale di coloro che hanno soltanto il ruolo di
terapeuta, ma non lo sono, è proprio il
mantenimento del setting. L’insistenza eccessiva sul
setting ha, penso, a che vedere con il timore che le
idiosincrasie e il disagio personale del terapeuta
debordino troppo sul paziente. Il setting consente al
terapeuta di curare se stesso a spese dell’altro, il
paziente, ma senza compromettersi troppo.
Limitando eventuali danni.
Balzi nel passato

Una sera d'inverno del 1981 mi trovavo a Milano per


una riunione redazionale de L'erba voglio, casa
editrice creata e diretta da Elvio Fachinelli accanto
alla rivista omonima. Arrivato in anticipo,
passeggiavo in zona Ticinese, così vidi un piccolo
negozio che esibiva in vetrina e all'interno su scaffali
un esercito di robottini. Entrai e parlai per qualche
minuto con un signore sui cinquanta anni, serio, il
titolare di quella che era una bottega di riparazione
e vendita di giocattoli meccanici. Più tardi parlai di
questo luogo magico e tenero con Elvio Fachinelli,
comunque mi rimase in mente il nome della stretta
via nella quale lavorava, e spero che ancora lavori, il
collezionista e riparatore di robot, via Mora.

Un pomeriggio di dicembre del 1969, a Milano, in


piazza Fontana, dentro i locali della Banca Nazionale
dell'Agricoltura l'esplosione di una bomba, come è
noto, provocò morti e feriti. Le autorità ordinarono
velocemente l'arresto di persone cosiddette
sospette, tra le quali Pietro Valpreda e Giuseppe
Pinelli. Giuseppe Pinelli morì dopo un volo da una
finestra situata al quarto piano della questura di
Milano, dove egli si trovava per un interrogatorio,
infatti le autorità lo ritenevano responsabile della
esplosione avvenuta nella Banca Nazionale dell'
Agricoltura. Non sappiamo se Pinelli morì sfracellato
nel cortile della questura a causa di una "spinta", di
un "malore attivo", o di una sua disperata decisione,
o piuttosto a causa di qualche circostanza
intermedia tra le tre accennate. Fatto sta che molti,
nel cosiddetto Movimento, ritennero che il principale
responsabile della morte di Pinelli, innocente quanto
alla bomba, fosse un certo commissario Luigi
Calabresi, personaggio in seguito bersagliato
dall'odio o almeno dalla antipatia dei moltissimi
militanti del Movimento e di alcune loro
organizzazioni.

Nella tarda primavera del 1972, a Milano, il


commissario Calabresi venne poi ucciso a colpi di
pistola da sconosciuti, in strada. Fu l'inizio della fine,
ma non pochi nel Movimento se ne rallegrarono.

Una mattina di primavera del 1993, in treno,


passavo il tempo del mio viaggio leggendo Storia
della colonna infame, la tragica storia di un certo
Giovambattista Mora, accusato ingiustamente, oltre
che assurdamente, di essere un untore, cioè un
propagatore di quella peste che afflisse Milano
attorno al 1630. Leggendo il testo di Manzoni mi
ritornò in mente, a proposito della colonna
cosiddetta infame eretta in zona Ticinese, a Milano,
quella via Mora che mi era rimasta cara per il fatto
della bottega dei robottini. Pensai, credo a torto, che
il nome della via ricordi il disgraziato Giovambattista
Mora, vittima dell'infamia di una legge ignara della
giustizia.

Nell'estate del 1988 mi trovavo al Cinquale, un


centro abitato sul mare; ogni mattina facevo una
passeggiata fino all'edicola più vicina per comprare i
giornali. Con mia grande sorpresa lessi che Adriano
Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, gli
ultimi due a me perfettamente sconosciuti, il primo
invece ben noto, erano stati arrestati per l'assassinio
del commissario Calabresi, ucciso nella tarda
primavera del 1972, sedici anni prima, da
sconosciuti. Avevo incontrato Adriano Sofri durante
la primavera del 1968 in via Marconi, a Firenze, in
una stanza della Casa del Popolo dove si riuniva un
gruppo politico misto di militanti scontenti del Psiup
(Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), tra i
quali io, e alcuni dirigenti del gruppo pisano Il Potere
Operaio, guidati in tutta evidenza da quel ragazzo
un poco più grande di noi militanti scontenti del
Psiup, Adriano Sofri. Era un tipo deciso che sapeva
dire le cose che a noi piaceva sentir dire; le riunioni
di quel gruppo nascente comunque continuarono nei
locali della Casa del Popolo per poco tempo, infatti
(era periodo elettorale) il giornale del gruppo pisano,
Il Potere Operaio, uscì prima delle elezioni con un
grande titolo che diceva: "TV, sorrisi e elezioni", e i
dirigenti della Casa del Popolo provvidero
immediatamente a negarci il permesso di riunione
nei loro locali.
Oggi (gennaio 1997) leggo con grande commozione i
giornali che raccontano della definitiva, così si
esprimono, incarcerazione di Sofri, Bompressi e
Pietrostefani, condannati per l'assassinio del
commissario Calabresi, sospettato dal Movimento di
aver causato la morte di Giuseppe Pinelli, a sua
volta sospettato dalla polizia politica e dalla
magistratura di aver messo la terribile bomba nei
locali della Banca Nazionale dell' Agricoltura, bomba
di cui, incidentalmente, non si conoscono, a distanza
di tanti anni, i responsabili, oramai morto l'innocente
Pinelli, scarcerato e dimenticato Pietro Valpreda,
scarcerati e dimenticati Freda e Ventura, i cosiddetti
estremisti di destra a loro volta e successivamente
agli anarchici accusati di aver organizzato la strage
di piazza Fontana.

Di tutta questa tragedia cominciata nel dicembre del


1969 possiamo ragionevolmente pensare dunque
che Sofri, Bompressi e Pietrostefani oggi siano i
martiri viventi, i testimoni. Sofri, Bompressi e
Pietrostefani sono i martiri del Sessantotto: e questo
credo che spieghi le mia commozione. Dicono che
Sofri sia "antipatico". Non ho mai letto così spesso
che Berlusconi sia antipatico, o che Craxi fosse
antipatico, o Andreotti, o Forlani: e Cirino Pomicino,
Giovanni Goria, erano forse simpatici? - mi chiedo.
Massimo D'Alema è simpatico? (Personaggi d'altri
tempi, d'accordo). Non sarà che a rimanere
antipatico è proprio il Sessantotto? Sofri, leggo, da
studente avrebbe tentato di far entrare in camera
sua, in un collegio della Normale, a Pisa, una
ragazza di cui era innamorato, e conseguentemente
venne espulso dalla Normale, nella quale per altro
pare che Sofri ben meritasse. Sofri, leggo, avrebbe
una volta osato rivolgere a Palmiro Togliatti, durante
una riunione politica a Pisa, il rimprovero di "non
aver voluto", i cosiddetti comunisti italiani guidati da
Togliatti - e da Stalin - "fare la rivoluzione". Il
Sessantotto fu, si potrebbe dire, una persona che,
come Sofri, non voleva stare al suo posto, ecco
tutto, per questo risultava e risulta antipatico.
Adriano Sofri. Oggi sento una intermittenza del
cuore, le pagine dei giornali mi ricordano quegli
anni messi da una parte, nel calendario dei fatti,
separatamente dal calendario dei sentimenti. Mi
sento commosso come fin qui - non è strano? - non
era mai accaduto, eppure di motivi di commozione,
a proposito del Sessantotto, ce ne sarebbero stati, in
tutti questi anni venuti, rovinati dopo. Abbiamo fatto
troppi errori, siamo stati sconfitti. E neppure una
lacrima, da parte mia, ho tirato avanti portandomi
sulla schiena la sconfitta: ci siamo adeguati oppure
accontentati delle briciole, questo il mio caso, di quel
pasto magnifico che con il Sessantotto voleva
iniziare. Mi spiego bene il mio interesse, dirò meglio,
la mia passione per il cosiddetto caso Sofri, Sofri
accusato di aver organizzato l'uccisione del
commissario Calabresi a Milano: sono fatti
strettamente personali. Logicamente è uno, anzi
sono tre, a finire in galera, ma tutta la generazione,
cosiddetta, del Sessantotto è sotto accusa per
l'uccisione del commissario Calabresi, ovvero per
l'uccisione dell'Autorità. Sofri, Bompressi,
Pietrostefani sono i nomi degli untori, come Mora è il
nome dell'untore, il nome del responsabile della
Peste, Mora è la Peste a Milano, Sofri è la Peste del
Sessantotto.

C'è poi il noto Leonardo Marino, becchino materiale


del Sessantotto, anche lui logicamente parte del
Sessantotto, la Peste, connesso a Sofri come a
Mora fu connesso il suo accusatore Guglielmo
Piazza, accusato di essere un untore e liberatosi da
tale accusa tramite la denuncia dell'innocente Mora.
Leonardo Marino ha confessato ai carabinieri, come
tutti sanno, di aver partecipato all'uccisione del
commissario Calabresi insieme a Bompressi per
ordine di Sofri e Pietrostefani, ma nessuno è riuscito
a dimostrare che Marino abbia ucciso Calabresi, se è
lui che lo ha ucciso, insieme a Bompressi, per ordine
di Sofri e Pietrostefani.

La particolare storia Marino - Sofri è passionale,


febbrile, soffocante, come lo sono la vendetta e il
tradimento in essa riconoscibili. Ma essa è anche
storia di tutti noi del Sessantotto, che siamo stati
uniti trasversalmente rispetto alle classi di
appartenenza e che poi ci siamo di nuovo divisi,
separati, allontanati. Dicono che a Torino, ai tempi
della loro amicizia personale e politica, Marino abbia
in un'occasione portato sulle spalle il minuto Sofri
durante una manifestazione tra studenti e operai.
Vera o falsa che sia la storia, vorrei riflettere su
questa figura del proletario, Marino, che porta sulle
spalle il borghese, Sofri, formando come un corpo
solo, una unità. E vorrei riflettere su quella
meravigliosa occasione di incontri che fu il
Sessantotto: senza il Sessantotto un Sofri non
avrebbe mai avuto seriamente a che fare con un
Marino, e viceversa, straordinario frullatore sociale e
culturale senza limiti, il Sessantotto. Questo mi
sembra il senso più interessante dell'allora abusato
slogan "operai e studenti uniti nella lotta". Il
Movimento era un luogo dove ognuno poteva
incontrare tutti, dove certe barriere di classe, di
censo, di cultura, di erudizione cadevano, tendevano
a cadere, questa la Peste odiata da tutti coloro che
si nutrivano, che si nutrono di separazioni, di
linguaggi settoriali, che si riparano dietro le barriere
di classe, di censo, di cultura, di erudizione. E che
nei decenni successivi al Sessantotto, un anno lungo
finito con il rapimento di Aldo Moro, 1978, si sono
vendicati, tanto che l'etichetta di "sessantottino"
adesso significa qualcosa da scansare: il Sessantotto
fu un movimento di outsiders che tuttavia, questo il
capolavoro, mise per forse un decennio tutto il resto
del corpo sociale nella condizione di outsider,
imperdonabilmente.

Scrivevo sopra che mi trovavo una volta a Milano


per una riunione della casa editrice L'erba voglio, di
Elvio Fachinelli. L'erba voglio, iniziata nel 1971 e
sospesa con il numero trenta nel 1977, fu una delle
voci del Movimento postsessantottesco, rivista di
pareri diversi e spesso discordanti nel coro del
Movimento, che per la verità fu sempre polifonico,
rivista di voci che, mi pare, tendevano, quella di
Elvio Fachinelli per prima, ad allertare il Movimento
stesso, a deviarlo dai suoi errori, dalle sue sviste.
Era accaduto che l'opposizione e la rivolta contro il
vecchio ordine - quale pena furono i primi anni
sessanta per chi già sentiva il peso dei vecchi freni
sociali e culturali! - avevano accettato nomi e
linguaggi vecchi, certo rinnovandoli, ma anche
ripetendoli: marxismo-leninismo, trotzkismo,
anarchismo, stalinismo, maoismo. Elvio Fachinelli
con la sua rivista e in parte dopo il '77 con la casa
editrice, rappresentò una via meno pigra, meno
infestata dai vecchi feticci politici, tutti o quasi
radicalmente contrari nel loro intimo alle aspirazioni
del Movimento sessantottesco, aspirazioni alla
libertà, all'amore, alla immaginazione.

L' "erba voglio", sappiamo, secondo la vecchia


morale presessantottesca doveva crescere soltanto
nel "giardino del re", cioè del potere: la nuova
morale aveva in sé l'idea che invece la cosiddetta
erba voglio potesse crescere in tutti i giardini, solo
che la nuova morale si era ingannata credendo di
poter costruire i nuovi giardini del "voglio" secondo
vecchi modelli tutti improntati al "devo". Elvio
Fachinelli con la sua rivista, con i suoi scritti, tentò di
segnalare questo genere di errore. Penso che la sua
rivista e lui stesso fossero un poco come quel
signore sui cinquanta, serio, che aggiustava robottini
nella sua piccola bottega di via Mora, a Milano. Con
amore e competenza, Elvio tentava di aggiustare noi
giovani robottini, malati inconsapevoli di dottrine
varie tutte inadatte alle nostre esigenze di libertà, di
amore e di immaginazione. Elvio Fachinelli è morto
anni fa, e credo che la mia commozione di oggi
serva a ricordarmi anche lui, spirito critico del
Sessantotto.

La qualità della presenza - del vissuto - di Fachinelli


nella politica postsessantottesca è testimoniata bene
dal suo diario portoghese all'epoca della rivoluzione
guidata dai militari, nel 1975. Ricordate i garofani
infilati nelle canne dei fucili? Ricordate Otelo de
Carvalho? Impareggiabilmente il protagonista del
film Bianca, di Nanni Moretti, dice: 'andavamo in
Portogallo a vedere un colonnello'. Orbene, Fachinelli
passò le sue vacanze nel Portogallo in rivolta con la
compagnia di una certa Giovanna. Tornato a Milano
pubblicò su L'erba voglio il diario di quella
esperienza, poi uscito anche in volume (Uma
tentativa de amor). Ne rileggo adesso qualche
pagina. Un giorno, dunque, accompagnato da un
ragazzo conosciuto sul posto, Fachinelli si reca in
una cittadina per assistere al comizio di un certo
Matos, segretario di una formazione politica di
estrema sinistra. Mentre l'oratore va gridando che 'la
rivoluzione' deve avanzare 'a tutto vapore',
Fachinelli si trova a pensare, come scrive, che essa
invece 'va avanti - se va - contro le sue stesse
parole ... attraverso tentativi - e sono numerosi -
che rischiano di essere subito bruciati'. La notte
successiva al comizio Fachinelli ha tuttavia un incubo
in cui lui è 'responsabile della morte di un amico.
L'ho lasciato andare con Matos, scrive; o forse l'ho
spinto. Sua moglie e altri amici mi rimproverano a
lungo. Era troppo fragile, ed è morto di mal di cuore.
Mi vengono in mente subito tutte le ragioni per cui
mi sento accusato, ma non voglio proseguire su
questa strada, mi sembra che alla fine il mal di
cuore si aggraverà e morirò... Nell'angoscia cerco di
salvarmi in un altro modo. Trasformo piano piano il
sogno dell'amico in una specie di racconto, in cui lui
è il ragazzo che era con me in macchina, segue
Matos dapprima esaltato, poi via via più critico e
disincantato. Seguo affannosamente questo filo e mi
riaddormento.' (Corsivo mio). Tra Matos (il
"matto"?) e il malato di cuore (si tratta di amore?)
"forse spinto", "forse lasciato andare", il sognatore
risvegliato cerca di creare una distanza.
In sintesi l'incubo pare alludere alla follia mortale
dell' autoritarismo rivoluzionario, matrice micidiale di
errori culminati con l'assassinio di Aldo Moro, penso,
ma soprattutto sembra suggerire che Fachinelli era
nel profondo coinvolto in quel genere di "malattia"
del movimento sessantottesco da lui denunciata, la
follia di "cambiare il mondo" con metodi autoritari.
Ma c'era per Fachinelli una via diversa da quella dei
Matos e nello stesso tempo diversa dal disincanto,
suggerita in altre pagine del diario intitolato non a
caso a un tentativo di amore. Era un percorso
personale e politico che mi sembra di poter leggere
qui meglio che in testi fachinelliani più critici e
sorvegliati.

Riferimenti

AA.VV., Il Desiderio dissidente, antologia de L'Erba


Voglio, a cura di Lea Melandri, Baldini e Castoldi,
Milano 1998.
E. Fachinelli, Il bambino dalle uova d'oro, Feltrinelli,
Milano 1974.
E. Fachinelli, Uma tentativa de amor, Cooperativa
Scrittori, Roma 1976.
A. Sofri, Memoria, Sellerio, Palermo 1990.
Elvio Fachinelli o del “sapere inquietante”.

Nel suo primo libro, Il bambino dalle uova d'oro,


Elvio Fachinelli scrive di voler contrapporre a quel
che chiama psicanalisi "pronta alla risposta"
(strumento normativo da un lato, consolatorio
dall'altro, così Fachinelli) 'un sapere che proponga
altre domande, altri interrogativi. Un sapere
inquietante, e sapere dell'inquietante, come fu
quello di Freud rispetto alla coscienza della società
occidentale del suo tempo; un sapere che, come
quello, scopra e dica l'inquietante in ciò che in
apparenza ci è più familiare e consueto'.
Sono passati tanti anni dall'uscita de Il bambino
dalle uova d'oro: purtroppo il termine "inquietante"
è usato troppo; stampa, radio e tv ci affliggono con
le loro "rivelazioni inquietanti" che davvero non
inquietano più nessuno. Ripensando a uno scritto di
Freud intitolato Il perturbante, vediamo con rigore
ciò che intendeva Fachinelli. E' il gusto perturbante,
dunque, che sembra caratterizzare ciò che della
psicanalisi potrebbe essere salvato e anzi praticato,
secondo Fachinelli: il suo porre domande. Freud non
ci mobilita contro un nemico là fuori, forse lontano
migliaia di chilometri, come senza esito fanno i
media; Freud ci invita verso e contro noi stessi: ci
invita a trascurare le etichette che abbiamo
l'abitudine consolidata di incollare sulle cose, e a
trovare altre parole inaspettate, "libere associazioni"
che portano - perturbanti - alla nostra storia (alla
nostra Storia).
Eppure viene da domandare: che cosa farne, oggi,
nell'ambito pratico della psicoterapia, di questo
sapere cui la psicanalisi può dare adito? Non
vogliamo davvero una psicoterapia normativa o
consolatoria, o "lattiginosa", come temeva Fachinelli,
ma i pazienti oggi non sono lo stesso genere di
persone che ricorrevano a Freud e discepoli. Rispetto
ai tempi dei fondatori per le persone sarebbe mutato
tutto, allora? Forse non tutto, ma certo è mutato il
rapporto tra pubblico e privato. Potremmo sostenere
che il perturbante freudiano è diventato futile in un
mondo che ha buone possibilità di finire arrostito,
ma si obbietterebbe che anche tra otto e novecento,
il periodo durante il quale è nata la psicanalisi, le
"cose" non andavano a meraviglia. La storia, anche
del passato remoto, insegna che la vita quotidiana
non è mai stata rosea. Tuttavia si concederà che al
tempo di Freud l'informazione "inquietante" doveva
essere un tantino meno poderosa della attuale, della
attuale e necessaria, ma terribile e desertificante,
alluvione di "notizie". Le cose cattive che ogni attimo
ci investono tramite i vari media, il dolore
immedicabile del mondo che ci salta addosso (come
cento anni fa non sapeva fare), ci costringono a
fuggire, o a guardare con freddezza. Appunto per
questo il termine "inquietante" è svilito.
L'indifferenza al dolore del mondo è una fuga dalla
immensità inumana della rappresentazione del
dolore. Non possiamo neppure capirlo più, il dolore.
In un mondo tutto spalancato e sparato nelle nostre
teste, quel che è davvero perturbante non è tanto
l'invidia, o il rimosso, quanto la nostra indifferenza,
l'abitudine che abbiamo fatto alle cose cattive.
Il pubblico e il privato sono diventati irriducibili l'uno
all'altro, non comunicanti. La barriera tra le due
dimensioni è la "mentalità della sopravvivenza", così
Christopher Lasch, al peggio il menefreghismo
egoistico, l'idiozia, al meglio la passione per i casi
particolari, per le dimensioni anche pubbliche sì, ma
comprensibili, a misura d'uomo. Le persone si
scaldano per una bambina contesa dallo Stato ai
genitori adottivi, per il bambino malato e in
definitiva tormentato tra chemioterapia di rigore e
terapie di favore, le persone scendono in piazza per
diciotto platani che davano ombra ad un giardinetto
di periferia destinato dal comune a parcheggio. Per
un bambino rimasto schiacciato da un'auto - quando
nel cuore dell'Africa centinaia di bambini sono fatti a
pezzi da miliziani feroci. Questo è perturbante, oggi:
guardare in tv corpi abbattuti, volti disperati, folle
miserabili, senza vederli: vederli senza guardarli.
Il perturbante "freudiano", personale, individuale, è
invece precisamente, oggi più di ieri, cosa sacra, è
umano. E' un nome per comprendere i sentimenti, le
emozioni vere. In terapia un’autentica comprensione
(il contrario dell'assuefazione e dell'indifferenza,
della freddezza, costituisce di per sé un positivo
spaesamento. La perturbante disidentità che si apre
nell'identità, le cosiddette difese, il senso di colpa, la
vergogna, il pudore, lo scoraggiamento, l'ansia,
l'invidia, l'egoismo, la bramosia, insomma i
sentimenti, devono essere curati come pianticelle in
un deserto, il nostro. Curati affinché prosperino.
Psicoterapia ed effetto placebo.

Nel 1985 Morris B. Parloff pubblicò uno studio sulla


ricerca in fatto di risultati (outcome research)
psicoterapici. In esso sono individuati sette
interrogativi che sintetizzano l'interesse del mondo
scientifico per la psicoterapia non mancando di
sorprendere il lettore.
Primo: la psicoterapia è efficace? In USA, un paese
dove migliaia di operatori lavorano in questo campo
da decine e decine di anni, è dunque lecito
domandare se ciò che fanno ha un’efficacia,
implicitamente ciò accennando alla inefficacia.
Secondo: si pone il problema della maggiore o
minore efficacia delle varie forme di psicoterapia
anche in rapporto alle diverse tipologie di pazienti.
Tutto lo studio di Parloff è soprattutto mirato alle
psicoterapie comportamentali, infatti è a queste
ultime che di più si è dedicata la ricerca; nonostante
tale limitazione a noi interessa soprattutto la
psicoterapia psicanalitica, e qui vogliamo utilizzare
Parloff come pietra di paragone - comunque ormai
anche la psicoterapia psicanalitica si espone
all'occhio dei ricercatori in merito ai suoi risultati.
Terzo interrogativo: la psicoterapia è dannosa? Non
farà male? L'interrogativo è provocatorio e forse
utile alle società di assicurazione.
Quarto: quale rapporto c'è tra "costi" e "benefici"
della psicoterapia? Pensiamo che a fare questa
legittima domanda siano, sullo sfondo, ancora le
società di assicurazione, le quali in Usa rimborsano
le spese sostenute dei privati per la loro terapia.
Quinto: è vero che una terapia lunga dà risultati
migliori di una terapia meno lunga? Se non fosse
vero, si sospetta, potrebbe essere messa sul
mercato una psicoterapia abbastanza efficace,
abbastanza economica, abbastanza breve. E' noto
che nell'epoca attuale non c'è mai tempo, quindi
bisogna guadagnarlo da un lato, dall'altro
risparmiarlo.
Sesto: è vero che la psicoterapia condotta da un
terapeuta esperto dà migliori risultati della
psicoterapia condotta da un terapeuta meno
esperto, o inesperto?
Questa domanda ci permette di avvicinarci al tema
del placebo e dei suoi effetti nell'ambito della
psicoterapia.
Ultimo interrogativo: i risultati della psicoterapia
sono stabili nel tempo? E' il problema
dell'affidabilità, che si aggiunge a quelli della
efficacia, del prezzo e della durata.
Parloff, a proposito del primo interrogativo (è
efficace?), non manca di stupirsi che dopo tanti
decenni di pratica, si faccia una simile domanda.
Nelle ricerche esaminate da Parloff si è fatto uso di
terapie placebo per confrontarne i risultati con quelli
delle terapie vere e proprie, e si è trovato quanto
segue: ' (...) la dimensione del risultato della
psicoterapia (...) sarebbe equivalente alla riduzione
di un tasso di malattia o morte dal 66% al 34% ' in
campo medico. Quindi la psicoterapia sarebbe
abbastanza efficace.
Ma: è legittimo parlare di "psicoterapia placebo"? Se
la psicoterapia è la "cura della parola" non si vede
come si possa seriamente stabilire che cos'è una
cosiddetta psicoterapia placebo. Un farmaco placebo
è un farmaco fatto "di niente", inerte. Ma nel campo
della parola (e del linguaggio), della conversazione,
è davvero difficile decidere la differenza tra un
"niente" e un "qualcosa". Le perplessità non
diminuiscono se si precisa che la psicoterapia è la
cura della parola dentro una relazione. Si dice che la
psicoterapia placebo è semplice intrattenimento. Il
soggetto curato non sa che viene solo
intrattenuto magari da un esperto infermiere, e non
pare che tragga un danno da tale metodo, anzi.
La cosa fa pensare. Non sto certo sostenendo, per
venire più vicino alle cose che mi interessano, che
una terapia kohutiana, o kleiniana, o junghiana,
siano la stessa cosa di una conversazione libera tra
un paziente e un certo operatore non
necessariamente superqualificato, dove il secondo fa
la parte del terapeuta e il primo dà all'altro quella
parte. Il fatto è che viene voglia di domandarsi non
tanto se esistono psicoterapie placebo, ma se
esistono psicoterapie senza atti ed effetti placebo.
A proposito del terzo interrogativo (è dannosa?)
Parloff scrive che le preoccupazioni 'pubblicamente
vociferate riguardo alla probabilità di conseguenze
“psicotossiche”, risultanti dall'operato di terapeuti
poco preparati, o dai pericoli di tecniche usate in
modo inappropriato o inadeguato, sono screditate
dai critici della psicoterapia come prova di
grandiosità e vanitosa autopropaganda'. Tale
osservazione intanto incrina la boria di alcune
istituzioni e poi rafforza l'idea che la psicoterapia sia
un insieme di atti ed effetti placebo che non possono
fare del male.
La discussione del quarto punto (costi/benefici) ci
presenta subito il tema della "traduzione di benefici
psicologici in unità monetarie". Avanzeremmo la
proposta di creare una scala (se già le società di
assicurazione non la hanno) di "validità psicologica"
in punti da O a 100, un po' come la scala di
invalidità fisica. Quanto vale in dollari l'aumento
dell'autostima? Quanti dollari vale il raggiunto "Sé
coesivo" di un maschio quarantenne in carriera?
Tradurre il "beneficio psicologico" in unità monetarie
mercifica necessariamente il cosiddetto beneficio o
benessere psicologico, e lo rende meno individuale.
Io credo che il cosiddetto beneficio psicologico
sfugga al cambio in moneta, come forse l'efficacia
della psicoterapia. Il denaro è molto, ma non è
tutto. Eppure il problema del costo e dei benefici è
serio.
'E' meglio che il terapeuta sia esperto oppure no?':
Parloff sostiene che i ricercatori non sono riusciti a
dimostrarlo. Se i ricercatori non riescono a
dimostrare 'una correlazione positiva tra risultati ed
esperienza del terapeuta', questo in positivo può
significare che qualcosa agisce nella relazione
psicoterapeutica indipendentemente dall'esperienza
del terapeuta: l'aspettativa del paziente, il ruolo del
terapeuta, sono di per sé fattori curativi. Quel
qualcosa che agisce ci fa pensare ai fattori comuni a
ogni forma di terapia, detti aspecifici, e sembra dare
un senso alla fenomenologia del placebo. Parloff, a
proposito dei fattori aspecifici scrive acutamente: '
(...) l'ipotesi della non specificità (...) può fornire la
base per superare almeno in parte le difficoltà dei
tentativi di differenziare nettamente l'importanza
relativa delle "tecniche" da quella del "rapporto
terapeutico" '. Essa propone che la psicoterapia è
resa possibile dalla sua tecnologia, ma che per i suoi
effetti essa non dipende semplicemente dalla sua
tecnologia. In un trattamento efficace, quindi, le
tecniche e il rapporto terapeutico sono
interdipendenti.
Quello che conta, per la maggioranza dei pazienti (in
terapia perché "demoralizzati"), è avere qualcuno
che li ascolti, è poter parlare di sé avendo una
persona che parla di loro: ciò non toglie che le teorie
attraverso le quali il terapeuta presta attenzione al
paziente, che le tecniche dei suoi interventi, siano
essenziali. Sono essenziali perché forma di un agire
che, senza teorie e tecniche, non potrebbe aver
luogo. Il terapeuta dà luogo a una serie di
avvenimenti, le sedute, che sono la cura. Dà adito
alla cura per mezzo di un rituale, una scena (il
setting) che agisce (come il placebo, ma il placebo
non è un "niente', è invece davvero "qualcosa"; le
teorie e le tecniche sono davvero qualcosa). Il
ministro del rituale, il "soggetto supposto sapere" ha
nelle teorie e nelle tecniche qualcosa che gli si confà,
che gli piace. Esse sembrano così essere una volta di
più un placebo (a uso del ministro del rituale), e
rappresentarle, metterle in scena, è un effetto
placebo (a uso del paziente). Chi propina questo
"placebo"? E' la storia della medicina, della
psichiatria, della psicoterapia, della psicanalisi.

Paolo Migone in un suo studio sulle psicoterapie


psicanalitiche brevi tratta direttamente del problema
economico: le persone in genere non possono
permettersi una psicanalisi e quindi esiste il
problema della copertura delle spese. Entrano allora
in gioco le società di assicurazione e gli enti pubblici,
con il loro bisogno di sapere, di fare ricerca sulla
psicoterapia. La psicanalisi sfugge a tali ricerche
perché è troppo lunga. Secondo Migone è per questi
motivi che c'è stato uno sforzo di creare psicoterapie
psicanalitiche più brevi. Abbreviate le psicoterapie
analitiche per motivi economici si pone il problema
che il paziente non sprechi sedute: egli sa di avere a
disposizione dieci o venti o quaranta sedute, quindi
deve impegnarsi. Ma forse in questo modo siamo
pienamente dentro il male dell'uomo di oggi. Se, per
esempio, si aboliscono le "libere associazioni"
tempestando di domande il paziente, si accorciano i
tempi, ma si nega alla persona la possibilità (insita
forse clandestinamente nella regola delle libere
associazioni) di imparare a sprecare il tempo. Viene
da pensare che le famose "libere associazioni", alle
quali in questa luce non si opporrebbe resistenza per
vergogna o per conflitti, ma a causa della fretta,
siano una via per conquistare la libertà dal tempo e
del tempo. Siamo sicuri che imparare, insieme a un
maestro, l'arte di non essere sempre produttivi non
sia già un bel risultato? Ciò non toglie che il
problema della durata della terapia sia serio.
A proposito del numero di sedute prefissate Migone
osserva che ciò sarebbe educativo, togliendo
l'illusione dell'immortalità: se una terapia, d'altra
parte, è vista come replica della vita ognuno deve
avere il suo tempo, come ognuno ha il suo tempo di
vita, fortunatamente non prefissato, lungo o breve,
non si sa.
Claustrofilia, di Elvio Fachinelli, inizia proprio dal
"problema" dell'allungamento dell'analisi sempre
crescente e "minaccioso" - ben lungi dall'epoca degli
esordi, quando un'analisi durava anche poche
sedute, o poche ore. Il libro, che segnala un ostacolo
interno all'analisi, un fattore del suo gran protrarsi
(la cosiddetta claustrofilia), aiuta anche a capire
suggestivamente come e perché l'analisi procede,
penetrandone il cuore terapeutico. L'amare il chiuso
del paziente non è un limite, ma invece è la base
senza cui tutto il resto cade. Un po' come è stato per
il transfert, prima, e il controtransfert, in seguito: da
impicci che erano considerati, sono divenuti
strumenti e occasioni per la cura psicanalitica.
Fachinelli domanda: 'Che cosa fa soggiornare queste
persone per anni e anni in una situazione che,
stando all'ultimo Freud, è un combattimento perso in
partenza?' E' la claustrofilia, metafora che pare utile
a integrare il discorso sulla forza autonoma e
aspecifica del setting e della cura stessa. Secondo
Fachinelli 'la cadenza degli orari diventa in sé una
sicurezza, come una fila di salvagente a portata di
mano per chi non sa nuotare tanto bene.' Più avanti
sembra che lamenti una stranezza: 'i valori impliciti
di regolarità e continuità della coppia analitica
vengono a occupare il primo posto rispetto a quelli
di trasformazione e mutamento'. Qui è evidente
l'opposizione dentro la quale combatte Fachinelli:
regolarità e continuità versus trasformazione e
mutamento. Questo notevolissimo testo nasce dalla
difficoltà dell'autore di stare dentro una dimensione
che non privilegia l'andare indipendente, ma che
consiste nel restare dipendente. Fachinelli ritiene
che la claustrofilia sia un 'livello analitico che non è
stato finora perseguito sistematicamente e che
appunto per questo interferisca silenziosamente sul
tempo dell'analisi': allungandolo.
Sul placebo Arthur K. Shapiro scrisse un lungo
lavoro nel 1960, di impostazione storica. Shapiro
chiarisce che fino a epoche non tanto lontane dalla
nostra tutti i farmaci erano placebo; ciò nonostante,
e benché i preparati prescritti talvolta fossero assai
bizzarri, 'il medico continuò a essere un utile,
rispettato e onorato membro della società'. Shapiro
precisa che probabilmente un fattore dei "successi"
terapeutici dei medici del passato è il fenomeno della
guarigione o remissione spontanea, che è possibile
in quasi tutte le malattie. Tuttavia, continua, è
difficile isolare questo fattore spontaneo, a causa
della potenziale efficacia del placebo in ogni
relazione terapeutica. Un altro motivo del successo
di medici capaci armati di farmaci inerti o addirittura
dannosi, può forse essere cercato nella circostanza
che gran parte delle malattie è di tipo psicosomatico,
causata cioè da conflitti, carenze antiche o attuali,
da stress, e quindi guaribili dal placebo - visto
quest'ultimo come esperienza emotiva correttiva.
Secondo Balint circa un terzo delle persone che si
rivolgono a un medico per qualche disturbo somatico
sono alla ricerca inconsapevole di un trattamento
psicoterapico. C'è da chiedersi, riprende Shapiro, se
le pratiche terapeutiche non fossero, non avessero la
funzione di simboli a sostegno della fede dei
pazienti. In effetti la storia della medicina è una
storia della potenza dinamica della relazione tra
medico e paziente. Ciò nonostante percorrere tale
storia è come leggere il resoconto di un viaggio per
mare, in cui si parli di tutto ma non dell'oceano,
essendo il placebo e i suoi effetti l'oceano stesso
della similitudine. Shapiro segnala (ma non
dimentichiamoci che questo studio è del 1960) che
vi è stata resistenza a usare il termine placebo, una
resistenza e un silenzio che hanno trascurato
"questo importante agente terapeutico". E' possibile
che vi sia una percezione inconscia dell'effetto
placebo che non viene riconosciuta, perché la sua
rivelazione potrebbe provocare ansia o spavento.
Per qualcuno può essere minaccioso rinunciare a
metodi, capacità e credenze terapeutiche che sono
costate anni di studio e di fatiche.
Shapiro tratta anche dell'effetto placebo nell'ambito
della psichiatria (riferendosi a cure farmacologiche).
In essa la relazione medico-paziente, più stretta e
significativa, rende massimo il potenziale placebico.
La pillola è un potente simbolo del medico, che aiuta
il paziente in assenza di lui. Simbolizza l'esser curato
e dà aiuto emotivo o approvazione, soddisfa il
bisogno di dipendenza o può esaudire un bisogno di
punizione, e aiuta infine il desiderio di star bene.
Shapiro sottolinea che se il placebo è dolce ha
miglior effetto del tranquillante amaro. Inutile
segnalare l'enorme suggestività di questa
osservazione.
La conversazione felice di Giampaolo Lai, a parte le
ragioni esplicite (critica antimetapsicologica della
psicanalisi, teoria dell'inconoscibilità della vita
interiore dell'altro), mi pare che si possa considerare
un esito della presa di coscienza dei fattori aspecifici
come essenza della psicoterapia. Il Lai che propone
la "conversazione felice" (dove per altro "felice" ha
un doppio senso, quello comune, ma anche quello di
"atto linguistico felice"), elabora una tecnica, ma
sarebbe meglio dire una dimensione, fondata, mi
pare, su una versione dell'esperienza emotiva
"correttiva". Gli atti verbali e non che il terapeuta
compie (comprese battute, interventi sconcertanti,
risposte elusive), sono atti placebo nella misura in
cui servono a ridurre (come se ne esce) il dolore, il
disagio della (nella) relazione. Il disagio del
terapeuta. Gli effetti placebo sono i risultati che "non
si sa come" il paziente ottiene. Egli apprende proprio
dall' "egoismo" del terapeuta a non essere ansioso,
a essere lieve, “disidentico”, multiverso al limite
della spregiudicatezza (che è l'opposto dell'ansia). Il
modo in cui il terapeuta ha trattato con il paziente
diviene per il paziente un modello per trattare con le
persone e con se stesso.
L'iniziativa presa da Lai con la rivista Tecniche alza il
tiro "aspecifico" del suo lavoro. In effetti la rivista
ospita le testimonianze psicoterapeutiche più
disparate (ivi comprese le più disperate). Ma non
sembra che con ciò si voglia andare verso
l'integrazione dei vari "punti di vista"
psicoterapeutici "giustapponendoli", in quanto essi
sono "inconciliabili". Si propone invece una
"intersezione”, che 'taglia fuori tutti gli elementi di
ciascun insieme che non appartengono a tutti gli
insiemi, mentre accoglie nel settore dell'intersezione
tutti gli elementi condivisi da tutti gli insiemi in
questione'.
Direi che è il trionfo dell' aspecifico. Tuttavia temo
che l'aspecifico "al potere" finisca per non essere più
aspecifico ed esaurisca la sua carica elusiva,
individuata, nel senso che ogni singolo terapeuta,
credo, deve operare secondo il punto di vista che più
gli aggrada, che più gli piace (placebo).
Un autore che, specie sul finire della sua vita, si è
occupato del tema dell' esperienza emotiva che cura
è Heinz Kohut. Il titolo originale dell'ultimo libro di
Kohut è del massimo interesse: How does Analysis
cure? Già, come? Se lo studio di Parloff si occupa
soprattutto di psicoterapie non psicanalitiche, il testo
che Kohut ci ha lasciato verte unicamente
sull'insieme delle psicoanalisi. Si potrebbe anzi dire
che il tema del libro sono i fattori aspecifici della
cura psicanalitica, ciò che la caratterizza al di là delle
divisioni teoriche. Kohut sostiene che il fattore
specifico classico, cioè "l'acquisizione di conoscenza
verbalizzabile", non è quello che cura. Anche
usando la psicologia psicanalitica del Sé, così Kohut
ha denominato la sua creatura teoretica, si può
avere una "crescita della sfera conoscitiva", ma
questa non sempre è essenziale ai fini della cura, né
si verifica sempre. C'è qualcos'altro. 'Lo sforzo
prolungato e coerente dell'analista per comprendere
il suo paziente (... ) fa sì che il paziente si renda
conto sempre di più che l'eco confortante della
risonanza empatica, al contrario di quanto aveva
sperimentato nell'infanzia, è veramente possibile in
questo mondo.' Kohut prevede che, su questo
punto, gli verrà affibbiata l'etichetta di fautore della
esperienza emotiva correttiva e dichiara, "ebbene
sì", di non rifiutarla: solo che secondo il suo punto di
vista va salvato tutto il lavoro di elaborazione della
traslazione, assente nelle psicoterapie brevi “alla”
Alexander. Uno dei motivi di seria opposizione alla
brevità della terapia qui si vede molto bene: con
l'accorciamento e la focalizzazione non c'è tempo di
elaborare il transfert (o se vogliamo, più laicamente,
la relazione tra i due attori della scena). Il risultato,
senza l'elaborazione del transfert, non sarebbe
psicanalitico, ma solo psicoterapeutico.
E allora? Non si tratta certo di salvare un animale in
via di estinzione, la psicanalisi, ma si tratta invece di
dare fondamenta più profonde alla esperienza
emotiva del paziente. Non credo che in una decina,
o ventina di sedute si possa fare. D'altra parte
quando leggiamo che un'analisi al terzo anno
sarebbe "appena iniziata" vediamo rosso. Come se
ne esce?

Se è vero, come ritiene Kohut, che la psicologia


psicanalitica del Sé ha dalla sua i numeri teoretici e
tecnici per fare un lavoro "correttivo" e per spiegare
la guarigione psicanalitica, rimane il fatto che
'psicoanalisti di diversi orientamenti teorici hanno
trattato con buoni risultati molti dei loro pazienti'. Mi
pare che qui si affacci di nuovo il tema dei fattori
aspecifici. 'Io sostengo in pratica che, data la
situazione analitica e data una buona capacità di
risposta da parte dell'analista al paziente, si possano
raggiungere risultati terapeutici buoni - se non ottimi
- anche se le teorie che guidano I' analisi (.. . ) sono
erronee. <corsivo mio>. Mi pare ovvio che su questa
linea l'importanza della conoscenza della verità e
della verità della conoscenza salta. Qui Kohut apre
alla possibilità di leggere quest'ultimo suo libro in
chiave di "pensiero debole" . Di fatto Kohut
menziona il termine "nichilismo", tuttavia il suo libro
è piuttosto la storia di un combattimento, interno
all'autore (per questo è molto stimolante e vero),
sulla soglia dell'abbandono di uno dei capisaldi della
pratica analitica: l'interpretazione.
'Evidentemente non basta che l'analista sia "gentile"
con i suoi pazienti, sia "comprensivo", caldo, dotato
di umanità (.. . ) ma se la ricerca empirica dovesse
mai dimostrare che il tono amichevole e la
gentilezza del terapeuta possono di per sé stesse
condurre alla fine alla guarigione del paziente,
dovremmo arrenderci all'evidenza'.
Nel corso della lettura si nota che la coppia
fondamentale della cura, la comprensione e la
spiegazione, viene messa in crisi da osservazioni che
danno più forza alla prima che alla seconda. 'Si può
sostenere che interpretazioni dinamiche e
ricostruzioni genetiche corrette non danno
all'analizzando nulla più che un'ulteriore prova del
fatto che un'altra persona lo ha capito.'
Nelle pagine precedenti a questa Kohut lavora molto
su un'esperienza clinica riferita, durante un
congresso, da una analista kleiniana. Kohut avanza
l'ipotesi che l'interpretazione dell' analista in
questione ("erronea") abbia però avuto buon esito
terapeutico, perché comunicata nel modo giusto e
nella situazione analitica corretta. E' un punto di
notevole interesse, perché suggerisce che il
contenuto emotivo delle parole usate dall'analista
kleiniana conta più del loro referente teorico, per il
paziente. In altri termini la comprensione empatica
"passa" tra i due indipendentemente dalla "lingua" in
cui è espressa. Addirittura viene da pensare che in
gioco vi sia qualcosa come per esempio il suono
della voce, ma anche certi movimenti e odori. Qui
siamo in una dimensione forse anche preverbale, in
un'area madre-bambino assai precoce: quando il
piccolo non può comprendere le parole, ma
riconosce la voce, quando il parlare della madre
serve, indipendentemente dalla sua comprensibilità,
al bene dell'attaccamento. La concezione della
terapia psicanalitica di Kohut è legata alla sua
visione della dipendenza. Egli ritiene che nessuno è
mai indipendente, in nessuna età della vita: che non
è auspicabile una tensione all'indipendenza o
autonomia, naturalmente variando i bisogni di
esperire la presenza di "oggetti-Sé" secondo le
diverse età dell'individuo. Si capisce che la
comprensione tende irresistibilmente per Kohut a
guadagnare terreno sulla spiegazione, proprio a
causa della teoria del bisogno di dipendenza. La
dipendenza gioca un ruolo fondamentale nella
riuscita della psicoterapia analitica, tanto più quando
viene adoperata come strumento buono e non viene
vista come fase da superare. La dipendenza non è
una cosa cattiva: la "claustrofilia" non è che il nome
di un modo di guardare all'attaccamento. La
concezione di Kohut del bisogno variabile, ma
inestinguibile, di "oggetti-Sé" contribuisce a spiegare
la cosiddetta dipendenza e fonda una metapsicologia
dei fattori aspecifici della cura psicanalitica. Ritengo
che questo grande autore permetta di pensare, con
il suo "nichilismo", alla buona possibilità per ogni
terapeuta di seguire fiduciosamente il suo indirizzo
specifico, purché le condizioni aspecifiche di riuscita
vengano salvaguardate.
Riferimenti

AA. VV. Psicoterapia dinamica a breve termine, a


cura di H. J. Davanloo, ed.it. Armando Editore,
Roma 1987.
J. Bowlby, Una base sicura, Raffaello Cortina
Editore, Milano 1989.
G. Lai, La conversazione felice, Il Saggiatore, Milano
1985.
G. Lai, "Cronologie disformative", Tecniche 2, 1989
L. Luborsky, Principi di Psicoterapia Psicoanalitica,
ed. it. Bollati Boringhieri, Torino 1989.
M. Parloff, "Stato attuale della ricerca sui risultati
della psicoterapia", Psicoterapia e Scienze Umane, n.
3, 1988.
A.K. Shapiro, "A Contribution to a History of the
Placebo Effect", Behavioral Science, 5, 1960. (Trad.
N.S.)
La psicoterapia nell’epoca della sua
riproducibilità audiovisiva.

Nei resoconti clinici si mescolano la vocazione


scientifica e quella narrativa della psicoanalisi, come
una volta per tutte ha mostrato Freud. Da decenni la
pratica del resoconto clinico ha incontrato, a partire
soprattutto dalla scuola freudiana negli Stati Uniti,
un concorrente-alleato nel registratore; più
recentemente, con lo sviluppo della tecnologia, la
videoregistrazione ha arricchito le possibilità della
memoria di rendere conto per iscritto di una o più
sedute psicoanalitiche (naturalmente questo vale per
le psicoterapie in genere). L'entrata nella scena
psicoanalitica del registratore corrisponde a una
deriva tipica della penetrazione tecnologica nella vita
umana di questo secolo ventesimo; infatti in essa si
mescolano fattori di mercato, di moda, di
conformismo e - certamente - di utilità pratica. In
altri termini il progresso tecnologico, sollecitato dal
mercato, crea e soddisfa, soddisfa e crea dei
bisogni. I bisogni inerenti al campo che qui ci
interessa sono quelli della ricerca e della formazione.
La ricerca nell'ambito della psicoterapia, in relazione
ai suoi risultati o effetti, inizia negli Stati Uniti
almeno negli anni quaranta, se si prende come
riferimento lo studio di Eysenck del 1952, non privo
di provocatorio interesse. Avendo tale studio messo
in dubbio - per usare un eufemismo - l'efficacia delle
psicoterapie, o meglio sarebbe dire la dimostrabilità
della loro efficacia, con particolare riferimento alla
"utilità sociale" della psicoanalisi, non a torto
considerata di fatto costosa e riservata a pochi
nevrotici di buoni studi e larghi mezzi, l'intero
settore, interessato alla provocazione di Eysenck,
potenzialmente micidiale, si dette con impegno a
studiare e a tentare di documentare i risultati delle
molte prassi terapeutiche. La ricerca e la
documentazione da allora si sono servite di
strumenti come i test di valutazione della personalità
da propinare ai pazienti all'inizio e al termine dei
trattamenti; di confronti tra gruppi di pazienti
diagnosticamente omogenei, trattati un gruppo con
una terapia codificata e specifica, un altro gruppo
con terapie aspecifiche, o placebo, un gruppo infine
non trattato (si veda l’interessantissima potenza
terapeutica della lista d'attesa); infine la ricerca si è
servita di questionari da compilare a cura di
terapeuti e pazienti al termine del trattamento. In
questo movimento la registrazione delle sedute ebbe
il suo ruolo, per esempio per documentare la sopra
ricordata differenza tra i trattamenti detti placebo e
quelli detti specifici (in quanto la pratica di un
terapeuta può non corrispondere, una volta
documentata dalla registrazione, alla asserita
appartenenza scolastica o teoretica del terapeuta), o
per documentare i fattori curativi di questo o
quell'indirizzo; infine evidentemente per facilitare la
comunicazione e la socializzazione all'interno del
settore.
La ricerca sui risultati (outcome research) non è
disinteressata, perché la diffusione tra gli utenti
delle critiche alla Eysenck, unitamente ai successi
degli psicofarmaci, non porta pazienti negli studi dei
terapeuti, men che meno negli studi degli analisti.
Non lo è perché le società assicuratrici possono voler
chiedere una documentazione "credibile" delle cure
eseguite. Infine non lo è se si tiene conto che negli
Stati Uniti il National Institute for Mental Health,
erogatore di fondi per la ricerca, tende a non
erogare alcunché, qualora la documentazione
sull'efficacia sia priva di "attendibilità" scientifica.
Per l'uso del registratore gli psicoanalisti americani,
e ancora di più quelli europei, 'sono stati anticipati,
ricorda Paolo Migone in un suo articolo, dagli
esponenti di altre scuole (...) Tra coloro che si sono
mostrati disponibili all'uso del registratore va
ricordato Merton M. Gill, che con alcuni collaboratori
negli anni sessanta scrisse un lavoro (...) in cui si
esaminano approfonditamente tutte le implicazioni e
le resistenze all'uso del registratore in psicoanalisi".
In Italia il fenomeno considerato ha una storia più
recente, se è vero che il primo convegno in materia
risale appena al 1991. In ambito psicoanalitico va
ricordato Giampaolo Lai, fautore della registrazione
e fondatore, nel 1989, di una rivista, Tecniche, fatta
in parte di resoconti clinici ricavati da nastri
registrati.
La discussione che segue vuole rappresentare una
posizione critica in relazione a certi possibili rischi
insiti nella applicazione della registrazione al lavoro
di scrittura di resoconti clinici psicoanalitici e non, al
di là delle tradizionali riserve circa i disturbi che il
registratore porterebbe all'interno del setting.
Ma davvero si può parlare di "applicazione" ?
Davvero si può considerare il registratore una mera
e servile appendice? Lo stesso Gill, mostrando tra
l'altro acutamente l'analogia tra il momento della
supervisione e quello del riascolto della
registrazione, nel senso che il registratore diventa
un poco come un supervisore sempre presente,
segnala di fatto un rischio "persecutorio": l'analista
registrante non sarà mai più solo con il suo paziente.
Tuttavia c'è dell'altro.
Il linguaggio verbale per millenni è rimasto
irriproducibile. Le parole dette avevano le ali,
rispetto alle parole scritte, che invece durano. Fino a
pochi decenni fa questa precisa divisione era stabile.
Durare versus volare. Non era un limite, quello del
volare, era invece una caratteristica del linguaggio
verbale. Era costitutivo della parola detta il suo
perdersi, la sua fallace riproducibilità tramite la
memoria. L'anima è dunque fatta anche dell'eco di
parole dotate di ali, di racconti erronei: se orali,
destinati a volare, se scritti, com'è ovvio, aggiustati,
elaborati, falsificati per durare. Quindi siamo quello
che siamo (eravamo quello che eravamo) grazie
anche a simili precarietà e fallacie: noi mentiamo o
meglio mentivamo, ci ingannavamo, dissimulavamo
sapendo di poterla fare franca. L'anima umana è
(era) ingannevole e ingannata, nel senso dell'errare.
L'umano è errore. La psicoanalisi stessa, con la sua
regola fondamentale, dire tutto, "liberamente
associare", far volare parole, coglieva il punto
dell'ingannare, dell'ingannarsi, del dissimulare; la
psicoanalisi stessa è (era) un prodotto dell' anima
ingannata: "la malattia di cui vuol essere la cura",
così Karl Kraus. Oggi essa è in crisi, soffre, si
scompone, usa il registratore, ma perde se stessa.

Un'analogia, per chiarire che la registrazione non è


mera servile appendice. Ricordate il caso di Rodney
King? A Los Angeles, era notte, Rodney King tentò
con momentaneo successo di seminare un'auto della
polizia intenzionata a fermarlo per un controllo,
probabilmente a causa di qualche infrazione da lui
commessa. Ne venne un inseguimento, alla prima
auto della polizia se ne unirono altre. Finalmente,
ma non per Rodney King, l'inseguimento ebbe
successo, concludendosi con l'accerchiamento della
vettura di King da parte delle auto degli agenti di
polizia bianchi. Costoro, forse eccitati dalla caccia,
pensarono di servire a King una bella purga. Era
scuro, in giro non c'era nessuno: ne sortì una
bastonatura in piena regola.
Il caso, l'era tecnologica, il mercato delle
videocamere a prezzi abbordabili, vollero che un
appassionato di videoregistrazione non si facesse
scappare l'occasione di riprendere la scena della
bastonatura. Il cameraman prese in seguito
l'iniziativa, non so se disinteressata, di far circolare il
suo nastro registrato, al quale ultimo dobbiamo la
conoscenza planetaria della storia di King.
In questo caso la videoregistrazione è stata certo
utile a stabilire una "verità" altrimenti maltrattata
dai rapporti autoassolutori della polizia. Tanto di
cappello.
I primi di agosto '93 videro dominare sui vari media
la notizia della condanna, giudicata da molti lieve,
degli agenti di polizia in questione. Quello che mi
sembrò nell'occasione notevole e di grande
pensabilità fu la motivazione della sentenza - quanto
all'uso e abuso possibile della videoregistrazione,
anche ai settoriali fini dei resoconti clinici e della
psicoterapia, ovviamente. I giudici stabilirono, in
base alla visione, si immagina molteplice, del nastro,
che il "dovere professionale" era stato violato dagli
agenti imputati solo per quanto riguarda gli ultimi
"diciannove secondi" della sequenza videoregistrata.
Ciò suggerisce agli ignari o rinforza ai sospettosi
l'idea che la videoregistrazione sia un terreno molto
fecondo per l'opera di frammentazione quantitativa
della qualità dei fatti registrati.
Molti hanno visto il filmato. In esso, riferisco a
memoria forse ingannandomi, si vedono alcuni
poliziotti intorno a un uomo in borghese. Alcuni dei
poliziotti bastonano il malcapitato, mentre altri
assistono, o si aggirano sul posto. La
videoregistrazione consente di separare, in termini
giuridici nostrani, il concorso nel crimine commesso
dalla effettuazione del crimine stesso. La cosa è
molto importante ai fini della "verità" del caso,
infatti da un generico "alcuni poliziotti" si passa ad
un più rigoroso conteggio dei medesimi in relazione
alla parte avuta nella bastonatura. Andando oltre
tuttavia viene la voglia, com'è avvenuto, di stabilire
quante bastonate abbiano dato, e quali degli agenti,
a King, a quanta distanza fosse questo o
quell'agente tra quelli che non hanno bastonato e
così via. L'amministrazione della giustizia si fa
scienza esatta. Dato che il soggettivismo,
l'interpretazione, l'inganno, sono ben possibili anche
davanti alla "realtà" del nastro registrato, allora, per
uscirne, si passa a quantificare, fino a stabilire che la
violazione del "dovere professionale" è durata
"diciannove secondi". Suvvia, che cosa sono
diciannove secondi?
Certo, si dirà, la testimonianza tradizionale, il
racconto della memoria (carico di desideri, di
avversioni, di distrazioni) della vittima o degli
imputati, del testimone (qualora fosse stato privo di
protesi videoamatoria), avrebbero tradito la "realtà"
dei fatti. Ma anche un uso simile della
videoregistrazione può tradirli. C'è un "tradimento"
narrativo, retorico, argomentativo, tornando a noi
quello dei resoconti clinici tradizionali, e un
"tradimento" frammentatorio, computatorio, quello
che deriva (o almeno rischia di derivare) dall'uso
delle registrazioni. La trasformazione di un evento in
microsequenze tende a influire sulla costruzione del
senso dell'evento, se con ciò essa si sostituisce al
resoconto tradizionale. Difficile sostenere che la
tecnica non si è mangiata un altro pezzo di umano.

La ricerca in campo psicoterapico utilizza oramai da


tempo gli strumenti di registrazione audiovisiva,
come abbiamo ricordato, e ovviamente la tentazione
frammentatoria o microsequenziale ne è un esito
costitutivo. Giampaolo Lai in questa direzione ha
scritto che la sua scelta "di render conto di ciò che
accade in una conversazione terapeutica mediante la
trascrizione di frammenti registrati" si basa su
alcune considerazioni di ordine essenzialmente
pratico, quali l’inutilizzabilità di registrazioni di anni
interi di conversazioni, per esempio. "La scelta
invece di limitare lo studio dei risultati ai tempi brevi
di una conversazione, o brevissimi di un frammento
di conversazione" si basa sulla valutazione che i
tempi lunghi non permettono di trascurare
l'influenza di fattori extraterapici sui risultati della
terapia. La risultatologia laiana si appoggia dunque
su resoconti di microsequenze registrate che
mostrano con chiarezza l'efficacia degli interventi del
terapeuta, sì, ma su un registro un poco
minimalistico. Ci troviamo sul terreno dei
"diciannove secondi" di cui sopra, che
narrativamente disperdono la testimonianza del
dolore e della disperazione che pure i serissimi casi
di Lai non mancano di lasciar indovinare. Certo l'
"efficacia" è "documentata", e i tempi sono
brevissimi, tanto brevi da farci domandare
(decostruttivamente) se Lai per caso non stia
burlandosi proprio della ricerca sui risultati della
psicoterapia, o risultatologia.

Chiudo con un resoconto clinico che si riferisce a una


modalità di "ascolto" assolutamente particolare da
parte del "terapeuta", e molto appropriata allo
spirito che anima il presente scritto. Su un
quotidiano ho letto un articolo di Paolo Crepet, che
mostra la possibilità di restituire alla psicoterapia
quella dimensione forse oggi in fase di
compromissione. Egli racconta di aver tenuto, in una
città di provincia, una conferenza su i giovani e il
suicidio, e di essere rimasto al termine a parlare con
una giovane signora. La donna si siede vicino a
Crepet e gli racconta la sua storia di ex tentata dal
suicidio. Recatasi una volta, per realizzare il suo
progetto suicida, in una città estranea, la signora,
diretta verso l'albergo perde la strada, si ferma ed
entra in una chiesa. 'Dopo un breve giro aveva
scorto - scrive Crepet - vicino alla sagrestia un frate
grasso seduto su una sedia impagliata. Gli si
avvicinò e chiese di potergli parlare. Il frate la fece
accomodare. La signora iniziò a raccontare la sua
vita e i suoi dolori. Parlava senza interruzione, senza
lacrime, senza silenzi. Si fermò solo quando sentì la
mano del frate stringerle un braccio. "Vedi - le disse
il frate sorridendo con gli occhi - tu mi dovresti
parlare guardandomi bene in faccia in modo che io
possa capire le cose che mi stai dicendo da come
muovi le labbra, perché sono completamente sordo"
'. Il resoconto di Crepet ci rende certi che la giovane
signora non compì il cosiddetto insano gesto, visto
che stava lì con lui a parlarne. Quel tipo di situazione
psicoterapica, prossimo alla confessione, si può dire
che ha funzionato, e bene, senza bisogno non solo
del registratore, ma - invero ciò è sublime - senza
quasi l'apporto dell'udito, questo sottolineiamo. 'La
sua vita era stata ascoltata da un sordo. Eppure era
bastata quella faccia rotonda e sorridente ad
arrestare il tumulto di angosce'.

Riferimenti
AA. VV., Esperienze psichiatriche in video. Atti del
primo incontro-rassegna sull'uso degli audiovisivi in
psichiatria, a cura di M. Betti et al., Maxmaur
edizione, Bagni di Lucca 1991.
AA. VV. ,”La tecnica alla fine del Millennio”,
Intersezioni, Anno XII, n. 2, 1993.
P. Crepet, "Troppi suicidi tra gli adolescenti",
L'Unità, 3 nov. 1993.
M. M. Gill, "Studies of Nine Audio Recorded
Psychoan. Sessions", in Gill e Hoffman, Analysis of
Transference, vol. II, Intern. Univ. Press, New York
1982.
Giampaolo Lai, Disidentità, cit.
P. Migone, "Problemi di psicoterapia", Il Ruolo
Terapeutico, n. 66; n. 67, 1994.
M. Parloff, "Stato attuale della ricerca sui risultati
della psicoterapia", cit.
S. Rachman, The Effects of Psychotherapy,
Pergamon Press, Oxford, N. Y., 1971
Il terapeuta mobile

Nei testi di seguito raccolti, escuso il caso descritto


in “Una terapia senza limiti”, indefinibile se non
come folle, mi riferisco a pratiche di derivazione
psicanalitica, ciò non toglie che usi termini come
terapeuta, psicoterapia, analisi, analista, terapia, in
modo abbastanza casuale e come se io li
considerassi sinonimi. Non è così, considero certo la
psicanalisi una forma di psicoterapia, ma la
concepisco come una prassi che non dovrebbe
perseguire tanto il curare quanto favorire
l'analizzare. Distinguerei la psicanalisi anche dal
freudismo, nel senso che la prima ormai con il
secondo ha poco a che fare. Se, per esempio, le
pratiche riferite da Masud Kahn in
“Trasgressioni”(The Long Wait and Other
Psychoanalytic Narratives – v. “Un celebre
tipaccio”) sono psicanalitiche, un “ritorno a Freud”
non guasterebbe. Forse è impossibile tornarci, ma
vedere cos'era in questione, all'epoca, potrebbe
essere utile. E dunque:
Una terapia senza limiti.

Mi racconta un'amica che la sua terapia, durata


alcuni mesi, ha comportato un coinvolgimento
concreto nella vita famigliare e domestica della
terapeuta. Già conoscente della terapeuta, la mia
amica è stata invitata dalla terapeuta, nel corso
della terapia, a praticarle dei massaggi; la terapeuta
le ha inoltre chiesto, e ottenuto, di presidiarle
l’appartamento durante una vacanza, allo scopo di
badare al cane, lasciandole in cambio ampia libertà
di invitare amici in casa, ciò che la mia amica ha
fatto. Ha avuto occasione di conoscere, nel corso
della terapia, l’ex marito della terapeuta, il padre
della medesima, il figlio e l’attuale convivente. E'
entrata a far parte, si potrebbe dire, della famiglia
della terapeuta, tanto da divenire presto buona
conoscitrice della storia personale e famigliare della
terapeuta. La terapeuta le ha nel tempo offerto la
possibilità di appoggiarsi al suo appartamento allo
scopo di facilitarle lo svolgimento di un certo
impegno lavorativo che aveva luogo nei pressi della
casa della terapeuta. Durante l’estate inoltre la
paziente, diciamo così, ha passato non pochi giorni
nell’appartamento della terapeuta, assente
quest’ultima, in compagnia del menzionato cane, di
una sua amica, del figlio della terapeuta e di un
amico di quest’ultimo. La decisione della paziente
d'interrompere la terapia a causa dell’eccessivo
coinvolgimento nella vita familiare della terapeuta, è
stata infine accolta dalla terapeuta, anche se
quest’ultima avrebbe sostenuto di essere capace di
assumere, come direi io, un sé terapeutico distante
dagli altri suoi sé, esposti alla paziente come ho
descritto.
La curiosa pratica della terapeuta, a quanto capisco,
ha avuto d’altra parte effetti sulla vita della paziente
che, nel corso della terapia, è riuscita a liberarsi
delle conseguenze, almeno delle più invischianti, di
un rapporto difficile e tormentato con un uomo,
ragione non piccola della sua iniziativa di fare
un’esperienza di terapia.
Comunque sia, ciò che m’interessa qui è l’idea che la
straordinaria confusione tra i piani, amicale,
famigliare, professionale, avvenuta nel concreto dei
rapporti tra paziente e terapeuta, rappresenti una
produzione di confusione che, invece, di solito ha
luogo al riparo del cosiddetto setting, e quindi
rimane in stato di invisibilità e di ipocrita
sospensione. La confusione prodotta ha consentito di
fatto alla paziente non solo di prendere certe
distanze dal suo rapporto sentimentale difficile e
tormentato, ma anche di lasciare da ultimo la
terapia, restando per così dire amica della
terapeuta, mentre forse la confusione limitata entro
i confini del setting non avrebbe prodotto gli effetti
accennati, né lasciato alla paziente uno scampo
veloce, com’è stato, alla terapia.
Un vero “selvaggio” è dunque meno dannoso di un
“selvaggio” a metà?
Chissà. Intanto, due parole sulla tecnica “folle” di
questa terapeuta: costei di fatto ha inondato la
paziente di occasioni che la hanno distratta dalle
pastoie del suo accennato rapporto difficile; ha
piantato una quantità di chiodi che hanno scacciato il
chiodo inizialmente lamentato dalla paziente.

Meritarsi la fortuna.

Durante una seduta * il canto “viva la figa” gridato


da qualcuno giù in strada muta la situazione tra la
terapeuta e il paziente, fin lì difficile e bloccata, da lì
ammorbidita e promettente. Da quel che riferisce la
terapeuta, non c’è dubbio: la causa del
cambiamento va cercata in qualcosa che è successo
a partire dalla ricezione del canto gridato, sull’aria
dell’Aida: “viva la figa”.
Secondo me il grido cantato o canto gridato
costituisce per la terapeuta e il paziente un appiglio
comune (condiviso, fresco, paritario, squillante), ma
fungibile in direzioni diverse. E’ come se nella stanza
della seduta
fosse caduto un oggetto, uno solo, ma abbastanza
duttile da permettere a ciascuno dei due di giocarci.
La terapeuta riconosce la voce dell’urlatore, un suo
ex paziente psichiatrico, e se la gode, cogliendo nel
canto un “gesto d’amore”, pensando alle amiche
femministe eccetera. Lui, un paziente riottoso e
ingrugnito, sorride e parla di sé. Dopo giorni l’effetto
continua. Dice costui di aver passato i migliori giorni
della sua vita.
Si potrebbe erroneamente pensare che il paziente
avesse bisogno di gridare “viva la figa”. No, è
perfetto che il lavoro lo abbia fatto un altro, la
strada.
Si tratta di un vero e proprio slogan, un grido di
guerra da bambini appena cresciuti, è
straordinariamente perentorio e ingenuo,
immediato, fa sorridere se messo tra le virgolette di
una situazione come quella della terapia.
I due mettono ciascuno la sua parte di virgolette, lo
slogan è preso da ciascuno con le sue pinze,
ciascuno lo prende e insieme lo lascia lì fuori. E’
dentro e fuori, lo slogan, è nostro e altrui, è di lui, è
di lei, di entrambi, ma nessuno dei due l’ha gridato.
Una situazione perfetta, una rendita di posizione.
Potersi gustare una mattana da ragazzini senza
nessuna conseguenza che non sia piacevole.
E la tecnica? Secondo me la tecnica qui è implicita:
cioè la terapeuta aveva già costruito, non sappiamo
come, una relazione (con il riottoso aiuto dell’altro)
capace, come un vaso, di ricevere il benefico slogan.
Se il grido è stato casuale, non è casuale che il
paziente possa averlo colto al volo. La fortuna
bisogna sapersela ingraziare.

* L. Incerti, “Lettere”, in Tecniche, n.2, Riza, Milano.

Due modalità (fantasiose) di pagamento della


psicoterapia.

Abitava in campagna e riceveva i suoi adepti tra


bosco e prati, in fondo a una discesa sterrata lungo
la quale più di un novellino aveva urtato la parte
inferiore dell’auto contro una roccia stante nel
mezzo della viottola - e magari non si era più fatto
vedere. Non sappiamo se il maestro fosse abile
soltanto a mantenersi una clientela - tale secondo
alcuni eretici è il risultato essenziale della
psicoterapia - o anche a sostenere la sua parte. Al
meglio avrebbe dovuto aiutare - con atti di
testimonianza umana e intuizioni in merito ai sogni
degli adepti – non a risolvere bagatelle, suvvìa, ma
a far sì che quelli equilibrassero il “notturno”
(onirico) con il “diurno” (fattuale), mica facile.
Oppure a consentir loro di superare quella roccia
piantata in terra senza fracassare l’auto. Del resto,
non pochi preferivano scendere a piedi.

Aveva, il maestro, moglie e due figli piccoli -


sarebbero stati giusti come nipoti, e spesso lui si
rammaricava silenziosamente di aver generato due
probabili orfani precoci. S’era deciso tardi. Femmina
giovane, ex adepta, si capisce, potenza dell’ultimo
amore, quello definitivo.

Viveva di rendita, ciò gli dava dei privilegi non


soltanto generici, come la libertà, ma anche
specifici, nel suo cosiddetto lavoro – non doveva
accogliere, nella sua casa sita ai piedi della collina,
all’interno di un bel locale aperto sulle valli,
creature casuali, non dipenderne economicamente:
non aveva bisogno di trasformarsi in ciò di cui sono
esempio puttane, medici, avvocati, commercialisti e
così via, figure cui basta che il cliente respiri. E non
si lasciava pagare in denaro dai suoi adepti, questa
la sua caratteristica rara, almeno in questa parte del
mondo, ma in beni alimentari, “ali mentali”, in vino e
altri alcolici, dolci, panettoni, spezie, salumi, sottòli,
sottaceti allusivi, in combustibili non metaforici,
legna, gasolio. Natura a parte, in pneumatici, libri,
musica. In abiti, vedi alla voce apparenza, scarpe,
cappelli, gemelli, camicie, pullover, lavori a maglia,
tutto quanto, purché non fosse denaro, contanti,
assegni, bonifici: non scherziamo, il maestro sapeva
appena che cosa fossero. Tutto, si fa per dire,
fuorché il denaro. Baratto, dunque: parole, alta
presenza umana, testimonianze, intuizioni, in
cambio di beni vari – niente materia cosiddetta
imponibile, niente tasse, niente intrusioni dello
Stato. A quest’abitudine era approdato da anni.
Prima aveva richiesto un diverso tipo di
remunerazione, di cui passiamo a illustrare il modo.
L’opera doveva esser pagata, in denaro, soltanto
quando l’adepto in modo definitivo ne cessasse la
pratica. Tante sedute – stop conclamato - tanto
denaro, cash. Si faceva pagar caro, ai tempi. Lato
debole? Qualcuno non smetteva mai, quindi non
pagava, anzi: soltanto per non pagare continuava,
l’infame. Te la do io l’ “individuazione”. Altri
smettevano, ma dopo ritornavano, dunque era
difficile considerarli cessanti. Qualcun altro spariva e
basta, magari dopo interi semestri, decine o
addirittura cinquantine di cosiddette sedute - tanti
saluti. In più le tasse, o il „nero“ – orrore - che al
maestro dispiacevano entrambi. Brav'uomo,
dopotutto.

Come fosse un deposito parrocchiale di robe da


distribuire ai cosiddetti poveri, il maestro aveva
dunque, ora, un magazzino abbastanza grande da
poterci stivare i beni che, copiosi o meno – vedi alla
voce Customer’s Satisfaction - i suoi adepti gli
davano in cambio sappiamo di che cosa. Via via,
dalle fasi iniziali di ricognizione dell’Ombra, della
Persona, del Puer, del Senex, verso il supremo ma
elusivo bersaglio, il Sé, erano liberi di portare quello
che ritenevano pari al ricevuto, in umana
comprensione e intuizione, di poco in poco.
Bottiglioni d’olio, un paio di chili di salsiccia, La
Storia di Firenze del Davidsohn „mancante solo di un
volume“, dischi rari, legna, un sacco a pelo, Mario
und der Zauberer. Un computer portatile quasi
nuovo, una non solo metaforica stufa, da rifletterci
su, una pipa nuova e una maturata – “Morsinetti,
guardi che bella, Morsinetti, sa, quello di via
Vinegia!” Tabacco, sigarette, sigari, barattoli di
pesche sciroppate, una damigiana di Morellino di
Scansano – subito tradotta in “scansa no”, e così
via. Un cane, un pappagallino. Il leccalecca che un
adepto, già frustrato, aveva estratto, stava un
giorno per far perdere la pazienza, “simbolicamente”
per carità, al maestro. Poi invece, muto, lui ne aveva
considerato il valore pungente, ed “integrato”, per
usare il suo lessico, l’oltraggio come segno di
crescita dell’adepto.

Con pazienza gli adepti potevano, non si dice


dovevano, scrivere sui loro quaderni o taccuini quel
poco o quel tanto dei sogni avuti durante la notte,
questa la prescrizione del maestro. Gli leggevano a
fatica i loro scarabocchi albali, in seduta, tra un
fatterello e l’altro, perché invariabilmente tendevano
a curarsi de minimis; ma qualcuno,
innamoratissimo, glieli consegnava ricopiati in bella,
o stampati. Ne aveva un cassone pieno, di tanto in
tanto ne leggeva le serie, così lui.

Fin dai tempi della remunerazione liquidatoria era


sceso alla casa del maestro un certo adepto, detto
Paolone, ormai divenuto quasi di famiglia, si sa, il
tempo lima. Teatrante della parola, intrattenitore,
un po’ Bertoldo, Paolone, preda di visioni nefaste di
natura variamente politica, era, alla metà degli anni
settanta, corso fuori una volta dalla finestra di casa
sua, per la verità posta a pianterreno, ossesso dalla
paura di esser catturato come „terrorista“ dai
carabinieri, bussanti, pare, alla sua porta. S’era
appena ferito, Paolone, ed era stato avviato, a cura
dei compagni di lotta, da uno psichiatra cosiddetto
democratico – colloqui e psicofarmaci. “Si toglieva
gli occhiali e mi guardava”, così Paolone a proposito
del suo medico. Perplessità. Desiderio di miopia.
Stanchezza. Poveruomo. Gli prescriveva pillole
castigamatti e via alla prossima volta. Da ultimo
aveva liquidato quel non pagante usando un
argomento abile: che Paolone „stava meglio“ e
poteva far a meno dello psichiatra. Il maestro, che
non era medico, s’intende, ma umanista generico, e
neppure laureato, aveva dovuto darsi molto da fare
perché Paolone, inviatogli dai “compagni” stufi di
ospitare quel tanghero in casa, frequentasse, invece
delle famiglie altrui, la sua cosiddetta Ombra,
appioppandone meno gl’ingredienti in giro. Pian
piano le visioni e le audizioni allucinatorie si erano
ridotte allo stato di scontentezze e rancori soltanto
discutibili, merito della chimica umana cui il maestro
e Paolone davano luogo insieme. Se non, invece,
erano soltanto passate di moda, come la rivoluzione
sociale, politica, culturale, sessuale - senza ricambio.
Era rimasta quell’incapacità generica, ma non troppo
pericolosa, di aver, Paolone, a che fare con il
prossimo, con le vagheggiate donne, e la tendenza,
invincibile come la roccia spuntante lungo la viottola
verso casa del maestro, a ritenere d’essere in
credito con il mondo. Quest’ultima com’è ovvio
confliggeva fortissima con ogni idea di
remunerazione. Paolone aveva approfittato con la
massima facilità della regola introdotta dal maestro,
anzi: per lui era naturale in ogni caso scroccare,
quindi semplicemente non aveva mai cessato sul
serio di scendere la viottola, abilmente evitando con
l’auto di spaccare la coppa dell’olio sulla roccia. Del
resto, se avesse dovuto pagare i dieci anni d’analisi
trascorsi, si sarebbe trovato senza una lira, ed era
povero.

Passato il metodo d’incasso del maestro alla fase del


baratto, Paolone si era trovato invece a dover
remunerarlo, e la sua indiscutibile inventiva
applicata alla taccagneria e alla miseria, oltre che
alle vicissitudini del cosiddetto transfert, dava
risultati come: una sudata sciarpa di cotone
„indiana“, una bottiglia di vino d’Avola acquistata
alla Coop, chili venti di patate novelle, un’occasione,
prese da un venditore parcheggiato con il
camioncino sulla provinciale, chili tre di marroni del
Valdarno, stessa provenienza, un golf usato e
importabile dall’ormai ingrassato Paolone, alcune
cravatte appartenute al suo defunto genitore,
larghe, un crocifisso antico, così Paolone, pregevole
manufatto mugellese, alcune statuine di terracotta
tra le quali un San Nicola, a quanto pare adoperato
da remoti pescatori pugliesi come portafortuna da
tenere ritto a prua, stinti i colori; registrazioni della
voce di Gassman alle prese con Dante, una biografia
di Marcel Marceau, Concerto domenicale (Nicola Lisi,
1941), due bacchette da batterista, un basto da
muli, un paio di Timberland degne di Li’l Abner,
taglia 45, un panciotto di velluto smesso, un paio di
guanti utili a non far perdere, al maestro, la presa
sul volante, non si sa mai, scilicet accidenti a te, ma
non lo dico. Paolone seguitò a scendere la viottola
fino a quando il maestro non defunse.
La formazione e l'etichetta.

A proposito delle prevaricazioni monopolistiche


dell’istituzione psicanalitica Usa in fatto di
formazione, preclusa ai “non medici”, ammessi con il
contagocce, domando: che cosa c’importa (che cosa
importa agli psicologi Usa), di essere formati da
psicanalisti monopolisti e settari?
Se non è questo il punto, se il punto è invece che la
stragrande maggioranza dei “non medici” non
possono qualificarsi come psicanalisti, io domando: e
allora?
Se non tutti gli psicanalisti Usa fossero monopolisti e
settari, questo mi farebbe piacere. Se ne trovi uno
gli telefoni, fissi un appuntamento e gli proponi un
lavoro formativo. T’interessa la formazione o
l’etichetta?

Credo che a molti interessino sia la formazione, sia


l’etichetta, ma c’è qualcosa che non mi torna. Si
critica un’istituzione in modo “devastante”, ma non
se ne traggono le conseguenze, mi pare. L’IPA
dovrebbe essere semplicemente lasciata al suo
destino, che è segnato, penso io. Finirà, prima o poi,
dimenticata. Gli psicanalisti che vorranno (a torto o
a ragione, magari autoillusi, magari
autofraintendendo il loro lavoro) denominarsi ancora
psicanalisti, lo faranno, come già lo fanno oggi,
nasceranno altre cento scuole, o non nasceranno.

Il vero e il falso, secondo Enzo Codignola.

Una teoria per essere considerata scientifica deve


essere non verificabile, ma falsificabile, così
vorrebbe Karl Popper che noi pensassimo: e sia. Ciò
significherebbe che se una teoria potesse sempre
esser dimostrata vera non sarebbe scientifica,
avrebbe cioè una elasticità eccessiva, sarebbe
insomma una suggestione forse utile, ma alquanto
retorica, bisognosa di fede: autoritaria?
La teoria del complesso edipico, forse perché basata
su una figura relazionale com'è il "triangolo", puoi
stiracchiarla e ti dà sempre delle soddisfazioni
interpretative, basta che tu abbia fede. Ma non è
popperianamente scientifica, nasce infatti solo da
una brillante lettura annessionistica del mito di Edipo
e della tragedia di Sofocle.
Quella del "vero" e del "falso" di Codignola è una
teoria popperianamente scientifica, invece, in quanto
è falsificabile: il "vero" dell'assetto tecnico (setting)
della terapia psicanalitica può non essere vero,
infatti, ma arbitrario. Almeno la terminologia usata
da Codignola dovrebbe essere mutata, quindi,
altrimenti una teoria che pone come "infalsificabile"
quello che invece può essere falsificato, cioè il
setting, dev'essere accantonata.
Ho l'impressione che Codignola abbia scagliato un
sasso contro gli abusi interpretativi extra analitici
(extra setting) di autori come Fornari, buonanima, il
quale sdraiava sul lettino la guerra atomica, o
magari Moravia, o la musica operistica, cioè non
sdraiava alcunché, dava suggestioni interessanti,
interpretazioni, letture: bastava crederci o magari
provare piacere intellettuale. Codignola sostiene che
intanto l'interpretazione ha bisogno di una scena
precisa, il setting, quindi per esempio la guerra
atomica o il gran premio di Monza (ricordo un
articolo di Fornari in materia, sul Corriere, “L'uomo
protesi”) non sono interpretabili psicanaliticamente.
Ho per Fornari la stessa simpatia che avrei per un
mal di denti, ma non sono d'accordo che per
interpretare psicanaliticamente è indispensabile il
setting analitico. Esempio astratto: uno psicanalista
si sveglia, si ricorda un sogno e lo interpreta. Dov'è
il setting? Il sogno di Irma di Freud interpretato da
Freud è interpretato psicanaliticamente o no?
Eppure, dov'è il setting?
Ma il punto decisivo non è questo, è che l'analista fa
cose ben diverse dal dare interpretazioni, secondo
Codignola. Da qui a sostenere, come oggi si fa, che
le interpretazioni non sono il punto forte, anzi
addirittura non servirebbero, il passo è breve.
L'analista è codignolianamente, mi par di capire, il
gestore della scena dell'analisi, il doganiere, il
controllore, il quale analizza tramite questa griglia, il
setting. Leggo così in sintesi Codignola, non penso
del resto che di Codignola, o di chiunque altro, vi
possa essere una sola lettura.
Peccato che il setting stesso sia in sé analizzabile.
Che il paziente accetti anche le eventuali bizzarrie
dell'analista, senza "analizzarle" (come potrebbe
benissimo fare) rientra nell'ambito della sua
posizione di dipendenza, nell'ambito della
suggestione o che so io. Ma non significa che le
bizzarrie siano il "vero" (al massimo saranno un vero
supposto tale dal paziente).

P.s. Che un'interpretazione di Freud “extrasetting”


possa codignolianamente essere considerata non
psicanalitica rafforza la mia convinzione che la
psicanalisi e il freudismo non sono oggi la stessa
cosa.

La salute.

Secondo Freud la "salute", nel contesto della


"comune infelicità", e del "disagio della civiltà",
consiste nella capacità di "amare" e di "lavorare".
Secondo Jung la meta “sana” è l'individuazione,
togliersi di dosso le incrostazioni del collettivo,
diventare "ciò che si è" (idea per altro
nieztscheana). Secondo Kohut l' “ama et labora”
freudiano è stretto, ed egli propone come meta
piuttosto l'essere creativi, fedeli a se stessi e capaci
di umorismo, direi di autoironia. Secondo Alice Miller
la "salute" è una meta che si può raggiungere
vivendo in terapia l'esperienza del lutto, del dolore
per i deficit affettivi che abbiamo sofferto a causa
della educazione ricevuta da bambini, è
l’indebolimento del "falso Sé" - idea winnicottiana.
Ricerca interessante: individuare i termini delle varie
"teorie della salute" in ambito psicanalitico,
esaminandole dal punto di vista non medico ma
filosofico - esistenziale: quindi escogitando una
terminologia non medica, dunque tagliando i discorsi
sulla "salute".
Il paziente in analisi, tuttavia, può esser visto come
"sano", proprio perché cerca la sua realizzazione
personale e affronta gli impedimenti a realizzarla.
Come se io sostenessi che i popoli liberi sono quei
popoli che si ribellano, mentre quei popoli che non si
ribellano non sono liberi. Quando invece le cose
stanno probabilmente così: i popoli si ribellano
quando stanno male, e se non si ribellano significa
che stanno bene (o lo credono).
Il fatto che un paziente prenda l'iniziativa di entrare
in terapia suggerisce che in lui c'è una parte "sana"
che gli mostra la parte "malata" della sua vita. Se io
tossisco per due mesi, alla fine mi decido ad andare
dal medico: vince "la vita". Forse è qui che si trova
la sanità potenziale. Tuttavia io, che sto tossendo da
due mesi, o il paziente che per esempio non riesce
ad “amare”, non stiamo mica bene, quindi siamo
malati.

A un amico terapeuta.

Non confondiamo il paziente che "sanamente" decide


di fare qualcosa perché la sua vita gli sembra uno
schifo, con lo stesso paziente che continua una
terapia che secondo lui non dà buoni risultati.
Che l'inizio e la fine di un trattamento dipendano da
un atto libero e responsabile (e l'inconscio?), quindi
"etico" (avendo a che fare con lo scegliere), quindi
non valutabile con criteri esteriori (come tempo,
durata e denaro), è discutibile. Io non mi sento
tanto libero né tanto "responsabile". Né in genere né
(tantomeno) quando in passato ho iniziato e quindi
terminato le mie esperienze analitiche da paziente o
allievo.
Il paziente, secondo te, sceglierebbe di andare in
terapia? Il paziente in verità è come in libertà
condizionata e risponde per quello che può in merito
alle sue cosiddette scelte, io penso. In compenso
paga fior di quattrini per benefici opinabili, e io credo
che li paghi proprio perché non è né tanto libero né
tanto responsabile. Del resto noi paghiamo salate un
sacco di cose che ci illudiamo di scegliere. E' il
sistema.
Il risvolto "etico" sta invece, secondo me, nel cuore
del mestiere del terapeuta, il quale lavora con
persone particolarmente non libere e non capaci di
rispondere, in quanto infelici, confuse,
demoralizzate, le quali lo pagano tanto e per tanto
tempo. Il rischio è quello di approfittarsene (non
solo in termini di soldi).

Il tuo signor L. non ha "scelto" né "sceglie" la vita


triste che sembra fare. Penso che il concetto di
psicopatologia sia difficilmente raccordabile con
quello di scelta, anzi! Una malattia capita, non è una
colpa o una scelta, che sia capitata: può essere
un'ulcera o una nevrosi ossessiva, nessuno l'ha
"scelta" "responsabilmente" - si tratta nel nostro
campo di processi interattivi, comunicativi, in cui
giocano fattori i più vari, non escludendo quelli
genetici e neurologici. Non vogliamo fare ritorno alle
concezioni arcaiche, che attribuivano la malattia a
cause morali, e anche la follia, la malinconia, è vero?
Diciamo piuttosto che la sofferenza emotiva,
relazionale, appare ricca di contenuti morali, e che è
degna di essere rispettata come facente parte
dell'identità del soggetto.
Oppure diciamo: guardare la cosiddetta
psicopatologia con occhio "etico" (e perché non
politico?), vedere in un’anoressia anche un grido di
accusa femminile, non significa che la tale abbia
"scelto" "responsabilmente" di affamarsi: lei sta da
qualche parte dentro un sistema, senza contare
l'inconscio, dentro tutto ciò che ci fa dire: "è più
forte di me".

Una volta, tanti anni fa, lessi su una parete in zona


Brera, a Milano: "Bucare ci piace lasciateci morire in
pace". Questo è il lato "etico" che m'interessa: il
diritto di esistere, magari anche di morire, garantito
a chiunque e comunque "malato" o "deviante". Non
a caso sono fautore dell'antiproibizionismo e
affascinato dalla cultura della "riduzione del danno"
(la quale cultura, minimalistica, ammette vivaddio
che siamo messi male). Ma il tizio che si buca resta
un coatto che risponde solo alla (non della) sua
dipendenza. Del resto, e a scanso di equivoci:
neppure io mi sento tanto padrone di me stesso e
responsabile - non garantisco!

Il paziente di cui trattiamo, il signor L, ha fatto una


mossa costruttiva iniziando la terapia, è restarci da
insoddisfatto che non mi pare costruttivo da parte
sua: non sano. E qui entra in questione il terapeuta,
l'analista, come vogliamo definirlo, che, ritengo,
avrà dei bei problemi a tenere in terapia una
persona che una volta lo ha addirittura pregato di
aiutarlo a smettere. In un caso come questo non è
duro, non è amaro da incassare, il denaro del
paziente? Non si agita in noi il fantasma
dell'imbriglio/imbroglio?
Se il signor L. dice che la terapia non gli giova, o
anche se dicesse che gli giova, questo non è (non
sarebbe) un dato di fatto, tu sostieni, anche
supponendo che il signor L. sappia quello che dice (il
massimo che posso concedere sul terreno della
responsabilità).

Allora: il paziente, in qual modo è responsabile ? Il


tuo ragionamento farebbe pensare che il signor L.
sia responsabile di un non dato di fatto quando dice
che la terapia non gli giova, essendo questa
comunicazione da considerare anche sotto l'aspetto
relazionale, oltre che emotivo, soggettivo. Ma perché
il signor L. dovrebbe essere credibile quando viene a
chiedere la terapia, e non credibile quando dice che
non gli giova (o che gli giova)? Chiedere la terapia è
un “non dato di fatto” come dire che la terapia non
giova.

Prima di parlare di scelta, di definire un atto come


scelta, bisognerebbe pensarci cento volte. Penso che
sulle cose che contano noi scegliamo ben poco,
penso che è difficile anche scegliere il colore
dell'auto. Provare per credere. Penso invece che
tragicamente possiamo esser detti abbastanza
responsabili in merito proprio a questa condizione di
non scelta, o scelta condizionata. Rispondiamo sulla
nostra mancanza di libertà. Sappiamo quel che
diciamo quando diciamo che non siamo liberi di
scegliere, sappiamo quel che diciamo solo quando
diciamo che non sappiamo quel che diciamo: forse
neppure in quel caso.
La Legge, la Giustizia, il Diritto, hanno le loro ragioni
per considerare la responsabilità individuale una
cosa solida: i giudici devono sentenziare,
semplificare; ma noi non siamo giudici, non
dobbiamo sentenziare, non dobbiamo assolvere o
condannare. Freud ci ha ricordato che non siamo
padroni a casa nostra, altro che "scelta" e
"responsabilità"!

Le “regole” in psicoterapia

dovrebbero essere ridotte a poche, certe e condivise


- esiste un codice deontologico a cura dell’Ordine
che forse dovremmo prendere in considerazione. Lo
scopo delle regole comunque dovrebbe essere quello
di garantire i pazienti dagli arbitrii e dagli abusi di
potere dei singoli terapeuti in carne ed ossa, gli unici
che mi interessano, persone che potrebbero
anteporre il loro tornaconto, economico o di altro
genere, al benessere e alla libertà dei pazienti. La
pratica della psicoterapia è talmente intrecciata con
gli affetti, è talmente personale, privata, che deve
essere guardata con franco (e allegro) sospetto, non
certo distruttivamente, ma invece in modo critico e
“malpensante”: in ogni psicoterapeuta, io credo, si
nasconde il venditore di fumo e lo sfruttatore delle
debolezze altrui.

Il benpensante afferma che il medico cura, lo


psicoterapeuta aiuta, il pompiere spegne gli incendi,
il meccanico ripara l’auto, il genitore aiuta a crescere
e così via: grazie! Peccato che molti medici in carne
e ossa non curino molto altro che i loro affari,
peccato che uno dei risultati più certi della
psicoterapia sia il reddito dei terapeuti in carne e
ossa.

Ancora all'amico.

Quelle che di solito chiamiamo premesse sono


discorsi che tentiamo a esperienza fatta - non
importa se l’esperienza è stata fatta da altri prima di
noi. Gli scritti tecnici di Freud sono premesse per noi
posteri, ma in realtà esse sono discorsi di Freud
tratti dalle sue esperienze. Le cosiddette premesse
in definitiva sono una interpretazione dei fatti, della
prassi: prassi, teoria , prassi e così via. O invece
prassi, ideologia, prassi,?
Propongo un gioco, considerare le nostre premesse
con sospetto, come se fossero una formazione
ideologica, una bandiera umanitaria che sventola
sopra una attività, la psicoterapia, che resta
preminentemente tesa al guadagno, come tutte le
attività professionali sono eminentemente tese al
guadagno.

Sinceramente non mi curo tanto di quello che le


persone dicono in relazione a quello che fanno,
quanto mi curo di quello che le persone fanno, e di
come lo fanno. Le prediche non mi interessano, le
prediche sono sempre ispirate al cosiddetto bene.
I tuoi frammenti clinici sono testi che raccontano
quello che “fai” in seduta, quello che dici e quello
che pensi, in più raccontano la parte che i tuoi
pazienti hanno in seduta. Io li ho letti e ho tratto, tra
le altre, l’impressione che le innegabili lungaggini
della terapia non siano dovute solo alla difficoltà dei
casi, ma anche alla tecnica o prassi che usi,
relativamente passiva ed attendista (cosa che ti
provoca anche la noia in seduta - tra l’altro). Ora, la
tua tecnica o prassi non penso che sia improntata ad
allungare i tempi allo scopo di aumentare i
guadagni. In realtà non penso che vi siano molti
terapeuti furbacchioni che a bella posta allungano le
terapie a scopo di lucro. La situazione è più grave.
Io penso che un certo tipo di formazione di
derivazione psicanalitica postfreudiana abbia
disseminato un contagio che nei fatti risulta come
convinzione dei terapeuti che sia normale e giusto e
scontato tenere in terapia per anni e anni i pazienti.
E’ una questione morale. Non dobbiamo (e non
conta che i pazienti lo accettino “liberamente”)
prendere magari migliaia di euro in cambio di un
lavoro i cui benefici restano assolutamente incerti e
discutibili in rapporto ai costi, assolutamente certi e
discutibili.
Come se ne esce? Ti confesso che lo ignoro.
Il signor L.

I frammenti clinici pubblicati da S. Erba sulla rivista


Il Ruolo Terapeutico riflettono vissuti quasi sempre
riferiti ad emozioni.
In un continuum ignoto a chi legge egli scrive, sia
quando tocca spine, sia quando sfiora petali di rosa.
Pur segnalati da iniziali e quindi riconoscibili nel
corso della lettura dei frammenti clinici, i casi in sé
non sembrano da considerare, io almeno non ho
proseguito che per poche pagine nel tentativo di
cercare il filo di storie singole. Il caso del signor L. è
l’eccezione.

Erba, esperto e capace di ripensare il suo lavoro,


scrittore e formatore, sembra per lo più lavorare con
una seduta per settimana. In merito a tale uso (in
genere) propongo una spiegazione di tipo economico
dalla parte del terapeuta. Se per esempio ho dieci
pazienti a tre sedute per settimana e ne perdo due,
saltano ben sei sedute per settimana, cioè
ventiquattro al mese. Se ho gli stessi dieci pazienti,
ma a una seduta per settimana, e ne perdo due,
perdo solo due sedute per settimana, cioè otto al
mese. Quindi avere pazienti a una seduta per
settimana conviene al terapeuta, oltre ad essere
meno gravoso per i pazienti in termini di tempo e di
denaro. C'è dell'altro: a nessun paziente il terapeuta
"deve" una frazione importante del suo reddito,
com'è nel caso che il terapeuta abbia invece pazienti
a due tre sedute per settimana (secondo l’uso
canonico della psicanalisi).

Erba usa delegare alla sua agenda il consenso ad


uno spostamento di seduta. L'agenda entra dunque
a far parte del setting, quindi, nei termini di E.
Codignola, delle cose "vere", cioè “non analizzabili”.
Ma, insinuo, se l'agenda di un terapeuta non fosse
“piena”, come può accadere, e ugualmente il
terapeuta la “usasse”, come può accadere, per
concedere o rifiutare uno spostamento di seduta,
allora, in questo caso, l'agenda non sarebbe più una
cosa "vera", ma sarebbe una cosa “falsa”, in altri
termini analizzabile, come sono da analizzare nel
setting, così Codignola, i detti e fatti dei pazienti.
Mi spiego: se io suggerisco biecamente a un collega,
bisognoso di autoprotezione perché spesso
disorientato dalle frequenti richieste di spostamento
di seduta, attentati dei suoi pazienti al setting e al
contratto, di agire come se la sua agenda fosse
piena, allora gli raccomando di dare per "vera" una
cosa "falsa". Sono un cinico, lo diceva anche la mia
mamma.
Seguendo l'ingegnosa proposta di Codignola, può
venir fatto al terapeuta di annettere al setting "cose"
che apparentemente non ne farebbero parte, di
trasformare in "vere" cose "false", o meglio
falsificabili, come mi pare che sia falsificabile la
"verità" dell'agenda.

L'esempio del trucco da me consigliato al collega mi


serve per uno scopo che tento di chiarire: quando
Codignola sostiene che l'interpretazione
"psicanalitica" fuori dal setting analitico è un abuso,
o quando sostiene che l'analista si muove "in una
logica molto più complessa di quella che fa capo
all'accezione tradizionale del termine
interpretazione", io credo che giochi una carta dalle
conseguenze molto serie. Chiedo scusa se ripeto
quanto accennato nell'articolo su Codignola.
L'interpretazione nell'analisi non è l'interpretazione
di un testo scritto, per esempio; non solo, egli
accenna al fatto che l'analista fa cose più complesse.
Non so se è in questione una maggiore complessità.
Io penso piuttosto che Codignola sostenga che il
setting è già “interpretazione” e che l'analista è il
curatore del setting (delle cose "vere").
Credo che la faccenda dell’interpretazione nell’analisi
sia oggi molto meno decisiva che non trenta-
quaranta anni fa, e che Codignola sia stato un
pioniere. Solo che le conseguenze che si possono
trarre dalla sua proposta sono serie e ipoteticamente
gravi. Esiste il rischio che siano considerate "vere"
cose che sono invece falsificabili (analizzabili), come
lo sono i "ruoli" dell'analista ("legislatore" e
"pedagogo", nei termini di Codignola); esiste
insomma il rischio che l'ambito del setting delle cose
"vere" si allarghi a dismisura.

Altro argomento. Il significato inconscio dell’atto del


paziente di mancare una seduta può essere ricercato
(solo) a patto che il terreno delle spiegazioni
"pratiche" della mancata seduta (malattie, disturbi
vari, incidenti, contrattempi, vacanze eccetera) sia
sgomberato per mezzo del mantenimento del
setting, scrive Erba sulla scia di Codignola. Il
“contratto” iniziale (le sedute saltate si pagano
comunque) è dunque una componente fondamentale
della terapia, e mi domando se il mantenimento
delle regole contrattuali, cioè del setting, non sia
tutto quanto il terapeuta deve tenere d'occhio
mentre lavora. Il contratto è dunque fondamentale:
è il setting visto dalla parte del paziente.

Non si tratta che di poche cose, eppure sono


fondamentali e tendenzialmente incontrano più o
meno esplicita opposizione, soprattutto quando il
paziente deve pagare le sedute mancate. I pazienti
sembrano accettare le regole contrattuali, ma alla
prima occasione tentano di violarle, cioè, nei termini
dell’autore, tentano di ingombrare il terreno di scuse
pratiche. Oppongono resistenze al setting così come
i pazienti tradizionali in analisi opponevano
resistenze ad associare liberamente, si potrebbe
dire.

Altro. "Vorrei riprendere il discorso dall'ultima volta",


dice all'inizio della seduta un paziente. La ripresa del
discorso dalla seduta precedente è una “passione”
che affligge molti. Intervenire sulla passione
(ossessione) per la continuità e coerenza di un
paziente è molto delicato. Siamo davanti
all’importanza del metodo freudiano delle
associazioni libere, che non è tanto un metodo in sé
praticabile, quanto una meta che la terapia (se va
bene) consentirà di intravedere.

D.Spence in Verità storica e verità narrativa


propone, correttivamente rispetto a Freud, di
ascoltare con attenzione il paziente che "liberamente
associa" (quello cioè che per esempio non si cura di
"riprendere il discorso" dalla seduta precedente), e
di ascoltare invece con attenzione "fluttuante"
(distratta) il paziente che non associa liberamente,
cioè che è afflitto dalla passione per la continuità e
coerenza. L'idea freudiana mi sembra questa: la
conquista della libertà di associare, difficilissima, è
un risultato dell'analisi che viene presentato come
metodo per l'analisi.

Se l'analista freudiano curava il rispetto della regola


fondamentale, l'analista “relazionale” codignoliano
cura il rispetto del contratto/setting?

Erba qualche volta lavora anche quando la seduta è


terminata. Dai frammenti sembrerebbe che in certi
casi non si lasci sfuggire ghiotte occasioni per
"metacomunicare" costruttivamente e quindi fornire
esperienze emotivamente correttive - a seduta
finita. Come la mettiamo con il setting?

Alla paziente che trova da ridire su tutto quanto


l'arredamento dello studio - ecco che cosa vorrebbe
fare, riarredare lo studio dell'autore, siamo in fine
seduta, lei si sente piena di energia - Erba chiede un
consiglio per riuscire ad accomodare la testiera
regolabile del divano, guasto apparentemente
irreparabile. La paziente è piacevolmente sorpresa
da questa uscita del terapeuta, non se l’aspettava,
gli darà l'indirizzo di un bravo tappezziere. Scambio
spontaneo tra due persone ("è tecnico o è umano?",
domanda Erba), di cui una, il terapeuta, entra nella
parte offertagli dalla paziente, la parte di chi chiede
un consiglio a una donna "pratica". Sarebbe facile
qui sostenere che Erba è uscito dal seminato,
concedendo alla paziente una "soddisfazione" nella
realtà, nel concreto. Mi chiedo piuttosto perché qui
l'autore non ha usato il suo solito procedimento,
consistente nel comunicare al paziente la fantasia
che gli è venuta, in questo caso la fantasia di
chiederle se lei conosceva eccetera. Forse se lo è
chiesto anche la paziente, visto che alla seduta
successiva dichiara di aver pensato "per tutta la
settimana" (ah, il transfert!) all'accaduto, con
fantasie di sfruttamento da parte dell'autore ("mi
inquietava un dubbio, che lei si fosse approfittato di
me"). Penso che all'autore sia riuscita una
provocazione, con la richiesta concreta. Ma come la
mettiamo con il setting?
Altro. "Brindare" (fantasia) alla dimenticanza di un
paziente, che a fine mese non paga, assomiglia alla
sottolineatura della non libertà di quel paziente che
vuole sempre riprendere il discorso dalla volta
precedente. Assomiglia allo spiazzamento di una
paziente con problemi di alcolismo cui Erba dice,
inaspettatamente per lei, che annacquare il vino “è
un peccato”. Siamo qui all'uso spontaneo del
paradosso, tanto più liberatorio quanto meno è
pianificato.

Altro. Confronto solo gestuale, e scontroso, tra Erba


ed un nuovo paziente, difficile, in ritardo e con la
sigaretta accesa in mano, in merito al posacenere.
Perfetta rappresentazione di come siamo capaci di
rendere la vita un po' peggio di quello che è.

La tensione iniziale cala, svanisce, dopo che Erba


comunica al paziente il suo vissuto di irritazione.

Il terapeuta "metacomunica", il che,


indipendentemente dai contenuti del detto, è
terapeutico, correttivo appunto della nostra capacità
di rendere la vita un po' (o molto) peggio di quello
che è. Sembra in effetti che la funzione dell'autore
dei frammenti sia spesso in seduta quella di favorire
la comunicazione a proposito della comunicazione
che ha luogo in seduta.

"Com'è bello poter parlare!", dice un paziente, in un


caso. "Che cosa stiamo facendo?", chiede altrove
l'autore a un paziente.

Altro. Permettersi il silenzio, per il terapeuta, è come


permettersi la noia, o una battuta, è un segno di
spontaneità, in sé terapeutico come modello. Solo
che è piuttosto enigmatico. In questo caso il
paziente dichiara di essersi sentito in soggezione,
mentre l'autore taceva. Il silenzio, sappiamo, può
essere imbarazzante. Praticare l'imbarazzo dunque
sembra utile. Stare dietro il paziente disteso sul
lettino è più riposante per il terapeuta, credo, anche
agli effetti della pratica dell'imbarazzo che può dare
il silenzio. Interessante sarebbe pensare alle
differenze tra il silenzio nel faccia a faccia e il
silenzio "con il lettino".
Erba decide talvolta in modo estemporaneo in
merito al lettino o al faccia a faccia, e
quest’estemporaneità è già un problema.
In merito invece alla scelta “preventiva” del lettino,
o del faccia a faccia, penso che un terapeuta
potrebbe "preventivamente" decidere anche di
tenere l'illuminazione nello studio bassissima, o di
accompagnare le sedute con musica, o di
accomodarsi, lui ed il paziente, su cuscini sparsi
sopra tappeti. Sto pensando solo a tre terapeuti
leggermente "eccentrici". Il paziente sarebbe
dunque "tenuto" a stare nella penombra eccetera, e
questo non sarebbe "falso" (analizzabile)? Io penso
che sarebbe "falso", e che quindi sarebbe
analizzabile, nei termini di Codignola. Ora, se
"illuminazione bassissima", "sedute con musica",
"cuscini sparsi", sono espressioni di "cose" alquanto
soggettive, e quindi "false", non vedo come "lettino"
e "faccia a faccia" possano essere considerate
"vere".
Il rischio che si corre seguendo la linea di Codignola,
insisto, è quello di annettere al setting troppe
"verità", che invece sembrano essere soggettive. In
Diventare terapeuti del resto Erba ammette che "ciò
che definiamo oggettivo è relativo (...) Si tratta per
lo più di un'opzione etica (...) Per questo può essere
fatta valere solo con coloro che la condividono (...)".

Altro. "Guai se sapessi che lei dottore è un


cornuto!", dice un paziente. Credo che questo vero e
proprio slogan dia felicemente forza alla regola che
nega la terapia tra conoscenti. Mi viene da ripensare
alle mie due esperienze di paziente/allievo con
terapeuti che "conoscevo" prima di iniziare. Sapevo
che erano "cornuti" - vale la metafora; quindi il
lavoro non ha funzionato tanto bene. In un caso
d’altra parte son diventato amico del mio ultimo
analista dopo che era finita l'analisi, con
danneggiamento retroattivo dell'esperienza analitica
avuta, in sé piuttosto buona: ho scoperto le "corna"
di questa persona - vale la metafora.

Il ruolo terapeutico (“adulto”, “autorevole”,


“responsabile”, nei termini di Erba) è danneggiato o
compromesso quando il paziente sa che tale ruolo è
interpretato da una persona "che ha le corna" (che
dunque non è così autorevole, adulto e
responsabile). In realtà ciascuno di noi ha lati
"cornuti", o se vogliamo da "povero cristo". Il ruolo
serve a coprire, come un abito da lavoro,
un'uniforme, queste umane magagne. Quindi vale la
regola: niente terapia con i conoscenti.

Altro. "Mi ha chiesto questo per vedere se sono


compatibile con l'analisi?", domanda un paziente.
Erba risponde che "la compatibilità all'analisi è
legata alla sua presenza", non a un giudizio. "E' la
sua presenza a testimoniare, misteriosamente,
qualcosa su cui ci si può interrogare". Vorrei qui
sottolineare il minimalismo in terapia. Il
"massimalismo" in terapia è dilettantesco, penso,
"cinematografico" (vedi film come "Io ti salverò", di
Hitchcock), fa sognare le grandi imprese
psicoterapeutiche, le scoperte e spiegazioni più
radicali, le miracolose "guarigioni", l'Io che bonifica
l'Es eccetera. E invece guarda un po', Erba
sottolinea che il paziente è qui, presente, e che
questo "mistero" conta moltissimo.
Altro. Una terapia di anni ha una durata eccessiva,
in un mondo di velocità un'esperienza di lentezza è
sì un contrattempo positivo, ma l'impazienza è
comprensibile. La durata non predeterminabile fa
parte del contratto? E le terapie, anche di
derivazione psicanalitica, con un numero x di sedute
prefissate?

Erba in un caso, dopo un anno e mezzo di terapia,


osserva: "avevamo appena cominciato". Secondo un
calcolo ragionevole in questo caso si sono avute una
sessantina di sedute e una spesa notevole (ai tempi
sui quattromila euro). Non varrebbe la pena di
discutere se la lentezza in terapia è un pregio o è un
difetto – anche per eventualmente concludere che è
una necessità?

Gli psicanalisti teorizzano e comunque praticano la


lunga durata. Certo, per analizzare il malfatto di
decenni è necessario tempo, per "correggere" il
malfatto quattro o cinque o venti sedute non
bastano, né per "elaborare" i disastri antichi. Ma se
la lunga durata dipendesse anche dalla lotta
incessante che gli analisti devono sostenere per
indottrinare i loro pazienti?

Erba menziona il valore pedagogico del tempo


fissato, da rispettare nella singola seduta, realistico,
memento di finitezza eccetera, tutte cose da
condividere, sia chiaro, si pensi però al contrasto tra
l' "indicativo" presente della seduta e l' "infinito"
futuro della terapia.

A proposito di pazienza. Sulla noia del terapeuta in


seduta Erba sembra proporre che iniziare a provare
noia sia segno di un’evoluzione del terapeuta, di una
sua apertura. E che più aperto ed evoluto ancora sia
l'utilizzo della noia. Questo significa, penso, che se il
terapeuta non sente la noia, o la reprime, è preda di
un atteggiamento sacrificale, cioè sbagliato e da
principiante. Erba osserva che in caso di noia non
sappiamo se la noia dipende solo dall'altro o anche
da noi. Con P. Migone direi che il paziente evoca
qualcosa che è anche del terapeuta, oltre che suo,
per esempio una reazione di noia antica, la noia del
paziente da bambino (e del terapeuta pure
bambino), annoiato da adulti rompiscatole, oppure
la noia da lui bambino (e dal terapeuta pure
bambino) percepita, viceversa, in adulti significativi
riferibile a lui stesso: in seduta il paziente "mette" il
terapeuta al suo posto di bambino annoiato, o ripete
la sua parte di bambino annoiante "mettendo" il
terapeuta al posto degli adulti di un tempo. E trova
terreno fertile.

Altro. Il signor L continua a venire in terapia, eppure


ha un lungo tragitto da percorrere tra andata e
ritorno, ma cosa viene a fare non si sa. Insomma è
presente, si presenta, e non pare neppure che
provochi nel terapeuta una particolare voglia di non
vederlo più. Ci prova, il signor L., non ha perso del
tutto la speranza, io credo. Certamente andare in
terapia è una cosa diversa rispetto al quotidiano, è
un allontanarsi spaziale dalla famiglia, dal padre,
dalla madre e dai fratelli (e il signor L. vive in
famiglia), insomma dalla "solita vita": è un fatto
eccezionale (da qui l'importanza del setting, a
garanzia dell’eccezionalità), e qualcuno ricerca
qualcosa di eccezionale. Quando (e se) lo trova
magari ciò avviene per caso. Quindi, se io definisco
"minimalismo" il sottolineare da parte dell'autore dei
resoconti l'importanza della mera presenza del
paziente, sbaglio quanto alla sostanza psicologica,
ma ho ragione in merito alla sottolineatura della
forma della presenza. E. Fachinelli ha scritto un
saggio tanti anni fa che mi sembra utile ricordare in
questo frangente. Ripetere (vedi la celebre "coazione
a ripetere") significa anche moltiplicare le occasioni,
e "paradossalmente" rende possibile uscire dalla
ripetizione, rende possibile variare sul tema. Il
signor L. ripete le sue venute in terapia, mute e
disperate, disperanti anche, gonfio di una qualche
richiesta. Erba offre il "passaggio" che del resto
l’altro paga caro.

A parte il paradosso della ripetizione: in tutta


sincerità io penso che insistere, come fa il signor L.,
a venire in terapia nonostante che la terapia non gli
giovi sia soprattutto la prova di un suo notevole
malessere. Ciò è banale come affermare che se vai
dal medico sei malato? Può darsi. Se vai in terapia
significa che stai male, se continui ad andarci
nonostante che non funzioni, dopo anni, stai male
davvero. Ecco che cosa penso, e credo alla necessità
che il costo della terapia sia relativamente alto,
tanto alto da mostrare al paziente quanto lui sia
malato: qui il denaro è la misura del malessere.

Erba vede le cose in modo totalmente diverso.


Valorizza la presenza del paziente tanto da usarla
come trampolino per portare il paziente a
"interrogarsi sul perché non sta e non si comporta
bene", visto che viene in terapia. Ma dovrebbe
spiegare come la rivelazione che il suo essere in
terapia è un segno di vitalità aiuti il paziente a
spendere questo tesoro che certo prima non sapeva
di possedere. E poi: che significa comportarsi
"bene"?

Può darsi che la presenza in terapia del paziente sia


una carta vitale che lui non sapeva di trovarsi in
mano. Pagare tanto per scoprire questo segreto può
essere una spesa ben fatta. Ma può anche
rappresentare una spina "etica", per il terapeuta,
incassare denaro in attesa che il segreto insito nella
presenza si sveli ad entrambi.

"Mi aiuti almeno a non venire più", avrebbe detto


una volta il signor L. al terapeuta. In quell' "almeno"
mi appare di nuovo il "minimalismo", stavolta del
paziente: disperato. Ma "non venire più" è invece un
risultato tutt'altro che minimo, semmai segnala una
situazione paradossale. Tutta la faccenda del denaro
a me sembra decisiva. La psicoterapia è cara,
innegabilmente. Innegabilmente nessuno costringe
(certo!) una persona a spendere il suo denaro per
una psicoterapia, che può anche portare a poco,
sappiamo. Ma prendersi la responsabilità di
incassare quel denaro che paga un bene di incerta
natura, di incerta afferrabilità e di incerta durata,
ecco, mi sembra un compito da affrontare con
cautela.

Altro. A proposito del suo mal di stomaco durante


una seduta con il signor L., Erba scrive che è ben
possibile che sia "una cosa nostra". Di entrambi.
Certo. Suggerisco d’altra parte che il mal di stomaco
del terapeuta possa dipendere dal fatto che il
paziente ha, nell’occasione, accennato a un tipo di
terapeuta (il dentista) che ottiene risultati, quei
risultati così incerti con l’analista: è ciò che fa star
male entrambi.

Il terapeuta mobile.

Un certo terapeuta, racconta Erba, seguiva,


spostandosi anche lui di sedia, gli spostamenti di
sedia che il paziente attuava nel tempo - talvolta
questi sedeva in un posto, poi in un altro, nello
studio. Questo terapeuta aveva bisogno di rendersi
avvertito in merito alla problematicità di una
situazione di cui lui notava solo la parte del
paziente.
Orbene, in supervisione egli trova un gruppo di
colleghi che non si sposta "di sedia", cioè mantiene
la posizione: tutto sommato si tratta di
un’esperienza in sé importante. Una tendenza
pratica esteriormente instabile com’è quella del
terapeuta si confronta con una tendenza pratica
esteriormente stabile; un terapeuta piuttosto ignaro
delle ragioni del setting (si direbbe) trova in
supervisione un gruppo di colleghi invece cultore
delle ragioni del setting. Un terapeuta più attento ai
contenuti psichici dei pazienti che non alla relazione
terapeuta - paziente, più psicologo che terapeuta, si
confronta con un gruppo attentissimo ai contenitori
relazionali e al setting. Penso che questo terapeuta
possa aver imparato che la psicoterapia non è solo
una faccenda di contenuti psichici. Bene.

Ma il gruppo di supervisione cosa potrebbe avere


imparato da questa esperienza, cioè
dall’accanimento del terapeuta a sostenere la
trascurabilità del suo cambiare sedia?
Che forse certe difficoltà di percorso non sempre
dipendono dalla relazione, ma che invece possono
dipendere dal paziente (carattere, personalità), il
quale potrebbe seguitare ad andare “male” come
persona anche se lavorasse con un terapeuta che
mantiene fermo il suo e l’altrui sedere.
Erba d'altra parte sostiene che attenersi
strettamente al setting, senza prendersi la
responsabilità di derogare dalle regole (com'è quella
di non debordare mai dal limite di tempo della
seduta) sarebbe un esempio di funzionamento
umano, così Erba, di dubbia utilità per il paziente.
Ma la libertà di interpretare le regole del setting, di
cui parla Erba, confina con l’arbitrio. E' una libertà
arbitraria, soggettiva. E allora il terapeuta “che
cambia di sedia” potrebbe dire: mi prendo anch'io la
libertà di interpretare le regole del setting.
Ora, non sto né dalla parte di un rispetto
bacchettone del setting, né dalla parte del sedersi a
capocchia. E' che vorrei esprimere le mie perplessità
teoriche in merito al regolamento delle regole, che
secondo me, ripeto, devono essere ridotte a poche
e certe, allo scopo di limitare l'arbitrio del terapeuta.

Il terapeuta e il paziente certo non stanno su un


piano di parità. E' ovvio che il paziente chiede un
aiuto e paga: ma limitiamoci a questi dati, il resto è
arbitrario. E' dunque in questione il potere del
terapeuta. Ci sono molti modi di far uso del potere,
più giusti, meno giusti, più arbitrari, meno arbitrari.
Non ci piace il terapeuta che cambia di sedia a
rimorchio del paziente, tutto qui: non ci piace. Non
piace a noi.
Ciascuno faccia come si sente, in terapia:
mettiamoci d'accordo su poche, pochissime semplici
cose, appena oltre il dato che il paziente chiede
aiuto e paga.

Il contratto contiene la regola di associare


liberamente, che è in realtà una meta sulla cui via il
paziente farà più o meno grandi progressi. Ma il
contratto contiene altre regole, molto più prosaiche,
nei loro contenuti, della regola di associare
liberamente: pagare, quanto e come, rispettare gli
orari, non saltare le sedute ovvero saltarle
pagandole eccetera. Ora, sono d'accordo con Erba
che le associazioni libere possano rappresentare e
simboleggiare, nella loro difficile realizzabilità, le
aspirazioni impedite dei pazienti, come lui scrive;
posso tentare di considerare le altre regole, quelle
che ho definito "prosaiche", come rappresentanti un
esercizio di realismo, di accettazione dei limiti della
vita quotidiana (la "comune infelicità"). Ma che esse
rappresentino le “aspirazioni impedite” del paziente
non mi torna. Meno mi torna se esse crescono di
numero, come sempre secondo l' "arbitro", colui che
ha il potere di deciderle.

Barare.

E’ dal “barare” sul senso della vita che discende, tra


l’altro, il “barare” sul senso della psicoterapia. Da
quest’ultimo “barare”, può discendere la disonestà
professionale del terapeuta: il “falso sé” terapeutico.

Non poche persone sono alquanto incapaci, per


fortuna, di “barare” sul senso della vita (che è: la
vita stessa che siamo, limitata dalla cognizione della
morte che noi umani abbiamo), ma non sono in
grado di valorizzare questa loro incapacità. La
funzione della psicoterapia dovrebbe essere quella di
portare le persone alla consapevolezza del disagio
che ci tocca nella nostra vita civilizzata . Ogni
psicoterapia che trascuri il senso della vita (che è: la
vita stessa, la vita essendo, come il nostro corpo è
“autoportante”, in sé “sensata”) è un inganno.

I “bari” riusciti non vanno in terapia, io credo, vanno


in terapia coloro che non riescono a “barare”, ma,
povere anime, vorrebbero riuscirci. Va in terapia chi
è abbastanza vicino alla vita da soffrire del suo
conformismo e della sua compiacenza. Ne consegue
che coloro che vanno in terapia sono persone
recuperabili alla consapevolezza del disagio che ci
tocca nella nostra vita civilizzata. La terapia
dovrebbe saper liberare queste persone dal loro
senso di inadeguatezza al gioco truccato che è il
“barare”, “barare” in merito al senso della vita,
aiutandole a limitare al massimo il loro “barare”.

La terapia dovrebbe essere un’esperienza “breve”:


l’analisi, e alcune terapie, durano facilmente troppo
tempo, intendo troppi anni, per essere efficaci,
infatti l’eccessiva durata produce l’abitudine, che è il
contrario del cambiamento. Brevità significa
soprattutto onestà (anche, ovviamente, nel segno
dell’insuccesso, di cui è necessario prendere atto
“responsabilmente”). Brevità significa anche
contenimento del prezzo della terapia.

Lo psicoterapeuta dovrebbe prendere a modello il


medico, il buon medico che non ti trattiene, ma
cerca di curarti e arrivederci, o a non rivederci. Lo
psicoterapeuta dovrebbe essere dunque un “medico
filosofico”. Continuo a usare termini come
“psicoterapeuta” o “terapeuta”, “terapia” e
“psicoterapia”, solo per convenzione.

L’obbiettivo della formazione degli psicoterapeuti


(sia nel regime attuale, regolato dalle scuole
“riconosciute”, sia in un eventuale contesto di
“liberalizzazione”) dovrebbe restare quello di
indebolire nella mente e nell’operare degli allievi (e
dello stesso formatore) il vizio di “barare” in merito
al senso della vita (che è: la vita stessa, in sé
“sensata” come il nostro corpo è “autoportante”. Noi
infatti, come sentiamo il “peso” del corpo solo
quando siamo ammalati o feriti, così ci domandiamo
qual è il senso della vita non solo perché sappiamo
di dover morire, ma anche perché siamo “ammalati”
di civilizzazione, abbiamo in altre parole perduto i
riferimenti alla naturalità della vita, ai suoi
semplicissimi limiti). Ultimo, ma fondamentale, la
formazione dovrebbe insistere nell’interrogare sia gli
allievi sia i formatori sul senso che ha fare, in modo
“responsabile”, lo psicoterapeuta, un “ottimista per
ruolo”.
Transfert e non transfert.

Che io, parlando a qualcuno del mio ultimo giro in


campagna, o della mia nuova macchina fotografica,
sono solo due esempi, dica delle cose per quel
qualcuno, che lo riguardano e riguardano me nella
mia relazione con lui, mi sembra un’idea ragionevole
e affascinante, certo non nuova e difficile da
rifiutare. Apparentemente l’argomento della mia
conversazione rimane la campagna, o la fotografia,
ma è probabile che io svolgerei gli stessi temi in
modo diverso se invece che con quel qualcuno
parlassi con altri.

Se pure non è così per tutti, vi sono persone così


sensibili alla presenza altrui che dell’altro si curano
per mezzo delle loro parole, gli costruiscono come
un luogo dove ritengono che l’altro possa ritrovarsi
ed essere trovato. Dunque al contenuto diretto delle
nostre parole si affianca un contenuto indiretto, di
cui probabilmente non siamo del tutto consapevoli
né noi né l’altro. Che ci risponde magari da dentro i
nostri stessi temi manifesti, ma a sua volta
rivolgendoci le sue “cure”. Costui, come noi, sta in
qualche modo producendo effetti nascosti di parola,
effetti di sentimenti, risentimenti, sensazioni,
pensieri. Due innamorati o due amici possono
accarezzarsi o ferirsi con parole che a un terzo
potranno apparire banali, irrilevanti - loro
godendone, o patendone, moltissimo.

Mi pare che la concezione di Robert Langs sia utile a


comprendere questa faccia della comunicazione tra
terapeuta e cliente. Egli sostiene, nel suo Interazioni
, che le parole del cliente in seduta (le associazioni)
hanno a che vedere in un modo derivato (indiretto)
con la relazione tra il cliente medesimo e il
terapeuta. La verità della comunicazione ha a che
vedere – per Langs, che non menziona Watlzawick
– con il contesto della relazione tra i due.
Precisamente essa si riferisce a qualcosa che il
terapeuta ha detto o fatto in precedenza. Questa
verità è inconscia, ed è il lavoro interno del
terapeuta che contribuirà a chiarirla e a metterla a
disposizione della relazione stessa.
Se il terapeuta si limita a considerare la parte
manifesta delle comunicazioni del cliente, egli
s’ingannerà e ingannerà il cliente, lo stesso avverrà
se il terapeuta guarderà alle associazioni del cliente
come a un tipo di materiale che rinvia a contenuti
unicamente intrapsichici, derivati del primo tipo, nei
termini langsiani. Invece il cliente si riferisce
(sempre?) alla relazione con il terapeuta. Inconscio
è precisamente il fatto che il cliente sta rispondendo
alla presenza attiva del terapeuta. Ciò invita a
prendere in considerazione le tematiche del transfert
e del controtransfert in una figura che evoca la
spirale.

Non appena la patologia del cliente ha luogo nella


relazione con il terapeuta, e in essa si manifesta, per
Langs si ha transfert (nevrosi in atto nel transfert)
da parte del cliente quando il terapeuta abbia agito
libero da controtransfert. Se il terapeuta è stato
motivato invece da controtransfert (sentimenti suoi
personali, certo mossi dalla presenza del cliente), la
risposta del cliente sarà di non transfert, il che
significa – nei termini di Langs – che alla patologia
del terapeuta il cliente risponde in modo
(indirettamente) valido.

Il transfert, la vera patologia, si manifesterà in


seguito a un agire non motivato dal controtransfert
in questa sequenza: non controtransfert – transfert;
viceversa: controtransfert – non transfert.

L’introduzione del concetto di non transfert – curiosa


e forse involontariamente comica, se si riesce a
estraniarsi dal contesto storico e teoretico della
psicanalisi – è utile a Langs per sostenere il suo non
banale punto di vista: che cioè il cliente sarebbe in
grado di sentire (inconsapevolmente) quelli che sono
gli errori del terapeuta, e di esprimere ciò, anche
raccontando sogni. Langs sostiene che invece nella
letteratura psicanalitica viene dato per lo più per
scontato che i fenomeni di controtransfert (che
Langs assume in senso stretto come patologia del
terapeuta) sono rari e riguardano solo errori
madornali. Langs sostiene che nella letteratura il
cliente viene considerato come tendenzialmente
portatore di comunicazioni non valide, distorte,
patologiche, false. Il suo punto di vista, invece, è
che vi è sempre una componente patologica nel
terapeuta, cui il cliente reagisce in modo valido, ma
espresso inconsciamente.

Sembra di poter dire che Langs getta una luce là


dove di solito c’è una penombra di scontata
normalità: dalla parte del terapeuta. Langs mette
dunque in discussione la divisione dei ruoli nel
processo terapeutico. Egli distingue tra terapeuta
designato e terapeuta effettivo, e così tra paziente
designato e paziente effettivo. Talvolta può accadere
dunque che il terapeuta designato si comporti da
cliente e che il cliente si comporti da terapeuta,
inconsciamente.

Come agitatore delle acque Langs non mi sembra un


autore da sottovalutare, quello che non mi convince
è il suo discorso sulla verità, che porta
inevitabilmente ai modi delle sue interpretazioni al
livello dei “derivati di secondo tipo”; egli trova infatti
il modo di interpretare ogni tipo di comunicazione
come riferita alla relazione tra terapeuta e cliente
(questo significa “derivato di secondo tipo”).
Notevole in proposito la parte iniziale del libro, dove,
durante un seminario, viene discussa una sequenza
di sedute portate in supervisione da un malcapitato
terapeuta. Là si vede bene qual è la verità di Langs:
essa è il punto d’arrivo di una linea che porta
sempre nello stesso luogo. Langs è dunque
criticabile nella sua concezione dell’interpretabilità
unidirezionale del materiale prodotto dal cliente,
poiché si vede bene come sia sempre il terapeuta ad
essere il depositario potenziale della verità, che
giace mascherata nelle parole del cliente. Il
terapeuta avveduto interpreta (silenziosamente, cioè
pensa) il materiale prodotto dal cliente in direzione
della relazione in corso, cioè in direzione di uno
smascheramento di cui tuttavia si conosce sempre
l’esito. Il cliente, comunque parli, parla del terapeuta
e di sé, delle sue reazioni al lavoro del terapeuta. Le
interpretazioni proposte da Langs, piuttosto
ingegnose, mostrano insomma la corda di una
tendenza monomaniacale. Nessuno mi convince che
siano vere, sono infatti presentate con arrogante
sicurezza e qualche furberia metodologica.

D’altra parte Langs parla di ipotesi silenziose e di


riconoscimenti impliciti, da parte del terapeuta, della
supervisione inconscia svolta dal cliente, non di
coinvolgimento esplicito del cliente a opera del
terapeuta. In altri termini il cliente è l’inconsapevole
cartina di tornasole della terapia, e una osservazione
silenziosa del cliente può servire da bussola al
terapeuta. Ma per che cosa? Per la gestione del
setting.

Comunque sia, le rivelazioni mascherate del cliente


in merito alla relazione sono dure, e anche peggio,
da sopportare da parte del terapeuta, e non v’è
dubbio che la terapia, nella concezione di Langs,
dev’essere una faccenda dura. Felici sembrano
invece i terapeuti della bugia, i bari, che curano
costruendo sbarramenti all’emergere della verità.

Riferimenti

R. Langs, Interazioni (1980), trad. it., Armando,


Roma 1988. Di Langs segnalo Decodificare i propri
sogni, (1988), dove tuttavia non è in primo piano
l’interazione psicoterapica, ma la vita di ogni giorno.
P. Watzlawick et al. (1967), Pragmatica della
comunicazione umana, trad. it., Astrolabio, Roma
s.d.
E. Codignola (1977), Il vero e il falso, Boringhieri,
Torino.
Lo strano caso del dottor K e del signor Z.

Un collega tempo fa mi ha detto di aver sentito


durante un convegno che il signor Z, protagonista
della nota storia clinica riferita da Heinz Kohut, altri
non sarebbe che l’autore, Kohut, e che dunque il
testo in questione apparterrebbe più al genere
finzionale che non a quello clinico. Non so essere
meno vago, ma bisognerà pensarci: se il signor Z è
Kohut, chi è l’analista? Probabile che rappresenti una
certa ortodossia psicanalitica, includente lo stesso
Kohut prima della sua virata libertaria. Qui
chiameremo l’analista dottor K, e senz’altro lo
distinguiamo da Kohut, che naturalmente dev’essere
distinto anche dal signor Z.
Il signor Z nasce negli anni Trenta, inizia la sua
prima analisi con il dottor K circa nel ‘57 e la termina
verso il ’61; inizia la seconda analisi con il dottor K
circa nel ‘66 e ne esce verso il ‘71. Otto o nove anni
in tutto. Non sembra irrilevante il fatto che il
protagonista sia un ragazzo al tempo della seconda
guerra mondiale: i suoi sogni sui campi di
concentramento possono così acquistare un
significato non generico. I primi anni della vita del
signor Z coincidono d’altra parte con le conseguenze
della grande depressione economica (iniziata dopo
1929): sappiamo che la sua famiglia è benestante,
fatto degno di nota, dunque, nel contesto di un
impoverimento generale del paese (USA) e della
caduta di fortune economiche anche grandi. Non del
tutto a caso quindi i poveri fanno la loro comparsa in
questa storia, precisamente nel punto dove si
accenna alla donna sconosciuta di certi sogni del
protagonista, vestita come una ragazza della classe
operaia, immagine svilita e degradata della madre,
secondo l’interpretazione del dottor K.
Il tema delle barriere sociali appare anche altrove.
Come prova della guarigione del cosiddetto paziente
al termine della prima analisi l’analista osserva: non
solo cominciò a vedersi con ragazze più o meno
della sua età e del suo ambiente, ma ebbe con loro
svariate brevi relazioni. Notevole la sottolineatura
dell’identità sociale delle conquiste del signor Z:
essa fa pensare che se il giovanotto avesse
corteggiato o sedotto ragazze di ambiente sociale
inferiore la cosa non sarebbe interamente piaciuta
del tutto all‘analista. Perché non c’è dubbio che in
un’ottica borghese le relazioni con persone di classe
inferiore siano meno importanti, più facili, meno
maschilmente assertive, nei termini kohutiani, delle
relazioni con persone di pari condizione.
Kohut nasce a Vienna nel 1913. Nel ‘39 emigra negli
USA. Rinasce, e da questo punto di vista ha la
stessa età del suo personaggio. Medico, specializzato
in neuropsichiatria, fa carriera nell’associazione
americana di psicanalisi fino a diventarne
presidente, dal ‘64 al ‘65. Nel testo si legge di una
cartolina di auguri natalizi del signor Z al dottor K, e
di congratulazioni per la carica che in quel momento
stava ricoprendo. L’ascesa sociale di Kohut continua
fino alla vicepresidenza dell’associazione
internazionale di psicanalisi, dal ‘65 al ‘73. Kohut
muore nel 1981.

Sul dottor K possiamo trovare altre notizie ne La


conversazione felice, di Gianpaolo Lai. Al tempo
dell’inizio della prima analisi “lo Psicoanalista di
Chicago” è “sui cinquant’anni, magro, elegante,
ancora un bell’uomo, capelli corti, mancanti sulle
tempie e fin molto indietro sulla fronte turrita, lo
sguardo vivace, un triangolo di fazzoletto bianco che
spunta dal taschino”. All’inizio della seconda analisi
“sembra invecchiato molto più dei quattro anni che
sono passati, ha i capelli lunghi, porta occhiali su
montatura di tartaruga scura. Si muove con
esitazione, si direbbe con cautela”.
Il suo studio, stupendamente arredato, è
impreziosito dalla presenza di una bella assistente
bionda.
Incoraggiato dalle informazioni date da Lai non mi
negherò alcune fantasie su altri personaggi della
storia. Immagino la madre del signor Z con il volto
di Bette Davis, passabilmente diabolico, ma molto
intenso. Questa donna, come appare nelle pagine
della seconda analisi, merita forse, sulla scorta del
“vogliamoci bene finale”, un minimo di rivalutazione.
D’accordo, è tremenda con quelle unghie lunghe e
forti, ma è lei che legge La capanna dello zio Tom al
bambino (Z) quando è malato, o quando va a
dormire. Lei cura il marito malato e morente. Lei
cura la nonna, mentre il figlio e il marito sono a
spassarsela sulla neve in Colorado. Lei rimane sola
come un cane dopo che il marito è morto e il figlio
se ne è andato a vivere per conto suo. Infatti
comincia a dare i numeri. Una povera vecchia -
antipatica.
Il padre del signor Z, un personaggio che,
nonostante la rilettura fattane nella seconda analisi,
resta sbiadito al confronto con Bette Davis, mi piace
che abbia il volto di Dean Martin. Ciò permette di
fargli fare a dovere quel numero davvero notevole al
bar dell’albergo in Colorado (un po’ fanfarone, bella
voce - alticcio salta sul palco e si mette a cantare).
Lo stesso dottor K non nasconde di avere dei dubbi
sulle qualità del signor Z senior: certo non è
soffocante come la moglie, con le sue arie da
intellettuale, con i suoi conati poetici e i suoi quadri:
è uno sportivo, un animale da salotto, e se la cava
negli affari. In memoriam al signor Z piace, e questo
basta.
Del protagonista abbiamo tentato un profilo più che
altro anagrafico, finora. Sappiamo che il signor Z è
di bell’aspetto, ben fatto, muscoloso. “Il volto
sensibile e pallido, pensoso e da sognatore,
contrastava molto con il fisico atletico. Parlava
sommesso, spesso esitando”. Lai rincara: “un
giovanotto sui venticinque anni, decisamente bello,
aspetto sportivo. Dice l’assistente: Non si vedono
tutti i giorni bei ragazzi così. Pensando a lui lo
chiamavo il tennista”.
Il signor Z è in realtà un intellettuale, ama la
letteratura, l’arte, il cinema, il teatro. A un tratto
sappiamo che fantastica di seguire le orme del
dottor K. (circostanza ironica, se è vero che il signor
Z ha a che vedere con Kohut). Da quel che leggiamo
nell’ultima pagina del saggio il signor Z insegna: ha
allievi. Ha un caratterino pepato, da cosiddetto
narcisista. Ex ragazzo benestante e viziato, Lai gli
dona questo vivacissimo linguaggio: “Lei se ne fotte
di me. Lei moltiplica i dollari di una seduta per
cinque giorni alla settimana, per quattro settimane
al mese, e se ne frega. La settimana prossima se ne
va ancora. Al solito fottuto congresso. L’ho letto sui
giornali di ieri. E mi lascia solo. Mi fa parlare,
parlare, parlare, poi quando ho tirato fuori tutto mi
guarda affogare nella merda. E per non sentire il
puzzo se ne va ai congressi. Ma non può andarsene.
Non ne ha il diritto, io ho il diritto di essere aiutato.
Ho bisogno di lei. Se mi lascia solo anche la
prossima settimana non so cosa farò. Sì, lo so, mi
farò fuori. Tanto a cosa serve. Non ho nessuno. Mia
madre è matta e egoista, lei è matto e egoista”.
Là dove il dottor K osserva che il giovanotto non è di
quelli che scindono l’ideazione dall’affettività,
troviamo nel nostro eroe la qualità di un essere
umano degno di questo nome. Ne potrebbe venir
fuori un romanziere, o appunto un analista, magari
uno studioso di letteratura. Spalle larghe, voce
sommessa. Muscoli da sportivo, espressione da
sognatore. Il tennista, l’intellettuale, il borghese, il
masochista. Il seduttore sedotto. Il narcisista. Un
eroe da romanzo. Uno che esce a metà seduta senza
sbattere la porta. Il suo pane sono le parole.
Sulla base del testo Lai risale dal metalinguaggio
dell’autore al linguaggio del paziente. Ne abbiamo
dato un esempio, altri potremmo darne:
quest’operazione soprattutto interpreta molto bene i
temi toccati, le fantasie masochistiche, gli accessi di
rabbia narcisistica. Aiuta soprattutto a leggere la
storia del signor Z e del dottor K consentendoci di
provare l’intensità delle passioni che possono
manifestarsi in analisi. D’altra parte contribuisce a
un’idealizzazione dell’analista, perché il
metalinguaggio usato dal dottor K smorza l’effettiva
portata dell’ira del signor Z o, per esempio, delle sue
fantasie masochistiche, smorza la qualità del dolore
del paziente, e di conseguenza la qualità della fatica
dell’analista per contenere tutto il groppo passionale
che sale dal lettino. Il metalinguaggio psicanalitico è
sì spesso fumoso, gergale, ma è antiprotagonistico.
E’ improntato alla modestia. L’espressione “richieste
narcisistiche” non brucia affatto, se si confronta con
il “Lei se ne fotte di me, lei mi guarda affogare nella
merda”. Un analista capace di contenere questa roba
(certo, è il suo mestiere) è facilmente idealizzabile.
Lo “spacchettamento” che auspica Spence, in altri
termini l’esposizione di elementi che consentano a
chi legge un caso clinico (il pacchetto) di entrare
davvero nel clima della vicenda terapeutica, di poter
dire sì oppure no alle interpretazioni dell’autore,
apre la strada a possibili esiti di tipo letterario,
narrativo: penso al lungo racconto dell’incontro tra
Marlow e Jim in Lord Jim di Joseph Conrad Quanti
analisti ne sarebbero capaci? Lo spacchettamento
implica un denudarsi che forse non è facile tenere
lontano da esibizionismi di qualche tipo, da
protagonismi.
Lai nel suo libro procede dunque allo
spacchettamento del testo, per forza di cose
aiutandosi con l’immaginazione. Come che sia, il
mestiere dell’analista, una volta spacchettato,
appare parecchio difficile.
Sul finire dell’ultima scena della sua ricostruzione Lai
fa dire al signor Z che il dottor K è cambiato grazie a
lui (il cliente), ed è il dottore che dovrebbe pagare le
sedute. Forse questa è una forzatura, nel senso che
nella collera del cliente contro l’analista per avergli
fatto fare due analisi, per averlo lasciato invecchiare
in attesa degli insight giusti, non so se ci stanno le
parole escogitate da Lai. Tuttavia quest’ultimo ha
ragione. Dal testo nel complesso emerge che il
dottor K deve molto al signor Z, almeno quanto
questi deve a lui. Se sono la stessa persona
finzionalmente articolata in due personaggi, è in
questione una sintesi tra narcisismo e maturità.
Durante la prima analisi il dottor K è come una
madre, per l’appunto la madre del signor Z, che
pretende obbedienza e tiene il figlio sotto un
dominio totale. Una madre antipatica: quando
raggela la conversazione del figlio con un amico
venuto a trovarlo a casa, quando vanta la forza e la
lunghezza delle sue unghie, quando sottopone il
figlio a lunghe sedute di estrazione di punti neri. Il
dottor K, con la sua (asserita) fedeltà alla
psicanalisi, sottopone il signor Z a sedute che
mirano all’estrazione dei “punti neri psichici” del
paziente: i desideri di possesso esclusivo della
madre, le fantasie incestuose, il diniego del rivale
edipico, la regressione difensiva, la fissazione alla
madre. Il paziente, tanto grande è il suo bisogno di
sentire una persona come fonte di forza e
consistenza per il suo Sé incerto, si adatta a questa
madre analitica, e per amor suo non solo gli (le)
offre temi edipici che lo (la) soddisfino, ma anche
comincia a dar segni di essere diventato un bravo
ometto, tanto per provare alla madre-analista che
sta uscendo dal narcisismo per andare verso l’amore
oggettuale. L’analista è contento: tutto è a posto,
secondo le incrollabili convinzioni teoriche della sua
monomania psicanalitica. Il ragazzo è sì un po’
moscio, non sembra tanto allegro di essere giunto
nella terra felice del cosiddetto amore oggettuale (le
ragazze del suo ambiente!), ma insomma…
Il dottor K non afferma di dover qualcosa al signor
Z, almeno non esplicitamente, ma si mostra
consapevole di essere cambiato grazie anche al
signor Z, che diventa così un “santo” (magari
finzionale) nel calendario della psicanalisi
contemporanea. Vi è una frase, nelle pagine
dedicate alla prima delle due analisi, che il paziente,
uditala dall’analista, a lui la riporta come vera causa
del suo cambiamento, del suo abbandono delle
illusioni narcisistiche e relative rabbie. Eccola:” Of
course, it hurts when one is not given what one
assumes to be one’s due “ (certo, fa male quando a
uno non vien dato quel che considera dovuto). It
hurts. Il signor Z dice di essersi calmato (non grida
più “lei se ne fotte di me”) non a causa della
elaborazione terapeutica dei temi narcisistici, ma a
causa di quella piccola concessione quasi scovata (è
l’attenzione ai segni dell’amato di ogni innamorato)
tra le parole dell’analista.
Il signor Z con il sottolineare quella frase ha gettato
un seme - e forse la psicologia psicoanalitica del Sé
di Kohut (“svolta libertaria”) è nata quando egli ha
concesso che sì, it hurts. Quel giorno la morale della
maturità - devi crescere, non sei più un bambino -
ha iniziato a far posto ad un’altra morale, quella che
si potrebbe sintetizzare così: ti capisco, bambino
mio!
Quando il signor Z (rappresentante di Kohut e di
tutti i clienti o analisti in formazione, come lui
rieducati secondo la morale della maturità) ha -
forse con un sorriso lieve - fatto notare di essere
cambiato a causa di quella manifestazione di
empatia, e non a causa dell’elaborazione
terapeutica, il dottor K (rappresentante dei maestri
ortodossi di Kohut e del primo Kohut stesso) ha
ricevuto lui l’insight giusto per cominciare a
diventare il secondo Kohut, per cominciare a
lavorare alla sua opera innovatrice.

Nelle considerazioni finali il dottor K sottolinea che il


suo paziente nel corso dell’analisi ha parlato molto di
sé e dei suoi problemi professionali, ma
relativamente poco dei suoi rapporti con le persone.
Afferma che “la vita di relazione non potrà dare al
signor Z le soddisfazioni maggiori. Così, per quanto,
al termine dell’analisi, pensassi che l’area delle
relazioni interpersonali per lui non avrebbe mai
giocato quel ruolo dominante che gioca per la
maggioranza delle persone, e che non gli avrebbe
dato le soddisfazioni maggiori, sentii che il settore
narcisistico-creativo della sua personalità, con le sue
ricche risorse, era sufficientemente libero e
abbastanza stabilmente consolidato da giustificare la
fiduciosa speranza che lui sarebbe stato capace di
condurre una vita soddisfacente e gioiosa”.
C’è veramente da domandarsi quale sia lo stato
psichico del signor Z al termine della seconda
analisi. Nell’eufemismo del dottor K (...non gli
avrebbe dato le soddisfazioni maggiori) s’intravede
che il signor Z sia come condannato ad avere
relazioni non felici. E’ da se stesso che egli potrà
trarre la forza di vivere in modo gioioso. Soprattutto
dalle sue risorse. In questo senso è un uomo
tragico. Come molti individui che vivono nel nostro
tempo. La tragedia che egli porta e rappresenta è
avvenuta e continua a innervare la vita di ogni
giorno. L’amore gli è venuto meno, dalle persone
significative e decisive, quando serviva. Abbiamo a
che fare con una condizione luttuosa che solo nel
corso della seconda analisi il signor Z riesce ad
elaborare, creandosi un genitore, con l’aiuto
dell’analista. Perdonando la madre (e uscendo così
dal suo dominio?). Il lavoro del lutto sembra
compiuto. Adesso si può fare qualcosa, si può essere
una persona autonoma. Ricordiamo il signor Z degli
inizi: solo, isolato, vede un amico come lui
spaventato dalle donne, va al cinema, a teatro,
legge. Ma la sua vita è vuota. Adesso ha un lavoro
da fare, il suo, che gli interessa: ha degli allievi, ha
dei progetti, è vivo. Non è costretto a guardare
soltanto (teatro, cinema). E’ lui l’attore della sua
vita.

Riferimenti

H. Kohut (1979), Le due analisi del signor Z, trad.


it., Astrolabio Roma,1989. La traduzione dei brani
qui riportati (dall’ International Journal of
Psychoanalysis,1979, 60, 3) è invece opera mia.
G. Lai (1985), La conversazione felice, Il saggiatore,
Milano, pp.141-153.
G. Lai (1982), In memoria di Heinz Kohut, in
Psicoterapia e scienze umane, n.4.
D.P.Spence (1982), Verità narrativa e verità storica,
trad. it., Martinelli, Firenze 1987, pp.203-214.
J. Conrad (1900), Lord Jim, trad. it, Garzanti, Milano
1974, capp.7-13.
Il reduce dalla Russia.

M’ha raccontato Silvia un’avventura di suo padre:


soldato nella seconda guerra mondiale, fu capace di
ritornare a casa dalla Russia a piedi. Non serve
ricordare che moltissime famiglie italiane hanno
nella loro storia un vuoto, un buco nero dei ricordi,
la perdita di un parente disperso, si capisce che il
padre di Silvia merita tutta la nostra considerazione.
Insieme ad altri pochi compagni questo ragazzo
seppe orientarsi attraverso un continente
sconquassato, a piedi, per tornare a occupare il
posto che la sua nascita gli aveva dato.
Ho tenuto il pensiero di quest’avventura a lungo per
me, ogni tanto mi veniva di ritornarci, e pian piano
si è formata una certa idea. Che ciascuno di noi
abbia un definito numero di talenti da spendere, o se
vogliamo da giocare. La maggior parte di noi
consuma in modo costante e progressivo i suoi
talenti, nel corso di una vita normale. Tuttavia è ben
possibile che certe occasioni ci chiamino, in un dato
momento, a consumare tutti o gran parte dei nostri
talenti. Non importa se l’occasione si presenta in
gioventù: il resto della vita rimarrebbe dunque da
trascorrere (quasi) senza talenti, in una condizione
di sopravvivenza, di quiescenza che può ben essere
guardata come priva di interesse e di significato.
Sopravvivenza.
A proposito del padre di Silvia ho dunque cominciato
a pensare che non solo ha compiuto una grande
impresa umana e podistica, ma anche che la lunga
marcia lo abbia esaurito. Ci sarebbe da dire
qualcos’altro: fare tutta questa fatica soltanto per
riprendere il proprio posto è straordinario,
terribilmente umano. Capite? Un’impresa
straordinaria che ha come meta l’ordinario.
Queste idee danno un senso nuovo alle carenze su
cui Silvia ha sempre insistito raccontando del padre,
un uomo che sembra girare al minimo avanzando su
binari poco appaganti, anzi frustranti, per la figlia, in
un’ordinarietà alla fine anche repressiva. Ai
rimproveri di una figlia al padre si possono dare
significati edipici. Il desiderio della figlia messo a
tacere, si trasforma in ostilità, in aspre critiche, in
sarcasmo, o che so io: nel caso di Silvia è andata più
o meno così, Edipo o no. Il desiderio del padre, non
capito da lui, represso, comunque evitato, si
trasforma in carenza, in distacco, in freddezza, in
severità verso la ragazzina che cresce. La figlia
interpreta tutto questo (come darle torto?) come
disamore, mentre è solo paura dell’amore, un
equivoco causato dal tabù dell’incesto (mentre si
tratta di rispecchiamento), un timore di sedurre.
Silvia vede a otto anni nascere un fratellino, più o
meno è da quest’epoca che iniziano i primi dissapori
con il padre. I fatti, o meglio i detti di Silvia,
testimoniano di una lotta fra lei e il padre, e del suo
risentimento, della sua mancanza di stima (per gli
uomini). Naturale che l’impresa del ritorno dalla
Russia non sia da lei capita nella sua grandezza. E
allora dev’essere andata così: che io ho iniziato ad
idealizzare il padre di Silvia al posto suo,
inavvertitamente, silenziosamente. Intanto cercavo
di accontentare i suoi bisogni insoddisfatti di essere
vista come una persona degna di stima, simpatica,
intelligente, piacevole. Ho cercato di tirarla su dalle
ortiche dove usava buttarsi. Un risultato della sua
diatriba oramai lunga decenni con il padre (per
limitarci doverosamente a quest’aspetto).
Un bel giorno ho comunicato (era l’occasione) a
Silvia questa mia idea, che la grande impresa del
ritorno poteva ben aver succhiato tutta l’energia a
suo padre, poteva avergli tolto quel po’ di gioia di
vivere che ci vuole per stare coi bambini, per
continuare a essere presente con una figlia quando
cresce, non è più una bambina, comincia a essere
una donna, quasi. Non sapevo che reazione avrebbe
avuto, Silvia, sapevo solo che l’informazione che le
avevo dato mi stava a cuore. All’incontro successivo
subito lei mi dice che l’idea l’ha colpita, che ha
intervistato il padre su quest’avventura e gli ha
proposto di raccontare per filo e per segno il viaggio
e le peripezie.
Mi pare che adesso Silvia abbia preso in sua mano
(senza la mia vicarietà), se non l’idealizzazione,
almeno la valorizzazione del talento paterno per i
viaggi di fortuna, l’interesse per suo padre, in breve.
E forse che possa cominciare a capire perché lui non
ha corrisposto alle sue esigenze di figlia. Perché era
stanco.
A questo punto chi legge potrà pensare che non
serve essere reduci dalla Russia per mancare come
genitori, e io non saprei dargli torto. Mi confuto da
solo: tuttavia rilancio. Vi sono padri (genitori) che
sono ritornati a piedi dalla Russia: questi deludono
le richieste dei loro bambini per stanchezza. Vi sono
tuttavia genitori che non sono riusciti a far ritorno
dalla Russia: questi deludono ancora di più i loro
bambini, per assenza. Vi sono genitori che non sono
stati in Russia, e che non deludono i loro bambini
perché non sono né stanchi né assenti, ma al
contrario sono presenti e vitali quanto basta. A
quest’ultimo gruppo di genitori faccio i miei
complimenti, permettendomi però di precisare che
dubito che esista qualcuno che, all’età di essere
genitore, possa “non essere stato in Russia”.
Si capisce perché la mia idea comunicata a Silvia mi
sta a cuore: anch’io sono un padre (naturalmente
“reduce dalla Russia”, non importa dirlo), e mi
ricordo di mio padre (“reduce dalla Russia”, certo).
Chiamatelo controtransfert, considerate l’ipotesi che
le recriminazioni di Silvia avessero anche me come
bersaglio. Ma quello che conta è che con il pretesto
dell’impresa del padre, io ho potuto metterla in
contatto con un limite assai diffuso tra i genitori:
una linea che separa l’entusiasmo, la voglia di fare
dei bambini, quando sono sani, dalla relativa
fiacchezza dei genitori, quando hanno già visto,
quando sanno, ebbene sì, che la vita non è poi
questa gran cosa. Del resto non abbiamo altro, e
questa non è una gran consolazione.
Chi legge avrà notato il nome leopardiano della
protagonista di questo racconto: come dice?
All’apparir del vero. La Russia è l’apparir del vero.
Fortunata Silvia che ha un padre facile da raccontare
come un eroe.
La teoria dei talenti quindi cade? No, ma va
riformulata, visto che abbiamo fatto la scoperta che
si può esser genitori mosci anche in condizioni
normali, quando i talenti son giocati a tempo e luogo
giusti, uno alla volta, e non tutti insieme, per
sopravvivere, o la borsa o la vita. Primo Levi si
suicida e qualcuno può pensare che abbia peso in
questo gesto anche Auschwitz: ma quanti, tra i
suicidi, sono persone sopravvissute ad Auschwitz?
Viene da pensare che con la mancanza di gioia di
vivere (talenti da spendere, da giocare) si sbagli a
cercarne una causa. Che serva piuttosto
rappresentarla, starle vicino, averne una
comprensione, caso per caso. Fortunata Silvia,
ripeto, che una ragione, se non una causa, può
darla, dei talenti perduti di suo padre.

Riferimenti

Propriamente il talento era una moneta. A parte la


parabola dei talenti (Vangelo secondo Matteo, 25,
14-30), che induce a pensare ai talenti in termini
d’investimento dei medesimi, si pensi a Le
avventure di Pinocchio (capp. XVIII e XIX), quando il
protagonista si lascia convincere dalla Volpe e dal
Gatto a far fruttare le sue monete d’oro
seppellendole nel Campo dei Miracoli. Nel Dizionario
Enciclopedico Treccani alla voce talento troviamo
due ordini di significato metaforico: volontà, voglia,
desiderio; ingegno, doti intellettuali, capacità.
Un inguaribile romantico.

Si tratta del titolo italiano di un film statunitense:


il protagonista svolge, accanto alla pratica privata di
psicanalista, del lavoro ospedaliero con pazienti
psicotici. Mentre l’attività privata va avanti noiosa,
ritmata dalle sedute con persone che si lamentano di
guai d’identità, di problemi sessuali, ivi compresi
quelli omosessuali, l’attività in ospedale è varia e
ricca di curiose terapie. E’ così che a un giovane
caduto in miseria a causa della sua convinzione di
avere il cranio penetrato da raggi extraterrestri che
lo influenzano, l’analista consiglia e dà una calotta di
carta stagnola come schermo contro i raggi.
Un giorno, alla festa di compleanno di un collega, il
nostro viene a sapere dal festeggiato che una
giovane paziente l’ha fatto innamorare. Durante le
sedute, mentre lei gli parla dei suoi problemi, il
collega fantastica di partire con lei per Parigi. Inviala
da un altro analista, suggerisce il nostro
all’innamorato, che si tormenta a causa di
quest’episodio controtransferale. Il collega risolve il
problema morendo d’infarto, e la giovane paziente si
presenta al protagonista, che si innamora di lei. Già
durante il primo incontro compone la fantasia di
avvicinarsi a lei e di baciarla, al che appare il
fantasma di Freud. Uscito da un ritratto appeso alla
parete, Freud rimprovera all’analista il suo
atteggiamento e gli ricorda bonario la sua opera
sulla tecnica della psicanalisi. In poco tempo
l’analista non riesce più a sopportare i suoi clienti
noiosi, e si concentra da una parte sul lunatico dal
cranio penetrato, dall’altra sulla ragazza. E’
innamorato, la segue per strada fino al teatro dove
lei prova da attrice principiante. Al termine di una
seduta la ragazza dimentica nello studio la borsa,
contenente tra l’altro le chiavi di casa, e il
protagonista, romantico inguaribile nonostante i
paterni rimbrotti del fantasma di Freud, va di filato a
casa della ragazza e si mette a leggere il suo diario,
dove trova riferimenti a se stesso che aumentano il
suo innamoramento. La ragazza rientra a casa
insieme a un corteggiatore, e il nostro è costretto a
nascondersi nella doccia. S’inzuppa d’acqua, e non
può fare a meno di lasciarsi scoprire. Dichiara i suoi
sentimenti. La ragazza lo asciuga, l’analisi finisce e
inizia una relazione amorosa.
Se tutto va bene da questo lato, il resto non sta più
insieme. Il nostro si rivolge a un analista anziano,
probabilmente il suo vecchio maestro, e costui gli
dice di smettere subito questa relazione, tutta
basata sul transfert, e di aspettare per vedere se i
suoi sentimenti reggono a una pausa. Soprattutto è
necessario che, per il bene della categoria degli
psicanalisti, non vi sia nessuna sovrapposizione tra
la relazione amorosa e quella terapeutica. Se si
venisse a sapere, all’intera categoria verrebbe un
danno. Il nostro accetta il consiglio, datogli con
notevole grinta, ma senza malanimo, e comunica
all’esterrefatta ragazza la sua decisione.
L’unico cliente privato non noioso, un signore
anzianotto con tendenze al suicidio, contribuisce
però a far saltare definitivamente il precario
equilibrio del nostro, dal punto di vista
professionale. Ubriaco di alcool e di psicofarmaci, la
sera dell’ovvia riappacificazione con la ragazza,
viene chiamato d’urgenza dal cliente suicidale.
Riesce a recarsi allo studio, ma il suo stato è tale
che l’aspirante suicida chiama un’ambulanza e
accompagna all’ospedale l’analista. Dentro
l’ambulanza c’è la resa dei conti. Capisco di aver
gettato via i miei soldi per tutti questi mesi, dichiara
il cliente. Il nostro gli assicura che glieli restituirà.
Tutto precipita. Liquidati i clienti privati dichiarando
loro che soffrono di mali incurabili nel senso che non
sono mali, a una signora il nostro consiglia di
prendersi un amante. Scoppia lo scandalo. Il cliente
suicidale scrive alla società psicanalitica locale per
denunciare quanto gli è successo. Il nostro è
convocato davanti ad alcuni anziani a casa del suo
maestro. Stupende mummie, quel che li colpisce
specialmente è l’avvenuta restituzione del denaro,
ma naturalmente ancora parlano di scandalo, dei
danni alla comunità psicanalitica – adesso chi si
rivolgerà a noi?
Il nostro potrebbe cavarsela, basterebbe che
smettesse di vedere la ragazza, e anche di curare i
lunatici, che sono secondo gli anziani analisti
inguaribili. Insomma, quello che gli si chiede è un
ritorno all’ordine, ma lui rifiuta, tra l’altro il lunatico
caduto in disgrazia a causa dei raggi extraterrestri
sembra dare segni di miglioramento – in una scena
ha un cartello attaccato al petto: Sorry, I’m Crazy.
Rifiuta, il nostro inguaribile romantico, e si esibisce
in un gesto di abilità: sfila di colpo la tovaglia dalla
tavola apparecchiata, intorno gli anziani. Il gioco
riesce, l’anziano maestro applaude entusiasta - solo
lui. Sembra una provocazione Zen. E’ uno
smascheramento: per mangiare non servono veli.
E il fantasma di Freud? Appare nel finale: come il
nostro lascia lo studio, così Freud lascia la scena,
dice che se ne andrà in Messico, là dove magia,
religione e psicologia si mescolano:la psicanalisi è
stata un esperimento temporaneo, non avrebbe mai
pensato che potesse diventare un’industria.

Riferimenti

“Un inguaribile romantico”, di M. Brickman, USA


1984. con D.Moore, l’analista, A.Guinness, Freud,
J.Huston, il maestro. La formula “propongo di
interrompere il trattamento e, dopo una congrua
pausa, di iniziare a vederci socialmente” è riportata
anche in “Harry a pezzi”, di W.Allen, USA 1997.
Trasformazioni

All'inizio della mia attività pensavo che la


psicoterapia dovesse essere una pratica di
smascheramento utile a promuovere nella persona
un sapere dell'inquietante (Fachinelli), del suo
proprio inquietante - peccato che io tendessi ad
abusarne con i clienti. Nella seconda fase della mia
attività, tra la fine degli anni Ottanta e la prima
metà degli anni Novanta, liberatomi in parte della
passione per il cosiddetto smascheramento (in
terapia), mi è piaciuto pensare che la psicoterapia
debba essere un’occasione in cui il cliente fa
l'esperienza piuttosto straordinaria di esser
compreso: si direbbe quindi che sono passato dal
metodo della ricerca dell'inquietante al metodo della
ricerca della comprensione. Le mie terapie del resto
sono servite in realtà a far sentire i clienti meno soli
nel corso delle loro vicissitudini, indipendentemente
dalle mie intenzioni, fossero esse inquietanti o di
comprensione. Credo di essere stato un
accompagnatore - una volta un cliente, a cose fatte,
dichiarò che io l’avevo aiutato in un suo momento
critico; Fabrizio, invece, quando terminava una
seduta, a suo dire si sentiva come alleggerito.
Come avevo fatto ad aiutare il primo? Come ad
alleggerire l’altro? Forse ponendomi, consapevole o
meno, come loro avvocato difensore (A.Miller, cui
dobbiamo questa similitudine, parla in realtà di un
avvocato difensore del bambino, a suo dire celato
nella persona in analisi). Nella mia seconda fase,
quella della comprensione, ho fatto deliberatamente
da avvocato difensore, nella prima fase ero troppo
interessato ai cosiddetti abissi dell'inconscio del
cliente (si trattava prima di abissi miei) per stare
interamente dalla sua parte. Questo era un fattore di
inefficacia.

Quali sono i fattori di efficacia della psicoterapia?


Stare con è efficace, stare contro è inefficace;
sembra una banalità, ma non lo è – molte terapie
lavorano in sostanza contro i clienti e contro la
verità dei loro drammi, dalla parte dei genitori dei
clienti - e dei genitori dei terapeuti - quindi esse
sono sostanzialmente inefficaci, se non addirittura
“dannose”, in quanto promuovono nei clienti
un’inautenticità perbenistica di marca psicoterapica.
I limiti generici dell’efficacia della psicoterapia - a
confronto con la complessità della vita - sono
dunque aggravati in molti casi dall’assetto mentale
ed emotivo dei terapeuti, che lavorano in base alla
morale colpevolizzante che in realtà sta al centro
dell’infelicità dei loro clienti. Degno di nota è tuttavia
che la stragrande maggioranza dei clienti, proprio in
base alla morale che sta al centro della loro
infelicità, non desidera entrare in contatto critico con
le proprie ferite grandi o piccole, con la brutalità
eventualmente subita e appresa nell'infanzia dagli
adulti significativi, o in contatto critico con la
prevalente brutalità quotidiana della vita: non è
disponibile a mettere in discussione il trascorso
operato dei genitori né la prevalente brutalità della
vita, quindi la maggioranza dei clienti preferisce una
psicoterapia sostanzialmente inefficace, una nuova
maschera, o meglio preferisce senz'altro far ricorso
agli psicofarmaci, che operano al buio e costano
molto meno della psicoterapia.

E' difficile valutare l’efficacia della psicoterapia,


soprattutto in rapporto al suo costo elevato. Si tratta
dell'argomento dei risultati, evidentemente dei
risultati positivi, posto che ve ne possano essere
anche di negativi. Quando andai a chiedere l’analisi
a Fachinelli, durante la nostra conversazione lui mi
disse che, se un cliente immobilizzato o quasi da una
grave ossessione (ne ha scritto ne La freccia ferma),
cioè dai rituali che l'ossessione lo costringe a
rispettare, dopo il lavoro d’analisi riesce ad uscire di
casa e a muoversi - “magari alla zoppa”, aggiunsi io,
“magari alla zoppa”, convenne Fachinelli - bene,
questo è un risultato, e si può valutare
positivamente l'efficacia della terapia. Fachinelli in
quell’occasione valutava il risultato in soldoni,
dunque; stavamo parlando dell’individuazione, meta
invece preferita, almeno in astratto, dagli junghiani,
e Fachinelli proponeva quel suo criterio volutamente
minimalistico e concreto. Fachinelli era un dandy
della psicanalisi?
L’individuazione rimane una meta, d'altra parte,
essa è un cammino che il soggetto avrà da fare fino
alla sua morte; si tratta del cammino di liberazione
dal peso del collettivo, dal peso di ciò che non siamo
o non siamo capaci di essere: si tratta di uscire, ma
davvero, dal gregge. Magari per trovare qualcosa di
meglio dal punto di vista collettivo.

Un cliente che mi aveva chiesto aiuto per riuscire a


realizzare un progetto di vita rinnovata ostacolato
dalla sua tensione tra due donne, adesso, a quanto
ne so, vive con la donna che lui voleva, e ha due
bambini - mentre nel passato aveva costretto la sua
precedente donna ad abortire. Si direbbe che il mio
apporto a quest’uomo sia stato efficace, se ha
contribuito a placare la sua tensione, preso tra due
donne entrambe agguerrite, ad aiutarlo a fare la sua
scelta. Ancora valutazione in soldoni. Faccio ora un
esempio di valutazione non in soldoni: verso la fine
del lavoro - che si era protratto per quattro anni con
un costo per lei non piccolo - Silvia mi raccontò un
sogno nel quale in auto prendeva una viuzza diversa
dal solito per recarsi in un luogo a lei abituale,
passava davanti a un certo giardino significativo
della sua infanzia, si fermava e vedeva che dal
giardino usciva della crema in gran quantità. Il
percorso alternativo, la dolcezza e abbondanza del
contatto con l'infanzia (Silvia era diventata madre in
quei mesi), queste e altre immagini del sogno mi
dettero l'impressione che il lavoro fosse stato
efficace. Questi evidentemente non sono soldoni. Ma
se la valutazione in soldoni è in fondo
insoddisfacente, quella non in soldoni è incerta,
soprattutto se si tiene conto che appunto i soldi sono
sempre in questione – mi riferisco ai costi della
terapia. Mi ricordo infatti che Silvia, in una sua
affettuosa lettera di saluti, anni dopo, con mio
grande stupore menzionò, quanto ai risultati della
terapia, l'indebolimento di certe sue difficoltà
(panico) inerenti la guida extraurbana
dell'automobile, e il blando persistere della sua fobia
dei serpenti - argomenti dei quali il nostro lavoro si
era occupato ben poco.
Ho lavorato con tre, con due, con una seduta alla
settimana, e anche con due sedute al mese, a
seconda della disponibilità di denaro dei pazienti, in
rapporto al livello dei prezzi da me praticati. La
misura più utile, due sedute alla settimana, come
pensavo anni fa, è di fatto quella con cui ho lavorato
nella maggioranza dei casi, tuttavia essa certo può
risultare onerosa per il cliente: si vede dunque che il
numero di sedute rimanda al costo della terapia, ma
naturalmente rimanda anche al tema della
cosiddetta dipendenza. Che la terapia sia, in termini
anche economici, onerosa per il cliente non è
soltanto un male, credo, perché in questo modo il
cliente ha la spina del costo, spina che gli rivelerà
come lui sia malato anche in quanto lascia tanti soldi
al mese a un tizio, solo per parlare, per farsi
ascoltare. E’ una rivelazione che, se non vale la
cosiddetta salute mentale ed emotiva, penso che
rimandi a un’attenuazione del disagio. Con costi
bassi la malattia sentimentale, emotiva, mentale,
del pagare un tizio per parlare e farsi ascoltare,
tende a non rivelarsi tanto presto. Nel corso della
mia ultima esperienza da cosiddetto paziente, è
successo che a un tratto tutti quei soldi mensilmente
travasati dal mio conto nel conto dell'analista, hanno
cominciato felicemente a farmi gola, mentre prima
non mi facevano gola. Stavo quindi meglio.
Due o tre sedute alla settimana possono servire allo
stesso scopo, cioè alla più rapida estinzione del
bisogno di terapia, sintomo di disagio (ed anche
segno di voglia di star meglio, d’accordo), mentre
forse quattro o addirittura due sedute per mese
tendono a non estinguere presto il bisogno di
terapia, ma a renderlo di lunga durata, con vantaggi
per il terapeuta, che avrà assicurata per anni la sua
piccola rendita, indicizzata e legittimata dallo Stato.
La dipendenza, esperienza utile da fare nel setting
terapeutico solo se il terapeuta sia capace di
lavorarci senza approfittarne, in teoria dovrebbe
essere accresciuta dalle sedute numerose, utili in
quanto numerose per lavorare alla dipendenza - o
attaccamento infelice. Le sedute diradate in teoria
sembrano permettere meno elaborazione dei temi di
dipendenza, sottolineo in teoria, infatti è anche vero
che in genere la scarsità accresce il bisogno e quindi
la dipendenza. Le sedute diradate possono essere
viste in positivo anche come una traccia di percorso
da seguire, da parte del soggetto, in autonomia: si
potrebbe dire che le sedute diradate tendono a
mostrare al cliente più la persona sana che lui è, che
non la persona malata e bisognosa. Mi trovo incerto
e contraddittorio, qui come altrove, ebbene sì.
In base a quanto indicavo poco sopra, anche la
spesa relativamente bassa, dovuta beninteso alle
sedute diradate, potrebbe aiutare il cliente a vedersi
come persona fondamentalmente sana che non deve
spendere troppo per la sua salute.

Le sedute, nelle mie terapie, hanno avuto la durata


di sessanta (e più) minuti, poi sono passato a sedute
di cinquanta minuti, infine sono ritornato ai sessanta
veri e propri. Penso che le diffuse misure di
cinquanta e di quarantacinque minuti servano al
terapeuta a ricavare tempo per vedere più clienti,
infatti l'intervallo di dieci o quindici minuti tra una
seduta e l'altra consente di vedere un cliente ogni
ora, cosa di fatto difficile con sedute di sessanta
minuti, a causa dei possibili sforamenti. Mi riferisco
a terapeuti che hanno a cuore il setting. Non mi
permetto di criticare chi rosicchia i dieci o quindici
minuti per la sua bottega, purché non mi venga a
raccontare che lo fa per motivi diversi. Da un altro
punto di vista direi tuttavia che un'ora di seduta,
specie nelle terapie prolungate, è eccessiva: certo i
quarantacinque, cinquanta, o sessanta minuti di
seduta cambiano, soggettivamente si allungano o si
accorciano, a seconda che la terapia funzioni a tre a
due o a una seduta per settimana. Il tempo è
un’estensione dell'anima, qualcuno ha scritto:
l’anima del paziente al terapeuta rimane
essenzialmente incognita, riconosciamolo, al
terapeuta invece la sua propria dovrebbe essere non
del tutto incognita: che ognuno scelga quindi la
misura che più gli piace.
Perché dunque ero passato ai cinquanta minuti?
Credo di aver dato questo taglio per limitare le mie
perdite di tempo, non di denaro, e per mettermi in
riga. Ma perché quarantacinque e non quarantatré?
Perché cinquanta e non cinquantadue? Allora meglio
la seduta a tempo variabile di certi analisti lacaniani.
Perché dunque sono ritornato all’ora piena? Perché è
un’unità di misura seria.

Ho sempre usato stare davanti al cliente, in un posto


mai somigliante a un ambulatorio, non sono mica un
medico, ma piuttosto a un salotto - studio.
Probabilmente qualcuno (alla Langs) avrebbe da
ridire sul mio studio, sobriamente animato, come
elemento primario di inquinamento del setting. Ho i
libri, il computer, ho qualche aggeggio in giro,
quadri alle pareti: niente di particolare, ma
personale sì. Leggo talvolta che si discute ancora
sull'uso del divano. Amo i divani, ma con i barbari
efficaci alle porte, mi riferisco soprattutto agli
psicofarmaci, che psicofobicamente danno risultati a
costi concorrenziali senza porre al soggetto, quando
non sono accompagnati dalla psicoterapia, troppi
problemi mentali o sentimentali, discutere sul divano
sì - divano no mi fa l'effetto delle famose diatribe
bizantine sul sesso degli angeli. Tutti sanno del resto
che Freud usava il divano perché gli consentiva di
evitare il fastidio o l'imbarazzo di essere guardato
dai tanti clienti che si succedevano nel suo studio
quotidianamente, soprattutto, io credo, dagli
antipatici medici inglesi assetati di formazione. Il
divano è un resto dei tempi dell’ipnosi, è un parente
del lettino, cosa clinica, se poi giacere su un divano
e parlare a ruota libera, o a ruota semilibera, per
qualcuno è utile e perfino salutare, perché no al
divano? Ma non prescrittivamente. Proust, faccio un
paragone, ha scritto da disteso la sua opera, non per
questo indicherei a una persona che vuol scrivere di
farlo a letto.

A parte ogni considerazione critica la psicoterapia


resta un’attività piuttosto difficile, perciò il terapeuta
deve farsi pagare bene, infatti il suo lavoro può
proseguire, specie nei primi tempi dopo ogni nuovo
incontro, anche oltre il tempo delle sedute: se non si
fa pagare bene c’è qualcosa in lui che non va. Se si
fa pagare troppo oltre la media (60 euro circa per
seduta nel 2003 in Italia) è un approfittatore –
naturalmente si troverà in buona compagnia tra altri
colletti bianchi. D’altra parte devo riconoscere che
chi, come me, ha un primo lavoro stabile, può
permettersi forme di distacco che altri, alle prese
unicamente con la professione psicoterapica,
troveranno arduo rispettare. Non li invidio.

Se ripenso ai terapeuti (analisti sedicenti o effettivi


che fossero) che ho incontrato nella mia esperienza
di cosiddetto paziente e cosiddetto allievo, credo che
la persona che mi ha aiutato sia stato Solmi, con cui
ho lavorato dal 1986 al 1990, perché stava più con
me che non contro di me, quindi favorendo
un’attenuazione delle mie mire di contrasto e
rivalsa. Mi spiego: nel mio caso, ma sospetto che
non sia solo mio, l’attività di psicoterapeuta ha
inizialmente costituito, come abbiamo visto, una
messa in atto della mia infelicità come cosiddetto
paziente. Dirò meglio: credo che non pochi
psicoterapeuti siano ex clienti inefficacemente curati
da ex clienti inefficacemente curati da ex clienti
inefficacemente curati, e così via, risalendo a ritroso
fino a Freud. Evidenzio l'espressione freudiana
messa in atto (inconscia) per non essere frainteso:
non dimentico che la psicanalisi ha una sua storia,
anche degna, logicamente fatta di consapevoli
tentativi ed errori. Qui è in questione l'attività
psicoterapeutica in quanto sintomo di disagio
emotivo e affettivo patito come paziente. Chi ha
detto che l'analista è un nevrotico che si fa pagare
l'affitto della sua nevrosi dai clienti?
Il mio analista dunque, Solmi, mi ha un poco aiutato
a valorizzarmi per ciò che sono - qui potremmo
usare il termine individuazione - e in merito
all’attività professionale mi ha indicato con la sua
pratica anche il valore del setting - inteso non come
galateo.

Mi sono formato, non troppo bene, come abbiamo


visto, presso ex clienti inefficacemente curati da ex
clienti inefficacemente curati da un allievo di Jung,
Ernst Bernhard, quest'ultimo per la verità in
disaccordo con Jung, che com’è noto si trovava in
disaccordo con Freud a Vienna, e con Bleuler a
Zurigo. Bernhard, un medico ebreo tedesco, era un
cultore di astrologia, di chiromanzia, del Libro dei
Mutamenti (I Ching), un esaminatore di sogni e un
conoscitore della Bibbia . Lo junghismo italiano
nasce da Bernhard, davvero un personaggio, un
pastore laico di anime, un guru – più che un
analista. Un “oriental minded genius” ? Lo dice
Humbert Humbert (v. Lolita, di Nabokov) del rivale
Guilty.
Ho cominciato a camminare e a parlare come
terapeuta in modo tecnicamente sbagliato, e come
coloro che iniziano a camminare e a parlare in modo
sbagliato con grande difficoltà possono rimediare,
così io sono andato trascinandomi dietro, nel lavoro,
alcuni degli errori tecnici appresi dal mio primo
terapeuta, Clerici – chiacchiere sociali in seduta,
sedute spostate, pagamenti morosi, sedute saltate
gratis. Crebbi con l'idea che la psicoterapia fosse
una faccenda di contenuti e non anche di
contenitori, non anche di tecniche: psicofilìa
arricchita di letture e opinioni anche politiche, nel
mio caso almeno - del resto negli anni Settanta chi
avesse parlato di tecniche sarebbe stato lapidato,
questa è la verità.
Alice Miller afferma che nella professione
dell'analista c'è traccia della situazione del bambino
dotato, capace di sentire e soddisfare le esigenze
emotive degli adulti intorno a lui, del bambino che è
comprensivo, che sviluppa questo falso sé aiutante,
da crocerossina. La suggestione milleriana, corrosiva
della professione analitica e in genere delle
professioni d'aiuto – ricordo Langs, che indica
appropriatamente nel terapeuta talvolta il paziente
effettivo - può essere perfezionata così: il terapeuta
è spesso un ex bambino dotato inefficacemente
curato da un ex cliente a sua volta ex bambino
dotato inefficacemente curato da un ex cliente, e
così via, risalendo a ritroso fino a Freud, ex bambino
dotato alle prese con una famiglia tra le più
enigmatiche. Freud come è noto era un genio, quindi
si curò inefficacemente da solo.
Ciò che ci tiene ancora nella condizione di posteri di
una certa immagine di Freud, e del freudismo (che
non è la psicanalisi) è soprattutto la nostra psicofilìa,
la passione per lo psichico, per i suoi nodi e modi - i
motivi di bottega qui non m'interessano, pur
essendo per molti inevitabili.

I miei quaderni di appunti o diari sulle terapie


s’interrompono verso la fine del 1986 per riprendere
un due anni dopo - si tratta di un intervallo che
corrisponde in parte alla mia esperienza con Solmi -
confermando che ho avuto due fasi, quella detta
dell’inquietante e quella detta della comprensione -
essendo l’attuale una fase di revisione (e revisione
della revisione). I miei quaderni dicono che bene o
male io nel periodo '76 - '86 stavo dalla parte della
concezione, come teorizza Kohut in merito al
freudismo, dell'Uomo Colpevole. Il cliente, il
soggetto, era sempre e comunque colpevole, invece
che demoralizzato e bisognoso di conforto, di cura,
di complicità, di rispecchiamento, di essere creduto.
I miei quaderni logicamente sono solo un riflesso del
mio lavoro, ma tale riflesso mi pare meno
insoddisfacente di quanto la sola memoria delle mie
imprese psicoterapeutiche mi dica; se non altro
soffrivo, pativo, mi tormentavo, e mi ponevo
problemi anche seri, credo.
Tra le pagine di uno di questi quaderni ho ritrovato
alcuni appunti, risalenti al 1985 o al 1986, riferiti
credo all'ultimo cliente della fase uno, quella
dell’inquietante: la fase del paziente colpevole. Il
cliente si era rivolto a me per la ragione che non
sapeva come fare dopo che la sua donna lo aveva
piantato e stava preparandosi a vivere con un altro,
un avvocato. Amedeo era afflitto da triplice orrore e
dolore, per la perdita della donna, per la rabbia
causata dal cosiddetto abbandono messo in atto da
lei, e per il senso di inferiorità che provava, lui,
modesto impiegato, al cospetto di un avvocato.
Amedeo si considerava inferiore a un avvocato,
dunque, persona che lui deprecava insieme alla sua
ex, segretaria dell'avvocato, imputando
pateticamente a entrambi scorrettezza professionale
sul luogo di lavoro. Amedeo in realtà era un vero
personaggio, aveva un’armatura ideologica
robustissima nell'appartenenza a un piccolo gruppo
di studiosi di economia politica, che aveva avuto il
merito di tenerlo fin lì al riparo dalle correnti d'aria,
spesso mefitica, chi potrebbe negarlo? - del
quotidiano. L'armatura di Amedeo si era rotta nel
punto del cuore, lui voleva ripararla velocemente e
riprendere la sua vita come prima. Voleva
riconquistare la sua donna, sentivo (ma non volevo
accettare) che la sua domanda di terapia ruotava
intorno a questo progetto. Si trattava di una
domanda in sé impossibile da soddisfare in terapia.
Una volta Amedeo, per esprimermi la sua miseria di
uomo abbandonato, mi dichiarò che aveva preso a
masturbarsi - logicamente la perdita della sua donna
aveva inciso sulle sue abitudini sessuali. Amedeo era
un materialista: per lui masturbazione era uguale a
sessualità meno una donna disponibile. La semplicità
di quest'uomo, unitamente al suo fanatismo politico,
formavano una miscela che m’incantava e m’irritava
insieme. “Spinosi, mi faccio le seghe!”, mi disse con
un'aria stravolta, indignato con se stesso,
consapevole di far ricorso a un argomento decisivo
per coinvolgermi, per farmi comprendere in quale
disperazione e miseria fosse caduto. Ora, è proprio
qui che ritrovo la scena che rappresenta il mio
sostanziale errore con Amedeo e - in contesti diversi
- con altri clienti. Io dissi ad Amedeo che le seghe
erano un suo modo “di riprendere contatto con se
stesso”. Era, questa, una visione che proponevo ad
Amedeo, ma lui restava solo con la sua
rispettabilissima vergogna di uomo fatto che si trova
costretto a ritornare alla masturbazione, ed era
invece tale vissuto, penso, che dovevo considerare,
sentire, che potevo curare. Gli appunti su Amedeo,
che a quanto ricordo badò a ricostruire velocemente
il suo equilibrio catturando un'altra donna e
mettendola al posto della fuggitiva e fedifraga - così
congedandosi da me, dalle spese per la terapia e
forse dai suoi problemi - segnalano bene che
all'epoca vedevo nel cliente il cosiddetto colpevole e
non vedevo abbastanza, com'era necessario, il
ferito, il malato, il tragico e magari tragicomico
personaggio: vedevo in Amedeo, che qui fa da
emblema, non un povero cristo che ha bisogno di
cure perché si è fatto male, certo anche per
corresponsabilità sue, ma un soggetto colpevole di
unilateralismo psichico - non ero forse uno
junghiano? - di sbilanciamento a favore del conscio,
del diurno, a sfavore dunque dell'inconscio, del
notturno, dell'Ombra, colpevole di sprofondamento
nel collettivo, ovvero, nel suo caso, di identificazione
con la maschera maschilistica collettiva.
In altri termini vedevo, astrattamente non a torto,
nelle disgrazie che i miei clienti pativano, altrettante
occasioni per individuarsi come soggetti autentici,
per conoscersi. Il dolore di Amedeo, in cui mi
guardavo bene di calarmi, lo consideravo più
un’occasione che una ferita. Prima il terapeuta deve
curare, penso invece ora, poi il cliente farà la sua
strada, secondo i suoi talenti. Il lato etico - filosofico
del dolore non è facilmente contemplabile dalla
persona che patisce il dolore: non diversamente, chi
è costretto a trascinare una gamba fratturata e
ingessata ha interesse a guarire; dopo, semmai,
potrà riflettere sul peso del corpo.

(25 X ’04) La penso sempre così? Magari penso che


si tratta di accogliere il dolore; quanto al curare, non
si dice guarire, francamente non credo che sia in
mio potere.

Non ero un medico, certo, ma non ero un vero


terapeuta. Ciò che ad Amedeo davo con la mia
risposta astuta sulla masturbazione, emblema della
mia pratica dell'epoca, era una meta, un punto
d'arrivo, un risultato di una terapia riuscita, forse,
non un atto terapeutico. Era una mossa degna di un
personaggio che di fatto non voleva stare con i
dolori e timori del cliente, ma stare contro, in base a
principi opinabili, dopotutto.

Rinforzato dalla mia analisi con Solmi, dalla lettura


di Winnicott e di Kohut, verso la fine degli anni
Ottanta ripresi a lavorare. E' possibile che in questa
seconda fase abbia fatto qualche buon lavoro, come
del resto nella prima fase, ma a me interessano di
più le cose storte, più i fazzoletti annodati di quelli
ben stirati, nel taschino della giacca. La mia
formazione, siamo agli anni Novanta, si rigenera con
la lettura dei libri di Giampaolo Lai e incontra Il
Ruolo terapeutico, di Sergio Erba e soci, una rivista
milanese battagliera e aperta. Imparo, o tento di
imparare, a convivere con il cliente, a mettermi a
mio agio, fornendo così nel tempo un modello al
cliente - tramite una “esperienza emotiva
correttiva”. Scopro tuttavia presto che questa
posizione, ebbene sì, mi interessa meno, scopro di
avere la vocazione per le spine, a stare sulle spine.
Mi appassionavo di più, soffrivo, ma mi piaceva fare
il terapeuta cacciatore delle Ombre. I miei clienti
come si deve anni Novanta, in un setting come si
deve (almeno rispetto a prima), mi fanno
rimpiangere i miei tempi eroici, quando avevo nello
studio il marginale, il delirante, la disperata. Forse
mi capitano clienti noiosi, ora, persone che non
diventeranno personaggi - e ciascuno invece può e
deve diventare un personaggio, incamminarsi sulla
via dell’individuazione (diventare quello che è).
Conoscersi. Forse devo recuperare una parte della
mia primitiva psicofilìa. O forse, secondo quanto
propone Alice Miller, devo impedirmi di confondere
la peraltro irrinunciabile comprensione empatica dei
clienti, rischiosamente vicina all’irretimento, con la
comprensione del bambino celato in loro.

Un cliente piuttosto superficiale, Tonino, mi raccontò


una volta, svegliandomi dal torpore, che in
campagna aveva investito un daino - aveva visto un
daino attraversare la strada e lo aveva investito
apposta, con la sua Land Rover, aveva chiamato poi
dei vicini e insieme avevano macellato la bestia, rito
sanguinario che mi dette finalmente un'immagine
profonda di Tonino, un personaggio ignaro di
esserlo, perché ignaro di avere dentro questa foia di
cacciatore, di avere simili radici premoderne. Mi
annoiava, e invece aveva una storia dura da
elaborare.
Si dirà che ho bisogno di immagini ricche, forti, che
sono emotivamente anemico, che sono io il paziente
effettivo, bisognoso di sollecitazioni. Può darsi, ho
bisogno di immagini forti o comunque saporite, e il
più delle volte in effetti succede che sia io a scavare
nelle parole dei clienti le immagini forti - così con
Tonino e con altri; io dunque mi dissanguo, ma
internamente, perché credo che il mio
coinvolgimento rimanga relativamente inespresso,
mi riferisco alla mia persistente scarsa capacità di
giocarmi nel qui e ora della relazione. Per altro che
io sappia individuare le immagini forti al posto di chi
inconsapevolmente le produce corrisponde a un
lavoro, direbbe Kohut, di introspezione vicariante.

I miei nuovi clienti anni Novanta dunque sono noiosi


perché sembrano non avere nessun interesse a
diventare personaggi, a incamminarsi sulla via
dell’individuazione, perché i loro problemi non
m’interessano quanto quelli dei clienti politicizzati, e
traumatizzati dalla politica, negli anni Settanta e
Ottanta. Sembrano accontentarsi di sopravvivere. O
forse invece è a me che non interessa limitarmi a
sopravvivere, come psicoterapeuta? Dovrei
combinare la ricerca inquietante con la
comprensione, comunque ho scoperto, certo
lavorando su di me, ma anche per via di colleganza,
che sarebbero clienti più interessanti gli analisti, gli
psicoterapeuti, gli psicologi, i medici, gli assistenti
sociali, gli educatori, gli insegnanti. Il personaggio
che professionalmente aiuta gli altri, questo cuor
d'oro un tanto l'ora, magari anche il cosiddetto
volontario, mi stuzzica, dirò di più: mi sembra che
l'infelicità dei professionisti dell'aiuto, sia più curabile
di quella dei loro utenti. Forse la linea milleriana di
critica radicale alla psicanalisi e alle varie terapie
negatrici dei drammi infantili può dare adito a una
pratica parallela, se non alternativa, a quella
ordinaria: curare gli ex clienti inefficacemente curati,
ex bambini dotati, attivi come terapeuti, curare gli
operatori delle relazioni di aiuto. Ma ne vale la pena?

Riferimenti

A.Miller (1981), Il bambino inascoltato, trad. it.,


Bollati Boringhieri, Torino 1989, pag.7.
L. Albano (a cura di) (1987), Il divano di Freud,
trad. it., Pratiche Editrice, Parma, pag. 95-96.
E.H.Sutherland (1949), White Collar Crimes,
Dryden, N.York, cfr. G. Gennaro (1993), Manuale di
sociologia della devianza, F. Angeli, Milano.
E. Bernhard (1969), Mitobiografia, trad. it, Adelphi,
Milano (a quanto ne so l’originale in tedesco è
inedito).
A. Carotenuto (1977), Jung e la cultura italiana,
Astrolabio, Roma.
A. Miller (1979), Il dramma del bambino dotato,
trad. it., Boringhieri, Torino 1982, pag.21.
H. Kohut (1984), La cura psicoanalitica, trad.it.,
Boringhieri, Torino 1986, pag. 109-110.
H. Kohut (1978), La ricerca del Sé, trad. it., Bollati
Boringhieri, Torino, pag.29.
Nicola Spinosi è nato nel 1947. Ha insegnato
nell'ambito dell'Università di Firenze dal 1972 al
2012. Ha operato come psicoterapeuta tra il 1976 e
il 2010. Ha pubblicato su psicanalisi e psicoterapia
vari articoli soprattutto su Il ruolo terapeutico
(Milano), e quattro libri: Siamo uomini o
psicanalisti? (edito da Il ruolo terapeutico);
Diventare terapeuti (con Sergio Erba), Angeli,
Milano; Effetti formativi in psicoterapia, ETS, Pisa;
Un soffitto viola (Firenze Univ. Press).
In forma e-book ha reso pubblici due brevi studi:
Freud, ricerca di senso etico nella dimensione
mentale; Freud e la circoncisione (Scribd).
(spinnic@libero.it)