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Le ragioni di un rifiuto

Lettere e appunti inediti di Giorgio Morandi sul saggio monografico di


Francesco Arcangeli

(1960-1963)

di Marilena Pasquali[1]

Da tempo penso di dedicare uno studio alla vicenda delle profonde


divergenze e della conseguente rottura determinatasi tra Morandi e
Arcangeli per il saggio monografico che lo storico dell’arte scrisse tra il
luglio-agosto del 1960 e il dicembre del 1961, su incarico dell’artista e
per sua specifica volontà.[2]E’ una storia difficile e dolorosa – e, tutto
sommato, molto privata, tutta loro – che magari potrebbe passare sotto
silenzio, se non si trattasse di una vicenda emblematica di come, per chi
sente davvero l’arte e la cultura come parte inscindibile del vivere, come
la sostanza stessa della vita, una disputa d’ordine meramente critico ed
interpretativo possa divenire causa di lacerazioni profonde che straziano
chi ne è coinvolto in prima persona, con tutto il corteo di
incomprensioni, equivoci, sofferenze ed interventi – quasi sempre
peggiorativi – da parte di chi assiste da vicino al progressivo deteriorarsi
dei rapporti fra i protagonisti, fino alla loro rottura lacerante e definitiva.

Ci si potrebbe chiedere se i quarantacinque anni trascorsi da quei


primissimi anni Sessanta in cui si consumò questo vero e proprio
dramma, non siano sufficienti a spegnere non solo la passione ma anche
la curiosità (in definitiva, perché una storia come questa ci dovrebbe
ancora interessare? in che cosa può riguardarci oggi? che cosa ci può
dare, far capire, insegnare?). Forse la risposta sta proprio nell’intensità
dei sentimenti suscitati da una diatriba intellettuale, purtroppo
trasformatasi in reciproca indisponibilità, testardaggine e chiusura.
Un’intensità che ancora ci tocca e ci coinvolge, perché rivela di come –
1
quando si toccano problemi di fondo, valori e contenuti essenziali per le
proprie scelte di vita, per la propria stessa identità – allora purtroppo
(ma, forse, giustamente) possano andare in crisi anche i rapporti più
saldi, i sodalizi più validi, fondati, fino al momento della crisi, sulla
condivisione piena di principi e prospettive.

Da tredici anni conservo un’ampia documentazione d’archivio inedita,


affidatami da Maria Teresa Morandi pochi mesi dopo l’apertura del
museo monografico dedicato al fratello maggiore, un insieme assai
significativo di carteggi con numerosi protagonisti dell’arte e della
cultura in Italia tra gli anni Trenta ed i primi anni Sessanta. Tra questi,
compaiono anche diversi documenti relativi alla vicenda Morandi-
Arcangeli: lettere tra loro e di Gino Ghiringhelli, Roberto Longhi, Cesare
Brandi, Lamberto Vitali, Mino Maccari ed altri interlocutori, alle quali
vanno accostate, per intrecciare le voci e restituire la sequenza
cronologica dei fatti, le lettere di Morandi a loro via via pervenute, ora
gentilmente concesse dalle rispettive famiglie ed eredi, ai quali va il mio
ringraziamento più sentito per la sensibilità culturale, la fiducia e la
disponibilità dimostratemi.

Ai carteggi si unisce un fondamentale insieme di appunti inediti


dell’artista, ‘glosse’ sintetiche al testo arcangeliano stilate durante la sua
puntuale lettura per fissare i punti principali di quella successiva
discussione con l’autore che Morandi ritiene indispensabile.[3]

Fino ad oggi, nonostante abbia sempre considerato particolarmente


importante questa vicenda proprio per comprendere l’artista nelle sue
motivazioni più vere (ed anche per sentirlo, almeno una volta, ‘parlare’
senza schermi, in prima persona) ho ritenuto preferibile non rendere
noto questo materiale anche per non riaprire vecchie ferite in due
persone a me care che la ‘querelle’ hanno vissuto e sofferto da vicino: la

2
stessa Maria Teresa Morandi – poi scomparsa nell’agosto 1994, dopo
avere almeno avuto la soddisfazione di assistere all’apertura di quel
«museo nel cuore di Bologna» auspicato insieme a Cesare Brandi[4]da
tanta parte della cultura italiana e internazionale – e Bianca Arcangeli,
sorella minore dello studioso, purtroppo scomparsa all’inizio di questa
estate.

Mi ripromettevo, per non turbare le amiche, di lasciar passare altro


tempo prima di dare alle stampe questi documenti, fondamentali per
una visione complessiva della vicenda. Ora, però, altri hanno riaperto il
‘caso’, prendendo spunto dall’importante – anzi, necessaria –
pubblicazione da parte di Luca Cesari della Stesura originaria ineditadel
saggio arcangeliano, presentazione e testo corredati di un ricco apparato
di note e documenti, messi a disposizione degli studiosi e di quanti
hanno a cuore la storia dell’arte e della cultura in Italia. Quello di Luca
Cèsari è un contributo davvero notevole, che ha il pregio indiscutibile di
portare numerosi tasselli inediti alla costruzione di una storia
indubbiamente assai complessa e sfaccettata, ma che si rivela del tutto
sbilanciato nell’attribuzione di ragioni e torti in una vicenda penosissima
per entrambi i suoi protagonisti.

Anche Bianca Arcangeli, con la quale per tanti anni ho condiviso


l’avventura del Museo Morandi ed anche un tentativo, purtroppo
infruttuoso, di far ripubblicare da Einaudi la loro edizione del saggio, da
troppo tempo esaurita;[5]anche Bianca, dicevo, mi ha detto più e più
volte che la lite sul testo e la conseguente, definitiva rottura fra i due
aveva portato sia a suo fratello che a Morandi soltanto dolore e
solitudine: entrambi avevano sofferto molto ed erano usciti da quel
difficilissimo periodo, tra l’estate 1961 e la primavera 1962, assai provati
e molto più soli.

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Oggi – in alcuni, forse, per antichi rancori mai sopiti e in altri per
insufficiente conoscenza dei fatti accaduti e delle persone coinvolte – si
tende da più parti a banalizzare e a forzare l’accaduto, facendo di
Arcangeli la vittima e di Morandi il carnefice, colui che non ha capito la
grandezza dello scritto arcangeliano e che per miopia o peggio l’ha
rifiutato, procurando allo studioso gravi crisi nervose sfociate dieci anni
più tardi nella sua morte prematura.[6]

Morandi viene presentato come un artista «conservatore» viziato da


una «lettura puristica», con una «sensibilità accomodata dentro le
calme e auree acque predisposte per lui da Venturi, Brandi, Argan,
Longhi…» e che quindi non comprende quanto Arcangeli sta facendo per
lui, «portandolo in Europa» per «traghettarlo fuori di Elicona e invitarlo
a una passeggiata galileiana dentro al mondo».[7]Ciò provocherebbe in
Morandi un «disappunto caparbio e risentito» e, addirittura, «una
probabile ostinazione senile»![8]E pensare che la filosofia di Galileo è
sempre stata alla base della poetica morandiana[9]e che questi ultimi
sono gli anni di molte fra le sue opere più alte, quelle composizioni di
dolorosa bellezza che stanno come sofferte aperture di un dialogo con la
morte che non dimentica però la difficile bellezza del mondo e della sua
trasposizione in icona; quei paesaggi svuotati di materia e pur così densi
di natura, come se un senso cocente di perdita, una prematura nostalgia
del «visibile» (questo è il reale per l’artista, dimensione mentale e
sensoriale tutta filtrata attraverso lo sguardo) affollassero lo spazio
dell’opera di presenze amate – lo spigolo di un tetto che ‘fa limite’
contro l’azzurro del cielo, una cascata di verde smagrito che arruffa il
primo piano, il gioco araldico di ombre e luci che si spartisce le forme –
per affacciarsi ancora una volta, forse l’ultima, allo spazio della scena.

Sarebbe dunque questo il vecchio ostinato, affetto da senilità, dalla


«personalità solenne e severa, ma anche altera e sprezzante», «arcigna
e risentita»?.[10]E pensare che un testimone autorevole e degno di fede

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come Mario Luzi dipinge con ben altri accenti il carattere e l’indole
dell’artista: «Era un riservato ma assai ben disposto amico capace di
prendere a pretesto l’ignoranza del giovane forestiero [lo stesso poeta,
trasferitosi a Parma nell’ottobre del 1938 e che aveva preso l’abitudine
di andare a trovare Morandi nei pomeriggi di sabato] per uscire con lui
per Bologna, bellissima nei suoi itinerari, percorrerne le vie, i porticati, le
piazze, occhieggiare nei cortili e nei placidi giardini interni, accostarsi ai
suoi grandi o minori artisti. Nessun artista aveva la cultura artistica di
Morandi»[11]. Ma se si preferisce pensare al Morandi settantenne,
quello del dissidio con Arcangeli, allora può venire in aiuto un’altra voce,
lontana ma interessantissima. E’ John Berger a parlare: «La mia ipotesi è
che la sua solitudine, il suo bisogno di riservatezza, la routine quotidiana
e la ripetizione degli stessi temi per tutta la vita abbiano finito negli
ultimi anni per farne un uomo davvero difficile, nel senso di caparbio,
irascibile, diffidente. E’ tuttavia possibile che, proprio come ogni città ha
bisogno di un certo numero di scapoli, ogni periodo artistico abbia
bisogno da qualche parte di un eremita rabbiosamente caparbio che
borbotta sottovoce contro l’eccessiva semplificazione. In arte la
tentazione di riuscire gradito in maniera troppo facile è sempre in
agguato; si accompagna al mestiere. La caparbietà degli eremiti, abituati
al fallimento, è la grazia redentrice dell’arte. Prima di Morandi, nel
diciannovesimo secolo, ci sono stati Cézanne e Van Gogh; dopo di lui,
Nicholas De Staël o Rothko. Pittori molto diversi fra loro ma con un
aspetto in comune: un costante (e per loro implacabile) senso dello
scopo»[12]

Credo oggi mio dovere pubblicare, scomparsa anche l’ultima interprete


diretta della vicenda, i documenti (appunti e lettere) che conservo per
volontà di Maria Teresa Morandi, in modo da far sentire anche la voce di
Morandi – le sue parole, le sue riflessioni, la sua profonda amarezza – e

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far meglio conoscere le ragioni di un rifiuto che certamente gli è costato
moltissimo e che ha provocato una lacerazione insanabile in un rapporto
fondante – un «rapporto d’origine», come lo definisce Arcangeli, quasi
da padre a figlio – che durava dalla seconda metà degli anni Trenta (è lo
studioso, di quindici anni più giovane di Morandi, a segnare l’incipit
lontano della lora conoscenza proprio in apertura della sua monografia:
«Ricordo la lunghissima, implacabile estate del 1928, le passeggiate e le
soste, in solitudine, ai Giardini della mia città, con mio fratello Gaetano:
parlavamo poco fra noi, ma certo, poeta, […] fu il primo maestro della
mia sensibilità; forse senza nemmeno volerlo. Standogli accanto, credo,
maturarono in me le disposizioni che mi fecero amare senza indugio,
come se mi fossero state dentro da sempre, le prime riproduzioni di
Morandi, qualche tempo più tardi (viste dove e quando non ricordo più
esattamente»).

Dopo il 1962, per i due anni che ancora gli restano da vivere, Morandi
sarà ancora più solo e amareggiato. In Arcangeli si aggraverà il disagio
psichico che ha iniziato a manifestarsi già attorno ai 22-23 anni, nel
1937-’38, e che andrà precipitando con la scomparsa dell’adorata
madre, proprio nell’estate del 1962.[13]Insieme ed accanto a loro, sta il
terzo protagonista di quei lunghi mesi vissuti in un’altalena di
discussioni, rilanci, chiusure, sospetti reciproci ed inutili tentativi di
mediazione: è Gino Ghiringhelli – amico, gallerista ed editore di Morandi
con la sua prestigiosa Galleria del Milione, a Milano – che risulterà
coinvolto fino in fondo in ciò che accade, tanto da morire per un attacco
di cuore nell’agosto del 1964, soltanto due mesi dopo la scomparsa di
Morandi.

E poi c’è Roberto Longhi, maestro di Arcangeli ed estimatore di Morandi


fin da quel lontano 1934 in cui, davanti alla platea del Senato
accademico l’aveva ‘consacrato’ come «l’ultimo degli Incamminati».
Sono assolutamente d’accordo con lui nel ritenere l’arte di Morandi

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«una traiettoria ben tesa»,[14]un percorso sempre al diapason che non
conosce soste né cadute fino alle estreme, altissime prove del
1961-1964 e che richiede all’artista una concentrazione continua, totale
e senza cedimenti né concessioni a se stesso, ancor prima che a quanti
gli sono vicini, Arcangeli compreso. Forse è un comportamento
«cinico» – come questi lo definisce – ma certamente è l’unico possibile
se si possiede quel «senso implacabile dello scopo» intuito per Morandi
e per altri, pochi, ‘grandissimi’ da John Berger.[15]

A fine marzo del 1962 Longhi viene invitato ad esser giudice della
‘querelle’ Morandi-Arcangeli. Con l’accordo di tutte le parti, il 30 marzo
Gino Ghiringhelli gli manda il dattiloscritto con le seconda stesura del
saggio e dopo dieci giorni Longhi risponde con due lettere, la prima – del
10 aprile – indirizzata ad Arcangeli e la seconda del 12 aprile per Gino
Ghiringhelli (non è stata trovata alcuna missiva a Morandi).[16]In questa
Longhi ripete quanto ha già detto a voce e per iscritto all’antico allievo,
cioè che «il libro, come sostanza, c’è già; soltanto non è ancora “fatto”.
La struttura vi è ancora nascosta dalla pletora dei riferimenti sia
retrospettivi che anticipanti. Occorrerebbe, a mio parere, sfrondarlo,
pausarlo, equilibrarlo; ma dalle parti valide già in essere verrà fuori, già
si vede, il libro principe che tutti attendono su Morandi e che nessun
altro sarebbe in grado di fare» (nella lettera ad Arcangeli il tono è un po’
più spiccio: «L’analisi del percorso è splendida […] Ma tutto ciò è troppo
spesso soffocato dalla eccessiva ambientazione bolognese-italiana-
europea che tu hai voluto dargli […] a furia di ambientare si sbocconcella
l’arrosto in pro’ del contorno»).

Più o meno sottovoce, Longhi viene rimproverato di esser stato troppo


salomonico e di avere in sostanza appoggiato Morandi per non
contrariarlo e soffrire a sua volta dei suoi strali. Ritengo invece che il suo
sia un giudizio responsabile ed equilibrato nella distribuzione di torti e
ragioni fra i due attori del dramma. Conoscendo – credo – a fondo il

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testo arcangeliano ed ancor più oggi, dopo aver letto nella stesura
originale le parti espunte dall’edizione del 1964, penso anch’io che lo
scritto sia ricco di pagine bellissime, di pathos profondo e di altrettanto
alta meditazione, persino commoventi (come non pensare alle parole
che lo studioso dedica alle opere morandiane degli anni di guerra, tra il
1942 e il 1944, con quell’incipit dilatato – «Che grandi stagioni quelle di
Morandi in quel tempo, a Bologna e a Grizzana!» – e quella forza di
passione che per un attimo si acquieta nella contemplazione di «qualche
grande immagine di solitudine estrema e mortalmente serena»?). A
fronte di queste vere ‘illuminazioni’, anzi, tutt’intorno a loro, credo però
che vi sia troppo «contorno», troppe digressioni e che, in fin dei conti,
questo di Arcangeli sia essenzialmente il ‘suo’ Morandi,
un’interpretazione critica bellissima ma molto personale, in cui c’è di
sicuro tutto Arcangeli ma forse non abbastanza Morandi, non sempre
condivisibile e certamente, lecitamente criticabile in certi suoi risvolti ed
affermazioni.

Il dissidio e la conseguente rottura avvengono dunque per motivi


unicamente artistico-critici ed entrambi i ‘contendenti’ hanno ragione,
o – meglio – le loro ragioni e i loro torti: Arcangeli ha il diritto culturale di
leggere Morandi come meglio crede e di esprimere con tutta l’energia
necessaria le sue opinioni. Morandi ha il diritto di non essere d’accordo
su specifici riferimenti e sulla più complessiva impostazione ‘allargata’
del discorso critico.

Arcangeli rivendica la sua piena libertà di espressione e giudizio come


autore del saggio; Morandi chiede il rispetto delle sue opinioni e cerca
più e più volte di spiegare al critico che, trattando il libro di lui e della sua
arte, chi lo leggerà sarà legittimato a pensare che egli condivida nella

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sostanza e nelle singole parti quanto in detto volume è contenuto.[17]E’
peraltro abitudine ben nota di Morandi quella di leggere e correggere i
testi a lui dedicati: questo varrà anche per Lamberto Vitali, a cui viene
affidato il compito, sempre più difficile, di redigere il nuovo testo per la
monografia dopo il rifiuto di quello arcangeliano ma che oppone
all’artista un carattere ben più fermo,[18]ed è valso in passato, ad
esempio, anche per Vitale Bloch, estensore della breve introduzione al
volumetto del Milione, Morandi. Sei tavole a colori, edito nel 1955.
Scrive infatti l’artista, in una lettera fino ad oggi inedita e conservata
presso il Centro Studi Morandi: «Caro Ghiringhelli, […] ho pensato che,
riguardo il testo di Bloch sarebbe opportuno fare una piccola variazione
che certo anche Bloch approverebbe. Cioè invece di “e altrettanto
estraneo gli è l’atteggiamento spirituale del ‘patron’ Braque”, correggere
così “e altrettanto estraneo gli è l’atteggiamento spirituale di George
[sic!] Braque”. Questo perché Braque è morto. George ha lo stesso
numero di lettere di ‘patron’. Desidererei questo perché se avessi
conosciuto il testo prima che fosse pubblicato, avrei pregato Bloch di
fare questa piccola correzione. Oggi, inoltre, dopo la scomparsa di
Braque, mi sembra doveroso far questo». E’ credibile che Arcangeli non
conoscesse benissimo e da sempre questo costante atteggiamento
morandiano, una regola di comportamento che non deriva da un banale,
un po’ meschino desiderio di quieto vivere, ma da un ben più profondo e
vitale rispetto, quello stesso rispetto che, così come lo riconosce agli
altri, egli pretende per sé?

Le questioni sul tappeto sono fondamentali, tanto che – col senno di


poi – non si scorge fin dal sorgere delle prime divergenze una concreta
possibilità di incontro o di compromesso. Ha sbagliato Morandi a
scegliere Arcangeli per la sua più importante monografia; ha sbagliato
Arcangeli a credere di poter portare Morandi sulle sue, diverse e per
certi versi persino antitetiche, posizioni critiche.[19]Si illude Morandi di
poter ‘far ragionare’ Arcangeli e si illude quest’ultimo di poter
convincere Morandi. Le lettere qui pubblicate, nella loro sequenza

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serrata e quasi drammatica, ne sono testimonianza evidente: Arcangeli
scalpita e soffre; Morandi si inquieta e soffre. Uno ‘scalda’ la questione,
l’altro la gela.

Il risultato finale di questi dolorosi sei mesi – dal novembre 1961


all’aprile 1962 – non può essere che la fine, non desiderata né gradita da
entrambi, di un rapporto che è molto più che un’amicizia. E sul dissidio
‘spingono’ molte altre persone: dalle sorelle di Morandi,
ingenerosamente e rozzamente presentate[20]come ‘virago’ gelose che
azzannano chiunque tenti di avvicinarsi al fratello (ma la Dina è davvero
inflessibile e di certo non aiuta a sanare la frattura) agli amici pittori di
Arcangeli – Mandelli, Morlotti, Vacchi – che fors’anche con le migliori
intenzioni non aiutano in nulla lo studioso a cercar di comprendere le
ragioni dell’altro; da chi tenta, almeno a parole, di far da paciere, ed è il
caso di Cesare Gnudi, pur, nei fatti, troppo sbilanciato a favore di
Arcangeli, a chi, da lontano e con prudenza, raccomanda comprensione
e tolleranza (e questi sono, tra gli altri, Lamberto Vitali e Vitale Bloch che
ripetutamente consigliano la riconciliazione[21]).

E poi, come grigio sfondo alla vicenda, si distende la sonnacchiosa,


provinciale, chiacchierona, ipocrita Bologna dell’arte, quella che non ha
mai amato ed ancor oggi sopporta a stento Morandi, forse per il suo
sarcastico, tagliente rifiuto dei tanti ‘comprimari’, o forse – più
probabilmente – per il suo livello artistico e culturale tanto più alto di
quello di una città a cui, comunque, si sente legato da un complesso,
soffocante e pur inscindibile vincolo di odio-amore.

Ma quali sono in sintesi le principali divergenze fra l’autore e il suo


artista? Non basta ricordare l’appunto inedito di Arcangeli ora
pubblicato da Luca Cesari:[22]«Punti di dissenso fondamentali / Brandi e
colleghi. / Metafisica. / Ronda. / Strapaese. Ottocento. / Biennale.». Il

10
problema è indubbiamente più vasto e articolato. Proviamo ad
affrontarlo, avvalendoci della lettura del testo, della consultazione dei
‘foglietti’ morandiani restati per quarantacinque anni silenziosi fra le
pagine di un libro di Morandi e qui per la prima volta resi noti, e
dell’altrettanto inedita corrispondenza pubblicata in appendice, che va
ad arricchire e forse a far leggere sotto una diversa luce i già
interessantissimi documenti rintracciati da Luca Cesari a casa Arcangeli e
pubblicati nella recente edizione della monografia.

A mio avviso, vi è in primo luogo un problema metodologico di fondo.


Arcangeli considera questo come il libro della sua vita: in sostanza – e
come riconosce egli stesso – si tratta del primo vero libro che a
quarantacinque anni si trova a scrivere, e quindi vuole ‘metterci tutto’,
tutto quello che sa e tutto quello che vuol far sapere, fino ad ampliare
l’analisi all’intera arte europea del XX secolo con raffronti che, al di là del
giusto o dello sbagliato, allargano troppo il campo di osservazione
facendo a volte perdere di vista l’oggetto primo dello studio, Giorgio
Morandi.

Vi è in tutto ciò anche un, pur comprensibile, desiderio di rivincita ed


un’altrettanto comprensibile pretesa di riconoscimento: scrive infatti lo
studioso a Gino Ghiringhelli l’ 11 febbraio 1960:[23]«Quando avrò fatto
il libro su Morandi, che è ormai un tabù (e in un paese conformista come
l’Italia i tabù sono la base di tutto) questa condizione dovrebbe mutare,
nel senso di non esporre i miei artisti agli attacchi più brutali e insidiosi e
nel senso di potermi concedere qualche lusso». Morandi diviene quindi
per lui una sorta di ‘chiave universale’ per aprire completamente a lui ed
ai ‘suoi’ artisti le porte dell’arte contemporanea internazionale. Ma
Morandi non è d’accordo e ritiene che molta parte del «contorno» che
Arcangeli mette nel suo scritto sia «inutile» (parola pesantissima questa,
per lui!), un po’ perché molti dei riferimenti gli paiono forzati e non
giustificati, ed un po’ perché, da uomo di sintesi e di silenzio qual è, non

11
ama e non comprende le lunghe digressioni cui il critico si lascia andare,
siano quelle sulle Biennali di Venezia degli anni Venti o quelle sulla
politica italiana d’anteguerra e del dopoguerra.

Secondo punto di dissenso, per Morandi gravissimo, sta in quello che


invece Arcangeli considera un normale gioco di fioretto fra studiosi:
sottolineare le differenze critiche ed anche accentuare i distinguo in
nome e al fuoco di una vis combattiva che certamente l’artista non può
condividere, schivo com’è da ogni coinvolgimento polemico. Colui che,
sempre, si raccomanda di lasciarlo in pace con e per il suo lavoro,[24]
non può evidentemente approvare gli attacchi, davvero troppo reiterati,
che Arcangeli muove a Brandi (di cui Morandi – come afferma
ripetutamente – approva incondizionatamente e con ragione lo scritto
del 1939-1942 ed i successivi interventi critici) così come ad Argan,
Pallucchini, Venturi. Questi per Morandi sono amici, sono fra le poche
persone che stima davvero, ed egli non intende di sicuro ‘disturbarli’
con osservazioni critiche e contrapposizioni che, proprio per la
paventata identificazione fra autore e artista oggetto dell’indagine,
potrebbero venire attribuite anche a lui, in una sorta di indesiderata
corresponsabilità.

Altra fonte di guai, agli occhi di Morandi, è l’abitudine un po’ ingenua di


Arcangeli di proporre paragoni continui fra lui ed altri artisti italiani ed
europei (e persino con Eugenio Montale), confronti tutti a vantaggio di
Morandi, che per Arcangeli resta sempre e comunque il punto di
riferimento ineludibile, l’interprete primo e finanche il precursore di
quanto di meglio, in Europa, l’arte ha saputo dare a partire dai primi anni
del XX secolo. In altre parole, Arcangeli per ‘alzare’ Morandi, tende ad
‘abbassare’ tutti gli altri, per non parlare di quegli artisti che
rappresentano per lui vere e proprie ‘bestie nere’, primo fra tutti quel
«talentoso Picasso», cui invece Morandi sente di dovere molto e che
comunque osserva e stima fin dagli anni Dieci.

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E, in ultimo ma non di minore significato e peso, ci sono alcuni nodi
critici specifici che Morandi non condivide proprio. Infatti, fra le tante
osservazioni giuste ed anzi affascinanti che Arcangeli suggerisce, ve ne
sono alcune anche oggi ardue da condividere e che esplicitamente
Morandi non accetta: il «Morandi paesano», dall’«indimostrabile» ma
«patetico e fermissimo sapore ottocentesco» (proprio quello che egli
sente di aver combattutto per tutta la vita e con tutta la sua opera!), e il
Morandi «capostipite di una storia che si propaga variamente in
Fautrier, Dubuffet…», «una sorta di Wols e Fautrier, casalingo». No,
proprio no; il Morandi che, anche nei momenti di più dolorosa «discesa
agli inferi» (e questo è un bellissimo, trascinante passo di Arcangeli che,
in conformità alla sua indole inquieta, ‘sente’ maggiormente il Morandi
più sulfureo e dionisiaco) salvaguarda e difende persino ‘con i denti’ il
suo appiglio al reale, il suo rispettare l’impianto formale dell’immagine,
non può accettare di venire indicato come il precursore dell’informel
europeo, anche a costo di rompere con il critico che, dopo e così
diversamente da Cesare Brandi, più ha sentito vicino e che ora dimostra
caparbiamente di non comprenderlo in alcuni snodi fondamentali della
sua poetica.

Sono questioni fondamentali, per l’uno e per l’altro, e la rottura su


questi punti è di quelle senza via d’uscita e che non lasciano scampo. Pur
mantenendo senza cedimenti la propria posizione, entrambi tentano a
lungo di trovare una via d’uscita – Arcangeli cerca di chiarire e di chiarirsi
ed in alcuni momenti prova anche a ‘blandire’ Morandi; questi con
autentica pazienza spiega e rispiega allo studioso perché gli sia
impossibile accettare certe sue posizioni. E pensare che, da quando si
conoscono, l’artista più anziano ha sostenuto con discrezione e fermezza
il giovane promettente che ha visto crescere e maturare e che questi gli
ha sempre manifestato una sorta di venerazione; senza trascurare il
fatto che, per i lunghi anni – dal 1951[25]al 1960 – in cui Arcangeli, pure
già incaricato di scrivere il saggio introduttivo della monografia, non
13
riesce a trovare la spinta necessaria ad iniziare, è proprio Morandi a
difenderlo con Gino Ghiringhelli che scalpita e chiede risultati. Se ne
trova una prova nella lettera che il gallerista invia all’artista il 4 febbraio
1957: «Caro Morandi, ho ricevuto la sua lettera del 2 corr. proprio
mentre stavo per incominciare a stendere la lettera per Arcangeli. Lei è
sempre per me, e penso per tanti altri, almeno per tutti coloro che
sanno intendere i moti dell’anima, colui al quale giova volgere la mente
per prendere esempio di come fare delle nostre azioni atti meditati che
conducano alla saggezza. Grazie perciò a Lei, caro Morandi, per avermi,
con le sue brevi righe, indotto a meditare come convenga con l’amico
Arcangeli. Non dubiti, pur avendo un grande desiderio di giungere ad
una conclusione della sua monografia, userò la massima delicatezza
verso il nostro amico che lo possa indurre non a risentirsi, ma a mettersi
al lavoro con lena e con la convinzione di dedicarsi finalmente a
un’opera che costituirà il vanto per tutta la sua futura attività di critico.
Gli scriverò quindi un semplice biglietto per invitarlo a venire presto a
Milano per dedicarmi qualche ora senza la solita compagnia dei Testori
& C. ».[26]

A nulla valgono gli anni passati insieme, i ricordi e i progetti comuni, le


reiterate dichiarazioni di stima e di volontà di salvare il salvabile, uniti a
ripicche e sospetti che dall’una e dall’altra parte si fanno sempre più
pesanti. Le strade si sono divise, le diversità di fondo sono venute a galla
e ciascuno dovrà continuare da solo: Arcangeli, sempre più fragile e
spaventato, andrà avanti ancora per dodici, difficilissimi anni segnati da
un’altalena di ricadute nella malattia e di scatti d’energia vitale;
Morandi, per quei due anni scarsi che ancora gli restano, vivrà una
condizione esistenziale sempre più risentita ed amareggiata, ma che gli
porta anche quella completa concentrazione in solitudine che sola,
forse, può condurlo alla nitida geometria dell’anima dei suoi ultimi
capolavori.

14
Arcangeli, forse ‘raffreddato’ dalla difficoltà del rapporto con Morandi
ed ormai con la voglia di ‘chiudere’, non dedica al suo lavoro tardo – la
straordinaria stagione del «Morandi ultimo»,[27]cui la critica
internazionale più accreditata riserva da anni un riconoscimento
condiviso – la stessa attenzione, passione e minuzia di analisi che ha
tributato a tutto il suo precedente percorso artistico. Delle 343 pagine
dell’edizione del 1964, soltanto 35 sono dedicate all’ «ultimo periodo» di
Morandi,[28]ed oltretutto questo per il critico inizia subito dopo la
guerra, nel 1946-’48, per prolungarsi, senza mutamenti particolarmente
significativi, per ben quindici anni fino alle opere ultime. Pare quasi che
anche Arcangeli (come molti tra i più vecchi esegeti morandiani, fatta
esclusione proprio per Brandi, Longhi e Pallucchini, da lui così spesso
criticati) ritenga che, ormai, Morandi abbia già detto tutto, o quasi, e che
la trasformazione tutta interna della sua opera tra il 1950 e gli anni
Sessanta non meriti un’attenzione specifica e un rinnovato sforzo critico.

Sì, Arcangeli mette assai spesso in relazione l’opera morandiana con la


pittura italiana e europea degli anni Cinquanta, ma non lo fa tra opere
coeve, perché di Morandi considera preferibilmente quelle dipinte entro
il 1943. Certo, dedica ancora una pagina bella al concetto di ‘variante’
nelle nature morte del dopoguerra, ammirando «s’intende, le mirabili
variazioni formali di cui Morandi è maestro ineguagliabile», e pur
sottolinea, «a rendere più viva la presenza di Morandi in questo
dopoguerra», la sua «‘evidenza’ nella presentazione delle cose». Ma – e
qui forse sta un limite della lettura arcangeliana dell’arte di Morandi –
considera «la sua pittura degli ultimi vent’anni» come la «meno
avventurosa», la definisce «una carta tranquilla», «una fondamentale
carta di riserva fra le mani dell’uomo-uomo». E non vede come, al di là
delle «antiche verità artistiche e morali» che si possono riconoscere
nell’arte di Morandi, ciò che veramente importa sono la difficile attualità
della sua arrischiata indagine sul rapporto spazio-tempo (irrisolta
tensione alla durata, ricerca percettiva a tutto campo, apertura del
‘corpo’ fisico dell’oggetto allo spazio circostante) e l’altissima qualità

15
poetica delle sue opere tarde.

Nell’ultimissima pagina del suo libro Arcangeli ‘vede’ gli straordinari,


struggenti Paesaggidel 1960-’61 e li definisce «indimenticabili», ma poi
conclude con queste parole: «Così trascorre ancora, ridestata da una sua
mirabile stasi, la vicenda dell’artista, dell’uomo Morandi».

Forse l’artista, nel suo rifiuto sofferto del testo, ha avvertito anche
questo in Arcangeli: una non consonanza di sensibilità e di pensiero con
il suo lavoro del dopoguerra, opera complessa e gigantesca che non può
davvero esser letta riduttivamente soltanto come una «una mirabile
stasi».

Marilena Pasquali
agosto 2007

NOTE

[1]Cfr. Marilena Pasquali, Giorgio Morandi. Saggi e ricerche 1990-2007,


Firenze, Noèdizioni, 2007, pp. 205.217.

[2]Cfr. Francesco Arcangeli, Giorgio Morandi, Milano, Edizioni del


Milione, 1964 (seconda edizione riveduta, 1968). Terza edizione, Torino,
Einaudi, 1981. Quarta edizione, Stesura originaria inedita, con
introduzione, apparati e note a cura di Luca Cesari, Torino, Allemandi,

16
2007.

Per una storia sintetica della monografia, cfr. Appendice II. Lettere
inedite 1959-1963,qui e in M. Pasquali,cit., 2007, pp. 233-256.

[3]Cfr.per i ‘foglietti’ morandiani,Appendice I. Appunti inediti di Giorgio


Morandi, qui e in M. Pasquali, cit., 2007, pp. 219-232; per le lettere,
Appendice II. Lettere inedite 1959-1963,cit.

[4]Cfr. Cesare Brandi, Morandi merita un museo nel cuore di Bologna, in


“Il Corriere della Sera”, Milano, 23 dicembre 1983.

[5]Bianca Arcangeli ha fatto parte dal 1995 al 2001 del Comitato


direttivo degli “Amici del Museo Morandi”, associazione che affianca
l’istituto nella programmazione e nella promozione delle sue attività. Nel
1999, scrissi anche a nome suo ai responsabili della casa editrice Einaudi,
chiedendo ufficialmente – nella mia qualifica di responsabile del
museo – la ristampa dell’edizione 1981 del Morandidi Arcangeli, da
tempo esaurita e per la quale veniva offerta la collaborazione del museo
per la stesura dell’apparato di note e bibliografia. La risposta fu negativa,
in quanto la ristampa ragionata del volume non rientrava «nei
programmi editoriali».

[6]Già nel 1992 Pompilio Mandelli, artista bolognese molto vicino ad


Arcangeli e da questi considerato tra i protagonisti assoluti del suo
“ultimo naturalismo” di matrice informale, comprende nel suo volume di
memorie, Via delle Belle Arti (Bologna, Nuova Alfa) un capitolo riservato
a Il ‘Morandi di Francesco Arcangeli’, testo ripubblicato con il titolo di
Storia di una monografiain Accademia Clementina Atti e Memorie, n.

17
35-36, Bologna, 1995-1996, e poi, ancora sotto questo titolo ma rivisto e
ampliato, nella nuova edizione di Via delle Belle Arti (Bologna, Minerva,
2002). Nel 2006 Andrea Emilianiriprende la testimonianza di Mandelli,
accentuando la posizione pro-Arcangeli, nel suo testo Il “Morandi” di
Arcangeli. Lo specchio infranto, testo in catalogo della mostra curata da
Claudio Spadoni, Turner Monet Pollock. Dal romanticismo all’informale.
Omaggio a Francesco Arcangeli, Ravenna, MAR (Milano, Electa).

Come anticipazioni o recensioni dell’edizione 2007 escono in primavera-


estate alcuni articoli che, senza portare nuovi elementi di riflessione e
per lo più accogliendo senza troppi distinguo la tesi di fondo del curatore
Luca Cèsari (quello di Arcangeli è il più importante testo critico su
Morandi; questi non l’ha capito e l’ha rifiutato per eccesso di chiusura
mentale e di cultura idealistico-crociana; il dissenso ha nei fatti fatto sì
che Arcangeli «si ammali di nervi in modo irrecuperabile dopo la grande
delusione morale»). Si ricordano, fra gli altri, gli articoli di Simone
Facchinettisu “Il Manifesto” del 10 maggio (Il Morandi di Arcangeli), di
Marco Vallorasu “La Stampa” del 15 maggio 2007 (Morandi. Lo schiaffo
al critico prediletto) e di Gillo Dorflessu “Il Corriere della Sera” del 7
agosto (Il Morandi “autocensurato”. Ecco la biografia bocciata dal
maestro). Molto più equilibrato ed approfondito si dimostra invece
l’articolo di FabrizioD’Amicoche compare su “La Repubblica” del 14
luglio 2007 (Giorgio Morandi. Il gran rifiuto).

[7]Cfr. Luca Cèsari, Torna il celebre “Morandi” di Arcangeli reintegrato


con i brani censurati, in “Il Giornale dell’Arte”, n. 262, febbraio 2997, p.
41 e 43.

[8]Cfr. A. Emiliani, cit., 2006, p. 58.

18
[9]Cfr. Giorgio Morandi, intervista per “The Voice of America”, 25 aprile
1957, pubblicata in L. Vitali, Morandi. Catalogo generale, cit., Aggiunte
alla 1° edizione, 1983²: «Ricordava Galileo: il vero libro della filosofia, il
libro della natura, è scritto in caratteri estranei al nostro alfabeto. Questi
caratteri sono: triangoli, quadrati, cerchi, sfere, piramidi, coni e altre
figure geometriche. Il pensiero galileiano lo sento vivo entro la mia
antica convinzione che i sentimenti e le immagini suscitati dal mondo
visibile, che è mondo formale, sono molto difficilmente esprimibili, o
forse inesprimibili, con le parole. Sono infatti sentimenti che non hanno
alcun rapporto o ne hanno uno molto indiretto con gli affetti e con gli
interessi quotidiani, in quanto sono determinati appunto dalle forme,
dai colori, dallo spazio, dalla luce».

[10]Cfr. A, Emiliani, cit., 2006, p. 59.

[11]Cfr. Mario Luzi, L’iniziazione a Morandi, in cat. della mostraOggetti e


stati d’animo, cit., Brescia, Palazzo Martinengo, 1996 (cat. Milano, Skira,
p. 19).

[12]Cfr. John Berger, Sacche di resistenza, Milano, Giano, 2003, p.106.

[13]Per i primi problemi nervosi di Arcangeli, cfr. Tina Longhi Graziani,


cit., vol. II, Le Lettere. Il 30 settembre 1937, quasi al termine della
lettera che Graziani manda al suo «caro professore», Roberto Longhi, il
giovane annota: «Arcangeli va molto bene davvero: è nuovo anzi»
(ibidem, p.160). E nella lettera di Roberto Longhi a Giorgio Morandi,
senza indicazione di data ma degli ultimi giorni del 1937 (conservata
nell’archivio del Centro Studi Morandi), si legge: «Caro Morandi, i miei
auguri per un buon 1938! […] Arcangeli e Graziani, scrivendomi, mi
parlano sempre di lei; ed io Le sono grato per l’amicizia e l’appoggio

19
mentale che Ella offre loro. Cosa le pare dello stato di Arcangeli? Dalle
lettere che mi scrive non riesco a capire bene».

Come si apprende dalla Cronologia (cfr. Tina Longhi Graziani, cit., p.


140), dopo la discussione della sua tesi su Jacopo di Paolo (10 novembre
1937), dal febbraio al luglio del 1938 il ventitreenne Francesco soffre di
un secondo esaurimento nervoso, tanto che Alberto Graziani,
rivolgendosi ancora a Longhi il 6 giugno 1938, così scrive: «Lavoro
dosando le forze; cerco anche di aiutare Momi, che è terribilmente
stanco e ha un sorriso lento che mi fa tanta pena» (ibidem, p. 164).

Per la scomparsa della madre di Arcangeli, cfr. in Appendice II, la lettera


di questi a Morandi del 14 agosto 1962, in cui oltre a ringraziare l’artista
per la sua partecipazione al lutto che ha colpito lui ed i fratelli Nino,
Gaetano e Bianca, lo studioso racconta con parole semplici e toccanti la
notte passata accanto alla salma della madre: «L’abbiamo vegliata tutti
quattro la notte intera, e quei pochi che l’hanno vista hanno detto quello
che sembrava a noi di vedere: che era tanto bella nel letto di morte. E’
stata una notte lunga, straziante, dolce: c’era solo il vento, i grilli, le
farfalline notturne, e pochi fiori intorno a lei. Siamo contenti, almeno,
che sia stata vegliata a lungo anche dalla natura, e che fossero venute le
stelle, dopo la prima pioggia d’agosto». Pagina di dolcezza struggente,
che racconta non solo del legame, mai spezzato, che unisce Momi alla
madre, ma anche del rapporto di fiducia e confidenza piena che lo lega a
Morandi. La lettera è anche prova del fatto che, a questa data e per
quanto la rottura sul testo si sia già consumata, la relazione fra i due non
è ancora giunta al punto di non ritorno. Le cose peggioreranno ancora e
certamente non soltanto per loro responsabilità, ma, come testimonia
una seconda lettera di Arcangeli scritta lo stesso 14 agosto a Ennio
Morlotti, il critico a questa data nutre già parecchio rancore nei
confronti di Morandi: dopo aver parlato del funerale della madre, così
esclama «Per domani, caro Ennio, forse dovevo scriverti queste cose;

20
forse questo è ‘sentimento’; può darsi, me ne frego. Mi piace essere
come sono, e non vorrei mai ridurmi a essere come Morandi; a forza di
sfottere i sentimenti eccolo cinico, circondato solo da gente fasulla. Mi
ha mandato in telegramma profondamente addolorato. Bene, gli ho
scritto con affetto, anche troppo. Ma finché non avrà capito da solo il
suo cinismo nei mei riguardi, non tornerò mai da lui. Non è solo la sua
opera che gli piace al mondo? Se la tenga; io le ho reso e gli ho reso un
omaggio anche troppo imponente, ormai». (Cfr. Massimo Ferretti,
Europei di terre antiche. Lettere fra Morlotti e Arcangeli, in Andrea
Buzzoni,Morlotti. Opere 1940-1992, cat. della mostra, Ferrara, Galleria
Civica d’Arte Modena, 1994, p. 31).

[14]Cfr. Roberto Longhi, Exit Morandi, cit., 1964, in Da Cimabue a


Morandi, cit. 19.., p.

[15]Cfr. John Berger,cit., 2003, p. 106.

[16]Cfr., per la lettera ad Arcangeli, L. Cèsari, cit., p. 664-665; per la


seconda, a Ghiringhelli, Appendice II.

[17]Cfr lettera di Morandi ad Arcangeli del 5 ottobre 1961 (in Luca


Cèsari, cit, p.652-653: «[…] Come già a voce le ho detto, in una
pubblicazione a me interamente dedicata, le persone chiamate in causa
penseranno, con ragione, che io condivida pienamente i giudizi espressi
a loro riguardo». E, di nuovo, un mese dopo, nella lettera scritta a
Grizzana il 6 novembre ibidem, p. 254): «Caro Arcangeli, credo
opportuno, ancora una volta, per l’ultima volta, pregarLa di
riconsiderare ciò che a voce, tante volte, Le ho detto e raccomandato. Di
astenersi cioè da inutili polemiche nel testo che Lei prepara per la mia
monografia: particolarmente riguardo a Cassou, ad Argan e soprattutto

21
a Cesare Brandi. Le faccio ancora presente come tutto quanto Lei
scriverà si potrà ritenere, e con ragione, come pienamente da me
approvato. Cosa si potrà pensare del processo, si può dire, al quale Lei
sottopone il testo di Brandi per la mia monografia edita da Le Monnier,
testo che io allora ho pienamente approvato e che pienamente approvo
ancora?».

[18]cfr. sua lettera a Morandi del 12 giugno 1962.

[19]Alessandra Rizziha di recente tracciato un profilo della vicenda molto


più convincente di tante interpretazioni più o meno di parte. Parlando
della monografia morandiana nel suo Francesco Arcangeli scrittore
(Bologna, Clueb, 2004, p. 71) così scrive: «L’incomprensione ha una
doppia origine: da una parte ci sono le idiosincrasie di Morandi, che col
tempo si radicalizzano ma che egli porta con sé da sempre, e dall’altra
parte c’è la scoperta di Arcangeli della possibilità di vedere i fatti
dell’arte sotto una luce nuova che segna una svolta nel suo percorso di
vita e di studio [questa scoperta avviene verso il 1955, con «l’invenzione
pittorica dell’informale»]. […] Le sue scelte lo portano a combattere
sulle barricate. Morandi non poteva e non voleva seguirlo: la sua arte
non temeva le altezze ma egli aborriva il movimento, almeno quanto
Arcangeli detestava l’immobilità».

[20]Cfr. Luca Cèsari, cit., p. 9 e nota 1 a p. 68.

[21]Cfr. la lettera di Morandi a Lamberto Vitali del 22 aprile 1963, la cui


mala copia è conservata presso il Centro Studi Morandi di Bologna:
«Acclusa alla Sua lettera ho trovato il telegramma di Bloch. È con molto
molto dispiacere che ritengo ancora prematuro il poter “rinsaldare
amicizia con A.”. Le dirò poi a voce».

22
[22]Cfr. Luca Cèsari, cit., p. 619. La vasta appendice degli Apparati,
comprendente appunti e carteggi, è alle p. 618-701.

[23]Cfr. Appendice II.

[24]Le dichiarazioni morandiane in tal senso sono innumerevoli e assai


note. In particolare, cfr. l’incipit della già citata lettera di Morandi ad
Arcangeli del 5 ottobre 1961: «Caro Arcangeli, con interesse ho letto le
cartelle 91-103. A proposito di quanto vi è esposto mi scusi ancora se Le
ricordo la mia aspirazione ad un poco di tranquillità e di Pace. In tutta la
mia vita ne ho avuta poca».

[25]Cfr. lettera di Gino Ghiringhelli a Giorgio Morandi dell’8 settembre


1951: «E’ mio desiderio non perdere troppo tempo per la preparazione
della sua monografia. Se vede Arcangeli, lo avverta».

[26]Non si è conservata la precedente lettera di Morandi cui Ghiringhelli


fa cenno, ma nell’archivio del Centro Studi Morandi si trova un’altra sua
missiva, purtroppo non datata ma certamente degli anni Cinquanta, in
cui Morandi scrive: «Caro Ghiringhelli, […] Ed ora mi scusi se liberamente
Le dico quanto dispiacere mi ha procurato (lo ho letto solamente pochi
giorni fa) l’attacco ad Arcangeli sul Bollettino del Milione. Non ne
comprendo la ragione soprattutto per l’amicizia che vi è fra noi e
Arcangeli. Si può non approvare quanto il nostro amico Arcangeli ha
scritto, ma ritengo inutile farlo pubblicamente». Se si considera
l’abituale discrezione dell’artista, il suo desiderio di non ‘lavare’ mai ‘i
panni in pubblico’, si tratta di una reale, forte lamentela rivolta a
Ghiringhelli, e questo sempre in nome dell’amicizia – e, vorrei
aggiungere,. della stima venata da un senso della protezione – che
23
unisce Morandi ad Arcangeli.

[27]Cfr. in proposito il mio saggio Percezione e allusione nell’arte matura


di Giorgio Morandi, già in catalogo della mostra Morandi ultimo, a cura
di Laura Mattioli, Verona, Galleria dello scudo e poi Venezia, Peggy
Guggenheim Collection, 1997-1998.

[28] Nell’edizione 2007 le pagine sulla pittura di Morandi dal 1946-’48 al


1960 sono 39 in tutto (pp. 428-467), su un totale di 380 pagine!

Appendice I

Appunti inediti di Giorgio Morandi

Tra le pagine della monografia dedicata nel 1942 da Cesare Brandi


all’artista,[1] sono stati trovati alcuni suoi ‘foglietti’ autografi con
appunti stesi durante la sua lettura approfondita e minuziosa del testo
che Francesco Arcangeli via via sottopone alla sua attenzione.

In realtà, le serie di appunti sono due: la prima, autografa, è composta


da un foglio in formato A5 scritto unicamente a penna stilografica, e di
altri tre fogli in formato A4 con annotazioni a matita e a penna – il primo

24
tagliato a tre quarti della carta – tutti relativi alla ‘bella copia’ del testo
arcangeliano.[2]

La seconda serie, scritta da altra mano (molto probabilmente quella


della sorella Dina), è formata da sette foglietti quadrettati, in formato
A5, scritti a matita sul recto e numerati soltanto sul primo foglio
(«1»).[3]In questi vengono riportate, riassunte e sintetizzate le stesse
annotazioni che compaiono nella prima serie di fogli. I numeri di
riferimento sono doppi («10/40») perchè viene indicato sia quello dei
primi appunti di Morandi, sia quello della corrispondente pagina della
prima edizione del Milione (1964). Si tratta dunque di un pro-memoria,
di un riassunto fatto a posteriori come per ricontrollare sul testo,
pubblicato più di un mese dopo la morte dell’artista,[4]le impressioni e
le annotazioni registrate da lui ‘a caldo’ sul dattiloscritto.

Si riportano qui di seguito i fogli della prima serie di appunti – ai quali, in


ogni caso, anche quelli della seconda fanno esplicito riferimento –
indicando a stralcio i passi del testo arcangeliano a cui Morandi si
riferisce.

Delle annotazioni della seconda serie, si riportano solo quelle relative


alle p. 60-152 del dattiloscritto arcangeliano, in quanto nei ‘foglietti’
autografi queste mancano.

Prima delle note morandiane vengono riportati i numeri di pagina


trascritti dall’artista, cui fanno seguito tra parentesi quadrata i numeri di
pagina del dattiloscritto della seconda stesura arcangeliana e quelli
dell’edizione 2007 del testo (ad esempio: «pag.18» [A. II, 32; A.2007,
129]).[5]

25
Prima serie

[A]

pag. 18) Ricevevamo tutti manifesti futuristi –

non “il mio futurismo” di Papini

“Pittura e scultura futuriste” di Boccioni

“Cubismo e oltre” di Soffici

ed anche, quasi certamente,

“Cubismo e futurismo”

[A. II, 32; A. 2007, 129]

«Vi si apprende che i giovani pittori avevano già avuto da Boccioni […] e
da Marinetti, dei libri […]. Quali fossero, è abbastanza verificabile dalle
effemeridi dell’epoca (soprattutto da “Lacerba”); probabilmente: I
Manifesti del Futurismo, Pittura e Scultura Futuriste di Boccioni, il

26
Catalogo dell’Esposizione Futurista di Firenze, Cubismo e oltredi Soffici;
ché Cubismo e Futurismouscì solo pochi giorni dopo».

pag. 24 si mostrava al livello (NEVE)

del grande francese (MATISSE)

far cenno dell’Acerba [sic!] che parla della MOSTRA DA


SPROVIERI

[A.II, 42; A. 2007, 143]

«D’altra parte Morandi con quel mirabile ‘Studio’ di neve, si mostrava,


senza mai averne avuto nozione diretta, degno del grande francese».

[più sotto, nel parlare della mostra di Pittura libera futurista che si apre
alla galleria romana di Giuseppe Sprovieri nella primavera del 1914,
Arcangeli aggiunge fra parentesi un cenno alla piccola recensione
comparsa sul foglio futurista “Lacerba” il 1° giugno 1914]

27
pag. 25 Serata futurista al CORSO

vedere di non parlare del buon Pratella

[A.II, 43; A. 2007. 144]

Dovette assistere con arguto umore alla strana situazione in cui in cui
venne a trovarsi l’amico Pratella (ha ricordato il Bacchelli, qualche anno
fa, «…la serata di gazzarra al Teatro del Corso, quando uno del pubblico
tempestante contro la schiera marinettiana, urlò con altissima e
disperata voce, indicandolo: -Pratella, voi l’avete rovinato!- E Balilla, nel
clamore, faceva segno di no col sereno e bonario testone…» […]

[Arcangeli non toglie il brano]

pag. 26 (di cui Morandi non amava ecc ecc). Mi interessarono assai
anche allora.

28
[A.II, 46; A. 2007, 148] [Nelle nature morte del 1914]Picasso e Braque
possono essere rievocati, sì, ma non certo nella loroalta e serrata fase
del cubismo ‘analitico’ (di cui Morandi non amava, per costituzione, le
ambizioni astrusamente mentali), ma, se mai, nella fase protocubista,
ancora direttamente cézanniana, del 1909.

pag. 28 Non da Derain ma dal dipinto di Cezanne [sic!] riprodotto


nel volumetto della “voce”.

[A.II, 48; A. 2007, 151]

Procede la sua pittura, verso la fine del ’14, col Nudo della Raccolta
Mattioli […] Morandi non conosceva i Derain longilinei del momento
‘gotico’, che è accostamento tentato più volte dai critici più acuti […]. È
un significato primitivo che vuol essere universale nella sua «purezza ed
essenzialità». > Forse, anche lo stimolo, venuto da Derain >.

[Arcangeli espunge l’ultima frase, qui tra i segni tipografici > <, dal testo
pubblicato nel 1964]

29
pag.29 I nudi derivano unicamente da Cezanne. Conoscevo il
disegno di Picasso il quale, probabilmente, derivava pure da Cezanne,
ma con ricordo dell’arte negra e delle D. d’Avignon, si può riferire.

__________________________

peccato non potere avere la fotografia dei nudi di proprietà Gualino.

[A.II, 48; A. 2007, 151] [di seguito alla frase espunta sopra citata]«Questa
figura continua, affusolata, umano obice dentro la sua guardia(che ha
per unica fonte le Bagnantidella raccolta Fabbri, riprodotte nel libretto
su Cézanne edito da “La Voce”) fila inderogabile alla sua meta, piuttosto,
come un Brancusi; e quanto a Modigliani, il suo stile ‘lungo’ in pittura
non è ancora pronto».

[l’autore accoglie l’indicazione di Morandi relativa alle


Bagnanticézanniane. Più avanti [A.II,51; A. 2007, 154], cita come fonte
«per involontaria analogia»dei Nudimorandiani il disegno di Picasso

30
pubblicato su “La Voce” del 21 novembre 1912].

pag. 33 Togliere possibilmente: che occorre amare Corot, non


imitarlo

___________________________________________________

ed inoltre riconsiderare il giudizio su Picasso arcaizzante


accademico.

[A.II, 57; A. 2007, 163]

«Morandi, anche nei suoi momenti più interessati alla tradizione, […]
messo alle strette, avrebbe potuto dichiarare, al più, che occorre amare
Corot, non imitarlo».

31
[A.II, 58; A. 2007, 164]

«Dico del Picasso arcaizzante (che tuttavia fin dai quattordici anni, cioè
dai tempi della sua Niña descalza, aveva dato i segni dei suoi legami, mai
venuti meno del resto, con l’accademia)».

[Morandi non commenta, e quindi accetta, i riferimenti a Brancusi e a


Modigliani]

pag. 38 Conobbi la Brigata alla fine del 18.

__________________________________

mai vista la “creazione lineare di un bicchiere”. Ne “Lacerba” fu nel


1913-14 pubblicato un disegno di Picasso, appunto un bicchiere.

32
[A.II, 65; A. 2007, 175 e 176]

«Morandi ebbe conoscenza, abbastanza tarda, de “La Brigata” di Binazzi


e Meriano, che, partendo dal giugno del ’16, durò esattamente tre anni.

[…] come ai suoi occhi esatti avrebbe potuto interessare la Costruzione


lineare di un bicchiere, firmata da Carrà nel ’16, ma pubblicata nel
maggio del ’17, proprio per l’intenzione che convalidava le sue più
semplici intuizioni, già espresse, del resto, in molte opere».

[Arcangeli non riporta l’indicazione morandiana relativa all’esempio


picassiano]

[B]

[recto]

18 gennaio pag. 35

33
pag. 13 – tra Cezanne e Matisse

[Non è chiaro a quale passo specifico di Arcangeli qui Morandi si


riferisca. Forse a A.II, 6: «Ancora intatto dalla complessità del cubismo
analitico, quel dipinto [il Paesaggiodel 1911]non dimostra il suo autore
più cézanniano di quanto non lo fossero, negli stessi anni, altri artisti
d’Europa. Matisse, Utrillo, Derain; in forma più accostabile, Soffici: ecco i
‘cerveaux congénères’ del Morandi 1911». Oppure, forse a A.II, 8: «E se
in pittura i suoi congeneri dei vent’anni si chiamarono Matisse, Derain,
Utrillo, Soffici anche…».È però certo che l’artista si è scelto i suoi
compagni di strada con grande determinazione e chiarezza].

pag. 21 non “vetrerie in penombra”

il vetro sovrapposto ad un dipinto

[A.II, 37; A. 2007, p. 135]

«Da Morandi ho appreso che erano anche presenti il PaesaggioJesi del


’13 e almeno un paio di nature morte (‘vetrerie in penombra’) non

34
troppo dissimili dal precoce approccio in senso futurista della Natura
mortaScheiwiller del ‘12».

[Con il suo abituale ‘tono basso’ Morandi rifiuta la definizione troppo


fantasiosa – peraltro dovuta al cronista d’arte Ascanio Forti che così
definisce le composizioni morandiane presenti alla mostra del 20 e 21
marzo 1914 all’Hotel Baglioni di Bologna nell’articolo del 22 marzo 1914
su “il Resto del Carlino” – per attribuire a cause del tutto contingenti e
casuali gli effetti ‘a riflessi’ di questi dipinti, come di altri del 1914 (a
esempio, la Natura mortacon il piatto d’argento, già Jucker e ora alla
Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma)].

pag. 32- 34 Derain

[A.II, 56-57; A. 2007, 161-162]

«Non dimentichiamo le bipartizioni in grigio e rosa del Picasso 1905, già


rammentate, giustamente, dal Brandi, nè la fissità di certe nature morte
del Doganiere; nè, se vogliamo, qualche aria del migliore Derain
‘gothique’».

35
«Qui mi pare anzi il punto di sgombrare il cammino dall’accostamento,
che si è più volte sentito avanzare anche da fonti estremamente
autorizzate, con l’opera di Derain.[…] E’ ovvio, anche, che la pittura di
Derain si pone in anticipo, per certi rispetti, e poi in parallelo con quella
di Morandi, con cui sembra spartire una certa idea della tradizione latina
e una sorta di cezannismo semplificato […]. Ma le accuse di accademisno
e d’arcaismo che circolavano già contro Derain […] non erano accuse
insensate».

[Morandi, oltre l’accostamento picassiano, condivide anche quello con


Henri Rousseau le Douanier, ma non quelli con Derain].

a pag. 39 rivedere

[A.II, 66; A. 2007, 176-177]

[È il brano in cui Arcangeli parla della nascita del foglio fondato e diretto
da Giuseppe Raimondi,“La Raccolta” (15 marzo 1918 – 15 febbraio 1919)
e del suo apporto per Morandi di«fiduciosa ripresa»e di «conforto
morale dopo tempi duri di scarso lavoro e di malattie». Ma soprattutto
36
lo studioso parla di Carrà: della«strana favola biblico-metafisica che è Il
ritorno di Tobiadi Carrà»; del suo dipinto Il dio ermafrodito(«interessò
certo Morandi, affacciandosi alla pagina nel suo misterioso silenzio, il
Dio Ermafroditodi Carrà»); della «prima riproduzione di un Morandi,
l’incisione del ’15; e, intercalata alle pagine del carrariano Tobia
futurista, chissà quale effetto dovette produrre quell’accolta di lunghe
immagini»].

a pag. 37 Corsi

[A.II. 64; A.2007, 174]

[Si legge qui un passo espunto dall’edizione 1964, in cui il critico, per
descrivere «il movimento di cultura che – fino al luglio del 1918 – si
svolge in Italia, e un po’ anche a Bologna, intorno a Morandi», si
sofferma anche sulle opere dipinte intorno al 1916 da Carlo Corsi.
Probabilmente Morandi ritiene ‘inutile’ tale digressione, così come il
successivo parallelo – conservato nel testo – fra le opere morandiane e
una Sovrapposizione1917 di Corsi («unica intenzione ardita accanto a
Morandi»)].

da pag. 40 a pag. 41 metafisica – e oltre

37
a pag. 41

[A. II, 68-68bis; A. 2007, 177-179]

[In queste pagine, più volte riviste e ritoccate, tanto da sostituire le


pagine 67-68 del dattiloscritto con le nuove 68 e 68bis, Arcangeli traccia
un quadro d’insieme del momento che a Bologna, in Italia e in Europa,
precede la nascita della metafisica morandiana. Morandi è come sempre
molto cauto e non ama i quadri d’insieme troppo ampi].

a pag. 45 i due padri della Metafisica

[A. II, 72, oppure A.II, 78; A. 2007, 184-185, oppure 193]

[Non si sono trovate nel testo di Arcangeli le parole precise citate


dall’artista. La pagina 72 è dedicata, prima, al rapporto tra de Chirico e
Savinio, e poi a Carrà («L’opera di Carrà interessa Morandi, non soltanto

38
per la sua qualità, ma anche perché essa dà un nuovo, fascinoso e
durevole aspetto alla ‘letteratura’ dechirichiana»). È probabilmente su
questo che Morandi appunta la sua attenzione.

La pagina 78, che inizia con la considerazione: «Non avrei potuto parlare
di un Morandi ‘metafisico’ senza un rinnovato esame di coscienza di
fronte all’opera di De Chirico e di Carrà», prevedeva anche due frasi poi
espunte dall’autore: «Esaminarmi così di fronte a Carrà e a De Chirico
significa, un poco, farlo anche per conto del grande maestro di cui sono
impegnato a scrivere»;«Non facile a dire che sarebbe accaduto della sua
concezione spaziale, senza questo interessamento suscitato in lui da due
uomini del livello e del fascino di Carrà e di De Chirico»].

– 23 gennaio –

a pag. 47 Dada

[a. II, 81; A.2007, 197]

[A proposito delle Nature mortecon la cassetta del 1918-1919, di quella

39
con il mezzo manichino della Raccolta Magnani e di quella con il
manichino e la ‘fiammella’ nel collo, ora all’Ermitage (Cat. Vitali, n. 37),
Arcangeli scrive: «Non ho mai saputo astenermi, lo confesso, da quando
ho avuto un minimo di ‘uso di cultura’, dal pensare a ‘Dada’. […] certo è
che opere come queste mi appaiono in qualche modo, > e abbastanza
misteriosamente giocate < in diapason col bizzarro, ma fondamentale
movimento anarcoide che aveva trovato in Svizzera […] la sede più
adatta» (Morandi afferma che su ‘Dada’ egli non ebbe che vaghe e
poche dirette notizie).La frase tra i simboli tipografici > < è stata cassata
dal testo pubblicato nel 1964].

pag.57 Missiroli – Politica

[A. II, 98-99; A. 2007, 220-221]

[Qui Arcangeli si lascia andare ad una lunga digressione critica


sull’atteggiamento tenuto dalla «nostra sinistra culturale»nei confronti
della cultura idealistico-crociana e della stagione metafisica. Certamente
Morandi, alieno dall’occuparsi di politica e dal mescolarla alla sua arte,
non può approvare la pagina].

pag. 59 De Chirico

40
Tenere conto della Natura morta 1920

[A. II, 103; A. 2007, 227]

«…Morandi arriva a sfiorare, nella Natura mortadella raccolta Jesi [Cat.


Vitali, n. 43], qualche elemento dechirichiano […] ed è quanto di men
lontano da De Chirico egli abbia mai concepito. Un certo ricordo della
Natura morta evangelicache Morandi aveva conosciuta sulle pagine della
“Raccolta” […] mi sembra probabile: in alto, ecco lo stanghello che fa
angolo di sottoinsù (naturalmente Morandi, vero inventore di forme, a
differenza di De Chirico che ne è soltanto un apparatore più o meno
brillante e geniale, chiude a perfezione con l’ombra del righello il
teorema di geometria euclidea prospettato in profondità)».

[Può forse Morandi approvare, ancor più che la ‘filiazione’ del suo
dipinto da quello di de Chirico, il paragone tutto a suo vantaggio che
Arcangeli propone fra loro, uno «vero inventore di forme»e l’altro mero
«apparatore più o meno brillante e geniale»?]

41
[verso]

pag. 152 nulla più colla metafisica

riguardo alla natura morta Guarini. Quadro guastocausa incauta


pulitura.

[A. 2007, 295]

« > Certo, l’essersi trovato esposto pressoché alla pari coi due grandi
della ‘metafisica’, Carrà e De Chirico, che avevano alla mostra fiorentina
parecchi dei loro capolavori, chissà che non stimolasse Morandi,
< almeno un poco, a riaccostarsi a un’idea di stile certo e misurato».

[In base alle osservazioni dell’artista, qui Arcangeli cassa tutta la frase
fino a«stimolasse Morandi» e vi sostituisce nell’edizione del 1964 (p.
189) il più semplice attacco: «Tuttavia verso il ’22, Morandi torna,
almeno un poco, a riaccostarsi a un’idea di stile certo e misurato»].

42
pag. 153 Il giardino – Dipinto eseguito con cielo nuvoloso, senza sole

[dopo «Dipinto eseguito», si intravedono sotto una cancellatura le


parole: «…pomeriggio di nuvole»].

[A. 2007, 296]

«Il Giardino di via Fondazza […]. Nella pittura che spento, muffito limbo,
che monotono, condannato girone di vita povera e solitaria, che
irrimediabile assenza di sole!».

[E, come sempre, Morandi ‘abbassa il tiro’, dicendo semplicemente che


il dipinto è così solo perché realizzato in un pomeriggio nuvoloso… E poi,
nell’annotazione seguente, spiega meglio:

pag. 153-154 Dipinto che ha molto sofferto. Il fondo era stato


completamente ridipinto e fu quindi necessario toglierlo con quale
risultato per il dipinto – nonostante che l’operazione fu eseguita con
cautela

43
pag. 154 Togliere possibilmente il paragone con Braque.

[A.2007, 297] [A proposito della Natura morta del 1923, già raccolta Jesi
(Cat. Vitali, n 82): «D’altra parte, se intendeste, questa volta che
Morandi è anche, se si vuole, così supremamente elegante […],
richiamare il Braque di questi anni, sarebbe impossibile, credo, ad occhi
sereni, non riconoscere che […] il maestro francese ‘fa moda’, là dove
Morandi […] ne fa poesia profondissima».

[Ancora un paragone tutto a favore di Morandi. Ed è proprio questo


atteggiamento del critico che l’artista non condivide].

[C]

[recto]

44
pag. 158 I fiori Jesi non furono esposti alla 3° Quadriennale ma quelli
di proprietà di mia sorella

[A. 2007, 302]

[Si tratta dei Fiori, 1924 (Cat. Vitali, n. 88) ora al Museo Morandi di
Bologna].

pag. 160 ritengo inutile parlare di certi artisti. Può portare a


confusioni. Unicamente.

[A. 2007, 305]

[Arcangeli parla a lungo della XIV Biennale di Venezia, del 1924, e cita sia
«il dominatore nazionale Spadini», che i pittori del gruppo milanese del
“Novecento” sostenuti da Margherita Sarfatti. Morandi ritiene tutto ciò
45
ininfluente sulla sua pittura e subito ribadisce più chiaramente il
concetto:

da pag. 160 a pag. 163 Uguale osservazione per avvenimenti che non
mi hanno mai

riguardato

[A. 2007, 305-309]

[Oltre a parlare degli italiani presenti alla Biennale, Arcangeli allarga lo


sguardo ai padiglioni stranieri, proponendo giudizi retrospettivi («Molta
è la tristezza che pesa sulla media degli espositori») e graduatorie di
merito («Ma credete forse che sia la Francia […] a sventolar la bandiera,
se non della rivoluzione perpetua, di qualche cosa che sia, perlomeno,
dignitoso e moderno? Nemmeno per sogno») che evidentemente non
interessano o paiono eccessivi all’artista].

46
pag. 164 la natura morta col drappo giallo (Longhi) è del 1924- 25.

[A. 2007, 310]

[Cfr. Cat. Vitali, n. 101]

pag. 166 non ho mai pensato né a Lega né a Bertelli.

[A. 2007, 313]

[A proposito del Paesaggio di Chiesanuovadel 1925 (Cat. Vitali, n. 110) e


dell’analogo Paesaggiodello stesso anno] «Sono due fra le opere più
belle, profumate come le buone semplici cose della campagna, del
Morandi paesano; e, non fosse per la perfetta vasta calibratura della
composizione e del tono, sarebbe questa l’occasione per ricordare il
nostro migliore, più ingenuo ‘800, i Lega più squisiti, i momenti più alti
del rozzo, ma non giustamente dimenticato naturalista locale: Luigi
Bertelli».

47
[In una sola frase si trovano condensati due fra i maggiori punti di attrito
fra il critico e l’artista: il «Morandi paesano»e «il nostro migliore, più
ingenuo ‘800». E pensare che, di fronte allo stupendo, silenzioso e
compatto Paesaggio di Chiesanuovacon quel muro rosa intatto e
invalicabile, non vien certo da pensare né a Lega né a Bertelli, perché il
nome che per primo si affaccia alla mente è quello dello straordinario
Maso di Banco con le sue Storie di San Silvestro in Santa Croce, a
Firenze!

Per altri appunti morandiani sul problema dell’ipotizzato, ma da lui


sempre ricusato, suo ‘ottocentismo’, cfr. più avanti, i foglietti della
seconda serie per le pagine del dattiloscritto arcangeliano da p. 60 a p.
151].

pag. 169 La natura morta di proprietà Carrà gli fu data quando fu a


Bologna di ritorno

da Roma

dove vi era una mostra di Corot. L’articolo dell’Ambrosiano


uscì subito dopo.

48
Desidererei togliere (di qualità inferiore agli italiani) a
proposito di Fautrier.

[A. 2007, 318]

«Chissà se era già dipinta >, o se fu, dopo l’articolo di Carrà, data in dono
in segno di libero omaggio, < la Natura morta che il Brandi riproduce alla
tavola XXI del suo libro» [Cfr. Cat. Vitali, n. 62: qui il dipinto è datato
«1921 circa»].

« > Impressiona anche riscontrare come, in questo momento [1925], gli


italiani più solitari, gravi, appassionati, toccano risultati non distanti da
un francese alquanto più giovane, che non conoscono: Jean Fautrier.
Nello stesso anno egli dipinge, infatti, la Nature morte au panier[…] e la
Nature morte au raisindi Paul Guillaume, che, entro un’analoga vecchia
erosione, entro un patetico quasi incerto fra Courbet e Rouault, si rivela
poi, controllato sull’originale, di qualità inferiore agli italiani < ».

[Su richiesta di Morandi, che non approva proprio questo continuo


paragonarlo ad altri e sempre a suo vantaggio, Arcangeli espunge dal
testo pubblicato entrambe le frasi].

49
[verso]

pag. 170 riguardo alla natura morta di Carrà “Natura morta con orcio
e libro” vedere

quella mia

riprodotta a tav. XXX riprodotta nel Beccaria con data errata


1935 che invece è

del 1921 o 1922. È riprodotta a colori nel Scheiwiller di


Chiantore. Ed inoltre la

“natura morta” del 1925 a Leningrado.

[A. 2007, 319]

«E’ un momento, insomma, di nuovo meno lontano da Carrà: che del

50
resto, se qualche cosa potè suggerire al Morandi di quell’anno [1925]
non mi pare mancasse in alcune opere (ad esempio, nella Natura morta
con orcio e librodel ’27 […]) di subire qualche cosa dai modi silenziosi e
assorti del giovane bolognese».

[Per il primo dipinto citato, cfr. Cat. Vitali, n. 51, datato 1920; per il
secondo, Ibidem, n. 107].

pag. 175 gli amici di Strapaese erano le uniche persone frequentabili


in Italia. Credo

nonostante questo che alcuna influenza ha ricevuto il mio


lavoro.

[A. 2007, 325]

«Insomma, piuttosto che vergognarci tanto di Strapaese penso che


faremmo bene a cercar di capirlo, e a studiarne le ragioni; le quali, anche
se il movimento non fu, tutto sommato, cosa grande, non furono ragioni
di piccolo momento e rientrano infine nel quadro più vasto d’una

51
reazione, verificatasi dappertutto, agli effetti dell’industrializzazione».

pag. 176 sarebbe più opportuno dare tutte queste notizie, magari
anche più ampiamente,

in altro testo.

[A. 2007, 326-327]

[Qui Arcangeli dedica largo spazio – come già ha fatto per la Biennale del
1924 – a descrivere la situazione complessiva e le diverse presenze della
Biennale di Venezia del 1926].

pag. 178 infatti indimostrabile (Carrà)

(Le tre case del Campiaro a Grizzana).

52
[A.2007, 329]

«…e, ancora nel ’28, in quelle Case del Campiaro a Grizzana, che, certo
d’una finezza magistrale, e di sapientissima graduazione nei passaggi
chiaroscurali, mi paion tuttavia uno dei casi rarissimi in cui un sentore
quasi indimostrabile d’Ottocento suoni […] in senso non del tutto
positivo».

[Se è chiaro, in quel convinto «infatti», cosa pensi Morandi del «sentore
d’Ottocento»pur tra molte cautele avvertito nelle sue acqueforti del
1927-1929 da Arcangeli – come da Vitali, Solmi, etc. –, meno evidente
appare il senso di quel «Carrà» fra parentesi, a meno che Morandi non
attribuisca alle opere dell’artista piemontese quello stesso «sentore»].

pag. 187 i disegni del sole a picco non sono che lucidi da incisioni –

[A.2007, 342]

« > I disegni per Il Sole a picco[raccolta di liriche di Vincenzo Cardarelli,


pubblicata nel 1930 dalle Edizioni de L’Italiano di Leo Longanesi con
illustrazioni di Giorgio Morandi]sembra portino in sé il profumo discreto
e in po’ rigido di questo ‘ordine’, di questa compostezza che è per tutto.
E’ la solitudine entro cui suona la nobile stanchezza dell’endecasillabo

53
cardarelliano: “Sì che per me la terra / non è più un asilo / vietato, un
cimitero di memorie. In questo cimitero < paion deposti quei Fiori di
crisantemo in un tavolo[Cat. Vitali Incisioni, n. 41 del 1928], che tornano
anche nel dipinto di tema uguale della raccolta Neri di Venezia [Cat.
Vitali, n. 126]».

[Ricevuta la precisazione di Morandi, Arcangeli toglie tutto il brano e,


prima di «paion deposti», inserisce l’attacco: «Per Morandi è la
solitudine; e vi…»].

[D]

[recto]

pag. 190 Non intendo essere stato un oscuro anticipo di Wols e


Fautrier.

[A. 2007, 345]

54
«Il maestro che, con incognito anticipo su tutti in Europa già aveva
indicato in direzione [prima stesura: «era stato una sorta»]di Wools e
Fautrier, casalingo»…

[Dopo la protesta di Morandi, lo studioso cambia un poco la forma del


discorso e cassa quel «casalingo»che di certo, e giustamente, non
piaceva all’artista, ma lascia intatta l’indicazione della supposta
‘primogenitura’ morandiana nei confronti dell’Informel europeo].

pag. 193 Sostenuto concretamente, ma solo per qualche tempo,


dall’intelligenza di Broglio.

[A. 2007, 350]

[Arcangeli riparla di Strapaese, affermando che, dopo il periodo di


“Valori Plastici”, «è soltanto con gli anni del “Selvaggio”, tuttavia, che
egli gode dei primi modesti e arcimeritati vantaggi, anche pratici, d’una
qualificazione abbastanza regolare; e, per fortuna, non propriamente
conformistica»].

55
pag. 196 Demoniaco morandiano

[A. 2007, 354]

«Ho già avuto occasione di toccare del ‘demoniaco’ morandiano, per


altre opere, segnatamente del ’18 e del ’24: qui esso tocca un suo vertice
[nella Natura mortadel 1929; Cat. Vitali, n. 143], nella composizione
armoniosamente spettrale, in quella base solida e cieca […], in quel rosa
che cuoce quasi insoffribilmente, come a un riflesso di splendido
domestico inferno, il suo mondo che emerge da una tenebra
surriscaldata di bruni».

[È ancora una volta evidente come Morandi trovi esagerata ed eccessiva,


comunque ‘sopra le righe’, l’espressione pur affascinante di Arcangeli].

pag. 201 Politica

[A. 2007, 360]

56
[In questo passo Arcangeli traccia il profilo dei rapporti tra arte e potere
fascista intorno al 1930. Morandi prima segna la pagina, poi cancella
l’annotazione con un tratto di matita].

pag. 207 Il libretto di Faure sul grande CHAIM

Biennale del 1930. Non mi sembra giusta l’ubicazione

[A. 2007, 368-369]

[Il critico propone qui un raffronto fra Gerani dentro un bicchiere,


acquaforte del 1930 circa (Cat. Vitali Incisioni, n. 79) e le figure di Chaïm
Soutine («Essi son vivi in modo che a me ricorda i corpi di Soutine…»),
tanto che cinque righe più avanti avanza l’ipotesi, prima espunta e poi
ripristinata nel volume del 1964:«Non è escluso, del resto, che Morandi
in quel torno di tempo potesse vedere il libretto di Faure sul grande
Chaïm, pubblicato nel ’29 e che cominciò a circolare presto anche fra
noi; ma anche, in questo caso come sempre, se il rapporto ci fu, non fu

57
di dipendenza». Nonostante quest’ultima ‘rassicurazione’, il raffronto
non convince l’artista che non conferma la conoscenza del volume].

pag. 210 Fautrier – Dubuffet –

[A. 2007, 371-372]

«… nulla è di sfrenato in lui, nemmen nelle opere più arrischiate. Anche i


due francesi, alquanto più giovani, Fautrier e Dubuffet, che non saranno
disformi dalla linea di questa pittura […] Pensate a Morandi, se volete
insieme a Soutine, come primo parziale autore e capostipite d’una storia
che si propaga variamente in Fautrier, Dubuffet, Morlotti, Burri: vedrete
che un legame esiste».

[Morandi – come già aveva fatto nell’appunto relativo a p. 190 – rifiuta


di essere considerato come il «capostipite»di Fautrier e Dubuffet,
mentre non fa lo stesso per Morlotti e Burri].

58
pag. 230 Brandi invece di Bardi

[A. 2007, 399]

«Tutto è composto e ricomposto, sconvolto e certo, e minaccioso nella


Natura mortaGiovanardi del ’36 (vedila in Bardi, Giorgio Morandi, tav.
II)».

Morandi corregge l’errata citazione, peraltro rimasta tale anche


nell’edizione attuale della monografia].

pag. 233 Molto difficile il parallelo fra Guernica ed il Radeau de la


Meduse.

[A. 2007, 402-403]

«Picasso ha il violento, enorme sussulto di Guernica[…] Il grande,


talentoso spagnolo, troppo adusato alle contaminazioni dei suoi violenti
formalismi con l’assurdità surrealista, fornisce, certo, un documento

59
impressionante; ma, a parte ogni altra osservazione, già condotta da me
e da altri, chi potrebbe credere che, al di là del facile e generico richiamo
al Goya, la gran ‘macchina’ di Guernica, così calcolata in contrappesi
fino all’ultimo ritaglio di forma, sia fondata sul Radeau de la Meduse di
Géricault? Provate a sforbiciare le masse, soprattutto i chiari, del
Radeau, e vedrete. Sia consentito allora, a titolo interamente personale,
il sospetto per tanta eccitata sapienza, e l’incredulità nei riguardi
dell’interpretazione di Guernicacome “l’opera d’arte più terribilmente
morale di tutta la storia”».

[In realtà, qui Morandi è d’accordo con Arcangeli nel ritenere forzato il
parallelo Picasso-Géricault. Ciò che piuttosto lo disturba profondamente
è l’attacco a Picasso, «il talentoso spagnolo». Di questo si lamenterà
anche nella lettera inviata a Cesare Brandi il 6 febbraio 1963: «Oltre a
quanto Le ho già detto, attacchi ad artisti contemporanei: Braque, Villon,
e, soprattutto, contro Picasso. Il “talentoso Picasso” a proposito di
Guernica»].

pag. 237-238 fare attenzione – Desidererei fosse tolto l’accenno a


Picasso.

[A. 2007, 409]

« > Picasso ha dichiarato, un giorno, che mentre sono reperibili in

60
Poussin “des maladresses”, non se ne trovano “chez les Espagnols, ni
chez les Italiens, bien entendu. Chez les Italiens, ça devient dégoûtant”. Il
discorso di Picasso può avere le sue ragioni, rispondenti alla sua
personale inquietudine. Ma Morandi non è Andrea del Sarto, né un
virtuoso del ‘bel canto’ […] <.

Le opere della Terza Quadriennale sono, ormai, un po’ disperse, e


Morandi sembra non preferirle. Personalmente sono convinto che,
prima o poi, le rincontreremo sul nostro cammino. Allora esse
brilleranno improvvise come apparizioni […]. > Allora queste opere
potrebbero esser difese dalla ‘boutade’ di Picasso con le parole di
Sézanne: “Quand la couleur est à sa richesse, la forme est à sa
plénitude” < ».

[Le due frasi tra le indicazioni tipografiche > < vengono espunte
dall’autore. In realtà l’attacco a Picasso è troppo insistito ed appare poco
motivato il riferire la sua, pur discutibile, affermazione all’arte di
Morandi].

[verso]

61
pag. 242 risposte d’impegno alla IIIa Quadriennale

[A. 2007, 416]

[Arcangeli si sofferma a lungo, e giustamente, sulla sala di Morandi alla


III Quadriennale romana del 1939, ed afferma:«Questa sala fu certo uno
stimolo potente alla valutazione di Morandi, anche e appunto nella sua
storia, come fino ad allora era stato pressoché impossibile; e molte
furono infatti, subito o quasi subito, le risposte d’impegno: da Apollonio
a Bartolini, da Brandi a De Libero, da Guzzi a Marchiori, da Oppo a Carlo
Savoia».Probabilmente quiMorandi vuole sottolineare l’accostamento, a
lui non gradito, fra nomi del calibro di quelli di Brandi, De Libero,
Apollonio e Marchiori e quello, ad esempio, di Cipriano Efisio Oppo,
portavoce paludato della retorica del regime. Ma, certamente, il nome
che lo disturba maggiormente è quello di Luigi Bartolini, artista e
polemista marchigiano che, dopo alcuni anni di amicizia con Morandi
(tra il 1929 e il 1932), in occasione della Quadriennale gli si scaglia
violentemente contro, guidando con diversi articoli su quotidiani romani
la reazione contro quelle che egli chiama sprezzantemente le sue
«bottigliette di rosolio»].

pag. 244 San Paulo… ecc.

62
[A. II 2007, 417]

[Il critico paragona la ricchezza della sala alla Quadriennale del 1939 alle
più recenti mostre estere di opere morandiane (ad iniziare dalla
personale di Morandi curata da Rodolfo Pallucchini alla Biennale di San
Paulo del Brasile nel 1957, sala che gli vale il Premio per la Pittura).
Arcangeli non èd’accordo sul metodo critico di «offrire agli stranieri un
volto compatto, e perciò più facilmente controllabile, dell’arte di
Morandi. Ma sarebbe falso affermare che un tale metodo di scelta, che
valse anche per mostre svizzere, olandesi, inglesi, americane, italiane, sia
stato il migliore. Non parlo di ‘fiaschi’, o di ‘mostre inconsulte’, come per
eccesso non si è mancato di fare; certo è per lo meno strano obbligare
gli stranieri, che meno conoscono Morandi, a intenderlo in pieno
attraverso la ’porta stretta’ d’una interpretazione della sua arte tutta in
chiave veermeriana, chardiniana, corottiana». Il fatto che Arcangeli si
ponga esplicitamente in contrasto con gli altri suoi critici e presentatori,
non piace a Morandi, che ormai da anni rifiuta peraltro con ostinazione
ogni occasione di mostra in Italia e che invece non si rivela restio a
accettare mostre all’estero se di qualità alta, giocando in tal modo la
carta vincente per il futuro].

pag. 253 Picasso

63
[A. 2007, 430]

«A otto anni dalla fine della guerra Ragghianti vedeva in Picasso il “nome
rappresentativo” per “chi legga la pittura contemporanea secondo la
partecipazione al tempo”. “Ma chi legga la pittura contemporanea
secondo poesia, secondo assolutezza e perennità di poesia, dovrà, io
credo, pronunciare altri nomi, e prima di tutto un nome: Morandi”. > Ma
poteva esser davvero campione assoluto di partecipazione al tempo
quel Picasso che si ribellò dall’interno, dissacrò, smontò, inquinò, ma
non distrusse certo i principi dall’arte accademico-formale di cui era
figlio uterino? <».

[Morandi, come sempre, scrive il minimo, una parola sola, «Picasso», a


commento della digressione arcangeliana. Ma è sufficiente. La frase fra
segni tipografici verrà cassata].

pag. 263 Robbe-Grillet – Butor

[A. 2007, 443]

64
«Non so se gli oggetti di Robbe-Grillet e di Butor, e i loro personaggi-
oggetto, sian davanti a noi con altrettanta autorità, nitida potenza, e, se
si vuole, umanistica inutilità di queste mirabili nature morte
morandiane».

[Ora il critico parla dei dipinti morandiani dei primi anni Cinquanta e
propone un altro paragone non gradito, e sostanzialmente
incomprensibile, a Morandi. Subito più sopra, di certo irritando sempre
più l’artista, aveva scritto che «come il suo ‘informel’ non sbordava mai
oltre i limiti di una relativa credibilità e consistenza degli oggetti, così ora
questa evidenza è moderata dalla sua misura stessa»].

pag. 266 Pietro Longhi

[A. 2007, 448]

[Arcangeli entra esplicitamente in polemica con Rodolfo Pallucchini.


Giudica negativamente il metodo critico della “pura visibilità” e, per
farlo, mette a confronto Pietro Longhi e Morandi, suscitando ancora una
volta la domanda inespressa dell’artista: «che c’entra?»].

65
pag. 269 Rothko –

manca una parola al passaggio a pag. 270

per me ciò che vediamo è quasi nostra invenzione

(il mondo così detto naturale) Questo dell’umanità tutta.

[A. 2007, 453]

«Ogni posatura del colore e della luce si gradua perfetta, caricandosi o


smorendo appena, sì che i celebri piani di luce di un Rothko (che
dovrebbero essere, e non son quasi mai, dipinti, nel loro ‘mesmerismo’
pittorico, fino alla stremata crudeltà della perfezione) fanno al
confronto, suggestione, ma non dominata davvero; ne nasce uno
‘spirituel’ evasivo rispetto ai suoi stessi assunti. ‘Spirituel’, questo di
Morandi? No, egli rifuggirebbe dalla parola così impegnativa e così
astratta, accontentandosi di ribattere: “Nulla è più astratto del mondo
visibile”».

[Non credo che a turbare Morandi siano soltanto i continui riferimenti


66
ad altri artisti, di cui criticamente non approva analogie o differenze
rispetto alla propria pittura. Forse ciò che ancor più lo turba è che
Arcangeli, per troppa dedizione, per troppa passione, tende
sistematicamente ad ‘abbassare’ gli altri nella convinzione che in tal
modo Morandi risulti ancora più alto.

La parola che manca nella sua frase è «cosiddetto». Per lui,


evidentemente, non è cosa di poco conto, dal momento che il termine
evidenzia una convenzione al di sotto della quale, per un artista, c’è
molto da indagare e scoprire. Negli appunti della seconda serie, a questo
proposito le parole usate dall’artista sono quelle del testo (e quindi
«visibile», e non – come qui – «naturale»), mentre viene sottolineato il
termine «cosidetto»].

pag. 270 E’ astrazione la geometria?

[A. 2007, 454]

«Se geometria è astrazione, tutto passa dalla visione geometrica, e


giustifica, secondo normale esperienza, che “non c’è niente di più
astratto di quel che vediamo”».

[La domanda che si pone Morandi rivela molto della profondità delle

67
riflessioni che da sempre va affrontando. Per lui, di certo, il concetto di
astrazione è molto più ampio di quello di geometria e coinvolge la sua
stessa visione di vita. I principi stessi della sua arte].

pag. 271-272 Ciò che io dico sempre e sostengo da lungo tempo.


Sulla mancanza di una

ragione sia civile che religiosa che le arti figurative da


quasi un secolo vanno

perdendo.

[A. 2007, 455-456]

«La pittura di Morandi, tuttavia, vive secondo la sua vita: questa è la sua
scelta, questa è la sua forza. È una vita, una scelta davvero fuori del
tempo? […] essa contiene ancora, implicito, un difficile, ma possibile
modo di vita. Forse non d’oggi, 1961, in cui questo modo di vita è
accessibile a pochi, posto che tutto, intorno, congiura a a cancellare le
antiche verità artistiche e morali che, invece, ogni opera, ogni giorno di
Morandi confessa e onora in modi inusitati».

68
[Qui Morandi sembra d’accordo con Arcangeli. Ma sorge anche il
sospetto che l’artista, più che rivendicare «antiche verità artistiche e
morali», ribadisca la sua modernità, il suo essere parte di quella nuova
arte, nata negli ultimi decenni del XIX secolo, che, avendo perduto
funzioni sociali e pratiche fino ad allora a lei riservate, trova soltanto in
se stessa i motivi e le ragioni del proprio significato e della propria stessa
esistenza].

pag. 277 ? Vuillard.

[A. 2007, 463]

«Dalla finestra, poi, è quasi lo scorrere avventurato d’un’impressione,


ma fermata entro la fusione sempre ammirevole della tonalità, a dar così
vivo respiro al Paesaggio[Cat. Vitali, n. 1167]; tale che Morandi sembra
portarvi innanzi […] l’eredita di Vuillard».

[Dopo il richiamo di Morandi, non d’accordo sull’analogia con il pittore


postimpressionista, cui non si sente in nulla vicino, lo studioso cambierà
la frase, senza mutarne il senso né la portata critica, in «l’eredità dello
squisito postimpressionismo francese»].

69
Seconda serie

53/117 Argan

[A.II, 91; A. 2007, 210-211]

«La ‘metafisica’ italiana […] è cosa che richiederebbe un’indagine non


meno accanita, ma più affettuosa, i quella che le dedicò Argan
nell’immediato dopoguerra».

[Qui Arcangeli dedica quasi una cartella a differenziarsi dal critico


romano, mettendone particolarmente in luce l’atteggiamento ora
«contraddittorio», ora «capziosamente severo». E, come sempre,
Morandi non approva questa contrapposizione].

107/137-138 Autoritratto – detestato

70
[A. 2007, 234]

«In questa situazione nasce un Autoritratto, ora, sembra, perduto […]


Quanto è lontano questo volto glabro, di figura giottesca quasi
caricaturata n una sorta di impassibile snobismo, da quello un po’
accecato, apprensivo, che Morandi si dipinse sul cominciar della
guerra!».

[L’Autoritratto, pubblicato sul numero del novembre-dicembre 1919 di


“Valori Plastici” (Cfr. Cat. Vitali, n. 33), viene distrutto dall’artista solo nel
secondo dopoguerra, forse perché troppo ‘ingessato’ e ‘mentale’, o
forse perché troppo vicino al Ritratto del figlio………di Paul Cézanne].

115/145 Citazione Raimondi (inutile)

Non condividevo e non condivido

[A.II, 2007, 244]

71
[Lo studioso inserisce qui una lunga citazione tratta dalla recensione di
Giuseppe Raimondi sull’appena uscito La pittura metafisicadi Carrà, agli
inizi del 1920. Morandi non è d’accordo con Raimondi, forse soprattutto
laddove questi scrive: «I risultati andateli a vedere, sono quadri ben
dipinti, forme chiare, linee segnate, contorni esatti, cose quadrate e
sostanziali […]». E, ancora, Raimondi parla di «discorsi chiari, sensati e
cordiali, ragionamenti tranquilli» In effetti, tutto ciò non pare proprio
riguardare la metafisica morandiana].

121/253 Guardarsi da ‘quasi ottocentesca’ – porterà equivoci

[A. 2007, 253]

«Prima di lasciare il 1920, non si dimentichi di considerare […] quel


piccolo capolavoro non abbastanza ricordato che è l’incisione della
Brocca[cat. Vitali Incisioni, n. 5] la modernità di immagine insita in quel
tessuto che sembra ricomporsi, rare volte, in una concezione quasi
ottocentesca».

[Inizia qui a manifestarsi – per continuare nelle osservazioni seguenti – il


dissenso di Morandi sulla lettura a suo avviso troppo

72
«ottocentesca»,«casalinga» e «paesana»che Arcangeli, pur fra mille
distinguo, propone delle sue opere, dipinti e incisioni, degli anni Venti].

122/154 Errore il grande decennio paesano

[A. 2007, 254]

«Comincia il suo grande decennio paesano. Paesano e strapaesano, non


vuol dire la stessa cosa. […] Il suo paese senza prefissi Morandi lo sceglie
da solo, verso il ’21, per intimo dissenso dai suoi grandi amici della
‘metafisica’, assai prima che nascano “Il Selvaggio” e “L’Italiano”».

123/155 Mai venerazione del mestiere

tralasciare il Corot in metallo, ecc

attenzione all’apparente ottocentismo

73
[A.2007, 255-256]

«L’antiretorico Morandi non potrà non essere, perciò, nel modo più
inevitabile, se non antifascista. […] La sua è una polemica implicita, ma
radicale; sarà limitata in qualche incisione dalla venerazione del mestiere
[…]. Morandi sente […] che una tradizione non si resuscita per forza di
volontà o di mestiere; e che a tenerla viva è solo il senso […] d’una
continuità di vita. E’ allora che, in confronto al Corot di metallo e cartone
che il talento di Derain ci regala in quegli anni, alla voluta plastica
scenografica del PaesaggioChrysler di Picasso, e di tutta la sua fase
‘antica’, ai teatri neoboekliniani del De Chirico ‘romantico’ e anche alla
voluta solennità del Mulino di Sant’Annao del Pino sul maredi Carrà, la
polemica implicita della Veduta di Villa Comi[Cat. Vitali, n. 75]è
legittimata. Al di là di un apparente ottocentismo, Morandi invece ci
rituffa nella memoria tutta ‘esistenziale’ d’ un paese senza tempo».

[Interessante, oltre al deciso rifiuto di qualsiasi legame con l’arte e la


mentalità ottocentesca, è l’altrettanto esplicita ricusazione della
sudditanza al mestiere anche laddove questo – ed è il caso della pratica
calcografica – si rivela indispensabile].

179-180/221 incisioni – patetico ma fermissimo sapore ottocentesco.

74
[A. 2007, 332]

«Perché non dire, insomma, che alcune incisioni morandiane hanno un


patetico ma fermissimo sapore ottocentesco?».

[E Morandi non si stanca, con pazienza e tenacia, di ribadire il suo più


fermo e totale rifiuto della pittura del secondo Ottocento italiano, quella
stessa a cui aveva inteso opporsi fin dai suoi esordi].

[1]Cfr. Cesare Brandi, Morandi, cit., 1942. La rarissima copia di questa


prima edizione, recante in cima alla pagina che precede il frontespizio la
dedica a penna: «All’amico Giorgio Morandi/ con ammirazione e con
affetto/ Cesare Brandi», mi è stata donata da Maria Teresa Morandi
nella primavera del 1994 ed è ora conservata presso il Centro Studi
Morandi di Bologna.

Scrive Morandi a Brandi il 29 novembre 1961 (lettera da me pubblicata


in Brandi- Morandi, cit., 1990, a p.248): «Ho riletto in questi giorni il Suo
antico scritto su di me, al quale, caro Brandi, ben poco si può
aggiungere». Che sia per questa ragione – la rilettura, quasi a conforto e
a confronto con lo scritto di Arcangeli che proprio in quel periodo
Morandi sta via via esaminando – che i foglietti di appunti sul nuovo,
attesissimo e per l’artista non soddisfacente scritto, sono rimasti tra le
pagine dell’amata monografia brandiana?

75
[2]Il primo foglio, formato A5 e scritto a penna, [A] comprende le
annotazioni relative alle pagine 18 – 38 del dattiloscritto arcangeliano.
Morandi chiude la pagina, scrivendo tra ghirigori della penna:
«esaurita».

Il secondo, numerato «(1» sul recto e «(2» sul verso [B], è introdotto
dalla scritta a matita « -18 gennaio pag. 35» e si riferisce alle pagine
iniziali dello scritto, a cominciare da pag.13 per concludersi a pag. 59 –
sul recto – mentre sul verso riguarda le annotazioni relative a pag. 152 –
154. Sul recto Morandi scrive con la penna in alto, a margine: «anche
l’altro foglio piccolo», riferendosi ad [A]. I primi due foglietti vanno
dunque considerati insieme, [A] come integrazione di [B].

Il terzo foglio, numerato «(3» sul recto e «(4» sul verso [C], vale per le
pagine 158 – 169 sul recto e 170 – 187 sul verso che si conclude con la
parola scritta a penna, più in grande, «esaminato».

Il quarto foglio, numerato solo sul recto «(5» [D], comprende appunti
relativi alle pagine 190 – 238 e 242 – 277 , cioè fino alla fine dello
scritto, .e si conclude con il disegno a penna di tre coni stilizzati e,
all’interno del primo, con il numero «270», riferito alla pagina in cui
compare l’affermazione arcangeliana «Se geometria è astrazione, tutto
passa dalla visione geometrica, e giustifica, secondo normale esperienza,
che “non c’è niente di più astratto di quel che vediamo”» (ed. 2007, p.
454), accolta dubitativamente da Morandi con la domanda:«E’
astrazione la geometria?».

[3]Anche se la grafia non è quella dell’artista, si può essere certi che si


tratta della ricopiatura ‘in bella’ e con l’aggiunta del numero di pagina
del testo stampato, di sue note originali. Si veda, ad esempio, a

76
proposito di un passo di Giuseppe Raimondi su Pittura metafisicadi Carrà
(p.145 dell’edizione 1964; p. 244 dell’edizione 2007), l’osservazione
certamente di Morandi: «Citazione Raimondi (inutile / non condividevo e
non condivido)»

[4]Dal colophon del volume si apprende che questo è «finito di stampare


il 31 luglio 1964», cioè 43 giorni dopo la morte di Morandi, avvenuta a
Bologna il 18 giugno 1964.

[5]Questo vale per i primi due foglietti [A, recto e verso; B, recto],
perché i numeri indicati da Morandi non corrispondono alla seconda
stesura del testo arcangeliano, stando ai numeri di pagina riportati a
margine e tra parentesi quadrata da Luca Cesari nell’edizione 2007, cit.
(in effetti, quelli indicati da Morandi sono sempre molto più bassi, come
se la copia da lui corretta presentasse un testo molto più breve. Si sa,
d’altronde, che sono proprio le prime cento cartelle ad essere discusse e
ritoccate più a fondo dall’autore).

Per i primi due foglietti è quindi necessario riportare entrambi i numeri


di riferimento, mentre a partire da pag. 107 del dattiloscritto
arcangeliano le indicazioni dell’artista corrispondono perfettamente a
tale stesura ed è perciò sufficiente indicare fra parentesi quadrata la sola
pagina del testo nell’edizione 2007, cui si è preferito fare riferimento in
quanto oggi più accessibile.

77
APPENDICE II

Lettere inedite 1959 – 1963

Le 69 lettere che seguono, provenienti da fondi archivistici conservati


presso il Centro Studi Giorgio Morandi di Bologna, sono tutte inedite
tranne l’ultima, quella di Morandi a Cesare Brandi del 6 febbraio 1963,
già pubblicata – ma ìsolo parzialmente – nel carteggio Brandi-Morandi
da me curato nel 1990, a corredo della riedizione degli scritti brandiani
sull’artista voluta da Vittorio Rubiu.[1]

Il tema è uno solo: la monografia che Morandi ha da tempo affidato per


il testo critico a Francesco Arcangeli e per la pubblicazione alle Edizioni
del Milione di Milano (le frasi espunte dalle lettere ed indicate dai tre
puntini tra parentesi quadrate non riguardano l’argomento).

Tre sono i protagonisti del fittissimo scambio di corrispondenza:


Morandi, Arcangeli e Gino Ghiringhelli. Insieme a loro intervengono,
come prime voci di un coro certamente più ampio, Roberto Longhi,
Cesare Brandi, Mino Maccari e Peppino Ghiringhelli, il fratello ‘libraio’.

L’arco di tempo è quello compreso tra la prima lettera, qui pubblicata, di


Arcangeli a Gino Ghiringhelli del 30 luglio 1959 – scelta come incipit,
perché contiene in nuce alcuni dei problemi che via via affioreranno – e
l’ultima, già ricordata, di Morandi a Brandi, quasi un riassunto della
78
«dolorosa vicenda del testo di Arcangeli» e della ragioni del suo rifiuto
da parte di Morandi.

Il serrato ordine cronologico con cui le lettere vengono qui pubblicate


favorisce la comprensione dell’accaduto e della sua dinamica attraverso
le testimonianze dirette, a caldo, dei protagonisti, in un dialogo
polifonico in grado di restituire lo spessore umano e culturale della
vicenda e le diverse, sempre più contrastanti, posizioni in gioco.

Arcangeli, da grande scrittore qual è, scrive moltissimo; come sempre,


Morandi dice il minimo indispensabile, ma pondera con estrema
attenzione ogni parola; Ghiringhelli si trova stretto fra i due, ma non
riveste un ruolo passivo in quanto, pur tentando a lungo una mediazione
di fatto impossibile, si schiera apertamente a fianco di Morandi,
offrendogli quella comprensione e quell’appoggio che si rivelano per lui
indispensabili in questo difficile periodo. Gli altri ascoltano e
commentano: decisivo sarà il ‘giudizio’ di Longhi; ironico come sempre,
ma esplicito, il commento di Maccari; di Cesare Brandi, invece, non si è
ritrovata alcuna testimonianza diretta, ma, forse, può servire a
comprenderne la posizione il commento che troviamo in una sua lettera
più tarda, del 7 gennaio 1966, inviata a Gino Magnani: «A Roma
desidererei anche di ricevere almeno due copie del catalogo di Morandi,
che da Edinburgo potevano anche spedirmi, siamo giusti: sicchè non l’ho
visto.[2]E me ne ha scritto, flebilmente lamentoso, l’Arcangeli».[3]

Per una più immediata comprensione della vicenda, se ne riassumomo


qui i termini essenziali: fin dal 1951 Morandi concorda con Gino e
Peppino Ghiringhelli la pubblicazione di un volume monografico sulla sua

79
pittura e ne affida al giovane Francesco Arcangeli il saggio critico, che
dovrà essere corredato da un’ampia scelta di illustrazioni e da
un’approfondita ricerca bibliografica, fino ad allora mai tentata. Dopo
numerosi rinvii, Arcangeli inizia concretamente a scrivere nel luglio 1960
per concludere la prima stesura, la ‘malacopia’, il 16 agosto 1961 («sono,
ahimè, 290 cartelle», scrive Arcangeli a Peppino Ghiringhelli). Pochi
giorni dopo, lo studioso inizia a scrivere la «stesura definitiva» e al 1°
novembre è alla «cartella di seconda stesura 160». L’8 gennaio 1962,
Gino Ghiringhelli può finalmente annunciare a Morandi: «stamane
Arcangeli mi ha telefonato di avere ieri sera terminato il testo e che
entro un paio di giorni lo porterà a Lei».

Ma, ormai, a questa data tra l’anziano artista ed il ‘suo’ critico


quarantasettenne, e nonostante altri tre mesi di tentativi più o meno
convinti di accordo, si è già verificata la rottura.[4]A metà aprile Morandi
e i fratelli Ghiringhelli decidono quindi di non utilizzare il testo di
Arcangeli per la monografia per affidarne piuttosto l’introduzione critica
a Lamberto Vitali.

Questi, dopo diversi giorni di incertezza, accetta l’incarico ai primi di


maggio del 1962, per consegnare le sue circa 40 cartelle di testo (pari a
33 pagine del volume in A4) nell’aprile dell’anno successivo. Scrive
infatti Vitali a Morandi il 16 aprile 1963: «domani leggerò il testo a
Ghiringhelli» e poi lo invita a Milano, «per passare la domenica con me»,
evidentemente per leggere insieme il testo e commentarlo.

Il 27 aprile Vitali scrive ancora a Morandi: «Carissimo Morandi, mi fa


molto piacere che il mio testo le sia piaciuto; sento che è manchevole
specie nella seconda parte, che non ha un sufficiente slancio letterario,
na oggi come oggi non mi sento di rimetterci le mani. D’altra parte ho la
coscienza d’aver fatto, credo, una cosa onesta e chiara, tale che

80
chiunque la potrà leggere senza difficoltà».

Ma Arcangeli chiede ai fratelli Ghiringhelli il rispetto del contratto e la


pubblicazione del suo saggio (cfr. la sua lettera del 20 aprile 1962 a
Peppino[5]). Dopo altri ripensamenti e contrattempi, tra la primavera e
l’estate del 1964 escono così per le Edizioni del Milione due volumi: il
grande libro voluto da Morandi ed ora introdotto da Lamberto Vitali, con
una ricca antologia critica e ben 252 tavole in bianco e nero ma
soprattutto a colori (sono in gran parte le illustrazioni scelte da
Arcangeli, ma completamente riviste da Vitali) e un volume più piccolo e
in brossura con il saggio di Arcangeli, corredato da sole 56 immagini in
bianco e nero e con i rimandi al volume maggiore, a margine del testo.

Se Morandi riesce a vedere la monografia di Vitali, finita di stampare il


25 gennaio 1964, non altrettanto potrà fare per il saggio arcangeliano,
che è pronto solo il 31 agosto 1964, quando già sono scomparsi tanto
Morandi, in giugno, quanto Gino Ghiringheli, in agosto.

Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 30 luglio ‘59

Carissimo Gino,

81
[…]

stai sicuro che nel processo di mia convalescenza psicologica e di


riassestamento della mia vita (processo spero bene avviato) Morandi e il
libro è la primissima cosa da affrontare: e comincerò a lavorarci, prima
un po’ lentamente, tra 1 e 20 agosto, che sarò a Bologna, e ancora in
settembre. E poi dai primi d’ottobre mi impegno per la lunga volata
finale, che sarà veramente la volata finale. Spero che la salute mi assista
(va un po’ meglio) e anche per questo nella seconda metà di settembre,
prima dell’ultimo sforzo, farò forse 15 o 10 giorni di riposo.

Stai tranquillo sul mio impegno e sulla mia buona volontà.

[…]

Un abbraccio dal

tuo

Momi»

Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 11 febbraio 1960

82
Caro Gino,

[…]

Prima poi di concludere il libro su Morandi la mia situazione di


presentatore è particolarmente delicata; mi accorgo, da alcuni anni a
questa parte, che la mia presentazione è un’arma a doppio taglio. Non
per me, che almeno da quando ho scritto gli “Ultimi Naturalisti”, e potrei
dire da sempre, sono abituato a prenderle; ma per gli artisti che
sostengo. La crudeltà che si è accanita, alcune volte, su Mandelli, o un
Bendini, o un Giunni, sempre cioè su galantuomini indifesi, di cui si
sarebbe – se non altro – dovuto rispettare l’onestà, mi ha fatto dubitare
che una mia presentazione sia più pericolosa che utile per l’artista
presentato.

[…]

Ne ho già abbastanza di queste storie. Quando avrò fatto il libro su


Morandi, che è ormai un tabù (e in un paese conformista come l’Italia i
tabù sono alla base di tutto), questa condizione dovrebbe mutare, nel
senso di non esporre i miei artisti agli attacchi più brutali o insidiosi; e
nel senso di potermi concedere qualche lusso.

[…]

Un abbraccio dal tuo

Momi»

83
Francesco Arcangeli a Gino Ghirighelli

«Bologna, 3 Maggio ‘60

Carissimo Gino,

Da qualche giorno ho ricevuto e incassato l’assegno, che gentilmente mi


hai inviato. Per me è un vero aiuto, e un forte incoraggiamento. Nel ’58
con l’anticipo di 250.000 lire ho potuto entrare in questo studio; cosa
fondamentale, altrimenti il mio lavoro era finito

Adesso, con queste 200.000 sarò più tranquillo fino al traguardo; per
esempio, mi farò fare tra pochi giorni uno scaffale alto che mi ridarà
respiro e ordine, quindi ben migliore possibilità di lavoro. Stavo già
tornando in asfissia, non per mancanza di cubatura spaziale, ma per
mancanza di posto dove collocare libri, riviste, ecc. Fra dieci, quindici
giorni al più tardi avrò quindi, anche materialmente, un’ottima tastiera a
disposizione.

Il tuo aiuto mi è venuto al punto giusto, perché ero un po’ angosciato,


ormai, e d’altra parte io proprio non riesco più a chiedere; sarà l’età. È
stato molto importante e amichevole che tu mi sia venuto incontro
84
spontaneamente.

Il lavoro, nonostante le noie che in questo momento mi dà la galleria, va


avanti. Ho sollecitato ora Magnani, ho scritto ad Apollonio accennando
alla bibliografia, ancora una volta, ma ci spero poco; e sarebbe un guaio.

Ho potuto avere due volumi su Derain, molto importanti per il mio


lavoro; e poi lavoro molto di appunti, che è, per me, il modo di
“cuocere” la questione.

Arrivederci presto, caro Gino, stai tranquillo e abbiti il mio


ringraziamento e un carissimo ricordo dal

Tuo

Momi»

Francesco Arcangeli a Gino Ghirighelli

«Bologna, 1° luglio, 1960

85
Carissimo Gino

[…]

Lunedì 4 sarò a Milano per lavorare al Morandi, vedere quadri


(soprattutto Vitali, ho già scritto alla signora); e, se potrai, magari anche
avere da te qualche cosa di vecchi scritti o cataloghi.

[…]

Io sto lavorando disperatamente; sono stato molto sfortunato, le


interruzioni per la galleria sono state gravissime, ma per fortuna posso
stare un poco in pace. Martedì 5 luglio comincerò a scrivere, e in 15
giorni credo che butterò giù forse anche 70-80 cartelle. Non sarà il libro
perfetto, ma sarà la prima stesura; un nocciolo che poi in due mesi o giù
di lì spero di tirare a lucido.

Arrivederci presto, ti abbraccio

Momi

segue

Siccome domani sono a Firenze sempre per Morandi (ricerche in


biblioteca), così, se tu avrai qualche cosa in contrario a che io venga a
Milano lunedì, o fammi un espresso; o un telegramma (è meglio).»

86
Francesco Arcangeli a Gino Ghirighelli

«Bologna, 29 luglio, 1960

Carissimo Gino

[…]

Abbiamo fatto, insieme con Morandi, lo spoglio dei 388 numeri


dell’archivio Morandi: per me – detto fra noi – è stato un po’ una
delusione perché lo speravo molto più ricco di opere dal ’20 al ’45. È
importante per questo dopoguerra; ma, prima che io arrivi col mio
lavoro da quelle parti passerà certo tutto agosto (fra l’altro, io per una
decina di giorni interromperò il lavoro per la scappata di cui ti dissi a
Parigi e a Londra).

[…]

Il mio lavoro procede regolarmente. Questa settimana ho più letto che


scritto; a dovevo anche trovare un po’ di tregua al mese che passò prima
del 20 luglio, per me angoscioso. Però, la “carica” non m’è passata, e
l’importante è che io mangi e dorma regolarmente.

[…]

Un cordiale ricordo a Graziano, a te un caro abbraccio

87
Dal tuo

Momi»

Francesco Arcangeli a Giorgio Morandi

«Bologna, 16 Agosto 1960

Caro Morandi

sono stato felice di vederti così bene a Grizzana, giorni fa. M’è parso che
Lei sia proprio al riparo di ogni cosa più brutta, di ogni fastidio più
pesante; e pronto al riposo come al lavoro; nei modi che vorrà. Non è
poco, ma sono stato felice. La casa è semplice; ma è pulita, accogliente,
dignitosa, “vera” come la famiglia che l’ha costruita; e Grizzana è
bellissima.

Non so se il “bello di natura” esiste o non esiste; a me pare di sì, e mi


sembra quasi, persino, una cosa oggettiva, anche se così non è. E il Suo
lavoro m’è parso, ancora una volta, in concordanza piena e profonda con
quel sobrio paradiso che è la vallatina delle Lame.

88
[…]

Questo viaggio mi interrompe il lavoro per il Suo libro. Però mi fermo al


punto giusto per essere alla pari fra lavoro di preparazione ed
esecuzione. Ho scritto già 50 cartelle (20 in questi 2 giorni di ferragosto),
e – non si spaventi – sono al 1916; ma procedendo la mia analisi si farà
meno fitto (se no il libro sarebbe asfissiante), e credo che con 150
cartelle potrò finire, all’incirca.

Non sono scontento, soprattutto perché mi sento ormai sicuro di poter


superare la grande prova. Ho già 45 anni, e non avevo mai fatto un vero
libro. Adesso so cos’è fare un libro. giusta energia, giusta pazienza ci
vuole. È una cosa tutta nuova, o quasi tutta. E anche questo mi dà
entusiasmo.

[…]

A Lei il ricordo più vivo e il più cordiale arrivederci dal

suo

Francesco Arcangeli

49, Strada Maggiore»

89
Francesco Arcangeli a Gino Ghirighelli

«Bologna, 16 Agosto 1960

Caro Gino

[…]

Sono riuscito a portare avanti insieme, abbastanza bene, il raccogliere


materiali e lo scrivere. Tra ieri e ier l’altro ho scritto 20 cartelle. Non è
poco, è un discreto “strappo”, e tutto mi sembrava filare per il suo verso.
Mi sono fermato, prima di partire, al punto giusto; e questo mi permette
di partire sostanzialmente tranquillo. Non è poco. Non spaventarti se
sono al 1916. Ma procedendo l’analisi sarà molto più rapida,
l’importante è avere stabilito le basi, il metodo di tutto il lavoro. Ormai
sono sicuro di andare fino in fondo. Feci leggere, così a scarico di
coscienza, le prime venti cartelle a Vacchi; non è uno sciocco, e m’ha
detto che gli sembrano molto nuove. Mi auguro non vada tropo lontano
dal vero.

[…]

Sono stato a Grizzana qualche giorno fa, ho trovato Morandi


ottimamente, la casa quel che ci vuole per lui, il posto bello, le sorelle
contente; e, importante, uno squisito piccolo paesaggio già finito, due
interessanti paesaggi, ma ancora troppo indietro, e due belle nature
morte. Forse (salvo che nel paesaggino) Morandi non ha ancora
90
superato interamente l’acclimatarsi a quella luce più bianca; ma è certo
che lo farà, e proprio forse da quella luce chissà quali note caverà fuori.
A Londra e Parigi vedrò Picasso e Poussin; e studierò, per mie ragioni
particolari, Turner. Per il Morandi, mi farà bene vedere una bella mostra
Picasso.

[…]

Ti auguro un mondo di bene, e un caro arrivederci dal

tuo

Momi»

Francesco Arcangeli a Gino Ghirighelli

«Bologna, 4 Aprile 1961

Carissimo Gino

91
perdona il silenzio, e i mancati auguri, che ti ricambio di gran cuore, se
pure retroattivamente. Sì, lavoro, e ho riattaccato attivamente; nel
frattempo sono riuscito a consegnare quel lavoro sulle nature morte del
fratello del Guercino, che avevo interrotto da mesi, e che era l’ultimo
ostacolo sulla strada Morandi. Non è stato un ostacolo negativo, perché
mi ha fatto riconsiderare – praticamente – tutta la storia delle nature
morte, in modo che ora posso procedere sulla strada Morandi senza
esitazioni, con le spalle storicamente guardate. E non è poco.

[…]

Care cose anche a Graziano e Ceroni, a te un abbraccio

tuo

Momi»

Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 5 giugno ‘61

Carissimo Gino

92
[…]

No, la vita culturale non è facile in Italia; lo so io, che da un anno mi


arrabatto a cercar libri e riviste; non ti dico la fatica per arrivare a una
nozione, incompleta, dei “Valori Plastici”. E questo tempo inutilmente
perduto! Pazienza… e d’altra parte non è lavoro che si possa trascurare,
quando si vede come le comuni trattazioni siano piene pienissime di
errori di date o di luoghi comuni senza fondamento.

Anche per questo ti prego di avere ancora un po’ di pazienza tra giugno e
luglio; una volta che questa parte mediana del mio lavoro richiede
ancora qualche ultima ricerca. E poi, sulla parte conclusiva, tutto filerà
come l’olio.

Ho da qualche giorno, qui al mio studio, la grande – e bellissima – natura


morta di Longhi. Se potessi venire a Milano te la porterei; ma non vorrei
perdere nemmeno un giorno, è un momento troppo decisivo per il mio
lavoro. Un giorno – mi pare molto, molto piacevolmente – me lo ha fatto
perdere Bloch, con cui del resto siamo andati (la domenica scorsa) in
ottima gita a Grizzana. Gran piacere di Morandi, di Bloch; e
naturalmente mio. Non aveva nulla di nuovo, di pittura.

Non dubitare Gino, io lavoro accanitamente, sarà questione un mese


prima un mese dopo, ma vedrai che per Natale avremo l’ormai
leggendario volume. Non sarà per il mio testo, ma farà epoca.

[…]

Intanto ti abbraccio, e spero di vederti presto

93
tuo

Momi»

Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 13 giugno ‘61

Carissimo Gino

[…]

Sto lavorando forte; oggi ho scritto più di nove cartelle, domani spero
scriverne altre 10 o 12. Un abbraccio dal tuo

Momi»

94
Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 26 giugno ‘61

Carissimo Gino

ti scrivo queste due righe perché tu sia un po’ tranquillo sul mio conto.
Ho già steso 105 cartelle dattiloscritte, e non son poche; nei momenti di
fortuna e di maturazione scrivo anche sei, sette pagine in un giorno.
Conto, da qui a un 20 – 25 giorni di avere finita tutta la prima stesura, e
se Dio m’aiuta e se non avrò disgrazie sicuramente ce la farò.

Che cosa dici di avere tutto, testo definitivo riscritto e pronto,


bibliografia, foto in nero da trovare ancora […]. Lo so, ci ho messo, ci
metto a finire sette mesi invece di quattro com’era nello schema di
contratto, ma questo libro è una cosa grossa, potevo anche credere di
non farcela per immaturità.Adesso ci sono dentro fino in fondo, e so che
ormai non mancherò più: per la parte ancora da stendere ho appunti
fondamentali, telaio, etc. Ma insomma, è il più alto onore, ma anche la
più grossa cambiale che mi è toccata in vita. Ormai sento che faccio
fronte, e allora mi viene addosso anche un po’ di orgoglio.

Non pensi che con settembre, ottobre, novembre, dicembre a


disposizione tutto sarà pronto per Natale?

[…]

95
Un abbraccio da

Momi»

Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 30 giugno ‘61

Carissimo Gino

[…]

Sono un po’ preoccupato per il testo, perché tu mi avevi detto di scrivere


quanto volevo; ora oggi io sono a 119 cartelle di malacopia; e penso di
non cavarmela con meno di altre 60 cartelle. Sei tu che devi dirmi se
debbo ridurre poi, e di quanto. In ogni caso, la cosa essenziale è stabilire
quale rapporto c’è fra le mie cartelle e le pagine stampate. Cercherò di
farlo al mio ritorno; e, prima di rimettermi a scrivere dedicherò un paio
di giorni a completare la bibliografia che ho già; e poi ti spedirò.

[…]

96
Con un caro abbraccio

tuo

Momi»

Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

«Bologna, lunedì mattina, 10 Luglio ‘61

Carissimo Gino

un espresso, sperando che queste due righe ti trovino al ritorno dal


week-end. Io ti aspetto venerdì mattina; ma dovrai venire in auto,
immagino, perché mi pare vi sia lo sciopero dei ferrovieri. Io non credo
di potermi trovare allo studio, perciò è meglio che ci vediamo da
Morandi sulle 11.30.

Venerdì cercherò di darti le foto in nero che già sono a mia disposizione
per il libro, eventualmente la bibliografia, quello che posso. Per me
attualmente è un po’ duro distrarmi dalla volata dello scrivere (sono
oltre la cartella 150) ma farò del mio meglio.

97
Arrivederci, scusa la fretta, ti abbraccio

tuo

Momi»

Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Grizzana, 16 agosto 1961

Caro Ghiringhelli,

ricevo la Sua del 14. La notizia della scomparsa di Sironi mi assai


addolorato. Ha fatto bene a mettere il mio nome nella partecipazione
del Milione.

Io abbastanza bene benché sento gli anni che aumentano ed anche la


fatica aumenta. Il lavoro mi affatica sempre più.

98
Anch’io non ho più avuto notizie da Arcangeli. Lo ho visto solamente un
giorno a Bologna. Mi sembra mi abbia detto che lo scritto per la
monografia e quasi finito.

[…]

A Lei, a Suo Nipote ed al Fratello tanti cordiali saluti dal

Suo affmo

Morandi»

Francesco Arcangeli a Peppino Ghiringhelli

«Bologna, 16 – 8 – ‘61

Caro Signor Peppino,

ho finito la prima stesura. Sono, ahimé, 290 cartelle; ma su questo punto


99
vedremo. Tutta la benzina che avevo, è certo, ce l’ho messa.

[…]

Un cordiale ricordo dal

suo

Francesco Arcangeli

P.S. Entro settembre conto darvi tutto»

Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Grizzana, 18 agosto 1961

Caro Ghiringhelli,

ho ricevuto posta da Arcangeli proprio dopo averLe inviato la lettera di

100
ieri.

Arcangeli mi dice che ha già ultimato lo scritto e che ora dovrà rivederlo.

[…]

Caro Ghiringhelli i più cordiali saluti dal

Suo affmo

Morandi»

Francesco Arcangeli a Peppino Ghiringhelli

«Mongardino, 24 agosto ‘61

Caro Signor Peppino,

[…]

Io sto così: ho finito la prima stesura il 16 agosto, e mi sono portato qui


(povera vacanza, finirà domani!). tutto il materiale. Ne ho già riletto a
fondo i 4/5, domani o domani l’altro a Bologna comincerò la stesura
101
definitiva. Debbo far leggere a Morandi, naturalmente, e penso di poter
inviare o portare a Milano le prime 70 – 80 cartelle entro il 10 di
settembre. Prima, credo non sia possibile. Continuando con quel ritmo,
verso la fine del mese di settembre, o poco dopo, vi potrò consegnare
tutto.

Farò anche i richiami di materia, in margine.

Quello che mi spaventa è che, con tutta la buona volontà, non so se


riuscirò a diminuire 20 cartelle in tutto. È un testo poderoso, ma
chiacchiere, pur nel tono analitico e dibattuto, ho cercato di non farne.
Gino mi parlava di una scorta vostra di carta per 220 cartelle mie
all’incirca. Cosa fare, se passerò quel limite di 40-50 cartelle. Lo so, non
sono un autore comodo; d’altra parte, con Morandi non c’è da
scherzare, e spero che il mio testo lo faccia intendere.

[…]

Un sincero ricordo dal

suo

Francesco Arcangeli»

[Accanto alla data e intestazione della lettera, si legge un appunto


autografo di Peppino Ghiringhelli al fratello Gino: «Gino/ Non può
102
tagliare – e del resto, perché rinunciare a pagine importanti – /
Bisognerà arrangiarsi con la carta»].

Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Grizzana, 3 settembre 1961

Caro Ghiringhelli

[…]

Sta bene quanto mi dice del testo. Che cioè sono stati tolti certi pareri e
giudizi su artisti contemporanei. Io desidero vivamente non suscitare
polemiche. Sopratutto per la ragione che, giustamente, il lettore può
supporre che io approvi e condivida pienamente. Arcangeli può
benissimo dire quanto pensa ma in altra occasione.

[…]

Cordialmente il Suo affmo

Morandi»

103
Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 16 settembre ‘61

Carissimo Gino

ieri sera non ho fatto a tempo a finir tutto; ti ho spedito, entro le ore 20,
le prime 68 pagine del testo. Sono state tutte rivedute da Morandi, le
pagine dal 42 al 68 le abbiamo addirittura lette e discusse insieme, ier
l’altro e ieri, in tre sedute durate molte ore.

Il suo giudizio è positivo, soprattutto ho capito che Morandi è


profondamente interessato, non solo al libro, ma anche al mio testo;
che, per quanto può parlarsi di “passione” in un Morandi di oggi, lo
appassiona. Naturalmente, non m’aspettavo rose e fiori. So che il mio
testo è, almeno come tentativo, abbastanza nuovo, e perciò non c’era da
aspettarsi un’approvazione incondizionata punto per punto; soprattutto
per gli anni pieni e avventurosi della giovinezza, per cui è comprensibile
che Morandi possa controllare ogni sfumatura.

[…]

Per il libro, dunque – Ti ripeto – e questo fa piacere – che Morandi tiene


moltissimo alla miglior conclusione del lavoro. Ed è bene che ti avverta
104
che le tavole a colori non preventivate del “Cortile” di Vismara lo ha un
po’ turbato; e perciò sarebbe necessario che tu, per tutte le ultime cose
ancora da fare, seguissi fedelmente i suoi desideri. Non vorrei (non
credo, seriamente) che ne sortisse fuori quella “buccia di banana” tale,
non dirò da compromettere, ma da incrinare quel bell’accordo, fondato
sulla stima e sull’affezione, che è sempre regnato fra te e Morandi.
Perciò, se riuscissi a mettere il “passo giallo” Vitali al posto del “passo
giallo” Mattioli sarebbe cosa ottima. Sai bene cosa diventa, o sembra
diventi, l’idea di tutto; e occorre che marciamo tutti di conserva.

[…]

Se capisse che lo stare noi in tre posti diversi complica tutti; e che
l’intervento di Morandi rallenta un po’ tutto quanto. Meglio, però,
lentezza prima che “grane” o scontenti dopo.

[…]

Perdona se ho lasciato per ultimo (ma non volevo dimenticare nulla di


“pratico”) il ringraziamento a te per le tue impressioni sul mio testo. Mi
hanno confortato grandemente, e il fatto che ne sia convinto tu, mi è
fondamentale. Per fortuna che in qualche particolare pensi
diversamente, così vuol dire che fra noi c’è “discorde concordia”; che è
la cosa più bella e più rara. Andando avanti il testo diventerà, forse, in
alcune cose, un po’ meno “eccitante” (ammesso che lo sia al principio);
però spero che diventi anche più profondo e che non manchino qua e là,
e abbastanza spesso, quei colpi di timore che non inducano il sonno nel
lettore che avrà voglia di seguirmi. Sì, hai proprio ragione, credo che noi
stiamo lavorando a “qualcosa di duraturo”, che prima di tutto è
Morandi; e sono lieto, per la stima e l’affezione che ti porto, che questo
accada insieme.

105
Quanto a Morandi, beh, sono tanto presuntuoso da credere che il libro
gli piacerà ancor di più man mano che lo digerirà. Lo sento, ti ripeto,
profondamente interessato; e il primo incontro col mio testo (che varrà
quel che varrà, ma penso sia di un tipo d’assaggio cui non è abituato)
non poteva non produrgli un certo che; penso che, quando si sentirà
inserito (come almeno è nella mia intenzione) nel grande fiume della
civiltà d’occidente – e non appeso soltanto in mezzo al cielo – avrà un
sentimento di piacere; di essere ancora vivo, anche per gli altri, come è
in se stesso. Non già in museo. Grazie, caro Gino, ti abbraccio di cuore.

Momi»

Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 2 Ottobre 1961

Carissimo Gino

[…]

Dunque, tre ore fa ti ho spedito per espresso altre 21 pagine, fino a tutta
pagina 90, e perdona se la frase si interrompe a metà. In realtà sono

106
arrivato all’inizio di pagina 104, praticamente all’inizio della fase dei
“Valori Plastici”. Morandi però, a cui oggi avrei dovuto leggere, per
mandartele, queste pagine, ha discusso con me tutta la mattina, e, mi
pare, positivamente; non che mi abbia fatto complimenti, non me ne ha
ancora fatto mezzo fino a pagina 90, ma comincia ad abituarsi, mi pare,
al libro. Così non ha letto niente di nuovo, e gli ho lasciato le 13 pagine
nuove da portare a Grizzana. Questo è l’importante. Morandi è stato, a
suo e nostro danno, ”viziato” dalla nostra critica e dalla nostra cultura.
Quindi, prima di capire le mie intenzioni, per forza fa fatica. Un uomo
che è stato convinto, per i cattivi consigli di Vitali (maggior responsabile)
e di Bloch (minor responsabile) a mandare all’estero la mostra più
disadatta a farlo capire che si potesse immaginare, non può essere
contento per perlì d’un testo come il mio; oppure, se ne è contento non
lo dice, almeno subito e forse mai. Io ho l’ingrato compito di discutere,
attraverso di lui, con tutti i vizi formalistici e petrarchisti della critica
italiana; e ho il sacrosanto dovere di difendermi, mantenendo il debito
rispetto, contro le sue non ottime abitudini. È una situazione complicata:
io mi debbo difendere “con le mani legate”, perché è lui che mi ha scelto
per scrivere il testo. Adesso dice, per esempio, che prima che il libro esca
avrebbe piacere di vedere tutto il testo perché a leggerlo a pezzi e a
bocconi non può giudicare bene. Io non so cosa dirgli; sarà possibile
farglielo vedere tutto in bozze? In ogni modo, la cosa ho capito che
procede; bisognerà aver pazienza; gli intralci temporali che metterà
Morandi sarà il prezzo da pagarsi perché lui sia in definitiva, contento.
Lui tornerà per un paio d’ore a Bologna sabato mattina 7 ottobre e avrà
letto fino alla pagina 103. Io gli porterò quelle altre 20 – 30 cartelle che
avrò messo in pulito nel frattempo, e Morandi o se le leggerà subito o se
le porterà da leggere su a Grizzana. È poco, caro Gino, lo so; ma io non
so cosa dirti. La parte da cui sono uscito ora è fondamentale, e non ho
potuto riscriverla alla svelta; c’è la “metafisica” di mezzo, argomento
formidabile, e sarebbe nulla; ma ci sono i rapporti fra Morandi e la
“metafisica”, che, detto fra noi, sono anche più formidabili. Detto fra
noi, Morandi ammette con fatica, pur con sinceri cenni di stima per il
Carrà di allora, rapporti reali con Carrà; ha, a mio parere, assolutamente

107
torto, non perché lui sia mai dipeso da Carrà, ma perché Carrà ha
effettivamente contribuito a quell’evidente mutamento del suo stile che
accade nel ’18 (per intenderci, fra i grandi “Fiori” Vitali, dell’inizio
dell’anno, e la “Natura Morta” Orombelli che è dell’estate). È umano che
Morandi difenda la sua autonomia, anche al di là del giusto; giustamente
teme che dire di questi suoi rapporti con Carrà (o, se preferisci, con De
Chirico attraverso Carrà) voglia dire disconoscere il fatto che, fin dal
1911, e soprattutto con i quadri del ‘16, lui era già metafisico a modo
suo; in modo d’origine cézanniana, e non anticézanniana, com’è
anticézanniana la radice di De Chirico. Una grave difficoltà, un delicato
compito in cui non si può sbagliare neanche una parola, e non basta
nemmeno. Però io non posso far diversamente, e difendo a denti strette
quella che per me è la verità giusta. Tuttavia, non temere, la discussione
di questa mattina, durata quasi tre ore, è stata salutare. Morandi
comincia ad abituarsi a considerarmi, in realtà e non in astratto, un
essere pensante; e questo è già molto. E la stessa difficoltà con cui
accetta il mio testo è segno che il mio testo gli dà qualche cosa, lo
allarma, lo muove dalle sue abitudini; e non è facile rinunciare con
entusiasmo, a 71 anni, alle proprie abitudini. Gli ho ripetuto questa
mattina, con convinzione, che, alla fine del mio lavoro di analisi, la sua
statura mi è cresciuta; e questo, in definitiva, quando lui avrà compreso
bene che io non glielo dico per sviolinarlo né lustrargli le scarpepenso
che lo renderà sostanzialmente tranquillo.

È chiaro che, se in questo momento non mi sentissi moralmente così


tranquillo, la cosa sarebbe stata gravissima, e potevo crollare.
Fortunatamente comincio a farmi uno stomaco che finirò col digerire
anche le palle dum-dum. Sapevo già prima che la reazione di Morandi
sarebbe stata quella che è stata, e non mi facevo nessuna illusione, né
pretendevo d’avere elogi da lui. Certo, la reazione è stata anche
superiore alle previsioni. Tale che, dopo le due prime letture, mi aveva
prodotto un contraccolpo che per qualche giorno non sono più riuscito a
lavorare. Poi, è passata. Immagina un ciclista che, dopo un severo

108
allenamento, dopo unagrossa fatica, e dopo una “volata lunga” e dopo
aver creduto di aver tagliato il traguardo, si accorga all’improvviso che il
traguardo è un chilometro dopo. Può essere un asso, può avere un fiato
da leone, ma lì per lì se la passa male. Non so se sono un asso, se ho il
fiato da leone; la realtà è che l’ho passata male, e che tuttavia mi sono
già ripreso, e vado rifacendo il fiato per il secondo traguardo, che
consiste nel momento, per me per ora imprecisato, nella data (ma spero
non sarà troppo tardiva, né che passerà ottobre) in cui Morandi darà il
via definitivo al mio testo. Pensi che sarebbe meglio aver pazienza, e
farglielo leggere, d’ora in avanti, tutto in una volta [?] Io non lo so,
perché non capisco esattamente le esigenze tipografiche del libro; e
d’altra parte non vorrei soffrire più del necessario, dato che della
benzina ne ho già spesa da morire. Se mi scriverai qualche cosa in
proposito, te ne sarò veramente grato; e ti sarò grato anche se, nei limiti
di quello che ritieni giusto, potrai dire a Morandi, se avrai l’occasione,
l’ottima impressione che hai ricavata finora dal mio testo. Fallo però, mi
raccomando, soltanto se hai l’occasione, perché non vorrei che Morandi
pensasse a una manovra combinata. In ogni caso ho le tue lettere ma
per discrezione non gliele ho mostrate, né gliene ho parlato.

Un’altra preoccupazione di Morandi è che io non parli abbastanza bene


dei francesi, e in particolare di Picasso e di Braque. “Entro certi limiti”
(per fortuna questa mattina ha ammesso che il suo controllo sul mio
testo deve contenersi entro certi limiti) vedrò di accontentarlo. Certo, è
una bella sorte che si debba fare grandi sforzi per fare accettare
all’autore il maggiore e sincero omaggio che io gli potessi fare: di dire,
cioè, tutta la verità su di lui, perché l’autore ha le spalle per sopportare
tutta la verità (naturalmente, io qui identifico con la verità le mie
opinioni).

Perdonami questo lungo sfogo, di cui ti prego di fare uso privatissimo;


ma forse mi era necessario.

109
[…]

A te un abbraccio

tuo

Momi»

Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 8 Ottobre 1961

Carissimo Gino

ieri ti ho spedito, raccomandato espresso, il gruppo di fotografie per i


neri. Per il ’26 (ma io credo poi fossero piuttosto del ’25) c’erano delle
rose, belle; per il ’27 un Paesaggio molto originale, ma Morandi non vuol
sapere né delle une né dell’altro. Dovremo rassegnarci a lasciar vuoti
l’uno e l’alto, a meno di non ricorrere alle incisioni. Per il ’26, che fu un
anno sfortunato per Morandi, non ci sarebbe che il Paesaggio con la
110
ciminiera (Vitali 27); ma io non ci terrei troppo (detto fra noi, che non
senta Morandi, a me sembra un po’ “carrariano”). Per il ’27, e questo
penso potrebbe andare, un’incisione di paesaggio: a tua scelta, se vuoi, o
La strada (Vitali 30), bellissima, ma, non dirlo a Morandi, lievemente
fattorina; o il “Paesaggio del Poggio (Vitali 33), che mi pare quello di cui
si è più certi che Morandi acconsenta; o il Paesaggio con il grande
pioppo (Vitali 34), bellissimo, d’una luminosità affascinante, ma, nella
forma, leggermente “strapaesano”.

[…]

Ti mando qualche pagina anche del testo. Figurati, ieri Morandi si era
dimenticato, o finto di dimenticarsi?, le pagine dal 91 al 103 su a
Grizzana. Così, abbiamo discusso in generale, a colazione insieme da
Cesarina e a casa. Ripete sempre le stesse cose, io le discuto, e cerco di
discutere la più pericolosa di tutte; cioè quella che lui deve essere
d’accordo con me sulle idee del testo. In ogni caso, vedrai già dalle
correzioni sulle pagine che ti invio che faccio il possibile (nei limiti,
speriamo, della dignità) per accontentarlo. Certo, questa lettura a pezzi e
a bocconi che sono obbligato a fargli fare, e il fatto che noi tre si sia in
tre posti diversi, non sono cose favorevoli.

Son convinto che, se Morandi avesse potuto, o potesse leggere tutto il


testo insieme, la prospettiva gli si cambierebbe (e diventerebbe, o più
buono, o più cattivo). Lo dice anche lui. Ma come fare? Sarà impossibile
che io ti proponga di dargli il testo tutto insime? cioè, lasciarmi scrivere
fino alla conclusione, dargli a Morandi le cartelle in lettura tutto in una
volta, e poi partire per la stampa? Immagino che non sia possibile, per
ragioni di tempo; ma penso che è un peccato, perché a me tocca soffrire
troppo rispetto alle mie condizioni di relativo logorio psicologico.
Pazienza… Il tuo conforto circa la parte letta finora, mi consola molto, e
mi spinge – non temere – a proseguire con alacrità.

111
Ho in bella fino a pagina 120, e ti mando quello che posso. Saluti a tutti,
a te il più caro arrivederci

tuo

Momi»

22.Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 15 ottobre ’61, notte

Carissimo Gino

va’ un po’ meglio. Ti posso mandare altre 41 pagine; sono già oltre,
nettamente anche se di poco, della metà strada. Morandi comincia a
capire com’è fatto il libro, e gli comincia a andar meglio. M’ha dichiarato
esplicitamente che delle prime 100 pagine aveva mandato giù male un

112
po’ tutto; ma quando potrà rileggere tutto insieme sarà un’altra cosa.

Ti torno a chiedere se per caso tu puoi attendere l’ultimo blocco tutto in


una volta; questo fatto che Morandi debba leggere a pezzi e a bocconi è
dannosissimo. E sarà giusto che tu abbia fretta di uscire alla scadenza,
ma anch’io avrei diritto di non crepare d’angoscia per strada, come ho
quasi rischiato di fare. Comunque, sperando – ma come essere certi –
che sia passato il peggio, io starò a quello che mi dici. Ma fammelo
sapere, te ne prego.

[…]

A te un caro abbraccio

tuo

Momi»

23.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

113
«Grizzana, 18 ottobre 1961

Caro Ghiringhelli

[…]

Ed ora Le dirò che Arcangeli mi fa un vero disperare. Io come lei sa


desidero che nel testo non si polemizzi con alcuno. Ed ho credo
pienamente ragione. Invece Arcangeli insiste ad esempio per farlo con
Cassù [sic!] e con Argan. Secondo il mio parere ha anche torto. Io non ho
nulla contro queste persone. Questo potrebbe danneggiare unicamente.

[…]

Riguardo ai dipinti degli anni dal 1929 al 33 io dipinsi pochissimo, quasi


nulla. Non ha importanza se mancano dipinti per alcuni periodi.

[…]

Il suo affmo

Morandi»

114
Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

«Bologna, Mercoledì 18 ottobre ’61

Carissimo Gino

[…]

Ho saputo da Morandi che avete deciso, che non sia indispensabile


uscire a Natale. Non vorrei fossero state le mie righe di sabato a
produrre la nuova determinazione; d’altra parte mi sono scappate dalla
penna. Avevo un accesso non trascurabile di nevrosi cardiaca, e non ne
potevo più. Alle gravi preoccupazioni che mi aveva dato Morandi si
aggiungevano grane complicate per la Galleria di Bologna, e inoltre la
presenza dei due inglesi, venuti a posta da Londra per lavorare alla
grande mostra […].

Io, pur facendo le cose molto bene, meglio che posso, voglio finire al più
presto. Sono psicologicamente abbastanza sfinito, debbo far fronte con
gran fatica ai miei doveri (galleria e mostra del ‘600) e non posso
praticamente occuparmi – da mesi e mesi – del mercato antiquario.
Certo, se Morandi restasse a Bologna invece che tornare a Grizzana,
sarebbe gran cosa, e un bell’aiuto.

Per me, inoltre, una ragione fortissima che il libro esca al più presto è la
faccenda di mostrarlo a mia madre prima che chiuda gli occhi del tutto.
Con tutto questo desidero di uscire presto da questo lungo tunnel che
mi pare non finisca mai, ti debbo anche dire che il Morandi come “libro

115
strenna” non l’ho mai veduto. Dalle tavole al testo, questo è un vero
libro, non è una “strenna”; e, a mio avviso, non merita di andare confuso
nella marea dei libri strenna, […].

Grazie di tutto, e un caro abbraccio dal

tuo

Momi»

25.Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 24 ottobre 1961

Caro Gino

[…]

Ho parlato e riparlato con Morandi del mio testo. Morandi pensa ora
116
che, senza che io diminuisca il ritmo del mio lavoro, gli dia l’ultima parte
del testo, non ancora letta, tutta insieme. E, d’altra parte, direbbe che,
per ora, tu dovessi fermare addirittura la composizione anche dalla parte
che hai già a disposizione. Io non so che dirti, penso che Morandi, fin
dall’inizio, abbia desiderato sul mio testo la supervisione in misura
francamente eccessiva; e che ora nella sua mente il progetto sia quello
di rivedere tutto per farmi eventualmente ancora “pressione” in vista di
farmi togliere o modificare ulteriormente parti che gli paiano ancora
troppo ardite. Vedi tu quello che puoi fare o vuoi fare. Tuttavia la cosa
consolante è che Morandi si è ormai “abituato” al mio testo, e penso
quindi che, pur con qualche difficoltà, si riuscirà ad arrivare in porto
bene; come, a un certo punto, avevo temuto con grave angoscia che non
fosse facile fare. Ti confesso che non mi sono ancora interamente
rimesso, psicologicamente, da quella grave “stretta”; ma pian piano la
cosa si va mettendo per il meglio, e perciò non temere sulla sostanza del
lavoro.

Non ti manderò quindi più nulla di nuovo fino alla fine, che spero
accadrà entro il mese di novembre.

[…]

Ti abbraccio, con il solito affetto

tuo

Momi»

117
26.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Grizzana, 28 ottobre 1961

Caro Ghiringhelli,

[…]

Arcangeli, d’accordo con me, crede opportuno non proseguire nella


composizione delle bozze. Dato che c’è il tempo è bene rileggere il testo
prima di darlo alle stampe definitivamente. Ho creduto opportuno
metterla al corrente nella tema che Arcangeli tardi a comunicarglielo.

[…]

Cordialmente il

Suo affmo

Morandi»

118
27.Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 1 novembre ‘61

Carissimo Gino

[…]

D’altra parte, caro Gino, la stretta delle lotte (non posso chiamarla
altrimenti) con Morandi per le prime 100 pagine, concomitante all’arrivo
di Mahon e di Kitson, e a grane per la Galleria mi aveva così angosciato,
che avevo avuto un attacco di nevrosi cardiaca, e mi sentivo – forse te
l’ho scritto – in stato di “pre-infarto”. Adesso va molto meglio, ma non
era possibile non divagarsi un poco; cioè, non smettere di lavorare, ma
pensare per qualche giorno ad altre cose. Così ho fatto e ho dovuto fare.

[…]

In un paio di giorni ho “rimesso in moto la macchina”, ho dormito


abbastanza, e ho “messo in bella” già altre 15 cartelle. Nei giorni che
sono tranquillo, puoi contare che io scriva 7 – 8 cartelle al giorno; e
questa media, salvo qualche interruzione di un giorno (mostra Ferrari

119
venerdì, visite a Mantegna non ancora visto), dovrei certo mantenerla,
se non aumentarla. Quanto alla durata del testo, le 53 pagine di bozze
che tu mi hai inviato corrisponde al 106 pagine della malacopia, a 101
della bella. Finora avevo guadagnato circa 5 – 6 cartelle passando dalla
prima alla seconda stesura, ora non mi preoccuperò più d’abbreviare, o
non mi preoccuperò molto. In ogni modo, se nulla succede penserei di
darti tutto fra 20 – 25 giorni al più tardi; sperando che Morandi mi
segua. Ho finito ora la cartella di seconda stesura 160, vedi che non sono
poi troppo indietro, i 3/5 della mala copia sono già fatti, e puoi stare
certo che se non c’era di mezzo la questione con Morandi almeno da
quindici giorni avresti già avuto tutto il lavoro.

Mi dispiace non poterti dire ora con assoluta esattezza quale sarà il
numero delle mie cartelle, fai conto che siano 270 – 275.

[…]

Un caro arrivederci

Momi»

28.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

120
«Grizzana, 6 novembre 1961

Caro Ghiringhelli,

[…]

Non ho ricevuto alcuna comunicazione riguardo a quanto le dicevo colla


mia raccomandata del 25 ottobre. Riguardo due tricromie di paesi di
proprietà Vitali e sulla opportunità di sospendere la composizione del
testo della mia monografia dato che, come Lei stabilì l’ultima volta che ci
incontrammo a Bologna, la pubblicazione veniva rimandata di quattro
mesi, cioè al marzo del prossimo anno, prima della Pasqua. Anche
Arcangeli mi ha detto di averle scritto in proposito. Ero rimasto molto
soddisfatto della Sua decisione di rinviare la data d’uscita della
monografia anche per dar modo ad Arcangeli di riconsiderare
l’opportunità, anzi la necessità, di evitare ogni inutile polemica
sopratutto verso Cassou, verso Argan e particolarmente verso Cesare
Brandi, autore del testo di altra monografia, testo che io apprezzo ed
approvo pienamente. Non puoi immaginare, caro Ghiringhelli, con quale
dolore sono costretto a dirle che, se Arcangeli resterà fermo nei suoi
propositi, sarò costretto a non autorizzare la pubblicazione del suo
scritto. In tal caso si dovrà pensare ad incaricare altra persona. Ne sarei
oltremodo dolente.

Sempre riguardo la monografia mi è stato riferito che Lei avrebbe deciso


di affrettarne la pubblicazione, di farla cioè uscire entro il prossimo
dicembre. Mi auguro che questa notizia, in pieno contrasto alla Sua
precedente decisone, sia del tutto infondata.

121
[…]

Cordialmente il suo affmo

Morandi»

29.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Grizzana, 10 novembre 1961

Caro Ghiringhelli,

[…]

Non vedo l’ora che questa triste faccenda venga sistemata. Con molto
dispiacere. Ma era inevitabile. Ha fatto di tutto perché la cosa finisse
così.

122
Coi più cordiali saluti il Suo affmo

Morandi»

Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 12 novembre ‘61

Carissimo Gino

ieri ho scritto un espresso abbastanza nel senso che dicevi tu


(abbastanza, quanto mi è stato possibile) a Morandi. Questa sera ho
aggiunto una lettera di cinque cartelle dattiloscritte. Insomma, gli ho
dovuto spiegare che cosa è per me la critica, che quella che lui chiama
“inutile polemica” è per me “indispensabile discussione di idee”, gli ho
fatto presente che mi è inevitabile discutere con Brandi perché abbiamo
idee opposte e il libro di Brandi è troppo importante per tacerlo. Tutto
questo non per allarmarlo, ma per prepararlo anzi a quella inevitabile
discussione che penso accadrà quando finalmente potrà leggere tutto il
mio testo d’un fiato. È indispensabile che sappia prima fino a che punto,
all’incirca, io posso venirgli incontro; altrimenti accadranno guai grossi,
perché io le mutande non me le lascio cavare neanche da Morandi.
123
Potrebbe accadere cioè che Morandi dica che il mio testo non gli piace.
Mi ha scritto lui, è lui padrone di dirlo; mi sembra evidente.
Naturalmente per me sarebbe una mezza rovina, non tale però che per
evitarla io pensi d’accettare imposizioni sostanziali. Quanto a te, col libro
pronto, troverai sempre chi potrà scriverti quelle 30 – 40 pagine
indispensabili. Non ho scritto a Morandi, naturalmente, che, come io
profondamente rispetto il Suo mestiere, così lui mostra di non rispettare
il mio.

Dovevi esserci, sabato scorso, quando mi ha detto, quasi ferocemente:


“Andiamo di male in peggio”. Insomma, un contegno così ingiusto io non
lo sopporterei un’altra volta. Perciò, dopo quest’ultimo arresto dovuto
all’espresso di Morandi, e all’attacco di nevrosi cardiaca che ne è
conseguito, dopo aver buttato le basi per un’intesa che non può non
esserci, riprendo a lavorare serenamente.

Ho deciso di non prendermela più, se potrò. Non ho fatto niente di male,


anzi, almeno secondo le intenzioni, tutto di bene. Sarete voi a decidere
sul mio lavoro quando sarà finito. Non stampare perciò, per ora, mi
raccomando quella reclame per il libro. Potrebbe essere un errore.

[…]

Un abbraccio dal

tuo

Momi»

124
Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Grizzana, 14 novembre 1961

Caro Ghiringhelli

Arcangeli mi ha scritto. Sono molto contento che la cosa si sia risolta così
come del resto era mio desiderio. Speriamo bene.

[…]

Il Suo affmo

Morandi»

Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

125
«Bologna, 28 novembre 1961

Caro Ghiringhelli,

mi scusi se La disturbo. Ho pensato che sarebbe cosa molto opportuna


riprodurre nella mia monografia anche un dipinto di proprietà di Cesare
Brandi. Lei mi comprende caro Ghiringhelli e Lei ne immagina le ragioni.
Credo inutile dire di più. Se Lei è del mio parere chiederei subito a Brandi
la fotografia del quadro. Si tratta di una natura morta di conchiglie
riprodotto nella seconda edizione della monografia.

[…]

Cordialmente il

Suo affmo

Morandi

Francesco Arcangeli a Graziano Ghiringhelli

126
«Bologna, 26 dicembre ‘61

Carissimo Graziano

[…]

Ho ripreso (dopo lo sforzo enorme della Galleria, che mi aveva buttato


nel più nero disordine) a lavorare al testo. 26 pagine in tre giorni non
sono male. Cercherò continuare a tutto vapore per finire entro il 31
dicembre. Dillo a Gino, e digli che i miei dissapori con Raimondi mi
hanno “rilanciato” presso Morandi. Insomma, pare che la cosa riprenda
una piega non del tutto cattiva, e francamente sarebbe ora.

[…]

tuo

Momi»

34.Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

127
«Bologna, 27 dicembre 1961

Carissimo Gino

ho scelto con Morandi (e direi meglio, come quasi sempre, ha scelto


Morandi) fra il mio materiale fotografico, le 4 opere da servirti per i neri.

[…]

Il mio lavoro procede bene. La riapertura della galleria mi ha dato un


nuovo sentimento psicologico, tanto che vinco abbastanza facilmente il
“mal di pancia” che le vicende sfortunate e l’assurdo comportamento di
Morandi potevano provocarmi. Da tre giorni procedo a una media di
circa 8 pagine al giorno e per il 31 dicembre voglio aver finito tutti i costi.
Il ’62 deciderà.

[…]

Le cose con Morandi, almeno psicologicamente, vanno benissimo.


Speriamo che serva al libro. I miei dissapori con quel birbante di
Raimondi (mi dicono vada affermando in giro che io, per la Galleria, non
ho speso bene i denari dei cittadini bolognesi: figurati, 100 opere per 15
milioni!) mi hanno “rilanciato” presso di lui.

Inoltre ieri, ritrovato in fondo a un cassetto, dov’era finito per il nostro


trasloco del ’59, gli ho mostrato un disegno di Grizzana, agosto 913, che
128
mi aveva dato anni fa. Me ne aveva chiesto un paio di volte, e forse
credeva che, nello stile Raimondi, lo avessi venduto. Dopo 25 anni di
devozione, i sospetti folli di Morandi nei miei riguardi sono stati la cosa
più amara che mi potesse capitare; assai più che un giudizio negativo sul
libro. Pazienza! Ormai, mi sto facendo la pelle del rinoceronte e ci
vorranno altro che le palle dum-dum per forarla.

[…]

tuo

Momi»

35.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 30 dicembre 1961

Caro Ghiringhelli

[…]

Riguardo al testo di Arcangeli non credo bene chiedere pareri. Questo


potrebbe peggiorare la situazione. Io, all’infuori che a Lei, non ho

129
accennato ad alcuno di quanto è successo. Neppure agli amici più fidati.
Speriamo che A. si sia reso conto di varie cose. Di Raimondi, ad esempio.
Io non ho più accennato a nulla con lui ed attendo mi sia sottoposto di
nuovo il testo.

Speriamo bene. Non dico di più caro Ghiringhelli.

[…]

il suo affmo

Morandi»

36.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 6 gennaio 1962

Caro Ghiringhelli

[…]

Caro Ghiringhelli, mi sento molto, molto stanco e tutto mi affatica. Come

130
non mai. Non desidero, creda, che un poco di pace per poter lavorare se
ancora ne avrò la forza.

Sta bene quanto mi dice. Non sapevo che l’Arch. Pica fosse vostro
collaboratore.

Ho visto Arcangeli il primo dell’Anno ma non mi fu possibile parlargli


perché erano presenti altre persone. Avrebbe dovuto venire il giorno
dopo per portarmi una fotografia ma me la mandò a mezzo del fratello
perché, mi fece sapere stava appunto lavorando al testo della
monografia. Poi più nulla a tutt’oggi. Fra un paio di giorni farò il possibile
per vederlo. Speriamo bene. Non so cosa pensare perché, mi sembra,
aveva detto con Lei che avrebbe ultimato il lavoro alla fine dello scorso
dicembre. Sarebbe opportuno Lei gli scrivesse per sollecitarlo. Senza
dirgli naturalmente che io glielo ho consigliato. È necessario si decida
perché il tempo passa preso e dopo quanto è successo è bene vederci
chiaro e per tempo.

[…]

I più cordiali saluti dal

Suo affmo

Morandi»

131
Gino Ghiringhelli a Giorgio Morandi

«8 – 1 –1962

Caro Morandi,

stamani Arcangeli mi ha telefonato di avere ieri sera terminato il testo e


che entro un paio di giorni porterà a Lei. Preso dall’entusiasmo della
notizia, gli ho detto che era mia intenzione fare una corsa a Bologna in
settimana e convenimmo senz’altro che sarebbe venuto da Lei a
chiedergli se andava bene il giorno di venerdì prossimo, 12 corrente.

Soltanto più tardi leggendo il di Lei espresso del 6 gennaio che forse
avevo precipitato, poiché avrei dovuto chiedere a Lei se un nostro
incontro a tre era opportuno. Tuttavia una mia venuta a Bologna da Lei,
senza avvisare Arcangeli forse non sarebbe opportuna e quindi se per Lei
sta bene io verrò. Tanto più che Lei non potrà per quel giorno dire un
suo parere sul testo, poiché ci vorrà un po’ perché possa leggere le 250 e
più cartelle.

[…]

Affettuosamente

Suo Gino Ghiringhelli»

132
38.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 7 febbraio 1962

Caro Ghiringhelli,

avrà già saputo che sono stato indisposto cosa molto noiosa con febbre
molto alta. Mi sono alzato ieri ed ancora non mi sento completamente
bene. Ma spero in qualche giorno di ristabilirmi completamente. È
quindi opportuno rimandare la Sua venuta qui alla prossima settimana.
Domani dovrebbe venire Arcangeli per rivedere il testo.

[…]

Cordialmente il Suo affmo

Morandi»

133
Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 11 marzo 1962

Caro Ghiringhelli,

[…]

Ed ora, caro Ghiringhelli, la pregherei di venire a Bologna perché


desidererei mostrarle, ed esaminare assieme a Lei, il testo di Arcangeli.
Non ci fu possibile parlarne giovedì scorso, ma è urgentefarlo.

Mi dispiace di darle tanto disturbo, ma la colpa non è mia.

[…]

Cordialmente il

Suo affmo

Morandi

134
Sarebbe opportuno che nessuno sapesse della Sua venuta»

Peppino Ghiringhelli [?] a Giorgio Morandi, s.d.

[malacopia di una lettera non firmata e non datata. Si evincono il


mittente ed il periodo – tra l’11 e il 23 marzo 1962 – dal discorso
complessivo e dalla collocazione della minuta tra le altre lettere dei
fratelli Ghiringhelli a Morandi].

«Caro Morandi

Arc. è stato qui puntualissimo col testo. Abbiamo avuto un colloquio a


tre di alcune ore, nel quale siamo stati subito espliciti, fino alla crudezza,
nell’impossibilità di trovare una soluzione alla quale lei si possa adattare,
considerato anche lo scarso margine di tempo che ormai ci resta.

Ma egli si è dimostrato oltremodo condiscendente, sinceramente


animato dal più affettuoso rispetto per Lei e non ci ha offerto nessuna
possibilità di mandare tutto a monte. In verità eravamo anche un poco
135
imbarazzati dal fatto di non conoscere esattamente la seconda parte del
testo, e altro abbiamo dovuto quantomeno addurre al suo invito di
leggere tutte le cartelle per [parola illeggibile].

Nel frattempo Arc. rifletterebbe sulla proposta da noi avanzatagli, di


limitare il suo testo alla prima parte, fino al 1918, passando ad altri
l’incarico di un testo sull’intera Sua opera. Non abbiamo fatto nomi al
riguardo, ma abbiamo veduto che sul nome di Longhi egli quasi
sicuramente si conformerebbe a questa soluzione – per la coerenza del
metodo critico da maestro ad allievo.

Peraltro l’abbiamo trovato sinceramente disposto a tagli anche


importanti, e preoccupato solo di non snaturare l’insieme del lavoro e le
sue proporzioni.

Gino mi telefona ora che Arc. è stato con lui anche qualche ora nel
pomeriggio, e che partendo, gli ha confermato le decisioni di
mezzogiorno.

La preghiamo di farci conoscere il suo pensiero di massima. Mentre noi


leggeremo nei prossimi due giorni il testo a nostre mani.»

41.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

136
«Bologna, 23 marzo 1962

Caro Ghiringhelli,

ho ricevuto il Suo espresso e quello di Suo Fratello.

Le confesso francamente che la soluzione di pubblicare la sola prima


parte del testo non mi sembra possibile. Purtroppo tutti sanno ormai
come si sono svolte le cose. Come giudicheranno la critica ed il pubblico?
Non si è mai ricorso a questo per il testo della monografia di un vivente.

Riguardo alla soluzione, non so se proposta da Arcangeli, di ricorrere al


Prof. Longhi, mi sembra molto molto difficile poterla attuare. Io non mi
sentirei mai di proporre questo al Prof. Longhi. So già cosa
risponderebbe.

In quanto alla “condiscendenza” di Arcangeli sono certo che vi fate


molte illusioni. Io ho già sperimentato questa “condiscendenza”. Come
già a voce vi ho detto, fra due mesi le cose saranno ferme allo stesso
punto. Ho fatto di tutto, usando tutta la mia pazienza per fargli
comprendere la verità su moltissimi punti del testo, ma sempre
inutilmente. Si ritornava e ci si ritrovava sempre al punto di partenza;
allo stesso punto. Purtroppo A. non intende alcuna ragione.

137
Caro Ghiringhelli, mi scusi se ho creduto opportuno parlarle
liberamente. Ho creduto mio dovere farlo. Con tanto, tanto dispiacere
creda. Colla morte nel cuore.

Le sono infinitamente grato della Sua assicurazione che provvederà a


risolvere Lei tutto senza mettere me in campo.

Caro Ghiringhelli, non ne posso proprio più.

[…]

Cordialmente il

Suo affmo

Morandi»

42.Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

138
«Bologna, venerdì 23 marzo 1962

Carissimo Gino

spero anche tu legga il mio testo; Peppino sarà forse più addentro di te
nella letteratura, ma tu sai meglio cos’è stato e chi è Morandi e che cos’è
la sua pittura. Non è che io speri molto della vostra lettura se Morandi è
decisamente contrario; tuttavia, avrò almeno (se il testo vi piacerà fino
in fondo) la soddisfazione morale di non aver demeritato presso di voi.

Certo, se volessi prendere alla lettera le righe che Morandi inviò a casa
mia, in data 16 marzo 1962, dovrei dire che lui vi ha lasciati arbitri
assoluti della questione. Ve la trascrivo fedelmente: “Caro Arcangeli, ho
ricevuto la Sua lettera. Sono molto dispiacente di non trovarmi
d’accordo con Lei riguardo al sottoporre il testo all’Ing. Belissi. Questo
non perché io manchi di fiducia in lui, ma perché, a mio parere, le
persone che possono giudicare in merito sono i Fratelli Ghiringhelli, i
quali, oltre ad essere interessati come editori, danno il massimo
affidamento per la loro competenza in materia”.

Stando a queste parole, sei tu con Peppino l’arbitro assoluto della


questione. Magari lo foste; e cioè, penso che Morandi mi abbia scritto
queste parole contando che la vostra visita abbia concluso che siete
dalla sua, e che mi date torto.

Aspetto con ansia di sapere qualche cosa, con ansia – come dico – anche
perché anche un conforto d’ordine morale mi fa bene in questo stato:
ormai da cinque mesi i giorni passano, in realtà, come io fossi dentro a
un cattivo sogno. Pazienza…

139
Ho ripensato alla proposta di Morandi di dare in lettura a Longhi il mio
testo. Perché no? A Milano ho avuto, a torto o a ragione, una reazione
d’orgoglio; ma, al di là di questa reazione, non vedo cosa ci sia di
disdicevole per me se il mio testo sarà letto dal mio maestro, posto che
io ne difenderò sempre, a costo di rinunciare a pubblicarlo, la sostanziale
integrità e proporzione. Pensate perciò, quando avrete terminato la
lettura, che mi auguro sia presto, se non sia veramente il caso di
procedere a questo tentativo; ammesso naturalmente, e di questo siete
giudici voi, che Morandi lo abbia detto seriamente.

[…]

tuo

Momi»

43.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 30 marzo 1962

140
Caro Ghiringhelli,

[…]

Io desidererei di poterla vedere presto per poter prendere le decisioni


definitive. Qui a Bologna c’è il Prof. Bloch. Le dirò a voce.

[…]

Cordialmente il

Suo affmo

Morandi»

Gino Ghiringhelli a Giorgio Morandi

«31 – 3 – 1962

141
Caro Morandi,

ieri sera tardi abbiamo spedito l’espresso a Longhi, di cui Le compiego la


copia.

Spedito alla Posta centrale, ritengo che nella giornata di oggi gli
perverrà.

Qui stamane la sua gentile lettera che ci annunciò ieri per telefono.

Noi restiamo d’accordo mercoledì, con mio fratello, a casa sua. E


prenderemo insieme la decisione definitiva.

[…]

Se è andato a Firenze sono ansioso di sapere se Longhi ci farà un breve


testo di apertura. Sarebbe importantissimo.

[…]

Suo affmo

Gino Ghiringhelli»

142
[unita alla lettera per Morandi, Gino Ghiringhelli invia la copia di quella
che ha inviato il giorno prima a Roberto Longhi]

Gino Ghiringhelli a Roberto Longhi

«Prof. Roberto Longhi

via Benedetto Fortini 30

Firenze

30 marzo 1962

Il prof. Gnudi ci ha telefonato che Lei è tanto cortese da occuparsi di


comporre il dissenso fra Morandi e noi con Arcangeli.

Gliene siamo profondamente grati, poiché solo la Sua autorità può dare
qualche speranza di fronte alla intransigenza di Arcangeli. Il quale ci

143
confermava ancora in questi giorni in una lettera che “difenderà sempre,
a costo di rinunciare a pubblicarlo, la sostanziale integrità e proporzione
del testo”.

È ciò a indisporre Morandi. Che comunque è profondamente turbato né


evidentemente ritroverà mai la sua calma con questo libro di Arcangeli.

Dal punto di vista editoriale non possiamo che condividere questo


sconcerto di Morandi di fronte a 280 pagine di grande formato, nelle
quali l’attenzione del lettore è dispersa dalle troppe cose trattate,
spesso di interesse marginale, se pensiamo che, attraverso
l’interpretazione di traduttori, inglese e tedesco, ci si rivolge al pubblico
dei più diversi Paesi.

Oggi abbiamo telefonato a Morandi riferendogli la Sua offerta. Egli ci ha


assicurato che lunedì verrebbe egli stesso da Lei a Firenze.

Restiamo pertanto nell’attesa di cortesi assicurazioni Sue e di Morandi,


ansiosi di conoscere i risultati dell’incontro.

Coi più cordiali saluti, »

144
Roberto Longhi a Gino Ghiringhelli

«Firenze, 31, 3, 1962

Caro Ghiringhelli,

dopo quanto mi ha riferito or ora Morandi vedo che un mio eventuale


ufficio di mediatore è cosa quasi disperata. Ciò che del resto risulta
anche da quanto Ella mi dice nella Sua lettera.

In ogni caso bisognerebbe ch’io potessi leggere il testo di A. Dubito di


poterlo chiedere a lui. Pensa di potermi mandare Lei per qualche giorno
la copia Sua che io Le ritornerei non appena studiata e annotata?

Mi auguro che, dall’esame, venga ad affrirsi almeno la possibilità di


includerne uno o più brani in quell’ “antologia” di scritti vari su Morandi,
verso la quale, mi dice M. stesso, vi state orientando.

Lei cosa pensa di questo? Tenga presente che gli eventuali “convitati”
all’ “antologia” non acconsentirebbero a comparirvi se Arc. non vi avesse
una parte; e magari la più rilevante.

Vediamo di salvare il salvabile. E Lei ad ogni modo mi faccia saper subito


145
qualcosa

Cordialmente

Suo

Roberto Longhi

P.S. Resta naturalmente aperta la possibilità che A. non aderisca


neppure a questa formula. Ma pure giova sperare»

Edizioni Milione a Roberto Longhi

[telegramma]

«2. 4. 62

SPEDITOLE TESTO ARCANGELI MANOSCRITTI ESPRESSO.

146
EDIZIONI MILIONE»

Edizioni Milione a Roberto Longhi

[telegramma]

«10 . 4. 62

ANSIOSO SUO GIUDIZIO PREGOLA RISPEDIRMI TESTO VIA SACCHI 3


GRAZIE CORDIALITÀ

GHIRINGHELLI»

49.Gino Ghiringhelli a Giorgio Morandi

147
«11 aprile 1962

Caro Morandi,

Sono restato tutto il giorno nell’attesa della telefonata di Arcangeli,


come questi era d’accordo con la telefonata di Peppino, di lunedì
mattina. Inutilmente.

Di conseguenza con mio fratello si è deciso che da stasera è decaduta


definitivamente la nostra proposta di pubblicare la prima parte del suo
testo, senza più farci vivi con lui.

Ci sentiamo con la coscienza a posto. Tutti abbiamo fatto il possibile per


salvare l’amico.

La dobbiamo pertanto pregare di essere tanto cortese dal dare corso ad


un Suo invito a Lamberto Vitali, perché voglia fare lui il testo della nostra
edizione.

Non appena avremo avuto la conferma che Vitali, in via di massima,


acconsentirebbe, prenderemo noi accordi diretti per un contratto
editoriale.

A seguito della Sua telefonata di ieri sera, abbiamo telegrafato a Longhi

148
in questi termini: ANSIOSO SUO GIUDIZIO PREGOLA RISPEDIRMI TESTO
VIA SACCHI 3 ecc.

Ovviamente dovevamo giustificare il telegramma con la richiesta del suo


giudizio. Ma senza intendere con questo di dilazionare la nostra attesa
della risposta di Arcangeli.

Sempre fermi nel proposito di chiudere nel nostro cassetto questo testo.

Ci auguriamo che finalmente potremo tutti riacquistare la nostra


serenità.

Gradisca i miei ringraziamenti, coi più affezionati saluti»

Roberto Longhi a Gino Ghiringhelli

«Firenze, 12 Apr. 1962

Caro Ghiringhelli,

149
ho affidato or ora ad Arcangeli che viene a Milano il dattiloscritto da Lei
gentilmente inviatomi.

Ho espresso ad Arcangeli la mia impressione e qui la dico, sia pure


sommariamente, anche a Lei.

Il libro come sostanza esiste già; soltanto non è ancora “fatto”. La


struttura vi è ancora nascosta dalla pletora dei riferimenti sia
retrospettivi che anticipanti. Occorrerebbe, a mio parere sfrondarlo,
pausarlo, equilibrarlo; ma dalle parti valide già in essere verrà fuori, già
si vede, il libro principe che tutti attendono su Morandi e che nessun
altro sarebbe in grado di fare.

Naturalmente la “messa a punto” non è cosa di poco momento, né di


poco tempo e voi, come bene intendo, avete bisogno di far uscire presto
lo splendido materiale illustrativo che avete raccolto. In tal caso credo
anch’io che la soluzione di un testo antologico, partendo dai tempi di
Bacchelli e arrivando fino agli interventi di Arcangeli stesso, anteriori al
suo odierno elaborato (giacché egli non acconsente a presentarne un
solo frammento) sia ancora la soluzione meno sgradevole; sarà un libro
“documentario” come “documentario” è anche il corredo illustrativo.

Naturalmente, da parte mia, io farò tutto il possibile perché una seconda


edizione col testo (una volta messo a punto) di Arcangeli possa
realizzarsi con il consenso di Morandi.

Tutto sommato io penso che i dispareri attuali potranno superarsi con


un po’ di reciproca pazienza e buona volontà. Ma sarebbe un peccato
150
grave che un lavoro così imponente e sostanzialmente pieno di
dedizione al proprio argomento andasse perduto.

Questo, per quel che vale, è il mio sincero convincimento.

Mi abbia, caro Ghiringhelli, per

Il Suo

Roberto Longhi»

Gino Ghiringhelli a Giorgio Morandi

«13 aprile 1962

Espresso

151
Pittore Signor

Giorgio Morandi

via Fondazza 36

BOLOGNA

Caro Morandi,

Vengo a sapere che Lamberto Vitali non ha voluto fare il testo della
Cartella di Disegni di Giacometti che egli stesso cura per Einaudi,
asserendo di sentirsi troppo stanco. E questa cosa è di questi giorni.

Non vorremmo pertanto che il suo stato di salute gli faccia dire di no
anche a Lei e a noi.

Mi parrebbe dunque il caso, andando Lei a Firenze lunedì, di avanzare la


proposta a Longhi.

152
Tenga presente che Bloch ha molto insistito con me nella sua
convinzione che Longhi avrebbe fatto volentieri il testo per Lei, ma che
vorrà essere molto pregato.

Vero che la posizione di Longhi è oggi compromessa dal precedente di


Arcangeli; ma si dovrebbe anche fargli rilevare che solo la firma di Longhi
rimedierebbe con una certa dignità la bocciatura del suo allievo.

Da parte nostra restiamo ovviamente a disposizione per una corsa a


Firenze o per tutta l’insistenza necessaria a smuovere Longhi; purché egli
non Le abbia espresso un no categorico.

Nell’attesa di un Suo cortese cenno, La saluto con affetto»

52.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 14 aprile 1962

Caro Ghiringhelli,

153
ho ricevuto il Suo espresso e sono molto dispiacente di quanto mi dice.

Io, creda, non mi sento di chiedere al Prof. Longhi di fare il testo per la
mia monografia. Non ho avuto il coraggio di chiederglielo in passato
benché lo avessi desiderato moltissimo. Ora, dopo quanto è successo,
sono certo che Longhi non accetterebbe questo incarico.

Sono molto, molto stanco caro Ghiringhelli e questa sera non sono
neppure in grado di pensare a questa penosa situazione. Le scriverò non
appena mi sentirò, spero, un poco più calmo.

Grazie di tutto e mi scusi.

I più cordiali saluti dal

Suo affmo

Morandi

P.S. Se crede, senta Lei da Longhi, io non ne ho proprio il coraggio».

154
53.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 16 aprile 1962

Caro Ghiringhelli,

questa mattina ho ricevuto una lettera da Vitali il quale mi dice che sta
preparando un articolo su di me per la rivista Goya di Madrid. Mi dice si
tratta della rivista più importante della Spagna. Questa notizia mi fa
sperare che Vitali possa accettare l’incarico di fare il testo per la
monografia. In ogni modo io attendo una Sua comunicazione al riguardo
perché Lei avrebbe già potuto rivolgersi al Prof. Longhi. Si potrebbe far
fare uno scritto a Vitali e ristampare lo scritto di Gnudi, parte del Brandi
e la presentazione di Pallucchini per la mostra di San Paolo. Questo se
Vitali non si sentiva di fare l’intero testo.

La cosa migliore sarebbe quella che Vitali accettasse l’incarico di scrivere


l’intero testo. Mi dica, caro Ghiringhelli, cosa pensa di tutto questo.

Ho ricevuto il telegramma col quale mi annunzia di essere rientrato in


possesso dello scritto di A. Le dirò poi quanto penso sarebbe bene
decidere in proposito.

155
[…]

Cordialmente il Suo affmo

Morandi »

54.Gino Ghiringhelli a Giorgio Morandi

[telegramma]

«19. 4. 1962

VITALI LUSINGATISSIMO PREOCCUPATO DECIDERÀ IN BREVE

GHIRINGHELLI»

156
Gino Ghiringhelli a Roberto Longhi

« 20 aprile 1962

Ill. Professore,

La ringrazio moltissimo dell’autorevole giudizio e del prezioso consiglio.

Essi confortano, praticamente, i nostri disegni.

Ma ci dobbiamo ora guardare da qualsiasi possibilità di nuove sorprese e


complicazioni, scegliendo fra le soluzioni possibili la più piana e sicura.

Mi riservo l’onore di ricorrere nuovamente al Suo aiuto.

Le rinnovo frattanto l’espressione della mia più sincera deferenza,

Gino Ghiringhelli»

157
56.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 20 aprile 1962

Caro Ghiringhelli

Ho ricevuto il Suo telegramma. Speriamo che Vitali accetti l’incarico. Gli


ho già scritto in proposito.

Ieri ho ripreso a lavorare, speriamo bene.

[…]

Cordialmente il

Suo affmo

Morandi»

158
57.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 26 aprile 1962

Caro Ghiringhelli,

oggi mi ha scritto Vitali il quale ancora non si decide ad accettar


l’incarico di scrivere il testo per la mia monografia. Io gli ho scritto
pregandolo ancora. Gli faccia presente, anche Lei, che non si richiede un
testo molto lungo. È, come gli ho detto, sufficiente un testo come quello
da Lui scritto per la monografia delle incisioni. Cose molto diverse non si
possono dire; dirà sempre cose più precise e giuste di quanto ha scritto
A. Gli faccia leggere il testo perché possa persuadersi che Lui lo potrà
fare assai meglio. e soprattutto con maggiore coscienza.

Mi faccia sapere se nel testo che Le è stato restituito è stato tolto


qualcosa, con gli appunti che Le diedi potrà farlo facilmente.

[…]

159
Cordialmente

il Suo affmo

Morandi»

Gino Ghiringhelli a Giorgio Morandi

«Caro Morandi,

Vitali è venuto ieri da me. È molto preoccupato, pur essendo lusingato


fino alla commozione, dubitando delle sue forze e capacità. Gli ho lodato
questa assenza di ogni presunzione (quale differenza con A.!!), ma l’ho,
naturalmente, incoraggiato a vincere ogni sua perplessità e indugio.

Riterrei perciò, più che mai necessario il di Lei viaggio a Milano entro la
settimana prossima, onde rinfrancarlo.

Ieri sera ho avuto una lunga telefonata con Gnudi, in ritiro nel Trentino
per scrivere il catalogo della mostra bolognese. Si dice informato del
giudizio favorevole di Longhi. L’ho smentito energicamente in quanto la
lettera di lui in nostro possesso convalida la nostra convinzione nel
ritenere il testo evasivo e dilagante oltre ogni misura e oltre a certi
160
arbitrari discernimenti critici non condivisi da Morandi stesso,
consigliandolo quindi a non insistere in questa sua inutile mediazione tra
noi e A.

[…]

Gino Ghiringhelli

Milano, 27 aprile 1962»

Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 29 aprile 1962

Caro Ghiringhelli,

grazie del Suo espresso. Ha fatto benissimoa rispondere a Gnudi come


mi dice. Mi meraviglio di tanta ingenuità. Ritengo che a dirgli che il

161
giudizio di Longhi era favorevole sia stato lo stesso A. Di sorpresa in
sorpresa, caro Ghiringhelli: chi avrebbe mai immaginato quanto succeda
nella povera testa di A. Fà anche molta pena.

Non dubiti che farò tutto il possibile per venire a Milano la prossima
settimana.

[…] Potrei così restare a Milano anche giovedì e ripartire venerdì 4


maggio. La pregherei di telefonare a Vitali per sapere se non ha nulla in
contrario riguardo la mia venuta e telegrafarmi in proposito entro
lunedì, possibilmente. Invierò un espresso anche a Vitali. Nel caso che
Gnudi Le chiedesse il testo di A. La consiglio a non aderirvi. Gnudi può
chiedere ad A. la copia in suo possesso che, mi risulta, è stata letta anche
da altri. Che correttezza! Mi scusi se le consiglio di regolarsi così. […]

Cordialmente il

Suo affmo

Morandi»

Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

[telegramma con data illeggibile; si tratta comunque dei primi giorni di

162
maggio 1962]

« ARRIVO DOMANI UNDICI E VENTISEI CORDIALMENTE – MORANDI »

Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

«Bologna, 10 maggio 1962

Caro Ghiringhelli,

[…]

Grazie ancora, caro Ghiringhelli di tutto. E speriamo che, finalmente,


tutto si rimetta a posto. Vitali mi ha mandato un questionario che gli
farò avere al Suo ritorno da Londra.

[…]

Cordialmente il Suo affmo

Morandi»

163
Mino Maccari a Giorgio Morandi

«Roma, Addì 15 maggio 1962

Caro Morandone,

[…]

E speriamo che Arcangeli non ti attribuisca chissà quali intenzioni,


derivazioni, filiazioni, interiorizzazioni, elucubrazioni, ecc.

tuo Maccari»

Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

164
«Bologna, 29 maggio 1962

Caro Ghiringhelli,

[…]

Se crede, caro Ghiringhelli, non ne posso proprio più. Dopo la faccenda


del testo il premio “Rubens”. Passerà anche questo. L’importante è che
si possa concludere il testo per la monografia. Se crede non riesco più a
trovare la tranquillità necessaria per poter lavorare. Speriamo bene.

[…]

Suo affmo

Morandi »

Lamberto Vitali a Giorgio Morandi

«12. 6. 62

165
Carissimo Morandi

[…]

Ho riparlato in questi giorni con Ghiringhelli, ma se debbo essere franco


come sono stato franco con Lui, non riesco a modificare il mio punto di
vista a proposito delle illustrazioni; così come è stato concepito, non mi
persuade affatto. D’altra parte bisogna pensare che il libro non arriverà
per le mani di dieci persone soltanto e soprattutto è destinato ad avere
una diffusione anche fuori d’Italia: doppia ragione, mi pare, per
considerare bene le cose prima di prendere una decisone definitiva.

[…]

Credo anch’io che sarebbe bene vedersi daccapo nella speranza che non
si finisca per prendersi per i capelli. […]

Cordialmente

Lamberto Vitali»

65.Lamberto Vitali a Giorgio Morandi

166
«29. 7. 62

Carissimo Morandi

[…]

Nessuno più di me desidera che le cose tornino come prima fra Lei e i
suoi amici; speriamo che ormai vadano avanti per questa strada.

[…]

Cordialmente

Lamberto Vitali»

Francesco Arcangeli a Giorgio Morandi

«Bologna, 14 agosto 1962

167
Caro Morandi,

aspettavo il Suo telegramma: è venuto, e La ringrazio di cuore per avere


ricordato così la mamma che non c’è più. […]

Perdoni se le ho scritte tutte queste cose, ma Lei sa come la mamma


avesse per Lei, per quanto glielo consentiva l’età, un sentimento
particolare; e posso dirLe che, anche dopo le ultime sventurate vicende,
aveva maturato per Lei, confusamente sia pure, un ricordo profondo.

A Lei, anche da parte dei miei, ancora grazie

suo

Francesco Arcangeli»

Lamberto Vitali a Giorgio Morandi

168
«26. 10. 62

Carissimo Morandi

[…]

A Bologna sono stato a lungo con Arcangeli, mentre non ho potuto


vedere Gnudi che era in Olanda. Sono stato contento di aver potuto
parlare con Arcangeli e continuo a sperare che troverete il modo di
riprendere ad intendersi come vi siete sempre intesi per tanti anni».

Lamberto Vitali a Giorgio Morandi

«Milano 7. 11. 62

Carissimo Morandi,

rispondo subito alla Sua lettera che mi ha fatto, come al solito, molto
piacere, ma, glie lo confesso, mi preoccupa non poco.

169
La questione dei rapporti fra Lei e A. e G. riguarda evidentemente solo
Lei ed è forse un’indelicatezza da parte mia di voler anche minimamente
dar dei consigli; ciò tuttavia non mi impedisce, credo, di mantenere il
mio punto di vista, anche perché sarei felice se l’atmosfera attorno a Lei
si rasserenasse completamente.

In quanto al resto, carissimo Morandi, mi permetta di ricordarle che a


suo tempo misi ben chiaro che non potevo assumere impegni
soprattutto per quello che riguardava il tempo. Lei si dimentica che ho
ormai 66 anni […]

ha messo cinque annia preparare il suo manoscritto; io non chiedo


cinque anni, ma il minimo necessario.

Ma soprattutto questo desidero dirle e dirle proprio con il cuore in


mano. La nostra amicizia dura da più di 35 anni ed è stata – credo –
un’amicizia senza nubi di nessun genere. Non vorrei a nessun costo che
questo mio impegno la turbasse, perché allora preferirei rinunciare a
scrivere una sola riga. E non vorrei, aggiungo, che quello che sto
scrivendo non le andasse a genio; le chiedo, e francamente spero di non
chiedere troppo, di lasciarmi libero di dire quello che penso in tutta
sincerità, anche se su qualche particolare potrà non essere d’accordo.

[…]

Il suo affmo

Lamberto Vitali»

170
Giorgio Morandi a Cesare Brandi

«Bologna, 6 febbraio 1963

Carissimo Brandi,

grazie della Sua lettera, di quanto mi dice e della Sua amicizia. Riguardo
alla dolorosa faccenda del testo di Arcangeli desidero, per chiarezza,
mettrLa al corrente di quanto è successo. Le ragioni per cui siamo stati
costretti, tanto io che l’Editore, a rifiutare il testo di A. oltre alle tante
sciocche polemiche, fu anche dovuto al non aver voluto comprendere od
addirittura deformare molti aspetti del mio lavoro. Le confermo che il
primo dissidio nacque dalle ingiustificate e sciocche polemiche contro di
Lei e contro Argan. Contro di Lei particolarmente riguardo al testo della
mia monografia edita da Le Monnier e che, come Lei sa, ho sempre
approvato ed approvo ancora pienamente. Ma non solamente verso
studiosi d’arte erano rivolti, diciamo pure, i suoi rancori, ma anche verso
altri amici come, ad esempio, Eugenio Montale. In questo caso per
giungere addirittura ad una graduatoria di merito: primo Morandi,
secondo Montale.

Dava l’impressione che il suo desiderio era quello di far nascere


dissapori ed allontanare vecchi e cari amici. Modo di procedere
veramente “nobile”. In conseguenza di quanto aveva scritto su di Lei, su
Argan e su Montale gli inviai due lettere per protestare ed invitarlo a
smettere. L’ultima di queste lettere iniziava così: “ancora una volta e per
l’ultima volta”. Conservo ancora le minute di queste lettere che Le

171
mostrerò alla prima occasione che avremo di rivederci. In conseguenza
di quest’ultima, con cui gli ingiungevo di finirla, tolse buona parte degli
attacchi contro di Lei e verso Argan, contro il quale non disarmò mai
completamente.

Avevo deciso di togliergli, d’accordo con Ghiringhelli, l’incarico di


scrivere il testo. Non lo facemmo riguardo alle sue “condizioni di salute”
e nella speranza che avesse inteso.

Oltre a quanto Le ho già detto, attacchi ad artisti contemporanei:


Braque, Villon, e, soprattutto contro Picasso. “Il talentoso Picasso” a
proposito di Guernica.

Fra tante sciocchezze di cui parecchie in evidente malafede, anche quella


di cui Lei mi parla per cui io sarei “il padre dell’informale” faceva parte
del testo. E tante altre sciocchezze di calibro non inferiore. Usai tutta la
pazienza possibile nella speranza di fargli comprendere che ogni
polemica, ogni giudizio critico compreso nel testo poteva considerarsi da
me pienamente condiviso ed approvato. Ho pazientato sei lunghi mesi
cercando con ogni mezzo di fargli comprendere tutti questi errori prima
di costringermi, d’accordo con l’Editore, a respingere definitivamente il
testo. Purtroppo ho imparato a conoscere questo signore. Mi sono reso
conto della sua ipocrisia e di tutta la sua inimmaginabile doppiezza. Nel
suo animo vi è qualcosa di veramente pauroso. Tutto questo si può
comprendere ed anche scusare dato lo stato della sua mente.

Ma, tenendo conto anche di questo, con dispiacere ritengo difficile, per
non dire impossibile, riprendere rapporti normali con lui.

172
Caro Brandi, ancora La ringrazio. Lei è tra le persone che si sono rese
conto di come stanno realmente le cose. E spero di poterLa rivedere
preso a Bologna come mi dice. Lo desidero vivamente.

I più cordiali saluti dal

Suo affmo Morandi

P.S. Mi scusi il ritardo nello scriverLe dovuto a non lieve indisposizione».

NOTE

[1]Cfr. Cesare Brandi, cit., 1990, p.

[2]Brandi si riferisce qui al catalogo della mostra, da lui curata, The


collection of works by Giorgio Morandi 1890-1964 belonging to
Professor Luigi Magnani, Edinburgh, Scottish National Gallery of Modern
Art, poi Cambridge, agosto-settembre 1965.

173
[3]La lettera citata si trova in Lucia Fornari Schianchi(a cura di), Cesare
Brandi Luigi Magnani. Quattrocentoventi lettere inedite, Prato, Gli Ori,
2006, p. 218.

[4]Cfr. la lettera di Morandi ad Arcangeli del 6.11.1962 e la risposta di


Arcangeli del 12.11.1962, entrambe pubblicate in Luca Cèsari,cit., 2007,
p. 654 e 655-660.

[5]Cfr. Luca Cesari, cit., p. 665-666: «Ti chiedo quindi, dopo matura
riflessione, di fare esecuzione a quanto mi spetta di diritto, che è quanto
è stato convenuto, e convalidato dalla tua e dalla mia firma, in data 26
gennaio 1961. Ti chiedo cioè la pubblicazione del libro, che è stato
scritto e pagato per esser pubblicato, non per non esserlo».

Stefano Esengrini

L’ARCANO DELLA PITTURA*

174
Tra due infinità

«Conosco bene i miei limiti, ma mi accontento di questi che segnano il


mio vero mondo. Se saprò esprimerli compiutamente, che cosa potrò
desiderare di più?» Giorgio Morandi

Innanzitutto una precisazione in merito al titolo: la parola «arcano» deve


essere assunta nel significato che le attribuisce Niccolò Tommaseo nel
suo Dizionario della Lingua Italiana. Essa si formerebbe sulla radice ar-,
«che denota ogni cosa ristretta, difesa, celata». Arcano, come aggettivo,
è pertanto sinonimo di «segreto, segnatam. per cagione della sua
altezza, e della cura con che si custodisce per segno di dargli
importanza». Si pensi a espressioni quali “arcani giudizi di Dio” o “le
arcane sorti”. A questo stesso ordine di idee si rifà Virgilio quando parla
di «fata», da non intendersi come “cieca fatalità”: es. «fata viam
invenient», il destino troverà la strada.

Detto questo, non ricordo esattamente il momento in cui, nel corso di


un nostro incontro l’estate scorsa a Leida, suggerii a Thierry Delobel di
organizzare un seminario intorno all’opera di Robert Marteau. Mi piace
pensare che ci trovassimo lungo il litorale del Mare del Nord, battuto
com’è da un vento indomito e assordante che dovette certo

175
accompagnare la decisione con cui i Padri pellegrini, rifugiatisi nella
cittadina olandese, salparono il 6 settembre 1620 dall’altro capo di
quell’ideale tunnel che è il Canale della Manica alla volta dell’America. La
stessa America istituita da Walt Whitman nella Prefazione del 1855 al
suo Foglie d’erba, nella quale il poeta osava dire: «Qui finalmente vi è
qualcosa, nelle azioni dell’uomo, che può misurarsi con le maestose
opere del giorno e della notte». Forse anche in quella nostra
conversazione ai bordi del mare, sotto lo sguardo vigile di Cécile, si
preparava a suo modo la venuta tra noi di quel genere di uomo scorto da
Whitman con il nome di «poeta cosmico» – un uomo che, «se soffia in
qualcosa che prima era considerato piccolo, lo dilata con la grandezza e
la vita dell’universo».

Non fraintendiamo il senso più intimo di quella maestosità e di questa


grandezza, riducendole a mere manifestazioni di uno spirito fanatico
capace al più di azioni megalomani e di uno stile ampolloso. È infatti in
relazione a un’esperienza della vastità, intesa come flagrare di un
mondo, che ha origine la risposta con cui l’uomo delimita un luogo in cui
abitare. Di più: uno spazio-luogo in cui trattenersi in eco a ciò che
Georges Braque chiamava «il perpetuo» – non l’eterno –, «il perpetuo e
il suo mormorio di sorgente». Sarebbe allora stato questo il pensiero che
avrebbe intonato l’intero seminario, a cui avrebbero preso parte
innanzitutto gli amici di più lunga data del poeta, insieme a tutti coloro
che, pur appartenendo a generazioni successive, avessero sentito il
richiamo dell’istanza che sta a fondamento di fenomeni quali il «rumore
di un ruscello» o il «tepore dell’aria». Se, continuava Marteau in Mont-
Royal, questo «dire niente, simile alle foglie che si muovono» era
divenuto la nostra stella polare, non restava che capire come ciascuno
avrebbe potuto corrispondere a questo appello e far risuonare la propria
esperienza del cosmo. Diceva di sé il poeta:

176
«Come vorrei essere un pittore. Non bisogna saper leggere, scrivere,
non bisogna conoscere la sintassi, la grammatica, le lingue, la linguistica,
la filosofia, le elucubrazioni universitarie, bisogna solo dipingere ciò che
si vede come l’hanno fatto de Staël, Matisse, Roger de la Fresnaye,
Memling. Ma ecco, il fatto vuole che in verità sia la parola a far vedere,
con quel fine ruscello, il verbo, che produce il proprio mormorio di
genesi dal talamo alla glottide».

Questa prima introduzione risulterebbe tuttavia incompleta se non


nominassi colui al quale devo l’aver potuto fare la conoscenza anche
solo dell’esistenza di Robert Marteau, dal momento che la sua opera
non ha raggiunto una fama tale da oltrepassare i confini del proprio
Paese (penso a questo proposito al bel componimento di Boris
Pasternak che inizia con i versi:

«Essere rinomati non è bello,

non è così che ci si leva in alto»,

177
e che prosegue poco oltre:

«Scopo della creazione è il restituirsi,

non il clamore, non il gran successo»).

Mi riferisco a François Fédier, che acconsentì alcuni anni or sono a


introdurmi a Thierry Delobel perché potessi approfondire la mia
comprensione del pensiero di Marteau sulla pittura – pensiero che
avevo iniziato a studiare traducendo il fondamentale Huit peintres, poi
pubblicato in italiano con il titolo di Pittura come epifania.

Dell’attività di un’intera vita consacrata al pensiero, permettetemi di


menzionare, su tutto, la sua traduzione di quel che viene considerata da
più parti l’“opera ultima” di Martin Heidegger: Acheminement vers la
parole. Il dialogo ininterrotto con quest’opera ha così permesso a
François Fédier di vedere la propria esistenza cadenzata dalla voce dei
poeti che nel tempo sono divenuti i suoi amici “di punta”: Godo
[Godofredo Iommi], Robert [Marteau], Dominique [Fourcade]. Ed è
persino ipotizzabile che tali incontri – insieme a quello in altro modo
imprescindibile con Jean Beaufret – abbiano salvaguardato Monsieur
Fédier dal pericolo di ripetere da semplice epigono quanto appreso dal
filosofo tedesco. In questa prospettiva vorrei condividere con voi il
primo pensiero di François Fédier che mi permise di comprendere

178
all’istante lo spirito che intona ogni suo scritto, così come ogni suo gesto
nel lavoro del pensiero, nel dialogo con gli altri e nell’attenzione che
riserva a tutto ciò che gli viene incontro. A pagina 334 del suo Regarder
voir possiamo leggere queste sorprendenti parole:

«Il rispetto nei confronti dei genitori è la concretizzazione su un piano


del rispetto che si deve avere per la propria esistenza.

Questo rispetto è fondato sulla gioia di esistere. Non fosse altro che per
fare esperienza dell’angoscia di esistere, bisogna esistere: è questa la
gioia fondamentale.

Quando non vi è altro che il puro fatto di esistere, quando non vi è altro
che la pura esperienza di esistere, allora questa esperienza è gioia».

Alla maestosità del mondo di cui parlava prima Whitman corrisponde


ora la gioia quale tonalità fondamentale dell’uomo di genio, qui colto nel
suo essere capace di generare, ossia di far prosperare e di accrescere ciò
a cui applica la propria attenzione. Lo ripetiamo: la pienezza di cui hanno
sentore poeti e pensatori fornisce loro quella fiducia di poter
comprendere il reale che li induce a ricercarne il senso sino a sfiorare
l’arcano. Non a caso, nel corso della sua esperienza in Cile, François
Fédier poteva sorprendere lo scultore Claudio Girola nell’atto di farsi
passare tra le dita e palpare un raggio di sole che filtrava nella

179
semioscurità del proprio studio…

Non attardiamoci oltre ed entriamo finalmente nel cuore del discorso.


Dopo ampia ponderazione ho pensato che avrei potuto dare un mio
contributo ai lavori di questi giorni soffermandomi su due brevi scritti di
Robert Marteau intorno all’opera di Giorgio Morandi (1890-1964). Più
precisamente ancora: supponendo negli ascoltatori una significativa
conoscenza del pensiero dell’arte in Marteau, ho preso spunto da due
sue recensioni apparse sulla rivista Po&sie in occasione di altrettante
retrospettive di Morandi a Parigi nel 1987 e nel 1996-97 per
approfondire la riflessione teoretica sviluppata dall’artista italiano nel
corso di alcune rare interviste e di qualche ancor più raro testo. In altre
parole, mi sono proposto di evidenziare la profonda affinità poetica tra i
due creatori, soffermandomi in particolare su tutte quelle dichiarazioni
di Morandi che potrebbero aiutare un potenziale lettore a comprendere
la portata della frase intorno a cui Marteau incardina il suo primo scritto
(a cui va, del resto, la mia preferenza) e, più in generale, l’origine del
proprio interessamento. Così esordisce il poeta:

«Poche opere, nel loro ritrarsi, instaurano una simile presenza. Saremmo
inclini a credere che sia in questo modo che gli dei e le muse vedono gli
oggetti, al di là cioè dei conteggi con cui le limitiamo ai nostri usi, così
come alla nostra geometria. L’oggetto in Morandi non è una
rappresentazione, ma un dono fatto all’invisibilità».

180
Com’è noto, le opere di Morandi – siano esse oli, disegni, acquerelli o
incisioni – presentano un numero ristrettissimo di soggetti: nature
morte, paesaggi e vasi di fiori sono tutto quel che troviamo; la figura
umana, per esempio, è quasi completamente assente. Ora, chiosando le
parole di Marteau, compito del pittore non è rappresentare un oggetto,
non è cioè imitarlo, copiarlo, fornendone un’immagine. Il tema da
ritrarre, il cosiddetto motif, proprio nella misura in cui “muove” e
“tocca”, non è colto come qualcosa di fisso che si contrappone a chi lo
osserva, ma possiede una sua intima motilità, che risiede nel suo essere,
nel suo aver-luogo, nel suo entrare-in-presenza. Più segreta
dell’opposizione tra presenza e assenza è quella dimensione ritratta che
custodisce l’apparizione in quanto possibilità – non mero fatto
constatabile, ma virgulto fremente, tenero esordio, fragile verità.

Ancora una volta – come già accaduto con Vermeer, Chardin e Cézanne –
una natura morta o un interno diviene un indice di quello spazio-e-
tempo nascosto che ritma mutamente le «maestose opere del giorno e
della notte», qui riguadagnate nella loro familiarità grazie alla scala
minore con cui l’opera sa ricomporre il loro alternarsi in un rapporto di
reciproca implicazione che prelude a un nuovo inizio. Se, infatti, pensava
Eraclito, «il sole ogni giorno è nuovo», è necessario che chi è addetto a
mettere in opera una simile verità escogiti un nuovo metodo con cui
istituire il riferimento tra l’uomo e il mondo, favorendo un contatto che
sa accogliere il farsi incontro delle cose. Da qui l’esigenza avvertita anche
da Morandi di superare il modo metafisico di dipingere, che distingue tra
materia e forma, ossia tra disegno e colore, per fare del colore stesso o,
meglio, del tono l’elemento capace di conferire intensità e compattezza,
senza bisogno della linea quale strumento di demarcazione e
definizione.

181
In altre parole, la «realizzazione» tanto cara a Cézanne non si limita a
liberare l’oggetto dalla materia che lo compone per restituirne la forma,
la spiritualissima “essenza”. Cézanne, prima, e ora anche Morandi si
propongono infatti di dare una figura a quel gioco tra ritraimento e
apparizione che solo è in grado di instaurare da capo un rapporto tra
l’uomo e il mondo che si fonda sulla nostra condizione di apertura
all’invisibile. Per questo motivo l’invisibilità di un simile gioco, nel suo
non essere un che di determinato, viene resa dalla sovrapposizione di
macchie colorate con cui il pittore mima il costituirsi dell’oggetto
rappresentato, anche grazie ad alcuni spazi bianchi nella campitura che
permettono all’aria di attraversare la tela restituendolo nel suo stato
germinale.

Mi avvio verso la conclusione con alcune note sulla “persona” di


Morandi. «Di natura incline alla contemplazione», Morandi intendeva la
pittura come un cammino lungo il quale l’arte e la vita divengono una
cosa sola. Così una vita «uneventful», come dichiarerà a Edouard Roditi,
priva cioè di avvenimenti notevoli, si compiva quotidianamente nel
silenzio del proprio studio di Bologna o di Grizzana, un paesino
sull’Appennino emiliano, in compagnia delle tre sorelle. Erano loro a
predisporre tutto affinché «Giorgio» potesse trovare nella semplicità di
ciò che è inappariscente un istante di compiutezza in grado di
controbilanciare il perenne senso di vuoto descritto dall’amatissimo
Leopardi in uno dei suoi Pensieri sulla noia. Interpretata come «in
qualche modo il più sublime dei sentimenti umani», la noia evidenziava
infatti l’inaggirabilità nell’uomo del suo riferimento alla maestosità del
cosmo quale elemento che lo sopravanza e a cui egli deve far fronte e
dare forma, al di là di ogni disperazione. Scriveva emblematicamente

182
Leopardi:

«il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così,
dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il
numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e
piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei
mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio
nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre
accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto,
e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si
vegga della natura umana».

Allo stesso modo, il decoro di una simile esistenza, insieme alla


proverbiale discrezione e al senso della misura che contraddistingueva
Morandi, non gli impedivano di essere affabile e interessatissimo a tutto.
Egli era tuttavia geloso della propria solitudine, che considerava il più
prezioso dei beni, poiché in essa tutto veniva riguadagnato a partire da
una lotta condotta in prima persona con la verità. Ne sia una prova il
fatto che, pur essendosi allontanato dall’Italia in due sole occasioni e
non avendo potuto frequentare Parigi, egli non si chiuse arcignamente
su di sé, ma riconobbe la necessità delle istanze rivoluzionarie
propugnate da Corot e Seurat, ma soprattutto da Cézanne, che Morandi
aveva potuto conoscere sin dai suoi vent’anni grazie a quanto ne aveva
scritto Ardengo Soffici sulle pagine della rivista senese Vita d’arte.

183
Insieme a Carlo Carrà, Ottone Rosai e Mino Maccari, Morandi avvertì,
come molti giovani, l’urgenza di ripensare l’identità italiana all’epoca di
quel «fascismo-movimento» che Renzo De Felice così ben distinse dalla
sua deriva in «fascismo-regime». Riviste quali L’Italiano di Leo Longanesi
o Il selvaggio di Mino Maccari assunsero allora il compito di favorire un
rinnovamento dello spirito nazionale, che fondava il dialogo con le
principali istanze della cultura europea su una previa, poiché
inaggirabile, Selbstbehauptung o quadratura da sé e in sé dell’arte e del
pensiero italiani. In questa direzione, la poetica morandiana delle piccole
cose altro non era che la trasposizione a livello plastico di quel bisogno
di radicamento che induce uno spirito creatore a cantare la propria terra
con un’intensità resa ancora più commovente dall’accortezza con cui
ogni lingua-madre o linguaggio compositivo sa farsi carico in modo unico
del destino affidato a ciascun popolo. Destino che acquisisce un respiro
tanto più universale quanto più sa specificarsi nella propria singolarità.

È questo il motivo per cui abbiamo pensato che il modo più fecondo di
rendere omaggio a Robert Marteau potesse risiedere nell’individuazione
di uno spirito di corrispondenza con l’opera di colui che l’Italia
annovera – insieme a un Elio Vittorini o a un Pier Paolo Pasolini – tra gli
onori della sua poesia del XX secolo. Sarà perciò su questi presupposti
che si giocherà anche il rapporto tra Morandi e la lezione di Cézanne,
che permise una più viva ed eloquente comprensione dei maestri
antichi – altrimenti impossibile se ci si fosse attenuti alle interpretazioni
tradizionali –, ma pur sempre entro l’orizzonte aperto dal dialogo con la
grande arte italiana, di cui, a detta di Morandi, proprio Corot, Courbet e
Cézanne costituivano i «più legittimi» eredi.

In questo modo l’eco di Giotto, di Masaccio, di Piero della Francesca


risuona nella scelta dei toni e della composizione delle opere di Morandi,
che si fanno col tempo di una «povertà spenta e opaca», i primi, e di una
«elementarità rude» (Lionello Venturi), la seconda – a tutto favore di un

184
«sentimento più integro e puro» (Roberto Longhi). Ecco raggiunto
l’equilibrio tra lo stagliarsi istantaneo di un mondo a tutti comune e la
configurazione con cui questo o quell’artista, così come questo o quel
popolo, si mantengono – ognuno a suo modo – all’altezza del compito a
cui sono stati convocati.[1]

Chiediamo ora: in che modo l’opera e la lingua di Paul Cézanne e di


Robert Marteau appartengono alla tradizione francese? In che modo la
rinnovano? E che cosa offrono alla nostra intesa del mondo?

Ringrazio Marilena Pasquali, direttrice del Centro Studi Giorgio Morandi


di Bologna, e Giulia Ballerini, direttrice del Museo Soffici e del ’900
italiano di Poggio a Caiano, per la preziosa collaborazione nella ricerca di
alcuni documenti riguardanti Giorgio Morandi di difficile reperibilità.

Vi ringrazio dell’attenzione.

Reims, sabato 25 luglio 2020

* Il testo che segue è stato presentato in una sua versione in francese in


occasione della prima Réunion Robert Marteau svoltasi a Reims su
iniziativa di Thierry Delobel dal 23 al 26 luglio 2020. I lavori di natura
seminariale hanno potuto beneficiare dei contributi forniti dagli
interventi, tra gli altri, di François Fédier, Jonathan Boulting e François
Vezin. Per ogni ulteriore approfondimento dell’opera di Marteau
rinviamo il lettore al sito voices.uchicago.edu/robertmarteau.

185
[1] A chiarimento dell’imprescindibile ruolo assunto dal colore nella
pittura post-cézanniana scriveva Soffici nel suo saggio su Morandi del
1932: «Si direbbe che gli stessi colori delle sue pitture: quei celesti aerei
o marini, quei vermigli e rosei corallini, quei verdi in sordina, quei bruni
mesti, quei bianchi lattei, e grigi d’argento e gialli di canarino o di
stoppia, sono portati alla loro tenuità, preziosità, e musicalità quasi per
toglier loro ogni corpulenza e materialità, per non ritenerne che la pura
essenza, la spiritualità trascendente e assoluta». Alla stessa “scuola” di
stampo ancora metafisico appartiene anche Arnaldo Beccaria, a cui si
deve in ogni caso uno degli scritti più fecondi e vibranti, frutto del resto
di numerose visite rese all’artista nello studio di Via Fondazza l’anno
della sua morte. Allievo di Giuseppe Ungaretti e già autore nel 1939 di
una delle prime monografie su Morandi, Beccaria aveva saputo farsi
sempre più attento alle «segrete vibrazioni in cui il colore diventa tono,
si fa, cioè, interiore, come intrinseco di se medesimo, come in se stesso
assorto; e non so che intimità assume, non so che pudore».

Stefano Esengrini, saggista e traduttore, collabora con la cattedra di


Estetica dell’Università Cattolica di Milano ed è visiting researcher
presso il Centre for the Arts in Society della Leiden University. Le sue
aree di interesse scientifico includono la fenomenologia, l’ermeneutica,
la filosofia dell’arte e la teoria dell’arte. Ha tradotto e curato numerosi
volumi, tra cui si segnalano: J. Beaufret, In cammino con Heidegger
(2008); B. Newman, All’origine della nuova astrazione (2019). Tra i suoi
lavori ricordiamo in particolare: Dal silenzio l’immagine(2015); Lo spazio
dell’opera (2018); La rivoluzione della verità (2019). Membro del
Comitato nazionale istituito in memoria di Giovanni Carandente,
attualmente prepara una monografia dal titolo L’arte e l’origine.

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