Sei sulla pagina 1di 82

CINCELLI

E I SUOI CENTO FORNI

LA TERRA SIGILLATA ARETINA

A CURA DI FRANCO DALL’ARA

1
Instant 1

© Copyright 2009 Franco Dall’Ara


Tecnostampa
via Brecce, snc
60025 LORETO (AN)
e-mail: storialocale@gmail.com

2
nell’occasione della giornata
in memoria di don Antonio Bizzelli
(12.04.1883 – 27.07.1969)
a Cincelli dal 1910 al 1930
parroco costruttore

a ricordo di Ofelia e Guido


e dei Ducci
passati in Cincelli per 150 anni

3
Cincelli viene da centum cellae: cento fornaci qui
possedute da Publio Cornelio, da Caio Cispio e da altri grandi proprietari.
Qui lavoravano centinaia e centinaia di schiavi per fabbricare vasi e vasel
lame che venivano venduti poi in tutto il territorio del vastissimo impero
romano. Attorno alle cento fornaci vi erano grandi cave di argilla finissima
e l'acqua dell'Arno garantiva la migliore lavorazione. Cincelli raggiunse il
massimo splendore tra la fine del I° secolo avanti Cristo e tutto il I° secolo
dopo Cristo. In quel tempo Cincelli con le sue cento fornaci era uno dei
luoghi più importanti d’Etruria. Con il tempo le cento fornaci, una dopo
l'altra si spensero. Tutto finì e decadde. Rimase solo il ricordo della gran
dezza vissuta con le fabbriche di ceramiche a vernice rossa tanto apprezzate
a Roma e nell'impero, famose in tutto il mondo allora conosciuto.
Chi va oggi a Cincelli dopo aver passeggiato tra le sue viuzze, scenda nei
campi che vanno dalla Chiesa verso l'Arno. Lo faccia presto, alla mattina
con il Sole sugli occhi, vedrà con la magia della mente la frenetica attività
delle cento fornaci accese e degli schiavi piegati a lavorare argilla con l'ac
qua dell'Arno. Cincelli è un luogo magico, fu scelto dai primi uomini abi
tanti la terra di Arezzo, 100 mila anni fa.
Lo aveva capito molto bene Don Antonio Bizzelli sacerdote, muratore, ca
pomastro e architetto, nonché parroco di Cincelli nei primi decenni del se
colo scorso.
Fu lui a volere mettere nel campanile la quinta campana, dedicata alla
conciliazione tra lo Stato Italiano e la Chiesa. Fu benedetta dal grande Ve
scovo di Arezzo Mons. Mignone. Lo fece nel 1929. I campanili delle Chie
se hanno quattro campane. Cincelli non poteva avere un campanile con solo
quattro campane. Aveva avuto cento fornaci ed era conosciuta in tutto il
mondo dominato da Roma!
Pier Luigi Rossi

4
Arretina vasa: exArretio municipio
Italiae dicuntur, ubifiunt; sunt enim
rubra (Isidoro di Siviglia: Etymologiae).
Mi par di vedere Antonio Bizzelli, parroco di Cincelli nel primo quarto
del XX° secolo, che vive la sua missione ispirandosi ai costruttori di
cattedrali del medioevo. Come l’abate Suger si sporca le mani fra le
maestranze, e fra gli altri impegna per le finestre il più noto pittore to
scano di vetrate, il fiorentino Ulisse de Matteis.
Sa quel parroco di non vivere in un villaggio qualsiasi, sa che le case
del paese e la sua Chiesa sono state costruite sopra un insediamento im
portante, un sito archeologico di una fiorente industria, sviluppatasi nel
I° secolo a.C. Cresciuta poi per circa due secoli, fino alla decadenza e
alla scomparsa sotto le macerie delle distruzioni.
Con questa pubblicazione si vuole dare uno strumento di base per la
conoscenza della nostra storia, nient’affatto minore nella vita econo
mica, se non proprio artistica, d’Italia. Se infatti resta nella storia il no
me di Cincelli è per l’enorme produzione (ai tempi della Roma d’Au
gusto e dell’aretino Mecenate) di terra sigillata nei cento forni presso le
cave d’argilla.
Senza volerci addentrare nella ricca pubblicistica sui vasi aretini, ab
biamo qui raccolto gli scritti antichi più significativi dove si parla di
Cincelli e delle sue fornaci. Sono infatti questi la cronaca e insieme le
fondamenta di tutte le ricerche storiche succedutesi da quando a metà
del 1700 ritornarono alla luce le prime fabbriche (figuline) in terreni dei
Romanelli (come ricorda il Gamurrini, pag. 63), poi a metà ‘800 passati
ai Ducci e ai Funghini. Questi ultimi ne hanno fatto una passione, ama
toriale/collezionistica e antiquariale/mercantile.
I testi sono presentati in anastatica senza commenti e/o sottolineature;
premettiamo solo un vocabolario di poche voci che possono aiutare nel
la lettura.
Franco Dall’Ara

TERRA SIGILLATA: è la ceramica da tavola romana più diffusa in


Italia. Il termine sigillata viene dall’uso dei sigilli, punzoni con il nome
del padrone della fabbrica e/o dei lavoranti-fabbricanti.

5
ARETINA: è così detta anche se esistono altri centri di produzione ol
tre Arezzo e in concorrenza, come Pozzuoli e, in fase di decadenza, Pi
sa. Da Arezzo proviene la maggior parte dei materiali oggi presenti nei
Musei di tutto il mondo e nelle raccolte private.
MATRICI: i vasi aretini sono di produzione seriale, quasi-industriale,
attraverso l’uso di punzoni, probabilmente ricavati anche dalla contem
poranea produzione di vasi metallici, d’argento.
FALSI: La produzione in serie, attraverso il proliferare di fabbriche
come a Cincelli, porta a una grande diffusione in tutte le province
dell’Impero, anche se spesso a scapito della qualità. La richiesta però
invita alla falsificazione della firma/sigillo, un po’ come oggi nel settore
della moda. Troviamo a Pozzuoli la firma Aretio, probabilmente per
vendere meglio il prodotto.
VERNICE ROSSA: a differenza della precedente produzione ceramica
(Etruria, Campania) che è nera, i vasi aretini si distinguono per il bel co
lore rosso, ottenuto attraverso la decantazione (vedi vasche di decanta
zione a Cincelli) dell’argilla nell’acqua. Il calcare si deposita, mentre il
feldspato resta sospeso nell’acqua, e permette il processo di vetrifica
zione che, a seconda della maggiore o minore ossigenazione, varia dal
rosso corallo (vasi corallini sono anche chiamati) al nero metallo.
FIGULINA: è l’Officina. C’è un padrone e ci sono dei fabbricanti/la
voranti. Sia il padrone che il fabbricante firmano il pezzo: al nominativo
è il nome del fabbricante, al genitivo il nome del padrone.
SCHIAVI e LIBERTI: sono i fabbricanti, gli artigiani veri produttori
di ricchezza. Sono loro che hanno portato dalle terre orientali d’origine
le tecniche della lavorazione. La vernice rossa infatti è già stata speri
mentata in Asia Minore prima di essere prodotta in Italia.
PERENNIO: fra la ventina di padroni noti è il più famoso e probabil
mente il primo che apre in Arezzo l’attività.
RASINIO: il più raffinato. Forse da Arezzo ha esportato le sue attività.
Troviamo infatti il nome Rasinio anche a Pozzuoli, assieme al nome del
lavorante Pharnaces, e poi a Pisa.
CORNELIO: è la firma più importante di Cincelli.
CINCELLI: perché tanto sviluppo della produzione proprio a Cincelli
e nelle zone limitrofe? Il luogo è ricco di cave d’argilla; ha abbondanza
d’acqua, l’Arno a Buriano; c’è un retroterra di boschi, riserve di combu
stibile. Soprattutto è lungo una grande via di comunicazione, la Cassia
vetus, che permette spedizioni pronte in tutto il mondo

6
1833 - Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana
di Emanuele Repetti (5 volumi stampati a Firenze)
Denominazione: Cincelli

Toponimo IGM: Cincelli

x GB: 1726238

y GB:4821416

vol. 1, pag. 734

comune – provincia: AREZZO – AR

popolo: S. Maria a Cincelli (con annesso S. Salvatore a Vezza)

piviere: S. Giovanni Battista a Capolona

comunità: Arezzo

giurisdizione: Arezzo

diocesi: Arezzo

compartimento: Arezzo

ducato/regno: Granducato di Toscana


CINCELLI (Centumcellae) nel Val d’Arno aretino.
Villaggio con parrocchia (S. Maria) nel piviere di Capolona, Comunità Giuri
sdizione Diocesi e Compartimento di Arezzo, dalla qual città trovasi distante
circa 4 miglia toscane a maestrale. È situato sulla ripa destra dell’Arno presso il
ponte a Buriano e poco discosto dalla strada vecchia che da Arezzo porta nel
Val d’Arno inferiore.
È noto Cincelli per i bei vasi Aretini che sino dai tempi etruschi nei suoi con
torni si fabbricavano. Fu forse dalle molte grotte a tal uopo scavate, se non piut
tosto dalla sparse casette dei figulinai, donde questo paese trasse la de
nominazione di Centocelle, siccome trovasi in tal guisa distinto anche nei primi
secoli dopo il mille, e segnatamente in un istrumento del 1071 spettante alla
badia di S. Flora a Torrita.
Della chiesa di S. Maria de Cincellis e del suo rettore viene fatta menzione in
un contratto nuziale del 1338, rogato nella villa di Cincelli, in luogo detto il
Poggio, dal notaro Nuccio di Poggio da Castiglion Ubertini. (CAMICI, Dei
March. Di Toscana)
La parrocchia di S. Maria a Cincelli conta 222 abitanti.

7
pag 31,32,33

8
tadino dott. Antonio Fabbroni che fino che visse coprì di
gnitosamente il posto di segretario delle corrispondenze del
l'Accademia Letteraria Aretina, e sembra essersi in que
sta distinta al di sopra di Samo e di Sagunto, ove l'arte
dei fittili massimamente fioriva. Il dotto Fabbroni ci fa
osservare (1) che questi vasi debbonsi ritenere per Etru
schi, ma lavorati dai servi greci come lo dicono i nomi,
di Cispio, di Ilarico, Silvano, Antioco, e moltissimi altri
che si trovano impressi in vasi e rottami che sussistono in
vari Musei, e presso alcuni particolari. Che poi rimonti la
fabbricazione di questi vasi ai tempi Etruschi non vi cade
alcun dubbio giacchè si sa che servirono alla mensa di
Porsenna Re di Chiusi (2), ed in molti vasi e frantumi si leg
gono delle iscrizioni Etrusche.
In Arezzo esistevano moltissime fabbriche, e ciò viene
provato dall'avere rinvenuto in diverse località oltre un gran
numero di pezzi di detti vasi, delle forme archetipe ove
questi si modellavano, delle ruote con altri strumenti ne
cessari alla loro costruzione e varie fornaci, ove questi si
(rocevano.

L'auditor Rossi credè di rinvenirne le tracce in Murello


ove trovasi adesso il Seminario, nell'Orto Sabbatini, in
quello di S. Maria in Gradi, nella Piazza di S. Agostino
nel subborgo di Colcitrone, alle Carcerelle fuori della Porta
S. Lorentino, a Montione, al Palazzone, distante da Arezzo
circa tre miglia, ed a Cincelli, o Centum Cellae, lungi da
da noi 5 miglia (3).
Questi vasi sono sottili, leggeri d'impasto uniforme, com
patto, coperti di una patina tenuissima nella superficie esterna,
la qual patina levigata, il più delle volte di color rosso
corallino, e più raramente tendente all'azzurro. Sono lucidi,
di forme eleganti, rappresentano tazze, calici, lucerne, olle
cinerarie; van decorati all'esterno di piante, di frutti, d
animali, di guerrieri, di deità, di eroi, di geni, di baccanti,
di somatori, di cacce e sagrilizi.
Sono di corretto e di espressivo disegno, e per la mºg
gior parte a basso rilievo, contrassegnati di sigle dei nomi
degli artisti e dei padroni delle figuline (1).
Vol 3 pagina 49

10
Vol 1 pagina 663

te.

Cornelio: matrice Metropolitan Museum

11
Dell’abate Giulio Anastasio Angelucci riportiamo le pagine, nei docu
menti a illustrazione degli uomini celebri di Arezzo, dedicate alla colle
zione di vasi aretini di Francesco de’ Rossi, che per primo ha studiato
a lungo ceramiche e fornaci di Cincelli.
Con un dubbio riportato in nota:

Troppo impegno per Cincelli?


Anche se, si scoprirà in seguito, l’importante produzione di Perennio
ha avuto botteghe in città, pare non sia rimasto in Italia il meglio. Non
tanto perché non si sia conservata, ma perché le opere più significative
hanno preso la strada del grande collezionismo privato e dei Musei
d’oltralpe e d’oltreoceano. Come anche deve essere avvenuto dei vasi
di Cincelli. Quando il “pubblico” si è mosso lo ha fatto un po’ tardi.
Ma non è quel che è successo anche in tempi recenti con l’art nuo
veau italiana? E il restauro di un tetto non è stato considerato più im
portante del capolavoro di Piero della Francesca venduto a Londra?

12
Pisa co’ caratteri di Didot MDCCCXVI
Pag. 149

13
14
15
16
…..
….

17
18
19
20
21
22
23
(v) vedi testo a pag. 26.

24
25
……. Se
le Figline disparvero

SER RISTORO D’AREZZO: Libro della composizione del Mondo

26
27
tolo, e tale innudo e tale vestito, e tale armato e
tale sciarmato, e tale appè e tale a cavallo quasi in

; ogni diversità d'animale. e trovavanlise stormi e


battaglie mirabilmente in ogni diverso acto, e trova
valise facta lussuria in ogni diverso acto, e trova
vanse battaglie de pesci e d'uccelli e deli altri ani
mali mirabilemente in ogne diverso acto. e trovavan
lise cacciare e uccellare e pescare mirabilemente in og
ne acto ke se po pensare. trovavanlise scolpito e de
segnato si mirabilemente ke in le scolture se conoscia
no li anni el tempo chiaro e l'oscuro, e se la figura
parea de longe e de presso. e trovavanlise scolpito
ogne variatione de monti e de valli e de rii e de
flumi e de le selvi, e li animali ke se convengono
a cio in ogne acto perfectamente. trovavanlise spiri
ti volare per aere en modo de garzoni innudi por
tando pendoli de ogne deversita de poma. e trova
vanlise tali armati combattere assieme e tali se tro
vavano en carrette in ogne deverso acto con caval.
li ennanti. e trovavanse volare per aere mirabilmen
te in ogne diverso acto. e trovavanse combattere a
pee e a cavallo e fare operatione in ogne diverso acto.
De queste vasa me venne a mano quasi mezza una
scodella ella quale erano scolpite si naturali et utili
cose che li conoscitori quando le vedeano per lo gran
dissimo diletto raitieno e vociferavamo ad alto ed us
cieno de se e deventavano quasi stupidi. e li non co
noscenti le voleano spezzare, e gettare. quando alcuno
de questi pezzi venia a mano a scolpitori o a desegna
tori o ad altri conoscenti , teneanli en modo de cose
santuarie maravegliandose che l'umana natura potes
se montare tanto alto in sutilità ellartificio e la for
ma de quelle vasa e li colori e l'alto scolpimento,
28
Arezzo: terra sigillata Museo Archeologico

29
Cincelli e i vasi aretini

(I) vedi nota f, pagina 58

30
(I) al testo sono allegate tavole

31
( 23 )
cazione della vernice da fissarsi col mezzo di una se
conda esposizione al calore della fornace.
In una di queste matrici, seguendo le pratiche sur
riferite, e di concerto con un Antiquario Cortonese il
fu Proposto Venuti, formò egli un vaso che aggiunse
alla sua preziosa collezione, e che vien presentato nella
Tav. VIII. di questa Operetta. Un duplicato ho luogo
di credere che n esista anche in Cortona, fabbricato
com'è presumibile nella stessa occasione; la matrice pe
rò è custodita tuttavia nel Museo già Rossi ed ora Bacci
di Arezzo. A questo bel vaso è stato aggiunto il piede e
il coperchio senza poter profittare della forma antica che
manca; e si è dovuto avvicinarsi alle apparenze dell'an
tica vernice con una tinta rossa a olio.
Dal gran Winkelmann, e dal Fea suo annotatore
nella edizione di Roma del 1783. (1) non possiamo ti
rar partito, perchè il primo non conobbe i vasi Are
tini con tanta specialità che lo consigliasse a separarli
dagli altri conosciuti sotto la denominazione di Etruschi,
ed il secondo non fece se non (2) che accennare i la
vori pubblicati o promessi dall'Aud. Rossi.
Che dirò del Lanzi? Egli avea visitato i vasi Are
tini del Museo Rossi, e vi avea riscontrato i caratteri
indicati da Ristoro e dal Vasari » color corallino; figu
» rine in basso-rilievo graziose; gusto che chiaman Ro
» mano; nomi di officine di un vero latino carattere,
- quale nei primi secoli cristiani - (3) Soggiunge che
il lavoro ha un fare similissimo con quello delle lucerne
adunate ed illustrate dal Passeri e che si trovano a Pe

(1) Stor delle arti del disegno presso gli antichi. (2) T F.
pag. 215 in nota (3) V. Dissert. I degli ant, vasi dipinti, Fi
renze 1806, p. 38. -

32
( 24 )
saro. Ed è quest'ultimo il solo riflesso che abbia del
nuovo.

Pignotti (i), il Canonico Angelucci (2), e la Gui


da di Arezzo lavoro quasi in totalità dell'Angelucci me
desimo (3), se di fatti e di osservazioni fin allora sco
nosciute non fecero dono alla Storia dei vasi nostri, ne
parlarono con una certa diffusione, ripeterono, seguendo
il Gori, il testo di Messer Ristoro e di Attilio Alessi,
e sopra tutto fu per opera loro che venne per la prima
volta alla luce la Memoria del Rossi compendiata dal
manoscritto originale. Angelucci notò inoltre alquante
iscrizioni prese dal Gori, e vi unì qualche nome di fi
gulo somministrato dal Rossi.
Ben più compita e sugosa è l'esposizione che il più
volte lodato Cav. Inghirami inserì nei suoi º Monumenti
Etruschi o di Etrusco nome » (4) Ei passa ad uno ad
uno in rivista tutti gli Scrittori che io pure, forse con
qualche diversità di opinione, ho citati quì sopra, e
dopo aver fatto sull'argomento in discorso quei rilievi
che alla sua dottrina, al criterio, ed ingegno suo si ad
dicevano, presenta le incisioni colorate di sei frammenti
di vasi da lui stesso disegnati nel Museo Rossi, per primo
saggio di figure esposte alla pubblica conoscenza dopo
tante reiterate descrizioni in parole. Io trarrò dall'Opera
suddetta alcune di queste riflessioni, non intendendo di
averne esaurito tutte le bellezze e l'importanza; e quan
tunque in qualche minuzia pensi di dovere scostarmi dal
sentimento di un tanto uomo protesto di obbedire alla
(1) Storia della Toscana, opera postuma impressa nel 1813,
Lib. I Cap. 2. (2) Stanze con memorie storiche concernenti A
rezzo, Pisa, 4816. pag. 150 e 237. (3) Ediz. di Fir del 1829.
pog º 38. (4) Tom V. pag. 1. da pag. 1, a 12 della descriz.
dette Tav. Poligraf Fiesol 1824.

33
n.b. al testo originale sono allegate tavole

34
( 32 )

CAP. II,

Proprietà caratteristiche, forme, disegni, iscrizioni


ed usi dei vasi Aretini.

uei vasi, alla cui vista s'infiammò cotanto l'imma


ginazione di Ser Ristoro, perirono o furono dispersi. Ad
una sorte non dissimile soggiacquero gli altri che aveano
destata la maraviglia dell'Alessi, e dai quali egli trasse
i nomi scritti che il Gori ci ha conservati. Ed è assai pro
blematico se esista tuttora nel R. Museo di Firenze al
cuno di quelli che l'Alessi medesimo, e quindi il Va
sari, asseriscono essere stati offerti in dono alla famiglia
Medicea. Quando Monsignor Gregorio Redi Aretino in
dirizzava al Gori (2o, Luglio 1729.) la lettera che
qnest'ultimo ha inserita nella sua Opera delle Iscrizioni
di Etruria (1), gli scriveva - Admirationi sunt aliqua
» quae supersunt ex vasis hujusmodi in civium nostro
rum Museis - Ma di questi pure ogni memoria è per
duta.
Che resta adunque per rintracciare nei monumenti
la verità e l'esattezza di quanto abbiamo visto attestato
dagli Autori; per supplire a ciò che eglino omessero;
per formarsi un giudizio proprio indipendente dal giogo
della opinione altrui ? Rimangono le due Collezioni esi
stenti in Arezzo, l'una nel Museo Rossi - Bacci, e l'al
tra in quello pubblico della Città. Profittando di queste
raccolte sono state disegnate le Tavole poste in piede
della presente Operetta, specialmente però col prendere

(1) T II. pag. 213 la lettera Redi è intitolata a De Ar


retina civitate, veteribusque ipsius inscriptionibus ».

35
(I) vedi pagina 30 - testo originale (21)

36
(I) vedi nota h pagina 58

37
(35 )
Somma è la levigatezza, ed alla medesima si deve,
come saggiamente osserva il Cav. Inghirami, quel riflesso
brillante che rivaleggia fino ad un certo punto con lo
splendore di uno smalto.
Il rosso di corallo, uniforme in tutta la corteccia
del vaso, è il colore dominante; e se ne offre un saggio
nella fig. 2. Tav. L: saggio che si è procurato di avvi
cinare al vero più dappresso che fosse possibile, e che
mi pare non se ne discosti se non per qualche grado
minore di vivacità. Tutti quanti i pezzi disegnati nelle
9 tavole posseggono questa tinta negli originali a riserva
del N. 1. Tav. suddetta, 4 e 5. Tav. VII, i quali sono
di un nero azzurrognolo come si è cercato di far cono
scere colorando il pezzo N. 1. della Tav. I. per cam
pione dei rimanenti. E' notabile che i vasi neri, oltr'
esser sommamente meno numerosi, appaiono più parca
mente decorati dei rossi; che qualche volta hanno degli
ornamenti a incavo piuttostoehè a rilievo, come appunto
il citato num. 1.; e che quasi in nessuno di essi si ri
scontrano sigle o nomi inscritti. Quindi ha da conside
rarsi per eccezionale l'uso della patina nera, sebbene
il trovare i rottami dei vasi di questa tinta misti agli
altri deva persuaderci che furono contemporanei ai rossi,
ed emanarono dalle stesse officine. Tutto questo com
bina con quanto si rileva da Isidoro Hispalense, e da
Sedulio, i quali non parlarono che di vasi rossi nell'al
ludere agli Aretini (Sunt enim rubra – Rubra testa);
e che Mr. Ristoro confermò dicendo che si facevano »
de doi colori come azzurro e rosso, ma più rossi »
La tinta sì rossa che nera è generata da una ver
nice senza corpo o grossezza, la quale niente ha sof
ferto in apparenza dalle ingiurie della età, e dalla gia
citura sotterranea. Ciò particolarmente si applica ai vasi

38
( 36 )
rossi, il colorito dei quali mostrasi inalterabile al fuoco,
ed all'azione di acidi ed alcali potenti, non ostante che
strofinato con un pezzo di carta o di tela imbevuta di
semplice acqua fredda deponga una macchia di colore
arancio pallido sulla superficie bianca del corpo confri
- cante: come nei frammenti trovati a Modena lo verificò
il Sig. Cavedoni. -

La tinta azzurra segnalata da Mes. Ristoro altro non


era probabilmente che la nera il di cui riflesso tiene
alquanto del turchino sotto un certo giuoco di luce: quelle
di fior di pesco e di grigio-ferro s'incontrano ben di
rado, e fà d' uopo il convenire che non hanno la va
ghezza delle altre due. Si proverebbe anzi talvolta, nel
fissarvi lo sguardo, una inclinazione a supporre che siano
imperfetti resultati dell'applicazione delle vernici rosso
corallina e nero-azzurrognola.
Nel distico di Virgilio una delle forme dei vasi
Aretini si vede indicata con la voce calix. Ma Plinio
ci fa avvertiti che non di questo solo modo di configu
razione rimanevasi contenta la manifattura Aretina, coma
se ne contentava quella di Sorrento e di qualche altra
Città. Retinet hanc nobilitatem et Arretium in Italia:
et cazrcoM Tavrva Surrentum etc. Le forme però più
comuni, o almeno quelle di che per ordinario si rin
vengono gli avanzi sono di una tazza o coppa (la sco
della di Messer Ristoro, il citato calix dei Romani se
condo il Ch. Cavedoni) ovvero di un piatto a fondo
piano con labbro rilevato all'intorno (patella del Sig.
Cavedoni Ved, pag. 28. qui sopra ): ambedue provvisti
di piede, con piccoli manichi, o senza di essi. La Tav.
VIII. porge un'esemplare del primo genere, modellato
modernamente sulla forma archetipa del Museo Rossi,
se non che gli manca il piede la di cui matrice non fu rin

39
( 37 )
venuta insieme col resto nella escavazione di Cincelli
del 1779; e che si è preferito di omettere nel disegno
piuttostochè ricorrere ad aggiunte ideali, sebbene vero
simili. I Num. 3. Tav. I. 2. 7. 8. T. III. 3. T. IV. 3.
T. V. danno essi pure una idea più o meno esatta delle
tazze delle quali si tratta.
Dovevano poi fabbricarsi i piatti o sottocoppe in
numero soprabbondante, giudicandone dalla quantità dei
frammenti che se ne scuoprono: e sono essi principal
mente che portano il sigillo del figulo impresso nel fondo
Interno,

Abbiamo, oltre queste due più frequenti forme, il


modello di altre anche dai soli pezzi esistenti nella rac
colta del pubblico Museo di Arezzo. Consultate infatti
la Tav. IV. e vi si offrirà sotto il N. 2. un elegante vaso
di struttura ovale, che con molti altri fu trovato in un
sepolcro pochi anni sono, ed unico sfuggì alla distru
zione sotto i colpi dell' avidità inconsiderata di un in
ventore idiota: struttura alla quale appartenne forse an
che il frammento 5, della Tav. lII. Vedrete al n. 1. T. IV,
un urna cineraria cilindrica, la quale dovea esser mu
nita di un coperchio a doppio battente tenuto fermo con
fili metallici per mezzo di fori espressamente preparati
a tale oggetto nell'atto della fabbricazione. Quest'urna
pure proviene da un sepolcro scoperto a due miglia da
Arezzo nel 1837. e conteneva i residui della combustione
del cadavere.
Dalle fig. 1 e 2 della Tav. V. che rappresentano
due matrici da formare fratturate, sembrerebbe doversi
dedurre che vi fossero dei vasi rettangolari, giacchè la
faccia di quelle matrici è del tutto piana, e non sarebbe
capace d' imprimere le sue stelle o rosette sopra una
superficie convessa. Si fabbricavano inoltre delle lucerne

40
(38 )
con hassi - rilievi e iscrizioni a somiglianza del N. 1 16.
Tav. IX, le quali richiamano il pensiero a quelle rac
colte dal Passeri e citate dal Lanzi (V. p. 23, qui sopra)
Per le dimensioni dei vasi, esse possono conget
turarsi da quelle dei pezzi disegnati, poichè le Tavole
si sono tenute al vero tutte le volte che è stato possi
bile, e contengono la scala di riduzione nei pochi casi
contrari. L'esame di queste dimensioni porterebbe a cre
dere, che fossero generalmente non grandi, e che forse
non giungessero mai a quelle di molti tra i vasi Etru
schi dipinti. Dall'angustia delle fornaci discoperte a Cin
celli dal Rossi si potrebbe dedurne lo stesso.
Primario scopo delle Tavole poste in corredo di questo
scritto è stato quello di far conoscere il gusto e lo stile delle
decorazioni artistiche onde i vasi Aretini sono abbelliti,
e giustificare così l'entusiasmo di Ser Ristoro, del Vil
lani, e dell'Alessi, come le meno calde ma più ragio
nate osservazioni degli Autori recenti. Queste tavole però
sono ben lontane dall'esibire l'insieme delle cose degne
di pubblicazione. Troppe ne sarebbero occorse per esau
rire tutto quello che offre di variate bellezze la colle
zione del Museo della Città, e più ancora l' altra del
Museo Bacci-Rossi appena, come già accennai, mano
messa. Scorransi nondimeno le prime otto tavole, e sarà
facile il persuadersi che Ristoro e l' Alessi non sosti
tuirono alla verità le creazioni della loro fantasia, e che
i moderni non s' illusero allorchè accordavano di una
nime assentimento ai bassi rilievi dei nostri vasi il me
rito del buono stile, della grazia, e finitezza dei dise
gni tanto di ornato che di figure. Le foglie, i fiori, le
poma disposte in graziosi festoni, i meandri delicati e
ingegnosi, i guerrieri in armi, i genii, le Deità, le cacce,
gli amori, le danze, i fanciulli ( citoli di Ser Ristoro),

41
( 39 )
i carri, le are, i candelabri, le maschere, i gladiatori
combattenti, le figure femminili, i cavalli, delfini, cani,
capre, serpi, leoni, e pantere talvolta con collana al
collo ( Tav. II. 5. T. VI. 4. ) le sfingi, i baccanti, ec.
si schierano sotto l'occhio dell'osservatore nei pochi
saggi che gli si pongono innanzi, come gli Aretini dei
Sec. XIII e XV. gli aveano veduti nei pezzi scoperti ai
loro tempi. E tutti questi oggetti che sono stati coscen
ziosamente, anzi con minuto scrupolo copiati dagli ori
ginali, gli si mostrano nell'aspetto della raffinatezza
di stile che caratterizza le belle arti Romane sotto i primi
Imperatori.
Una delle savie osservazioni del Cav. Inghirami,
che abbiamo già fatta risaltare, si è che nei vasi Are
tini le figure sono scolpite a modo di decorazione, piut
tostochè nel sentimento di rappresentare qualche scena
di mitologia o di storia. Le tavole quì unite vengono
a sostegno di questa opinione, poichè in tutte quante
non ravvisi se non soggetti ideali o allegorici, salvo for
se il Num. 12. della Tav. II, ove potrebbe congettu
rarsi effigiato Hila o Narciso. E' probabile nondimeno
che qualche volta abbia avuto l'artista l'intenzione di
alludere ad idee mistiche in rapporto col destino asse
gnato al vaso. Così non parrebbe incongruo il pensare
che la sfinge coronata o mitrata ( Tav. I. n. 2.), il
puteale (Tav. IV, n. 5. ), i vermi rodenti, e la pelle
del leone Nemeo ( Tav. VI. num. 3.4. 7. ) di cui fre
quentemente si verifica la ripetizione, e le figure em
blematiche della Tav. VIII., siano altrettanti simboli
di religiose credenze. Tali particolarità segnano, insieme
col colorito uniforme e col lavoro a rilievo, una linea
di separazione fra gli Aretini e i vasi dipinti che diconsi
Etruschi, essendo da tutti conosciuta la consuetudine

42
(I) vedi pagina 34 - testo originale (25)

43
(I) vedi nota i pagina 58
(49)
44
(55)

45
( 56 )
serie numerica fra i nomi – Primus – Secundus-Quartio
– Sextus – e forse – Decimus – indicato dalla lettera X.
Ora, che un gran numero di servi si vegga addetto
al lavoro di operose e accreditate officine, non è da farne
le meraviglie. Ma che così copiosa, come l'abbiamo
riscontrata, apparisca la lista dei proprietari di quelle,
ciò giustamente sorprende, e più ancora perchè molti
di questi nomi si trovarono promiscuamente confusi in
un luogo medesimo ove si hanno da supporre accumulati
i prodotti contemporanei di una sola, o tutto al più di
due figuline contigue. Così per es. dalla piazza S. Ago
stino si esumarono, insieme frammisti, i pezzi segnati
coi nomi di Titio, Publio, Memmio, Annio, Hertoria,
e Statilia, e dall'orto Sabbatini quelli che contengono
i nomi di Annejo, Rufrenio, Clodio, Tettio, Jegidio,
Gellio ed Amurio (1) A scemare le difficoltà uopo è il
presumere che non tutti i nomi d' ingenui e di liberti
rappresentino i proprietari delle figuline, ma che siano
stati ammessi a figurare nelle impronte obsignatorie oltre
i possessori delle fabbriche ed i servi esecutori mate
riali del lavoro, anche i maestri e direttori dell'arte,
vari dei quali possono, allora appartenere ad una sola
officina sotto la dependenza da nn padrone comune. E
nel numero delle persone, o proprietarie o dirigenti, può
ben darsi che vi fossero delle donne come Hertoria e
Statilia, e come quella Ebidia il di cui nome con l'al
tro del servo Dama fu letto dal Sig. Cavedoni sopra un'
anfora degli scavi di Modena (2).
Per compire l'oggetto di questo Capitolo resta che

(1) ved. i miei art nel Bull. arch. di Roma p. 102 del 1834.
p. 105 del 1837. (2) Bull archeol di Roma Settembre e Ott.
1838. p. 129.

46
( 58 )

CAP. III.

Luoghi, metodi, ed epoche di lavorazione


dei Vasi Aretini.

A chiunque abbia pazientemente percorso queste pa


gine deve, o m'inganno, essere scesa nell'animo la per
suasione che in Arezzo siano stati nell'antica età lavo
rati dei vasi fittili di alto pregio; nè può essergli rima
sta incertezza sulle proprietà caratteristiche dei vasi
medesimi. Da Virgilio a S. Isidoro di Siviglia, dal primo
fino al VII. secolo dell'Era volgare, il lettore ha sen
tito parlarsi di vasi Aretini tenuti in stima, e la di cui
fabbricazione era in attualità di esercizio. Succede in
vero dipoi il silenzio imposto alle arti ed agli scrittori
dalla barbarie dei tempi; ma non è peranche scaduto il
Sec. XIII., e già Ser Ristoro ci pone innanzi gli occhi una
viva descrizione di questi medesimi vasi i quali allora
non si fabbricano più in Arezzo, nè altrove, ma di
cui si scuoprono in Arezzo abbondanti reliquie. Il Vil
lani, l'Alessi, il Vasari confermano nei Sec. XIV. XV.
e XVI. la continuazione delle scoperte nella stessa città,
e l'identità dei vasi nuovamente ritrovati con quelli de
scritti da Ristoro. L' Alessi ci trasmette in oltre per la
prima volta le loro iscrizioni eseguite con caratteri, lin
guaggio, e nomi romani. Fa il Rossi altrettanto nel Sec.
XVIII., e ridona alla luce numerosi frammenti di vasi
che tuttora si conservano, tipi o matrici per formarli,
vasche per preparare la argilla, forni per cuocerla. Si
offre finalmente ai giorni nostri l'occasione di estrarre
dal suolo nell'interno di Arezzo migliaia di pezzi frat
turati di vasi unitamente a molti avanzi di forme ar

47
(I) vedi pagina 30 - testo originale (21)

48
(6o )
può rifiutarsi neppure alle Carcerelle l'ubicazione di un'
altra fabbrica. E se l'analogia dei nomi val qualche cosa,
giova il rimarcare quella che apparisce fra il vocabolo
suddetto idoneo a esprimere un gruppo di piccole stanze,
e l'altro di Centum - Cella di egual significato.
Nel recinto della Città l'Aud. Rossi avea segnalato
la Piazza S. Agostino, e le adjacenze di Murello o del
l' attual Seminario come due località delle antiche ce
lebri figuline. Il suo asserto ottiene al dì d'oggi la con
ferma da nuovi fatti: dalle scoperte cioè del 1837. quanto
alla Piazza, e da quelle del 1834. relativamente a Mu
rello, poichè l'orto Sabbatini e l'altro dell'ex-Convento
di S. M. in Gradi nel confine dei quali fu operata l'esca
vazione, sono adiacenti alla strada che da Murello prende
il suo nome -
Non è improbabile che altra fabbrica sorgesse dove
ora si è formato il subborgo, che s'intitola, forse per
vecchia tradizione, delle fornaci, sebbene nessuna for
nace vi sia o sia vi stata da lunghi anni in attività. Il
Rossi lo asseri, e lo scavo Guillichini pare che tenda
per mezzo dei suoi resultati a porgerne una prova. Senza
dubbio un osservatore diligente e coscenzioso, come
l'Aud. Rossi, non accennò gratuitamente nè questa delle
fornaci nè le figuline di Montione e del Palazzone circa
due miglia fuori della Città. Ignorando però i suoi mo
tivi, e non avendo in proprio nessun dato in appoggio
della di lui asserzione, non insisterò sopra la medesima.
Ciò nulla ostante le località qui sopra indicate bastano
ad assicurar sempre più, se bisogno vi fosse di ulteriori
argomenti, che i vasi dei quali abbiamo finora parlato
si fabbricavano tanto in Arezzo, che nelle immediate sue
vicinanze.
Converge verso l'istessa conseguenza quello che sono

49
50
( 6a )
timento quello dell'Aud. Rossi (Mem. cit.) il quale vuole
che la terra usata a Cincelli fosse nerastra; poichè que
st argilla in sostanza è la stessa che la cerulea il colore
della quale grigio-azzurrognolo per l' ordinario passa a
luogo a luogo ad una tinta più pronunziata e tendente
al nero, sia per l'addizione di una materia bituminosa,
sia per una dose maggiore di zolfo combinato col ferro.
L'operazione poi di stemprare nell'acqua la creta, e se
parare le parti più tenui dalle impurità dovea farsi in
trogoli o vasche quali le ha descritte il Rossi, scavate
nel suolo e rivestite di un intonaco ch' egli chiamò
smalto, e che io ho verificato consistere in argilla im
pura con arena, la quale nel suo strato esteriore dà
indizio di un leggiero grado di cottura. Così la sempli
cità degli espedienti dell'arte non si smentiva neppure
per questo lato.
Forme e utensili dell' arte – Misti ai rottami dei
vasi, sì a Cincelli come in altre escavazioni, si sono sem
pre trovati dei pezzi di forme cave, o matrici, o tipi
evidentemente destinati alla costruzione dei vasi mede
simi. Queste forme son composte di quella medesima
terra che s'impiegava per i vasi, ma più fortemente in
durata al fuoco, prive di patina, grosse circa un pollice,
fatte di pezzi da congegnarsi onde poterne estrarre il
vaso appena avesse acquistato bastante solidità. Rimane
tuttora in esse qualche traccia della sostanza grassa che
dovè spalmarle affine d'impedirne l'adesione con l'ar
gilla cruda. Dai Num. 1. 2. 3. 5. e 6 della Tav. V. e
125. della Tav. IX. abbiamo il disegno di varii fram
menti di stampe, e molte altre parimente fratturate esi
stono sì nella raccolta del Museo pubblico, che in quella
del Museo Bacci - Rossi. Ma quest'ultima possiede la più
completa che si conosca, una forma che può considerarsi

51
(I) vedi pagina 31

52
(64 )
che il tornio da vasajo è composto di due dischi, ambo
orizzontali, ma d'inegual diametro, situati ad una certa
distanza tra toro e traversati nel centro da un'asse ver
ticale mobile intorno a se stesso. Ad uno di questi due
dischi corrisponde il pezzo di cui si ragiona, non senza
osservabili differenze. E' formato di terra cotta, ha un
braccio toscano di diametro sopra soldi a 4 di grossezza,
ed è di figura circolare con una scanalatura nel bordo.
Col mezzo di questa scanalatura vi era assicurato un
guarnimento di piombo, tenuto maggiormente fermo da
sei cilindri dello stesso metallo disposti all'intorno del
disco ad eguali spazi in forma di raggiera. Questi ci
lindri lunghi 5. soldi di braccio con 34 di braccio di
diametro, escono alquanto fuori della periferia del disco,
e stando ad angolo ottuso con la faccia superiore del
medesimo, danno ad essa l'aspetto di un piatto a fondo
piano e ad orlo rilevato e sinuoso. Il rivestimento di piom
bo essendo assai danneggiato non può decidersi se cuo
prisse tutto il di sopra del disco o formasse una sem
plice zona circolare all'intorno del medesimo, come sem
bra più probabile. La superficie inferiore è piana e nuda:
nè essa, nè la superiore serbano traccia di veruna im
perniatura al loro centro, e ciò esclude che il disco di
Cincelli servisse al figulo di ruota motrice, di quella cioè
che imprime il movimento rotatorio al tornio per l'im
pulso del piede dell'uomo. Dovea dunque questo disco
rappresentare, la ruota superiore e più piccola, quella
che gli attuali vasai appellano tagliere, la quale riposa
sopra un sostegno di terra cruda variabile di dimensioni
a piacimento, e che serve all'artefice per fissarvi la pasta
argillosa, e formarla con le mani durante la rotazione del
tornio. Ne diversifica però per esser di terra cotta piut
tostochè di legno, pel rivestimento plumbleo, e pei cilin

53
(I) vedi pagina 5

54
( 66 )
tura, imita il tuono della tinta, ma non le altre parti
colarità, anche dopo la sua esposizione al fuoco. Se un
pezzo colorito come si è detto, si ricuopra di uno strato
di cera all' encausto, e si soffreghi fortemente, la so
miglianza con la vernice antica si accresce, ma l'iden
tità non così: mentre la temperatura rovente vi produce
alterazioni delle quali la vernice vera non è passibile;
e lo stesso accade per mezzo di altri agenti diversi dal
fuoco. Oltre di che non si deve tralasciare di riflettere
che la vernice rossa ed anche la nera si veggono intro
dotte, senza pregiudizio delle loro qualità caratteristiche,
in alcune parti dei vasi ed altri utensili (per es. nel
vuoto interno ed ineguale di uno stretto cilindro di can
delabro) ove la levigatezza non può essere stata opera
dello strofinamento ma della fusione. Suppongo per
tanto che al rosso di ferro fosse mescolato un flusso ve
troso del quale non facesse parte il piombo che viene
escluso dall'analisi, e che la vetrificazione di questo flusso
non fosse bastante ad impedire che una piccolissima por
zione della patina si lasciasse portar via dalla semplice
confricazione con una carta o tela bagnata d'acqua. Il
fondente della vernice nera era forse lo stesso.
Nè l'incertezza che io lascio su questo articolo rie
scirà inaspettata a chiunque consideri quella che, dopo
tante investigazioni di grandi uomini, e tanti ripetuti
annunzi d' ingegnose scoperte, regna tuttora in questa
parte dell'antica manifattura ceramica. Noi certamente
abbiamo per le nostre porcellane e majoliche vernici e
colori che superano in forza e vivacità i prodotti del
l'arte antica; ma questi pure godono di un genere di
bellezza tutto loro proprio che diletta l' occhio ed ha
in pratica i suoi vantaggi particolari. Si è tentato d'imi
tarli: ma un recente e dotto osservatore, in una rivista del

55
( 67 ) -

R. Museo di Berlino, ha con tutta ingenuità dichiarato


» che i soccorsi della Chimica non hanno ritrovato la
vera maniera di dipingere quei vasi » cioè i rossi ed i
meri dell'antichità (1); maniera d'altronde che si può
credere fosse semplicissima.
Cottura – I vasi si cuocevano senza dubbio come
al nostro tempo, e le fornaci scoperte al ponte delle
Carcerelle dal Vasari seniore, e dal Rossi a Cincelli (2)
ne fanno fede. Questa operazione dovea eseguirsi in due
tempi, dapprima per preparare il vaso a ricevere la ver
nice senza che soffrisse dal veicolo acquoso, e quindi
per consolidare la vernice stessa alla sua superficie. Si
trovano difatti dei pezzi spogliati d'ogni patina, ma cotti
fino al punto di aver preso il colore giallo-rossigno, ed
altri i quali conservano l'apparenza cerulea dell'argilla,
indurata bensì al fuoco in maniera da non esser più ca
pace di stemprarsi nell'acqua. Di quest' ultima specie
ne possiede un frammento il Mus. pub., nel quale il
figulo avea cominciato da un canto ad applicarvi la ver
nice nera.
Dove fisseremo adesso il principio, dove la cessa
zione di questi opifici in Arezzo? Virgilio parla di un
calice Aretino che avea figurato nelle mense paterne,
ed esistente perciò avanti l'impero di Augusto. Il Com
mentatore di Persio fa menzione poco dopo dei vasi Are
tini come di una cosa nota, e che non sapeva di nuo
vità. La voce retinet in bocca di Plinio accenna il pos
sesso dell'arte lungamente continuato in Arezzo, e fio
rente tuttora ai tempi di Vespasiano. Dall'altra parte i
nomi grecanici di un buon numero degli operai, la ve

(,) Bibliothèque univ. de Genève, Adut 1840. p. 305 (2) V.

56
( 68 )
nustà delle forme, dei bassi - rilievi, e dei caratteri scritti,
accusano l'ingentilimento dei Romani pel contatto dei
costumi e delle arti greche, e non permettono di far ri
salire la nostra fabbricazione al di là di quell' epoca.
Alla qual conclusione non fa ostacolo nè il ravvicina
mento di puro confronto istituito da Marziale fra i vasi
Aretini e quelli del rè Porsenna (1), nè qualche rara
iscrizione Etrusca trovata sopra i nostri vasi, ed appli
cabile a quei tempi nei quali, anche sotto la domina
zione dei Romani, restava tuttavia alla Etruria l'uso della
sua lingua nazionale, nso che non cessò così presto, se
deve giudicarsene dalle epigrafi sepolcrali Etrusco-la
tine. Quindi comparisce ragionevole lo stabilire il prin
cipio della fabbricazione in Arezzo dei nostri vasi, tali
almeno quali gli abbiamo in questo libretto presi di mira,
e descritti, alquanto dopo le conquiste romane nella Gre
cia e nell'Asia, ed il considerarla nello stato della sua
maggior floridezza sotto i primi Cesari.
Nè più facile si è di segnare il confine ove questa
manifattura arrestossi. Qualora mancasse la testimonianza
d' Isidoro e Sedulio non sarebbe entrato nei calcoli di
una giusta presunzione l'immaginare che la fabbricazione
dei vasi aretini si prolungasse fino a quella età infausta
al genio delle arti. Nella certezza che essi ci sommini
strano con le parole » ministrate fiunt » dell' uso men
sario e della fabbricazione, sincroni l'uno e l'altra ai
loro tempi, resta a riflettere che spento a quell'ora il
buon gusto degli artisti, dei modellatori, e degli acqui
renti, distrutte le antiche matrici e mancati i mezzi e
la causa per procurarsene delle nuove di egual valore,
i nostri vasi dovettero cominciare ad esser fabbricati sen

57
dalle Note

58
raccolte ed ordinate da
(pag. 49) GIAN-FRANCESCO GAMURRINI

59
50
Cornelia. In simil modo si può credere che Cispio af
fittasse la figulina a Cornelio, avendo

COR/ AM
º isri
Cornelius Am.... Cispi. Che sia il medesimo Publio Corne
lio, il quale adorna il suo nome in tante e sì graziose guise

297. P-COR 298. P.CORN 299. P. CORI E

e R.)
300. P.CORSLI 301. P.CORNEL 302. 5 º
d .
lo prova il seguente
303. P.CORAM

Antioco che nella perfezione e gusto dell'arte manifestasi


come uno de migliori, che obbedisse a Cornelio,

304. ATIOCVS P.CORSLI

fu l'autore della leggiadrissima tazza, di cui l'intera matri


ce forma nel Museo pubblico il più bel testimonio dei vasi
Aretini, ed opera sono di lui i frammenti, che tolse l'In
ghirami per comporre la prima Tavola della quinta Serie dei
suoi Monumenti Etruschi o di Etrusco nome.

« QVARTIO PILON
º i di º p ORN
Da Filone trascorro volentieri a Gemello

GEMEL
307. P CORN

60
Spagna - sigillo da villa romana

61
52
ARCINEVS - - VAR --- ------

316. MTPEREN 317. M PER 318. M-PER-CR

Arcineus in qualità di nome servile è nuovo, e lo è


pure in quella di nome familiare riferito erroneamente dal
Ligorio e quindi dal Muratori: oscuri mi son gli altri due:
la sigla CR, che nasconde il cognome, dà campo a ipotesi,
che recherebbero più fastidio che utilità.
Le tazze di Cincelli hanno la specialità di essere or
nate al di fuori con disegni di uomini di geni di mostri e
di piante, tra i quali è impresso all'intorno il nome del ser
vo da un lato, e dall'altro quel del padrone: onde avvie
ne, che nei frammenti che se ne tolgono, un s'imbatte in
qualche servo, e poi gli resta oscuro a qual figulina delle
quattro esposte poterlo associare. Per l'analisi però della for
ma dei caratteri e dei disegni che l'accompagnano si dichia
ra tal difficoltà ed incertezza, ed in tal modo potranno ap
partenere, per quel che a me sembra, all'officina di Perennio

319. PRIMVS 320. TIGA 321. BARGATI-BITYN

al qual Bargate non bastò di farsi conoscere Asiatico come


Tigrane, ma che ei traeva specialmente dalla Bitinia. Si
lascino loro nomi sì sfarzosi ed orientali, e si doni alla Cor
nelia gli Italici di

322. ARCATHI 323. COMVNIS

del primo si hanno due esempi in Fabretti tratti da titoli


Etruschi, a tal qa (Arcathus), che da lui secondo la non
ben definita lettera si legge Archaze mentre da altri si leg
geva Archate: l'altro trova un compagno in un bollo di mat
tone finora inedito.
-

C STRRINI COMMVNIS
EX FIGLINIS-MARCIANIS

62
A metà ‘800 i DUCCI di Capolona
comprarono dai Romanelli in Cincelli case, cappella e terreni
con vasche di decantazione sulle antiche cave di argilla.

1993
Pablo Echaurren e la Bottega d'Arte Gatti di Faenza per Elex
PRESENZE D'ARGILLA
Un reportage ambientato nel 10 d.C. racconta come si svolgeva una gior
nata di lavoro in una delle più grandi imprese dell'impero: la fabbrica di
ceramiche di Publius Cornelius a Cincelli. L'opera venne realizzata in e
sclusiva per Elex dalla Bottega d'Arte Ceramica Gatti di Faenza su dipinto
del pittore e scultore Pablo Echaurren.
Il saggio - sintesi di complesse e approfondite ricerche - è un contributo
alla conoscenza del mondo del lavoro attraverso i secoli, in particolare sul
controllo degli orari, la registrazione delle presenze e le cause di assenza.
L'opera - una maiolica con decorazioni in policromia su fondo bianco - è
frutto del connubio fra la tradizione della più prestigiosa bottega d'arte
faentina e il talento di uno dei più promettenti artisti contemporanei, tra
la ricerca di nuove forme espressive e le esigenze di antichi processi arti
gianali.
L'iniziativa è accompagnata da una monografia di 24 pagine compren
dente, tra l'altro, il saggio "Ab opera abesse".

63
MEMORIE
PER SERVIRE ISTORICHE
DI GUIDA AL FORESTIERO IN AREZZO

FIRENZE MDCCCXIX
(dell’Abate G. Anastasio Angelucci)
(pag. 136)

64
-

Guerrieri, cacce, puttini, sacrifizi, e mille


altre cose, descritte da Messer Ristoro nel Ca
pitolo da noi riferito alla pag. 64 con disegno
così perfetto e gentile che non solo non invi
diano quelle di Raffaello, ma quasi si direb
be, ch'egli le avesse e vedute e imitate. Le
fornaci che vi furono scoperte circa il 175o
non eccedevano nel loro diametro le due
braccia fiorentine, e si vedevano fabbricate
di piccolissimi mattoni. Negli ultimi scavi
del 1779 si trovarono, oltre a due forme ar
chetipe quasi intere che si conservano gelosa
mente nel nominato Museo, tanta copia di
rottami da assicurare dieci modelli di vasi,
trenta disegni che chiamano Arabeschi, mol
tissimi Animali, figure umane, mascheroni e
cose simili della solita incomparabile squisi
tezza. - -

PORTA SAN LORENTINO

Ne' fondamenti che furon fatti a tempi di


Cosimo I del vicinissimo Baluardo intorno
alla metà del Secolo XVI, fu trovato il più
bel bronzo che esista in Toscana, la celebre
Chimera cioè, della quale, siccome ancora
65
degli altri bronzi Aretini abbiam dato un cen-,
no nel prospetto generale pag. 34, e che con
un Cavallo, molte statuette, ed idoli di circa
un piede d'altezza ritrovati con quella dieci,
braccia sotterra nel medesimo luogo, furono,
come la Pallade scoperta al tempo stesso nel
la via di San Lorenzo, trasportate nella Real
Galleria di Firenze.
A pochi passi da questa Porta, che con
duce alla Dominante, è il Ponte chiamato del
le Cacciarelle o Carcerelle, ove secondo le
memorie del nostri Cronisti esisteva altra Fab
brica di Vasi antichi, i rottami de quali esca
vati nel 1492 alla presenza del Cardinal Gio
vanni de' Medici poi Leone X. erano assai
lucidi rossi e neri e leggerissimi, e che vi si
vedevano espressi combattimenti di vari au
gelli, caccie di cani e leoni, Fauni, Sileni,
bighe, quadrighe circensi, cavalli, larve,
Deità come Bacco, Giove Ammone, Venere,
e Marte ec. figurate con maravigliosa indu
stria ed arte. Questi, come anche quelli di
Cincelli de quali abbiamo già parlato, sono
appunto i Vasi che erano in tanto credito ne'
tempi segnatamente di Augusto, in cui le
bell'Arti giunsero alla loro perfezione. Plinio.
66
il naturalista, Sedulio ed Isidoro, oltre a vari
altri Scrittori più moderni ne hanno parlato
con lode distinta: e che presso i Grandi spe
cialmente fossero di molto uso, lo abbiamo
da noti versi di Marziale

Arretina nimis ne spernas vasa monemus,


Lautus erat Thuscis Porsena fictilibus;
non meno che da quelli che alcuni attribui
scono a Virgilio ed altri a Ovidio
Arretine calia, mensis decorate paternis
Ante manum Medici, quam bene sanus eras.
Anzi il Cronista Marco Attilio Alessi che ne
fu testimone oculare ci assicura d'averne tro
vato uno a foggia di bicchiere in tal guisa
sottile, trasparente e lucido che superava
qualsivoglia sorte di lucidissimo vetro, e
giustifica così Marziale che antepose i vasi
Aretini benchè di creta a quelli di cristallo,
ai quali i primi facevano torto per la loro
singolare delicatezza e artifizio, che così, e
non altrimenti come vorrebbe il Badero va
inteso quel suo verso

Sic arretinae violant crystallina testae


67
pagg. 147-148 e segg

68
da un dotto uomo di Arezzo, poco tempo
fa mancato di vita, il Sig. Auditore France
sco Rossi eruditissimo, che ha fatto onore
alle lettere, al suo paese, e alla giurispruden
za, che ha esercitato importanti cariche, e
che colla modestia ha nascosto molti del pre
ond'era ornato (76). Essendo stato il ter
ritorio aretino per tanti secoli sì celebre pei
suoi vasi, ha esso ricercato i luoghi ov'erano
situate le fabbriche. Tre ne ha scoperte den
tro alla città, ed otto almeno nel contado: ei
si è arrestato all'esame di due di queste, si
tuate l'una presso dell'altra in un posto det
to anticamente Centum-cellae corrotto ades
so in Cincelli (77), situato al ponente di Arez
zo, da esso distante circa a sei miglia, non
lungi dal castello di Rondine, ove una villa
dell'autore gli dava agio di occupare sì dot
tamente l'ozio delle ferie autunnali. Non so
lo vi ha ritrovati infiniti rottami di vasi fi
nissimi, ma fino gli avanzi delle fornaci, i tro
goli, e gli utensili per fabbricarli. Dai residui

(76) La cortesia degli eredi, e in specie del Sig. Ful


vio Rossi, degnissimo fratello dell'autore, mi ha per
messo trar le notizie qui inserite e di pubblicarle.
(77) Che Cincelli si chiamasse Centumcellae dedu
cesi da una Carta del monastero di S. Flora, e Lu
cilla de Cassinesi notata dall'Aleotti e pubblicata dal
Sig. Camici.

69
LIB. I. CAP. II. 149
della fabbrica e dalla posizione delle vasche
ancora superstiti, ha potuto dedurre la ma
niera di fabbricare i vasi aretini. Secondo le
sue osservazioni, da un terreno situato sotto
la fabbrica si estraeva la creta, ch'era finissi
ma e leggiera, e conserva ancora siffatte qua
lità. Manipolata avanti si gettava in vasche
piene di acqua, ove scioglievasi la parte più
sottile: quest'acqua torbida impregnata della
creta più fina passava in altra vasca ove (per
usare i termini chimici) si decantava, riducen
dosi in sostanza impalpabile, e con essa si lavo
ravano i finissimi vasi aretini. Tal creta è an
cora quasi del colore di terra d'ombra, e quan
do è cotta prende un vivo rosso. Si vedono
ancora le fornaci di figura quadrata, formate
di mattoni piccolissimi, la lunghezza dei quali
è di 1 di braccio sopra i di larghezza. I vasi
sono istoriati di animali, caccie ec. abbelliti
con vaghissimi ornati (78). Si facevano colle
forme, e due para di queste furono trovate di
sostanza cretacea pur'esse, e che si eonser
vano ancora. Dagli avanzi di queste forme,
anche dopo tanti secoli, si riconosce che nel
l'adoperarle si faceva uso dell'olio, acciò la
creta più facilmente si staccasse. Posta la raf
finata creta nelle forme, si abbozzava il vaso,

(78) Ei ne ha fatti fare i disegni.


70
Terra Sigillata –Konstanzmuseum Germany

71
Brocca da Cincelli vedi copertina
BRITISH MUSEUM
Height: 15.000 cm
GR 1873.8-20.514 (Vases L56)
Room 69: Greek and Roman life
Sigillata jug
Roman, AD 1-25
Made in Cincelli, near Arezzo, Italy
Arretine Ware
The lower body of the jug is decorated with motifs in sharp relief.
Contained within two horizontal bands of concentric circles is a zig
zag pattern of straight festoons with rosettes at the angles. Above
the festoons are ivy leaves and rosettes, while below are straight
elongated leaves and tendrils. In the upper part of the decoration is
a name stamp of P. Cornelius, one of the most famous 'Arretine'
potters of the period. The pottery jug's debt to metalwork can be
seen in details of the form, such as the foot, the high, arching han
dle and in particular the way in which the handle is attached to the
body.
Italian sigillata is widely known as Arretine Ware because of the
concentration of early production at Arezzo in Tuscany. It was al
most certainly inspired by imported Red Slip Wares such as Eastern
sigillata from Syria. Production seems to have begun just after the
middle of the first century BC and to have boomed throughout the
Augustan period (about 30 BC-AD 15). Early products of very high
quality showed the strong influence of metal vessels. Closed forms
such as this jug, and large, chalice-shaped drinking vessels and
beakers, were all made using moulds attached to the potter's wheel
and were decorated with fine relief decoration. Production took
place on a quasi-industrial scale in groups of workshops in and
around centres such as Arezzo and Pisa.

72
HISTORY

or

ANCIENT POTTERY.
BY SAMUEL BIRCH, F.S.A.

IN TWO VOLS –VOL. IL

GREEK, ETRUSCAN, AND ROMAN.

ILLUSTRATED WITII COLOURED PLATE8 AND NUMEROUS ENGRAVING8.

LONDON :
JOHN MURRAY, ALBEMARLE STREET.
1858.

73
340 RoMAN POTTERY.

colour.” Aretine vases are so called from a town


in Italy, where they are made. Sedulius says of them,
“the herbs which are brought up served on the red
pottery.” These vases are mentioned in a MS. written
by S. Ristori, of Aretium, in A. D. 1282, and also by C.
Villani, in his History of the World. Alessi, who lived in
the time of Leo. X., describes the discovery of red vases
of Arezzo about one mile from the city. Vasariº states
that in A.D. 1484, his grandfather found in the neigh
bourhood three vaults of an ancient furnace.” In A. D.
1734, Gori, who had not seen any of the vases, repub
lished the lists of Alessi. Rossi, who died A. D. 1796,
had collected more information.º Fabroni º found in A. D.
1779, potteries at Cincelli, or Centum Cellae, with the
different implements used in the art. The clay of the
colour of umber was also found there, and the furnaces
formed of bricks. The clay is supposed to have been
decanted from vat to vat, and the vats were lined with
pottery, and provided with canals for the introduction of
water. According to Rossi the vase was first made upon
the wheel, and before the clay was quite dry the orna
ments and figures were impressed with metallic stamps.
The vases were made in moulds, which were oiled, and
then had the clay pressed into them. They were com

º Libro della composizione del e gli utensili dell' arte. Vidde che le
mondo; Gori, Difesa dell' Alfabeto fornaci erano construite in quadro si
Etrusco, p. 208, pref. due braccia toscane di lato con pic
º I. 9, cap. 47. colissimi mattoni lungi 1 di braccio
º Fabroni, Storia degli Antichi Vasi sopra l di larghezza. La creta o argilla
fittili Aretini, 8vo, Arezzo, 1841, p. 18; gli parvi escavata poco piu in basso
Vite dei Pit Roma, 1759, t. i. p. 335. delle fabriche ed imitante da cruda il
Pref. alla Dif dell'Alf Etr. p.207. colore della terra d'ombra"-Fabroni,
º Fabroni, p. 21. p. 22.
º “Trovò le fornaciitrogoli o vasche,

74
ARETINE MILIME AND WHEELS, 311

pleted upon the wheel, and when the inner part had been
thus perfected, are supposed to have been first baked and
then coated with the slip or glaze, and returned a second
time to the furnace. From one of the moulds in the Rossi
Museum having the name of the potter, Antiochus, the
freedman or slave of P. Cornelius, vases have been made
exactly like the ancient ones. The moulds in which the
vases were fabricated were made of the same clay as the
vases themselves, but less baked, without any glaze, and
about one inch thick. They were composed of separate
parts, so as to take to pieces, and had traces of some fat
orunctuous substance employed to prevent the adhesion
of the paste. A terra-cotta mould, terminating in a
tragic mask was also found, and some instruments. Part
of a potter's wheel was also discovered, and most resem
bled that in use at present. It is composed of two discs
or tables, both placed horizontally, of unequal diameter,
having a certain distance between them, and their centre
traversed by a vertical pin, which revolved. The wheel
found was apparently part of one of the discs. It was
made of terra-cotta, about three inches thick and eleven
feet in diameter, circular, with a grove all round the
border. Round this vase a kind of leaden tire, held firm
by six cylindrical spokes of the same metal, placed inside
the discs. These cylinders, about half a foot long, one
foot three inches in diameter, came beyond the circum
ference of the disc, and gave it the appearance of a plate.”
There was no mark of any pin in the centre, so that it

º Fabroni, p. 62, 63, Prof. Buckman p. 82 85.


A Mr. NewIIIarch, Remains of Human º Fabroni, tav. iii. 9, 10; v. 7, 8, 9,
Art in Cirencester, 4to, Cirencester, p. il.

75
Vaso aretino Petit Palais

76
ITALIAN SIGILLATA POTTERS IN THE FIRST CENTURY AD:
"MODEST MEN, NOT EVEN LITTLE WEDGWOODS". OR WERE THEY?
The opinion quoted above was expressed by Professor Moses Finley in
his 1973 publication, The Ancient Economy. He was perhaps rightly
critical of some of the more exaggerated claims made on behalf of the
makers of fine ceramic tableware in Italy in the first century AD. Yet
Italian terra sigillata (a modern but more neutral term than the tradi
tional'Arretine Ware') did find its way to every part of the Roman Em
pire. It contributes to the epigraphic record in the sense that makers'
names were regularly impressed into the vessels before firing; and
whilst these inscriptions are often highly abbreviated, they are prolific
and they enable usto trace the evolution of the industry in greater de
tail than is possible for any other artefact of the Roman period.
Modern research has shown that this ware evolved from the preceding
tradition of black-slipped wares in Etruria and the Po Valley during the
third quarter of the first century BC. From about 25 BC onwards it be
gan to be exported, at first to supply the army in Gaul and the Rhinel
and, and by the death of Augustus in AD 14 it was known throughout
the Empire, from Spain and Morocco to Egypt and the Middle East.
Pieces have even been found as far afield as the east coast of India.
The name-stamps first attracted attention as worthy of study as long
agoas 1492. In this year a considerable quantity of pottery was recov
ered at Arezzo from the bank of the River Castro near the Ponte delle
Carciarelle, and the stamps were carefully recorded by Marco Attilio
Alessi, who was about 22 years old at the time. His drawings have
come down to us through two manuscripts, preserved at Florence and
Arezzo respectively. However, in recent years the basis for all discus
sions of the stamps and of the relative importance of different work
shops has been the Corpus Vasorum Arretinorum, compiled by August
Oxé between 1896 and 1943 and eventually edited for publication in
1968 by Howard Comfort.
Oxé's catalogue comprised some 18,000 entries and it is about to be
replaced by a Second Edition, prepared in Oxford by the writer during
the last seven years. The new edition contains roughly twice as many
entries, gathered under some 2,500 names, and these are often ac
companied by far more information with regard to the findspots of the
vessels, their shapes and their dates. It will provide the opportunity for
77
a substantial reassessment of Finley's ungenerous opinion, and will re
veal the functioning of an industry which could be highly sophisticated
and in which some players were far more than "modestmen."
We now know substantially more than Oxé about the sources of the
ware, for in addition to Arezzo and Pozzuoli, the only production cen
tres which could be identified for certain in his day, we now know of
substantial workshops at Pisa, at sites in the Val di Chiana and along
the Tiber Valley, and at Lyon in Gaul. The greatest body of early re
search was also in Gaul and Germany, where the Italian ware was dri
ven off the market in the Tiberian period by distinctive Gaulish prod
ucts (the so-called "samian" ware). In the Mediterranean region, how
ever, Italian Sigillata continued to be exported for at least another cen
tury: this has become increasingly apparent with the growth in the
publication of Roman pottery from Mediterranean sites.
Atthe height of its success, there were some very big producers of Ital
ian Sigillata, and it is in respect of these that we can begin to ask how
the ware was distributed. It is an abiding puzzle that an inland site such
as Arezzo should have been capable of generating exports that trav
elled throughout the Roman World. Indeed, the greatest enterprise in
Italian Sigillata, that associated with the name of Cn. Ateius, surely
owed its success at least in part to having moved from Arezzo to Pisa
on the coast, greatly reducing the cost of long-distance exports. The
products of Ateiusare most prolificin the western Mediterranean and
the scarcity of finds from Arezzo itself long raised doubts as to whether
he worked there at all. The discovery of production waste bearing his
name there in 1954-55 finally resolved this uncertainty, and this was
followed ten years later by the discovery of the major production site
at Pisa, at which he and/or his freedmen were the dominant produc
ers. There is now good reason to infer an actual migration from the
one site to the other in about 5 BC. The subsequent history of this
enormous enterprise (responsible for some 16 per cent of the total
number of stamps in the catalogue) seems further to justify the infe
rence that Ateius moved his operation to Pisa specifically in order to
benefit from access to the sea and from the potential of maritime ex
ports. This was indeed an enterprise of the broadest vision and here
surely we have quite a substantial 'Wedgwood'.

78
For some of the major producers at Arezzo itself we now have a large
enough body of data to look at their individual patterns of distribution,
and here some suggestive differences emerge which seem to imply the
presence of market forces which are not simply geographical. P. Cor
nelius is firmly located at Cincelli 8 km. from Arezzo, whilst L. Gellius is
also somewhere nearby, though perhaps not in Arezzo itself, where
vessels signed by him are scarce. They are broadly contemporary, Gel
lius having been active c. 15 BC-AD 50 and Cornelius for a slightly
shorter period within the same over-all span. Their patterns of distri
bution, however, are markedly different. Whilst in Italy their represen
tation is broadly comparable, Cornelius has a substantial western ex
port market in the Iberian peninsula and Morocco where Gellius is
sparsely attested. Gellius, on the other hand, enjoys a major penetra
tion of northern Italy and right along the Danube, where Cornelius is
hardly represented at all. Why should this be? Clearly, these work
shops were not just putting their wares up for sale to whoever passed
by their front door. Was the Gellius workshop perhaps to the north of
Arezzo, with better communications across the Apennines to the Po
Valley? Did the Cornelii own estates in Spain with consequent shipping
interests which favoured the export of pottery in that direction? Such
patterns seem more likely to reflecta deliberate exploitation of certain
markets by the producers (with concomitant links between production
and distribution) than a selection of products by the consumers: this is
typical of the kind of challenge to our understanding of marketing
structures and trade which this material now presents.
As the number of known centres of production has increased, the
question has repeatedly arisen whether the same names occurring on
different production sites are coincidental or reflect some genuine re
lationship between them. In the case of minor potters, the coincidence
of the names may be no more than that or it may representa migra
tion by one individual from one site to another: this is a phenomenon
which is now well attested amongst the later Gaulish centres. But what
about the larger concerns? There are stamps reading Atei or Cn. Atei
which originate from Lyon and indeed from La Graufesenque in the
Aveyron. Rasinius worked at Arezzo and possibly also somewhere on
the Bay of Naples, but we have signatures bearing his name alone and
in combination with Acastus and Rufus at Lyon. Signatures of C. Sen

79
tius, generally very similar in character, are known from both Etruria,
northern Italy, Lyon, La Graufesenque and Asia Minor! How is this evi
dence to be interpreted? There is a natural inclination to argue back
from the experience of modern times and to inferthat Arretine entre
preneurs were maximizing their commercial potential by establishing
subsidiary production closerto distant markets. However, the evidence
rarely supports such a far-reaching conclusion.
Looking at the entire range of nomenclature on the Italian sigillata
stamps, it is quite clear that there is no uniformity or rigour of style. A
freedman might sign with his full tria nomina, or he might omit the
cognomen, or he might on occasion use his cognomen alone. It is thus
entirely possible that the signatures which appear to indicate distant
subsidiaries of the larger workshops actually represent former slaves
who have been manumitted and who have migrated elsewhere to set
up on their own. In a distant market, such an individual might not need
to use his cognomen in order to assert his identity. Stamps originating
from Lyon and bearing the name of Cn. Ateius need not therefore im
ply any control by or continuing connection with the 'parent' work
shop.
On the other hand, there are also a few stamps which show well
known potters in partnership, apparently working at some distance
from their original place of work. The most notable of these is the
combination Xanthus + Zoilus. These are two prolificmembers of the
'Ateius group' working at Pisa, and yet their names appear coupled to
gether only on products made at Lyon. In this instance the only plausi
ble explanation seems to be some kind of deliberate attempt by exist
ing workshops to enhance their market share by setting up outlying
production facilities in mutual collaboration. The core of the new ca
talogue will be published in electronic form on a CD, which will enable
users to pursue all kinds of queries and to investigate many different
patterns in the data. Finley criticised earlier research on this material
as a "great edifice" built on foundations which were inadequate to
support it. Now a foundation with far greater potential has been laid: I
have hinted at the kinds of enquiry that it suggests, and it will be ex
citing to see where it leads us over the coming years.
Philip Kenric
Institute of Archaeology, 36 Beaumont Street, Oxford
80
Indice

Pag.
4 Pier Luigi Rossi: la quinta campana
5 Arretina vasa
7 Emanuele Repetti (1833): Cincelli
8 Luigi Cittadini (1853): Storia di Arezzo
10 Francesco Inghirami (1841): Storia della Toscana
12 I vasi di Cincelli della Collezione di Francesco de’ Rossi
13 Giulio Anastasio Angelucci(1816): Stanze… e uomini celebri
25 Angelo Fabroni (1841): Storia degli antichi Vasi Fittili Aretini
26 Ser Ristoro (1282)- della compositione del mondo
30 Cincelli e i vasi aretini
35 proprietà forme disegni iscrizioni usi dei vasi aretini
47 luoghi metodi epoche di lavorazione
59 Gian-Francesco Gamurrini (1859): Le Iscrizioni dei Vasi Fittili Aretini
63 Pablo Echaurren (1993): Presenze d’argilla
64 GA Angelucci(1819): Memorie per servire…. al forestiero in Arezzo
68 Lorenzo Pignotti (1813): Storia della Toscana sino al Principato
72 British Museum: Sigillata jug, made in Cincelli
73 Samuel Birch (1858): History of Ancient Pottery
77 Philip Kenrick (2002): Italian Sigillata Potters - Arretine Ware - Cincelli

Immagini
pag. 1 e 84 vaso di Cincelli al British Museum (scheda pag. 72)
11 matrice di vaso di Cornelio, Metropolitan Museum
(da P.Greci: Arezzo e i suoi celebri vasi corallini)
29 Coppa di terra sigillata aretina – Museo Archeologico di Arezzo
61 sigillo, villa romana in Spagna
71 terra sigillata, Koblenz museum
76 vaso aretino, Petit Palais

81
Finito di stampare nel mese di maggio 2009
presso l'industria grafica Tecnostampa Loreto (An)

82