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Grazie a Mario Dell’Ara, il decano dei collaboratori della nostra rivista, il numero primaverile è pieno di colore.

Le illustrazioni del suo articolo, dedicato a uno


strumento straordinario appartenuto a Francesco Molino, meritavano di essere valorizzate nel migliore dei modi. Quindi, come avevamo fatto anche per un altro
strumento storico unico nel suo genere, la Stauffer appartenuta a Maria Luigia d’Austria, abbiamo dedicato le pagine centrali del numero che avete tra le mani
alle immagini a colori della Guadagnini (1814) di Francesco Molino, immagini che vi sveleranno anche il perché del titolo dell’articolo: Francesco Molino e la
musica dipinta. Se Mario Dell’Ara è il decano tra i nostri collaboratori, i tre articolisti che firmano i rimanenti contributi sono alcuni tra i più assidui nella storia
del Fronimo, per lo meno degli ultimi vent’anni. Continua la monografia che Eduardo Fernández dedica ai Capricci op. 20 di Luigi Legnani. Dopo una prima
parte che esaminava il contesto dell’opera – dati biografici e tecnica strumentale del compositore – inizia qui l’esame dei Capricci ad uno a uno. Dal punto di
vista bio-bibliografico, fino alla pubblicazione del libro di Sergio Monaldini, “il Fronimo” era la più importante fonte di informazioni relative a Legnani, con
numerosi importanti articoli. Mancava però un contributo sulle sue opere. L’articolo di Fernández viene quindi a colmare questa lacuna. Si conclude in questo
numero, con le opere per chitarra sola, il dittico che Andrea Monarda ha dedicato alle opere per (e con) chitarra di Camillo Togni. Con la consueta precisione
Monarda non si limita all’analisi delle composizioni ma evidenzia anche tutte le connessioni all’interno della produzione del compositore bresciano. Si avvicina
così la conclusione della serie di articoli dedicati a una generazione di compositori importanti del secolo scorso che hanno dedicato alla chitarra opere di grande
impegno, ma poco visitate dagli esecutori. Monarda ci ha prospettato una ulteriore puntata che arriverà dopo un breve intervallo, dopodiché il campo rimarrà
aperto per altre idee che il nostro giovane ed entusiasta collaboratore sciorina con ritmo inarrestabile. Termina con questa puntata l’articolo dedicato da Ricardo
Aleixo alla contrapposizione delle due tecniche chitarristiche che hanno dominato il repertorio spagnolo fino agli inizi del secolo XIX. Rasgueado e punteado. O
meglio, nel periodo che viene esaminato in questa parte, Rasgueado vs. punteado. Nel leggere quanto sostengono gli autori dei vari metodi e trattati dell’epoca, ci
accorgiamo che la disputa somiglia molto a quella che molti ragazzi e maestri affrontano in epoca moderna: chitarra d’accompagnamento o chitarra classica? Le
argomentazioni pro e contro sono pressoché equivalenti. Di fatto la chitarra “rasgueada” piano piano lasciò il terreno libero alla supremazia del punteado nel
campo della musica colta e si limitò al repertorio popolare. Ops! Questo era uno spoiler? Ma lo sapevate come andava a finire, non è vero? Infine, prendendo
spunto dalla lettera che pubblichiamo nella rubrica “Idee a confronto” (finalmente un rappresentante della generazione giovane) vorremmo toccare un
argomento che ci sta molto a cuore. I dilettanti, appassionati, amatori – chiamateli come volete, sono tutte parole bellissime – sono stati fugacemente menzionati
anche in altre lettere e abbiamo spesso pensato ad ampliare il discorso anche se poi abbiamo soprasseduto. Ora, le parole di Gregorio Fracchia “...senza di loro
saremmo (tutti quanti) perduti ancor più di quanto già non siamo…” ci spingono a dire la nostra. Il ruolo degli appassionati, che suonano e coltivano l’amore per
lo strumento… “senza scopo di lucro”, è sempre stato fondamentale per la salute della chitarra. In passato le sale dei concerti si riempivano grazie a loro, erano
loro ad allungare le code davanti alle biglietterie quando arrivava un famoso concertista. Ancora oggi sono loro che comprano dischi e spartiti, aiutando a
mantenere una certa vivacità nel nostro ambiente. Ma le code davanti ai botteghini non ci sono più, i frequentatori dei concerti sono sempre meno, cos’è
successo? È colpa degli appassionati? No, certo che no. È colpa del fatto che gli appassionati di chitarra sono ormai una specie in estinzione. A furia di cercare di
riempire e mantenere l’esorbitante numero di classi di chitarra nelle varie istituzioni musicali, che sfornano un altrettanto esorbitante numero di chitarristi
“professionisti”, abbiamo ridotto al lumicino il numero di quelli che la chitarra la suonano per puro piacere, un concetto che i ragazzi dimenticano del tutto dopo
aver partecipato ai primi concorsi. Abbiamo espresso più volte il nostro disappunto e la nostra preoccupazione parlando con esponenti della giovane generazione:
“ma se non andate voi ad ascoltare i concerti dei colleghi, chi verrà ad ascoltare i vostri?” Un giorno ho ricevuto la seguente risposta: “Ma vedi Lena, un
pizzaiolo nella sua giornata libera, non va mica a mangiare la pizza!” Confesso che sono rimasta interdetta e non ho saputo cosa rispondere lì per lì. Ho pensato
che certo deve essere molto infelice e frustrata una persona che lavora tutto il giorno facendo pizze mentre in realtà odia la pizza e non la vuole neanche vedere a
meno che non sia obbligato per lavoro. La questione mi è rimasta impressa e ogni tanto ci ripenso. Ma questo discorso vale anche per i musicisti? Per gli artisti? I
pittori non vanno a vedere le mostre? Gli strumentisti non vanno ai concerti degli “altri”? Non ci credo né ci voglio credere. Mi ricordo che Ruggero Chiesa, alla
domanda “Quali sono i suoi hobby?” rispondeva: “Sono molto fortunato perché il mio hobby è anche il mio lavoro”. Era quindi un “appassionato professionista”
o un “professionista appassionato”, scegliete voi la sfumatura. Questa felice combinazione evidentemente non esiste più tra i rappresentanti della giovane
generazione. Ed è questo il nostro problema. Tanti anni orsono, nel tradurre il Metodo di Fernando Sor, ho trovato una frase che mi è parsa allora frutto
dell’arroganza del catalano, che così esprimeva il suo apprezzamento verso la figura del musicista dilettante (poiché più colto) rispetto a quella del professionista:
“Un dilettante è colui che intraprende lo studio di questo strumento per rilassarsi dalle occupazioni serie che derivano dal suo stato sociale o dalla sua carriera;
egli ha dunque imparato altre cose ed ha dovuto usare il ragionamento; la propria educazione l’ha iniziato agli elementi delle scienze la cui conoscenza gli è stata
indispensabile; dovrebbe amare la ragione e preferirla all’autorità; dovrebbe quindi comprendermi meglio di chi abbia dedicato tutto il suo tempo allo studio
della musica”. Sor con questa frase non ha fatto altro che descrivere se stesso, prima che la sorte non lo avesse obbligato ad usare la chitarra e la musica come
unico mezzo di sostentamento possibile nell’esilio. Perciò l’ho etichettato come presuntuoso, salvo ripensarci nel corso degli anni e rivalutare il concetto. Vorrei
quindi dedicare questa frase di Sor agli abbonati appartenenti alla categoria degli appassionati/dilettanti/amatori (come dicevo prima, tutte parole bellissime per
l’idea che illustrano: suonare per passione, per piacere, per amore) che negli ormai quasi cinquant’anni di vita de “il Fronimo” lo sostengono e costituiscono la
colonna portante che lo mantiene ancora in vita: senza di voi si sarebbe da tempo estinto anche lui. Un grazie agli avvocati, maestri, professori di liceo, postini,
meccanici, ingegneri che ci leggono (a volte ci vuole pazienza, lo sappiamo), ci spronano, ci telefonano quando la rivista è in ritardo, ci chiedono informazioni sui
dischi recensiti per poterli acquistare, facendoci così sentire che quello che facciamo è ancora utile e interessante. Ancora grazie a tutti voi e buona lettura.