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Istruzioni di Volo per un’Astronave

Daniele Mirenda
Copyright © 2017 Daniele Mirenda . Tutti i diritti riservati.
E' proibita la riproduzione, anche parziale, in ogni forma
o mezzo, senza espresso permesso scritto dell'autore.
„Questo libro è dedicato alla persona che ha reso
unica la mia vita, mia moglie Sara.
Colei che ho conosciuto, riconosciuto e che so sarà
sempre con me oltre il tempo e lo spazio
esistenti. Grazie a lei e a ciò che per me
rappresenta,
che ho potuto raccontare questa storia.“
“I colori dell'arcobaleno, così belli nel cielo
Sono anche nelle facce della gente che
passa.
Vedo amici stringersi la mano, chiedendo "come va?"
Stanno davvero dicendo "Ti amo"...
E fra me e me penso, che mondo meraviglioso.”
- Luis Armstrong -
Sommario

Prefazione 6
Prologo 7
Capitolo 1 12
Capitolo 2 26
Capitolo 3 37
Capitolo 4 55
Capitolo 5 78
Capitolo 6 105
Seconda Parte - Capitolo 7 127
Capitolo 8 147
Capitolo 9 163
Capitolo 10 186
Capitolo 11 206
Capitolo 12 221
Epilogo 234
Il tuo cuore acceso 235
Capitolo Zero 236
Prefazione
La magia di un racconto dipende dall'intensità e dalle
emozioni con le quali si memorizzano certi fotogrammi
della nostra vita. La penna che traccia le prime parole è
alimentata con l'inchiostro della passione e del desiderio.
C'è davvero qualcuno che ha smesso di sognare?
Qualcuno che ancora prova e riesce a fuggire lontano
dalle valanghe di emozioni che possono darti uno sguar-
do oppure un sorriso?
Ciò che guida la mano dello scrittore è, da sempre, il
Cuore.
Con il cuore si manifesta la verità. Quella che va in
onda continuamente di fronte a noi. Allora prendetevi del
tempo, perché quello che accadrà qui, disegnerà il qua-
dro di tanti stati d'animo in cui potrete riconoscervi.
Lo stupore è la conseguenza naturale di un motore che
è rimasto spento da tanto e che ora si riaccende con un
nuovo stimolo. Ricomincia a girare per smuovere un sen-
timento sepolto da qualche tempo.
E' questo che mi ha permesso di trovare nuovamente
la chiave di accensione e finalmente a ripartire.
Prologo
Una casa senza "pareti".
Quel giorno ero in silenzio seduto nella nostra Casa.
Apparentemente avrei potuto dire che nulla stava acca-
dendo, anche se in realtà c'è sempre movimento nell'aria
e niente mai è fermo. Tutto questo lo abbiamo costruito
io ed Eve insieme, qui prima c'era il niente, nel senso più
vero del termine, e più avanti capirete cosa intendo dire.
Ogni dettaglio qui parla di noi, ogni singolo colore,
oggetto, è stato immaginato e realizzato per uno scopo
ben preciso. Queste grandi mura ci ospiteranno per una
buona parte della nostra nuova vita, quindi ci sembra più
che doveroso onorarle nel migliore dei modi.
La forma delle camere è circolare, nessuno spigolo,
nessuna porta e quindi nessuna interruzione tra una stan-
za e l'altra. Ogni ambiente in cui si passa è il prolunga-
mento naturale di quello precedente.
L'ingresso, che fa anche da salone, è il portale verso la
nostra dimensione, color argento le pareti e più scuri i
pavimenti. Prima di entrare ci si toglie sempre le scarpe,
i piedi nudi attivano dei sensori e ad ogni passo la super-
ficie si colora delle nostre emozioni. Il tutto illuminato
da una grande finestra sul cielo, fonte di luce e da
sempre grande ispirazione per gli uomini. Si entra
pensando a
un’astronave dove le due poltrone sono i posti di coman-
do, dove sedersi comodi per la partenza, e lo spazio cir-
costante, la materia su cui scrivere la rotta. Di fronte è
posto uno strumento audio visivo speciale, da dove sono
continuamente proiettati filmati per stimolare la nostra
immaginazione e viaggiare.
Dove si dovrebbe andare? Mi chiedo spesso. Forse
prima bisognerebbe prendersi cura di ciò che si ha e di se
stessi. Solo così potremmo davvero volare per raggiun-
gere la destinazione desiderata: la nostra felicità. Noi
possiamo dirlo, di viaggi ne abbiamo affrontati molti per
poi tornare di nuovo qui, a casa.
La stanza da letto è l’ambiente in cui si medita e si ri-
posa, si parla e si fa l’amore. E’ una circonferenza
perfet- ta di quattro metri di diametro. I quadri
ovviamente non trovano spazio con le pareti curve e
quindi le abbiamo fatte disegnare con immagini sacre.
Sul lato sinistro della camera ci sono raffigurati sette
maestri, disposti in cerchio per formare un fiore a sei pe-
tali, il fiore della vita. Amici e divinità, che ci hanno
sempre guidato durante il nostro viaggio.
Mentre sul lato destro la stanza è decorata con nume-
rosi simboli sacri, ormai a noi familiari.
Tutto regna in perfetta armonia e la magia veglia po-
tentemente e sempre sul nostro riposo.
La parte più bella che ha questa stanza è il soffitto,
perché rappresenta il cielo stellato, il luogo da cui prove-
niamo. Le stelle e i pianeti hanno un sistema di luci che le
illumina. Addormentarsi davanti a questo spettacolo
artistico ci dona pace e gioia incredibili, riportando il
cuore alle nostre origini.
In questo gioco di equilibri ci è più facile accompa-
gnare i nostri corpi in viaggio, per esplorare mondi che
abbiamo imparato a conoscere e che ci hanno permesso
di crescere e di essere qui, ora.
Sono esperienze incredibili, dove incontriamo i nostri
vecchi maestri. In questi luoghi si percepisce ancora la
nostra vera origine. Mentre i nostri corpi energetici viag-
giano, quelli fisici sono protetti tra le mura della nostra
casa.
La sala da bagno è di fronte alla stanza dove riposia-
mo, è una sorta di hammam, dove ci si libera dalle scorie
accumulate durante la giornata e si ricaricano di energia i
nostri corpi. Le pareti sono ricoperte da numerosi piccoli
pezzi di specchio e vetro, un mosaico di rara bellezza.
Seduti durante le nostre ore di riposo, ci si sente come
dentro un geode minerale, un incavo terrestre, dove di-
ventiamo il nucleo pulsante della vita e ricordiamo i
giorni che furono.
Infine la cucina, un autentico giardino d’inverno arre-
dato con elementi naturali, con scomparti di bambù come
dispense, dove all'interno trovano ospitalità piante medi-
cinali adatte alla cura della persona ma che usiamo anche
come ingredienti culinari.
La maggior parte dei nostri pasti è a base di frutta e
verdura fresca e cruda, raccolti dall’orto del giardino
adiacente alla cucina.
Questo è il primo esperimento del genere. Tutto qui
dentro è preservato per far si che non si perda la cono-
scenza e affinché, molto presto, altre persone sulla nostra
frequenza possano imitarci e ripopolare un pianeta di
Grandi Anime. Persone che sappiano come condividere
la crescita insieme e in perfetta armonia. Una nuova era
di pace e felicità.
Tutte le volte che osservo la nostra creatura, inizia a
sorridermi l'anima.
Sì, perché siamo Creatori. È la nostra natura. Anche
se decidessimo di non fare nulla, staremmo comunque
creando qualcosa. La nostra immaginazione lavora con-
tinuamente plasmando la nostra realtà. Cercate in voi
questo dono partendo dalle cose più semplici: iniziate a
scegliere più consapevolmente cosa realizzare e dove vo-
lare. Pensateci! Ogni mattina vi svegliate e per qualche
istante siete completamente assenti da pensieri. Appena
iniziate a elaborare il presente, nella vostra testa automa-
ticamente immaginate quali saranno i vostri prossimi
passi: cosa mangiare a colazione, cosa indossare, quale
strada percorrere per raggiungere il posto di lavoro. Nel-
la nostra testa si disegna esattamente la giornata, passo
dopo passo. Allo stesso modo possiamo indirizzare il no-
stro stato d'animo. Scegliere con quale spirito affrontare
quelle ventiquattro ore. Più saremo in grado di ricono- scere
di essere i registi della nostra commedia e più di-
vertente sarà la nostra messa in scena.
Per questo ogni volta che mi siedo ancora sul mio po-
sto di comando, so già dove portare quest’astronave, che
anche questa volta non volerà, il volo è la metafora di
questa nostra nuova vita. Io uso questa poltrona per im-
maginare, voi fatelo con qualsiasi altra cosa.
Adesso da questa mia postazione vi racconterò delle
incredibili esperienze vissute con Eve e delle persone
che abbiamo incontrato in questi dodici anni. Ve lo dirò
pro- prio alla fine del nostro lungo viaggio. La fine è
l'inizio di tutto quanto.
Io mi chiamo Michael e con Eve eravamo destinati a
stare insieme in molte delle nostre vite. Due anime, come
si direbbe in gergo, antiche. Ognuna con un compito pre-
ciso fin dalla nascita.
Insieme varcheremo le porte della percezione senso-
riale più profonda. V’insegneremo come riconoscere la
vostra natura e come far fluire la verità.
Facendo scorrere le dita dal centro dell'universo, vi
racconterò di noi. Vi scorterò in un mondo invisibile, ma
così ovvio e chiaro solo per l'occhio di chi saprà guarda-
re. Allora accomodatevi nel posto più comodo e buona
lettura, anzi buon viaggio.
Capitolo 1
Come si ferma il tempo.
Era un pomeriggio caldo di luglio quando la vidi en-
trare. Pochi minuti prima la lancetta dell'orologio sul mu-
ro si era fermata, come a voler fotografare per sempre
quel momento. Mi alzai cercando di capire se dipendesse
dalle batterie, ma non ebbi il tempo di verificarlo che
sentii uno spostamento d'aria provenire dalla porta d'in-
gresso. Era lei.
Immediatamente le lancette iniziarono di nuovo a
camminare.
Ancora non la conoscevo, ma già intuivo che sarebbe
stato l'incontro più importante di tutta la mia vita. Erano
le 17:17 e i miei occhi impazienti cercavano chi avesse
provocato questo improvviso blocco temporale.
" Tutto bene?" disse lei.
Era immensa al mio sguardo. Rossi i suoi capelli co-
me il fuoco che brucia e scalda, trasformando ogni cosa.
In effetti, già sentivo che qualcosa sarebbe cambiato. Di
perfette proporzioni nel suo vestito azzurro e il suo por-
tamento vissuto e deciso. E i suoi occhi! Zaffiri con sfu-
mature di mare e oro.
Così inizia questa storia, con la visione di Eve.
<< A sì! >> risposi io << Tutto bene. Lei è? >>
<< Eve, piacere. >>
<< Ah ma il piacere è solo mio. >>
<< Sì sì, lo so. >> E sorrise.
Sorrisi anch’io divertito dal suo umorismo.
<< Dimmi pure, prego. >>
<< Ero venuta per chiedere informazioni per il brevet-
to di volo. Sono rimasta colpita anche da un simbolo di-
segnato qui fuori sopra un tronco e sono entrata. Sai cre-
do molto ai segni e mi sono sentita subito attratta, ho
spalancato la porta e quindi eccomi qua. >>
<< Quale simbolo? >>
Ero lì per sostituire qualche ora il proprietario e non
capivo di cosa stesse parlando. Continuavo a osservarla
come se fosse stata un’apparizione. Lei se ne accorgeva
e giocava un po' con me, per questo imbarazzo che mi si
era palesato sul volto.
<< Vieni >>, mi disse, << ti faccio vedere. >>
Mi afferrò per mano come si fa con un bambino, e la
sua mano mi provocò una tale emozione. Se dovessi fare
un paragone, fu come la prima volta che si scopre lo
splendore di un arcobaleno. Immobili con la pioggia che
ci bagna e il sole che timido posa i suoi raggi sul nostro
viso, con una mano per coprirci dal bagliore dalla luce,
un occhio chiuso e l’altro aperto per ammirare una delle
rarità più intense che il cielo possa donare. Ecco, nella
mano di quella ragazza io ci sentivo tutto questo.
Forse avevo anche un po' paura di lei, di non essere
alla sua altezza, ma è soltanto superando queste paure
che inizi davvero a scoprire te stesso. E non è mai così
bello dirsi in faccia la verità. Mentiamo continuamente a
noi stessi, e appena tolta una maschera, scopriamo di
averne pronta subito un’altra.
<< Eccolo, lo vedi quell’albero? Guarda il suo tronco,
non ci vedi quello che vedo io? >>
<< No, mi dispiace. >>
<< E’ una spirale. Una linea curva che si chiude den-
tro se stessa e allo stesso tempo potrebbe aprirsi
all’infinito. È come un vortice che risucchia ogni volta le
mie emozioni. Lo vedo spesso.>>
<< Ah sì, certo, ora la vedo! Perché ti ha spinto a en-
trare? >>
<< Per me simboleggia l’inizio di un cammino e un
punto d’arrivo. Tutte le volte che la vedo mi vogliono di-
re che sono nel posto giusto e al momento giusto. Così
mi sono girata, ho pensato di entrare per chiedere infor-
mazioni, anche se non so bene cosa davvero m’interessa.
So solo che sono qui per questo motivo. >>
Accanto a lei continuavo a sentirmi un po’ fuori rotta,
come una barca di carta che elemosina vento per essere
spinta fino alla fine del corso d'acqua. Aveva ancora la
mia mano nella sua, la stringeva e sapevo già quanto mi
avrebbe spinto lontano.
Per questo, prendendo tempo, le dissi:
<< Ti consiglierei di non iscriverti adesso. Siamo
quasi alla fine di luglio, ad agosto qui chiudono e perde-
resti un mese senza poter frequentare i corsi. Se vuoi, ti
faccio preparare l'iscrizione così a settembre la troverai
pronta. >>
Ero così stupido da rischiare di lasciarmela scappare
via.
<<Sì, va bene, però ti lascio il mio numero così per
qualsiasi cosa ti fai sentire.>>
Nel suo tono di voce sentii un misto di stupore e delu-
sione, ma a quanto pare non era una persona pronta ad
arrendersi al primo tentativo. Sembrava volesse davvero
conoscermi e non capivo ancora cosa ci trovasse di così
interessante in me.
<< Certo grazie, io mi chiamo Michael. >>
<< Ah bello, come l’arcangelo! >>
<< Si? >>
Io che non avevo mai pensato neanche a questo! Por-
tavo un nome al quale non avevo dato mai tanta impor-
tanza, e comunque avrei avuto modo di capire in seguito.
Sarebbero passati tre mesi prima di poterla rivedere,
sentivo che tutte le forze dell’universo stavano iniziando
ad allinearsi per darmi l’opportunità di godermi il pros-
simo capitolo della mia vita.

Come passano in fretta i giorni di un'estate!


Il caldo del sud durante il mio viaggio è ancora molto
vivo dentro di me, e poi qui gli autunni sono primavere!
Sento che presto giungeranno anche le mie con Lei.
Cercavo di associare il suo nome a qualcosa, senza
trovare nessun nesso, ma poi il giorno prima di rivederla
feci un sogno:
“ Appena chiusi gli occhi, come di consueto, mi rima-
se impressa nella testa l’impronta della stanza da letto e i
suoi contorni, come quando da bambini fissiamo il sole e
poi continuiamo a vedere il riflesso ovunque. Respiravo
e le pareti si muovevano al ritmo del mio respiro. Mi
guardai intorno, e il buio! La stanza si espandeva e si ri-
traeva insieme con me. Ero nudo, completamente, e non
provavo alcun imbarazzo. Iniziai a camminare verso la
porta finestra e solo con il pensiero mi ritrovai immedia-
tamente all'esterno. La notte era scura e senza stelle e
sentivo un richiamo verso il cielo, verso l’ignoto. Presi
coraggio e cercai di saltare per raggiungere qualcosa.
Con tanto stupore mi accorsi di iniziare a volare. Ero ca-
pace di planare sopra ogni cosa con facilità e leggerezza.
Era la prospettiva da cui avrei sempre sognato di vedere
il mondo. Da lassù potevo osservare tutta la città e il mio
sguardo si soffermò sullo specchio d’acqua del mare.
Sulla superficie si formò un mulinello e una figura prese
forma, proprio come il simbolo sull'albero. Pensai subito
a Eve.
Appena cercai di focalizzare il suo viso, mi sentii tra-
scinato dentro e mi ritrovai ad atterrare al centro di un
giardino paradisiaco. Dall’oscurità notturna ero passato
alla luce più intensa e luminescente che avessi mai visto.
L’atmosfera era densa di una nebbiolina perlacea che
sembrava viva. Più respiravo più mi sentivo a mio agio.
A un tratto apparve lei. Mi tornò immediato l’imbarazzo
di quel giorno, in più ero nudo e lo era anche lei. Il suo
viso era identico, ma la sua pelle era bianca come le stel-
le, i suoi capelli gialli come il sole, lunghi e biondi che le
cadevano sopra le spalle.
<< Cosa ci fai qui? >> le chiesi mentalmente
<< Ti ho chiamato io perché volevo conoscerti così,
nudo. Adesso finalmente ti vedo per quello che sei e so
di non essermi sbagliata sul tuo conto. Sei tu! >>
Sparì lentamente senza darmi il tempo di poterle ri-
spondere. Era stato così bello! Avrei voluto dirle tante
cose, prenderle di nuovo la mano, baciarla.
Quando mi risvegliai, ero di nuovo solo, nella mia
stanza. Rimasi immobile sul letto, ripercorrendo quella
bellissima esperienza e decisi di non farne parola con
nessuno, tanto meno con Lei.
Il giorno dopo era il primo di ottobre. Ero appena ar-
rivato a lavoro che squillò il telefono. Ricevevo sempre
molte telefonate, ma questa volta il suono era particolare,
diverso, come fosse il rintocco di un risveglio. Non ri-
cordo neanche di aver sollevato la cornetta, era la voce di
Eve!
<< Ciao Michael, sono io! Ti ricordi? >>
<< Ciao Eve. Certo! >> Non potevo di sicuro dirle di
averla incontrata durante la notte nel mio sogno!
Interruppe i miei pensieri dicendo,
<< Senti, più tardi torno da un viaggio di lavoro e
passo da te, così ci prendiamo un caffè. Ti saluto. >> E
riattaccò.
Le mie orecchie iniziarono a sentire una dolce musica,
il cuore teneva il tempo e non smise più di martellare, mi
sentivo confuso come quando cadi dal letto e svegliando-
ti all’improvviso non sai dove ti trovi e chi sei. Mi alzai
di scatto e iniziai a camminare, mi guardavo nello spec-
chio cercando di trovare un’espressione normale e razio-
nale, ma da lì a poco sarebbe stato del tutto vano. Quello
che mi metteva più agitazione era la consapevolezza di
non saper gestire questa situazione. Come quando perdi
un treno, sei in ritardo e devi riordinare le tue idee e
prendere subito il toro per le corna e cercare una soluzio-
ne veloce. L’alternativa è alzare le mani e arrendersi,
scappare. Era una situazione che mi metteva ansia, ma
allo stesso tempo mi dava speranza, anche se questo lo
avrei scoperto con il tempo.
Era come se Lei mi stesse dando una possibilità. Men-
tre in passato avevo sempre dormito in un mondo fatto di
staticità, dove raramente riuscivo a uscirne, ora final- mente
avevo trovato un trasporto decisamente forte.
Arrivò dopo quasi un’ora, con il suo cappotto nero
lungo, i suoi capelli perfetti e pettinati, anche se si era
appena tolta il casco, la sua valigetta dove teneva ordina-
te le sue pratiche. Si avvicinò alla scrivania sorridendo.
Era un angelo, venuto per insegnarmi a volare. Una crea-
tura così leggera e placida che mi sorrideva trovandomi
piacevole.
Erano passati minuti dalla telefonata, ma riprese esat-
tamente da dove eravamo rimasti, decisa a prendersi ciò
che voleva, cioè dieci minuti del mio tempo e niente più:
<< Allora, questo caffè, me lo offri? >>
Salimmo entrambi sulla sua moto. Senza chiedermi
nulla aveva portato un altro casco per me. Che cosa po-
teva avere in mente? Non era dunque solo per un caffè?
<< Ti ruberò soltanto dieci minuti tranquillo. >> E
partì. Iniziai a credere che sapesse leggere nel pensiero.
Soprattutto dopo quel sogno.
Mi godevo il calore del suo corpo, tenendomi stretto
per non cadere e mi sentivo completamente avvolto e
protetto. La mia mente iniziò a fantasticare,
m’immaginai seduto in cima a una montagna a contem-
plare, senza fiato, il panorama, quando al mio fianco si
posò un falco gigante, molto più grande di me.
<< Ciao! >> Mi disse. Non mi stupivo del fatto che
parlasse, la cosa che mi turbava di più era il suo tono,
basso, caldo, con una voce penetrante.
<< Sei bellissimo. Come mai sei qui? >>
<< Io volo sempre vicino a te. Sono il tuo animale to-
tem da quando sei nato. Ricordi quando da bambino
dormivi e ti sentivi spostare le coperte? >>
<<Si.>>
<< Ero io. E quando sentivi sussurrare il tuo nome?
Sempre io. Ero lì anche quando sognavi di essere sospe-
so in aria e volavi per le varie stanze, io ti sorreggevo.
Ogni tuo passo ho visto e seguito. Ero sempre con te. Nei
momenti belli e anche in quelli brutti. >>
Scoppiai in lacrime. Le sentivo scendere sul petto.
Singhiozzando gli dissi: << Grazie. >>
<<Adesso ho paura a riaprire gli occhi. Come faccio a
sapere se sei reale o solo il frutto della mia immagina-
zione? >>
<<Lo saprai>> disse << Il mio nome è Aurum. È arri-
vato un momento importante della tua vita e volevo dir-
telo. Non lasciartelo scappare Michael. È ora di aprire le
ali e di volare, lasciati guidare da me! >>
Presi coraggio e mi feci portare da Aurum. Sentivo
l'attrito dell'aria, ma nessuno sforzo. Non provavo caldo
né freddo, ma un'infinità di sensazioni racchiuse in una.
Cominciai a scendere più in basso per mettere a fuoco la
terra. Una distesa di erba verde smeraldo sotto di noi. E
poi ancora fiori di ogni specie, forma e colore. Il loro
profumo era linfa vitale. Volai verso l'alto, sfiorando le
nuvole talmente dense, soffici e zuccherose da stuzzicare
la voglia di assaggiarle. A un tratto virammo verso sini-
stra e passammo sopra un bosco fitto di alberi dai mille
colori, come fossero i capelli del mondo, che seguivano
il vento e si pettinavano con esso. Poi di nuovo risalim-
mo verso una candida neve che solo a guardarla ci dona-
va gioia e dissetava la nostra sete di esploratori del Cielo.
Ci posammo sulla vetta più alta del mondo.
<< E' un luogo sconosciuto, nel cuore del continente
africano >>, mi disse Aurum. << Qui un tempo hanno
abitato alcune specie di esseri viventi, ora ignote, e in-
sieme agli uomini hanno dato vita alla civiltà. Si amava-
no ed erano vicine a Dio. Poi l'uomo volle la sua indi-
pendenza, per cui le altre specie decisero di ripartire e la-
sciare a voi il libero arbitrio. >> Rimasi in silenzio per
un po' con quel triste pensiero. Capimmo entrambi il
momento, e rimanemmo in silenzio.
<< Ora ti lascio. Ricordati però che sei un uomo libe-
ro. Libero di volare sopra ogni cosa per vederne la vera
essenza. Fai questa esperienza e cambia la tua vita. Io
tornerò alla prossima occasione. Namaste. >>
Mi sentii pronto. Non avevo mai chiuso gli occhi du-
rante il volo. In questo viaggio sopra i cieli, mi ero senti-
to come durante il tragitto sulla moto con Eve.
Questo non poteva certo essere un caso. Aurum era a
lei che si riferiva. Lui era stato ad averla mandata. Mi
sentii chiamare << scendi dai, che siamo arrivati.>>
Scesi dalla moto e toccai terra, solo un attimo prima
volavo, pensai, e improvvisamente sentii il richiamo di
un uccello: Era il suo segnale. Mi stava dicendo che c'era
anche lui, che mi seguiva, sempre.
<< Lì in alto, lo vedi? >> M’indicó lei << ci sta chia-
mando. >>
<< Fantastico. Veramente fantastico.>>
Ci fermammo davanti ad un caffè, la porta era spalan-
cata e le luci spente. Ci affacciamo dentro per capire se
fosse aperto, ma sembrava che non ci fosse nessuno. Le
chiavi della porta d’ingresso erano inserite dalla parte in-
terna e la cassa era aperta, con qualche soldo dell’incasso
ancora dentro. Sorpresi, ma anche un po' preoccupati
della situazione, provammo a chiamare per capire se ci
fosse qualcuno sul retro. Non ci fu alcuna risposta. Deci-
si di uscire per chiamare aiuto, quando i miei occhi furo-
no attirati da un oggetto di rara bellezza. Era un cuc-
chiaino molto antico, in argento intarsiato, con sopra del-
le iniziali: "E. M.". Inaspettatamente iniziai a piangere
come un bambino, senza un motivo apparente, singhioz-
zavo disperato e non riuscivo a smettere. D'istinto presi
in mano quell’oggetto e sentii la sua energia nelle mie
mani, non so cosa accadde realmente, ma quella forza
fece svanire il pianto e il dolore che avevo provato guar-
dando il cucchiaino. In quell'istante Eve si accorse di
qualcosa, si avvicinò e mi disse:
<< Michael stai bene? Che cosa succede? >>
La guardai. Tutto d'un tratto centinaia d’immagini
fulminee apparvero come in un grande schermo. Vedevo
un luogo lontano nel tempo. Un castello dentro una fore-
sta. Io ero a cavallo su una collina e scrutavo l’orizzonte
con indosso la mia armatura. Mentre mi accingevo a ri-
prendere il sentiero, mi sentii chiamare da una delle torri.
Era una ragazza, che gridava il mio nome. Non c'era mo-
do di scorgere la sua figura, ma sentivo che dovevo fare
qualcosa. In fondo se ero là un motivo, ci doveva essere
ed ero concretamente intenzionato a scoprirlo. Mi avven-
turai dentro la foresta, il percorso era arduo e pericoloso,
ma il mio cavallo avanzava senza timore, sembrava vo-
lasse. Mi sentivo invincibile e pronto ad abbracciare il
mio destino. Arrivato sotto la torre, scorsi lei, un angelo
dai capelli lunghi dorati e gli occhi color del mare. Ora la
sua voce cantava una melodia di un’incredibile bellezza.
Il suo viso non riuscivo ancora a definirlo, era sfocato,
come se qualche forza superiore non permettesse di sve-
lare la sua identità, ma sentivo dentro di me che si tratta-
va di un volto molto familiare, un’anima che mi apparte-
neva. Distratto da questi pensieri, mi sentii abbracciare.
Stava accadendo qualcosa d’incredibile. La fantasia e la
realtà si stavano fondendo, mi sentivo allo stesso tempo
sotto il castello e nella caffetteria. Non pensai ad altro,
respirai semplicemente quel momento e di nuovo sentii la
sua voce:
<< Allora come stai? Ti aspettavo da qualche tempo.
Ti riconosco, sei il mio principe, sei venuto a portarmi
via con te, anche questa volta. >>
<< Sì, sono io>> dissi istintivamente.
Alzai gli occhi per guardare la mia principessa e pro-
vai un dejà vu. Rimasi quasi impietrito dalla visione.
Non ero più sotto la torre, ma nella caffetteria; non stavo
più immaginando, ero tra le braccia di Eve. Il suo viso si
plasmò davanti ai miei occhi, da quello che avevo appe-
na conosciuto a quella ragazza nella torre. Fu un tempo
brevissimo che a me sembrò un’eternità. Incredibilmente
intenso, un sogno ad occhi aperti. Com’era potuto succe-
dere? Eve era davvero quella principessa ed io l’avevo
vista per quello che era stata un tempo? Ed io ero il suo
principe? Mi sentii confuso, ma anche al settimo cielo.
Stavolta non piangevo, avevo capito. Ero tra le sue
braccia ma ora in carne ed ossa. La strinsi più forte e le
sussurrai all’orecchio ogni dettaglio. Che attimi infiniti,
che sensazioni. Lei sorrise e mi disse:
<< Che animo sensibile hai. Un uomo per me è una
creatura forte, che sa anche emozionarsi senza vergogna.
Tu sei il mio uomo ideale e ora lo so più di prima >>.
Si fermò per un secondo, poi sentii le sue labbra sulle
mie.
<< Sai, ti confido una cosa, fin da bambina facevo
questo sogno. Ero dentro una torre di un castello, chiusa
e sempre pensierosa. Passavo tutte le mie giornate ugua-
li e con poche cose da fare, anche se sapevo che un gior-
no sarei uscita perché qualcuno mi avrebbe liberato. Nel
sogno arrivava questo bellissimo ragazzo. Lo vedevo in
lontananza sul suo cavallo e la brillante armatura. Lo
chiamavo affinché mi raggiungesse, e lui prendendo il
sentiero nel bosco, veniva da me. Ci abbracciavamo e ci
baciavamo, riconoscendoci una nell’altro >>.
<< Nella mia vita, ogni volta che incontravo qualcu-
no, cercavo sempre di scorgere quel viso, ora ho capito
che non era il viso che avrei dovuto riconoscere, ma la
sua anima. Ecco, ora ti ho ritrovato Michael! Ti ho trova-
to.>>
Ora le calde lacrime scendevano a entrambi. La vita
non sembrava più la stessa. Lo scenario che fino a quel
momento ci aveva guidato inconsapevoli come sfondo,
adesso ci s’imprimeva addosso. Ci eravamo ritrovati nel
tempo, e adesso il tempo desiderava che noi lo cavalcas-
simo con il nostro Amore. Guardai per un secondo
l’oggetto che portava le nostre iniziali, per tutto il tempo
era stato al sicuro nella mia mano. Sapevo che era stato
nostro in passato. Guardai Eve che con un cenno del ca-
po lo confermò.
Capitolo 2
La ragazza della foto.
A pagina trentanove di una vecchia rivista un po'
sbiadita, trovai una fotografia di un paesaggio africano
che raffigurava la catena montuosa Estern Rift, il Kili-
mangiaro. Mentre attendevo il mio turno dal barbiere,
iniziai la lettura dell'articolo. Trattava di una spedizione
fatta verso la fine del 2000, di un gruppo di geologi. Nar-
rava delle scoperte e del loro viaggio al confine tra il
Kenya e la Tanzania. Finito l'articolo, rimasi incuriosito
da una piccola foto, in un riquadro in fondo alla pagina.
Da uno dei tre crateri del Kilimangiaro, lo Shira, i geolo-
gi si calavano per recuperare alcuni campioni e sul lato
destro della foto, di spalle, una ragazza fotografava il pa-
norama. Riguardai attentamente la foto ed ebbi la sensa-
zione che quella ragazza, ripresa di spalle, fosse Eve, ma
non ne avevo la certezza. Erano a quasi 4000 metri di al-
titudine, e quindi vestita con un abbigliamento pesante,
molto coperta e per di più girata. Sentivo che si trattava
proprio di lei.
Erano passati giorni dall'ultimo incontro e tra un im-
pegno e l'altro eravamo riusciti a scambiarci solo pochi
messaggi. Lei mi aveva detto che stava finendo un
lavoro piuttosto importante e che poi mi avrebbe
raccontato.
Dal canto mio avevo pensato molto a quello che ci era
accaduto pochi giorni prima e alle incredibili coinciden-
ze che continuavano a manifestarsi con una certa fre-
quenza. Se la ragazza della foto poi fosse stata lei, sareb-
be stata proprio un'altra conferma, forse la più evidente,
che non si trattasse affatto di coincidenze. Senza farmi
notare strappai la pagina che m’interessava e la misi in
tasca. In realtà si sentì chiaramente il foglio strapparsi,
ma nessuno ci fece caso perché prevalse il rumore del
phon. Arrivò il mio turno e mi accomodai sulla sedia. I
pensieri tornarono ancora alla foto. Come mai Eve si tro-
vava lì? La conoscevo da poco, ma già tante erano state
le occasioni in cui la ritrovavo nel mio quotidiano.

E pensare che fin da bambino tagliavo i capelli da Cy-


ril, ma mai avevo notato né la rivista, tanto meno l'artico-
lo. Come fosse apparso lì dal nulla, in modo del tutto ca-
suale.
<< Allora Michael come li tagliamo oggi questi capel-
li? >>
<< Pensavo a un taglio netto Cyril, alla moicana! >>
Cyril scoppio a ridere e guardandomi dallo specchio
disse:
<< Hai conosciuto di nuovo una donna, vero? >>
<< Perché, si capisce? >>
<< Michael, ti conosco da quando eri bambino e ogni
volta che ti stai per innamorare, mi chiedi i tagli più stra-
vaganti. >>
<< Hai ragione, dissi ridendo. Con un taglio così poi
perderò ogni speranza, non è vero? >>
<< Sicuramente susciterai molta curiosità. >>
Continuammo a ridere come due vecchi amici. Mi ta-
gliò i capelli come sempre e prima di andarmene mi dis- se:
<< Vorrei che passassi prima della chiusura, devo far-
ti vedere una cosa, puoi? >>
<< Sì, ma non prima delle sette. >>
<< Va benissimo. A dopo. >>
Era normale per me quella richiesta. Tante volte era
capitato che avesse avuto bisogno di consigli ed io glieli
avevo dati sempre molto volentieri. Sarei ripassato più
tardi, portando con me anche una bottiglia di buon vino,
da bere insieme.

Arrivai poco prima delle sette, la serranda era mezza


chiusa e la porta accostata. Bussai e trovai Cyril intento a
leggere su di una sedia. Lo salutai, lui sorrise e mi chiese
di sedermi.
Aveva in mano lo stesso giornale che io stavo leggen-
do qualche ora prima, ma poteva essere solo una coinci-
denza. Lo mise via e m’iniziò a preparare per la rasatura.
Ogni volta che ci vedevamo qui, la sera, gli piaceva
radermi. Era un modo per sciogliere il ghiaccio e sentirsi
più intimi. Poi a me piaceva tanto, mi sembrava di essere
un cliente speciale.
<< Senti Michael >> mi disse << Aspettavo da tanto
questo momento. Ho un segreto che mi porto da molto
tempo e ho deciso di confidartelo. Sai quelle cose che ti
porti dentro e che pensi che non dovrai mai dire a nessu-
no? Ecco, ora questo non ha più nessun senso. Mi fido
molto di te e so che questo è il momento giusto. >>
Cyril si fermò un attimo per passarmi meglio la lama,
in attesa di una mia reazione, che non tardò ad arrivare.
<< Senti amico mio, di qualunque cosa si tratti puoi
stare tranquillo, perché con me il tuo segreto rimarrà al
sicuro. >>
<< C’è un oggetto che porto sempre con me da quan-
do è iniziato tutto. E’ una questione molto intima e per-
sonale, in cui sei coinvolto anche tu. Tua madre ne era a
conoscenza, mentre tuo padre no, lui non l’ha mai sapu-
to. Per questo voglio dirtelo, perché non intendo
portarmi questo segreto nella tomba, come hanno fatto
loro. >>
Iniziai a sentirmi un po' ansioso, aveva completamen-
te catturato la mia attenzione.
<< Perché dici che riguarda anche me? E poi mamma,
Papà! Che cosa centrano loro con te e con questa storia?
>>
<< Sai Michael, prima che tua madre Lucy conosces-
se tuo padre, io e lei eravamo innamorati. Ci siamo fre-
quentati per molto tempo e ci volevamo sposare. I suoi
genitori, i tuoi nonni, si opposero subito all’idea. Un
giorno ci fu un’animata discussione tra le famiglie e de-
cisero di dividerci trasferendosi in un’altra città. Ci scri-
vemmo tante lettere, ma dopo quasi un anno le combina-
rono il matrimonio con Lawri e lei, anche se disperata,
accettò e decise di non sentirmi più. Non sai la sofferen-
za e il pianto. >>
<< Mi stai dicendo che mia madre non amava mio
padre? >>
<<No. Col tempo diventarono più uniti,
s’innamorarono, ma i primi tempi, appena tuo padre par-
tiva per un viaggio di lavoro, lei mi raggiungeva per pas-
sare del tempo insieme con me, di nascosto. >>
<< Quindi eravate amanti? >> dissi io con rabbia.
<< Si Michael e mi dispiace aver mancato di rispetto
a tuo padre, ma davvero la nostra passione non ci per-
metteva di stare lontani. >>
<< Guarda Cyril smettila, non voglio sentire più nul-
la! >>
<< Ti prego ascoltami, davvero te lo chiedo col cuo-
re.>>
<< Sì, ma fai in fretta perché adesso avrei solo voglia
di prenderti a pugni! >>
<<Posso capirti, ma lasciami spiegare. Ci portammo
questo segreto per molto tempo. Non parlammo mai a
nessuno della nostra relazione, tantomeno di questa cosa
che riguardava te Michael. >>
<< Cosa Cyril? >>
<< Nel 1976 Lucy rimase incinta, nonostante le pre-
cauzioni. Tua madre non aveva alcun dubbio in merito,
tu eri figlio mio e non di tuo padre. >>
<< Cyril ma tu mi hai fatto venire fino a qui per dirmi
quest’assurdità?! Ne avete avuta di fantasia. Dimmi che
è uno scherzo! >>
<< No, non sei venuto qua per questo, ma perché vo-
glio ridarti una cosa che ti appartiene. >>
<< Che cosa me ne dovrei fare? No, non voglio nien-
te! >>
<< Nel 1976 non potevamo fare un test di paternità
per saperlo, ma tua madre è sempre stata ferma su questo
punto ed io mi sono assunto le mie responsabilità. Decise
di far credere a tuo padre che eri suo e di farti crescere
con loro. Io mi feci una famiglia, ma a ogni occasione
cercavo di seguirti di nascosto, senza farmi notare. E in
una di queste occasioni, entrai in possesso del tuo brac-
ciale. >>
<< Non mi dire che…>>
<< Sì, proprio quel bracciale, quello che ti regalarono
al battesimo e che ti stava al polso un po' lento. E’ da
sempre appartenuto alla tua famiglia, da diverse genera-
zioni ed ha quella caratteristica unica di riflettere i raggi del
sole. E' quasi magico. >>
<< Sì, ricordo che mamma mi aveva raccontato che
quel giorno, per giocare con un bambino in pineta, lo
avevo perso. Lo cercarono per ore senza riuscire a tro-
varlo. Era come se avessero perso la cosa più preziosa
del mondo ed io non riuscivo a capire. >>
<< Quel bambino con cui giocavi era mio figlio, sen-
za farci notare troppo c’eravamo messi un po' distanti
con la mia famiglia. Mi giravo spesso per guardarti e
scambiare occhiate con Lucy. Ero comunque felice di
sapere che crescevi sano e amato. A un certo punto mio
figlio ti si è avvicinato e avete iniziato a giocare. Eravate
così affiatati e siete stati insieme per delle ore. Vedervi
giocare insieme, non sai che gioia! Poi tua madre è venu-
ta a riprenderti, facendo finta di non vedermi, e mio fi-
glio tornando mi portò un braccialetto. Capii subito che
era il tuo braccialetto e sapevo quanto ci tenessero i tuoi,
ma proprio non ebbi il coraggio di uscire allo scoperto.
Tuo padre mi aveva conosciuto prima di sposarsi e sape-
va anche della relazione che c’era stata in precedenza
con tua madre, per cui avrebbe potuto sospettare qualco-
sa. Allora decisi di tenerlo per me, come un modo per
poterti ricordare, per sapere che tu eri lì con me ogni
istante. >>
<< Tutto questo mi sconvolge. Sei mio padre? E in
più sottrai qualcosa di mio per puro egoismo! >>
<< Fammi finire. Dopo tanti anni in cui non ho mai
perso le tue tracce, cercando ogni tanto di spiarti da lon-
tano, finalmente era possibile avere la certezza della mia
paternità. Insistetti tanto con Lucy che non avrebbe volu-
to mai farlo. Diceva che non aveva alcuna importanza,
ma alla fine si convinse e la risposta fu negativa. Tutta la
sicurezza che aveva avuto si sgretolò, ma allo stesso
tempo la alleggerì di un segreto che era stato troppo pe-
sante da sopportare. Erano anni che non ci vedevamo più
e da quel giorno inevitabilmente si chiusero tutti i rap-
porti. Quello che era stato un bel sogno, smise di esser-
lo.>>
<< Tu ora vorresti farmi credere che vi eravate sba-
gliati e che tutta questa storia che avete portato avanti
per anni non era vera? >>
<< Sì, esatto e mi dispiace. >>
<< Allora che bisogno c’era di dirmelo? >>
<< Volevo che sapessi e speravo che accettassi di ria-
vere quel bracciale, è un oggetto di potere molto impor-
tante e so che devi riaverlo. In più adesso che i tuoi non
ci sono più, non avrei potuto dire a nessuno di questo
fardello che ci siamo portati per anni. Ora siamo tu ed io,
io sono rimasto vedovo, i miei figli sono tutti lontani e
mi sento tanto solo.>>
<< E quindi? >>
<< Ti chiedo per favore di considerarmi come un pa-
dre, anche se non lo sono mai stato, e di perdonarmi per
non averti detto prima queste cose.
Rimasi in silenzio per un minuto. Il mio viso liscio e
pulito come quello di un bambino. Il bambino spensiera-
to che ero stato e che solamente adesso, da adulto, veni-
vo a sapere che mia madre aveva avuto un amante, che
per anni avevano vissuto nella convinzione di aver con-
cepito un figlio, che quel figlio ero io e che mio padre
era morto senza aver mai saputo niente! Ero infuriato
con Cyril, ma allo stesso tempo sentivo di volergli bene.
Lo guardai per cercare di capire quanto stesse soffrendo
e quanto difficile poteva essere stato per lui raccontarmi
questa storia.
<< Sai Cyril.. ne è passato di tempo da quei giorni e
credo che mia madre ti abbia amato così tanto perché sei
davvero una persona speciale. E poi c'è la nostra amici-
zia che dura da anni, il tuo gran cuore, ed anche adesso,
mentre raccontavi di voi. Mi sono spaventato quando ho
creduto di essere tuo figlio e sono ancora sconvolto, ma
ho deciso che mi riprenderò il bracciale e che potrei an-
cora pensare di rimanerti vicino. >>
Cyril mi abbracciò con tutta la sua forza dicendomi
<< Michael hai fatto di me un uomo felice. Grazie! >>
Ancora molto imbarazzato da quell'abbraccio, risposi:
<< Piano piano, ho detto potrei decidere, non ne sono
ancora sicuro. >>
<< Sì, sì lo so, ho capito, ma per me è già tanto. Pen-
savo che non ti avrei più rivisto, dopo questa verità, e in-
vece ho ancora la speranza di averti vicino come un fi-
glio! Grazie di cuore. >>
<< Vedremo Cyril. In quest’ultimo periodo mi stanno
accadendo cose meravigliose e allo stesso tempo insolite.
Il tuo racconto mi ha turbato, ma credo che riuscirò a su-
perarlo. Sai, in questi giorni c’è una ragazza che mi sta
facendo perdere la testa, ho bisogno di vederla, mi man-
ca.
Lei è nei miei pensieri continuamente e sembra che
sia dappertutto. >>
<< Sai Michael come ti dicevo stamattina, me ne ero
accorto e a proposito di questo volevo dirti che qualche
giorno fa da qui è passata una ragazza. Bella, alta, occhi
verdi come il mare, rossa di capelli. Mi è sembrato aves-
se sbagliato vetrina o almeno questo voleva farmi crede-
re, fino a quando non mi sono accorto che prima di an-
darsene ha lasciato cadere una rivista. >>
<< Quella che stavi leggendo prima? >>
<< Esattamente. Sfogliandola mi sono accorto che
mancava anche una pagina. Non ti sembra strano? >>
In un attimo nella mia testa cominciarono a suonare
all’unisono tutte le campane del cielo. Una schiera di an-
geli con le loro trombe soffiava il trionfo della bellezza. I
cieli erano aperti e m’illuminavano. Potevo percepire tut-
to, anche il dolore di Cyril e la sincerità del suo cuore.
M’infilai il bracciale e commosso lo abbracciai, sentivo una
grande gioia dentro di me e dissi << Sì, è molto stra- no,
ma ora ho capito tutto, Papà! >>
Anche Cyril pianse, mi asciugò il viso e posò la sua
mano sul mio cuore.
<<Grazie Michael, adesso so di non essere più so-
lo.>>
Ci versammo da bere e brindammo al nuovo che pre-
sto sarebbe nato.
Capitolo 3
Il mio posto nel mondo.
Come ogni mattina, alle cinque, occupavo il mio
posto nel mondo, mentre diverse persone già correva-
no per trovare i loro personalissimi posti in prima fila.
Mi capitava spesso di osservarli, la sensazione era che
troppe volte preferivano sacrificare un po' d’intimità
familiare, per farsi inghiottire dal caos della domeni-
ca. Per molti una necessità, un modo diverso di occu-
pare il tempo, ma anche semplicemente un modo per
avere qualcosa da raccontare o solo per mostrare or-
gogliosi alcune fotografie scattate qua e là.
A volte mi capita di pensare ai diversi modi di vi-
vere che adottano le persone, alcuni sanno come sen-
tirsi realizzati avendo scopi precisi e chiari, altri inve-
ce ergono muri che difficilmente poi riusciranno a
scavalcare, ma assolutamente tutti, hanno come unico
scopo quello di realizzare i propri desideri e rendersi
felici.
Mentre la domenica è come se sentissero il bisogno
di organizzare forzatamente qualcosa, magari con
giorni e giorni di anticipo.
Sarebbe più bello programmare una sveglia quando
ancora il sole dorme, per meditare e godersi alcuni
minuti di pace prima che inizi la giornata. E invece, ci si
alza per correre in fretta verso una meta, che è poi la
stessa per ogni persona, e spesso è anche quella più sba-
gliata.

Sulla spiaggia, seduto al fresco dell’ombra di una


palma, con gli occhi chiusi, feci un profondo respiro. Mi
sentivo libero e soddisfatto, mentre ripensavo a tutti i di-
scorsi di Cyril, il ricordo della sua tenerezza nel raccon-
tarmi con tanta sincerità il suo segreto. Non potevo esse-
re più felice, ora sapevo che era qualcosa di più che un
semplice amico. E poi lei, una dea col suo drappo bianco
e dorato, il viso luminoso e perfetto, con la postura di un
angelo pronto a spiccare il volo, che invece aveva deciso
di far riposare le sue ali per rimanermi accanto, con un
ambizioso progetto, quello di innamorarsi di me.
Il sole iniziava a pretendere di essere il protagonista
della giornata. Io sorridevo immaginando i nostri dialo-
ghi surreali e fantasiosi. Da sempre lo avevo vissuto in-
tensamente il sole. La sua presenza mi faceva stare bene.
Lo aspettavo sin dalle prime ore dell’alba, era un amico
che mai mi avrebbe tradito, sapevo che anche nel più nu-
voloso dei giorni, avrebbe fatto sì che i suoi raggi arri-
vassero fino a me. Lo salutavo dandogli il buon giorno e
guardandolo con gli occhi un po' socchiusi, ne respiravo
il suo calore, per ricaricarmi. E lui era tutt'altro che di-
spiaciuto, mi piaceva pensare.
Quella mattina, tornando verso casa, incontrai, co-
me di consueto, i due anziani del paese, Remy e
Frank. Erano stati i primi abitanti in quel posto di ma-
re, avevano costruito le prime case con le loro mani, e
mi raccontavano spesso di quando erano giovani, co-
me dicevano loro "quando ancora qui non c’era nien-
te".
Quanto mi faceva riflettere quella frase. Sì, perché
noi oggi siamo troppo abituati a cercare delle comuni-
tà già consolidate che ci accolgano, poche persone
hanno la capacità di rimboccarsi le maniche per ini-
ziare da niente.
Noi viviamo del riflesso di sforzi fatti dai nostri
antenati e neanche sappiamo apprezzare più di tanto il
loro lavoro, il prezioso regalo, che è poi la nostra ere-
dità.
Il mio desiderio incontrando Eve era stato proprio
quello di ripartire da zero, creare io e lei il nostro fu-
turo. Ogni scelta fatta insieme sarebbe stata il frutto
del nostro amore, riuscire a farcela solo con la nostra
determinazione.
Non sopportavo più l’idea di aspettare! Avevo bi-
sogno di chiamarla, sentire dov’era, raggiungerla! Af-
frettai i miei passi verso casa con l'intenzione di pre-
parare le valigie e partire, correre da lei, anche sino in
capo al mondo. Aprii la porta e trovai una lettera infi-
lata sotto la fessura. Aprendola mi accorsi del timbro
postale. Iniziai a leggere, non potevo credere ai miei oc-
chi, era lei:
“ Caro Michael,
avrei voluto telefonarti prima, ma come sai sono
stata molto impegnata con il lavoro. Sono a Praga
dall’inizio del mese, la mia squadra sta lavorando su
qualcosa di molto importante e ha bisogno del mio
supporto ancora per un po'. So che ti sembrerà strana la
mia richiesta, ma vorrei che tu fossi qui durante la mia
permanenza. La città è bellissima, mi piacerebbe tenerti
per mano e condividere con te questi giorni. Ti lascio il
numero dove puoi contattarmi, avvisami per tempo e ti
farò trovare tutto quello di cui hai bisogno. Sarai mio
ospite.
Con
affetto Eve

Mi aveva letto nel pensiero, incredibile! Un attimo
prima ero pronto a raggiungerla ovunque, e adesso rice-
vevo il suo invito! Ero sbalordito.
Preparai la valigia con poche cose.
In aeroporto feci un biglietto per Praga, con partenza
la sera alle diciannove.
Dalla cabina composi il numero e mi rispose il centra-
lino dell’ufficio di Eve:
“ Biblical Archaeology Society buongiorno”
“ Buongiorno avrei bisogno di parlare con la signori-
na Eve “
“ Oggi non è in ufficio, le posso lasciare un mes-
saggio che leggerà domani “
“ Va bene, ma la prego di farglielo avere in giorna-
ta perché oggi arriverò a Praga e voleva essere avvisa-
ta per tempo “
“ Si, certo, avrà il suo messaggio “
“ Bene, la ringrazio. Le dica che partirò da Bristol
alle diciannove, non sarò lì prima delle ventuno.
Prenderò un taxi per raggiungerla. “
“ Grazie a lei, buona giornata “
Dopo aver riagganciato, mi resi conto che i miei
sospetti iniziavano ad avere un senso.
Il puzzle si andava pian piano componendo, la ra-
gazza della foto era quasi sicuramente lei. La società
per cui lavorava, la Biblical Archaeology Society
(BAS), una rivista di archeologia fondata nel 1974,
senza scopo di lucro, si dedicava alla diffusione
d’informazioni archeologiche nelle terre della Bibbia.
Molto probabilmente lei era una fotografa o
un’archeologa specializzata in scatti fotografici. Mi
avrebbe raccontato sicuramente tutto con calma. Non
avevamo avuto neanche il tempo per guardarci negli
occhi e parlare di noi. Finora c'erano state belle sensa-
zioni e una forte attrazione. Poche ore, ma già non po-
tevamo staccarci l’una dall’altro.
Decisi di pranzare in aeroporto e di aspettare il volo
là. Mi trovai un posto comodo e lasciai andare i pensieri.
Chiusi gli occhi.
Delle piume lucenti e dorate iniziano a camminarmi
sul corpo dai piedi, a un tratto salendo fin sopra le mie
scapole, e si espandono trasformandosi in ali. Una figu-
ra angelica si stacca da me e si siede pensierosa ai piedi
di un letto. Le chiedo cosa avrei potuto fare con le mie
ali, mi risponde "vedrai". Pochi momenti dopo vedo Eve
al mio fianco, siamo sopra un letto di nuvole, è già mia
moglie, sta dormendo, si gira verso di me e mi abbrac-
cia, come per non farmi andare via. Rivedo
le piume di luce salire e diventare di nuovo ali. Iniziamo
a volare uniti girando come in un vortice. Arri- viamo
fino a uno squarcio nel cielo e ci passiamo attra- verso,
entriamo in una montagna uscendo dalla cima e poi
come linfa dentro un albero, sparati come tante par-
ticelle fuori dalle foglie. Adesso di nuovo uniti al centro
di uno spazio infinito continuiamo a girare sempre più
velocemente fino a fonderci, chiudendoci su noi stessi a
formare una sfera. Siamo una massa di materia simile a
un pianeta. All'improvviso l'esplosione, il big bang. Mi-
liardi di frammenti di noi per l'universo che ricadono
sulla terra dolcemente per poi ritornare a salire nella
nostra forma umana, e poi di nuovo le ali, l'abbraccio e
la ripresa del volo e ancora la trasformazione preceden-
te, senza mai fine, come in un cerchio, una ruota che
gira all’infinito.
Mi svegliai di colpo, il cuore batteva al ritmo del
mondo, scrissi tutto perché non volevo dimenticare
quel sogno. Avevo un aereo da prendere, una donna
mi stava aspettando, c'era una vita da vivere, e due ali
che sentivo ancora parte di me e che mi avrebbero
portato presto da lei.

Il volo era pieno e sul corridoio si era formata una


fila lunga di passeggeri, tutti con bagagli ingombranti.
Anch’io avevo un bagaglio a mano un po' fuori misu-
ra, ma preferivo sempre avere con me tutto il necessa-
rio per vivere, l’idea di affidare la mia vita nelle mani
di uno sconosciuto proprio non mi piaceva.
Dentro l’aereo ci misi ancora un po' per sistemar-
mi. Il mio posto, il 9F, era già occupato. L’hostess
vedendomi ancora in piedi chiese se per me andava
bene cambiarlo.
Non avevo alcun problema a farlo. Mi fece acco-
modare vicino l’uscita di sicurezza, non avevo altri
posti accanto a me e nemmeno davanti. Alla fine
cambiare era stato conveniente.
C’era un po' di maltempo, allacciai la cintura di si-
curezza e guardai fuori dal finestrino. Pioveva e tirava
un forte vento. Mi misi comodo e pensai di riposare
un po' prima del decollo. Caddi in un sonno profondo
e al mio risveglio guardai l’orologio, mi resi conto che era
passata più di un'ora, probabilmente eravamo già at-
terrati. Chiesi informazioni all’hostess che sorridendo mi
disse:
<<Veramente è un’ora che aspettiamo
l’autorizzazione per decollare, ma con la situazione me-
teorologica al momento non è possibile. Siamo in attesa
di conferma.>>
Sorrisi anch’io, avevamo dormito per un'ora di segui-
to e ancora non eravamo partiti. Presi il giornalino di
bordo e iniziai a sfogliare le varie località di destinazio-
ne. C’era anche Praga naturalmente. Le sue maggiori at-
trazioni erano tutte molto vicine e concentrate nel centro
storico della città. Sarebbe stato facile raggiungerle,
c’erano anche varie informazioni su come muoversi. Tut-
ti consigliavano il tram che passava nelle zone dove alle
auto era vietato, toccando tutte le parti più caratteristiche
del centro. Il percorso più interessante passava per i luo-
ghi turistici di particolare attrazione, offrendo larghi
scorci panoramici. Presi un appunto e riposi la rivista
nello scomparto. L'aereo si preparava al decollo. Erano
anni che prendevo aerei per le più diverse destinazioni,
ma il momento del decollo era stato da sempre il mio
preferito. La forza e la potenza di quella macchina nel
momento preciso in cui iniziava a prendere velocità per
poi staccarsi da terra, mi portava sempre alla mente il lu-
na park, con i suoi giochi gravitazionali con l’adrenalina
che facevano salire. Mi faceva sentire vivo e divertito
allo stesso tempo. Insomma mi piaceva proprio tanto.
E poi ora la mia destinazione me lo rendeva ancora
più sublime. Pensare che pochi mesi prima la mia vita
si trascinava lenta e anche abbastanza monotona.
Adesso stava finalmente iniziando a cambiare rotta,
quella che mi avrebbe portato da Eve.
Arrivai all’aeroporto di Praga alle ventitré, scen-
dendo affrettai il passo nella speranza di trovare anco-
ra un taxi disponibile. Si aprì la porta scorrevole e
trovai un autista con un cartello con su scritto “ Mi-
chael Lawe “, lo mandava Eve, ne ero certo.
Aveva ricevuto il messaggio, si scusava, ma era a
una serata. L'autista mi chiese di lasciare il bagaglio e
m’invitò a salire.
Il panorama in autostrada era abbastanza monoto-
no, anche se era buio, riuscivo a vedere le file inter-
minabili di alberi, boschi e distese infinite di verde.
Poco dopo iniziai a scorgere le prime luci della
città. Dopo aver attraversato un ponte, notai una delle
attrazioni che avevo letto sulla rivista. Si trattava della
‘Dancing house’, o casa di Ginger e Fred, un omaggio
ai due storici ballerini americani. Due immensi edifici
pieni di vetrate, uno statico e l’altro mutevole, che ri-
cordava le forme di una ballerina. A un certo punto
l’autista iniziò a percorrere piccole scorciatoie tra vi-
coli e cunicoli stretti, fino ad arrivare su una strada
più larga dove la polizia aveva appena compiuto una re-
tata. A terra si distinguevano bene parrucche di ogni co-
lore, collant e diversi oggetti appartenenti a professioni-
ste del mestiere, il più antico del mondo. Una scena sur-
reale e comica allo stesso tempo, che destava in me
preoccupazione. L’autista notando il mio turbamento,
cercò di tranquillizzarmi dicendo che la vita notturna di
Praga e quella alla luce del sole erano realtà completa-
mente distinte. Arrivammo all’albergo che mi aveva pre-
notato Eve. Anche lei alloggiava là e c’eravamo dati ap-
puntamento per la mattina dopo alle nove, a colazione. Il
Panorama Hotel di Praga era situato a soli 200 metri dal-
la stazione della metropolitana Pankrac e a dieci minuti
di metro da Piazza Venceslao. La struttura offriva una
vista panoramica sulla città, qualcosa da togliere il fiato.
In stanza trovai la mia cena ormai fredda, apparec-
chiata su un vassoio, che mangiai avidamente, e un mes-
saggio di Eve:
“ Benvenuto nella mia vita. Buona notte“
Quel messaggio mi fece commuovere dalla gioia. Si-
stemato il bagaglio, feci una doccia e m’infilai nel letto,
ripensando a lei, a ciò che mi aveva scritto. Era meravi-
gliosa ed io ero già pazzo di lei!
Chiusi gli occhi cercando di ricordare quante persone
avevo incontrato nella mia vita. Erano davvero tante, ma
pochissime mi avevano dato così forti emozioni. Quelle
rare volte che mi capitava di incontrarle, anche tra milio-
ni di persone, mi si accendevano davanti come luccio- le.
La loro luce mi permetteva di guardare la straordi-
naria bellezza della loro anima. Tutte le volte che suc-
cedeva non potevo evitare di commuovermi, e li pre-
gavo di mantenere sempre la loro splendida natura.

Ecco, Eve era così perfetta e adesso era diventata il


mio Sole. E credetemi, al Sole davvero non manca
niente!

Il mattino seguente uscii dalla camera, alle prime


ore dell’alba, per godermi il panorama dalla terrazza.
Lassù mi sembrava di toccare il cielo con un dito... I
colori che dal blu passavano all’indaco per poi con-
fondersi tra il verde, l'azzurro e il rosa, fino a che i
primi raggi del giorno toccavano il cielo e si stampa-
vano sul mio viso. Non c’era altro per me in quel
momento, respiravo assaporando ogni istante. Il pas-
saggio e il primo canto degli uccelli. Il risveglio della
natura. Quella melodia mi accompagnò per altri dieci
minuti, fino a che iniziò a confondersi con il rumore
delle tazze per la colazione, che i camerieri avevano
iniziato a sistemare sui tavolini della sala. Eppure, an-
che quel suono risultava armonico dentro di me. Tutto
ciò che stavo vivendo, era così denso e reale. Manca-
vano almeno due ore all’arrivo di Eve e ne approfittai
per una passeggiata nel giardino dell’hotel. Era molto
curato, un prato all’inglese con alberi da frutta ben di-
sposti e un piccolo percorso circolare tutto intorno. Sem-
brava di entrare in un piccolo bosco segreto. Immagina-
vo bambini mettere in scena le loro più belle fantasie, tra
fate, folletti, maghi e streghe che si nascondevano tra i
cespugli e gli alberi. Li ascoltavo invocare, con le loro
formule magiche, gli spiriti della natura e preparare po-
zioni per le più strane applicazioni. E poi corse e ancora
risate. Amore e purezza. Mi sedetti sopra una panchina
iniziando a suonare un filo d’erba.
Erano quasi le nove e occupai il posto nella hall. Lei
scese con pochi minuti di ritardo, era in calzoncini, ma-
glietta e scarpe da ginnastica, in testa un cappello con vi-
siera, e degli occhiali da sole particolarmente appariscen-
ti.
<< Ecco il mio angelo. >> mi disse.
<< Buongiorno Eve! >>
<< Ciao Michael! >>
Poche parole, poi mi si strinse addosso, stampandomi
un bacio caldo e zuccheroso sulle labbra.
<< Vieni presto, Niro ci aspetta in macchina, faremo
colazione in centro. >>
Cos’altro potevo dire. Un bacio inaspettato, il suo ca-
lore, la sua esplosività. Era un vulcano in eruzione dal
quale mi sarei fatto volentieri travolgere.
<< Si Eve, quello che vuoi. Essere qui con te è già
una cosa meravigliosa! >>
Si girò verso di me, si tolse gli occhiali e li sistemò
sui capelli, il suo sguardo brillava di entusiasmo, mi
baciò di nuovo senza dire niente. Io arrossii e ringra-
ziai la vita per il sogno che stavo vivendo.

Durante il tragitto si truccò con una professionalità


impeccabile e di tanto in tanto mi osservava, lancian-
domi sguardi di approvazione. Poi abbassò il finestri-
no mettendo la testa di fuori. Era il suo modo di petti-
narsi, ed io già lo adoravo.
<< Attenta! >> le dissi d’istinto.
<< Tranquillo, lo faccio sempre. >>
Ci facemmo una grande risata e naturalmente ci
abbracciammo.
<< Ti sto portando in un posto davvero magico,
che pochi conoscono >> mi disse << è una sorpresa.
Ti dirò anche perché sono qui a Praga. >>
<< Si Eve, sono proprio curioso. Ho tanto da dirti
e… >>
Con il dito dolcemente mi chiuse la bocca
<< Sttt… Avrai tempo per dirmi tutto. Anche se
quello che c’è d’importante già lo sento. Stai sereno,
passeremo ancora tanto tempo insieme. >>
Le sue parole e il suo tono così rassicurante mi
portarono nella quiete più assoluta. Decisi di fidarmi
di lei e di godermi tutti quei momenti.
Arrivammo sotto il ponte Carlo e camminando lei si
accorse di una fiera in corso. Mi afferrò per la mano e ci
precipitammo, mischiandoci tra la gente del posto e i tu-
risti accalcati. Si avvicinò a un banchetto, prese due bic-
chieri di vin brûlé e disse: << Tieni, ti scalderà per un
po'.>>
Poi proseguì fin davanti ad un palco, dove una band
suonava musica folkloristica, ci sedemmo ad ascoltarla.
<< Il posto dove siamo ora seduti è un’antica isola
staccata dalla città. Si chiama Kampa. E’ separata dal
quartiere di Malá Strana da un canale artificiale chiamato
il "Canale del Diavolo", un corso d'acqua scavato per
alimentare i mulini. Devi sapere che nelle acque di que-
sto canale vive un popolo chiamato Vodník, sono i follet-
ti delle acque, creature dal corpo verde. Di solito sono
buone, ma non bisogna farle arrabbiare perché sono mol-
to permalose. Si divertono a rovesciare le barche di pe-
scatori o d’innamorati, ma hanno anche il nobile compito
di salvare e conservare le anime delle persone che affo-
gano nel fiume. Una leggenda narra che in uno stagno
fuori città viveva un Vodník che poi si trasferì sotto le
arcate del Ponte Carlo, a causa di un carro che gli aveva
intorpidito le acque della sua precedente dimora. Nel
viaggio verso Praga fece un tratto di strada con un com-
merciante, ignaro di aver incontrato un Vodník. Scoprì
che era proprio il commerciante che aveva rovinato lo
stagno. Non servirono a niente le grida del commerciante
e proprio mentre il carrettiere stava facendo abbevera- re
i cavalli, il Vodník lo afferrò e lo fece cadere nel
fiume imprigionandolo nei vortici delle correnti
sommerse. Di lui rimasero solo un cappello e una rosa
che aveva rubato vicino allo stagno il giorno prima.>>
<< Santo Dio Eve, ho i brividi!>>
<< Dai, fai il bravo e vedrai che ti lasceranno sta-
re..ah ah ah! >>
<< Ridi eh!>>
<< Sì, mi diverti troppo, prendi tutto sul serio tu!
>>
<< A volte. >>
<< A proposito, devo spiegarti il motivo per cui
siamo qui. E’ per un reperto che tengono dentro il
museo.>>
Andò davanti all’ingresso e pagò due biglietti. Mi
portò direttamente davanti ad una teca, dove era tenu-
ta una pergamena egizia.
<< Sai cos’è Michael? >>
<< No, cosa? >>
<< E’ la chiave per tutte le nostre ricerche da dieci
anni a questa parte. So che hai visto la foto della spe-
dizione in Africa. Durante quel viaggio cercavamo un
reperto del primo uomo sceso sulla terra, Adam. Se-
condo le nostre ricerche, quella zona della catena
montuosa del Kilimangiaro è quella che le sacre scrit-
ture chiamano giardino dell’Eden. Questa pergamena
descrive come utilizzare l’anello che negli scavi in Afri- ca
abbiamo recuperato. >>
<< E com’è finita qui a Praga? >>
<< In realtà non ti sto dicendo tutto. Nello scavo in
Africa abbiamo fatto una sorprendente scoperta. Una
mummia, di quello che sembra essere stato un alieno. Ri-
sale a più di due mila anni e sembra essere un umanoide.
Lo caratterizzano gli occhi, troppo grandi e di forma
ova- le.
Le iscrizioni sulla tomba poi indicavano che il re era
un consigliere di nome Osirunet, che significa stella o
mandato dal cielo. Il corpo era stato sepolto con grande
rispetto e cura, accompagnato da una serie di strani og-
getti sconosciuti che non siamo stati in grado di classifi-
care. Tranne che per quest’anello.>>
<< Continua Eve, mi stai tenendo sul filo di un rasoio.
Cosa c'entra la pergamena? >>
<< Ecco, appunto. Questa pergamena fu ritrovata dal
Dott. Viktor Lubek, cittadino cecoslovacco e professore
emerito dell’University of Pennsylvania. L'archeologo
aveva trovato un vano nascosto, mentre conduceva
un'indagine su una piccola piramide a sud di quella prin-
cipale di Senusret II, che contiene la regina del faraone
Osirunet.
Al suo interno aveva trovato alcune miscele d'oro e
d'argilla che dovevano aver ricoperto un corpo, e tracce
di panno di lino. Come se una mummia fosse stata porta-
ta via da lì. Insieme con questi oggetti c’era anche la
pergamena, che fu nascosta per anni fino a che fu por-
tata in questo museo.
Gli oggetti contenuti nella tomba comprendevano
manufatti realizzati con materiali sintetici che nessun
esperto era riuscito a identificare. Elementi simili non
sono mai stati rinvenuti nelle altre tombe egizie, per
cui la scoperta sarebbe di grande importanza per l'ar-
cheologia moderna. Noi siamo sicuri che la mummia
che abbiamo ritrovato in Africa sia la stessa che man-
cava in quella piramide. Portava al dito quell’anello la
cui funzione è descritta su questo papiro che abbiamo
davanti. Finora tutti gli esperti che hanno esaminato la
mummia sono giunti a una conclusione che non sia di
origine terrestre. E che invece si tratti di un alieno che
in qualche modo avrebbe fornito una consulenza al re
egiziano.>>
<< Wow che storia!
E’ valsa davvero la pena raggiungerti! >>
<< Sì, volevo condividere con te e farti sapere che
siamo ancora qui a fare delle ricerche in una bibliote-
ca, per decifrare quella che sembra indicarci la cosa
più importante di tutte e cioè che l’anello in realtà non
è altro che la chiave per aprire una porta. E siamo
quasi certi che si tratti di un velivolo extraterrestre.
Stiamo sulle tracce di quella che sarebbe la scoperta
del secolo. Un’astronave aliena sepolta sotto la cima
più elevata del Kilimangiaro, perennemente coperta di neve,
il monte Kibo. Capisci perché stiamo prendendo tempo?
Dobbiamo esserne sicuri al cento per cento per chiedere
l’autorizzazione agli scavi e organizzare una spedizione
in un posto così proibitivo.>>
<< Scusami sono veramente sconvolto! Ci beviamo
un altro vin brûlé? >>
<< Si certo, andiamo. >>
Lei, con fare materno, avvicinò le sue labbra
all’orecchio e mi sussurrò: << Vedrai che con me sarai
sempre al sicuro. Presto voleremo in alto insieme, sul tet-
to del mondo. >>
Non so come, ma riusciva a farmi digerire e pacificare
tutto con solo il suono della sua voce.
Cominciava a imbrunire, i banchi stavano quasi chiu-
dendo, l’isola si tingeva sempre di più di mistero e fasci-
no. Questa volta presi io l’iniziativa, e baciai Ebbe ab-
bracciandola teneramente.
Passammo la notte insieme ed anche tutte le altre che
vennero. Il giorno dopo venni a sapere che la mia camera
l'aveva prenotata solo per una notte. Eve mi stupiva
sempre per la sua concretezza e semplicità. La amavo
sempre di più
Capitolo 4
Si parte
C’erano stati capitoli della mia vita che non ero pro-
prio riuscito a scrivere, di cui non mi sentivo il protago-
nista e che non sapevo mettere in scena. Allora permet-
tevo che il mio libro lo scrivesse qualcun altro, senten-
domi legato ai suoi fili e alla sua volontà. Mi stavo quasi
abituando a questa condizione. I fili poi diventavano in-
visibili e le azioni iniziavano a sembrare anche sponta-
nee. Poi un giorno sentii sul viso un raggio di sole e con
questo arrivò un pensiero. Iniziai a vedere di nuovo i
contrasti tra la luce e il buio, tra la verità e la menzogna.
A vedere di nuovo i fili cui ero legato, uno per volta si
staccavano permettendomi movimenti che avevo dimen-
ticato. Ogni piccolo spostamento, oltre questa costrizio-
ne, mi donava nuovamente delle emozioni. Il motore sta-
va ripartendo sempre con più giri, e adesso non solo riu-
scivo a recitare la mia parte, ma iniziavo a capire come
guidare la mia esistenza, diventandone il regista e aven-
done il pieno controllo. Allora non solo i capitoli stavano
finalmente scorrendo come fiumi dentro di me, ma con-
sumavo un susseguirsi di finali senza stancarmi mai, fino
a realizzare il lavoro più importante, quello che portava il
titolo di "Consapevolezza". La consapevolezza, il senso
vero dell’esistenza, era a pochi passi da Noi, infatti, era-
vamo lì. Stavamo arrivando al punto da cui sarebbe
parti- to tutto. Un viaggio lungo e incerto, ma eravamo
già più sicuri di quello che ci saremo portati dentro, e
cioè quel- lo che avevamo appena riscoperto di noi.
Riuscire a go- dere di certe passioni sembra non essere
proprio nella na- tura umana.
E’ vero, certo, siamo capaci di goderci sorrisi ed atti-
mi di felicità. Di accumularli come delle batterie, le stes-
se che poi al momento giusto sapranno alimentare la tor-
cia che illuminerà i momenti più bui. Se invece fosse tut-
to già illuminato? Se fossimo noi a spegnere tutto per
non annoiarci troppo? La verità qual è? Forse nella no-
stra vita siamo sempre troppo alla ricerca di cose "vere".
Il vero amore, una vera amicizia, delle vere emozioni.
Cosa veramente c'è di Vero nella nostra vita? Siamo in
grado di vederlo?
Vero è unicamente quello che osservano i nostri oc-
chi, ma i nostri occhi adesso non vedono bene. Per rico-
noscere la verità dobbiamo avere coraggio e determina-
zione. Prendere una direzione istintivamente e con il
cuore, per poi accorgerci che mentre camminiamo ini-
ziamo anche a volare. Da lassù potremmo cominciare
magicamente a vedere tutto in modo più chiaro, avvici-
nandoci alla VERITA'.
Ecco, quando aprii gli occhi accanto ad Eve era pro-
prio uno di quei momenti. Istintivo, coraggioso, determi-
nato, di cuore: Consapevole! Solo così avevo scelto di
raggiungerla. Solo così avrei saputo delle sue ricerche, e
anche se non ne ero ancora cosciente, solo in quel modo
avremmo scoperto insieme che esistono cose che rag-
giungono vette altissime. La vita ci stupisce continua-
mente e quando percepisci l’estasi di certi istanti, la sor-
presa di quello che accade è pari a un orgasmo. Ci dico-
no da sempre che siamo capaci di grandi imprese, che
l’essere umano è su un altro livello rispetto a tutti gli altri
esseri viventi, che solo la natura umana è capace di emo-
zionarsi, ma tutto questo lo vede chi ha ancora aspettati-
ve. Perché l'unico modo che abbiamo per essere grandi è
voler crescere, e per farlo si deve partire sempre dal bas-
so. Ecco qual è il livello allora, lo zero. Uno zero a cui
aggiungere ogni giorno l'emozione di vivere e nient'altro.
Allora niente sarà più chiesto, niente sarà più un dono,
ma improvvisamente arriverà e ci porterà oltre ogni atte-
sa.

Erano passati dieci giorni dal viaggio di Praga. Ave-


vamo deciso di ripartire dopo aver scoperto il probabile
punto dove si trovava il veicolo extraterrestre. Eve e il
suo staff continuavano a lavorare per ottenere le autoriz-
zazioni necessarie dal governo Keniota per iniziare le ri-
cerche e un'eventuale trivellazione sul monte Kibo.
L’operazione era molto delicata. Non potevano parlare di
un’astronave, era comprensibile, e quindi dissero che du-
rante una spedizione precedente erano stati rinvenuti dei
manufatti antichi tra cui una pergamena che si riferiva
alla vita di un popolo primitivo della zona, e che erano
arrivati al punto di pensare che sul monte Kibo ci fosse
un libro sacro e un tesoro di valore inestimabile. La cosa
poteva suscitare l’interesse del Governo della Tanzania
che avrebbe guadagnato una montagna di soldi solo per-
mettendo di fare un paio di buchi sopra una montagna di
cinque mila metri, sempre sepolta dal ghiaccio. Era una
questione di giorni e saremmo partiti verso la scoperta
del secolo.
Ero tornato a casa perché quella spedizione sarebbe
stata dura. Mi allenavo un po', la mattina correvo e face-
vo flessioni. Sarebbe stato sufficiente per sopportare i
lunghi chilometri che avremmo dovuto affrontare, ma il
mio dubbio era sulle condizioni atmosferiche, pochi era-
no riusciti a raggiungere quella vetta, e di certo non vi si
erano accampati con tende e strumenti di lavoro raffinati
come avremmo fatto noi per le ricerche. Tutto era ancora
in forse, ma sembrava che qualche presenza “superiore”
ci stesse attirando a sè. Dicono che sulle vette del mondo
riesci a toccare il cielo, ti senti onnipotente, che ritrovi te
stesso. Ero sicuro che sarebbe stata un’occasione unica e
importante, quindi feci scorta di una buona dose di fidu-
cia e continuai con il mio allenamento.
La sera mi collegai su internet e m’informai con
l’ambasciata sull’esito dei visti. La procedura per i grup-
pi di lavoro a scopo di ricerca era molto più veloce e mi
dissero che il giorno dopo avremmo avuto i lasciapassa-
re. La partenza era sicuramente vicina. Si era deciso di
aspettare l’autorizzazione, ma dopo pochi giorni sarem-
mo partiti lo stesso per cercare di sbloccare le procedure
da lì. Ci avevano fatto capire che con un piccolo incenti-
vo ad alcuni funzionari del governo, avremmo avuto pre-
sto il via libera. Eravamo decisi a non cedere subito a
quella pressione. Anche se in Africa è una pratica molto
comune e sarebbe stata la nostra ancóra di salvezza.

La sera passai al negozio da Cyril per avvisarlo che


sarei stato via per un po' e lasciargli le chiavi di casa. Lo
trovai intento a ripulire e sistemare le ultime cose. Fu
molto felice di vedermi.
<< Ciao figlio mio. Ti vedo raggiante. Allora te ne vai
di nuovo con quella ragazza? >>
<< Si amico mio, andremo a scalare una montagna di
cinque mila metri, tra ghiacciai e intemperie. L'unica cer-
tezza che ho è che voglio seguirla e andare fino in fondo
al mio destino. Voglio realizzare con lei qualcosa di
grande e so che lì sul tetto del mondo c'è più di una sco-
perta per noi. C'è la nostra vita. >>
<< Vedo che porti il bracciale che ti ho dato. >>
<< Si, sarà il mio portafortuna ed un modo per averti
vicino durante il mio viaggio. >>
<< Grazie Michael. Pensavo di averti perso e invece
eccoti qua. >>
<< Cyril non ho mai avuto alcun dubbio, ero solo ar-
rabbiato. Tu sei l'unica persona vicino a un parente che
mi sia rimasta e voglio renderti partecipe delle mie con-
quiste e di ciò che sto per realizzare. >>
<< Ed io sarò sempre lì vicino a te >> disse con uno
strano velo di tristezza.
<< Cos'hai amico? Cos'é che non mi dici? >>
<< No, niente, questo fine settimana andrò in Day ho-
spital per un piccolo controllo. Da qualche tempo ho del-
le forti emicranie, dovrò fare una tac. Non preoccuparti,
non è niente di grave, appena avrò i risultati, ti avviserò.
>>
<< Mi dispiace non poterti accompagnare Cyril, que-
sto fine settimana partiremo per il Kenya. Vedrai che an-
drà tutto bene. >>
<< Ne sono certo. Non perdere anche quest’occasione
Michael, lo so che lì c’è la tua vita. Vedrai. >>
<< Grazie amico mio. Sei come un padre! >>
<< E tu un figlio! >>
Ci abbracciammo a cuore a cuore in un turbine di
emozioni e lacrime di gioia. L’indomani Eve mi avrebbe
detto che saremmo partiti molto presto.

Alle sette di mattina suonò il citofono. Eve mi stava


portando la colazione in camera e doveva dirmi anche
qualcosa d’importante. Io ero ancora assonnato, la voce
roca, andai ad aprire indossando una maglia.
<< Ciao amore, ti ho portato la colazione.
Eri sveglio? >>
<< Più o meno, comunque sapevo che mi avresti dato
notizie oggi. >>
<< Sì, infatti, i biglietti sono prenotati per stasera.
Passeremo a prenderti prima di mezzanotte, preparati tut-
to l’occorrente. L’attrezzatura per eventuali scavi o
esplorazioni l’abbiamo noi, non preoccuparti. >>
<< Sì, ma adesso vieni qua, ci sono ancora parecchie
ore prima della partenza. >>
Lei sorrise e si avvicinò con uno sguardo da felino,
così irresistibile.
<< Certo che anche appena sveglio sei molto sexy.>>
Ricambiai il sorriso invitandola sotto le lenzuola. Do-
po aver aperto la chiusura lampo, si fece scivolare giù il
vestito. Non portava nient’altro che quello. Il suo profu-
mo si diffuse per tutta la stanza. Era un misto di vaniglia
e rosa. Con una mano mi spinse sul letto e iniziò a ba-
ciarmi dappertutto.
Vibravo, come se una scarica elettrica avesse percorso
il mio corpo. Più mi sentiva eccitato e più scendeva ver-
so il basso. Eravamo in una sintonia perfetta, le nostre
anime si fondevano e percepivano la passione e l’eros. I
nostri fluidi ci percorrevano e scaldavano ogni singola
parte del nostro corpo. Nel momento più alto dell’atto
sessuale, non sentivamo più la materia, tutto era super- fluo
e le nostre auree toccavano il cielo arrivando fino nei
posti più sperduti dell’universo. Tutto poi si fece calmo,
ma rimanemmo abbracciati per un po'. Voleva- mo stare
vicini per sentire gli umori dei nostri corpi. Senza
pensieri e senza tempo. Ci guardammo intensa- mente
senza proferire parola. Ci amavamo e nient'altro.

Alle 23:30 le altre due persone del gruppo erano già


sotto casa ad aspettarci. Arrivammo in aeroporto con lar-
go anticipo. Dopo parecchie ore di volo, il giorno se-
guente, atterrammo al Kilimanjaro International Airport.
Ci aspettava un autista per portarci alla città di Moshi.
Soggiornavamo al Kilimanjaro Crane Hotel, piuttosto
spartano direi, ma con un terrazzo che permetteva la vi-
sta sul Kilimanjaro. Dopo esserci sistemati con tutte le
nostre valige pesanti, piene di attrezzature varie, facem-
mo una passeggiata per il centro.
La città di Moshi si presentava molto affascinante. Ci
fermammo al Bar Union Cafè, dove assaggiammo un
caffè prodotto da un gruppo di coltivatori locali che ave-
vano le loro piccole piantagioni ai piedi del Kilimanjaro.
Là incontrammo Kris, un anziano signore, nonno del
proprietario del locale, che ci si avvicinò curioso e, com-
prese le nostre intenzioni, ci guardò, e in un inglese poco
comprensibile, ci disse: << Siete qui per lei vero? Molti
si sono avventurati sulle pendici della montagna per cer-
carla, che vi credete! Nessuno è riuscito a trovare la stra-
da. Il popolo antico ha tramandato questa leggenda, ma
pochi sanno che non è frutto della fantasia, quel posto
esiste davvero e qui c'è una porta di accesso. Io lo so
perché da bambino mio nonno mi ci portava senza dirmi
nulla. Ci avventuravamo per i cunicoli sotto la montagna
fino ad arrivare a un vicolo cieco, per poi tornare indie-
tro. Poi in punto di morte mi svelò il segreto. Suo nonno
lo aveva confidato al nipote durante una scalata. Diceva
di aver trovato la strada. Era arrivato dopo molti giorni di
cammino dentro un antro enorme scavato nella roccia,
aveva camminato per giorni senza altri viveri, ma solo
con l’acqua dei torrenti sotterranei. Il suolo dell’enorme
caverna era completamente in pianura e di uno strano
materiale simile alla roccia, sicuramente una rara forma-
zione mineraria. Non si riuscivano a percepire le distan-
ze. Poteva aver camminato quasi per una settimana, que-
sto almeno raccontava. Era stremato, a un certo punto
cadde a terra e quasi moribondo si sentì sollevare e ac-
compagnare verso una piccola luce giallastra che prove-
niva dall'alto. Non era probabilmente più cosciente, ma
ricorda che quella luce diventava sempre più grande e
quando si risvegliò, era in piena forma e si ritrovò al
punto di partenza davanti all’ingresso del cunicolo.
Qualcuno o qualcosa lo aveva aiutato, lo aveva rimesso
in vita e riportato fuori dalla montagna. Non ricordava
più nulla, diceva solo che la leggenda era vera, esiste
davvero qui un ingresso per la città sotterranea e lui era
convinto di esserci quasi arrivato. >>

Eve ebbe subito un'intuizione, se lì sotto come si rac-


contava, esisteva davvero una civiltà antica e progredita,
sicuramente la strada l’avrebbe portata a ritrovare anche
il veicolo cui si riferiva l’iscrizione. Stravolgendo tutti i
piani in precedenza stabiliti, chiese all’anziano signore:
<< Potrebbe accompagnarci fin davanti a quell’ingresso?
Stiamo compiendo delle ricerche archeologiche e scienti-
fiche e credo che quello che stia descrivendo ci possa
portare proprio verso quello che stiamo cercando. >>
<< Si >> disse il vecchio, << non io però, l’età non
me lo consentirebbe. Si tratta di arrivare quasi a 5000
metri di altitudine, però mio nipote è un buon esploratore
ed ha lavorato nelle miniere. Lui può accompagnarvi
perché conosce la strada. >>
<< Grazie allora, affare fatto. La pagheremo bene
Kris, non si preoccupi. >>

La mattina dopo Loren era stato puntualissimo. Ci


aspettava davanti al locale con il suo pick-up. Era un ti-
pico ragazzo Masai corpulento, di circa venticinque anni,
molto cordiale e serio, vestito per la scalata, ma con la
tipica coperta rossa di cotone, la shuka, a coprirlo. I lobi
dell’orecchio poi, anche se ancora molto giovane, già
erano molto perforati.
Il popolo Masai aveva origini antichissime ed era sta-
to sempre nomade. Di solito erano pastori o agricoltori.
Secondo la tradizione, tutto ebbe origine con la risalita
del gran burrone da parte di Mamasinta, mentre è
l’analisi comparativa dei racconti orali e scavi archeolo-
gici a raccontarci della loro origine geografica: nativi
della valle del Nilo avevano preso parte alla grande mi-
grazione del XVI secolo. Da quello che ci raccontava
Kris la loro storia, si perdeva nella notte dei tempi e
dopo anni di spostamenti, alla fine si ristabilirono nel
loro po- sto di origine, l’attuale Kenya.
Loren ci spiegò il nostro percorso. Ci avrebbe portato
nella Rainforest dentro il Kilimanjaro National Park, ma
non nel percorso turistico della Marangu Route, sarebbe
stato un percorso alternativo per non dare troppo
nell’occhio e poter prendere il sentiero più diretto e me-
no battuto verso la nostra meta. Arrivati a 4000 metri,
dopo circa cinque ore di cammino sul monte Kibu, lui ci
avrebbe lasciati e noi avremmo dovuto camminare per
un’altra ora per raggiungere l’ingresso per la città sotter-
ranea.

Arrivammo davanti a questa maestosa meraviglia del-


la natura, sicuramente una tra le prime dieci al mondo.
All'orizzonte questo gigante grigio e bianco di roccia e
ghiaccio. Sembrava un Dio pronto da un momento all'al-
tro, a portarsi dietro tutto il mondo con sé. Davanti a noi
e ai suoi piedi la vallata, una distesa di fitti alberi, uno
accanto all'altro, come fosse una comunità in preghiera.
Subito fuori il deserto e la steppa che davano l'idea di es-
sere stati disegnati con degli acquarelli. Sembrava tutto
vuoto e desolato a prima vista, ma in quel quadro d'auto-
re ancora fresco, c'erano terra, acqua e vita. In alcuni
punti potevano vedersi mandrie di antilopi, anche leo-
pardi, gazzelle, elefanti e giraffe. Tutti disposti come so-
pra un modellino, sembravano immobili.
Eve si avvicinò alle mie spalle e vedendomi così in-
cantato, mi afferrò per la mano per sussurrarmi qualcosa
all'orecchio: << Vedi quelle due giraffe voltate verso la
montagna? Sono vicine, e sembrano godersi il panorama
spensierate. Ti dico una cosa delle giraffe, sono i mam-
miferi con il cuore più grande e quelle che l’hanno più
distante dal cervello. Sai cosa vuol dire? Che sono l'e-
sempio vivente di come usare il corpo. Di come do-
vremmo funzionare. >>
<< Intendi dire che usiamo poco il cuore e molto la
mente? Per questo siamo sempre infelici? >>
<< Si Michael è proprio per questo. Seguiamo poco il
nostro istinto e troppo i nostri pensieri. >>
<< Io adesso mi sento felice, ora che ti ho incontrato.
Ci sono momenti della giornata in cui mi sento totalmen-
te privo di pensieri e mi godo ogni momento che stiamo
passando insieme. >>
<< Perché siamo innamorati Michael. Possiamo anche
esserlo della vita, proprio come lo sono quelle due giraf-
fe e tutti gli animali che vedi e che vivono liberi nel pro-
prio habitat. L'amore è l'intenzione che ci metti col cuo-
re, sono queste le cose che ci renderanno veramente feli-
ci e realizzati. >>
<< Allora credimi Eve, voglio iniziare ad amare la vi-
ta come adesso amo te! >>
<< Anch’io Michael, anch’io ti amo. >>
Eravamo stretti così forte da sentirci una sola cosa.
Pronti a sostenerci nella vita e in questa stravagante av-
ventura.

Prima di entrare nella Rainforest, Loren si mise in gi-


nocchio a pregare il Dio Enkai, disse a noi di fare lo stes-
so e ci disponemmo tutti in cerchio. Finito, il rituale Lo-
ren ci disse che il Dio quel giorno era di un colore propi-
zio per l’inizio del viaggio e il suo buon umore ci avreb-
be accompagnato per tutto il tempo.
La foresta era molto umida e la camminata non si ri-
velò particolarmente ricca di emozioni, a parte
l’avvistamento di due blue monkeys che ci furono indi-
cate come segno ben augurante. Dopo quasi tre ore di
viaggio, uscendo dalla foresta, arrivammo su un altopia-
no a quasi 3000 metri di altezza. Lì alcuni Masai control-
lavano il loro bestiame e Loren ci indicò alcune capanne
per passare la notte. Dentro c'erano solo dei vecchi mate-
rassi e un catino di acqua per lavarsi. Sistemammo i sac- chi
a pelo, e prima di riposare mangiammo qualcosa. Nel
pomeriggio finimmo di sistemare il nostro accampamen-
to base e poi, dopo una serata piacevole intorno al fuoco,
Loren ci raccontò di una leggenda Masai:
<< Una leggenda Masai racconta che uno sciacallo
stremato dalle fatiche cui lo costringeva la continua ri-
cerca di cibo, si accorse, avvicinandosi a un villaggio,
che gli uomini di notte lasciavano fuori dalle protezioni
gli avanzi di cibo; pertanto, notte dopo notte, si recava al
villaggio e si nutriva abbondantemente e poteva così as-
sicurare il cibo anche ai suoi piccoli che lo aspettavano
nella tana.
Gli uomini si accorsero di queste visite notturne
dell’animaletto, ritennero utile la presenza di questo
spazzino e cominciarono a lasciare aperto il villaggio; lo
sciacallo prese confidenza ed entrando capì di poter ave-
re facile accesso al cibo e all’acqua e decise di restare.
Dopo tempo però iniziò a sentire nostalgia della savana e
fuggì.
Incontrò i suoi simili e questi vedendolo così ben nu-
trito gli domandarono dove fosse stato e cosa avesse fat-
to; lo sciacallo raccontò della convivenza con gli uomini
e della vita facile che aveva fatto dopo tanto tempo, fi-
nalmente non sarebbe stato più costretto a penare per
trovare cibo e acqua. Gli amici si stupirono e furono feli-
ci per lui, ma uno di loro, guardandolo, gli domandò cosa
fossero i segni che aveva sul collo e lo sciacallo rispose:
<< di giorno mi mettevano una catena al collo e mi lega-
vano a un palo. >>
Allora gli altri sciacalli gli gridarono contro: ” vergo-
gna, è molto meglio faticare e lavorare duramente ed an-
che patire la fame, piuttosto che perdere la libertà”. >>
La notte era così luminosa, le stelle sembravano pic-
coli animali liberi e spensierati che illuminavano la no-
stra avventura. Qui si respirava veramente un grande
senso di libertà. Ci si sentiva sul tetto del mondo
Dopo qualche minuto di silenzio e pace, Loren riprese
la parola per spiegarci dell’indomani:
<< Il percorso che andremo a percorrere domani per
raggiungere il Kibo Hut, è un lungo tratto in una distesa
pianeggiante desertica che ci porterà alla base dell’Uhuru
Peak, lì, vi lascerò indicandovi il percorso segreto verso
l’ingresso di Agarthi. Ora però non pensateci. Andate a
riposare e domani vi verrò a svegliare con del buon latte
di mucca. Buonanotte! >>
<< Buonanotte Loren! >> Ripetemmo insieme. Qual-
cuno sbadigliando.
<< A domani. >>
Io ed Eve ci sistemammo in una tenda con un sacco a
pelo matrimoniale. Eravamo stanchissimi, senza dirci
niente ci addormentammo all’istante. Quella notte feci
un sogno bellissimo.
Mi ero perso dentro una fitta boscaglia, sentivo i miei
passi veloci e scoordinati e i miei respiri affannati. Non
sapevo più da che parte andare per ritrovare il campo.
Provavo a gridare forte il nome dei miei compagni ma
dalla bocca non usciva nessun suono. Questo mi agitava
ancora di più e mi faceva perdere la bussola. Ero dispera-
to e avevo una grande paura. Non mi avrebbero più ri-
trovato, mi sarei perso in mezzo a quella foresta fredda e
umida. Avrei vagato per giorni e mi avrebbero ritrovato
come il leopardo della storia di Loren. A un certo punto
iniziavo a sentire qualcosa di molto grande e minaccioso
che mi seguiva. Il suo suono era sordo e continuo e si
avvicinava sempre di più. Iniziavo a correre con il cuore
in gola, più veloce che potevo, ma continuava ad avvici-
narsi. Prendevo coraggio per capire cosa mi stesse brac-
cando e, continuando di fretta, a un certo punto decisi di
girarmi. Davanti ai miei occhi un'enorme sfera luminosa
blu elettrico emetteva un suono secco e vibrante a inter-
mittenza, che mi entrava nella testa e mi faceva impazzi-
re. Mi sentivo perso e sfinito, non riuscivo a seminarla e
temevo che presto mi avrebbe schiacciato inevitabilmen-
te. Ecco, il momento dell’impatto era arrivato. Mi ab-
bandonavo al mio destino. All’improvviso silenzio, la
sfera era sparita, niente più rumore. Solo silenzio. Inizia-
vo a sentirmi meglio, nella bocca e nella testa avevo an-
cora una sensazione metallica e fastidiosa che in pochi
secondi scomparve. Sembrava di avere dell’ovatta nei
canali auricolari. Sentivo salire una linfa calda dalle piante
dei piedi. Ero come immobilizzato. Il mio corpo era
preso da qualcuno che fluttuando mi portava per al- cuni
metri sopra le montagne, poi mi rimetteva a terra di
fronte ad una grande campana di vetro. Al centro un
bambino di un’età indefinita, mi sorrideva e mi trasmet-
teva una pace incredibile. Sembrava un Buddha, non par-
lava, non emetteva alcun suono, però mi stava dicendo
più di quanto avrebbe potuto fare con le parole. Mi fissa-
va e mi faceva capire che dovevo lasciarmi andare. Poi
un suo cenno con il capo per farmi intendere che ci sa-
remmo incontrati di nuovo.

Mi destai dal mio sonno sentendomi pieno di amore e


gioia di vivere. Quel bambino custodiva in lui una sag-
gezza antica e assoluta, ma anche molto familiare. Poi
quel sorriso ricco di essenza vitale e amore incondiziona-
to. Avevo sognato? No di sicuro. Quello che avevo visto
era un dono che mi sarei portato nel cuore per i giorni a
venire.

Sono molti i nomi attribuiti nella storia a quello che


tutti definiscono “il regno invisibile” o regno degli “im-
mortali”. Agarthi, Shamballa, Shargri-la, la casa del Re
del mondo. Alcuni situano tra la catena dell’Himalaya,
alcuni in Perù, altri ancora in Asia o nel deserto dei Gobi
in Mongolia. Pochi sono i riferimenti alla catena mon-
tuosa Africana. Esiste una leggenda dei Masai che narra che
presso la vetta occidentale, detta dai Masai la casa di
Dio, ci sia la carcassa di un leopardo. Nessuno ha mai
saputo spiegare esattamente cosa cercasse il leopardo a
quell'altezza.” Invece noi Masai lo sappiamo. Le leggen-
de spiegano che il leopardo inseguì per tre giorni una
gazzella che, disperata, cercò rifugio tra le braccia del
Dio Ngai, Lui lo accolse e non diede aiuto al leopardo. Il
suo scheletro giace ancora oggi sulla montagna. Il senso
che è dato alla storia è questo: chi corre verso Ngai deve
avere pensieri buoni; chi gli va incontro con pensieri cat-
tivi, muore prima di averlo raggiunto.
Kilimanjaro significa “Montagna di luce”. Il Dio Ngai
si dice che sia l’equivalente del Re del mondo nelle leg-
gende Andine. Vivrebbe sotto terra all’interno di una
città misteriosa e nascosta alla vista umana e che sarebbe
accessibile attraverso una serie di cunicoli sotterranei,
sapientemente scavati dagli dei, solo con il potere della
mente. La leggenda dice che il Kilimanjaro sia la mano
destra del dio Ngai, il Kenya, la mano sinistra e il Ru-
wenzori, il suo cuore, quello che fa nascere, mantenere e
spegnere la vita. Dalle tre montagne, nel sottosuolo, Ngai
protegge tutto il creato che si distende ai suoi piedi. Per
questo ha voluto che gli uomini si avvicinassero a esse
con devozione, chiamandole Montagne di Luce. Noi ci
approcciavamo proprio con quella stessa devozione, con
rispetto e pienamente consapevoli che la parte esterna di
quella meraviglia naturale era solo un piccolo assaggio di
tutto quello che avremmo scoperto al suo interno.
Eravamo pronti a quindici giorni di viaggio sotterra-
neo. I nostri due amici, Max e Julius, erano esperti spe-
leologi. La nostra attrezzatura consisteva in caschetti di
materiale plastico di ultima generazione, leggeri e como-
di da indossare. Pantaloni e giacche impermeabili. Torce
elettriche per le emergenze e lampade al carburo per i
percorsi bui, che potevano essere fissate al casco, aveva-
no una lunga autonomia. Queste lampade permettevano
di illuminare con luce intensa e forte, grazie ad una mi-
scela di carburo di calcio e acqua che a contatto con
l’ossigeno creava una luce simile a quella solare. Poi
c’erano svariate provviste alimentari, medicine e scorte
di acqua. Le corde e gli strumenti di base per scalfire la
roccia e aprirsi varchi erano tutte legati a una cintura. Gli
zaini con tutto l’occorrente erano fissati alle spalle con
delle imbracature molto resistenti.
Le grotte costituirono un ambiente ideale di riparo,
spontaneamente concesso dalla natura ai nostri antenati;
era sufficiente un focolare con cui riscaldare l'ambiente,
cuocere le vivande, illuminare la notte e tenere lontani
gli animali, per farne una dimora idonea. La temperatura
interna delle grotte era sempre tra i sette e i nove gradi,
senza grandi escursioni termiche e con abbondanza di
acqua. Se non fosse per la mancanza di luce solare, sa-
rebbe stata una dimora adeguata per qualsiasi essere
umano.

Loren ci svegliò di buona ora alle quattro di mattina.


Preparammo la colazione e poi con lo zaino in spalla
eravamo pronti per il viaggio. La nebbia era fitta e ci
permetteva a mala pena di vedere dove mettevamo i pie-
di. Loren conosceva bene la strada e la poca visibilità ci
avrebbe permesso di arrivare sulla vetta prima di molti
turisti, in modo da poter prendere l’ultimo tratto di strada
che ci avrebbe portato a quello che qui chiamavano “tu-
bo”. Si trattava di cunicoli profondissimi scavati a suo
tempo dalla lava. Uno di questi, apparentemente un vico-
lo cieco, in realtà aveva un ingresso ben camuffato da cui
passare per iniziare a scendere nella profondità della ter-
ra. Davanti a noi quasi sei ore di cammino verso Uhuru
Peak, 5 mila 895 metri d'altitudine. Il cielo ancora un
tappeto di stelle. Il sentiero sembrava un serpente lumi-
noso che saliva lentamente. Tra la nebbia e ancora il buio
della notte, non si aveva percezione delle distanze, però
Loren era una buona guida e dopo quasi cinque ore di
cammino decise di fermarsi, di farci riposare e di prepa-
rarci uno spuntino, prima di congedarsi.
Lo spettacolo dell’alba da quel punto era qualcosa da
togliere il fiato. Ci guardammo esterrefatti, la stanchezza
iniziava a farsi sentire, ma la magia di quel momento, le
particelle di luce che placide iniziavano a massaggiare il
nostro viso, faceva sparire ogni fatica. Ancora una volta la
luce che vince sul buio, mostrandoci in tutto il suo
splendore quei luoghi che avevamo appena raggiunto.
Loren interruppe per un momento quella visione cele-
stiale.

<< Allora ragazzi, questo è il punto in cui devo la-


sciarvi. La strada sarà ancora in salita, almeno per
un’altra ora. Il percorso è segnato da piccole piramidi
bianche e rosse su alcune rocce. Camminate sempre drit-
to e seguite le orme già presenti. A un certo punto capire-
te di essere arrivati perché sulla destra vi apparirà una
grande roccia a forma di elefante, ma a voi interessa il
punto che v’indicherà con la sua proboscide. E’ una zona
proibita e sacra, neanche alla nostra gente è permesso di
avvicinarsi. Ai turisti si dice che sia pericolosa e che fi-
nisca in un precipizio. Voi avete la benedizione del Dio
della montagna. Sa che il vostro scopo è altissimo e vi
permetterà di vedere la via di accesso al mondo degli
immortali. Non abbiate paura, avvicinandola sembrerà di
stare per cadere nel vuoto, ma è un effetto ottico, in
realtà appena sentirete le prime vertigini, vedrete che c’è
una specie di scala che scende tra cespugli e vegetazione.
Prendetela e dopo pochi metri sulla destra, coperta da un
grande albero, troverete la vostra grotta. Il “Tubo” vi
porterà dritti nei cunicoli dentro la montagna, fino nella
cavità della terra. Ricordate che mio nonno raccontava di un
incavo enorme e apparentemente senza nessun punto di
riferimento. Vi potreste perdere facilmente. Cercate un
punto base in cui fissare le tende e tutto l’occorrente per
dormire, e poi aspettate una notte per muovervi verso la
città di luce. Vi auguro di avere la grazia di Dio e di fare
la scoperta più grande della storia. Ciao ragazzi! >>
Loren ci versò un bicchiere di latte e sangue di mucca,
tipico della cultura masai. Senza storcere la bocca, be-
vemmo alla nostra salute e ci abbracciammo come dei
vecchi amici.
Dopo meno di un'ora eravamo davanti all’ingresso per
la città eterna. Era ben nascosto come diceva Loren.
All’interno c’erano vari detriti e polvere accantonata.
Presumibilmente, dopo il viaggio del nonno di Kris, nes-
sun altro uomo aveva messo piede al suo interno. Il se-
greto era stato ben custodito e adesso toccava a noi scen-
dere un’altra volta in quelle profondità. Per molti era un
giorno come un altro, che come ogni giorno entrava in
noi per farsi spazio, ma per noi era diverso. Comprende-
vamo in che modo questo giorno memorabile stesse oc-
cupando posto dentro ognuno di noi. Ci spingeva la cu-
riosità, il coraggio e la certezza che lì dentro avremmo
trovato quel veicolo sepolto da un’antica civiltà, che a
quanto pare viveva ancora in qualche posto nascosto sot-
to la crosta terreste.
Capitolo 5
Viaggio al centro della terra
Guardammo per un’ultima volta il sole prima di esse-
re inghiottiti dal buio dell’ignoto. Zaini in spalla e lam-
pade accese.
Personalmente sentivo come se una parte della mia vita
fosse appena conclusa e una nuova stesse per iniziare,
avevo l'esigenza di resettare tutto per ripartire da zero.
Quel buco nero in verità per me era la luce, era quello
spillo che immaginavo fosse visto dai bambini un attimo
prima di venire al mondo. La curiosità, che è nella natura
umana, è così grande da farci rinunciare alla plenitudine
del ventre materno per seguire quella luce. Io stavo pro-
vando lo stesso irrefrenabile desiderio di nuovo. Non vo-
levo più accontentarmi, avevo l'esigenza immediata, an-
cora una volta, di rinascere, e questa era la mia occasio-
ne.

La guida si chiamava Max, esperto speleologo, ed era


il più giovane del gruppo. Sarebbe stato il nostro punto
di riferimento. Iniziammo la discesa in quello che era un
tunnel di rocce calcaree. Sembrava di essere inghiottiti
da una grande bocca, verso lo stomaco della terra. La
galleria che avremmo dovuto attraversare era naturale, e
proprio per questo dovevamo procedere con cautela.
C’era un silenzio quasi surreale, cui ci saremmo abituati
con il tempo. Bisognava fare attenzione, le parole sareb-
bero state risparmiate per i momenti di riposo. Dopo al-
cune ore di cammino, ci accorgemmo che le pareti filtra-
vano acqua potabile, allora ci rifocillammo per un po',
facendo uno spuntino e ricaricando le borracce e le lam-
pade a carburo.
Max prese per primo la parola: << Sapete, ho esplora-
to tanti ambienti sotterranei fino a ora, ma qui si sente un
silenzio fuori dal comune, neanche il gocciare dell'acqua
a volte. Se non fosse per i nostri passi, sembrerebbe un
ambiente senza vita. Eppure ho notato alcune caratteri-
stiche atipiche, come se qui dentro qualcuno abbia ap-
portato modifiche per scopi personali. La cosa strana è
che però non sembra opera di attrezzature o di prodotti
chimici, è come se qualcuno abbia plasmato la roccia du-
ra come si usa fare con la creta. Per capirci solo una tec-
nologia evoluta potrebbe riuscirci. Ricordo la storia dei
due scalatori europei che il 5 ottobre 1889, raggiunsero
la cima più alta del Kilimanjaro. Erano Hans Meyer in-
sieme all'alpinista professionista Ludwig Purtscheller e
la guida Johannes Kinyala Lauwo. Molte ipotesi si fece-
ro su quella spedizione. Alcune malelingue, forse condi-
zionate dalla lettura delle pagine fantastiche di Giulio
Verne, affermarono però che dietro la spedizione non si
celava solo lo splendido sogno di civilizzazione europea
delle selvagge terre nel continente nero, ma
un’esplorazione ben più avventurosa: quella delle pro-
fondità della terra. Pare, infatti, che i due esploratori fos-
sero fanatici delle teorie di John Cleves Symmes che nel
1819 dichiarò in un congresso che la terra era cava e abi-
tata al suo interno. L’ingresso per questo luogo intra-
terrestre era indicato di solito ai poli, mentre da alcuni
manoscritti di era platonica, decifrati da un noto classici-
sta Von Wilamowitz Möllendorf, sembrava che la via
per il centro della terra cava era da localizzarsi da qual-
che parte a sud dell’equatore e che il Kilimangiaro era
stato identificato dai due come la nuova porta per Sham-
balla o addirittura l’ingresso per il giardino perduto
dell’Eden! >>
<< Questa cosa mi mette un'adrenalina addosso! Il
giardino dell'Eden! >> disse entusiasta Eve, senza pensa-
re a quanto pesasse, dopo un'ipotesi come questa, il suo
nome di battesimo. Forse non era là proprio per caso.

Max e Julius continuavano a lasciare tracce sul nostro


percorso come di consueto. Camminavano ormai da ore
e ogni piccola accortezza come questa poteva permetter-
ci, in caso di un vicolo cieco, di poter tornare sui nostri
passi e prendere un'altra strada. Avevamo acqua e viveri
per più di dieci giorni, così nel caso avessimo deciso di
separarci in due gruppi, ne avremmo avuti a sufficienza
anche per tornare. Dopo un'altra ora di cammino davanti
a noi apparve una parete di roccia alta circa cinque metri.
A una prima occhiata poteva sembrare che non potevamo
procedere, ma Max da esperto esploratore delle caverne
sapeva che quasi sicuramente si nascondeva un passag-
gio non lontano da lì. Ci disse di aspettare e si diresse
poco più avanti, tenendo la sinistra rispetto a noi. Lo ve-
demmo sparire pian piano nel buio. Noi rimanemmo in
attesa di un suo segnale.
Dopo circa dieci minuti tornò indietro e ci invitò a se-
guirlo. Aveva individuato un corso d'acqua che scendeva
da una parete, il fascio di luce della torcia aveva scoperto
l'origine di quella piccola cascata naturale. Era una fessu-
ra che a occhio e croce si trovava almeno a sette metri di
altezza, che avrebbe permesso il nostro passaggio. Fissò
alcuni chiodi sul muro e ci fece imbracare con le corde,
uno per volta dietro di lui. Sarebbe stato molto difficolto-
so, ma non vi erano alternative, a parte quella di tornare
indietro. L'ostacolo più grande non era tanto la parete
verticale, ma l'acqua che incessantemente, come una pic-
cola cascata, ricadeva sui nostri visi offuscando la vista.
A quel punto dovevamo necessariamente imparare a fi-
darci dell'istinto e del nostro tatto. Cercavamo di salire
pian piano seguendo Max e le sue istruzioni. Lui fu il
primo ad arrivare in cima e s’infilò contro la corrente
dell'acqua, dentro il cunicolo. Dietro di lui tutto il resto
del gruppo, uno per volta. Strisciavamo in pochissimo
spazio, completamente zuppi di acqua, e col fiato corto,
sembrava non finisse più. La preoccupazione era che si
arrivasse a un punto morto, dove il passaggio era talmen-
te stretto da non permetterci di procedere oltre.
Un grido di gioia squarciò improvvisamente la tensio-
ne, era Max: << Ragazzi non sapete che posto incredibile
stanno guardando adesso i miei occhi. >> Io ero qualche
metro dietro Julius, mi tirai su e feci per uscire dal cuni-
colo. Ero ancora immerso nell'acqua, ma dritto in piedi,
mi asciugai il viso e rimasi fermo e stupito da uno spet-
tacolo che aveva dell'incredibile. Una distesa di acqua
formava un lago verde smeraldo, il colore era dato dal
riflesso di alcuni cristalli grandi come un braccio. Erano
incastonati sulla roccia tra una stalattite e un'altra, le
punte convergevano tutte verso la stessa direzione, come
a illuminare un enorme cristallo di roccia naturale, posto
al centro del lago. Sembrava un disegno divino, un mau-
soleo architettato dalla natura per celebrare un inno alla
bellezza. Tutti istintivamente posammo gli zaini sul lem-
bo di terra che avevamo alla nostra destra, ci disponem-
mo in semicerchio, tutti rivolti verso il cristallo.
Notammo che all'interno vi si era formato un disegno,
come una nuvola di fumo, qualcosa di magico e mistico
allo stesso tempo. Decidemmo di restare lì e di accam-
parci, sarebbe stata la nostra nuova base di partenza.
Ringraziammo il cielo per averci donato ancora tutto
quello stupore. << Il cielo! >> pensai << chissà dove sarà
ora il cielo, e quali colori, nuvole o stelle lo accom-
pagneranno. Possiamo solo immaginarlo, solo immagi-
narlo. >>

Esistono diversi tipi di paesaggio e capire il modello


geologico, comprendere il significato della sua storia,
vuol dire aprire gli occhi sul mondo in cui viviamo. Que-
ste cavità a un primo impatto visivo erano di origine car-
sica, scavate da almeno due corsi d'acqua differenti ma
sotterranei. Rocce per lo più calcaree in continua tra-
sformazione, attraverso l'erosione, ma anche formazioni
saline e di gesso rilasciate da alcuni tipi di roccia presen-
ti. Adesso ci trovavamo di fronte ad un prodigio della na-
tura, un santuario scavato e plasmato dal tempo e senza
tempo. Sembrava come se il creato avesse voluto giocare
con la materia e con tutti gli strumenti grezzi messi a di-
sposizione da questo pianeta. E li avesse scelti accurata-
mente per qualità, attitudine, colore e poi posti in modo
maniacale e preciso.
Tutto ciò che ci circondava in quel preciso istante,
iniziava e finiva senza fermarsi mai, perché lo sguardo
partiva da un piccolo particolare per poi convergere ver-
so il centro, il cristallo. Questo minareto trasparente e lu-
cente, aveva un non so che di divino, come un maestro,
nella posizione del Loto, impegnato a infondere all'uomo
i suoi illuminanti insegnamenti. Sembrava vivere di vita
propria, era come se ci parlasse telepaticamente, come se
trasmettesse una pace e una serenità indescrivibili. Ci
sentivamo pieni di energie .
Sistemammo i nostri giacigli per la notte, program-
mando la sveglia per il giorno seguente. Fuori all'aria
erano circa le 22:00. Ebbe teneva il tempo aggiornandoci
sulla posizione del sole e le fasi del giorno fuori dalla
grotta. Era un modo per allenare la mente, non disabi-
tuarla ai ritmi terrestri che qui erano impercepibili. Quel-
la notte ci addormentammo con la consapevolezza di un
pensiero comune, il misterioso cristallo in mezzo al lago.
" Benvenuti amici della terra, Pace a voi e ai vostri cuori.
Io sono l'anima del regno degli immortali, ma lo sono
anche di voi esseri umani. Vedete, ciò che troverete qui
sotto non è altro che l'evoluzione della vostra razza. Voi
siete qui perché avete sentito la chiamata, avete tra- dotto
il nostro slancio d’amore incondizionato meglio di tanti
altri. Alcuni passaggi per questi sentieri sotterranei sono
abilmente occultati. Voi li avete visti con gli occhi di chi
riesce a vedere. Vi starete chiedendo cosa è questo posto.
Una volta era un posto di preghiera per uomini speciali
portatori di luce sul vostro pianeta. Come vostre guide
spirituali, si riunivano qua a pregare con me per la sorte
della loro gente, per poi ritornare ai loro incarichi. C'è
stato un tempo in cui la sola intenzione di un cuore puro,
poteva spostare montagne, e non era semplicemen- te un
modo di dire. Ciò che hanno visto i vostri occhi è
opera di questa intenzione. Non sono state mani e sudore a
creare questo posto sacro, ma la volontà di sentirsi un
tutt'uno con il ciclo universale delle cose. Lo spirito
dell'uomo e la potenza della vita si sono unite per per-
mettere che si costruisse un posto ideale per la crescita e
la grandezza. Tutto dovrebbe nascere in questo modo.
Dal più piccolo granello di polvere, all'universo! Adesso
vi voglio lasciare al vostro riposo. Il viaggio è ancora
lungo avremo modo di riparlarne, quindi nessun addio o
arrivederci. Al vostro risveglio saprete come continuare.
Avete tutte le mie benedizioni."

Era stato un sogno così intenso. Ci svegliammo di


buon ora e con la medesima grande curiosità, quanti ri-
cordavano quelle parole?
<< Avete sentito tutti la stessa cosa ragazzi? >> dissi
io istintivamente.
<< Cosa Michael? Di cosa parli? >> mi risposero in-
sieme Max e Julius.
<< Ho sognato che il cristallo in mezzo all’acqua par-
lasse. Mi è sembrato di capire che il messaggio fosse ri-
volto a tutti noi. >>
<< Ma lo avrai sognato Michael, sarà stato solo un
sogno.>>
<< A questo punto credo di sì, che altro posso pensa-
re. Vi preparo la colazione e poi si riparte subito. >>
Mentre ero intento a scaldare del caffè per tutti, dietro
di me arrivò Eve, che sicura di non essere sentita dagli
altri mi disse:
<< Sai Michael, quella voce l’ho sentita anch’io sta-
notte, ma non è la prima volta. Io questo posto lo sogna-
vo già da un po', ma senza sapere che potesse essere qui
sotto, coperto dalla montagna. Sognavo sempre un lago,
dove a un certo punto appariva, dalle profondità, questo
enorme cristallo. Dapprima mi abbagliava con la sua lu-
ce, poi iniziavo a sentire quella voce che mi diceva solo e
sempre di partire e che avrei trovato qualcuno con cui
raggiungere la felicità. >>
<< Incredibile Eve! >>
<< Sì, non credevo ai miei occhi quando ho messo
piede qui dentro. Ho capito che quello che facevo non
era solo un semplice sogno, ma il mio corpo viaggiava
fino a questo luogo per ricevere un messaggio. Poi sta-
notte quella voce che mi ha parlato di questo posto, di
com’è stato costruito e di cosa siamo venuti a fare qui.
Alla fine scoprire che anche tu lo hai sentito, quindi era
indirizzato anche a te! >>
<< Questo è il nostro viaggio Michael >>
<< Perché gli altri non l’hanno sentito? >>
<< Sono convinta di una cosa, che per loro c’è un al-
tro destino! >>
Finì di dire quella frase e mi baciò: << Ora vai, ti
aspettano, portagli il loro caffè! >>
Bevemmo, sistemammo le ultime cose, chiudemmo il
campo e partimmo verso le profondità della terra. Max
sempre in prima fila, seguiva un percorso solcato da un
vecchio corso d’acqua. Portava quasi sicuramente a
un’altra galleria. Camminammo almeno un’oretta buona,
accorgendoci che il solco ora si ramificava in due più
piccoli, per pochi metri, davanti a noi. Illuminammo i
due percorsi, ora di fronte a noi c’erano due distinte gal-
lerie. La prima a destra era molto stretta e alta non più di
un metro e mezzo. La seconda di sinistra invece era mol-
to ampia e più confortevole come se fosse stata scavata
da alcuni minatori. Ci trovavamo davanti ad un grande
dilemma. Quale dovevamo scegliere? Se ci fossimo av-
venturati in quella sbagliata, il rischio era di rimanere
senza viveri e di dover tornare indietro, rischiando di
compromettere la nostra ricerca. Eve si ricordò di quello
che si erano detti con Michael, del fatto che sembrava
che le strade dei quattro avventurieri si stessero per divi-
dere. Questo aveva capito dal messaggio. Era giunto solo
a lei e Michael, Max e Julius non sapevano niente e pro-
babilmente chi gli aveva parlato gli stava anche sugge-
rendo di sfruttare quell’occasione per proseguire da soli,
perché quello era il loro destino. Max e Julius erano mol-
to esperti e se la sarebbero cavata, ma per lei e Michael
c’era qualcosa di fondamentale lì dentro e dovevano con-
tinuare se volevano raggiungerla.
Lo propose a Max che in un primo momento sembra-
va molto perplesso, ma poi decise di accettare. Avendo
di fronte due possibilità avremmo potuto esplorarle en-
trambe per qualche chilometro per poi ritrovarci al punto
di partenza e decidere quale fosse la migliore. Avremmo
usato ognuno la nostra sagola guida fissandola
all’esterno per poi puntellarla ogni dieci metri all’interno
dei due passaggi. Non avremmo percorso neppure un
metro senza l’ausilio della sagola. La sagola sarebbe sta-
ta l’unica via per ricondurci all’esterno.
Ci salutammo con un abbraccio. Ci saremmo rivisti al
massimo dopo due giorni di cammino, ma la sensazione
che sentivamo dentro era che non ci saremmo più incon-
trati, che dovevamo separarci per sempre, ognuno per ri-
scoprire se stesso. A noi capitò il percorso più agevole,
avremmo camminato in posizione eretta e con molto più
spazio a disposizione. Legammo la corda guida e ini-
ziammo a percorrere la galleria. I nostri piedi posavano
sopra un terreno molto liscio e morbido. Sembrava sab-
bioso e asciutto e senza alcun ostacolo. Di tanto in tanto
fissavo la corda guida che avremmo usato al ritorno per
rientrare. A differenza di altre gallerie non c’era nessun
segno di erosione o formazioni di altro genere. Sembrava
fosse un corridoio progettato per raggiungere qualche
stanza segreta. Cercavamo di capire se fosse stata la scel-
ta giusta, la maggior parte dei tratti erano in discesa e
pensare di dover risalire all’indietro era già faticoso. Do-
po quasi tre ore di cammino decidemmo di fermarci a ri-
posare. Nello stesso tempo ero intento a cercare del cibo
dallo zaino, e avvertii qualcosa.
<< Eve spegni subito la lampada presto! >>
<< Cos’hai Michael? >>
<< Spegnila subito! >>
In un attimo tutto diventò buio. Quel nero che solo chi
è stato in una grotta può capire. Qui la luce non esiste, la
notte è una notte vera, non hai scampo. Sei solo tu con
lei e lei con te, senza nessun altro spiraglio. Stavolta Mi-
chael ci aveva visto bene, questa volta quella totale oscu-
rità aveva qualcosa di molto anomalo per un ambiente
sotterraneo. Chiese a Eve se fosse solo un miraggio quel-
la piccola luce in fondo al tunnel che vedeva, si chiedeva
se fosse solo uno scherzo della sua immaginazione, forse
la speranza di rivedere brillare il sole.
<< No Michael non ti sbagli, la vedo anch’io! Non
può essere possibile, dai miei calcoli siamo alcuni metri
sotto il livello del mare! >>
<< E allora cos’è quel riflesso? Alziamoci dai, cer-
chiamo di non perderla di vista. Rimettiamoci in cammi-
no senza torce, è l’unico modo. >>
Con molta cautela rimettemmo le nostre cose negli
zaini e iniziammo a camminare in fila indiana, uno dietro
l’altro, legati per la cinta da un moschettone. Dimenticai
di segnare il percorso con la corda, ma tanta era la curio-
sità per qualcosa di così inaspettato e fuori da qualsiasi
situazione. Era come se quella visione fosse tutto ciò che ci
rimaneva dopo giorni e giorni di discesa. Quella voce ci
diceva di seguirla e di non guardarci più indietro per
nessun motivo, senza esitazione. Soltanto noi due, e
qualcosa di più grande che ci stava aspettando. Era lì a
pochi passi e questa volta eravamo entrambi decisi a non
fermarci.
Quella che era solo una punta di spillo, diventava
sempre più ampia, ma allo stesso tempo sfocata e diffu-
sa. Non si trattava di qualcosa di puramente illuminato,
ma di una sorta di nebbiolina giallastra e rosata che si af-
facciava serpeggiando dentro quel buco. Sapevamo di
essere quasi arrivati quando quella specie di vapore ci
avvolse completamente. Fu qualcosa di ancora più spiaz-
zante del buio precedente. Vedevamo quei colori sgar-
gianti e lucenti. I nostri occhi non avevano percezione
alcuna di ciò che accadeva. Il nostro corpo pian piano
sembrava dissolversi senz’altra precisa consistenza e in-
sieme con lui anche i nostri pensieri e le nostre numerose
domande svanirono. Quello che provavamo era
l’Assenza assoluta, che poi in un istante si tramutava in
Presenza totale. Percepivamo solo il nostro respiro, la
Vita. Ogni volta che inalavamo aria, se ne andava anche
un po' della nostra struttura, lasciando spazio al noto e
all’ignoto. Senza più identità o nome, inalammo il nostro
ultimo respiro: Solo il Silenzio ora…
Ci ritrovammo sospesi in verticale, al centro di
un’enorme distesa di un prato verde in fiore. Il cielo era
di un blu cobalto, la luce che proveniva da un sole inter-
no proprio sopra le nostre teste, e che sembrava essere
velato da un sottile ma denso strato di vapore. I nostri
piedi non toccavano terra e c’era uno strano silenzio
ovattato, come se qualcuno ci avesse messo un silenzia-
tore nei timpani. L’idea era di essere usciti dai sotterra-
nei, ma la percezione non era propriamente familiare.
Come se vedessi il mondo ricostruito su un set cinema-
tografico degli anni 80.
A un certo punto cercammo di emettere un urlo, ma le
nostre bocche non emettevano alcun suono. Quella rea-
zione era dovuta a ciò che avevamo appena visto. I nostri
corpi erano senza alcuna consistenza, al posto delle mani
e dei piedi c’erano dei filamenti bluastri con pagliuzze
gialle oro, stavamo riflettendo l’ambiente circostante, ci
sentivamo infatti, un tutt’uno col paesaggio. Ma il più
grande spavento era provocato dalla visione sottostante
dei nostri corpi nudi, in posizione fetale, stretti uno con-
tro l’altro in un incastro perfetto, proprio al centro di un
ideale spazio di cui ancora non capivamo le distanze.
Formavamo esattamente il simbolo del Tao, però era di-
verso da quello che conosciamo, perché poi, le linee
esterne, proseguivano formando due spirali, una indipen-
dente dall’altra che si aprivano verso l’esterno
all’infinito, perdendosi al nostro sguardo. La stessa cosa
si disegnava sopra i nostri corpi eterici, da sopra al no- stro
capo fino a quell’ipotetico sole che ci illuminava. Erano
due figure esattamente speculari, una sotto con co- lore
verde e oro, l’altra sopra color blu cobalto e madre-
perla. Un'incantevole visione, ma il nostro pensiero an-
dava a quello che sembrava un’anomalia, e cioè i nostri
corpi apparentemente vuoti che dormivano lì sotto. De-
cidemmo insieme di avvicinarci con cautela, per scrutare
in modo più dettagliato. Ci accorgemmo che ci avevano
lasciato solo due oggetti, uno era il bracciale che mi ave-
va restituito Cyril, l’altro al dito di Eve era un anello an-
tico di cui mi aveva parlato e che era stato ritrovato du-
rante un precedente scavo. Con quelle che potevano es-
sere le nostre dita, toccammo i due oggetti.
All’improvviso ci sentimmo risucchiati in un vortice po-
tentissimo, all'interno dei nostri corpi, insieme con noi,
sembrava che tutto il resto venisse mangiato allo stesso
modo da quell’enorme sfera sospesa su di noi. In un at-
timo tutto sparì e ci ritrovammo senza vestiti, di nuovo
nei nostri corpi e in quello che ci sembrava un enorme
antro sotterraneo. Stranamente non sentivamo freddo, la
superficie su cui eravamo adagiati era morbida e piace-
vole. Ci sentivamo ancora un po' storditi e appesantiti.
Restammo ancora un po' immobili cercando di capire co-
sa fosse successo, ma soprattutto dove ci trovavamo. A
parte il suolo, di una strana formazione mineraria che
non riuscivamo a catalogare, e una luce diffusa e leggera,
che non capivamo da dove provenisse, non c’erano altri
punti di riferimento. L’orizzonte si perdeva nella totale
oscurità e il soffitto lo stesso, poteva andare su per chi-
lometri ed era completamente ostruito da quella che
sembrava una nebbiolina calda e perlacea. Davvero po-
tevamo essere ovunque e se avessimo provato a muover-
ci, oltre che essere senza vestiti, avremmo potuto cam-
minare per settimane senza sapere la direzione giusta da
prendere. Dopo questo pensiero ci ricordammo le parole
di Kris al Bar, in cui raccontava del nonno:
“Era arrivato dopo molti giorni di cammino dentro un
antro enorme scavato nella roccia, aveva camminato
per giorni senza più viveri, ma solo con l’acqua dei tor-
renti sotterranei. Il suolo dell’enorme caverna era com-
pletamente piano e di uno strano materiale simile alla
roccia. Sicuramente una rara formazione mineraria. Non
si riuscivano a percepire le distanze. Potrebbe aver
camminato quasi per una settimana, raccontava. Era
stremato e a un certo punto cadde a terra e quasi mori-
bondo si sentì sollevato e accompagnato verso una pic-
cola luce giallastra in alto.”
Sicuramente ci trovavamo nello stesso posto. Ini-
ziammo a sentire di nuovo gli arti che si muovevano e
allora ci alzammo in piedi un po' imbarazzati, nudi uno
di fronte all’altro. Guardando in basso ci accorgemmo di
essere con i piedi sopra a una spirale aurea, anche chia-
mata proporzione divina. E’ praticamente una linea
curva
che si apre all’infinito e che viene costruita sulla base di
rettangoli e sezioni di rettangoli sempre più grandi, che
si moltiplicano senza fine. Equivale al concetto di perfe-
zione che potrebbe rappresentare Dio. Se quel disegno
doveva darci degli indizi, quella distesa poteva anche
non avere fine e non aveva senso.
<< Guarda Michael! >> disse improvvisamente Eve,
<< vedi il centro da cui parte questa sezione aurica? Di-
stingui quei solchi scavati proprio al centro? Quelle tre
linee parallele? >>
<< Sì, ma è incredibile sembra che sia il calco
perfetto del disegno che c’è sul tuo anello! >>
<< Si lo è, esattamente la stessa proporzione. Che dici
provo a infilarlo? >>
<< E perché no? Siamo arrivati fin qui. Pensavamo di
esserci perduti e destinati a essere dimenticati, ma adesso
qualcosa mi dice che questo è il posto che cercavamo da
tutto questo tempo! >>
Eve aveva il cuore a mille. Si tolse l’anello e lo ap-
poggiò sopra il disegno al centro della spirale. << Sei
pronto Michael? Che ti dicevo della spirale, ricordi? Tut-
to è iniziato il giorno che ti ho conosciuto e siamo arriva-
ti alla meta con lo stesso simbolo, che tra poco rispon-
derà a tutte le nostre domande. >>
<< Come mai non succede niente Eve? >>
Mi guardò sorpresa dalla mia domanda, ma anche con
una smorfia di delusione.
<< Non succede nulla, hai ragione! Entra perfetta-
mente ma non accade nulla. Ed io che pensavo che
quest’oggetto mi appartenesse, che fosse la chiave per la
nostra scoperta. Lo sentivo mio, come fosse stato di un
qualche antenato. >>
<< Che cosa hai detto Eve?>>
<< Che credevo fosse appartenuto a me! >>
<< No, un’altra cosa! Hai detto "la chiave". Se fosse
veramente una chiave? Perché non lo rimetti al dito e ri-
provi a inserirlo. >>
<< Vero Michael, tu sei un genio! >>
S’infilò l'anello e lo avvicinò alla serratura. Qualcosa
iniziò a muoversi appena Eve cominciò a toccare quel
punto. Dal suolo uscì un raggio di luce di un rosso inten-
so che andò a trafiggere lo strato nebuloso sopra di noi,
arrivando in un punto altissimo e indefinito che era bian-
co giallastro, piccolo come una punta di spillo. Una co-
lonna di luce intensa, Eve entrò al suo interno istintiva-
mente come in uno stato di trans. L’anello era ancora in-
filato nella serratura e aveva attivato un meccanismo al
suolo, per cui la spirale prese a girare in senso orario e ad
aprirsi sotto i nostri piedi. Io fui spazzato via violente-
mente ma senza conseguenze, lontano dal centro del pa-
vimento.
Lei continuava a essere come catturata da quel grande
fascio di luce rossa cilindrica, mentre sotto il pavimento
era completamente sparito per lasciare posto a quello che
poteva sembrare un laboratorio scientifico, ma che ricor-
dava di più un sistema di connessioni fluide, con mate-
riale organico in movimento. Al centro, sotto a Eve,
c’era una piattaforma ovoidale con un sedile che sem-
brava di metallo, la luce rossa non mi permetteva di capi-
re bene cosa fosse, poteva ricordare quelle poltrone di
design che si vedono in alcuni negozi di arredamento
moderno. Da sotto la pedana si ramificavano quelli che
apparivano come dei tubi trasparenti, in cui scorreva del
liquido simile all’acqua. La membrana dei tubi sembrava
pulsare e avere dei capillari, era molto simile alla pelle
ma incolore. Si allargavano come raggi dal centro verso
l’esterno, fino ad arrivare dentro a delle specie di campa-
ne di vetro rosato, ma guardandole bene erano delle sfere
per meta sotterrate dentro il suolo. Il loro interno batteva
e risuonava come un cuore incessante e con un ritmo
preciso e cadenzato. Poi il suono si fece sempre più in-
tenso e vidi Eve iniziare a roteare sempre più velocemen-
te come una trottola, le sfere s’illuminarono per qualche
secondo e le inviarono tramite le ramificazioni dei fasci
di luce, che disgregarono la colonna rossa in cui era in-
trappolata, per prenderla delicatamente e farla sedere so-
pra la piattaforma. Il sedile si plasmò perfettamente al
suo corpo e sembrò avvolgerla come farebbe l’acqua in
una vasca. Mentre Eve riprendeva conoscenza, le scese
tutta intorno una nebbia calda e piacevole che formò co-
me un muro su cui iniziarono a trasmettere delle imma-
gini. Erano le dodici sfere disposte a cerchio, Eve poteva
vedere all'interno. Vide dei corpi umanoidi nudi e dispo-
sti in posizione fetale, com’eravamo noi poco prima.
Sembravano dormire profondamente, ma la loro aurea
emanava pace e amore incontenibile. Il colore della loro
pelle era di un rosa pallido, il colore della pelle di un
bambino. Erano completamente immersi dentro una pa-
sta bianca grigiastra burrosa, si poteva sentire il loro pro-
fumo di vita e bellezza, ma senza avere coscienza di do-
ve erano e perché erano in quello stato. Non si riusciva a
comunicare con loro, ma allo stesso tempo sentivamo di
avere davanti ai nostri occhi delle creature evolute e in-
credibilmente speciali. In un attimo vidi il sedile su cui
era seduta Eve allungarsi e trasformarsi in un mezzo di
trasporto. Sopra di lei si aprì un tunnel circolare, stretto il
necessario per farla passare, entrò al suo interno e scom-
parve. Avvertendo la mia curiosità, qualcuno forse mi
lesse nel pensiero e mi permise di vedere dove stesse an-
dando Eve. E non finirò mai di essergli grato, a questo
qualcuno, perché mi diede l'opportunità di assistere a uno
degli eventi più importanti della storia umana.

Eve salì fino al luogo in cui si trovava un attimo pri-


ma. Vedevo tutto istante dopo istante come sopra uno
schermo, ero lì con lei.
Salì per almeno cinque minuti e per diversi metri,
perché la visuale necessaria a quella visione doveva
esse-
re il più possibile ampia e diretta, eravamo giunti fino a lì
anche per questo! Dopo un po' di risalita fu disposta in
posizione orizzontale su una piattaforma che sembrava di
alabastro, ma che all’altezza degli occhi si aprì per per-
metterle di vedere l’astronave!
Sentì posarsi sopra la sua testa qualcosa di metallico
che le trasferì una serie di informazioni riguardo quella
visione.
Quel velivolo aveva lo stesso diametro del cratere del-
la montagna, 2 km. Poco prima avevamo avuto modo di
vedere il suo nucleo, che era anche il punto di comando.
"Si trattava di un’astronave madre. Il concetto
dell’astronave madre è di rappresentare un pianeta, un
punto di riferimento per altri piccoli satelliti che le orbi-
tano intorno e altrettanti veicoli che la scortano e la pro-
teggono. Questa nave funziona con quello che si potreb-
be chiamare Prana, ma in questo caso è qualcosa di mol-
to più solido e denso, percepibile e plasmabile a nostro
uso. È prodotto tramite il corpo e trasmesso dallo stesso
anello che portava Eve e che ha permesso l’accesso
all’interno del velivolo.

La superficie sopra la quale camminavamo prima che


si aprisse, invece, altro non era che il coperchio superiore
della nave, ben camuffato inizialmente, ora lo vedevamo
in tutto il suo splendore. Quella bellissima spirale dise-
gnata continuava a dare un senso d’infinito e di grandez-
za suprema, evocando il sorriso di Dio. Dio che in una veste
del tutto inaspettata ci aveva portato fin qua e ci stava
svelando uno dei misteri più antichi della nostra storia, ci
aveva portato all'origine di ogni essere vivente su questo
pianeta, ma non era finita.
Eve provò ad alzarsi, era completamente a suo agio,
come se sapesse dove mettere le mani. Aprì un passaggio
segreto nascosto di fronte a lei, da dove uscì una luce iri-
descente, accecante per chiunque. Ne rimasi abbagliato,
per un attimo persi la vista, ma, come dentro un sogno, si
stabilì una connessione intensa tra me e lei, che riuscì a
farmi vivere lo stesso quel momento unico e intenso.
Davanti ai suoi occhi, in un ambiente completamente
bianco lucente, c’era un altare imponente, e davanti a
questo, di spalle, una donna dai capelli d’argento e il
corpo angelico, vestita con una tunica lunga fino ai piedi,
era intenta a contemplare la visione dell’universo che si
proiettava sopra il patio. Eve pensò di avvicinarsi per un
istante, ma la donna anticipò i suoi pensieri e si girò ver-
so di lei. Aveva il cuore in gola, quell’essere di luce
emanava un potere fortissimo che per un attimo accecò
Eve. Il suo volto era come un piccolo sole che illuminava
ogni cosa la circondasse. Eve stava per abbassare lo
sguardo quando all’improvviso tutta quella luce si affie-
volì, la donna fece un cenno con la testa e lentamente,
senza dire nulla, alzò il braccio destro e iniziò a cammi-
nare verso Eve. Lei era immobile, ma automaticamente
fece lo stesso gesto come fosse davanti allo specchio.
Sembrava di vedere due sorelle, la donna di luce assomi-
gliava incredibilmente a Eve. Mi ricordai del sogno! Sì,
era proprio lei. Mi ricordo di essere stato catapultato in
un posto bellissimo e fuori dal tempo, Eve in quel sogno
aveva una luce particolare. Ora iniziavo a capire, la don-
na di luce mi aveva contattato, mi voleva conoscere e
leggermi nell’anima per vedere se fossi pronto a seguire
Eve durante il suo percorso. La donna di luce era anche
un'immagine divina, come Eve. L'una si fondeva con l'al-
tra. Le immagini che vidi non le scorderò mai. Avvicina-
rono gli indici della mano, l’uno verso l’altro, portandoli
a contatto. Erano una cosa sola, lo sentivo, quel punto di
unione non era puramente simbolico, ma rappresentava
l’Uno, l’assoluto, l’indissolubile. Durò un minuto, ma
vivrà per sempre, in eterno, viaggiando per l’universo.
Subito dopo la donna di luce spostò il braccio di Eve e lo
mise lungo il fianco, mentre il suo indice lo adagiò con
delicatezza e amore sulla fronte di Eve, al centro, sopra
gli occhi. Telepaticamente pronunciò queste parole:
<< Ora puoi vedere chi Siamo. >>
Dal centro della testa la ghiandola pineale emise da
prima un suono acuto per poi esplodere in milioni di on-
de verso l'esterno, con una velocità pazzesca, spazzando
via ogni cosa. Dopo pochi istanti la vista del nostro pia-
neta desolato la rattristò.
<< Stai tranquilla Eve, non è né la prima né l'ultima
volta che questo accade nel vostro mondo. Quello che
vedi è in un lontano passato, prima che ritornasse la vo-
stra civiltà. Guarda, continua a guardare e non resterai
delusa. >>
In cielo iniziarono a formarsi forti scariche elettriche.
Scendendo colpivano il suolo senza tregua. Tutto pren-
deva fuoco e bruciava inesorabilmente. Poi ci si mise il
vento, che mosse le acque facendole salire per metri a
devastare quel poco di vita rimasta per poi spegnere le
fiamme. In fine le terre mosse da magma e gas
s’inabissarono e furono coperte completamente dal mare.
Tutto ora era sommerso, ma di scatto cominciò la danza
della vita. Mulinelli conoidali, roteando rapidi sul letto
dell'acqua, tiravano su pietrisco, fango e altro materiale
organico formando colonne altissime che dopo poco si
cristallizzavano, formando dei mausolei di una bellezza
indescrivibile, alti svariati metri, erano soltanto la punta
di un iceberg. Sì, perché erano disposti intorno ad un
unico centro, delimitavano un'enorme vasca sulla quale
iniziò a vibrare una tale forza da far vacillare anche le
montagne. Da sopra iniziarono ad apparire dei dischi cir-
colari che a prima vista sembravano piccoli pianeti, ma
che poi si svelarono nella loro forma piatta e allungata di
dischi volanti. Si allinearono sopra le colonne aspettando
che succedesse qualcosa. Ecco che la meraviglia non tar-
dò ad arrivare. I cieli si aprirono del tutto mostrando la
grandezza di quell'essere che fluttuava leggero sopra le
acque e muoveva con i suoi propulsori lo specchio d'ac-
qua. La velocità e la potenza aumentavano sempre di più.
La nave madre era la stessa che avevamo appena scoper-
to. Emanava questa forza che in pochi minuti spazzò via
tutta l'acqua verso l'esterno, coprendo per intero le co-
lonne e scoprendo un'enorme massa di roccia e ghiaccio
che si alzò di scatto verso l'alto, permettendo al veicolo
di adagiarsi sulla roccia. A seguire, fecero lo stesso le
dodici astronavi minori sopra le piattaforme delle colon-
ne. La calotta della grande astronave si aprì dividendosi
in dodici petali che si unirono alle dodici più piccole.
Una volta conclusa quella che era sicuramente una pro-
cedura di atterraggio, tutto si chiuse sopra di loro, for-
mando una crosta terrestre enorme, che camuffò le astro-
navi e che prese le sembianze di quella grande montagna
che ora chiamano Kilimanjaro. Dal cratere uscì del
magma di un colore lattiginoso che camminando lungo
le pendici e le vallate si lasciava dietro rigogliosa vegeta-
zione e vita. Stavano ricostruendo e creando di nuovo
tutto.
Eve e la donna di Luce si ritrovarono in cima alla
montagna, ancora una di fronte all'altra, simboleggiando
la fine e il principio di tutto.
<< Eve ricordi la storia di Adamo ed Eva e il giardino
dell'Eden? Ecco, adesso sai chi sono. Sono Eva, la donna
che diede origine alla vostra razza. Quello che stai ve-
dendo e che stai per fare, lo vedi e lo farai non solo per- ché
porti il mio nome, ma anche perché sei la mia di-
scendente diretta e lo hai acquisito come diritto di nasci-
ta. Di fronte ai tuoi occhi e con i miei occhi, hai appena
ammirato com’è stata originata la vita sul vostro pianeta,
come siamo scesi e permesso la rinascita. Io adesso sono
solo una proiezione ai tuoi occhi, ma la vera missione
che è in atto, la dovrai e la puoi portare a termine solo tu.
Tutti noi ti aspettavamo da tempo. Riprendi il nostro
anello e tienilo con te, ti servirà durante l'addestramento.
Queste navi, che sono state nascoste per milioni di anni,
dovranno presto ripartire, ma senza di noi la nave madre
non riuscirà neanche ad accendersi. Adesso mi seguirai
insieme al tuo compagno nel regno che voi chiamate in
tanti modi differenti, lui è pronto, lo so, perché l’ho visi-
tato in sogno qualche tempo fa ed ho potuto leggere la
sua anima, ma avrà un’altra missione che a tempo debito
saprete.
Questa è la prima stazione terrestre di Shamballa, cor-
risponde al vostro primo chakra e vi ospiterà fin quando
non avrete entrambi riacquisito le capacità necessarie a
far ripartire il motore dell'astronave madre. So che ce la
farai perché nel tuo sangue ci scorre anche il mio ed è il
tuo destino riportarci a casa. Dai, venite, è ora di scoprire
il vero senso di questo vostro viaggio.>>
Eva, la donna di luce aprì il suo grembo di madre e
spalancò le braccia per accoglierci, mi sentii risucchiato
in un istante sulla scena e dentro un uovo luminoso in-
sieme con lei ed Eve. Ci guardò con gratitudine e com-
passione, i suoi occhi ci diedero la pace e la tranquillità
giusta per comprendere l'importanza che avrebbero avuto
le nostre gesta da lì a poco tempo dopo. Loro sapevano
di potersi affidare a noi incondizionatamente e noi dove-
vamo essere pronti a fare lo stesso con loro. Sarebbe sta-
to il viaggio dentro il viaggio, la meraviglia nella mera-
viglia, l'inizio dell'esistenza dentro l’esistenza stessa. So-
lo così sarebbe potuto andare.
Solo così si poteva continuare a vivere.
Capitolo 6
Istruzioni di volo e di vita
Il viaggio fu intenso e dinamico. Ogni istante era co-
me se che quella sfera ovoidale ci stesse cambiando un
po', e mutavamo sia nella densità sia nell'aspetto. Avver-
tivamo più levità. In più per tutto il periodo trascorso in
quell'antro e poi in astronave, eravamo svestiti. La muta-
zione ci costruì sul corpo un tessuto vivente che si adattò
perfettamente alle nostre forme. Era opalescente, riverbe-
rava l'ambiente circostante e ne assorbiva ogni minuscola
particella, così da sentirsi completamente immersi
nell'habitat circostante. Sentivamo il calore materno
dell'abbraccio di Eva. Condividevamo il tragitto, ma an-
che il battito del suo cuore e i suoi pensieri. Era come
partecipare alla commozione di un gruppo di angeli che
in coro intonavano una melodia incantevole. Io ed Eve,
Eve ed io. Ci afferrammo per mano senza pensare, per
darci forza e sostenere tutte quelle forti sensazioni. Le
dita incrociate l'una con l'altra, salde e piene di quel
grande sentimento che continuava a farci sentire legati,
l'amore. Le mani, come il nostro corpo, emanavano zam-
pilli di carica elettrostatica blu e giallastra. Si perdevano
sulle pareti di quella sfera bianco latte, e oltre. Stavamo
attraversando un nadi che sembrava non finire mai. Il
nostro mezzo di trasporto si fermò davanti ad un enorme
cerchio, che ripeteva la nostra immagine come dentro
uno specchio. La superficie però era liquida e mobile e, a
ogni nostro pensiero, cambiava consistenza e aspetto, ri-
flettendo quello che la nostra mente gli mandava. Attra-
verso una comunicazione telepatica, la donna di luce ci
condusse fuori dal piccolo velivolo. Camminando dietro
di noi ci spiegò dove eravamo arrivati:
<< Stiamo per entrare nel primo regno degli immorta-
li. La prima comunità, come direste voi, di Shamballa.
Shamballa è il ponte tra il vostro mondo e quello dell'a-
nima. Esistono sette diverse realtà sotterranee e dislocate
in svariati punti del pianeta, proprio come per i vostri
chakra. Queste sono ruote di energia del pianeta,
anch’esso essere vivente proprio come noi. Ognuna delle
quali ha il suo scopo ed è connessa all'altra per formare
un'unica e sola realtà: Shamballa. Tra un istante varche-
remo quel portale è allora potrete godere delle meraviglie
di un paradiso vivente e pulsante nel mondo.
I vostri corpi hanno viaggiato in quella sfera non solo
per raggiungere l’ingresso, ma anche per aver tempo di
adattarsi alle sue frequenze, altrimenti vi avrebbe causato
un profondo stato di shock. >> Adesso siete pronti, pote-
te varcare la soglia.
La Donna di luce entrò nel portale e sparì. Noi ci
guardammo intensamente e senza parlare ci prendemmo
per mano, incrociando tutte le dita per essere sicuri di
sentirci uno parte dell’altro e per non perdere la presa.
Facemmo il salto.
Sentimmo i corpi perdere sempre più consistenza, la
materia del portale si forgiò sopra di noi senza opporre
nessuna resistenza. Percepimmo una membrana sottile
che ci catapultava senza scosse verso l’indescrivibile. In
un lampo ci accorgemmo di essere giunti alla meta.
Qualsiasi cosa i nostri occhi guardassero era ignoto,
sperduto, inspiegabile e sconosciuto.

Dire di rara bellezza sarebbe come banale, un termine


troppo comune e che poco sarebbe adatto a descrivere
anche la più piccola percentuale di ciò che avvertiva ogni
singola particella del nostro corpo, se di corpo ancora si
poteva parlare. Eva era là ad accoglierci, circondata da
un’aura che si espandeva per almeno due metri. Accorta-
si dei nostri pensieri e del nostro sconcerto, fu lei a parla-
re per noi:
<< Benvenuti a Shamballa, il regno degli immortali, il
vostro paradiso terrestre. Ciò che vedete sembra incon-
cepibile ai vostri occhi, pensate per un istante di essere
appena nati, lo stupore che avete è come quello di un
bambino. Guardate, domandate, scoprite. Senza riserva
alcuna.
Io sono Erha, anche se voi mi ricordate come Eva,
quindi usate questo nome d’ora in poi. Tu Michael, pre-
sto conoscerai il mio compagno, Ahmon, sarà lui la tua
guida qui a Shamballa fino al momento della tua parten-
za. >>
<< Partenza? >>
<< Sì, siete qui per questo, ma lasciatemi continuare.
Vi ho detto i nostri nomi, anche se non sono necessari,
perché qui abbiamo un sistema di comunicazione diffe-
rente dal vostro, ma finché non vi sarete adattati, vi ser-
viranno per riconoscerci tra gli altri abitanti della città.
Abiterete qua per tutto il tempo necessario a raggiungere
il livello di consapevolezza pari a quello della comunità.
A quel punto ci sarà una cerimonia pubblica per la vostra
unione, perché ognuno di noi qui ha un compagno per la
vita e oltre, ovunque vadano le nostre anime, così non ci
separeremo mai. Quando farete parte di Shamballa, ini-
zierà la formazione che vi farà impadronire delle vostre
capacità innate. Voi siete i prescelti perché diretti di-
scendenti di me e Ahmon, e sarete addestrati per far
viaggiare tutte le astronavi poste sul pianeta. >>
<< Noi? Le Astronavi? Ma quante sono e dove si tro-
vano? >>
<< Caro Michael, sto per dirtelo. In tutto sono tredici.
Mentre Eve sarà preparata per l’astronave madre, che
avete già visto, tu Michael con Ahmon inizierai un viag-
gio in un posto non lontano da qui, in cui edificherai la
vostra dimora, quello sarà il posto da cui partiremo poi, tutti
insieme, alla volta dell'ultima destinazione. Quel po- sto
sarà una delle dodici postazioni satellite di sostegno alla
Madre. Tu sei l’ultimo dei dodici a prendere parte a
questo progetto. Costruirai una casa che allo stesso tem-
po sarà anche una delle navi satellite. Imparerai l’arte
dell’ingegneria biomeccanica, ma non sarai un gregario;
come diretto discendente della nostra famiglia, sarai tu il
maestro di tutti gli altri. Passerai del tempo lontano dalla
tua meta, ma sarà per una giusta causa. Senza di te ed
Eve nulla sarà possibile. Ecco il perché di questo viag-
gio. Essendo esseri umani, potete maneggiare alcune
strumentazioni che la nostra densità non ci permette. >>
<< Ma dove dovremo andare? >> chiese Eve.
Erha sorrise e disse: << Sei tanto curiosa di sapere
dove andremo, quando ancora non riesci a capire dove
sei. Datti tempo, guarda, osserva, fai domande. Conosci
questa città, i suoi abitanti, me. Così conoscerai te stessa
e da sola capirai che senso ha tutto questo per te. Posso
solo dirti che questo viaggio rappresenta per noi la vita,
la sopravvivenza stessa della nostra razza. Ogni diecimi-
la anni deve esserci un certo ricambio, altrimenti la no-
stra stirpe non avrà più un futuro e sarà destinata
all’estinzione. Qui sulla Terra sta per finire un ciclo e ne
inizierà un altro sul nostro pianeta di origine, ma solo per
alcuni. Vorrei che queste parole non siano prese alla let-
tera, mi piacerebbe che capiste il vero senso
dell’esistenza dell’universo, allora ogni dubbio svanirà con
esso. Per ora basta con le parole, godetevi queste
perfezioni viventi e iniziate a respirare la linfa vitale di
Shamballa. >>
Le nostre narici non inalavano in modo consueto, qui
l’aria era assorbita in modo del tutto diverso. Sentivamo
questo nutrimento che saliva dalle piante dei piedi, dai
palmi delle mani, dagli occhi e dalla sommità del capo.
Tutto era respiro e noi stessi cercavamo di capire cosa
stesse succedendo. Più inspiravamo e meno dubbi sorge-
vano. Era come acquisire conoscenza senza leggere o
ascoltare. Sentivamo dentro di noi il gemito del nostro
nuovo neonato che si affacciava in un luogo unico e pia-
cevolmente familiare, il regno degli immortali.
Appena Erha manifestò l'intenzione di camminare,
davanti a lei si aprì un varco tra una grande distesa di ve-
getazione di color rosso e smeraldo, che poteva ricordare
un campo di papaveri. Nulla veniva però calpestato, ci
sembrava, seguendola, di essere trascinati senza sforzo
tra quei colori e quel profumo senza odore. Anche la luce
qui era diversa, sembrava si diffondesse naturalmente da
ogni elemento presente, come farebbe un diamante o un
cristallo. Erha continuava a stare in silenzio, ma tutto
quello che i nostri occhi guardavano era vivente e parla-
va e ci comunicava una compassione e una musica magi-
ca di benvenuto. Era come se tutto si adattasse al nostro
passaggio, e allo stesso tempo vivesse in noi.
<< Eccoci arrivati nel posto in cui alloggerete. Qui
potrete facilmente raggiungere la scuola che frequentere-
te prima della vostra cerimonia. Dipenderà da voi il tem-
po che impiegherete, ma sappiate che qui il concetto del
tempo per come lo immaginate voi, non esiste. Si proce-
de per scalini. Ognuno di noi è quello che decide di esse-
re, ma sempre in armonia con il proprio sé e la comunità
intera. L’intento di ognuno qui, è di vitale importanza,
per questo la scuola vi guiderà a ritrovare il vostro inten-
to, così che poi siate pronti al vostro destino. Avete do-
mande? >>
<< Si Madre, come raggiungeremo la scuola e in quali
orari? >>
<< Domani passerò a prendervi personalmente, sarò
io la vostra insegnante. Come voi ci sono nuovi ragazzi
che stanno procedendo nell’apprendimento, insieme con
loro condividerete questa esperienza. Buon riposo. Le
stanze come vedete sono tutte circolari e rispondono alle
vostre richieste anche mentali. Ciò che vi appare come
vuoto e senza arredo, in realtà è celato solo per permet-
terci di avere il massimo dello spazio vitale. Le pareti
appaiono trasparenti, e lo sono in realtà, ma come per
tutto il resto della casa, secondo la vostra volontà posso-
no essere pareti che rispettano la vostra intimità. Allo
stesso tempo questa cupola di rivestimento è anche un
veicolo per i vostri spostamenti. Potete utilizzarlo per
spostarvi a vostro piacere per tutta la vastità della città, si
staccherà dalla sua base, basterà il pensiero di ritornare per
farla rientrare, quindi usatela come dimora ed anche
come mezzo di trasporto. Ciao ragazzi, e che dio vi be-
nedica. >>

Restammo soli sotto la nostra nuova casa. Ci sentiva-


mo confusi e pieni di quesiti, però non potevamo fare al-
tro che restare lì e cercare di capire dove era collocata la
stanza da letto. Subito dopo averlo pensato, si aprì uno
squarcio sulla parete e un giaciglio che sembrava fatto di
schiuma, per com’era morbido e con riflessi colorati, era
lì pronto per noi. Ci sdraiammo vicini e cominciammo a
cantare, suoni e parole si confondevano e spostavano
l’attenzione altrove. Sopra di noi la luce pian piano si af-
fievoliva, lasciando spazio alla notte. Dormimmo pro-
fondamente massaggiati da quel letto di panna dolce, ci
sembrava di volare. L’ultimo pensiero, prima di addor-
mentarci, fu di stare vivendo un sogno e che la mattina
dopo ci saremmo svegliati sotto la nostra montagna, da-
vanti ad un vicolo cieco, m non fu così.

Il giorno seguente vedemmo entrare una paradisea,


dal piumaggio sgargiante, in tutta la sua regalità. Si posò
davanti a noi, e con il suo canto angelico ci invitò a se-
guirlo. Passammo nella stanza d’ingresso e trovammo
Erha davanti ad una tavola imbandita di una varietà di
cibo che somigliava per lo più a frutta e bevande di ogni
tipo. L’uccello si posò sulla sua spalla, sembrava felice di
essere là con noi.
<< Mangiate cari figli miei, prendete ciò che volete.
Per questa mattina ho manifestato il cibo che pensavo
voleste assaggiare, per i giorni seguenti inizierete a vo-
stro gusto e per quella che è la vostra necessità. Non
usiamo sprecare nulla. Il cibo è energia e vita, esseri vi-
venti che si mettono al nostro servizio per nutrirci e tene-
re alta la nostra vitalità. Quello che non mangiate potrete
riporlo in dispensa. Dopo tre giorni perderà la sua effica-
cia, naturalmente si spegnerà e tornerà alla sua origine.
Qui non abbiamo alberi da frutta o raccolti. O meglio,
esistono, ma non ce ne nutriamo, sono loro che decidono
se sacrificarsi per noi. Noi rispettiamo questa scelta e
sappiamo che grazie all’equilibrio che stabiliamo ogni
giorno insieme, avremo tutti da mangiare, sapremo sem-
pre di cosa nutrirci. Il cibo non è un bisogno primario.
Vedrete e capirete in seguito cosa sto dicendo. Ora buona
colazione, tornerò tra pochi minuti per portarvi al mona-
stero. >>
Erha tornò come previsto, ci disse di lasciare tutto sul
tavolo e preferì spostarsi a piedi. Il cielo sopra di noi era
azzurro elettrico. Il sole non appariva, la notte e il giorno
s’intervallavano e la sensazione era di essere comunque
scaldati. Ci arrivò una frase di Erha che diceva che arri-
vati in aula, ci avrebbe spiegato ogni cosa.
Dopo pochi minuti arrivammo davanti ad una struttu-
ra che sembrava di alabastro, era molto alta e a forma di
siluro. Sulla cima era posata una sfera che mandava sca-
riche elettriche e fasci di luce. Dalla stessa partiva una
colonna solare che finiva per toccare un muro immagina-
rio per poi espandersi all’infinito fino a perdersi. In-
tuimmo che quella era l’origine della vita di Shamballa.
Una pietra solare incastonata nel centro esatto della città
e che posta qui sotto aveva dato origine a ogni forma di
vita, sosteneva i suoi abitanti e dava l’impressione di es-
sere in un luogo aperto, mentre la cittàà degli immortali
era nelle profondità del nostro pianeta. Pura magia.

Entrammo in quel santuario e sentimmo delle gocce


di brina scivolarci addosso. Con loro scivolavano via gli
ultimi dubbi in fatto di presenza. Allora i nostri occhi
iniziarono a vedere chiaramente quel posto e la sua fun-
zione. Era il cuore pulsante dell’Essere. Qui s’iniziavano
persone, educandone lo spirito e allo stesso tempo si
sgrezzava il diamante dell’anima, che avrebbe garantito
nuova linfa alla comunità. Senza di questo, non sarebbe
mai esistito ciò che ora vedevamo, ed era un grande ono-
re poterne far parte, anche se per poco.

<< Cari fratelli e sorelle, diamo il benvenuto oggi a


due nuovi fratelli. Tutti noi conosciamo il loro destino,
ma a loro che hanno iniziato a vedere da poco le meravi-
glie e le capacità del nostro essere, è giusto dare del tem- po
per raggiungere la consapevolezza necessaria a porta- re
a termine il compito. >>
Tutti erano disposti in cerchio, seduti su dei cuscini, al
centro Erha e noi. Si misero nella posizione del loto e
unendo le mani pregarono per noi, occhi chiusi. Come
dei laser, dalle loro dita partirono fiamme diamantine,
simili a lingue portate qua e là dal vento. Intorno a loro si
formò un uovo di cristallo. Poi emisero un suono e muo-
vendo le mani espansero il loro involucro fino a noi,
immergendoci in una sfera più grande e ancora più rassi-
curante. Ci disponemmo anche noi nei due posti rimasti
liberi e assistemmo alla prima lezione.
<< Quello che abbiamo appena fatto è espandere le
nostre intenzioni, per creare lo spazio sacro in cui condi-
videre il nostro sapere. Ogni lezione sarà preparata così,
e quindi prenderete confidenza con questo rituale di pre-
parazione ogni volta che s’inizierà una nuova sessione.
Qui non ci sono lavagne o libri su cui studiare. Tutto
dipende da ciò che condividiamo, il nostro intento dovrà
essere sempre quello di salire ogni scalino insieme oppu-
re no, secondo il livello che siamo in grado di sopportare
ci saranno giornate in cui saremo tutti, altre in cui qual-
cuno sentirà di dover percorrere ancora qualche passo
già percorso. Tutto però avverrà con naturalezza e senza
sforzo, vi sembrerà semplicemente di aver fatto un lungo
viaggio. >>
Le pareti della sfera iniziarono a trasmettere immagi-
ni. Tutto quello che vedevamo, era esattamente il mani-
festarsi dei nostri pensieri e dei nostri intenti. Mentre
dal- la fronte degli altri ragazzi si proiettavano splendide
albe boreali e mondi paralleli di rara bellezza, di fronte a
noi il passato e le nostre esperienze. La differenza era
netta, e ciò che avevamo vissuto prendeva sempre il
soprav- vento su ciò che volevamo e stavamo cercando
di realiz- zare. Capimmo che ci stavano insegnando a
manifestare la nostra volontà facendoci sviluppare la
nostra natura di creatori. Sul nostro schermo non
appariva altro di un film già visto, che noi non amavamo
riguardare.
<< Trasformate, trasformate…>> sentimmo dire da
Erha.
Iniziammo a capire cosa volesse dirci, così guardai il
mio intento svolazzare libero e senza controllo per la
stanza. Allungai il braccio per afferrarlo. Era morbido
ma opponeva resistenza, non voleva essere governato.
Da quella forma sferica che ci apparteneva, partiva un
nastro argentato collegato direttamente con la fonte.
Ogni nostra intenzione era a sua volta direttamente col-
legata all'universo, quindi capivamo benissimo l'impor-
tanza dei nostri scopi e delle nostre aspirazioni. Tutto era
collegato e poteva funzionare così armonicamente solo
se tutti avevano la capacità di gestire la loro creatività.
Questa consapevolezza ci diede lo stimolo necessario per
terminare il nostro esercizio.
Passarono diversi frammenti di tempo, qui le ore, i
giorni e il passare del tempo era del tutto alterato. Si cre-
sceva o ci si fermava tutti allo stesso momento. Percepi-
vamo quest’attesa piacevole nello sguardo delle persone.
Cordiali, gentili, amorevoli, ma anche rispettosi e discre-
ti, sapevano l'importanza del nostro percorso e sapevano
lasciarci lo spazio necessario per arrivare.
A ogni nostra lezione i progressi erano grandiosi, im-
magini del passato svanivano di volta in volta dai nostri
ricordi, non aveva più senso continuare a custodirli. Os-
servavamo increduli prodigi della natura manifestarsi,
attraverso il nostro potere.

Passammo diversi giorni a ripetere quell'esercizio fino


a che non fummo pronti a passare a una fase successiva.
Quella della simbiosi. Si trattava di prendere confidenza
con le forme di vita organiche esistenti e diventarne par-
te. Scoprimmo che ogni persona che viveva lì aveva un
compagno negli elementi della natura, vivevano uno con
l'altro in perfetta armonia e reciproco rispetto. Ognuno
offriva il suo cuore all'altro senza altre condizioni.
Io ed Eve ci trovammo di fronte a due piccoli bonsai
o almeno quello credevamo che fossero.
Ci suggerirono di iniziare a dialogare con loro. Ini-
zialmente ci sembrò strano, ma sentivamo che tutto que-
sto aveva un senso e che ci avrebbe dato modo di com-
prendere sempre più la vita qui.
Somigliavano a piccole piante di ficus. Una volta toc-
cate iniziarono a muoversi e brillare, avevamo attivato
qualcosa. Si sentiva la loro e la nostra adrenalina. Le ra-
dici cominciarono a correre, come se avessero tante pic-
cole gambe. Iniziò una lunga metamorfosi. Quello che
prima era un piccolo albero, mutò in una farfalla velluta-
ta dai colori pastello che nell'aria si lasciava cadere e co-
lorava l'ambiente. Svolazzò ancora, per poi posarsi sulla
nostra mano tesa. Si fece prendere, si fidava di noi. Le
nostre dita cambiarono colore. E poi ancora un altro
cambiamento. Sulle ali spuntarono delle piume e il corpo
prese la forma di un pappagallo piccolo e colorato. Sta-
vamo vivendo qualcosa d’incredibile davanti ai nostri
occhi. Sentivamo il suo cuoricino battere e donarci il
massimo di sé. Si fece anche accarezzare e quel contatto
innescò l'ultima meraviglia. Fummo inondati da mille
emozioni e da un suono che partiva dal nostro petto.

Era un farsi le fusa reciproco, noi insieme a quell'es-


sere magico. Ci svelò, infatti, la sua vera natura. Sotto la
veste di albero, si nascondeva una delicata gattina bian-
ca. Di sicuro un felino, anche se completamente diverso
dai nostri più comuni. Elegante, intuitivo, attento, telepa-
tico, amorevole e perfetto. Appena sentimmo queste
emozioni, la vedemmo che ci si aggrovigliava intorno al
braccio, senza né un movimento né un fiato. Loro erano
qualcosa che ci apparteneva, una sorta di prolungamento
delle nostre Coscienze.
<< Loro sono i Bromin, esseri di luce evoluti, che vi-
vono in simbiosi con noi della quinta dimensione. Muta-
no secondo il livello che acquisiamo. Quella che avete
visto è la massima espressione e veste che possono deci-
dere di avere. Sono il nostro metro qua a Shamballa. Più
cresciamo, più mutano fino a prendere questa forma. Ciò
significa che avete superato una grande prova. Senza sa-
perlo e col cuore libero siete riusciti a raggiungere la
massima espressione di voi. Non avevo dubbi. Adesso
dormirete una notte nelle camere d’iniziazione nella pi-
ramide del Re, e domani vi prepareranno alla cerimonia
di unione cosmica e conoscerete il Re del mondo, colui
che regge le sorti di tutta la nostra galassia, compreso il
pianeta terra. Sarà un Sodalizio incredibilmente intenso e
di una valenza assoluta. Per questo avete dovuto aspetta-
re di essere pronti, perché la sola presenza di Lui, del
creatore, richiede la preparazione adeguata, altrimenti si
rischia di accecarsi, di non riuscire a sostenere l'impatto.
Ora andate, tutto accadrà senza resistenza alcuna. Vedre-
te.>>

A questo punto vorrei aprire una piccola parentesi.


Uscire per un secondo dalla narrazione delle vicende di
questi due ragazzi per parlare al lettore. Lo farò di fre-
quente durante questi ultimi capitoli per Riportarlo, an-
che solo per un istante, alla realtà. Mi rendo conto che
molti di questi avvenimenti per una vita ordinaria posso-
no sembrare fantasiosi e articolati. Ma per chi vive ogni
giorno il sogno come me invece è del tutto normale sen-
tire l'intensità e la concretezza di qualcosa di così gran-
de. Così ho deciso di interrompere il flusso di questo
fiume cosmico con alcune mie considerazioni personali.
Vi chiedo solo di leggere con leggerezza, senza perdere,
di fatto, il filo degli eventi. Perché quello che sto vivendo
dentro queste pagine in questi momenti è qualcosa di
molto importante. Sappiate che nella vita può accadere
qualsiasi cosa e dipende da noi saper dare il giusto peso
alle opportunità che ci si presentano. C'è chi pensa per
anni di fare il percorso più importante della sua vita e
poi si ritrova al punto di partenza. Chi invece sa aspetta-
re e godere di questi momenti per poi d’improvviso ve-
dere arrivare un treno dorato e alato che butta fuoco,
pronto per volare in cielo. Questo per dirvi di lasciarvi
andare alla vostra fantasia senza porvi limiti. Di non da-
re per scontato nulla e di avere sempre il coraggio di
prendere quel grande drago alato per la coda, lascian-
dovi trasportare verso l'incredibile e l'inimmaginabile.
Ecco adesso potete sicuramente continuare a leggere.
Adesso so che capirete. Buon proseguimento fratelli
miei.
Quella mattina mi ero svegliato molto presto. Ero
uscito in giardino e mi ero messo a respirare l'aria blu
elettrica di quelle prime ore della giornata. Eve stava an-
cora dormendo, la potevo vedere perché avevo lasciato
aperta di proposito la visuale attraverso le pareti. Alzai le
mani al cielo e iniziai a prendere fiato. Sentivo il corpo
elevarsi e riempirsi del Tutto. Sapevamo entrambi che
sarebbe stata la nostra ultima notte in Agarthi, ma allo
stesso tempo conoscevamo il nostro destino, e quel gior-
no per noi sarebbe cambiata ogni cosa. La nostra unione
sarebbe stata benedetta dal creatore stesso di tutto ciò
che in questi mesi avevamo visto, dalla massima espres-
sione di essere vivente. Continuai per alcuni minuti que-
sta giostra circolare di dare e avere dall'ambiente circo-
stante. Mi muovevo con precisione attraverso alcuni
esercizi acquisiti nella scuola. Inspiravo particelle di
Prana e restituivo una parte in eccesso a quella realtà vi-
vente chiamata Shamballa. Tanto si poteva fare attraver-
so il nostro corpo. Siamo dei trasformatori eccellenti, lo
siamo semplicemente attraverso il nostro respiro. Qui
sotto come sulla terra. Solo che qui ci insegnavano a es-
serne consapevoli.
Eve si avvicinò a me e mi guardò come solo lei era
capace di fare. Mi mise una mano sul petto trasmetten-
domi la sua intenzione. Rimasi immobile mentre lei pla-
smava il mio corpo, lo massaggiava onorando l'inizio di
qualcosa di straordinario. Il giorno. Sì, ogni giorno era-
vamo coscienti di dover ringraziare, tanto più oggi per- ché
saremo stati il centro di una festa e di un rituale anti- co
come il mondo. Mentre continuavamo questa danza,
sentivamo arrivare la luce del giorno. Quella mattina tut-
te le particelle nell'aria sorridevano e giocavano con noi
come fossero fanciulle. Iniziarono a circolarci intorno e
percepimmo che stava per accadere qualcosa. Le piccole
fatine luminose ci stavano cucendo addosso degli abiti
cerimoniali. Bianchi con accessori dorati, una tonalità
che brillava di luce propria, abbagliante. I capelli cam-
biarono di colore, argento lucido con brillantini. Ai piedi
dei lacci di un verde smeraldo costruiti con materiali ve-
getali di una pianta rampicante che conoscevamo bene.
Finito di vestirsi, gli stessi esserini luminosi ci sollevaro-
no da terra e in posizione supina iniziarono a trasportarci
via di là. Fluttuavamo insieme uno accanto all'altro. In
un istante potevamo vedere tutta la struttura della città
sotterranea, la sua bellezza, la sua eleganza, la sua perfet-
ta armonia. Ogni cosa di muoveva con l'altra senza alcun
attrito. Shamballa aveva mani, anima, occhi, orecchie e
un cuore. Noi ci stavamo entrando per farne parte, in
modo che non si può percepire profondamente, ma nean-
che spiegare con termini e vocaboli. È lì che ci deposita-
rono, nella dimora del Re del mondo.

Sentimmo di essere nel vuoto assoluto, tutto si spense


di colpo, e rimanemmo sospesi in posizione orizzontale,
nel buio più completo. Poi un suono acuto e corto ci por- tò
alla nostra presenza. Lentamente capimmo di essere
chiusi dentro delle casse. Sembrava che avessimo dormi-
to per molto tempo. Non sentivamo il corpo, ma la mente
era vigile ed eravamo pienamente consapevoli del mo-
mento presente. I nostri occhi erano aperti, ma il buio era
fitto e a malapena vedevamo le pareti di quei contenitori.
Sembravano scolpite con geroglifici e disegni rupestri,
mi venne in mente un sarcofago, quando di colpo si aprì
e intravedemmo l'esterno. Lui era lì, immobile e sorri-
dente, avrà avuto l'aspetto di un quindicenne, capelli ra-
sati, veste dorata, pelle bronzea e occhi neri penetranti.
Inalò l'aria circostante soffiando verso di noi. Uscirono
fasci di luce rosa che si sostituivano al nostro linguaggio.
Suono e immagine si mischiavano per dare forma al suo
messaggio:
<< Ciao figli miei, siete stati chiusi nelle camere
d’iniziazione per molto tempo, i vostri corpi fisici inten-
do, mentre il vostro astrale, viaggiava nel mondo sotter-
raneo. Vi sembrerà impossibile perché tutto è talmente
reale, e sotto un certo punto di vista lo è stato, ma senza
rendervene conto, non vi siete mai veramente spostati da
qui, almeno per come lo intendete voi. E comunque non
lo avreste potuto fare con il vostro corpo, dovete saperlo.
Adesso siete pronti per lasciare definitivamente questo
involucro e unirvi uno con l'altro per l'eternità. Leggo le
vostre intenzioni e so che siete pronti a questo.>>
I cordoni d'argento di entrambi uscirono dal nostro
ombelico e ci portarono di fronte ad un altare di alaba-
stro. I nostri corpi di luce erano in piedi rivolti verso i
corpi fisici, che ora dormivano.
" Prendetevi per mano", disse il re del mondo.
<< Adesso eseguirò un'incisione lieve al cordone, sie-
te pronti a salutare per l'ultima volta le vostre identità
terrestri? >>
<< Sì! >> Ripetemmo insieme, vedendo vibrare come
corde i nostri fasci d'argento. Non c'era nostalgia e nean-
che tristezza, solo la gioia e la certezza di sapere che il
nostro era un passo verso il sole e l'eternità. Vedemmo
Lui muovere la sua mano come fosse una forbice sui fili
che ci univano alla materia e pian piano sciogliere ogni
nodo. Tutto ciò che era materia si stava lentamente dis-
solvendo, restammo soli con le spalle all'altare.
<< Non muovetevi per favore >> ci disse la sua voce
dietro di noi. << Adesso state per diventare una cosa sola
con tutto l'universo e con me. >>
Sentimmo un calore bruciante espandersi dalle spalle
fino tutto il corpo, qualcosa ci scuoteva nel profondo, ma
le nostre mani rimasero unite. Tutto sembrava instabile e
impazzito in noi. Le cellule sballottavano una contro l'al-
tra senza fermarsi. Sentimmo un suono basso e prolunga-
to e poi una forte esplosione. E luce, luce abbagliante e
accecante pervase tutto ciò che ci circondava. Ci disgre-
gammo senza percepire più nulla di noi, né di Lui, né di
quel posto o di tutta Shamballa. Eravamo parte del tutto e
allo stesso tempo non ci sentivamo più niente. Io non
ero, Eve non era. Il nulla. Eravamo nel non tempo, il po-
sto che non era luogo e in cui niente era stato creato. Né
un pensiero, né un suono, né una particella di luce. Nulla.
Ecco giungere un'intenzione condivisa. Dal buio una
bolla a forma di diamante, con fuoco cosmico che bru-
ciava. Poi il vento blu elettrico a spegnere l'intenzione
che ormai già stava creando. Dentro il diamante una
fiammella solare che iniziava a far nascere la vita, il sole.
Cresceva, continuava a crescere e prendeva forma, era
una benedizione. Prese di nuovo le sembianze del Re del
mondo, rappresentava la nostra nuova vita e ci chiese
amorevolmente: << Ora sta a voi scegliere, chi o cosa
volete essere in questa vostra nuova esistenza? >>
Solo il nostro intento iniziò a dare consistenza ai no-
stri desideri. Apparvero le nostre mani, poi i piedi, e il
nostro corpo. Non assomigliavamo neanche lontanamen-
te ai vecchi Michael ed Eve, eravamo sinuosi, lucenti,
aggraziati e connessi. Non più due unità separate fisica-
mente, ma esseri di quinta dimensione uniti al nostro
sole centrale e ai nostri fratelli di Shamballa. Nessuna
parola, gesto o sguardo. Tutto era in noi e nell'altro in
modo del tutto nuovo e immediato. Avevamo visto
l'inizio e la fi- ne, e adesso eravamo il Tutto. Dal cuore
partirono fuochi d'artificio pieni di amore, era il ballo
della vita eterna che iniziò tra noi, i cittadini di Agarthi e
i raggi del Sole cen-
trale, il creatore, l'assoluto, Dio. Danzammo fino all'esta- si
risvegliandoci in pieno giorno nel giardino di Agarthi,
con Erha che ci sorrideva e ci cullava con il suo canto.
Seconda Parte - Capitolo 7
Le nostre strade si dividono.

Ce ne stavamo fermi sopra un letto di crisantemi, che


verdi si confondevano con il prato, gli alberi e tutto in
torno. Persino con il vestito di Erha e di tutti gli abitanti
di Agarthi che erano venuti a darci il buongiorno, ognu-
no con il suo dono personale e con abiti da cerimonia co-
lor smeraldo. Noi eravamo nudi, vestiti solo di foglie e
petali, tutta la notte avevamo continuato a unire i nostri
corpi, e invece di sentirci stanchi, questo ci aveva portato
nuova energia. Eravamo perfettamente in armonia con il
sistema della città di luce, e sapevamo che era un mo-
mento solenne, cioè quello di andare incontro al nostro
personale destino. Per un po'' io ed Eve ci dovevamo se-
parare, ma solo adesso comprendevamo a cosa erano
serviti tutto quel tempo e quella cerimonia di unione. Lo
aveva detto Erha. Qui ad Agarthi nessuno è mai solo,
ognuno sente l’altro e tutto va avanti grazie ad obiettivi
condivisi e comuni. La lontananza è solo un’illusione, e
a volte i destini ci allontanano per distanze che immagi-
niamo solo noi. Per di più la nostra era una missione vi-
tale e dopo tutto questo cammino avremmo dovuto tra-
sformare la tristezza di quel momento, in potere e forza
direttrici per mettere in moto, e non solo metaforicamen-
te, i vascelli della nostra esistenza. Eve avrebbe conti- nuato
una scuola di secondo livello qui, la successiva
iniziazione le avrebbe permesso di usare capacità telepa-
tiche avanzate per risvegliare i dodici piloti che dormi-
vano nella nave madre e anche a fondersi con la nave
stessa. Mentre io sarei passato in un altro luogo con Ah-
mon, il compagno di Erha, un essere misterioso che fino
ad ora mai avevamo incontrato, e me ne rendevo conto
solo adesso. Strano ma vero!
Loro erano sistemati tutti in fila, di fronte Erha che
vicino aveva un falco dalle piume di un nero così pro-
fondo da sembrare un blu notte intenso. Era della sua
stessa altezza, enorme, e somigliava incredibilmente a
quel falco che avevo visto durante la visione in moto die-
tro ad Eve. Ricordavo ancora le parole che mi disse in
quel frangente sopra una montagna:
<< Io volo sempre vicino a te. Sono il tuo animale to-
tem da quando sei nato. Ricordi quando da bambino
dormivi e ti sentivi spostare le coperte? Ero io. E quando
sentivi sussurrare il tuo nome? Sempre io. Ero lì anche
quando sognavi di essere sospeso per aria e volavi per
tutte le stanze, io ti sorreggevo. Ogni tuo passo l'ho visto
e l'ho seguito. Ero sempre con te. Nei momenti belli e
anche in quelli più brutti. Il mio nome è Aurum. È giunto
un momento importante della tua vita e volevo dirtelo.
Non lasciartelo scappare Michael. È ora di aprire le ali e
di volare, lasciati guidare da me! >>
Mentre mi tornavano in mente le parole di Aurum, il
falco m’iniziò a osservare intensamente, con uno sguardo
che solo un rapace è in grado di avere. Cercava di farmi
capire qualcosa che stava per accadere.
Erha non tardò a mostrarmi cosa. Lo prese per un’ala
e lo invitò ad avvicinarsi a me. Mentre camminava verso
di me, aprì le ali oscurando tutta la mia visuale, e la sce-
na cambiò in un istante. Ci ritrovammo di nuovo sopra
quella montagna, uno di fianco all’altro e lui con i suoi
pensieri entrò in quelli miei come l’ultima volta:
<< Ormai avrai capito chi sono vero? Per tutto questo
tempo sono rimasto sotto un’altra forma perché la mia
presenza ti avrebbe solo confuso. Ti ricordi quel bellis-
simo uccello colorato che volava sempre vicino a Erha?
Ecco quello ero io. Il mio nome come già sai che è Ah-
mon e t’invito a voltarti e guardarmi per un’ultima volta
nei panni di Aurum. Lo so cosa ti stai chiedendo, a cosa
serve tutta questa messa in scena. E’ necessaria, in pochi
hanno il dono della mutazione genetica della forma.
Quelli che la hanno sono delle guide spirituali, essere
elevati che decidono di servire un altro essere umano o
non, verso il suo destino. Quello tuo è così importante da
farmi intervenire in ogni fase della tua vita, svelandoti
sempre un po' di più della mia identità. Adesso mi vedrai
per quello che sono più frequentemente.>>
Ahmon era alto almeno due metri, vestiva un unifor-
me argento e carta da zucchero che come gli altri abiti
visti, spezzava il confine tra il nudo e il vestito. Era in
pratica un organismo vivente che si fondeva naturalmen-
te con l'aura di chi lo indossava. Ahmon aveva il colore
degli occhi grigio, capelli biondi luminescenti, e indos-
sava un bracciale molto simile al mio. Questa cosa non
mi stupì, perché il suo volto mi sembrò subito molto fa-
miliare. Ancora di più degli altri volti con cui finora lo
avevo conosciuto. Avevo tantissime domande da fargli,
una tra tutte era il significato del bracciale, il posto dove
mi avrebbe portato da lì a poco, ma una su tutte riguar-
dava il destino che avrebbe avuto tutta quella gente! Sen-
tendo i miei pensieri mi fece un segno di stop con la ma-
no, la posò sopra la mia nuca e m’invitò a parlare con
lui:
<<Ciao Ahmon. >>
<<Ciao Michael, hai qualcosa da chiedermi? >>
<<Per prima cosa ti porgo la mia gratitudine. Per
quanto riguarda le domande, volevo tornare su quella di
prima. Sai quanto io tenga al genere umano e quanto, mi
piacerebbe avere una formula universale per permettere a
tutti di realizzare almeno per un istante la felicità che io
sto provando in questo momento. Ti chiedevo se questo
sarà mai possibile? Se qualcuno sarà in grado di poter ri-
stabilire la serenità nel cuore delle persone.>>
<<Ti dico di sì. È quello che chiamavo regno dei cieli.
Questa trasformazione avverrà con una grande presa di
coscienza. Quando ogni individuo avrà trovato il corag-
gio di mettere da parte il suo ego per ascoltare la sua vo- ce
interiore e con essa le sue miserie. Quando la società
capirà che le maschere che indossiamo ormai da troppo
tempo non servono più, che bisogna iniziare a sentire i
propri sentimenti e non a reprimerli come ci insegnano.
Ora il momento è arrivato, e tutte le persone pronte sono
state portate in “salvo”. Alcune di queste le incontrerai
nel posto in cui andremo tra poco.>>
<<E come?>>
<<Ci penserete voi, voi che naturalmente siete predi-
sposti a questo.>>
<<Noi?>>
<<Sì, ma non voi da soli. Voi e tante altre persone che
sul tuo cammino hai saputo riconoscere. Saranno lì con
te per aiutarti in questo.>>
<< Ahmon, queste persone io a mala pena le conto
sulle dita di una mano.>>
<<Si è vero, ma ognuna di loro ne ha altrettante da
contare, quindi sarete molti, ma non tutti. Per favore non
fate ancora gruppi di preghiera inneggiando al mio no-
me, non serve e non è mai servito. Ognuno di voi è ugua-
le a me e può sentire quello che sento io. Ma sentitevi
soprattutto umili prima che consapevoli. Umili.>>
<<Grazie Ahmon. Sento che questo mi basta per oggi.
Questa verità universale dovrebbe essere sparata con del-
le frecce all'umanità intera!>>
<<Siete voi le frecce Michael. Siete voi, ma come ti
dicevo non tutti. Gli altri saranno accompagnati verso
luoghi più densi. Se ne andranno dolcemente verso il tra-
passo. Quello che voi chiamate morte, non è che un
viaggio, a volte doloroso, ma noi permetteremo che que-
sto dolore non esista, sarà quasi un sogno. Adesso sve-
gliati figlio mio. Hai da salutare Eve, la tua sposa. Poi
partiremo e avrò da spiegarti molte altre cose, compreso
la storia del nostro popolo e il significato del bracciale.
Tempo al tempo.>>
Eve era ancora vicino a me quando riaprii gli occhi.
Tutti erano spariti per lasciarci in quel momento così im-
portante e denso di significato. Stava per aprire la bocca,
quando le feci segno di aspettare.
<< Questa volta ho io da dirti qualcosa, vorrei espri-
mere ciò che di più vero sento per te. Tu che sei un drago
bello e maestoso, che ha volato tanto e tante battaglie ha
vinto con la sua forza. Ora stavi riposando in attesa che
questa vita terminasse. Non era mancanza di entusiasmo
il tuo, anzi. Avevi bruciato tutte le tue esperienze più im-
portanti e con me stavi trovando la pace dei sensi. Quindi
avresti amato condividere con me questo tuo riposo, la-
sciando che io facessi le mie esperienze, ma come per
ogni buon drago, la vita non ha mai fine, e la tua curio-
sità innata, ti ha portato qua. Adesso il nostro legame è
indissolubile, tu sai leggermi dentro ed esserci anche
quando non ci sei. Quindi capisco come ami stare con
me, anche se solo ci teniamo per mano mentre fai altro.
Questo mio "allontanamento", per te, sarà uno sforzo in
più per lasciarmi andare perché per un lungo periodo sa-
rai costretta a espandere il tuo cuore per lunghe distanze.
Lo so che lo senti Eve. Mi perdonerai il gioco di parole,
ma senti già quanto sento la tua mancanza. Tutto qua è
immediato e inesorabile, sulla terra avrei avuto il tempo
di stare ancora un po'' con te, così da poter portare con
me il tuo ricordo. Sento freddo e non ho più una coperta
con cui scaldarmi. Non so dove sto per andare e non ho
neanche avuto il tempo di preparare un bagaglio. Ti pre-
go dimmi qualcosa! >>
Eve aveva lacrime di cristallo che le scendevano dal
viso:
<< Dove andrai tra poco e dove poi andremo non c'è
bisogno di nessun bagaglio pesante. Non avrai bisogno
di nulla. Vai senza voltarti indietro, perché qui contano
su di noi. Vai deciso sapendo che presto ci rincontrere-
mo. Anche se vedi delle lacrime, non esitare. Quello che
vedi è un amore che ti raggiungerà per infinite distanze,
senza scoraggiarsi mai, anzi, scoprendo che non
c’eravamo mai veramente lasciati. Vedrai che il modo di
toccarci lo troveremo, ma voglio soprattutto che ti con-
centri sui tuoi prossimi passi. Mi raccomando! So che
non mi deluderai. Ci rivedremo poi ancora più Grandi,
avendo imparato come prenderci per mano non più per
sostenerci, ma per crescere insieme. Proprio come suc-
cede qui ad Agarthi. Adesso vai amore mio, senza voltar- ti.
>>
Vidi Ahmon farmi cenno di andare. Salutai per
un’ultima volta Eve dicendole Addio. Non era certo un
addio nel senso umano del termine. Qui voleva dire mol-
to di più ed era l’augurio di riuscire a trionfare nella vita
e nelle azioni, da lì fino al giorno in cui ci saremo di
nuovo riabbracciati. A volte la vita ci porta a credere che
un lungo periodo lontano dai propri affetti sia qualcosa
di difficile e contro natura, mentre riusciamo ad allentare
i nodi che ci tengono stretti e che non ci fanno raggiun-
gere fino in fondo la nostra grandezza.

Mi avvicinai ad Ahmon che mi accarezzò fraterna-


mente il petto in senso circolare. Mi sentii subito trasci-
nato in uno stato di pace interiore, completamente vuoto
da pensieri e preoccupazioni. Avevo sempre Eve nel
cuore, ma sapevo che questo non avrebbe influito con
tutte le fasi successive che avrei affrontato. Poi con
l’altra mano iniziò a disegnare delle forme geometriche
nell’aria all’altezza delle mie scapole. Avevo già visto
queste pratiche durante la nostra preparazione. Era un
modo per iniziare la nostra coscienza alla visione di altre
realtà. Sapevo quindi che stava per iniziare il nostro
viaggio:
Mi chiese di respirare profondamente, e dopo il quinto
respiro, persi conoscenza. Mi sentii cadere sorretto dalle
braccia forti di Ahmon. Aprendo gli occhi mi trovai in un
giardino con una piccola spiaggia, davanti a me un lago
bellissimo con al centro un’arcata che si rifletteva sullo
specchio d'acqua. Ahmon m’invitò a salire su una
piccola barca ormeggiata. Salii e la barca iniziò a muo-
versi da sola verso questo ponte di pietra circolare. Più ci
si avvicinava e più sentivo una certa attrazione. Più si
andava avanti più mi sentivo a casa. Il mio corpo aveva
di nuovo consistenza, più denso, sembrava di essere tor-
nati sulla terra. Passammo sotto quell’arco e mi accorsi
che si trattava di un altro portale come quello che attra-
versai per Shamballa. Appena superammo lo strato sotti-
le di quello specchio, i miei occhi si posarono su delle
figure umane dall'altra parte del lago, e allora non fu
possibile evitare di far scendere le lacrime come una ca-
scata di acqua. Sapevo che non stavo sognando, ma di
certo il luogo in cui ero destinato non poteva essere la
terra. Avevo perso i miei genitori da anni, e Cyril proba-
bilmente aveva fatto la stessa fine. Di fronte al mio
sguardo c’era mio padre, mia madre, il mio primo cane
d'infanzia Kyra e l’amico e confidente Cyril. Non sapevo
cosa pensare, non riuscivo proprio a capire, singhiozzavo
e ridevo, ridevo e singhiozzavo. Sembrava che mi stesse-
ro aspettando. Attendevo solo di essere più vicino a terra
per saltare e afferrarli con forza! Qualche metro ancora e
la chiatta si fermò su quel pontile. Il mio slancio mi fece
immediatamente catapultare tra le braccia dei miei geni-
tori. Neanche una parola, qualsiasi cosa fosse quel posto, mi
era stata data una nuova possibilità di abbracciarli e non
lo avrei mai creduto possibile in vita mia! Dopo po- co si
unì anche Cyril e infine Kyra che mi leccò sulle mani e
mi saltò addosso come se non ci fossimo mai la- sciati.
<<Mamma, Papà, ma dove siamo?>>
<<Questo spetta ad Ahmon amore mio >> disse mia
madre con una dolcezza mai manifestata prima. << Sta-
sera avremo tutto il tempo di parlare, ti spiegheremo co-
me siamo arrivati qua e perché ti aspettavamo. >>
Ahmon prese la parola:
<< Michael questo è uno spazio intermedio tra Agar-
thi e la vostra terra. Voi lo chiamate purgatorio, invece
noi lo chiamiamo campo di lavoro. Questo posto si trova
in superficie, ma è protetto e invisibile agli occhi di ogni
umano. Qui si lavora per costruire le nuove tecnologie
per il vostro pianeta. Tutte le più grandi scoperte della
vostra umanità sono nate con la collaborazione tra noi di
Shamballa e le vostre menti più elevate. Alcuni sono do-
vuti morire per raggiungerci, altri semplicemente sono
stati prelevati e portati qui con il loro consenso. Avrai
sentito di alcuni grandi scienziati scomparsi nel nulla,
ecco loro avevano deciso di vivere qui per sviluppare al-
cune scoperte utili al genere umano. E’ così che sono na-
ti i computer, i pannelli fotovoltaici, e alcuni dei mezzi di
comunicazione più ricercati degli ultimi anni, ed è qui
che insieme lavoreremo al mezzo di trasporto che guide- rai
e che ci riporterà sul nostro pianeta. Sarà l’ultima del- le
undici già presenti, ma aprirà la strada a un’innovazione
senza precedenti. Allo stesso tempo sarà un’astronave e
la casa che condividerete con Eve per il resto della vita.
Lei vi seguirà per sempre durante i vostri viaggi, sia che
decidiate di restare su Betelgeuse, sia se preferirete
andare altrove. La galassia vi accoglierà ovunque
sceglierete di essere. Stasera starai con i tuoi ca- ri, poi
domani inizieremo il lavoro di costruzione, senza perdere
altro tempo. Finita l’astronave, sarai anche in grado di
pilotarla abilmente, sei nato per questo, sei un ingegnere
e pilota, ma prima dovrai istruire gli altri undi- ci al
comando. Ora seguimi, ti faccio vedere dove sia- mo.>>
<< Scusami Ahmon ma ho una domanda. Tu porti un
bracciale quasi identico al mio, ha un significato partico-
lare? >>
<< Sì avrai capito col tempo quanto importante era
per la tua famiglia. Lo indossavo nella mia ultima incar-
nazione. Ero il tuo bisnonno, il nonno di tua madre, il
padre di tuo nonno. Raccontavo sempre la storia del no-
stro popolo a tua madre, lei mi ascoltava per ore, fanta-
sticando su viaggi interstellari e pianeti lontani. Allo
stesso tempo la preparavo a questo momento. Già da al-
lora sapevamo di dover partire e lasciare questo pianeta,
quindi m’incaricarono di ritornare e cercare moglie così
che la mia successione avrebbe potuto iniziare questo
percorso. Come me c'è ne furono altri undici, e tutti fino
ad ora hanno permesso la realizzazione delle altre navi-
celle che partiranno, appena noi avremo finito. Per quan-
to riguarda il bracciale invece se guardi bene, ha disegna-
ta la costellazione di Orione, quella del nostro pianeta, e
in più quei simboli sono scritte in pre-sanscrito, la lingua
di Betelgeuse, e dicono che il figlio dell'uomo viene da
qui. Come avrai capito la razza umana per l'ottanta per
cento è di Orione. Qui su questo bracciale indica proprio
la nostra origine. >>
<< Riporteremo tutta l'umanità a casa?>>
<< Questo non sarà possibile. Buona parte è già a
Shamballa, Saranno non più del 10%. Tutti gli altri sa-
ranno accompagnati con dolcezza in altre destinazioni.
La terra potrà così ripulirsi senza uccidere nessuno. Tutti
saranno già in salvo in quel momento. L'ira di Dio ha già
fatto molte vittime in passato, ora no.>>
Mi fece cenno di seguirlo per un sentiero. Dopo dieci
file di alberi arrivammo davanti ad un portone di almeno
dieci metri. Di legno, intarsiato, ogni piccolo particolare
raffigurava episodi accaduti nella storia del mondo. Chi
aveva scolpito quel capolavoro era un genio, perché non
ci sarebbe bastata una vita.
<< Questa è la porta per Stazione dodici. Qui abita
l'ultimo gruppo di persone che ti aiuteranno prima della
tua partenza, non saliranno con te perché loro sono desti-
nate ancora al servizio, per poi passare a Shamballa. Sul
pianeta esistono altri undici luoghi come questo. Ognuno
ha il suo comandante e ognuno ha già terminato il lavo-
ro. Le persone della comunità sono tutte anime trapassate
dal vostro mondo, che stanno, diciamo, scontando alcune
loro azioni con il lavoro. Quando avremo finito l'ultima
astronave, passeranno di diritto al paradiso, Shamballa
per intenderci. Quel luogo esisterà sempre anche dopo
che la terra non avrà più vita. Aspettano noi per questo
passaggio, quindi non perdiamo altro tempo e andia-
mo.>>
La porta si aprì e ci vennero incontro due sentinelle
guardiane. Ne avevo viste già altre prima e quindi sape-
vano che ci avrebbero scortato lungo il tragitto per sta-
zione dodici. Salimmo sui loro carri e partimmo. La
grande porta si chiuse dietro senza il minimo rumore.
Dopo alcuni minuti di strada passammo per il centro del-
la cittadina. Vivevano tutti in piccoli oblò scavati nel ter-
reno ai piedi di una collina. Sotto era pieno di cunicoli
grandi come strade, e ci si spostava da un posto all'altro
senza uscire. Le case anche si sviluppano verso il basso e
avevano ogni tipo di comodità. Aveva le caratteristiche
di un campo di lavoro, e in effetti lo era. Non si era co-
struito troppo perché sarebbe stato solo un punto di pas-
saggio da abbandonare. Quindi dicevo che erano tutti ai
piedi di una piccola montagna, che raggiungemmo dopo
essere usciti dal paese. Era un altopiano erboso molto va-
sto.
<< Siamo qui per costruire qualcosa di grande ogni
giorno>> disse Ahmon.
<< Ti parlerò del materiale che useremo per costruire.
Sarà un misto tra fibre di una pianta poco diffusa ora sul
pianeta, ma che noi usiamo da sempre e che ai tempi dei
primi uomini, portammo con noi e coltivammo, ma ades-
so iniziamo il lavoro più faticoso, andiamo a caricare il
nostro materiale.>>
<< Nei prossimi giorni, insieme al gruppo di lavoro,
porteremo tutto nella zona in cui edificheremo la nave,
poi passeremo a istruirti su come ricordare le tue nozioni
di bio-ingegneristica. Per finire avrai la conoscenza ne-
cessaria per assemblare e poi guidare la tua e tutte le al-
tre undici verso la stazione di partenza a Shamballa.>>
<< Mi hai fatto pensare a lei >> dissi ad Ahmon.
<<Chissà come procede la sua vita là, se ha già inizia-
to a prendere Confidenza con la grande astronave ma-
dre?>>
<< Guarda Michael, guarda davanti a te.>>
Ahmon alzò uno strato sottile dal nulla, come un velo,
per farmi vedere cosa accadeva lì a Shamballa. Sembra-
va di guardare un film.
Eve era con Erha all'interno della montagna. Lo stesso
luogo dove dormiva la grande madre. Stava spiegando il
funzionamento dei veicoli a Eve:
<<Gli Esseri a bordo di queste navi spaziali non sono
trasportati attraverso il Cosmo come avviene sui vostri
aerei.

Le navi si attivano con il DNA del nostro sangue. Uno


speciale cristallo con coscienza dovrà essere posto su una
base al centro del posto di comando, che è collegata con i
centri biologici del mezzo. Il cristallo è appuntito e per-
mette una leggera perforazione del dito indice della ma-
no destra. Il sangue va nei nadi che avete già visto sco-
prendola, sono canali viventi che collegati ai piloti dor-
mienti, sono percorsi dalla corrente energetica e biologi-
ca del sangue e del mezzo stesso, per dare la linfa vitale
che muoverà la nave, dando vita a ogni sua parte.
La nave si chiama Shadow. È un nome simbolico che
abbiamo messo all'astronave in ricordo dell'ultimo Drago
che ha deposto a Shamballa. Per ogni ciclo vitale del no-
stro popolo, vivevano due draghi reggenti sul nostro pia-
neta. Alla fine di ogni ciclo scendevano a Shamballa per
fecondare le uova dei loro successori. I Draghi non si ac-
coppiavano sessualmente come gli animali comuni, ma
con un vero e proprio atto di magia. Dopo avvenuto que-
sto, avevano pochi giorni di vita prima del loro trapasso.
Il loro sacrificio era necessario per la sopravvivenza del
nostro popolo. Allo stesso tempo noi sapevamo che era
giunto il momento di tornare a casa.
Oggi invece i draghi qui non arrivano più, questo sa-
crificio non sarà più necessario, perché sarà per noi l'ul-
timo viaggio. Il destino dell'uomo è cambiato, e con loro
anche quello del nostro popolo. Questo quindi sarà il tuo
compito Eve, guiderai la nave per riportarci a casa. Tu
sei la chiave per Risvegliare i guardiani di Shadow, il lo-
ro servizio è di eseguire i tuoi ordini, di portare con te la
madre di nuovo dai suoi figli. Oltre che da stazione spa-
ziale per il nostro popolo, la nave faceva da incubatrice
per le uova fecondate, i nuovi nati erano i reggenti di Be-
telgeuse, ma adesso nella fase finale, sarete voi a occupa-
re il posto che vi spetta. Ora che i draghi non ci sono più,
sarete Voi il Re e la Regina di Betelgeuse. Aspettavamo
questo momento da sempre.>>
Questa notizia arrivò al nostro cuore come un maci-
gno pesante. Qualcosa di forte e improvviso, ma allo
stesso tempo piacevole. La sensazione di quando stai per
affrontare la cosa più importante della vita e ancora non
sai con quale piede partire e come iniziare. È quella sorta
di paura che ti schiaccia sulla bocca dello stomaco e che
ti da pochi secondi per decidere, se scappare e subire o
cambiare atteggiamento alleggerendo quella pietra usan-
dolo per costruire qualcosa. Vedevo Eve dallo schermo e
sapevo che stavamo provando la stessa cosa anche se co-
sì distanti. C’eravamo prepararti troppo bene per poter
fallire, su di noi c'era un gran carico di responsabilità, ma
adesso non era il momento di pensare a noi come re e re-
gina, ma impegnarci al massimo per portare quelle astro-
navi nel viaggio interstellare più importante della storia
dell'universo. Avremmo avuto tempo per tutto il resto.
Erha continuò a spiegare:
<< Sarai psichicamente e consapevolmente connessa
al velivolo stesso e quando sarai pronta, entrerai in stato
di meditazione e unirai il tuo pensiero fino a formare
un'entità cosciente con le dodici sentinelle.
Visualizzerai quindi un cambio d'itinerario, e questo
permetterà all'astronave, così come a tutti i passeggeri a
bordo di entrare insieme in un altro livello dimensiona-
le.>>
Fece una piccola pausa per essere sicura che Eve la
stesse ancora seguendo. Ci avevano insegnato nelle
scuo- le iniziatiche a raggiungere uno stato di attenzione
altis- simo e di registrare le informazioni non più dal
cervello, ma attraverso il timo in connessione con il
cuore.
Erha aspettò ancora un secondo e poi disse ancora:
<< Poi ci sono le dodici navi che fungeranno da so-
stegno logistico e che sostano negli spazi di lavoro terre-
stri. Undici sono già pronte, ma senza quella di Michael
e senza la sua guida, niente potrà muoversi.>>
Dopo quelle parole vidi negli occhi di Eve un po' di
nostalgia, ma dipendeva soprattutto da me. Da quando
avevo messo piede nella stazione “12”, non c'era stato un
minuto senza che avessi pensato a lei. Dovevo trovare
assolutamente un modo per incontrarla. C'è l'avrei fatta,
altrimenti non mi sarei potuto concentrare su tutto il re- sto.
Ahmon che sentì i miei pensieri, stacco le immagini
di Shamballa e mi disse:
<< So come ci si sente, anch’io ho nostalgia per Erha
a volte, ma so trasformarla in forza. Stanotte prima di
dormire concentrati sulla sua immagine, chissà che suc-
cede qualcosa.>>
Il mio volto era già più sereno, me ne tornai a casa dei
miei, felice con me stesso e deciso a portare la mia nave
su tra le stelle. Quella sera poi sarei stato a tavola a fian-
co padre e mia madre, Cyril. Avrei dormito con Kyra.
Tutto questo non lo avrei mai pensato possibile. Avevo
pensato di averli persi per sempre, di non aver potuto
mai più riabbracciarli, invece eccoli qui, davanti a me
mentre passiamo una piacevole serata insieme.
<< Spiegatemi allora >> dissi io << cos'è questo posto
e perché siete qui? >>
Prese la parola Lucy << Caro Michael, subito dopo
l’incidente, io e tuo padre rimanemmo senza sensi per
diversi minuti. Ci ritrovammo insieme a camminare nel
corridoio dell’ospedale, pensando di esserci svegliati,
cercavamo di attirare l'attenzione dei passanti, ma nessu-
no ci vedeva. Solo dopo essere passati davanti alla nostra
stanza, capimmo cosa accadeva. Intorno a noi c'era una
forte agitazione, medici e infermieri cercavano di farci
riprendere conoscenza. C'è ne stavamo andando e noi
eravamo lì ad assistere. Mentre i nostri corpi si stavano
lentamente spegnendo, vedemmo una luce azzurra che si
avvicinava lentamente a noi. D'improvviso fummo risuc-
chiati come dei magneti e ci ritrovammo sulla spiaggia
da dove tu sei arrivato. Uno spettacolo unico e indimen-
ticabile. Due persone, un uomo e una donna, ci stavano
raggiungendo sopra un'imbarcazione. Scesero e la loro
luce era accecante, sembravano Dei. Erano Erha e Ah-
mon. Iniziarono a spiegarci la situazione, cosa ci stava
accadendo e perché eravamo arrivati là. I nostri corpi fi-
sici difficilmente ce l'avrebbero fatta, e se avessimo deci-
so di tornare indietro probabilmente i danni cerebrali sa-
rebbero stati irreversibili. Ci proposero di restare lì per
prestare servizio in attesa di poter accedere al nostro pa-
radiso. Avremmo aiutato quella comunità a crescere, ma
non saremmo più potuti tornare alla nostra vita. Il nostro
pensiero fu subito per te, ma ci rassicurarono dicendoci
che il nostro servizio includeva anche qualcosa che ti ri-
guardava e che al momento opportuno avremmo potuto
rivederti. E quel momento è arrivato. Saremo tutto il
tempo al tuo fianco fino a che partirai, poi finalmente
avremo accesso al paradiso di Shamballa e saremo in pa-
ce. >>
<< E tu Cyril? Cosa ti ha portato qua? >>
<< Ricordi Michael quando ci lasciammo prima che
partissi per la spedizione? Dovevo andare a fare un con-
trollo e mi trovarono una macchia scura dentro la testa.
Non sapevo come rintracciarti. Decisi di operarmi anche se
era molto pericoloso. Mi sarebbero rimasti solo pochi
giorni di vita e tanto valeva rischiare. L'operazione sem-
brava andare bene, ma poi ci furono complicazioni e me
ne andai. Anch’io, come tuo padre e tua madre, mi ritro-
vai sulla spiaggia. Quella vista mi riempì di serenità.
Ahmòn mi spiegò ogni cosa, era con i tuoi genitori. Mi
erano venuti a prendere insieme. Il pensiero di riabbrac-
ciarli e poterli aiutare mi riempì di gioia. Non esitai un
momento e andai con loro. >>
<< Mi sto godendo questo momento, questo pasto, i
vostri occhi, e il pelo morbido di Kyra che mi mancava
tanto. Siete bellissimi e luminosi. Mi fate emozionare. Vi
prometto che ripagherò tutta la vostra fiducia e il vostro
amore. Sapete già dove sto per andare vero?>>
Mi guardarono con lo sguardo più amorevole dell'uni-
verso annuendo e aprendo le loro braccia e il cuore. Ci
stringemmo tutti insieme, posando il primo mattone ver-
so la realizzazione di tutto.
Capitolo 8
Io sono Syrio.

Eve ed Erha camminavano vicine in direzione delle


montagne. Sembrano madre e figlia, e lo erano in qual-
che modo.
Erha aveva sempre desiderato questo momento. Poter
finalmente cedere la sua conoscenza a un figlio, e il pia-
neta terra le aveva dato ciò che sempre desiderava. Lei,
Eve.
Eve sembrava aver sentito i suoi sentimenti e si strin-
se a lei calorosamente. << Ti voglio bene Erha. Grazie a
te ho trovato il senso della vita, ho sciolto quel nodo che
ogni essere vivente ha dalla nascita e che lo spinge alla
ricerca di se stesso e dell'origine di sé. Ora so tutto e so-
no consapevole che la mia vita proseguirà in un altro
pianeta, la mia casa d'origine. Questo è incredibile.>>
<< Tu sei incredibile figlia mia >> disse Erha << Non
hai esitato un istante, con coraggio e grande spirito di sa-
crificio hai rischiato la tua vita, e sei arrivata dove pochi
prima di te sono giunti: Al cuore della vita di un pianeta
e alla tua. Adesso il momento di tutto il genere umano è
nelle tue mani. Prendi la tua rotta e parti. >>
Camminando ancora per un po', arrivammo al punto
dove ci raccolsero la prima volta. Di fronte a noi si aprì
lo stesso portale. Lo attraversammo con disinvoltura, ri-
trovandoci dentro ad una grotta. La nostra aura illumina-
va il cammino. Sulla destra scendemmo dei gradini in un
cunicolo stretto. Sembrava tutto chiuso, ma al nostro
passaggio iniziava ad aprirsi il varco magicamente. Era-
no passaggi occultati di proposito, e solo chi era di
Shamballa sapeva come aprirli. Arrivammo sulla punta
di un precipizio. Erha mi fece cenno di guardare giù. Una
vista senza precedenti. Vidi per la prima volta Shadow in
tutto il suo splendore. Una nave di dimensioni indescri-
vibili che respirava come un essere vivente e in realtà lo
era.
Erha inizio a spiegare:
<< Le astronavi-madre sono di differenti grandezze,
in rapporto alle singole missioni e alle lunghezze d'onda
che le caratterizzano. Le più voluminose possono supera-
re i mille chilometri di lunghezza quando si materializ-
zano in terza dimensione. Shadow è una di queste. Co-
struita eoni fa da menti sapienti e sagge del nostro popo-
lo, è una macchina infallibile, ma ha anche bisogno di un
elemento puro e solido come il sangue di chi la comanda.
Un tempo io avevo questa densità e potevo guidare Sha-
dow, ma più a lungo sei a Shamballa è più etereo il tuo
corpo diventa. Quindi il principio per cui funziona Sha-
dow non è più compatibile con la mia realtà. Solo il san-
gue della famiglia reale attiva l'apparato vitale dell'astro-
nave, e tu come terrestre e mia discendente diretta hai ogni
caratteristica per questa impresa.
Conoscerai ogni segreto di Shadow, risveglierai i pi-
loti nelle incubatrici. Assumerai il comando di ogni esse-
re vivente di Betelgeuse da oggi e per i prossimi tempi a
venire. >>

Dall'alto non si riusciva a capire quanto fosse grande


Shadow. Il punto in cui c’eravamo fermati con Michael
prima di essere accolti in Agarthi, era ben visibile.
Quella spirale che si era aperta ora da sopra era più
chiara e definita. Mi accorsi che il simbolo che mi aveva
accompagnata per tutta la vita era in realtà la parte finale
di una coda arrotolata su se stessa. Era la coda di un dra-
go. Quello che vedevo era solo la parte finale di una
splendida creatura. Avevo sempre desiderato poterne in-
contrare uno, cavalcare, stringersi a me. Probabilmente
quel viaggio sarebbe stato la mia occasione. Sarei stata
in connessione con l'astronave e allo stesso tempo con
Sha- dow. Non vedevo l'ora di iniziare.

Seguii Erha verso un piccolo incavo scavato nella


roccia. Mi disse di entrare con lei e di chiudere gli occhi.
Mi sentii subito risucchiata verso il basso velocemente.
La sensazione era di essere in ascensore ma a una ve-
locità supersonica. La mia attenzione vacillò per pochi
istanti, per poi essere catapultata nel cuore pulsante di un
essere vivente. Potevo sentire la sua vita scorrere, capire i
suoi pensieri, percepire la sua forza. Tutto questo in-
sieme di emozioni mi faceva girare la testa.

<< È per questo che la mia forma è circolare. Per dare


il tempo al tuo corpo di abituarsi. Ogni parte che attra-
verserai, sarà un’iniziazione che ti porterà gradualmente
a essere una sola cosa con Me. >>

Quella voce mi rassicurava e allo stesso tempo mi


turbava. Mi trovai in una stanza tonda senza più Erha ac-
canto. Capii che sarei stata sola con Shadow da quel
momento in poi. Quella voce era la sua. Era la voce
dell'Astronave che iniziava a parlarmi, e che mi avrebbe
dato istruzioni precise per farla volare. Tutto era iniziato.
Pronta o no dovevo camminare.

La prima stanza aveva pareti lisce e bianche. Cercavo


di capire da dove sarei uscita e iniziai a girare capendo
che si trattava di una stanza di forma circolare. Sfiorai la
parete passando e scoprii che rispondeva al mio tocco
emettendo dei piccoli suoni e prendendo colore. Senza
esitazione iniziai a sentire quel suono e con le mani allo
stesso tempo disegnavo le pareti.
Rispondevano ai miei pensieri e al mio calore. Finito
il mio giro, mi misi seduta al centro della stanza goden-
domi la mia melodia e guardando ciò che avevo appena
colorato. Tutto quello aveva un senso. La musica rappre-
sentava il mio intento e allo stesso tempo i colori, il mio
umore e il mio potere personale.
Con la musica avrei dato le mie istruzioni e con i di-
versi colori potevo attivare alcuni comandi. Il blu sareb-
be servito come elettricità, il rosso come carburante, il
giallo come stimolo vitale, l'arancio per comunicare, il
verde per sentire, il viola per trasformare e plasmare e il
bianco per disegnare la mappa che ci avrebbe portati alla
destinazione finale.
Appena compresi tutto questo si aprì un varco sulla
parete e gioendo passai nella seconda stanza.
Questa volta vidi intorno a me una serie di simboli
grafici che al mio sguardo s’illuminavano. Sentii subito
il bisogno di sdraiarmi a terra. Sentivo che quelle scritte
volavano su di me e iniziavano a scendere dalla testa per
infilarsi nella mia mente. Tutte quelle informazioni, all'i-
nizio incomprensibili, cominciarono ad avere senso. Era
il linguaggio della macchina e adesso avevo codificato il
suo modo di esprimersi. Potevo alzarmi e procedere.
Nella terza stanza era buio. Pensai di dover procedere,
ma poi iniziarono ad accendersi delle luci. Capii subito
che non si trattava di luci. Era una mappa stellare. Mi
stavano insegnando la geografia che avremmo incontrato
nel nostro viaggio. Vedevo la nostra galassia, la sua
struttura, le insidie e i pianeti che la caratterizzavano.
Come se fossi stata programmata, adesso in me c'era la
rotta precisa che avremmo affrontato.
Mi sentivo stanca e volevo riposare. Nella stanza suc-
cessiva mi sentii come catapultata a terra e chiusi gli oc-
chi. Delle piccole manine m’iniziarono a tenere a
mezz'aria e massaggiarmi dolcemente. Era un piacevole
solletico che sentivo sotto pelle e che mi dava forza. Mi
accompagnarono in un'altra stanza in cui una doccia ini-
ziò a rinfrescarmi il corpo. Non era acqua, ma più simile
a del vapore di cristalli.
Sentivo di aver riposato molto e in più avevo una ca-
rica importante. Mi sentivo diversa. Nella stanza succes-
siva iniziai a sentirmi nuda e osservata. Appena pensai
questa cosa, vidi davanti a me un piccolo vortice arcoba-
leno, come una colonna d'aria. Sapevo di cosa si trattava.
Entrai e subito mi sentii avvolta e coperta completamen-
te. Era il modo di vestirsi che usavamo a Shamballa.
Questa volta però la tuta aveva i colori necessari a co-
municare con Shadow. Erano dei sensori che ci avrebbe-
ro messi in contatto al momento opportuno.
Fino a quel momento avevo capito di aver camminato
circolarmente, ma anche di essermi avvicinata al centro
dell'astronave. Ogni passo mi aveva iniziata e allo stesso
tempo avvicinata al cuore del comando.
La stanza successiva era una sfera perfetta e traspa-
rente. Cercai di guardare fuori ma le immagini erano di-
storte. A un certo punto dalla parete partirono delle sca-
riche elettriche simili a fulmini. Si allungavano verso di me
senza toccarmi. Istintivamente rimasi ferma e mi la- sciai
andare. Respirando profondamente aprì il petto e le
mani, a testa alta accolsi questi fili di luce. Dal mio cor-
po uscivano ora dei tentacoli luminosi che si andavano a
unire alle scariche elettriche. Pian piano ero completa-
mente connessa a quella sfera. Aprii lo sguardo all'oriz-
zonte e tutto era chiaro. Quella sfera ora si era dissolta ed
io ero al centro della cabina di comando, ancora sfavil-
lante di luce ed elettricità.
Sentii Shadow dire: << Ora inizierai il vero lavoro. I
tuoi tentacoli di luce sono sotto il tuo controllo e potrai
utilizzarli per comunicare e scambiare informazioni con i
dodici piloti incubati. Li vedi? Anche loro sono circon-
dati da una sfera trasparente. Una volta svegli dovranno
essere istruiti su come liberarsi e iniziare la salita. Tu
permetterai tutto questo e darai le istruzioni per ritrovare
memoria di come pilotare la nave madre . >>
Ora ero seduta li, al centro dell'astronave. Tutti aspet-
tavano un mio gesto o una mia parola. Sapevo già che
sarebbe stato tutto facile, ero nata per essere qui e ora.
M’iniziai a guardare intorno. Davanti a me un grande
cristallo. Intorno i dodici piloti. Sotto di me un sedile che
si era perfettamente plasmato alla mia forma. Fasci di lu-
ce che uscivano da me e dalle incubatrici dei piloti e si
fondevano. Sarebbe bastato iniziare. Un mio gesto e via!
Istintivamente alzai il braccio destro e portai la mano
sopra il cristallo. Questo cominciò a vibrare ed emettere
un suono acuto. Tentai di ritirarmi, ma era come se quel
movimento mi avesse bloccata. Senza opporre resistenza
mi lasciai andare e restai a osservare ciò che accadeva. Il
cristallo fu attraversato da un fascio di luce riflettendo
dodici diversi colori nella direzione di ogni pilota.
La luce finiva proprio sopra la loro fronte disegnando
una lettera molto simile alla simbologia sanscrita dei
chakra. Ognuno di loro aveva un disegno diverso, come
per essere identificati. Il fascio si fermò in quella posi-
zione e il cristallo smise di ruotare. Inizio a muoversi
qualcosa al suo interno. Si aprì formando un fiore a do-
dici petali e dal suo centro si alzò un ago metallico che si
andò a conficcare delicatamente al centro del mio palmo.
Non sentii nessun tipo di dolore, era come se fosse già
una parte di me. Il mio flusso sanguigno inizio a scende-
re attraverso il cristallo raggiungendo a uno a uno i pilo-
ti. Dal primo all’ultimo fecero un respiro come se
fossero appena usciti da un’apnea. Ogni mia ispirazione
era una loro ispirazione. Ogni mia espirazione era una
loro espi- razione. Capivo cosa stava succedendo, e
sentivo che tut- to procedeva nel migliore dei modi.
Il mio corpo ribolliva impazzito. Sentivo le molecole
sbattere tra di loro e scontrarsi. Stava succedendo tutto in
fretta e non capivo se il mio corpo sarebbe stato più lo
stesso. Dal mio ombelico uscirono dei filamenti di DNA
e cominciarono a trasformarsi. I mattoncini colorati che
sapevo essere nucleotidi che costituivano le basi del
DNA e quindi le mie informazioni genetiche, iniziarono
a essere instabili e allo stesso tempo anch’io mi sentivo
diversa, ma anche impossibilitata a condurre quella dan-
za. Capii che qualcosa di superiore mi stava usando per
sperimentare su di me le sue conoscenze. Ero una cavia
da laboratorio che però aveva davanti a sé i dettagli delle
operazioni che stavano eseguendo su di lei. Non sapevo
come reagire, e forse non dovevo farlo, dovevo fidarmi
ancora una volta. Mi sentivo usata, anche se il mio corpo
in tutto questo tempo aveva subito grandi cambiamenti
per adattarsi a quel mondo, però era sempre stata una
scelta condivisa. Mentre adesso questa nave si stava ap-
profittando di me senza avermi chiesto il permesso. Ini-
ziai a spazientirmi, mentre davanti a me continuavano a
fare il loro comodo! << BASTA!>> gridai con tutta la
rabbia che avevo in petto << voglio sapere cosa succede,
oppure mando a monte tutto! >>
L’immagine davanti a me sparì all’improvviso. E tut-
to si spense in un buio senza luce. Dopo un secondo o
due vidi una stella apparire, aveva qualcosa di così ma-
terno e accogliente. Mi prese a singhiozzare tra
l’arrabbiato e il felice. Scesi dal sedile e mi rannicchiai
sul pavimento in posizione fetale. Mi sentivo al sicuro e
protetta, ma mi sentivo anche così stupida ad aver dubi-
tato e aver pensato di mandare a monte tutto. Questo sa-
rebbe stato il momento più bello della mia vita, e quella
luce nel buio era la stella, la scintilla di vita che tutti gli
esseri viventi dell’universo vedono prima di nascere.
Non ero ancora pronta per sapere la sequenza esatta della
creazione, per quello avevo fermato l’elica del mio
DNA, perché mi serviva ancora tempo. Sarei presto nata
ancora una volta, ma preferivo ancora restare nella pan-
cia dell’astronave, mi sentivo più protetta e serena. Sa-
pevo che mi avrebbero dato tempo per capire e me lo vo-
levo prendere tutto. Solo così avrei potuto conoscere i
due aspetti della creazione: quello più romantico in cui la
scintilla divina scende su di noi e ci dona la nostra ani-
ma, e poi quella più materiale in cui L’architetto gioca
con le nostre molecole per darci la forma che ci spetta. E
questa parte ancora non la digerivo, ma sarei dovuta na-
scere presto. Questa era una fase essenziale per la nuova
vita che mi aspettava, o questo o la fine.
Tutto a un tratto scomparve intorno a me. Mi sentii
sollevata e mi risvegliai nella mia stanza con Erha che
mi stava versando qualcosa di caldo.
<< Ciao figlia mia riposa ancora un po', non aver pau-
ra. Adesso ti sentirai un po' debole, ma presto ti riprende-
rai. Non muoverti troppo oppure la trasformazione che è
già in atto sarà compromessa. Hai dei ricordi? Eri su
Shadow e poi a un certo punto sei svenuta e ti siamo ve-
nuti a raccogliere. Stavi vivendo qualcosa di molto forte
e non hai retto. Avrai bisogno di passare almeno tre
giorni nella camera d’iniziazione per camminare di nuo- vo
e completare la tua rinascita come Regina.
Vuoi? >>
<< Erha io non aspetto altro che poterlo fare e mi di-
spiace di non aver retto il momento, mi sono sentita il
peso di tutta l’umanità addosso e solo quando iniziavo a
capire il vero senso di ogni cosa, sono crollata. Tra qual-
che giorno prenderò io il comando e saprò come attra-
versare l’universo senza altre esitazioni. >> Sentivo il
cuore del drago dentro di me, era ancora un peso enorme,
ma immensamente piacevole. Non c’era più sangue nelle
mie vene ma fuoco. Il Fuoco sacro di Shadow. Mi senti-
vo potente, ma erano solo potenzialità per ora. Mi feci
chiudere dentro la stanza della mia iniziazione lascian-
domi ogni preoccupazione dietro.

Tre giorni sarebbero passati in un batter d’occhio.


Questa pratica era molto antica. Venivano iniziati grandi
re d’Egitto e di ogni grande civiltà. Era come passare da
una realtà di semi-dio a quella veramente divina. Uscita
di là, avrei avuto ogni potere e potuto affrontare ogni co-
sa esistente senza esitazione, però in quella camera si ri-
schiava anche di perdersi, ed era utilizzata solo in casi
estremi e gravi. Per questo ero lì. Perché in qualche mo-
do avevano riposto in me troppa fiducia e invece quella
mia parte ancora troppo umana, era collassata, quindi pa-
radossalmente, per non rischiare di dissolvermi e sparire
nello spazio vuoto e infinito dell’ignoto, era necessario a
questo punto rischiare e portare il mio corpo forzatamen-
te a un livello quasi pari all’immortalità.

Chiusero, e sentii subito una moltitudine di voci e la-


menti. Erano tutte le anime ingabbiate che erano morte
tra atroci sofferenze nel mondo. Mi sussurravano, grida-
vano, piangevano. Io istintivamente mi tappai le orec-
chie, ma il suono del dolore non si sente con i timpani,
ma dal cuore. Io avrei dovuto mantenere la calma e ac-
cogliere con il mio amore tutta la loro sofferenza. Ri-
schiavo di esplodere e di andarmene prima del tempo.
Accolsi le loro richieste, ma erano pressanti e violente e
mi spingevano verso la parete sempre più disperate e ar-
rabbiate.
“ Tu non ci ami veramente” dicevano “ ti sentiamo,
sei bugiarda e vuoi solo la tua salvezza! “
A me veniva da piangere a sentirmi dire quelle cose,
pregavo loro di smetterla, ma erano sempre più
insistenti. Ero ingabbiata e nel panico più totale. Cercai
di correre via, ma mi trattennero e mi seppellirono con i
loro corpi. Sentivo che era la fine, stavo perdendo il
respiro, ma poi una luce blu apparve sopra la mia testa
dandomi la scin- tilla che mi avrebbe salvata. Respirai
profondamente e cacciai un urlo assordante, piangendo e
tirando fuori ogni sensazione.
“ Via gridavo, Via! Voi non siete di questo mondo ed
io desidero il vostro bene, voglio che torniate a casa.
Permettetemi solo di indicarvi la strada, di aprirvi la por-
ta della pace finalmente. Vi prego. “
Percepivo una compassione fortissima per ognuno di
loro. Pian piano li vidi arretrare e calmarsi. Cambiarono
espressione e si diressero verso la luce blu, che si tra-
sformò in un portale lattiginoso, in cui uno per volta spa-
rirono. L’ultimo si girò verso di me ringraziandomi e
sparì insieme con gli altri.
Sfinita da tutto quell’impeto, chiusi gli occhi e iniziai
a dormire.

Vidi un corpo supino su un letto, la stanza era sigillata


da un vetro da cui potevo seguire la scena.
Intorno al letto c’erano delle persone che sembravano
piangere la sua morte. Una scena molto triste, ma non
riuscivo a vedere di chi si trattasse. Tutti a turno le acca-
rezzavano la fronte e la baciavano per poi ritornare ai lo-
ro posti. Uno di loro si girò verso di me, ma non riuscii a
riconoscerlo. Ognuno di loro aveva intorno a se un alone
grigio e cupo che dava ancora più dolore a quel momen-
to. Nessuno che recitava una preghiera o che dicesse
qualcosa per ricordare quella ragazza e la sua vita terre-
na. Volevo entrare senza capirne il vero motivo. A un
certo punto mi accorsi che la sua mano sinistra muoveva
lentamente le dita. Iniziai a sbattere le mani sul vetro per
attirare la loro attenzione, ma nessuno riusciva a sentire.
Allora cercai di gridare e di avvisarli che stavano pian-
gendo per una persona ancora in vita. Mi disperavo per
lei e stavo quasi perdendo il controllo. Quando la vidi al-
zarsi e venire verso di me sulla finestra. Ma nessuno an-
cora che si accorgesse di nulla. Non riuscivo a mettere a
fuoco il suo viso, aveva un’aria così familiare. Posò le
sue mani sul vetro e iniziò a muovere le labbra. Sentivo
la sua voce rimbombarmi nella testa:
<< Ciao Eve, eccoci qua. Al momento della tua par-
tenza. Sei agitata ti sento. Sapere di dover andare via
senza nessuno che veramente ha mai tenuto a te. Tutte
persone che sono arrivate solo perché avevano saputo
che per te era arrivato il momento di andartene da questo
mondo. A nessuno è mai fregato di te ed è così che sei
destinata a morire, sola e dimenticata. Anche adesso che
pensi di avere una missione e di essere una regina, sappi
che ti sfrutteranno e ti scaricheranno al momento oppor-
tuno. Questo è sempre stato il tuo destino. >>
Quelle parole mi trafissero il petto. Avevo provato
certe sensazioni nella mia vita e aveva ragione, mi ero
sempre sentita sfruttata e incompresa. E anche adesso in
punto di morte! E poi nella nave madre qualche giorno
prima. Mi salì una rabbia e un fuoco dentro che non po-
tevo controllare. Iniziai a maledire tutti e a sbattere tutto
quello che mi trovavo tra le mani in quel momento. Die-
di un calcio alla porta della stanza così forte da scardi-
narla. Mi avventai sulla prima delle persone che mi tro- vai
di fronte afferrandola per il collo. Era una donna ro-
busta, ma il suo volto era spaventato. Le vomitai addosso
ogni cosa:
<< Voi siete dei mostri, questa ragazza è ancora viva,
ma voi pensate solo a voi stessi e l’avete lasciata morire
da sola! Egoisti e opportunisti, siete qui solo per fare
presenza e poter dire di aver pianto sul suo corpo, ma
non sapete nulla di compassione. Mi fate ribrezzo. Riu-
scite ad approfittare di lei anche in un momento così. Ma
come fate? Come ? Come? Come?>>
Il viso della donna tra le mie mani si trasformò
d’improvviso. Era quello di Erha. Com’ero riuscito a far
del male proprio a lei? Non era possibile.
<< Cara figlia mia, anche se pensavi di amarmi e ave-
re piena fiducia in me, in un posto molto nascosto del tuo
cuore, invece non ti fidavi. Per te rappresentavo tutte
queste persone che durante la tua vita non ti hanno capi-
ta. Ti sei scagliata su di me perché in me in quel momen-
to ho accolto ogni tuo dispiacere, avresti voluto farmi del
male, saresti arrivata a uccidermi se avessi potuto. Solo
perché simboleggiavo in un istante tutto ciò che da tem-
po pensavi di aver superato, ma che avevi ancora con te.
In un momento come quello di un’iniziazione, ti sono
mostrate scene che possono aiutarti a superare veramente
alcune cose, oppure rischi di rimanere incastrata nel tuo
corpo e andartene per sempre. Hai corso questo rischio e
hai combattuto i tuoi mostri abilmente. Per questo hai
mollato alla guida di Shadow. Lui ha sentito questo tuo
male e ti ha protetto. Siete già una cosa sola, e non pote-
va permettersi di perderti proprio ora. Sareste morti in-
sieme o Risorti in un’unica entità. Ora uscirai da qui den-
tro e starai un’intera notte nella piramide di guarigione.
Domani partiremo tutti insieme. Gli altri astronauti ci
stanno aspettando. Il vero viaggio inizia e non avrai più
paura di nulla. Tu sei legittimamente la Regina di Betel-
geuse.>>

Entrai nella piramide d’argento. Mi sdraiai su un letto


morbido e confortante. Dall’interno la piramide era tra-
sparente e potevo vedere le stelle e la luce che scendeva
dentro il mio corpo per rigenerarlo. Ero finalmente Io:
Eve, la regina e allo stesso tempo Shadow.
Capitolo 9
Il ritorno a Casa
“Senza l'equilibrio, nei rapporti umani, rischiamo di
passare da tutto a niente repentinamente. Anche se inten-
si per un periodo, poi c'è un momento in cui avviene un
taglio che é dovuto all'incomprensione. Sentire l'altro per
me era qualcosa di estremamente forte che mi era diffici-
le spesso controllare. Quando ero compreso, avveniva
quelle rare volte in cui l'altro non poteva fare a meno di
vivere le stesse emozioni che vivevo io. In tutti gli altri
casi ero costretto a buttare acqua sul fuoco, perché ciò
che appariva così bello in me, era molto spesso frutto di
aspettativa. L'immaginario a volte diventa così forte da
sembrare reale, e ciò che accettiamo come vero spesso é
solo frutto della nostra immaginazione.
Che cosa facevo prima di arrivare qua per vivere que-
sta ‘particolare’ attitudine? Mi godevo quei momenti
cercando sempre il mio centro. Cercavo l’emozione sen-
za perdermi e vivevo il presente portandomi dentro
quell'emozione.”

Quella sera mi giravo continuamente nel letto senza


riuscire a prendere sonno. Chissà da dove era arrivato
quel pensiero. Da quando avevamo passato il varco di
questo nuovo paradiso, non mi era più successo di avere
pensieri così terreni e riflessivi. Il nuovo lavoro qui mi
toglieva molte energie e riposare era molto importante.
Era anche la maggiore densità dell'aria che respiravo, mi
dava una strana sensazione di nausea e nostalgia che da
tanto tempo non provavo più. Il lavoro, anche se appena
nelle fasi iniziali, mi teneva occupato, ma poi la notte
iniziavo a viaggiare troppo con la mente.
Mi chiedevo come poter mandare un messaggio a
Eve. Avevo provato con le esplorazioni notturne più vol-
te, ma sembrava che ci fosse una schermatura. Questa
notte ero disturbato e avevo ancora questo nuovo pensie-
ro fisso che non mi lasciava...
Quando credevo ormai di dovermi rassegnare mi ap-
parve Lui. Il Re del mondo era davanti a me, una visione
chiara e precisa si confondeva tra il sogno e la realtà.

<< Io non dovrei essere qui >> disse << non è questo
il mio posto. Per raggiungerti ho dovuto rompere un mu-
ro molto denso e questo mi è costato un grande numero
di energie. Non potrò stare qui per molto. >>
<< Perché sei qui mio signore? >>
<< Per la tua richiesta. >>
<< Mi farà incontrare la mia Eve? >>
<< Sì, così che i tuoi turbamenti possano cessare e tu
riesca a continuare a dare il massimo per tutti noi. >>
Mosse le sue mani lucenti davanti a me e formò un di-
segno circolare da cui iniziai a vedere delle figure. Dap-
prima sfocate e poco definite, poi sempre più precise.
Riconobbi la città di Shamballa e i suoi abitanti intenti a
festeggiare. Io ero solo uno spettatore e mi chiedevo il
perché di tutta quella festa. Cercai di farmi largo con lo
sguardo in mezzo a tutta quella gente. Vidi addobbi di
fiori, e banchetti di una bellezza incredibile. Tutti aspet-
tavano i festeggiati e la mia curiosità cresceva. Chi mai
poteva essere così importante?
La mia domanda trovò subito risposta.
Uscì la donna più bella che i miei occhi abbiano mai
visto. Era una divinità vestita di oro e circondata da un
alone di potere ed energia quasi accecanti. Il mio cuore si
stava sciogliendo a quella visione. I suoi occhi si giraro-
no verso di me. Da spettatore ero diventato oggetto del
suo sguardo senza sapere perché.
Mi fece gesto di raggiungerla sorridendo. Con lei tutte
le persone si girarono verso me acclamando la mia pre-
senza e aprendomi un varco. Non capivo cosa stesse ac-
cadendo. Non mi sentivo molto bene, ma allo stesso
tempo sembrava che stessi camminando nel corpo di un
altro. Guardai la mia sagoma e aveva una veste bianca
raggiante. Le mie gambe scoperte e ai piedi dei sandali
lucidi color oro e sulle spalle un mantello da cerimonia.
Sul capo avevo un cappello con la testa di un drago
Bianco. Mi sentivo a mio agio pur non capendo.
Mi avvicinai a lei con passo deciso mentre tutti mi
sfioravano e ringraziavano per la mia presenza. Dove
ero?
Quella donna misteriosa aveva qualcosa di familiare
che però ancora non capivo.
Mi prese per mano e insieme salutammo la folla che
era venuta a incontrarci.
In cielo volava un drago che simulava una danza e di-
segnava cerchi di fuoco per noi. Era tutto così surreale,
chi era questa donna e perché eravamo insieme in questo
posto?
A un tratto mi strinse la mano e salutando un ultima
volta ci voltammo ed entrammo in una grande tenda ar-
redata. Mi fece sedere su un grande cuscino a terra e mi
portò da bere una bevanda calda e zuccherosa. Feci alcu-
ni sorsi e mi sentii subito a mio agio.
<< Qui siamo a Betelgeuse amore mio. Non mi hai ri-
conosciuta vero? Sono la tua Eve. Quello che stiamo vi-
vendo è il nostro prossimo destino. Saremo alla guida di
questo popolo per molto tempo. Tutti loro stanno aspet-
tando questo momento. Questo per dirti di non essere
impaziente e di concentrarti sul lavoro che stai eseguen-
do. Quella che vedi non è solo una visione, ma quello
che veramente ci aspetta nella nostra prossima vita. Tu
ed io siamo destinati a restare insieme per sempre e nulla
potrà più dividerci, tanto meno le distanze.
Questo momento ci è stato regalato dal re del mondo,
ma adesso è tempo di agire, quindi baciami e torna lì,
dove adesso hanno bisogno di te. >>
Cercai di parlarle ma la mia bocca fu subito invasa dal
suo dolcissimo sapore. Intorno a noi si spense tutto e ap-
parvero tante piccole lucciole che ci accarezzavano. Vidi
il mio cuore crescere e raggiungere il suo per poi illumi-
narsi ancora di più insieme. Eravamo sospesi chissà dove
nell'universo come un sole che scalda e dona la vita. Un
ultimo sussulto e mi ritrovai al punto di partenza, ma
stavolta sentivo dentro di me una sua parte che avrei por-
tato fino al nostro prossimo incontro. Non pensai più a
quello che avevo visto, avevo solo voglia di riposare e
iniziare un nuovo giorno lì.

La mattina seguente trovai un altro regalo sopra il mio


cuscino. Era una sua lettera:

"La serenità interiore e nella propria casa/famiglia


non ha prezzo.
Non si compra
Ci si lavora vita dopo vita
Ed io mi sento davvero in equilibrio in questa.
Non desidero grandi cose, ma solo godere del sapere
accumulato che mi permette ogni giorno di osservare le
cose dall’alto e di sorridere.
Per questo sono in pace
Sento di aver sperimentato tanto
E se adesso non cerco troppa magia o grandi miraco-
li ci sarà un perché.
Il dono più grande è quello di saper ascoltare se stes-
si e l’immenso dentro di noi.
Una vastità di emozioni e sapere... di questo non mi
stancherò mai.
Devo dirtelo.
A me piace essere le mille sfaccettature che l’umana
natura sa sperimentare.
Quelle belle e quelle brutte
Perché come in ogni cosa armonica ci vuole equili-
brio.
Anche nella rabbia se controllata, ci si sente vivi.
E planare nel vento
Cantare ai cuori
E osservare questo meraviglioso universo
Che spesso vedo attraverso i tuoi occhi
Ma soprattutto nel tuo cuore
Ti amo soprattutto per la grandezza della tua
anima" Eve.

Avevo le lacrime agli occhi. A differenza della Eve


vista durante la notte, questa lettera racchiudeva tutta la
sua essenza. Era come il suo testamento da umana prima
di lasciare il nostro pianeta. Allo stesso tempo parlava di
noi e di ciò che rappresentavamo.
Ero disteso ancora sul letto, non avevo fatto altro in
quei giorni, aver rivisto lei mi diede la forza per iniziare
a fare sul serio, presi un foglio su cui avrei scritto la mia
promessa di trionfo. Questa fu la mia risposta a Eve:

<< Sai cosa c'è Eve? Non mi voglio più riposare, non
voglio più sentirmi così apatico e inutile. Mi hai dato
modo di capirlo.
Ho già riposato tanto quei nove mesi in pancia.
E poi tutte le volte dopo aver preso il latte dal seno.
Per non parlare durante le influenze e tutte le malattie
infettive comuni.
E le notti? Ogni santa notte che Dio ha fatto, ho dor-
mito. O almeno quasi tutte.
Mi sono riposato tutto quel periodo in cui facevo tre
lavori. Anzi crollavo proprio. E poi quando ho iniziato a
lavorare di notte.
Per farla breve mi sono STANCATO in tutti i sensi,
ma stavolta invece di riposarmi mi alzerò tutti i giorni
prima dell'alba e mentre guarderò questo mondo prima di
tutti, mi sentirò vivo e forte come non mai. Inizierò a co-
struire tutto quello per cui sono arrivato qua.
Sarò Stanco?
Avrò tempo per riposarmi quando sarò Morto.>>
Era incredibile come le nostre emozioni umane, con
tutti i loro limiti, fossero riaffiorate proprio in un mo-
mento così cruciale e importante di tutto il nostro viag-
gio. Proprio ora che credevamo di esserne immuni, di
aver raggiunto una preparazione adeguata per affrontare
tutto. Adesso si ponevano tra noi e la nostra rinascita, ma
sarebbero state anche la forza in più che gli abitanti di
questi luoghi non avevano, e che noi da esseri umani po-
tevamo sfruttare a nostro favore. Anche per questo era-
vamo stati designati per guidare Shamballa verso la loro
e la nostra casa. La nostra parte umana di emozioni era
necessaria, preziosa.

Mentre mi preparavo per raggiungere Ahmon con


l’intenzione di iniziare la costruzione della navicella, mi
resi conto di quanto erano stati lontani i ricordi della Ter-
ra. Di ciò che avevamo lasciato non tanto tempo prima.
Durante il tragitto immaginai i posti dove passeggiavo, la
casa in cui vivevo, gli amici e le immense bellezze che ci
aveva offerto il Pianeta blu.
Pochi avevano saputo apprezzare quel senso di libertà
che poteva darti una camminata nei boschi oppure respi-
rare ossigeno sulla cima di una montagna. L’odore del
sale nell’aria del mare. Il sole dell’alba e la luna della se-
ra. Tutto questo era meraviglioso. Come non accorgerse-
ne! Eppure è successo, molti hanno iniziato a concentrar-
si verso gli agglomerati urbani. Le case di campagna e i
terreni agricoli si sono ridotti a case vacanze. Tutto, an- che
nei posti più sperduti, è diventato business e oppor-
tunità di urbanizzazione. L’uomo per natura si sente in
pace e appagato nella natura, per questo la sua vita lon-
tano dal verde e dall’incontaminato, l’ha reso alla fine
infelice e arrabbiato. Un uomo che poteva tutto, ma che
ha distrutto tutto quello per cui era nato. So per certo che
questa Terra rinascerà, è solo che siamo arrivati a un
punto in cui succederà in modo drastico e doloroso. Pur-
troppo.

Questi pensieri mi annebbiarono per un po' la vista.


Ritornare indietro con i ricordi mi aveva messo troppa
malinconia, però fu anche un notevole stimolo per inizia-
re veramente questa nuova vita.

La mia giornata tipo era questa:


La mattina appena sveglio trovavo sempre pronto un
buon succo estratto naturalmente dalla frutta. C’era un
servizio giornaliero di corrieri che servivano le zone de-
gli operai, e si occupavano del loro benessere psico-
fisico.
Dopo c’era la doccia. L’acqua era tiepida e profuma-
ta, il corpo era massaggiato e ricaricato tramite delle Mi-
cro particelle che l’acqua sviluppava a contatto con il
metallo utilizzato per le tubature.
Subito dopo ci esercitavamo in palestra con esercizi
aerobici e di movimenti detti passi Magici, si trattava di
respirazione abbinata allo spostamento d’aria all’interno
nella nostra sfera Aurica, attraverso le mani e le braccia.
Servivano a rafforzarci la muscolatura e l’anima.
Appena finito, ci preparavamo e ci portavano sul luo-
go di lavoro.
Ogni volta trovavo tutti lì ad aspettarmi. Mamma,
Papà, Cyril, gli altri operai che non tardarono a diventare
amici. Io sarei stato il loro punto di riferimento. Si aspet-
tavano tanto da me e sapevano come donarmi tutto quel-
lo che conoscevano.
Ahmon mi aveva dato istruzioni precise su come tra-
sportare il materiale e disporlo correttamente. Molto era
già stato sistemato. Sapere che Papà e Cyril lavoravano
con me a questa piccola impresa, non faceva che aumen-
tare la voglia di continuare e portare a termine la costru-
zione.

Come mi aveva già spiegato Ahmon la mattina sarei


stato occupato sul cantiere con tutti gli altri operai ad
aiutarmi, e il pomeriggio avrei affiancato Ahmon durante
le lezioni agli altri piloti che dovevano guidare insieme
con me le piccole astronavi lungo il viaggio con
l’astronave madre.
Questa mattina iniziammo a raccogliere i fasci di ca-
napa necessari a formare le fibre che avrebbero tenuto
unite le pareti del veicolo, si usavano solo la corteccia e le
radici, mentre i semi sarebbero serviti per preparare olii e
alimenti per il viaggio, le foglie erano usate come
medicamenti e prodotti per la cura della persona.
La disponemmo in una vasta area piana in serra per
permettere prima un trattamento di vapore, poi
l’essiccazione e infine la successiva filatura. Mentre
aspettavamo che fossero pronti, portammo sul posto del-
la costruzione la legna sufficiente che sarebbe servita per
dare la forma precisa alle varie parti delle astronavi.
La legna era un vero e proprio essere vivente, non era
recisa con strumenti di metallo, ma accompagnata verso
la fine del suo ciclo vitale radicato e poi utilizzata per la
costruzione biodinamica. Avendo questa legna caratteri-
stiche molto simili all’uomo, rispondeva anche alle sue
esigenze e si adattava benissimo ad un compito essenzia-
le come quello di diventare esattamente una seconda pel-
le dell’ospite. Mentre per un’abitazione normale basta-
vano uno o due tronchi, nel caso di una piccola astronave
di quasi cento metri quadri, ne sarebbero serviti almeno
dieci. E tanti ne furono disposti sul posto.
La roccia che serviva per le parti meccaniche e la
strumentazione, era già parte della collina dove stavamo
edificando. Mentre il cristallo sarebbe stato messo alla
fine e portato direttamente da Ahmon, perché s'impiega-
va soprattutto in aula durante le lezioni.
Tutto continuava a essere disposto come da istruzioni.
La canapa era pronta, la legna era collocata in senso cir-
colare lungo il perimetro dell’astronave, la roccia forma-
va una bellissima piramide proprio al centro del circolo
creatosi. Erano passati almeno dieci giorni e altrettanti ce
ne sarebbero voluti per la vera e propria realizzazione.
Nella scuola le prime lezioni erano state improntate
sulla geometria sacra e la modulazione dei suoni delle
corde vocali. Sarebbe servito per sagomare alcune parti
durante la costruzione del veicolo. Questo era così affa-
scinante e allo stesso tempo del tutto fuori da ogni mia
concezione. Vero era che durante il nostro soggiorno a
Shamballa, ci avevano insegnato tecniche ed elevato le
nostre coscienze a livelli superiori della portata umana,
ma pensare di poter costruire un’intera astronave con
questi poteri e senza l’utilizzo della parte motoria e ma-
nuale, per me era una cosa grandiosa e impensabile.
Non vedevo l’ora di poter partecipare a un evento di
così tanta grandezza.

Era finalmente arrivato il giorno. Le prime parti delle


lezioni teoriche per la costruzione erano appena termina-
te. Eravamo molto affascinati da ciò che avevamo acqui-
sito. Io poi avrei guidato il gruppo di tutti gli allievi alla
vera e propria realizzazione. Ci saremmo riuniti dopo
che nel paese finivano tutte le attività, verso le diciotto,
per non interferire energicamente con altre correnti crea-
tive sempre presenti qui. La cosa magica era che se aves-
simo seguito alla lettera tutte le indicazioni che avevamo
avuto in aula, l’involucro dell’astronave sarebbe stato
messo su in una sola notte. I primi giorni avremmo lavo-
rato singolarmente alcune parti e poi l’ultima notte ci sa-
remmo occupati del vero e proprio assemblaggio.
Ahmon ci chiese di mantenere questo segreto solo per
noi del luogo, di non divulgarlo per nessun motivo a nes-
suno al di fuori della nostra squadra. Per questo non pos-
so descrivervi quello che accade quell’ultima notte, però
sappiate che dietro quelle magiche operazioni, si nascon-
dono i segreti della costruzione delle più grandi opere sul
nostro pianeta: le piramidi, i templi, le città sotterranee
ancora sconosciute, e gli strumenti tecnologici più avan-
zati che potreste solo immaginare mentre usate quelle a
vostra disposizione oggi. Un segreto che non deve essere
svelato per vari motivi, ma che molti come me potranno
sfruttare un giorno, per migliorare le sorti di un pianeta
che oggi ha già fatto la sua scelta.
L’astronave poteva assumere più forme: era un ovoi-
dale perfetto, lucida e pulsante, adagiata su una piatta-
forma piana quando doveva essere pronta per il volo.
Oppure più squadrata e compatta, simile a qualche edifi-
cio moderno, se doveva accogliere i suoi ospiti o abitanti
che dir si voglia. Si trattava di una comoda e funzionale
abitazione ultra moderna e allo stesso tempo una base di
partenza per i viaggi interstellari.
Mi tremavano le gambe e mi batteva il cuore all’idea
di aver portato a termine questa meraviglia vivente. Ora
però avremmo dovuto affrontare il tema più complesso:
bisognava tornare in aula per studiare le tecniche di volo
e poter attivare questa e le altre dodici navi al seguito.
Il cristallo era lì, sopra una specie di proiettore. Ah-
mon accese la fonte di luce e sulla parete apparve una via
galattica con un insieme d’informazioni matematiche e
grafiche.

Iniziò a spiegarci cosa rappresentavano. Ci raccontò


la storia del nostro popolo, di come riuscirono a criptare
tutte queste informazioni contenute nei cristalli, e di
quanti altri ne esistono come questo, che ne contengono
altrettante e per ogni occasione.
Esistono veri e propri cristalli di giganti dimensioni
sepolti, e che contengono l’intera memoria di popolazio-
ni stellari. I famosi registri Akashici. Questi tredici che
utilizzeremo per attivare le piccole astronavi, sono tutti
programmati con le stesse informazioni, l’unica differen-
za sta nel modo in cui comunicheranno con il pilota.
Ognuno di voi ha il suo DNA e può dare un contributo
personale al suo cristallo. Questo registrerà voi come
ospiti e saprà esattamente leggere i vostri pensieri, emo-
zioni, stati d’animo, e di conseguenza riconoscerà la vo-
stra essenza trasmettendo informazioni importanti
all’astronave. Diventerete un’unica cosa con questo vei-
colo e sarete uniti per il resto della vita con esso.
Nei giorni a seguire studiammo le rotte, la composi-
zione dell’universo, ci scavammo dentro per tirar fuori
informazioni importanti che furono trasmesse ai cristalli.
Imparammo a leggere dentro il cristallo, a capire come
guidarlo verso la vera e propria accensione del veicolo.
Ahmon dopo una settimana mi lasciò il comando delle
operazioni in aula. Adesso avevamo tutti la preparazione
adeguata a guidare le astronavi, ma io avevo il compito
di indicare le manovre che avremmo dovuto eseguire in-
sieme al cospetto dell’astronave madre guidata da Eve.
Nessuno poteva restare indietro, esisteva un disegno pre-
ciso, e quindi ci saremmo dovuti disporre in una forma-
zione perfetta ed essere di supporto alla grande madre.
All’interno della scuola erano state costruite delle pol-
trone speciali che emulavano quelle all’interno delle
astronavi. Da lì avrei guidato tutti i dodici piloti verso le
operazioni di volo. Sembravano delle bellissime poltrone
di design, ma appena ci si sedeva il materiale con cui
erano costruite, si adattava al nostro corpo. Davanti a noi
c’era una specie di joystick e uno schermo che simulava
il cielo stellato. Poi ognuno aveva in custodia il proprio
prezioso cristallo e lo inserimmo in un alloggiamento di
fronte a noi.
Sugli schermi apparve una copia della grande astro-
nave Shadow che aspettava il nostro innesto con essa.
Sotto la sua pancia si vedevano benissimo gli alloggia-
menti di cui aveva parlato Ahmon. Uno al centro per me
che ero insieme a Eve il vero motore del viaggio, e altri
dodici disposti in cerchio intorno a noi come supporto ai
piloti della grande madre nelle capsule, ognuno con il
proprio compito e tutti connessi l’uno con l’atro per crea-
re la connessione ideale e portare l’astronave verso Be-
telgeuse.

Quella sera dopo poco più di due mesi, avrei dovuto


salutare di nuovo la mia famiglia. Loro per un po' sareb-
bero rimasti qui per guidare le Anime intrappolate nella
Frequenza bassa della Terra e Accompagnarle nel Nuovo
posto dove sarebbero rinate. Chissà quando ci saremo ri-
visti. Si erano fermati qui solo per me, per aiutarmi nella
mia missione. Per questo finita l’ultima lezione in aula,
ormai tutti pronti per affrontare il grande viaggio inter-
stellare, corsi a casa per trascorrere l’ultima cena con lo-
ro.
Mamma era lì davanti alla soglia con un viso così bel-
lo e giovane. Mi aveva lasciato così all’improvviso e non
avevo avuto neanche il tempo di dirle quanto la amavo.
Il suo sorriso mi fece ricordare l’episodio raccontatomi
da Cyril e i suoi occhi mi fecero capire che sapeva che io
sapevo. Le sue braccia mi accolsero dolcemente e senza
neanche una parola mi lasciai andare come un bambino
tra le sue braccia. Sentivo il suo amore e il suo grande
cuore battere, mi accarezzava la testa e mi portava lonta- ni
i pensieri. Sembrava di ritornare bambino, quando an-
cora gattonavo. La sensazione era di voler dire tante co-
se, ma allo stesso tempo non riuscivo a tirar fuori nean-
che una parola. In quel contatto c’era davvero tutto e lei
era immensa e sapeva che non me ne sarei mai voluto
andare. Allentò per un secondo la stretta e mi disse di
raggiungere Papà, che mi stava aspettando nella sala da
pranzo. Era seduto a terra e stava armeggiando qualcosa.
Lo chiamai e lui si girò felice di vedermi, chiedendomi
di andare lì con lui.
Quello che vidi mi commosse a tal punto da non riu-
scire neanche a salutarlo. Lui mi afferrò per mano e mi
bacio sulla fronte.
<< Ti ricordi Michael? Questo mangianastri? Quante
volte lo abbiamo usato insieme? >>
Io ero una cascata di emozioni in piena e non riuscivo
a tirar fuori neanche una parola. Troppe erano le sensa-
zioni e i ricordi di quei momenti passati insieme a regi-
strare, cantare e riascoltare. I momenti più belli da bam-
bino, che adesso erano di nuovo là, insieme con lui, mio
padre. Lui che si era sempre occupato di me con tanto
amore e dedizione. Lui che anche se stanco morto, riu-
sciva sempre a trovare la forza per giocare con me o fare
i compiti insieme. Ricordo quante volte, incapace di dir-
gli ciò che provavo per lui, mi addormentavo piangendo
dalla gioia e anche con la paura di poterlo perdere, e
quindi con lui vedere svaniti tutti i momenti belli che
passavamo insieme. Eppure era accaduto! Ero solo un
ragazzo il giorno che Cyril venne a citofonarmi per co-
municarmi la notizia. La notizia più brutta della mia vita,
che mi piombava addosso insieme a tutte le mie paure. In
un attimo ero solo, senza più i miei genitori. Senza più
nessuno. Loro erano stati travolti con l’auto da un tir che
aveva perso il controllo contromano. Neanche i loro cor-
pi avevo potuto vedere. Ma forse era stato meglio così.
Perché li avrei ricordati sempre con l’espressione che
avevano prima di chiudersi la porta dietro e partire per il
loro ultimo viaggio. Piangevo allora, e piango ancora
adesso perché la vita ora mi stava ridando ciò che in un
istante mi aveva tolto.
Papà ora era lì con me, e non volevo perdermi nean-
che un secondo di lui.
<< Fantastico! Dove lo avevi tenuto tutto questo tem-
po? Lo cercavo da sempre, insieme alle cassette registra-
te! >>
<< Michael, devo confidarti una cosa. Noi non siamo
mai morti davvero dopo l’incidente. Almeno non come
succede normalmente. Un angelo una notte ci apparve in
sogno e ci annunciò quello che avremmo dovuto fare per
aiutarti oggi. Ci chiese dolcemente di scegliere il nostro
destino. Tra il paradiso di Shamballa e il posto dove ci
saremo incontrati ancora una volta con te. Noi senza esi-
tazione decidemmo per la seconda possibilità. Simularo-
no un incidente, il coma e il successivo funerale, nessuno
doveva sapere di questo nostro viaggio, neanche tu, però
prima di andarcene ci fecero scegliere degli oggetti ap-
partenuti a noi e ai nostri cari. Ci avrebbero ricordato il
passato per tutto quel tempo passato ad aspettarti. Uno di
questi oggetti era questo mangianastri. Non sai quante
volte ho risentito la tua voce registrata qui dentro. Le
cassette sono state revisionate perché col tempo avevano
perso la loro funzione, e il mangianastri riparato con le
loro tecnologie. Ora possiamo di nuovo sentircele insie-
me. >>
E spinse Play.
Passammo quasi un’ora a ridere, cantare e anche un
po' commuoverci. Nelle registrazioni il protagonista ero
sempre io. Inventavo testi e musiche del tutto improbabi-
li, ma ero spontaneo e felice come non ricordavo mai di
essere stato. Quei momenti e questo che stavo vivendo
ora, sarebbero rimasti impressi per sempre nei nostri
cuori.
Andrew era sempre stato un padre esemplare, com-
prensivo, premuroso. Alcune volte alle mie prime uscite,
mi aveva seguito di nascosto per essere sicuro che tutto
andasse bene. Le volte che iniziavo a tornare tardi, fin-
geva di essersi appena svegliato con il rumore della por-
ta, ma io sapevo che era rimasto alzato solo per sincerar-
si che stessi bene e per potermi augurare la buona notte.
Quando ero già più grande e quindi anche libero di resta-
re fuori più a lungo, non vedendomi rientrare ancora alle
quattro di notte, mi chiamò mentre ero con una ragazza
in intimità. Questa cosa mi fece un po' sorridere, ma an-
che molto piacere, perché capendo la situazione, mi ave-
va detto di non preoccuparsi e che bastava per lui sapere
che stavo bene.
Iniziava a essere tardi, Papà rientrò per andare a dor-
mire ed io rimasi con Kyra a passeggiare per le strade di
quel posto così misterioso e nascosto agli occhi indiscre-
ti. Pieno di stranezze, ma anche molto simile alla terra.
Era probabilmente un piccolo angolo perduto di una vec-
chia e antica civiltà evoluta, ma nessuno me ne aveva
parlato, e comunque ero solo di passaggio qua come tut-
ti.
Kyra mi guardava e mi trasmetteva tutto il suo amore
attraverso il suo sguardo canino. Era sempre stata così
ricettiva e ricca di emozioni, per lei poco era cambiato
tra la terra e qui. E poco sarebbe cambiato a Shamballa.
La sua anima era libera e pulita come quella di un bam-
bino, e il suo amore incondizionato, l’unico vero senti-
mento che riusciva a provare. Giocammo per parecchi
minuti e rimasi ancora molto a coccolarla e parlarle. Lei
capiva ogni cosa e attraverso il suo cuore mi faceva capi-
re che tutto sarebbe andato bene. Che ormai anch’io sa-
pevo che ogni cosa è infinita e illuminata, che niente fi-
nisce mai davvero e che sempre le anime che viaggiano
insieme si rincontrano, si amano, si riconoscono. La ab-
bracciai fortissimo e la ringraziai per il suo affetto e il suo
bene. Lei abbaiò felice e mi leccò il viso istintiva- mente
rientrando insieme con me in casa.
Mamma era lì in cucina a leggere, mi avvicinai e le
diedi un bacio sul collo. Mi strizzò un occhio e mi disse
che aveva preparato il letto per me e che le sarebbe pia-
ciuto che quell’ultima notte fossi rimasto a dormire là
con loro. Era ovvio, e mi sentivo di nuovo a casa. Mi
rimboccò le coperte teneramente e ritornai bambino…
Anche nei miei sogni.

La mattina mi ritrovai la colazione e una navetta pron-


ta per portarmi alla mia navicella. Mi dissero che i miei
genitori e tutti gli altri amici erano lì sulla collina ad
aspettarmi. Arrivai e tutti applaudirono me e quel grande
evento che si stava compiendo.
Gli altri piloti che avevamo istruito, erano già sulle al-
tre navi, pronti a seguirmi e alzarsi in volo con me. Era-
vamo collegati attraverso il sistema radio di bordo che
permetteva anche di vederci uno con l’altro. La mia nave
aveva anche il campo visivo degli altri e poteva control-
lare la loro guida. Tutto era pronto, salutai Tutti, i miei,
Cyril, Ahmon, e tutti gli amici che in quei lunghi giorni
mi avevano aiutato con il lavoro. Entrai in quella che era
e sarebbe stata anche la casa mia e di Eve. Adesso però
gli spazi erano completamente dedicati al viaggio e poco
rappresentava la forma vera dell’abitazione. Un ultimo
sorriso e un cenno con la mano e poi mi si chiuse la porta
scorrevole dietro. Tutti si allontanarono e tornarono alla
loro vita quotidiana. Io camminai lentamente verso la
mia postazione. Si attivarono tutti i comandi e le luci at-
traverso i sensori tattili. Il pavimento aveva un percorso
di luci verso la poltrona. Mi sedetti e si accese sopra di
me subito quello che poteva sembrare un proiettore. Sul-
la parete si distinguevano benissimo le altre dodici astro-
navi e il panorama davanti ai loro piloti. Si sentiva chia-
ramente anche l’emozione. Inserimmo tutti insieme i no-
stri cristalli sull’alloggiamento. Questo era il momento
più importante di tutti. Le nostre mani dovevano farlo
contemporaneamente e ognuno avrebbe stabilito la con-
nessione vitale e personale con la navicella. Chiudemmo
gli occhi e sentimmo scorrerci dentro l’esistenza, la forza
vitale del veicolo e il suo respiro. Furono attimi profon-
damente personali e indescrivibili, noi non eravamo più
solo ospiti, ma il cuore di un essere vivente intelligente e
magico che ci avrebbe portati per sempre con sé. Impo-
stammo la rotta verticale prevista per il decollo attraver-
so il cristallo e con l’altra mano, iniziammo a disporci
sopra la leva di comando. Con un cenno del capo indi-
cammo a tutti gli altri di essere pronti, i nostri corpi e le
pareti dei veicoli iniziarono a vibrare sempre più forte
emettendo un suono silenzioso e basso, come un sibilo.
Da quel momento in poi le nostre molecole e quelle delle
navi, erano una cosa sola. Il nostro corpo era svanito, i
nostri occhi vedevano ovunque e i movimenti non parti-
vano più dal nostro cervello, ma con un intento posto al
centro della nostra forza vitale. Ogni nostra intenzione
diventava azione immediata. Sarebbe bastato pensare di
raggiungere la troposfera e ci saremmo catapultati verso
quella direzione. Aspettavamo però che fosse pronta,
l’unico vero punto di riferimento di tutta questa spedi-
zione, e cioè la grande nave madre Shadow. Senza di lei
noi eravamo solo un insieme di pezzi senza direzione.
Lei ci avrebbe agganciato e portati sul nuovo pianeta.
Eravamo lì che pendevamo dalle sue ali. Ed ecco il se-
gnale. Vedemmo una grande nube di fumo alzarsi in cie-
lo, e partimmo!
Capitolo 10
Il Viaggio verso Orione
Orione per l’uomo è sempre stata la costellazione più
importante e la più conosciuta dei nostri cieli, grazie alle
sue stelle brillanti, la sua forma a clessidra, e alla sua po-
sizione vicino all'equatore celeste, che la rende visibile
dalla maggior parte del pianeta. Il gigante cacciatore!
Con la sua cintura, il suo scudo e la sua spada. La stella
Alfa, cioè quella più luminosa, è proprio Betelgeuse.
Il suo fascino è legato per lo più a quello che la mag-
gior parte degli uomini ignorano, e cioè che quasi
l’ottanta per cento delle persone che popolano la terra, ha
origine da questa costellazione. Per questo se ne sentono
attratti. Perché inconsciamente sanno, che in un modo e
nell’altro, ci ritorneranno.
Quel giorno per noi era appena giunto, il giorno in cui
saremmo tornati a casa.
Puntando la rotta verso la nostra stella madre, avrem-
mo incrociato alcuni dei pianeti più belli della nostra ga-
lassia. Secondo i nostri calcoli avremmo salutato Marte,
il pianeta più lontano dal sole dopo la terra, poi subito
dopo Giove anche perché uno dei pianeti più lenti a ro-
teare intorno al sole 4333 giorni, e infine Saturno il più
lontano sulla nostra rotta.
Usciti dal sistema solare, avremmo incrociato le co-
stellazioni del cane maggiore e della lepre. Infine sa-
remmo entrati nella costellazione di Orione e avremmo
raggiunto la destinazione.

Avevo superato brillantemente ogni mio passo duran-


te l’iniziazione. Era stato necessario portarmi su un piano
più alto di consapevolezza perché non ricapitasse di nuo-
vo un mio rifiuto. Dal centro di guarigione in cui ero ri-
masta per alcuni giorni, fui subito trasportata di fronte
all’Astronave. Ero sola, ma sapevo esattamente da dove
ripartire. Dovevo entrare delicatamente in ogni stanza,
ma stavolta sapendo già cosa sarebbe accaduto e qual era
lo scopo di tutto.

La prima stanza era di forma circolare. Ricordai subi-


to delle pareti sensibili al tatto, c’erano ancora i disegni e
quella musica che avevo fatto suonare con il mio tocco.
Tutto rispondeva ai miei pensieri e al mio calore in
modo molto più diretto della prima volta. Mi misi ancora
seduta al centro della stanza per dare maggior forma a
ciò che avevo creato giorni prima. Armonizzai la musica
e ritoccai alcuni colori. Mi ricordai immediatamente
dell’utilità delle diverse scale cromatiche. Il blu era
l’elettricità, il rosso il carburante, il giallo la spinta vitale,
l'arancio il mezzo di comunicazione, il verde l’udito, il
viola il trasmutatore, e in fine il bianco per tracciare la
grafica della mappa del viaggio.
Mi alzai dal centro del pavimento e passai nella se-
conda stanza.
Lì c’erano ancora tutti i simboli che avevo immagaz-
zinato come codici macchina dell’astronave. Li passai
uno a uno vedendoli mentre prendevano luce di fronte a
me come una sorta di ripasso.
Poi camminai verso la terza stanza, dove si riaccesero
le luci che segnavano il percorso sulla mappa. Mi stava-
no insegnando la geografia che avrei incontrato nel mio
viaggio. Ero già stata programmata in precedenza e lo
sapevo, quindi adesso mi spostai immediatamente nella
stanza in cui tutto aveva avuto inizio e che ora mi sem-
brò più familiare.
Mi sentivo forte e piena di potere. Questa volta mi
sdraiai volontariamente sul pavimento morbido e caldo
sotto i miei piedi. Iniziai a sentirmi tirata verso l’alto da
mani amiche, adesso riuscivo anche a sentire il suono
delle loro voci. Mi dicevano di lasciarmi andare e mi
massaggiavano dolcemente. Dai piedi fino alla testa, con
movimenti precisi e avvolgenti stavano equilibrando i
miei chakras. Finito il trattamento, m’invitarono a entra-
re nella stanza da bagno, in cui mi immersi in una vasca
di acqua tiepida. Mi salutarono con gentilezza e sembra-
vano felici di vedermi così tranquilla e a mio agio. Dalla
vasca usciva un vapore cristallino e odore forte di sale. La
stanza ne fu completamente riempita.
Mi sembrava di aver dormito ore e mi sentivo energi-
ca. Ricordandomi della fase successiva, rimasi nuda e
camminai fino a entrare nella stanza dell’abbigliamento.
Davanti a me ancora quel bellissimo arcobaleno che gi-
rava su se stesso estendendosi fino al soffitto. Sapendo di
cosa si trattava, ci entrai e mi sentii ancora avvolta com-
pletamente. La tuta era esattamente la copia di quella
precedente e aveva dei sensori specifici, necessari a co-
municare con Shadow.
Questo ripasso mi aveva messo di buon umore e già
sapevo che camminando in senso circolare ero arrivata al
centro dell’astronave.
Era una sfera perfetta e trasparente, guardando fuori le
immagini erano molto più chiare, trasmetteva la frequen-
za dei miei pensieri e delle mie emozioni. Mi dava sere-
nità e pace per continuare. Conoscevo già la fase succes-
siva e quindi mi spostai al centro e mi misi in piedi in at-
tesa. Ecco che dalla parete partirono ancora le scariche
blu elettriche che mi sfioravano appena. Ero totalmente
in me stessa e tutto accadeva senza sforzi e difficoltà.
Respirai profondamente aprii il petto e le mani, a testa
alta accolsi questi fili di luce. Il mio corpo rispondeva al-
la perfezione, dall’ombelico uscirono dei tentacoli lumi-
nosi che si andavano a unire alle scariche elettriche. Ero
di nuovo in connessione con la sfera. I miei occhi final-
mente potevano comprendere. La sfera era scomparsa ed io
ero al centro della cabina di comando, piena di elettri-
cità e vitalità.
La nave mi parlò ancora: << Ricorda cosa ti ho detto
la volta precedente. I tuoi tentacoli di luce sono ora sotto
il tuo controllo, sono i tuoi ricettori per comunicare con
me e con l’esterno. Vedi anche i dodici piloti nelle incu-
batrici? Sono circondati da una sfera trasparente come
quella che ti ha lasciato adesso le informazioni. Una vol-
ta svegli dovranno essere iniziati allo stesso modo. Dal
tuo corpo partiranno tutte le istruzioni per ridargli la
memoria e piloterete insieme la nave madre.>>
Mi fermai un secondo e annuii, ero ancora seduta lì,
nel cuore di Shadow, stavolta però al comando!
Davanti a me riconobbi il cristallo. Vedevo chiara-
mente i dodici piloti. Il sedile che mi sorreggeva era to-
talmente un tutt’uno con me. Chiusi gli occhi e attivai
tutte le informazioni acquisite. M’illuminai come un
grande fuoco diamantino, e inviai la mia intenzione ver-
so i piloti. Le scariche elettriche li raggiunsero immedia-
tamente e avvolsero le loro sfere. Aprirono gli occhi con-
temporaneamente e li sentii subito telepaticamente colle-
gati con me. Mi sentivo piena e forte. Quello era il gesto
che tutti si aspettavano e che stava facendo iniziare il no-
stro viaggio. Alzai ancora una volta il braccio destro por-
tando la mano sopra il cristallo. Vibrò immediatamente
emettendo un suono stavolta più basso. Non mi sarei più
tirata indietro, anzi ero libera e decisa ad andare avanti. Il
cristallo assorbì tutta la mia energia che fluttuava nella
stanza, e la concentrò riflettendo dodici diversi colori
nella direzione di ogni pilota.
La luce andò a disegnare una lettera molto simile alla
simbologia sanscrita dei chakras sopra il loro capo.
Ognuno aveva un disegno diverso dalla volta precedente.
Il cristallo iniziò a muoversi e si aprì formando un fiore a
dodici petali. Respirai profondamente aspettando che
l’ago si andasse a conficcare delicatamente al centro del
mio palmo. Mi donai senza nessuna resistenza, il mio
sangue umano era la chiave di tutto e ora lo accettavo
con serenità! Iniziò a scorrere attraverso il cristallo rag-
giungendo a uno a uno i piloti. Emisero un forte gemito,
molto più forte di prima. Iniziarono a respirare con un
certo ritmo. Ogni mia espirazione era una loro espirazio-
ne. Ogni mia ispirazione era anche la loro. Sapevo esat-
tamente cosa stavo facendo e questa volta avrei portato il
mio popolo a destinazione.
Mi abbandonai totalmente alla mia trasformazione.
Volevo rivedere ogni fase dentro e fuori del mio corpo.
Il fuoco scaldava ogni molecola, si scontravano per-
fettamente l’una con l’altra. Non sarei stata più io.
Dal mio ombelico uscirono i filamenti di DNA. Era
come guardare un film.
Ogni cosa veniva estratta analizzata, aggiunta e poi
rimessa esattamente nel posto che le spettava. Tutto que-
sto di fronte ai miei occhi, che piangevano, ma di gioia e
felicità, mentre una parte di me andava via, ma un’altra
ancora più grande stava nascendo.
La trasformazione era completa, avevo accettato che
oltre ad essere una parte di Dio, ero anche quella parte
umana che si stabilì sulla terra all’inizio dei tempi, colo-
nizzandola. Creature divine, ma anche frutto di esperi-
menti in laboratorio. Solo così siamo potuti essere ciò
che siamo. E dobbiamo esserne fieri.
Mi guardai le mani per un momento chiesi a me stessa
se stessi vivendo un sogno, ma il pensiero svanì in un
istante, quando guardai la scena di fronte. Lo scambio di
fluidi aveva risvegliato i dodici piloti, che si erano dispo-
sti a raggio intorno a me, seduti e pronti per i miei co-
mandi. Alla fine il cristallo ci aveva trasmesso tutta la
memoria necessaria e anche un ologramma della mappa
sulle pareti, che indicava la rotta verso Betelgeuse.
Il pavimento era completamente trasparente e ci
avrebbe permesso l’aggancio con le navi satelliti al co-
mando del mio Michael. La cappotta anche cambiava se-
condo le esigenze. A volte come una vetrata permetteva
la vista all’esterno, a volte proiettava i nostri umori, e
adesso invece disegnava perfettamente la rotta. Qui mi
accorsi di una piccola anomalia, così Shadow
m’interruppe subito spiegandomi che quello che vedevo
era Nibiru. Aveva fatto un lunghissimo viaggio fino ai
nostri tempi, e aveva il compito di raccogliere gli abitanti
terrestri prima della fine. Tutti avrebbero avuto
l’opportunità di salvarsi, e trovato accoglienza su questo
grandissimo pianeta, che già in passato, aveva fatto visita
al nostro mondo trasformando radicalmente la vita pre-
sente.
Lo avremmo incrociato molto presto, e la sua orbita
anomala, non ci avrebbe disturbato in nessun modo an-
che se già molto vicino al pianeta.
Con la mano sinistra infilai il mio anello del Re den-
tro la plancia di comando, sapendo esattamente cosa sa-
rebbe accaduto. L’astronave inizio a vibrare fortissimo
muovendo le pareti della montagna. Sopra di noi ve-
demmo muoversi violentemente qualcosa aprendo un
grande varco di luce al cielo esterno. La calotta della
montagna si era completamente aperta per permettere a
Shadow il decollo. Erano forti emozioni per tutti, io sen-
tivo ogni singolo battito, sensazione e pensiero. Shadow
si era risvegliato e stava lasciando per la prima volta il
pianeta Terra. Ciò che a noi sembrava magnifico, a chi
guardava la montagna, sembrava una lieve eruzione di
materiali gassosi e polvere, dovuti al risveglio del vulca-
no. Sempre un bellissimo spettacolo, ma che ci avrebbe
permesso la risalita senza essere visti. L’astronave a un
certo punto si fermò e tutto era in silenzio. Il fumo nel
cielo, sapevo che avrebbe allertato Michael e gli altri e ci
saremmo uniti subito dopo aver superato l’atmosfera ter-
restre. Il silenzio si prolungò per un po', e poi assunsi il
comando. Trasmisi le informazioni ai piloti, spostai lo
sguardo verso il punto esatto in cui saremmo passati, e
poi adagiai lentamente la mano sopra i comandi. In un
secondo ci sentimmo risucchiati come dentro uno spazio
vuoto, e poi l’astronave ci fiondò in un istante fuori dalla
montagna. Riprendemmo fiato, eravamo immobili a
mezz’aria. Il veicolo tagliava il cielo con una leggerezza
inaspettata. Rispondeva esattamente come un corpo, e si
muoveva come un razzo.
Disegnai la prossima rotta verso il pianeta Marte,
pronti a ripartire e superare velocemente l’atmosfera.
Diedi il comando. La nave si spostò di alcuni gradi verso
destra, iniziò a sibilare e poi prese velocità verso la dire-
zione di viaggio. Intorno a noi si era formata una sorta di
nube bianca simile a una nuvola. Era un fenomeno che si
presentava in contrasto tra la velocità del nostro veicolo
e la gravità terrestre. Allo stesso tempo ci proteggeva da
occhi indiscreti. Era una sorta di tunnel con la consisten-
za di una nuvola. Sicuramente un fenomeno strano, ma
sempre meglio di un’astronave gigante libera in volo nel
cielo blu della Terra!
I rumori e la spinta sul nostro corpo cessarono imme-
diatamente quando superammo l’ultimo strato di atmo-
sfera. Tutto era più morbido, leggero e silenzioso. Quello
era l’habitat naturale di Shadow e ce ne accorgemmo su-
bito. Una volta là su, fu Lei a guidare per darci la possi-
bilità di occuparci delle astronavi satelliti che stavano per
raggiungerci.
Le vedevamo non troppo distanti. Io ero emozionata
all’idea di rivedere Michael. Più si avvicinavano e più
saliva l’adrenalina. Sopra le navi satelliti era disegnato il
simbolo e il colore corrispondente a quello che si era im-
presso sopra i miei piloti. Questo per indicarci la posi-
zione precisa su cui collegarsi sotto la pancia della nave
madre.
Così le dodici piccole navi presero facilmente posi-
zione e si agganciarono dolcemente ai loro alloggiamenti
come previsto. Solo quella di Michael occupò il posto
centrale di Co-pilota proprio sotto di me. Era la prima
volta che ci rivedevamo dopo tanto tempo, e non ci
aspettavamo certamente quello che accadde un attimo
dopo.
Una volta agganciate, si apri un varco verticale che
trasportò ogni astronauta sopra Shadow, nel posto corri-
spondente al punto di aggancio. Erano tutti parte del no-
stro equipaggio adesso. Questo significava che avrei
riabbracciato il mio Michael. Non fece in tempo a salire
che gli saltai addosso e lo baciai fino a consumarlo. Sen-
tivo gli altri ridere e fui divertita, Michael mi guardò con
gli occhi lucidi e afferrandomi per mano mi disse:
<< Ora siamo per sempre insieme!>> Tutti gli altri si
avvicinarono a noi e ci avvolsero tra le loro braccia.
Erano passati tanti giorni. E lo spettacolo che ci si
presentava all’esterno era sempre più magnifico. Ci sta-
vamo avvicinando a Marte, il pianeta era molto simile
alla terra, e in passato aveva ospitato esseri viventi, ora
però c’erano rimaste poche basi di appoggio e nessuno
ad abitarla. Il pianeta era molto roccioso e le informazio-
ni ci dicevano di temperature molto rigide e un anno so-
lare che durava il doppio di quello terrestre. Quel suo
magnifico colore rosso fuoco ci colpì profondamente. Ci
illuminò e scaldò come un tramonto. Michael ed io era-
vamo seduti, abbracciati stretti, forse dal nostro incontro
non c’eravamo mai separati. Restammo in contempla-
zione guardando quell’enorme palla rossa, immaginan-
dola sospesa sopra un tappeto di acqua salata. Con il suo
riflesso arcobaleno e argento che sfioravano la nostra
pelle nuda, sopra un cuscino di sabbia che lentamente
iniziava a raffreddarsi sotto di noi. Ci interruppe non il
freddo della sabbia, ma la vista di quello che stavamo
aspettando da qualche giorno. Dietro il pianeta,
un’enorme sfera blu e grigia che si muoveva lentamente
verso la terra. Si trattava del leggendario Nibiru, il piane-
ta Astronave, la nuova casa del popolo della Terra, la
salvezza per ogni essere vivente. Metteva soggezione.
Sembrava un essere anarchico che andava da se fregan-
dosene di tutto il resto. Ci passammo molto vicino, e ci
ritrovammo tutti insieme a guardare queste tre sfere una
diversa dall’altra. In lontananza il nostro pianeta Blu, la
Terra. da qui aveva un’aura bellissima, perfetta e di un
colore intenso. Sembravano così lontane le sue battaglie
e tutte le contraddizioni. E presto sarebbe stato così.
Quel posto era destinato a ben altro e presto sarebbe tor-
nato il pianeta più accogliente di tutto il sistema solare.
Poi il rosso intenso di Marte a contrasto, e per finire il
gigante Nibiru.
Molte leggende e culture ne parlavano, ma vederlo
con i nostri occhi era indescrivibile. Sembrava di metal-
lo, senza vita, ma sapevamo che tutto il cuore si nascon-
deva all’interno nel suo nucleo. Shadow mi parlò telepa-
ticamente e mi disse di mandare un messaggio allo stesso
modo al pianeta. Ci dovevamo tutti mettere in cerchio
intorno al posto di comando, stringerci le mani e portare
l’attenzione al cristallo. Appena eseguimmo questo ritua-
le sentimmo la voce di Gabriel. Era al comando di Nibiru
e ci apparve davanti con le sue ali dorate e il suo sguardo
fiero.
“Avrete un compito importante una volta arrivati.
Grazie al vostro supporto aiuteremo i terrestri ad ab-
bandonare il loro pianeta. Saranno portati via in pochi
giorni e la maggioranza non si accorgerà neanche di
aver viaggiato. Li aspetta Kepler, il gemello di Gaia. Ha
una circonferenza molto maggiore rispetto alla Terra e
l'habitat ideale per continuare a far vivere tutte queste
persone fino alla fine delle loro esistenze. Sarà un viag-
gio lungo per tutti, quindi adesso mi congedo e ci rive-
dremo presto.”
L'immagine del comandante scomparve e l'ambiente
tornò esattamente com’era prima. Ci lasciammo le mani
e ritornammo ognuno al proprio lavoro affascinati da
questa notizia. Kepler, 1400 anni luce distanza dal piane-
ta terra, orbita intorno al suo sole solo venti giorni di più
che sul nostro mondo. Quasi cinque volte più grande e
con spazi sufficienti a ogni essere umano. Avrebbe ospi-
tato l'uomo.

Noi dormivamo in quella che sarebbe stata la nostra


casa. La nave costruita da Michael. Amavo già ogni pic-
colo dettaglio, pensando a ciò che sarebbe diventata una
volta trasformatasi nella nostra abitazione. Pochi erano i
momenti in cui potevamo stare soli. Avevamo molte re-
sponsabilità, dovevamo comandare l’astronave, control-
lare la rotta, restare sempre in comunicazione tra noi e
Shadow. Quelle poche volte che eravamo insieme ci sen-
tivamo completi. Eravamo diversi, era passato molto
tempo, e ognuno aveva portato a termine il proprio com-
pito. Questo era l’ultimo e anche il più importante, quin-
di consapevoli di tutto questo, sapevamo che il nostro
momento sarebbe arrivato, e cercavamo di condividere il
più possibile con gli altri. I piloti di Orione erano molto
diversi strutturalmente da noi. Alti quasi due metri, la
pelle color ambra con occhi neri e profondi. Aspetto im-
ponente e con capelli lunghi e azzurri intrecciati tra loro
sopra le spalle. Ci stavamo sempre di più abituando a lo-
ro. Rispetto a Erha e Ahmon erano più rozzi, primordiali.
Erano della prima razza di Orione, provenienti da Sirio
B, da sempre addestrati alla guida dei veicoli volanti.
Erano veri e propri astronauti. Ci parlavamo di rado con
pochi vocaboli messi un po' qua e un po' là, solo il neces-
sario, per il resto se ne stavano per conto loro e aspetta-
vano i nostri comandi. Invece il nostro gruppo diventò
subito affiatato, parlavamo la stessa lingua e venivamo
dallo stesso pianeta. Ci scambiavamo racconti e aneddo-
ti, poi discutevamo di molti argomenti diversi. Ogni per-
sona era preparata per essere lì. Chi era dottore, chi inge-
gnere, chi filosofo e chi atleta. Tutti avrebbero apportato
il loro patrimonio genetico e la loro preparazione su Be-
telgeuse. Durante le operazioni di volo eravamo tutti nel-
la plancia centrale. Poi però per dormire e nei momenti
di pausa, ognuno tornava alla sua piccola nave satellite.

Il viaggio sarebbe durato almeno un anno terrestre,


ma qui su il tempo era dilatato. Passammo vicino a Gio-
ve, il pianeta più grande del Sistema Solare: gira intorno
al Sole in un po' meno di dodici anni, ruotando vortico-
samente su se stesso in meno di dieci ore, questo com-
porta un notevole schiacciamento ai poli. Infatti, appari-
va come un uovo nebuloso con colori continuamente
cangianti per via dei gas che lo compongono, il novanta
per cento di Idrogeno e il dieci per cento di Elio, con tracce
di metano, ammoniaca, etano e pochissima acqua. Un
altro posto invivibile, con temperatura di centocin-
quanta gradi sotto lo zero.
Mattende da parte tutti i dati tecnici e interessanti che
trasmetteva continuamente Shadow, il vero fascino dello
spazio era il continuo mutare di tutto. Anche trattandosi
dell'approssimazione naturale più vicina ad un vuoto per-
fetto, invece era tutt’altro che vuoto. Ad esempio le Ne-
bulose, un agglomerato interstellare di polvere, idrogeno
e plasma che offrono spettacoli imparagonabili, colori,
forme e magia. Le nebulose sono in continua trasforma-
zione, possono sembrare galassie, paesaggi, persone.
Scatenano continuamente la fantasia e alle volte confon-
dono come miraggi. Lo stesso Giove possiede una corte
di sessantatré satelliti e un sistema anche se molto debole
di anelli. La sua superficie sembra una tela dipinta, i suoi
satelliti orbitano intorno e sembrano danzare come tante
piccole biglie sospese e accese. Non ci si può annoiare
nello spazio. Si sogna ad occhi aperti e si vive come in
una favola. Per non parlare del giorno in cui salutammo
il sistema solare toccando quasi con un dito gli anelli di
Saturno. Il pianeta più affascinante di tutti. A una distan-
za dal Sole pari a quasi dieci volte quella della Terra dif-
ficilmente riusciamo a vederlo, anch’esso gassoso ed ha
una composizione atmosferica del novantasei per cento
di idrogeno, del tre per cento di elio, mentre il restante è
composto da metano, ammoniaca ed etano, ma lo spetta-
colo incredibile dei suoi anelli è da restare senza fiato.
Sono un ammasso di gas caldi che lui sprigiona e che si
fermano lì a quella distanza perché trovano aria fredda.
Come le caramelle per un bambino, dolci, buone e invi-
tanti, gli anelli di Saturno, si consumano così come si so-
no formati, per poi riapparire di nuovo, continuando così
a dare felicità ai palati più fini e agli occhi più affamati.

A quattrocento anni luce dalla terra, la costellazione


di Orione era per ora soltanto un miraggio.
Qui precisiamo una cosa: un anno luce è pari a nove
mila 461 miliardi di chilometri terrestri. E’ una distanza
enorme paragonata a qualsiasi viaggio terrestre via mare,
via terra o aerea. Se ci basiamo sui calcoli matematici del
nostro pianeta, avremmo raggiunto Betelgeuse in quat-
trocento anni. Invece il tempo deve esser calcolato in ba-
se alla velocità di crociera che Shadow poteva sostenere
senza farci incorrere in spiacevoli episodi come invec-
chiamenti precoci, pressione insostenibile, o autocombu-
stioni. Perché ricordatevi che i nostri corpi erano diven-
tati eterici, e quindi viaggiavamo su una frequenza diver-
sa da ciò che può concepire un essere umano. Tutto era
così concentrato e veloce perché eravamo stati preparati
a sostenere un viaggio del genere, quindi non pensate al-
le navi della Nasa che percorrono grandi distanze per di-
versi anni e poi ritornano dopo lungo tempo solo per
raggiungere satelliti o chissà quale altro luogo fuori dalla
terra. Questo era un viaggio attraverso lo spazio, ma an-
che all’interno di una sfera costruita per non alterare nes-
sun parametro corporeo. Era un canale di luce costruito
solo per noi che ci avrebbe portati dritti a destinazione.
Potevamo decidere da soli quanto ci avremmo messo.
Avremmo potuto anche salire sulla nave, addormentarci
in meditazione e aperti gli occhi saremmo già arrivati,
ma decidemmo per un anno circa, perché le nostri menti
si abituassero gradualmente al viaggio e alla nuova de-
stinazione. Tutto era reale, ma allo stesso tempo veloce
molto più del normale. Così sapevamo di aver fatto un
vero viaggio, e avremmo visto uno a uno pianeti, costel-
lazioni e questo splendido universo pieno di sorprese e
magia.
In questo istante stavamo superando il sistema solare
e ci aspettavano meraviglie mai viste da nessun uomo
prima d’ora. L’ignoto come lo percepiamo noi, qui ha un
senso vero e proprio. Nessuno studio, per quanto preciso
possa essere, andrà mai a sostituire un viaggio stellare di
queste proporzioni. Senza dimenticare che l’astronave
madre aveva già fatto una volta questo viaggio, e ne era
uscita indenne e senza nessun imprevisto. Aveva intorno
a sé uno scudo protettivo a base di polvere di diamante
più duro e resistente che qualsiasi ammasso di materia
possibile anche nello spazio. In più la proteggeva un
campo magnetico di energia blu, come la chiamavano a
Shamballa, che respingeva attriti e scariche elettrostati-
che esterne. Viaggiava in una sorta di bolla d’acciaio
leggera impenetrabile.
L’immagine più bella che iniziavamo a vedere era
quella del cuore della Via Lattea che tra poco ci avrebbe
accompagnati verso la stella più bella e magnifica di tut-
ta la galassia, Sirio. Qui erano nati secoli fa i draghi che
presero il volo verso il nostro pianeta e permisero la na-
scita del nostro popolo. Una cosa che non vi ho mai detto
è che è vero che il nostro popolo proviene da Betelgeuse,
ma il primo essere primordiale, viaggiò con i draghi e
aveva origine da Sirio B. Poi il pianeta inizio a diventare
invivibile e allora decisero di colonizzare il nostro e far
nascere nuova vita altrove, quindi questa era anche un
po' la nostra casa, non per niente l’astronave prendeva il
nome da essa.
Questa era la costellazione del Cane Maggiore è di ti-
po australe, in parte attraversata dalla Via Lattea e da una
moltitudine di stelle di varia grandezza e luminosità.
La epsilon, la delta, la beta e la eta sono le più lumi-
nose dopo Sirio e si contano ancora numerose altre stelle
di terza e quarta grandezza.
Il Cane Maggiore secondo il mito rappresenta uno dei
due cani che seguono il cacciatore Orione, ma noi sap-
piamo bene che la storia è ben altra e che per ogni singo-
la stella e luce che brilla, si potrebbero scrivere intere bi-
blioteche, ma c’è un tempo qui nello spazio che passa e che
porta a nuova vita, per questo la memoria per noi popolo
delle stelle, non ha nessuna importanza, perché non ci
sarebbe modo alcuno né posto, dove conservarla tutta.
Qui dove tutto si crea e poi si distrugge, si trasfor- ma,
parte e non ritorna, se non in un’altra veste.
Sirio era ormai alla nostra portata. L’astronave non
poteva avvicinarsi troppo data la sua temperatura. Che
però a differenza di quanto pensassero gli astronomi del-
la terra, non era superiore a quella del sole. Bensì solo
dieci volte quella terrestre, la distanza sufficiente perché
potessimo ammirare il suo bianco perlaceo incandescente
e omogeneo. Sembrava la pelle di un bambino, cullato da
Orione tra le stelle di un universo ancora inesplorato. Af-
fianco la piccola Sirio B, molto più spenta e nella fase
quasi decrescente, ma sempre con il suo fascino e la sua
lenta rotazione.
Poco dopo arrivammo a vedere Mirzam, è una stella
blu caldissima, la vedevamo alla stessa distanza di Sirio
dalla Terra.
Poi Amhara la vergine azzurra. Mistero per ogni esse-
re umano. Poco visibile, ma chiara e lucente ai nostri oc-
chi. Con tre piccoli satelliti intono, i suoi piccoli che gio-
cano a girotondo cantandole storie di fantasia. Unico
questo momento. La realtà, i mondi, la percezione di un
solo modo di vedere le cose, qui perdeva di sostanza e si
espandeva all’infinito, nessuno può descrivere cos’altro
vedemmo, e non potrei neanche continuare a stare qui a
cercare di spiegarvi come, cosa e quando. Ogni parola è
superflua e minima di fronte all’infinito.

Il viaggio continuò attraverso la costellazione della


Lepre che è disposta sotto Orione.
La Lepre è una costellazione piccola ma piuttosto ap-
pariscente. Stelle come Arneb gialla e Nihal la sua ge-
mella risaltano alla vista e costituiscono il collo
dell’animale. Poi Leporis azzurra brillante, gigante la più
vicina a noi dopo Sirio. Una sfera di vetro dove leggere
un futuro che ogni dove qui si chiama presente, ma allo
stesso tempo si perde nello spazio senza confini e senza
tempo.
Pochi giorni ancora e saremmo giunti di fronte
all’origine di tutta la nostra esistenza. Betelgeuse la su-
per gigante rossa che pulsa di vita dal centro della galas-
sia. Fonte del fuoco che cadde sulla terra fecondando
l’uovo da cui nacque l’essere umano. Sarebbe stato un
salto quantico poderoso. Il pianeta in cui avremmo vissu-
to per tutto il resto della nostra vita, non era un ammasso
di materia incandescente, bensì uno dei più grandi piane-
ti abitabili di tutta la Via Lattea. Quindici volte più gran-
de del sole. Un gigante nascosto e celato agli occhi di
tutti i curiosi e i navigatori di ogni tempo, per ovvi e sva-
riati motivi.
Aprite gli occhi, perché il bello sta quasi per arrivare.
Capitolo 11
Il volo del Drago

Quello che vedete da laggiù, il brillare di una stella,


una luce più intensa di un’altra, le forme delle costella-
zioni, i colori, e persino la posizione di ogni singolo cor-
po celeste, è solo percezione. Tutto è disegnato così da
una mente superiore perché voi possiate osservare solo
ciò che abbiamo deciso di farvi vedere. La verità è
un’altra, e non vi è dato sapere ogni cosa, non potreste,
perché neanche l’architetto di quest’ universo avrebbe
tempo e vita per spiegarvelo. Però oggi vi verrà svelato
un piccolo segreto, quello di Betelgeuse e della sua vera
storia, quella che stiamo per iniziare a scrivere rimetten-
doci piede per la prima volta dopo almeno trentamila an-
ni. Adesso leggete attentamente e non dimenticate, per-
ché la memoria in questi casi è necessaria per scrivere la
storia. Seguiteci!

Il pianeta B, abbreviazione di Betelgeuse, tra poco sa-


rebbe stato ripopolato.
Le forme di vita che aveva ospitato erano svariate,
molte si erano estinte e perse nella vastità dell’universo.
Noi eravamo i sopravvissuti, e con noi l’ultimo drago
esistente in tutta la galassia: Shadow.
Le navi minori attaccate sotto la plancia, stavano co-
minciando a staccarsi. Eve ci ordinò di rientrare. Tutte le
coppie dei dodici piloti scesero insieme, ognuno nella
sua, io presi la mano di Eve e le diedi un ultimo saluto
prima di quella che sapevo, sarebbe stata una trasforma-
zione definitiva. Andai a prendere posto sotto di lei, e in-
sieme agli altri astronauti, iniziammo a spostare i dodici
satelliti di Shadow e staccarli dalla sua pancia. Ci allon-
tanammo di molti metri e rimanemmo sospesi ad aspetta-
re il segnale.
Guardammo l’astronave mutare davanti ai nostri oc-
chi. Ciò che in apparenza ci era sembrato un mezzo di
trasporto intelligente, in realtà era un essere vivente. Un
Drago.
Per prima cosa dal tetto uscì una capsula dorata con
dentro la nostra comandante. Aveva assunto la posizione
dell’uomo vitruviano, le sue mani e i suoi piedi sfiorava-
no la sfera in cui era incubata. Una volta fuori Shadow
inizio la sua trasformazione. Da dietro lingue di fuoco
tagliavano il nero dello spazio. Intorno onde di suono
sordo ma visibile, squarciavano il nero, la struttura della
nave sembrava di mercurio, morbida e instabile. Poi una
luce di energia blu fortissima esplose dal suo centro e
tutto iniziò a calmarsi e a prendere forma.
Shadow era in realtà un drago di enormi dimensioni e
di una bellezza mai vista in un essere vivente. Il suo cor-
po quasi trasparente prendeva colore dal suo cuore pul-
sante di energia. Gli dava una colorazione blu intensa e
brillante con sfumature d’argento sulle sue scaglie piu-
mate, che partivano da sopra la testa scivolando elegan-
temente fino alla coda.
L’astronave non esisteva più, ora c’era questa creatura
fantastica, ultima della sua specie pronta per varcare in-
sieme a Eve la porta per il pianeta B. Lui ed Eve erano
un’unica cosa. Shadow era nato dall’uovo fecondato qui
dai Draghi dei suoi genitori. I Draghi e i Bitruriani (così
si chiamavano gli abitanti del pianeta) erano sempre stati
Uno, in simbiosi perfetta. Poi pian piano decisero di la-
sciare il pianeta, e gli ultimi a restare furono i genitori di
Shadow. Lasciarono quest’uovo fecondato nelle mani del
principe e della principessa di B, i genitori di Eve. Sha-
dow quindi era destinato a lei. Fu cresciuto e addestrato
come un vero drago, e fu lui stesso a portare il popolo
Bitruriano a Shamballa. Lì prese posto all’interno della
montagna per un lungo sonno, in attesa del suo trionfo e
della riconciliazione con la sua Metà. Questo Volo per
loro sarebbe stato la prima grande emozione dopo tanto,
troppo tempo.

Eve era dentro questa bolla sospesa sopra il suo Gran-


de Drago. Shadow guardò verso l’alto proprio alla fine
della sua trasformazione. Tirò fuori il petto, alzò la sua
bellissima cresta e cacciò una lingua infuocata blu elet-
trico che accese ogni cosa intorno a lui. Era il suo grido
d’amore e di rinascita, il suo modo per dire che era torna-
to, che finalmente potevano stare insieme, che era pronto
a portarla sulla sua schiena fino oltre ogni apparenza,
nella nuova Vita! Eve scese lentamente mossa da un at-
trito esterno e si adagiò sul corpo del suo drago. Appena
prese contatto, si appoggiò istintivamente con il lato de-
stro del capo sopra la sua morbida testa. Questo contatto
dissolse la bolla di protezione e permise a Eve di respira-
re grazie al suo alito caldo. Questa connessione avveniva
tramite un sesto senso. Era un particolare ricettore che i
Bitruriani avevano sotto il lobo dell’orecchio, e con cui
potevano connettersi con il loro animali di potere. Così si
stabilì una fusione tale per cui ognuno sentiva tutto
dell’altro. Pensieri, emozioni, cambiamenti. Tutto!
Partirono verso il portale con noi tutti al loro seguito.
L’immagine era suggestiva, magica, epica. Un Drago
dalle ali argentate con sopra la sua Principessa, che ci
stavano portando verso l’Inizio di tutto, ma anche alla
giusta conclusione di questo lungo viaggio. Eve sentendo
i miei pensieri, girata verso di noi sorrise, rassicurandoci
che tutto stava andando bene.
Appena Shadow mise il muso vicino alla membrana
che divideva la finzione dalla realtà, si aprì uno specchio
di materia multicolore e densa, un portale. Solo la sua
forza poteva dividerla e aprirci un varco verso l’aldilà.
Solo un drago in perfetto legame con il suo mezzo pote-
va riuscirci. Il pianeta B era superprotetto. Ci accodam- mo
dietro e fummo risucchiati uno a uno dentro, per for- za
d’inerzia andammo avanti seguendo la luce incande-
scente di Shadow fino a ritrovare l’uscita e la libertà.
Eve e Shadow erano fermi in piedi con le ali aperte a
coprirci la visuale. Era il loro momento di contemplazio-
ne. Guardavano qualcosa di unico e perfetto, il nostro
Pianeta. Pian piano ci avvicinammo, chi di lato e chi so-
pra, formando con loro una croce perfetta.
Il pianeta era una sfera di cristallo che al suo interno
faceva intravedere distese di mare verde smeraldo, mon-
tagne d’argento, terre blu e colori che trasmettevano vita.
Senza un secondo d’esitazione partimmo a gran velocità,
per riprenderci ciò che era nostro. In un minuto raggiun-
gemmo una grande distesa di acqua, e ci tuffammo den-
tro senza troppo pensare. Il drago non era più in lui, gio-
cava, saltava, volava, uscendo e rientrando continuamen-
te dall’acqua. Eve si spostò verso di me nuotando, mi ba-
ciò. Guardammo i nostri corpi e ci accorgemmo di essere
diversi. Più grandi, alti e nudi. Gli occhi erano color latte
con sfumature azzurre, i capelli quasi assenti, e respira-
vamo dalla parte bassa all’altezza dell’ombelico. Ci toc-
cammo il viso e poi posammo il capo l’uno sull’altro.
Eravamo bellissimi, una specie di essere vivente evoluta
e che avrebbe creato nuova vita su questo pianeta.
Alnilam, detta anche Epsilon Orionis, che qui sarebbe
stato il nostro sole, scaldava tiepidamente i nostri corpi.
Shadow si avvicinò dandoci la sua benedizione. Volò
via verso una montagna altissima che sarebbe stata la sua
dimora e il Tempio in cui si sarebbero celebrate le ceri-
monie più importanti. Una di queste sarebbe stata la pri-
ma incoronazione dei reggenti del pianeta, io ed Eve. Là
ad aspettarlo c’erano dodici donne Bitruriane, belle, sen-
za tempo. Erano lì per essere le compagne dei nostri
astronauti. Da queste unioni sarebbero partite tutte le
nuove generazioni. Avevano vissuto in uno stato
d’ibernazione per tutto questo tempo e ora erano pronte a
unirsi ai lori uomini. Prima però ognuno doveva occupa-
re la sua abitazione. I dodici piloti della nave madre,
quelli che si erano risvegliati, avrebbero vissuto gran
parte del tempo al tempio a protezione di Shadow, per
loro c’era il compito più importante, cioè far rivivere il
centro della città, il grande Tempio. Ogni piccola nave e
con i suoi piloti addestrati da me invece, avevano delle
colline su cui adagiarsi per ricostruire la propria abita-
zione. Mentre per gli altri ci sarebbe voluto tempo, la no-
stra casa era già pronta. Sì perché il veicolo costruito da
me, era predisposto già alla trasformazione e sarebbe di-
ventato la nostra casa. La disposizione era questa: Al
centro la grande montagna con dentro Shadow e le sue
guardie, subito sotto di loro noi, e intorno undici piccoli
promontori con tutti gli altri. Sotto di noi una distesa di
acqua che scorreva lenta verso il mare, e poi tutto un
mondo ancora da esplorare.
Ogni famiglia avrebbe avuto un compito preciso. Chi
sarebbe partita subito a esplorare le altre lande e vedere
come poter espandere i nostri orizzonti, chi si sarebbe
occupato della parte genetica e delle nascite, le uniche
forme di vita rimaste qui per tutto questo tempo erano
animali marini, progenitori di tutte le razze conosciute e
non della terra. In laboratorio attraverso accurate opera-
zioni genetiche pian piano si sarebbero ri-create e libera-
te nelle zone individuate dagli esploratori. Poi c’era chi
doveva occuparsi dei centri di guarigione. Chi di procu-
rare il cibo e far crescere piante. Chi avrebbe dovuto rie-
dificare le proprie abitazioni. C’era un mondo da rico-
struire, e tutto il tempo per farlo. Adesso era però il mo-
mento dell’incoronazione!

La mattina seguente arrivava il suono delle trombe


dalla vallata. Era Shadow che dava il segnale di prepa-
rarsi per la cerimonia della sera. Io ed Eve fummo portati
in cima al tempio e vestiti con abiti bianchi e lacci d’oro
ai piedi. Nessuna corona o gioiello, questi colori rappre-
sentavano purezza e spiritualità. Stavamo rivivendo
qualcosa che già avevamo visto e che già ci era stato
spiegato. Iniziavamo con pochi amici questa avventura,
noi, più trentasei illustri cittadini. Avevano percorso cen-
tinaia di scalini per arrivare in cima, tutti là solo per noi.
Arrivarono due dei guardiani e ci incoronarono con due
copricapo a forma di testa di Drago, io bianco ed Eve
blu. Ci dissero che appartenevano ai nostri antenati, uno
della casata bianca di Draconia e l’altro dei draghi blu di
Sirio. Poi ci posarono un mantello sulle spalle e ci ac-
compagnarono sull’altare per consacrarci. Tutti i presenti
rimasero in silenzio fino a che nel cielo non apparve
Shadow. Era più grande di come lo ricordassimo. Anche
lui sul capo aveva un’armatura cerimoniale bellissima.
Le sue ali si espandevano all’infinito perdendosi
nell’aria. La sua coda disegnava simboli iniziatici che ri-
cadevano sulla nostra testa. Poi si fermò in volo a guar-
darci e telepaticamente ci disse di sederci sul Trono.
“Michael, Eve, questi saranno i nomi dei capi spiri-
tuali del nuovo popolo. Dimenticherete ogni paura ed
esitazione umana. Sarete impeccabili e avrete poteri
ma- gici che aiuteranno il popolo a vivere in un pianeta
idea- le e tecnologico, in cui chi regna rappresenta il
potere e allo stesso tempo l’amore. Io sarò sempre qui
con voi, vivrò come ho sempre fatto per servire la mia
Eve e ogni essere vivente. La mia casa è il Tempio, e ogni
anno ‘Epsilon’ che passerà, ci sarà una festa proprio qui
per ricordare il giorno zero della nuova era. Ora alzatevi
e salutate chi è venuto a porvi dimostrazioni d’affetto e
di approvazione. “
Ci inchinammo mano nella mano alzando le braccia
in segno di vittoria. Grida di felicità e applausi si mi-
schiavano alla nostra gioia, e invece di aspettarci inchini,
invitammo i nostri amici a raggiungerci e condividere
con noi quel momento. Ci girammo tutti a guardare il
grande Drago mentre accendeva la Grande Pietra, un cri-
stallo sepolto e dimenticato dal tempo, posto sotto il
tempio e che attivato avrebbe dato inizio alla Vita:
Iniziava l’anno zero del pianeta B.

Ogni anno Bitruiriano era almeno cento di quello Ter-


restre. Era il tempo che ci metteva il pianeta a girare in-
torno al suo sole, però non avevamo calendari, e il tempo
qui trascorreva senza nessun segno d’invecchiamento o
scadenze particolari. Ognuno faceva ciò per cui era nato
e programmato. Non esisteva la morte, nel momento in
cui qualcuno voleva lasciarci, veniva accolto nelle came-
re di guarigione e messo in contatto direttamente con il
Re del mondo. Solo in questi casi era interpellato e dava
la sua risposta dopo aver ascoltato le motivazioni. A quel
punto si offrivano alcune possibilità, e poi attraverso la
camera del tempo, trasportati e fatti rinascere in una
nuova realtà.
Erano passati già almeno cento cicli. Il pianeta si era
ripopolato di vita, umana, animale e vegetale. Per la
maggioranza c’erano volatili, perché i quattro continenti
presenti sul territorio erano parecchio distanti tra loro ed
era molto più semplice per un’animale volare che muo-
versi o nuotare. Poi nel nucleo centrale, dove abitavamo
noi, invece c’erano per lo più felini, la loro particolarità
era di adattarsi perfettamente alle acque, potevano nuota- re
per lunghe distanze ed erano abili pescatori. Poi c’erano i
pesci che erano la maggioranza e che occupa- vano il
settanta per cento della superficie Bitruriana. Vo- latili e
mammiferi erano a stretto contatto con l’uomo,
abitavano vicini e si aiutavano l’uno con l’altro. Riusci-
vamo a comunicare con loro telepaticamente e ognuno
capiva le proprie esigenze in una convivenza ideale. Per
esempio la pesca, per lo più mangiavamo frutti e vegeta-
li, però esisteva un particolare tipo di pesce che non
avendo sviluppato una sua coscienza precisa, poteva con
il dovuto rispetto ed equilibrio, essere pescato. Accadeva
una sola volta l’anno e tutto il pescato era conservato per
un intero ciclo con un metodo di conservazione molto
antico. Lo stesso pesce era il nutrimento di tutti gli altri
animali. A volte alcuni pescatori, invece di usare barche,
salivano sul dorso di Leoni e Tigri e percorrevano lunghi
tratti di mare, così da pescare i pesci più grandi e occupa-
re meno tempo. Pescavano solo quello necessario al nu-
mero di abitanti del continente. Al centesimo ciclo del
Pianeta B si contavano già mille e cinquecento abitanti,
divisi equamente tra i quattro continenti, più noi che da
trentotto eravamo diventati cento. Solo Noi non avevamo
figli, perché avrebbero interferito con il nostro ruolo di
guide del popolo. Poi qui il concetto di procreazione era
del tutto diverso, essendo noi quasi immortali, non aveva
senso farlo solo per avere degli eredi, ma solo per far
crescere spiritualmente la comunità e dare nuove oppor-
tunità alla città. Poiché noi saremmo stati in eterno sul
trono, non sarebbe servito un erede che occupasse il no-
stro posto. I nostri figli erano tutti, noi sentivamo ogni
singolo cuore battere, e la nostra energia alimentava le
anime di ogni singolo individuo. Questo ci appagava e ci
riempiva come nient’altro.
E poi c’eravamo Noi, un unico diamante che rifletteva
luce nella stessa direzione, che portava amore e pace in
ogni dove senza neanche doversi sforzare. Due esseri in
Uno che avevano raggiunto il Nirvana dell’appagamento
e della realizzazione massima alla quale ogni essere vi-
vente possa aspirare. Tutto questo era stato possibile solo
con un duro lavoro su noi stessi. Di tenacia, desiderio,
ardore, forza, potere, perseveranza. Ogni nostro passo
aveva creato la ricetta alchemica perfetta della beatitudi-
ne e della Pienezza. I nostri occhi non dovevano più in-
crociarsi, le nostre mani mai più stringersi, non c’era più
bisogno di cercarsi. Noi eravamo l’uno nell’altro, di là e
di qua, fuori e dentro. Eravamo Tutto e allo stesso tempo
un granello di sabbia che si perde nell’infinità del nostro
Universo.
Eve e Io, alla guida di un nuovo mondo che cresceva
a ogni nostro respiro insieme con un alito di vento.

La nostra casa era la prima sotto il tempio. Di forma


circolare e disposta a cascata dalla cima della collina fino
a scendere a valle. C’era una stanza d’ingresso molto
grande e che in precedenza era stata la sala di comando
del veicolo che avevo pilotato. Qui oltre a riunirci la sera
per rilassarci, potevamo vedere immagini proiettate o
reali del nostro mondo circostante, o di quello che ave-
vamo appena lasciato. Poi c’era la nostra stanza da letto
con un tetto di cristallo trasparente, prima di addormen-
tarci guardavamo il cielo Bitruriano e sognavamo. Adia-
cente alla stanza da letto c’era un ambiente in cui ci rige-
neravamo e che era attraversato naturalmente dalle acque
della fonte che poi scendeva per riempire un lago proprio
nascosto dietro il tempio. Andavamo spesso a rifugiarci
là, a volte ci passavamo anche la notte, ma solo di giorno
si godeva dello spettacolo migliore. Sulle acque cristalli-
ne, si ritrovavano svariate specie di uccelli. Anatre, cigni,
gabbiani, e altre dimenticate e già estinte nella nostra
memoria. Lo spettacolo era bellissimo. Il cielo azzurro e
viola si specchiava sulla superficie dell’acqua, che ema-
nava continuamente fumi e profumi inebrianti. Il suono
degli animali e le loro danze scandivano il ritmo della vi-
ta e dell’amore. I colori erano infiniti, dal piumaggio, al
becco, le zampe e poi le montagne, il tempio, i boschi, e
acqua e terra che si mischiavano continuamente e scam-
biavano la loro materia e le loro emozioni. A volte scen-
devano alcuni felini a bere e giocare con l’acqua. Face-
vano a gara a chi raggiungeva per primo il centro del la-
go e poi uscivano con un grande balzo simulando la cac-
cia e facendo volare via tutti gli uccelli. Era un attimo di
caos e grida da ogni dove, poi tutto si calmava e resta-
vamo noi a respirare il silenzio e la bellezza di quel posto
magico e incantato. Quel giorno la quiete fu interrotta
con prepotenza da quel gigante di Shadow. Lo vedemmo
scrutarci dalla montagna come faceva spesso, ma stavol-
ta prese il volo e scese in picchiata verso il letto del lago.
Era velocissimo e noi ci alzammo per timore di cosa po-
tesse creare quell’impatto. Arrivò come un siluro smuo-
vendo acqua e schiuma da ogni parte. Alcuni pesci salta-
rono fuori e scapparono dalla parte opposta. Iniziò a nuo-
tare emettendo un sibilo di gioia e adrenalina. Scendeva
sotto l’acqua e risaliva velocemente per poi uscire con
salti e capriole. Era la prima volta che vedevamo quella
scena e questo lato giocoso del nostro Gigante. Eravamo
meravigliati, sorpresi e divertiti.
Finito il suo circo, si avvicinò a noi e disse alcune pa-
role:
<< Vengo spesso qui a nuotare da solo. E’ uno spazio
grande in cui riesco a sentirmi libero per qualche mo-
mento e dove posso sgranchirmi un po'. E’ già molto
che siamo qui e finalmente vedo realizzato ciò che avevo
in mente. Voi due a capo di tutto siete perfetti. Eravate
nati sulla terra, ignari del vostro compito, e noi non sa-
pevamo se sareste riusciti a portarlo a termine. Siete il
mio orgoglio. Adesso però volevo salutarvi prima del
mio prossimo letargo. E’ arrivato il momento che io mi
riposi. Sono l’ultimo della mia specie e devo riservare le
forze per il prossimo futuro. Volevo dirvi arrivederci e
sappiate che potrete continuare a consultarvi con me at-
traverso le preghiere e il sogno. Lo sapete! Ora invece di
fare quelle facce brutte salite sopra e andiamo a farci un
bel bagno insieme! Le vostre responsabilità qui, vi hanno
fatto un po' dimenticare cosa vuol dire divertirsi. Adesso
vi schiarirò un po' la memoria. >> Emise una grande ri-
sata, salimmo sopra e iniziò a girare in cerchio fino a
formare un grande vortice al centro.
<< Buttatevi forza! >>
Cademmo giù in quel cono d’acqua arrivando quasi a
toccare il fondo, poi ci riportò su la spinta dell’acqua, fa-
cendoci balzare in aria. Poi ricademmo giù. Iniziammo a
lasciarci andare ridendo come matti tutti e tre. Shadow
sembrava un bambino. Era un grande gigante buono dal
cuore immenso. Prendeva acqua in bocca e poi ci spruz-
zava vapore addosso. Si divertiva e si approfittava della
sua grandezza per sottometterci. Noi stavamo al gioco e
subivamo. Continuammo a giocare per ore, dimentican-
doci di ogni cosa. Fuori da ogni mondo, galassia o uni-
verso. Eravamo Uno nel momento presente e sentivamo
la Plenitudine. Quello sarebbe stato per noi un istante da
registrare. Momenti così capitano pochissime volte nella
vita, e saper riconoscerli può aiutarci a salire un gradino
verso la più piena consapevolezza. Succede a chiunque.
Ritornammo a terra sul dorso del Drago, lui avvicinò
il muso al nostro viso e appoggiò la sua fronte alla no-
stra. Ci trasmise amore incondizionato e gratitudine e noi
lo stesso. Poi prese il volo e ci salutò per un’ultima volta.
Sapevamo che non sarebbe stato un addio.
Capitolo 12
L’ultimo Viaggio di Sirio

Sul pianeta B il tempo correva di ciclo in ciclo. Na-


scevano almeno dieci nuove anime ogni volta, alcune
decidevano di partire, altre chiedevano di arrivare. Nes-
suno invecchiava e nessuno moriva. Se eri pronto a rag-
giungerlo o a viverci, allora eri giunto a un momento del-
la tua vita dove non avresti più sentito sofferenza né il
dolore. Potevi certo reincarnarti lasciando quella vita e
scegliendone una altrove sempre sullo stesso livello di
coscienza. Era un luogo di quinta dimensione, non anco-
ra l’illuminazione, ma molto vicina a quel concetto.
Shadow dormiva ancora, a volte appariva nei nostri
sogni, oppure ricordato durante le cerimonie, ma il suo
corpo era in letargo già da un po'. Noi eravamo sempre
gli stessi dei primi giorni, però iniziava da un’altra parte
una fase delicata e necessaria alla quale avremmo dovuto
assistere di persona. La nostra energia serviva a Gabriel
per le prime operazioni di pulizia sulla Terra.
Per dieci giorni ci saremmo seduti nel nostro salone,
guardando ciò che accadeva all’ultima umanità e colla-
borare con loro per una dolce partenza. Noi più di ogni
altro, eravamo in grado di capire l’uomo, essendo stati
uomini.
Gabriel era a capo di tutti gli abitanti del suo pianeta
Astronave Nibiru. Erano già arrivati a ridosso
dell’atmosfera terrestre e avrebbero avuto tempo dieci
giorni terrestri per raccogliere tutti e portali via.
Sì ma come? Quella che vedevamo sullo schermo del-
la nostra stanza non era sempre la stessa scena. La pro-
cedura più utilizzata era quella di trasportare nel sonno i
corpi, più dolce e immediata. Erano svariati anni che le
persone venivano affiancate e preparate, affinché potes-
sero essere indotti a pensare a un vero viaggio. Se non
avevamo legami, era più semplice, altrimenti per le fa-
miglie si presentava Gabriel in persona ad annunciare la
loro partenza. A volte svenivano o si spaventavano, ma
la polvere angelica delle sue ali le calmava e potevano
essere spostati sulle navette in partenza. Queste navette
erano dei veri e propri carri alati giganti, che come
ascensori erano collegati all’altro pianeta e schizzavano
via a velocità impressionante, scomparendo tra le nubi.
La maggioranza delle persone fu accolta dai loro cari de-
funti, apparivano raccontandogli una storia per convin-
cerli a seguirli. Il nostro compito era invece di utilizzare
il canale uditivo, parlandogli a distanza. Quasi l'ottanta
per cento dei terrestri fu raccolto senza nessun imprevi-
sto, mentre un venti per cento purtroppo resisteva, e fu
prima addormentato e poi indotto mentalmente alla par-
tenza. Purtroppo era inevitabile, perché nessuno doveva
morire in questa fase di trasformazione del pianeta, nes-
suno!
Gli animali erano già pronti a tutto. Loro avevano un
altro destino che accettarono pacificamente. Scesero dai
vari ingressi della terra cava e andarono ad abitare nel
mondo sotterraneo. Esisteva un posto chiamato ponte ar-
cobaleno e là si ritrovavano tutte le anime degli animali
che avevano lasciato il loro corpo. Così anche le ultime e
poche specie terrestri trovarono il loro posto. In dieci
giorni Gaia era tornata già più leggera e respirava.
Gabriel si sincerò che ogni essere vivente fosse stato
messo in salvo e si sedette al suo posto di comando.
Chiuse gli occhi inizio a connettersi con Gaia. Vedemmo
formarsi un grande campo magnetico arcobaleno intorno
al pianeta. Aveva una forma di una mela e si muoveva
con forma circolare, era l’aura di Gaia che si mostrava e
usciva dalla crosta terrestre. A certo momento vedemmo
salire tutta questa luce sulla sommità del polo nord e
sali- re fino a sparire dai nostri occhi. In quel preciso
istante da Nibiru si sprigionò un raggio nebuloso di
polvere do- rata, che come un laser andò a colpire la
Terra allargan- dosi per tutta la sua superficie.
Per prima cosa furono spazzati via tutte le costruzioni
artificiali come palazzi, strade, automobili e altra materia
generata dalla mente umana. Poi il primo strato di crosta
terrestre bruciato. Le acque iniziarono a bollire surriscal-
date da quella forza incandescente, e tutte le montagne
muoversi e i vulcani sputare magma e fuoco. Tutti gli
elementi si scontravano tra loro impazziti. Il vento era
fortissimo e conteneva detriti, sassi, polvere, acqua, fan-
go e tanto altro.
Il raggio sparato da Nibiru divenne più intenso e con
materia preziosa e contenente oro, rame, argento. Insie-
me questi elementi trasportavano tutto il patrimonio ge-
netico delle piante che sarebbero tornate a fiorire presto e
avrebbero cucito un nuovo vestito intorno a Gaia. Conti-
nuò a essere proiettato per un giorno intero, fino a che
tutta la superficie fu rivestita. Poi tutto a un tratto smise.
Il raggio dorato si ritirò insieme a Nibiru, alla volta del
nuovo Pianeta Terra da popolare.

Insieme stavamo guardando uno spettacolo che ci la-


sciò senza fiato. La Terra sembrava una grandissima per-
la omogenea. Dall’alto la sfera di luce arcobaleno stava
scendendo di nuovo nel suo centro per far battere il
cuore di Gaia. Nessuno per almeno duemila anni avrebbe
mes- so più piede su quel pianeta. La sua frequenza
sarebbe diventata di quinta dimensione e allora
finalmente gli abitanti di Shamballa sarebbero ritornati in
superficie a vivere un pianeta di livello più alto.
Io e Michael pensando ai nostri amici di là, avevamo
un piccolo velo di nostalgia che però scomparve subito.
Ci guardammo intensamente posando la fronte su quella
dell’altro in senso affettivo. Avevamo voglia di restare in
intimità e quell’intensione scaturì subito in azione. Dai
nostri ombelichi uscirono tre tentacoli di luce azzurra do-
rata, muovendosi vorticosamente si sfioravano e si toc-
cavano, portandoci a percepire di più di un semplice
scambio affettivo. Sentivamo il piacere divino di esistere
l’uno per l’altra. Queste corde di energia colorata erano
la nostra estensione sessuale, per così dire. Ci provoca-
vano sensazioni di estasi extracorporee. Eravamo senza
controllo, tutto avveniva automaticamente dettato da una
forza superiore. Qualcuno sopra di noi voleva che sentis-
simo l’uno che si divideva, per poi respingersi e infine
ritornare uno. Era la danza della Vita. Così nascevano
nuove anime qui da noi, c’era un disegno divino che in-
terveniva in un momento preciso e che ti faceva agire di
conseguenza. Era giunto il momento per noi di lasciare la
nostra eredità a qualcun altro, di essere gli artefici di una
scintilla vitale. Non sarebbe stato nostro figlio, qui il
concetto di proprietà sulla vita non poteva esistere. Qui
le anime erano annunciate dall’architetto dell’universo, e
lui era il padre di tutti noi. Una volta partorito per grazia
divina, sarebbe vissuto per un po' in speciali camere
d’iniziazione e sarebbe subito educato e cresciuto alla
realizzazione del suo disegno. Per questo essere che sta-
va per arrivare sarebbe stato quello di guidare un popolo
grande e proiettato verso una vita sempre più prospera.
Per questo c’era bisogno di questo ricambio.
Dall’alto mentre consumavamo il nostro atto d’amore,
abbandonati a noi stessi, scese una piccola fiammella.
Una rossa sopra la mia testa, e una color latte sopra la te-
sta di Eve. Stava nascendo una nuova forma di Vita in-
telligente! Io come energia maschile, avrei provveduto a
dargli la forma che avrebbe avuto per il resto della sua
esistenza, mentre Eve avrebbe costruito e trasmesso il
suo spirito vitale. Le sfere scesero fino ai nostri ombeli-
chi e uscirono dagli organi genitali. Formando una lingua
di fuoco, e subito dopo una coppa lucente che sarebbe
servita per contenerlo. In quell’istante da dentro il bra-
ciere della creazione, si alzò un essere di forma oblunga
che si spostava a fatica in una direzione e poi in un'altra,
come se ancora non fosse completamente in grado di
prendere decisioni autonome. Posammo le nostre mani
su di lui dolcemente plasmandolo attraverso il nostro in-
tento. Poi mentre stava per staccarsi e camminare, si
bloccò come paralizzato e gli fu inserito un seme che gli
entrò dalla testa e crebbe come una pianta per tutto il
corpo. Questo piccolo essere vivente aprì gli occhi e ci
venne ad abbracciare. Ci chiese di accompagnarlo verso
il suo destino, sapeva che avevamo dato luogo alla sua
nascita e ce ne sarebbe stato sempre grato. La sua cresci-
ta sarebbe però avvenuta altrove. Lo afferrammo per
mano e ci spostammo fino al grande tempio di Shadow.
Là fu presentato all’altare e andò a stare nella sua camera
d’iniziazione per sciogliere pian piano il legame con noi,
e accrescere il suo senso di appartenenza al ciclo vitale
dell’universo. Era nostro figlio? Certo che sì, ma era so-
prattutto figlio del suo percorso e della storia che Il gran-
de spirito gli aveva scritto prima di mandarcelo.
Il suo nome sarebbe stato scelto alla fine della crescita
completa. Sarebbero passati trenta giorni e poi lo sa-
remmo venuti a riprendere. Lui poi avrebbe vissuto con
noi e iniziato la scuola Bitruriana. Gli lasciammo la ma-
no e lo baciammo con amore.
Questa creatura era nata dal nostro intento. Da prima
come l’intenzione di stare in intimità, poi cresciuto man
mano fino all’abbandono totale e il desiderio di essere
protagonisti del miracolo della vita. Qui sul pianeta B, un
uomo e una donna avevano le stesse identiche responsa-
bilità e la stessa percentuale di partecipazione all’atto
della nascita. Tante volte avevamo dato la nostra benedi-
zione ai nuovi nati, ma stavolta sarebbe stato diverso. Il
figlio del re e della regina sarebbe stato accolto come il
legittimo erede del popolo, e portato all’altare in gran fe-
sta. Noi avremmo ceduto la nostra posizione davanti a
tutti per andarci a godere la nostra esistenza altrove, an-
cora senza sapere dove, ma c’era tempo. Prima però Lui
aveva bisogno di Noi, del nostro sostegno e di quello che
sulla terra chiamavano educazione, ma che qua si tra-
smetteva con valori assoluti che risiedevano nel cuore
dei genitori e che avrebbero fatto parte per sempre del
figlio. Una garanzia di successo.
Passarono in fretta i giorni e non eravamo più in noi
aspettando quel momento. Tutto sarebbe successo in un
istante. Lui al trono, noi altrove, la sua vita e la nostra vi-
ta, completamente tutto ribaltato e improvviso.
Arrivando al tempio vedemmo i dodici custodi alli-
neati in maniera del tutto anomala. Come se stessero
aspettando una celebrità. Quello che non ci saremo mai
aspettati accadde un attimo dopo: Da dietro l’edificio
sentimmo un forte spostamento d’aria e un grido di
gioia! Era Shadow che si era risvegliato e che ora volava
nel cielo con sopra la sua schiena nostro figlio. Lo stava
presentando a tutta la nostra comunità volando rasente a
terra e poi rialzandosi facendo capriole e acrobazie in
cielo.
<< Questo è il vostro nuovo Re, Anima pura e glorio-
sa che ci darà ancora un lungo futuro ricco e felice su
questo pianeta. Accoglietelo come merita, Lui è Ahriel,
figlio del fuoco e del Vento, creato dal Divino in persona
per dare a questo mondo la Grandezza che merita! Salite
al tempio e festeggeremo tutta la Notte e oltre! >>
Poi scese adagiando Ahriel davanti a noi. Era di una
bellezza fuori dal mondo, la perfezione fatta creatura vi-
vente. Un Dio creato per essere venerato e amato da ogni
forma di vita nell’universo. Aveva capelli e occhi
d’ambra, pelle color latte e denti di perla. Sorrideva rila-
sciando il suo profumo ovunque. Io ed Eve rimanemmo
a bocca aperta, guardandolo ci rispecchiavamo in un
mare
d’Immensità, per noi sarebbe stato ancora più facile la-
sciare il nostro posto. Mentre stavamo per fare il gesto,
ci fermò e disse:
<< Mamma, Papà grazie per avermi concepito. State
ancora un po' sul posto che vi spetta, io mi siederò ac-
canto a voi aspettando il mio popolo e l’inizio della ce-
rimonia. Vengo al vostro cospetto per rendervi omaggio
della mia presenza di figlio, per ora. >>
Si avvicinò a noi con la sua aura accecante e ci baciò,
stringendoci al suo cuore. Era beatitudine pura, non esi-
stevano altre parole. Restammo così vicini per un po' fi-
no all’arrivo di tutti gli altri. Si riempì la montagna e in
ogni luogo si poteva vedere gente venuta da lontano per
questo grande evento planetario.
<< Si dia inizio alla cerimonia! >> Disse Ahriel
espandendo la sua voce verso ogni individuo presente.
Tutti gridarono asserendo. Eravamo seduti sui nostri tro-
ni e davanti a noi Shadow e Ahriel uno di fronte l’altro.
Shadow s’inchinò in senso di rispetto alitando sulla testa
di Ahriel la sua essenza, poi si girò verso di noi facendo
lo stesso. Infine sputò fuoco dalle narici per accendere il
braciere al centro della piazza. La fiamma azzurra e ver-
de smeraldo si alzò per diversi metri illuminando tutti
noi, il popolo e il Tempio.
Sembrava ieri quando ci fu la nostra cerimonia
nell’anno zero del pianeta, quel giorno in cui Shadow
riattivò il cristallo sepolto, fonte di sapere e conoscenza
storica di ogni abitante.
<< Da questo fuoco nascerà il prossimo ciclo di Be-
telgeuse, lo stesso fuoco purificherà il vento che con la
sua forza arriverà dentro ogni cuore qui presente oggi.
Prego Shadow è il tuo momento. >> disse Ahriel.
Il drago si levò in volo attraversando le fiamme. Uscì
completamente avvolto da quel fuoco e iniziò a girare
sopra la folla spargendo vapore cristallino a pioggia.
Leggero scendeva sul capo delle persone muovendosi dal
centro verso l’esterno. In pochissimo riuscì a coprire tutti
i presenti. Poi tornò a terra prendendo Ahriel e portando-
lo trionfante in cielo con le sue ali. Anche Ahriel era av-
volto da quel fuoco e si librò in volo allo stesso modo.
Planando ritornò da noi tra gli applausi meravigliati del
suo popolo.
Prendemmo i nostri mantelli e li buttammo all’interno
di quel fuoco. Iniziarono a brillare di una luce incande-
scente per qualche minuto. Dopo di che il fuoco iniziò a
calare fino a spegnersi completamente, lasciando sola-
mente una veste bellissima di un materiale opalescente e
che pulsava di luce propria. Era il nuovo mantello del
Re, nostro figlio, il nuovo Dio Re che era nato dalla no-
stra unione cosmica solo per il suo compito, cioè conti-
nuare a far splendere il nostro caro pianeta. Uno dei cu-
stodi del tempio, prese la veste e la posò sulle spalle di
Ahriel. La sua aura, che già era sorprendente, diventò
una cascata di gocce dorate che si donavano a questo
mondo. Prese il suo posto al trono e con una mano fece
cenno che stava per dire qualcosa.
<< Cari fratelli e cittadini di Betelgeuse, Il sommo
Padre della Vita mi ha dato questi doni che ho accettato
con piacere. Mi ha donato anche un posto da prendere e
che onorerò con tutto me stesso, però adesso è arrivato il
momento per noi, di salutare i miei genitori, il vostro Re
e la vostra Regina che tanto amate e che hanno permesso
la nascita di questa splendida realtà. Loro rimarranno per
sempre nella memoria Akashica dell’Etere e nei nostri
cuori. Sono Eroi di ogni tempo e ogni luogo, anime in-
dissolubili che lasciano adesso questo ruolo per permet-
tere la rinascita in un altro posto, che appena undici cicli
fa avevano lasciato. >>
Michael ed io lo guardammo avendo capito già cosa
stava per succedere. In cuor nostro c’era stato sempre un
pensiero per ciò che avevamo visto accadere sulla Terra,
e sapevamo che tra non molto qualcuno l’avrebbe ripo-
polata finalmente, ma mai avremmo pensato che potes-
simo essere noi alla guida di tutto questo. Noi che era-
vamo stati terrestri e che adesso saremmo tornati a vivere
su Gaia.
Shadow prese la parola dicendo << Dolcissime anime
mie, ora lo sapete, stiamo per tornare a vivere sulla Ter-
ra, salutate per l’ultima volta il vostro popolo. Dovrete
ricostruire un’esistenza di quinta dimensione perché ora
Gaia è finalmente pronta. Aspetterete ancora qualche ci- clo
e quindi ritornerete a Shamballa. Lì hanno bisogno di voi
per risalire finalmente in superficie. I giardini dell’Eden
si stanno già riformando, e pian piano saranno tutti
ripopolati grazie alla vostra sapienza e la vostra co-
noscenza del pianeta.
Questo è il mio ultimo viaggio, il mio ultimo atto
d’amore per voi. Venite ragazzi miei, salite! >>
Mentre il popolo insieme a noi piangeva di gioia a
questa notizia, salutammo tutti aprendo le braccia in sen-
so di appartenenza. Restammo tutti così per cinque mi-
nuti e poi abbracciammo Ahriel e commossi salimmo in
cielo insieme a Shadow.

Dal basso, seduto sul Loro trono, vedevo i miei geni-


tori. Quel fuoco prima spento, formò una colonna che li
risucchiò al suo interno. Eve e Michael erano stretti l’una
con l’altro e allo stesso tempo spinti da una forza scono-
sciuta sulla schiena del Drago. Tutti insieme iniziarono a
meditare e formarono una grande bolla di protezione in-
torno a loro. Dal basso s’iniziò a vedere soltanto una
forma ovoidale bianca che pian piano spariva nel cielo.
Poi una piccola esplosione che formò una linea argentata
che cinse tutto intorno al pianeta costruendogli un anello
intorno che sarebbe rimasto lì in eterno. Quello era il lo-
ro regalo d’addio. Per sempre lì a ricordare il tempo che
fu. L’uovo di luce entrò nel mare della Via Lattea per-
correndo la via più veloce verso il Pianeta Blu. La Terra.
Epilogo
<< Eve e Michael sono a casa. I duemila anni sono
passati. Sulla terra ci sono di nuovo i giardini dell’Eden e
il popolo degli immortali è risalito per abitarli. La terra
sta rifiorendo. Un uomo divino la cavalca. Una nuova
umanità che avrà vita eterna nell’infinito universo.
Eve e Michael si sono ritrovati con i loro familiari e
con tutti gli amici. Ora sono nella casa in cui tutto è ini-
ziato, adesso dal loro posto di comando non dovranno
più fare viaggi, almeno per ora…
Li guardo ogni giorno da qui sapete? Li vedete? Stan-
no guardando il cielo. Una stella, la più brillante, lam-
peggia. Sono io che da lassù li saluto ogni tanto e li ras-
sicuro che tutto sta andando bene. Ahriel vive e regna sul
pianeta B, ma è sempre con loro.
Le istruzioni di volo per questa esistenza fin qui sono
state scritte. E’ ora che ognuno in ogni luogo sperduto
delle galassie, inizi a Vivere secondo l’unico dettame
universale che esiste, che sia mai esistito e su cui questa
nostra stramba storia si è costruita: L’Amore. >>
Shadow
Il tuo cuore acceso.

Volo, di notte volo.


Mi viene a prendere il mio Drago.
Insieme saliamo su una stella,
non ci bruciamo.
Drago esisti o sei un sogno?
Sono veri questi mondi?
Reali questi viaggi?
E se mi sveglio tu dove sei?
Drago dov’è la tua casa?
Dove la mia?
Da quassù non vedo altro che stelle, e
un pianeta…
Che non sia quella la casa? E’
lì che andremo a stare? E
poi laggiù?
Nessuno sentirà la mia mancanza?
Ora cosa importa.
Ora che riaprendo gli occhi, ritorno
sempre sulla tua schiena. Mi
poso ancora sulla tua testa.
Niente più mi preoccupa.
Guardando le tue ali forti.
Il tuo sguardo fiero
e il tuo cuore acceso.
Capitolo Zero
La spiaggia di Arcoiris

Questa è la storia che al principio dei Nostri tempi,


diede inizio a tutto questo Viaggio…
Quella sera eravamo seduti entrambi sul letto. Ci te-
nevamo la mano eseguendo dei respiri profondi, ed io in
particolare faticando, per il pianto che mi era piovuto da
dentro senza freni appena pochi minuti prima. Riuscii a
lasciarmi andare e con Lei cadere in uno stato profondo
di beatitudine. La sensazione fu che i nostri corpi spro-
fondassero fino al nucleo rovente della terra. Sentivamo
un forte calore, e l'energia elettromagnetica penetrarci
dentro. Respiravamo allo stesso ritmo di nostra madre
terra, e le mie lacrime, per ora, erano soltanto un ricordo.
Sentivo che Lei mi stava per portare lontano.

Eravamo carichi e connessi l'uno nel cuore dell'altro,


e così abbiamo iniziato a risalire fino a tornare esatta-
mente nel nostro centro. Da lì è cominciato un lungo
viaggio che ci ha portato a raggiungere il centro dell'uni-
verso:
Dentro una bellissima bolla trasparente arcobaleno
come embrioni appena concepiti, ci sentivamo protetti e
curiosi di dove ci avrebbe portato tutto questo. Salivamo
sempre di più vedendo il pianeta sempre più piccolo, az-
zurro e verde. Poi altri pianeti, stelle e galassie. Passam-
mo vari livelli di diverse forme e caratteristiche. C'erano
angeli, persone care o mai viste, Maestri e materia incre-
dibilmente bella e sconosciuta. Fino a che davanti ai no-
stri occhi si formò una bellissima nube perlacea che ci
diede una sensazione di amore e appagamento infiniti.
Capimmo subito di essere giunti nel posto che tutti
chiamano l'aldilà. Tutto ciò che ci circondava, iniziò a
non essere più separato da noi, ma eravamo un tutt'uno
con esso. Davanti a noi c'erano l'immenso, l'incondizio-
nato, l'eterno e una porta che ci invitavano ad aprire.
Varcammo questo portale con il cuore in uno stato di pa-
ce indescrivibile, chiedendo comprensione.

Davanti ai nostri occhi una spiaggia di una bellezza da


lasciarci senza fiato. Bianca da togliere la vista. Erha a
un certo punto si guardò intorno e non mi vide più. Per-
cepiva la mia presenza, ma non ero lì. Sentì il richiamo
del mare, le sue onde posarsi delicatamente sul bagna-
sciuga emettendo una musica angelica. In quella musica
udì una voce che la richiamava dentro le acque. Porto il
suo sguardo oltre la percezione visiva e mi trovò in fon-
do al mare. Ero chiuso dentro una conchiglia, una coraz-
za dura impenetrabile. M’invitò a usare tutta la mia forza di
volontà per uscirne, suggerendomi di trovare il corag-
gio di rompere quel guscio e mostrarmi definitivamente.
Disse: << vieni da me Grande Anima e seguimi sulla
spiaggia Sacra di Arcoiris!>> Qui tutto ciò che è nasco-
sto può trovare il modo di schiudersi, di rivelarsi, questo
è il posto della verità suprema e assoluta. Abbraccia me è
abbraccerai il Tutto. Sei una perla ancora nascosta al
mondo e che può finalmente far risplendere la sua luce e
la sua bellezza, vieni Ahmon!

Allora si tuffò senza pensarci e scese giù fino al posto


in cui pensavo nessuno, sarebbe mai stato in grado di
trovarmi. Invece il suo grande amore per me le permise
di riconoscermi anche chiuso lì dentro e di portarmi fuori
dal fondo del mare, fino su quella sabbia dorata e magi-
ca.
Dentro quella conchiglia era buio, mentre ora potevo
vedere quel cielo e i suoi setti arcobaleni che risplende-
vano e si riflettevano sul bagnasciuga, dando
l’impressione di poterci camminare sopra e volare.
Lei sapeva di non avermi mai perso veramente, fino a
quel momento aveva sempre percepito la mia presenza.
In quel luogo ora, eravamo una sola cosa con noi e con
tutto.
Fu così che apparsi anch’io su quella spiaggia, la mia
luce risplendeva la verità. Il dolore che aveva costruito
intorno a me, quell'involucro duro, allo stesso tempo era
riuscito con la sabbia a far crescere una perla preziosa e
unica. Lei con il suo amore incondizionato fu l'artefice
della mia rinascita e della liberazione della mia Anima.
Appoggiai la mia mano su la sua spalla e il suo sguardo
mi arrivò dritto al cuore. Ci stringemmo uno all'altro e
intorno a noi non c'era più spiaggia, né più mare o musi-
ca, ma solo noi e nient’altro. Solo noi.

Senza aprire gli occhi ritornammo a percepire i nostri


corpi. Ora i nostri occhi piangevano, ma lacrime non
erano più dolorose, ma di gioia pura. Ci abbracciammo
come se fossimo ancora in quel posto incantevole sen-
tendo risuonare in noi l'eco di una parola dolce e illumi-
nante: " Arcoiris...Arcoiris...Arcoiris!"
Quella voce voleva ricordarci per sempre quel posto,
e a me in particolare quel giorno! Il giorno in cui Erha
mi salvò la mia vita!

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