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TRA CULTURE AFFETTIVE E DIVERSITÀ CULTURALI

Giovanna Ranchetti

INTRODUZIONE

Gli adolescenti di seconda generazione si trovano divisi tra culture affettive e differenze culturali.
Essi sono impegnati sia in un processo di individuazione adolescenziale, sia in un processo di
integrazione sociale. Entrambi convergono in un processo di “risoggettivazione identitaria” in cui
avviene una trasformazione profonda a livello conscio e inconscio delle proprie appartenenze
affettive e culturali. La spinta identitaria risponde al bisogno di integrazione degli adolescenti che
vogliono sentirsi soggetti riconosciuti.

La componente culturale è un fattore strutturante dell’identità psichica. Si tratta infatti di un


processo di co-costruzione.

L’adolescenza è l’età per eccellenza del cambiamento e della trasformazione psichica nel
passaggio dal mondo infantile al mondo adulto. Il giovane si impegna in un processo di
separazione-individuazione dei riferimenti affettivi del passato ed avvia allo stesso tempo un
processo di soggettivazione. Gli adolescenti stranieri offrono l’opportunità di vedere in maniera
più visibile ciò che avviene nell’adolescenza.

1.INCONTRO TRA PSICOANALISI E CULTURA


1. RELAZIONE TRA IDENTITÀ INDIVIDUALE E CULTURA

Gli adolescenti di origine straniera fanno da ponte tra la propria cultura d’origine e la nuova
cultura di appartenenza e sono continuamente sollecitati ad attraversare i confini culturali.
Quotidianamente sono impegnai in un processo di negoziazione tra le due diverse appartenenze
simboliche e culturali di riferimento.

1.1 PSICOANALISI E CULTURA

Freud utilizza una teoria specifica dell’organizzazione intrapsichica individuale e la estende alla
storia dei popoli e, quindi, all’indagine delle formazioni sociali. Secondo la sua teoria sul
totemismo e i tabù (derivano dal conflitto tra padre e figli per il possesso della madre, si risolse
con l’alleanza dei figli e l’uccisione del padre; da qui nacquero i sensi di colpa – teoria estesa non
solo al contesto famigliare) si stabilisce un’analogia tra sviluppo ontologico dell’individuo e
sviluppo filogenetico della specie. La questione edipica si estende alle culture: è un concetto
universale.
Nella sua teorizzazione più matura, la società controlla le pulsioni sessuali (espressione del
desiderio inconscio) e aggressive (da cui si manifesta la pulsione di morte) attraverso l’introiezione
(incorporare pensieri, sentimenti altrui) del Super io, rappresentante dell’autorità e coscienza
morale interna, per cui l’aggressività, che non può essere indirizzata verso i propri oggetti d’amore,
si rivolge contro l’Io come rinuncia pulsionale. Il Super io, erede del complesso edipico, ha il
compito di rappresentare le interdizioni e le richieste sociali, che sono l’espressione della cultura
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vigente e che vengono interiorizzate attraverso la relazione con i propri genitori e attraverso
l’educazione, diventando componenti consce e inconsce del nostro io. L’uomo rinuncia, così, alla
felicità in cambio della sicurezza, a causa del conflitto tra il principio del piacere (dimensione
inconscia dell’essere) e il principio della realtà richiesto dalla società.

Non si tratta di una semplice contrapposizione tra pulsioni e regole sociali, tra natura e cultura,
poiché queste si influenzano a vicenda. La società e la cultura per mantenersi hanno bisogno di
sottrarre all’individuo l’energia sessuale. Così la libido (desiderio) viene posta al servizio di mete
collettive e consente di stabilire i legami tra gli uomini e di mettere le basi della civiltà.

Il Super io incorpora i valori e le norme sociali e si origina attraverso l’interiorizzazione delle figure
genitoriali  trasmissione transgenerazionale, che è alla base del processo di soggettivazione.

Le condizioni per la costruzione di un’identità individuale sono date dalla relazione mamma-
bambino e dall’interazione continua tra soggetto e contesto culturale. Si delinea una condizione
meno assoggettata al “determinismo pulsionale” e più dipendente dal contesto e dalle relazioni
interiorizzate che, allo stesso tempo, gli permettono di soggettivarsi. In questa fase la cultura non
è un’istanza anti pulsionale ma diventa un processo.
Kaes colloca l’inconscio non sono nel mondo intrapsichico ma anche nei legami intrasoggettivi
posti al di fuori dell’individuo.

1.2 IL PROCESSO DI SOGGETTIVAZIONE

Kaes studia la relazione tra identità individuale e appartenenze famigliari, gruppali, culturali. Si
interessa soprattutto ai processi intrasoggettivi che legano le persone tra loro nel momento in cui
stabiliscono alleanze in uno spazio psichico comune dove si deposita l’inconscio intersoggettivo.

Attraverso i garanti metapsichici (miti, credenze, ideali) e i garanti metasociali (istituzioni


socioculturali, religiose e politiche su cui poggiano i garanti metapsichici) si organizzano i processi
e le formazioni intrapsichiche individuali che sostengono il soggetto nella sua costruzione
identitaria. Il soggetto si riconosce come appartenente ad un insieme di individui e si iscrive nella
sua genealogia famigliare.
Quando le istituzioni sociali sono in crisi è a causa della mancanza di funzione dei garanti.
Conseguenza sono situazioni di disagio, come nelle migrazioni, esperienza in cui i garanti di origine
vengono accantonati e non fungono da riferimento all’individuo, che subisce un trauma.

A legarci gli uni gli altri sono le alleanze inconsce, costituite da legami intersoggettivi e
transgenerazionali. Il mandato transgenerazionale riguarda la trasmissione inconscia attraverso il
legame genitori-figli dei vissuti dei genitori migranti. Se questi vissuti non vengono elaborati si può
verificare un blocco nello sviluppo dei figli o, addirittura, una scissione identitaria.

Durante il processo di soggettivazione e assoggettamento nel passaggio generazionale e


transgenerazionale, l’individuo può appropriarsi della sua soggettività riconoscendosi in
un’appartenenza famigliare da cui dovrà liberarsi. Si tratta di assumere attivamente il posto che gli
viene assegnato dal gruppo, identificandosi con l’antenato fondatore e con la sua genealogia
famigliare.

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Farmer introduce il concetto di violenza strutturale legato all’assoggettamento nella sua accezione
“difensiva” che interessa gli adolescenti di seconda generazione. Si evidenzia il rischio di
assoggettamento quando l’individuo è schiacciato dai garanti psicoculturali. Si tratta di una
specifica interazione tra individuo e gruppo di appartenenza in cui il gruppo regola il diverso
accesso degli individui alle risorse, determinando effetti di esclusione, dipendenza e sofferenza.

1.3 IL PROCESSO DI CO-COSTRUZIONE

Il concetto di artefatto (espressione materiale e immateriale della cultura, prodotto dall’uomo,


non presente in natura) delinea una teoria della cultura basata sul processo di co-costruzione tra
cultura e individuo (costruzione del Sé), accompagnato dal processo biologico nello sviluppo
dell’individuo e nella trasmissione transgenerazionale.

Vygotskij (fondatore scuola storico culturale russa) pone le basi di un modello secondo cui lo
sviluppo evolutivo dell’uomo è un processo sociale e culturale, a partire dalla relazione primaria
con i genitori. Introduce il concetto di artefatto come strumento che media tra soggetto e mondo
esterno e orienta l’individuo nei processi di attribuzione di significato alla realtà. La cultura è
quindi un medium dell’essere umano e il linguaggio ne è portavoce. L’artefatto è sia strumento
materiale sia simbolo della cultura, attraverso cui l’individuo tramanda significati tra le
generazioni.

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2. ETNOPSICHIATRIA, ETNOPSICOANALISI E CLINICA TRANSCULTURALE

Gli studi di etnopsichiatria e di etnopsicoanalisi cercano di individuare dei dispositivi di cura adatti
alle persone provenienti da altre culture, tenendo conto dei riferimenti culturali dei loro paesi di
origine. In particolare, il modello di clinica transculturale della Moro è indirizzato alle famiglie
migranti per la cura del disagio degli adolescenti di origine straniera attraverso dispositivi
terapeutici specifici per accompagnare il loro processo di crescita, contraddistinto dal
“meticciamento” culturale (processo di trasformazione e integrazione dei valori di entrambe le
culture).

2.1 I DISTURBI ETNICI

Devereux (padre dell’etnopsichiatria) ipotizza l’esistenza di un’universalità psichica, un


funzionamento psichico comune a tutti gli individui, che poi si declina individualmente. Anche i
sintomi della patologia psichica si declinano culturalmente e vengono forniti dalla cultura di
riferimento: le nevrosi e le psicosi sono disturbi etnici, dove il disturbo riguarda anche gli altri
individui sani. Per esempio, la schizofrenia è caratterizzata da tratti di personalità tipici e valorizzati
dalla società occidentale.

Il controtransfert culturale si attiva insieme al controtransfert nella relazione tra etnologo e


oggetto di studio, tra terapeuta e paziente e, in generale, tra due persone appartenenti a due
culture diverse.

Devereux è anticulturalista: la cultura è importante, ma è l’individuo nella sa specificità


intrapsichica come soggetto unico che coniuga in sé gli apporti culturali e quelli personali.
Secondo la sua teoria del complementarismo, i comportamenti umani, in quanto complessi,
possono essere spiegati attraverso discipline distinte (antropologia e psicoanalisi) che
rappresentano un doppio discorso di cui diventano complementari le spiegazioni.
La psicoanalisi è mezzo autentico di guarigione.

2.2 I SAPERI TRADIZIONALI E GLI OGGETTI ATTIVI

Nathan si concentra sulle eziologie dei saperi tradizionali per comprendere il comportamento
normale e patologico dell’individuo. Infatti, i sintomi possono essere espressioni di realtà
culturalmente diverse e non necessariamente patologiche. I mondi culturali a universi multipli
ricorrono alla divinazione, i mondi culturali a universo unico si fondano sulla diagnosi del malato.

Secondo Nathan nella cura diventa necessario passare dalla dimensione individuale alla
dimensione collettiva che è propria delle culture a universi multipli: il paziente immigrato si trova
tra due mondi, quello di origine e quello di accoglienza. Bisogna adottare dispositivi di cura che
consentano al paziente di ritrovare i legami con le proprie radici. I dispositivi di cura si basano su
tecniche particolari, come la trance e il gruppo terapeutico, gli oggetti attivi.

2.3 LA CONSULTAZIONE TRANSCULTURALE

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Il percorso terapeutico della clinica transculturale della Moro si avvia con la consultazione
transculturale, rivolta all’adolescente e alla sua famiglia, che si svolge tra il gruppo dei terapeuti di
diversa origine culturale e il gruppo famigliare. Il lavoro si concentra sulla trasmissione culturale
tra genitori e figli e consente di sperimentare il meticciamento.

Spesso il disagio adolescenziale è dovuto ad una scissione tra cultura a cui attualmente
appartengono e cultura dei genitori, impendendo il loro processo di sviluppo individuale.
Per curare questi disturbi bisogna in primo luogo comprendere ed esplicitare l’interazione tra i
genitori e le loro origini culturali, poiché la relazione genitori-figli rispecchia il sistema culturale di
appartenenza dei genitori. Bisogna quindi esplicitare la storia premigratoria affinché i figli la
conoscano.

2.4 LA TRASMISSIONE TRANSGENERAZIONALE E IL MANDATO MIGRATORIO

La consultazione transculturale permette di ricostruire l’identità narrativa dei genitori. Altro


fattore sconvolgente nell’esperienza migratoria è il cambio di lingua. La lingua viene trasmessa dai
genitori ai figli, ma durante la migrazione può non essere trasmessa. La lingua rappresenta
l’universo culturale di appartenenza attraverso cui si trasmettono i significati.

Nella consultazione transculturale è importante la figura del traduttore che deve introdurre e
creare concetti affinché vengano compresi nelle diverse rappresentazioni culturali dai partecipanti.
La sua funzione non si limita, infatti, alla traduzione di parole.

Ogni individuo è portatore inconsapevole di un mandato transgenerazionale. I figli di seconda


generazionale sono portatori del mandato migratorio. Ciò richiama la teoria delle alleanze
inconsce di Kaes che si stabiliscono nel rapporto genitori-figli di cui i figli devono diventare
consapevoli per potersi soggettivare.

La consultazione transculturale lavora in direzione di esplicitare il transfert culturale e affettivo di


tutti i partecipanti, migranti e terapeuti. Di parla di decodifica culturale (Devereux). I transfert degli
adolescenti si esprimono attraverso aspettative e pregiudizi altrui per cui l’adolescente si sente
obbligato ad essere come lo vedono gli altri.

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2. LA CRISI DI PASSAGGIO ADOLESCENZIALE E IL PROCESSO DI SOGGETTIVAZIONE
1. LA CRISI ADOLESCENZIALE COME CRISI EVOLUTIVA

l’adolescenza è il passaggio dall’infanzia alla vita adulta, passaggio caratterizzato da una crisi
evolutiva dell’adolescente, le cui manifestazioni di disagio sono simili a sintomi patologici.
Vengono messi in discussione i legami del passato infantile e per questo l’adolescente perde i
propri riferimenti identitari ed entra in crisi, contemporaneamente avviando il processo di
soggettivazione.

I figli di genitori stranieri hanno a che fare con il mandato migratorio trasmesso dai genitori e
diventano protagonisti di un continuo processo di negoziazione tra i riferimenti simbolici della
nuova cultura e di quella di origine.

Il rito di iniziazione mette in scena i passaggi psichici che segnano la separazione dal mondo
infantile per accedere a quello adulto, attraverso tappe codificate, aiutando e indirizzando
l’adolescente nel cammino da percorrere.

1.1 RITO DI INIZIAZIONE E SECONDA NASCITA

La crisi è rivolta alla crescita e per questo viene definita anche come seconda nascita poiché
l’adolescente si separa dalla nicchia affettiva originaria per nascere nella sua nuova identità. Allo
stesso tempo anche il corpo si è trasformato e porta nuove conoscenze fisiche e mentali.

Freud teorizza il conflitto tra individuo e civiltà e tra famiglia e comunità, mettendo in luce il
compito dell’adolescente di separarsi dalla famiglia. Ma la famiglia non vuole lasciare l’individuo.
Freud anticipa ciò che avviene nelle famiglie dei migranti: esiste un conflitto tra la cultura
famigliare e la cultura esterna, differenza culturale che fa sì che molti genitori ostacolino la
separazione dei figli e il loro ingresso sociale.  passaggio da infanzia a vita adulta e da mondo
famigliare a mondo sociale.

Secondo l’antropologo Van Gennep il rito di iniziazione è costituito da tre momenti:


- Separazione: il giovane viene separato dalla famiglia e gli viene imposto di vivere per un
periodo in un posto isolato  elaborazione del lutto della perdita della nicchia affettiva
originaria.
- Transizione: periodo di isolamento e separazione tra i sessi. Il giovane vive in una
condizione tra quello che non è più e quello che sarà e deve superare estenuanti prove
fisiche.  elaborazione della propria identità corporea, specifici marchi sul corpo segnano
l’avvenuto passaggio.
- Incorporazione: momento del ritorno in società in cui l’adolescente viene accolto nel suo
nuovo status sociale di adulto.  fine del processo di integrazione psichica della nuova
immagine corporea e in cui viene definita l’identità di genere.
Al centro del rito vi è il corpo. Al rito partecipano tutti e sono gli anziani del villaggio a consacrare il
passaggio dei giovani alla vita adulta grazie alla trasmissione dei segreti antichi. Nelle società
occidentali sembra mancare questa alleanza tra adulto e adolescente e viene ostacolata la nascita
sociale dei giovani e il loro ingresso nel mondo (l’adolescente di seconda generazione sembra più
attrezzato).

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1.2 IL PARADOSSO ADOLESCENZIALE TRA ASSOGGETTAMENTO E SOGGETTIVAZIONE

Il paradosso adolescenziale si riferisce alla necessità dell’adolescente di rivisitare e mettere in


discussione i legami famigliari dell’infanzia per le nuove esigenze evolutive, quando allo stesso
tempo deve prendere le distanze dalla famiglia.  ne consegue l’atteggiamento ambivalente e
contradditorio dell’adolescente che vuole essere indipendente dal mondo adulto e dall’altra parte
ne cerca il sostegno.

Secondo Kaes la capacità di esistere come soggetto psichico e sociale si basa sulla capacità di
riconoscere la propria derivazione da altri, in particolare dai genitori con cui si sono stabilite le
alleanze inconsce. In adolescenza le alleanze inconsce entrano facilmente in crisi perché il
soggetto è alla ricerca della propria identità e non è più disposto alla dipendenza e sottomissione
ai genitori. L’adolescente percepisce il rischio dell’assoggettamento e quello di sentirsi schiacciato
dai garanti psicoculturali che gli hanno assegnato rigidamente un ruolo nella famiglia o nella
società. La condizione di assoggettamento può essere connessa a queste alleanze e al mandato
transgenerazionale o al mandato migratorio.

Jeammet mostra come la crisi adolescenziale suscita anche nei genitori l’elaborazione dei propri
lutti relativi alla loro esperienza infantile. Il genitore si può sovrapporre con i suoi bisogni
inappagati e le aspettative che riemergono dal passato, ostacolando lo sviluppo evolutivo del
figlio. La condizione di disagio grava inconsapevolmente sul figlio a causa delle alleanze a carattere
difensivo.

Negli adolescenti di seconda generazione le esperienze traumatiche del genitore vengono


trasmesse da una generazione all’altra, condizionando i vissuti dei figli. Sta all’adolescente
trasformare l’eredità dei genitori in un patrimonio attraverso un processo di soggettivazione che lo
renda consapevole delle proprie scelte e che dia continuità del Sé.

1.3 IL PASSAGGIO GENERAZIONALE IN ALTRE CULTURE

Nome: presso alcune popolazioni africane, il bambino è considerato disumano fino al settimo
giorno di vita, quando diventa umano con il nome (la stessa cosa avviene con la circoncisione
ebraica e musulmana). Il nome scelto è un “Io-nome”, il nome di un parente, per cui il bambino
porta in sé i significati di quella persona di cui il bambino porta il nome (mandato
transgenerazionale che si traduce in relazione etnosistemica).
Quando sorgono problemi in adolescenza si dice che il soggetto è mal nominato e che bisogna
rinominarlo. Attraverso un rituale collettivo ci si domanda perché questo attacco esterno
dell’invisibile (NB: è una società collettiva e il sintomo comprende tutti, non solo l’individuo).

Differenze dei ruoli: nelle culture tradizionali le differenze di genere sono tra i ruoli: madre-moglie,
padre-marito, dove madre e padre contano di più per via della trasmissione generazionale. I ruoli
sono distinti per evitare gli incesti.

Inversione dei ruoli affettivi: porta i figli ad assumere ruoli che appartengono ai genitori. In alcuni
casi si corre il rischio di inversione generazionale, per cui i genitori devono tornare ad assumere i

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propri ruoli (esempio degli spiriti Magreb, maligni o benevoli, che portano all’enuresi, segno che i
genitori hanno assegnato ai figli responsabilità che non gli competono).

2. FUNZIONE DELL’AMBIENTE IN ADOLESCENZA

Secondo alcuni autori, l’ambiente esterno funge da apparato psichico allargato dell’adolescente,
che ha bisogno di essere rispecchiato dagli adulti e dal gruppo dei pari per superare il senso di
disorientamento. Nell’ambiente esterno si delineano una sorta di “istituzioni adolescenziali” che
supportano il processo di soggettivazione e individuazione.

2.1 AMBIENTE COME APPARATO PSICHICO ALLARGATO

L’ambiente famigliare coincide con il rapporto mamma-bambino. Winnicot attribuisce una


funzione fondamentale all’ambiente per lo sviluppo psicologico dell’individuo: mamma-bambino e
madre-ambiente è lo spazio in cui il bambino si sente un tutt’uno con la madre, non percependo la
differenza tra Sé e madre. Nell’area transizionale il bambino pensa che ci sia una realtà esterna
corrispondente alla propria capacità di creare. Nell’adolescenza i confini con l’ambiente esterno
diventano più labili.

Jammet definisce l’ambiente come apparato psichico allargato dell’adolescente che cerca nel
mondo esterno i suoi nuovi riferimenti. Qui trasferisce i suoi conflitti e desideri. Possono fungere
come organizzatori del mondo interno gli adulti e i coetanei, che lo aiutano a differenziarsi.
Incontrandoli anche in diversi ambiti, questi diventano organizzatori del mondo esterno, mediatori
tra cultura di origine e cultura di appartenenza.

2.2 LE ISTITUZIONI CULTURALI DEGLI ADOLESCENTI

La principale risorsa dell’adolescente è il gruppo dei pari. La relazione con i coetanei rappresenta
la “nuova famiglia”. Un sostegno irrinunciabile è dato dall’amicizia o dall’innamoramento, che
aiutano a trasferire l’investimento affettivo su nuovi oggetti. Anche i mezzi e i luoghi scelti per
incontrarsi assumono una valenza identitaria.
Gli intermediari nella relazione tra pari sono rappresentati dai social network. Il linguaggio
universale è attribuito alla musica.
Il luogo per eccellenza è il proprio corpo che rende visibile le trasformazioni puberali e che si cerca
di modellare a proprio piacimento. Il corpo è anche un mezzo di comunicazione ed espressione del
Sé nella relazione con gli altri. L’uso del proprio corpo è una scelta identitaria.

2.3 ADULTIZZAZIONE DELL’ADOLESCENTE: INVERSIONE DEI RUOLI

Quando i giovani si trovano a sostituire gli adulti si parla di adultizzazione dei figli, fenomeno che
interessa sia le culture occidentali, sia i giovani di seconda generazione.
Nella cultura occidentali si è passati dalla famiglia etica alla famiglia affettiva, in cui i genitori non
impongono norme e valori ai figli ma cercano di soddisfare ogni suo bisogno evitandogli delusioni
e sofferenze. L’adolescente adultizzato proviene dal bambino adultizzato. Si crea una
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contraddizione tra l’autonomia del figlio che già da piccolo intrattiene rapporti extrafamigliari e ha
luoghi di riferimento, e la dipendenza affettiva con la famiglia.

Nell’inversione dei ruoli, i giovani delle società occidentali colmano la fragilità dei genitori sul
piano psicologico, mentre gli adolescenti di seconda generazione fanno gli adulti su un piano più
materiale per aiutare economicamente i genitori (la condizione socioeconomica delle famiglie
migranti è spesso difficile e precaria). A volte i genitori non conoscono la lingua e quindi i figli di
seconda generazione svolgono funzioni che spetterebbero ai genitori e fanno da mediatori e
interpreti.

Inoltre, alcuni adolescenti raggiungono il paese di accoglienza senza essere accompagnati dai
genitori e vi lavorano per la famiglia che risiede nel paese di origine.

2.4 SOCIETÀ E NASCITA SOCIALE

I sintomi della crisi adolescenziale ricordano la crisi depressiva, ma non è quasi mai patologica. I
conflitti interni dell’adolescente vengono trasferiti nello spazio psichico allargato, sperando che gli
adulti di riferimento possano rispondere e soddisfare i suoi bisogni come avveniva durante
l’infanzia. L’ambiente esterno ha un ruolo fondamentale perché rispecchia l’adolescente e può
offrire reali opportunità di lavoro.

La nostra società propone consumi che sembrano immediatamente accessibili ma poi si dissolvono
in fretta e non aiutano l’adolescente nel darsi un valore autentico e nelle sue esigenze evolutive. Il
mito del successo facile è illusorio, poiché non vengono forniti gli adeguati strumenti per
raggiungerlo.

Paradossalmente, l’adolescente perde il desiderio che rappresenta la spinta a raggiungere ciò cui
aspira e gli viene sottratta la possibilità di prefigurarsi un futuro e di darsi degli obiettivi. Si genera
un lutto nei confronti del proprio futuro, soprattutto nei giovani della società occidentale.

3. LA COMPLESSITÀ DEGLI ASOLESCENTI FIGLI DI GENITORI STRANIERI

1. IL PERCORSO IDENTITARIO DEGLI ADOLESCENTI DI ORIGINE STRANIERA

L’adolescente di origine straniera, appartenendo a più culture, è obbligato ad affrontare il conflitto


culturale. Nel mondo attuale gli spostamenti sono più facili ed accessibili, le differenze culturali
non sono più così ben definite e i riferimenti culturali si intrecciano. Questi adolescenti si trovano
tra originalità culturale e omologazione e si fanno portavoce di una complessità da cui emergono
nuove competenze psichiche e culturali nell’alternare e integrare differenti appartenenze.

1.1 COSTRUZIONE DELL’IDENTITÀ TRA FILIAZIONE E AFFILIAZIONE

Durante la costruzione identitaria dei figli di genitori stranieri avvengono la filiazione e


l’affiliazione, chiariti soprattutto dalla Moro.

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Filiazione: essere figli dei propri genitori e sentirsi inscritti in una discendenza. L’adolescente può
essere in condizione di essere troppo acculturato dalla propria famiglia (e in questo caso la rigetta)
oppure reso ignaro delle proprie origini (la famiglia cerca di adattarsi alla realtà presente e i figli
vivono in un vuoto identitario, che può trasformarsi in atto trasgressivo come la delinquenza).
Affiliazione: i figli non scelgono un gruppo culturale e devono mescolare le appartenenze in modo
da sentirsi uguali e diversi sviluppando scelte creative. Il cuore della creatività di questi adolescenti
è il meticciamento, concetto molto vicino a quello di complessità che comporta il lavoro di
negoziazione e integrazione tra le due culture di riferimento.

Nel processo di filiazione e affiliazione dei figli di seconda generazione bisogna considerare la
pluralità delle affiliazioni, relative al mondo in cui vivono e, di conseguenza, in processo di
trasformazione culturale connesso al movimento migratorio. È possibile reinventare alcuni simboli
differenziandosi dalla prima generazione (es. religione).

1.2 SPAZIO TRANSIZIONALE E ORIGINE DEL PROCESSO CREATIVO

Il giovane si trova quotidianamente a risignificare i suoi riferimenti affettivi e culturali. L’origine


della creatività è attribuita da Winnicott alla relazione con la madre (madre-ambiente), nello
spazio transizionale che è alla base del gioco e della creatività e che consente al bambino di
avventurarsi nel mondo (se vi è una buona relazione).

Gardner si interessa alla genesi dell’intelligenza creativa. Non esiste un essere creativo di per sé. Il
processo creativo dipende dalla dissonanza da Sé e mondo o tra le parti differenti del Sé.

L’adolescente è in una situazione di confitto, di continue difficoltà e sfide che possono contribuire
a strutturare un’identità ricca e complessa. La creatività si genera nel dis-assoggettamento (Kaes),
attraverso dinamiche conflittuali di rivisitazione delle alleanze inconsce difensive da sciogliere e
superare, per compiere scelte soggettive.

1.3 L’ESPERIENZA NEL “QUI E ORA”

Il gruppo dei pari diventa lo spazio transizionale per lo sviluppo dei processi funzionali del “qui e
ora”, la realtà in cui ci si trova ad interagire e spinge l’adolescente a cercare soluzioni nuove.
Questi processi prendono forma attraverso l’identificazione di vissuti e bisogni comuni. Il gruppo è
uno spazio interpsichico dove trovare una connessione tra mondo simbolico originario e quello
attuale.

Luoghi e ambiti transizionali funzionali alla socializzazione e alla negoziazione identitaria:


- Le bande di strada: partecipazione a gruppi, ambiti dove esplorare una possibile
negoziazione identitaria. L’adolescente si rafforza nel suo processo di riorientamento
identitario individuale. In Italia le bande sono costituite da ragazzi emarginati che cercano
nella banda il riconoscimento mancato in famiglia o nella società. Si tratta di una “nuova
famiglia” dove si cerca un processo di ri-affiliazione e di rinascita (bisogno di rinominarsi).
Le bande, di solito viste come violenti e criminali, in realtà aiutano l’adolescente nel
processo di integrazione e fungono da supporto. Inoltre, all’interno della banda si crea una
sorta di sotto-cultura in cui l’adolescente trova un ruolo sociale da ricoprire.
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- Scuola e successo scolastico: ambito privilegiato di socializzazione e di sperimentazione di
sé, delle proprie capacità e di realizzazione della propria nascita sociale. Il successo
scolastico degli stranieri è un fenomeno che si sta diffondendo sempre più (sorpassano gli
studenti italiani). Per esempio i ragazzi filippini sono studenti modelli, questo grazie a
nuove condizioni: miglioramento della situazione economica, buon livello di scolarità dei
genitori filippini che investono nella riuscita scolastica dei figli. Nella scuola si può
rappresentare il proprio disagio verso il futuro.
- Associazioni culturali: Yalla Italia è una sorta di blog mensile in cui le seconde generazioni
arabe scrivono come vivono il proprio processo identitario. Si tratta di esempio di
aggregazione giovanile tra pari meno conflittuale della banda, ma che cerca anch’essa il
riconoscimento sociale e un’affermazione identitaria.

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1.4 INTEGRAZIONE A SCUOLA

Oggi la maggior parte dei bambini in età prescolare è nata in Italia e ha il vantaggio di crescere
bilingue (italiano e lingua d’origine). Altri nascono in Italia, trascorrono i primi anni di vita nel
paese di origine e poi tornano in Italia. Se prima l’inserimento scolastico riguardava la scuola
primaria, oggi accade anche nelle scuole superiori. Sempre di più si afferma una scuola
multiculturale con un progetto di integrazione duraturo nel tempo.

2. LA COMPLESSITÀ IDENTITARIA DELLA SECONDA GENERAZIONE

La seconda generazione viene chiamata cross generation, la generazione ponte che ha funzione di
mediazione culturale.

2.1 LA GENERAZIONE “PONTE”

L’età di arrivo dei minori nel paese di accoglienza è determinante per la successiva integrazione
nel nuovo contesto sociale. Se si emigra da piccoli si viene inseriti nel percorso educativo di
accoglienza, imparando lingua e riferimenti culturali; da adolescenti è più difficile separarsi dai
riferimenti affettivi e culturali.

2.2 MODELLI DI ACCULTURAZIONE E COMPLESSITÀ IDENTITARIA DEI FIGLI

Modelli di acculturazione:
- Berry, adattamento culturale bidimensionale: vengono presi in considerazione i due
universi culturali e i possibili esiti della relazione sono 4: integrazione, assimilazione,
separazione e marginalizzazione;
- LaFromboise, Coleman e Gerton, modello di biculturalismo: viene attribuita più
importanza all’intenzionalità dell’individuo e alla consapevolezza soggettiva del processo di
acquisizione culturale per cui si può generare stress o benessere, appartenenza, livello di
riconoscimento o disconoscimento sociale. Gli esiti sono: assimilazione, acculturazione,
alternanza, multiculturalismo.
- Bourhis, modello di acculturazione interattivo: considera sia le condizioni dell’immigato sia
della società di accoglienza. Gli esiti sono gli stessi di Berry con l’aggiunta di individualismo.

2.3 RUOLO DELLA FAMIGLIA NELLA TRASAMISSIONE CULTURALE

La famiglia accompagna i figli nel processo di negoziazione identitaria. La famiglia utilizza tecniche
di acculturazione nella trasmissione culturale. In questo senso è determinante la qualità della
relazione tra genitori e figli, così come il dialogo con i genitori (area transizionale).
2.4 PROCESSI DI NEGOZIAZIONE IDENTITARIA

I genitori rappresentano per i figli dei modelli di identificazione se sono in grado di realizzarsi nella
realtà in cui vivono, ma se ciò non accade (a causa di discriminazioni, ecc) nascono dei conflitti
identitari. I figli possono mettere in discussione il valore dei genitori e temere di trovarsi nella loro

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stessa situazione di emarginazione. In quanto appartenenti ad una minoranza, i giovani
percepiscono la discriminazione del mondo esterno.

Nella realtà italiana, secondo Leonini, i giovani adottano strategie di identificazione nei profili di:
cittadini del mondo (si sentono cosmopoliti e parte di una comunità transnazionale, hanno amici di
diverse provenienze), isolati (culturalmente disorientati e isolati socialmente), ragazzi che aspirano
ad un ritorno alle origini (rifiuto della cultura nel paese di accoglienza), ragazzi che adottano il
mimetismo (evitano i connazionali e considerano l’Italia come la loro vera patria).

4. LA SPINTA IDENTITARIA DEI FIGLI DI GENITORI IMMIGRATI: LE STORIE


1. JIMPY (17 ANNI): LA SFIDA E IL BALLO

Nata in Italia, portata nelle Filippine per vivere con i nonni materni e tornata in Italia a 3 anni. I
suoi genitori si sono sposati per via della gravidanza e la famiglia del padre aveva ostacolato le
nozze perché promesso ad un’altra ragazza. Dopo la nascita di Jimpy sorgono disaccordi tra le due
famiglie (Jimpy la definisce una situazione “cattiva”).

Jimpy si è sentita più volte abbandonata dai genitori e ha cercato di farlo notare attraverso
proteste: ha provocato un incidente al dito della babysitter, si è nascosta per un giorno intero, a
quindici anni le è stato negato di organizzare una festa di compleanno così ha organizzato una
bigiata di gruppo (si è fatta scoprire appositamente e ha ottenuto maggior controllo da parte della
madre), non può organizzare la festa dei 18 anni.

A scuola ha sempre avuto buoni risultati (i genitori sono meno esigenti verso i fratelli di Jimpy). Si
è sentita più curata a scuola che a casa perché lì veniva seguita dagli adulti (buoni rapporti con gli
insegnanti). Oggi studia turismo, anche se i suoi genitori avrebbero preferito che studiasse
ragioneria, e insegna ballo moderno e liscio ad amici e parenti.
Leader positiva: rappresentante di classe, referente del progetto ASL “Progetto educazione tra
pari”, interventi nelle classi prime su bullismo e nelle classi seconde su droga e sessualità
(imbarazzata su questo tema perché è timida).
I problemi a scuola sono iniziati dopo che si è allontanata da un ragazzo filippino (dopo un
ripensamento di lei, lui aveva già un’altra ragazza): a ottobre ha lasciato il suo ragazzo e ha iniziato
a prendere brutti voti. Ora evita di andare a scuola ad insaputa dei suoi genitori e teme e spera allo
stesso tempo che i professori chiamino a casa. Ora i genitori lo sanno e grazie alla tutor mediatrice
la mamma accetta i consigli di una persona estranea alla sua cultura per comprendere meglio sua
figlia.

A casa si parlava filippino fino alla nascita dei suoi fratelli, ora si parla di più italiano; con la
mamma parla il tatalog. Ha un rapporto migliore con il papà perché la coccola di più. Entrambi i
genitori sono molto esigenti.

Gruppo di aggregazione: ragazzi filippini che hanno come interesse il ballo. In alternativa in
Duomo ci sono tre bande filippine ma a lei non piacciono (i suoi fratelli potrebbero appartenere a
bande diverse e scontrarsi con lei).

Jimpy nota differenze tra i coetanei italiani e quelli filippini nell’uso delle tecnologie,
nell’abbigliamento.
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1.1 DISAGIO O DETERMINAZIONE?

Jimpy è attratta dalla trasgressione e propone modalità di sfida e ribellione conducendo una vita
parallela: a casa da segregata, fuori da clandestina libera da regole. È molto determinata e abile a
indirizzare le situazioni a suo favore utilizzando l’arma della ribellione e delle bugie pe ottenere ciò
che vuole.
Alla fine è stata bocciata, ha potuto festeggiare i 18 anni e ha frequentato un tirocinio lavorativo
all’estero.

1.2 IL VINCOLO MATERNO

Jimpy è consapevole del vincolo che la lega a sua madre e ha il timore di poter avere il suo stesso
destino (rimanere incinta in età prematura).
Il mandato migratorio caratterizza l’atteggiamento di Jimpy come leader per sentirsi protagonista
e migliorare le sue conoscenze e competenze.
In famiglia si è verificato uno scambio dei ruoli in cui Jimpy si occupava dell’educazione dei fratelli
e badava a loro. Condizione gravosa che però le ha permesso di sentirsi grande.
Jimpy è in grado di alternare le due lingue e le due mentalità culturali.
Jimpy fa capire più volte il suo bisogno di una figura di mediazione tra lei e la sua famiglia.

1.3 LEADER DEL BALLO E A SCUOLA

Jimpy si sente particolarmente a suo agio nel suo ruolo di leader, articolato in modo diverso a
seconda del contesto in cui si trova. La sua passione del ballo diventa una sua peculiarità
identitaria di meticciamento (vi confluiscono la cultura filippina e quella italiana).
La sua vita è caratterizzata da un’adultizzazione precoce. Il suo gruppo di aggregazione è lo spazio
transizionale in cui il linguaggio comune è la danza e attraverso cui si ribella a causa della scarsa
autonomia che le è concessa dalla famiglia.

2. TERESA (17 ANNI): ESSERE ITALIANA E IL CONFRONTO CON LA MAMMA

Anche Teresa è nata in Italia da una famiglia filippina. Suo padre è morto quando lei aveva 7 anni
(trauma, non ne parla con nessuno e piange) e vive con la madre, la sorella e il fratello.
Ogni tre anni va in vacanza nelle Filippine. La prima volta le sembrava tutto diverso e pieno di
insetti. Le piace ma non per più di mesi, perché preferisce vivere in Italia. Là sente differenza
culturale perché non può dare confidenza ai maschi e deve vestirsi in un certo modo (e fare il
bagno con il vestito). La famiglia rimasta nelle Filippine reputa la famiglia di Teresa fortunata e
benestante.

È molto inserita nel contesto italiano (cucina alternata). Studia ragioneria ed è sempre andata
bene a scuola (affiancata da una tutor nei primi anni). Frequenta l’ufficio della scuola come lavoro
retribuito.

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Ha un buon rapporto con la mamma ma non riesce a parlarle di tutto. A volte deve fare da
mamma a suo fratello perché la mamma ha sempre lavorato fino a tardi. Ora Teresa vive con la zia
filippina che lavora per mantenere le sue cinque figlie rimaste nel paese di origine.
Teresa è consapevole dei sacrifici della mamma e dalla sua insoddisfazione per il suo lavoro
(domestica).

Ha soprattutto amiche italiane e non vuole mescolare le persone (ha festeggiato tre volte il
compleanno con amici diversi). Il suo luogo di riferimento è l’oratorio. Non esce con i coetanei
filippini perché non conosce il tagalog e perché secondo lei portano a scelte sbagliate (come la
gravidanza in età prematura). Preferirebbe un fidanzato italiano. Può andare in discoteca in alcune
occasioni speciali.

Non vuole una cerimonia alla filippina per i suoi 18 anni. Anche sua mamma ha una mentalità
italiana ed è d’accordo con lei. Spera di ottenere la cittadinanza italiana mentre la mamma
suggerisce quella doppia per avere un legame con il paese di origine.

2.1 AMICI SOLO ITALIANI

Teresa presenta le problematiche e le esigenze tipiche di un’adolescente italiana che frequenta le


amiche in oratorio e in discoteca.
Alternanza culturale nell’alimentazione, nella lingua, nelle feste.
Atteggiamento assimilatorio nel privilegiare la sua identità italiana a scapito di quella filippina.
L’alternanza è spontanea e naturale.

2.2 NUOVI MODELLI

Teresa prende le distanze dalla cultura filippina ma fa emergere le competenze legate alla sua
cultura di origine nelle attività di animatrice e stagista impegnata. Il suo lavoro retribuito la fa
sentire grande e frequenta altri adulti che rappresentano nuovi modelli in cui identificarsi per un
diverso approccio al lavoro.

2.3 NEGOZIARE CON LA MAMMA

Teresa ritiene di avere una vita perfetta anche se vorrebbe un diverso rapporto con la mamma, più
confidenziale come quello che hanno le sue amiche italiane con i genitori. Tiene molto al dialogo
con la madre.
A differenza degli altri ragazzi, Teresa manifesta il suo bisogno di affermare la sua italianità come
mezzo per conquistare le prime libertà e ottenere l’approvazione materna. L’obiettivo è quello di
raggiungere una sua identità complessa, meticciata con i diversi riferimenti della mamma.

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3. CRISTINA (17 ANNI): LA FUGA E L’IMPEGNO

Nata in Italia da famiglia cinese, Cristina ha un’aria adulta nell’aspetto. I suoi genitori si sono
sposati quando sua mamma aveva 19 anni e hanno avuto sua sorella (più grande di tre anni). Ha
vissuto con i suoi nonni in Cina (i suoi erano molto occupati con il lavoro) ed è tornata in Italia a tre
anni. Dopo due anni è tornata in Cina per un intervento agli occhi (più economico), poi è tornata
definitivamente in Italia.

Sente genitori più i suoi nonni che i suoi genitori, non ha mai comunicato molto con i suoi. Quando
è tornata è nato suo fratello: figlio maschio, è stato molto più seguito e curato.
Stava meglio a scuola che a casa perché veniva più curata e seguita dagli adulti. La scuola in Cina è
molto diversa nei metodi, molto più rigidi e severi, e nell’abbigliamento. In Italia ha frequentato
una scuola di cinese per imparare a scrivere la lingua e lì a conosciuto il suo migliore amico. A
scuola va bene, soprattutto nelle lingue, tranne in matematica.

La sua tutor mediatrice è stata il suo punto di riferimento per tre anni al liceo (lingue). Tornata in
Cina a 12 anni non si è trovata benissimo con i nonni perché non c’era più molta confidenza.

In famiglia si parla il dialetto dei suoi genitori, ma suo fratello parla il cinese mandarino. I suoi non
hanno potuto studiare e danno molta importanza all’istruzione.

In Italia i figli delle famiglie cinesi hanno poca autonomia e i suoi genitori non le lasciano molta
libertà. Tutti i giorni è impegnata nel lavoro del negozio e non può uscire di casa perché i genitori
temano possa frequentare brutte compagnie. Non ci sono conflitti perché i figli fanno quello che
dicono i genitori. Cristina vorrebbe che nella sua famiglia si parlasse di più e migliorasse la
relazione con i genitori.

All’inizio delle superiori era una ragazza emo. Oggi si veste normalmente e ripensa a se stessa in
quegli anni come a una ribelle: un giorno è fuggita ed è stata costretta a tornare a casa ma la tutor
ha spiegato tutto ai genitori e le cose si sono chiarite. Da allora ha più libertà (può uscire tutte le
domeniche mattine). Ora la considera una stupidaggine.

Secondo lei non ci sono differenze tra la cultura cinese e quella italiana negli interessi dei ragazzi,
ma ci sono nelle abitudini. Si sente emarginata quando le compagne parlano di cose che lei non
può condividere, come le uscite con gli amici e i programmi televisivi.
È soddisfatta della sua vita perché i genitori le permettono di studiare.

3.1 LA ROTTURA IDENTITARIA

Cristina si è trovata in un rapporto di estraneità con i suoi genitori e fa trapelare il suo disagio. È
molto fedele alla cultura famigliare e fa quello che dicono i genitori. Dice che i suoi genitori si
tengono dentro il loro affetto. L’incomunicabilità dei sentimenti e dei conflitti produce effetti di
difesa e di isolamento dal nucleo famigliare.
Ritiene che la vita in Cina sia migliore di quella italiana, il luogo dove ha ricevuto più affetto,
nonostante le regole rigide: cerca di creare una continuità con il suo passato.
Adesso si sente piena di paure e incapace di affrontare il mondo.

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3.2 LA RAGAZZA EMO E LA FUGA

Da ragazza emo cerca di comunicare i suoi bisogni attraverso la moda e lo stile di vita. Cerca di
dimostrare di essere diversa dagli altri. La fuga è stato il suo unico atto trasgressivo, poi ha
rinunciato alle sue esigenze adolescenziali per aderire alle aspettative famigliari. È piena di paure
perché non ha nessuno con cui confidarsi.
Si dichiara incapace di capire quali siano le brutte compagnie e di capire cosa possa farle bene o
male. Si trova bene con gli adulti europei, di cui si fida.
Cerca di trovare elementi di incontro tra le due appartenenze culturali nel tentativo di tenere
insieme le sue radici con la realtà italiana e dare un suo personale significato al proprio stile di vita.

3.3 LA CONQUISTA DELL’AUTONOMIA

Cristina ha assunto il suo mandato generazionale secondo cui deve assoggettarsi senza discutere. I
valori trasmessi dalla famiglia sono quello dell’istruzione e del lavoro e solo a scuola o in negozio
può sperimentare la sua autonomia dai genitori. Il suo punto di vista sembra qui più occidentale.
Si proietta in una dimensione internazionale tramite la lingua inglese.

4. VITTORIA (17 ANNI): COLONNA PORTANTE E PROIETTARSI NEL FUTURO

Vittoria è filippina, figlia unica, e i suoi genitori sono venuti in Italia per lavoro. Ha iniziato il suo
percorso scolastico qui, dal nido. Alle medie soprattutto si è trovata bene perché in una classe
dove gli stranieri erano i benvenuti senza discriminazioni (classe mista). Andavano tutti d’accordo
e le uniche differenze erano tra maschi e femmine. Alle superiori i professori sono più esigenti
(indirizzo turistico).

La scuola è la sua priorità, così le hanno insegnato i suoi genitori, per avere un buon futuro. I suoi
compagni la definiscono colonna portante della classe perché ha sempre buoni voti e ha anche
ottenuto una borsa di studio.  leader positiva e rappresentante di classe. Secondo Vittoria i
coetanei italiani si sentono meno responsabilizzati e meno motivati nello studio. Con il Progetto di
Palermo è stata scelta insieme ad altri tre ragazzi della scuola e si sono recati in città, dove
potevano girare liberamente (cosa impensabile per le sue abitudini famigliari). Non ha problemi
con gli adulti e ha una tutor che fa da mediatrice con i professori quando ci sono questioni da
risolvere.

In famiglia si parla prevalentemente il tagalog, a volte l’italiano perché i genitori vogliono


impararlo meglio, anche se per lei è più naturale parlare il filippino a casa. Di solito mangia cibo
filippino. Vittoria passa da una lingua o da una cucina all’altra a seconda della situazione e le sue
compagne italiane sono un po’ invidiose della sua capacità di alternare.
I valori trasmessi dai suoi genitori sono l’istruzione, il mantenimento della lingua madre, il rispetto
della famiglia e l’essere amichevole con gli altri. Sua mamma è più apprensiva, suo papà più
permissivo. Vittoria è una piccola donnina di casa (cucina, fa le pulizie). Vittoria ha capito
l’importanza di comunicare in famiglia (l’unica volta che si è sentita ribelle era a 13 anni).

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Vittoria non può avere fidanzati fino alla fine delle superiori e prima di aver trovato un lavoro (la
famiglia ha paura delle gravidanze premature). Secondo Vittoria le gravidanze premature sono
metodi per tornare nelle Filippine. Vittoria può uscire di casa, ma non spesso, e deve riferire chi
incontra. Si sente italiana ma con forte appartenenza filippina. Ritiene che la sua origine filippina
sia fonte di arricchimento perché più cose si conoscono meglio è. Inoltre ha l’opportunità di poter
pensare in due modi diversi. Si considera adattata alla cultura italiana anche se più legata a quella
filippina. In genere esce con un gruppo di amici filippini. Lei e la sua migliore amica non fumano e
non bevono.
Vittoria è contraria alla festa in grande dei 18 perché è uno spreco di denaro. A differenza dei suoi
coetanei italiani ha più rispetto per i suoi genitori e per gli adulti in generale.

4.1 COLONNA PORTANTE DELLA FAMIGLIA

Vittoria è determinata e sicura, sicuramente grazie al contesto famigliare che vede i genitori
partecipi alla sua crescita e la sostengono. È una famiglia unita e equilibrata. Vittoria stessa da
colonna portante della classe fa da mediatrice e vuole farlo anche a casa. I genitori vogliono
assicurare una continuità culturale con le proprie origini. Sembra condividere il sogno dei suoi
genitori di raggiungere il successo e farsi colonna portante della famiglia.

4.3 ALLENARSI ALL’ALTERNANZA CULTURALE/4.4 PARTECIPARE DA PROTAGONISTA

Vittoria utilizza la palestra e gli stage per incontrare persone italiane e non stranieri. Il suo conflitto
interiore sta nel doversi continuamente confrontare con le sue due culture di riferimento,
soprattutto per quanto riguarda la dipendenza dai suoi genitori. Si sente più filippina che italiana
perché non ha le stesse libertà dei suoi coetanei italiani. Partecipa da protagonista ai progetti e si
propone come guida della cultura filippina.

5. MIRIAM (18 ANNI): SPARTIACQUE E BRAVA CUOCA

Miriam è di origine senegalese e vive con i suoi genitori e i 4 fratelli. Ha vissuti i primi anni in
Senegal con la zia e i nonni paterni. Fa da spartiacque tra i fratelli maggiori e le sorelline nate in
Italia. Si ritiene più affezionata alla zia che le ha fatto da mamma rispetto ai genitori. Quando è
arrivata in Italia si è trovata disorientata con dei genitori quasi estranei. All’inizio è stato
traumatico, poi ha trovato un suo equilibrio (dice che è finita la sua infanzia).

Alle elementari era molto brava, alle medie aveva paura perché c’era più distanza nel rapporto con
gli insegnanti e si formavano i gruppetti. Ha scelto un indirizzo turistico per le superiori, una scuola
multiculturale dove si trova bene. Preferisce andare a scuola che stare a casa perché riceve più
attenzioni, ha sempre sentito la mancanza di quell’affettività che c’è nelle famiglie italiane.

Non ha un buon rapporto con la mamma, ma si sente orgogliosa di badare ai suoi fratelli. In
famiglia si parla un dialetto senegalese e a volte mischiano francese e italiano (se non viene una
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parola la dicono in un’altra lingua). Le sue sorelle hanno un modo più maleducato di comportarsi
con i genitori, meno rispettoso, quindi lei fa da tramite culturale per trasmettere i valori delle sue
origini. Fuori dalla scuola frequenta il suo ragazzo senegalese e le sue amiche senegalesi. È come
se gli amici fossero la sua vera famiglia.
Miriam è una buona cuoca e cucina piatti italiani e piatti senegalesi.
Non si è mai sentita emarginata a scuola, ma fuori sì perché certi sguardi parlano.

5.1 LA FINE DELL’INFANZIA

Miriam è consapevole del suo trauma quando ha lasciato il Senegal e della frattura che non si è più
ricucita con i suoi genitori. Arrivata in Italia ha smesso di essere bambina ed è cresciuta da sola
(esperienza speculare nel passaggio dalle elementari alle medie). Poteva fare da figlia con i vicini di
casa e la “famiglia ligure” (amici del papà).

5.2 FARE DA SPARTIACQUE

Miriam è caratterizzata da un’adultizzazione precoce che le ha dato la forza di fare da spartiacque,


da portavoce dei valori di origine con i suoi fratelli, da tramite culturale.
A casa c’è stata un’inversione dei ruoli e Miriam fa da mamma quando i genitori sono in viaggi di
lavoro. Miriam desidera essere in pace con gli altri.

5.3 MESCOLARE GLI INGREDIENTI AFFETTIVI E CULTURALI

Miriam alterna i piatti senegalesi a quelli italiani e combina gli ingredienti migliori offrendo una
cucina originale agli amici. Miriam ricrea la sua famiglia nei suoi amici e nei suoi fratelli, ma i suoi
riferimenti affettivi sono la zia e i nonni con cui ha vissuto in Senegal.

6. DEBORA (18 ANNI): L’EMARGINAZIONE E LA MODA

Debora proviene dalle Mauritius e vive con mamma, papà e fratello. I suoi genitori desiderano
tornare nel loro paese e ogni estate vanno lì in vacanza. Qui è stressata e anche Debora vorrebbe
andare là per stare tranquilla, anche se lo stile di vita è più rudimentale.

Alle elementari aveva problemi perché sentiva parlare tante lingue diverse e faceva molti errori.
Inoltre si sentiva orribile rispetto alle sue compagne che erano alla moda. I suoi genitori puntano
su di lei più che sul fratello per quanto riguarda il successo nello studio. Lei capisce l’importanza
dello studio e ha perso un anno alle superiori per via di un ragazzo che le ha provocato perdita di
interesse.

A casa si parla il dialetto, un misto tra francese, indiano e indi, ma i suoi genitori con lei parlano
italiano. Vengono mantenuti tradizioni e cibi e i genitori trasmettono valori importanti come il
rispetto e il perdono. La mamma alterna le due cucine. I suoi genitori sono molto protettivi e
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ricorda che quando aveva 15 anni non la facevano uscire, un periodo in cui litigava spesso con i
suoi genitori. Il papà vorrebbe che sposasse un mauriziano, alla mamma invece non interessa,
basta che sia contenta lei.

Debora non ha un gruppo di riferimento ma amici sparsi con cui parla l’italiano. Alle Mauritius non
ha amici ma solo parenti. Con tutte le limitazioni che i suoi genitori le hanno imposto lei ha perso i
suoi amici e quindi le mancano dei pezzi. A sua fratello hanno permesso molte più cose perché lui
è maschio.
Debora si dichiara la fotocopia di sua mamma perché deve fare quello che la mamma non ha
potuto realizzare per se stessa (studio e successo).

6.1 L’EMARGINATA PROBLEMATICA

Debora nasconde il suo disagio profondo dietro un aspetto curato. La maestra delle elementari le
aveva detto che era un’emigrata problematica e che doveva farsi vedere da specialisti. Grazia alla
sua determinazione è poi diventata la più brava della classe.

6.2 GUARDARE DENTRO LE PERSONE

A Debora interessa conoscere le persone dentro e pensa che le persone brutte siano più disponibili
(ed emarginate come lei) di quelle belle, inavvicinabili. Debora cura il suo aspetto e l’unico ambito
che sperimenta è la moda, infatti cura l’abbigliamento.

6.3 IL CORPO CHE PARLA: A CHI ASSOMIGLIARE?

Debora si attiene al mandato migratorio famigliare per garantire quel successo che i suoi genitori si
aspettano da lei. Si sente la fotocopia di sua mamma e con ciò si assume anche le paure della
mamma che si trasformano in attacchi di panico e insicurezze.
La sua fantasia di farsi un tatuaggio che rappresenti i valori della famiglia fa parte della sua ricerca
identitaria. Si considera mauriziana.

7. RONY (19 ANNI): LA FAMIGLIA ACQUISITA E LA FAMIGLIA PROPRIA

Rony è nato in Romania e si è trasferito in Italia in terza elementare. Vive con mamma e papà
mentre il fratello è già sposato. Lui e suo fratello sono rimasti in Romania con la nonna materna
mentre i genitori sono venuti in Italia a cercare lavoro, poi c’è stata la ricongiunzione famigliare.

Rony ha avuto problemi di inserimento nelle scuole elementari e medie perché era preso in giro
per il suo peso (era ingrassato tantissimo). Ha smesso di andare a scuola a insaputa dei genitori,
che poi lo hanno giustificato e lo hanno fanno sentire protetto. Alle medie ha conosciuto il suo
migliore amico italo-spagnolo con cui poi ha proseguito gli studi (indirizzo aziendale). Adesso è il
più bravo della classe. Nel tempo libero ha sempre lavorato e ne è molto orgoglioso, perché gli
piace lavorare per essere indipendente economicamente.

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Dopo il diploma vuole tornare in Romania dalla sua fidanzata e futura moglie (la data delle nozze è
già stata fissata). Vuole aprire una gelateria artigianale come piccola impresa.

In casa si parla un misto di italiano e rumeno, ma principalmente il rumeno perché i genitori non
vogliono che sia dimenticato. Rony distingue la famiglia acquisita come quella in cui si nasce e la
famiglia propria come quella che si farà. Secondo lui in Italia si aspetta troppo per diventare
indipendenti.

Ha un buon rapporto con i suoi genitori anche se in passato ha avuto conflitti. Due o tre anni fa
aveva un gruppo di amici italiani ma da quando si è fidanzato non è più uscito. Non trova grandi
differenze tra Italia e Romania.

7.1 IL VALORE DELLA MIGRAZIONE E I VALORI EREDITATI

Rony ha richiamato l’attenzione dei suoi genitori con le assenze a scuola per avere maggiore
sicurezza e continuità nel suo percorso di crescita. È in completa sintonia con il mandato
migratorio famigliare e fa spesso riferimenti a principi e valori rumeni (il rituale di sepoltura del
nonno, i genitori che devono vivere con lui).

7.2 IL SUO MATRIMONIO COME ANCORA IDENTITARIA/7.3 OBIETTIVI

Con i genitori troppo occupati dal lavoro, Rony ha avviato un processo di adultizzazione precoce. Il
suo momento di svolta è il matrimonio.
Rony non ha difficoltà nell’alternare le due culture e crea una continuità tra i valori tradizionali
della sua famiglia e quelli appresi nell’attuale contesto. Il lavoro è un elemento di distinzione dai
suoi coetanei italiani.

8. ISABELLA (20 ANNI): L’ADULTA E LA BAMBINA

Isabella è peruviana. Suo papà faceva il poliziotto e aveva un’altra famiglia oltre a quella di Isabella
e sua mamma. La mamma ha deciso così di venire in Italia con lei e suo figlio. In Perù era tutto
perfetto, ma casa nuova vita nuova. Isabella ha continuato le elementari in Italia e l’inserimento è
stato facile. Dopo aver scoperto la verità sulla doppia famiglia di suo padre, Isabella ha iniziato a
prendere brutti voti (forma di ribellione), continuando a chiedersi come potesse perdonarlo sua
mamma. Quando aveva 18 anni ha poi deciso di andare in Perù a conoscere sua sorella (nell’altra
famiglia di suo papà) e ha cercato di farsi una ragione su quello che era successo ai suoi genitori e
sul comportamento di sua mamma, che riversava tutta la rabbia sui figli creando un clima poco
sereno in casa.

Isabella aiuta sua mamma in edicola sostituendo suo padre. Le piace essere indipendente e ha
anche un altro lavoro nel panificio della Carrefour.
Nella tradizione famigliare materna tutti studiano e poi mettono su famiglia. Sua madre era
rimasta incinta di lei per poter sposare suo padre (la famiglia di lei era molto più ricca e i suoi
erano contrari al matrimonio).
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In famiglia parla italiano con la mamma e il fratello, spagnolo con il papà per non dimenticare la
lingua. Oggi ha più amici italiani, mentre fino ai 19 anni erano per lo più sudamericani (si
trovavano in un club sudamericano dove i ragazzi giocavano a basket e le ragazze facevano il tifo).
Isabella pratica attività di volontariato presso la Comunità di S. Egidio, dove aveva spiegato la sua
situazione traducendo quello che diceva suo padre.
Isabella si sente finalmente viziata dagli adulti nei luoghi di studio e di lavoro.

8.1 PARTIRE DAL PERÙ PER UNA VACANZA

Isabella venne a sapere dei conflitti tra i suoi genitori anni dopo il trasferimento in Italia. La
partenza dal Perù le appariva come un viaggio di piacere per andare a trovare i parenti della
mamma. Isabella non ha avuto problemi ad inserirsi nel nuovo contesto. Solo a 16 anni, quando ha
scoperto la verità, ha sfogato la sua rabbia sulla scuola, venendo bocciata per due anni consecutivi,
cercando conforto nei suoi amici sudamericani.
Il suo improvviso cambiamento a 18 anni quando si è recata in Perù le ha permesso di imparare ad
alternare i suoi riferimenti e valori a seconda della situazione in cui si trovava.

8.2 SENTIRSI ITALIANA PER FARE LA BAMBINA

Valori importanti del mandato migratorio e transgenerazionale sono il lavoro e l’istruzione. Il


mandato più gravoso è quello di non replicare il destino della mamma e di non mettere al mondo
un figlio per legarsi al marito. Isabella ha assunto il ruolo di mediatrice famigliare tra sua mamma e
suo papà. Il suo processo di adultizzazione si è avviato quando è giunta in Italia, ma adesso
desidera fare la bambina, non sentire addosso il carico di troppe responsabilità.

Il suo dilemma identitario ricade sulla scelta del fidanzato, italiano o sudamericano, e tra fare
l’adulta o la bambina.

8.3 I PROVERBI E LA SFIDA DEL FUTURO

Isabella si proietta in un futuro italiano con un fidanzato italiano per proseguire la retta via e non
replicare le scelte sbagliate dei suoi genitori.

5. IL LAVORO ADOLESCENZIALE VERSO LA COMPLESSITÀ

2. DALL’ASSOGGETTAMENTO ALLA SOGGETTIVAZIONE

Dalle storie, tra le ragazze c’è la tendenza a ribellarsi secondo i canoni della cultura di origine, per
esempio la gravidanza è un’alternativa per potersi velocemente separare dalla famiglia nelle
culture filippina e sudamericana. È presente anche la tendenza all’adultizzazione con il rischio di
saltare alcune tape evolutive, comportandosi già da donna o da uomo.

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2.1 MANDATO FAMIGLIARE E FATTORI DI DISAGIO

I ragazzi sono stati scelti secondo il criterio del successo scolastico, che non coincide
necessariamente con il benessere psichico dei ragazzi. Il mandato famigliare può essere sentito
come elemento di disagio, come vincolo. A volte subentra il rischio di una frattura identitaria e di
conseguenza i figli devono aderire senza discussione alle richieste dei genitori (per esempio
Cristina, cinese). Altra forma di difesa è quella di essere sovrappeso, una manifestazione visibile
della sofferenza (il ragazzo rumeno).
Il mandato famigliare nel raggiungere il successo per cui i genitori fanno dei sacrifici genera
un’anticipazione della crescita, con il rischio di accantonare i bisogni del momento e le esigenze
dell’età.

2.2 MANDATO FAMIGLIARE E FATTORI DI MOTIVAZIONE

Il mandato migratorio dei genitori stranieri diventa un ostacolo al processo di soggettivazione del
figlio quando rappresenta un vincolo a cui non si può sottrarre. L’espressione esteriore del
mandato famigliare è l’adultizzazione, che si fonda su responsabilità e impegno richiesti dai
genitori. Può essere una risorsa quando i ragazzi esercitano le proprie capacità ma anche motivo di
disagio quando viene solo subita.
I risultati scolastici rafforzano l’autostima dei ragazzi. L’impegno negli stage e nel lavoro è un’altra
condizione molto motivante che fa sentire i ragazzi più adulti e in grado di farcela da soli.

2.3 SCELTE CREATIVE E SENTIRSI PROTAGONISTI

Le scelte sperimentate dai ragazzi si accompagnano al desiderio di autodeterminazione e sono


contemporaneamente l’esito del meticciamento dei valori delle due culture: il ballo, la moda sono
artefatti che integrano le due culture di riferimento. Il dialogo con i genitori è lo spazio
transizionale (due ragazze filippine lo scelgono).
Sentirsi protagonisti e leader è una condizione che permettere di dimostrare il ruolo delle
responsabilità dei ragazzi e di risoggetivare a loro favore l’impegno e la responsabilità richiesti
dalla famiglia.

2.4 LA CONTINUITÀ IDENTITARIA TRA LE ORIGINI E IL PRESENTE

L’alternanza è la modalità che permette di usufruire delle due culture di riferimento a seconda
della situazione in cui ci si trova e che rende questi adolescenti in grado di meticciare tra loro i vari
valori delle culture.

3. METICCIAMENTO COME RISORSA EVOLUTIVA

3.1 NUOVI INDICATORI FASE-SPECIFICI

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Gli indicatori fase-specifici sono frutto delle esperienze dei ragazzi: la motivazione allo studio e/o
al lavoro; l’autodeterminazione e l’autonomia; avere degli obiettivi da raggiungere; i valori in cui
integrare le due culture; consapevolezza della propria storia.
La scuola è l’unico ambiente fuori dalla famiglia che gli adolescenti possono frequentare
liberamente, raggiungendo un certo livello di autonomia e aumentando motivazione ed impegno.
La complessità che permette ai ragazzi di alternare le due culture è il frutto della continua
dialettica tra le diverse appartenenze in cui si generano nuovi valori e meticciamenti culturali che
diventano il fine del processo di soggettivazione.

3.3 NUOVE FIGURE DI SUPPORTO E DI MEDIAZIONE CULTURALE

La figura del tutor è fondamentale perché si tratta di un adulto mediatore che funge anche da
traduttore che sa operare una decodifica culturale e affettiva e quindi supportare l’adolescente e
la sua famiglia. Come è stato teorizzato da Devereux, al transfert affettivo si affianca quello
culturale, secondo cui gli adulti o i coetanei tendono ad applicare sull’altro, appartenente ad una
diversa cultura, i propri sistemi di simbolizzazione e a proiettare su di lui i propri pregiudizi e le
proprie paure, per cui l’adolescente di origine straniera si può sentire obbligato ad assecondare
l’altro e a comportarsi secondo le aspettative famigliari o sociali.

3.4 IL LAVORO DEGLI ADOLESCENTI VERSO LA COMPLESSITÀ

Secondo Pellizzari la società attuale non favorisce il lavoro dell’adolescenza essendo venuti a
cadere i “garanti metapsichici di Kaes”, e all’anarchia esterna equivale l’anarchia adolescenziale. La
società occidentali offer come modello il consumo dei beni e la ricerca del godimento per
soddisfare subito i propri bisogni e sul successo facile.

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