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EPIGRAFIA LATINA

1. LA DISCIPLINA

Caratteristiche

Prendendo alcuni esempi possiamo capire le prime caratteristiche dell’epigrafia:


- guardando delle scritte sui muri di Genova si può vedere che è una scrittura criptica, con sigle che
solo gli iniziati sanno interpretare (le sigle dei messaggi latini sono moltissime, variano nel tempo e
nei luoghi), e esposta, posta in un luogo strategico sotto gli occhi di tutti per catturare la
compartecipazione dei passanti.
- l’iscrizione pompeiana in corsivo che sposta di qualche mese la data dell’eruzione del Vesuvio del
79 d.C. (dall’estate al 24 ottobre) dà informazioni di tipo storico, perché gli archeologi e gli storici
avevano già presupposto l’autunno dal cibo e dal tipo di oggetti ritrovati. L’epigrafia interessa agli
storici per due motivi: perché è una fonte che dà testimonianza storica e perché fa scoprire il valore
del messaggio individuale che si è voluto affidare ai posteri, in sostanza dà testimonianza socio-
culturale.
- tenendo presente che un epitaffio è stato rifiutato dal Comune di Genova perché non consono ai
normali criteri che devono avere gli epitaffi si capisce che l’epigrafe ha sempre bisogno di una
validazione pubblica.

Definizione

επιγραφειν= scrivere, scrivere sopra= è la scienza che studia documenti iscritti su materiale
durevole. Per materiali durevoli si intende la pietra, il metallo, l’oro, ecc. non si intendono le
monete (studiate dalla numismatica) e i papiri (studiati dalla papirologia). Un documento epigrafico
va sempre letto in relazione al supporto su cui è scritto.

Da qualche tempo è stata messa in discussione questa definizione per accoglierne un’altra più
completa e non legata solamente al riferimento ai supporti. È quella proposta dal professor Silvio
Panciera: “l’epigrafia è un esempio di comunicazione umana scritta e unidirezionale, che
rivolgendosi alla collettività sceglie una collocazione, una forma di scrittura, un’impaginazione, dei
codici e dei registri ogni volta diversi; si distingue dunque dal messaggio orale, letterario o
documentario”.

Limiti e vantaggi

Limiti: laconicità (il costo dell’iscrizione porta all’uso di abbreviazioni e sigle) e unicità del
messaggio (che ci perviene in una sola copia e quindi non ha confronti, a meno che per motivi
politici non ne siano state create più copie).
Vantaggi: è una fonte diretta e non mediata come i codici medievali.

Tipologie di supporti (fot. 2,3,4)

1. Lastra= ha uno sviluppo in larghezza e un testo a carattere funerario. Poteva essere scorniciata o
con cornice.
2. Stele= sviluppo in altezza e testo a carattere funerario. Poteva essere scorniciata o con cornice.
Nella fotocopia abbiamo: stele scorniciata, con cornice, pseudo cuspidata, centinata o a testa tonda).
3. Cippo, base, ara= si distinguono per la sommità.
C’è sempre uno zoccolo, un dado e una sommità. La sommità può essere piatta e allora si tratta di
una base ad esempio per statue (ambito civico), può essere cuspidata con pulvini (fasci di fiori
stilizzati) e allora si tratta di un cippo (uso funerario), può essere piatta con pulvini o con una cavità
(focus) nella parte centrale per bruciare gli incensi nei riti e allora si tratta di un’ara (ambito sacro).
4. Sarcofago= ha questo nome perché si credeva fosse una pietra calcarea di origine orientale che
aveva il potere di “mangiare la carne” (σαρκις φαγω). Poteva avere iscrizione interna o esterna ed ). Poteva avere iscrizione interna o esterna ed
era ovviamente a uso funerario.

Le officine lapidarie e le attività dei lapicidi (fotocopie 5, 6)

Le officine lapidarie si trovano principalmente vicino alle cave, in snodi stradali strategici oppure
presso un centro civico. Se parliamo di grossi centri civici sono officine più specializzate, se
parliamo di campagne sono spesso lapicidi (o scalpellini o marmorarii) itineranti che con sommaria
attrezzatura e forse inferiore cultura servivano i vici e i pagi.

Dopo l’estrazione del marmo dalla cava inizia il lavoro del lapicida nell’officina lapidaria che vede
queste fasi:
- quadratio= sbozzatura del marmo e preparazione dello specchio epigrafico;
- ordinatio= disegno o incisione di un reticolo e forma provvisoria a carboncino della minuta da
incidere. Insomma impaginazione con aiuto di riga e compasso. Queste linee preparatorie venivano
poi cancellate con lo stucco, ma ora riemergono: chi studia epigrafia deve distinguere le fasi
precedenti e quelle successive;
- inscriptio= con cavalletto + scalpello (scalprum) + martello (malleus)= decisi e rapidi colpi di
martello sullo scalpello. Prima si faceva una discriminatura centrale, una linea mediana all’interno
del disegno della lettera e poi si scalpellava dal bordo del disegno alla linea mediana (esterno→
interno), attività detta chopping.
- correzione di errori= scalpello a gradina o a pettine (quello che somiglia a una forchetta) per
ritoccare e stucco per togliere le linee preparatorie e per correggere, correzione anche a pennello
(iscrizione della Dalmazia dove “marito pessimo” diventa “marito piissimo”).
- si potevano riempire le lettere di pasta colorata: archeometria ha scoperto che alcuni archi augustei
avevano una base azzurra con le lettere oro-gialle. Alla faccia del bianco di Winckelmann.

Studiando la tecnica scrittoria si possono capire: le vie di trasporto del materiale marmoreo, i gusti
della committenza, lo sviluppo delle tecniche nel tempo, il livello culturale e sociale della bottega.
Es: tabula ansata opistografo: sul fronte epigrafe in capitale, sul retro prova del testo in corsivo.

Rapporti con le altre discipline

1. Paleografia= l’epigrafia è intrecciata alla paleografia perché le minuscole precaroline dei codici
derivano dalla minuscola corsiva latina, che si ritrova in alcune epigrafi ad esempio quelle di
Pompei. Insomma c’è continuità nella scrittura. Vediamo chi furono i primi a scoprire questa
connessione tra le due discipline:
- Jean Mallon: ha fatto rientrare nello studio della paleografia latina anche l'esame dei testi
epigrafici, ha dato per la prima volta importanza alle scritture parietali (una sorta di epigrafia
provvisoria, come i tituli picti che potevano contenere messaggi di propaganda elettorale, annunci
di affitti, oppure -questo è il significato più classico del termine- indicazione su destinatario,
prodotto e produttore del manufatto su cui erano scritti come anfore, tutte indicazioni spesso in
corsivo) e ha diviso le epigrafi in due gruppi: quelle che vengono iscritte in un momento solo e che
non prevedono un lavoro di officina (parietali, su coccio, ecc.) e quelle che prevedono un lavoro di
officina. Opere: L'écriture de la chancellerie impériale romaine (1948); Paléographie romaine
(1952); De l'écriture (1982).
- Joyce e Arthur Gordon: hanno sostenuto il legame tra l’epigrafia e la storia della scrittura,
indagando le forme delle lettere e l’evoluzione degli alfabeti. Fanno un album delle scritture datate,
dove si può vedere l’evoluzione delle scritture: dall’età augustea al II d.C. i cambiamenti sono
molti: la Q passa dall’avere una gambetta molto lunga ad averla corta, la P passa dall’avere
l’occhiello aperto ad averlo chiuso, la F passa dall’avere i due trattini pari ad avere il secondo più
piccolo, la M passa dall’avere il vertice appoggiato a terra ad averlo sollevato, la G passa dall’avere
il tratto orizzontale esterno ad averlo molto ripiegato all’interno. Ma attenzione lo sviluppo della
scrittura non è uniforme, varia da area a area.

2. Archeologia e topografia= con l’archeologia l’epigrafia ha forse il contatto maggiore perché


un’iscrizione su un reperto archeologico permette di capire molte cose, la datazione, la destinazione
d’uso, eccetera. Basti pensare alle informazioni che ci vengono dalle iscrizioni con la firma
dell’autore, da quelle che riportano il nome del personaggio della statua, da quelle dei bolli laterizi
(scritte impresse su mattoni usati per opere pubbliche dove vengono indicati i nomi dei consoli o, in
età imperiale, del Principe, perché le officine sono proprietà o dello stato o del Principe; è chiaro
che permettono la datazione del monumento o di quello strato di terreno), da quelle presenti sulle
colonne miliarie (o miliarii, le famose “pietre miliari”, utilizzate per scandire le distanze lungo le
vie pubbliche romane che spesso riportavano il nome di chi aveva ristrutturato la strada; erano
molto alte perché la gente a cavallo le doveva poter leggere), dai cippi degli argini fluviali,….

3. Numismatica= dal IV secolo a.C. le monete avevano stampato solo la scritta “ROMA”, poi si è
iniziato a dare spazio a nomi e carriere (cursus) di coloro che battevano moneta, poi con l’impero
compaiono i titoli e le cariche (titolatura imperiale) del Principe. Sul rovescio c’era spesso una
raffigurazione allegorica, propagandistica o religiosa sempre riguardante l’Imperatore. Ciò che lega
le due discipline è questo: la scrittura è siglata e le sigle sono le stesse dell’epigrafia. Es moneta:
CAESAR COS. VI – AEGYPTO CAPTA + coccodrillo= Cesare VI console al tempo della cattura
dell’Egitto= 31 a.C.

4. Linguistica e filologia= le epigrafi, che hanno un arco temporale di 14 secoli, rispecchiano anche
l’evoluzione linguistica del latino. Inoltre alcune epigrafi, ad esempio quelle funerarie soprattutto
paleocristiane, ci riportano il sermo plebeus e le epigrafi bilingui ci testimoniano le parlate locali
affiancate al latino. Il testo bilingue per eccellenza, la regina inscriptionum, è il Monumentum
Ancyranum ossia le Res Gestae Divi Augusti, il testamento che l’Imperatore aveva fatto redigere e
porre in diverse località dell’Impero. Quella che è stata ritrovata nel 1555 proviene da Ankara
(Turchia), dal tempio di Augusto e della dea Roma, in latino nella parte esterna dell’edificio, in
greco nella parte interna.
Alcuni esempi di sviluppo della lingua: vaso di Dueno VII a.C., vaso rituale con incisione forse di
tipo magico, cippo del foro (lapis niger), lapis Satricanus VI a.C. (donario di Publio Valerio
Publicola), Acta Fratrum Arvalium (collegio degli Arvali formato dai rappresentanti delle 12
famiglie più insigni di Roma che facevano riti per Marte fuori Roma).

5. Letteratura= molte iscrizioni funerarie recano versi della tradizione elegiaca o epica e denotano
l’ampia fortuna di certi poeti (Virgilio, Properzio), ma alcune recano versi di poeti ignoti alla
tradizione. Sono testimonianze della letteratura perduta.

6. Storiografia= ovviamente le epigrafi danno testimonianza diretta di episodi narrati nella


tradizione storiografica e danno la percezione di quegli episodi al tempo in cui avvennero. Esempi:
Res Gestae Divi Augusti riporta fatti storici rivestiti di propaganda (come la “pacificazione” delle
Alpi che di fatto fu una deportazione); elogia, encomi scritti sulle tombe di personaggi illustri tra
III-II a.C., che sono testimonianze dirette di fatti storici; acta, leggi e disposizioni di ordine
pubblico emanate tramite decreto e redatte in bronzo (es. “De bacchanalibus”= divieto di seguire i
baccanali greci in Italia).
7. Onomastica= dalle iscrizioni sappiamo nomi, che ci dicono estrazione etnico-sociale
dell’individuo. Si possono fare ragionamenti su fenomeni migratori, ma attenzione: il nome era
spesso frutto di mode.

Diffusione geografica delle epigrafi latine

La presenza di epigrafi è naturalmente direttamente proporzionale alla presenza romana in un’area.


Dopo Roma e l’Italia abbiamo: Spagna, Gallia, Africa Settentrionale, Germania. Poche nell’area
orientale/ellenistica dove la lingua rimase sempre il greco, in Britannia e in Dacia. Si contano ad
oggi circa 300.000 epigrafi latine con una scoperta di 500/1000 all’anno.

Esempio di iscrizione funeraria: consacrazione agli dei Mani, divinità benigne degli Inferi, nome
completo del defunto (prenome- gentilizio- padre- tribù- cognome), occupazione defunto, durata
vita, dedicante, sigla benaugurante.

2. STORIA DELL’EPIGRAFIA

a. Silloge Einsidlensis: codice di VIII-IX secolo scoperto nel 1683 nella biblioteca di un monastero
di Einsideln in Svizzera. È la copia di iscrizioni di Roma e di Pavia, pagane, di monumenti pubblici,
miste ad alcune cristiane. Sembra in parte redatta per via (durante un viaggio), in parte attingente da
altri repertori. Gli scioglimenti e le integrazioni sono fantasiose.

Lungo periodo di disinteresse per le epigrafi dovuto alla diffusione della scrittura gotica, che rese
incomprensibile la scrittura latina.

b. Cola di Rienzo, che tentò di restaurare il comune nella città di Roma straziata dai conflitti tra papi
e baroni, nel 1347 lesse al popolo la Lex de imperio Vespasiani, che fu la prima reinterpretazione
politica di un’epigrafe latina. Sempre nel XIV secolo Petrarca riportò alcune epigrafi nelle sue
opere ma ha poca dimestichezza nello scioglimento delle sigle (parla di Tito Livio per un’iscrizione
che riporta in realtà un nome simile di un liberto).

c. Nel XV secolo abbiamo le prime sillogi= raccolte sporadiche di copie di iscrizioni. Le iscrizioni
non sono più connesse agli edifici su cui si trovano, ma hanno valenza di per sé.
- Poggio Bracciolini raccoglie epigrafi classiche da lui trascritte a Roma in fac-simile (del tutto
uguali a quelle che vedeva);
- Giovanni Marcanova, medico bibliofilo e studioso di antichità, redasse una silloge, le Antiquitates
et inscriptiones Romanae, con criterio topografico. Anche lui copiò personalmente le epigrafi, con
metodo autoptico= vista in prima persona. Questo atteggiamento rispettoso e “filologico” del testo
venne meno nel ‘600 quando si tentò piuttosto di risanare il testo.
Di questo secolo sono anche: disegni di artisti che disegnando i monumenti riproducono anche le
epigrafi (es. Mantegna che nell’affresco della chiesa degli Eremitani di Padova dove vi inserisce
un’iscrizione di tipo funerario proveniente da Este, provincia Padova) e anche le prime copie a
stampa delle sillogi.

d. Nel XVI secolo prime grandi raccolte epigrafiche (fot. 10): ad esempio quella dell’architetto
napoletano Pirro Ligorio (1513-1583), pienissima di falsi e di iscrizioni interpolate miste a quelle
genuine, tanto che ancora oggi talvolta è impossibile distinguerle (falso ligoriano: nel 2012 Silvia
Orlandi ha pubblicato un volume dove cerca di trovare gli spuri in base alla decorazione e alla
disposizione del testo). Da lui trassero acriticamente generazioni di eruditi: diffusione dei falsi usati
anche come fonte storica. A partire dalla metà del XVI secolo le sillogi diventano strumento di
consultazione, utile come fonte diretta, e vengono divise a seconda della tipologia (funerarie,
politiche) e della geografia.
e. Nel XVII secolo c’è un punto di svolta: si passa dalla silloge, copia sporadica di iscrizioni senza
seguire un ordine, al corpus, che ha un intento di raccolta generale di tutte le epigrafi di un
determinato tipo o territorio. È il caso delle “Inscriptiones antiquae totius orbis Romani in corpus
absolutissimum redactae” del 1603 di Gruterus (fot.11). Per due secoli fu il più importante
strumento di consultazione, con 12.000 iscrizioni romane, alcune prese da sillogi precedenti altre
raccolte tramite scambi epistolari. È una raccolta scritta e redatta in latino, con le iscrizioni divise
per ordine tipologico, con classi e sottoclassi e con indici compiuti da Giuseppe Giusto Scaligero,
che aveva convinto Gruterus a collaborare all’edizione. È una raccolta generale, complessiva e
sistematica, un frutto di quell’erudizione seicentesca promossa dalla Controriforma. Perché è così
importante?
- Tiene conto di tutte le esperienze di studio e ricerca precedenti (Silloge di Einsideln, umanisti,
Poggio Bracciolini);
- È il primo corpus, con intento sistematico e generale di raccolta di tutte le epigrafi romane nel
mondo (totius orbis), non è una silloge con copie sporadiche di epigrafi;
- Segnala i falsi in un capitolo apposta intitolato “Spuria”, ma non ha sensibilità autoptica, non
riesce a riconoscere molti falsi e interpolazioni, ad esempio quelle di Pirro Ligorio.

14/02/2019

f. Nel XVIII secolo ci furono numerose reazioni al Gruter per superare quelli che sono i 3 principali
difetti della sua opera:
1. Il fatto che le categorie tipologiche (con sezioni e sottosezioni) fanno perdere il riferimento
topografico;
2. Sono abbondanti le citazioni di seconda mano o per sentito dire, insomma sono parecchi i falsi;
3. Necessita di un annuale aggiornamento.
I tentativi di correggere, perfezionare e aggiornare l’opera del Gruter sono attribuiti a (fot. 10-11):
- Fabretti (1699);
- Gudius (1731);
- Doni (1731);
- Muratori (1739-1742);
- Donati (1765).
Tutti questi tentativi fallirono nell’esaustività e nella correzione del metodo del corpus di Gruter. Il
contributo più significativo fu quello di Scipione Maffei, che comprese la necessità non di
aggiornare ma di sostituire il corpus precedente. Fu inoltre il primo a pubblicare un manuale di
epigrafia “Ars critica lapidaria” (1765). A lui si deve l'istituzione del Museo Lapidario di Verona,
avvenuta nel 1714 (alcune fonti danno date diverse), che risulta essere il primo del genere in
Europa. Oggi intitolato a suo nome, il museo venne da lui stesso riorganizzato tra il 1744 e il 1749,
anno in cui scrisse il “Museum Veronese”, dove riportava il “catalogo” delle epigrafi del museo. La
pecca del Maffei è stata quella di voler ricostruire il monumento a tutti i costi, anche nelle parti che
lui stesso non poteva più vedere. Era dunque fededegno per i testi ma non per i disegni dei
monumenti. Questa tendenza all’apertura di musei cittadini (sia per iniziativa pubblica che privata)
era tipica della metà del XVIII secolo, secolo delle grandi collezioni e dell’antiquaria, finalmente
esposta al pubblico e allo studio. È anche il secolo dei primi scavi che diedero numeroso materiale.
In coda al Maffei possiamo considerare Gaetano Marini (1742-1815), anche lui persuaso della
necessità di dover sostituire il Gruterus e anche lui organizzatore del primo museo di lapidi, la
“Galleria lapidaria Vaticana”, con cinquemila iscrizioni pagane e cristiane.

g. Nel XIX secolo ci furono i primi tentativi di costituire un nuovo “Corpus Inscriptionum
Latinarum”, che si realizzerà a metà del secolo per opera del Mommsen.
- nel 1815 Niehbur propone all’Accademia delle Scienze di Berlino un piano per la raccolta
generale di iscrizioni latine e greche per cercare di classificare tutto il materiale. L’Accademia lo
approva solo per la parte greca e dal 1825 al 1877 nasce il CIG= Corpus Inscriptionum Graecarum
grazie soprattutto a August Böckh.
- Numerosi sono i tentativi successivi di realizzare la parte latina, tutti senza successo: Bartolomeo
Borghesi (maestro del Mommsen), Kellermann, l’ “Academie des inscriptiones et des belles lettres”
di Parigi.
- Nel 1847 l’Accademia delle Scienze di Berlino approva il piano di Mommsen per le epigrafi latine
e lo finanzia. Nasce il CIL= Corpus Inscriptionum Latinarum. Nel 1952 esce un saggio preliminare
Inscriptiones Regni Neapolitani Latinae, con una premessa dedicata al Borghesi. Il primo volume è
del 1963, in totale sono 18 volumi, redatti in latino e con indici assai complessi, anche se non tutti i
volumi li hanno. I principi secondo cui lavorò il Mommsen furono questi:
• pochi collaboratori, tutti austro-tedeschi, tranne Renè Cagnat (francese) e Gian Battista de
Rossi (italiano), fondatore degli studi di epigrafia cristiana;
• i collaboratori dovevano andare di persona a verificare con i propri occhi le epigrafi (metodo
dell’AUTOPSIA) e quelle note solo per la tradizione erudita dovevano essere ricercate nei
manoscritti e nelle prime edizioni a stampa;
• redigere i risultati ottenuti in schede semplici, complete, facilmente consultabili. Ogni
pagina del repertorio propone più schede numerate in ordine progressivo (fot.13), con una
piccola bibliografia e apparato critico. A livello tipografico le iscrizioni sono riportate nelle
effettive loro vesti (con una differenza tra le lettere più grandi e quelle più piccole, con la
corretta distribuzione del testo), ma non sono disegnati i monumenti su cui si trovano. La
integrazioni del Mommsen e collaboratori sono in corsivo, mentre le integrazioni
provenienti da altre fonti (manoscritti) sono in maiuscolo inclinato.
Vediamo i 18 volumi (fot.12):
1. Vol. I= iscrizioni dell’età repubblicana fino alla morte di Cesare (in più edizioni indicate
così: CIL I2).
2. Per ordine topografico vol. II= Spagna, III= Asia, Oriente mediterraneo e latino; IV=
Graffiti Pompei (usati ulteriori criteri paleografici per scritture corsive); V= Gallia
Cisalpina; VI= città di Roma e dintorni; VII= Britannia; VIII= Africa; IX= Italia centro-
meridionale; X= isole e Tirreno; XI= Italia centrale; XII= Gallia Narbonese; XIII= tre
Gallie e Germania; XIV= Lazio.
3. Ordine tipologico vol. XV= iscrizioni su “instrumentum domesticum” (oggi sarebbe detto
“instrumentum inscriptum”) cioè supporto fittile (vaso, tegola, …); XVI= diplomi militari
(dopo il servizio militare si ricevevano su tavola di bronzo che ti consentiva cittadinanza,
matrimonio e poter fare testamento) → ultimo volume pubblicato dal gruppo originario;
XVII= colonne o cippi miliari; XVIII= iscrizioni poetiche e in metrica per lo più sepolcrali.
Quest’ultimo non ancora terminato e con importanti novità: cerca di rimediare alla
mancanza dei disegni dei monumenti con la sezione Priscae latinitatis monumenta
epigraphica del Ritschl e con i fac-simili della sezione Exempla scripturae epigraphicae
latinae del Huebner.
Un’opera del genere fu resa possibile dall’alto livello degli studi classici a carattere positivistico
nella Germania bismarkiana di quel periodo, centro culturale e di assoluto predominio politico in
Europa. L’avvento della ferrovia, inoltre, ha permesso il rapido spostamento degli studiosi che
potevano effettivamente andare a vedere le epigrafi in prima persona.

19/02/2019

Negli intenti dei pubblicatori il CIL doveva essere aggiornato periodicamente, ma all’esaurirsi della
loro generazione e della supremazia tedesca le ambizioni si dovettero ridimensionare.
Nel primo dopoguerra, infatti, si svilupparono singole raccolte nazionali intese a unire in volumi
monografici epigrafi di determinati ambiti territoriali.
→ Francia
Il francese fu a lungo la lingua internazionale dell’epigrafia.
- Corpus nazionale completo di epigrafi nazionali costantemente aggiornato e comprendente i
territori delle colonie (Algeria, Siria, Tripolitania, Marocco), curata da Renè Cagnat e da Marcel
Leglay.
- Cagnat fu anche autore di:
• IGRRP= raccolta di iscrizioni greche di età romana e relative a temi di interesse romano.
• Cours d’èpigraphie latine= il manuale tutt’ora per eccellenza di epigrafia latina.
• Annèe epigraphique= rivista che nasce nel 1888 e che è un aggiornamento epigrafico a
carattere topografico: ogni anno pubblica le epigrafi ridiscusse o ritrovate di un determinato
territorio.
- Guide de l’èpigraphiste= aggiornamento bibliografico sia del CIL, sia di specifici temi trattati
nelle epigrafi romane (es. aggiornamento bibliografico su quanto si è scoperto sui fasti nel
calendario romano), sia delle epigrafi greche….

→ Germania
- Ephemeris Epigraphica, bollettino curato dai collaboratori del CIL che pubblica in 9 fascicoli (dal
1872 al 1913) aggiornamenti e riletture del CIL nella speranza che dessero vita ad un nuovo
volume.
- Uscita del volume XVII del CIL relativo ai miliari.
- Vol. XVIII del CIL sulla produzione poetica epigrafica è in uscita.
- È uscito nel 1974-1975 un indice automatico di tutte le parole ritrovate nelle epigrafi di Roma, che
è anche il primo esperimento di testi epigrafici al computer.
- Sono usciti numerosi aggiornamenti ai volumi del CIL già usciti in precedenza: le iscrizioni di età
repubblicana (vol. I), le iscrizioni della città di Roma (vol. VI), soprattutto nel secondo fascicolo sui
titoli imperiali (1996) e nel terzo fascicolo che riguarda i titoli dei magistrati romani di ordine
senatorio ed equestre (2000), le iscrizioni sulla Spagna hanno avuto una seconda edizione (vol. II2).
Tutti questi aggiornamenti sono naturalmente corredati da apparato fotografico che permette un
rapido confronto.
- Raccola ILS di Hermann Dessau, in 5 volumi, dal 1892 al 1916. Lui è il più giovane dei
collaboratori del Mommsen e la sua è di fatto un’edizione minore del CIL di cui ripropone
solamente i testi più significativi. Un volume e mezzo è dedicato agli indici.
- Raccolta ILCV di Ernst Diehl, in 3 volumi, dal 1925 al 1931, contiene iscrizioni di età cristiana e
tutto il 3° volume è dedicato agli indici.
- Raccolta CLE di Franz Buecheler, contiene tutti i testi epigrafici in metrica (in assenza ancora del
volume XVIII del CIL).

→ Inghilterra
- The Roman Inscriptions of Britain (RIB), in 3 volumi, curata dalle università di Cambridge e
Oxford, che contiene indagini anche sulle aree coloniali.
- Aggiornamento sulle aree coloniali e in particolare sulla Tripolitania, curato da Reynolds e da
Ward-Perkins.

→ Italia
- Inscriptiones Italiae (II o InscrIt) del 1931. Si suddivide in tanti fascicoli per ogni comune
dell’Italia romana e comprende iscrizioni latine, greche, riproduzioni fotografiche, inquadramenti
storici, un apparato critico delle epigrafi più ampio di quello del CIL. Di particolare rilevanza per
noi il fascicolo 15 del volume 10 che contiene le epigrafi di Brescia raccolte dal professore di Unige
Albino Garzetti. Le iscrizioni orientali di Pola, Parenzo, Istria settentrionale sono affidate ad Attilio
Degrassi.
- Supplementa Italica, che sono aggiornamenti ai volumi V, VI, IX, X del CIL, che trattano di
territori italici. Sono usciti in due serie: la prima curata da Ettore Pais nel 1888 sulla Gallia
Cisalpina ebbe poche pubblicazioni; la seconda dal 1981 continua a pubblicare tutt’ora (nel 2018
siamo arrivati al 30° volume) ed è curata dalla Sapienza di Roma (ad esempio la professoressa
Pettirosso di Unige ha curato il volume su Tortona).
- ILLRP di Attilio Degrassi è una raccolta di epigrafi di età repubblicana.

20/02/2019

3. L’ALFABETO ROMANO

Origine e sviluppo

L’alfabeto romano più arcaico deriva dall’alfabeto etrusco che a sua volta è desunto da un tipo di
alfabeto greco, che raggiunse l’Italia attraverso le colonie di Cuma, di Napoli e di Reggio.
L’alfabeto latino, dunque, pur con delle varianti, riporta le tracce di questa doppia discendenza. Il
numero delle lettere dell’alfabeto latino era 20 nel V secolo a.C., poi stabilizzate a 21 nel IV:
mancavano Ζ,Ι,Υ dell’alfabeto greco, introdotte in un secondo tempo. Oltre ad una serie di
mutamenti paleografici nel corso del tempo, assistiamo a queste evoluzioni:
a. nel IV secolo compare il segno G per la gutturale sonora, mentre prima il segno C era usato sia
per la gutturale sorda (Caius) che per la gutturale sonora (Gaius). “Caius” si leggeva “Gaius”.
b. nel II secolo si sviluppa un altro alfabeto per la corsiva con gli stessi segni e con l’aggiunta di
Z,I,Y.
c. Claudio nel suo regno (31-54 d.C.) introduce alcune lettere che non continuarono dopo di lui e
che per questo costituiscono un elemento datante certo. Lettere claudiane:
• Un segno Ⅎ (digamma inversum), usato per trascrivere il suono consonantico /w/ (V), da
sempre indistinto dalla vocale /u/ nell'alfabeto latino, entrambe scritte V (più tardi u nelle
scritture minuscole onciali). L'uso verrà recuperato in epoca medievale, per trascrivere il
suono presente nelle lingue germaniche, dove sarà però indicato con w. Esempi: ALℲEI EI
(alvei) o LAℲEI INIO (Lavinio).
• Un segno Ⱶ (littera h dimidia), corrispondente alla metà sinistra della lettera H, usato per
trascrivere il cosiddetto sonus medius, cioè un suono intermedio tra I e U, come nella parola
optimus/optumus o Egiptos/Eguptos.
• il segno Ɔ (antisigma), per sostituire i suoni BS e PS (per esempio in parole come urbs o
ipse), di cui non si conoscono attestazioni. Il grafema è frutto infatti di una ricostruzione
degli studiosi, con opinioni discordanti.
L’alfabeto latino era anche alla base del sistema romano di numerazione.
• Ⅰ = 1 (unum) = 1 (unum)
• V = 5 (quinquem)
• X = 10 (decem)
• L = 50 (quinquagintam)
• C = 100 (cenum)
• D = 500 (quigentum)
• M = 1000 (mille)
Sopralineando o sottolineando una lettera il suo valore originale viene moltiplicato per 1000.

• I = 1.000
• V = 5.000
• X = 10.000
• L = 50.000
• C = 100.000
• D = 500.000
• M = 1.000.000
Bordando una lettera con due linee verticali ai fianchi e una linea orizzontale soprastante (oppure
circondando la lettera con un quadratino), il suo valore originale viene moltiplicato per 100.000. Gli
antichi romani non avevano una parola specifica né per i milioni né per i miliardi e la loro massima
espressione lessicale numerica erano le migliaia. Per esempio, per indicare il numero "un milione"
essi dicevano "mille mila".

• I = 100.000
• V = 500.000
• X = 1.000.000
• L = 5.000.000
• C = 10.000.000
• D = 50.000.000
• M = 100.000.000
Mentre se si borda con due linee orizzontali soprastanti, il suo valore originale viene moltiplicato
per 1.000.000.

• I = 1.000.000
• V = 5.000.000
• X = 10.000.000
• L = 50.000.000
• C = 100.000.000
• D = 500.000.000
• M = 1.000.000.000
Nei riferimenti delle migliaia ci sono delle varianti. È stabile dalla seconda metà del I secolo a.C.

Stile epigrafico (Fot. 18)

Il ductus, ossia l’esecuzione della lettera, varia nel corso del tempo e per questo la paleografia
epigrafica è importante per la datazione dell’epigrafe. Vediamo alcuni tipi di scrittura:
- Iscrizioni arcaiche ante Caesaris mortem= c’è una certa disarmonia nell’insieme delle lettere, una
sproporzione, un’incisione troppo marcata.
- Capitale o monumentale (perché si trova prevalentemente su monumenti di una certa
importanza) quadrata (perché le lettere possono essere idealmente circoscritte da un quadrato)=
dall’età augustea fino a tutto il III secolo, è elegante, ordinata e simmetrica. Ad esempio: Arco di
Traiano a Benevento.
- Attuaria= dal I d.C., lettere allungate in verticale, meno elegante, usata per trascrivere testi
(soprattutto atti commerciali) di tavolette cerate e papiri.
- Rustica= variante della capitale quadrata ma meno regolare.
- Scritture corsive di carattere privato= difficili da leggere e classificare perché personali. Ad
esempio: graffiti di Pompei. Cagnat ha dato un prospetto dell’evoluzione della corsiva.
Lo stile epigrafico non riguarda solamente le lettere, ma anche il supporto su cui sono scritte, il
monumento che le ospita, la visuale del lettore su quel monumento, la disposizione del testo, lo
spazio che occupa e lo stile in cui è scritto. Per quanto riguarda quest’ultimo punto lo stile delle
iscrizioni è il cosiddetto stile lapidario: coordinazione per asindeto piuttosto che subordinazione,
sigle, nessi, legature, monogrammi, lettere montanti, segni di interpunzione.

- sigle: numerosissime, migliaia, tanto che esistono dei prontuari.


- legature e nessi: sono più o meno sinonimi (la legatura è l’esecuzione in un unico tratto di due
lettere, mentre il nesso indica propriamente quando le due lettere hanno una parte in comune) e
indicano l’unione tra due lettere. Sono frequenti nei territori della provincia (Gallia, Germania,
Africa) e nelle iscrizioni dal III d.C., soprattutto quelle cristiane. A partire dall’unione di 4 lettere in
poi si parla di monogrammi.
- lettere montanti e nessi: le lettere montanti sono quelle che risultano più in alto rispetto alle altre
es. AT. Se però le due lettere risultano unite si parla comunque di nesso. Nella trascrizione
dell’epigrafe la lettera montante va indicata in apparato, mentre il nesso va indicato con una cuspide
(^) sopra alle due lettere che nell’epigrafe sono unite.
- segni d’interpunzione: ad esempio il punto mediano che separa le parole o le sigle o le parole in
sigla e altri segni, come l’edera distinguens, che permette di datare l’epigrafe perché diventa via via
più grande fino al III-IV secolo d.C. o come il triangolino che fa pensare all’età repubblicana. Ci
sono poi due segni importanti: l’apex, una specie di accento acuto che indica le vocali lunghe per
natura dall’età sillana fino alla seconda metà del III d.C. Quando si trova in provincia
probabilmente è un ausilio alla lettura corretta del latino; il sicilicus, Ɔ, una sorta di accento
circonflesso spostato a destra sulla lettera che andava letta raddoppiata.

21/02/2019

4. IL NOME E LA SUA TRASMISSIONE

Il nome del cittadino romano (fot. 19)

Dal nome di un cittadino romano si può comprendere la sua posizione giuridica. La tradizionale
nomenclatura di un cittadino libero prevedeva i tria nomina (praenomen, gentilizio, cognomen)
con aggiunta di patronimico e tribù. Eventualmente si aggiungevano i supernomina (agnomen,
signum) con l’aggiunta dell’origo. Insomma: PRAENOMEN, NOMEN (GENTILIZIO),
PATRONIMICO, TRIBÙ, COGNOMEN + AGNOMEN o SIGNUM, ORIGO.
1. Praenomen= è il nome individuale, quello attribuito ai bambini liberi alla nascita.
• All’inizio ce n’erano molti, via via ridotti fino al numero di 17 in età imperiale.
• Il primogenito aveva quello del padre.
• Se sono seguiti da gentilizio e cognomen nelle epigrafi vengono abbreviati con la prima
lettera o con le prime 2-3.
• Era informale fino ai 17 anni, poi ci si registrava alle liste censorie con l’accesso alla toga
virilis e qui il nome diventava ufficiale. Chi non arrivava a 17 anni nell’epigrafe funeraria
aveva scritto PUP. (= pupus).
• Le donne non avevano ufficialmente un praenomen (solo le donne celtiche) e nelle iscrizioni
si trovano solo con il gentilizio, il patronimico (o il nome del marito) e con il cognome.
2. Gentilizio (o nomen)= nome distintivo della gens di appartenenza, cioè del gruppo di più famiglie
di cui faceva parte.
• Varrone ne ricordava un migliaio.
• Sono solitamente scritti per intero nelle epigrafi.
• In base al suffisso si capisce la provenienza della persona:
- arna, -as, -enas, -enna, -inas, -inna= Etruschi;
- ius, -eius, -eus, -inus= Latina;
- anus, enus= Umbro – picena;
- icus= illirica o spagnola;
- acus, -avus= celtica.
• Le donne avevano il gentilizio e per distinguere a quale donna della stessa gens ci si riferiva
si usavano aggettivi come maior o minor.
3. Patronimico (o filiazione)= paternità, determina l’ingenuitas, che è propria di chi nasce libero.
• Si trova in abbreviazione con il nome paterno in genitivo. Es. M.F.= Marci Filius.
• Accanto al patronimico per chi può vantare una discendenza particolarmente nobile si
elencano anche i nomi degli avi e dei bisavoli (avonimici) con queste formule: N.= Nepos;
Pron.= Pronepos; Abn.= Abnepos.
• Nel caso in cui l’individuo sia illegittimo e quindi non riconosciuto per discendenza paterna
si può indicare il ramo materno (magari con il nome del nonno materno o dello zio). È
interessante notare come quando si maledice qualcuno si utilizzi sempre l’affiliazione
materna e come anche gli Etruschi indichino sempre il matronimico non il patronimico.
4. Tribus= le tribù sono le ripartizioni ufficiali a fini fiscali dello stato romano dove sono iscritti tutti
coloro che godono di cittadinanza attiva, ossia non coloro che risiedono nei territori romani, ma
coloro che partecipano alla comunità politica romana. Con la Constitutio Antoniniana del 212 d.C.,
editto emanato dall'imperatore Antonino Caracalla nel 212 d.C., si stabilisce la concessione della
cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'Impero, ad eccezione dei dediticii, e questo toglie
significato all’originaria distinzione tra cittadini attivi e altri abitanti dell’Impero.
Le tribù sono state introdotte da Servio Tullio e crebbero fino a 35 nel 241 a.C., quando si fissarono
a questo numero. Originariamente erano territori di Roma e dintorni e costituivano il domicilio
fiscale dei cittadini romani. Man mano che cresceva lo stato aumentavano di numero e con
l’estensione della cittadinanza a tutti si perdette il senso di una localizzazione territoriale: non
dovevi abitare sull’Esquilino per essere della gens Esquilina. Ad esempio gli abitanti di Genova
appartenevano alla tribù Galeria.
5. Cognomen= nome personale che le persone spesso non avevano dalla nascita, legato ad una loro
caratteristica personale o ad un evento che li aveva visti protagonisti.
• Uso tardo, si generalizza dopo l’età sillana (per questo è posto alla fine).
• Fa riferimento a qualità fisiche, a beneauguri, a imprese compiute,….
• Rari erano i cognomina ex virtute conferiti per meriti al valore.
• Divenne ereditario tra i patrizi.
• Si scriveva per intero sulle epigrafi.

Elementi accessori (supernomina) dopo il cognomen:


1. Agnomen: nomignolo che si trova sulle epigrafi dalla metà del II d.C. introdotto da diciture come
idem, sidem, qui et vocatur, può presentare una desinenza in – ius.
2. Signum: sempre un soprannome ma separato dal resto dell’onomastica nelle epigrafi (con nome
in -ius declinato al vocativo) derivato dal modello dell’acclamazione greca e latina, quasi a carattere
mistico. È un soprannome dato anche agli umili.
3. Origo: designazione della patria di origine, utile soprattutto nelle epigrafi funebri dei soldati
morti in servizio lontano da casa. Era indicata al genitivo, al locativo o all’ablativo oppure era
introdotta da “natione”, “civis”, “natus”, “oriundus”.

La trasmissione del nome

Sulle procedure guarda la fotocopia 19 (legittimi, illegittimi, adottivi, schiavi liberati).

Roma imponeva un controllo severo sulla trasmissione del nome (in città da parte del senato tramite
i censori, nei municipi tramite i magistrati preposti) perché esso dava lo stato civile, i diritti e i
benefici politici. Con il termine municipio si designava, nell'antica Roma e in particolare nella
Roma repubblicana, una comunità cittadina legata a Roma. Esse per lo più conservavano un certo
grado di autonomia, mantenendo i magistrati e le istituzioni loro propri, ma erano prive dei diritti
politici propri dei cittadini romani: si distinguevano perciò dai federati (alleati), che conservavano la
propria sovranità, e dalle colonie (una comunità autonoma, situata in un territorio conquistato da
Roma in cui si erano stanziati dei cittadini romani, legata da vincoli di eterna alleanza con la
madrepatria). La lex Iulia Municipalis fu una legge romana promulgata da Giulio Cesare nel 45 a.C.
Tale legge è pervenuta nelle tavole di Heraclea, un'iscrizione rinvenuta presso il greto del fiume
Cavone nell'antico territorio della città di Heraclea e conservata al Museo Archeologico Nazionale
di Napoli. Questa legge ha un carattere generale sulla riorganizzazione amministrativa delle città
con alcune norme a carattere sociale. Con essa città e colonie assunsero il rango di municipio.

L’evoluzione dell’onomastica

In origine doveva esserci stato il simplex nomen, cioè il praenomen, a cui deve essere stato aggiunto
in un secondo momento il gentilizio. Quando il gentilizio, che indicava un gruppo di provenienza,
non ebbe più valore distintivo, per ulteriore precisione si specificò il patronimico. A questo punto il
prenome si fissa in una gamma sempre più ristretta di possibilità perché ciò che conta è il
patronimico.

In una seconda fase meglio identificabile si aggiunse la tribù perché dal 241 a.C. all’89 a.C. i
cittadini romani con diritto di cittadinanza andavano iscritti alle 35 tribù (da cui si attingevano le
liste elettorali, le suddivisioni fiscali, gli arruolamenti militari). In età sillana, infine, si aggiunse il
cognome, che divenne obbligatorio a livello ufficiale fin dalla nascita con la Lex Iulia Municipalis
di Cesare (45 a.C.).

Nel corso dell’Impero, soprattutto dal II d.C., l’onomastica subisce un lento processo di atrofia. Il
prenome diventa sempre più ereditario e sempre meno distintivo e quindi scompare. A ruota
scompare la tribù per motivi storico-politici: le tribù non ebbero più ragione d’essere con l’enorme
espansione di Roma e soprattutto con la concessione della cittadinanza a tutto l’Impero. Vediamo
una breve storia di questa concessione.

La concessione della cittadinanza anche agli stranieri cominciò a diventare un problema e una necessità nel momento in cui Roma
cominciò la sua fase d'espansione sia territoriale che commerciale, venendo quindi a contatto con popoli che mal sopportavano che
fosse loro negata quella serie di privilegi che erano prerogativa dei cittadini romani. Ecco, quindi, che la concessione della
cittadinanza cominciò a diventare anche uno strumento di controllo politico oltre che di consolidamento del potere, giungendo spesso
come conquista delle varie popolazioni sottomesse dopo periodi di tensioni e conflitto: è il caso ad esempio della Lex Plautia Papiria
(89 a.C.) con la quale, a seguito della Guerra Sociale, si estendeva la cittadinanza romana a tutti gli italici a sud del Po (il resto della
Gallia Cisalpina ottenne tale diritto 40 anni dopo, con la Lex Roscia).
La Constitutio Antoniniana fu solo l'ultimo passo di questo sviluppo politico delle concessioni, parallelo anche allo svuotamento
della condizione privilegiata del cittadino romano: Caracalla, difatti, si limitò a unificare lo status di tutti gli abitanti dell'impero nella
condizione di sudditi, membri non più di una comunità politica organizzata sulla base di una relativa partecipazione (con i
conseguenti vantaggi sul piano pubblico), ma di uno Stato sempre più assolutista, dove il potere era interamente concentrato nelle
mani del sovrano e del suo ceto burocratico.

Di seguito cadde il patronimico, a causa dello strapotere che ottennero i liberti, i quali non avevano
nessuna intenzione di rivelare nel loro patronimico la loro origine servile. Il gentilizio rimase in uso
solo tra gli aristocratici, mentre scomparve a livello generale per il forte cosmopolitismo
dell’enorme impero. Rimase dunque solo il cognome.

Queste indicazioni sono generalizzanti e non tengono conto della totalità delle esperienze. Ad
esempio per quanto riguarda gli aristocratici la cronologia dell’onomastica andrebbe modificata: gli
aristocratici scoprono molto prima il cognome e mantengono fino alla fine i 5 nomi, aggiungendo
addirittura altri cognomi, in alcuni casi in un numero spropositato (es. iscrizione di Tivoli: Quinto
Pompeo età traianea).
5. IL CURSUS HONORUM

https://www.romanoimpero.com/2015/04/cursus-honorum.html

Letteralmente significa “la corsa agli onori” e indica il susseguirsi della carriera dei cittadini romani
in base alla loro classe di censo: senatori, equestri, magistrati minori dei municipi e delle province.

Il cursus honorum era l’insieme delle cariche civili e politiche, sempre accompagnate da dignità
religiose, che un personaggio di rilievo rivestiva durante la propria vita. Originariamente il cursus
honorum era riportato in forma di iscrizione sotto le imagines maiorum degli antenati che si
conservavano in casa nell’armaria, un armadio in legno che fungeva da sacrario domestico. Più
tardi il cursus honorum venne riportato anche nelle iscrizioni sepolcrali di personaggi in vista,
iscrizioni che imitavano gli elogia, del tutto simili a una laudatio funebris ma più brevi, che
contenevano brevi informazioni sulla carriera politica e sulle origini familiari del defunto e che
costituivano un’onorificenza pubblica concessa dal senato. Infine il cursus honorum venne riportato
sulle iscrizioni sepolcrali e onorarie di tutti, non solo delle classi sociali più elevate.
Nelle epigrafi il cursus honorum poteva avere un ordine ascendente (o diretto, dalla carica inferiore
in su) o discendente (o inverso, dalla carica superiore in giù). La menzione delle cariche religiose,
che sempre si accompagnavano ai doveri politici, è invece meno gerarchica e nelle epigrafi viene
riportata in maniera più elastica. Possono essere riportate all’inizio, alla fine o in ordine cronologico
tra una carica e l’altra di tipo politico. Grazie alla corretta lettura del cursus honorum possiamo
capire la funzione del complesso apparato amministrativo romano e spesso possiamo datare
l’epigrafe.

Dalla Repubblica alla metà del III secolo d.C.

1. Cursus honorum senatorio

La carriera senatoria aveva un andamento prefissato (quello che Cicerone chiamava certus ordo
magistratuum) già in età repubblicana, infatti già nel 180 a.C. con la lex Vilia Annalis si stabilisce
l’ordine delle magistrature. Silla introduce alcune innovazioni con la lex Cornelia de magistratibus
dell’82 a.C. che ribadisce la precedente legislatura ma introduce un intervallo minimo di tempo tra
una e l’altra carica. Con Augusto il censo minimo per poter accedere alla carriera come senatore è
fissato a 1 milione di sesterzi. La nascita da famiglia senatoria e il censo di un milione di sesterzi
sono i due requisiti fondamentali per accedere al senato. Chi non era di famiglia senatoria poteva
accedervi solamente per grazia dell’imperatore: Augusto poteva così formare un vir bonus a livello
dirigenziale, politico, giuridico, amministrativo e militare scelto da lui in persona, che andasse a far
parte di una compagine amministrativa in grado di reggere all’Impero in espansione. Le
caratteristiche delle cariche, del cursus honorum senatorio, ma anche equestre e municipale, erano
queste:
• collegialità: nessuna carica veniva rivestita da soli, sempre in gruppo o in coppia;
• annualità: le cariche non duravano mai più di un anno;
• responsabilità: chi si è reso colpevole, anche in buona fede, di danni al patrimonio pubblico
deve risarcire di propria tasca anche al termine della carica;
• gratuità: sia il percorso senatorio che il percorso equestre era prevista una quota minima di
censo perché tutte le cariche politiche erano gratuite, anzi spesso erano necessarie
elargizioni da parte del politico.
Dunque chi ha un milione di sesterzi ed è di famiglia senatoria oppure chi gode del favore
dell’imperatore può iniziare la sua carriera politica senatoria. I personaggi che si distinguevano nel
loro percorso, al termine dello stesso, potevano essere scelti per entrare a far parte del senato.

1. Vigintivirato
= un anno di apprendistato in un collegio formato da 20 persone. Si poteva scegliere di essere
assegnati ad uno dei 4 sottocollegi:
- X vir(i) stl(itibus) iud(icandis)= decemviri alle dipendenze del pretore, con il compito di derimere
liti e controversie relative allo stato civile dei cittadini;
- III vir(i) ca(pi)t(ales)= triumviri alle dipendenze del pretore, con il compito di presenziare alle
pene capitali come rappresentanti dello stato e di sbrigare le questioni burocratiche a riguardo;
- III vir(i) a(uro) a(rgento) a(ere) f(lando) f(eriundo) o viri mon(etales)= triumviri alle dipendenze
del questore, con il compito di controllare l’emissione monetale (coniazione della moneta bronzea
senatoria);
- IV vir(i) viar(um) cur(andarum)= quattruorviri alle dipendenze degli edili nella cura delle strade di
Roma.

2. Tribunato militare laticlavio


= periodo di servizio in qualità di ufficiale (tribuno) di una legione alle dipendenze del comandante
dell’unità di legione stessa. Spesso era un compito più di carattere amministrativo, ma non
mancavano i casi in cui il servizio diventava gravoso e pericoloso. Questo è l’unico gradino in
comune con la carriera equestre che prevede il tribunato miliare angusticlavio (perché il bordo della
toga degli equestri era più stretto): ad ogni tribuno laticlavio erano sottoposti 5 tribuni angusticlavi.

3. Questura
= carica di amministrazione contabile che aveva come limite di età i 25 anni. C’erano vari tipi di
questura: quaestor propretore (amministrazione finanziaria delle province senatorie), quaestor
urbanus (tesoreria del senato di Roma), quaestor principis o Augusti (tesoreria imperiale), quaestor
consulis (portavoce del console presso il senato romano). Dopo la parentesi di Cesare (40), il loro
numero totale fu riportato da Augusto a 20.

4. Tribunato della plebe o edilità


= questa tappa di un anno non era obbligatoria per chi apparteneva al rango patrizio, che aveva
dunque una riduzione di carriera di un anno, ma era necessaria ai senatori plebei. [Si parla di
Trib(unus) pl(ebis) / Aed(ilis) pl(ebis) per i senatori plebei e di Aed(ilis) cur(ulis) per i senatori
patrizi.]

5. Pretura
= magistratura di carattere giuridico che aveva come limite di età i 30 anni. Esisteva il praetor
urbanus (giustizia tra cittadini di Roma) e praetor peregrinus (giustizia tra cittadini di Roma e
stranieri).

6. Consolato
= carica che doveva essere assunta ad almeno due anni dalla pretura e con un’età minima di 33 anni.
Aveva compiti di tipo amministrativo ma soprattutto militare. Nelle epigrafi la carica di “console”
(COS) è spesso posta in alto, in testa alle altre sia che il cursus sia ascendente che discendente.
Questo ci fa capire la sua importanza. In età repubblicana si rimaneva consoli per un anno, in età
imperiale la coppia di consoli, uno dei quali era a volte l’Imperatore stesso, rivestiva la carica per
pochi mesi (i consoli ordinari o eponimi - davano il nome all’anno – entravano in carica il 1 gennaio
per qualche mese e poi lasciavano il posto ai consoli suffecti che potevano essere succeduti da altri
suffecti fino al completamento dell’anno: con la crescita dell’impero e con la mobilità con cui si
doveva agire era necessario un apparato più elastico).

7. Proconsolato
= carica che poteva essere affidata solamente a coloro che erano stati consoli (ordinari o suffecti) e
che prevedeva il governo di una delle province dell’Impero. L’assegnazione delle province avveniva
tramite sortitio da parte del senato e le province più ambite erano l’Asia e l’Africa, per le quali i
proconsoli dovevano avere un certo rango. Il proconsole aveva obbligo di residenza a Roma.

A seconda della carica con cui terminavano la carriera, i senatori erano detti: quaestorii viri,
praetorii viri, consulares viri e da Marco Aurelio in poi tutti loro vennero detti viri clarissimi (VC),
titolo onorifico esteso anche agli altri componenti della famiglia dei rami paralleli (ad esempio la
moglie ma non i figli). Fino alla metà del III secolo d.C. la classe senatoria fornisce governatori alle
province, luogotenenti, responsabili degli uffici, comandanti delle legioni, insomma gran parte
dell’apparato amministrativo e militare romano.

2. Cursus honorum equestre

Originariamente gli equites facevano parte della nobiltà minore di Roma tra cui era reclutata la
cavalleria, facevano parte dell’esercito ma non costituivano un ordo a sé: a Roma c’erano solo
patrizi e plebei. Solamente nel 123 a.C. con la Lex Sempronia introdotta da Gaio Sempronio
Gracco, si introduceva tra le due classi una terza, l'Ordo Equestris, che poteva rivestire cariche
pubbliche a fianco ai senatori. Le fortune dei cavalieri erano più legate all’imprenditoria mentre
quelle dei senatori alla proprietà fondiaria.
Augusto fissa la quota minima di censo per entrare nell’ordine equestre a 400.000 sesterzi e come
altri requisiti pone l’obbligo di essere iscritti alla lista ufficiale degli equites controllata
dall’imperatore (il titolo che si trova nelle epigrafi è Eq(ues) R(omanus)) e l’obbligo di essere di
famiglia libera almeno fino al grado del nonno. Se si soddisfano questi due requisiti si può iniziare
la carriera politica equestre, che a differenza di quella senatoria non prevede un susseguirsi fisso
delle cariche, ma è più variabile: dopo le tre milizie il cavaliere può decidere se tornare alle attività
imprenditoriali della famiglia o se proseguire con incarichi nelle procuratele e infine solo
pochissimi raggiungono ruoli di prefettura. Gli equites in piena età imperiale, a meno che
l’Imperatore non li scegliesse come viri boni, non potevano accedere alla carriera senatoria ed
entrare in senato.

1. Le tres militiae o militiae equestris


= carica che durava tre anni a partire da Nerone (mentre per i senatori solamente un anno, quello del
tribunato laticlavio; una differenza importante, inoltre, era che mentre per i senatori l’anno di
militare arrivava dopo un anno di servizio amministrativo, per i cavalieri era la prima carica e
durava di più: questo fece sì che ben presto divennero più preparati dei senatori a livello militare).
- Prefettura di coorte (PRAEF. / TRIB. COHORTIS) → comando per 1 anno di una coorte ausiliaria
(gli ausiliari erano i soldati peregrini, stranieri) nel ruolo di prefetto (carica autonoma).
- Prefettura d’ala (PRAEF. ALAE)→ comando per 1 anno di un’ala di cavalleria nel ruolo di
prefetto (carica autonoma).
- Tribunato legionario angusticlavio (TRIB. MIL. LEG.)→ servizio per 1 anno con età minima di 25
anni nella legione a fianco di un giovane senatore laticlavio (1 laticlavio, 5 angusticlavi) al servizio
del comandante della legione (carica subalterna). Spesso gli angusticlavi finivano per avere un ruolo
militare più significativo dei laticlavi, perché avevano già due anni di esperienza alle spalle.

A questo punto il cavaliere poteva decidere se tornare agli affari di famiglia o continuare con
cariche pubbliche, le procuratele.

2. Procuratele
= i cavalieri diventano agenti imperiali (alti funzionari) e hanno funzioni dirette nella finanza, nella
cancelleria, nell’amministrazione: nel governo delle province procuratorie (province alpine, Rezia,
Norico, Mauretania, Tracia ante Traiano), nell’amministrazione finanziaria delle province imperiali,
nell’amministrazione dei beni dell’imperatore in quelle senatorie. Le procuratele passano da 110 nel
I secolo a 160 nel III secolo. Come subalterni hanno i liberti imperiali, che diventano sempre più
potenti. La procuratela non dura necessariamente un anno, ma quanto serve. A partire da Adriano in
poi l’avanzamento di carriera è segnato dalla retribuzione:
- SEXAGENARII → 60000 sesterzi annui
- CENTENARII → 100000 sesterzi
- DUCENARII → 20000 sesterzi
- TRICENARII → 300000 sesterzi

A questo punto solo pochissimi proseguivano nella carriera delle prefetture, era un gradino
eccezionale.

3. Altre prefetture
= funzioni militari e di polizia. Non sono in ordine di grado:
- Praefectus VIGILUM (7 coorti dal 6 d.C.) → forze di polizia urbana e sicurezza civile
(spegnimento incendi) a Roma.
- Praefectus ANNONAE (dall’8 d.C.) → responsabile dell’approvvigionamento di grano e olio
(annona) a Roma.
- Praefectus ALEXANDREAE ET AEGYPTI → vice-re dell’Egitto → governo dell’Egitto
(amministrazione civile, finanziaria, giustizia ed esercito), che era un dominio personale
dell’imperatore.
- Praefectus PRAETORIO (dal 2 a.C.): 2 posti → era la carica più elevata (insieme al prefetto
d’Egitto), era il capo delle guardie reali, i pretoriani, l’unica forza armata a Roma.

A partire da Marco Aurelio ai cavalieri spetta il titolo di vir egregius (VE), solo ai più alti gradi
quello di vir perfectissimus (VP) e solo al prefetto del pretorio vir eminentissimus (VEM).
Vediamo un esempio di epigrafe proveniente dall’Egitto e databile 222-223 d.C. dove si trova
VEM:

HONORATUM
E-M-V
PACILIVS-T-YCHIANUS
c LEG II TR F G – SEVEP

A ONORATO
EMINENTISSIMUM VIR= PREFETTO DEL PRETORIO
IO, PACILIUS (o Publius Acilius) TYCHIANUS (la suddivisione delle parole è errata)
CENTURIONE (la c retroversa indica sia la manumissio da parte di una donna che il grado di
centurione) DELLA LEGIONE II FORTIS GERMANICAE SEVERIANAE

3. Il cursus honorum municipale

Chi non possedeva requisiti di censo, ad esempio la borghesia imprenditoriale, poteva accedere ad
una carriera minore: nell’amministrazione civile (spesso liberti imperiali), nelle funzioni militari di
rango più basso fino al grado di centurione, nelle cariche civili e religiose delle città (municipi e
colonie), nelle corporazioni. Qui ci concentriamo sulla carriera civile e religiosa delle città: i
municipi e le colonie.

Condizioni di partenza:

1. Ordo decurionum: carica a vita nel senato locale, come decurio.


2. Questura: stessa carica dei questori romani ma in ambito locale: gestione della cassa municipale.

3. Quattruorvirato o duovirato a seconda se ci troviamo in municipio o in una colonia:


- Quattruorvirato nei municipi: a differenza delle colonie, fondazioni di Roma e a immagine di
Roma stessa, i municipi conservavano inizialmente ordinamenti autonomi e propri magistrati; fu in
seguito alla guerra sociale, dopo l’89-88 a.C., che in un quadro di generale ristrutturazione
amministrativa dell'Italia, fu scelta la forma del municipio, quale struttura organizzativa generale, e
il quattorvirato come magistratura comune. Insomma il municipio prese le cariche romane e dismise
quelle autonome.
• 2 quattruorviri iure dicundo= magistrati eponimi tipo i consoli a Roma.
• 2 quattruorviri aedilicia potestate (o aediles)= tipo edili a Roma, si occupavano di viabilità,
di provvigione annonaria. Questo gradino era in realtà preparatorio a quello precedente e gli
edili erano subalterni ai quattruorviri iure dicundo.
Entrambe queste cariche sono annuali e conferite da comizi popolari locali. Alle cariche politiche si
affiancavano quelle religiose, tanto che i quattruorviri erano coadiuvati da altri sacerdoti locali
(pontefici, flamines, flaminicae, seviri, seviri augustales).
- Duovirato nelle colonie (ma anche in alcuni municipi repubblicani e a via via in tutti i municipi a
partire dalla lex municipalis Tarantina del I a.C. che stabilì l’inizio del passaggio da quattruorvirato
a duovirato nei municipi):
• 2 duoviri iure dicundo= vedi sopra
• 2 duoviri aedilicia potestate= vedi sopra.
Se i duoviri iure dicundo si trovavano a rivestire la carica nell’anno in cui andavano dirette le
operazioni di censimento, vengono chiamati quinquennales (QQ), titolo che si aggiunge al nome
della loro carica.

Dalla metà del III secolo in poi

Con Gallieno, a metà del III secolo, il cursus honorum subì delle sostanziali modifiche. Intanto, per
la necessità di avere un esercito esperto, si preferirono i cavalieri nelle cariche di comando
legionario e in generale nelle questioni militari. Con Diocleziano e poi con Costantino, infine, si
annullò la dualità di percorso nella carriera (senatori-cavalieri), che divenne unica e semplificata.
Per tutti c’era il cursus honorum misto. Ci si poteva accedere in due modi:
- se un giovane è di classe senatoria dalla nascita può rivestire normalmente le cariche del cursus
honorum senatorio precedente oppure può essere esonerato dall’Imperatore e passare direttamente
alla pretura;
- se un giovane non è di classe senatoria può comunque accedere al cursus honorum senatorio
(ormai era unico per tutti) per adlectio in amplissimum ordinem, che gli permetteva di diventare
console (intra consulares) per mano dell’Imperatore. Il senato si arricchì di giovani provenienti
dalle province.

Tutti i senatori romani della tarda antichità portavano il titolo di vir clarissimus (come abbiamo
visto), un uso che si era gradualmente sviluppato durante i primi due secoli. Durante il quarto
secolo, con questa espansione dell'ordine senatorio, il titolo era divenuto relativamente comune e
nuovi titoli, quelli di vir clarissimus et spectabilis (CS- VC ET S) e vir clarissimus et illustris (CI-
VC ET I), furono introdotti per distinguere i senatori con cariche di alto rango.

6. TITOLATURA IMPERIALE E DELLA DOMUS IMPERIALE

6.1 La titolatura dell’Imperatore

La titolatura imperiale comprende i nomi, le cariche e gli altri titoli ufficiali degli Imperatori.

Vediamo l’esempio della titolatura imperiale di Traiano sull’arco di Traiano a Benevento (fot. 20).

> Nomi
1. Imperator= originariamente era un titolo conferito dal senato dopo un trionfo militare, ma per gli
Imperatori (ad eccezione di Tiberio, Caligola, Claudio, perché vengono dopo Augusto) viene usato
al posto del prenome.
2. Caesar= in origine era il cognome della gens Iulia, ma a partire da Augusto divenne il gentilizio
degli Imperatori.
3. Divi Nervae filius= “divus” indicava la divinizzazione che poteva avvenire solamente dopo la
morte e che costituiva l’opposto della damnatio memoriae (erasione del nome da tutti i monumenti
ufficiali e abbattimento della testa dalle statue e dai busti). Nerva viene indicato come padre di
Traiano, anche se Traiano fu adottato da Nerva nel 97 d.C. (come patronimico può essere indicato
anche il membro più significativo della famiglia).
4. Nerva Traianus= è l’onomastica anteriore all’ascesa al trono: il cognome dell’adottante+il
cognome di origine (perché non il gentilizio di origine= Cocceius?).
5. Augustus= titolo onorifico e sacrale che diventa il cognome degli Imperatori.
6. Optimo= cognomen ex virtute: sono cognomi concessi dal senato per meriti militari e in età
imperiale sono optimus, pius felix, pius felix invictus, andando verso il tardo antico soppiantati dai
più magniloquenti semper Augustus, perpetuus Augustus, victor ac triumphator semper Augustus.
Traiano assume il cognomen “optimus” nel luglio/agosto 114 d.C.: è il primo elemento datante
dell’epigrafe.
7. Germanicus, Dacicus= cognomina devictarum gentium: concessi sempre dal senato per vittorie
militari e basati sull’etnico dei popoli vinti (in questo caso Svevi e Daci). A partire da Marco
Aurelio si fa seguire da maximus e si ha ad esempio Germanicus maximus. Enfasi eccessiva
nell’onomastica nel IV secolo porta ad un rifacimento dell’onomastica stessa. L’iscrizione deve
essere precedente al 116 d.C., anno in cui assunse il cognome Particus: secondo elemento datante.

> Cariche

8. Pontifex maximus: da Cesare e Augusto in poi gli Imperatori sono anche i capi supremi della
religione di stato.
9. Tribunicia potestas: prima carica concessa in età repubblicana ai plebei, che aveva tre diritti
fondamentali: lo ius auxilii (diritto di soccorrere un plebeo minacciato dai patrizi), ius coercitionis
(diritto a incarcerare chi era anche solo sospettato di agire contro la plebe), ius intercessionis (diritto
di porre il veto alla proposta di un magistrato che danneggiasse la plebe, compreso un collega
tribuno). Vista l’importanza e vista la sacrosantitas (l’inviolabilità con pena capitale per i
trasgressori) del tribuno della plebe, ben presto divenne una carica ambita dagli imperatori. Da
Augusto diventa una carica imperiale (lui lo diventa nel 23 a.C.) che viene assunta a partire
dall’intronazione ogni anno (rimane di facciata una carica annuale) ma per tutti gli anni di regno.
Insomma quando si diventa imperatore si riceve la tribunicia potestas I. Da Traiano in poi viene
assunta sempre il 10 di dicembre (in occasione del Septimonium, festa dei sette colli di Roma)
quindi c’è questa situazione: Traiano ad esempio diventa imperatore il 27 gennaio 98 d.C. e riceve
la I tribunicia potestas; il 10 di dicembre dello stesso anno riceve la II t.p. Talvolta viene attribuita
anche ai principi associati al regno, che quando diventano imperatori non ricominciano da capo ma
continuano il computo. Qui siamo alla t.p. XVIII quindi al 17° anno di regno di Traiano, il 114: è il
terzo elemento datante.
10: Imperator VII: il titolo è qui usato con la valenza originaria di “comandante vittorioso” e viene
attribuito dal senato quando la truppa procede alla salutatio imperatoria, l’acclamazione del
comandante che è necessaria perché il senato conceda il trionfo e il titolo di imperator.
L’imperatore ottiene la sua prima salutatio il giorno della presa del potere, quindi alla prima vittoria
militare (per mano sua o dei suoi luogotenenti) saremo alla II salutatio. Qui abbiamo Imperator VII
che indica 1 salutatio al momento dell’ascesa al potere e 6 vittorie militari. Non è un elemento
datante assoluto perché la concessione del titolo è sporadica. Comunque sappiamo che Traiano fu
Imperator VII nel settembre 114 d.C.
11. Consul VI: da Augusto in poi gli Imperatori rivestono anche il consolato e diventano consoli
eponimi per qualche mese prima di lasciare il posto ai suffecti che completano la magistratura
annuale. Quando compare COS DES nelle iscrizioni indica il consul designatus, che significa che
l’anno successivo quella persona sarebbe diventata console (si può mantenere il titolo fino al 31
dicembre dell’anno precedente a quello della carica). Non tutti gli anni gli Imperatori diventavano
consoli, ad esempio Traiano lo è stato solo 6 volte dal 98 d.C. al 117 d.C.
12. Pater Patriae: da Augusto in poi (2 a.C. con l’inaugurazione del Foro di Augusto) divenne una
prerogativa imperiale, la protezione di tutte le famiglie della patria assimilabile al pater familias per
i privati. Era un titolo conferito dal senato ma a partire da Commodo venne concesso dal momento
della presa del potere.
13. Censura: altro titolo che potrebbe essere esplicitato. È una carica in origine legata alle pratiche
di censimento che fu rivestita da tutti gli imperatori. Domiziano ne fece un uso aberrante e da quel
momento in poi divenne motivo d’odio, per questo non fu più esplicitata nella titolatura.
14. Proconsolato: veniva affidato agli imperatori quando erano assenti dall’Italia, ma da Settimio
Severo divenne un titolo fisso di tutti gli Imperatori.

> Titoli complementari

15. Titoli di lode: qui abbiamo providentissimus princeps, ma c’erano anche dominus
indulgentissimus militaris, fundator sacrae urbis, firmator spei, rector orbis ac dominus. Più è
altisonante più è tardo, è evidente il clima sempre più autocratico e sacrale che circonda
l’imperatore, tanto che con il tempo l’iniziale prenome IMP (Imperator) viene sostituito da DOM
(Dominus) o da DN (Dominus Noster) nel IV secolo.

6.2 Titolatura dei personaggi della domus imperiale

Anche i famigliari dell’Imperatore (che componevano la domus augusta o, in età tarda, la domus
divina) avevano diritto ad una specifica titolatura.

> Principi ed eredi al trono


- principes iuventutis: i primi furono Gaio Cesare e Lucio Cesare adottati da Augusto.
- Caesar: aggiunsero questo titolo dagli Antonini in poi, che, per non essere confuso con il normale
gentilizio che era sempre Caesar, veniva posto in fondo a tutta la titolatura e veniva corredato da
altre denotazioni come Imperii heres o Imperator destinatus.

> Donne di famiglia


- Augusta: la prima fu Livia, moglie di Augusto, che prese questo titolo alla sua morte
(designandola quasi come imperatrice al posto del marito). Questo titolo non era destinato solo alle
mogli, ma anche alle nonne, sorelle, nipoti dell’Imperatore. Altri titoli riservati alle mogli degli
Imperatori, alle Imperatrici, erano trasposizioni di quelli del marito: Mater Patriae, Mater Senatus,
Mater Castrorum (l’ultimo soprattutto in epoca severa, quando le donne ebbero un ruolo
predominante nella politica dei mariti).

Ancora una precisazione sull’annullamento dell’onomastica in caso di damnatio memoriae:


l’erasione poteva essere ancora parzialmente leggibile (si leggono le lettere sotto), poteva essere
totale (cancellazione dell’intera dedica), poteva essere parziale (cancellazione di un nome o di un
pezzetto di dedica che poteva essere reimpiegato per un’altra persona). La damnatio memoriae era
concessa dal senato (galleria Garibaldi era galleria Vittorio Emanuele III).
7. LE BANCHE DATI

Guarda quaderno.

8. GITA AL MUSEO DI SESTRI LEVANTE: LA LIGURIA ROMANA

1. Cippo confinario del monte Ramaceto

- Supporto: cippo confinario in arenaria locale opistografo.


- Testo: (a) Caesaris n. - (b) P.M.G
- Trascrizione: (a) Caesaris n(ostri) - (b) P(ublici) M(unicipii) G(enuensium)
- Traduzione: (a) (Proprietà) del nostro Imperatore - (b) (Proprietà) del pubblico municipio dei -
Genovesi.
- Datazione: II d.C.
- Descrizione:
È un cippo confinario, un terminus, che veniva posto in un punto emblematico di una strada o di un
percorso e ne segnava il confine: in questo caso segna il confine tra una proprietà imperiale e una
proprietà del municipio romano di Genova, che è l’interpretazione più probabile rispetto a quella
che vuole P.M.G come il prenome, gentilizio, cognome di un privato. Le lettere non sono bellissime
ma rispettano le tecniche di abbreviazione delle epigrafi (vedi N). Il reperto è stato ritrovato sul
monte Ramaceto da una guardia forestale che lo ha fotografato e se ne è dimenticato per decenni.
Una volta in pensione lo ha mostrato a Mennella, il quale ha sguinzagliato i fungaioli che lo hanno
ritrovato abbattuto orizzontalmente. Il reperto è importante per due motivi: delimitando un latifondo
imperiale sconvolge innanzi tutto l’idea che la riviera di levante fosse caratterizzata solo da piccole
proprietà terriere e poi cambia la storia della proprietà imperiale italica, in quanto prima di questo
momento non si aveva una effettiva geolocalizzazione delle proprietà italiche dell’Imperatore in
Italia, pur sapendo della loro esistenza da molti documenti come la tavola di Velleia. Il nostro cippo
si trova nella IX regio romana, nel territorio che afferiva a Genua, ed è particolarmente interessante
proprio perché amplia la visione che ci è fornita dalla stessa tavola bronzea di Velleia (Piacenza), un
catasto rurale con proprietà fondiarie dell’agro piacentino pressoché contemporaneo, che arriva fino
alla Liguria del levante. Perché un Imperatore doveva voler tenere una proprietà privata in questa
zona della Liguria? Perché doveva esserci un bene da amministrare che poteva essere il sale oppure,
più probabile, il commercio del legname (si trovava in una faggeta, forse nel territorio ereditato dai
marchesi Marana di Chiavari).

2. Base del cavaliere della Liguria

- Supporto: una base di statua scritta su due lati.


- Testo: (a) L. Minicio / M. f. Gal. / Pulchro / domo Tigul/lis ex{s} / Liguria / praef. eq. / amici /
Salenses / l.d.d.d.
(b) Imp. Caesari / Flavio Val. / Constanti/no maximo / Pio Felic. In/victo Aug. / r.p. Salensium d.d.
- Trascrizione: (a) Lucio Minicio Marci filio Galeria tribu Pulchro domo Tigullis ex Liguria
praefecto equitum amici Salenses locus datus decreto decurionum.
(b) Imperatori Cesari Flacio Valerio Constantino maximo Pio Felici Invicto Augusto res publica
Salensium decreto decurionum.
- Traduzione: (a) A Lucio Minicio Pulchro figlio di Marco della tribù Galeria originario del Tigullio
dalla Liguria prefetto della cavalleria, gli amici di Sala hanno donato, luogo pubblico concesso
previa decreto decreto decurionale.
(b) All’Imperatore Cesare Flavio Valerio Costantino massimo Pio Felice Invincibile Augusto, la
repubblica degli abitanti di Sala ha donato per decreto decurionale.
- Datazione: 140 d.C.
- Descrizione:
La base della statua presenta una dedica da parte dei cittadini di Sala (Mauretania Tingitana,
Marocco) ad un cavaliere ligure della zona del Tigullio. Dalla sua onomastica possiamo capire che
era giovane perché era prefetto della cavalleria, una delle tre milizie di partenza per la carriera
equestre, che proveniva dal Tigullio e che il Tigullio era adtributus, attribuito, al municipio di
Genova, perché la tribù Galeria era quella dei cittadini genovesi. L’iscrizione è onoraria, un arredo
urbano che doveva trovarsi in un foro o in una basilica. Essendo un monumento privato (eretto da
amici) per essere esposto in uno spazio pubblico doveva ricevere l’autorizzazione da parte del
senato locale. Il cavaliere doveva essersi distinto per qualche merito in questa zona e doveva essere
tornato in patria: forse ad amministrare la faggeta del cippo del Ramaceto? (I beni imperiali
amministrati solo da equestri).
L’altro lato presenta una dedica sovraiscritta più monumentale a Costantino non successiva al 324
d.C.

3. Stele funeraria di Giovanni

- Supporto: stele funeraria di grettone bianco (marmo locale).


- Testo: ((:Christogramma)) Hic requiescit / in pace b.m. Iohn/nes, qui vixit plus minus an/nos
XXXIIIII et transiit sub die IIII kal. Octobres. Fausto Iuniore ṽ.č. consule.
- Trascrizione: Hic requiescit in pace bonae memoriae Iohannes, qui vixit plus minus annos
XXXIIIII (triginta quinque) et transiit sub die IIII (quattruor, ma secondo me è quartum) kalendas
octobres. Fausto Iuniore viro clarissimo console.
- Traduzione: Qui riposa in pace alla buona memoria Giovanni, che visse più o meno 35 anni e morì
4 giorni prima (sub) delle Calende di Ottobre. Da Fausto Minore console e vir clarissimus.
- Datazione: 490 d.C.
- Descrizione:
È una stele se è destinata ad essere infissa nel terreno, quindi se ha andamento verticale e se
presenta uno spazio libero e non iscritto in fondo. Per le iscrizioni paleocristiane come questa
spesso si parla di lastra e non di stele, perché non erano interrate ma dovevano decorare un
monumento sepolcrale. È l’unico monumento paleocristiano del Levante, proviene da Ruta-
Camogli. Venne già censito dal Mommsen che però non lo vide, ma lo documentò per tradizione
manoscritta. Trovato nell’area della chiesetta di San Michele. In cima presenta un Chrismon (☧)), un
monogramma del nome di Cristo unito ad una croce. L’iscrizione presenta tipici tratti dell’epigrafia
paleocristiana: formule come hic requiescit o bonae memoriae, onomastica ridotta al minimo
(Iohannes) per evitare la tracotanza, indicazione sminuita della vita (più o meno) e enorme
precisione nella data della morte. È interessante perché proprio la formula bonae memoriae ha dato
vita ad un secolare equivoco: si è interpretato come bonus martyr e tutt’ora si venera come martire
in una festività estiva. La datazione può essere molto precisa perché Flavio Probo Fausto (detto
Iunior) che dedica la stele è console in Occidente nel 490 insieme a Longino nella parte orientale.
La datazione consolare non scompare infatti con il 476 d.C., ma rimane in vigore fino al 534 d.C.
quando viene abolita da Giustiniano. Dopo questa data si considera come metodo datante il post-
consolato: si indicano ad esempio 8, 9, 10 ecc anni dopo l’ultimo consolato (che è appunto quello
del 534 d.C.).

4. Bollo in planta pedis

- Supporto: è un frammento di terra sigillata italica che presenta un bollo, un marchio di fabbrica
che indicava la provenienza.
- Testo: L. Rasin[---]
- Trascrizione: L(ucius) Rasin[ius Pisanus]
- Traduzione: Lucio Rasinio di Pisa
- Datazione: I d.C.
- Descrizione: possiamo ricostruire con una certa precisione il nome del possessore dell’officina
perché se ne ritrovano vari con la stessa dicitura che rimanda all’area pisana.

9. CLASSIFICAZIONE EPIGRAFICA

Le epigrafi latine si distinguono in:


- Tituli (iscrizioni in senso stretto): iscrizioni sacre, onorarie, sepolcrali, relative a opere pubbliche,
colonne miliarie, cippi terminali, su instrumentum domesticum o meglio inscriptum.
- Acta (atti): leggi, delibere del senato (senatus consultum), documenti emanati dall’Imperatore o
dai magistrati, elenchi dei consoli, calendari, disposizioni relative all’esercito, ai collegi, alle
associazioni di finalità pubblica, insomma tutti i documenti che hanno un atto di delibera pubblica.
Si aggiungono a questi gli atti tra privati: compravendite, testamenti, contratti di affitto, di
matrimonio, ecc.

1. Tituli

1. Iscrizioni sacre

= Apposte su oggetti votivi, su monumenti dedicati alle divinità (posti nella parte sacra della città,
di un tempio, della casa).
a) NOME DELLA DIVINITÀ DEDICATARIA (al dativo o più raro al genitivo, con epiteto più
comune: per Giove poteva essere optimus maximus oppure conservator, per Giunone regina, per
Apollo augustus)
b) DEDICANTE (al nominativo)
c) PROFESSIONE O CARRIERA DEL DEDICANTE (raro)
d) OFFERTA (tipo di monumento dedicato ad esempio signum=statua, monumentum, templum,
anche se questa informazione era spesso omessa perché era evidente cosa era stato dedicato)
e) VERBO O FORMULA DI DEDICAZIONE (solo il verbo es. f(ecit), p(osuit), d(edit), oppure
delle formule come V(otum) S(olvit) L(ibens) L(aeto) M(erito), D(onum) D(edit), S(ua) P(ecunia)
F(ecit); le formule spesso denotavano un’autocelebrazione del dedicante).

2. Iscrizioni onorarie

= dedicate a uomini illustri per le loro benemerenze (in età repubblicana erano molto rare, poi si
sono generalizzate sotto l’impero e furono dedicate sempre più spesso agli imperatori), si
avvicinano molto alle dediche sacre. Le iscrizioni onorarie possono essere essere di visibilità
pubblica e quindi collocate su statue, colonne, archi, ecc. dedicate da una comunità a un singolo o
da un privato a un privato (e in questo caso necessitano della sigla LDDD= locus datus decreto
decurionum - es. dell’iscrizione onoraria del liberto al patrono) oppure di visibilità privata e quindi
poste nelle case (ad esempio i liberti erano soliti dedicare delle erme con iscrizione poste
nell’atrium della domus). Queste ultime studiate da Verner Hack.

a) DEDICATARIO (nome e titoli del personaggio onorato al nominativo nella fase più antica o al
dativo)
b) CURSUS HONORUM (del dedicatario)
c) DEDICANTE (al nominativo, una persona o una comunità)
d) MOTIVO DELLA DEDICA (abbastanza raro)
e) VERBO DI DEDICAZIONE (fecit, posuit, ecc.)

3. Iscrizioni sepolcrali
= Sono la maggior parte di quelle che ci sono arrivate perché fanno parte dei monumenti dove
stavano i defunti cremati o inumati. Spesso sulla stele funeraria (o lastra vedi sopra) oltre
all’iscrizione c’era anche una precisa iconografia: potevano esserci in bassorilievo il busto o il volto
dei defunti, elementi che rimandano alla loro professione, elementi che rimandano al culto funebre
(urceus - brocca-, patera – coppa piatta-). A seconda dell’epoca le epigrafi sepolcrali possono essere
semplicissime o molto articolate. Sono difficilmente databili e l’unico aggancio è spesso il
patronimico (che ci rivela anche la condizione giuridica). I tipi di sepolture romane: fossa terragna,
tomba a cappuccina, sepoltura infantile ad anfora, cassa di legno, tomba in laterizi con copertura in
pietra.

a) INTESTAZIONE (D(is) M(anibus) – adprecatio agli dei buoni inferi)


b) NOME DEFUNTO (al nominativo, genitivo se riferito a “Dis Manibus”, dativo)
c) QUALIFICA O PROFESSIONE DEFUNTO
d) DATI BIOMETRICI (quanto è vissuto es. v(ixit) a(nnos) L)
e) NOME DEDICANTE
f) LEGAMI PARENTELA CON DEFUNTO: a questo punto si può specificare il desiderio che
anche il dedicante venga sepolto lì se esiste un precedente permesso del defunto. Alcuni infatti
predisponevano la propria sepoltura ancora in vita e sulla stele compariva in cima V(ivus) F(ecit).
g) FORMULA DI CIRCOSTANZA
h) FORMULA AUGURALE (a cui poteva essere associata una sentenza di commiato, un’apostrofe
al viandante perché spesso queste tombe si trovavano nelle vie di entrata e uscita dalla città).
i) FORMULA DI AVVERTIMENTO (a non violare il possesso della tomba, a riservare la proprietà
della tomba al solo defunto e non agli eredi, a specificare che invece poteva essere estesa a eredi o
liberti, avvertimenti con riportate le sanzioni pecuniarie riservate a chi violava i sepolcri, formule
apotropaiche come ad esempio H(oc) M(onumentum) D(olus) M(alus) A(besto)= che il danno
malvagio stia lontano da questo monumento).
l) PEDATURA (indicazione della grandezza dell’area sepolcrale interessata da quel defunto, con
queste indicazioni in f(ronte) pedes X – in a(gro) pedes XII, cioè in larghezza piedi 10, in lunghezza
piedi 12).

4. Iscrizioni sepolcrali

= parallelamente alla monumentalizzazione delle città si sviluppano iscrizioni su templi, terme,


anfiteatri, ponti, acquedotti, almeno a partire dalla fine dell’età repubblicana.
In età repubblicana erano iscrizioni molto brevi, volevano essere incisive per poter essere lette da
chi passava frettolosamente e per questo avevano anche caratteri molto grandi. In età imperiale sono
meno concise perché fanno riferimento agli Imperatori che hanno concesso quelle opere pubbliche.
Se vengono ritrovate fuori contesto si confondono con le iscrizioni onorarie (esempio: iscrizione di
La Turbie (Francia) che segna la fine delle guerre alpine ed elenca le gentes devictae, ricostruita
grazie alla fonte pliniana).

a) AUTORE DELL’OPERA PUBBLICA (imperatore o magistrato)


b) QUALIFICA (in caso di magistrato)
c) TIPOLOGIA OPERA PUBBLICA (raro in quelle repubblicane)
d) VERBO DI ESECUZIONE (extruit, fecit, ecc.)

5. Iscrizioni su miliario

= sono sempre iscrizioni su opera pubblica. Miliari sono posti su vie consolari romane e indicano la
strada percorsa e quella da percorrere. Un milio romano corrisponde a 1,5 km.
- 1° tipo miliari: cifra + m(ilia) p(assum). Le milia si calcolano o dall’inizio della strada (a Roma) o
dalla località più vicina.
- 2° tipo miliari:
a) NOME MAGISTRATO O IMPERATORE (che hanno costruito la strada)
b) QUALIFICA
c) VERBO
d) INDICAZIONE DELLA DISTANZA (m(ilia) p(assum))
- 3° tipo miliari: hanno in più
e) ESECUTORE RESTAURO O SOPRINTENDENTE ALLA MANUTENZIONE (in nominativo
o dativo + fecit, iussit, munivit, ponit)
f) INDICAZIONE DI PROVENTI DI SPESA

6. Iscrizioni su cippi terminali


Anche fluviali, dicitura non standardizzata.

7. Iscrizioni su instrumentum inscriptum

Spesso questo genere di iscrizioni è sfuggita alla classificazione tradizionale perché sono state
raccolte in maniera dispersiva nel CIL e perché tradizionalmente affibbiate a pubblicazioni di tipo
archeologico. Sono graffiti, bolli, firme, sigle apposti su oggetti di uso comune, di proprietà statale
(instrumentum publicum) oppure privata (instrumentum domesticum), che possono essere vasi,
misure connesse a blocchi di marmo, pesi da telaio, attrezzi, sigilli per oculisti (apposti sui colliri),
fistulae aquariae (tubi), tessere lusoriae, collari degli schiavi. Ci parlano della storia della
manifattura antica e della vita quotidiana, stanno assumendo importanza.

2. Acta

Sono iscrizioni contenenti atti pubblici o privati, particolarmente interessanti per il diritto romano.
Atti pubblici: leggi, senato consulti, documenti emanati dall’imperatore, diplomi militari, documenti
emanati dai magistrati, atti pubblici del popolo romano. Atti privati: tessere ospitales e tabulae
patronatus.

1. Leges
= in età repubblicana erano connesse alla funzione dei comizi (Tavola di Polcevera 117 a.C.),
mentre in età imperiale vanno a convergere con le decisioni del senato e dell’Imperatore (es. Lex de
imperio Vespasiani età flavia I d.C.).
a) INDEX o PRAESCRIPTIO (introduzione generale)
b) TESTO
c) SANCTIO (conclusione)

2. Senato consulto
= disposizioni generali del senato, ne abbiamo molte nei municipi ispanici
a) PREAMBOLO o PRAESCRIPTIO: rendere atto all’assemblea del motivo della convocazione
b) RELATIO: enunciazione dell’argomento cui segue il voto
c) SENTENTIA: delibera

3. Documenti dell’Imperatore
- edicta= disposizioni legislative a carattere generale;
- mandata= istruzioni per funzionari e governatori provinciali;
- decreta= decisioni eccezionali prese dall’Imperatore in determinate circostanze;
- epistulae/rescripta= risposte dell’ufficio dell’Imperatore a questioni che gli erano state rivolte da
magistrati o privati. Il servizio ab epistulis è il servizio della cancelleria imperiale (che da Claudio
in poi fu caratterizzato dai liberti).

4. Diplomi militari o tabulae honestae missionis


= l’honesta missio è il congedo militare dopo 25 anni di servizio
Erano delle costituzioni emanate dall’Imperatore che garantivano privilegi a chi arrivava al
congedo: la possibilità di accedere alla cittadinanza romana e la possibilità di contrarre matrimonio
legittimo. La constitutio originale in bronzo veniva esposta a Roma vicino al Campidoglio, per far
vedere a tutti i nomi dei nuovi cittadini romani. La copia in bronzo consegnata al soldato in
presenza di testimoni era fatta come segue. Il diploma era costituito da due tavole di bronzo
incernierate tra loro. Le iscrizioni sarebbero state incise su entrambi i lati, di entrambe le piastre. Il
testo completo di un diploma era inciso sul lato esterno della cosiddetta tavola 1, mentre sul lato
esterno della tavola 2 erano visualizzati i nomi dei 7 testimoni che partecipavano alla cerimonia, i
loro sigilli, coperti e protetti da strisce di metallo (guarnizioni che raramente sopravvissero, essendo
di materiale organico). Il testo della tavola 1 fu riprodotto esattamente sui due lati interni. Le piastre
sarebbero poi state ripiegate, chiuse e sigillate insieme, in modo che l'iscrizione esterna risultasse
leggibile senza rompere i sigilli. L'iscrizione interna era in sostanza la copia ufficiale di un atto
notarile del testo pubblicato sulla constitutio a Roma. La doppia iscrizione ed i sigilli servivano
presumibilmente ad impedire la falsificazione o l'alterazione.

5. Documenti dei magistrati


- edicta= disposizioni generali da parte di magistrati (editto del pretore urbano a Roma “De campo
Esquilino” posta in 3 copie su cippo per delimitare la parte destinata a discarica);
- rescripta= risposta pubbliche a richieste;
- decreta= decisione prese in particolari circostanze.

6. Atti pubblici del popolo romano


- fasti: elenchi ufficiali dei consoli (fasti consolari, dove si elencano anno per anno i consoli) o dei
trionfi (fasti trionfali, dove si elencano i vari trionfi in successione).

7. Tesserae ospitales e tabulae patronatus

In una fase più antica le tesserae ospitales erano delle “figurine” scambiate tra due privati
appartenenti all’elite dirigente che si garantivano la reciproca ospitalità nella terra dell’altro e la
possibilità di fare affari. Erano spesso di forma animale (testa in bronzo con corpo in legno non
conservato) e dietro la testa c’erano i nomi dei contraenti. In una fase più avanzata si parla di
tabulae patronatus perché l’accordo avveniva tra una comunità (un senato locale) e un patrono
residente in un’altra comunità, un cittadino eminente che ospitava gli ambasciatori della città
straniera contraente a proprie spese (l’equivalente della prossenia greca): in questo caso si poteva
fare una copia su monumento (es. base di statua) dell’accordo (se il privato pagava, altrimenti era
registrato solo nell’archivio del municipio) oppure, con ulteriore delibera del consiglio municipale,
su tabula patronatus. Un caso ancora più specifico era quello in cui la tabula patronatus veniva
redatta in due copie: una da esporre pubblicamente e una da esporre nella casa del patrono come
elemento di arredo.

10. AGGIORNAMENTO DELL’EPIGRAFISTA

Un epigrafista deve:

1. Mantenersi sempre aggiornato


- Annèe Èpigraphique: dal 1888 in Francia, è una rivista annuale sulle scoperte più recenti a livello
epigrafico e sui relativi studi. Ogni volume contiene il testo delle iscrizioni trovate e pubblicate in
quell’anno con un breve commento. Le epigrafi sono ordinate in progressione numerica e ogni
volume presenta abbondanti indici. C’è un volume per anno e siamo 3 anni indietro.
- Guide d’Epigraphique: aggiornamento bibliografico sia del CIL, sia di specifici temi trattati nelle
epigrafi romane (es. aggiornamento bibliografico su quanto si è scoperto sui fasti nel calendario
romano), sia delle epigrafi greche….
- pubblicazioni annuali e periodiche: ad esempio Epigrafica. Periodico internazionale di epigrafia,
pubblicato dal 1939 a Milano e ora a Cagliari oppure Zeitschrift für Papirologie und Epigraphie
pubblicato dal 1967 a Bonn.
- congressi di epigrafia latina ogni 5 anni in una città diversa (2012 Berlino, 2017 Vienna, 2022
Bordeaux) per chi è iscritto all’AIEGL (Association Internationale d’Èpigraphique Grecque et
Latine).

2. Reperire le informazioni sull’epigrafe studiata

- Banche dati online.


- 3 dizionari tecnici (2 più generali, 1 più epigrafico):
> Enciclopedia Pauly Wissowa: dal 1893 pubblicata in Germania, siamo a 100 volumi di cui i più
antichi online, si ripropone la completezza su ogni argomento che emerge dalle fonti, elenca le fonti
e i dibattiti sulle varie questioni.
> Dictionnaire des Antiquités grecques et romaines: dal 1877 al 1918 pubblicato in Francia, sono
usciti 5 volumi tutti online, a cura di Daremberg e Sagliò. Comprende anche una parte di epigrafia
greca ma è più utile per quella romana.
> Dizionario epigrafico di antichità romane: dal 1896 al 1986 (?) pubblicata prima da Ettore de
Ruggero, poi dall’Istituto Italiano di Storia antica fondato da De Sanctis. Sono usciti 4 volumi e ci
si è fermati alla parola “mamma”.

3. Disporre di una buona conoscenza dei modi scrittori in ordine topografico e cronologico

- Informazioni di carattere paleografico che possono essere favorite dalle raccolte di exempla:
volumi di foto e di facsimili che mostrano le varie forme epigrafiche nel corso del tempo e nello
spazio. Un esempio è l’Album of Dated Latin Inscriptions di Gordon, pubblicato a Los Angeles dal
1958 al 1965 in 5 volumi, che contiene solo epigrafi con datazioni precise ad annum.

11. L’EDIZIONE CRITICA

Se devo fare un’edizione critica di un’epigrafe già edita procederò con:


- collatio= raccolta di tutte le edizioni che presentano e trascrivono il testo della nostra epigrafe;
- traditio= confronto puntuale dei testi delle suddette edizioni;
- apparato critico= svolgimento della parte di interpretazione personale del testo. Se l’epigrafe è
inedita la parte precedente non si svolge.

Procedo con l’edizione critica che contiene:

1. Testo dell’epigrafe
Il testo può essere trascritto in diversi modi:
• trascrizione diplomatica= riprodurre fedelmente l’epigrafe in maiuscolo come è scritta su
pietra, andando a capo quando va su pietra (stessa impaginazione), rendendo le eventuali
diverse grandezze delle lettere su pietra usando diverse grandezze di carattere. Es: CIL
• lettere in minuscolo (maiuscola solo per nomi propri) senza differenza per eventuali diverse
grandezze delle lettere su pietra, / per indicare quando l’epigrafe su pietra va a capo. Es:
ILLRP del Degrassi
• trascrizione letteraria= riportare il testo in corsivo con scioglimento delle sigle e andare a
capo quando va a capo l’epigrafe. Es: Supplementa italica (fot. 29).

Per riportare il testo sono necessari una serie di segni diacritici accordati internazionalmente:
(abc) = scioglimento della sigla
[abc]= integrazione quando il testo presenta lacuna materiale
<abc>= integrazione dell’editore per correggere una parola sbagliata es. Tul<l>ius, ora si preferisce
lasciare come è scritto sull’epigrafe.
{abc}= espunzione dell’editore es. Tull{l}ius
[[abc]]= lettere erase (ma leggibili? Altrimenti quale sarebbe la differenza con [abc]?)
[….]= lacuna con 4 lettere mancanti non ipotizzabili
[-----]= strappo materiale superiore, inferiore o laterale

2. Lemma: (o forse precede il testo?) notizie sul luogo e le circostanze del ritrovamento, sul
materiale, sull’aspetto esteriore, sulle dimensioni (anche delle lettere), sulla bibliografia di chi ha
esaminato precedentemente l’epigrafe.

3. Apparato critico: si indicano le scelte altrui non accolte oppure si giustificano le proprie.

4. Datazione del monumento: poche epigrafi hanno la datazione ad annum (solo quelle con
titolatura imperiale o con la coppia consolare indicata), mentre le molte che sono di carattere privato
possono essere datate solamente con datazione relativa in base alla forma del monumento, al
materiale, al contesto in cui è inserita, agli elementi onomastici, all’esame della lingua e
dell’ortografia usata, al tipo di abbreviazioni usate, alla paleografia (fot. 33).

5. Foto originale (soprattutto se pubblicata per la prima volta) e se è poco chiara deve esserci il
facsimile.

6. Raccolte in cui compare la nostra epigrafe: comparatio numerorum, che è il conguaglio dei
numeri e delle sigle con cui l’epigrafe è stata indicata in tutti i precedenti studi.

12. TESSERE LUSORIE

Fot. 35b

Abbiamo visto inizialmente alcune pedine alessandrine in osso di bue a forma di disco con su un
lato un disegno del repertorio egiziano-ellenistico e sull’altro un numerale in numeri romani e una
scritta in greco (es. Σεραπις VII), interpretate a lungo come tessere teatrali (che segnavano il posto)
e solo in un secondo momento come pedine da gioco. Messe in relazione con tabulae lusoriae (una
specie di scacchiera) e con i dadi. Non si capisce bene la relazione tra questi tre elementi di gioco.
Esistevano comunque anche altri tipi di pedine, ad esempio quelle a forma animale (pollo
decapitato, cane, maiale…) che probabilmente non sono delle pedine come le precedenti e che sono
molto diffuse anche a Pompei.

Poi ci siamo concentrati su Roma e abbiamo parlato delle vere e proprie tesserae lusoriae, che
sarebbe meglio definire fiches, perché “tessera” è un termine troppo generico in latino.

Descrizione fisica

Queste tessere sono generalmente realizzate in osso (maiale o bovini), e più raramente in avorio, ed
hanno lunghezze comprese tra 5 e 10 cm, larghezze di 1 cm circa e spessore di mezzo centimetro.
Entrambe le facce del corpo recano delle iscrizioni, rispettivamente un numerale e dall’altra un
sostantivo, un avverbio o una locuzione verbale: queste incisioni, fatte con le sgorbie, venivano
realizzate prima squadrate e poi tondeggianti, come si evince dalle linee guida ancora visibili.
Non è chiaro se venissero colorate o meno, ma da alcuni ritrovamenti non si esclude l’ipotesi: ne è
stata trovata una tinta di rosso, una verde e una nera (ma queste ultime due possono essere frutto di
combustione). Anche le incisioni (biselli) possono essere state colorate, se ne vedono le tracce. Le
tessere vanno sempre lette da sinistra a destra. Le tessere hanno la parte terminale tonda e sono
forate sul lato:

Suddivisioni

Le tessere sono state classificate in 4 macrogruppi in base alla loro decorazione e poi ci sono i
sottogruppi:

1. Tessere con la parte tonda decorata sulla fronte;


2. Tessere con la parte tonda decorata sulla fronte e con il lato decorato;
3. Tessere con il lato decorato;
4. Tessere con il buco sulla fronte della parte tonda.

Le iscrizioni

> I numeri e AL
Gli studi sino ad ora condotti su questa classe di materiale hanno consentito di ricostruire una
sequenza di numerali completa, che va da I a XXV, cui vanno aggiunti il XXVIII, XXIX, XXX e
XL (quindi probabilmente c’erano tutti fino a trenta e poi salto fino a sessanta), da distinguere in
due serie, una delle quali è contraddistinta dalla presenza del nesso AL dopo il numero e una che ne
è priva. Questo AL è stato variamente interpretato: alter (come se indicasse un altro set da gioco),
albus (con il valore di “turno favorevole”), alienus (con il valore di “cedere la tessera a un altro”),
alea (con il valore di “lanciare i dadi”). I numeri 4, 8, 9 possono avere queste grafie: IIII, IIX, VIIII,
per questo è molto importante leggere sempre da sinistra a destra. La lettera L è sempre a forma di
ancora, la E e la F hanno la barretta centrale ridotta, la P è sempre con l’occhiello aperto e a volte
quadrato, la S è sannitica (tratti spigolosi), ci sono apici e l’interpunzione è formata da triangolini.

> Le parole
Finora sono state trovate 250 tessere con aggettivi e sostantivi al nominativo o con verbi alla 3ps.
Alcune sono anepigrafi e forse valevano da jolly nel gioco.
Le parole che riportano sono soprattutto: qualità di persone (felix, pernix), stati di fatto (benest,
malest), parole della sfera sessuale (cugno, amator), parole della sfera del cibo (ebriose, gulo,
popino), parole legate ai giocatori (aliator, ego, rex).
Numerosi sono i volgarismi e gli arcaismi, che le collocano nel periodo non più tardo del II-I a.C.:
aliator invece di aleator, arpax invece di harpax, quaisitor invece di quaestor, fuuco invece di fūco.
Nonostante il linguaggio sembri quello dei giochi di taverna, alcune sono state ritrovate anche nelle
tombe della classe medio agiata.
Ad un primo esame appare subito evidente che non sempre ad uno stesso numerale corrisponde la
medesima parola, che uno stesso termine può essere associato a numerali distinti e che
tendenzialmente ai numeri più bassi si accompagnano concetti negativi e a quelli più alti espressioni
di natura più positiva.

Luoghi di ritrovamento

Molte provengono dal mercato antiquario quindi non si sa nulla dei contesti di ritrovamento, ma
dovevano essere principalmente:
- contesti urbani: ad es. Pompei, I, 16, 3 trovata insieme ad altre due tessere a forma di pollo
decapitato in un armadio. L’incendio è del 79 d.C. ma le tessere risalgono al II-I a.C. e quindi sono
state conservate tutto questo tempo: forse hanno avuto una seconda vita come amuleti.
- ambito funerario: ad es. Perugia, recuperate 16 tessere in una tomba a camera del II a.C. e Corfinio
(Abruzzo) trovate 6 tessere intorno alla tomba a cella mortuaria del I a.C.
- ambito sacrale: es. Populonia, forse legato proprio a quella seconda vita da amuleti e oggetti
personali.
- in butti o ripostigli: es. di butto è Vaste (prov. Lecce) dove sono state ritrovate delle tessere di II
a.C. in un pozzo dopo che erano state buttate da qualcuno, es. di ripostiglio Siracusa, tessere del II-I
a.C.

Area di diffusione

Forte concentrazione, stando ai ritrovamenti, nell’area dell’Italia centro-meridionale, con frange


nella Gallia Narbonese, nella Penisola Iberica, in Sicilia e a Delo. Anche le collezioni ci aiutano a
capire quale fosse l’area di afflusso di questo materiale sul mercato antiquario: principalmente
Roma e Napoli e l’Etruria. La più antica collezione è quella del cardinale Stefano Borgia (XVIII-
XIX), che pone le tessere tra gli oggetti in avorio. Altre collezioni sono quella della famiglia
Castellani, quella di Francesco Martinetti che alimenta il commercio illegale con i tedeschi tanto da
sortire le lamentele di Felice Bernabei e la più grande, di 34 esemplari, quella di Wilhelm Fröhner,
accresciuta grazie all’amico Ludvig Pollak. Anche le collezioni più piccole, ad esempio quella dei
Bruschi Falgari di Tarquinia, confermano l’Etruria, il Lazio e la Campania come i luoghi di maggior
diffusione. Si deduce che anche la produzione, pur non essendo nota nessuna bottega, dovesse
avvenire principalmente nell’Italia centro-meridionale e che poi le tessere venissero esportate lungo
le vie commerciali (tessere della stessa bottega si trovano in luoghi molto lontani).

Funzione
Le funzioni di queste tessere non sono del tutto chiare. L’ipotesi più realistica è che si tratti di fiches
di un gioco, identificato con il ludus latruncolorum, le cui modalità di esecuzione e regole non sono
però al momento ricostruibili. Vediamo le ipotesi avanzate nel tempo:

- Henzen (1848): sono legate alla distribuzione alimentare (AL starebbe per alimenta);
- Gerhard e Mommsen (1849): per non leggere la parola CUNULINGE leggono tutta una perifrasi
per dire che indica il posto dove bisognava sedersi a teatro o all’anfiteatro;
- Gamurrini (1877): intuisce che sono tessere da gioco;
- Hülsen (1896): prima e ultima persona che fa un corpus di queste tessere e cerca di identificare a
che tipo di gioco si riferiscono: ipotizza il ludus latruncolorum.
- Pedroni (1995): fiches con parole d’ordine per il controllo delle sentinelle (è improbabile, le parole
sono troppo poche e ricorrenti).
- Bonamici (2011)/ Casagrande (2012): ci vedono delle sortes.

È difficile da determinare perché nessuna fonte iconografica le rappresenta. La chiave di lettura


deve passare per l’associazione tra numero e parola e il rimando al moderno forse più calzante è
quello della tombola della smorfia napoletana.

13. GITA A LIBARNA

Fotocopie 36, 37, 38.

Libarna è una città romana dal 149 a.C., ma sulla collina di Serravalle esisteva un insediamento
ligure protostorico dal VII secolo a.C. Nell’89 a.C. gli abitanti di Libarna ottengono la cittadinanza
romana (Lex Plautia Papiria, che concesse la cittadinanza a tutti i popoli italici a sud del Po). Nel IV
secolo d.C. questa zona venne abbandonata, anche se forse sarebbe più corretto dire che è cambiato
il modus vivendi della popolazione: sono state infatti trovate una fornace alto medievale e una pieve
di IX secolo poi trasformata in cascina nel 1800. La stratigrafia è molto danneggiata, materiali di
periodi diversi si trovano nello stesso strato. L’aiuto più consistente per la datazione è dato dalle
monete. I reperti ritrovati sono confluiti in due grandi collezioni, la collezione Varni ora a Pegli e la
collezione Capurro ora a Serravalle.
Libarna ha una forma quadrata ed è senza mura difensive, poiché delimitata da due profondi rivi. Le
porte urbiche sono state entrambe ritrovate lungo il cardine massimo, che coincide con un tratto
della Via Postumia inaugurata nel 148 a.C.. Cardi e decumani dividono i quartieri abitativi. In una
zona che non abbiamo visto (al di là della Torino-Genova) sono comparsi la basilica e il foro con il
tempio a causa di una siccità recente che ha bruciato tutta l’erba medica. Sotto le terme (nella zona
del grande albero dove ci siamo fermati a leggere le epigrafi) sono state ritrovate delle olle a bordo
sagomato prodotte da officine ceramiche afferenti alla fase repubblicana, che sposterebbero a un
periodo più tardo le terme, per ora datate allo stesso periodo (I-II d.C.).

> TEATRO
Teatro urbano (non al di fuori della città come succedeva spesso) costruito su un terrapieno. Era alto
circa 15 metri ed era costruito con la tecnica ad opus cementicium con rivestimento in arenaria e
tufo, tipica del Piemonte. Del teatro si conservano orchestra e scena, mentre il portico quadrato è
stato tagliato dal passaggio della Milano-Genova. L’orchestra era provvista di un condotto fognario
che sfociava nel fiume poco distante (oltre il quale passano la Torino-Genova e la strada fatta
costruire dai Savoia) e aveva un ingresso senatorio con due nicchie dove dovevano esserci due
fontane che afferivano a questo sistema idrico. Nella scena si conservano eccezionalmente i fori per
tirare su e giù il sipario.
> DOMUS
Davanti all’anfiteatro c’è la zona abitativa, che ha una prima fase del I a.C. e una seconda del I d.C.
Tra le varie domus c’è quella del Chirurgo, che è stata chiamata così su imitazione di Pompei ma
probabilmente era semplicemente l’infermeria dell’anfiteatro. Dentro una delle domus è stato
trovato il mosaico di Ambrosia, che inseguita dal re trace Licurgo viene trasformata in una vite che
soffoca il suo assalitore. Il mosaico, posto dentro un triclinium, è del II d.C. ed è riconducibile ad
un’officina itinerante di provenienza adriatica (è paragonabile ad alcuni mosaici di Aquileia). Dal
III d.C. in questa zona si innesta una bottega per la tintura di tessuti e questa domus con mosaico
viene molto ridotta o addirittura abbandonata. Nell’abitato sono state ritrovate molte figurine in
ambra, forse degli amuleti: l’ambra veniva importata dal Baltico e veniva lavorata ad Aquileia,
giungendo qui attraverso la via Postumia.
> ANFITEATRO
Non ha la stessa tecnica costruttiva del teatro: è in pietra arenaria e ci sono dei marmi molto spessi a
rivestire internamente il muro (Avitale Pinuccio). La capienza è di 7000 posti e per questo
dobbiamo immaginare che Libarna accogliesse la popolazione anche delle zone rurali intorno per i
giochi anfiteatrali. Lo status di città era consentito ai soli centri abitati con teatro, anfiteatro e foro.
Al centro dell’anfiteatro era posta una sala ipogea da cui si facevano entrare le bestie nell’anfiteatro.
Era presente anche un pozzo, pensato forse per le naumachie. Nell’ipogeo trovate colonne in
arenaria dalla funzione dubbia.

Iscrizioni di Libarna:

1. Ma[t]ronis / C( ) [T]r[e]bius / Nepos v( ) s( ) [l( ) m( )]

_______________________________________________________________________________

Le “Matrone” o “Matrae”, che sono simili alle “Fatae” silvestri, sono divinità di origine celtica
reinterpretate nella religione romana e rappresentate in triade, sedute o danzanti. Questa iscrizione,
del I d.C., dimostra che in quel periodo erano venerate a Libarna.

2. Fausta / h( ) s( ) e( ), ann( ) XXXXV (= ). / L( ) V( ) Felix /


(centurio) coh( ) Lig( ) f( ).

________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________

Iscrizione funebre di I d.C. con indicazione di un collettivo popolare (Ligurum).

3. C( ) Atilius C( ) f( ) Bradua / pecunia sua fecit, / idem / forum lapide quadrat( )/


stravit.

________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________

Bradua è un cognomen importante in Liguria, tanto che anche un senatore di II secolo lo portava.
Lui, come chi è citato in questo monumento di I d.C., sono evergeti in linea con la mentalità
augustea di monumentalizzare i piccoli centri.

4. C( ) Catio C( ) f( ) Severo, / patri, / C( ) Virio C( ) filio Fido, / avo, / Muciae


P( ) f( ) Quartae, / aviae, / C( ) Lucretius Genialis / amicus, / sibi et / Valeriae uxori /
f( ) c( ). / Tu, qui legisti nomina / nostra, vale.

________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________

È una iscrizione funeraria di II d.C. fatta da Caio Lucrezio Geniale per sé, per la moglie, per l’amico
e per la famiglia dell’amico. Il nome Caius va letto sempre Gaius, così come Cneus va letto Gneus.
Questo perché l’introduzione della lettera G come grafia distinta da C è stata tarda (nonostante la
pronuncia fosse differenziata), a cura di Appio Claudio Cieco nel IV a.C.: questi due nomi
conservano la vecchia grafia.

5. C( ) Octavius / Obsequens / et prudens Potitae matri.

________________________________________________________________________________

Per i tria nomina (Gaio Ottavio Obsequens) è databile tra I-II d.C. Qui c’è un gioco di parole perché
il cognome è Obsequens (scritto maiuscolo) a cui il dedicante aggiunge un altro aggettivo prudens
(in minuscolo).

6. D( ) M( ) / Vetti Hermadio/nis, / qui vixit annos XVI (= ), menses III ( ), et


Hermio/nis, quae vixit annos VIII (= ), et / Hermetis, qui vixit ann( ) VII (= ), /
quorum labor humanita/tis et status pietatis in / matrem suam abreptus est. / Hunc titulum Albia
Aphrodisia mater / filis pientissimis [----] /------.

________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________

“dei quali l’amore e la considerazione filiale nei confronti della loro madre sono stati strappati via.
La madre Albia Afrodisia questo monumento ai figli affezionatissimi”.

Iscrizione di II secolo. Nomi greci dei figli, probabilmente morti nella stessa circostanza: peste?

14. SPETTACOLI GLADIATORI

Fonti: “Ludi e munera”, Gregori (2011); “Epigrafia Anfiteatrale dell’Occidente Romano” (EAOR);
“Spettacoli del Colosseo”, Augenti (2001). Fotocopia 39.

Testimonianza di Seneca, Lettere a Lucilio: nella sua testimonianza emerge la suddivisione dei
munera con le venationes al mattino e con i combattimenti gladiatori al pomeriggio (in realtà
munus probabilmente indica solamente la parte dei gladiatori, ma per comodità lo usiamo per tutta
la giornata di spettacolo). Seneca era un dissidente, non amava questi giochi ed elogiava coloro che
erano riusciti a togliersi la vita per non entrare nell’arena: “è da preferirsi una sudicia morte alla più
elegante schiavitù”.

Nell’anfiteatro ognuno aveva il proprio posto, le donne stavano in alto, i soldati stavano separati
dagli altri e il posto d’onore spettava a chi aveva finanziato i giochi (in età imperiale spesso
l’imperatore, mentre nei municipi coloro che volevano tentare una corsa agli onori).

Gli spettacoli dovevano essere così suddivisi:


> la sera prima dello spettacolo c’era un banchetto condiviso tra gladiatori e amatores (sostenitori,
spettatori): la coena libera, l’ultimo lauto pasto di molti gladiatori.
> prima dell’inizio degli spettacoli c’era la parata con segnale di trombe, con la sfilata dell’editor o
munerarius (colui che aveva finanziato i giochi), con schiavi che esponevano papiri con delle
informazioni sullo spettacolo.
> al mattino c’erano le venationes e la damnatio ad bestias (a seguire durante la pausa pranzo):
spettacoli che prevedevano il coinvolgimento di uomini e bestie. Le bestie potevano essere tigri,
leoni, orsi (con grossi animali gli spettacoli erano detti plenae), ma anche cani, iene, cinghiali: per
eccitarli venivano usati pilae o palae, fantocci di paglia. Gli uomini che dovevano affrontarle erano
i bestiarii per quanto riguarda le venationes, cioè combattenti armati e allenati presso la palestra del
ludus matutinus, e i damnati ad bestias o noxii per le damnationes, cioè criminali comuni o schiavi
colpevoli di qualche reato contro i padroni. Spesso i bestiarii davano il colpo di grazia ai noxii.
Esistevano poi spettacoli dove bestie carnivore inseguivano bestie erbivore, lotte tra bestie feroci
oppure lotte tra uomini e bestie con allestimenti mitologici (ad esempio Prometeo il cui fegato
veniva divorato quotidianamente da un’aquila).
> nella pausa pranzo sì c’erano i buffoni e i giocolieri, ma anche le esecuzioni capitali di criminali
comuni e schiavi: damnati ad bestias, i damnati ad gladium (che combattevano in continuazione
fino alla morte di tutti – testimonianza di Seneca-), damnati ad cruces, damnati ad flammas.
> al pomeriggio c’erano i munera veri e propri: combattimenti tra gladiatori, paria (due alla volta) o
gregatim (in gruppo). I gladiatori a Roma si esercitavano nella palestra chiamata ludus magnus
(vicina al Colosseo). I gladiatori erano di vari categorie ed erano vestiti in modo da rappresentare le
varie popolazioni nemiche di Roma: attraverso gli spettacoli, dotati di ambientazione e scenografia,
si umiliavano i nemici e si eliminavano i prigionieri di guerra esaltando Roma (ad esempio Svetonio
ci informa che Claudio volle rappresentare l’uccisione dei generali della Britannia sconfitti da
Roma). In età repubblicana le figure gladiatorie più diffuse erano il Sannita e il Gallo. In età
imperiale erano:
• il Trace: si rifaceva ai guerrieri della Tracia. Dal fisico leggero e agile, era protetto da uno
scudo rettangolare portato al braccio sinistro, fasce di cuoio o un braccio armato alla destra,
schinieri che arrivavano al di sopra del ginocchio, e un elmo decorato solitamente con un
grifone. Era armato con una spada ricurva (sica supina) molto caratteristica, utilizzata infatti
per colpire l'avversario alle spalle o al collo con un fendente dall'alto. Nei combattimenti era
spesso opposto al Mirmillone.
• Mirmillone: nella categoria dei mirmilloni venivano infatti arruolati i lottatori dal fisico più
possente. Indossava un elmo gallico sul quale era raffigurato un pesce, da cui viene il suo
nome. Durante la lotta, il mirmillone si teneva al riparo dietro il vasto scudo, esponendo solo
volto e gambe, a loro volta corazzate, scostando lo scudo solo per brevi attacchi con il
gladio. Da questo punto di vista il mirmillone era per l'avversario una fortezza
inespugnabile, di fronte; l'unica possibilità, per il suo nemico, spesso il più agile Trace, era
trovare il modo di attaccarlo lateralmente, dove era vulnerabile, facendo affidamento sulla
relativa lentezza del mirmillone.
• Reziario: il combattente con la rete. Combatteva con un equipaggiamento simile a quello
utilizzato dai pescatori, una rete munita di pesi per avvolgere l'avversario, un tridente (la
fuscina) ed un pugnale (il pugio). Lottava con un'armatura leggera, proteggendosi il braccio
con una lorica manica e la spalla con un parabraccio (il galerus) e indossava un indumento
di lino (il subligaculum), un sospensorio fissato alla vita mediante un ampio cinturone (il
balteus). Non portava alcuna protezione alla testa, né calzature. Il reziario apparve per la
prima volta nell'arena nel I secolo e divenne in seguito un'attrazione abituale dei giochi
gladiatorii. Nell'arena si confrontava di solito con il Secutor, un gladiatore pesantemente
armato. Agile e veloce, il reziario adottava uno stile di combattimento elusivo, tendente a
sfuggire agli attacchi dell'avversario, ma pronto in realtà a cogliere ogni opportunità di
colpire.
• Secutor: insegue l'avversario, da qui l'appellativo. Questo metodo di combattimento
richiedeva una grande preparazione atletica per compiere lunghi scontri correndo e un'innata
potenza muscolare e fisicità per sopportare il carico dell'armamento. Se l'opponente però
riusciva a scagliare il tridente il Secutor prontamente alzava o abbassava lo scudo a seconda
dell'altezza del colpo per proteggersi.

Altri protagonisti di questi spettacoli erano:


- il munerarius o editor= colui che finanziava i giochi, poteva graziare o uccidere il combattente che
si arrendeva. Il pubblico poteva influenzare la decisione del munerarius con fazzoletti (sudaria) o
con frasi di incoraggiamento (iugula= uccidilo! Mitte= lascialo!) e le Vestali, che sedevano in prima
fila, potevano fare da interpretazione del volere del pubblico. L'eventuale morte del gladiatore
incideva sul costo dei giochi: in quel caso l’organizzatore doveva infatti versare al lanista (il
proprietario del gladiatore) il valore intero del combattente, non solo l'ingaggio.
- il lanista= impresario proprietario della palestra dove si allenano i gladiatori, era lui che prendeva
accordi con il munerarius e si occupava dell’allestimento dei giochi.
- il summa rudis= era il capo arbitro, che spesso in passato aveva avuto esperienze da gladiatore
nella stessa arena e ora aveva acquisito la libertà. Quasi tutte le lotte erano seguite da questi giudici,
che sul campo erano presenti di solito in due. Poteva bloccare lo spettacolo in caso di resa da parte
di un gladiatore e attendere il verdetto del munerarius.
- gli auctorati= cittadini liberi che davano la loro disponibilità a lavorare come gladiatori nelle
compagnie gladiatorie dopo aver contratto debiti per sfuggire alla prigione.

L’origine dei munera gladiatoria è di carattere privato e proviene probabilmente dall’area osco-
sannita, giungendo a Roma tramite la mediazione degli etruschi. Inizialmente i giochi tra gladiatori
facevano parte delle cerimonie funebri e si pensa che abbiano sostituito il sacrificio umano per
rabbonire gli dei Mani. La prima attestazione a Roma risale al 264 a.C. quando i figli Marco e
Decimo onorarono il funerale del padre Bruto Pera con questi giochi. Gaio Scribonio Curione (I
a.C.) fu invece l’inventore dell’anfiteatro e anche lui dedicò dei giochi al funerale del padre. Cesare
dedicò questi giochi al funerale della figlia Giulia (45 a.C.) e Augusto li dedicò al funerale di
Agrippa (6 a.C.). A partire da questo momento si perse la destinazione funeraria e divennero
spettacoli pubblici diffusi in tutta Italia, spesso concessi dall’Imperatore per un trionfo o per tenere
a bada il popolo oppure dagli evergeti locali. L’editto di Beirut del 325 d.C. di Costantino li vietò,
ma furono praticati almeno fino al V secolo d.C.

Iscrizioni provenienti da anfiteatri

1. Anfiteatro a Lucus Feroniae (presso Scorano, Lazio Settentrionale)

Testo: Ma. Silius Epaphroditus / amphitheatrum / a solo p. s. f. col. Iul. Felici /


Lucoferon[[i]]ensium / idemque dedicavit.

Trascrizione: Manius Silius Epaphròditus amphitheatrum a solo pecunia sua fecit coloniae Iuliae
Felici Lucoferoniensum idemque dedicavit.

Traduzione: Manio Silio Epafrodito fece dalle fondamenta con suo denaro l’anfiteatro alla colonia
Giulia Felice dei Lucofronienses ed egli stesso lo dedicò.

Commento: È un titulus operum publicorum e va esposto nell’anfiteatro. Graficamente si notano la


gambetta della M nel prenome che indica che quello è Manius non Marcus e anche un’erasione
della I in “Lucofron[[i]]ensium”. Sembra quasi che il lapicida abbia scritto la I, poi l’abbia
cancellata per ipercorrettismo prima di accorgersi che ci andava veramente e quindi probabilmente
deve averla ripassata a pennello. La specificazione “dalle fondamenta” indica un evento
eccezionale: normalmente la propria “summa onoraria” andava destinata a restauri o rifacimento di
una parte dell’opera, raramente ad un’opera così importante per intero. Probabilmente l’anfiteatro
era stato inaugurato con una cerimonia con i sacrifici. Ma che questo personaggio fosse di rilievo
particolare a Lucus Feroniae sembra chiaro anche dal fatto che fu patronus dei “Seviri Augustales”
(sacerdoti inaugurati da Augusto, spesso liberti, come poteva essere anche Manio Silio Epafrodito
visto il suo nome greco e visto che mancava il patronimico) e patronus e magister dei “Iuvenes”.
L’anfiteatro è del I d.C. ma il personaggio sembra essere del II d.C.: o spostiamo indietro Epafrodito
ignorando il fatto che queste forme di evergetismo dei Seviri Augustales erano proprie del II d.C.
oppure pensiamo che questo fosse un restauro, ma in questo caso non si spiegherebbe perché a solo.

2. Un benefattore regala un anfiteatro a Larino (Molise)

Testo: [---] s Q. f. Clu. Capito, / [flam. divi.] Titi, patron. municipĩ, / IIII [vir viaru]m curandarum,
trib. / mi. [leg.] IIII Fl. Felicis, quaestori (!), / amp[hi]theatrum testamento fieri / iussit.

Trascrizione: [---] s Quinti filius Clustumina tribu Capito, flamen divi Titi, patronus municipĩ, IIII
(=quattruor) vir viarum curandarum, tribunus militum legionis IIII (=quartae) Flavi Felicis,
quaestori (!), amphitheatrum testamento fieri iussit.

Traduzione: Capitone figlio di Quinto della tribù Clustumina, flamine del divinizzato Tito, patrono
del municipio, quattruorviro per la cura delle strade, tribuno dei soldati della quarta legione Flavia
Felice, questore, per disposizione ordinò che l’anfiteatro fosse eretto.

Commento: Iscrizione del I d.C. (Tito era stato divinizzato nell’81 d.C) in cui questo giovane
questore lascia come disposizione testamentaria una somma per rifare l’anfiteatro. Essendo la
questura la sua ultima carica dobbiamo supporre che sia morto a 25 anni. Quaestor è erroneamente
scritto al dativo invece che al nominativo. La legione ha un soprannome variabile per distinguerla
dalle altre e da questo nome capiamo che siamo sotto i Flavi.

3. Lavori tardo antichi nell’anfiteatro di Pavia

Testo: + D.N. Atalaricus rex+ / gloriosissimus has / sedis (!) spectaculi, anno / regni sui tertio, fieri /
feliciter precepet+ (!).

Trascrizione: Dominus Noster Atalaricus rex / …

Traduzione: Nostro Signore Atalarico re gloriosissimo ha ordinato felicemente che fossero fatti
questi sedili dello spettacolo nel suo terzo anno di regno.

Commento: sedis sta per sedes e precepet sta per praecepit. Feliciter è una formula cristallizzata (i
sovrani tardi facevano tutto feliciter) che possiamo riferire a “ordinò” (più probabile per ordo
verborum) o a “che fossero fatti”. È un’iscrizione posta su un sarcofago, il quale è stato eraso della
precedente iscrizione per ospitare questa: l’ex sarcofago viene quindi riposizionato nell’anfiteatro e
diventa un titulus operum publicorum. Dagli elementi l’iscrizione si data 526-534 d.C. L’anfiteatro
non doveva più ospitare munera gladiatoria, vietati da tempo, ma spettacoli di saltimbanchi. Gli
anfiteatri in questo periodo di invasioni vengono tenuti in ordine perché erano un luogo dove la
gente poteva rifugiarsi.

4. Un terremoto danneggia il Colosseo

Testo: Decius Marius Venantius / Basilius v. c. et inl., praef. / urb., patricius, consul / ordinarius,
arenam et / podium quae abomi/nandi terrae mo/tus ruina pros/travit, sumptu pro/prio restituit.

Trascrizione: Decius Marius Venantius Basilius vir clarissimus et inlustris praefectus urbi, patricius,

Traduzione: Decio Mario Venanzio Basilio vir clarissimus e vir inlustris prefetto della città, patrizio,
console ordinario, restaurò a proprie spese l’arena e il podio che la rovina del terribile terremoto
prostrò.

Commento: è interessante notare che non viene citato il re Teodorico, che per legge doveva essere
citato in tutte le epigrafi. Probabilmente questo accade perché la restaurazione è sumptu proprio. La
datazione è controversa: si sa che il restauro del Colosseo è avvenuto nel 484 d.C., ma si sa anche
che nel 508 d.C. c’è stato un terremoto. Quindi probabilmente ci si riferisce ad un terremoto
precedente. Questo personaggio compare in altre due testimonianze epigafiche (CIL), di cui una è
una base opistografa di cui viene usato il retro. È un personaggio molto studiato, qui c’è scritto che
fu console ordinario e anche prefetto dell’urbe: in età tarda normalmente, trattandosi di cursus
misto, si cita solamente la carica che si riveste in quel momento non quelle precedenti, ma queste
cariche non potevano essere svolte contemporaneamente quindi dobbiamo pensare che le stia
citando proprio come fosse un cursus honorum imperiale e che le avesse svolte prima una e dopo
l’altra.

5. I posti a sedere nell’anfiteatro di Siracusa

Testo: Locus Statili


Traduzione: Posto degli Statili
Commento: Statili è un genitivo singolare ma indica il gentilizio che è un collettivo, quindi si
traduce al plurale. Il segnaposto con il nome sul sedile poteva essere accompagnato da un disegno
come segno di riconoscimento della famiglia precisa all’interno della gens: qui ad esempio
dovrebbe esserci una bireme a fianco dell’ultima I che dovrebbe simboleggiare l’attività
commerciale o i meriti navali di questa famiglia.

6. L’approvvigionamento dei circhi a Roma: il praepositus cammellorum

Testo: Dis Manibus / T. Flavi Aug. lib. / Stephani, / praeposito / cammellorum.


Trascrizione: Dis Manibus Titi Flavi Augusti liberto Stephani, praeposito cammellorum.
Traduzione: Agli dei Mani di Tito Flavio Stefàno liberto di Augusto, al preposto dei cammelli.
Commento: presenza di numerosi apices: CAMÈLLÒRUM; PRAEPOSITÒ; STEPHÀNI;
MÀNIBUS. C’è un’edera distinguens tra Flavi e Augusti. È una lastra con cornice a solco semplice
parte di un monumento funebre più ampio ritrovata in una necropoli. Il personaggio in questione è
un liberto della dinastia Flavia e probabilmente teneva il suo allevamento di cammelli nel bosco a
sud di Ostia, il Saltus Laurentinus, dove stavano gli animali per le venationes.

I munera gladiatorum nella documentazione epigrafica

a. Le venationes

1. D( ) M( ) / M( ) Aurelius Victor Augg( ) lib( ), adiutor ad feras, se vivo /


fecit sibi et suis libertis / libertabusq( ) posteris( ) / eorum.

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________________________________________________________________________________

Dal fatto che vengono menzionati due Augusti e dal nome del liberto che prende il nome da loro, si
capisce che l’iscrizione è databile al periodo di governo di Marco Aurelio e di Lucio Vero (161-169
d.C.).
2. D( ) M( ) Ti( ) Claudio Speclatori / Aug( ) lib( ), procurator( ) / Formis
Fundis Caietae / procurator( ) Laurento ad / elephantos, / Cornelia Bellica coniugi / b( )
m( ).
________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________

Da questa iscrizione capiamo che quando si indica Ti- si parla di Tiberio mentre T- è Tito.
L’iscrizione è della fine dell’età Giulio-Claudia e il procurator era colui che reperiva uomini e
bestie per conto dell’Imperatore.

3. Dis Manibus / T( ) Flavi Aug( ) lib( ) / Stephani, / praeposito (!) /cammellorum.


________________________________________________________________________________

In questa iscrizione c’è un errore: praeposito va al genitivo. Quest’uomo era l’addetto alla gestione
dei cammelli. II d.C.

b. Gli organizzatori

1. Fortunae Aug( ) / s( ). Annius Primitivus / ob honorem / IIII vir( ) (= ) sui, /


edito barcarum / certamine et / pugilum, sportulis / etiam civibus / datis / d( ) s( ) p(
) d( ) d( ).

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Monumento donato da un uomo ai cittadini per aver ottenuto la carica di quattruorviro. Oltre al
monumento ha donato dei giochi navali e di pugilato e anche dei cestini di viveri ad ogni famiglia.

c. La pubblicità

1. A( ) Suetti Certi / aedilis familia gladiatoria pugnabit Pompeis / p( ) k( ) Iunias.


Venatio et vela erunt.
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Questo annuncio assicura gli spettatori che oltre alla venatio (concepita quindi come un di più agli
spettacoli gladiatori) ci saranno anche i tendaggi per riparare gli spettatori dal sole. A Roma la
gestione dei tendaggi era affidata ai marinai della flotta di Ravenna e Miseno. Le compagnie
gladiatorie erano spesso itineranti.

2. Hec venatio pugnabet (!) V (= ) k( ) Septembres / et Felix ad ursos pugnabet.


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Ricordarsi che le date, come in inglese, utilizzano i numeri ordinali. Qui si vede come nominare il
nome di un campione amato dal pubblico fosse una mossa pubblicitaria diffusa. La venerazione per
gli eroi delle arene era molto diffusa ed è confermato da alcune scritte ritrovate sui muri di Pompei:
ad esempio il reziario Crescente viene indicato come «signore e medico delle fanciulle nottambule»
(dominus et medicus puparum noctornarum), mentre il trace Celado viene definito come «lo
struggimento e l'ammirazione delle ragazze» (suspirium et decus puellarum). Marziale definì
addirittura il gladiatore Ermes «tormento e spasimo delle spettatrici» (cura laborque ludiarum).
c. Il destino dei combattenti

1. Maximiano cui et Aureo / sec( ), ann( ) XXII (= ), pug( ) V(= ), deceptus


/ a latronebus (!) fr/ater fratri caris(s)i(mo), / Maximina coniunx desiderantissimo.

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Monumento funebre per un secutor vittorioso 5 volte e morto non in battaglia ma per un attacco di
briganti, da parte del fratello e della moglie.

2. Ret( ) / L( ) Pompeius / (coronarum) VIIII (= novem), n( ) Viannes/is (!), an( )


XXV (= ). / Optata coniunx / d( ) s( ) d( ).
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Monumento per un reziario vincitore 9 volte da parte della moglie. La Vienna in questione è nella
Gallia Narbonese.

3. D( ) M( ) . / Glauco , n( ) Mutinensis, pugnar( ) VII (= ), o( )


VIII(= ), vixit / ann(is) XXIII (= ) d( ) V(= ). / Aurelia marito / b( )
m( ) et amatores huius. Planetam / suum / procurare / vos moneo; in / Namese ne fidem /
habeatis: / sic sum deceptus. / Ave. Vale.
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Dis Manibus sottintende sempre sacrum. “Di sette vittorie” sottintende victor. Alla fine c’è
un’esortazione da parte del morto a chi legge.

4. D( ) M( ) s( ). / Corneli/us Vince/ntius ha/renae alumnus, vix( ) / annis [---]


me( ) III (= ), d( ) X(= ). Baberius / pater filio.
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Iscrizione di un padre che lavorava nell’anfiteatro al figlio che era probabilmente diventato la
mascotte dell’arena. Dal nome Baberio si capisce che è un’iscrizione africana.

5. D( ) M( ). / Macedoni Thr( ), / tiro( ), Alexandrin( ); b( ) m( ) fec(


) / armatura Thraecum / universa. Vix( ) ann(is) XX (= ), / men(sibus) VIII (= ),
diebus XII (= ).
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Questa iscrizione è stata dedicata dal gruppo di gladiatori Traci a un loro compagno tirocinante
(tiro-onis). Quando c’è vixit si può trovare annos o annis e poi il numero in cardinale.
6. Dis iniquis, / qui rapuerunt / animulam tam / innocuam / L( ) Tetti Alexandri; is v( )
annos V(= ), d(ies) XI (= ). Muscae, Charitoso, Sissinae, Benedicto vere merenti.
Threption Caes( ) n( ) / doctor Thraec( ), fecit.
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Questa epigrafe è dedicata ad un bambino morto e il dedicante è uno schiavo dell’Imperatore che
faceva l’allenatore (doctor) dei Traci.

d. Il personale di servizio

1. D( ) M( ) / Corneliae Frontinae, / vixit annis XVI (= ), m( ) VII (= ),


Marcus Ulpius Aug( ) lib( ) Callistus / pater, praepositus armamentario / Ludi Magni, et
Flavia Nice coniuxs (!) / sanctissimae fecerunt, sibi / libertis libertabusq( ) posteris( )
eor( ).

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Monumento fatto da un responsabile dell’armeria del Ludus Magnus e dalla moglie per la morte
della figlia sedicenne. Il monumento è destinato anche a loro due, ai loro liberti e ai loro
discendenti.

2. Charito, custos de amphiteat( ).


________________________________________

Menzionato il custode dell’anfiteatro.

3. Menander l( ) / ostiarius / ab amphiteat( ).


__________________________________________

Menzionato un liberto addetto alle porte d’accesso all’anfiteatro. Nome greco.

L’epigrafia sconfitta nell’arena: “Il Gladiatore”.

Per prima cosa un generale romano non è di certo marchiato a fuoco con SPQR come uno schiavo
fuggitivo.

a. La titolatura imperiale di Commodo: è improbabile comunque che sia scritta su un sedile di


tessuto.
Imp( ) Caesari divi Marci Antonini Pii Germanici / Sarmatici f( ) L( ) Aelio Aurelio
Commodo Aug( ) Pio Sarmatico / Germanico Britannico Felici [---], / pontif( ) max( )
trib( ) / XVII (= ), imp( ) VIII (= ), co( )sul( ) VII (= ) / p( )
p( ).
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________________________________________________________________________________
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Iscrizione del 180-192 d.C. a partire dalle cariche di Commodo.


b. Gli annunci dello spettacolo (un esempio da Pompei): è improbabile che ci fossero più copie in
papiro per ognuno, sono piuttosto dipinti sui muri delle botteghe e della città in rosso, bianco e nero
(esistevano anche dei “manifesti” in legno esposti durante la processione d’inaugurazione).

D( ) Lucreti / Satri Valentis, flaminis Neronis Caesaris Aug( ) f( ) / perpetui,


gladiatorum patria XX(= ), et D( ) Lucreti Valentis fili / glad( ) paria X(= )
pug( ) Pompeis VI, V, IV, III (= ) pr( ) i/dus Apr( ). Venatio
legitima / et vela erunt. Scr( ) Aemilius Celer sing( ) ad lunam.
________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________

Iscrizione del 50-54 d.C. per la menzione di Nerone, fatta da Emilio Celere che l’ha scritta da solo
di notte.

c. L’uso propagandistico delle scritte sugli edifici

1. Destinazione e uso dell’edificio: non esiste alcuna scritta direttamente sull’edificio per indicare
ad esempio che quello è il Ludus Magnus. Riferimenti alla palestra sono deducibili solo dalle
epigrafi funerarie dei combattenti e di chi ci ha lavorato.
D( ) M( ). / Priori / retiario / Lud( ) Mag( ), / Iuvenis murmillo Lud( ) Mag( )/
convictori / b( ) m( ) f( ).
________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________

Dedicata da un murmillone ad un reziario.

2. Nel Colosseo: non sono attestate iscrizioni sugli archi di accesso al Colosseo, tranne dei numeri
che indicavano i posti contrassegnati nelle tessere d’ingresso (es. LII= ingresso 52, per chi ha la
tessera con questo numero).

3. Sulle pareti della palestra gladiatoria: abbiamo detto che non ci sono delle scritte sulle
destinazioni d’uso del Ludus, ma ci sono delle epigrafi funerarie (es. da Milano).
D( ) M( ). / Urbico, secutori, / primo palo, nation( ) Flo/rentin( ), qui pugnavit XIII
(= ), / vixsit (!) ann( ) XXII (= ). Olympias, / filia, quem (!) reliquit ann( )
V (= ), / et Fortunesis, filiae, / et Lauricia uxor, / marito b( ) m( ), / cum quo vixsit (!)
ann( ) VII(= ). / Et moneo ut quis quem vicerit, occidat. / Colent Manes amatores ipsius.
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Et moneo ut quis quem vicerit, occidat= io lo tradurrei: “ammonisco che chiunque uccida quello
che ha vinto”, con (eum) prima di quem sottinteso. Spiegherebbe che Urbico era stato ucciso da
colui che aveva appena vinto perché si era fermato per attendere il giudizio del pubblico. Intervento
in prima persona. Non capisco invece perché si parli di filiae e non filia.

d. Gli arbitri
Sempre ci sono gli arbitri negli spettacoli tra gladiatori.
Fl( ) Sigerus / summa rudis, / vixit annis LX (= ) Fortunata / coniugi b( )
m( ) fecit.
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15. GITA A PEGLI

Fot. 40-41.
La Tavola di Polcevera

> Chi?
Fa parte degli acta, è un documento bronzeo con alta percentuale di piombo di tipo legale che vuole
risolvere una controversia tra territori confinanti che hanno chiesto l’arbitrato di Roma: le parti
contrapposte sono i Genuati da un lato e 5 tribù confinanti dall’altro, i Viturii Langenses che si
fanno promotori delle richieste del gruppo, gli Odiates, i Dectumines, i Cavaturines, i Mentovines.
Dalla dimensione della tavola e delle lettere è evidente che non ha la funzione di essere letta da
lontano, ma deve solamente comunicare una sentenza definitiva. É anche detta “Sententia
Minuciorum” dal nome di coloro che hanno fatto da arbitri alla contesa.
> Dove?
Probabilmente ce ne erano 2 copie in bronzo (una esposta presso le tribù della Val Polcevera e una
esposta Genova) e almeno una conservata nell’archivio di Roma, che forse è la stessa copia redatta
dagli uffici di cancelleria in papiro o legno che ha fatto da modello per quelle su bronzo. Quella
conservata a Pegli è la copia consegnata ai Viturii perché fu trovata da un contadino in campagna e
consegnata a un calderaio di Genova perché la fondesse. Fu salvata in extremis dall’intervento di
Agostino Giustiniani che si trovava lì per caso. Nel 1517 entrò a far parte del demanio pubblico e fu
posta prima al Duomo, poi a Palazzo San Giorgio, poi a Palazzo Ducale, poi nel Museo Civico al
Palazzo Bianco, poi nell’ufficio del Podestà durante il fascismo, poi nascosta durante la guerra, poi
nell’ufficio del sindaco e infine, finalmente, al Museo di Pegli.
> Quando?
117 a.C.: si tratta delle testimonianza epigrafica datata più antica dell’Italia nord occidentale. Siamo
nel periodo in cui Gaio Gracco è stato ucciso da 5 anni, le popolazioni italiche scalpitano per
ottenere la cittadinanza, la Numidia sta per essere annessa a Roma e tra i letterati troviamo Accio e
Lucilio.
> Che cosa?
Con l’inaugurazione nel 148 a.C. della via Postumia da parte del console Spurius Postumius
Albinus (strada menzionata nella tavola), i mercati nel nord Italia si modificarono e crearono degli
squilibri interni. I Genuati avevano sconfinato nel territorio dei vicini e poi i vicini (queste cinque
tribù della Val Polcevera) avevano contraccambiato. I Viturii avevano occupato il compascuo, un
territorio comune destinato al pascolo delle bestie, al legname e alla raccolta dei frutti selvatici,
alterando questi territori con delle piantagioni. Ne erano scoppiate delle rivolte e i Genovesi
avevano arrestato alcuni Viturii violenti. Genova infatti, storica alleata di Roma nelle guerre
puniche (?), pur non avendo ricevuto dall’Urbs nessun territorio (il territorio di Genova era limitato,
finiva al confine con la Val Polcevera), aveva il potere di controllare le tribù confinanti. Due
rappresentanti di Genova da un lato e delle 5 tribù dall’altro si recano a Roma per ottenere una
mediazione: sono rispettivamente Mocone Meticanio figlio di Meticone per Genova e Plauco
Peliano figlio di Pellone per i Viturii. Si rivolgono a due fratelli della Gens Minucia (che aveva
contribuito all’annessione dei territori genovesi e che quindi possedeva dei territori e dei contatti in
zona), Quintus Minucius Rufus e Marcius Minucius Rufus, affinché ottenessero l’attenzione del
senato per risolvere il problema che riguardava ormai sia il compascuo, che l’ager publicus, che
l’ager privatus. Il senato diventa l’arbitro della questione e nomina una commissione giudicatrice
che si reca in loco e delibera. La sentenza viene fatta redigere di sicuro a Roma (come emerge dalla
lingua con forti influenze osco-italiche) e vengono creati due monumenti da esporre uno a Genova
(nella curia, senato locale) e uno nei territori delle tribù. Si stabilisce che i territori vengano divisi
con cippi confinari. Probabilmente i rappresentanti sono stati a questo punto richiamati a Roma e
sono state consegnate loro le tavole.
> Come?
La tavola contiene 46 righe con un modulo maggiore per la prima e per l’ultima riga in cui vengono
indicati i protagonisti della trattativa, sembra una cornice. Il testo è molto interessante non solo per
il contenuto ma anche dal punto di vista glottologico: permette di ricostruire la lingua del tempo e di
notare i numerosi arcaismi (vosias, composeiverunt…).
- linee 1-5: presentazione dei protagonisti e disposizione di tornare a Roma per ricevere la sentenza
nel 117 a.C. (datazione ad annum).
- linee 6-13: definizione dell’ager privatus dei Viturii.
- linee 14-25: ai Viturii Langenses va anche l’uso dell’ager publicus ma devono versare 400 nummi
vittoriati a Genova.
- linee 26-42: elencazione di norme, tasse, multe per la gestione dell’ager publicus e del compascuo.
- linee 39-41: appellativi degli etnici degli altri partecipanti alla contesa.
Nella tavola vengono menzionati numerosi importanti toponimi e idronimi antichi, derivati da
sostantivi paleoliguri, ma anche celtici ed etruschi. Ad esempio troviamo Porcovera (fiume che
porta le trote)→ romanizzato Porcifera → Polcevera di origine paleoligure, Monte Boblo (?) di
origine etrusca, Fons Liebremela (fonte della lepre) origine celto-ligure. Numerose sono le
ricorrenze della parola “terminus” nella toponomastica, tanto che l’unico resto di cippo riferibile a
questa operazione di confinamento è stato trovato proprio in località Termine.

Altre epigrafi del Museo di Pegli

1. Il materiarius da Iulia Dertona

Testo: C(_______) Curtius > l(________) / Valens / materiarius.


Traduzione: ______________________________________________________________________
Supporto: marmo bianco, lastra scorniciata, retro sbozzato.
Data: I d.C.
Informazioni: Proviene da contesto sepolcrale, Tortona (Iulia Dertona), città con porto fluviale.
Nell’ager di Tortona, particolarmente esteso, si praticava la raccolta del legname destinato ad essere
esportato attraverso il porto. È la tomba di un materiarius, figura che si occupa del trasporto e della
commercializzazione della legna da costruzione, a differenza del lignarius, che si occupa della
legna da ardere (per le terme, i riscaldamenti privati, pubblici, per le pratiche sacrificali e per i
funerali). L’uomo in questione è il liberto di una donna (> = mulieris) di una gens che
evidentemente si occupava di legname.

2. Miliario stradale dell’età di Costantino

Testo: Imp(_____) Caes(_____) / Fl(______) Val(______) Cons/tantino Pio/Fel(_____)


Invicto/Aug(______).
Traduzione: ______________________________________________________________________
Supporto: cippo stradale trovato come colonna reimpiegato nella chiesa di San Tommaso nel
suburbio di Genua, in origine probabilmente lungo la via Postumia.
Data: 312-324 d.C. (per la titolatura).

3. Frammento di lucerna da Luni

Testo: Peniclus
Traduzione: Pennello/spugna
Supporto: frammento di lucerna con motivo decorativo diffuso: un reziario con abbinato il suo
nome di battaglia o il suo nome schiavile (appunto, Peniclus).
Data: II d.C.
Info: Probabilmente il soprannome deriva dal suo modo di combattere.

4. Fistula aquaria da Luni

Testo: Thalamus·feci(t)
Traduzione: _______________
Supporto: Tubo, porzione di fistula aquaria plumbea con bollo a impressione, un’unica riga di
scrittura con lettere a rilievo (estroverse).
Data: entro la metà del I d.C. per il contesto di ritrovamento.
Info:
- Nesso TH, nesso AL, nesso AM, nome greco “Thalamos”. Segno di interpunzione. Feci al posto di
fecit.
- Thalamus era probabilmente plumbarius vel officinator, cioè il titolare imprenditore di un’officina
plumbaria. Il suo nome compare su altre fistulae di Luni: in una, conservata a Firenze, ha due
stampi con scritto “Thalamus feci”, mentre una terza presenta il nome intero Marcus Hortorius
Thalamus.
- Dall’ampiezza del tubo si comprende la struttura che l’impianto andava a servire e qui sembra una
grossa struttura. L’amministrazione romana distribuiva l’acqua solamente ad uso pubblico, non
arrivava nelle case private. Se qualche facoltoso privato voleva l’allaccio alla propria casa, il
cosiddetto ius aquae ducendae ex castello – dove con castello si intende il collettore idrico
connesso all’acquedotto, doveva chiedere il permesso all’edile e pagare. I tubi avevano una
lunghezza standard, 10 piedi o 3 m, ma un diametro variabile, da 2 a 20 cm. Ogni tubo veniva
bollato per ricostruire il tracciato idrico. Si possono trovare i nomi dei privati che hanno fatto
l’allaccio oppure, nei tratti pubblici, si indicava l’appartenenza pubblica, municipale o statale, della
fistula. Dalle fistulae è possibile comprendere l’ubicazione della dimora di un singolo privato se il
suo nome compare sul tubo, ma non bisogna pensare che sia un processo automatico: spesso è il
nome di chi si occupa della parte amministrativa dell’operazione.

5. Urna cineraria di Eliona Prisca

Testo: [E]liona / L(____) f(____) / Prisca


Traduzione: ______________________________________
Supporto: Urna cineraria in pietra di forma cilindrica con coperchio a calotta semisferica. Testo non
incorniciato ma dove ci sono le lettere la pietra è stata sbozzata e lisciata. Ripetizione del modello
della cista (usata in ambito idrico e funerario).
Data: prima metà I d.C.
Info: Il gentilizio Eliona è stato ricostruito perché assimilabile all’ambiente indigeno.

6. Stele funeraria di Vettius Hermadion da Libarna

Testo: D(___) M(____) / Vetti Hermadio/nis, qui vixit annos XVI (=______) / menses III (=____) et
Hermio/nis / quae vixit annos VIII (=______), et / Hermetis q(___) vixit ann(___) VII (=_____) /
quorum labor humanita/tis et status pietatis in / matrem suam abreptus est. / Hunc titulum Albia
Aphrodisia mater +[---] / pientis[simis—-] / - -----.
Traduzione:
________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________
Supporto: stele con frontone centinato (o a testa tonda) in cui è scolpita una decorazione cuspidata.
Il timpano triangolare ha due triangoli con due rose celtiche stilizzate. Simbologia solare. Fratta
nella parte inferiore.
Data: II secolo.
Info: guarda iscrizioni Libarna

7. Peso di telaio ligure forse da Iulia Dertona

Testo: Ferox
Traduzione: Feroce
Supporto: peso da telaio a forma di tronco piramidale in argilla modellata con stampi con un foro
passante.
Data: I d.C.-III d.C.
Info:
- È scritto in corsivo: la F non ha la seconda barretta, la E è scritta così ||
- Era stato pubblicato dal Mommsen che lo aveva letto al contrario: X I I I L, ma è stato
ripubblicato nel 1990 dopo aver eseguito un paragone con un altro peso da telaio, che riportava la
scritta L(ucius) C(ominius) Ferox. Ferox è dunque il nome del possessore di una fabbrica di
ceramiche specializzata anche in pesi da telaio. La gens Cominia in Liguria è attestata almeno per
22 individui.
- I pesi da telaio sono chiamati pondus o aequipondium o later (Seneca). Sono contrappesi di circa 1
kg collegati alla struttura del telaio che servivano per tendere il filato sul telaio al momento della
tessitura della lana. In base al peso il tessuto era più o meno fino: se il peso era maggiore il filato era
più pesante e grossolano, se il peso era minore il filato era più leggero e fine. Di solito i pesi di
campagna sono più pesanti e quelli di città più leggeri. Si distingue una produzione di pesi da telaio
privata (per l’uso personale, in casa tutte le matrone erano lanificae= era un complimento, indicava
una donna produttiva e pudica) e una officinale, che riporta il nome dell’officina sul peso stesso.
Alcuni affermano che sui pesi da telaio dovessero trovarsi le decorazioni che poi dovevano finire
sul tessuto, come elementi di stampo delle tessiture. Questi contrappesi non servivano solo per il
telaio, ma anche per fermare la biancheria stesa, per tirare il campanello della porta, per essere
attaccati ai sacchi delle merci e indicare il contenuto senza dover aprire il sacco.

8. Un signaculum capuano dalla collezione Varni.

Testo: Ti(_____) Claudi Severi.


Traduzione: _________________________________
Supporto: signaculum aeneum, sigillo in bronzo. Sul retro doveva avere il manubrio per tenerlo in
mano.
Data: 200 d.C.: Tiberio Claudio Severo console insieme a Gaio Aufidio Vittorino nel 200 d.C.
Info:
- Ti indica sempre Tiberio, mentre T indica Tito.
- C’è TI I CLAUDI / SEVERI, la seconda I è un segno di interpunzione.
- Possibili elementi per indagare questa iscrizione: onomastica di Capua, andare a vedere se ci sono
oggetti che riportano lo stesso timbro, ragionare se ci sono elementi che rimandano al suo rango,
guardare tra le liste dei senatori e dei cavalieri: scopriamo che è il console dell’anno 200 d.C.
- “Signaculum” deriva da “signare” e indica uno strumento in ceramica, in legno o in metallo usato
per contrassegnare con indicazioni relative al proprietario o al produttore merci e prodotti o anche
animali e uomini. È utilizzato per imprimere a freddo un nome o una frase su papiri, argilla, cera,
prodotti alimentari (es: pagnotta timbrata a Ercolano di cui si è ritrovato anche il signaculum). Un
signaculum aeneum poteva essere ceduto a subalterni per marchiare i prodotti facendo le veci del
titolare. Usato come firma in documenti ufficiali o in attività manifatturiere. Potevano avere diverse
forme e portare il nome di liberti o di servi (es. Aucti Augusti servi). Si possono recuperare molte
identità da associare a eventuali proprietà in diverse parti dell’Impero ma bisogna sempre
considerare che sono oggetti mobili e si possono facilmente disperdere.

9. Martarium con bollo da Iulia Dertona

Testo: [Ma]ximinus
Traduzione: Massimino
Supporto: Mortaio con bollo in terracotta rosata. Il timbro nel contorno presenta un ramo di mirto
stilizzato posto sopra e sotto il nome. L’oggetto è stato marchiato due volte. I mortai sono grandi
ciotole in terracotta grossolana con un beccuccio di versamento. Si mescolano cibi e spezie che poi
vanno versati nella padella o in altri contenitori. Silvia Pallecchi: I mortai di produzione centro-
italica.
Data: I-III d.C.

10. Tegola fittile da Iulia Dertona

Testo: Martialis
Traduzione: di Marziale
Supporto: Tegolone con bollo laterizio.
Info:
- si vede una probatio, un timbro che indicava il controllo della qualità dell’impasto a freddo.
- portano indicazioni su proprietà fondiarie di questi personaggi che commissionavano delle tegole
per le loro case con sopra il loro nome oppure, come in questo caso, con il nome del produttore.

16. LA LIGURIA ROMANA

Siti per la topografia romana: Pleiades e Omnes Viae: itinerarium romanum.

Genua è un emporium e dal III secolo a.C. entra nell’orbita di Roma con un rapporto paritetico tra le
due città (un foedus aequum): una testimonianza storica è la rapida ricostruzione di Genua grazie
all’aiuto romano dopo la devastazione compiuta da Magone (fratello di Annibale) durante la
seconda guerra punica nel 205 a.C.; una testimonianza giuridica è la tavola di Polcevera (117 a.C.)
dove si vede come Genua avesse un rapporto privilegiato con Roma e per questo potesse esercitare
un certo controllo sulle altre tribù genuate.

Dopo la morte di Tiberio Gracco a Roma nel 133 a.C. la redistribuzione delle terre da lui promossa
subì un rallentamento e per questo si cercò di fondare nuove colonie fuori dall’Italia, ma anche di
recuperare delle terre da adibire ad ager publicus nei territori a sud del Po nell’Italia nord-
occidentale destinate ad essere redistribuite ai cittadini romani che ancora non avevano ricevuto un
compenso fondiario. Nel 125 a.C., dunque, Marco Fulvio Flacco console di parte graccana
sottomise il Piemonte meridionale dal Monferrato alle compagini alpine, rendendo questo territorio
ager publicus e redistribuendolo ai cittadini romani. Si iniziano a sottomettere anche le località
della Liguria costiera. La toponomastica locale ci dice molto sulle fasi di romanizzazione della
Liguria:
- i toponimi in -io (latino -ius)= insediamenti più antichi di II- I a.C.;
- i toponimi in -ano (latino -anus)= insediamenti di I a.C.- prima età imperiale (es. Cornigliano =
terra di Cornelio);
- i toponimi che sono un cognome latino/greco+ suffisso -anicum= I- III d.C..
In realtà la romanizzazione della Liguria inizia prima del 133 a.C., nel 177 a.C. già c’è la deduzione
della colonia di Luni da parte dei Romani, che iniziano la fase di conquista da est con base
d’appoggio a Genua. L’unica vera colonia romana della Liguria è Iulia Dertona.
In età augustea Augusto compie un censimento nell’8 a.C. e una divisione in regiones: la Liguria è
la nona regio. A nord confina con il Piemonte, a ovest ci sono le Alpes Maritimae che diventeranno
provincia nel 14 d.C., a est arriva fino al Magra (antico Macra) quindi non comprende Luni che
apparteneva alla settima regio, l’Etruria.
In età augustea si contano 19 centri autonomi di cui 5 sul mare, tutti precedenti alla fase di
conquista romana.
5 centri autonomi sul mare: Cemenelum (oggi quartiere di Nizza, in realtà questo è successivo alla
conquista romana, sarà capoluogo della provincia Alpes Maritimae), Albintimilium (Ventimiglia),
Albingaunum (Albenga), Vada Sabatia (Vado Ligure), Genua.
Vici afferenti a questi centri a livello burocratico: Nicae (Nizza), Portus Herculis Monoeci
(Monaco), Lumo (Cap-Martin), Costa Balenae (Arma di Taggia), Lucus Bormani (Diano Marina),
Pullopices (Finale ligure), Savo, Alba Docilia (Albisola), Navalia (Varazze -ci fabbricavano le
navi-), Hasta e Figlinae (Asta Figino), Ricina (Recco), Tegulata (Lavagna), Segesta Tigulliorum
(Sestri Levante), Monilia (Moneglia).
Nell’entroterra i centri autonomi, cioè precedenti alla conquista romana, sono solo 2 Aquae
Statiellae e Alba Pompeia. Tutti gli altri centri dell’entroterra sono stati creati dai Romani tra I a.C.
e I d.C., anche se magari su centri già esistenti di minor importanza: Pedona (Borgo San Dalmazzo:
ha questo nome perché bisognava pagare un pedaggio, la quadragesima galliarum che era il 2,5 %
del valore delle merci), Forum Germa(---)? (Caraglio, anche qui si pagava una tassa), Augusta
Bagiennorum (Bene Vagienna, costruita per i veterani di guerra), Pollentia= Pollenzo, Carreum
Potentia (Chieri), Industria (Monteu da Po, noto per il tempio di Iside: probabilmente i templi per le
divinità egiziane si erano sviluppati in periferia dove c’erano meno controlli, perché a Roma erano
vietati dalle leggi augustee), Hasta (Asti, poi promossa a colonia), Vardagates (Terruggia, frazione
di Casale Monferrato), Forum Fulvi (Villa del Foro), Vicus Iriae o Iria (Voghera), Iulia Dertona
(Tortona, anch’essa costruita per i veterani), Libarna. Sono tutti municipia retti da quattruorviri, lo
status di colonia è stato dato solo a Iulia Dertona con sicurezza tra il 112 e il 109 a.C.

Per quanto riguarda le reti stradali:


- vie fluviali: Dertona e Industria.
- vie stradali: via Postumia (da Genua ad Aquileia, inaugurata da Spurius Postumius Albinus nel
148 a.C.), via Fulvia (da Iulia Dertona attraverso Forum Fulvii e Hasta fino ad Augusta Taurinorum-
Torino, inaugurata dal console Fulvio Flacco nel 125 a.C.); via Augusta (dalla Gallia per
Albintimilium, Albingaunum, Vada, Libarna, Dertona fino a ricongiungersi con la Emilia,
inaugurata da Augusto nel 13 a.C.), via Emilia Scauri (da Luni per Genova e Vada fino a Dertona e
su, inaugurata dal console Marco Emilio Scauro nel 109 a.C.).

Economicamente:
- lungo la riviera economia mista: proprietà agricole, sfruttamento del bosco e limitata attività sul
mare;
- in pianura soprattutto verso Emilia Romagna: sfruttamento agricolo sia dell’ager coloniarius sia
del latifondo;
- zone alpine economia chiusa.

In età tardoantica abbiamo traffici con la Lombardia, sopravvivono le città sulla costa, alcuni centri
diventano diocesi (Alba e Acqui Terme), alcuni centri scompaiono perché sprovvisti di mura
(Libarna), sopravvivono i porti di Genova, Albingaunum, Albintimilium, Vada Sabatia (insabbiato e
sostituito da Savona), Luna (insabbiato).
17. UNO SCAVO NEGLI ARCHIVI DI ROMA (Giovagnoli)

Premessa: scavando negli archivi di Roma (palazzo Altemps, Sovrintendenza capitolina di Roma,
Archivio di stato e, in questo caso, Archivio Gatti) spesso si trovano apografi di epigrafi ricopiate
(anche dagli operai) e poi perdute, oppure disegni di epigrafi che possono spiegare molto di più di
quello che si era supposto. È questo il nostro caso.

Prendiamo in considerazione un frammento pertinente ad un monumentale architrave rinvenuto nel


1923, durante gli interventi che interessarono questo settore del Campo Marzio per la realizzazione
della galleria dei servizi. Il resoconto integrale delle numerosissime scoperte effettuate durante
questo intervento fu pubblicato due anni più tardi da G. Mancini, che si avvalse del rapporto redatto
sul posto dall’assistente della Soprintendenza Pietro Mottini, senza verificare di persona. Mancini
segnalò: “Un grande frammento di trabeazione, decorata da festoni, con resti di una iscrizione
dedicatoria imperiale, recante, a quanto sembra, i nomi di Settimio Severo e Caracalla, che non si è
potuto copiare a causa della posizione dei pezzi rispetto al cavo. Tanto meno si è potuto estrarre per
le ragioni già esposte, e perché fa parte della fondazione della casa limitrofa; esso giace colà in
attesa di tornare alla luce in occasione più propizia”. È la nostra iscrizione, che fu trovata nella zona
del santuario dedicato a Iside e a Serapide: i culti egizi, attivi dalla fine dell’età repubblicana,
saranno messi al bando da Augusto ma già dal suo successore è evidente come questo genere di
santuari fosse ancora in auge. Prendiamo infatti in considerazione la storia del nostro santuario,
pressoché ininterrotta dal I a.C. al IV d.C.: Cassio Dione ci dice che fu fondato nel 43 a.C. (ad
essere precisi dice che è stato fondato un santuario di Iside e Serapide nel 43 a.C. e noi supponiamo
fosse questo); sotto Tiberio fu distrutto a causa dello scandalo che vide coinvolti i sacerdoti che,
corrotti da un uomo che voleva possedere una matrona devota al marito e a questo culto egizio,
acconsentirono a coprire il suo travestimento da divinità per unirsi alla donna; il culto fu
reintrodotto da Caligola e fu di certo presente sotto Vespasiano; si incendiò nell’80 d.C. e fu
ricostruito da Domiziano; sotto i Severi ci fu un importante restauro (Settimio Severo e Caracalla, II
d.C.); altro restauro sotto Diocleziano e Massimiano (III d.C.); sappiamo dai cataloghi regionari che
il tempio era ancora presente nel IV d.C. Un frammento della Forma Urbis ci restituisce la
posizione del Serapeum.

Stando alla testimonianza di Mancini (che lo riportava per sentito dire) nell’iscrizione dovevano
essere menzionati Settimio Severo e Caracalla e allo stesso tempo si specifica che l’iscrizione era
contenuta in un frammento di trabeazione decorata da festoni. Questi due elementi però non
possono coesistere: o la trabeazione era interrotta da festoni e quindi la scritta comprendeva solo la
porzione visibile e quindi solo il nome di Caracalla oppure la trabeazione continuava perché priva
di festone e più in alto poteva esserci la menzione di Settimio Severo. È proprio un appunto
proveniente dall’archivio di Edoardo Gatti, disegnatore e coordinatore di scavi alla Sovrintendenza
di Roma, a risolvere il problema. In questo appunto troviamo indicati: il luogo esatto di
ritrovamento= via del Piè di Marmo; supporto= frammento di architrave; testo= campo epigrafico di
4 righe, tra la terza e la quarta c’è un listello. Il testo riportato è:

EVERI·PII·PE
ABNEPOS·DIV
PLUM·SAR
ANUS·PIUS·FE

Il fatto che il supporto fosse indicato come semplice frammento di architrave senza nessuna
menzione di frontoni ci può far pensare che delle due notizie riportateci da Mancini per sentito dire,
quella corretta fosse che nel testo erano menzionati sia Caracalla che, nella porzione superiore non
conservata, Settimio Severo.
Le prime due righe contengono la titolatura di Caracalla, la terza riga ricorda probabilmente il
restauro da lui compiuto al templum Sarapidis, la quarta riga, separata dal listello, è un’aggiunta
posteriore, dell’epoca di Diocleziano e Massimiano, che ricorda un ulteriore loro intervento a favore
del tempio. Questa seconda iscrizione non menzionerebbe i due Cesari, circostanza che
consentirebbe di restringere la datazione tra il 286 e il 293 d.C., in seguito all’incendio del 283 a.C.
Incendio a parte, non bisogna dimenticare l’interesse che Diocleziano ebbe per le divinità
alessandrine. A tal proposito occorre ricordare la coniazione delle monete dell’epoca di Diocleziano,
emesse in occasione di vota publica, in cui Iside e Serapide sono rappresentati a bordo di un battello
in qualità di protettori della navigazione.

L’ipotesi che il testo citi entrambi i Severi, Settimio e Caracalla, è più che possibile: avevano
promosso un programma edilizio che riguardava il Campo Marzio e entrambi erano legati ai culti
egiziani, tanto che il restauro potrebbe essere stato realizzato al ritorno di Settimio Severo
dall’Egitto, magari nel 202 d.C. contemporaneamente al rifacimento del vicino Pantheon. Meno
probabilmente il restauro fu conseguenza dei danni causati dall’incendio, scoppiato tra il 191 e il
192 d.C., come invece è indicato nell’epigrafe del Portico d’Ottavia. Il mancato riferimento
all’incendio nell’iscrizione del Pantheon potrebbe infatti indicare che questa area del Campo Marzio
fosse stata risparmiata dalle fiamme. Che fosse indicato solamente il nome di Caracalla, poi, è
improbabile per le difficoltà che ne deriverebbero nella ricostruzione del testo, la cui lunghezza è
desumibile dall’elenco degli ascendenti con la menzione alla r. 1 del grado di filius rispetto a
Settimio Severo e alla r. 2 del termine abnepos riferibile ad Adriano. Insomma l’onomastica sembra
bella lunga, è improbabile che iniziasse a quella riga lì e sopra avesse il festone. Se inseriamo infatti
la titolatura assunta da Caracalla nel 211 d.C., non risulta esserci sufficiente spazio alla seconda riga
per la presenza, dopo l’onomastica dell’imperatore, degli attributi (la sequenza più diffusa è Pius,
Felix e Augustus), dei cognomina ex virtute (dal 211 d.C. Parthicus maximus e Britannicus
maximus cui fu aggiunto nel 213 quello di Germanicus maximus) e delle cariche più importanti:
pontificato massimo, potestà tribunizie, acclamazioni imperiali, consolati, proconsolato e titolo di
pater patriae. La situazione non cambia anche se ipotizziamo che la titolatura continuasse alla r. 3.
Diversamente la restituzione con la titolatura di Settimio Severo, nelle prime due righe non
documentate dell’epigrafe, seguita da quella di Caracalla consente di ricostruire un testo
soddisfacentemente allineato a sinistra e a destra.

[Imp(erator) Caes(ar) divi M(arci) Antonini Pii Germ(anici) Sarm(atici) fil(ius), divi Commodi
frater, divi Antonini Pii nepos, divi Hadriani pronepos, divi Traiani Parth(ici) / abnepos, divi
Nervae adnepos, L(ucius) Septimius Severus, Pius, Pertinax, Aug(ustus), Arab(icus), Adiab(enicus),
Parth(icus) Max(imus), pont(ifex) max(imus), trib(unicia) pot(estas) X, imp(erator) XI, co(n)s(ul)
III, proco(n)s(ul), p(ater) p(atriae) et / Imp(erator) Caes(ar) Imp(eratoris) L(uci) Septimi S]everi
Pii Pe[rtinacis Aug(usti) Arab(ici) Adiab(enici) Parth(ici) Max(imi) fil(ius), divi M(arci) Antonini
Pii Germ(anici) Sarm(atici) nepos, divi Antonini Pii / pronepos, divi Hadriani] abnepos, div[i
Traiani Parth(ici) et divi Nervae adnepos, M(arcus) Aurelius Antoninus, Pius, Felix, Aug(ustus),
trib(unicia) pot(estas) V, co(n)s(ul), proco(n)s(ul)] / [tem]plum Sar[apidis - - - vetustate corruptum
restituerunt?]. / [Imp(erator) Caes(ar) C(aius) Val(erius) Diocleti]anus, Pius, Fe[lix, Invictus,
Aug(ustus) et Imp(erator) Caes(ar) M(arcus) Aur(elius) Val(erius) Maximianus, Pius, Felix,
Invictus, Aug(ustus) restituerunt?].

L’iscrizione è infine importantissima per il fatto di citare apertamente il tempio di Serapide:


nonostante la Forma Urbis ci riporti chiaramente un Serapeum, le fonti parlano solamente del
tempio di Iside e lo collocano tra il resto in un altro luogo. Non c’è dubbio che la testimonianza
fornita da E. Gatti costituisca l’unica prova oggettivamente riferibile ad un tempio di Serapide in
Campo Marzio.

La ricerca negli archivi può portare a risultati nuovo anche per le aree molto scavate come il Campo
Marzio.

18. ALTRE EPIGRAFI

1. Iscrizione del Trofeo di Augusto alla Turbie (Nizza)

Il Trofeo di Augusto è una struttura monumentale che rappresenta la gloria di Augusto


“pacificatore”: è stato eretto nel 7-6 a.C. per celebrare la fine delle guerre alpine che erano servite
ad Augusto per avvicinarsi al suo vero obiettivo, la Germania, dove però subì la disfatta di
Teutoburgo 9 d.C.. L’interesse di Augusto per le Alpi era collegato alla necessità di ottenere strade e
vie sicure verso la Germania. Il monumento è stato reimpiegato come fortino militare e nel 1705 fu
distrutto per ordine di Luigi XIV e i detriti vennero utilizzati come cave di pietra, disperso per
musei e per chiese. Viene riconosciuto come monumento storico solo nel 1865 e nel 1905 partono
due campagne di scavo per recuperare i frammenti epigrafici ancora in situ. Sulla sommità del
monumento doveva trovarsi una statua di Augusto oppure, secondo altri, una statua equestre con
diverse figure allegoriche. Il Trofeo è posto sul mare, è visibile da terra e da mare ed è strumento di
propaganda posto sulle strategiche vie commerciali.

Il Trofeo presenta un’epigrafe ricostruita anche grazie alla trascrizione di Plinio il vecchio nella sua
Naturalis Historia: della prima ricostruzione si è occupato Theodor Mommsen basandosi sui primi
7 frammenti ritrovati. L’epigrafe è la CIL V 7817: iscrizione in cornice modanata, minime parti
sono ancora originali. Ai lati dell’iscrizione abbiamo due vittorie alate con evidenti resti cromatici e,
più all’esterno, un’esposizione del bottino e delle armi conquistate, con sotto i barbari sconfitti con
le mani dietro alla schiena.

Testo:
Imperatori Caesari Divi filio Augusto / pont(_____) max(______) imp(______) XIIII
(=__________) trib(______) pot(______) XVII (=_________) / Senatus populusque Romanus /
quod eius ductu auspiciisque gentes Alpinae omnes quae a mari supero ad inferum pertinebant sub
imperium / p(_______) R(________) sunt redactae / gentes alpinae devictae ……….

Traduzione:
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________________________________________________________________________________
________________________________________________________________________________
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Supporto: grande iscrizione a corredo del Trofeo di la Turbie.


Data: 6-7 d.C. in base all’indicazione della tribunicia potestas.

2. Esempio di cursus honorum senatorio da Tivoli

Si tratta di una base di statua recante la carriera del senatore Publio Mummio Sisenna Rutiliano.
Nella parte iniziale e in quella finale presenta un ductus superiore per facilitare la lettura del nome e
per sottolineare che il monumento destinato a un privato è esposto in luogo pubblico perché
concesso dal Senato. Publio Mummio fu un console figlio di un console (il padre fu console nel 133
d.C.) ed è attestato anche in altre epigrafi. Di lui sappiamo che morì 70enne dopo essersi risposato
in tarda età e sappiamo anche che era superstizioso. Le tappe del suo cursus honorum sono elencate
in ordine discendente ma qui le riportiamo in ordine ascendente:
- vigintiviro: tappa introduttiva del cursus senatorio, aiutava a dirimere le liti.
- tribuno di legione: ce n’erano 6 per ogni legione, parentesi militare del cursus senatorio: la sua
legione era stanziata a Troensis in Mesia (tra Romania e Bulgaria).
- questore: prima tappa effettiva del cursus, si occupava della cassa di Roma.
- tribuno della plebe: un anno ulteriore destinato ai senatori di origine plebea (!).
- pretore: amministrava giustizia a Roma.
- comandante di legione: in Britannia, a Eburacum (York), nello stesso periodo delle tavolette di
Vindolanda.
- prefetto dell’erario: preposto alla tesoreria e alla zecca del Senato;
- prefetto degli alimenti per l’Aemilia: le alimentationes sono delle iniziative traianee di
beneficenza per i municipi più poveri.
- console suffecto: 146 d.C. (Non c’è scritto nell’epigrafe??!!).
- legato di Augusto con incarico di propretore (governatore) della Mesia Superiore.
- proconsole in Asia.
- console.

Ci sono anche cariche religiose: augure, curatore del tempio di Ercole Vincitore, sacerdote dei Salii,
Augustale del tempio di Ercole (e di quello stesso tempio fu anche curatore vedi sopra): gli
Augustali organizzavano il culto dell’imperatore defunto e omaggiavano il genio dell’Imperatore
vivo (in questo caso si dicono anche Herculiani perché gestiscono il tempio di Eracle, spesso
liberti).
Dignità locali: patrono del municipio di Tivoli (monumento è concesso presso il Senato locale di
Tivoli).

Testo: P(_____) Mummio P(______) f(_____) Gal(_________) Si/sennae Rutiliano, co(n)s(___),


auguri, proco(n)s(___) provinc(____) Asiae, legato Aug(___) / pro pr(_____) Moesiae Superioris,
praef(_____) aer(____) Saturni, leg(___) leg(_____) VI (= ______) Victric(___), praetori, tr(_____)
pl(_____), quaest(____), trib(____) leg(____) V (= ______) Maced(______), (decem)viro
stli/tib(___) iudic(____), patrono munici/pii, cur(____) Fani H(______) V(______), Salio.
Her/culanii Augustales. / L(_____) d(_____) (ex) s(_____) c(______).

Altri lati non riprodotti: Dedicata Kal(______) Iun(_____), Maximo et Orfito co(n)s(_____). //
Curantib(___) P(_____) Ragonio Satur/nino et C(____) Marcio Marciano.

Traduzione:
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Supporto: base di statua resecata nella fronte: ci resta solo la fronte perché lo spessore è stato
separato.
Data: 172 d.C.
3. Esempio di cursus honorum equestre da Ascoli Piceno

Si tratta di una base di statua dedicata a padre e figlio. I due nomi sono perfettamente simmetrici
scritti con ductus più grande, prima il nome del padre, onomastica completa. Interpunzioni
triangolari, presenza di edere distinguens.
Il cursus honorum è quello del padre ed è in ordine discendente: cariche equestri a Roma (poste
sempre in ordine discendente), religiose a Lavinio o a Roma, municipali ad Ascoli Piceno.
Essendo stato duoviro quinquennale aveva mantenuto la tribù della sua colonia d’origine anche se si
era spostato a Roma.

Vediamo le cariche equestri di Roma e scriviamole in ordine ascendente:


- prefetto della prima coorte dei Montani Pia Constantis (o coorte Montana perché il genitivo
plurale indica un collettivo);
- tribuno angusticlavio;
- prefetto dell’ala dei Galli veterani →queste prime tre sono le tres militiae.
- vice comandante della squadra navale di Ravenna (classe di stipendio sexagenaria secondo la
riforma di Adriano);
- procuratore con diritto di vita e di morte nelle province procuratorie alpine delle Alpi Atreziane
(Piemonte, tra le Graie e le Pennine) e delle Pennine.
- procuratore della Dacia (classe di stipendio centenaria 100000 sesterzi).

Cariche religiose: augure e sacerdote Laurento Laminate (carica religiosa prestigiosa per soli
cavalieri, con lo scopo di onorare i Penati di Roma originari di Lavinio). Non si sa se avesse
esercitato le sue cariche religiose a Lavinio o a Roma.

Cariche municipali presso il suo municipio di origine: duoviro quinquennale, questore della cassa
civica.

Dedicano questo monumento i collegia fabrum, centonariorum, dendrophorum: consorzi


riconosciuti in ambito civico che ripetevano la struttura statale locale, decidendo un luogo dove
riunirsi, un tempio, un curatore della cassa. Esistevano collegia anche di schiavi o liberti, come i
collegia funeraria/tenuiorum per assicurarsi una sepoltura una volta morti. Si pagava una quota
annua in cambio di garanzie. I personaggi più facoltosi spesso lasciavano dei soldi alle loro
corporazioni. Perché qui troviamo 3 categorie insieme fabrum, centonariorum, dendrophorum?
Perché probabilmente carpentieri, produttori di stoffe e dendrofori (dediti al culto della Magna
Mater e ad un’attività legata al commercio di legname) avevano un ruolo comune nella sicurezza
pubblica, soprattutto in riferimento allo spegnimento degli incendi.

La dedica si conclude con la formula standard con la quale si estende l’onore a due persone della
stessa famiglia: “che trasferì nel nome e nel ricordo di suo padre l’onore della statua che essi
avevano decretato per lui”. In sostanza la statua era per il figlio, che però ha deciso di dedicarla al
padre.

Testo:

T(______) Cornasidio / T(______) f(______) Fab(______) Sabino, e(______) m(______)


v(______), / proc(______) Aug(______) Daciae Apulensis, proc(______) / Alpium
Atractianar(______) et Poeninar(______) / iur(______) glad(______), subpraef(______)
class(______) pr(______) Raven(______), / praef(______) alae veter(______) Gallor(______),
trib(______) leg(______) II(=________) / Augustae, praef(______) coh(______) I (=_______)
Mont(______) p(______) c(______), auguri, Laur(______) / Lavin(______), aed(______),
Iivir(___) q(______)q(______), q(______) p(______) p(______), / collegia fabrum centon(______)
dendrophor(______) / in honorem / T(______) Cornasidi /Vesenni Clementis / fili eius, equo
publ(______), Laur(______) Lavin(______), patroni plebis et col/legior(____) qui ab ipsis oblatum
(!) / sibi honorem statuae in / patris sui nomen memo/riamque transmisit.

Traduzione:
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Supporto: base di statua.


Data: 201-225 d.C.

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