Sei sulla pagina 1di 104

Presentazione

I SEGRETI DELL'ALLENATORE DELLA NAZIONALE ITALIANA:


CONTROVERSO, DISCUSSO, GENIALE.

Alessandro Alciato racconta, per la prima volta, il metodo di Antonio


Conte, c.t. della Nazionale, attraverso episodi assolutamente inediti, che
ci parlano delle sue indiscusse qualità di leader e della sua straordinaria
capacità di motivare gli uomini.
La gestione del gruppo, la preparazione della partita e l’importanza
dell’intervallo (con le sue sfuriate), il modo unico e schietto di comunicare,
i litigi con i dirigenti, le pagine dei giornali affisse alla porta dello
spogliatoio per caricare i giocatori, le riunioni tecniche con i giornalisti (è
l’unico allenatore al mondo a farle)…
Metodo Conte spiega le prodigiose doti del personaggio, ma mette in
luce anche gli aspetti controversi della sua personalità.
Il volume comprende anche preziose testimonianze di campioni che ne
hanno accompagnato la crescita umana e sportiva.

IL GRANDE MOTIVATORE, UN ESEMPIO DI LEADERSHIP

Analisi sportive, coaching, interviste, racconti, aneddoti: un'indagine


condotta da chi l’ha studiato bene e che potrà riservare qualche
sorpresa perfino a Conte...

Antonio Conte in breve:

da calciatore: capitano e simbolo della Juventus (13 stagioni, 5


scudetti, 1 Champions League, 1 Coppa Intercontinentale, 1 Coppa
UEFA, 1 Supercoppa UEFA, 1 Coppa Italia, 4 Supercoppe italiane), in
Nazionale è stato vicecampione del mondo (1994) e vicecampione
d’Europa (2000).
da allenatore: ha riportato il Bari e il Siena in serie A; passato alla
Juventus, è stato Campione d'Italia per 3 stagioni consecutive
(2012, 2013, 2014) e ha vinto 2 Supercoppe italiane. Dal 14 agosto
2014 è c.t. della Nazionale italiana. Ha vinto 3 Panchine d’oro come
migliore allenatore di Serie A (2012, 2013, 2014) e 1 Globe Soccer
Award come miglior allenatore dell’anno (2013).

Alessandro Alciato Giornalista e scrittore, è inviato speciale di Sky Sport,


tv per la quale segue tutti i principali eventi legati al calcio: tra gli altri, ha
seguito gli ultimi 3 Mondiali (Germania 2006, Sudafrica 2010 e Brasile
2014) e le ultime 5 finali di Champions League. È coautore delle
autobiografie di Carlo Ancelotti (Preferisco la coppa), Stefano Borgonovo
(Attaccante nato), Andrea Pirlo (Penso quindi gioco), Walter Mazzarri (Il
meglio deve ancora venire), Massimo Ferrero (Una vita al massimo). I suoi
libri sono tradotti in più di dieci Paesi.
www.vallardi.it

www.facebook.com/vallardi
@VallardiEditore
www.illibraio.it

Antonio Vallardi Editore s.u.r.l.


Gruppo editoriale Mauri Spagnol

© 2015 Antonio Vallardi Editore, Milano

Grafica di copertina: quitstudio.it


Illustrazione di copertina: © Claudio Villa / Getty Images

ISBN 978-88-6731-933-6

Prima edizione digitale 2015


Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore. È vietata ogni duplicazione, anche parziale,
non autorizzata.
Ai numeri che cambiano.
Ai brividi che aumentano.
Alci
La parola allenatore deve racchiudere tutto. Non puoi essere solamente
bravo da un punto di vista tecnico-tattico. Così come non puoi essere
solamente bravo da un punto di vista motivazionale. Così come non puoi
essere solamente bravo da un punto di vista psicologico, quando lavori
sulle menti dei calciatori. Così come non puoi essere solamente bravo da
un punto di vista gestionale, o nei rapporti con la società, o nei rapporti
con i media. Devi essere bravo in tutto. Devi cercare di eccellere in tutto.
Per fare questo devi studiare. Da quando faccio l’allenatore, per me, è un
continuo studio.
Antonio Conte, intervista a Sky Sport, 25 dicembre 2012

Se dovessi andare in guerra, porterei Conte con me. Buon compleanno


mister.
Arturo Vidal, tweet del 31 agosto 2015, 46° compleanno di Antonio Conte
Introduzione
(Allenatore e lavoratore, poi viene il resto)

1. Antonio Conte non è solo un allenatore, ma


prima di tutto è un allenatore.
2. Antonio Conte ha voglia di lavorare, ma
prima di tutto ha bisogno di lavorare.
Se si vuole entrare nel suo mondo, o quantomeno capire da dove tragga
energia e prenda forma quel moto perpetuo che lo accompagna, che lo
contraddistingue, che lo rende antipatico agli sconfitti e indispensabile per
chi si trova dalla stessa parte della barricata, si deve partire da qui. Dai due
pilastri di cemento armato su cui poggia il suo modo di comportarsi. È una
persona piacevole (sì, piacevole ai massimi livelli) se lo incontri al bar per
un caffè, o a passeggio per le vie di Torino, o al tavolo del ristorante di suo
fratello a due passi da via Roma, ma quando indossa la tuta con la scritta
Arezzo, o Bari, o Atalanta, o Siena, o Juventus, o Italia, o con sovrimpresso
il nome di qualsiasi altra squadra che verrà, diventa un altro, pur rimanendo
sempre sé stesso. Impazzisce mantenendo una lucidità straordinaria. Il
manuale delle istruzioni sta proprio nascosto lì, a cavallo di un apparente
nonsenso, al confine di una personalità che a un osservatore superficiale
potrebbe sembrare doppia, ma che invece è una sola, univoca, forte e
spigolosa. Eppure vera. Dice quello che pensa, esattamente come lo pensa.
Si comporta per quello che è, perché ogni finzione è peccato, nonostante
l’ambiente del calcio sotto molti aspetti sia più bugia che verità, più dire
che fare, più apparire che essere. Qualche volta in mezzo al circo ci sta
male, spesso gli viene voglia di andarsene, e la differenza rispetto al resto
del mondo è che, quando succede, se ne va per davvero. Saluti senza baci,
un addio con dignità e parecchi strascichi. Non scappa: si libera da quello
che considera uno spettacolo senza copione o, nella peggiore delle ipotesi,
un carcere che ne limita i movimenti, perché o le cose si fanno come dice e
vuole lui oppure si sente delegittimato. Peggio, preso in giro. Il (suo)
discorso è chiaro e semplice: se un club o una federazione lo scelgono,
sanno chi si portano in casa. E, se si affidano a Conte, devono poi
concretizzare ciò che lui decide a tavolino, senza vie di mezzo o scorciatoie
democristiane: fa tutto parte del pacchetto. Prendere o lasciare. Non è un
personaggio semplice da maneggiare, però è un uomo clamorosamente
vincente, il contro che sfida il pro, e dargli fiducia vuol dire affidarsi
totalmente e incondizionatamente a un’evidente fame atavica, tipica
dell’uomo del Sud che prima è diventato grande al Nord e che poi il Sud e il
Nord li ha uniti, arrivando sulla panchina della Nazionale. Un Garibaldi
che, partito da Lecce, ha risalito la corrente; quello della barzelletta che va
contromano in autostrada e poi pensa che siano gli altri i pazzi, i fuori di
testa che stanno leggendo la cartina al rovescio. Ecco, spesso capita che
siano davvero gli altri quelli che hanno commesso un errore, i guidatori
della domenica che si mettono al volante il lunedì, quando il mondo si
divide in due categorie: chi ancora pensa alla sbronza del weekend e chi
invece sa con certezza che è di nuovo il momento di ripartire, accelerando il
giusto. Lui lavora. Lavora senza sosta. Sempre a modo suo, cioè un modo
che l’ha portato – e che lo porterà ancora – a scontrarsi con molte persone.
Non sempre Conte ha avuto (o avrà) ragione, però ogni volta è stato (o sarà)
coerente con ciò che ha sentito (o sentirà): se si arrabbia, non fa finta di
essere allegro. O Allegri, allenatore che ha preso il suo posto alla Juventus
dopo le improvvise dimissioni del 15 luglio 2014 (ma questa è una battuta
che non piacerà a nessuno dei due).
Ci sono tante definizioni possibili per raccontarlo, tranne una: «Io non
sono un commissario tecnico», e detto da chi guida l’Italia potrebbe essere
un altro controsenso. Potrebbe, però non è. Chi l’ha incrociato almeno una
volta di sicuro ha sentito quella frase che ancora oggi – al netto di qualche
dubbio a scadenza pressoché immediata – con puntualità si chiude così: «Io
sono l’allenatore della Nazionale. Allenatore, capito?» E mentre lo dice
quasi si arrabbia con l’interlocutore, che non c’entra niente, che viene
assalito prima dalla voglia di scappare e poi dall’impulso di abbracciarlo.
Lo odi e lo ami alla velocità della luce. «Professione: allenatore. Okay?»
Un commissario tecnico lavora qualche mese all’anno e poi va in vacanza,
Antonio Conte lavora dodici mesi all’anno, trecentosessantacinque giorni su
trecentosessantacinque (e se capita l’anno bisestile meglio ancora per quel
giorno guadagnato), ventiquattr’ore su ventiquattro. È un maniaco del
particolare, un soldato in battaglia contro tutto e tutti, anche contro la
Procura della Repubblica di Cremona che l’ha rinviato a giudizio; finché
non vince non molla, e per vincere studia, si applica, guarda, gira, impara.
Chi si ferma è perduto, o peggio ancora perde. Quando gli hanno affidato la
panchina della Nazionale, lui è stato chiaro: «Fatemi lavorare, non chiedo
altro. Ma fatemi lavorare». A un certo punto della sua avventura azzurra ha
dato l’impressione di essersi ammorbidito – in particolare a giugno 2015,
prima della trasferta di Spalato contro la Croazia per le qualificazioni
europee – quasi assuefatto ai ritmi blandi imposti dall’essere la guida della
Nazionale, anche se tutti sanno che sotto sotto non cambierà mai.
L’impressione è una cosa, le espressioni un’altra, e il linguaggio del corpo,
soprattutto durante le sue conferenze stampa che spesso diventano uno
show, dice che uno così non si arrenderà tanto facilmente. Non gli possono
bastare quelle poche settimane di ritiro e di allenamenti all’anno: fra troppe
pause si sente disorientato, gli cambia l’umore. Il tempo va utilizzato, non
sprecato, e per questo ama sempre meno i dirigenti della nostra serie A, che
non gli concedono i calciatori quando vorrebbe. A suo modo, è un
allenatore rivoluzionario, nel senso che non fa coincidere i luoghi comuni
con la realtà, o comunque ci prova, in mezzo a una pletora di strani esseri
umani – almeno ai suoi occhi – che si esprimono in politichese. In un Paese
in cui la poltrona è sacra, Conte ha reso la panchina profana: non conta che
ci affondi bene il sedere, fondamentale è che venga coccolata l’anima.
Avere ben presente questo diavolo che gli brucia dentro è il primo
passo: forse non per conoscerlo fino in fondo, ma sicuramente per capirlo, e
quindi spiegarlo, e alla fine apprezzarlo per ciò che è: sé stesso.
Semplicemente, indiscutibilmente, fortunatamente sé stesso. Questo libro
non ha la presunzione di essere una Bibbia perfetta del Contismo, però
attraverso fonti dirette – certe volte anonime, altre volte no – e aneddoti
verificati vuole raccontare cosa accade dove pochissime persone sono
ammesse: dentro gli spogliatoi delle sue squadre, nel cuore del suo metodo.
Alcuni spezzoni lo faranno divertire, altri di certo arrabbiare, perché come
tutti non ama troppo chi rovista in situazioni e ricordi che dovrebbero
restare inviolabili. Tenterò di farlo con il maggior tatto possibile, senza
tirarmi indietro di fronte ai difetti (ne ha...) o agli errori, però mi
autodenuncio in partenza: a me Antonio Conte piace.
Alessandro Alciato
1
«Buffon, da te non me lo sarei mai
aspettato...»
(Simbolo aggredito, successo conquistato)

La legge è uguale per tutti. Spesso i contorni sono quelli della barzelletta, se
la scritta campeggia su una targa appesa in una qualsiasi aula di tribunale.
Parole impresse a vanvera. Ma se il giudice è Antonio Conte le cose
cambiano, in particolare la prospettiva. Chi scrive, chi legge e chi applica
sono la medesima persona, una trinità costruita intorno a un pallone e
declinata intorno a sé stessa. I propositi diventano fatti, prendete il
dizionario e cancellate la parola deroga. Se deve dare di matto per il bene
del gruppo lo fa, a prescindere da chi abbia davanti. Spesso si arrabbia
fissando lo specchio, perché chi sa prendersela con la propria immagine poi
– nel momento del bisogno – è in grado di azzerare le differenze dettate dai
ruoli. La sua ultima sfuriata da allenatore della Juventus è rimasta finora
segreta, eppure nella ristretta cerchia dei presenti è passata alla storia.
17 maggio 2014, metà mattina, centro sportivo di Vinovo. Nel quartier
generale della squadra, alla periferia di Torino, sembravano tutti felici. I
giocatori, già campioni d’Italia nonostante la serie A dovesse ancora finire.
La società, perché l’obiettivo scudetto era stato centrato. L’allenatore, così
così. Contento ma non troppo tranquillo: lui voleva di più. La prima riga
della classifica del campionato, cioè l’unica che nella sua testa contasse
veramente, recitava: Juventus 99 punti. Novantanove, un’enormità. Il
giorno successivo si sarebbe giocata l’ultima partita della stagione, in casa
contro il Cagliari, e Conte rimuginava. Non riusciva a sorridere fino in
fondo, tanto che con i suoi collaboratori nell’ultimo periodo non ci aveva
girato intorno: «Dobbiamo entrare nella storia, più di 100 punti in Italia non
li ha mai conquistati nessuno. E pure in Europa...» In effetti José Mourinho
con il Real Madrid e Pep Guardiola con il Barcellona, ovviamente in anni
diversi, in Spagna si erano fermati a 100. Per loro la cifra del trionfo, per
noi l’urlo di Iva Zanicchi e del suo pubblico durante la trasmissione Ok, il
prezzo è giusto! Certo, il Celtic Glasgow aveva sfondato il muro dei 103,
ma il campionato scozzese non si può paragonare a un torneo d’élite.
Quindi, quello Juventus-Cagliari non poteva essere preso sottogamba. Si
dovevano studiare a fondo gli avversari, come sempre. Niente andava
lasciato al caso, Conte aveva ancora troppa fame.
«Ragazzi, ci vediamo in sala video per studiare gli schemi», ha esordito
anche quella mattina: una frase già sentita mille volte a Vinovo. I calciatori
hanno preso posto sulle sedie, schierate davanti a un grande schermo su cui
proiettare le immagini. C’erano quasi tutti quando Conte è entrato, mancava
solo Gianluigi Buffon, il capitano, il totem che non aveva abbandonato il
club neppure nell’anno della serie B. Si è presentato pochi secondi dopo,
accompagnato dal direttore generale Giuseppe Marotta, per presenza e
importanza il secondo dirigente del club dopo il presidente Andrea Agnelli.
«Mister, scusi un istante, il direttore vuole fare chiarezza sulla questione
dei premi da pagare alla squadra, dopo la vittoria dello scudetto.»
Non l’avesse mai detto, Buffon. In quei cinquanta metri quadrati si è
scatenato l’inferno. Una furia di improperi rabbiosi, all’apparenza non
giustificata dal momento. Conte si è messo a urlare, posseduto dal demonio
di una possibile sconfitta o, ancora peggio, di una probabile pancia piena.
Mettiamola così, l’Accademia della Crusca non avrebbe appoggiato in
pieno lo stile dei concetti urlati con tutta la forza che aveva: «Mi avete
rotto! Rotto, capito? E adesso andate tutti fuori dalle palle. Fuori, non
voglio più vedervi. Fuori, ho detto!»
Silenzio in sala. Anzi, in aula. L’aula del tribunale di Conte, in quel
momento giudice unico davanti a una squadra che non sapeva ancora di
essere colpevole.
«Ma, mister...»
«Zitto Gigi, da quella bocca non deve più uscire una parola. Non me lo
far ripetere. Proprio da te non me lo sarei mai aspettato. I premi... Ma pensa
te, ’sti stronzi...»
Nessuno si è permesso di ridere, anche se qualcuno avrebbe voluto.
Sarebbe stata la cosa peggiore da fare, un affronto imperdonabile.
Conte, però, non si è placato: «Gigi, tu sei il capitano. E non capisci
niente di niente, anzi diciamolo proprio, tu non capisci un cazzo. Sei una
delusione, una sconfitta appena apri la bocca. Tu come tutti questi altri
deficienti».
Uno dei giocatori presenti, che preferisce mantenere l’anonimato,
riassume così la scena: «Sono stati trenta secondi di cinema, una reazione
da folli».
«E adesso», ha concluso l’allenatore, «tutti in campo ad allenarvi.
Niente seduta video. Fuori dalle palle. Fuori dai coglioni, ho detto. Fuo-ri.
Non lo capite? E allora lo urlo più forte: fuori!»
Per via del silenzio che si era venuto a creare, tutti hanno sentito
nitidamente quello che Conte, stavolta con un tono di voce molto basso, ha
continuato a ripetere mentre si allontanava: «Vergogna».
Vergogna, sussurrato a una squadra che aveva già messo in bacheca il
terzo scudetto consecutivo, dopo che Conte l’aveva presa quando era reduce
da due settimi posti.
Sono stati davvero trenta secondi di cinema, studiati a tavolino,
attaccando il calciatore più rappresentativo, che non troppi anni prima era
stato anche suo compagno di squadra. Sentiva di dover dare la scossa a un
ambiente che rischiava di considerare quel campionato ormai archiviato,
privo di obiettivi. Del terzo scudetto consecutivo si sarebbero ricordati in
molti, dei 102 punti avrebbero però parlato i libri di storia, e la differenza ai
suoi occhi era sostanziale. Se Buffon non fosse entrato con Marotta – anche
lui artefice speciale della rinascita juventina, che durante la sfuriata
dell’allenatore ha girato i tacchi e se n’è andato – Conte avrebbe comunque
trovato un altro pretesto, e avrebbe in ogni caso attaccato la sua Juventus,
prendendola a male parole. E Buffon sarebbe sempre stato scelto come
primo obiettivo della sua rabbia, proprio perché il più alto in grado del
gruppo. Sull’episodio, il portiere ha deciso di affidare a questo libro un solo
commento, a conferma e spiegazione di quanto accaduto: «Mi sta bene aver
fatto la parte del bersaglio, anche perché il modo di vedere e di pensare il
calcio di Conte è molto affine al mio. Anch’io avrei usato certi escamotage
per far rendere la squadra al massimo. Se sono servito per arrivare allo
scopo, va bene così. Eravamo stati anche compagni di squadra alla
Juventus, io e il mister, ma in quel momento ero il primo dei suoi finti
nemici».
Lo scopo, in effetti, è stato raggiunto: Juventus-Cagliari, il pomeriggio
successivo, in uno Juventus Stadium pieno all’inverosimile, è finita 3-0.
Gol di Pirlo, Llorente e Marchisio. Aggiunge un altro dei giocatori presenti:
«Il giorno prima a Vinovo consideravo il nostro allenatore un uomo in
preda alla follia galoppante. Il giorno dopo, un genio assoluto. C’erano i
presupposti per arrivare scarichi alla gara, lui ha avuto l’intelligenza di
capirlo in anticipo. Ha resuscitato le motivazioni che avremmo anche potuto
non avere, e l’ha fatto prendendosela con Buffon. Assicurarci un posto nella
storia è stato il più grande regalo che potesse fare a ciascun elemento della
squadra, perché nessuno di noi riuscirà più a costruire un’impresa del
genere. Ne siamo consapevoli».
Classifica finale, scritta e letta alla Conte: Juventus 102 punti, gli altri
dietro. Come dire: tutto il resto è noia. E i premi sono stati regolarmente
pagati.

Se chiedi un premio, sappi che ne


esiste sempre uno più grande
2
«Alzi la mano chi pensa di vincere lo
scudetto...»
(Nove parole valse un trionfo)

I premi sono stati la carota alla fine di quella stagione, l’ultima di Conte
sulla panchina della Juventus. Ma la carota la mangiano gli asini; quindi, se
proprio deve scegliere, lui usa il bastone. Con i soldi si mangia ma di
vittorie si campa. «Considero la sconfitta uno stato di morte apparente» è
uno dei suoi slogan più utilizzati, una frase ripetuta centinaia di volte, nel
privato dello spogliatoio o davanti a una platea di giornalisti schierati. Nel
suo modo di pensare, nella sua impostazione mentale, non è troppo
dissimile il concetto di pareggio: siamo al coma farmacologico o giù di lì.
Neanche purgatorio, comunque inferno, solo meno caldo e opprimente
rispetto all’originale, giusto un pochino. Togliergli il successo significa
portargli via il fiato, un furto in piena regola, un gesto scorretto, una
pugnalata alle spalle, il buio all’improvviso. Ma quando la luce torna –
perché alla fine la luce torna sempre – il tentato omicidio subìto si trasforma
in vendetta da consumare, ovviamente circoscrivendo le definizioni
all’ambito sportivo.
Un pareggio in particolare, i giocatori della Juventus di Conte lo
ricordano bene. Non dimenticano la città in cui giocavano, né la data, e
quando la memoria si appiccica addosso così, senza lasciare spazio al
dubbio o all’immaginazione, provocando anche un leggero tormento
nonostante il passare del tempo, significa che proprio lì, e proprio in quel
giorno, qualcosa di poco piacevole è accaduto. Ho provato a chiedere a
Giorgio Chiellini, uno dei leader della Juventus, dove fosse il 9 febbraio
2014, e la risposta è stata impressionante nei tempi. Veloce come una sua
chiusura difensiva: «A Verona. Eravamo allo stadio Bentegodi di Verona,
purtroppo...» Purtroppo perché Verona-Juventus è finita 2-2. Purtroppo
perché alla fine del primo tempo la Juventus era avanti 2-0, grazie a due gol
di Carlitos Tévez. Purtroppo perché in mezzo c’è stata una rimonta difficile
da digerire, in particolare per una persona. Purtroppo perché al termine
della partita Conte si è sentito più morto di Giulietta e Romeo: assomigliava
alla trasposizione calcistica del loro amore finito molto male. E lui, quando
crede di essere più di là che di qua, deve trovare un modo per risorgere, il
più in fretta possibile. E infatti già le dichiarazioni rilasciate a caldo, in
televisione, con la faccia delle peggiori occasioni, non lasciavano presagire
nulla di buono: «Abbiamo bisogno di un bagno di umiltà, serve un esame di
coscienza». Già, ma come trasformare le parole in fatti, senza diventare
troppo vendicativo? Un modo c’era e la decisione è stata comunicata ai
calciatori in aereo, durante il viaggio di ritorno verso Torino: «Niente lunedì
libero, il vostro giorno di riposo è annullato. Ci vediamo domani al campo,
a Vinovo».
Primo passo: punire. La squadra doveva prendere coscienza dell’errore,
capire fino in fondo di averla fatta grossa agli occhi del proprio allenatore.
Non si può pareggiare, non così. Un punto è uguale a niente, la matematica
di Conte non è un’opinione, è una certezza a tratti dolorosa. Ogni risultato
diverso dalla vittoria assomiglia alla tabellina dello zero: sconfitta o
pareggio, moltiplicati per loro stessi, danno sempre zero. E allora si va in
castigo.
Secondo passo, ventiquattr’ore più tardi: responsabilizzare, ed è qui che
Conte ha costruito il capolavoro. In sala colazione al centro sportivo di
Vinovo (presenti anche il direttore generale Marotta e il consigliere
d’amministrazione Pavel Nedvěd, che in una vita non troppo lontana aveva
vinto il Pallone d’Oro...) ha fatto rivedere al video la partita ai suoi
calciatori, analizzando gli errori tecnici, e fino a quel momento, a parte il
lunedì al posto del martedì, non c’era nulla di particolarmente nuovo da
segnalare rispetto al comportamento solito: «Ci ha parlato per circa
quaranta minuti», ricorda Chiellini, «come di fatto accadeva sempre». In
cattedra i calciatori della Juventus stavano vedendo il Conte allenatore,
quello della tattica spinta all’estremo, degli schemi da mandare a memoria
come una poesia. Ma oltre all’ultrà del 3-5-2 c’è parecchio di più: qualche
istante più tardi ha preso il sopravvento l’altra metà di Conte, quella del
motivatore, che fatica a rimanere nascosta troppo a lungo. Il 50% mancante.
Il suo tono è cambiato, si è fatto quasi ansioso, anche se mai cattivo. Le
parole volavano via veloci, come se il legittimo proprietario le stesse
sparando fuori una dopo l’altra, pericolosamente appiccicate, per paura che
anche solo una di quelle si perdesse per strada, stravolgendo il senso del
messaggio che stava per lanciare: «Ragazzi, questo è il preciso momento
della stagione in cui vanno prese delle decisioni importanti. Le possibili
strade da imboccare sono solo due: ricominciare a vincere oppure entrare in
crisi. Svegliamoci o resteremo addormentati per sempre». Come
Biancaneve ma senza principe azzurro. La morte apparente, rieccola che
torna. E comunque, anche in queste parole, niente di straordinario. Ciò che
vale la pena raccontare, anzi svelare, è il finale del discorso: «Alzi la mano
chi pensa di vincere lo scudetto». In nove parole, ha steso i possibili alibi e
fatto deflagrare un orgoglio che a tratti pareva sopito. Quella frase di cui
non si è mai parlato pubblicamente, da gran parte dei giocatori viene
considerata il segreto occulto che ha portato la Juventus di Conte a vincere
il terzo scudetto consecutivo. E tenere alta la fame di vittorie in chi ha già lo
stomaco pieno è il compito più difficile. Per quaranta minuti ha parlato, in
dieci secondi ha vinto.
Li ha attaccati, proteggendoli. Li ha protetti, attaccandoli. Li ha messi di
fronte a una scelta obbligata, perché sapeva che nessuno si sarebbe mai
rifiutato di alzarla, quella mano. Se fosse accaduto, quel qualcuno sarebbe
diventato automaticamente debole agli occhi del gruppo. Al contrario, lo
spirito di squadra ne è uscito rafforzato. Insieme stavano attraversando un
brutto momento, insieme ne sarebbero usciti. Conte aveva appena messo in
atto un gioco psicologico neanche troppo sottile, il cui significato era
chiarissimo e suonava più o meno così: in questa squadra non c’è spazio per
chi ha paura. O si rema insieme o si affonda. Chiellini ha capito tutto
all’istante: «Ho pensato che grazie al nostro allenatore non avremmo più
commesso errori come quello di Verona. Non era stato il primo pareggio di
quel periodo; forse sì, qualcuno di noi mentalmente era scarico, ma dopo
quella semplice frase è passato tutto. Era chiaro che avremmo rivinto lo
scudetto. A quel punto il gruppo era tutto dalla sua parte, e Conte ne aveva
appena avuta una prova tangibile».
Per questo motivo non potrà mai essere solo un commissario tecnico.
Anche i cervelli vanno allenati giorno dopo giorno, prenderli in prestito
solo una volta ogni tanto rende tutto più complicato. E incasinato, volendo
utilizzare un termine poco accademico. Nove parole dette quando capita
possono avere un senso, se pronunciate ogni settimana diventano una
sentenza. Come il bastone che vince nettamente sulla carota.
Meglio il bastone della carota,
perché la carota la mangiano gli
asini
3
«Il Brasile al Mondiale? Undici scappati di
casa...»
(La doppia lezione ai giornalisti)

È un insegnante, Conte. Su questo i suoi calciatori, presenti o passati, sono


tutti d’accordo. Alla fine qualcosa ti resta, che tu voglia o no, perché intanto
lui vuole e questo fa la differenza. Gli piace salire in cattedra, certe volte
metaforicamente e altre letteralmente, per dire come si fa se sei alle sue
dipendenze, per presentare il suo modo di lavorare e quindi di essere se sei
un osservatore esterno, più o meno neutrale. In questa seconda casistica
rientra quanto accaduto per due volte a Coverciano, il 1° settembre 2014 e
appena un mese più tardi, il 7 ottobre, quando il neocommissario tecnico
dell’Italia ha varato una novità assoluta, mai vista né vissuta con i suoi
predecessori: la lezione ai giornalisti al seguito della Nazionale. L’ha fatto
in occasione dei suoi primi due ritiri alla guida degli azzurri.
C’ero, ed è stato importante non mancare, per iniziare a capire come
funziona il suo metodo e, in parte, come funziona lui. In entrambe le
occasioni ci ha convocati tutti nell’aula magna, quella che di solito ospita le
conferenze stampa dei giocatori più rappresentativi. È un piccolo anfiteatro,
con un tavolone di legno al posto del palco e, davanti, tante file di sedie
sfasate fra di loro, a salire. La prima è al livello del tavolo, l’ultima qualche
metro più in alto. A loro modo ci sono giornalisti in platea e loggionisti,
anche se tante volte a Coverciano le due categorie si mischiano, e i
contestatori sono pericolosamente vicini a chi parla. Qualche mio collega, si
sa – perlomeno ne siamo certi noi che seguiamo le sorti dell’Italia da un po’
di anni –, ha voglia di fischiare anche in mancanza di stecche evidenti, per
il solo gusto di farlo. Questione di sensibilità, oltre che di deontologia, più o
meno spiccata.
Sul «Corriere dello Sport», il 2 settembre, Alberto Polverosi, uno degli
inviati di maggiore anzianità professionale e prestigio, e quindi di lucidità e
correttezza, ha descritto così quello che ci eravamo trovati di fronte il
giorno prima: «Pennarello nero e pennarello rosso, una lavagna con enormi
fogli che riproducono un campo di calcio e un allenatore lì davanti che
inizia a spiegare a una platea molto attenta, anzi, molto interessata. Anche
perché quell’allenatore è Antonio Conte, nuovo ct della Nazionale. E la
platea è formata dai giornalisti. A Vinovo, in tre anni di Juve, non era mai
successo». E ancora: «È un altro Conte. O meglio, sembra un altro. Sorride,
fa qualche battuta, scherza sulla storia delle parrucche fiorentine. Poi
magari arriveranno le prime sconfitte (speriamo di no) e le prime critiche
(che comunque non sono mancate finora) e Conte riprenderà l’edizione
juventina, ma questa sua nuova versione ci sorprende. Ha detto che vuole
essere il ct di tutti e lo sforzo è proprio in questa direzione».
Voleva farsi conoscere, e questo l’abbiamo detto, Polverosi l’ha anche
scritto. Voleva porgere la mano per farsela stringere, e questo l’abbiamo
intuito. Però credo ci fosse anche un ulteriore senso, nascosto in profondità,
a ogni modo evidente se studi il personaggio senza pregiudizi. Una cosa del
tipo: adesso vi svelo come giocano le mie squadre, vi parlo di schemi tattici
e vi faccio addirittura vedere dei video specifici, così avrete tutti gli
elementi per giudicarmi e per scrivere articoli e stilare pagelle guardando le
partite della Nazionale in giro per il mondo. Se sbaglierete, sarà tutta colpa
vostra, e non potrete raccontare di non aver capito. Ha lanciato un segnale
distensivo e allo stesso tempo ha cancellato ogni possibile alibi a
disposizione della critica nei suoi confronti. Che piaccia o no, Conte ha
compiuto una mossa molto intelligente, con quel pizzico di egoismo che
non guasta. La lezione del 1° settembre è iniziata così, con una domanda:
«Nessuno di voi vuole fare l’allenatore, vero?» Qualcuno ha pensato: «Noi
siamo già allenatori», ma dopo un sussulto di dignità la risposta è arrivata
unanime: «No».
«Bene, allora possiamo cominciare. Non mi andrebbe di svelare
qualcosa di mio a chi poi farà il mio stesso mestiere.» Senso chiarissimo:
mai concederà a qualche collega un vantaggio, neppure minimo, e questo è
un altro del milione di pezzi che compongono il puzzle.
«Parliamo di tattica. Sento dire che il 3-5-2 è un sistema difensivo, e
invece non è così, e vi spiego perché. Quando sono arrivato alla Juventus
volevo giocare con il 4-2-4, poi abbiamo preso Arturo Vidal e ho capito che
sarebbe stato meglio schierare il centrocampo con tre centrali e due esterni.
Prima attaccavo con quattro giocatori, adesso attacco con cinque. E con
cinque difendo.» Per chi non avesse del tutto capito, ecco il riassunto:
difensivista sarà qualcun altro. Ogni frase conteneva qualche aspetto che
sentiva il bisogno di condividere, ma anche di mettere in chiaro. E siccome
in ogni lezione che si rispetti prima o poi viene il momento
dell’interrogazione, sia a settembre che a ottobre Conte ha chiamato alla
lavagna (addobbata di schemi come un albero di Natale con le palline),
vicino a sé, qualche volontario: «Ragazzi, chi vuole venire a dirmi cosa
bisogna fare in questa situazione?» Fra i più intraprendenti nel rispondere,
Fabio Licari, prima firma della «Gazzetta dello Sport» sulla Nazionale,
oltre che il massimo esperto in Italia quando si parla dei segreti della Uefa e
della Fifa, cioè delle federazioni europea e mondiale del calcio: «Mi ricordo
di aver provato sorpresa per il fatto che il nuovo commissario tecnico,
invece di dedicarsi al riposo fra un allenamento e l’altro, o di trattare i
giornalisti come nemici da evitare, abbia dedicato due ore del suo tempo a
noi. La voglia di farci vedere e capire il suo calcio era evidente. Nessuno
può negare di avere imparato qualcosa, in quei due momenti che ha deciso
di dedicarci. È stato bello per noi e per i nostri lettori».
Fra uno schema e l’altro, fra una domanda e una risposta, fra un
pennarello rosso e uno nero, mi sono appuntato alcune frasi che mi sono
piaciute, perché contenenti un forte retrogusto motivazionale. Questo libro
non era ancora in programma, però non potevo non segnarmele, sarebbe
stato un peccato. Una in particolare: «Se nel calcio non corri, sei morto».
Che può sembrare banale e invece espone una grande verità. Perché la corsa
è lavoro, fatica, allenamento, sfida ai propri limiti. Significa combattere la
voglia di fermarsi quando il traguardo neanche si intravede, non mollare
nonostante la testa implori di farlo. È il fisico che si cala dentro un
comportamento illogico, la cultura del «niente accade per grazie divina».
Una partita si può perdere per caso, ma per caso non si vince mai. E infatti,
nel primo discorso pronunciato davanti ai suoi nuovi giocatori, nello
spogliatoio, Conte ha alzato la voce durante un solo passaggio, per farsi
sentire anche da chi si era posizionato più lontano: «In Nazionale si arriva
solo per meriti, ricordatevi che non guardo in faccia a nessuno». L’altra
frase scritta su quel foglio che per fortuna non ho buttato via, e che mi ha
anche divertito, è questa: «Il Brasile all’ultimo Mondiale era fatto da undici
scappati di casa. Ma ogni scappato di casa costava 50 milioni». Che è vero,
ma trovate una sola persona che abbia il coraggio di dirlo
semipubblicamente. Il sottinteso: dateli a me, quelli, e vedete che ve li
trasformo in una squadra, perché una stella può essere spenta o cadente, ma
resta sempre una stella. E undici stelle non possono fare una fine del genere.
Si accompagna con una spiccata autostima, Conte, e questo non è certo un
difetto.
Seduto al mio fianco, durante le due lezioni, c’era un collega di Sky
Sport che è inoltre un mio grande amico: Marco Nosotti. Anche lui ha
ricordi nitidi di quei giorni: «Mi è piaciuto, Antonio. Mi è piaciuto tanto. A
suo modo, ha voluto far entrare nella sua casa gente altrimenti destinata a
stare fuori, o comunque distante. Mi ha aperto gli occhi su come lui
intendesse far giocare l’Italia, e dal punto di vista professionale questo non
è stato poco. Ci ha fatto un bel regalo, ci ha concesso un vantaggio
importante, soprattutto dico che ha mostrato un rispetto superiore alla media
nei confronti del nostro mestiere. Lui lavora, noi lavoriamo. Ogni parola
che ha pronunciato ha via via confermato l’idea che mi ero già fatto di lui:
siamo di fronte a un allenatore che a tutto quello che fa applica una
perfezione maniacale».
«Ricordatevi», ha proseguito Conte. «Attacchiamo in cinque. In
cinque...»
«E quel concetto», commenta Nosotti, «l’ha ripetuto più volte, come fa
con i suoi calciatori quando vuol fare imparare loro qualcosa a memoria.
Non voleva ce lo dimenticassimo mai, voleva essere certo che avessimo
capito. Qualcuno avrà parlato nei propri articoli di una certa mancanza di
coraggio in campo e Antonio ha voluto replicare così.» Perché non dice mai
nulla senza un motivo.
«Quando ci ha interrogati su alcuni schemi difensivi», aggiunge Licari,
«ha solleticato il nostro orgoglio, invitando ciascuno di noi a mettersi in
gioco e a pensare che nel calcio non si finisce mai di imparare. Il ruolo
dell’allenatore è molto meno semplice di quanto si possa pensare. Peccato
che poi quelle lezioni siano finite...»
In effetti, dopo il 7 ottobre l’usanza si è interrotta sul più bello. La festa
appena cominciata era già finita. E c’è una spiegazione non ufficiale, ma
verificata: alcuni giornalisti si sono lamentati delle notizie che altri loro
colleghi avevano nei periodi in cui la Nazionale non giocava. Qualcuno si è
addirittura spinto a parlare con il presidente federale Carlo Tavecchio o con
Paolo Corbi, capo ufficio stampa della Federcalcio, dicendo: «Conte passa
notizie sottobanco a qualche giornalista suo amico, lasciando fuori gli
altri». Premesso che non sarebbe stato un peccato, la verità è che Conte una
cosa del genere non l’ha mai fatta, gli provocherebbe fastidio il solo
pensiero. Puoi prenderci un caffè insieme, ma il massimo che concede a
livello calcistico è qualcosa tipo: «Sono totalmente calato nella mia nuova
dimensione». Nulla di più, proprio perché vuole che tutti – televisioni,
radio, giornali, siti internet – partano dallo stesso punto. Molto
semplicemente, chi ha avuto e continua ad avere più notizie dispone
soltanto di fonti più affidabili: è la base, il primo e unico comandamento nel
manuale del buon cronista. E Conte non rientra, né rientrerà mai, nella
categoria delle fonti in generale. Ci sono allenatori che danno la
formazione, che spifferano segreti di spogliatoio, che parlano apertamente
dei calciatori che stanno loro antipatici: e di sicuro Conte non appartiene a
questa cerchia.
«È vero», conclude Nosotti, «sarebbe stato bello se quelle lezioni di
settembre e ottobre 2014 avessero avuto un seguito. Stavano cadendo certe
barriere, e lui aveva chiaramente deciso di metterci a disposizione nozioni
non banali. Mi è sembrato, dopo quel doppio momento in aula magna, di
capire qualcosa in più del ct e della Nazionale; un di più da poter offrire poi
al telespettatore. A suo modo Conte è un rivoluzionario.»
«Un rivoluzionario come Sacchi», pensa ad alta voce Licari, «perché
loro due sono simili. Nella convinzione, nel credere ciecamente in quello
che fanno, dimenticando tutto il resto. È la passione che li spinge. E credo
proprio che Sacchi, per Conte, sia stata un’illuminazione.»
Ce ne avrebbe parlato Conte, di Sacchi. Ma poi si è arrabbiato e ha
ricominciato a venerare il silenzio. «Non è giusto allenare i giornalisti», ha
detto davanti a tutti, nei viali di Coverciano, un giornalista molto conosciuto
dalle sue parti e decisamente meno altrove (dicasi trombone del mestiere).
Non aveva capito che Conte, pur seguendo la propria convenienza, ci stava
dando una mano. Ovviamente era un loggionista.

Il loggionista fischia. Il trombone


stona. E Conte interrompe il
concerto
4
«A metà di ogni partita s’incazza...»
(A. Pirlo)

La doppia lezione ai giornalisti è filata via liscia. Soprattutto, sui cieli di


Firenze (il centro tecnico di Coverciano è in città, appena sotto la quiete
della collina di Fiesole) non è stato segnalato alcun oggetto volante non
identificato. Un piccolo miracolo. Capita che negli spogliatoi delle sue
squadre qualcosina decolli, infatti.
Ne aveva fatto un gustosissimo accenno Andrea Pirlo in Penso quindi
gioco, l’autobiografia scritta con me per Mondadori: «Tornassi indietro,
solo una cosa non rifarei: scegliere il posto vicino a Buffon dentro il nostro
spogliatoio allo Juventus Stadium, esattamente davanti alla porta
d’ingresso. È il punto più pericoloso di tutta Torino, soprattutto tra il primo
e il secondo tempo delle partite. Nell’intervallo Conte entra e, anche quando
stiamo vincendo, lancia contro il muro – e quindi contro il mio angolino –
tutto quello che trova, quasi sempre delle bottigliette di plastica, piene
d’acqua. Frizzante. Molto frizzante. Diventa una bestia. Non si accontenta
mai, c’è sempre un dettaglio che non gli va a genio, vede in anticipo ciò che
può succedere nei successivi quarantacinque minuti. Una volta, ad esempio,
perdevamo contro il Milan e non riusciva a farsene una ragione: ’Contro
quelli! Non capisco come non riusciamo a vincere contro quelli! E giocano
pure male’».
Gli altri allenatori fanno grandi discorsi prima e dopo le partite, lui
durante. Un bastian contrario per i detrattori, un inventore di cose belle per
chi ama stare dalla sua parte, e chi lo ama lo segue. Dopo qualsiasi sfida,
dalla più piccola alla più grande (ai suoi occhi sono tutte uguali, quindi tutte
enormi), spesso non passa neanche dagli spogliatoi dei suoi giocatori. Solo
per un rapido saluto, in caso di vittoria. Il ragionamento è semplice: alla
fine di una corsa puoi solo guardarti indietro per capire se sei stato bravo,
ma se la corsa è ancora in atto puoi inventarti di tutto per restare in testa se
stai vincendo, per azzardare il sorpasso decisivo se stai pareggiando o per
aumentare la velocità al limite dell’incidente se quello che ti sta davanti si
allontana troppo dal tuo orizzonte. Fosse un Gran premio di Formula Uno, i
suoi sarebbero i pit stop che decidono la classifica finale. Quando gli altri
festeggiano, lui si accorge dei particolari che stanno deragliando. Ad
esempio a Verona il 9 febbraio 2014, nella partita citata da Chiellini, quella
del vantaggio per 2-0 al 45° minuto diventato 2-2 al 90°, Conte
nell’intervallo avvertiva stranissime sensazioni, non certo positive. E ne
aveva messo al corrente la squadra riunita intorno a lui: «Non voglio vedere
nessuno che si rilassa, non abbiamo ancora vinto. State attenti. Se
commettiamo un errore, poi da calcio piazzato per noi potrebbe nascere un
vero casino». Inutile ricordare che entrambi i gol del Verona sono arrivati
proprio in quel modo: da calcio piazzato. Vede cose che ancora non
esistono, ma che esisteranno. Non è un mago, è più semplicemente uno che
non si fa travolgere dal momento positivo, che nella sua eruzione interiore
riesce comunque a mantenere ben chiaro l’obiettivo, e allo stesso tempo a
vedere senza sfocature le crepe che lo circondano. Magari piccole, però
pronte a implodere da un secondo all’altro, risucchiando il suo umore. Quei
quindici minuti di teorico riposo, per le squadre che allena, si trasformano
in un quarto d’ora alla ricerca della celebrità. E la celebrità la danno i
successi. Conte, un Andy Warhol che fa girare il pallone, e a cui spesso
girano: «A metà di ogni partita s’incazza, io l’ho provato più alla Juventus
che in Nazionale», racconta oggi Pirlo, che nel frattempo si è trasferito a
New York e gioca nella Major League Soccer. «Cercava di spronarci, di
sottolineare gli aspetti da migliorare, non importava che magari stessimo
vincendo. Succedeva spesso anche quando stavamo giocando alla grande.
Nel bene o nel male, pretendeva stessimo sul pezzo fino alla fine. Si
accorgeva sempre di qualcosina in più rispetto a quanto avevamo visto noi
dal campo, e la correggeva. Entrava nello spogliatoio, nella sua testa
pensava che da lì a poco saremmo ritornati sul terreno di gioco più
deconcentrati e molli, e allora iniziava il suo lungo monologo
motivazionale.»
Con lancio incorporato. Un classico della casa. La scarpa che Sir Alex
Ferguson aveva calciato dritta sulla faccia di David Beckham ai tempi del
Manchester United, provocandogli un taglio, una certa dose d’imbarazzo e
rovinando in parte il suo viso d’angelo, è passata alla storia. «Qui non
siamo a quei livelli di fantascienza», dice ancora Pirlo, «però di piccoli
razzi terra-aria, aria-terra e aria-aria ne ho visti parecchi nel nostro
spogliatoio, nel corso degli anni. Un must erano le bottigliette piene
d’acqua, in pratica dei gavettoni con il tappo, ma non è che cercasse quelle
con particolare puntiglio. Raccattava ciò che trovava, e sembrava avere una
particolare predilezione anche per i pennarelli posati sotto la lavagna. La
lavagna però non l’ha mai lanciata, per fortuna, solo presa a pugni, come il
muro. Alzava la voce, s’infervorava, analizzava gli errori e a quel punto
tutti noi sapevamo che il conto alla rovescia era partito. Cinque... Quattro...
Tre... Due... Uno... Lancio. L’oggetto del momento lasciava la sua mano e
partiva verso una destinazione ignota, io nel dubbio mi abbassavo, sperando
che la destinazione ignota non fosse il posto in cui ero seduto. Pareva di
essere a Cape Canaveral. A dire la verità, comunque, non ha mai colpito
nessuno, e se a distanza di mesi o di anni ci ricordiamo ogni singolo
intervallo, significa che Conte ha ottenuto ciò che voleva: la nostra
completa attenzione. Scherzi a parte, è in assoluto l’allenatore che mi ha
insegnato di più, il più bravo, e farà una carriera grandissima perché non gli
manca davvero nulla per diventare il migliore.»
Definizione, questa, che gli farà da una parte piacere e allo stesso tempo
lo innervosirà un minimo. Per capacità professionale e per dedizione alla
causa si sente già il numero uno di una lista che tende all’infinito, quindi è
possibile che anche solo per un istante la viva come una diminutio. Fino al
prossimo intervallo.

Di una storia in corso si può


ancora cambiare il finale
5
«Come mi ha conquistato? Con un sorriso...»
(M. Valdifiori)

Ci sono campioni che lo frequentano da anni, e che quindi sono in possesso


di una sorta di foglietto illustrativo. Sanno come funziona Antonio Conte.
Conoscono la posologia, le controindicazioni, i possibili effetti indesiderati.
Sanno che può essere una medicina oppure un veleno, se si eccede con
l’utilizzo. Va maneggiato con cautela, ma è sicuramente un allenatore in
grado di rappresentare una tappa importante nel curriculum di qualsiasi
calciatore. E chi lo incontra per la prima volta non può che raccontarne il
lato dolce: è sotterrato chissà dove, però esiste. Fuori di pietra, dentro di
zucchero.
Mirko Valdifiori lo sa. Giocava a Empoli, è passato al Napoli, in mezzo
al guado è stato convocato in Nazionale. Deve piacergli parecchio l’azzurro,
il colore di tutt’e tre le maglie. Dicono che a tratti abbia il tocco di Pirlo, il
suo modello. Quelli come loro si chiamano registi, direttori di copioni e di
emozioni. Lui ha conquistato un posto nell’Italia giocando in serie A come
faceva in serie B, cioè molto bene. Un salto all’insù, senza vertigini.
Benché prive di un’anima, certe statistiche rendono comunque l’idea: le sue
dicono che nella stagione 2014/15 è stato primo nella classifica per passaggi
nella metà campo avversaria (1766 contro i 1532 di Gary Medel dell’Inter)
e secondo per passaggi riusciti sempre nella metà campo avversaria (1280
contro i 1370 di Medel). Guarda avanti. Magari sbaglia, ma lo fa meno
degli altri. Infatti ha un hobby: passare palloni precisissimi ai compagni di
squadra. E una missione: passare palloni precisissimi ai compagni di
squadra. E un lavoro: passare palloni precisissimi ai compagni di squadra. E
quando l’hobby, la missione e il lavoro coincidono, non c’è niente da fare,
la storia a un certo punto si attorciglia intorno a un lieto fine. Che nel suo
caso è coinciso con un lieto inizio. Per la prima volta in carriera, il 22
marzo 2015, poco dopo l’ora di cena, ha varcato i cancelli di Coverciano da
calciatore della Nazionale maggiore. A ventinove anni, che nel calcio sono
tantini. L’idea di incontrare Conte lo eccitava, però gli faceva anche un po’
paura. Il commissario tecnico dell’Italia è uno che mette in soggezione, così
gli avevano raccontato: «Non farlo arrabbiare», «Non contraddirlo»,
«Occhio che prima o poi scoppia come la bomba di Hiroshima». Tutti si
sentivano in dovere di dirgli qualcosa, insomma.
La macchina che lo accompagnava verso un sogno ormai a portata di
mano l’ha scaricato davanti all’ingresso dell’albergo dei giocatori,
all’interno del centro tecnico federale. Fra lui e la porta, solo una decina di
scalini. Il battito era fuori controllo. Alla reception c’era Conte, che
nell’attesa stava guardando Sampdoria-Inter in televisione. Con la coda
dell’occhio il commissario tecnico l’ha visto arrivare, si è alzato e gli è
andato incontro. Valdifiori ha frenato un attimo. «Oddio, e adesso cosa mi
sta per dire?» non ha potuto evitare di domandarsi con una certa
inquietudine. Niente. Non gli ha detto niente. Conte l’ha guardato e gli ha
fatto un sorriso. Larghissimo. Sincero. Vero. Spiazzante. L’orco non era così
cattivo. È durato qualche secondo, poco, eppure abbastanza per
imprigionarlo in una fotografia mentale, da archiviare dove abita la
memoria. Se la domanda è come si conquista un nuovo arrivato?, la
risposta è proprio quell’espressione felice: «Se devo dire la verità»,
racconta Valdifiori, «un sorriso del genere non me lo sarei proprio aspettato.
È la prima cosa che mi ricordo. Ha rappresentato una bella sorpresa e un
grande inizio. La tensione si è sciolta immediatamente: sì, mi ha
conquistato così». Perché certe volte le parole dicono, ma un sorriso abbatte
le barriere. Conte è quello dei discorsi che arrivano dritti al cuore, delle
decisioni istintive, delle reazioni esagerate, dei dettagli passati e ripassati
fino a sciuparli, della preparazione maniacale di una partita, ingredienti
perfetti, che però vengono dopo. Prima c’è quel sorriso, nato
spontaneamente, pur facendo parte della complessa strategia del suo
legittimo proprietario. Un sorriso non è solo un sorriso. Diventa la chiave
per aprire la porta, e all’interno della stanza è contenuto il messaggio: ti
stavamo aspettando, non hai sbagliato strada, sei arrivato fino a qui perché
te lo sei guadagnato. L’umanità come anticamera della severità. Eccolo, il
suo lato zuccherato. Un limone si può anche spremere ma prima va scelto, e
al mercato si scelgono solo gli agrumi buoni. «Quando hai a che fare per la
prima volta con un allenatore come lui», svela Valdifiori, «un po’ di
soggezione ti accompagna. Mi ha messo a mio agio, il suo atteggiamento è
stato decisivo perché questo accadesse. Per un calciatore come me che non
aveva mai frequentato la Nazionale, quel tipo di accoglienza si è rivelata
fondamentale. Mi ha dato una grande carica, mi ha fatto sentire
importante.»
Il tutto senza dire una parola, almeno in quei secondi iniziali. Poi
Valdifiori ha ringraziato e qualche cosa se la sono sussurrata, scambi di pura
cortesia.
«Grazie per la convocazione, mister.»
«Benvenuto fra noi, Mirko, la tua convocazione è meritata.»
«Sto vivendo un sogno.»
«È meritato...»
«Mister, come funziona la Nazionale?»
«Adesso ti spiegheranno tutto, ogni giorno troverai il programma delle
ventiquattr’ore successive. La tua stanza è di là.»
Frasi che non passeranno alla storia, perché a quel punto non servivano
discorsi. Lo scopo era stato raggiunto attraverso il sorriso. E chissà se Conte
si è accorto dell’effetto positivo che ha avuto sul suo nuovo calciatore.
Forse inconsciamente (o a sua insaputa, come amano dire i politici quando
diventano ladri e poi devono giustificarsi), sorridendo l’allenatore ha
azzerato l’ansia che aveva accompagnato Valdifiori in ritiro. Mossa
estemporanea o consapevole non importa: di sicuro è stata azzeccata. La
cosa che sapeva per certo, anche quella sera con Valdifiori, era che se
avesse detto qualcosa di sbagliato al primissimo appuntamento avrebbe
mandato nel pallone una persona mai incontrata prima. Andava evitato
l’effetto-Avvocato. Al suo primo giorno da giocatore della Juventus, appena
arrivato dal Lecce, Conte era infatti stato accompagnato da Giampiero
Boniperti fino in collina, sopra Torino, a casa di Gianni Agnelli. Che con
una domanda, una sola, l’aveva gettato nello sconforto, per non dire nel
panico.
«Scusi, Conte, ma lei quanti gol ha fatto quest’anno?»
«Davanti a questa domanda vorrei sprofondare», confessa il mister in
Testa, cuore e gambe, la sua autobiografia pubblicata da Rizzoli, «la
risposta sincera sarebbe zero. La verità è che fino a quel momento quello di
Napoli è rimasto l’unico, più un paio in Coppa Italia. Mille dubbi mi
attraversano la testa. ’Vuoi vedere che Boniperti ha sbagliato giocatore?
Forse l’Avvocato non aveva chiesto uno come me...’ Se Agnelli pensa che
sia un centrocampista goleador, sono in guai grossi. Però qualcosa devo pur
rispondere, i secondi passano veloci. Mi volto verso Boniperti in cerca
d’aiuto, lui abbozza un sorriso indulgente e trovo un po’ di coraggio.»
Sorriso = Coraggio. Già allora l’aveva capito. Valdifiori ha giocato da
titolare l’amichevole contro l’Inghilterra del 31 marzo 2015, a Torino. Non
solo non ha avuto paura, ma è stato anche uno dei migliori in campo
dell’Italia. Il suo modo di muoversi e la personalità sono piaciuti a tutti.
«Cosa mi ha caricato per la partita?» si chiede ancora Valdifiori, dandosi
subito una risposta. «Una frase che mi ha detto Conte prima che le
formazioni scendessero in campo. Poche parole che non mi va di svelare
pubblicamente, sono troppo personali, la certezza è che mi sono rimaste
impresse, durante il match e anche dopo.»
Il succo era questo: «Non sei qui per caso». E più di una volta, da quel
giorno in avanti, Conte ha parlato di Valdifiori come di un esempio da
seguire per chi vuole entrare, prima o poi, nel Tempio di Coverciano. Di
solito si dice che in Nazionale non si arrivi a tarda età, che sia quasi
impossibile farlo partendo da un club che non è famoso in Europa e che ci
voglia un cognome altisonante. Valdifiori si chiama Valdifiori, ha ventinove
anni ed è partito dall’Empoli. Però lavora come un matto e gioca bene: ed è
quanto basta.
Due motivi, un martello che ha sbriciolato i luoghi comuni. Come
quello che voleva Conte incapace di sorridere.

Un calciatore che si sente a suo


agio rende meglio
6
«Fin dal primo momento mi ha parlato di
sacrificio...»
(C. Tavecchio)
«Conte era l’uomo giusto, al posto giusto,
nel momento giusto...»
(G. Mancini)

Sorride con parsimonia. La felicità non si spreca, si dosa. E quando c’è esce
quasi in incognito, a tramonto avvenuto, si mimetizza nel buio, così è più
difficile individuarla, riconoscerla. Si trattiene più nella buona che nella
cattiva sorte, Conte, e anche da questo punto di vista in giro non ce ne sono
troppi come lui. Se è contento lo vedono in pochi, se sbotta se ne accorgono
tutti. È un uomo contro.
Anzi, è un uomo contro il Sistema, che per il Sistema lavora. Storia
incredibile, almeno apparentemente. E dire che il Sistema neanche ci
pensava a lui, all’inizio: «Devo essere onesto», svela oggi Carlo Tavecchio,
presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, «quando molti indizi
portavano a pensare che avrei vinto io le elezioni per prendere il posto di
Giancarlo Abete, dimissionario dopo il Mondiale in Brasile, la mia idea a
proposito del commissario tecnico dell’Italia era precisa. Anche Cesare
Prandelli aveva deciso di lasciare nonostante un rinnovo di contratto già
firmato, quindi pensavo a una cantera degli allenatori, una sorta di vivaio
all’interno del quale far crescere i tecnici della nostra Federcalcio, la scuola
dei giovani rampanti, partendo dalla squadra Under 15 fino ad arrivare alla
Nazionale maggiore, da affidare a un guru come Francesco Guidolin oppure
ad Alberto Zaccheroni, che nel giro di qualche settimana avrebbe lasciato il
Giappone. Mi girava in testa anche il nome di Maurizio Viscidi, da
promuovere, e poi c’era la direzione tecnica del progetto da affidare ad
Arrigo Sacchi. E invece...»
E invece sono arrivate altre dimissioni, rumorosissime, quelle di Conte
dalla Juventus (che a priori, pochi giorni dopo la disfatta dell’Italia in
Brasile e qualche settimana prima del terremoto a Torino, in maniera non
ufficiale non escludeva la possibilità di un impegno part-time in Nazionale
pur restando l’allenatore dei bianconeri, se mai la Federcalcio avesse deciso
di contattarlo: molti colleghi giornalisti quando l’ho raccontato in diretta su
Sky mi hanno riso in faccia, il fatto è che erano in ritardo sulla notizia e
ancora non se n’erano accorti). Tavecchio, nel frattempo diventato il
numero uno del calcio italiano al termine delle elezioni organizzate
all’Hilton di Fiumicino, per rilassarsi dopo il caos creato dalla sua ormai
famosa frase su «Optì Pobà venuto qua che prima mangiava le banane e
adesso gioca titolare nella Lazio», era partito con la moglie per la
montagna. Aria buona e polemiche abbandonate laggiù, a valle. Rotolando
verso Nord. Permanenza prevista: sette giorni. Una settimana di apparente
calma: «Apparente ma non effettiva», continua Tavecchio. «Primo perché
non sono stato così tanto tempo, secondo perché combattevo contro me
stesso. La mia idea era chiara e nota a tutti, non la volevo cambiare; appena
Conte ha lasciato la Juventus, però, sulla panchina della Nazionale ho
cominciato a vederci lui.»
Pensiero intrigante. Il primo problema era la logistica. Tavecchio come
meta del suo periodo di relax aveva scelto Selva di Val Gardena, e più ci si
arrampica verso il cielo, meno il telefonino funziona. Conte era in vacanza
in barca, in Croazia, e in mezzo al mare le comunicazioni sono
notoriamente impossibili. Giulia Mancini (attenzione a questo nome: è una
figura chiave) si riposava a Zoagli, in Liguria: l’aspetto positivo è che
davanti al Golfo del Tigullio le antenne funzionano alla grande, quello
negativo è che a un certo punto i vicini di ombrellone l’hanno presa per
pazza, ascoltandola mentre parlava di ipotesi, progetti e milioni, fra un
«Antonio, sento la tua voce metallica» e un «Presidente, richiami, non
capisco niente». Il Sistema stava tentando di infiltrarsi nell’anti-Sistema. Un
po’ storia di hacker, un po’ storia d’amore. «E di amore nei miei confronti
mia moglie deve provarne parecchio», gongola Tavecchio, «perché ogni
giorno la abbandonavo prima che iniziassero le nostre passeggiate ad alta
quota. Se fossi salito in funivia con lei, il mio cellulare sarebbe stato
definitivamente inutilizzabile. Mi ha sopportato, ha capito che c’era un
gladiatore libero, fuori dal Colosseo. Un lottatore da convincere, da portare
dalla nostra parte.»
I primissimi contatti non sono stati del tutto incoraggianti.
«Pronto, Conte, sono il presidente Tavecchio...» Rumore di onde in
sottofondo.
«Buongiorno, presidente, mi dica.» Il silenzio della Val Gardena a fare
da cornice alle parole, che quasi rimbombavano.
«Ci piacerebbe averla con noi.»
«Costo tanto.» Un modo per dire no in maniera gentile, mettendola sul
piano economico, ben sapendo che i budget federali erano lontani anni luce
dalle sue richieste. Il Sistema, almeno sulla carta, presentava troppe
incognite, in particolare quelle relative al progetto tecnico.
«Parliamone, Conte... Conte... Conte???» Clic.
Mare-montagna 1-0, la linea era caduta (a un certo punto a Tavecchio è
anche venuto il dubbio che la chiamata fosse stata interrotta apposta). E poi
è stata ripristinata. E poi è ricaduta. E di nuovo su. E ancora giù. E allora
vai di sms. Un caos comunicazionale. Un disordine reso ordinato da Giulia
Mancini, che ha avuto l’intuizione per trovare il varco in quel casino.
Vicentina, esperta della cessione e gestione dei diritti d’immagine dei
grandi campioni dello sport e di organizzazione di eventi sportivi, ha
lavorato anche dieci anni per il colosso IMG – ricoprendo ruoli di vertice –
e dal 1999 al 2003 alla Juventus, come responsabile dell’Area Atleti. Per
quattro anni ha gestito i diritti d’immagine della squadra di Zinedine Zidane
e Alessandro Del Piero. È allora che ha conosciuto Antonio Conte. L’idea e
la soluzione che l’hanno portato in Nazionale sono state sue. Lei ama vivere
nell’ombra, appare poco, però il 20 agosto 2014 ha rilasciato
un’interessante intervista a Giulio Todescan del «Corriere della Sera». A un
certo punto ha raccontato: «Conte mi ha chiamata dopo la rottura con la
Juve, chiedendomi di curargli i diritti d’immagine e la comunicazione. Lui
puntava all’estero, ma si faceva il suo nome per la Nazionale. Così, quando
due settimane fa sono andata a trovarlo a Lecce, gli ho detto: perché non
portiamo un progetto in Federcalcio? Lui mi ha detto di no, era convinto
che il ‘Sistema’ non lo avrebbe lasciato lavorare e che la Figc non potesse
riconoscergli un compenso pari al suo valore di mercato, e che non avrebbe
capito un progetto innovativo che comprendesse tra le altre idee anche la
cessione dei diritti d’immagine. Ma sono una che non molla. Il giorno dopo,
sul treno da Lecce a Vicenza, non ho fatto che ripensarci».
In effetti, sulla carta, Conte aveva ragione: «Il suo predecessore
Prandelli da noi guadagnava un milione e mezzo», spiega ancora Tavecchio
nella sua analisi. «Sacchi nel frattempo era andato via perché due galli nel
pollaio non ci possono stare, e lui prendeva 500.000 euro. Totale: due
milioni risparmiati, da reinvestire su chi avrebbe preso il loro posto. Due
stipendi per una persona, e quel denaro era ancora poco per Conte, ma io
dalle casse della federazione non volevo più tirare fuori un euro. Lo avevo
dichiarato in maniera decisa durante la mia campagna elettorale.»
Chi conosce Giulia Mancini, sa che è testarda. Dal punto di vista della
tenacia, è l’altro cinquanta per cento di Conte. Ancora dall’intervista al
«Corriere della Sera»: «L’ho chiamato il giorno dopo e gli ho detto:
lasciami provare con i diritti d’immagine, mal che vada ci risponderanno di
no. Lunedì 11 abbiamo aperto le trattative con la Figc, una vera battaglia
che si è chiusa con l’accordo il 14».
Il 14 agosto 2014.
E ancora: «Il 13 sera il no della Figc sembrava certo, abbiamo anche
buttato giù il comunicato per dire che Antonio rinunciava. Lui per dormire
ha preso le gocce, io non ho chiuso occhio. Ma la mattina dopo abbiamo
rilanciato con un’ulteriore proposta ed è stata accettata».
Il discorso, riassunto, è stato questo: «Cara Federcalcio, noi rinunciamo
ai diritti d’immagine di Antonio Conte che vi cediamo interamente, e voi li
girate a un massimo di quattro sponsor federali. Questi diritti valgono due
milioni». Che, aggiunti ai due già accantonati da Tavecchio, facevano
quattro + bonus. Cifra raddoppiata e problema risolto. Soluzione
all’apparenza semplice, in realtà per nulla scontata, anche se oggi Giulia
Mancini sembra volersi riconoscere meno meriti di quanti ne abbia: «Trovo
che la mia idea/proposta di cedere i diritti d’immagine di Antonio Conte
alla Federcalcio non sia niente di geniale, ma frutto dei miei ventuno anni di
esperienza in questo settore, avendo a disposizione l’uomo giusto, nel posto
giusto, al momento giusto».
L’uomo giusto per carattere, valori, professionalità e immagine.
Nel posto giusto, cioè in Nazionale dopo la brutta figura ai Mondiali in
Brasile.
Al momento giusto perché coincidente con il nuovo corso in
Federcalcio, con un nuovo presidente e proprio quando si doveva andare al
rinnovo con gli sponsor.
Conte navigava (in Croazia). Tavecchio navigava (verso il suo
progetto). La Mancini navigava (su internet, e intanto parlava in
continuazione con Mario Gallavotti, esperto di diritto dello sport e
consulente della Federcalcio). Alla fine ne sono usciti tutti vincitori.
Quando l’idea di Giulia Mancini è stata sdoganata, le comunicazioni sono
diventate più fluide: «In effetti all’inizio chiamavo solo io, poi ha
cominciato a chiamare anche Conte», racconta Tavecchio con
un’espressione felice che la dice lunga. «È stato allora che ho capito che si
poteva fare. Dal punto di vista economico la soluzione stava per arrivare, io
intanto gli illustravo il nostro progetto e capivo che le nostre chance
aumentavano, in particolare nell’esatto momento in cui ho accennato alla
possibilità di affidargli il ruolo di coordinatore di tutte le nazionali,
dall’Under 15 in su. Sentendo un discorso del genere, Antonio si è aperto
molto. La svolta è arrivata anche così.»
Nella sua testa, appena risolti i problemi di budget e quelli di progetto,
Conte ha capito due cose. La prima: che avrebbe potuto tentare di
scardinare il Sistema da dentro. La seconda: che avrebbe potuto lavorare
con continuità, non una settimana sì e due mesi no (anche se poi da questo
punto di vista la teoria e la pratica nei mesi successivi non sempre sono
state coincidenti). Il part-time quand’era alla Juventus l’avrebbe accettato
anche per riempire quei vuoti brevissimi e allo stesso tempo insopportabili
durante gli impegni delle varie nazionali in giro per il mondo, momenti in
cui al centro sportivo di Vinovo restava con soli quattro o cinque calciatori
a disposizione. I più scarsi, quelli non convocati da nessuno, anche se non è
del tutto elegante dirlo. L’idea di essere invece solo l’allenatore dell’Italia lo
spaventava, a causa di quei lunghi periodi di lontananza dal campo ai quali
sarebbe stato costretto, e in questo pesava molto il ricordo dei quattro mesi
trascorsi a casa durante la squalifica per omessa denuncia nell’ambito delle
inchieste sul calcioscommesse (tanto che sua moglie gli aveva fatto trovare
una panchina nel salotto di casa, un regalo gradito, un’assoluzione totale).
Come detto, Giulia Mancini e Conte avevano deciso di cedere i diritti
d’immagine alla Federcalcio, che però avrebbe potuto «girarli» a un
massimo di quattro main sponsor federali. Per la conclusione della
trattativa, Tavecchio ha lasciato la montagna ed è tornato a Roma: «Il primo
degli sponsor è stato la Puma», dice. «Dai nostri uffici di via Allegri
abbiamo chiamato prima in Germania, dopo negli Stati Uniti, dall’altra
parte della cornetta abbiamo trovato grande apertura mentale e una dose
inaspettata di entusiasmo. Conte ha firmato un contratto biennale, mentre la
Puma si è legata a noi per un quadriennio.»
A quel punto una parte dell’opinione pubblica è insorta, senza sapere
che il progetto avrebbe coinvolto quattro sponsor, non uno solo. Alcune
frasi ascoltate e lette: «Ora Conte convocherà solo i calciatori legati a
quello sponsor», «Non sarà libero di testa quando dovrà stilare la lista dei
convocati», «La Federazione è schiava dello sponsor», «Vergogna»,
«Hanno fatto tutto per salvare il posto di Balotelli in Nazionale, perché
Balotelli è testimonial della Puma». Quest’ultima soprattutto è stata la
migliore, visto che, con Conte in panchina, Balotelli si è un po’ allontanato
dal radar, e poi perché, ancora una volta, chi parlava e scriveva non
conosceva i dettagli – in effetti riservatissimi – del contratto fra Puma e
Mario Balotelli. La Puma, infatti, con Balotelli non convocato in azzurro
avrebbe paradossalmente risparmiato: fra il 10% e il 30% sulla componente
fissa dell’accordo firmato con il giocatore se il numero di presenze in
Nazionale fosse sceso sotto una certa soglia. La verità è che si è potuta
intraprendere una strada del genere proprio perché è risaputo che per Conte
parlino solo il campo e la meritocrazia: se un calciatore si guadagna la
convocazione grazie alle sue prestazioni sportive, la convocazione alla fine
arriva, altrimenti resta a casa sua e sarà per la prossima volta. Forse. Ogni
altro discorso è campato in aria. Obiettivamente, pensare che Conte si
faccia dettare da qualcun altro la lista dei portieri, dei difensori, dei
centrocampisti e degli attaccanti da chiamare è un esercizio di fantasia
sfrenata. Sono scenari malati. Se così accadesse, magari poi l’Italia
perderebbe. E se l’Italia perde lui diventa nerissimo di umore. E sua figlia si
chiama Vittoria mica perché gli piaceva il nome. O meglio: il nome non è
male, ma il concetto che esprime è ancora meglio.
Ricapitolando: 1. Conte voleva affrontare una nuova sfida, e in quel
momento è stato accontentato. 2. Conte voleva fosse rispettato il suo valore
di mercato pur cedendo, in cambio, i suoi diritti d’immagine e rinunciando
a ulteriori guadagni, e anche a tal proposito è stato accontentato. 3. Lo
stipendio di Conte può essere pagato da quattro sponsor federali, proprio
perché stiamo parlando di... Conte. Però cos’ha colpito Tavecchio? Cosa
l’ha portato a insistere quando il no sembrava una risposta netta e definitiva,
un muro invalicabile, una difesa impenetrabile? «Mi ha letteralmente
travolto, in positivo, una parola. In ogni frase, durante le nostre telefonate
difficoltose, Antonio usava il termine sacrificio. Quasi un intercalare.
Sacrificio di qua, sacrificio di là. Sacrificio. Sacrificio. Sacrificio. Quante
volte l’ho sentito, ed è stato bello così, perché sacrificarsi significa far di
tutto per arrivare al traguardo, impegnarsi oltre ogni limite per ottenere il
risultato.»
Il Sistema e l’anti-Sistema.
«Che poi», continua il presidente Tavecchio, «anch’io avevo voglia di
cambiare il Sistema. Diciamo che ci siamo trovati, ecco svelato l’arcano. Il
nostro ambiente era diventato troppo leggero. Ma ce lo ricordiamo il ritiro
della nostra Nazionale durante il Mondiale in Brasile? A Mangaratiba era
stato scelto un resort di lusso dove entrava di tutto: mamme, papà, mogli,
fidanzate, figli, turisti, agenti, parenti in visita, amici di passaggio, nani,
ballerine, cani, gatti, escort. Anzi no, escort non lo scriva sul libro, perché è
chiaramente una battuta, ma vedi mai che qualcuno alla fine ci possa
credere. Anzi sì, lo scriva che è una battuta, ma che dentro il nostro ritiro
mancavano proprio solo quelle. E infatti ci hanno mandati a casa il Costa
Rica e l’Uruguay, non certo due corazzate. Per mettere fine a tutto questo, ci
voleva uno come Conte. Di polso. Duro. Integro. A proposito, è una scelta
di cui vado fiero. Ho fatto il direttore di banca per trent’anni, io. Solo chi
non mi conosceva poteva pensare che provenissi dal pianeta dei trogloditi.»
Tavecchio&Conte rappresentano la strana coppia. «Abbiamo imparato a
conoscerci, e quindi a combattere insieme, per la causa della Nazionale. Sì,
a tratti anche contro i club, a proposito degli stage e delle date di inizio e
fine campionato, perché Conte è romantico e vorrebbe preparare le partite
dell’Italia con tanti giorni di anticipo, mentre poi insieme dobbiamo fare i
conti con chi stila i calendari a livello nazionale e internazionale, cioè con
gente alla ricerca di soldi.» E poi c’è un punto nodale, ma di soluzione
quasi impossibile. Una guerra civile a livello calcistico, quella con la
Juventus, perché il club e Conte dopo il repentino addio del 2014 si odiano,
mentre Juventus e Federcalcio già non si sopportavano dal 2006, anno in
cui esplose la vicenda relativa a Calciopoli, con scudetti revocati e relativa
retrocessione in serie B dei bianconeri: «Non uso giri di parole, con la
Juventus ci sono grosse difficoltà», confessa ancora Tavecchio. «Conte è
una persona molto forte di carattere, si sente vessato dal suo ex club anche
sotto certi aspetti economici, quindi direi che il recupero del rapporto con la
Juventus è molto difficile. Poi anche Allegri ci ha messo del suo, quando in
pratica ha detto che gli stage richiesti da Conte non andavano fatti. E allora
una cosa la voglio dire. Forse in pochi se ne sono accorti, ma il mio
obiettivo, aiutato dal nostro commissario tecnico, è quello di rafforzare la
Federazione. Tutti coloro che remano contro devono stare molto attenti.
Faccio un discorso magari stilisticamente imperfetto, ma che rende l’idea:
per contratto i club devono essere fornitori della Nazionale a prescindere,
non ci possono mettere i bastoni fra le ruote. I campionati in Italia si
giocano per delega della Federazione, in Champions League i club ci vanno
per delega della Federazione, in Europa League idem. Adesso l’ho
rimarcato e tutti lo sanno. Tutti sono avvertiti.»
Tradotto: se si tira troppo la corda, alla fine si rischia di romperla. E se
inizia a dire no anche Tavecchio, per i club potrebbero nascere grossi
problemi. Il fatto evidente è la guerra in atto fra la Federazione Italiana
Giuoco Calcio e quindi fra la Nazionale, cioè la squadra teoricamente di
tutti, e la Juventus, per storia e tradizione il club più importante d’Italia.
Non è mio compito stabilire da che parte stia la ragione, che per
convenzione di solito sta nel mezzo. Però posso raccontare episodi di cui
sono stato testimone diretto. C’ero a Sofia, alla vigilia di Bulgaria-Italia,
partita valida per le qualificazioni a Euro 2016. Lì il castello ha rischiato di
crollare.

Il Sistema si può ribaltare solo


dall’interno
Comunicato stampa Federazione Italiana Giuoco Calcio
Il presidente Tavecchio e Antonio Conte si sono sentiti telefonicamente questa mattina
definendo direttamente gli ultimi aspetti della collaborazione che legherà Antonio Conte
alla Figc fino al 31 luglio 2016, al termine della trattativa condotta nei giorni scorsi da
Giulia Mancini per Antonio Conte e dall’avv. Mario Gallavotti per la Figc.
Il nuovo ct ha condiviso con il presidente Tavecchio il progetto di rilancio della Nazionale
e il progetto di formazione dei nuovi calciatori azzurri attraverso i centri di formazione
federale, con un forte impegno del ct nell’ambito del Settore Tecnico anche come
coordinatore delle squadre giovanili, posizione già ricoperta da Arrigo Sacchi.
Il contratto tra la Figc e Antonio Conte prevede un compenso allineato ai costi della
precedente gestione con un bonus per la qualificazione a Euro 2016, un ulteriore bonus
in caso di miglioramento del Ranking Fifa di almeno 5 posizioni, e un terzo bonus in caso
di partecipazione alla Finale Euro 2016.
Contestualmente, la Figc ha definito i termini di un nuovo rapporto di partnership
commerciale con alcuni dei propri sponsor con termini assai innovativi per la
internazionalizzazione del marchio Figc e la valorizzazione della Nazionale, e che
prevedono anche l’utilizzazione dell’immagine del nuovo ct come testimonial, rendendo
così possibile l’intera operazione.
Una conferenza stampa di presentazione del nuovo ct è prevista per martedì 19 agosto a
Roma, presso il Grand Hotel Parco dei Principi (ore 11.30).

Roma, 14 agosto 2014


7
«Presidente, la Juventus mi rema contro...»
(Le dimissioni sventate a Sofia)

Tirava vento, e di tanto in tanto il cielo buttava giù di tutto. Pioggia,


grandine, cattive sensazioni. Sembrava che il grigio, da un istante all’altro,
potesse sganciarsi dalle nuvole e colpire la città. Avvolgerla, addormentarla.
Farle del male.
Sofia appariva più cupa del solito, il 27 marzo 2015. Il giorno dopo
l’Italia avrebbe giocato contro la Bulgaria e pareggiato 2-2, e Conte era
inquieto. La Nazionale era arrivata da Firenze nel tardo pomeriggio, il
pullman con a bordo la squadra dall’aeroporto internazionale si era diretto
in fretta allo stadio Levski. Il commissario tecnico dell’Italia, con il
capitano Buffon, era atteso in sala stampa per la classica conferenza
prepartita. La routine della vigilia prevedeva che Conte, prima di parlare
con i giornalisti della carta stampata, si presentasse nella postazione di Sky
allestita nel tunnel che dal campo portava agli spogliatoi, e a seguire in
quella della Rai, pochi metri in più là, cioè davanti alle telecamere delle
televisioni detentrici dei diritti Uefa. In gergo si chiamano interviste one to
one, si devono fare per contratto.
Aspettavo Conte a pochi passi dal terreno di gioco (mi piacciono i
momenti di confronto con lui perché le banalità non gli appartengono), è
arrivato con grande puntualità, l’intervista è iniziata. Le prime due domande
sono filate via lisce, la terza è stata questa: «Antonio, John Elkann ha detto
che bisogna capire perché in Nazionale si lavora così tanto. Cosa ne pensi?»
Un attimo di pausa, il ct ha cambiato espressione. Ha messo insieme
qualche parola, rispondendo senza troppa convinzione. Mi ha salutato senza
permettermi di formulare la domanda successiva ed è tornato negli
spogliatoi.
Al mattino, a Coverciano, nella fase di riscaldamento che aveva
preceduto l’ultimo allenamento prima della partenza per Sofia, Claudio
Marchisio si era fatto male da solo. Un movimento all’apparenza banale
l’aveva costretto a uno stop, e il responso dei medici della clinica Fanfani di
Firenze era stato tremendo. Nel referto (che io ho avuto modo di visionare)
firmato dal professor Fabio Fanfani, specialista in radiodiagnostica, si
leggeva chiaramente: «[...] il legamento crociato anteriore presenta segnale
alterato per lesione traumatica sub-totale». In pratica era rotto. Stop
previsto: fra i sei e gli otto mesi. Era in quel contesto che Elkann, cioè un
rappresentante della famiglia Agnelli, e quindi della proprietà della
Juventus, e quindi il suo ex datore di lavoro, aveva rilasciato quella
dichiarazione. Ancora prima che in serata, a Torino, ulteriori esami
approntati dalla società bianconera escludessero la lesione e riducessero il
periodo di riposo a soli quindici giorni, scatenando un enorme caso
diplomatico. La guerra da fredda è diventata gelida. A quel punto,
comunque, Elkann aveva già parlato. E Conte non ne sapeva nulla, è stato
preso alla sprovvista dalla mia domanda. Una volta rientrato negli
spogliatoi ha cominciato a urlare, davanti ai dirigenti federali, ai
responsabili dell’ufficio stampa e al team manager Lele Oriali, campione
del mondo nel 1982, l’uomo che lo accompagna ovunque. Lo sfogo di
Conte è durato quasi venti minuti, lasso di tempo durante il quale ha
sferrato anche un pugno alla porta che divideva gli spogliatoi dal tunnel. Si
diceva furioso perché nessuno gli aveva riportato prima delle interviste le
frasi di Elkann, ma il vero motivo era l’ennesimo attacco proveniente dalla
sua ex società. Che i calciatori lavorassero troppo in Nazionale era
un’accusa che da qualche tempo alcuni allenatori di squadre di serie A
sussurravano durante le loro telefonate, anche se nessuno era mai uscito allo
scoperto. Conte lo sapeva e, a chi gli chiedeva lumi lontano da microfoni
accesi e taccuini aperti, rispondeva così: «Non sono io che li faccio lavorare
tanto, sono loro che li fanno lavorare poco». Frase mai ripetuta in contesti
ufficiali. Gli altri giornalisti aspettavano in sala stampa, ignari di cosa stesse
accadendo al piano di sotto. Conte alla fine ha deciso di non annullare la
conferenza («Ci sono obblighi Uefa da rispettare», gli è stato ribadito negli
spogliatoi), ha iniziato a rispondere a monosillabi, fino a quando è arrivata
la domanda su Elkann. Non si poteva non fare. L’ha ascoltata, ha reagito
con un sorriso nervoso, e lì tutti hanno rivisto il vero Conte, quello che
magari vorrebbe stare zitto ma proprio non ci riesce, perché se pensa una
cosa non si sforza di dirne un’altra. Se parla non racconta bugie: «John
Elkann chiede perché in Nazionale si lavora tanto?» ha commentato.
«Strano, quand’ero alla Juve non me l’ha mai chiesto...»
«Quelli sono stati momenti tesissimi», ricorda Tavecchio. «I più tesi da
quando Conte è arrivato in Nazionale. Non era sereno, si sentiva vilipeso.
Siamo stati insieme tutta la sera nell’albergo che ospitava il nostro ritiro, era
arrabbiato, la tensione aveva raggiunto livelli di guardia.»
Era arrabbiato anche con Marchisio, in quel momento ne metteva in
dubbio l’attaccamento alla Nazionale. Col passare delle settimane, ha capito
che il calciatore della Juventus si è trovato in mezzo a una battaglia più
grossa di lui, ne è stato un protagonista inconsapevole.
La parte importante del dialogo fra Conte e Tavecchio è stata
pronunciata sul tardi, ampiamente dopo cena.
«Presidente, c’è un disegno contro di me.»
«Antonio, questo non è vero. Certo è che si è creata una situazione
rocambolesca.»
«C’è sempre la Juventus di mezzo, mi remano contro.»
«Antonio, ora pensiamo alla partita contro la Bulgaria. Tu sei il nostro
commissario tecnico, una grande scelta, non ti cambierei con nessuno al
mondo.»
«Presidente...» Era chiaramente turbato, Conte.
«Amico mio, siamo all’estero anche qui, ti ricordi cos’è accaduto in
Brasile qualche mese fa con Prandelli e Abete? Non ci dev’essere il bis, non
voglio le dimissioni di nessuno. Niente bis, capito? »
In realtà, Conte non ha mai detto a Tavecchio di voler rimettere il
mandato. Ma il rischio appariva reale, accentuato dalla gravità del
momento. Era evidente. E per il diretto interessato sarebbero state le
seconde dimissioni nel giro di un anno.
«Conte ha reagito bene», conclude Tavecchio, «perché ha gli attributi.
Dipendesse da me lo vorrei in Nazionale per sempre, nonostante il suo
contratto scada dopo l’Europeo del 2016. Conosciamo il suo valore e
sappiamo per certo che alcuni club si sono interessati a lui, però mi porto
dietro la speranza di vederlo in panchina anche per il Mondiale del 2018. La
Puma come detto ha firmato con noi un accordo quadriennale, di
conseguenza una parte dei soldi provenienti dagli sponsor per coprire il suo
stipendio ci sarebbero anche per un ulteriore biennio...»
Difficilmente accadrà. Ma intanto Conte è rimasto, per onorare
l’impegno che ha preso con milioni di tifosi e, sotto sotto (o sopra sopra),
anche per non darla vinta alla Juventus. Che resta la sua spina nel fianco.
Una ferita aperta.
Si può lottare contro il proprio
passato senza lottare contro sé
stessi?
8
«Mi dimetto. Ma non sono stressato...»
(La Juventus è il tallone d’Achille)

Il punto debole di Conte è stato il suo punto forte. La Juventus. La soffre, la


fa soffrire. L’ha conquistata, amata. Ci ha giocato, ne è stato il capitano,
l’ha allenata. L’ha raccolta settima e lasciata prima, per tre volte
consecutive. La passione è stata travolgente, fino alle dimissioni. Un
sommergibile atomico e un uomo solo ai comandi, finché ammutinamento
non li separi. Il ricordo certe volte lo culla e molte altre lo lacera. Se
qualcosa accade dalle parti di Torino (dove ancora abita), il suo primo
pensiero è fisso e scontato: «È un attacco nei miei confronti». Il rapporto
non è né logoro né inesistente: è quello del cane e del gatto che sono
costretti a convivere. Se possono si fanno i dispetti, basti pensare che Conte,
appena nominato commissario tecnico della Nazionale, ha iniziato un lungo
tour conoscitivo nei ritiri delle società di serie A. La Juventus, il suo tallone
d’Achille, è stata la penultima ad accoglierlo, e solo perché obbligata. Ogni
volta lo lasciavano fuori con una giustificazione diversa. L’ospite era
indesiderato.
Il 15 luglio 2014, allo Stadio dei Marmi di Carrara, Gigi Buffon aveva
indetto una conferenza stampa. Lo fa ogni anno, per aiutare la Carrarese, il
club della sua città, di cui all’epoca era proprietario unico. Portiere di una
squadra e tifoso anche di un’altra. A un certo punto Sandro Turotti, il
direttore sportivo della Carrarese, mio amico nonché concittadino biellese,
mi si è avvicinato sparandomi, seppur con tono bassissimo, una bomba
nell’orecchio: «Alessandro, pare che Conte si stia dimettendo». L’ho
guardato come fosse un marziano, rispondendogli una cosa tipo: «Ma non
dire cazzate», lui però è rimasto serissimo. In effetti dalla sua bocca cazzate
non ne ho mai sentite, stiamo parlando di uno dei più seri professionisti del
mondo del calcio, che una volta disse no alla Lazio di Claudio Lotito perché
voleva lavorare per davvero, come Conte, e non metterci solo la faccia
lasciando le incombenze di mercato al presidente, che tanto si divertiva.
Con la coda dell’occhio a una ventina di metri da noi ho intravisto Buffon –
che era quasi pronto per la conferenza stampa – agitarsi. A passo lento,
senza farsi notare troppo, si è allontanato ancora di più, raggiungendo la
piccola sala stampa dello stadio e, da lì, salendo le scale verso la sede della
Carrarese, alla ricerca di un minimo di privacy. È sparito. Ha estratto il
telefono e ha composto un bel po’ di numeri, compreso quello di Conte, che
però aveva il cellulare spento. Quando è ricomparso, molti minuti dopo, le
dimissioni erano ormai ufficiali. Era tutto vero. La Juventus aveva iniziato
il proprio ritiro estivo da appena due giorni, Buffon si trovava ancora in
permesso perché reduce dal Mondiale. Intanto, il canale tematico del club,
Juventus Channel, stava registrando la prima intervista di Conte da ex
allenatore bianconero, oppure l’ultima da allenatore, a seconda dei punti di
vista. Il diretto interessato ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma rientrava
negli accordi di addio: «C’è da comunicare la rescissione consensuale del
contratto fra me e la Juventus, che ci legava ancora per quest’anno», sono
state le sue parole. Poi altre domande e altre risposte.

D: Qual è stato il momento in cui ha preso questa decisione?


R: C’è stato un percorso in cui ho maturato delle percezioni, delle
sensazioni, che poi mi hanno comunque portato a questa decisione.
D: Lei è sempre stato legato alla Juventus e a questi colori. Crede che
questi tre anni, che sono stati logoranti e faticosi, sarebbero stati tali anche
alla guida di qualche altra squadra?
R: Mah, diciamo che vincere prima di tutto è difficile e comporta tanta
fatica, ovunque tu ti possa trovare, ecco. È inevitabile che quando sei in una
società così prestigiosa come la Juventus, che vanta una tradizione di
vittorie così importanti, c’è l’obbligo della vittoria, e forse può essere un
po’ più faticoso, no?, rispetto ad altre parti, però chi ha dimostrato e
dimostra di essere un vincente sopporta benissimo la fatica e le pressioni
che ne conseguono, ecco.

D: In Italia in questo momento c’è una panchina vacante molto prestigiosa,


ed è quella della Nazionale: questa per lei a questo punto è una possibilità?
R: Guardi, in questo momento io penso al presente, alla decisione presa
e maturata.
D: Cosa si sente di dire in questo momento ai tifosi bianconeri?
R: Mah, mi sento di dire quello che loro sanno sempre: un profondo
grazie, un enorme grazie, un ringraziamento infinito per quello che mi
hanno sempre dimostrato in tutti questi anni. Nei miei tre anni adesso da
allenatore, negli anni da calciatore, mi sono sempre stati vicini, mi hanno
sempre fatto sentire il loro amore, quindi a loro andrà sempre un enorme
grazie. Quello che voglio, ecco, che ci deve inorgoglire è il percorso che
abbiamo fatto in questi tre anni, perché abbiamo fatto qualcosa di storico
vincendo tre scudetti e due supercoppe, facendo il record di punti, e questo
non ce lo potrà togliere niente e nessuno. Così come mi sento di ringraziare
sicuramente tutti i miei calciatori, quelli che ho avuto in questi tre anni
perché mi hanno permesso di diventare un tecnico vincente, ci hanno
permesso di vincere, mi hanno aiutato a crescere sotto tanti punti di vista.
Ringrazio la società che mi è sempre stata vicina. Ringrazio Andrea che mi
ha scelto tre anni fa, in un momento sicuramente non facile per la Juventus.
E ringrazio il mio staff tecnico, il magazziniere, i dottori, i fisioterapisti, gli
addetti al campo, i cuochi, tutte le persone che hanno lavorato insieme a me
per rendere vincente questa Juventus.

D: Cosa farà domani Antonio Conte?


R: Ci penserò domani, ecco.

Già dall’intervista qualcosina si capiva. Intanto che non era stanco


mentalmente, o stressato, e il fatto che potesse passare un messaggio del
genere lo faceva imbufalire. È stata la prima cosa che ha raccontato a chi
glielo chiedeva. Con una frase l’ha ribadito nell’intervista a Juventus
Channel, sottolineato, precisato: «Chi ha dimostrato e dimostra di essere un
vincente sopporta benissimo la fatica e le pressioni che ne conseguono».
Questo è il punto numero uno. Il principale, perché dal suo punto di vista le
motivazioni dell’addio erano altre. Tutte le fonti a lui vicine, che
preferiscono restare anonime, concordano sui perché dello tsunami, che
sono riassumibili in un unico concetto: troppe cose non gli andavano più
bene. Il discorso è questo, l’ho già raccontato: se prendi Conte sai anche
cosa pretende, e fra le cose che pretende c’è il fatto di avere l’ultima parola
sulle decisioni riconducibili alla squadra. Giusto o sbagliato che sia,
l’atteggiamento è sempre stato coerente. Talmente coerente da fargli
lasciare il grande amore (calcistico) della sua vita. Non è stato facile per lui.
Dal punto di vista economico nel momento delle dimissioni ha perso dei
soldi, dal punto di vista del suo percorso ha rischiato di perdere tutto.
Sfruttando fonti dirette, ecco la ricostruzione in cinque punti dei motivi
principali che lo hanno portato a lasciare il club bianconero (ne avevo già
parlato in un servizio andato in onda su Sky Sport 24 nell’estate 2014 e da
cui ora attingo. All’Hilton di Fiumicino, durante le elezioni per la
presidenza della Federcalcio, Andrea Agnelli ne aveva contestato il
contenuto: è corretto e professionale ricordarlo, perché in questa vicenda le
parti interessate sono due).

La rescissione sfiorata
Il 19 maggio 2014, sul sito internet della Juventus è apparso un tweet molto
scarno con l’annuncio della conferma di Conte per la stagione sportiva
successiva. Stagione 2014/2015: allenatore Antonio Conte. Qualche ora
prima che la notizia fosse ufficializzata, però, qualcosa era successo.
L’allenatore si era presentato nella sede del club, in via Galileo Ferraris a
Torino, chiedendo la rescissione del contratto. «Pagatemi fino al 30 giugno,
vi lascio invece i soldi che mi spetterebbero dal 1° luglio 2014 al 30 giugno
2015. Non vedo il giusto progetto di crescita per questa squadra», aveva
detto alla dirigenza del club, senza girarci troppo intorno. «Resta, ti
sorprenderemo in positivo», era stata la risposta di Agnelli, Marotta,
Paratici e Nedvěd.

Il nodo Cuadrado
Conte in quel momento sul mercato chiedeva un solo big, ma di grande
peso. Un colpo unico, estivo, che però potesse far virare la stagione in
meglio, soprattutto che potesse far giocare la Juventus sia con il 3-5-2 sia
con il 4-3-3. «Quel big era Juan Cuadrado», raccontano le fonti a lui vicine,
«e la Fiorentina l’avrebbe venduto per 35 milioni di euro, anche alla
Juventus, nonostante fosse una sua rivale storica, invece è arrivato Morata,
pagato 22, ed è quasi arrivato Iturbe, valutato 27, poi andato alla Roma. La
differenza non stava nel totale da spendere bensì nei metodi di pagamento:
pluriennali quelli di Morata e Iturbe, in una soluzione unica quello di
Cuadrado.» Lo raccontano anche molti agenti del calciomercato. Fra la
Juventus e Conte ne è nata una discussione accesa.

Le questioni Vidal e Pogba


Due questioni fondamentali, nell’ambito della separazione fra Conte e
Juventus, hanno riguardato Arturo Vidal e Paul Pogba. Secondo l’allenatore
sarebbero stati imprescindibili per un’ulteriore crescita della squadra a
livello europeo. Più volte, nelle segrete stanze bianconere, Conte ha chiesto
rassicurazioni sulla loro permanenza, anche nel caso in cui fossero arrivate
offerte irrinunciabili. Temeva di perderli.

Il giro del mondo in meno di 80 giorni


A Conte non è piaciuta la programmazione estiva pensata per la squadra,
soprattutto la tournée in Indonesia, Australia e Singapore. È stata motivo di
discussione. «Questo giro del mondo non fa assolutamente bene ai
giocatori», aveva detto Conte alla dirigenza. «C’è uno sbilanciamento
troppo netto fra i benefici tratti dal marketing e quelli di forma della
squadra.» Vedeva troppi fusi orari differenti, difficili da assorbire, e troppe
condizioni climatiche in contrasto fra loro.

I dissapori con l’ufficio stampa


Conte non andava d’accordo con Claudio Albanese, uomo di Andrea
Agnelli e potentissimo dirigente del club, che si occupava anche della sua
comunicazione. C’era un’incompatibilità enorme fra i due, che non si
sopportavano a vicenda, né si sopportano tuttora. Conte a un certo punto ha
detto ad Agnelli: «O me o lui». È rimasto Albanese.

I cinque punti spiegano molto. In particolare, come già detto, la


coerenza di Conte. Se le cose non vanno come vuole lui, è possibile che
saluti e abbandoni lo spettacolo. Una coerenza spinta all’eccesso, anche a
costo di sbagliare. Perché poi i fatti hanno raccontato che al suo posto è
arrivato Massimiliano Allegri – a cui i tifosi hanno sputato sul vetro
dell’auto quando si è presentato per la prima volta al centro sportivo di
Vinovo da allenatore della Juventus –, che ha vinto lo scudetto e la
supercoppa al primo colpo, ma che soprattutto ha portato clamorosamente
la squadra fino alla finale di Champions League, persa poi
all’Olympiastadion di Berlino contro il Barcellona di Messi e Neymar. E se
la Juventus è arrivata fino a lì, a un passo dal sogno, grandi meriti vanno
anche a Morata, su cui il club aveva deciso di investire molto denaro:
partito come riserva di Fernando Llorente, a un certo punto della stagione è
diventato insostituibile (lui d’altronde era campione d’Europa in carica, nel
2014 aveva vinto la Champions League a Lisbona con il Real Madrid
allenato da Carlo Ancelotti). E poi Vidal e Pogba almeno il primo anno
sono rimasti entrambi a disposizione di Allegri (Vidal è stato ceduto al
Bayern Monaco solo nell’estate 2015, stesso periodo in cui è arrivato in
prestito dal Chelsea Cuadrado, ex oggetto del desiderio di Conte). La
famosa frase: «In un ristorante da cento euro non si può mangiare con
dieci» (cioè: se vuoi arrivare al top in Europa devi spendere) pronunciata
qualche tempo prima gli si è ritorta contro.
La domanda rimane però un’altra: la coerenza può essere un difetto? La
risposta è chiaramente no, anche se si tratta di un pregio rischioso. Ai tempi
del Bari, dopo la promozione dalla B alla A, Conte non rinnovò il contratto
quando il presidente Matarrese, parlando di un sistema di gioco con quattro
attaccanti, gli chiese: «Tre non ti bastano? Vuoi giocare con lo stesso
modulo, il 4-2-4, anche in serie A?» Matarrese si stava intromettendo in
questioni tecniche. All’Atalanta le cose precipitarono quando litigò con
Cristiano Doni, e il presidente Ruggeri cercò di salvare il calciatore. Una
chiara ingerenza nei rapporti allenatore-squadra; da lì in avanti la situazione
deragliò, fino alle dimissioni di Conte, che alla società non chiese neppure
la buonuscita.

Conte non cambia idea tanto facilmente, e quando ciò accade si può
parlare di eccezione che conferma la regola. Ad esempio: da allenatore
della Juventus concedeva malvolentieri i suoi giocatori alla Nazionale, «ma
una volta che sono passato dall’altra parte», ha dichiarato in diverse
occasioni, «ho capito che invece vanno dati. Per raggiungere la
consapevolezza di questo, ho dovuto provare entrambi i ruoli». E, giusto a
proposito delle convocazioni, fin dai suoi primi giorni da commissario
tecnico, non sono mancati gli screzi. Con la Juventus, of course. Uno dei
primi casi è stato quello che ha coinvolto – suo malgrado – Chiellini. Nel
settembre 2014 Conte l’aveva chiamato per la partita contro la Norvegia
valida per le qualificazioni europee, la sua prima ufficiale da ct. Il difensore
aveva un problema fisico, tanto che il 5 settembre, alle 19.09, la Federcalcio
ha emesso il seguente comunicato: «La risonanza magnetica di controllo
effettuata nel pomeriggio a Firenze presso l’Istituto Fanfani non ha
evidenziato un miglioramento dell’edema al soleo sinistro presente tre
giorni fa. Pertanto, prevedendo uno stop più lungo, il calciatore non potrà
essere disponibile per la gara di qualificazione contro la Norvegia, in
programma martedì sera a Oslo. Chiellini, in accordo con il ct Antonio
Conte e la società di appartenenza, rimarrà comunque nel gruppo azzurro
sino al termine del ritiro effettuando le cure previste in stretto accordo tra
gli staff medici della Nazionale e della Juventus».

Il 6 settembre, alle 14.06, ecco un secondo comunicato: «Il difensore


Giorgio Chiellini, indisponibile per la gara di Uefa European Qualifiers
contro la Norvegia, in programma martedì prossimo a Oslo, su richiesta del
proprio club di appartenenza farà rientro a Torino nel pomeriggio di oggi».
Due versioni contrastanti in meno di ventiquattr’ore. Un’inversione a U.
Il tallone d’Achille è un malanno incurabile.

La coerenza è un pregio, ma
altamente rischioso
9
«In Nazionale le porte sono girevoli...»
(La meritocrazia al Coverciano Hotel)

Se la Juventus fosse un albergo, per Conte potrebbe essere l’Overlook


Hotel, lo scrigno terrificante dentro al quale è custodito ogni segreto di
Shining, il romanzo di Stephen King, diventato un clamoroso film diretto
dalla mente contorta e geniale di Stanley Kubrick. Nella versione originale
il protagonista (Jack Nicholson sul grande schermo) impazzisce quando ci
si trova dentro, in quella calcistica rischia il mal di testa ogni giorno da
quando si è spinto fuori, sbattendo la porta. Fra cigolii e sussurri. Conte e la
Juventus non si ameranno mai più.
Matteo Darmian è molto più giovane sia del libro che del film. È nato a
Legnano, in provincia di Milano, il 2 dicembre 1989. È lui stesso una storia
in movimento: dal Milan che l’ha scaricato quand’era troppo giovane (ma
già troppo forte) al Padova, dal Palermo al Torino dov’è diventato grande,
fino al Manchester United. Un club, un’eterna scossa, la leggenda che fa la
corsa su sé stessa, un ricordo che si rinnova e si autoalimenta, la squadra da
mille e una notte in cui hanno giocato anche Bobby Charlton, Denis Law,
George Best, Ryan Giggs, David Beckham e Cristiano Ronaldo. Carlo
Ancelotti, quando allenava il Real Madrid, me lo diceva sempre: «Stiamo
tenendo d’occhio Darmian e se resto qui prima o poi convinco il presidente
ad acquistarlo». Non ci voleva un genio per capirne il valore, ma in
Inghilterra sono stati più geni. Dio salvi la Regina, però a un certo punto la
Regina si è fregata uno dei nostri talenti più puri. Ci ha lasciato la Mole
Antonelliana, si è portata via un difensore.
Conte ogni tanto se lo va a riprendere. Da commissario tecnico
dell’Italia, può. Fa parte dei suoi diritti. Il nome di Darmian – reduce dal
Mondiale in Brasile – era già presente nella lista diramata dal ct il 30 agosto
2014, per i suoi primi impegni sulla panchina azzurra. Appena arrivato ha
pensato anche a lui. All’orizzonte c’erano una partita amichevole da
disputare a Bari contro l’Olanda e la trasferta in Norvegia per le
qualificazioni a Euro 2016. La squadra andava ricostruita, rimotivata,
rimessa in carreggiata. «E di certo una cosa non me la dimentico»,
esordisce Darmian, «cioè una frase contenuta nel primo discorso che ci ha
fatto in ritiro.» A Coverciano. Anzi, al Coverciano Hotel, senza pazzi
conclamati, senza incubi, senza bambini a scorrazzare fra i corridoi in
triciclo. Il neo ct ha radunato tutta la squadra all’interno dello spogliatoio,
con affaccio sul campo centrale del centro tecnico federale, a due passi dal
Museo del Calcio, dove il passato si può riesumare a pagamento, anche se
non sempre è una buona idea. «Ci ha parlato a lungo», prosegue Darmian,
«ponendo l’attenzione su questioni tattiche, spiegandoci come avrebbe
voluto far giocare la squadra, presentandosi a grandi linee. Per me, ad
esempio, fino ad allora era stato sempre un avversario. Io giocavo nel
Torino, lui era alla guida della Juventus.»
Darmian era seduto vicino ad Antonio Candreva e Andrea Ranocchia.
C’erano un laziale, un granata e un interista, e chi pensa a una barzelletta è
fuori strada. Perché non si poteva ridere. Perché non si doveva ridere.
Vigeva un solo obbligo, assoluto: ascoltare. Ascoltare e basta. Faceva caldo
però non volava una mosca, probabilmente si erano messe sull’attenti pure
quelle. La curiosità si mischiava all’interesse, e chissà se qualcuno provava
anche un pizzico di paura, perché di Conte tutti avevano detto di tutto. Cose
vere e storiacce completamente inventate, «anche se un aspetto è apparso
subito chiaro a chiunque lo stesse ascoltando», dice ancora Darmian, «e
cioè che di fronte a noi c’era un uomo che vuole sempre puntare al meglio,
alla vittoria, e che dai suoi calciatori non accetta nulla che sia al di sotto del
massimo. Ne abbiamo avuto conferma quando ha pronunciato quella frase.»
Quella frase. Già, quella frase. Che per molti è stata la frase, tanto che,
nelle ore successive, è stata la più commentata fra i giocatori della
Nazionale. Quella frase, arrivata forte, come uno schiaffo o come una
carezza non si è mai capito, quando il discorso volgeva verso la
conclusione:
«SAPPIATE CHE QUA LE PORTE SONO GIREVOLI COME IN UN
ALBERGO, SI FA MOLTO IN FRETTA A TORNARE A CASA».
Una prenotazione con riserva. Un avvertimento per riserve e titolari.
Venti parole e una virgola, un unico concetto con tante possibilità di
riassunto.
Voleva dire che in Nazionale si arriva per merito e per merito si resta.
Che il sogno è accessibile a tutti ma chi sa sognare deve saper anche
sudare.
Che la concorrenza da quel momento in avanti sarebbe stata spietata.
Che i cognomi non contano e gli allenamenti sì.
Che essere convocato una volta non significa in automatico essere
chiamato anche la volta successiva.
Che ogni giorno sarà un altro giorno.
Che ieri viene cancellato da oggi e oggi sarà cancellato da domani.
Che la continuità di rendimento è sacra.
Che là fuori ci sarà sempre qualcuno pronto a fregare il posto a chi sta
dentro.
Che chi dorme sugli allori si sveglia sui chiodi.
Che chi sbaglia paga con l’esclusione.
Che le discussioni sul posto fisso vanno bene per il ministro del Lavoro.
Che non esistono primedonne e mignotte, ma solo calciatori che partono
tutti insieme sullo stesso piano.
Che un giocatore deve ricordarsi di essere un uomo.
Che un errore sul campo può essere grave come un atteggiamento
sbagliato fuori.
«E poi», ha detto ancora Conte, «non dimenticatevi mai una cosa.
Quando indossate la divisa dell’Italia, voi rappresentate un intero Paese.
Onoratela. Onoratelo.» Più di una persona, in quel preciso istante, ha
controllato se da qualche parte ci fosse Mario Balotelli. Ma lo sapevano già:
non c’era e la sua assenza confermava in tutto e per tutto il discorso appena
ascoltato. Parole a effetto immediato. «Non nascondo che ci ha dato la
carica», continua Darmian, «e dopo pochi minuti, in allenamento, eravamo
concentrati ai massimi livelli. Sentivamo la maglia dell’Italia addosso, non
volevamo più perderla. Quel discorso delle porte girevoli non mi ha lasciato
indifferente, dentro penso che ci fosse racchiuso un po’ tutto. Conte era
all’inizio e voleva farci capire che con lui le cose erano diverse, che ci
trovavamo tutti sullo stesso livello. Con un commissario tecnico del suo
spessore, rilassarsi è un peccato mortale.»
Pochi giorni dopo, il 4 settembre 2014, Italia-Olanda è finita 2-0. Il 9
settembre Norvegia-Italia 0-2. Il 10 ottobre Italia-Azerbaijan 2-1. Il 13
ottobre Malta-Italia 0-1. Il 16 novembre Italia-Croazia 1-1. Il 18 novembre
Italia-Albania 1-0. Il 28 marzo 2015 Bulgaria-Italia 2-2 (la partita delle
dimissioni sfiorate a Sofia). Il 31 marzo Italia-Inghilterra 1-1. Il 12 giugno
Croazia-Italia 1-1. Il 16 giugno Portogallo-Italia 1-0. La prima sconfitta è
arrivata quindi alla sua decima partita da commissario tecnico, e in
amichevole.
Vittorio Pozzo, nel 1912, aveva perso alla prima: alle Olimpiadi contro
la Finlandia. Anche Enzo Bearzot, nel 1977, era andato ko all’esordio, in
amichevole contro la Germania. E nemmeno Marcello Lippi, nel 2004,
aveva fatto meglio, capitolando al debutto con l’Islanda, sempre in
amichevole. In tre hanno vinto quattro volte il Mondiale.
Al Coverciano Hotel le fotografie che li ritraggono si trovano ovunque.

Chi dorme sugli allori si sveglia


sui chiodi
10
«Davanti al video i giocatori non possono
trovare scuse...»
(Un telecomando per responsabilizzare)

Anche Conte abita in qualche fotografia, appesa qua e là sui muri del centro
tecnico di Coverciano. Ed è un miracolo che gli scatti non siano venuti
sfocati. Il suo è un moto perpetuo, nevrotico ma allo stesso tempo calcolato.
Impossibile da fermare, difficile da immortalare. La velocità di crociera è
quella di una nave che punta dritta con la prua il prossimo porto, e il
prossimo porto è sempre l’ultimo, perché in questo viaggio non sono
previste fermate intermedie. Sarebbero una perdita di tempo, energie
sprecate senza un fine. È più probabile riuscire a catturarlo in un video: con
una telecamera lo puoi rincorrere, anche quando scappa, e (ri)prendere,
magari per sfinimento.
E poi i video gli piacciono da morire. Mica per vezzo. Per necessità.
Sono la sua colla speciale per tenere insieme i pezzi di una squadra e di una
storia, per appiccicare l’ego di chi si sente un numero primo al proprio
destino, che è quello della solitudine. Essere divisibile solo per uno o per sé
stesso, all’interno di un gruppo, è il passo iniziale del cammino verso il non
ritorno. Non va bene. Io lo dicono gli egoisti, noi lo pronunciano i vincenti.
La parola vola, lo scritto rimane, ma l’immagine inchioda, in particolare
quando sei un calciatore che – in maniera volontaria o meno – tenta di
contestare gli errori commessi. Conte fa riprendere dai propri collaboratori
tutti gli allenamenti e ovviamente, quando si gioca una partita ufficiale, un
minuto dopo il fischio finale dell’arbitro si fa consegnare il dvd dell’intero
incontro dalla televisione che in quel momento detiene i diritti di
trasmissione. Per non perdersi nulla, di solito, spedisce anche suo fratello in
tribuna stampa (dall’alto negli stadi più grandi si vede e si capisce tutto
molto meglio), con una telecamerina in mano, a caccia di particolari. E un
particolare, nel calcio, può determinare il confine fra chi resta in piedi e chi
cade. È un filo su cui stare in equilibrio, chi lo scopre per primo sopravvive.
Ecco il motivo per cui il commissario tecnico dell’Italia è, in assoluto,
quello che usa di più i video; non solo per preparare sfide di qualsiasi tipo –
dalle amichevoli a quelle che possono valere un’intera stagione – ma anche,
e certe volte soprattutto, per non essere contestato dai suoi quando spiega
loro che hanno sbagliato.
Il dvd utilizzato come strumento per responsabilizzare non è una teoria.
Si tratta di una certezza e un documento ne dimostra l’autenticità. Nella
stagione sportiva 2005/06 Conte era il vice di Luigi De Canio al Siena.
Scovare la tesi che ha discusso in quell’annata alla fine del Corso Master di
Coverciano (relatore Franco Ferrari) non è stato semplice, perché delle sue
cose è molto geloso. Si intitola Considerazioni sul 4-3-1-2 e uso didattico
del video, sono 38 pagine. La quinta è quella interessante. Espone l’idea alla
base del metodo: «Attraverso il video», si legge, «l’allenatore ha
l’opportunità di trovare informazioni utili soprattutto da un punto di vista
tattico e numerosi spunti su cui poter impostare gli allenamenti. Trovo sia
fondamentale far rivedere situazioni tattiche di gioco errate, mancanza di
movimenti sia offensivi che difensivi e tutto ciò che si reputa importante al
fine didattico e migliorabile attraverso gli allenamenti settimanali. È
l’allenatore che dal punto di vista tattico determina le regole del gioco della
sua squadra, cioè i segnali di comunicazione fra i calciatori nelle due fasi e
nelle diverse situazioni di gioco».
Fin qui, un discorso più tecnico che di coaching. Poi, però, ecco
l’affondo, il colpo d’artiglio tipico di Conte: «Il video rappresenta una
certezza per l’allenatore, in quanto vi sono calciatori che fanno fatica ad
accettare la critica e quindi davanti all’immagine dell’errore che hanno
commesso non possono trovare scuse. È inevitabile sottolineare che il tutto
viene fatto per un fine didattico e non certo per colpevolizzare nessuno.
Uno dei problemi più importanti è quello che l’allenatore si pone quando
deve dire qualche cosa di importante al singolo. Il dilemma è: davanti a tutti
o singolarmente? Personalmente preferisco parlare davanti al gruppo,
tenendo però ben presente che le personalità sono differenti. La seduta
video viene effettuata alla ripresa degli allenamenti dopo il discorso
dell’allenatore; serve come chiusura per la partita appena giocata e come
apertura a quella successiva, in quanto gli errori effettuati e appena visti
verranno riproposti subito in allenamento».
La copertina della tesi di Antonio Conte al corso per allenatori di
Coverciano.

Concetto del 2006, mai passato di moda. Attuale e amplificato dal


prestigio crescente delle squadre allenate: Arezzo, Bari, Atalanta, Siena,
Juventus, Nazionale. È un maniaco della precisione, Conte, e quindi anche
del video. In serie A, in media, gli allenatori fanno una seduta davanti al
maxischermo due volte a settimana: la prima alla ripresa degli allenamenti
dopo la partita, la seconda circa quarantotto ore prima che si scenda in
campo per l’incontro successivo. Il ct della Nazionale è andato oltre. Molto
oltre. La giornata tipo di lavoro dell’Italia prevede due allenamenti fra
campo e palestra (uno al mattino e uno al pomeriggio) e una seduta video
quotidiana, sfruttando le immagini preparate dall’analista Antonio
Gagliardi: il giorno dopo un incontro, l’attenzione è posta sul match appena
disputato, per analizzarne errori e movimenti corretti, mentre dal secondo
giorno si studiano gli avversari che verranno. Qualcuno sostiene che Conte
basi i suoi allenamenti solo sulle squadre che dovrà incontrare, ma questo
non è vero. È la spiegazione troppo semplicistica di chi non ne conosce i
ritmi di lavoro e la dedizione. La realtà è che lui non lascia nulla di
intentato, prova a simulare qualunque situazione possa poi capitare sul
campo. Spesso ai suoi, in fase di preparazione, fa fare il cosiddetto undici
contro zero, cioè fa provare gli schemi ai titolari dell’Italia senza nessuno
sull’altra metà del campo. Una sfida giocata contro i fantasmi. Così allena i
movimenti, l’intesa e la memoria, e tutto tornerà utile quando in palio ci
saranno i tre punti. Quando non si tratterà più solo di un allenamento. Prima
si studia tutto con il telecomando in mano, successivamente si passa alla
pratica e agli esercizi. Chi non sta attento, rischia di restare indietro, e se
con Conte resti indietro risalire posizioni diventa arduo. Se sbagli è colpa
tua (come nelle lezioni con i giornalisti), che sapevi con precisione quali
erano i compiti da svolgere e invece hai fatto come hai voluto. Il libero
arbitrio non sempre è gestito con intelligenza.
Gli esperti del settore, o presunti tali, sostengono che una seduta video
non possa superare il quarto d’ora, soglia oltre il quale il livello di
attenzione dei calciatori sarebbe destinato a scendere. Con Conte raramente
durano meno di mezz’ora, cioè il doppio, e molte volte si supera anche
l’ora. Fra i giocatori della Nazionale è già storia l’espressione di Franco
Vázquez, attaccante oriundo convocato per la prima volta in azzurro per la
trasferta in Bulgaria del 28 marzo 2015 e per l’amichevole di Torino contro
l’Inghilterra del 31. È stato particolarmente sfortunato, perché la prima
seduta video di Conte a cui ha partecipato è durata un’ora e venti. Quasi
come una partita regolamentare. Play, stop, avanti veloce, avanti piano,
indietro, di nuovo avanti. Stop, play. Stop. Riparti. Un delirio di
insegnamenti e precisazioni. A un certo punto, fra lo sfinito e l’incredulo,
l’attaccante del Palermo ha alzato lo sguardo cercando di incrociare quello
dei suoi compagni più esperti. Non parlava, d’altronde è soprannominato El
Mudo, Il Muto, ma le rughe d’espressione sul suo volto dicevano comunque
tutto, chiedevano aiuto, ponevano una domanda disperata: «Ma questo fa
sempre così?» Come risposta, in molti hanno fatto sì con la testa, qualcuno
ha allargato le braccia: «Cosa ci vuoi fare, Franco...»
Il potere stava nel telecomando. Il potere della verità.

La parola vola, lo scritto rimane,


l’immagine inchioda
11
«Se non volete lavorare, vi togliete dal c...»
(Il riflesso della vacanza sacrificato sull’altare
della vittoria)

Il video è una legge. Il giorno di Natale una fede, perché Conte è molto
religioso. Ma dal 26 dicembre in avanti si può lavorare, oppure si deve,
come nel 2010. Le feste, lo dice il nome, sono fatte apposta per celebrare i
momenti belli, ma se l’ultima partita dell’anno si chiude con una sconfitta,
allora vale tutto.
Il 18 dicembre 2010, il Siena era atteso dalla trasferta di Varese, poi il
campionato di serie B si sarebbe fermato per le vacanze. Conte aveva
iniziato a martellare i suoi giocatori qualche giorno prima, senza sosta,
come solo lui sa fare: «Mi raccomando, non dovete avere le valigie in mano
prima di giocare. A Varese pretendo un impegno assoluto».
«Sai che novità», aveva bisbigliato qualcuno, e per fortuna l’allenatore
non aveva sentito. Perché poi i suoi giocatori quella sfida l’hanno persa, è
finita 1-0 per i padroni di casa, con gol di Ebagua, su un terreno di gioco
ghiacciato. Apriti cielo. Le norme federali prevedevano che i calciatori
dovessero essere lasciati liberi almeno una settimana, e così è stato: dal 19
compreso al 25 compreso, che fanno appunto sette giorni. Spaccati.
Volendo essere biblici, va detto che pensando all’ottavo giorno Conte si
arrabbiò. Poco dopo il ko, infatti, alla sua squadra aveva fatto gli auguri
utilizzando più o meno queste parole: «Divertitevi, ragazzi, perché dal 26 si
va tutti in ritiro a Messina».
E in Sicilia, per usare le parole di Giorgio Perinetti, l’allora direttore
sportivo del Siena, una delle persone che meglio conoscono Conte, «ne
abbiamo viste delle belle». Il panettone l’aveva mangiato, il mister, però gli
era rimasto sullo stomaco. Vicino, molto vicino al ricordo di quanto
accaduto a Varese. Due piatti indigesti erano troppi, anche per uno come lui.
«A Messina era arrivato già molto nervoso», ricorda l’attaccante Emanuele
Calaiò. «Il mister conosce una sola parola, vittoria, e quel risultato l’aveva
fatto incazzare parecchio. Più che un ritiro per rimetterci in forma dal punto
di vista atletico, era stata una punizione. Questo l’avevamo capito tutti.» E
tutti, proprio come il loro allenatore, qualche ora prima, si erano buttati sul
torrone, sul cioccolato e magari su un bicchiere di vino: «Durante la pausa
del campionato si mangia qualcosina in più», dice ancora Calaiò, «si stacca,
anche dal punto di vista mentale. Eravamo reduci da sei mesi bestiali,
particolarmente pesanti, avevamo bisogno di un po’ di relax. E invece sono
arrivati i test...»
Al primo giorno di ritiro, nel menù degli allenamenti del Siena Conte e
il suo staff avevano inserito il temutissimo Yo-Yo test, che i giocatori
iniziano con grandi aspettative e di solito finiscono con la lingua felpata,
classico sintomo alla Fantozzi. Il test consiste nell’effettuare il maggior
numero di corse fra due linee poste a venti metri di distanza tra loro, a un
ritmo progressivo imposto da un segnale acustico. Si fa la spola da una
parte all’altra, appunto come uno yo-yo, e prima che si senta bip i calciatori
devono avere coperto la distanza prestabilita. È uno scatto continuo verso la
fatica. Quello di Calaiò non era andato troppo bene: «Conte mi vedeva
sovrappeso, come Reginaldo, e allora se l’è presa con noi due». In maniera
dura, pesante, dopo la metà di un allenamento e davanti al resto della
squadra perché, come aveva scritto nella sua tesi al Master di Coverciano:
«Il dilemma è: davanti a tutti o singolarmente? Personalmente preferisco
parlare davanti al gruppo, tenendo però ben presente che le personalità sono
differenti».
«Se non avete voglia di lavorare, vi togliete dal cazzo e andate a fare la
doccia!» Un urlo, e il Siena si è fermato. Tutti si sono girati verso i due
compagni sott’accusa. Regnava un silenzio assoluto, irreale per un posto
così piccolo popolato da così tanta gente.
Reginaldo si è offeso: «Come vuoi. Io vado a farmi la doccia». Ed è
uscito dal terreno di gioco.
Calaiò no, non si è arreso. È rimasto fermo esattamente dove si trovava:
«Io invece continuo finché ne ho, ma oltre a quello, mister, non so andare. Il
lavoro è pesante. È vero, ho staccato un paio di giorni, ma non sono una
macchina».
«Devi ascoltare il dietologo.»
«Ma, mister...»
«E adesso corri, sempre che tu ci riesca.»
La sfida, a quel punto psicologica, era in pieno svolgimento. Calaiò ha
continuato a lavorare con il resto del gruppo e, ogni volta che passava
vicino a Conte, tutti e due borbottavano, dicevano mezze frasi, si
insultavano a voce bassa, discutevano.
«Nel frattempo io ero andato in centro a Messina con un’auto a
noleggio, per sbrigare alcune commissioni», racconta l’allora team manager
Nazario Pignotti. «Quando sono tornato ho trovato Reginaldo, furibondo,
che vagava a piedi nel parcheggio dello stadio. Mi ha chiesto di
riaccompagnarlo in hotel, e così ho fatto, senza pormi troppe domande.
Pensavo fosse d’accordo con qualcuno. Subito dopo ho raggiunto la
squadra, che era ancora in campo, e a quel punto ho capito tutto. Ho
realizzato cos’era appena accaduto...»
«Purtroppo per lui», aggiunge Perinetti, «perché Conte gli ha fatto una
lavata di capo storica.»
«Ma sei impazzito? Ma chi ti credi di essere?» gli ha urlato non appena
l’ha visto. «Reginaldo doveva stare a bordocampo a guardare tutti gli altri
mentre sudavano. Hai capito? Qui non siamo in vacanza, questa non è casa
tua, né sua!»
Pignotti, che aveva agito in buona fede, non ha risposto: durante le
«esondazioni» di Conte, la reazione migliore è il silenzio. Lo sanno tutti. Da
quel momento in avanti, per l’intera durata del ritiro, l’allenatore non ha più
voluto Reginaldo sul pullman del Siena. «Hai il tuo autista», ha gridato. «E
allora usalo.» Ovviamente l’autista era Pignotti.
«Per quanto riguarda me, invece», continua Calaiò, «mi ha fatto rifare
lo yo-yo test il giorno successivo, ed è andato un po’ meglio. Con tutti i
difetti che può avere, e ne ha, è di gran lunga l’allenatore più bravo che
abbia avuto. Ti fa giocare bene a calcio, e questa è solo una parte del suo
talento, perché allo stesso tempo ti porta al limite, per darti le giuste
motivazioni. Mette la testa dentro il carrarmato e va dritto per la sua strada,
travolgendo tutto e tutti. Io devo solo dirgli grazie, in quella stagione ho
segnato la bellezza di 18 gol. Se vedeva mezza cosa che non andava, faceva
un casino senza precedenti. All’apparenza le reazioni erano sproporzionate
rispetto alle azioni, ma col passare del tempo ho capito che rientrava tutto
all’interno di una strategia ben precisa. La strategia che magari ci ha
rovinato un Natale, ma che poi ci ha permesso di vincere tanto.»
Capita che le reazioni siano più che altro premeditate. Si inseriscono
all’interno di un calcolo preciso mascherato da sfuriata estemporanea. Nella
testa di Conte, Varese doveva restare la città di un altro pianeta, e la
sconfitta un affronto senza un seguito. Sapeva già che a Messina avrebbe
fatto qualcosa di eclatante, che avrebbe individuato uno o più capri espiatori
per sottolineare – manco ce ne fosse bisogno – la gravità dell’errore
commesso. Imperdonabile, a suo modo di vedere. Se gli dai i giocatori che
ti ha chiesto, se la squadra è costruita secondo le sue volontà, allora non
vede una sola ragione per cui non si possano vincere tutte le partite. Se non
succede, scoppia l’inferno. Per qualcuno è un matto, e di solito quel
qualcuno è chi arriva secondo. Ha un’opinione alta di sé, è immodesto;
però, quando l’immodestia è supportata dai fatti, allora siamo
semplicemente di fronte a una persona consapevole dei propri mezzi. Una
volta l’hanno sentito pronunciare questa frase: «Da calciatore non ero un
campione, da allenatore sono un fuoriclasse».
Per questo può permettersi di rovinare ai suoi giocatori il ricordo e il
riflesso di una vacanza appena consumata. Perché in vacanza si tende
all’ozio e, di base, non lo può sopportare (in particolare se è costretto a
rimuginare su una sconfitta per un lungo periodo). Dopo le dimissioni dalla
Juventus dicevano fosse stressato per il troppo impegno. Impossibile. Al
limite, può accadere il contrario. È dipendente dal lavoro e sa che dal lavoro
dipendono i risultati. Entrambi discendono dalla stessa fonte. Conte e i
risultati sono la stessa cosa.

Non esistono reazioni


sproporzionate. Esistono azioni
imperdonabili
12
«Caro Pubblico Ministero, ho un’ossessione
maniacale per la vittoria...»
(Il memoriale inviato a Cremona)

Raramente capita che Conte non riesca a controllare l’andamento di una


partita, o quantomeno a prevederlo, o al limite a capirlo. Ma c’è un
confronto – a distanza – che esce dagli schemi: quello con la Procura della
Repubblica di Cremona e con il pm Roberto Di Martino. Una vicenda che
gli rende nera l’anima.
Da allenatore della Juventus, Conte era stato squalificato per quattro
mesi dalla giustizia sportiva per omessa denuncia. I fatti si riferivano
all’epoca in cui guidava il Siena, più precisamente alla partita in casa
dell’AlbinoLeffe, nell’ultima giornata della serie B 2010-2011. A questo
proposito non ci sono troppi segreti da raccontare, tutti a grandi linee
conoscono i dettagli e i vari passaggi della vicenda, compreso il contenuto
della conferenza stampa del 23 agosto 2012, quella dello sfogo contro la
Procura Federale: «Li sapete i metodi della Procura Federale?» ringhiò
davanti alle telecamere. «Li avete letti? Forse sono passate inosservate le
interviste di Locatelli, di Paoloni, a me no. Locatelli e Paoloni che dicono?
Non abbiamo detto quello che volevano sentirsi dire. Non abbiamo messo
dentro nomi importanti per abbassarci la pena. Questo dicono.
Agghiacciante quello che dicono. Agghiacciante quello che dicono! Però
questo non interessa. Ai giustizialisti non interessa questo. Non interessa il
modo di fare che ha la Procura. Non interessa quando si parla di
patteggiamento. Il patteggiamento è un ricatto. Il patteggiamento è un ri-
cat-to, che viene fatto purtroppo dai nostri stessi avvocati. Io, innocente,
devo subire dal mio avvocato... Sai, forse, vista questa giustizia che non ci
permette di difenderci, dimostrare la tua innocenza appieno... Perché
dobbiamo rischiare? Patteggiamo. Io, innocente, io come tantissimi altri,
perché c’è stata la rincorsa al patteggiamento. Il patteggiamento è un
ricatto, bello e buono, da questa giustizia. È una vergogna... È una
vergogna...» Oltre a fare le fortune di Maurizio Crozza, che da
quell’agghiacciante ha tirato fuori un’imitazione-tormentone che in fondo
diverte anche Conte, la conferenza in questione fece apparire il futuro ct
dell’Italia come un leone in gabbia. Voleva combattere. Voleva difendersi.
Avrebbe voluto sbranare qualcuno, se solo ne avesse avuta l’opportunità. È
vero che tutti i colpevoli dicono di essere innocenti, ma è altrettanto vero
che non sta né in cielo né in terra che tutti siano realmente colpevoli.
Il problema si è riproposto in maniera più drammatica con la giustizia
ordinaria, e quindi con l’inchiesta Last Bet (Ultima Scommessa) della
Procura di Cremona, che in tempi diversi ha portato in carcere fra gli altri
Giuseppe Signori, vicecampione del mondo con l’Italia nel 1994 e tre volte
capocannoniere della serie A, Cristiano Doni, azzurro al Mondiale del 2002,
e Stefano Mauri, capitano della Lazio. Il nome di Conte è stato tirato in
ballo dal calciatore «pentito» Filippo Carobbio, finito anche lui agli arresti,
e per questo alla fine l’allenatore della Nazionale è stato rinviato a giudizio
per frode sportiva. Prima l’hanno saputo i giornali, dopo molte settimane è
stato comunicato ufficialmente al diretto interessato, e quindi ai suoi
avvocati Leonardo Cammarata e Francesco Arata. Entrare nei rivoli
dell’inchiesta, nei cambiamenti in corsa delle accuse o soffermarsi
sull’attendibilità vera o presunta di alcuni protagonisti, non è materia né
interesse di questo libro. Gli aspetti da sottolineare sono altri, a partire da
quando Conte, prima di essere rinviato a giudizio, a un certo punto ha
parlato chiaro con i suoi legali. «Tutti, lui in particolare, sapevamo che
nell’estate del 2016 ci sarebbero stati i Campionati Europei in Francia»,
spiega l’avvocato Cammarata, «e quindi ci ha posto l’esigenza che non
venisse celebrato il processo proprio in quel periodo.»
In parte per sé stesso, è umano. E in parte per la squadra, perché nelle
orecchie dei due avvocati è risuonato quello che in altri ambiti si
chiamerebbe ultimatum: «Non voglio per niente al mondo che ci sia
confusione nel ritiro dell’Italia e che si crei un’eccessiva pressione
sull’ambiente e sulla squadra. Le conferenze stampa diventerebbero
monotematiche. Il gruppo deve rimanerne fuori. Io sono innocente, i ragazzi
lo sono ancora di più».
Di nuovo: persino in mezzo alla bufera, il gruppo deve venire prima del
singolo, anche se il singolo in questione è lo stesso Conte.
«La sua idea fissa», prosegue Cammarata, «è quella di non trascinare
tutta la Nazionale nel caos. È convinto di non aver fatto nulla di male, gli
sembra tutto molto ingiusto, per Conte la panchina dell’Italia è motivo di
grande orgoglio e soddisfazione, un traguardo. Ha il pensiero fisso di non
coinvolgere gli altri e la squadra nelle sue questioni. Ci ha chiesto di
prendere la vicenda di petto. Ribadisce di aver patito un’ingiustizia
colossale.»
Su un concetto Conte batte a ripetizione con i suoi legali: «Com’è
possibile che si creda a uno come Carobbio che si vendeva le partite, che
avrebbe venduto anche sua madre se avesse potuto, e non si creda a me? È
inconcepibile». Inconcepibile, quasi sinonimo di agghiacciante.
Nei vari tentativi che sono stati fatti per evitare il rinvio a giudizio
prima che diventasse effettivo, uno ha un peso specifico diverso e superiore
rispetto agli altri. A Cremona sono infatti stati recapitati tre memoriali, uno
dei quali scritto direttamente da Conte. È stato redatto il 14 aprile 2015 e
depositato in segreteria alla Procura della Repubblica di Cremona il giorno
successivo, con firma apposta dal cancelliere Giovanna Mascioli (che a
penna ha appuntato «riscossi euro 3,68 di diritti»), e indirizzato
All’attenzione dell’Ill.mo P.M., dott. Roberto di Martino. Nove pagine
dattiloscritte di un’importanza strategica per capire il personaggio Conte.
Un modo, seppur inconsueto, di combattere fino alla fine, come diceva
quando allenava la Juventus. Nove pagine che, per comodità di lettura e di
comprensione, ho deciso di dividere come se fossero il racconto di diverse
battaglie, che alla fine confluiscono in un’unica guerra. Quella del
protagonista contro chi tenta di screditarlo e affondarlo.
Il memoriale inviato da Conte alla Procura della Repubblica di
Cremona.

La battaglia contro chi vuol distruggere la sua reputazione


[...] Come è noto alla S.V. Ill.ma, il mio avvocato, in coda alla memoria
presentata all’esito dell’avviso di conclusione delle indagini, aveva chiesto
la mia audizione e ciò al fine di chiarire definitivamente la mia posizione
rispetto a questa vicenda.
Avrei voluto innanzitutto farmi conoscere e spiegarLe chi sono e come
la penso: un uomo di sport, che allo sport ha dedicato tutto sé stesso e che
ha sempre avuto come principi guida il lavoro duro e la correttezza e di
come, solo grazie a questi principi, ha ottenuto importanti risultati
professionali; e ciò per far capire come sia semplicemente impensabile
attribuirmi le condotte descritte da Carobbio.

La battaglia contro la fuga di notizie a suo danno


[...] Senonché è avvenuto l’irreparabile: non appena formalizzata la
richiesta di interrogatorio, sono stato in tempo reale contattato da giornalisti
perfettamente al corrente delle iniziative a mia difesa e puntualmente sono
comparsi dettagliati articoli di stampa sul punto, evidentemente ispirati da
persone che non vedono l’ora di far ripartire una campagna denigratoria
contro di me, ispirati da chi ha tutto l’interesse ad alzare un polverone sulla
vicenda, a far sì che i fatti non vengano giudicati con obbiettività ma che
invece preferisce buttare tutto nel tritacarne della cattiva informazione.
Questo nuovo, ennesimo, assedio mediatico mi ha portato indietro a più
di tre anni fa, quando, insieme a questo procedimento, è iniziato per me, e
le persone a me vicine, un vero e proprio incubo che pare non voler finire.
Quando ogni giorno i media – evidentemente più interessati a
monetizzare il clamore derivante dal coinvolgimento di una persona nota
che a cercare la verità, senza preoccuparsi minimamente di calpestare la
vita di un uomo – ripetevano ossessivamente il mio nome, collegandolo a
fatti o persone che nulla avevano a che fare con il mio modo di essere, con i
miei valori e con il mio agire; quando periodicamente dovevo assistere alla
pubblicazione del contenuto di atti di indagine, quando addirittura si
ipotizzava la tremenda e infamante accusa – almeno quella oggi
definitivamente sepolta – di far parte di un’organizzazione criminale.
Ho appreso dunque sulla mia pelle e su quella della mia famiglia il
significato dell’espressione «gogna mediatica» fin dai primi momenti di
questa indagine, da quando ho dovuto assistere alla presenza delle
telecamere sotto casa in occasione di un evento per me scioccante come
quello della perquisizione della mia abitazione alla ricerca di non so quali
prove.
Di questo, prima ancora del merito, avrei voluto innanzitutto parlare
all’interrogatorio: di quale stato di angoscia provi una persona nel vedere
ingiustamente messo a repentaglio tutto quello che ha conquistato con le
proprie forze e senza scorciatoie; di quale senso di rabbia si provi nel
vedere con quale superficialità, se non malizia, sugli organi di informazione
nazionali e stranieri venga ciclicamente affiancato il mio nome a quello
dell’inchiesta sul calcioscommesse.
Però oggi, alla luce di quanto accaduto, ho dovuto constatare con
amarezza che il mio interrogatorio sarebbe diventato un’ulteriore,
ennesima, occasione di spettacolarizzazione ai miei danni...

La battaglia contro chi l’ha trascinato nell’inchiesta


[...] Pur nelle sofferenze di questa assurda situazione, ho atteso con fiducia
l’esito di queste indagini essendo certo che, come infatti è puntualmente
avvenuto, le parole di Carobbio circa un mio coinvolgimento non avrebbero
avuto alcun riscontro in quanto scollegate dalla realtà, così come ero certo
che le indagini avrebbero fatto emergere l’assenza di qualsiasi collegamento
fra me e i soggetti che avrebbero tentato di alterare le partite di calcio per
scommettere sui risultati pilotati.
Per questo sono particolarmente amareggiato dall’apprendere che,
nonostante tutti gli altri soggetti sentiti abbiano smentito Carobbio (almeno
quando parla di me), io debba ancora essere qui a tentare di evitare il rinvio
a giudizio.
Proprio alla luce dei risultati dell’indagine, mi sento di chiedere ora, con
determinazione, che si analizzino con serietà e rigore gli atti che mi
riguardano, cosa che sono certo Lei farà, e che tragga le uniche
conseguenze possibili, evitando così che si ripeta un gratuito gioco al
massacro contro di me.
Non avendo mai avuto a che fare con indagini penali, faccio fatica a
comprendere come si possa dare credito a una persona che, per sua stessa
ammissione, per denaro ha tradito la fiducia di tante persone: di chi gli
corrispondeva un lauto stipendio, dei tifosi che con passione hanno
sostenuto la squadra, dei compagni di squadra che con grandi sacrifici si
impegnavano quotidianamente per raggiungere la vittoria e, da ultimo, la
fiducia del sottoscritto che ha dato alla squadra tutto sé stesso senza
risparmiarsi mai.
Mi sono chiesto come potesse essere credibile chi, messo di fronte alle
contraddizioni della sua ricostruzione, abbia riferito delle circostanze al
limite dell’assurdo, come quando, ad esempio, alla domanda degli
inquirenti su come potessero essere compatibili risultati di 2-2 con un
preventivo accordo delle squadre per il pareggio, ha risposto che per ben
due volte (Novara-Siena e Siena-Torino) un suo compagno aveva segnato
«per sbaglio», affermazione che non può che apparire inverosimile persino
a chi non abbia familiarità con il calcio.
Mi sono chiesto, in tutto questo tempo, quali possano essere state le
ragioni della scelta di questa persona di raccontare fatti ed episodi che, a
prescindere dai discorsi giuridici trattati dal mio difensore, non solo non
sono mai avvenuti ma sono così clamorosamente incompatibili con il mio
modo di essere.
Ma più che la risposta a queste domande (che pure mi sono dato), mi
sembra impossibile che ancora oggi venga dato credito alle affermazioni
che mi riguardano, quando tutte le altre persone sentite sui fatti che mi
riguardano, sia in sede penale che in sede sportiva, hanno ripetutamente
smentito Carobbio...

La battaglia contro la verità di altri


[...] Per questo motivo, in aggiunta a quanto detto nella memoria già
depositata, non posso che insistere nel ribadire con forza la mia innocenza,
nell’unico modo che può farlo una persona a posto con la propria coscienza,
e cioè con la forza della verità, offrendo ulteriori spunti (questi sì
oggettivamente riscontrabili) che possano convincere la S.V. Ill.ma circa la
totale correttezza del mio operato, riconsegnandomi quella dignità che
organi di informazione assetati di sensazionalismo vogliono mettere sotto
attacco.
La partita Novara-Siena, giocata il 1° maggio 2011 era una partita
importantissima: mi ricordo benissimo di quella sfida poiché, in caso di
vittoria, avremmo conquistato matematicamente la promozione in serie A,
obbiettivo per il quale avevamo lavorato tutta la stagione.
Voglio chiarire da subito un fatto che mi pare non emergere dalla
ricostruzione delle indagini.
Arrivare primi in classifica era per me una questione fondamentale per
una serie di motivi: il primo di natura caratteriale dato che, per
temperamento personale, ho un’ossessione quasi maniacale per la vittoria,
atteggiamento che mi ha aiutato a conseguire i successi professionali; il
secondo di orgoglio personale, in quanto la mia squadra contendeva il
primato all’Atalanta, squadra dalla quale mi ero dimesso la stagione
precedente dopo tre mesi di lavoro e a cui avrei voluto dimostrare il mio
valore; il terzo, non meno importante, di natura economica, in quanto il
primo posto avrebbe fatto conseguire un maggior premio da parte della
società.
Come sempre, chiesi alla mia squadra di dare il massimo e di cercare la
vittoria per raggiungere finalmente il traguardo della promozione: il mio
ricordo corrisponde, infatti, a quello di tutti i giocatori e dirigenti e, in
particolare del portiere, Fernando Coppola che, sentito dal Procuratore
Federale e richiesto di raccontare dettagli su quella partita, si è ricordato
nitidamente del mio atteggiamento verso la partita, riferendo come il mio
discorso motivazionale lo avesse particolarmente emozionato.
Rileggendo alcune dichiarazioni presenti nel fascicolo, ricostruisco
ancora più nel dettaglio che la partita fu preparata in maniera meticolosa:
feci fare un supplemento di allenamento sul campo del Novara il giorno
prima della gara per abituare la squadra al terreno sintetico (dich. Perinetti,
ds Siena), feci visionare come sempre alla squadra i dvd con le partite
dell’avversario (dich. Coppola), tutte attività che non possono conciliarsi
col fatto che, secondo Carobbio, avrei comunicato alla squadra di stare
tranquilla perché era stato concordato un pareggio.
Giocavamo contro una squadra molto forte e molto motivata che in
quella partita si giocava forse l’ultima possibilità di contenderci la
promozione diretta e che, alla fine della stagione, avrebbe raggiunto la
promozione in serie A tramite i play off.
Come si può facilmente ricostruire dalle cronache dell’epoca, fu una
partita vera ed emozionante che finì due a due, con ribaltamento di risultato,
traversa e diverse occasioni da gol e parate dei portieri di ambo le squadre:
come riconosciuto anche dalla giustizia sportiva fu tutt’altro che una partita
«addomesticata», come avrebbe, invece, riferito Carobbio che, tra l’altro,
neppure venne da me schierato in quella gara se non negli ultimi dieci
minuti.
Con riferimento poi alla partita AlbinoLeffe-Siena del 29 maggio 2011,
ultima giornata di campionato, nella quale anche qui, secondo Carobbio,
avrei dato il mio benestare per lasciare la vittoria agli avversari, è
necessario, prima di addentrarmi nel merito, che illustri il contesto in cui si
svolse quella partita, contesto che forse – per chi non ha esperienza nel
mondo calcistico – non è di immediata comprensione e, dunque, di
comprendere per quale motivo sembrerebbe emergere dagli atti lo scarso
impegno di qualche giocatore.
Si trattava dell’ultima giornata di campionato e il Siena, già da tempo
matematicamente promosso in serie A, era secondo in classifica a un punto
dall’Atalanta: il Siena avrebbe dovuto giocare a casa di una squadra che era
in corsa per la salvezza, mentre l’Atalanta doveva giocare contro il
Grosseto, squadra di bassa classifica che aveva comunque già raggiunto
l’obbiettivo della salvezza.
Per arrivare primi avremmo dovuto dunque vincere la nostra partita e
confidare nel fatto che l’Atalanta non vincesse contro il Grosseto,
circostanza che forse tra alcuni giocatori era ritenuta poco probabile sia per
il divario tecnico tra le due squadre (28 punti di differenza in campionato),
sia perché, come detto, il Grosseto aveva poco o niente da chiedere al
campionato.
Ovviamente questa situazione poteva riflettersi sull’atteggiamento
mentale dei giocatori, o quantomeno di alcuni di loro, che, avendo
raggiunto il traguardo della promozione, potevano non avere la necessaria
concentrazione e cattiveria per raggiungere un primo posto che, in ogni
caso, non era più neppure unicamente dipendente dalle nostre forze.
Per parte mia, per le ragioni che ho ricordato, volevo, comunque, che
quella partita fosse giocata al massimo per raggiungere la vittoria, e per
questo, durante la settimana, invitai la squadra all’ultimo sforzo dicendo,
come sempre, ai giocatori che avrei fatto giocare coloro che avrei visto più
motivati e vogliosi...

La battaglia contro chi mette in dubbio i suoi valori


[...] La giustizia sportiva, pur avendo riscontrato la mia totale estraneità
rispetto a presunti accordi tra i giocatori e scommettitori, ha ritenuto che,
come tesserato, avrei dovuto denunciare tale situazione di scarso impegno,
denuncia che non avrei esitato a fare se avessi anche solo sospettato che
l’atteggiamento di qualcuno avesse avuto altre ragioni oltre che il
fisiologico calo di concentrazione di una squadra che aveva già da un mese
raggiunto la promozione.
Non penso sia un caso che oggi la Federazione Italiana Gioco Calcio mi
abbia affidato il compito di guidare la Nazionale, evidentemente
riconoscendo in me oltre che quelle qualità tecniche che possono consentire
di svolgere al meglio questo difficile e prestigioso compito, quei valori di
lealtà sportiva che sono necessari per essere considerati degni di
rappresentare l’Italia in ambito internazionale, valori che, in ogni momento
della mia carriera, mi sono sempre stati riconosciuti da chiunque abbia
avuto modo di lavorare con me.
Nella speranza di avere fornito definitivi elementi a sostegno
dell’archiviazione della mia posizione con il presente scritto, dichiaro di
rinunciare all’interrogatorio richiesto ex art. 415 bis. c.p.p.
Rendo noto che, nel caso in cui la S.V. Ill.ma ritenesse di insistere nella
richiesta di rinvio a giudizio nei miei confronti, ho chiesto ai miei legali di
individuare la soluzione processuale che consenta di giungere a un giudizio
in tempi brevi, infatti non posso accettare, visto il mio incarico di
Commissario Tecnico della Nazionale Italiana di calcio, che la mia
posizione si possa perdere tra le lentezze di un processo con così tanti
imputati e così tante posizioni indistinte: questo farò perché, per quanto mi
riguarda, non ho dubbi sul fatto che emergerà la mia totale estraneità
rispetto alle accuse che mi sono state ingiustamente mosse...
Quello che Conte non ha scritto nel testo inviato al pm Di Martino, e
che non dirà mai in pubblico (in privato l’ha fatto presente solo a
pochissime persone del suo cerchio magico), è che crede che dietro al suo
rinvio a giudizio ci siano le manovre di un alto dirigente di un importante
club italiano, che avrebbe imbeccato Carobbio contro di lui per distogliere
l’attenzione da sé stesso. A scanso di equivoci: il dirigente non è Andrea
Agnelli e la società non è la Juventus. Un’altra ombra da combattere.

Tutti i colpevoli si dicono


innocenti: qualcuno a ragione
13
«Il rigore a cucchiaio? Se tu l’avessi
sbagliato, ti avrei sfondato...»
(Quando le iniziative personali mettono in
pericolo il lavoro di squadra)

Le ombre fanno paura, in particolare quando non sai a chi appartengano.


All’improvviso un tratto di strada diventa scuro, il sole non filtra. Spinge,
ma ha perso in partenza. È il riflesso dell’ignoto che palpita proprio lì, a un
passo da te. Un frammento di destino incontrollabile. Conte lo odia perché
non c’è strategia sicura che tenga, neppure quella difensiva.
Nel calcio, le cose sono diverse. L’imponderabile è un concetto
spaventoso che si può ridurre al minimo; esiste, però si può combattere. Si
attacca, si difende, ci si prepara meticolosamente, si studia una simulazione
il più possibile vicina alla realtà. Obiettivo: azzerare le differenze fra
l’ipotetico e il certo, sfiorando i confini dell’utopia. Si tenta di prevedere il
futuro, gli allenamenti esistono per quello; si diventa veggenti e
scaramantici, si leggono le carte del pallone. E alla fine di ogni seduta si
lavora anche sui calci di rigore. Gli specialisti e i portieri si fermano sul
campo qualche minuto più degli altri, e inizia un rito che si ripete e si
rinnova di giorno in giorno. Compagni di squadra diventano nemici per un
attimo, a fin di bene (il loro): dovesse capitare in partita, meglio sapere
come si fa. E di solito, se in partita accade davvero, proprio un attimo prima
di calciare, al giocatore incaricato viene in mente tutto quello che ha
provato e riprovato nelle ore precedenti. Se si è sentito particolarmente
sicuro tirandoli a destra, anche durante un incontro ufficiale sceglierà quel
lato. Stessa cosa per la sinistra, o per l’angolino in alto fra il palo e la
traversa, o per qualsiasi altra soluzione. Come in uno spartito imparato a
memoria, basta rovistare nei ricordi recenti e il gioco è fatto.
Al centro tecnico di Coverciano, prima di volare a Spalato dove il 12
giugno 2015 si sarebbe giocata Croazia-Italia valida per le qualificazioni a
Euro 2016 (a porte chiuse e con una svastica disegnata sul terreno di gioco,
costata poi un punto di penalità ai croati...), Antonio Candreva sembrava il
solito di sempre. Affidabile, attento, uno dei più veloci ad assorbire gli
schemi del suo allenatore, che infatti lo convoca sempre. È un punto fermo
della Nazionale di Conte. Non parla, fa: sintesi perfetta del modo di vedere
le cose del ct. Soprattutto, a guardarlo, ti accorgevi di avere di fronte un
calciatore dai modi e dai metodi efficaci ma molto semplici, non certo un
centrocampista che stesse pensando a qualcosa di eclatante, o facendo il
conto alla rovescia verso l’inizio dei fuochi d’artificio. E invece, al 36°
minuto della sfida fra la prima e la seconda squadra del girone H,
Mandžukic’ ha tolto con la mano un pallone dalla testa di Graziano Pellè.
Rigore. Giusto e sacrosanto. Sul dischetto è andato proprio Candreva, una
garanzia.
«Chissà se lo batterà a destra o a sinistra», pensavano tutti, compreso
Conte, in piedi davanti alla panchina.
Né a destra, né a sinistra. In mezzo. L’ha mandato in mezzo. Ma non in
mezzo perché l’ha calciato male, o perché non sapeva decidere. Né per
paura o per un vuoto mentale. In mezzo per scelta. In mezzo, dove fa più
male: gol. Il gol dell’1-1. In mezzo in un modo clamorosamente bello da
vedere, ma altrettanto clamorosamente pericoloso. Se il pallone entra, sei un
grande; se il pallone esce, sei qualcos’altro di molto meno carino.
Candreva, infatti, ha deciso di calciare con lo scavetto. Prendendo la
rincorsa, fermandosi a un millimetro dal pallone, colpendolo da sotto.
Portiere da una parte e pallone in mezzo, a dare uno schiaffo alla rete.
Appunto, in mezzo. Si chiama rigore a cucchiaio. Come quello di Francesco
Totti nella semifinale degli Europei del 2000 contro i padroni di casa
dell’Olanda, reso celebre anche dalla frase che l’eterno numero 10
consegnò pochi istanti prima a Luigi Di Biagio: «Mo je faccio er
cucchiaio». O come quello di Andrea Pirlo contro l’Inghilterra agli Europei
del 2012. La posata perfetta. Tutti in piedi per il gol di Candreva, cuoco e
cameriere.
Il giorno successivo l’Italia era di nuovo a Coverciano, per preparare
l’amichevole di Ginevra contro il Portogallo. Due giorni dopo è scesa in
campo per allenarsi.
«Sì, sì, quei momenti me li ricordo», spiega divertito Candreva, «perché
Conte, a riscaldamento appena iniziato, si è avvicinato dicendomi delle
cose...»
Eccola, la ricostruzione del dialogo. Antonio contro Antonio.
«Antonio, scusa, parliamo del cucchiaio?»
«Certo mister...»
«Hai deciso di calciarlo così perché hai visto il portiere della Croazia
muoversi in anticipo?»
«Ehm, no...»
«Allora perché sapevi che comunque si sarebbe buttato, che non sarebbe
rimasto fermo?»
«Ehm, no...»
«Quindi?»
«Quindi ho deciso al momento.»
«Ah. E lo sai che se tu l’avessi sbagliato, io ti avrei sfondato?»
Si sono messi a ridere. Il clima era sereno. Ma il discorso chiaro e
andava oltre la semplice battuta. Conte voleva dire che il rigore gli era
piaciuto molto (come il carattere e la freddezza di Candreva, che contro la
Croazia fa sempre gol), però era stato azzardato. Si deve optare per la via
più facile per arrivare all’obiettivo, senza rischiare in maniera eccessiva.
L’Italia a quel punto era sotto 0-1, e il rigore aveva assunto un peso
specifico altissimo. Un’importanza strategica. Ogni iniziativa personale
rischia di rivoltarsi contro il gruppo, la squadra e il lavoro che ci sta dietro.
L’ipotetico ha rischiato di prendere il sopravvento sul certo: la cerniera che
in certi punti li tiene uniti si sarebbe potuta rompere. L’ego del singolo è
diventato protagonista. Per un solo istante, d’accordo, ma che si sarebbe
potuto rivelare fatale. Conte voleva dire tutto questo. Il fine è il gol, ma il
mezzo va condiviso, magari con un avvertimento preventivo. Un «mo’ je
faccio er cucchiaio» dei giorni nostri. Il ct della Nazionale non riesce a stare
tranquillo neppure davanti alle intuizioni positive e stilisticamente
ineccepibili. La sua ricerca della felicità passa attraverso la ricerca della
semplicità, o comunque della maniera più diretta per raggiungerla. Se il
portiere della Croazia si fosse mosso in anticipo, allora il cucchiaio sarebbe
stato giustificabile, altrimenti no. In ogni caso è stato giustificato.
«In effetti», ammette Candreva, «se avessi sbagliato il rigore avrei
trascorso giorni terribili. Quella del nostro commissario tecnico è una
leadership fuori dal comune e, finché non passi del tempo con lui, non la
puoi capire fino in fondo. Si lavora tanto e duramente, però, una volta in
partita, tutto ti appare più semplice. Se un avversario ti blocca, tu hai già
pronta la soluzione successiva per risolvere il problema. È incredibile come
riesca a prevedere situazioni che poi puntualmente si verificano durante i
novanta minuti, tutte insieme. Ti fornisce gli elementi per affrontare ogni
tipo di criticità. Spesso anche i calciatori delle squadre contro cui
giochiamo sono sorpresi dalle nostre contromosse.»
A quel punto cadono a pezzi. E vanno raccolti. Se si utilizza il
cucchiaio, prego consultarsi preventivamente con la panchina.

Il fine è il gol, ma il mezzo va


condiviso
14
«L’alimentazione può fare la differenza fra
vittoria e sconfitta...»
(La tavola dei comandamenti, i comandamenti
della tavola)

Quando Conte apre bocca, sa con esattezza cosa vuole comunicare, chi è il
destinatario del suo messaggio e il risultato che intende ottenere. Ma capita
anche che scriva o faccia scrivere, e che i componenti della squadra,
anziché ascoltare, debbano leggere. A un certo punto, sulle pareti della sala
da pranzo del centro tecnico federale di Coverciano, sono comparsi diversi
fogli formato A4 riportanti indicazioni preziose. Argomento:
l’alimentazione. Che mangiare bene contribuisca a mantenersi in salute non
è un mistero, ma spiegare in che misura una buona colazione sia
fondamentale per poter esultare è invece il particolarissimo buongiorno del
commissario tecnico ai suoi giocatori. Una tavola dei comandamenti. Anzi,
i comandamenti per la tavola. Il primo foglio recitava così: «Quando Atleti
motivati e di alto livello si confrontano nelle varie gare il margine fra
Vittoria e Sconfitta è molto piccolo. Quindi quando tutto il resto è simile
l’alimentazione può fare la differenza fra vittoria e sconfitta». Tanto per
aver chiaro già al mattino qual è l’obiettivo per cui si lavora, appena svegli.
In queste pagine vengono riprodotte alcune immagini a corredo del
racconto, documenti riservati che rivestono uno straordinario interesse per
facilitare la comprensione e per immergersi totalmente nel Metodo Conte
senza soffocare. Perché una volta che impari a respirare, hai trovato la
chiave per apprezzarlo, per innamorartene.
Quell’input motivazionale non era buttato in mezzo al nulla, bensì
appeso in doppia copia ai due estremi di una parete, davanti alla quale erano
posizionati quattro tavoli. Sopra ogni tavolo, sempre attaccato al muro,
campeggiava un altro foglio con la spiegazione di cosa contenessero i piatti
o le tazze sottostanti.
Tavolo 1: proteine.
Tavolo 2: grassi.
Tavolo 3: carboidrati.
Tavolo 4: latte-thè, cappuccino o succo di frutto a scelta.
«I consigli» per la colazione fatti appendere da Conte alle pareti della sala da
pranzo, al Centro Tecnico di Coverciano.

E ancora, fra ciascuno di quei quattro fogli ne era stato messo un altro
su cui era stampato a caratteri enormi il segno +. Piazzandosi davanti a
quella parete, a un paio di metri di distanza, ecco cosa si leggeva:
proteine+grassi+carboidrati+latte-thè, cappuccino o succo di frutta a scelta.
La somma restituiva la colazione voluta da Conte per cercare di fare la
differenza fra vittoria e sconfitta, cioè fra il nome che ha scelto per sua
figlia e la sua peggiore allergia.
Ma non era finita. Alzando lo sguardo, era impossibile non notare un
altro cartellone, il riassunto in dodici righe di quanto i calciatori dovevano
imparare. Magari non era il loro campo, ma sul campo l’insegnamento si
sarebbe rivelato utile. Alla prima riga, si leggeva una sola parola:
FONDAMENTALE, vergata in maiuscolo e con l’inchiostro rosso. Sotto,
due avvertimenti.
Questo: iniziare la giornata con una ricca colazione. Se la colazione è
insufficiente, ci si avvicina all’esaurimento delle riserve di glicoceno
epatico e muscolare.
E poi questo: l’abbassamento della glicemia si ripercuote sull’attività
fisica e celebrale con una conseguente diminuzione della performance.
Infine, un altro concetto in rosso: per evitare questo assicurarsi
l’abbinamento di proteine+grassi+carboidrati (anche più scelte dallo stesso
macronutriente).
Al netto di alcuni errori di ortografia commessi da chi ha digitato
materialmente quelle parole sulla tastiera del computer, ancora una volta si
capisce come Conte voglia controllare ogni aspetto della vita professionale
dei suoi calciatori. Allenare la tattica e la tecnica rappresenta solo una parte
della missione che si è autoimposto, il suo è un lavoro a trecentosessanta
gradi. Forse anche a settecentoventi. Potesse farlo, infatti, allargherebbe del
doppio il cerchio delle sue competenze: significherebbe diminuire
ulteriormente la possibilità di errore.
In un’altra fotografia si nota un tavolo con sopra bicchierini di vetro,
una bottiglietta e un contenitore di plastica, più tre piccoli barattoli. La
spiegazione del contenuto è riportata nei fogli appiccicati con lo scotch
qualche centimetro più sopra. In uno si cita la Rhodiola rosea, in un altro le
bacche di Goji. Per esempio, leggendo, si viene a sapere che la Rhodiola
rosea, per quanto riguarda l’attività fisica, è utile per:
concentrazione/memoria, difese immunitarie, equilibrio del peso corporeo,
insonnia, menopausa (nessun caso in Nazionale...), metabolismo dei grassi,
sistema nervoso, stanchezza fisica e mentale.
Qualcuno potrebbe chiedersi cosa sia: c’è scritto anche quello. Testuale:
è un integratore a base di Rhodiola rosea originaria della Siberia. L’estratto
dalle radici si distingue per la quantità dei principi vegetali contenuti e per
l’elevata qualità produttiva. Non contiene eccipienti, glutine né allergeni e
non ha subito alcuna modificazione genetica.
Dettagli, questi, letti con attenzione – e quindi apprezzati – dai
calciatori, perché in passato era capitato che in qualche club venisse
proposta l’assunzione orale di qualcosa di imprecisato senza che nessuno
desse alcun tipo di spiegazione.
Non mancano le indicazioni per il pasto del pomeriggio: assicurarsi
anche nella merenda proteine+grassi+carboidrati nei blocchi consigliati.
Da allenatore della Juventus, Conte fissava alla porta dello spogliatoio
con delle puntine gli articoli di giornale che parlavano male o della sua
squadra o di qualche giocatore. Voleva motivare l’ambiente. In Nazionale
pensa anche a nutrirlo.

L’unica fame che non va placata


è quella di vittorie
15
«Signori, ho attaccato un’intervista alla porta
dello spogliatoio...»
(La rassegna stampa avvelenata)

La rassegna stampa avvelenata, comunque, Conte non l’ha abbandonata


neppure in Nazionale. Una copertina di «Extra Time», l’inserto della
«Gazzetta dello Sport» che si occupa di calcio estero, è finita dritta sulla
porta dello spogliatoio dell’Italia. A tutta pagina campeggiava una
fotografia di Darijo Srna, capitano della Croazia, e fin qui niente di strano,
anche dal punto di vista del commissario tecnico. Un po’ meno accettabile e
accettato il titolo, che racchiudeva il senso dell’intervista riportata nelle
pagine successive: «Italia con noi non vinci mai». Altro titolo all’interno:
«La mia Croazia non ha paura».
Alle 7 del mattino dell’11 novembre 2014, il giornale rosa si trovava in
qualsiasi edicola italiana. Qualche ora più tardi, dopo essere stata
maltrattata durante una lettura nervosa, una copia faceva bella mostra di sé
a Coverciano, all’ingresso dello stanzone dove i calciatori si cambiano
prima di scendere in campo per allenarsi. Affissa nell’anticamera
dell’arena, tenuta insieme un po’ con lo scotch e un po’ con la bile.
«Ragazzi, ecco cosa dicono quelli di noi...» Conte ha richiamato così
l’attenzione della sua squadra. E quelli erano i giocatori della Croazia, i loro
prossimi avversari, da affrontare cinque giorni più tardi a Milano, nelle
qualificazioni a Euro 2016 (la partita sarebbe poi finita 1-1). Aggrappato
alla lunga pausa che ha accompagnato la fine della frase, tradotta su carta
con i tre puntini di sospensione, c’era un sottinteso, neanche troppo velato.
Non detto, ma pensato talmente forte che alcuni giocatori sono convinti di
averlo sentito: «Sapete dove se le devono mettere certe dichiarazioni?
Facciamo cambiare idea a tutti loro». Il ct, oltre che sui movimenti del 3-5-
2, considerata la delicatezza della sfida, aveva deciso di lavorare molto
sull’orgoglio, sulle motivazioni, sulla fame, sulla fuga per la vittoria al di là
del muro, oltre la sindrome di accerchiamento che di tanto in tanto lo
colpisce. Almeno quattro volte al giorno, nel momento in cui entravano o
uscivano dallo spogliatoio per la doppia sessione quotidiana di allenamento,
i giocatori erano costretti a fissare negli occhi l’immagine di Srna, a
memorizzarla, a odiarla. Ecco, signori, il mostro è servito, ritratto con la
lingua di fuori, espressione che aggiungeva alla vicenda anche un leggero
senso di presa in giro. La pernacchia andava restituita al mittente.
Per inseguire il successo si deve tentare di tutto. Un obiettivo da
raggiungere anche attraverso la comunicazione. Quella di Conte è divisa in
due grandi categorie: interna ed esterna, e nella prima rientra anche
l’episodio dell’intervista a Srna. Un altro esempio è il discorso che, da
allenatore della Juventus, aveva tenuto a Vinovo nell’aprile 2012, alla
vigilia di una trasferta a Palermo: il Milan era primo in classifica, i
bianconeri inseguivano. «Un’arringa che possiamo tranquillamente
paragonare a quella di Al Pacino nel film Ogni maledetta domenica», hanno
ammesso alcuni dei presenti, riferendosi a uno dei dialoghi culto della
cinematografia sportiva. Protagonista un coach di football: «In questa
squadra si combatte per un centimetro. In questa squadra massacriamo di
fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro. Ci difendiamo
con le unghie e con i denti per un centimetro. Perché sappiamo che, quando
andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale farà la differenza fra la
vittoria e la sconfitta. La differenza fra vivere e morire».
«Adesso ci stanno riempiendo di elogi, a me vengono i brividi alti
così», era stato l’esordio di Conte davanti al gruppo schierato in campo.
Gesticolava, muoveva le mani come se stesse dirigendo un’orchestra di
cuori. Doveva sincronizzarne i battiti, farli aumentare, portarli alla soglia
dell’infarto, sapendo meglio di tutti che la chiave per aprire lo scrigno è il
concerto, non la performance del solista. «Perché? Perché ho timore... Ho
timore... Ho timore che ci sia un rilassamento da parte di qualcuno. C’è
l’applauso, c’è la firma, c’è il consenso, va tutto bene. Ma la realtà qual è?
La realtà è il campo, la realtà è il sudore, la realtà è il sacrificio. Quello che
ci ha portato a fare questo campionato, e ancora non abbiamo fatto niente.
Andiamo a guardare chi ci sta davanti perché adesso abbiamo raggiunto una
maturità tale che noi, adesso, ce la possiamo giocare fino alla fine. Come vi
ho detto prima: devono vincere lo scudetto? Devono cagare sangue fino
all’ultima partita! Però per fare questo non voglio atteggiamenti
superficiali.» In quel momento la Juventus era reduce da tre successi in
altrettante partite, e questo poteva andare bene, ma soprattutto veniva da
due settimi posti consecutivi in serie A (tanto che, appena presa la squadra
che era stata di altri, al suo primo giorno di ritiro in montagna il nuovo
allenatore aveva esordito così: «Ragazzi, negli ultimi due anni avete fatto
schifo. È ora di finirla»). Nel giro di un mese, sarebbe arrivato il primo
scudetto dell’era Conte.
Cioè di un uomo che non dice mai niente, se prima non sa con certezza
dove andare a colpire. O chi tentare di affondare, se si parla di
comunicazione esterna, che è quella che passa attraverso interviste o
conferenze stampa. Ma sempre con un obiettivo preciso, che qualcuno da
fuori potrebbe perdere di vista: la difesa della propria squadra. Raramente,
infatti, il fine è la difesa di sé stesso: ciò accade solo quando si parla di
giustizia sportiva o giustizia ordinaria, argomenti che non ama affrontare in
quanto si sente vittima di un sistema sbagliato, e per questo motivo alla
Juventus per un certo periodo era entrato in silenzio stampa mentre in
Nazionale ha abolito le interviste esclusive, le cosiddette one-to-one
(nell’estate 2015, complice la rottura del suo cellulare, ha anche cambiato
numero di telefono, dando un ordine perentorio a tutti i suoi collaboratori e
agli amici più stretti: «Non lo dovete dare a nessuno, per nessun motivo»).
È un incubo per gli uffici stampa: non li ascolta e spesso ci litiga. È un
sogno per i giornalisti, compresi quelli contro a prescindere: lo ascoltano
con grande interesse, e spesso ci litigano. Nella sua carriera, seduto davanti
a un microfono, se l’è presa un po’ con tutti, dai tifosi della propria società
alle società direttamente. Due opposti di uno stesso mondo, perché lui è
fatto così. Si arrabbia a ogni latitudine e senza distinzioni, con chi paga il
biglietto per entrare allo stadio o con chi lo stadio lo possiede. È
democratico nelle sfuriate, anche in conferenza, come dimostrano i due
esempi – ne esistono a decine – che seguono.

Conte vs tifosi, 25 febbraio 2011, prima di Modena-Siena


«... Stiamo parlano di una squadra, il Siena, che se vince la partita con il
Piacenza è prima in classifica, in virtù dello scontro diretto con l’Atalanta.
Stiamo parlando di una squadra, il Siena, che dall’inizio del campionato è
sempre stata prima, seconda o terza, che sta facendo un campionato
importante. Stiamo parlando di una squadra, il Siena, che insieme al Novara
ha il miglior attacco, e gli altri stanno a dieci gol di distanza, con tutti i gol
che ci mangiamo e sbagliamo. Stiamo parlando di una squadra che ha la
quarta miglior difesa, nonostante in tre partite abbiamo preso dieci gol.
Stiamo parlando di una squadra che sta facendo un campionato importante,
sotto tutti i punti di vista. Allora inizio a stufarmi di sentire delle stronzate,
in settimana, da pseudointenditori di calcio. Adesso inizio a stufarmi. E che
sentiamo sempre? Critiche, fischi, delusione alla minima situazione. Ma che
modo è questo? Non si vuole il bene del Siena. Questi sono pseudotifosi,
frustrati, che vengono al campo a fischiare invece di applaudire questi
ragazzi, per quello che stanno facendo. Si può dare di più? Sì, si può dare di
più. Anche il Barcellona può dare di più, ma si può fare anche molto, molto
meno, eh. Quest’anno sembra tutto dovuto, ma dovuto cosa? Stiamo
spingendo la macchina a duecento all’ora. Se non si capisce questo, ma
soprattutto non si vuole capire, è un problema che non mi riguarda. Inizio a
essere stufo, di questo. Difendo a spada tratta la squadra e difendo a spada
tratta il mio lavoro, che è un grande lavoro. E ringraziate il Signore che c’è
Conte a Siena, sotto tanti punti di vista. Questa è una squadra che non è mai
stata amata, dal primo giorno. C’è sempre un però. E sei primo: eh però. E
sei secondo: eh però. E hai il miglior attacco: eh però. E sei terzo: eh però.
È sempre una critica continua. Gufi, state a casa. Detto questo, la situazione
mi dà ancora più forza, più avvelenamento, perché noi ci andiamo in serie
A, poi che non salga nessuno su quel cazzo di carro...»

Conte vs club (e allenatori) di serie A, 18 novembre 2014,


dopo Italia-Albania
«... Io non le mando a dire, quando ho qualcosa da dire la dico senza
problemi. Meglio dirlo adesso che, dopo sei partite, ne abbiamo vinte
cinque e pareggiata una, perché tante volte si mette la testa sotto la sabbia e
non si vuole vedere quello che è lampante. Pensavo di trovare una
situazione con un po’ più di partecipazione da parte di tutti, e invece
sinceramente ho visto poca disponibilità a collaborare per la Nazionale. Io
poi l’ho sempre vissuta da allenatore di club, no, e quando la vivi da
allenatore di club sinceramente pensi molto a te e poco agli altri. Oggi mi
ritrovo dalla parte opposta, dove mi trovo comunque costretto, tra virgolette
costretto, ad avere questi ragazzi se va bene sette, otto o nove giorni in un
mese. Adesso ci sarebbe la probabilità di rivederli fra quattro mesi, però mi
si chiede di fare un grande lavoro, di dare un input al calcio. Sì, ma
mettetemi nelle condizioni di farlo, di lavorare, perché l’unica cosa che so
fare è lavorare. Testa bassa, pedalare, chi vuole seguire segue, questo è il
concetto. L’importante, ripeto, è che ci mettiamo tutti quanti a capire in che
punto siamo. Detto questo, dobbiamo lavorare e tanto per qualificarci agli
Europei e poi, come ho detto, cercare in quel mese di creare una piccola
macchina da guerra. Io quello che sento a pelle ve lo dico e dopo tre mesi-
tre mesi e mezzo – questo è il terzo raduno con la Nazionale – inizio ad
avere un po’ le cose abbastanza chiare. E sinceramente, in un momento in
cui tutti dicono che è un momento particolare del calcio italiano, che
dobbiamo fare di qua, dobbiamo fare di là, ti giri e vedi che sei solo. E dici:
scusate, le chiacchiere, ma i fatti quando li facciamo tutti quanti? Quand’è
che iniziamo ad avere amore nei confronti di questa squadra? Tutti, eh.
Tutti. Tutti... Capiamo il momento, capiamo la situazione, lavoriamo, e io
più di questo, del lavorare, non posso fare. E i ragazzi fanno la stessa cosa.
Vengono sette, otto giorni, nove giorni, cerchiamo di dare un’impronta alla
squadra, cerchiamo di dare una mentalità, cerchiamo di dare dell’intensità.
In sette, otto, nove giorni, e magari qualcuno storce pure il naso in quei
sette, otto, nove giorni. Io quello che sto lamentando è la mancanza di
considerazione nei confronti della Nazionale: è chiaro? La Nazionale viene
comunque vista come un fastidio. Come un fastidio... Il prodotto sta
andando in estinzione. A parole facciamo di qua, facciamo di là, facciamo
cosa? Facciamo cosa? Cosa? Che vogliamo fare? E ripeto: ve lo sto dicendo
oggi dopo sei partite, cinque vittorie e un pareggio. Però inizio a stancarmi
a sentire dobbiamo fare di qua, dobbiamo fare di là, faremo questo, faremo
quell’altro. Io voglio i fatti. I fatti. I fatti...»
Detto tutto con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così,
che aveva lui mentre guardava Genova. Con il mare calmo, qualche giorno
dopo l’alluvione. Con la burrasca dentro.

La comunicazione è una difesa


della propria squadra
16
Prendere o lasciare
di Vittorio Oreggia, direttore di «Tuttosport»

Prendere o lasciare. Antonio Conte è questo. E non lo è da adesso, da


quando ha vinto tre scudetti di fila con la Juventus ed è diventato
commissario tecnico della Nazionale. Era così anche quando giocava a
pallone, quando da Lecce è sbarcato a Torino e ha cominciato a frequentare
l’ambiente bianconero. Posso sostenerlo con una certa... autorevolezza
perché assieme a Conte è proseguito il mio percorso di crescita giornalistica
da cronista, senza i paletti e le barriere che esistono attualmente, senza
l’obbligo di un backdrop alle spalle, ma solo così, frequentando il campo di
allenamento ogni giorno, una battuta, un caffé (pochini, in realtà), qualche
salutare «cazzeggio». Bene, anche allora Antonio era un simpaticissimo
rompipalle: controllava punti e virgole, l’intervista era una fatica per lui ma
pure per chi aveva penna e taccuino in mano. E il motivo era
semplicissimo: riteneva che la comunicazione fosse importante non solo per
veicolare un’idea, un pensiero, ma anche per portare avanti un certo tipo di
immagine. Del resto, non era mai banale, a costo di apparire antipatico e
presuntuoso, una festa per chi doveva sbattersi a cercare un titolo, uno
spunto, un appiglio a nove colonne... Si cominciava pressappoco così: Antò,
dici qualcosa oggi?
A essere sinceri, Conte si è sempre sentito un po’ accerchiato, ma per
evitare discussioni bastava conoscerlo e usare l’antidoto... Nel corso degli
anni juventini, c’è stata una trasformazione evidente: il Conte timidissimo
dell’epoca trapattoniana è diventato il Conte leader sotto la gestione Lippi,
per poi sfociare nel Conte maître à penser dei giorni nostri. Poche parole ma
che hanno sempre pesato tantissimo. Un po’ come è accaduto dal giorno in
cui ha indossato i panni dell’allenatore, allorché una conferenza stampa è
stata quasi sempre la palestra per considerazioni pungenti, a volte scomode.
L’ormai famoso «agghiacciande» non è stato un caso isolato, perché ci sono
stati altri momenti di particolare fervore dialettico. La sensazione è che
Antonio preparasse le conferenze stampa non tanto con i responsabili della
comunicazione delle varie società ma con sé stesso, una sorta di training
autogeno del giorno prima in cui si convinceva che la cosa giusta era dire
cosa gli frullava per la testa magari da settimane.
L’incognita sono sempre state le domande, che non sono mai indiscrete
quanto alcune risposte. Ecco, la domanda sbagliata nell’istante sbagliato gli
ha sempre fatto «togliere il tappo», come si dice. E a quel punto tutto
diventa davvero «agghiacciande». Però meglio Conte con la sua
suscettibilità che la plastificazione di certi personaggi finti
nell’atteggiamento e nelle dichiarazioni, attenti a non scontentare nessuno, a
non urtare il presidente o il collega, magari anche ruffiani con i giornalisti.
Tranquilli: un paio di litigi all’anno con Antonio fanno parte del mestiere e
del rapporto. Però sempre vero e sincero.
Altrimenti dopo quasi vent’anni non sarei qui a scrivere queste righe
con un sottile divertimento su un amico che se gli dicevi che era scarso e
tirava di punta non se la prendeva, ma se sbagliavi una virgola eri finito.
Anzi, sei ancora finito.
17
«Conte ci è rimasto malissimo.»
Eppure avevo azzeccato il pronostico
di Alessandro Vocalelli, direttore del «Corriere
dello Sport-Stadio»

Antonio Conte è un maestro di tattica. Studia la sua comunicazione, il suo


modo di porsi, di rappresentarsi e di farsi rappresentare, con la stessa cura
con cui prepara una partita. Studia se bisogna giocare in difesa, in
contropiede, d’attacco. Studia se bisogna comunicare in difesa, sfruttando il
contropiede, o partendo all’attacco. Le sue parole sono i terzini, o forse gli
esterni nel gergo moderno: è da lì che si parte, per dare profondità,
ampiezza al discorso. Gli aggettivi sono i centrocampisti, ti danno sostanza,
servono per dar vigore a un concetto. Il suo famoso «agghiacciante» è
l’aggettivo simbolo, l’uomo di riferimento, quello a cui si affida una partita
o una comunicazione. E poi ci sono i decibel, i suoi grandi attaccanti. Si
alza il tono, come si alza la linea della squadra, per mettere pressione
all’avversario. Antonio Conte è maestro, sia quando si tratta di stringere
all’angolo i rivali sul campo, sia quando si tratta di urlare per rendere più
efficace il discorso. Antonio Conte è così, il Mourinho italiano: nel senso
più rotondo e positivo del paragone. Perché il calcio di oggi è tattica e
scienza, è calcolo e rischio, è l’insieme di mille esperienze, ma è anche la
capacità di mettersi al centro della scena. Senza paura. Da lì guidi la
squadra, con i gesti e con i concetti. Perché i giocatori sentono, avvertono,
la personalità del loro condottiero.
Parlare con Conte è un esercizio complesso, perché è sempre lì che ti
studia, intento a capire cosa nasconde il discorso, magari anche un saluto.
Parlare di Conte è un labirinto di idee, di pensieri. Lui è maniaco dei
particolari, diffidente e attento, a volte portato a cercare il nemico anche
dove non c’è. Nel suo primo anno a Torino – scusate se parlo in prima
persona – mi colpì come stava nascendo la Juve. Gli uomini giusti al posto
giusto, acquisti mirati, in uno scacchiere che quel giovane tecnico –
determinato e ambizioso – si sarebbe preoccupato di muovere nel modo
corretto, toccando le corde più giuste. Un equilibrio tattico fondamentale, in
una fiamma di orgoglio da accendere. Per questo, ad agosto, mi lanciai in
un pronostico, pubblicamente affidato alla prima pagina: «Lo scudetto?
Vince la Juve». Detta oggi e così – tanto più dopo i mille successi –
potrebbe sembrare una previsione facile. Tutt’altro, considerando il valore
delle avversarie, ad esempio del Milan di Thiago Silva e Ibrahimovic’. Un
pronostico che provocò una reazione. No, non una telefonata di
ringraziamento del tecnico per quelle cinque parole che stavano lì a
sottolineare la fiducia in quel giovane allenatore. Piuttosto, la telefonata di
un dirigente: «Conte ci è rimasto malissimo».
Malissimo?....
«Malissimo, sì, ha paura che la responsabilità si faccia più forte. Lui
preferiva i fari spenti.» Insomma, la comunicazione, la «sua»
comunicazione, in quel momento imponeva un concentrato di rabbia e
tensione. E anche un pronostico avrebbe potuto far abbassare leggermente
la guardia.
Che poi sia stato azzeccato, questo, per Conte, sarebbe rimasto pur
sempre un dettaglio.
18
«La convocazione è a rischio per chi si
sposa dopo una partita dell’Italia...»
(La regola dell’anello)

«Ludovica e Mattia, siete venuti a contrarre matrimonio senza alcuna


costrizione, in piena libertà e consapevoli della vostra decisione?»
Don Emidio Fattori, nella chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio, in
centro ad Ascoli Piceno, il 1° settembre 2014 ha scandito bene le parole,
proprio come fa Antonio Conte quando, in conferenza stampa, decide di
lanciare uno dei suoi messaggi. Certi quesiti vanno posti con estrema
chiarezza, certe risposte date con assoluta sincerità.
«Sì», ha sussurrato Ludovica, con gli occhi lucidi.
«Sì», ha ribadito Mattia, a cui poi è scappato un mezzo sorriso. Dettato
dall’amore, ma non solo. C’è chi giura che almeno per un attimo abbia
pensato anche al commissario tecnico della Nazionale.
Ludovica, la sposa, era Ludovica Caramis, valletta della trasmissione di
Rai Uno L’Eredità. Pur essendo abituata ai quiz, la domanda l’ha fatta
commuovere. Mattia, lo sposo, era Mattia Destro, in quel momento
attaccante della Roma ma, soprattutto, calciatore dell’Italia che stava
godendo di un permesso matrimoniale. Un permesso lampo.
«Ditegli che può andare a sposarsi», aveva comunicato Conte ai suoi
collaboratori, «però potrà trascorrere a casa solo la prima notte di nozze. Il
giorno dopo la cerimonia lo voglio in campo ad allenarsi, a Coverciano, e
possibilmente in forma.»
Sì, era andato a contrarre matrimonio senza alcuna costrizione, se non
quella di abbandonare sua moglie pochi passi oltre l’altare. In piena libertà,
a parte quella di partire per il viaggio di nozze. Consapevole della propria
decisione, ma anche di quella dell’allenatore della Nazionale che lo aveva
inserito nella lista dei ventisette convocati per l’amichevole di Bari contro
l’Olanda, in programma il 4 settembre, e della trasferta in Norvegia del 9
per le qualificazioni europee. Ecco il perché di quel mezzo sorriso. Sapeva
di dover scappare via qualche ora più tardi, a lenzuola ancora stropicciate.
«In effetti», racconta Destro, «ricordo la suoneria del cellulare alle
cinque del mattino. Avevo puntato la sveglia a quell’ora perché alle nove
dovevo essere a Firenze, in ritiro con la squadra. Per la maglia azzurra si fa
questo e altro.»
Per Conte, si fa questo e altro. La data della festa era stata fissata da
tempo e, quando l’elenco dei convocati è diventato ufficiale, non rimaneva
più tempo per rimandare tutto. La sposa non avrebbe sopportato, molti
invitati non avrebbero capito. Dopo un momento di riflessione, da parte del
ct è arrivato il via libera per Destro, un’autorizzazione con il timer, una
concessione comunque sofferta, come ha ammesso lo stesso Conte quel 1°
settembre. Nell’aula magna di Coverciano, durante la conferenza che apre
ufficialmente ogni raduno, gli avevo chiesto: «Oggi si sposa Destro. Sei
talmente attaccato alla Nazionale che lo costringerai a passare la prima
notte di nozze con te, oppure alla fine lo lascerai con la moglie?» Lui, con
un’espressione molto divertita all’inizio del discorso e piuttosto seria in
conclusione, aveva ribattuto così: «Fosse per me, Destro dovrebbe tagliare
la torta e tornare subito in ritiro. Poi, valutando un pochettino il più e il
meno, lasceremo qualche ora a Mattia e alla moglie e, successivamente, ci
sarà una macchina che lo porterà qui da noi. Rimaniamo nell’ambito della
discrezione, comunque mi è sembrato giusto anche nei confronti della
moglie concedergli qualche ora in più, e poi sarà qui per l’allenamento di
domani mattina. Mi aspetto tanto da Destro, e quindi da domani lavorerà
con noi, da fresco sposo». All’ex tecnico della Juventus era stata affidata da
meno di un mese la panchina azzurra, quello era il suo primo raduno,
l’esempio al gruppo andava dato da subito. Non poteva sbagliare nulla,
d’altronde la sua fama lo precedeva: «È davvero un mister di ferro»,
continua Destro. «Ne avevo sentito parlare, ma ho provato sulla mia pelle la
sua rigidità. Credo però che per vincere un allenatore non debba mollare
mai, ma proprio mai. In quel ritiro ho imparato a conoscerlo e ad
apprezzarlo. Speriamo che la sveglia possa suonare tante volte alle
cinque...»
Quello che l’attaccante non sa è che, pur non avendo preso in
considerazione il calendario degli incontri dell’Italia prima di decidere il
giorno in cui sposarsi (errore in linea di massima da evitare), gli è andata
comunque di lusso. Il motivo lo spiega un profondo conoscitore di tutto ciò
che accade a Coverciano e dintorni, una fonte che preferisce restare senza
nome né volto: «Se Destro si fosse sposato appena dopo le sfide contro
Olanda e Norvegia, e non prima, Conte lo avrebbe probabilmente cancellato
dalla lista dei convocati. Dal suo arrivo in Nazionale in avanti, infatti, vige
una regola non scritta...»
La definiscono la regola dell’anello, ed è di una semplicità unica: se un
calciatore decide di sposarsi qualche giorno prima di una partita dell’Italia,
viene preso comunque in considerazione ed è convocabile; se invece le
nozze si celebreranno poco dopo un impegno ufficiale, corre seriamente il
rischio di non essere chiamato.
«Tutto questo ha una spiegazione logica», prosegue la voce anonima.
«Conte, da allenatore esperto qual è, sa con certezza che nel secondo caso
un giocatore non può avere la mente sgombra. Si presenterebbe in ritiro con
troppi pensieri per la testa. Sprecherebbe energie nervose per altro,
distogliendole dagli allenamenti e dalla preparazione del match. Non
sarebbe lucido e pronto per scendere in campo, a livello inconscio potrebbe
dedicare più attenzione al numero degli invitati che a quello degli avversari.
Una dedizione non totale verso ciò che si sta facendo è uno di quei peccati
che Conte difficilmente perdona. Quindi, come recita una famosa
pubblicità, prevenire è meglio che curare.»
I promessi sposi, alla fine, si dicono sempre sì, finché Conte non li
separi. Niente a che fare con quelli di Alessandro Manzoni, quindi con il
bravo mandato da don Rodrigo che intima al povero don Abbondio:
«Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai».
Mal che vada, in questa storia, si resta a casa a guardare la partita in tv.
Con l’anello al dito, con tanti pensieri, con un pizzico di paura per il futuro
in Nazionale. Come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in
compagnia di molti vasi di ferro.

La torta nuziale si digerisce


meglio sul campo
19
«Furio, riporta Giaccherini in Italia...»
(Il calciomercato applicato alla Nazionale)

Il pallone rotola a valle, prende coraggio e velocità. Vive. Corre in discesa,


diventa slavina. I reduci romantici non hanno scampo, né vie di fuga:
vengono travolti. L’amore eterno fra moglie e marito può esistere, quello fra
squadra e giocatore appartiene invece ad altri sport, ad altri mondi, se si
esclude qualche rara eccezione. Un matrimonio sul campo è un contratto in
scadenza, un apostrofo rosa fra la parola «ti» e la parola «vendo».
Il 16 luglio 2015, alle 16.54, in una comunicazione riservata fra esperti
di calciomercato di Sky Sport, ho letto un passaggio molto interessante.
Nella redazione della tv per cui lavoro, esiste un gruppo di giornalisti che si
occupa esclusivamente delle trattative di acquisto, prestito e cessione dei
calciatori. Le scopre, le racconta. Sono segugi sulle tracce del fuggitivo,
fiutano l’affare e lo rendono pubblico, raramente sbagliano. Il mese di
gennaio e l’estate rappresentano i periodi clou, durante i quali – più volte al
giorno – si scambiano mail contenenti aggiornamenti in tempo reale sulle
diverse operazioni in corso. Noi colleghi scherzando li chiamiamo I
Grafomani, la loro è una chat aperta, nel senso che chiunque, avendo un
aggiornamento, può inserirsi nella conversazione condividendo la propria
notizia. Il flusso di informazioni è continuo. Quella volta, a inviare alcune
considerazioni è stato un corrispondente di una regione del Nord: dopo aver
parlato con un difensore nel giro della Nazionale di Conte tesserato per una
società non di primissimo livello in serie A, ha scritto poche ma interessanti
righe. Le riporto testuali, omettendo solo il nome dell’oggetto della
conversazione.
... da chiacchierata preintervista, se può servire: dice che è convinto
che Conte prediliga convocare chi gioca nelle grandi squadre e che, per lui,
sarebbe fondamentale in chiave Nazionale disputare le coppe europee.
Questo non significa che voglia andarsene subito ma, comunque, ha come
obiettivo a breve termine ritentare il salto di qualità...
Conte, insomma, condiziona il calciomercato e i pensieri dei suoi
protagonisti. Alla Juventus non condivideva le mosse e le strategie dei
dirigenti, e per questo se n’è andato attraverso dimissioni rumorosissime.
Da quando ha traslocato sulla panchina dell’Italia, come tutti sanno, non gli
basta essere il commissario tecnico che lavora qualche settimana all’anno,
quindi si è ritagliato un doppio ruolo: allenatore a tutto tondo ma anche, a
sorpresa, direttore sportivo più o meno occulto, una figura non contemplata
da nessuna Nazionale o federazione al mondo. Va oltre gli organigrammi.
Non serve. Anzi, non servirebbe, perché la vera fortuna di un ct sta nel
poter attingere da un serbatoio più o meno capiente senza dover chiedere il
permesso a nessuno (al limite scontrandosi con certi egoismi particolari dei
club). Scorre la lista dei convocabili, sceglie, chiama. Senza sborsare un
solo centesimo. Ma se il problema diventa il serbatoio stesso, più vuoto che
pieno, oppure straboccante di carburante di qualità discutibile, allora le cose
si complicano. Bisogna intervenire, partendo da due presupposti non certo
slegati fra loro: il titolare di una squadra piccola è meglio di una riserva di
una grande squadra, ma il titolare di una grande squadra non lo batte
nessuno. Quindi, dovendo stabilire delle priorità per la compilazione
dell’elenco dei convocati, la prima scelta cadrà sempre su quest’ultimo. Al
momento di decidere chi chiamare, il podio delle preferenze è senza
discussione così composto: oro per chi scende in campo dal primo minuto
con la maglia di un top club, argento per chi lo fa indossando la casacca di
una squadra dal prestigio inferiore e bronzo per chi nella società di
appartenenza parte dalla panchina, che sia di fascia alta o di blasone
trascurabile. Riassumendo: chi non gioca, sta a casa. Conte è il primo
commissario tecnico moderno a occuparsi direttamente della questione
mercato, a dare consigli anche pubblici alle sue pedine che sono in attesa di
cambiare aria, come accaduto in Svizzera il 15 giugno 2015, alla vigilia
della partita amichevole contro il Portogallo: «Ai ragazzi dico di fare scelte
ponderate», sono state le parole pronunciate nella sala stampa dello Stade
de Genève, «perché il prossimo anno per gli Europei chiamerò quelli che
giocano di più». Consigli per essere acquistati, la versione aggiornata del
Carosello. Gli addetti ai lavori che comprano e vendono calciatori non lo
sanno, eppure la forza della Nazionale, in prospettiva, dipende anche dal
loro operato.
È un trasformista con diversi abiti, Conte. La tuta dell’allenatore. La
giacca e la cravatta del direttore sportivo. A volte il completo del
suggeritore non contrattualizzato degli agenti dei calciatori: «È vero, prima
di passare da una squadra all’altra, un colpo di telefono i ragazzi glielo
danno sempre», racconta il procuratore Furio Valcareggi, figlio di
Ferruccio, ex ct dell’Italia campione d’Europa nel 1968 e vicecampione del
mondo nel 1970, quando dall’altra parte del campo trovavi il Brasile di
Pelé, «e con Emanuele Giaccherini, che è un mio assistito, le cose sono
andate proprio così».
Quel Giaccherini che Conte aveva fortemente voluto alla Juventus. Quel
Giaccherini alto 167 centimetri, che lo guardi e non pensi a un calciatore,
poi lo vedi in campo e capisci tutto. Quel Giaccherini a proposito del quale
il ct aveva dichiarato: «Si chiamasse Giaccherinho ne parlerebbero tutti»,
per sottolineare ancora una volta che un italiano bravo passa in secondo
piano rispetto a un bidone straniero. Quel Giaccherini che dalla Juventus
era stato ceduto al Sunderland. Quel Giaccherini che dal Sunderland,
nell’estate del 2015, si è autospedito al Bologna in prestito.
«Quel Giaccherini», continua Valcareggi, «che è tornato in serie A
anche per Conte. Per farsi vedere da lui, per essere a portata di mano e di
convocazione, in caso di bisogno. In questa vicenda il pensiero del mister
ha influito tantissimo. Emanuele sarebbe potuto restare in Inghilterra, a fare
il ricco signore e a giocare dieci partite all’anno, a trent’anni non avrebbe
certo rappresentato un grande sacrificio, e invece il richiamo del ct si è
rivelato più forte di tutto. Qualche mese prima che accettassimo la proposta
del Bologna, il 15 aprile per la precisione, è successo qualcosa che ha avuto
un peso sul corso degli eventi. Ero allo stadio di Casale Monferrato, in
Piemonte, ad assistere alla partita dell’Italia Under 18 contro la Turchia. In
tribuna c’era anche Conte. Si è avvicinato, mi ha detto poche parole. Furio,
portalo via da là. Ha telefonato anche a Emanuele: Di’ a Furio che ti
riporti in Italia. Il consiglio è stato pesante, e ben accetto. Ad Antonio
dobbiamo tantissimo, e quindi il suo desiderio è diventato realtà.»
Conte fa coincidere i propri sogni con quelli dei calciatori. C’è un sottile
filo azzurro che li unisce, è il calciomercato applicato alla Nazionale. Dove
ogni desiderio è un ordine.

Sopra la panca la capra campa. Il


calciatore no (perché non viene
convocato)
Conclusione
(Un diavolo per capello)

Io e Antonio Conte abbiamo qualche amico in comune. Uno in particolare,


che ha deciso di raccontarmi una storiella: «Però Ale, mi raccomando, non
scrivere chi sono. Non c’è niente di male, ma ho paura che si arrabbi. È
gelosissimo della sua privacy». Nasce tutto da una mia domanda: «Sto
scrivendo un libro sul suo metodo, ti ricordi un episodio che possa spiegare
esattamente chi è?» Ci pensa un attimo, scoppia a ridere. Una risata bella, di
gusto. Una felicità improvvisa, genuina: «Siccome lo conoscevo già quando
era ancora un calciatore, ti dico quella dei capelli...»
Giocava nella Juventus e li stava perdendo. Durante i trasferimenti
verso lo stadio, prima delle partite, alcuni compagni lo mettevano in mezzo.
Lo prendevano in giro, trasformavano il pullman della squadra in uno
stanzone della peggiore caserma, cantavano, usavano anche questa rima:
«Conte pelato / la Juve hai rovinato». Lui incassava in silenzio, non era
contento. «Di quel gruppo faceva parte anche Gianluca Vialli», prosegue la
mia fonte anonima, senza smettere di ridere, «e, diciamolo pure,
guardandoli si capiva che avevano un problema in comune. Visti dall’alto
parevano gemelli. Frequentavano lo stesso parrucchiere, il mitico Gianni
Toma, famoso stylist di Torino. Tutti i venerdì, qualunque cosa accadesse
intorno a loro, partivano e andavano nel suo studio in centro, dove si
sottoponevano a quello che il padrone di casa definiva un trattamento
rivoluzionario anticaduta rigenerativo.»
Al termine di ogni seduta – e questa è diventata leggenda nello
spogliatoio di quella Juventus – Gianni Toma dava un’occhiatina alla cute
di entrambi, gonfiava il petto, metteva su un’espressione grave e
annunciava in pompa magna: «Amici miei, c’è solo una certezza a questo
mondo. Ricresceranno».
Conte e Vialli si divertivano, ci credevano. Facendo finta di nulla di
fronte a qualche effetto collaterale molto evidente: «Uscivano di là con certi
bozzi rossi sulla testa... Il trattamento consisteva infatti nell’applicazione di
ventose sulla cute, teoricamente con lo scopo di stimolare i bulbi in
profondità. In realtà, li distruggevano completamente. Con il passare del
tempo, Antonio ha iniziato a perdersi d’animo, era terrorizzato di restare
calvo».
Pausa. Il mio amico, il suo amico, cambia espressione. Torna serio in un
attimo: «A parte gli scherzi, quando ha capito come sarebbero andate a
finire le cose, non si è perso d’animo. Immagino che per lui il problema
fosse importante. Guardalo oggi, e ho risposto alla tua domanda: ecco chi è
Antonio Conte».
La spiegazione può sembrare criptica, in realtà è perfetta: Antonio
Conte è quello che se si mette in testa una cosa, alla fine la fa, anche
quando mettersi in testa qualcosa è proprio il problema. Antonio Conte è
quello che tira fuori gli artigli. Antonio Conte è quello che finché non
ottiene il risultato, non molla, cascasse il mondo, che pesa molto più di un
capello. Antonio Conte è quello che deve sempre trovare un avversario
contro cui giocare, in certi periodi un nemico contro il quale combattere.
Antonio Conte è quello che corre la maratona e non si ritira mai. Antonio
Conte è quello testardo che più testardo non si può. Antonio Conte è quello
che vince. Antonio Conte è quello che si guardava allo specchio e si
piaceva comunque, nonostante tutto, perché il suo specchio rifletteva anche
l’immagine interiore. Antonio Conte è quello che, quando esulta dopo un
gol dell’Italia, stringe sempre il pugno, certe volte anche due, perché ogni
sfida è una battaglia da ko. Antonio Conte è quello che ha un diavolo per
capello. E questa non è una battuta.
È il suo segreto. Semplicemente, è il principio del suo metodo.
Ringraziamenti

Grazie a Marco Ansaldo, che è sempre qui con me.


Grazie ad Andrea Bruno Savelli, che di fatto ha adottato questo libro.
Grazie a Marco Nosotti, che di fatto ha adottato l’autore di questo libro.
Grazie a Gigi Buffon, eterno capitano ed eterno amico.
Grazie a Carlo Tavecchio, presidente della Federcalcio: è stato
illuminante.
Grazie a Giorgio Chiellini, Andrea Pirlo, Mirko Valdifiori, Matteo
Darmian, Antonio Candreva, Emanuele Calaiò e Mattia Destro. Di cuore.
Grazie a Giulia Mancini e Paolo Corbi, perché ho scoperto due belle
persone.
Grazie a Roberto Coramusi: con lui le belle scoperte sono diventate tre.
Grazie a Massimo Corcione, che non ha proferito parola, e quindi ho
capito che ha apprezzato.
Grazie a Vittorio Oreggia e Alessandro Vocalelli, due esempi.
Grazie a Enrico Currò: bisognerebbe mandarlo nelle scuole a insegnare
come si trovano le notizie.
Grazie a Fabio Licari e Alberto Polverosi, due colonne.
Grazie a Paolo Piani e al Settore Tecnico della Figc.
Grazie a Giorgio Perinetti, che è una miniera inesauribile di racconti.
Grazie a Furio Valcareggi: gli devo almeno una colazione da Cesare, a
Coverciano.
Grazie all’avvocato Leonardo Cammarata, con cui ho parlato di
giustizia.
Grazie a Michele Haimovici, Alessandra Gozzini, Nazario Pignotti,
Alessio Marcheggiano, Tiziana Sapienza e Alberto Costa.
Grazie alle fonti anonime. Anonime per gli altri, forse, ma non per me.

Alessandro