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La nuova survey Riassunto

Valutazione dei risultati e ricerca sociale (Università degli Studi di Milano)

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Introduzione

Chiarire i concetti:

 La survey è un metodo (complessivo, dal progetto all’analisi dei dati)


 L’intervista con questionario è una tecnica con cui la survey raccoglie (o meglio, costruisce) i suoi dati
 L’intervista standardizzata diventa dominante a partire dal secolo scorso, è una particolare applicazione
dell’intento di raccogliere/costruire i dati.

Spesso questi concetti sono chiusi erroneamente all’interno di un unico concetto: la survey può vivere benissimo senza
l’intervista standardizzata, come avveniva prima degli anni trenta. L’obiettivo è quello di tornare all’età dell’oro, in cui
raccolta dei dati e analisi andavano di pari passo. L’obiettivo è quello di ampliare il modello convenzionale della survey
(ASS – Approccio standard alla survey) umanizzandola (sentimenti e modo di ragionare dell’intervistato), considerando
le relazioni sociali fondamentali per migliorare la qualità dei dati. La letteratura metodologica dominante (mainstream) è
ancora focalizzata prevalentemente sul comportamento dell’intervistatore, sul modo di porre domande e raccogliere i
dati. Questo modello dominante va ampliato, basandosi sui contributi offerti dalla “svolta cognitiva” degli anni 80 e dalla
“svolta pragmatica” degli anni 90, che impongono una maggior attenzione alle risposte e al comportamento
dell’intervistato, ai processi cognitivi e comunicativi che si manifestano durante la cosiddetta somministrazione (come
una medicina) del questionario. Il comportamentismo del passato interpretava l’interazione come un semplice processo
stimolo-risposta. Più precisamente, in uno scambio comunicativo esso assegnava allo stimolo un ruolo preponderante,
mentre la risposta (detta appunto reazione o riflesso) veniva considerata una mera replica allo stimolo stesso. Bisognerà
quindi basarsi su alcuni semplici principi che fissino le modalità con cui si stabiliscono le connessioni fra stimolo e
risposte.

 Anni 50-60: si studiava esclusivamente l’influenza delle caratteristiche dell’intervistatore (etnia, genere, status
sociale, età) sulle risposte e le reazioni psicologiche dell’intervistato di fronte agli argomenti delle domande.
L’intervistato era solo una banca dati.
 Anni 80: “svolta cognitiva”, l’attenzione si è concentrata sui ragionamenti degli intervistati e si è messa in
discussione la supposta univocità semantica dello stimolo. Qui si sposta l’attenzione dal comportamento
dell’intervistatore a quello dell’intervistato: dalle domande alle risposte.
 Anni 90: “svolta pragmatica”, gli aspetti interazionali sono al centro dell’intervista mediante un questionario,
documentando come le supposte “deviazioni” dal modello dell’intervista standardizzata non erano altro che le
azioni che contribuivano a migliorare (anziché peggiorare) la qualità dei dati.

Questo libro si pone come obiettivo il recupero e la rivitalizzazione delle lezioni del passato, a lungo ignorate a causa del
progressivo spostamento dell’attenzione della metodologia survey dalla complessa progettazione della ricerca, alla
semplice analisi dei dati. Le principali lezioni “innovative” (ma dimenticate) del passato sono le seguenti:

 Importanza degli aspetti contestuali e relazionali ha sviluppato il MISA – Multilevel Integrated Survey
Approach) che combina approcci solitamente ritenti in alternativa.
 L’iniziale segnalazione della necessità di uno spostamento (nell’intervista con questionario) dalla
standardizzazione degli stimoli alla standardizzazione dei significati, ha condotto allo sviluppo di un
approccio interazionale alla survey.
 Intuizione di Galtung, di distinguere il formato della domanda da quello della risposta, ha reso possibile la
nostra proposta di survey discorsiva, in cui gli intervistati rispondono con parole proprie e gli intervistatori,
dopo averle interpretate, scelgono al loro posto una delle modalità di risposta prestabilite.
 L’importanza di prendere in considerazione che i casi che deviano dalle regolarità statistiche empiricamente
controllate, per raffinare la concettualizzazione del problema e la definizione operativa dei concetti, cioè
analizzare i casi devianti.

Cap. 1 – Un’altra storia


Un breve sguardo alla storia della survey:

- Il termine “statistica” fu coniato dal tedesco Conrig nel 1600 e Achenvall 1700. Esso significava “scienza dello
Stato”, quindi descrizione sistematica degli aspetti rilevanti dello Stato. Le statistiche accademiche erano

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descrizioni, per la maggior parte discorsive, degli Stati. Assurdamente, la storia ci rivela che le statistiche
nacquero nel campo della ricerca qualitativa e descrittiva, senza la necessità di descrizioni numeriche! Soltanto
dopo, con il connubio con l’aritmetica politica, la statistica li acquisì.

La panoramica successiva ha lo scopo di comprendere il clima economico, politico, sociale e culturale in cui è nata, si è
sviluppata e poi diffusa la survey.

1.1 La nascita della “società della survey”: il diciannovesimo secolo


Gubrium e Holstein (2001) hanno riesaminato il dibattito degli anni 50 da parte di Riesman, Benney ed Everett
sull’origine dell’intervista. Quella riflessione ebbe il merito di renderci consapevoli che l’intervista non è una semplice
tecnica, uno strumento neutrale di raccolta delle informazioni, ma è una parte integrante della società contemporanea.
Secondo G. e H. la prima intervista giornalistica apparve in un giornale del 1859, e nel 1863 il suo uso era già una pratica
diffusa (Davies, 2009). L’intervista è un prodotto della modernità e fu un esito di quelle mutate relazioni sociali, in cui
gradualmente divenne normale la conversazione tra estranei, esporre pubblicamente le proprie opinioni (spostamento
confine pubblico privato) e mettere poi in piazza emozioni e sentimenti. Divenne, come direbbe Foucault una delle
“tecnologie del self”: una pratica istituzionale volta a creare l’individuo e mettere in luce i punti di vista personali. Oggi
l’intervista è una delle forme sociali più diffuse nella raccolta di informazioni: quotidianamente ognuno fa una qualche
forma di intervista. Dall’altra parte radio e tv trasmettono il self.

Ma survey e interviste discorsive sono dominanti? Secondo Silverman intervista e società si costituiscono mutualmente:
da una parte la survey e l’intervista discorsiva per poter nascere e svilupparsi hanno avuto bisogno di un particolare tipo
di società. Dall’altra, questi metodi di ricerca rinforzarono la società stessa che li ha prodotti.

1.2 Le radici comuni dell’intervista con questionario e dell’intervista discorsiva


Leggendo il par 1.1 si rimane sorpresi dall’accostamento irriverente dell’intervista discorsiva all’intervista con
questionario. Tuttavia questo fenomeno è relativamente recente, che risale agli inizi degli anni 40. Prima la survey
consisteva in una conversazione con domande sia con risposta predefinita che libera. Non c’era chiara distinzione tra
questi due tipi di domande. Infatti, in entrambe le diverse tradizioni, quella americana e quella europea, socialmente e
culturalmente indipendenti, la survey raccoglieva le informazioni attraverso modi molto più flessibili degli attuali.

1.2.1 Le origini americane della survey: gli straw poll (1824 – 1900)
Un’ipotesi plausibile sulle origini fa risalire la survey ai primi straw poll condotti nel 2924 nella costa atlantica degli USA,
durante la campagna per le presidenziali. Gli strawpoll nascono per capire gli umori della gente, cogliere le intenzioni di
voto e anticipare il risultato elettorale. La tecnica era molto semplice: consisteva nel contare, per alzata di mano e
durante le assemblee pubbliche o celebrazioni, le preferenze per i candidati. Non era quindi una rilevazione individuale
ma collettiva, cioè alla presenza di un alto numero di persone. I primi furono promossi da comitati di sostegno ad un
candidato o a una fazione di partito che si ribellavano al potere dei caucuses (consigli) i quali sceglievano dall’alto i nomi
dei candidati. Sono quindi una manifestazione di un nuovo fermento democratico, un desiderio di partecipazione dal
basso. Infatti gli straw poll del 1824 decretarono la scomparsa del caucus congressuale, facendo nascere un nuovo modo
di scegliere i candidati, e solo successivamente divennero una forma di propaganda utilizzata dai giornali per orientare il
voto degli elettori.

Metodologia: tecnica lacunosa, scarsa rappresentatività, palese partigianeria o faziosità, veri e propri brogli nei voti. Nei
primi anni del 90 gli straw poll videro una nuova stagione poiché iniziarono ad essere promossi ed organizzati non più
dai militanti ma dai giornali i quali impiegavano diverse tecniche: interviste faccia-a-faccia, telefoniche, tagliandi sui
giornali. Raccoglievano voti negli uffici, fabbriche, teatro, club. Il successo massimo fu tra le due guerre mondiali: la cosa
incredibile fu che questi strumenti così grossolani e pini di lacune, riuscirono per decenni a prevedere un successo
(Columbus Dispatch, Ohio, pare che sia stato il primo giornale a organizzare un survey locale con intervistatori
opportunamente addestrati e controlli di raccolta sui dati.

1.2.2 Le origini europee della survey


Mentre negli USA la survey nasceva dagli straw poll, in Europa essa si sviluppava quasi contemporaneamente su altre
basi: come metodo misto (mixed methods). Le prime vere interviste vennero realizzate tra il 1820 e 1830: in Inghilterra
condotte dagli ispettori del lavoro; in Francia prima da medici igienisti, poi da F. Tristan 8socialista, femminista) e Buret
(economista politico socialista), il cui lavoro fu d’ispirazione per Marx.

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L’ingegnere minerario e poi sociologo Le Play fu probabilmente l’inventore (fine 1840) di quello che può essere
considerato il primo prototipo di questionario. Esso fu usato per raccogliere informazioni sui bilanci familiari attraverso
un diario delle entrate e delle uscite, che esprimeva in cifre la vita della famiglia.

1) Le Play fu il primo ad usare la tecnica “monografica”, cioè lo studio particolareggiato di un caso tipico: un gruppo
di famiglie di operai rappresentative id un paese, regione o settore industriale.
2) Fu il primo ad utilizzare il metodo dell’osservazione partecipante, vivendo nell’ambiente della famiglia-tipo il
tempo necessario per raccogliere la documentazione
3) Fu anche il precursore dell’idea che i ricercatori dovessero raccogliere informazioni originali, di prima mano,
direttamente dai partecipanti. Questa tecnica rimase morta per decenni, si pensi che a fine 800, l’industriale
Booth condusse una survey sulla povertà a Londra rivolgendosi a 2500 ispettori scolastici invece di intervistare
direttamente i poveri.

1.3 I pionieri: 1880 – 1935


Nonostante l’affascinante lavoro di Le Play, la tendenza a non intervistare i soggetti studiati prevalse ancora per molto
tempo. Anche il metodo stesso della survey in Europa stentò ad affermarsi: studiosi come Comte e Spenceer preferirono
utilizzare dati storici ed etnografici disponibili piuttosto che avventurarsi in survey.

Marx e la survey

- Marx non adottò i metodi di Le Play, e nonostante l’appassionata simpatia che professava per il destino della
classe lavoratrice, rimase confinato nella biblioteca del British museum a complicare le statistiche e relazioni
preparate da altri (Seger, 1970).
- Marx poco prima di morire, fece un tentativo ambizioso ma privo di risultati pratici, per documentarsi sulla
situazione degli operai francesi, attraverso la rivista “Revue Socialiste”, inviando 25000 copie di un questionario
di 101 domande a tutte le società operaie, gruppi socialisti, circoli democratici, giornali francesi e persone che
ne fecero richiesta.

Secondo Seger, Marx non adottò la tecnica di Le Play poiché quest’ultimo era conservatore ad oltranza, sicché non
soltanto i contemporanei ma anche i sociologi delle due generazioni successive non vollero sapere né di lui né delle sue
indagini. Interessante notare che il questionario è stato inventato da un ingegnere, e avversato da filosofi ed
economisti! Inoltre il suo inventore è un conservatore, mentre paradossalmente nel secolo successivo il questionario
diventerà uno strumento liberal.

Weber e la survey

Weber per un arco sorprendentemente lungo della sua vita condusse survey. A 27 anni fu coinvolto come analista
di dati di una survey sulle condizioni dei lavoratori rurali in Germania. Nel 1893 condusse un’altra survey sui
lavoratori agricoli. In quella occasione si concentro sulla risoluzione di alcuni problemi metodologici che aveva
rinvenuto nella ricerca precedente:

- Come compiere una scelta corretta dei soggetti da intervistare


- Evitare i rifiuti
- Migliorare i questionari
- Analizzare le risposte alle domande aperte

Dopo l’interruzione prolungata della sua attività (1897-1901) a causa della depressione, nel 1907 si cimentò
insieme al fratello Alfred nella sua terza – e forse più importante – esperienza di ricerca empirica sulle condizioni
dei lavoratori nelle fabbriche.

1) Prima novità: In questa occasione l’approccio utilizzato fu una survey basata su metodi misti: analisi
secondaria di dati disponibili, osservazione partecipante da pare di collaboratori scelti (mediante una
griglia molto dettagliata degli aspetti da osservare), interviste con questionario agli operai.
2) Seconda novità: viene posta attenzione agli atteggiamenti soggettivi dei lavoratori nei confronti della loro
stessa condizione lavorativa. Questa peculiarità fece sì che Webeer, anziché spedire il questionario agli
operai, scelse di presentare 27 domande attraverso l’intervista faccia a faccia, consapevole della necessità
che la rilevazione di motivazioni, atteggiamenti e aspettative richiedesse un’intervista diretta.
3) Terza novità: Weber effettua una ricerca molto dettagliata sulla produttività dei lavoratori di una fabbrica
tessile appartenente alla famiglia della moglie. Come ricostruiscono Lazarsfeld e Obershall, questa ricerca

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si caratterizzò per la cura con cui Webeer elaborò da solo (carta e matita) una quantità impressionante di
dati statistici, poiché secondo lui solo così sarebbe stato possibile pervenire alle idee necessarie per
interpretare i risultati e sollevare di nuovo problemi.

1.3.1 Gran Bretagna


Sin dal 1600 esisteva in Inghilterra una tradizione di statistiche epidemiologiche, indagini sulla mortalità e censimenti.
Questi studi non erano vere e proprie survey, le quali comparvero – come abbiamo detto – soltanto alla fine
dell’Ottocento. Secondo Mitchell le survey sociali britanniche furono favorite dalla cultura giuridica, che assegnava un
peso alla testimonianza, e dall’orientamento empirico della filosofia anglosassone. Probabilmente “all’intento
filantropico si accompagnava una latente funzione di controllo sociale: accanto all’esigenza di sensibilizzare l’opinione
pubblica e la classe dirigente sulla necessità di varie riforma sociali, c’era la preoccupazione per la potenziale minaccia
dell’ordine pubblico costituita da ampi strati sociali che vivevano in condizioni miserande”.

Nel 1886 l’industriale Booth iniziò un’estesa survey sulla povertà e terminò nel 1902 con la pubblicazione dei risultati.
Come abbiamo già visto, per raccogliere informazioni, Booth e i suoi collaboratori anziché intervistare direttamente i
poveri, si rivolsero ad ispettori scolastici. Il lavoro di Booth si basò principalmente su tre tecniche:

 Intervista agli ispettori scolastici


 Analisi secondaria di dati statistici già esistenti
 Osservazione principiante

L’autore infatti visse alcuni periodi in stanze prese in affitto presso abitanti londinesi relativamente poveri, Booth e il suo
staff trascorso ore a intervistare gli ispettori scolastici che avevano visitato i quartieri di Londra. Tuttavia, questi ultimi
non erano stati precedentemente addestrati all’osservazione, per cui i loro resoconti risultavano molto diversificati.
Successivamente le descrizioni degli ispettori venivano inserite in un rudimentale questionario (numero case visitate,
bambini incontrati, tipo professioni). A detta di Beatrice Webb, collaboratrice di Booth, l’indagine coprì l’80% della città
di Londra.

Una decina di anni dopo, 1899, Rowntree utilizzò questo metodo nella ricerca sui poveri di York, utilizzando un metodo
misto. A differenza di Booth e imitando Le Play, Rowntree raccolse informazioni direttamente dalle famiglie, in parte
servendosi di intervistatori, in parte raccogliendo dati su un’innumerevole quantità di aspetti della vita quotidiana dei
poveri: peso e altezza dei figli delle famiglie operaie, numero di fedeli, contò uomini e donne e bambini nei pub di York
ad ogni ora del giorno. Come aveva già fatto Le Play, Rowntree chiese a 35 famiglie operaie di tenere un rendiconto
(budget) delle entrate e delle uscite nonché della loro alimentazione quotidiana. Sorprendentemente l’autore scoprì che
la percentuale dei poveri, cioè che coloro che vivevano in “case malsane, malvestiti e denutriti” a York raggiungeva il
28%, stessa percentuale calcolata da Booth per la città di Londra.

1.4 Sofisticazioni tecniche e abbandono dei metodi misti


Man mano che le survey si diffondevano il questionario diventava sempre più sofisticato, passando da domande
basate su scale assolute (conteggi) a domande basate su scale metriche e a intervalli. Ad esempio nel 1925
l’americano Crossley invento il thermometer test e lo utilizzò in una ricerca di mercato sulla lettura di riviste per
“Literary Digest”. Questo strumento grafico fu poi reinventato più volte: anni 40, come misura di intensità, e anni
60 che lo usò come misura dei sentimenti degli intervistati nei confronti di gruppi politici e sociali. Nei questionari
degli anni 20 e 30 gli stimoli venivano formulati in modo molto semplice al fine di ottenere informazioni chiare,
anche se magari schematiche e superficiali. Analogamente le modalità di risposta erano costituite da semplici
dicotomie “sì/no” oppure tricotomie “molto/abbastanza/poco/”.

Purtroppo pian piano le survey abbandonarono la pluralità di tecniche che le accompagnavano, per concentrarsi
(e fossilizzarsi) soltanto su di una: il questionario. Sino agli inizi degli anni Trenta la survey includeva ancora una
mescolanza di tecniche per raccogliere informazioni. Diverse erano invece le scale per raccogliere le informazioni:
i pionieri della survey erano esclusivamente intenti a “contare”, mente negli anni Venti si cominciò a “misurare”
gli atteggiamenti.

Nel decennio successivo si diffuse la proposte di Likert (1932), il quale aumentò la gamma e la complessità delle
modalità di risposta che divennero 5 (pienamente fav/fav/indeciso/contr/del tutto contr) oppure addirittura 7. La
proposta di Likert rese più agile la raccolta delle informazioni e contribuì al definitivo predominio del questionario
sulle altre tecniche.

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1.5 L’idea di standardizzare l’intervista con questionario


Tra gli anni 30 e 40 avvennero due trasformazioni che modificarono profondamente le pratiche di conduzione di
una survey. Da una parte si assistette a un abbandono della survey come metodo misto per diventare una pratica
basata su un unico metodo (come la conosciamo oggi). Dall’altra avvenne la separazione tra intervista discorsiva
ed intervista con questionario. Di conseguenza, la pluralità di modi per formulare domande e raccogliere risposte
(che aveva caratterizzato l’approccio americano alla survey sin dagli straw poll) si predette lasciando il campo
all’intervista standardizzata. Alcuni psicologi comportamentisti avevano insistito sulla necessità di uniformare il
comportamento dell’intervistatore. Rice (1929) aveva mostrato che l’intervistatore può influenzare le risposte.
Negli anni 50 si impose quest’idea definitivamente, per evitare che la personalità dell’intervistatore (opinioni,
atteggiamenti e aspettative) potessero influenzare le risposte dell’intervistato.

1.6 La scissione tra metodi quantitativi e qualitativi


Uno dei fattori che provocò, nelle concrete pratiche di ricerca, la scissione tra l’intervista discorsiva e la survey fu
la controversia, nata nella seconda metà degli anni 30 sul fatto se era meglio usare domande a risposta libera
oppure predeterminata. In, fino a quel tempo, i questionari erano ancora strumenti molto diversi da quelli attuali:
assomigliavano più a una traccia di intervista che a un’intervista strutturata. Lo scenario cambiò qualche anno più
tardi.

Come ricorda Converse (1987) in USA, all’inizio della WW2, si confrontavano su questo dilemma due opposte
fazioni rappresentate, da un lato, dalla Division of Polls diretta da Wilson, e dall’altro dalla Division of Program
Surveys diretta da Likert. Entrambe appartenevano al Bureau of Intelligence diretto da Kane. Nella primavera del
1942 Kane chiede a Lazarsfeld di studiare la controversia al fine di trovare una soluzione metodologica. Oltre a
questioni personali, il conflitto era originato anche dalle diverse pratiche di ricerca impiegate nelle due divisioni:

 Gli intervistatori della Division of Polls, ad esempio, chiedevano agli intervistati di scegliere direttamente
una delle modalità di risposta (Wilson, domande con risposta predefinita), come ancor oggi viene
prescritto nei manuali di ricerca.
 Gli intervistatori che lavoravano per Likert, invece, erano istruiti a trascrivere fedelmente le reazioni degli
intervistati e a scegliere al loro posto, in un secondo momento, la modalità di risposta più vicina al
commento dell’intervistato.

Sebbene la procedura di Likert potesse introdurre delle distorsioni dal lato dell’intervistatore (la cui principale era
fraintendere l’opinione dell’intervistato), tuttavia essa permetteva di rilevare e correggere molte delle distorsioni
che, dal lato dell’intervistato, si producevano durante l’intervista (ad esempio incomprensioni delle domande e/o
sull’uso delle modalità di risposta), che secondo Likert doveva essere il più vicino possibile a una conversazione:
da lui battezzata “fixed question/free answers”.

Likert era consapevole che per eseguire correttamente questi compiti l’intervistatore doveva essere
adeguatamente addestrato, sia sul modo di porre le domande suppletive (probing), sia a comprendere il senso
delle dichiarazioni degli intervistati. A tale scopo, nel 1942, Likert chiese allo psicologo Rogers, che a quel tempo
era conosciuto per l’uso di tecniche “non direttive” durante le sedute di psicoterapia, di addestrare gli
intervistatori a comunicare con gli intervistati, a capirne le loro emozioni e reazioni (fu lì che lo staff di Likert
imparò a porre domande probing e utilizzare all’occorrenza pause e silenzi come strumenti di comunicazione). I
ricercatori della Division of Program Surveys avevano l’abitudine di inserire nei rapporti di ricerca alcuni dei
commenti degli intervistati, per meglio illustrare i tipi di risposte o tipologie di intervistati. Il criterio di Likert
richiedeva più tempo e denaro rispetto a quello di Wilson.

1.7 L’esplosione e l’istituzionalizzazione della survey


Terminata la WW2 il metodo della survey si impose definitivamente nelle scienze sociali, non tante le riserve da
più parti. Molti dicevano che l’uso feticistico della survey, stava portando le scienze sociali verso un vuoto e
dogmatico formalismo, perdendo per strada strumenti essenziali come l’analisi storica e il metodo comparato.
Tuttavia la survey, con le sue percentuali e l’aurea di scientificità, si impose nel mondo accademico. Gli anni 50 la
consacrarono definitivamente nell’ambiente accademico.

Nel suo istituto alla Columbia University, Il Bureau of Applied Social Research, Lazarsfeld addestrò generazioni di
ricercatori. Il Bureau fu un’autentica palestra metodologica, dove per molto tempo si cercò di fondere tecniche
quantitative e qualitative, ma in definitiva il tentativo fallì e nei questionari redatti dall’istituto le domande a

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risposta aperta vennero progressivamente eliminate. Anche agli intervistatori venne sempre più ridotta la libertà
di intervenire spontaneamente durante la presentazione.

In questo periodo abbiamo quindi la definitiva scissione tra metodi quantitativi e qualitativi. Ad esempio la più
grande struttura accademica di sondaggi, il NORD di Chicago (1941) proseguì proprio nella direzione opposta a
quella indicata da Lazarsfeld, puntando alla standardizzazione del comportamento dell’intervistatore e all’uso
pressoché esclusivo di domande con modalità di risposta già codificate.

Soltanto Likert, stabilitisi presso il Survey Research Center (SRC) proseguirono nel loro metodo di inchiesta basato
su domande con risposte aperte, ma a causa di mancanza di tempo risorse economiche lo abbandonarono,
confluendo a loro volta nel solco tracciato dal NORC e in parte dallo stesso Lazarsfeld. Dal 1960, molti scienziati
sociali come Lazarsfeld, Likert, che avevano dato un grosso contributo allo sviluppo delle tecniche di survey, si
ritirarono dal lavoro sul campo. Grazie a loro il questionario divenne negli anni 60 lo strumento più utilizzato nella
ricerca sociologica.

1.8 Cambiamenti verso l’intervista standardizzata


Dal punto di vista tecnico il questionario subì notevoli trasformazioni. A metà degli anni 60 il NORC introdusse una
nuova modalità di risposta al fine di rilevare atteggiamenti e comportamenti: fu chiesto agli intervistati di riempire con
dei bollini gli spazi a destra di ogni attività; più bolloni, maggiori preferenze per le attività “bollate”. Altri tentativi per
rendere più facili le risposte erano rappresentati dalla “scala” e dal “termometro”. Nel tempo si notò una decisa crescita
delle dimensioni dei questionari (ovviamente in seguito all’aumento del numero di domande) fino a giungere a
questionari di 40 pagine con circa 300 domande. Un aumento vistoso anche del numero di domande organizzate in
batteria, che come vedremo provocano i response sets. Crollano negli USA le domande a risposta aperta, così come i
questionari postali e autocompilati. Nel tempo si va verso domande che occupano meno tempo e meno incisive e
personali.

1.9 Il declino dell’attenzione alla raccolta dei dati


A partire dagli anni 60 si assiste ad un rapito sviluppo delle tecniche di analisi dei dati, favorito dalla diffusione e dal
continuo potenziamento dei mezzi di calcolo elettronico, che sostituiscono il lavoro di molte ore. In modo speculare si
ridusse l’attenzione verso i problemi legati alla raccolta delle informazioni: prima dell’era dei computer serviva tempo e
abilità, accuratezza nella raccolta dati e garanzia che i dati non fossero distorti e poco attendibili. Leggendo i rapporti
delle ricerche si ha l’impressione che tecniche statistiche sempre più sofisticate vengano applicate a dati sempre più
scadenti.

A partire dagli anni 60 declina vistosamente anche la riflessione metodologica sullo strumento del questionario, che
tanto aveva occupato la scena negli anni 50. Questa ridotta attenzione porta a trascurare la presenza delle componenti
interattive e degli elementi situazionali nelle pratiche di raccolta delle informazioni. Dopo una lunga disattenzione ai
problemi metodologici, iniziata negli anni 60 e protrattasi con qualche eccezione per quasi trent’anni, negli anni 80 si
assiste al rinascere dell’interesse metodologico per le tecniche di raccolta delle informazioni, soprattutto per merito
degli studi cognitivi sul questionario.

1.10 La globalizzazione del modello culturale della survey


In Africa e Asia, l’adozione del modello della survey si associa ad un’idea di progresso: le tradizionali forme di
conoscenza, proprie delle culture locali, vengono considerate obsolete e la survey si presenta come uno strumento di
modernizzazione e avanzamento scientifico. Solo più tardi ci si accorgerò di quante speranze eccessive furono riposte in
essa. In virtù della globalizzazione la survey si presenta come un sistema culturale globale, favorito dall’incremento degli
scambi fra ricercatori di paesi differenti e dall’esportazione di modelli tecnologici ne paesi in via di sviluppo. Nascono
così i programmi di ricerca survey sovranazionali. I primi sono stati quelli “commerciali”, ricerche sistematiche
sull’opinione pubblica nate dall’iniziativa di Gallup tra le due WW. Agli inizi degli anni 80 sondaggi politici furono
condotti in quasi tutte le democrazie occidentali e in un crescente numero di paesi comunisti e/o sottosviluppati. La
rilevazione (2014) del programma Gallup The Voice of the People, include 65 paesi, tra cui Medioriente, Asia
Occidentale e Africa.

Successivamente ai sondaggi commerciali, sono nate le survey accademiche. Alcuni primi istituti furono il Bureau of
Applied Social Research, fondato nel 1944 da Lazarsfeld alla Columbia University e il Survey Research Center fondato nel
1946 da Likert all’Università del Michigan.

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Un altro forte impulso alla globalizzazione della ricerca survey venne dalle ricerche sulla cultura civica, un settore degli
studi comparativi sull’opinione pubblica. Come ricorda Norris (2009) le prime ricerche nacquero nell’immediato
dopoguerra: nel 1948 How Nations See Each Other di Buchanan (edizione poi sponsorizzata da UNESCO con 9 paesi),
fino al The Civic Culture, condotto da Almond e Verba nel 1959.

In Europa, nel 1962, Jacques-Renè Rabier, nel suo ruolo di direttore generale della Stampa e dell’Informazione per la
comunità europea, guidò la prima survey sovranazionale (5 paesi) sugli atteggiamenti di massa verso l’integrazione
europea e le sue istituzioni, come precursore dell’Eurobarometro (1970). Gli anni 70 vedono lo svilupparsi dei maggiori
programmi di ricerca che portano alla globalizzazione della survey: Eurobarometro, European Values Survey, World
Values Survet. Il World Values Study (WVS) ha raggiunto più di 90 paesi contenenti più dell’88% della popolazione
mondiale, coprendo tutti e sei i continenti. Standard mondiali per la ricerca survey sono stati adottati all’Intenational
Organization on Standardization. L’autorevole americana General Social Survey fornisce una serie di procedure e
condotte standard:

1) Tecniche per tradurre e livello di competenza dei traduttori


2) Tipo e durata addestramento per i ricercatori sul campo
3) Livelli di validazione per controllare i dati da loro raccolti
4) Il loro uso di identificativi
5) Notifiche che il potenziale intervistato deve ricevere
6) Documentazione sull’uso degli incentivi per gli intervistati
7) Garanzie su riservatezza e conservazione documenti

1.10.2 I barometri globali


L’esempio più lampante dell’avvenuta globalizzazione elle ricerca survey sono i Barometri. Seguendo il modello
dell’Eurobarometro, ne sono sorti altri 4, coprendo così tutti i continenti. Essi rilevano gli atteggiamenti verso la
democrazia, il Governo, economia, partecipazione politica, identità nazionale, con uno speciale approfondimento sulle
democrazie più recenti. Il Latinobarometro, Afrobarometro, Barometro dell’Est Asiatico, Arabobarometro.

Conclusioni
L’attuale sistema culturale della survey, che si è diffuso in tutto il mondo contribuendo al processo di globalizzazione dei
saperi, è stato il prodotto di un modo particolare di concepire l’inchiesta sociale, che ha le sue radici nel
comportamentismo. Questo modello (chiamato ASS – Approccio standard alla survey) incarna la survey come
un’impresa mono-metodo, basata esclusivamente su questionario. Tuttavia questo modello ha diversi limiti che, a lungo
andare, hanno indebolito la survey, sia dal punto di vista scientifico (ad esempio le critiche degli approcci qualitativi) sia
dal punto di vista culturale (un progressivo disincanto dell’opinione pubblica nei suoi confronti).

PARTE SECONDA: Dalle domande alle risposte

Cap. 2 – Il processo di risposta


Il ricercatore pianifica il processo di costruzione del dato. Tuttavia non sa se esso verrà implementato secondo le sue
aspettative. Sul campo possono sempre accadere eventi che potrebbero modificarlo. Per questo motivo è importante
studiare il processo di risposta, cioè l’attività di produzione del dato. Analizzando la strategia di risposta (i processi
cognitivi e comunicativi che guidano gli intervistati) è possibile scoprire quali tipi di distorsione possono compromettere
la qualità del dato. Per far ciò è necessario spostare l’attenzione dalle domande (il vecchio approccio) alle risposte (il
nuovo paradigma). Progettare il sistema di raccolta/costruzione dei dati senza tener conto della prospettiva degli
intervistati, sarebbe come progettare un prodotto o un servizio senza tenere conto delle abitudini e dei bisogni degli
utenti e dei clienti.

2.1 Il retroscena: cosa c’è dietro al dato?


In agricoltura il datum significa una cosa che è stata offerta, ceduta da qualcuno, donata. Invece qui, i dati sono prodotti,
non dati. Una tabella ISTAT non è stata trovata naturalmente in quella forma; è stata redatta, costruita. Secondo
Cicourel (1982) in teoria tutti i dati delle scienze sociali derivano da qualche forma di discorso o materiale testuale come
un documento, resoconto scritto, intervista. È un insieme di relazioni, negoziazioni, il cui esito diviene insieme vincolo e
risorsa per la redazione della tabella statistica. Anche l’espressione “raccolta dei dati” è fuorviante, come ricordano
Gover, Presser e Dipko. Il dato è l’outcome di un processo articolato e complesso che prende avvio dalla

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concettualizzazione del problema e finisce, attraverso passaggi intermedi, con il trattamento delle informazioni raccolte
in vista della loro organizzazione in una matrice di dati. Per cui i dati non sono “dati”, ma costruiti attraverso una serie di
decisioni (soggettive) prese dai ricercatori.

2.2 La co-costruzione dei dati


Durante la “raccolta dei dati”, il dato è co-costruito, il ricercatore interagisce con almeno altri tre attori:

 L’intervistatore
 L’intervistato
 Il questionario

Esso è come un iceberg, in cui solo la punta (questionario con le risposte) è visibile al ricercatore. Ma la parte più
profonda, quella sott’acqua, che sta dietro la risposta (processi cognitivi e interazionali che le hanno prodotte) è in gran
part sconosciuta. Solo l’intervistatore e l’intervistato possiedono delle informazioni sul processo di risposta. Di
conseguenza, tutte le procedure di controllo della qualità dei dati, che si basano unicamente sull’ispezione della matrice,
rischiano di non cogliere le distorsioni che sorgono nella situazione di intervista, dove i quattro attori vengono a
contatto. Situazione di intervista:

Il network della co-costruzione dei dati

2.2.1. La survey centrata sull’intervistato


La survey si è sviluppata parallelamente al modello industriale fordista, da cui ha attinto diversi principi organizzativi
(produzione di massa, divisione del lavoro, parcellizzazione dei compiti). In quel modello, in auge fino agli anni 60,
centrali erano i concetti di quantità e standardizzazione. Da una parte vi era scarsa attenzione alla qualità, cioè al fatto
che tutti i pezzi dovessero avere “zero difetti” (cioè “distorsioni”, nel linguaggio della ricerca metodologica). I controlli si
facevano solo “a valle”. Questo approccio comportava sprechi enormi: infatti per produrre un oggetto difettoso costava
quanto produrne uno perfetto.

Dall’altra, non v’era alcuna attenzione al cliente, l’utilizzatore del prodotto. Il consumatore doveva accontentarsi di
prodotti standard. Ci saremmo aspettati che l’Approccio standard alla survey (ASS) seguisse gli sviluppi (nel campo
industriale) avvenuti agli inizi degli anni 80, segnati principalmente dal passaggio dal fordismo alla Qualità totale (Total
Quality Management). In quegli anni la produzione industriale si riorganizza seguendo, fra l’altro, i principi del
miglioramento continuo (Kaizen) della qualità e della soddisfazione del cliente. La qualità non dev’esse solo a valle, ma
in tutto il processo: nei prodotti, nei processi di lavorazione (lean production), nello stoccaggio /immagazzinamento (just
in time), nella distribuzione e nel rapporto con il cliente (customer relationship management). La qualità divenne una
cultura olistica che permea ogni elemento costitutivo del servizio, comprese le relazioni coi dipendenti e il loro
coinvolgimento nel processo produttivo. Purtroppo questa nuova cultura organizzativa non “contaminò” la survey. Il suo
modello non seguì le nuove filosofie manageriali e restò ancorato alla mentalità e pratica fordista.

Al contrario, portare la Qualità totale nella survey ha due conseguenze importanti:

 Ripensare il concetto di “qualità del dato”


 Costruire l’’intero sistema di rilevazione attorno all’intervistato (anziché al ricercatore, com’è ancora adesso),
ponendo al centro le sue categorie concettuali, competenze linguistiche e adattando ad esse il questionario,
l’intervista e l’addestramento degli intervistatori.

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2.2.2 La situazione di intervista


Un elemento di grande incertezza è la situazione di intervista, proprio per le sue componenti di imprevedibilità. Il
ricercatore può solo parzialmente determinarne le condizioni, dal momento che il contesto “non è un’entità fissa e
stabile”, per cui il ricercatore dovrà affidarsi molto all’intervistatore, affinché egli minimizzi le distorsioni che possono
essere introdotte dal contesto stesso. Inoltre, alcune decisioni del ricercatore possono influenzare fortemente la
situazione di intervista. Un adi queste è la scelta della tecnica di presentazione del questionario. Essa può prevedere
l’eliminazione dell’intervistatore, uno dei quattro attori del network di co-costruzione del dato, il quale nell’approccio
interazionale qui presentato, costituisce un elemento essenziale, anziché puramente accessorio.

2.2.3 Tecniche di presentazione del questionario (MODES)


Il questionario può essere presentato all’intervistato mediante diverse tecniche:

 Postali
 Faccia a faccia
 Survey telefoniche
 Prima degli anni 80 la gran parte delle rilevazioni veniva fatta manualmente da un intervistatore

La tecnologia e il computer (con internet) portarono la survey faccia a faccia ad essere considerata “roba del passato”,
mentre l’intervista telefonica sopravvive nella forma di CATI (Computer Assisted Telephone Interviewing). In questi
decenni l’attenzione venne gradualmente spostata alla qualità del dato alla riduzione dei costi, consentita dal progresso
tecnologico. Tuttavia si dimenticò che l’intervista faccia a faccia era la tecnica più flessibile e versatile, e che solo essa
garantiva piena espressione delle competenze interazionali, tanto utili all’ottenimento di un dato di qualità.

Le tecniche di rilevazione possono essere classificate in base a due criteri principali:

1) Tipo di interazione tra intervistatore e intervistato (faccia-a-faccia/soltanto verbale/nessuna interazione);


2) Tipo di assistenza, cioè presenza/assenza del computer (carta e penna/computer): quando il computer è
presente, le domande sono lette (dall’intervistatore oppure dall’intervistato stesso al video) e le risposte sono
registrate direttamente nella matrice dei dati mediante un programma informatico.

La combinazione di tutti questi due principi classificatori costruisce il seguente spazio di attributi:

1) Paper and Pencil Personal Interviewing (PAPPI). Essa fornisce sia un contatto audio che visuale con l’intervistato
(faccia-a-faccia). La registrazione delle risposte avviene su un questionario cartaceo (esse verranno poi inserite
nella matrice di dati). Prima della nascita del CAPI (Computer Assisted Telephone Interviewing), essa veniva
semplicemente chiamata intervista faccia-a-faccia.
2) Computer Assisted Personal Interviewing (CAPI). Un intervistatore sul luogo (dell’intervista faccia a faccia) co-
costruisce i dati presentando un questionario e registrando le risposte mediante un computer.
3) Animated Agend-Computer Assisted Web Interviewing (AA-CAWI). Insieme al CAWI è l’ultima frontiera della
survey: un avatar appare a video e agisce come intervistatore.
4) Paper and Pencil Telephone Interviewing (PAPTI), consiste nel condurre un’intervista mediante telefono e
registrare le risposte su un questionario cartaceo.
5) Computer Assisted Telephone Interviewing (CATI). È un questionario elettronico, collocato in un computer
presso la postazione dell’intervistatore, che sostituisce quello cartaceo. Il CATI ha rappresentato una vera e
propria rivoluzione, soprattutto nel suo intreccio con lo sviluppo dei call center.
6) Self Administrated Questionnaire (SAQ). I questionari cartacei sono spediti agli intervistati, che li compilano e li
rispediscono. A volte essi vengono presentati collettivamente (ad esempio in classe).
7) Computer Assisted Self Interviewing (CASI). Il questionario viene spedito oppure appare nella TV di casa
dell’intervistato, che lo compila senza l’ausilio dell’intervistatore. L’intervistato legge e ascolta le domande
precedentemente registrate.
8) Computer Assisted Web Interviewing (CAWI). Tipo particolare di CASI, in cui il questionario è autocopilato
dall’intervistatore via internet, sul sito web dove è stato collocato. Nasce la web survey.

La scelta della tecnica più adatta

Parlando criticamente della web survey, Conrad e Schober sottolineano che “non possiamo continuare a trascurare le
proprietà comunicative delle nuove tecnologie. Infatti, ogni tecnica possiede specifiche proprietà comunicative e
capacità performative che devono essere preventivamente valutate. A onore del vero i risultati di queste ricerche

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cambiano a seconda di quale forma di distorsione viene presa in considerazione e quale peso le si voglia dare. Se ad
esempio viene considerato distorsione il fatto che un intervistatore possa a volte adottare un comportamento non
standardizzato, allora tutte le tecniche di presentazione del questionario (sia faccia-a-faccia che telefoniche) che
prevedono l’impiego di intervistatori sono per loro natura portatrici di un certo tasso di distorsione. Più ci allontaniamo
dall’intervista faccia-a-faccia (PAPI e CAPI) più si assottigliano le possibilità di controllare e limitare le distorsioni dovute
a errati processi cognitivi e interpretativi insinuatisi tra la domanda e la risposta.
Per converso, più ci spostiamo dal tipo (1) al tipo (7), più i costi saranno ridotti, in un rapporto inversamente
proporzionale tra qualità del dato e costi della survey. Possiamo concludere che più gli obiettivi della ricerca richiedono
la progettazione di questionari lunghi o complessi, più è consigliabile utilizzare tecniche che prevedono l’ausilio
dell’intervistatore.

2.3 La “svolta cognitiva” e il movimento CASM


Per molto tempo, nella progettazione di un questionario, grande considerazione è stata riservata alle domande (che
racchiudono il punto di vista del ricercatore) e minore alle risposte (che invece dovrebbero rappresentare il punto di
vista dell’intervistato). L’inversione di tendenza, cioè lo spostamento dell’attenzione dalle domande alle risposte, si deve
principalmente a un gruppo di accademici che conducevano ricerche sperimentali sui processi cognitivi sottostanti i
comportamenti di risposta:

“Dopo essere stata dominata per circa quarant’anni dal paradigma comportamentista, negli anni 70 la psicologia
sperimentale subì una “rivoluzione cognitiva” che riportava il processo mentale nuovamente al centro. Contrariamente
all’enfasi comportamentista sulle sequenze stimolo-risposta e l’importanza dei rinforzi, il paradigma emergente
dell’elaborazione dell’informazione metteva in luce i complessi processi mentali.

A partire dagli anni 80, grazie al movimento CASM (Cognitive Aspects of Survey Methodology), nella metodologica
avviene un cambiamento di paradigma. Quello fondato su un modello statistico, che enfatizzava gli effetti degli errori
nella survey, passa la mano a uno nuovo, basata su un modello che si focalizza sulle cause di questi errori. Mentre nel
vecchio paradigma c’era poca preoccupazione per la prevenzione o riduzione degli errori, essa diviene centrale nel
nuovo. Allo stesso modo l’assillo del vecchio paradigma per gli errori di campionamento scompare del tutto in quello
nuovo.

2.3.1 Sequenze nel processo di risposta


Gli psicologi cognitivi hanno mostrato come l’intervistato, prima di arrivare ad una risposta, debba affrontare una
molteplicità di compiti che richiedono una serie di operazioni cognitive: ascoltare i suoni emessi dall’intervistatore,
comprendere il significato della domanda, il tipo di risposta, richiamare dalla memoria informazioni rilevanti, decidere di
non rispondere.

Tourangeau e Rasinski (1988) hanno ipotizzato una sequenza composta da cinque fasi:

 Comprendere/interpretare la domanda (interpretation)


 Rievocare le informazioni rilevanti (retrieval)
 Formare un giudizio in base a queste informazioni (judgement)
 Adottarlo alla struttura di risposta prevista (response selction)
 Comunicare una risposta (edit)

Nonostante qualche piccola variazione, chiesta sequenza è largamente accettata nella letteratura cognitivista. Tuttavia
essa appare troppo razionale: tale modello assume che la fedeltà della risposta dipenda interamente dal possesso di
informazioni precedenti alla formulazione della domanda e che l’intervistato scelga in modo trasparente e consapevole
la risposta da dare.

Infine manca nella loro sequenza il ruolo dei contesti comunicativi, come se tutto il processo interpretativo avvenisse
nella mente. La risposta dell’intervistato può quindi essere vista più efficacemente come il prodotto di una procedura
sociale complessa che, dal punto di vista analitico, può essere scomposta in tre fasi, che durante un’intervista possono
sovrapporsi o non essere in ordine:

1) Attribuzione di senso “Sensemaking” (1988) alle domande di un questionario


2) Valutazione: la formazione di un giudizio in conformità dei compiti cognitivi richiesti dalle domande
3) Verbalizzazione: la comunicazione verbale del giudizio (risposta) all’interno dei vincoli del questionario e della
situazione sociale in cui l’intervista è condotta

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2.3.2 Compiti nelle sequenze


Ciascuna di queste tre fasi si dispiega in sequenze che possono differire per il tipo di azione in cui l’intervistato è
coinvolto.

Attribuzione di senso (Sensemaking)

Ogni tipo di domanda veicola diversi compiti, che l’intervistato deve comprendere. Essi riguardano:

a) L’attribuzione di un’area di corrispondenza semantica (generale) ai singoli termini presenti nel testo della
domanda;
b) La scelta dello specifico significato che questi termini possono avere all’interno di quella (particolare) domanda;
c) L’attribuzione di un valore semantico al testo delle alternative di risposta;
d) La comprensione pragmatica del compito richiesto dalla domanda, cioè come rispondere (se è permessa più di
una risposta, se le risposte devono essere ordinate secondo un criterio)
e) Capire che tipo di argomento viene richiesto al fine di fornire una risposta corretta (contare, stimare una
frequenza, fare un calcolo temporale)

Come questi compiti sono portati a termine ha importanti implicazioni per l’attendibilità delle risposte.

Valutazione

L’attribuzione di significato alla domanda è accompagnata da una serie di operazioni che permettono all’intervistato di
formare un giudizio. Queste operazioni includono:

a) Attribuire un valore pragmatico alla domanda (i fini e le intenzioni e gli effetti sociali e le conseguenze di una
risposta)
b) Compiere generalizzazioni, astrazioni e percorsi di ragionamento che permettano lo sviluppo di una risposta che
soddisfi il livello di accuratezza richiesto dalla domanda.

La corretta esecuzione di questi compiti influenza il grado di attendibilità delle risposte, in particolare la loro sincerità e
accuratezza.

Verbalizzazione

Ultimata anche la seconda fase, l’intervistato dovrebbe:

a) Adattare la sua valutazione alle costrizioni e ai vincoli propri di un’interazione con questionario strutturato
b) Adattare la sua valutazione alle restrizioni della situazione sociale in cui si svolge l’intervista.

Anche in questa fare i vincoli imposti dal questionario e dalla situazione di intervista possono influenzare la volontà
dell’intervistato di fornire risposte sincere e accurate.

Durante queste fasi che si svolgono in pochissimi secondi, possono intervenire numerosi incidenti o errori cognitivi o
comunicativi. Gli intervistatori possono:

1) Fraintendere la domanda o le modalità di risposta


2) Dimenticare o non ricordare con precisione un’informazione importante
3) Rievocare informazioni non pertinenti
4) Decidere di non fornire certe informazioni
5) Rispondere meccanicamente per minimizzare lo sforzo mentale.

Può accadere anche che l’intervistatore fraintenda la risposta o la registri in modo sbagliato. Grover raggruppa questi
errori in tre categorie:

1) Errori intenzionali o bugie dell’intervistato


2) Errori di memoria (dipende anche dal modo in cui viene formulata la domanda)
3) Errori di comunicazione come, ad esempio, i casi in cui la domanda non è formulata (o l’intervistatore non la
legge) in modo comprensibile per l’intervistato

Il discutibile fondamento epistemologico del concetto di “errore”

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Rubricare tutti questi eventi sotto il concetto di “errore” può essere fuorviante. Riferendosi al rapporto tra stati interiori,
realtà e dichiarazioni, molti sostengono che nella vita quotidiana non tutto quello che diciamo può essere preso per
buono, e i ricercatori dovrebbero esserne consapevoli.

Ma c’è di più. Il concetto di “errore di misurazione” presuppone almeno due condizioni:

1) Che esista lo stato effettivo di una proprietà e che esso sia conoscibile. Questa condizione, però, sembra essere
soddisfatta da un numero ridotto di proprietà (ad esempio quelle demografiche come la nazionalità, il luogo di
nascita e la residenza ecc) in cui la documentazione ufficiale non si limita a registrare ma costituisce lo stato.
2) Che la proprietà in questione sia misurabile (o contalizzabile) cioè che sia definibile un’unità di misura dello
scarto fra lo stato effettivo e quello registrato.

Tuttavia resta da vedere se esistono proprietà che soddisfano entrambe queste condizioni, il che a prima vista sembra
da escludersi, dato che non ci sembrano conoscibili gli stati effettivi su una qualunque proprietà continua, e le proprietà
discrete non sono misurabili nel senso stretto del termine.

2.4 Procedure inferenziali


Sembra utile contribuire ad offrire alcune ipotesi e teorie che possono utilmente contribuire a capire il processo di
risposta; in particolare, la comprensione (delle domande e delle modalità di risposta), le euristiche (nell’arrivare a una
risposta) e il ricordare o dimenticare informazioni ed eventi.

2.4.1 L’attribuzione di senso alle domande (e alle risposte)


Una domanda può essere internazionalmente definita come una “mossa” compiuta dall’intervistatore. Le domande
quindi sono mosse che veicolano compiti cognitivi in contesti comunicativi. Inoltre, le domande danno all’intervistato
istruzioni su come recuperare le informazioni in memoria, come costruisce un giudizio in conformità alle aspettative dei
ricercatori. Queste istruzioni sembrano avere conseguenze sia sui ragionamenti dell’intervistato (processi cognitivi,
generalizzazioni, comparazioni, astrazioni) sia su come definire il valore pragmatico delle domande, che può essere
percepita come pettegolezzo, prova di intelligenza, delazione, accusa, test.

1) Quadro di riferimento
2) Domanda (con compiti cognitivi)
3) (Eventuale) negoziazione Attribuzione di senso (Sensemaking)
4) (Eventuale) nuovo quadro di riferimento
5) Ragionamento dell’intervistato
6) (Eventuale) negoziazione Valutazione
7) Scelta della risposta
8) (Eventuale) negoziazione Verbalizzazione

Il tentativo dell’intervistato di attribuire un senso alla domanda è guidato da ragionamenti deduttivi (top-down) e
induttivi (bottom-up) che possono essere considerati delle soluzioni a problemi di significazione. Per realizzare questo
compito di significazione l’intervistato si avvale di una combinazione di risorse testuali (la domanda e le modalità di
risposta) e contestuali (le mosse dell’intervistatore e la conoscenza in suo possesso al momento della lettura o ascolto
della domanda). Il momento di comprensione viene anche concettualizzato come il risultato di un’interazione fra lo
stimolo (domanda) e le conoscenze detenute dal soggetto precedentemente allo stimolo. Noi comprendiamo un testo
imponendo ad esso un’organizzazione preesistente, poiché i significati delle parole, lette o ascoltati, non sono depositati
nelle parole stesse, ma nelle conoscenze contestuali e nella prospettiva o ruolo assunti dall’intervistato al momento
della risposta. Quindi il senso di una domanda non è nella domanda in sé ma è “costruito” durante l’intervista mediante
conoscenze precedenti a essa. La comprensione viene quindi considerata come un processo misto e costruzione: noi
costruiamo lo schema generale (pattern) attraverso strutture generali di un testo e la sua logica narrativa, che mediante
schemi o copioni relativi a situazioni stereotipiche; poi costruiamo il modo in cui i singoli pezzi del testo sono funzionali
allo schema. Ogni domanda del questionario si innesta sempre su un precedente “quadro di riferimento”.

2.4.2. Le euristiche della valutazione


Max Weber riteneva che la razionalità fosse la caratteristica fondamentale della società occidentale: gran parte
dell’ordinamento giudiziario si basa sul concetto di un pensiero e comportamento razionali. Gran pare della teoria
economica si basa sull’individuo razionale che cerca di ottimizzare vantaggi, utilità e benessere personale.

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Per questo motivo, nel risolvere un problema o fornire un giudizio, opinione, decisione, le persone si affidano
all’intuizione, emozioni e circostanze, anziché seguire procedure di logica formale o algoritmi di statistica. Il pensiero
umano sembra più radicato nell’esperienza passata che nella deduzione logica. La vita umana non è lucida e ordinata,
poiché va avanti a sbalzi e strattoni, formando intuizioni e saltando creativamente alle conclusioni.

Le euristiche sono quindi scorciatoie, catene di ragionamento basate su principi di buonsenso (rule of thumb) semplici
ed efficienti, regole decisionali “fast and frugal” che scantonano fasi di un processo inferenziale corretto, che
richiederebbe più tempo e sforzi. Nel valutare una situazione o problema, gli individui sono influenzati meno dai principi
razionali più che dal contesto, dalle loro esperienze precedenti, dalle loro credenze, dallo schema (format) in cui
l’informazione viene presentata; quest’ultima è affrettata prevalentemente nei contesti reali. Inoltre, le scelte delle
persone sembrano essere guidate da atteggiamenti e valutazioni emotive che da preferenze economiche basate sul
calcolo dell’utilità attesa.

Cinque euristiche principali

Il concetto di euristica inizialmente fu introdotto da Simon, ma la gran parte del lavoro di scoperta delle euristiche nei
processi decisionali fu fanno da Kahneman e Tversky; Le più conosciute sono: disponibilità, rappresentatività,
ancoraggio e aggiustamento, diversificazione e intensificazione dell’impegno.

Disponibilità: afferma che le persone, nello stimare la frequenza o la probabilità del manifestarsi di un evento, si basano
sulle associazioni “salienti” (gli esempi e gli stereotipi), cioè quelle che vengono loro in mente per prime o con minor
sforzo.

Rappresentatività: identifica la tendenza degli individui a compiere generalizzazioni affrettate, basate unicamente sulla
parziale somiglianza di alcune proprietà dell’evento o oggetto osservati con le proprietà che si presume appartengano
alla categoria della quale l’evento osservato farebbe parte.

Ancoraggio e aggiustamento: emerge quando le persone si fissano, ancorano i loro giudizi alle prime informazioni che
ricevono; ogni informazione successiva verrà utilizzata soltanto per “aggiustare” le informazioni iniziali, mai permetterle
in discussione. Gli individui sono cognitivamente conservatori: in alcuni esperimenti i partecipanti persistono nel
rifiutare le informazioni successive, anche se lo sperimentatore dichiara loro che le informazioni iniziali erano false.

Diversificazione ingenua: quando si chiede alle persone di compiere una scelta in modo simultaneo (ad esempio
investire simultaneamente in titoli diversi di un portafoglio di fondi d’investimento), essi tendono a diversificare molto
più che se prendessero la stessa decisione in tempi diversi, cioè scegliendo un fondo alla volta.

Intensificazione dell’impegno: o fallacia dei costi irrecuperabili, un fenomeno in cui un investimento aggiuntivo (in una
decisione) è giustificato da un investimento accumulato in precedenza, anche di fronte all’evidenza che il costo attuale e
futuro sono più alti del beneficio atteso. Questo investimento può assumere la forma di denaro, tempo o anche vite
umane.

I lavori di Kahneman e Tversky hanno aperto la strada ad altre euristiche e varianti di esse: non si utilizzano informazioni
di base nel compiere previsioni, si fanno predizioni basate su indicatori non validi, si percepiscono relazioni illusorie solo
perché esse confermano i nostri pregiudizi, si ricercano prove soltanto attraverso modi che non possono che
confermare le nostre prospettive.

2.4.3 Ricordare e dimenticare


Anche il processo di riconoscimento (recognition) e ricordo o rievocazione (recall) di un’informazione viene considerato
dai cognitivisti un processo di costruzione: noi codifichiamo e immagazziniamo una nostra interpretazione di un testo
(una rappresentazione), non il testo in sé. Nel compiere un’inferenza, noi aggiungiamo qualcosa di nostro all’evento
stesso. Compiuto questo “conglobamento” non riusciamo più a distinguere ciò che abbiamo visto o sentito da ciò che
abbiamo inferito; oppure inventiamo/ricordiamo particolari assenti nell’evento ricordato, proprio per l’effetto dei
copioni che spingono a ricostruire in forma stereotipica. Il contenuto di una rievocazione è probabilmente una
commistione tra l’evento effettivamente accaduto e gli inserimenti successivi, compiuti facendo ricorso a elementi
standard previsti dal copione.

Hastie sostiene che la probabilità che un evento o un oggetto sia ricordato è espressa da una funzione parabolica
convessa: le informazioni-stimolo altamente congruenti con lo schema mentale (ad esempio notare le che il tempo è
cambiato esattamente come e quando avevo previsto) oppure incongruenti (udire una parolaccia uscire dalla bocca di

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una signora molto distinta) verranno ricordate meglio. Allo stesso modo gli elementi iniziali e finali di una serie vengono
ricordati meglio dei centrali.

Ci sono diverse ragioni per dimenticare: l’informazione non ha raggiunto la memoria a lungo termine, l’informazione è
difficilmente recuperabile perché codificata e immagazzinata secondo moduli diversi da quelli innescati nel richiamo.
Alcuni ricercatori hanno documentato che gli eventi che provocano emozioni sono quelli meglio ricordati in assoluto.
Bower e Linton hanno suggerito che gli eventi carichi di emozioni sono meglio ricordati quando essi:

a) Erano tali al momento del loro accadere


b) Hanno segnato un momento di transizione per il soggetto
c) Rimangono relativamente unici
d) Trattengono il loro significato emotivo originario

Risultati complementari sono giunti dalle ricerche sull’affidabilità dei testimoni oculari. Esse suggeriscono che il ricordo
di eventi emotivi può anche essere particolarmente distorto.

2.4.4. Limiti dei modelli cognitivi


Questi modelli cognitivi, seppur di grande utilità per la ricerca sociale hanno almeno due limiti:

- Concepiscono il ricordo in termini di giusto o sbagliato, contrariamente alle epistemologie più avvertite di
impostazione costruttivista
- Mantengono una concezione “mentalista” dei ragionamenti pratici, e concepiscono il ricordo come prodotto di
un processo che per larga parte si svolge nella testa delle persone

Altre persone hanno cercato di superare il diffuso “psichismo” che prevale nelle scienze cognitive, come ricorda
Norman: gran parte della nostra conoscenza quotidiana risiede nel mondo, non dentro la nostra testa.

Geertz ricorda che il bambino conta sulle dita prima di contare nella testa. Il ricordo è quindi più propriamente il
risultato dell’interazione fra conoscenze presenti nella memoria sottoforma di schemi mentali e conoscenze presenti
nella specifica situazione sociale di intervista in cui si raccolgono le informazioni.

2.6 I limiti della “svolta cognitiva” e del suo approccio EIS - Elaborazione
dell’informazione sociale
Il movimento CASM (Cognitive Aspects of Survey Methodology) e la sua “rivoluzione cognitiva” sono stati guidati dal
“paradigma emergente nell’elaborazione delle informazioni”. Questo paradigma ha plasmato le principali tecniche di
ricerca del CASM, come la:

1) Codifica dei comportamenti


2) Analisi dei protocolli
3) Resoconti verbali
4) Intervista cognitiva
5) Sistema di classificazione dei compiti
6) Pensare a voce alta

Esse sono state importanti perché hanno rivelato e fatto comprendere molti aspetti del processo di risposta. Tuttavia
sono tecniche “indirette”: raramente registrano e analizzano le interazioni reali (tra intervistatore ed intervistato) che
avvengono durante l’intervista.

In generale l’approccio EIS – Elaborazione dell’informazione sociale è troppo cognitivo, mentalista ed ancorato ad una
visione individualista e “psicologista”. Invece “comprendere il senso di una domanda po' essere un problema
fondamentalmente interattivo piuttosto che un problema personale dell’intervistato”, un processo soltanto cognitivo.
Questo lo si nota soprattutto “quando ci si allontana dalla sequenza paradigmatica domanda-risposta; i ricercatori
vedono questo allentamento come una deviazione che indica un problema cognitivo dell’intervistato”. Infatti, come
discusso in Gobo (2014), nella tecnica del behavior coding le richieste di chiarimento dell’intervistato sono considerate
un sintomo di errore anziché una normale funzione dell’interazione.

2.6 L’interazione trascurata


L’EIS utilizza una visione semplificata dell’interazione, relegata a mero scambio individuale anziché luogo primario di
costruzione di significati. Esso dimentica che i significati non stanno “primariamente” nella mente ma si costruiscono
“localmente” nelle interazioni, perché “c’è una tendenza socialmente organizzata a costruire risposte in modo

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interattivo”. Adattando Wittgenstein, Perucca e Buzano, possiamo notare che domande, item e modalità di risposta in
un questionario cartaceo non hanno alcun significato intrinseco. Dal punto di vista fenomenologico esse non sono altro
che inchiostro su carta o pixel su monitor.

L’EIS relega il linguaggio a medium per la trasmissione di informazioni anziché vederlo come un costruttore di identità,
interpretazioni e realtà. Le persone non si scambiano semplicemente informazioni e tantomeno elaborano bit. Come
notano Clark e Schober, esiste una diffusa errata percezione che il linguaggio abbia a che fare primariamente con le
parole e quello che significano. Tutto il contrario. Esso a primariamente a che fare con le persone e quello che loro
intendono. Riguarda essenzialmente le intenzioni del parlante. La maggior parte dell’attenzione dei ricercatori CASM è
generalmente focalizzata solo sulle informazioni semantiche, a scapito delle implicazioni pragmatiche. L’EIS sottostima i
processi conversazionali e cooperativi nel produrre, comprendere e rispondere alla domanda. Questo avviene perché gli
sforzi del movimento CASM sono concentrati quasi esclusivamente soltanto nel migliorare la progettazione del
questionario, non la progettazione della survey. Anche nel CATI il significato della domanda non emerge dalle parole
soltanto; la voce e l’impatto dell’intervistatore agiscono come un paralinguaggio che fornisce un significato aggiuntivo
alle domande. Nel CAWI gli intervistati possono raccogliere informazioni anche dai dispositivi visuali e dalla grafica.

2.7 Dalla cognizione all’interazione: la “svolta pragmatica”


A partire dagli anni 90 studiosi provenienti da diverse discipline come la psicologia, sociologia, antropologia e linguistica,
propongono un approccio che mette al centro dell’attenzione l’interazione tra intervistatore e intervistato (e non solo la
mente). Esso si affida alla pragmatica, ovvero “lo studio delle relazioni tra il linguaggio e il contesto che sono
fondamentali per la descrizione della comprensione linguistica” e riscopre le massime e implicature conversazionali di
Grice. Non si tratta di ripudiare la “svolta cognitiva” ma ampliarne la prospettiva. Essa trascurava tutti quegli aspetti,
fondamentali nella comunicazione, che non possono essere spiegati in termini puramente semantici e neppure basarsi
soltanto su criteri grammaticali, lessicali o testuali; ma devono includere, in particolare, la forza illocutiva, la deissi e le
implicature. Questi strumenti sono essenziali per spiegare il significato di un enunciato come determinato dal contesto
specifico in cui è prodotto, che può essere molto diverso dal significato che avrebbe se considerato isolatamente, sulla
base di considerazioni puramente grammaticali. Per cui, la domanda acquista un differente significato in un differente
contesto.

2.7.1 L’intervista come attività radicata nell’interazione quotidiana


Questo approccio afferma che l’intervista è profondamente ancorata alle interazioni quotidiane. Un’idea sempre
rifiutata dal comportamentismo e poco considerata dall’EIS. La survey è uno speciale tipo di conversazione con
caratteristiche che la distinguono da molte altre conversazioni, ma è comunque una conversazione e deve essere intesa
così. Per cui “gli assunti taciti che guidano la conduzione di una conversazione nella vita quotidiana sono la chiave per
comprendere una vasta gamma di distorsioni nelle risposte.

2.8 Logica della conversazione e contesto comunicativo


L’approccio cognitivo sottostante all’EIS non aveva adeguatamente considerato che l’interpretazione delle domande è
profondamente influenzata dalle convenzioni sociali che guidano una conversazione. Un adi queste è il “principio
cooperativo” proposto da Grice, il quale recita: rendi il tuo contributo discorsivo come viene richiesto, allo stadio in cui
esso avviene, per mezzo dello scopo accettato o della direzione dello scambio verbale in cui tu sei coinvolto. Questo
principio è poi suddiviso in quattro massime principali che ci si aspetta che i parlanti osservino, al fine di far funzionare la
conversazione:

1) Quantità: “non essere reticente o ridondante”: il contributo alla conversazione sarà informativo quanto
richiesto. Non dire troppo e non dire poco.
2) Qualità: “sii sincero, fornisci informazione veritiera, secondo quanto tu sai”. Il parlante non dirà ciò che ritiene
falso o ciò di cui non ha prove.
3) Relazione: “sii pertinente”: il parlante cercherà di essere pertinente all’argomento della conversazione;
4) Modo: “evita l’ambiguità”: il parlante cercherà di essere pertinente all’argomento della conversazione;

Naturalmente queste massime dovrebbero essere considerate anche dal punto di vista dell’interlocutore. In conformità
a queste massime i partecipanti trascendono il significato letterale delle frasi pronunciate e delle informazioni fornite
dal ricercatore, e interpretano l’intervento basandosi sul significato pragmatico piuttosto che semantico. Ciò genera
fraintendimenti perché i ricercatori si focalizzano solo su implicazioni logiche, quando in realtà i partecipanti si basano
su implicature date dal contenuto e dal contesto conversazionale.

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2.8.1 Le procedure interpretative: altre caratteristiche tacite essenziali dei


ragionamenti quotidiani
In aggiunta alle massime precedenti, secondo Goffman le interazioni si fondano un complesso gioco di reciproci
“obblighi” e “aspettative”. Come ha ricordato Schutz, il partecipante assume anche che l’interlocutore assuma quello
che lui assume e, di controverso, che l’interlocutore faccia lo stesso. Questo reciproco gioco di assunti si fonda su alcune
caratteristiche essenziali della normale comprensione, l’elenco di queste “regole per parlanti e interlocutori” contiene:

a) La reciprocità delle prospettive: i partecipanti danno per scontata l’interscambiabilità dei loro punti di vista ed
esperienze, assumendo che ognuno può interpretare il mondo esterno in maniera sostanzialmente identica;
b) La normalizzazione: quando intervengono discrepanze o ambiguità, l’interlocutore tenterà di “normalizzare” la
presunta discrepanza, eliminando così le piccole dissonanze cognitive. A volte però questa forzata
normalizzazione può portare a gravi incidenti.
c) L’assunzione degli “et cetera”: gli interlocutori assumono l’esistenza di un’intesa comune non solo nei casi in cui
ciò che viene detto appare come ovvio, ma anche in quelli in cui ciò non appare affatto tale.
d) L’attesa di spiegazioni ulteriori: questa procedura permette di inibire eventuali obiezioni o richieste di
chiarimento da parte dell’interlocutore, fiducioso che i chiarimenti arriveranno nel corso dell’interazione;
e) La riflessività del discorso: i partecipanti producono continuamente sia descrizioni che spiegazioni di quello che
stanno facendo.

I partecipanti portano questi assunti taciti anche nella situazione di ricerca: quindi si aspettano che il ricercatore sia un
comunicatore cooperativo, che osservi le massime conversazionali di Grice e i cui contributi siano informativi, veritieri,
pertinenti e chiari.

2.8.2 Distorsioni per eccesso di cooperazione


I principi di Grice (quantità, qualità, relazione e modo) e Schutz (obblighi e aspettative) riescono a spiegare come scambi
verbali, costituiti da enunciati che, in termini di significato convenzionale (linguistico), sono scarsi, incompleti o
frammentari, vengano comunque decodificati dagli interlocutori coinvolti in una conversazione.

In particolare, il principio cooperativo mette in evidenza il fatto che in una interazione, l’atteggiamento degli
interlocutori è caratterizzato da una chiara determinazione a fare funzionare la conversazione, anche quando i
contributi dei parlanti sono inadeguati in termini informativi, linguistici o testuali. Per affrontare questi problemi gli
interlocutori generano implicature, cercando di ricostruire l’intenzione di chi parla, vale a dire ciò che il parlante ha
inteso sottendere nel suo enunciato, senza dirlo esplicitamente. Eccedere nel principio cooperativo può essere fonti di
errori o implicature non corrette. Gli intervistati potrebbero farlo, ad esempio, per un loro fortissimo desiderio di dare
un senso a uno scambio comunicativo e farlo funzionare a tutti i costi. Quando viene loro richiesta un’opinione per la
quale può non esserci una risposta già pronta, essi non hanno alcuna ragione che il ricercatore non sia un comunicatore
cooperativo. Così gli intervistati pianificano il loro contributo in conformità alle norme della conversazione. Per cui essi,
seguendo il principio cooperativo, suppongono che ogni loro contributo alla conversazione sia pertinente ai suoi scopi.
Schwarz dice che gli intervistati si impegnano moltissimo per dare un senso alle domande poste dal ricercatore, nel fare
ciò essi si affidano estesamente alle informazioni che vengono date nei questionari.

Schwarz rivela che gli intervistati non sanno che i ricercatori non obbediscono alle norme della conversazione. Gli
intervistati non hanno motivo per sospettarlo e si fidano dei ricercatori più di quanto meritano. Ciò che rende
problematici i risultati (sugli errori nelle risposte) non è tanto il comportamento degli intervistati, quanto gli assunti dei
ricercatori sui meccanismi della comprensione delle domande. Inoltre, la stessa domanda acquista un significato diverso
in diversi contesti e quando gli si fa una domanda diversa, i rispondenti danno una risposta diversa. Schwarz inoltre dice
che invece di dare colpa ai rispondenti per le loro risposte superficiali, i ricercatori dovrebbero riflettere sulla propria
condotta conversazionale, chiedendoci quale sia l’informazione veicolata e gli strumenti di ricerca.

2.9 Conclusioni
I risultati delle ricerche condotte all’interno della “svolta cognitiva” e “svolta pragmatica” hanno mostrato come il dato
sia co-costruito, attraverso le scelte del ricercatore e lo specifico incontro tra le componenti della rete di rilevazione dei
dati (questionario, intervistato e intervistatore).

Processi cognitivi e comunicativi

 Il termine cognitivo, indica gli aspetti relativi alla percezione immediata, intuizione, riconoscimento veloce e alle
reazioni “senza pensare”, come la ricerca sulle euristiche ha evidenziato.

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 Il termine comunicativo invece designa i processi che sono in relazione con le convenzioni sociali.

Questa distinzione non è rigida, si vedrà come le convenzioni sociali guidino anche la percezione, o come la cultura
plasmi la mente.

Cap. 3 Chiedere e domandare


La “svolta cognitiva” ha prodotto una grande quantità di risultati relativamente a come gli intervistati interpretano il
questionario in tutte le sue parti: domande, item, modalità di risposta. La maggior parte di questi risultati riguardano la
percezione immediata, reazioni di impulso, risposte primo acchito, riflessi condizionati e automatici che scattano negli
intervistati alla presentazione di uno stimolo.

3.1. Attribuire significati alle domande


Prima di indagare i significati che gli intervistati attribuiscono alle domande, vale lea pena sottolineare un aspetto pre-
semantico. Non sempre gli intervistati ascoltano la domanda: basandoci sui due fundamenta divisionis “ascoltare” e
“capire”, possiamo avere quattro differenti situazioni, in cui gli intervistati:

a) Ascoltano e capiscono la domanda


b) Ascoltano ma non la capiscono
c) Non la ascoltano ma la capiscono
d) Non la ascoltano e non la capiscono

Sebbene c) possa sembrare assurdo, capita che l’intervistato distratto non ascolti la premessa della domanda ma
risponda ugualmente correttamente, collegando gli item con modalità di risposta.

3.1.1 Il lessico
Una prima distorsione può insorgere quando l’intervistato non conosce il significato di una parola. Se è facile evitare
l’impiego di termini tecnici, meno lo è evitare quei termini che sono di uso comune fra le persone di cultura
universitaria, ma che sono lontani dal linguaggio delle persone intervistate. Altre distorsioni possono derivare
dall’intrinseca imprecisione di significato di termini quali “liberalismo”, “conservatore”, “progressista”, “sinistra”,
“destra”, “moderato”, “populista”. Intorno al termine “lavoro autonomo” una ricerca ha confermato che tanti danno un
significato diverso. L’uso del linguaggio tecnico dell’espressione “lavoro autonomo” come contrapposta a “lavoro
dipendente” presuppone una netta cesura che non trova riscontro nel patrimonio concettuale della gente comune.

Rimedio: i termini sono stati sostituiti con altri meno equivoci: il termine “autonomo”  “in proprio”, e dipendente 
“alle dipendenze”. Nelle successive ricerche non vie è stata alcuna distorsione.

Antinomie
Numerose difficoltà sembrano creare anche le antinomie: termini come “approvare” e “disapprovare”, “accordo” e
“disaccordo” non sempre vengono considerati opposti dagli intervistati. Approvare un atteggiamento o un
comportamento, espresso in termini positivi non è equivalente nell’approvare lo stesso atteggiamento riposato in
termini negativi. Uno degli esempi più conosciuti in merito è stato proposto da Rugg: l’autore divise un campione in due
gruppi:

a) Ai primi intervistati sottopose una domanda in termini positivi: pensi che gli USA dovrebbero permettere
discorsi pubblici contro la democrazia? [SI|NO]
b) Ai secondi intervistati in termini negativi: pensi che gli USA dovrebbero proibire discorsi pubblici contro la
democrazia? [SI|NO]
- Dal momento che i sub campioni erano simili, ci si aspettava che %SI a = % NO b, invece no. Risultò che gli
intervistati non consideravano “non permettere” e “proibire” come concetti equivalenti. In a) i SI erano il 21%,
in b) i NO erano al 46%. Una distorsione del 25%.

Questo avveniva per varie ragioni. Come osservarono Hippler e Schwartz, dal punto di vista cognitivo “proibire
qualcosa” implica un’opposizione più forte che “non permettere”.

Rimedio: Rugg concludeva che la forma corretta per porre la domanda era la b), perché il termine “proibire” rendeva gli
intervistati più consapevoli delle implicazioni sociali e politiche della mancanza della libertà di espressione, di quanto
facesse il termine “permettere”.

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Polisemia e significati percepiti


Il problema della formulazione delle domande va tuttavia considerato alla luce del divario fra i significati assegnati dai
ricercatori e quelli attribuiti dagli intervistati. In una serie di studi in cui re-intervistata i soggetti sul significato specifico
degli item, Belson ha notato che c’è un qualche divario almeno il 70% delle volte. Groves osservò che mentre nella
letteratura metodologica c’ stata molta attenzione relativamente all’influenza della formulazione delle domande, ci sono
stati solo pochi tentativi di esaminare direttamente il significato percepito, che potrebbe essere la causa della sensibilità
degli intervistati ai cambiamenti terminologici.

Esempio 1: in uno studio pionieristico Cantril si accorse che il termine “gente” (people) per il 33% degli intervistati
significava “una cerca classe sociale” e solo per poco più della metà di loro significava correttamente “tutti”.

Esempio 2: pensi che i ragazzi possano subire gravi danni se guardano programmi televisivi con scene di violenza?
“Ragazzi” veniva esteso dai bambini sino agli adolescenti di 20 anni, con conseguenze impossibilità di comparare le
risposte.

Item
Non solo le parole ma interi item possono vedersi attribuire significati diversi da quelli pensati dai ricercatori. Ad
esempio, operando un controllo di qualità sulle scale di coesione e adattabilità familiare di Olson, si riscontrarono
diverse ambiguità. Nell’item “Nella soluzione di problemi si seguono i suggerimenti dei figli”, il concetto “seguire il
suggerimento” è stato interpretato come semplice ascolto della loro opinione dal 38% degli intervistati, come effettiva
applicazione dal 32%, mentre il 20% considerava entrambe le accezioni.

3.2 Valutazione: le euristiche del giudizio


Nella seconda fase del processo di risposta l’intervistato dovrebbe fornire la sua opinione, tenendo conto dei vincoli
imposti dall’intervistatore e dai ricercatori.

Domande: una tipologia tradizionale:

Esistono varie classificazioni dei tipi di domande presenti in un questionario. Selltiz ed altri hanno proposto una
classificazione in base al loro contenuto e obiettivo. Tuttavia “nessuna di esse sembra soddisfare i tre requisiti logici di
una classificazione (esaustività, mutua esclusività e unicità del fundamentum diisionis delle categorie). Domande
comunemente usate nella survey:

3.2.1. Domande demografiche


età: se chiedete all’intervistato la sua data di nascita, è probabile che la sua risposta sia più accurata che non se
gli chiedete quanti anni ha. Reddito: meglio chiedere la categoria. Etnia: domanda cognitiva. Tanti asiatici
scrivevano “british” nei questionari. Figli: domanda tutt’altro che oggettiva, in Yucatan alla domanda “quanti figli
avete” includevano anche gli aborti e i bambini morti.

3.2.2. Domande nemoniche


richiedono di ricordare eventi o comportamenti: spesso gli intervistati posticipano gli eventi, ricordandoli più recenti di
quanto siano realmente accaduti. Se l’evento appare emotivamente più saliente o frequente, verrà ricordato come più
recente e viceversa. I soggetti poi tendono ad essere più precisi nella stima delle frequenze basse che delle alte. Si pensi
alla “Teoria della norma” di Kahneman e Tversky: mille eventi simili li ricordi come un solo prototipo composto; se ci
fosse un evento discrepante, ricorderemmo anche questo; essendo discrepante non potrebbe confondersi con il resto
 il ricordo risultante sarebbe come se ci fossero stati due soli eventi. Per cui l’evento raro può avere il sopravvento.
Similmente avviene per le collocazioni temporali; se ai partecipanti viene richiesto di collocare un evento nel passato,
essi tenderanno a spostare in avanti gli eventi più vecchi e indietro i più recenti: questa tecnica di compressione della
temporalità è stata denominata squish effect. Linton ha riscontrato come due eventi simili (visite dal medico) possono
venir ricordati come evento unico.
Rimedio: segnatempo, calendari, diari. Il diario fornisce stime più accurate.

a) Domande motivazionali, che sondano una motivazione, causa o spiegazione


b) Domande di atteggiamento, che sollecitano opinioni, credenze, valori, standard di azione
c) Domande predittive, che richiedono previsioni sul comportamento futuro
d) Domande di controllo, che valutano la consapevolezza dell’intervistato o veridicità cose dette

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3.2.3. Domande autobiografiche


Nella ricostruzione delle storie personali le persone tendono abitualmente a considerare la loro attuale situazione come
un effetto (coerente) di eventi nel passato. A tal fin numerosi esperimenti hanno documento come le persone adottano
implicitamente una teoria della stabilità (anziché del cambiamento) esagerando le somiglianze fra passato e presente;
per cui esse impongono coerenza connettendo ciò che non è connesso, e le ricostruzioni sono sempre sospette, perché
equivalgono a storie costruite a posteriori.

Rimedio: un’introduzione più lunga

1) Migliora i resoconti su sintomi di malattie, uso strutture sanitarie, consumo di droghe


2) Concede all’intervistato più tempo per riflettere e attivare migliori processi di ricordo
3) Crea un contesto di interpretazione del ricordo

Sfortunatamente questi suggerimenti allungano i tempi di presentazione del questionario e aumentano i costi della
ricerca.

3.2.4. Domande motivazionali


Sono domande relative alle cause e motivazioni di un determinato comportamento, opinione o giudizio. La rilevazione di
tali cause non è facile, sia perché l’intervistato spesso non è consapevole dei motivi che l’hanno spinto a compiere una
certa azione, sia perché egli può essere estio a parlare delle proprie emozioni, sentimenti o legami affettivi.

Rimedio: al fine di evitar risposta conformiste e stereotipiche sono stati inventati appositi strumenti “non direttivi”
standardizzati, che permettono all’intervistato di manifestare il suo pensiero con parole proprie. Gli strumenti sono
composti da domande dette “proiettive”. Il concetto di “proiezione” fu introdotto da Freud e può essere definito come
un meccanismo di difesa mediante il quale un individuo si protegge dalla consapevolezza dei propri tratti indesiderabili,
attribuendoli indebitamente agli altri. Le domande proiettive, quindi, inducono l’intervistato ad attribuire a terzi reazioni
e sentimenti di cui tende a vergognarsi. In tal modo egli manifesterà i suoi atteggiamenti senza sentirsene responsabile.

Le vignette

L’immagine comunica in modo molto più immediato di un testo, ed è utile a spezzare la monotonia dell’intervista.
Riuscendo a stabilire, per ogni vignetta, il giusto equilibrio tra (eccessiva) ambiguità e (eccessiva) strutturazione dello
stimolo si può, invece, ottenere un’indicazione abbastanza attendibile circa la salienza della dimensione proposta.

3.2.5 Domande d’atteggiamento


La maggior parte delle domande che possiamo trovare in un questionario sono domande di atteggiamento. Tuttavia le
definizioni di “opinione”, “atteggiamento”, e “comportamento” (e le loro relazioni) sono ancora poco condivise fra gli
scienziati sociali. Thomas considerava un atteggiamento come uno stato di coscienza, di consapevolezza. Campbell
invece, una coerenza in risposta ad oggetti sociali.

Coerenza?

Il criterio della coerenza ha assunto un particolare rilievo nelle scienze sociali, tant’è che un’altra voce autorevole, lo
scienziato politico Converse, definisse un sistema di credenze come un complesso di idee e atteggiamenti, in cui gli
elementi sono legati assieme da una sorta di vincolo o interdipendenza funzionale. Purtroppo esso riguarda soltanto una
gamma ristretta di soggetti. Dopo due ricerche su temi politici compiute nel 1956 e 1960, Converse concluse che, a
differenza delle élite, il comune cittadino non ha un sistema di credenze coerente e globale, ma uno ridotto e
frammentario. Infatti egli trovò persone che si dichiaravano socialiste, ma erano a favore della privatizzazione
dell’energia elettrica, intervistati che volevano meno tasse e più spesa pubblica e welfare. La conclusione di Converse è
particolarmente illuminante, poiché ipotizza che l’aspetto contraddittorio delle opinioni non sia imputabile in primis agli
strumenti di rilevazioni (e alle distorsioni da loro introdotte) bensì alla natura stessa delle opinioni. Non sarebbe quindi
un problema cognitivo (di corretta comprensione delle domande) a rendere difficile l’indagine, ma è la struttura stessa
del sistema di credenza (e l’aspettativa dei ricercatori di trovare sistemi di pensiero coerenti).

Successivamente l’autore è giunto a distinguere fra atteggiamenti “ben-strutturati” (well-formed) e “non-


atteggiamenti”. Questi ultimi corrisponderebbero alle risposte che i soggetti danno quando, pur non avendo alcuna
opinione su un dato argomento, ne esibiscono comunque una perché lo richiede la domanda, perché vogliono
collaborare con l’intervistatore o perché non vogliono sembrare persone senza idee.

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Gli psicologi Krosnik e Abelson hanno stilato una panoramica delle ricerche sulla forza degli atteggiamenti. Essi hanno
individuato cinque dimensioni che caratterizzerebbero gli atteggiamenti stabili: estremismo, intensità emotiva,
sicurezza, importanza soggettiva, conoscenza, poiché “nel più semplice dei mondi esse dovrebbero essere tutte
altamente correlate tra loro”. Sfortunatamente le cose non stanno così. Infatti cinquant’anni di ricerche hanno mostrato
solo deboli correlazioni positive tra queste cinque dimensioni. Appare che queste dimensioni siano abbastanza
autonome fra loro, a tal punto da essere considerate come costrutti distinti. C’è di più: ogni dimensione sembra essere
influenzata da cause specifiche. L’importanza soggettiva di un atteggiamento pare aumentare con la consapevolezza di
avere degli interessi personali o dei valori considerati irrinunciabili. Quanto alla sicurezza, questa aumenta se il soggetto
ha avuto esperienze personali dirette in relazione all’argomento oggetto di giudizio.

Una diversa chiave di lettura proviene dalle ricerche sulle euristiche di Shafir, Simonson e Tversky. Mentre la teoria
classica delle decisioni dice che l’orientamento di un individuo (di fronte a una serie di alternative possibili) viene
determinato da un preesistente ordine di preferenze basato su valori e convinzioni ben definiti, in realtà i soggetti hanno
mostrato di non avere sempre dei valori e preferenze ben definiti; spesso capita di preferire Y e rifiutarlo nello stesso
tempo, perché le opinioni e i valori sociali sono subordinati alla specifica richiesta della domanda. Quindi le preferenze
non sembrano predeterminare dall’atteggiamento, ma nascono durante il processo decisionale stesso. Ciò non vuol dire
che non possiamo avere opinioni forti, bensì che il compito cognitivo è più influente, è prioritario rispetto al valore in cui
crediamo.

Le storie

Ma come si rilevano gli atteggiamenti? Alport era convinto che per sapere cosa una persona provasse, sentisse o
ricordasse, bastasse chiederglielo. Tuttavia le cose non sono così semplici e la difficoltà consiste nel passare dalla
conoscenza delle opinioni all’individuazione degli atteggiamenti. Uno strumento ancora poco utilizzato e con grandi
potenzialità è la presentazione di storie (vignette), brevi episodi realistici o scenari immaginari. Esse possono essere
usate sia all’interno delle domande motivazionali che di atteggiamento, per rilevare valori e percezioni sociali. Gli scenari
immaginari sono ritenuti molto più utili delle domande tradizionali sui valori, considerate troppo astratte e assai povere
quando si tratta di andare in profondità e far emergere sedimenti culturali. Ciò è particolarmente in linea con i recenti
orientamenti delle scienze sociali che hanno portato alla ribalta il ruolo della narrazione, uno strumento prezioso per
comunicare visioni e traiettorie di vita. La narrazione di episodi stimola le reazioni e i giudizi degli intervistati, invitandoli
ad immedesimarsi nei personaggi, per condividerne o meno, approvarne o meno, scelte e comportamenti. I vantaggi
dell’uso di storie (quella della banca) sono molteplici:

1) Costringere gli intervistati ad esporsi, anziché trincerarsi dietro ambiguità (“abbastanza d’accordo”)
2) Invitarli a riflettere con maggior consapevolezza di fronte a situazioni verosimili;
3) Contrapporre l’etica della situazione a quella normativa, senza trascurare la loro utilità nelle survey interculturali

Il divario tra atteggiamenti e comportamenti

I sociologi hanno prestato molta attenzione anche all’esistenza o meno di una coerenza fra gli atteggiamenti e i
comportamenti; tema a lungo dibattuto negli anni 40 e 50. Il pioneristico lavoro del sociologo LaPiere concludeva che
non v’era relazione tra loro. LaPierre trascorse due anni con una coppia di cinesi, andarono in 251 tra hotel e ristoranti e
solo una volta non furono fatti entrare. Terminato il viaggio, 6 mesi dopo LaPiere inviò a tutti questi 251 un questionario
con una domanda: accettereste cinesi nel vostro esercizio commerciale? Il 92% disse di no, contraddicendo il proprio
comportamento: la logica razionale economica sovrastò i valori, credenze, atteggiamenti e sentimenti. Quindi ampio
divario tra ciò che le persone dicono e fanno, tra atteggiamenti e comportamenti, tra le parole e i fatti, perché essi
appartengono a due diversi livelli di realtà, guidati da logiche non commensurabili. In tempi più recenti il tema della
coerenza tra atteggiamenti e comportamenti è stato rubricato sotto diversi termini: validità dei dati, “validità ecologica”.
Cicourel si chiede: la survey riesce a catturare le condizioni, opinioni, valori, atteggiamenti e conoscenze base quotidiane
che i soggetti esprimono nel loro habitat naturale?

La reazione all’oggetto

Spesso ascoltiamo dichiarazioni o notizie, ma ci chiediamo: chi lo dice? Termini come comunismo, democrazia,
capitalismo, provocano emozioni emotive che possono diventare forme di distorsione. Tuttavia ascoltando le audio-
registrazioni di interviste (in cui venivano somministrate delle scale Likert), Marradi ha scoperto che una cospicua quota
di interrogati non reagisce alle affermazioni, ma ai personaggi, alle azioni, alle situazioni menzionate dalle affermazioni

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stesse. Viene così a mischiarsi un primo aspetto di natura cognitiva con un secondo di origine emotiva. Marradi ha
battezzato “reazione all’oggetto” questo processo cognitivo-emotivo.

La prima forma di reazione all’oggetto, la più facilmente individuabile, si manifesta quando l’item esplicitamente o
implicitamente disapprova un comportamento, un’azione o situazione, che anche l’intervistato disapprova. Egli
dovrebbe quindi dichiararsi d’accordo con l’item; invece si dichiara in disaccordo, e solo dai suoi commenti (quando ci
sono e sono audio-registrati) si scopre che il suo disaccordo non riguarda l’item in sé bensì i personaggi o
comportamenti descritti dall’item. Ad esempio, di fronte all’item “Gli assenteisti sbandierano problemi di salute, ma
sono soltanto dei fannulloni” un intervistato sceglie la categoria “pienamente d’accordo” e poi dal commento
“dovrebbero lavorare, non assentarsi dai propri posti di lavoro. Sono in disaccordo con gli assenteisti”, capiamo che la
sua risposta avrebbe dovuto essere “molto d’accordo”.

Una seconda forma di reazione all’oggetto si produce quando l’item disapprova un personaggio o un comportamento
che invece l’intervistato approva. Egli dovrebbe dichiararsi in disaccordo con l’item, invece si dichiara d’accordo e solo
dai suoi comportamenti si scopre l’incongruenza. Esempio: i sindacati italiani fanno troppa politica e non possono fare
gli interessi dei lavoratori. Un intervistato dopo aver scelto “abbastanza d’accordo” dichiara: “no, dico che i sindacati
hanno portato dei miglioramenti. io dico che non sono la rovina dell’Italia”. Peer cui la sua risposta avrebbe dovuto
essere “abbastanza in disaccordo”.

I due tipi di distorsione appena trattati si producono quando l’item è posto in modo negativo, cioè disapprova un
comportamento, azione, situazione, personaggio.

Rimedio: per neutralizzare le conseguenze negative di tale fenomeno è bene sottoporre all’intervistato esclusivamente
affermazioni positive nei confronti del loro oggetto.

Curvilinearità versus falsa divergenza

Il fenomeno della curvilinearità nella distribuzione delle risposte è stato rilevano per la prima volta da Edwards e
Kenney. Gl item in una scala Likert si dicono curvilinei quando vengono disapprovati da intervistati con opinioni opposte
sull’argomento in questione. “Chi commette omicidio dovrebbe essere condannato all’ergastolo”, succede che si
dichiarano “non d’accordo” sia coloro che sono per la pena di morte sia coloro che ritengono l’ergastolo una pena
troppo dura.

Disaccordo Accordo

Disaccordo Accordo

Disaccordo

Rimedio: si può cercare di eliminare il rischio di curvilinearità di ciascun item scegliendo un item così estremo da
rendere improbabile che ci siano intervistati con opinioni così estreme da respingerlo perché non è sufficientemente
estremo. L’item ideale per una scala Likert è un item netto ed enfatico, che persone con convinzioni forti e radicate sono
solite proferire durante una conversazione. Tuttavia questa soluzione provoca distorsioni, perché tende a comprimere le
posizioni che si trovano nella metà opposta del continuum, confondendo quelle moderate con quelle estreme.

Falsa divergenza

Un fenomeno opposto al precedente è quello della “falsa divergenza”. Può capitare che alcuni intervistati, pur
esprimendo verbalmente una stessa opinione rispetto a un item, scelgano poi due modalità di risposta differenti, se non
opposte. Ad esempio di fronte a quattro item che definivano la figura dell’insegnante come “un professionista”, “uno
specialista”, “un impiegato” e “una persona che svolge un’importante funzione sociale”, alcune insegnati intervistate
hanno scelto “un professionista” respingendo il quarto, che chiamava loro la figura dell’insegnante come missionario.

Accade quindi che per opinioni simili che dovrebbero essere assegnata allo stesso item-risposta, finiscano in item-
risposta diversi, se non contrapposti.

Rimedio: una domanda in più relativa alle motivazioni del dissenso: alcuni fenomeni di “curvilinearità” e “falsa
divergenza” e alcuni tipi di “reazione all’oggetto” non sarebbero così gravi se i ricercatori si limitassero semplicemente a
registrare la percentuale degli intervistati su una determinata risposta. In realtà i ricercatori vanno oltre, cioè tentano di
trovare motivazioni, atteggiamenti e ragionamenti sottostanti alla risposta.

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La successione delle domande

L’interpretazione del significato di una domanda viene guidato anche dalla domanda che la precede (context effect).
Questo accade per effetto del principio cooperativo (Grice): in un’interazione le parti successive di un discorso sono
sempre legate a quelle precedenti. Il fenomeno, apparentemente semplice, produce un insieme di sotto-fenomeni
molto complessi e abbastanza diversi fra loro: a) inclusione, b) esclusione e c) reciprocità.

Effetto assimilazione

Part-whole o carryover tende a considerare due domande contigue o alcuni termini (contenuti in esse) cose simili;
oppure la prima domanda come premessa della seconda. Quasi inevitabile contaminazione delle domande spinge
l’intervistato a dare risposta che facciano apparire una persona coerente.

a) Inclusione: quando una domanda generale (ad esempio il grado di soddisfazione per la propria vita) e una
domanda più specifica (grado di soddisfazione per il matrimonio) vengono poste insieme, la risposta alla
domanda generale viene influenzata (quindi potenzialmente distorta) dalla successione in cui vengono
presentate le domande.
Rimedio: mettere la domanda specifica per prima, perché se così non accade, quella generale viene sempre
interpretata come una richiesta di giudizio di riepilogo (effetto parth-whole)
b) Esclusione (contrast): le cose cambiano se la domanda generale e quella specifica vertono strettamente sullo
stesso argomento. Quando la prima domanda (che gli autori considerano generale) viene somministrata prima
della seconda (che gli autori considerano specifica) la maggior parte degli intervistati è favorevole alla prima.
Quando però le domande venivano invertite, la percentuale dei favorevoli alla prima si abbassa, perché veniva
attivata un’inferenza “esclusiva” o “di contrasto” per cui la domanda generale non veniva interpretata come
generale ma specifica.
Rimedio: la prospettiva è piuttosto pessimista, difficilmente gli esperimenti metodologici forniscono una risposta
univoca su quali termini risultato più adatti ad essere inseriti nelle domande: sapere che la comprensione della
domanda è influenzata dalla successione in cui è posta, non ci dice come costruire la domanda.
c) Reciprocità: la norma dell’imparzialità (even-handedness norm): Shuman e Ludwig hanno replicato quattro
esperimenti condotti negli anni 40, che contemplavano domande in cui erano presenti due soggetti
contrapposti. Le due domande venivano invertite nell’ordine di presentazione: i risultati furono che le domande
poste per prime totalizzavano una più alta percentuale di risposte affermative. IL fenomeno non è solo cognitivo
(cioè imputabile alla successione delle domande), ma anche morale: l’intervistato si sente in dovere di trattare
tutti allo stesso modo. Questo imperativo morale nasce dalla contrapposizione/confronto delle due domande in
coppia. Si considera quindi solo le risposte alla domanda posta per prima come rappresentative di un
atteggiamento, nel senso classico di una disposizione positiva o negativa nei confronti di un soggetto. Quando la
stessa domanda appare per seconda, un certo numero di risposte cambia e riflette un’adesione alla norma della
reciprocità.
Rimedio: se nel questionario ciascuna domanda fosse presentata da sola, anziché in coppia, avremmo maggiori
possibilità di raccogliere un’opinione privata anziché il grado di adesione sociale.

Ragionamenti astratti versus concetti

Sempre perché una domanda non ha un significato in sé, la stessa domanda può essere collocata, dall’intervistato, a
livello di generalità diversi. Smith riferisce che alcuni intervistati, invitati a dare un giudizio su un’azione in generale (ad
esempio fare a botte), rispondevano pensando ad una situazione particolare (fare a botte per un’offesa ricevuta, per
legittima difesa, per difendere la propria ragazza). Smith suggerisce che molti non interpretano la domanda generale
come se fosse una proposizione assoluta o una norma su cui fornire un’opinione (come invece richiesto), ma come se
per loro significasse “pensa alla prima situazione che ti viene in mente questo momento”. Per cui molti intervistati
interpretano le domande pensando prevalentemente alle loro esperienze personale (particolare); altri invece pensando
a concetti generali che riguardano molte persone o situazioni (generale), adottando quindi un atteggiamento distaccato
come strategia di risposta. Lanzetti scoprì che l’89% degli intervistati avvertiva la necessità di fare delle distinzioni
(specificare) prima di dare una risposta: preso atto che le persone sono abituate a ragionare in termini particolari,
l’inconveniente può essere evitato riformulando l’item in modo più specifico. Il desiderio di specificità è molto diffuso
tra gli intervistati. Infatti essi desiderano essere precisi e non dare giudizi avventati, e in definitiva, non generalizzare.
Questo contrasta con la volontà del ricercatore, che, invece, vorrebbe un giudizio generale. Esempio di Gobo sulle
insegnanti: è fondata l’opinione che le insegnanti guadagnano troppo? Le maestre elementari erano restie a rispondere

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tra “molto” “abbastanza” “poco” “per nulla” fondata l’opinione. Le maestre riposero in base a: per chi si impegna la
retribuzione è troppo bassa, per chi non fa nulla invece è alta, dando quindi una loro interpretazione restrittiva ad una
risposta… peccato che il ricercatore non lo sapesse. Quindi ciò creò distorsione.

Rimedio: i ricercatori devono adattarsi a questa tendenza e formulare domande volte esplicitamente a raccogliere
giudizi particolari camuffati da generali. L’intervistatore ha il compito di stimolare l’intervistato a compiere ragionamenti
situati: da una parte personalizzando il più possibile gli item inserendo pronomi possessivi (mia scuola, miei genitori,
miei allievi, nostri dirigenti), dall’altra predisponendo modalità di risposta meno generiche e standardizzate.

La successione degli item

Anche l’ordine degli item è stato largamente studiato, con risultati per ora non conclusivi. Tuttavia non c’ dubbio che
modificando la successione degli item si producono effetti sulla distribuzione delle risposte, dato che l’item precedente
influenza la comprensione dell’item successivo. Questo fenomeno è stato definito da Schuman e Presser item-context
effect.

Rimedio: ricorrere alla rotazione casuale degli item, in modo che l’effetto contesto dell’item sia distribuito causalmente
tra tutti gli item. Tuttavia questo rimedio non risolve il problema ma lo porta fuori controllo, spalmando risposte distorte
su tuta la distribuzione di frequenza.

Essere imparziali

Le domande sono fatte per raccogliere l’opinione dei singoli: vi sono intervistati però che mentre rispondono
commentano “il giudizio su questo è soggettivo” “è una mia opinione, non significa che dovrebbero averla tutti”. In altre
parole, alcuni intervistati non vogliono generalizzare le loro esperienze personali. Per cui si sviluppa una contraddizione:
da una parte, essi ammettono la possibilità di risposte diverse (soggettive) a seconda del punto di vista dei ruoli;
dall’altra però vogliono fornire giudizi equilibrati (oggettivi) inglobando anche la prospettiva degli altri. La difficoltà di
trovare un compromesso tra queste due diverse aspirazioni li porta a essere riluttanti a eseguire il compito cognitivo
loro richiesto. Il fenomeno riguarda diversi tipi di intervistati: persone solitamente poco istruite ce non sono in grado di
operare quello sdoppiamento del sé che l’avere un’opinione di un problema spesso implica. Bordieau ritiene che quella
di avere un’opinione personale sia una pretesa piccolo-borghese, incoraggiata dal sistema scolastico occidentale.

3.2.6 Domande predittive


Fare una previsione significa compiere un’elaborazione mentale relativa al futuro, sulla base di indizi più o meno sicuri.
L’incertezza degli indizi rende la previsione un’operazione cognitiva complicata. Per questo la predizione che fa
l’intervistato ha qualche validità solo se egli si è trovato in una situazione analoga. Tuttavia, anche in questo caso, non è
detto che al ripetersi dell’evento egli avrà la stessa reazione, perché il comportamento umano è influenzato da una serie
innumerevole di elementi che rendono ogni situazione un momento irripetibile. Succede anche che di fronte a domande
predittive, le intervistate anziché fare una previsione preferiscono semplicemente esprimere un loro desiderio. Così
trasformano una previsione, così come richiesta dal ricercatore, in un ragionamento ipotetico condizionale di tipo
modus ponens (se p allora q). Ad esempio in tre indagini nazionali sulla condizione giovanile, diversi giovani
rispondevano “non so” o “non posso prevedere”. Questo comportamento di riposta si inserisce in un discorso socio-
cognitivo più ampio: in una società del rischio e incertezza le nuove generazioni sembrano incapaci di proiettarsi al di là
del quotidiano.

3.2.7 Domande di controllo


Una domanda di controllo è una domanda di atteggiamento, demografica oppure nemonica, con altri fini. Non è la
forma che la rende diversa dalle precedenti a l’obiettivo. Possono avere l’obiettivo:

a) Di sondare se l’intervistato è in possesso di un’informazione corretta


b) Di controllare la sincerità di risposte date a domande precedenti
c) Sondare la coerenza degli atteggiamenti espressi dall’intervistato.

Le domande che si prefiggono il primo obbiettivo sono “non-informative”, perché non danno al ricercatore informazioni.

Le domande di controllo sono soggette sia a problemi di comunicazione che cognitivi, possono essere percepite da un
intervistato come un test, prova di capacità. L’imbarazzo conseguente al sentirsi inquisiti, giudicati o il desiderio di
mostrarsi preparati intelligenti e coerenti, può essere fonte di distorsione.

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3.3 Una tipologia alternativa: collegare i compiti cognitivi alle modalità di risposta
Finora in letteratura molto spazio è stato dedicato alle domande; non altrettanto alle risposte. Tuttavia per cogliere la
complessità del processo di risposte è necessaria una tipologia più precisa basata su almeno due fundmaenta divisionis:
il compito cognitivo richiesto dalla domanda e quello richiesto dalle modalità di risposta.

Per “compito cognitivo” delle domande intendiamo il tipo di operazione mentale che si richiede al soggetto: richiamare
una data, valutare una frequenza (quante volte…), ricordare un evento, riferire su un fatto.

Le modalità di risposta usate nei sondaggi sono almeno una decina, le cui principali sono:

1) Scelta fra categorie dicotomiche


2) Scelta fra categorie alternative non-ordinate tipiche dei dati personali
3) Scelta fra categorie ordinate
4) Il posizionarsi su un regolo oppure tracciare una retta
5) L’indicazione di un numero
6) La risposta libera

Cap. 4 Le risposte
In questo capitolo ci si occuperà prevalentemente dei processi cognitivi relativi ai vincoli posti dalle modalità di risposta.
Esse incorporano molti rischi di distorsione, almeno tanti quanti ne pongono le domande. Sono problemi:

- Sintattici, dovuti all’interazione tra testo delle domande e classificazione delle risposte
- Semantici, relativi al significato delle modalità di risposta
- Pragmatici, riguardanti l’uso delle modalità di riposta a fini sociali e comunicativi

4.1 Risposta aperta oppure chiusa? Il grande dilemma


Vantaggi e svantaggi

- Ancora adesso alcuni ritengono che le risposte chiuse presentino vantaggi considerevoli, tra i quali l’essere più
rapide da somministrare, classificare ed interpretare, contrariamente da quelle aperte, facili da porre ma difficili
da classificare.
- Inoltre una serie di risposte predeterminate può aiutare l’intervistato a capire meglio il senso della domanda
- A ricordare eventi che altrimenti non ricorderebbe
- Ad affrontare argomenti delicati quali l’età, il reddito, preferenze politiche che potrebbero ottenere alti tasi di
rifiuto se indagati con risposte aperte

Altri obiettano che le risposte aperte sono molto più fedeli delle chiuse, che invece costringono l’intervistato all’interno
del modo di pensare del ricercatore; per cui le risposte con categorie prestabilite finiscono per suggerire la risposta
anche a chi non ha in realtà niente da dire sull’argomento. Infatti le domande con risposta chiusa non raccolgono le
stesse dimensioni del significato che vengono rilevate da una domanda a risposta aperta. D’altra parte non possiamo
che condividere il pensiero di Selltiz che l’uso di riposte aperte potrebbe risultare un inutile investimento, se il
ricercatore non è poi disposto a dedicare tempo adeguato alla loro analisi.

4.2 I formati delle risposte


Semplificando il panorama esistente, potremmo dire che per rispondere a una domanda vi sono all’incirca una decina di
possibilità (con relative varianti):

1) Dicotomiche, con categorie manifeste in struttura verticale o orizzontale (si/no, vero/falso)


2) Non ordinate, con categorie manifeste (che tipo di diploma? Classico, scientifico, tecnico)
3) Non ordinate, con categorie manifeste a scelta multipla: (quali sono le maggiori difficoltà nel tuo corso di
laurea? Mancano le basi, le lezioni sono difficili, i docenti spiegano troppo in fretta)
4) (Rese) ordinate, con categorie manifeste, in struttura verticale o orizzontale, nelle quali il ricercatore ha
assegnato alle categorie un ordine lungo un continuum, ad esempio il “titolo di studio”, una “scala Likert”. (Per
te è stato utile frequentare le lezioni? Molto utile, Abbastanza utile, Poco utile, Per niente utile). O anche la VAS
(Visual Analogue Scale) con le faccine.
5) Autoancoranti ordinate, con picchetti (categorie manifeste, a volte solo agli estremi della scala), numerati che
variano ad esempio da 1 a 10 (0 per nulla d’accordo____ 10 completamente d’accordo).

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6) Autoancoranti a scelta obbligata (non ordinate, con categorie manifeste) (le persone omosessuali dovrebbero
vivere la propria omosessualità in privato [] [] [] [] [] le persone omosessuali dovrebbero sentirsi libere sempre)
7) Autoancoranti – Differenziale semantico, in cui all’intervistato vengono proposte coppie di aggettivi in
contrapposizione per consentirgli di descrivere i propri sentimenti, autorappresentazioni o opinioni su un
argomento. Com’è il clima in famiglia? Permissivo [ ] [ ] [ ] [ ] [ ] repressivo, democratico [ ] [ ] [ ] [ ] [ ] autoritario,
Pacifico [ ] [ ] [ ] [ ] [ ] violento.
8) Autoancoranti e autografiche, dove l’intervistato traccia su un foglio una retta di lunghezza proporzionale al
gradimento (basso|-------------------alto)
9) Scale di frequenza, dove l’intervistato indica la frequenza in cui un evento è accaduto (Sempre, Spesso, Qualche
volta, Raramente)
10) Casella vuota in cui l’intervistato scrive un numero

4.3 L’influenza delle modalità di risposta


Si è sempre pensato che le scale o le domande fossero solo degli strumenti di raccolta delle informazioni, che attivano la
funzione di rievocazione; per cui l’intervistato elabora un giudizio e poi cerca all’interno dei valori della scala o delle
alternative di risposta quella che considera più vicina alla sua opinione.

Le ricerche sulla differenza tra risposte aperte e chiuse hanno messo in discussione questo assunto. Se si chiede quanto
alcool di è consumato nell’anno precedente, il consumo dichiarato attraverso una domanda a una risposta chiusa è
all’incirca al 60% inferiore rispetto a quanto dichiarato mediante una risposta libera. È più probabile che il dover
scegliere fra categorie precofificate impigrisca l’intervistato e non lo incentivi a pensare con più precisione ai suoi
consumi.

4.3.1. Inquadrare la domanda (framing)


Seguendo Schwarz e Hippler, le modalità di riposta intervengono nella costruzione del significato della domanda, nel
creare un quadro di riferimento interpretativo: se chiedo quante volte ti è capitato di sentirti “fortemente irritato” (o
“realmente felice”) e l’intervistato non può chiedere chiarimenti sul significato di “fortemente irritato”, una scala con
frequenze basse può indurre gli intervistati a cercare nella memoria esperienze di irritazione molto gravi, quindi poco
frequenti. Al contrario, una gamma di frequenze alte (da “Meno di due volte alla settimana” a “diverse volte al giorno”)
induce l’intervistato a considerare arrabbiature minori, relative a piccole cose quotidiane. Per cui la gamma della
modalità di risposta può influenzare l’interpretazione della domanda e cambiar e il significato della domanda. La stessa
domanda combinata con scale di frequenze diverse è probabile che richiami esperienze diverse.

4.3.2 La funzione informativa


Dal momento che vengono usate dall’intervistato per “ancorare” termini ambigui presenti nella domanda, le modalità di
risposta assumono quindi anche una funzione informativa. Schwarz in un noto esperimento ha somministrato a due
gruppi di tedeschi la stessa domanda: quanto tempo al giorno guarda la TV? Con due diversi insiemi di modalità di
risposta. Vi era una distorsione di risposte del 21%. Gli intervistati sono parzialmente influenzati dalla gamma. Poi, le
modalità di risposte non sono formate da categorie del tutto mutualmente esclusive. La modalità di risposta può
procurare un cambiamento di significato nel senso che se i numeri di ore proposte sono molto grandi, c’è un effetto sul
“guardare” la tv che viene a coincidere con la presenza in casa di una tv accesa tutto il giorno. Se invece i numeri sono
molto piccoli, la conseguenza può essere quella di un ascolto attento e concentrato alla trasmissione.

4.3.3 L’euristica della “comparazione sociale”


Questi risultati mostrano come le percentuali siano il prodotto congiunto di diversi fenomeni: uno cognitivo e uno
comunicativo. Per quanto riguarda il primo, se un soggetto si considera uno spettatore medio, tenderà a scegliere una
categoria posta al centro della gamma delle opzioni, senza sforzarsi di ricordare quanto effettivamente guardi la tv
giornalmente. Allo stesso tempo, per quanto riguarda quello comunicativo, le risposte precodificate sono interpretate
come implicite norme sociali, o standard sui livelli di consumo; per cui la scala delle opzioni può essere usata per inferire
il comportamento “normale”. Anche le risposte libere non sono totalmente immuni da questo problema di ordine
comunicativo: se un intervistato deve rispondere liberamente senza parametri di riferimento, forse tenderà a riportare
frequenze di consumo più basse di quelle effettive per paura di risultare deviante.

4.3.4. L’euristica della “comparazione intra-individuale”


La precedente euristica della “comparazione sociale” scatta nel (virtuale) confronto di un intervistato con altri attori
sociali (ecco perché si chiama “sociale”) su un comportamento soltanto (bere, guardare la TV). Quando però
l’intervistato è chiamato a esprimersi su due o più comportamenti (posti in sequenza), e per giunta privati (quindi non

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sociali), pare sia più probabile una “comparazione intra-individuale”. Schwarz e Hippler chiesero a due gruppi diversi di
studenti la frequenza di due comportamenti (masturbazione e rapporti sessuali) seguiti da una domanda sul grado di
soddisfazione per la loro vita sessuale. Anche in questo caso venivano presentate due scale diverse. Seguiva la domanda
sul grado di soddisfazione con una gamma da 1 (per niente soddisfatto) a 10 (molto soddisfatto). Mentre rispondevano,
gli studenti del gruppo A (probabilmente masturbandosi più di una volta ogni sei mesi per l’effetto di inquadramento,
tratto nel par. 4.3.1) si convincevano di masturbarsi troppo, e quindi dichiaravano di essere poco soddisfatti della loro
via sessuale. È infatti discussa la credenza che la masturbazione sia una compensazione di mancanza di relazioni sessuali.
Invece, coloro che rispondevano avendo a disposizione una gamma di opzioni a frequenza alta, si formavano
un’opinione contraria. Per cui la domanda relativa ai rapporti sensuali risultò diversamente influenzata (ricevendo
risposte notevolmente spostate verso l’estremo positivo, quello di maggior soddisfazione).

4.3.5 Anche gli analisti…


Schwarz e Hippler sottolineano che la gamma delle modalità di risposta può influenzare non solo gli intervistati ma
anche coloro che interpretano le risposte. Ad esempio le domande di frequenza di certi comportamenti come andare al
cinema, che prevedono precise modalità di risposta, hanno il difetto di creare artificiosamente una sistematicità nei
comportamenti. Peraltro invitare l’intervistato a rispondere sul comportamento “nella scorsa settimana” dà
ingiustificatamente per scontato il fatto che quella settimana sia rappresentativa del suo comportamento abituale.

4.3.6 Le risposte come eventi contingenti


La tesi che le risposte siano un prodotto contingente delle modalità di risposta si fonda anche su altre considerazioni fra
cui una, molto ovvia, circa l’ampiezza della gamma di quelle categorie precodificate. Se la gamma è composta da quattro
opzioni, gli intervistati si distribuiranno all’interno di queste 4 modalità. Se aggiungiamo altre 3 modalità, gli intervistati
si potranno distribuire lungo sette e alcuni, quindi, cambieranno risposta. Se la considerazione è banale, non lo sono le
conseguenze: la risposta appare quindi come una realizzazione contingente, frutto più della struttura del questionario
che dall’atteggiamento, opinione o comportamento dell’intervistato.

Rimedio: la modalità di risposta “Non ho informazioni sufficienti per valutare” o “Non mi interesso abbastanza” ha reso
socialmente accettabile il non avere un’opinione, invece la categoria “non so” faceva sentire incompetenti o ignoranti gli
intervistati. La categoria non so purtroppo è la più diffusa.

4.3.7 La successione delle risposte: gli effetti della prima o ultima modalità di
risposta all’interno di una scala
Anche l’ordine o successione delle modalità di risposta può avere un effetto sulle risposte. In questi casi fondamentale è
il ruolo svolto dalla tecnica di raccolta delle informazioni: se visiva (per cui l’intervistato può vedere e leggere il
questionario) come avviene nelle rilevazioni autocompilate o anche nelle interviste faccia a faccia nel caso vengano
presentati agli intervistati i cartoncini con riportate le modalità di riposta, oppure uditiva, in cui le categorie vengono
soltanto ascoltate mediante la voce dell’intervistatore, come nei sondaggi telefonici. A seconda del canale attivato
dall’intervistato, possiamo avere differenti comportamenti con distorsioni medio basse. Gli autori ritengono quindi che il
semplice ascolto, come accade nelle indagini telefoniche, aumenti la probabilità che l’intervistato scelga frasi o parole
poste alla fine della lista, mentre la visione aumenta la probabilità della scelta di oggetti posti all’inizio. Questo
fenomeno cognitivo potrebbe in parte spiegare le differenze, spesso notate, che intercorrono tra le risposte ottenute in
interviste faccia a faccia e quelle ottenute in interviste telefoniche.

4.3.8 Gli effetti del contesto sulle risposte


Durante la presentazione di una batteria di item, offerti come modalità di risposta poste in alternativa, può anche
accadere che l’intervistato esprima opinioni simili scegliendo però risposte diverse (fenomeno della “falsa divergenza”).
Più che un caso di incoerenza potremmo trovarci davanti a un effetto del contesto della risposta. L’aver riflettuto sul
significato della modalità di risposta in questione, quella da lui appena scelta, può averlo indotto a non scegliere più
quella modalità di risposta nell’item successivo (ecco l’effetto del contesto) pur manifestando verbalmente un’opinione
simile a quella precedente. Quindi la riflessione sulla modalità di risposta, avvenuta mentre rispondeva all’item
precedente, fornisce un quadro di riferimento semantico per la risposta successiva.

Rimedio: la soluzione solitamente è quella di ruotare casualmente l’ordine delle modalità di risposta.

4.4 La semantica delle modalità di risposta


Il movimento CASM ha dedicato molto sforzi nello studiare i meccanismi cognitivi attivati dalle domande, frasi-stimolo
(item) e modalità di risposta. Minor attenzione è stata dedicata alla comprensione di queste ultime da parte degli

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intervistati. Un problema non meno rilevante che presenta almeno due aspetti: il (mai provato) assunto
dell’equidistanza delle modalità di risposta e la loro polisemia.

4.4.1 La semantica delle modalità di risposta


Questo aspetto di tipo cognitivo-semantico riguarda la percezione che gli intervistati hanno delle relazioni fra i termini
usati come modalità di risposta. Il problema nasce a metà degli anni 20, quando si fece strada l’idea che anche proprietà
meramente psichiche (e non fisiche, come si era pensato fino a quel momento) come i valori e gli atteggiamenti
potevano essere concepite come della continua sui quali ogni individuo aveva una posizione, rivelabile attraverso una
serie di stimoli, domande, collocati anch’essi lungo quel continuum. Thurstone propose una tecnica che divideva il
continuum di un atteggiamento (pro o contro un determinato argomento) in dieci intervalli supposti uguali. Questa
tecnica, nota come EAI (Equal Appearing Intervals) fu reificata da Stevens come “scala a intervalli”. Ci sono due modi per
stabilire l’unità di misura con cui dividere il continuum: lasciar fare agli intervistati o ai ricercatori.

4.4.2 La decisione dell’intervistato


Nel primo caso ricadono il “termometro dei sentimenti”, il “differenziale semantico”, le “scale autoancoranti”, la
versione originaria della VAS. In questo primo caso la distorsione potrebbe essere molto grave: se due soggetti scelgono
la stessa posizione, non abbiamo alcuna garanzia che il loro status sulla proprietà che si vuole misurare sia lo stesso.
Alcuni intervistati usano tutto l’arco dei punteggi da 0 a 100, altri solo i punteggi centrali. Non dipende solo da come
ciascuno fissa gli estremi ma anche da caratteristiche psicologiche (pessimismo/ottimismo, sicurezza/insicurezza). Per
cui scale autoancoranti non riducono le distorsioni del contesto e non aumentano la validità della valutazione.

4.4.3 La decisione del ricercatore


Non meno grave, però, potrebbe essere la distorsione quando è il ricercatore a stabilire l’unità di misura, con cui
dividere il continuum; specie se questa unità di misura rimane tacita, cioè non adeguatamente comunicata agli
intervistati. Questo fenomeno emerge molto chiaramente da una comparazione fra due diverse scale, compiuta da
Amisano e Rinaldi su complessivamente 1362 intervistati. La prima scala consentiva sette modalità di risposta poste su
un regolo con 25 picchetti (Compl. contrario|_I_|_I_|_I_| compl. d’accordo), mentre la seconda scala prevedeva
sempre l’uso delle (quasi) medesime sette modalità di riposta senza collocarle sul regolo, come si fa generalmente nelle
survey (molto contrario[], abbastanza contrario [] …).

L’analisi delle corrispondenze applicata alle risposte ha mostrato che gli intervistati non percepiscono come uguali gli
intervalli tra le modalità di riposta. Per esempio, nella presentazione senza regolo, molti intervistati consideravano le tre
modalità di riposta relative all’area delle contrarietà (molto, abbastanza e un po’) come molto vicine o addirittura
intercambiabili tra loro. Allo stesso modo anche gli intervalli tra “un po’ d’accordo, abbastanza d’accordo e molto) non
erano uguali: “un po’” e “abbastanza” erano percepiti come più vicini, mentre “molto” era percepito come molto
distante dall’ultima categoria.

Questo risultato non è tanto straordinario, poiché mentre è ragionevole attendersi che la categoria 50 sia vista come
equidistante da 45 a 55, non c’è ragione per cui si debba credere che agli occhi della gente “un po’ d’accordo” appare
equidistante da “abbastanza d’accordo” e da “incerto”. Qui è l’equidistanza a dover essere provate. Amisano e Rinaldi
hanno invece scoperto che l’uso delle modalità di riposta inserite nel regolo riduce gli errori di risposta e aiuta gli
intervistati ad assegnare intervalli abbastanza regolari fra le modalità di risposta.

Rimedio: il regolo: l’ausilio grafico ha parzialmente risolto alcune distorsioni cognitive e semantiche, l’analogia spaziale
rende meno ambigua la comunicazione tra ricercatore e intervistati.

Quando invece le modalità di risposta non sono state ancorate sul regolo, si è prodotta una rilevante confusione.

4.4.4. La polisemia delle modalità di risposta


Spostandoci dal livello cognitivo a quello più propriamente semantico, moltissimi autori hanno documentato
l’inesorabile esistenza di una vasta polisemia delle modalità di risposta. Kahn e Cannell descrivevano un episodio in cui
la modalità di risposta “buono” scelta da 4 intervistati, assumeva 4 significati diversi.

Scale di frequenza relativa


Hakel replicò a una ricerca di Simpson riguardante la percezione di venti termini indicanti frequenza (come “sempre”,
“molto spesso”, “spesso”, “mai) confermando la presenza di un’estesa polisemia di questi termini. Groves ritiene le
scale di frequenza relativa meno attendibili delle scale di frequenza assoluta, nonostante anche queste ultime siano
soggette a distorsioni.

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Prendiamo ad esempio la domanda “quanto spesso vai in chiesa” e confrontiamo le risposte: mai, a Natale e Pasqua,
una volta al mese”. Assegnando le etichette 1, 2, 3, ignoreremmo il messaggio affidato a quel rigido “mai” che dovrebbe
essere differenziato dall’atteggiamento più possibilista manifestato dalle altre due risposte. Si produce così un effetto
perverso:

se coloro che rispondono “sempre” all’affermazione “genitori e figli discutono assieme quando occorre prendere dei
provvedimenti severi nei confronti dei figli” si può ritenere che appartengano a una famiglia democratica ed egualitaria;
non altrettanto si può dire di quelli che rispondono che sono “sempre” i figli a decidere in famiglia. In quest’ultimo caso
non si è in presenza di un modello di adattabilità, ma rigidità. Eppure il punteggio dei due item potrebbe essere 5+1 in
un intervistato e 1+5 nella ‘altro: due punteggi uguali riferibili a situazioni familiari opposte. In definitiva cosa si possa
nascondere sotto un punteggio sintetico è assai difficile dirlo.

4.4.5 I significati delle modalità di risposta


In tempi recenti sono poche le ricerche realizzate con l’obiettivo di indagare i significati delle modalità di risposta.
Eppure essi sfuggono agli accertamenti condotti mediante controlli standardizzati e possono emergere solo attraverso
l’ascolto e l’analisi (qualitativa) dei commenti fatti dagli intervistati mentre scelgono la modalità di risposta.

Attraverso l’analisi del discorso (delle trascrizioni di 80 interviste standardizzate a insegnanti, categoria sociale molto
scolarizzata) è stato possibile ricostruire i significati di quattro modalità di risposta tipiche usate dai partecipanti per
definire le loro “relazioni di lavoro” (Gobo). L’intervistatore poi chiedeva: cosa intende per…? L’analisi linguistica ha
rilevato:

- 5 differenti significati per “Molto soddisfacente


- 15 differenti significati per “abbastanza soddisfacente”
- 6 differenti significati per “abbastanza insoddisfacente”
- 5 differenti significati per “molto insoddisfacente”

I 15 significati per “abbastanza soddisfacente” la modalità di risposta risultata più ambigua furono:

- Una media (fra tutte le relazioni con gli allievi)


- Parziale (pensando solo una fetta di persone, gli allievi)
- Senso di giustizia nei confronti di alcuni allievi
- Di non sbilanciarsi, non voler dire cosa si pensa
- Dialettici e costruttivi
- Indifferenti o neutrali
- Superficiali
- Conflittuali
- …
- Per esclusione delle altre tre modalità (la modalità di risposta veniva scelta perché non piacevano le altre tre)

4.5 La pragmatica delle modalità di risposta


La causa di questi significati multipli non è solo semantica (nel senso che le modalità di risposta sono interpretate in
modo diverso dagli intervistati), ma anche pragmatica: gli intervistati usano le modalità di risposta per particolari scopi
pratici e comunicativi. Come Cicourel e altri hanno già affermato, le interviste sono interazioni diadiche che avvengono
all’interno di una situazione sociale inserita in un contesto particolare. Mediante l’intervista i partecipanti si scambiano
significati indessicali, contestuali e localmente situati. Di conseguenza l’interazione trasforma un evento
apparentemente informativo in un’attività comunicative: gli intervistati soppesano i loro stati interni (opinioni,
emozioni, atteggiamenti) con i modelli culturali (convenzioni sociali, norme e valori). Questi modelli culturali e le loro
espressioni sociali plasmano la scelta della modalità di risposta da parte dell’intervistato. Questo spiega come nel par
4.4.5 modalità di risposta positive (come molto soddisfacente e abbastanza soddisfacente) possono essere usate per
camuffare sentimenti negativi, per particolari scopi comunicativi e pratici.

4.6 Modalità di risposta e comunità linguistiche


Il fenomeno dei “significati multipli” delle parole è ancora sottovalutato dai metodologi. Tuttavia esso è molto diffuso e
presente in ogni società contemporanea, per almeno due ragioni:

1) La crescente presenza di migranti, che non sono pienamente competenti nella lingua locale in cui sono scritti i
questionari

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2) La diffusione e persistenza dei dialetti

Per cui usare modalità di risposta identiche (standardizzate) per tutto il territorio nazionale può risultare innaturale a
una quota non irrilevante di intervistati. Si pensi che in Africa vi sono 510 lingue. Nell’usare una scala con sette modalità
di risposta da “estremamente felice” a “estremamente infelice” la Nigeria risulta il paese con il più alto tasso di felicità
fra i 65 paesi. Tuttavia questa posizione è abbastanza surreale dati gli attuali tassi di violenza, povertà e migrazione.

4.7 Ricercatori versus intervistati? Riconciliare due realtà separate


Il grado di coincidenza tra i significati assegnati dai ricercatori (alle modalità di risposta, domande e item) e quelli
attribuiti dagli intervistati è tutt’altro che soddisfacente. Esso è un problema metodologico rilevante dal momento che
“scegliendo di esaminare un problema per mezzo di domande chiuse, il ricercatore afferma, implicitamente, di essere in
possesso delle informazioni essenziali attorno al grado di conoscenza dell’interessato o della sua competenza in quel
campo. Tuttavia senza un buon grado di corrispondenza tra i concetti del ricercatore e quelli dell’intervistato, la validità
dei risultati è dubbia in quanto “possiamo interpretare correttamente le risposta soltanto quando conosciamo il quadro
di riferimento che l’intervistato sta usando”. Invece molti ricercatori sembrano indifferenti all’argomento e hanno risolto
il problema del significato semplicemente... eliminandolo.

4.7.1 Quadri di riferimento multipli, significati multipli


Le domande, gli e le modalità di risposta non possono essere portatori di significati univoci per almeno tre motivi:

1) A livello cognitivo, tra il termine presente nella frase-simbolo ei l referente che tale termine (nelle intenzioni del
ricercatore) dovrebbe evocare si situano le interpretazioni degli intervistati (i quali appartengono a comunità
linguistiche e culture spesso diverse da quella del ricercatore).
2) In secondo luogo, il significato di una modalità di risposta non è necessariamente stabile, ma può essere
sensibile alle caratteristiche dell’item specifico, oggetto della valutazione dell’intervistato. Infatti gli intervistati
spesso si affidano non solo alla formulazione della domanda e alle etichette verbali. In particolare essi
raccolgono informazioni dall’intera forma grafica della scala, dalla posizione di ciascuna categoria in relazione
alle altre, e da ogni etichetta numerica che può essere usata.
3) Infine, numerosi problemi comunicativi (pragmatica) possono intervenire durante le fasi di processo della
risposta, modificando quelli che erano gli intenti del ricercatore.

Se l’errore e la on coincidenza dei significati dei parlanti caratterizza l’intera comunicazione umana, questo avviene in
misura maggiore nelle situazioni di ricerca, dove le procedure standardizzate precludono retroazioni e correzioni. Per cui
accanto a un’improbabile corrispondenza perfetta tra schemi concettuali del ricercatore e quelli dell’intervistato,
possiamo avere molte altre situazioni:

a) Gli stereotipi dell’intervistato sono più semplici di quelli dello studioso, il quale nell’analisi dei dati rischia di
attribuire all’intervistato concetti che quest’ultimo non poteva pensare;
b) Gli stereotipi del ricercatore si sovrappongono solo in parte a quelli dell’intervistato
c) Gli stereotipi dell’intervistato sono più ampli e complessi di quelli dello studioso, il quale non riesce a cogliere la
ricchezza dei concetti dell’intervistato.

4.8 Conclusioni
Con questo capitolo abbiamo terminato l’indagine sui principali problemi cognitivi che intervengono durante la
presentazione di un questionario. In particolare abbiamo indagato le domande (cap.3) e le risposte (cap.4).

Cap. 5 Processi comunicativi


Nei capitoli precedenti siamo partiti dagli stimoli (domande, item, modalità di risposta e configurazioni grafiche) per
studiare i ragionamenti degli intervistati. Ora faremo il percorso opposto: partiremo dalle emozioni, convenzioni sociali
e valori degli intervistati, per farli interagire con gli stimoli. Il passaggio dal cognitivo al comunicativo non è un
movimento “discreto” ma un “continuo”, senza cambiamenti bruschi. L’anello di congiunzione tra il (prettamente)
cognitivo e il (prettamente) comunicativo è dato dagli stati psichici dell’interazione, ovvero dalle emozioni.

- Problemi cognitivi = tipici del questionario


- Problemi comunicativi = riguardano solo alcune categorie

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5.1 Gli stati psichici dell’interazione


Non solo le condizioni fisiche e mentali influenzano le prestazioni di un soggetto durante un test di abilità, ma anche le
fluttuazioni di umore possono condizionare le risposte. Come già nelle interazioni sociali, anche nell’intervista con
questionario le emozioni (simpatia e antipatica, euforia e tristezza, attrazione e repulsione) sono legate a stati di
stanchezza, indisposizioni, noia, fretta e nervosismo.

Abbandonata l’idea positivista che si possono separare le emozioni dalle risposte, mettendo “sotto vuoto” l’intervista, si
tratta allora di decidere: quale grado di influenza degli stati psichici sia accettabile per classificare un dato come fedele?
Con una scala (fedele/non gravemente infedele/gravemente infedele)., oppure di probabilità
(sicuramente/forse/probabilmente)?

5.1.1 La voce delle emozioni


Nelle interviste telefoniche la voce è una risorsa fondamentale per gli intervistatori (Gobo). Diverse ricerche hanno
documentato come una voce impostata, capace cioè di assumere diversi timbri, riduca la percentuale dei rifiuti a
concedere un’intervista. Infatti molte persone possiedono stereotipi basati sulla voce, per cui attraverso a essa tendono
a immaginarsi tratti personali dell’interlocutore. Per cui, nella scelta degli intervistatori, il reclutatore dovrà prestare
attenzione anche alle loro caratteristiche vocali. La stanchezza, ansia, fretta, noia, apatia causata da un brutto
questionario, possono generare risposte superficiali, cercate nell’intervistato fra quelle più immediate e facili. Infine la
lunghezza del questionario, insieme alla pedanteria delle domande, è sicuramente una delle maggiori responsabili di
questi stati emotivi.

Anche l’intervistatore…

Le fonti psichiche delle distorsioni agiscono non solo sull’intervistato ma anche sull’intervistatore che, effettuando
diverse interviste nell’arco della giornata, deve pazientare con intervistati pignoli, antipatici, scortesi o poco educati,
oppure poco abituati allo stile comunicativo del questionario, con noti fenomeni di “transfert” (dell’intervistato
sull’intervistatore) e all’opposto di controtransfert. In questi casi è ragionevole (oltre che umano) ipotizzare che
l’intervistatore cercherà di porre fine al più presto alla situazione spiacevole, dedicando meno cura alla lettura delle
domande e meno attenzione alle risposte.

5.1.2 L’umore
L’umore gioca un ruolo tutt’altro che marginale ad esempio nelle ricerche sulla qualità della vita, infatti la
rappresentazione delle proprie condizioni di vita è soggetta a cambiamenti di umore. In un sondaggio CATI gli intervistati
manifestavano una generale maggior soddisfazione della vita quando venivano chiamati nei giorni di sole anziché in
giorni piovosi. Le domande a risposta chiusa, invece, risultano irritanti per persone particolarmente interessate a dare
un apporto originale alla ricerca, generando sensi di frustrazione e reazione in chi ha un’opinione ma non può
esprimerla.

5.1.3 Deferenza e compiacenza


L’intervista è un’attività cerimoniale, in cui intervistatore e intervistato si attribuiscono reciprocamente una certa
sacralità manifestata e confermata con atti simbolici. Una componente basilare di questa attività cerimoniale è la
deferenza: con essa si esprime regolarmente a una persona il proprio apprezzamento nei suoi confronti e nei confronti
di qualcosa di cui questa persona (nel nostro caso l’intervistatore) è assunta come simbolo, estensione o agente.
L’intervista, inoltre, è solitamente un evento subìto dall’intervistato, è quindi ragionevole pensare che egli cerchi di
trarre qualche soddisfazione dall’incontro. A tal fine il comportamento dell’intervistatore costituisce una delle più
importanti gratificazioni offerte dalla situazione di intervista. Se, in generale, uno dei motivi estrinseci per comunicare
con un’altra persona è il desiderio di influenzar in qualche modo, l’intervistatore può essere percepito come una
persona che può essere manipolata a proprio favore, per ottenere un cambiamento. Infatti a ogni intervistatore sarà
certamente capitato di essere erroneamente percepito come un membro dell’organizzazione committente la survey
(Ministero, Comune) e di conseguenza di ricevere richieste improprie dall’intervistato, per poter trarre un vantaggio.

Oltre al desiderio di influenzare o ottenere favori, è stato più volte riscontrato negli intervistati il desiderio di
compiacere l’intervistatore. Anche in assenza di vistosi segnali di approvazione o disapprovazione, l’intervistato si forma
comunque una certa immagine dell’intervistatore, che può condizionare (più o meno marcatamente) le sue risposte. La
compiacenza assume in fine un ruolo rilevante anche nei campionamenti non probabilistici, dove la libertà di scelta
lasciata all’intervistatore lo induce a chiedere agli amici di reperire le persone da intervistare, le quali risponderanno per
fare un favore all’intermediario.

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5.2 Le convenzioni sociali


Le convenzioni sociali sono accordi taciti che vengono seguiti abbastanza passivamente e inconsapevolmente dalla
maggioranza delle persone. Esse vengono utilizzate per orientare e dare senso alla propria azione e a quella altrui; per
cui le convenzioni sociali influenzano anche gli stili di risposta dell’intervistato.

5.2.1. L’acquiescenza nei confronti delle domande


La “tendenza all’acquiescenza” (yea-saying), cioè quell’atteggiamento remissivo che spinge ad aderire o dichiararsi
d’accordo con gli item, è un fenomeno a metà strada tra i transitori psichici dell’intervistato e le stabili convenzioni
sociali. Essa si manifesta in due fenomeni delle survey di massa: il “response set” e la tendenza a scegliere modalità di
risposta poste agli estremi di una scala “estreme response style”.

Response set

Si definisce response set una serie di risposte identiche date agli item di una batteria, indipendentemente dal loro
contenuto. Le scalee Likert, prevedendo identiche modalità di risposta per lunghe batterie di item, tendono a produrre
stili di risposta acquiescenti. Lentz fu il primo a sollevare il problema, molto dibattuto degli anni 50 e 60 in seguito alle
critiche e perplessità suscitate dalla famosa scala F (o scala di fascismo) impiegata da Adorno nel celebre studio sulla
personalità autoritaria. Dal momento che la scala si correlava positivamente con altre scale contenenti item opposti a
quelli propri della scala F, molti autori si chiesero quale proprietà venisse rilevata dalla scala F: l’autoritarismo o
l’acquiescenza? Ciò spiega la relazione tra response set e organizzazione in batteria delle domande, causa stranamente
trascurata in letteratura, e la scarsa affidabilità delle risposte raccolte con lunghe batterie di item.

Le cause dello stile di risposta acquiescente sono state da tempo individuate: sono di tipo cognitivo, psicologico,
sociologico e situazionale (McKennel):

1) Cognitivo: dipende dal fatto che gli argomenti degli item sono lontani dall’esperienza dell’intervistato. Anche le
modalità di risposta talvolta sono lontane dai modi e dalle parole usate quotidianamente dall’intervistato per
manifestare il suo accordo o dissenso.
2) Psicologico: alcuni intervistati manifestano caratterialmente una propensione all’assenso piuttosto che al
dissenso.
3) Sociologico: è stato documentato l’esistenza di una relazione sia tra la tendenza all’acquiescenza e grado di
istruzione, sia tra acquiescenza e appartenenza a gruppi sociali “marginali”. Hare e Bachman affermano che la
propensione a scegliere modalità di risposta poste agli estremi delle scale (soprattutto modalità positiva
“completamente d’accordo”) abbia origini sociali più che scolastiche. Dipende poi dal livello di istruzione ecc:
“pienamente d’accordo” è stata scelta dal 51% di quelli con le elementari, 33% medie, 26% diplomati e 14%
laureati.
4) Situazionali: l’intervistato scopre presto che il dichiararsi d’accordo con tutti gli item che vengono sottoposti è il
modo più rapito e sicuro per sbrigarsela senza contrariare nessuno.

Per ridurre la tendenza a fornire risposte acquisenti, Likert suggeriva che ogni batteria contenesse, in ugual misura e
alternati, item favorevoli e sfavorevoli al tema indagato: polarità invertita. In letteratura sono stati individuati tre tipi di
contrapposizione semantica fra coppie di item:

- Generica (“è bene comportarsi come fanno gli altri”; “non bisogna retrocedere a nulla quando si difendono le
proprie idee).
- Specifica (“i sindacati sono la rovina dell’Italia” e “i sindacati sono indispensabili al buon funzionamento della
società”);
- Logica (“l’aborto è un omicidio” e “L’aborto non è un omicidio)
o In genere due item posti in contrapposizione semantica generica non avranno alcun termine in comune o ne
avranno pochissimi.
o Due frasi poste in contrapposizione semantica specifica avranno alcuni termini in comune;
o Nella contrapposizione logica, le due frasi avranno quasi tutti i termini in comune.

Tuttavia non sempre questo comportamento di risposta è guidato dall’indifferenza o dal non voler fare fatica; a volte è
lo sbocco naturale del non riuscire a trovare nel questionario modalità di risposta adeguate alle proprie opinioni o
situazioni.

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5.2.2 Le risposte negative


In letteratura le risposte negative (nay-saying) hanno ricevuto poca attenzione, poiché sono in percentuale minore. Per
cui risposte di “accordo” non sembrano potenzialmente equiparabili a quelle di “disaccordo”: scegliere una risposta
positiva o negativa non è (sociologicamente e psicologicamente) la stessa cosa, poiché assentire è più facile che
dissentire. Infatti quest’ultimo atto è interazionalmente molto più imbarazzante, tant’è che spesso l’intervistato fa
seguire un commento di giustificazione (Gobo). Non a caso le persone più istruite sono quelle più inclini a usare
modalità di risposta negative. L’asimmetria fra risposte positive e negative è già emersa in Amisano e Rinaldi (1988):
mentre gli intervalli tra le modalità di risposta positiva erano percepiti dagli intervistati come equidistanti, così non è per
le modalità di risposta negative.

Rimedio: la ponderazione: se si volessero trovare rimedi standardizzati a questa distorsione, le risposte negative
dovrebbero essere ponderate e ricevere punteggi più alti delle risposte positive.

5.2.3 L’accettabilità sociale delle risposte


Nei rapporti quotidiani l’individuo (Goffman, “giochi di faccia”) generalmente cerca di offrire un’immagine positiva di sé.
Non c’è alcuna ragione per credere che ciò non avvenga anche nelle situazioni di intervista. Infatti la propensione a
fornire anche nell’intervista l’immagine “socialmente più accettabile” è stata da tempo rivelata e documentata.
L’accettabilità sociale delle risposte e l’acquiescenza sono tuttavia fenomeni distinti, anche se contigui. Mentre la
tendenza all’acquiescenza è connessa principalmente alla forma di presentazione delle domande (cioè in batteria di
item), l’esigenza di conservare la faccia ha a che fare sia con il contenuto delle domande che con la necessità di dare
comunque una risposta, anche su argomenti che non si conoscono. Chi si sente minoranza tende a rinchiudersi in sé, a
non esprimere pubblicamente la sua opinione personale. Noelle-Neumann l’ha chiamata “spirale del silenzio”, questo
avviene perché la situazione di intervista viene considerata dall’intervistato come una situazione pubblica, ufficiale, in
cui è opportuno esibire determinate opinioni piuttosto che altre (ritenute censurabili o socialmente poco accettabili) che
uno potrebbe esprimere solo in una situazione informale. Questo spiega anche l’uso di modalità di risposta positive pur
di non dichiarare la propria insoddisfazione. Queste distorsioni prodotte dall’accettabilità sociale delle modalità di
risposta possono prodursi non soltanto con domande d’opinione, ma anche con domande socio-demografiche. È nota,
infatti, la tendenza degli intervistati di auto collocarsi nella “classe media” anche se appartengono a classi inferiori.

Argomenti delicati e minacciosi

Il rischio di domande socialmente accettabili è particolarmente alto nel caso di domande delicate, quelle che gli
intervistati percepiscono come intrusive, che sollevano timori al riguardo di potenziali ripercussioni nel confidare
un’informazione. Nella vita dei rispondenti i comportamenti sono organizzati in modi schematizzati socialmente, e ciò
influenza quanto importante sia il comportamento per il rispondente, con quale frequenza e regolarità il
comportamento è adottato, la somiglianza o diversità da un altro comportamento. Infine gli argomenti delicati sono
molti e variano a seconda del contesto culturale.

Comportamenti sessuali

Il tema dei comportamenti sessuali e le pratiche di contraccezione e ridiventato molto rilevante verso la fine degli anni
80 a seguito della diffusione dell’AIDS, anche se, a detta di Coxon, la tecnica di indagine più adatta non sembra essere il
questionario. In particolare le domande a risposta chiusa sulla frequenza dei rapporti sessuali hanno un’implicita
distribuzione logaritmica, che induce a sottostimare il fenomeno, così come il numero di partner. Inoltre secondo Smith
vi è una combinazione di sovrastima maschile e sottostima femminile.

Fornire formazioni inesatte (misreporting)

Secondo Tourangeau il sottostimare è comune nel caso di atteggiamenti estremi e impopolari (soprattutto quelli
maschilisti), sensibili (droghe illegali) e consumo di alcol, fumo, aborto ecc. Al contrario la sovrastima è comune nel
votare, pratica religiosa e comportamenti sessuali.

L’esercizio del voto

Ad esempio negli USA (dove i cittadini vanno a votare in percentuali inferiori che in Europa, la tendenza a esagerare la
partecipazione al voto di aggira intorno al 30%; invece coloro che hanno votato e si dimenticano di dirlo nell’intervista
sono generalmente il 5%. Invece in Italia, dove la stessa norma sociale è più forte, la percentuale di esagerazione è
molto superiore 55%. La tendenza a esagerare la propria partecipazione al voto è soltanto in piccola parte un problema

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cognitivo (non ricordare); nella maggior parte dei casi si tratta di un problema comunicativo: gli intervistati mentono
deliberatamente perché vogliono evitare lo spiacevole stigma di cattivi cittadini.

Perché è importante saperlo prima? Le previsioni sull’esercizio del voto

Nelle competizioni elettorali e referendarie, sapere con precisione se e quante persone andranno a votare può essere
importante per impostare determinate strategie. Infatti, se il tasso di voto è molto alto, certi partiti potrebbero trarne
beneficio, altri un danno. Così come per i quorum 50%+1.

5.2.4 Le opinioni inventate


Per reazione all’imbarazzo, oppure per deferenza, diffidenza o anche orgoglio, l’intervistato può dissimulare
un’opinione. In una ricerca diretta da Gobo nel 2005, in cui si sottoponeva a un migliaio di intervistati un elenco di
sostanza (sia legali che illegali) chiedendo (per ciascuna) se fosse da considerarsi o meno una droga, furono introdotti
due prodotti inesistenti: il creep e il rentospin. Ebbene essi furono considerati droghe rispettivamente dal 25% e dal 5%
degli intervistati.

Questo fenomeno, oltre a essere un artefatto del questionario, è anche frutto di due interventi metodologici abbastanza
problematici. In primo luogo, questi esperimenti non sono sempre tecnicamente corretti, dal momento che usano
termini che potrebbero risultare fuorvianti; ad esempio gli intervistati possono confondere “creep” con “trip” (un
termine generale associato all’uso di droghe) oppure Pireneai con Pirenei. In secondo luogo, gli intervistati forniscono
un giudizio perché, applicando le convenzioni tacite della comunicazione quotidiana, essi non si aspettano di essere
interrogati su argomenti inesistenti, perché tale comportamento violerebbe il principio della condotta cooperativa da
parte dell’interlocutore.

Rimedio. Per evitare queste opinioni superficiali, i ricercatori usano frequentemente il filtro della modalità di risposta
“nessuna opinione”.

5.3 Risposte e caratteristiche socio-demografiche degli intervistati


La letteratura metodologica ha solitamente classificato le caratteristiche socio-demografiche che influenzano
l’andamento di un intervistato sotto la voce “effetti dell’intervistatore”, dimenticando che anche le caratteristiche
dell’intervistato possono produrre effetti sull’andamento dell’intervista. Tuttavia questa visione strutturalista,
meccanicista, dimentica che i partecipanti sono soggetti attivi che possono disattendere o modificare le aspettative del
ricercatore: se un intervistato di status sociale basso potrebbe trovarsi a disagio con un intervistato di status superiore.
Invece, i metodologi d’impostazione comportamentista si sono affannati non soltanto a standardizzare il
comportamento dell’intervistatore, ma anche le sue caratteristiche socio-demografiche. E, invece di agire sul
questionario, si è preferito agire sull’intervistatore. Dagli anni 80 l’attenzione per le caratteristiche socio-demografiche
dell’intervistatore sembra essersi ridotta: sia perché le molte ricerche sull’argomento hanno prodotto risultati incerti, sia
per effetto della “svolta cognitiva” che si è maggiormente concentrata sugli aspetti testuali del questionario.

5.3.1 Etnie e differenze religiose


A partire dagli anni 20 i ricercatori americani hanno studiato gli effetti che l’etnia dell’intervistatore può avere sulle
risposte dell’intervistato. Secondo una ricerca post WW2 (Hyman), i neri erano più riluttanti a esprimere agli
intervistatori bianchi il loro risentimento per la discriminazione da parte dei datori di lavoro o sindacati. Anche altri studi
hanno sollevato il problema degli effetti razziali.

Il contesto

L’influenza però non è da attribuire interamente all’etnia dell’intervistatore. Hyman, relativamente alla ricerca
precedentemente citata, richiama l’attenzione anche sugli effetti del contesto socio-culturale dell’intervista, ricordando
che le interviste erano state effettuate in una città del Sud dove la paura degli euroamericani era maggiore. Lo studio
analogo fatto a NY mostrava risultati diversi. L’importanza del contesto socio-culturale, più che dell’etnia
dell’intervistatore, è stata sottolineata anche da Price e Searles: l’effetto della razza dell’intervistatore era rilevante
soltanto nelle zone rurali. Le osservazioni di Hyman, Price e Searles inducono quindi a contestualizzare il fenomeno
trasformandolo in un problema metodologico contingente, relativo alle convenzioni sociali proprie di uno specifico
contesto socio-culturale, piuttosto che considerarlo un fenomeno meccanico e strutturale.

Domande e intervistati afroamericani

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La riflessione metodologica è quindi giunta, seppur lentamente, a ridimensionare la portata delle distorsioni prodotte
dall’etnia dell’intervistatore e a non considerare meccaniche e automatiche bensì legate:

a) Al contesto
b) Alle specifiche domande
c) Al tipo di intervistato.

Gli intervistati euroamericani

Abbiamo quindi due risultati interessanti e complementari: nella ricerca di Williams (1964) gli afroamericani con un
reddito alto sembrano non subire l’influenza dell’intervistatore euroamericano, mentre nella ricerca di Hatchett e
Shuman gli euroamericani con un alto livello di istruzione appaiono essere influenzati dalla presenza dell’intervistatore
afroamericano. Anche in questo caso, quindi, il fenomeno ha natura culturale e non è un effetto automatico dell’etnia
dell’intervistatore.

Le minoranze etniche

Alla ricerca di convenzioni sociali relative alle etnie è improntato un bel lavoro di Bronner. Prestando attenzione ai
problemi che s’incontrano nell’intervistare le minoranze etniche residenti in Olanda (marocchini, turchi, italiani,
spagnoli), l’autore aveva notato che gli olandesi erano più facilmente reperibili il lunedì e il martedì, mentre i turchi e i
marocchini il fine settimana. Gli olandesi si distinguevano per il più alto tasso di rifiuti a concedere un’intervista, mentre
i turchi erano quelli più disposti a farsi intervistare.

Anche il concetto di “privato” è diverso da cultura a cultura, e per evitare l’imbarazzo i manuali consigliano di porre le
domande relative al reddito a fine questionario. Al di là delle prevedibili difficoltà di comprensione delle domande, con
alcuni gruppi i rituali di presentazione e commiato richiedono più tempo. Per questi motivi, da più parti, si sottolinea la
necessità di impiegare, in società interculturali, intervistatori capaci di interagire culturalmente con tutti gli intervistati.

5.3.2 Genere
Sorprendentemente non sono state riscontrare relazioni stabili tra le reazioni dell’intervistato e il genere
dell’intervistatore, nemmeno su temi che coinvolgono da vicino l’intervistato stesso. Hyman aveva notato che le donne,
alla domanda se avessero visto un certo film, davano un numero minore di risposte affermative quando erano
intervistate da uomini che quando erano intervistate da donne. Benney, Riesman e Star, basandosi sui resoconti di
intervistatori uomini e donne, avevano rilevato che le donne erano meno sincere nelle risposte quando venivano
intervistate da uomini. Anche Warren e Rasmussen notavano che gli intervistati dicevano cose diverse ai ricercatori e
alle ricercatrici. Le risultanze empiriche, tuttavia, sono nel complesso ancora troppo incerte per poter trarre la
conclusione che il genere dell’intervistatore influenza le risposte dell’intervistato.

5.3.3 Lo status sociale


Anche relativamente agli effetti dello status sociale dell’intervistatore sulle risposte le risultanze empiriche sono incerte
e contraddittorie. Byrne ha notato che le persone preferiscono parlare con intervistatori del loro status. Tuttavia altre
ricerche non sono giunte a risultati altrettanto chiari. In generale si conclude che on sembra esserci alcuna ragione per
aspettarsi a priori che meccanismi cognitivi siano influenzati dallo status sociale. Appaiono invece più legati alle
esperienze socio-cognitive degli intervistati.

5.3.4 L’istruzione
I livelli di scolarità degli intervistati sono forse la caratteristica più importante da tener presente per un uso appropriato
del questionario. Galtung diceva che il questionario era uno strumento del mondo occidentale, inventato dalla classe
media per la classe media; quindi era poco adatto a studiare le classi inferiori e superiori. Non è affatto un caso che nei
confronti di manager, politici e professionisti, la ricerca sociale generalmente preferisca utilizzare interviste discorsive,
quasi per timore che il questionario possa infastidire l’intervistato: infatti i membri delle élite sono restii ad accettare le
imposizioni conversazionali dettate dal questionario. La survey tradizionale infatti richiede un particolare tipo di
intervistato, appartenente a una società industriale sviluppata, con una certa cultura, con determinate capacità
interazionali e linguistiche, con un certo savoir-faire e, non ultimo, un buon livello di istruzione.

La situazione europea

Se un requisito fondamentale per un’adeguata comprensione del questionario, è un discreto livello di istruzione,
possiamo chiederci quanti siano gli intervistati che lo possiedono. Ovviamente dipende dai Paesi, ma generalmente gli

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intervistati con questo requisito non sono la maggioranza. Gli intervistati con istruzione molto bassa incontrano grosse
difficoltà nell’usare le scale di Likert: ad esempio non riescono a pensare in termini di grado di consenso/dissenso,
favore/sfavore; sono capaci di concettualizzare un argomento solo come vero/falso o giusto/sbagliato. Nella sua ricerca,
Lanzetti rileva che il fenomeno delle “risposte incongruenti” riguarda la quasi totalità degli intervistati meno scolarizzati.

La situazione italiana

I questionari sono scritti in italiano. Osservazione banale. Certamente meno banale chiedersi quanti siano in grado di
parlare e comprendere bene l’italiano. De Mauro nella sua ricerca su istruzione e lettura, diceva che il 16% della
popolazione italiana non capiva e non si sapeva esprimere in italiano.

Anche i laureati..

Gasperoni e Giovani hanno documentato come i laureati siano gli unici a usare correttamente le scale Likert e forniscano
il livello più basso di pattern incongruenti di risposta. Dopo queste considerazioni si può rendere ancora più restrittiva
l’affermazione di Galtung: il questionario standardizzato appare uno strumento costruito da laureati in discipline
umanistiche per intervistati laureati nelle stesse discipline.

5.3.5 L’età
L’età è un’importante caratteristica socio-demografica. All’età sono collegate le generazioni che condizionano le
opportunità sociali e le carriere lavorative degli individui, forse più che le classi sociali. Le generazioni si portano dietro,
almeno in parte, determinati tipi di cultura che incrociano gli argomenti di una survey. Con le generazioni cambiano la
concezione del “privato”, i modi di interagire con le persone, gli schemi sociali. Sul versante delle distorsioni prodotte
dall’età dell’intervistatore, Benney e altri avevano ipotizzato che il rapporto fra intervistatore e intervistato sarebbe
stato più franco e onesto se entrambi avessero avuto la stessa età. Nella nostra esperienza, invece, abbiamo notato che
gli intervistatori meno esperti sono più scrupolosi e precisi, mentre quelli con più esperienza sono più frettolosi nella
presentazione del questionario e conoscono ogni genere di trucco per compilarlo alla svelta; in modo da realizzare un
alto numero di interviste in una sola giornata.

5.4 Il luogo dell’intervista


Lazarsfeld aveva già sottolineato l’importanza del luogo dell’intervista: durante una ricerca di mercato si accorse che gli
intervistati, posti di fronte alla domanda sul perché compravano quel tipo particolare di fiori, rispondevano in modo
diverso a seconda che fossero intervistati per strada o nel loro giardino: nel primo caso, indicavano come motivi la
bellezza e la fragranza; nel secondo caso, invece, sottolineavano il minor bisogno di cure. Il ricercatore dovrebbe tener
conto del fatto che il luogo dell’intervista potrebbe essere una fonte di distorsione e di ostacolo alla libera espressione.

Il luogo dell’intervista è costituito sia da componenti fisico-spaziali (ad esempio il valore simbolico di determinate
stanze) che dalla presenza di persone. Ad esempio Lutynki sottolinea che: la presenza di terze persone durante
l’intervista risulta avere un’influenza talvolta significativa sulle risposte. Nasce quindi un problema di interpretazione: si
stanno rilevando opinioni individuali o opinioni di gruppo? Si evince che l’accettabilità sociale delle risposte diminuisce
quando l’intervista viene condotta in assenza di terze persone. Ciò naturalmente ha influenza sul tipo di opinioni
espresse: l’atmosfera della famiglia induce a manifestare opinioni private e personali, mentre l’ambiente sul posto di
lavoro induce ad esprimere opinioni ufficiali. Così anche per le interviste condotte in istituzioni totali (ospedali, carceri,
comunità): in questi luoghi le immaginabili diffidenze sono acuite dal valore simbolico che hanno certi spazi e
dall’atmosfera di controllo sociale.

5.5 Conclusioni
I motivi di questa disattenzione verso i processi comunicativi sono molteplici: forse perché la “svolta pragmatica” è solo
all’inizio oppure perché la sperimentazione e riflessione metodologica si sono più diffuse fra gli psicologi che fra i
sociologi, o ancora, perché, nonostante si continui a dire che l’intervista è un’interazione sociale, questa affermazione
viene raramente presa sul serio sia dal punto di vista dell’analisi che delle conseguenze metodologiche.

Cap. 6 Il questionario all’opera

Processi cognitivi

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Domande/item Modalità di risposta

Processi comunicativi

6.1 Il contatto iniziale con gli intervistati


Il primo contatto con il (potenziale) intervistato avviene spesso tramite telefono, tuttavia sopravvivono altre forme di
contatto: la lettera (nelle survey postali) e il faccia-a-faccia. Sono invece in crescita i contatti mediante e-mail. Il contatto
iniziale è una delle fasi più importanti dell’intera ricerca perché qui che si ottiene il consenso all’intervista.

6.1.1 Rituali
Come ogni interazione sociale, anche il contatto iniziale viene realizzato per mezzo di rituali: richiedere, accettare,
declinare, identificare sé e gli altri, cominciare a concludere e declinare l’incontro. Al suo interno possiamo individuare
almeno sette (micro) rituali (Gobo):

1) Stabilire un contatto attraverso la reciproca presentazione del sé da parte dell’intervistatore e del potenziale
intervistato. Reciproca buona impressione e rispetto.
2) Controllare che la persona contattata abbia i requisiti richiesti.
3) Negoziare per ottenere il consenso all’intervista e instaurare un tipo di cooperazione.
4) Spiegare i motivi per cui gli intervistati sono stati scelti.
5) Descrivere l’argomento dell’intervista.
6) Rassicurare l’intervistato sulla facilità dell’intervista e sul tempo che gli porterà via.
7) Assicurare agli intervistati che la loro riservatezza sarà rispettata.

In ognuna delle fasi l’intervistatore mette in atto una serie di strategie retoriche (Gobo) al fine di persuadere le persone
a farsi intervistare. Queste strategie retoriche devono essere eseguite tenendo ben presente che i contatti iniziali sono
delle interazioni sociali sui generis perché:

- I parlanti non si conoscono: mentre l’intervistatore conosce qualcosa degli intervistati, questi ultimi non sanno
nulla dell’intervistatore
- Nelle ricerche telefoniche, postali e in rete, i parlanti non si vedono in faccia
- Molto di più che in una situazione faccia-a-faccia, al telefono l’intervistatore deve essere consapevole del tono
della voce, espressioni verbali, respiro ed esitazioni. Essendo al telefono, egli può affidarsi solo alla voce e alle
parole per convincere gli intervistati.
- A differenza che in altri tipi di interazione, al telefono la conversazione assume un ruolo primario perché i
partecipanti non hanno altro mezzo per comunicare che la voce, pause e (l’eventuale) silenzio.

6.1.2 Bugie
Un aspetto del contatto inziale poco trattato è l’eventualità che l’intervistatore, nella necessità di ottenere un’intervista,
non dica interamente la verità alla persona contattata. Gli intervistatori a volte sono costretti a nascondere informazioni
agli intervistati In alcune ricerche (ad esempio con alcolizzati, tossici) non sempre si può rivelare perché e come sono
stati scelti. Nel contatto iniziale conviene spesso rimanere vachi su specifici argomenti che verranno affrontati nel corso
dell’intervista, nel momento in cui che se l’intervistato li conoscesse potrebbe rifiutare l’incontro.

6.2 Il fenomeno delle mancate risposte


Il fenomeno delle mancate risposte è costituito da quattro categorie:

1) Mancati contatti;
2) Incapaci a rispondere;
3) Rifiuti a partecipare all’intervista;
4) Rifiuti a rispondere ad alcune domande;

6.2.1 Un fenomeno in crescita


Purtroppo i tassi di mancata risposta sono un fenomeno in costante crescita, specie nei paesi ricchi e nei centri urbani,
anche per una sorta di assuefazione da sondaggio.

La distribuzione all’interno delle categorie di mancata risposta

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Qual è l’incidenza percentuale delle quattro diverse categorie nel totale delle mancate risposte? Non è facile dirlo
perché i dati sono discordanti. In Olanda i mancati contatti vanno tra il 12% e il 15% mentre i rifiuti tra il 34% e il 64%. In
Italia la situazione sembra opposta: in Gobo (2005) i mancati contatti erano del 61% e i rifiuti del 39%. In aggiunta la
situazione cambia in relazione alla tecnica di raccolta delle informazioni (modes): nel primo contatto faccia-a-faccia, i
rifiuti sono la maggioranza, mentre nei sondaggi telefonici la minoranza.

6.2.2 La probabilità minacciata


Il fenomeno non sarebbe grave se il 70% di coloro che aderiscono al sondaggio fosse identico al 30% di coloro che non vi
partecipano. In questo caso la rappresentatività del campione sarebbe in qualche modo salva. Invece, coloro che non
rispondono hanno distribuzioni sistematicamente diverse dagli intervistati, su tutte le principali proprietà socio-
demografiche.

Un’opinione contraria

La questione è tuttavia controversa: Groves sostiene che non vale la pena investire (le poche) risorse per cercare di
aumentare i tassi di risposta: esse avrebbero una scarsa ricaduta positiva nell’insieme complessivo degli errori di ricerca.
Molti autori considerano i tassi di mancata risposta come on collegati agli errori nelle risposte. Per cui non è sufficiente
semplicemente aumentare i tassi di risposta per ridurre le distorsioni prodotte dalle non-risposte. Essi quindi
sostengono l’inutiliy di aumentare indiscriminatamente i tassi di risposta perché il risultato sarebbe deludente. Invece è
più utile aumentare i tassi di risposta all’interno di gruppi specifici.

6.3 Sociologia e psicologia delle mancate risposte


In letteratura ci sono diverse teorie sulle mancate risposte. Esse sono incentrate soprattutto su tre aspetti:

- Tendenze sociali
- Caratteristiche socio-demografiche
- Motivazioni individuali

6.3.1 I declinatori (rifiuti o non cooperazione)


Maynard e Schaeffer suggeriscono di chiamare il rifiuto un “declinare”, perché il declinare a una richiesta a partecipare è
il risultato di un lavoro interattivo pratico piuttosto che una dichiarazione unilaterale. Numerosi autori hanno sostenuto
che i declinatori hanno precise caratteristiche socio-demografiche. Secondo Fitzgerald e Fuller essi risiedono in grossi
centri urbani dove esiste una diffusa aura della criminalità, sono maggiormente presenti fra anziani, afroamericani,
persone poco istruite, con redditi bassi. Inoltre le persone con redditi bassi si fanno intervistare con maggior facilità,
mentre le differenze di genere e razziali appaiono insignificanti.

Il comportamento dei declinatori si inserisce in una più vasta tendenza sociale: i tassi di risposta sono in declino come lo
è il voto e le altre forme di partecipazione civica. Le persone si sentono meno obbligare ed interessate ad aiutare gli
altri.

6.3.2 Incapacità di dare informazioni


Un secondo gruppo di persone che non vengono intervistate è quello che, a causa di limiti fisici o mentali oppure
difficoltà linguistiche, non è in grado di partecipare a un’intervista standardizzata.

Rimedio: raggiungere intervistati linguisticamente isolati

6.3.3 Gli irreperibili


Indirizzi vecchi o errati, brevi permanenze a casa, assenze temporanee, altri si nascondono o fanno dire che non sono in
casa. Anche questi comportamenti si inseriscono in una più ampia tendenza sociale: chi svolge interviste faccia-a-faccia
deve confrontarsi con il crescente fenomeno securitario (condomini con custode, vigilanza privata). Nelle indagini
telefoniche gli ostacoli maggiori provengono dalla diffusione delle segreterie telefoniche.

6.3.4 I riluttanti
Quello che sappiamo sulle mancate risposte lo dobbiamo soprattutto ai renitenti o riluttanti. I riluttanti sono invece
persone che, dopo ripetuti tentativi, alla fine concedono l’intervista. A essi il ricercatore dovrebbe rivolgere una
maggiore attenzione, dal momento che forniscono informazioni utili a ridurre rifiuti. Secondo Brehm i riluttanti sono

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persone solitamente persone poco interessate alla vita politica e mediamente meno informate rispetto agli altri. De
Miao nella sua ricerca aveva notato che erano superiori ai trent’anni.

6.3.5 Cinque strategie per combattere le mancate risposte


Cinque strategie, sue a tavolino (sostituzioni e ponderazioni) e tre sul campo (incentivi, ricontatto e retorica)

1) Sostituzioni: strategia preferita dagli statistici che vedono come preoccupazione il ricorso alle ponderazioni. Ci
sono molte varietà di sostituzioni, ma nessuna di queste soddisfa i requisiti del campionamento probabilistico.
La possibilità di sostituzione rendere l’intervistatore meno combattivo nel cercare di vincere le resistenze
dell’intervistando.
2) Ponderazione: strategia può comune, consiste in una modifica, in sede di analisi dei dati, della composizione del
campione finale onde renderla più prossima alla distribuzione della popolazione. Oltre ad essere artificiale,
questa modifica è anche artificiosa e spesso del tutto arbitraria.
3) Contromisure: lettere e incentivi: la prima di queste è un uso massiccio di lettere, spedito prima che la ricerca
cominci, specie se il committente è un ente con una buona reputazione. Nelle indagini in rete questa strategia si
realizza mediante un invio di inviti (mail) personalizzati e aumentando la frequenza dei solleciti. Queste
attenzioni hanno aumentato dell’8% i tassi di risposta.
A essa si associa anche un massiccio uso di incentivi (che però fa lievitare i costi di ricerca): quelli monetari sono
più efficaci dei regali o dei non-monetari. Gli incentivi sotto forma di pagamento sono più efficaci, perché
mobilitano la norma della reciprocità.
4) Ri-contattto: più telefonate: Beullens, Billet e Loosveldt inviano a non considerare il declinare come uno stato
permanente. Per cui, dal momento che i rifiuti sono spesso soft refusal (quindi influenzati dalle circostanze e
dall’umore dell’intervistando al momento del primo contatto), è ragionevole aspettarci una sua “conversione” in
caso di tentativi successivi. Nelle indagini faccia-a-faccia (CAPI) diversi declinatori e mancati contatti possono
essere recuperati presentando loro una versione abbreviata del questionario CAPI.
5) Retorica: parlando delle indagini telefoniche, Oksenberg e Cannell affermano che circa il 90% dei rifiuti avviene
durante il rituale di presentazione e solo meno del 10% capita dopo che l’intervista è iniziata. Per cui la non-
risposta è un fenomeno che si manifesta subito. Groves e altri lo spiegano con la teoria della “salienza delle
predisposizioni”: il declinare può essere influenzato da predisposizioni psicologiche, differenti ponderazioni
cognitive delle diverse caratteristiche. Per cui per alcune persone un incentivo potrebbe essere sufficiente a
convincerle, per altre è l’argomento della ricerca che potrebbe avere maggiore successo, per altri ancora esso
potrebbe essere, invece, un peso. La retorica è l’arte di persuadere. Essa si fonda sulla capacità di trovare le
argomentazioni adatte allo specifico interlocutore. Per trovarle, il primo obiettivo da perseguire è mantenere
l’interazione: più intervistatori sono capaci di prolungare l’interazione, più gli intervistandi forniranno
inconsapevolmente informazioni utili per strategie retoriche su misura. In un esperimento, in cui venivano usati
quattro tipi diversi di introduzione (di cui tre standardizzate) è risultato che un’introduzione discorsiva, basata
sui contenuti più che sulla forma (standardizzata), otteneva più appuntamenti di quelle standardizzate.

6.3.6 I motivi del rifiuto


Quali sono quindi le ragioni addotte per declinare un’intervista? Non è facile ricostruire un quadro completo poiché, da
una parte, esse sono multidimensionali; dall’altra, “parecchi fattori impediscono un’adeguata quantificazione dei
risultati”. Infine non si devono interpretare letteralmente le motivazioni di un rifiuto, ad esempio “Non ho tempo”,
“sono occupato” possono essere solo scuse per congedare un intervistatore. I rifiuti a concedere un’intervista possono
essere legati anche a fraintendimenti avvenuti durante il contatto iniziale. L’intervistatore dovrebbe essere così abile da
disinnescare i diversi processi di “salienza delle predisposizioni” e trasformare le motivazioni, fornite per rifiutare
l’intervista, in risorse per accettarla.

Il copione dell’amico

Ad esempio, in una ricerca con adolescenti può succedere che a rispondere al telefono di casa sia il genitore del giovane
contattato. Se si ritiene opportuno evitare di spiegare gli scopi dell’intervista ai genitori, occorre pensare a delle
strategie volte a superare l’”ostacolo genitore”. A tal fine l’intervistatore potrebbe recitare il copione “telefonata di un
amico”, presentandosi con il nome proprio (non il cognome) e chiamando per nome (non il cognome) il giovane da
intervistare. Pronto – Buongiorno sono Mattia, cercavo Irene. – Chi è? – Mattia.

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6.3.7 Non-risposta ad alcuni item (dati mancanti o questionario incompleto)


Abbiamo già trattato la tendenza, in presenza di argomenti delicati, a dare risposte socialmente accettabili, di fronte a
tali domande, l’intervistato può mentire oppure rifiutarsi di rispondere o nascondersi dietro il “non so”. Secondo
Bachman gli afroamericani sono più inclini a non completare i questionari autocompilati distribuiti nelle scuole. Tuttavia
l’item “non resposnse” riduce l’ammontare dei dati disponibili, e ancor più grave, crea falle che possono generare
domande pratiche, metodologiche ed etiche. Gli esperimenti mostrano che l’item “non response” nei sondaggi è
determinato anche da fattori grafici: aumenta all’aumentare del numero di item presenti sulla schermata. Inoltre l’item
“Non response” aumenta del 20% nelle scale autoancoranti (rispetto a quelle con modalità di risposta manifeste),
poiché “lo sforzo cognitivo richiesto per rispondere a domande con relativa scala autoancorante è parzialmente più
elevato; e ciò è riscontrabile anche dai tempi di risposta e dalle valutazioni date al termine del sondaggio.

6.3.8 “Non so”


Anche gli intervistatori afroamericani raccolgono meno questionari completi oppure con più risposte “non so” dei loro
colleghi euroamericani. Alcuni studiosi ritengono che venga scelta (la modalità “non so”) a causa dello scarto fra gli
schemi mentali dei ricercatori e quelli degli intervistati, i quali non trovano modalità di risposta conformi al loro
pensiero. Altri interpretano il fenomeno come segno di indifferenza nei confronti della ricerca. Schuman ha notato un
più alto numero di “non so” su item relativi ad argomenti astratti o poco familiari; invece Bourdieu fra gli intervistati
meno istruiti.

Rimedio: Hippler e Schwarz propongono di affiancare al “non so” altre modalità di risposta come “Non mi interessa”
oppure “lascerei le cose come stanno”.

6.4 Il questionario in azione


Solitamente i manuali non sono dinamici. Presentano argomenti e regole metodologiche in modo statico, senza uno
sguardo processuale, in cui l’azione sociale non s’intravede. Ma in che cosa accade realmente durante la presentazione
di un questionario?

6.4.1 Diventare intervistato: la socializzazione al questionario


Come fa una persona, non abituata a rispondere secondo queste modalità particolari, ad apprendere questo nuovo
modello pragmatico? Come fa una persona a diventare un intervistato? Gobo ha analizzato le interazioni tra intervistato
ed intervistatore:

a) Prima di iniziare a rispondere alle domande


b) Dall’inizio del questionario sino all’incontro con il primo gruppo di risposte precodificate
c) Durante la presentazione con risposte precodificate
d) Alla fine del questionario

L’analisi dei materiali audio-registrati documenta come, sin dalle prime battute, la competenza sociale dell’intervistato
comincia a essere “piegata” alla struttura del questionario. La riluttanza iniziale di fronte all’intervista standardizzata da
parte dell’intervistato diventa gradualmente remissiva alle richieste del sondaggio. Si pone così in essere una vera e
propria attività di socializzazione, un martellante insegnamento a rispondere come vuole il ricercatore. Questa attività,
che nelle interazioni dell’intervistatore dovrebbe aiutare l’intervistato a dichiarare i suoi stati mediante le modalità di
risposta, produce anche quel lungo elenco di distorsioni descritte nei capitoli precedenti. Infatti, quando tenacemente
perseguito dall’intervistatore, il comportamento standardizzato è anche il principale elemento di distorsione degli stati
dell’intervistato.

6.4.2 Negoziazioni
Molte risposte sono il prodotto di un’attività di negoziazione, di decisioni locali volte a stabilire cosa sia appropriato
rispondere o cosa il ricercatore si aspetti. Esistono almeno tre tipi principali di negoziazioni (Gobo) relativamente a:

1) Il significato della domanda: l’intervistato cerca di capire cosa l’intervistatore vuole sapere.
2) L’appropriatezza della risposta: gli intervistati dicono molte cose, ma non tutte sono pertinenti a ciò che il
ricercatore vuole sapere. Per cui l’intervistatore è costretto a iniziare una negoziazione al fine di incanalare le
affermazioni dell’intervistato nella gamma delle modalità di risposta.
3) La scelta delle modalità di risposta: ciò avviene solo nella minoranza dei casi da parte dell’intervistato. La
maggior parte di essi usa termini tratti dal proprio linguaggio quotidiano.

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6.5 Incongruenza nelle risposte


Il questionario in azione ci fa meglio comprendere il fenomeno dell’”incongruenza nelle risposte”, che si manifesta
frequentemente nei sondaggi. Questo fenomeno può essere scomposto in due aspetti: i modelli (pattern) di risposta
incongruenti e i cambiamenti di risposta.

6.5.1 Modelli (pattern) di risposta incongruenti


Un modello di risposta incongruente si manifesta quando l’intervistato dà una o più risposte favorevoli seppur, dalle
risposte date in precedenza, ci si aspetterebbe da queste risposte sfavorevoli. Un modo per scovare questi modelli è
l’analisi delle matrici di congratulazione inter-item. Queste matrici possono però presentare almeno due difetti:

a) Mentre alcuni (anche molti) coefficienti attesi negativi risultano positivi, il contrario non avviene, se non in
misura minore.
b) I coefficienti negativi come atteso assumono valori ritenuti più bassi dei coefficienti positivi come atteso.

6.5.2 Cambiamenti di risposta


Il fenomeno del cambiamento di risposta si manifesta quando, posto nuovamente di fronte a uno stesso item,
l’intervistato sceglie una modalità di risposta diversa da quella data recentemente. Gobo reintervistando 12 partecipanti
e ripresentando loro una stessa batteria di dieci item con scale Likert, ha riscontrato che il 37% delle risposte era
cambiato tra la prima intervista e la successiva.

Le incongruenze sincroniche

Esse possono manifestarsi per diverse ragioni:

a) Incomprensione delle domande: spesso i non istruiti non percepiscono i rapporti semantici intercorrenti tra i
vari item
b) Acquiescenza: al diminuire del livello di istruzione cresce l’incidenza delle doppie accettazioni
c) Rifiuto di banalizzazione: gli intervistati con conoscenze approfondite o specialistiche sull’argomento della
domanda possono rifiutare le visioni riduttive espresse dagli item. Inoltre al crescere del livello di istruzione,
crescono altresì l’incidente dei doppi rifiuti e delle incongruenze attinenti a coppie di item semanticamente
concordi.

Le incongruenze diacroniche

Sono quelle ad esempio nelle ricerche panel, cioè condotte re-intervistando gli stessi partecipanti a distanza di tempo,
sono molto più frequenti di quelle sincroniche. Esse possono essere l’effetto di molteplici, e a volte, concomitanti,
processi:

a) Cambiamento naturale: stato di un individuo su una proprietà può cambiare se è passato tempo
b) Cambiamento indotto: la prima rilevazione può infatti aumentare l’interesse e/o mutare l’atteggiamento verso
gli argomenti che si ripresentano nella seconda presentazione.
c) Disposizione dell’intervistato: le fluttuazioni d’umore sono un’altra possibile causa. La reazione di un soggetto a
una seconda rilevazione sarà differente. Per quanto riguarda la sincerità, Gobo nota che nella seconda intervista
i cambiamenti di risposta appaiono spostarsi verso modalità di risposta negative (di insoddisfazione) anziché
positive.
d) Dimenticanza: sa la proprietà rilevata è legata ad eventi e date, può essere possibile
e) Inaffidabilità dell’intervistato, cioè coloro che danno risposte volate. L’infedeltà non era colpa soltanto dello
strumento ma anche dell’intervistato.

6.5.3 Opinioni stabili, risposte mutevoli


Secondo noi la responsabilità dell’incongruenza nelle risposte è più attribuibile allo strumento che all’intervistato per i
seguenti motivi:

a) Polisemancitità dei termini: pur ritenendo indispensabile ridurre l’ambiguità semantica dei termini, nella
seconda rilevazione l’intervistato potrebbe interpretare differentemente lo stesso item, modificando così anche
la risposta (Gobo); l’intervistata standardizzata preclude la possibilità che l’intervistatore intervenga per evitare
questa distorsione;

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b) Scarsa discriminabilità (semantica) delle modalità di risposta: come già sottolineato, essendo le modalità di
risposta a volte lontane dal linguaggio e dalle concettualizzazioni degli intervistati, essi possono
inavvertitamente scambiarle utilizzando per la stessa opinione differenti risposte.

Per cui è il questionario stesso, strumento di per sé poco familiare alla maggioranza degli intervistati, non soltanto a
quelli poco scolarizzati, con le sue rigidità e ambiguità, a indurre alcuni intervistati all’incongruenza. Un certo numero di
studi recenti sui sondaggi in rete ha nuovamente confermato che gli intervistati cambiano le loro risposte perché spesso
vanno in confusione rispetto ala conformazione grafica delle modalità di risposta, anziché aver realmente cambiato
opinione. Alcuni, poi, non percepiscono la mutua esclusività delle modalità di risposta. Ciò ci porta a pensare che in
molti casi ci sia incongruità, un divario tra risposte (instabili) e opinioni (stabili). Gli intervistatori finiscono quindi per
raccogliere soltanto risposte, non opinioni.

6.6 Conclusioni
Con questo capitolo si concludere la part destruens dell’intervista con questionario, in cui sono stati evidenziati
problemi e distorsioni che si possono incontrare durante una rilevazione con questionario. Con i prossimi capitolo si
passa alla pars construens, dove per porre rimedio alle difficoltà si proporrà un approccio pragmatico al sondaggio, con
relative soluzioni metodologiche, tecniche e procedurali, fra cui la tecnica dell’”inter-vey”.

PARTE TERZA: Costruire la comparabilità delle risposte

Cap. 7 Verso una standardizzazione dei significati: l’approccio


interazionale alla survey
L’obiettivo di ottenere la comparabilità delle risposte è perseguito in due approcci opposti:

- L’approccio standard, basato sulla standardizzazione degli stimoli (domande, modalità di risposta e
comportamento dell’intervistatore);
- L’approccio interazionale, che cerca la compatibilità delle risposte mediante la standardizzazione dei significati;

Si ritengono poco utili regole tradizionali e rigide, si guarda con favore qualsiasi strumento che massimizzi l’omogeneità
dei significati che gli intervistati attribuiscono alle domande, item e modalità di risposta.
Gli intervistatori sono legittimati a usare tutte le loro normali capacità comunicative al fine di ottenere che il rispondente
comprenda la domanda come intesa dal ricercatore.

7.1 L’approccio comportamentista: la standardizzazione degli stimoli


Nei capitoli precedenti abbiamo visto in quanti modi il comportamento influenzi ancora la survey, specialmente con il
concetto di standardizzazione.

7.1.1 L’ingannevole rapporto tra standardizzazione degli stimoli e comparabilità


delle risposte
L’approccio standard (sconfessato nel 1953, confligge con l’obiettivo di raggiungere una mutua comprensione tra i
partecipanti) è efficacemente espresso nelle parole di Fowler e Mangione:

La componente essenziale di un processo di misurazione è la standardizzazione. Lo scopo di essa è che ogni intervistato
sia esposto alla stessa esperienza della domanda e che anche la registrazione della riposta sia la stessa, in modo che
eventuali differenze nelle risposte possono essere interpretate correttamente come un riflesso delle differenze fra
intervistati piuttosto che frutto del diverso modo usato per ottenere la risposta.

Secondo Hyman e colleghi, questo obiettivo si ottiene esortando “l’intervistatore a fare domande usando l’esatta
formulazione del questionario e nella esatta sequenza in cui le domande appaiono sul questionario per evitare di
influenzare la risposta dell’intervistato. L’assunto alla base è che imporre procedure standardizzate di raccolta dei dati
(invarianza allo stimolo) garantisce che tutti gli intervistati stiano rispondendo alle stesse domande (comparabilità delle
risposte).

Nuckold concluse che usare le stesse parole (standardizzare) in una domanda non vuol dire automaticamente anche una
standardizzazione del significato. Tuttavia, anche se l’assunto è stato sconfessato da numerose critiche, molti ricercatori
sono restii dall’abbandonarlo, per il timore che così facendo avremmo un allentamento dei loro canoni della ricerca
scientifica. Come dimostrato da Viterna e Maynard, ancora adesso molti ricercatori seguono alla lettera queste

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indicazioni, impedendo agli intervistatori di deviare dalle prescrizioni della standardizzazione oppure eliminandoli
definitivamente.

Riassumendo le regole dell’approccio standard, l’intervistatore ideale standardizzato deve:

a) Seguire alla lettera il testo del questionario, con lo stesso ordine


b) Leggere le domande senza alcuna inflessione di voce
c) Non dare spiegazioni o indicazioni di alcun tipo tra una domanda e l’altra
d) Nel caso in cui l’intervistato non abbia capito la domanda, ripetergliela ugualmente
e) Se l’intervistato incontra difficoltà con le modalità di risposta, ripetere della domanda aggiungendo piccole
informazioni come “ho bisogno che lei scelga una di queste categorie per poi confrontarla con quella degli altri
rispondenti)
f) Dopo questo tentativo, se non si risolve, passare alla domanda successiva

7.1.2 La rappresentazione comportamentista degli intervistati


Un intervistatore che applichi le regole comportamentiste si riduce ad essere un semplice riproduttore meccanico di
domande; e l’intervistato assume un ruolo passivo, diventando una macchina che formula risposte. Cicourel sottolinea
quanto sia contraddittorio pretendere, da una parte, che l’intervistatore sia creativo, intraprendente e flessibile nel
persuadere e motivare le persone a essere intervistate, per poi diventare durante l’intervista un automa che stabilisce
un rapporto distaccato sempre identico con tutti gli intervistati. Ad ogni modo, questo tipo di comportamento richiesto
agli intervistatori spesso li rende maleducati, insensibili e poco intelligenti agli occhi degli intervistati.

Come il pragmatista americano Peirce ha sottolineato, non c’è alcuna garanzia che due persone cresciute nella stessa
comunità linguistica usino aprioristicamente lo stesso termine con lo stesso significato in ogni situazione. Invece la
standardizzazione si basa su un assunto di semantica estensionale, da tempo ormai screditato, secondo cui i termini
trasmettono significati in modo non ambiguo. Al contrario, lo stesso termine può trasmettere significati differenti.

Inoltre la standardizzazione lascia indeterminato il significato della domanda; per cui l’intervistato interpreta le
domande e l’intervistatore interpreta le risposte in modi totalmente fuori controllo. È la standardizzazione stessa che
impedisce che gli enunciati siano plasmati a livello dei partecipanti. È naturale però che nelle domande sia presente una
certa dose di ambiguità, come nelle conversazioni quotidiane.

7.1.4 Significati e contesti


L’approccio stimolo-risposta sottostima il numero di varianti contestuali in cui può avvenire l’incontro tra questionario,
intervistatore e intervistato. La decontestualizzazione della situazione di intervista serve al comportamentismo per
proteggersi dal “pericolo” della variabilità dei contesti; questa è realizzata mediante l’imposizione di uno stretto
controllo sul comportamento dell’intervistatore. Di fatto, invece, spesso gli intervistatori si trovano nella posizione di
“intermediari”, connettendo questionario e intervistato mediante la traduzione del primo (scritto nel linguaggio del
ricercatore) in un linguaggio più accessibile. Studi condotti su interviste audioregistrate documentano come gli
intervistatori solo raramente sono in grado di seguire le prescrizioni comportamentiste. Invece le deviazioni dal modello
stimolo-risposta sembrano naturali e assumono una funzione collaborativa. Sfortunatamente, nell’approccio standard,
un errore nel processo di risposta è semplicemente una deviazione della procedura standard piuttosto che il segno di un
fallimento della domanda stessa. Per tale approccio un errore è quindi una questione più di forma che di sostanza.

È proprio mediante l’interazione sociale e la cooperazione discorsiva che nella vita quotidiana si raggiunge una mutua
comprensione. Il processo di significazione delle domande richiede molto più che i processi cognitivi individuali; esso
richiede anche processi interattivi. Tuttavia le interviste standardizzate sopprimono gli scambi verbali retroattivi,
nullificando ogni tentativo di comunicazione “reale” con l’intervistato.

7.1.5 L’intervistatore come fonte di errore?


Sebbene alcuni sostenitori dell’intervista standardizzata ammettono che il comportamento dell’intervistatore non può
essere completamente pianificato, a causa della variabilità delle situazioni di intervista, tuttavia essi finiscono per
assegnare agli intervistatori un ruolo ancillare e considerarli soltanto come una fonte di errore. Fowler e Mangione sono
convinti che meno gli intervistatori devono fare domande suppletive (probe) meno avranno l’occasione di sbagliare.

L’approccio comportamentista sostiene che, quando gli intervistati scelgono da soli una modalità di risposta da una lista,
essi sono completamente svincolati dall’influenza negativa dell’intervistatore. Questo modo di pensare ha favorito la
diffusione di tecniche di costruzione/raccolta dati (modes) in cui l’intervistatore è stato gradualmente eliminato.

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Le influenze dell’intervistatore? Recuperare il buon senso perduto

In realtà, l’influenza delle variabili socio-demografiche dell’intervistatore è significativa soltanto quando le domande
riguardano argomenti delicati, fortemente collegati con le caratteristiche sociali degli intervistatori. Per esempio, è stato
documentato che l’”etnia dell’intervistatore ha un effetto soltanto se il questionario ha come argomento le politiche
razziali”.

Gli errori prodotti dall’intervistatore: decostruire il mito

Alla luce di un gran numero di dati, ricavato da diverse ricerche metodologiche pubblicate negli ultimi cinquant’anni,
siamo in grado di documentare due tesi controintuitive: in primo luogo, gli errori causati dall’intervistatore sono di
importanza secondaria e di gran lunga inferiori a quelli prodotti dall’intervistato; secondariamente, al fine di ridurre al
minimo gli errori dell’intervistato, è necessario dare maggior potere all’intervistatore e ampliare i compiti.

La trascurabile gravità degli errori causati dall’intervistatori

Adottando nella sua ricerca la procedura del “verbal interaction coding”, Brenner registrò che circa il 30% delle
domande non erano correttamente poste dagli intervistatori e che questa deviazione aveva prodotto un effetto negativo
sul 13% delle risposte. Questo risultato, sorprendentemente, indica che la trasgressione di una procedura
standardizzata non sempre produce un errore di risposta.

Altri studi hanno mostrato che le distorsioni introdotte prodotte dal questionario (fraintendimento delle domande,
desiderabilità sociale, dimenticanza) sono più pericolose che il comportamento dell’intervistatore. Infatti la natura dei
compiti del questionario è la principale fonte dell’influenza nelle risposte e essa è, in generale, molto più grande
dell’influenza causata dai comportamenti dell’intervistatore o dell’intervistato. Per cui gli errori dell’intervistatore non
sembrano avere un effetto dirompente sulla qualità dei dati, secondo il quale “piccole modifiche nella formulazione
della domanda possono cambiarne in modo sostanziale il significato delle domande, mentre grandi modifiche lo
possono cambiare impercettibilmente”, considerando anche la probabilità che “la variabilità introdotta
dall’intervistatore può essere meno grave e dannosa di quella causata da un’interpretazione errata da parte
dell’intervistato”. Questa è la ragione per cui appare eccessiva la preoccupazione di Siken, il quale teme che nello stile
intervistativo flessibile, il processo di intervista non sia codificato e sotto controllo.

Il paradosso della standardizzazione: gli errori causati dall’intervistatore possono anche migliorare la qualità dei dati

Dohrenwend e Richardson sostenevano che la maggior parte degli errori sono causati dall’eccessivo controllo e che gli
intervistatori devono imparare a essere più attenti agli intervistati. Peneff fornisce una descrizione molto illuminante di
come si svolgono concretamente le ricerche. Osservando gli intervistatori impiegati in una survey su larga scala, Peneff
sostiene che, in realtà essi mettono in pratica le strategie comunicative degli intervistatori…qualitativi: cercano di
motivare gli intervistati mostrando la loro personalità, interagiscono in modo non-neutrale, fanno interventi personali
per risolvere fraintendimenti o declinazioni. Paradossalmente gli intervistati più “devianti” erano quelli considerati
migliori da parte del direttore della ricerca. Peneff conclude che, nella pratica, i metodi qualitativi sono entrati
profondamente all’interno dell’intervista della survey. Ma quali tipi di influenze sono benefiche e quali no? I risultati a
cui perviene Peneff sono stati confermati da alcuni ricercatori, i quali realizzarono una Verbal Interaction Analisys di
1398 sequenze di domanda-risposta. Fra le strategie utilizzate per ottenere risposte adeguate, gli intervistatori
spezzettavano una domanda generale nelle sue componenti, semplificandola in funzione della risposta. Anche se questa
mossa non segue le prescrizioni della standardizzazione ed è basata sull’iniziativa personale dell’intervistatore, la
“proporzione della standardizzazione di risposte inadeguate fu sorprendentemente bassa, suggerendo che le
intervistatrici (quattro infermiere professionali e ricercatrici) avevano dato il meglio per ottenere risposte adeguate.
Ovviamente ampliare i compiti degli intervistatori con lo scopo di ridurre gli errori degli intervistati, comporterà un
incremento degli errori dell’intervistatore e una corrispettiva diminuzione dell’attendibilità, intesa tradizionalmente
come stabilità della misurazione (Gobo). Tuttavia il problema è scegliere che tipo di errori preferiamo minimizzare. Se un
intervistatore cambia la formulazione della domanda, perché l’intervistato non riesce a comprenderne il significato,
questo “errore” rappresenta un’influenza desiderabile per la qualità della risposta, perché consente all’intervistato di
capire qual è la richiesta che il ricercatore intendeva rivolgergli. Per cui molti errori degli intervistati possono essere
evitati solo dando più potere agli intervistatori, canalizzando le competenze tacite interazionali (di cui l’intervistatore
naturalmente dispone) nella direzione di produrre dati di qualità (Gobo). Come sottolinea Schaeffer, “uno stile
intervistativo flessibile può anche ridurre alcuni errori di memoria”.

Il paradosso qui evidenziato – che gli errori causati dall’intervistatore possono migliorare la qualità dei dati – oltre che
una ridefinizione di cosa vada inteso come errore, richiede più radicalmente di abbandonare la definizione psicometrica

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di attendibilità come “stabilità dello strumento”, la quale si associa inestricabilmente al dogma comportamentista
dell’uniformità dello stimolo (Gobo).

7.2 L’approccio interazionale al sondaggio: uniformare i significati


La riformulazione del problema della comparabilità delle risposte richiede di adottare un approccio interazionale alla
survey, che afferma la necessità di una standardizzazione dei significati. Essa si contrappone all’approccio
comportamentista, il quale – come si è già visto – ignora i processi interpretativi e considera i processi interazionali
nell’intervista come fonte di errore. Invece l’interazione deve essere vista come una risorsa anziché come qualcosa che
deve essere eliminato.

L’approccio interazionale ha le sue radici negli orientamenti interpretativi e coniuga diverse prospettive e discipline che
si sono occupate di survey da differenti punti di vista: metodologi, cognitivisti, etnomedologi.

7.2.1 Recuperare la “vecchia” necessità della standardizzazione dei significati


L’ingenuità dell’approccio comportamentista fu apertamente condannata molto tempo fa da importanti metodologi.
Lazarsfeld suggerì di abbandonare la pratica di puntare alla standardizzazione mediante l’uniformità di stimoli
puntualmente formali e occuparci dell’uniformità dei significati. Nell’articolo The Art of Asking why in Market Research
egli sottolinea che: l’indicazione tradizionale è che le domande debbano essere formulate in modo tale da assicurare
sempre la medesima reazione da parte degli intervistati. Noi invece auspichiamo un uso del questionario più morbido e
libero da parte dell’intervistatore. Ci sembra infatti molto più importante che la domanda sia uguale per tutti nel suo
“significato”, piuttosto che nella sua formulazione. Il margine di errore che ne può derivare sarebbe molto maggiore: se
una domanda standardizzata fosse interpretata in modi molto diversi da differenti rispondenti che hanno diverse
esperienze in mente.

Per cui Lazarsfeld propose tre principi ancora oggi validi che basano la comparabilità delle risposte sulla congruenza dei
significati. Uno di questi è il principio di specificazione, che suggerisce di adattare la struttura del questionario al modello
strutturale dell’esperienza dell’intervistato a cui si chiedono le informazioni. Goode e Hatt suggerirono criticamente che
“standardizzare le domande può produrre una semplice “stabilità fittizia”: le parole sono le stesse, ma sotto differenti
circostanze i significati possono cambiare.

Il paradosso delle “scarpe numero 40”

Dare a tutti scarpe di numero 40 è certamente dare la stessa cosa a ciascuno, ma con esigenze totalmente diverse.
Quando lo stesso questionario è usato per intervistare individui con diverse caratteristiche psicologiche e socio-culturali,
l’intervistatore può assumere una funziona maieutica che favorisce l’adattamento della domanda a bisogni particolari
dell’intervista. Ciò ci insegna che occorre passare da una standardizzazione degli stimoli a una standardizzazione dei
significati.

Il dato che emerge

Universo concettuale Universo concettuale

dell’intervistato del ricercatore

Mutua comprensione

Come nota Pawson, i fenomenologi (ricercatori qualitativi) assumono che anche parole totalmente identiche, proposte
in maniera totalmente identica da intervistatori totalmente identici possono ancora significare abbastanza diverse a
persone diverse. Di conseguenza, i fenomenologi lavorano verso una costruzione congiunta del significato.

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7.3 Colmare il divario tra il questionario (ricercatore) e gli intervistati: un ruolo


rinnovato per l’intervistatore
Converse ricorda che negli anni 20 e 30 alcuni studi accademici e gran parte delle agenzie che effettuavano ricerche di
mercato, assegnavano all’intervistatore un ruolo a metà tra libertà e responsabilità. L’intervistatore era inviato ad agire
responsabilmente ed era libero di “conversazionalizzare” le domande senza modificarne il significato. Soltanto agli inizi
degli anni 50 questa saggia pratica fu sostituita dalla standardizzazione delle domande, accompagnata dall’uso di
risposte chiuse che venivano scelte dagli intervistati.

Intervistati e intervistatori quindi devono lavorare insieme per “costruire congiuntamente” i significati delle domande e
delle risposte, usando quel tipo di risorse interazionali che normalmente meditano le incertezze della rilevanza e
dell’interpretazione. Suchman e Jordan suggeriscono un approccio collaborativo che permetterebbe l’uso di quel tipo di
scambi interazionali tra intervistatore e intervistato, necessari al fine di assicurare interpretazioni standardizzate, senza
introdurre distorsioni da parte dell’intervistatore.

Al fine di ottenere una comparabilità delle risposte, l’intermediazione dell’intervistatore gioca un ruolo cruciale: da una
parte egli dovrebbe lavorare fianco a fianco con il ricercatore per giungere a un’unica definizione del significato delle
domande; dall’altra egli dovrebbe sondare i problemi con l’intervistato finché non venga raggiunta una mutua
comprensione.

Conversazionalizzare il sondaggio

Schaeffer afferma correttamente che l’intervista e la conversazione sono due classi distinte di interazione verbale.
Tuttavia, come ampiamente discusso nel par 1.7, esse hanno in comune molti aspetti. Per cui l’intervista con
questionario può essere ragionevolmente una forma particolare di conversazione, anche se essa ha scopi cognitivi e
metodologici meglio definiti. Rendere la survey più simile a una conversazione, ridurre l’asimmetria di potere tra
intervistato e intervistatore e fare di tutta l’interazione un evento più piacevole accrescerà la motivazione
dell’intervistato a cooperare nell’intento di migliorare ogni dimensione della qualità del dato.

Intervista conversazionale versus intervista standardizzata

Per mostrare l’efficacia del sondaggio discorsivo è utile dare un’occhiata agli esperimenti che hanno comparato uno stile
intervistativo più flessibile e cooperativo con quello standardizzato.

In letteratura la standardizzazione dei significati è stata perseguita mediante quella che è stata chiamata l’intervista
conversazionale (flessibile), che consiste nel chiarire il significato della domanda quando i rispondenti chiedono un aiuto
o sembrano averne necessità. La congruenza intersoggettiva dei significati (che gli autori chiamano “accuratezza”) è
maggiore quando gli intervistatori possono offrire chiarimenti anziché attenersi strettamente alle tecniche
standardizzate. Infatti le modalità di risposta prestabilite falliscono quando si propongono di rilevare differenze
sostantive fra intervistati, si perdono informazioni utili come commenti spontanei dell’intervistato.

7.4 L’intervistatore ermeneuta


Dal momento che le domande sono pensate (e testate) per essere appropriate a un membro generico di una cultura, il
compito dell’intervistatore è quello di adattare il questionario standard a rispondenti non standardizzati. Rendere
discorsivo il sondaggio non significa che l’intervistatore può fare quello che vuole. Anzi, per garantire che le stesse
proprietà siano rilevate per tutti gli intervistati è essenziale che l’intervistatore sia formato a un ruolo ermeneutico (di
negoziatore dei significati) e a uno stile intervistativo più collaborativo e flessibile (Gobo). Ciò significa liberarsi dai
vincoli posti dall’approccio comportamentista, che confliggono con l’obiettivo di raggiungere una mutua comprensione
tra i partecipanti.

7.5 Uniformare il significato attribuito alle risposte


L’obiettivo di ottenere l’omogeneità di significato (fra gli intervistati) delle domande, deve essere perseguito anche per
le modalità di risposta, che devono essere interpretate in conformità con i significati attribuiti a esse dal ricercatore.
Tuttavia, anche questo obiettivo è scarsamente raggiungibile da uno stile intervistativo standardizzato per una serie di
ragioni, fra cui il fatto che a volte gli intervistati non usano il formato predeterminato, progettato dal ricercatore. In
alternativa, Schaffer e Maynard suggeriscono che gli intervistatori accettino risposte non codificate. Infatti quando gli
intervistatori, davanti a una risposta non codificata, ripropongono le modalità di risposta precodificate (comunicando
implicitamente all’intervistato come dovrebbe rispondere alla domanda), le registrazioni audio documentano che gli
intervistati seguono questa regola solo per poco e, qualche domanda più avanti, ricominciano a rispondere con risposte

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non codificate. Questo succede anche perché, come nota Pawson, non esiste una corrispondenza tra gli intervalli
psicologici e quelli numerici che sia stata provata; e i linguaggi formali sono incompatibili con quelli naturali. Per cui il
miglior rimedio è quello di accettare risposte non codificate (o libere) degli intervistati.

7.5.1 Ritornare alla proposta di Galtung: domande aperte, risposte chiuse


Come abbiamo visto nel par 1.8, Likert perse il confronto con Wilson e la sua procedura “domanda chiusa/risposte
aperte” andò in disuso. Tuttavia, qualche decennio più tardi, il metodologo norvegese Galtung, ripropose le idee di
Likert con una variante alla sua procedura, che egli chiamò “domanda aperta/risposte chiuse. Sebbene furono modalità
diverse, entrambe perseguivano lo stesso principio: rendere l’intervista una conversazione, lasciare liberi gli intervistati
di rispondere liberamente: “per le interviste, una distinzione può essere fatta tra domande chiuse e risposte chiuse.
Nelle prime al rispondente vengono date, oralmente, le modalità di risposta: “quali candidate preferisci: Allende, Frei o
Durian?”, che vuol dire che la variabile di risposta è proferita a lui com’è riportata nel questionario. Nelle seconde gli si
chiede: “Quale candidato preferisci?”. La domanda è aperta, ma l’intervistatore può disporre di risposte precodificate
nella sua scheda. Questo tuttavia è saputo solo da lui e on dal rispondente, e quindi gli serve solo per scopi
amministrativi come facilitare la codifica.

Galtung ha proposto che:

a) All’intervistato non vengano lette le modalità di riposta standardizzate;


b) L’intervistato risponda alla domanda con parole proprie;
c) L’intervistatore riconduca la risposta dell’intervistato a una delle modalità previste;
d) Qualora l’intervistatore abbia qualche difficoltà o si trovi nel dubbio, può trascrivere sinteticamente la risposta
lasciando al codificatore la soluzione del problema.

7.5.2 La tecnica dell’”inter-vey”


I tempi sono cambiati. Negli anni 60 e 70, quando Galdung scriveva la “svolta cognitiva” e quella “pragmatica” (cap. 2)
rispettivamente degli anni 80 e 90, non si erano ancora realizzate. Per cui i tempi sembrano maturi per riproporre l’idea
di Galdung (un altro “ritorno” dopo quelli di Lazarsfeld e Likert) rinforzata da una fiducia che forse a lui mancava. A tal
fine può essere utile dare a questa procedura un nuovo nome per renderla distintiva. Il neologismo “inter-vey” mette
assieme due caratteristiche: “Inter” sottolinea la componente conversazionale (quindi qualitativa) dell’intervista
discorsiva, “vey” indica la survey (quindi quantitativa).

Un’applicazione

Nell’autunno 2001 Gobo realizza un sondaggio su un campione probabilistico di 427 studenti (6% della popolazione di
riferimento, composta da 7.115 studenti) di SPO-UNIMI. Fu condotto via telefono con l’ausilio di 98 studenti-
intervistatori. Il questionario fu costruito in classi ed essi inventarono tutte le modalità di risposta, avendo loro, per
ovvie ragioni, molta familiarità sia con le domande che con le risposte. L’intervistato, senza sapere le risposte,
rispondeva con parole proprie. Nel caso una dichiarazione non potesse rientrare nelle risposte prestabilite, si mettevano
in “altro”. Le motivazioni al “perché hai scelto SPO” sono state divise in tre aree, usate successivamente anche per
riclassificare gli item) in conformità con la classificazione del ricercatore:

1) Motivazioni strumentali (mancanza di test di ingresso, facoltà poco impegnativa)


2) Motivazioni vocazionali (affronta meglio alcune problematiche, prestigio dei docenti)
3) Influenza sociale (perché si sono iscritti amici, consigliato dai genitori)

Se gli intervistatori non riuscivano a collocare immediatamente la risposta dell’intervistato nell’arco delle modalità
prestabilite, continuavano a conversare con lui/lei finché non capivano quale fosse, altrimenti “altro”.

Combinare i vantaggi della libera conversazione e delle risposte prestabilite

Shuman e altri richiamano la necessità di trovare alternative all’intervista standardizzata. Essi suggeriscono che il
sondaggio dovrebbe essere discorsivo piuttosto che standardizzato e rigido, perché “noi dovremmo impiegare
procedure che non rendano normativamente irrilevanti informazioni rilevanti, prima di tutto dal punto di vista
discorsivo”. Il modello” domande aperte con risposte chiuse” (inter-vey) è da noi proposto proprio perché soddisfa sia
gli scopi della standardizzazione dei significati che quelli di potenziare e ampliare il ruolo ermeneutico del ricercatore.

La inter-vey ha diversi vantaggi:

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- in primo luogo essa molti degli ostacoli presenti nelle domande con risposte totalmente aperte (ad esempio gli
alti costi economici e temporali per registrare i discorsi degli intervistati).
- In secondo luogo, essa mantiene tutti i vantaggi delle domande a risposta aperta; in particolare bisogna
sottolineare la sua più grande fedeltà rispetto alle domande con risposta chiusa, insieme al fatto che consente di
riconoscere immediatamente (e intervenire) se una domanda è stata fraintesa.

TABELLA PAGINA 245

Rispetto alle domande con risposte chiuse, la inter-vey raccoglie risposte maggiormente comparabili, perché:

a) Un intervistatore addestrato conosce l’obiettivo e la corretta interpretazione delle domande, item e alternative
di risposta meglio degli intervistati;
b) I significati nella (relativamente piccola) “comunità degli intervistatori” sono più stabili che nella massa
(socialmente e culturalmente differente) degli intervistati;
c) I costi della presentazione del questionario non si accrescono, contrariamente a quello che sostengono Sirken e
Schechter, convinti che un approccio interazionale alla survey li faccia aumentare a causa della necessità di un
addestramento più intensivo degli intervistatori e di uno staff di intervistatori più professionale.

L’inter-vey: prendi 2 paghi 1

L’inter-vey aumenta la comparabilità delle risposte mediante un uso più aperto, flessibile e cooperativo (rispetto
all’intervista standardizzata) dell’intervista con questionario.

Tuttavia l’inter-vey non dev’essere confusa con altre forme non standardizzate di intervista in uso nella ricerca
qualitativa, dal momento che essa continua a usare il questionario e si colloca all’interno del metodo del sondaggio. Essa
comunque condivide con l’intervista discorsiva alcuni vantaggi:

a) Essere sensibile ai bisogni e caratteristiche degli intervistati;


b) Favorire la loro libera espressione;
c) Non sopprime gli elementi interazionali richiesti per mantenere una mutua comprensione;
d) Rispettare le norme della conversazione, necessarie per la cooperazione con l’intervistato;

Essa mantiene i principali vantaggi nella survey nell’ottenere informazioni (tramite un questionario) sulle stesse
proprietà/variabili per tutti gli intervistati, in modo che sia possibile un’analisi statistica (Gobo). L’inter-vey quindi
combina approcci sia qualitativi che quantitativi in un unico strumento, sulla scorta di altre tecniche come il “metodo
Delphi” o il “mystery shopper” (Gobo).

Mediante l’inter-vey, la comparabilità delle risposte diviene un obiettivo strategico, realizzato attraverso la
massimizzazione delle congruenze intersoggettive dei significati attribuiti a domande, item e modalità di risposta da
parte dei partecipanti (ricercatori, intervistatori e intervistati).

7.6 Conclusioni
Conrad e Schober, comparando l’intervista conversazionale con quella standardizzata, chiariscono: l’intervista
conversazionale si basa sull’assunto che un significato possa rimanere stabile attraverso le situazioni e i rispondenti,
fintantoché gli intervistatori possono dialogare con i rispondenti al fine di chiarire questi significati. L’intervista
conversazionale, per chiarire i concetti, non dovrebbe essere confusa con precedenti tecniche non standardizzate,
progettate per aumentare la sincerità dei rispondenti mediante una miglior relazione tra rispondente e intervistatore. Lo
scopo dell’intervista conversazionale è quello di chiarire i concetti presenti nelle domande.

Allo stesso modo dell’intervista conversazionale, anche l’inter-vey mantiene come altamente prioritario l’obiettivo di
fondare la comparabilità delle risposte mediante la standardizzazione dei significati (chiarendo i concetti). Tuttavia, al
contrario dell’intervista conversazionale, l’inter-vey auspica l’attivazione di tutte le risorse relazionali utili alla
massimizzazione delle altre dimensioni della qualità del dato (come la sincerità e l’accuratezza della risposta, Gobo),
includendo la possibilità di motivare gli intervistati al fine di ottenere la piena cooperazione, sin dal primo istante del
contatto. In generale l’inter-vey necessita che gli intervistatori siano capaci di adattare le loro competenze interazionali
alla situazione di intervista, in modo tale che gli intervistatori cooperino al successo della survey, attivando
appropriamente tutti i vari compiti richiesti.

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PARTE QUARTA: IMMAGINARE IL FUTURO

Cap. 8 Glocalizzare la survey


De-colonizzare  smettere di applicare metodi di ricerca mono-culturali per contesti interculturali. Glocalizzare i beni
significa creare prodotti e servizi pensati per n metodo globale, ma fatti su misura per una cultura locale. Robstone, fine
anni 80: co-presenza di tendenze universali e particolari. Heat, Fisher, Smith (2005): imposizione degli stessi standard a
paesi differenti non è desiderabile.

8.1 Verso una metodologia interculturale


L’Europa e gli Usa sono stati il crogiolo della metodologia survey contemporanea, la quale può essere quindi, a ragione,
considerata un’invenzione della cultura accademica occidentale, il metodo survey è ora una conoscenza fra le più
globalizzate. Tuttavia esiste un problema teorico, con implicazioni pratiche: il metodo survey è stato (tacitamente)
proposto come universale e adatto ad ogni cultura, anche se sviluppato in una cultura soltanto. In particolare, a partire
dagli anni 50, abbiamo assistito ad una sorta di colonizzazione (americanizzazione) e poi globalizzazione di questo
metodo: ad esempio la diffusione in tutto il mondo di domande standardizzate con risposte prestabilite può essere
considerata una specie di prodotto globale standard (Gobo). Il punto è che se da un lato le società europee e americane
sono ormai interculturali (vi vivono africani, latinoamericani, indiani, cinesi, arabi), dall’altro molti ricercatori continuano
ad utilizzare metodo monoculturali, anche se i flussi migratori hanno cambiato il volto di queste società. Emerge
prepotentemente la necessità di trovare metodi democratici e postcoloniali e di collaborare con le popolazioni
interculturali per sviluppare un metodo survey che sia “culturalmente flessibile”, trasformare un metodo accademico
occidentale in uno strumento interculturale e sensibili a temi etnici.

8.2 La survey globale e i suoi critici


Il processo di globalizzazione che ha portato il metodo survey a diffondersi in tutto il mondo, non è stato neutrale.
Domande particolari incorporano anche particolari tradizioni culturali.

Assunti culturali taciti sottostanti le survey transnazionali

Questa ampia intesa intellettuale ha causato una serie di distorsioni guidate da una tacita imposizione di un particolare
modello culturale: quello occidentale. Ne è esempio lo stesso concetto di “opinione pubblica”. Potrebbe essere che in
alcuni Paesi non ci sia alcun dibattito sulle relazioni commerciali internazionali, e quindi nessuna base solida per
sostenere che l’opinione pubblica sia più o meno a favore di quel tema rispetto ad altri Paesi. Questo tipo di
fraintendimento si manifesta anche nella misurazione di concetti come “destra” e “sinistra”.

La media nazionale e le società contrapposte

I limiti del trasferimento al resto del mondo di un modello statunitense di survey si fanno particolarmente evidenti
quando esse vengono condotte in una società non omogenee; per cui la media nazionale può non essere appropriata in
una società con forti contrapposizioni. Trilussa, poeta romanesco del 900, soleva ironizzare sulla media statistica,
dicendo che se un ricco mangia due polli e un povero non ne mangia neanche uno, per la media statistica risulta che
entrambi ne abbiano mangiato uno a testa. Questo indica tutta la problematicità di un’unica misura dell’opinione
pubblica nazionale e suggerisce che l’unità di analisi rilevante possa non essere lo Stato ma alcune sue sotto unità.

Stati versus nazioni

Come riconoscono Heath, Fisher e Smith, poiché lo Stato è di norma l’unità di raccolta delle informazioni (sia per la
popolazione che per le decisioni politiche) è comprensibile che la ricerca sull’opinione pubblica abbia la tendenza a
considerare lo Stato (anziché la nazione) come unità di analisi. Tuttavia, più utile sarebbe utilizzare le sotto-unità
territoriali dello Stato, saldando le unità di raccolta delle informazioni con le entità significative dal punto di vista
linguistico ed etnico.

Oltre alla diffusione nel mondo di un prodotto standardizzato, la globalizzazione delle survey dell’opinione pubblica ha
comportato anche la standardizzazione nella loro conduzione, ma regole in materia sono ancora poco applicate. Ad
esempio la Scozia dovrebbe essere rilevata separatamente dall’Inghilterra.

8.3 Una filosofia sociale individualista


Secondo il sociologo polacco Goskowski il diffondersi della survey è stato favorito dalla filosofia sociale individualista,
molto radicato nella società americana: la visione della società come aggregato di individui.

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Secondo Pitrone, l’individualismo della tradizione filosofica americana ha favorito la diffusione della survey sia
direttamente (mettendo l’accento sul comportamento e gli atteggiamenti del singolo), sia indirettamente, favorendo lo
sviluppo di un mercato molto competitivo, che le aziende dovettero presto imparare a conoscere e influenzare
attraverso il marketing. Alla survey si arrivò prendendo coscienza dei limiti delle indagini che utilizzavano
esclusivamente dati aggregati. Questo tipo di studi, i cui esempi classici si ritrovano nelle ricerche di Durkheim
sull’alcolismo e sul suicidio, possono fornire informazioni sul comportamento manifesto di un vasto numero di persone
(consumi, voto, mobilità sociale) ma non ci dicono nulla sulle motivazioni, opinioni, livello di conoscenza di coloro che
attuano quei comportamenti. Questa debolezza comportò un progressivo spostamento dalle ricerche su dati aggregati a
ricerche su dati individuali.

Negli anni 40 negli USA e UK si cambiò anche la natura dei temi oggetto di indagine: l’attenzione si spostò dai problemi
economici e demografici verso le opinioni e gli atteggiamenti degli individui, perché ai governi americano e britannico
premeva conoscere le reazioni dei cittadini ai bombardamenti inflitti e subiti. Tuttavia, in molte altre società questa
filosofia sociale individualista non è presente, almeno non in forma così marcata. Per esempio, RIesman e Glazer
raccontano che le donne in alcuni paesi dell’India, timorose di essere intervistate, declinavano la richiesta a favore del
capo del villaggio.

L’ideologia individualista e il campionamento

Se l’ideologia individualista ha favorito lo sviluppo della ricerca sociale, tuttavia l’ha incanalata entro precisi confini. SI
tende così a ignorare che le opportunità individuali sono pesantemente limitate dalla stratificazione sociale, dall’epoca
in cui si nasce, dai luoghi dove si è socializzati e dalle reti sociali di appartenenza. L’ideologia individualista quindi
presuppone che ciascun soggetto sia in qualche modo autonomo dagli altri. Ma quante sono le attività che facciamo
realmente da soli? Ci si può chiedere quanto sia appropriato somministrare un questionario individuale se molte delle
nostre attività e opinioni sono un prodotto collettivo? Sarebbe molto più opportuno intervistare famiglie (intere) gruppi
di pari, gruppi professionali.

L’individualismo adotta una prospettiva che sottolinea il ruolo del singolo nella produzione di atteggiamenti,
comportamenti e opinioni. Le ricerche antropologiche hanno invece mostrato proprio l’opposto, cioè che è la cultura a
produrre il modo di pensare. Gli individui prendono in prestito per la maggior parte significati già preesistenti.

Questa ideologia individualista si ripercuote anche sulla filosofia di base che presiede le tecniche di campionamento
(Gobo), ancora troppo centrate sul reclutamento degli individui anziché dei gruppi, tradendo una tradizionale
concezione volontaristica degli attori sociali, pensati come individui in carne ed ossa. Essa è lontana dalle più recenti
teorie cognitiviste, sistemiche, costruttiviste ed etnometodologiche, che invitano a guardare la società come a un
reticolo di relazioni e scambi comunicativi.

I ricercatori sociali, invece, prima campionano gli individui e li intervistano, poi dalle loro risposte ricostruiscono gli
atteggiamenti e i comportamenti sociali. Appare invece più corretto prima campionare i comportamenti e gli
atteggiamenti oggetto della survey, successivamente intervistare i soggetti che tengono questi comportamenti e
condividono questi atteggiamenti.

Ad esempio, prima individuare un quartiere che si è distinto per comportamenti razzisti e poi intervistarne i residenti
oppure intervistare le persone che escono dai cinema, dalle mostre, dai teatri, per studiare i consumi culturali. Anche
Converse e Schuman convenivano sull’opportunità di campionare non solo le persone ma i momenti di vita vissuta.

Michigan versus Columbia: due modelli a confronto

L’impronta dell’individualismo sulla survey è molto evidente nell’esportazione, negli anni 60, del modello Michigan degli
studi elettorali. Il suo modello culturale di tipo psico-sociale fu preferito a quello più sociologico della Columbia. Secondo
Heath, Fisher e Smith gli approcci intellettuali attualmente dominanti per lo studio del comportamento elettorale
tendono a essere indiavolisti, basati spesso sulla teoria della scelta razionale. Le domande poste, ad esempio, nel
modulo dei Comparative Studies on Electoral System (CSES) che coprono tipi di concetti come gli atteggiamenti nei
confronti dei leader, lo spazio destra-sinistra e i pregiudizi di prestazione economica, sono plasmate da questo tipo di
modello intellettuale individualista e razionale. Naturalmente le opinioni pubbliche relativamente all’asse politico
destra-sinistra e gli atteggiamenti nei confronti dei leader sono importanti. Tuttavia non è chiaro se il modello
intellettuale sottostante a queste domande sia per l’India appropriato per quanto lo è per UK e USA.

Le conoscenze tacite occidentali incorporate nel modello della survey

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Molte ricerche transculturali, specialmente quelle nel campo della ricerca-azione, hanno documentato tutta una serie di
problematiche che il metodo della survey incontra quando intervista:

- Poveri e/o analfabeti


- Persone con alta scolarità (manager, intellettuali)
- Persone non appartenenti a culture occidentali

Le survey raccolgono informazioni mediante conversazioni, che tuttavia non sono quelle di tipo ordinario, ma una forma
specifica di interazione sociale che nasce in un periodo particolare della storia dell’Occidente, tra fine 800 e inizio 900.
Questo significa che l’intervista è un prodotto culturale e non una semplice tecnica di ricerca. Di conseguenza il tipo di
interazione richiesto dalla survey non è universale, neutrale o a-culturale. Al contrario, per affrontare quel particolare
incontro sociale chiamato “intervista”, sono necessarie speciali competenze (culturali), conoscenze tacite e conduzioni
sociologiche. Come Galtung e Cicourel avevano già notato, la survey moderna è uno strumento inventato dalla classe
media accademica adatto per interrogare membri della classe media. Le classi inferiori e superiori sono quindi
culturalmente estranee ad esso. Inoltre, ad essere più precisi, non si tratta di una semplice contrapposizione tra
Occidente e Oriente, bensì fra culture moderne e premoderne, che, percorre trasversalmente i due mondi.

A ogni modo la conoscenza tacita occidentale, che molto tempo fa ha costituito le fondamenta della survey, è ancora
incorporata in essa. Questa conoscenza include:

- Il considerare accettabile avere conversazioni con estranei (intervistatori)


- La capacità dell’intervistato di parlare in nome si è stesso e sentirsi come un individuo autonomo e indipendente
- L’esperienza di fornire informazioni in un’intervista telefonica senza vedere in faccia l’intervistatore e una
volontà di sospendere le attività quotidiane per rispondere alle domande
- Un concetto ampio di “opinione pubblica”, necessario per comunicare opinioni e atteggiamenti
- Particolari competenze linguistiche
- Avere un’opinione personale
- La capacità di descrivere stati interni
- La conoscenza dell’etichetta e delle convenzioni implicite del dialogo
- L’uso della lingua standard tradizionale
- Predominanza della cultura chirografica su quella orale
- Esistenza di un particolare sistema politico, con una società civile sufficientemente forte, che crea un contesto
per rispondere liberamente
- Nessuna aspettativa che l’intervistatore sia competente sull’argomento indagato dalla survey

8.4 La lezione appresa dalle survey transnazionali


Lo psicologo russo Lurija, intervistando contadini analfabeti all’inizio degli anni 30 in Uzbekistan, notava la loro
incapacità nel compiere ragionamenti astratti circa i loro sentimenti, identità, personalità e famiglia. L’antropologo
americano Moerman intervistando alcuni Lue, una popolazione della Thailandia, affermava che essi on erano capaci di
rispondere a domande astratte del tipo “Chi è un lue?”. Peraltro proprio in Cina è stata notata la presenza di un doppio
codice, uno pubblico e uno privato, retaggio della Rivoluzione culturale, quando una parola sbagliata poteva causare un
disastro politico. È comune che le persone ancora si rifugino ancora nel sistema del discorso pubblico e forniscano
risposte “corrette” secondo la terminologia politica standard. Nelle zone rurali cinesi, dove molte donne hanno ancora
scarsa indipendenza anche nell’uso dei media, la domanda “Che tipo di programmi televisivi ti piacciono?”, è
inappropriata.

Questa rassegna dei problemi culturali e sociali associati alla survey potrebbe dare l’impressione che il metodo in
questione non funzioni adeguatamente soltanto nelle società non occidentali, mente risulta adeguato a quelle
occidentali. Oggi però le società occidentali sono interculturali. In secondo luogo, numerose ricerche mostrano che la
survey è inadeguata anche in molte società occidentali. La tendenza a rispondere affermativamente è stata notata in
Norvegia fra le persone anziane e negli USA fra gli afroamericani. In alcune regioni italiane esiste un sistema culturale
che favorisce l’omertà e che impedisce agli intervistati di rispondere liberamente. In Cina spesso le persone meno
istruite e che svolgono lavori di bassa manovalanza, hanno paura o non vogliono parlare con gli stranieri.

In generale gli intervistati meno istruiti e i gruppi marginali non sono a loro agio con le scale Likert, cioè incontrano
difficoltà nel dover allineare i loro pensieri a modalità di risposte che prevedono gradi di consenso o l’essere favorevole
a qualcosa. Essi concettualizzano gli argomenti delle domande usando categorie come “vero/falso” o “giusto/sbagliato”.

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8.5 De-colonizzare la survey


Il metodo della survey ha bisogno di essere riprogettato in modo da adattarsi a queste nuove situazioni sociali. Non è più
possibile continuare ad applicare metodi di ricerca monoculturali per studiare società interculturali. L’obiettivo è di
progettare un nuovo metodo survey capace di accogliere i vincoli cognitivi e sociologici presenti nelle particolari
situazioni sociali di ogni intervista.

L’assenza di alcuni concetti fra i diversi paesi

Un primo passo verso una survey postcoloniale è riconoscere che non sempre c’è equivalenza fra i concetti che si
vogliono indagare. Le culture hanno le loro specificità, che possono essere incommensurabili con altre culture.

Le ricerche che vanno sotto il nome di translation studies, hanno riaffermato quello che gli antropologi da tempo
sostengono; molti concetti sono intraducibili; ogni traduzione è un tradimento; esiste una differenza tra traduzione e
interpretazione.

Tuttavia anche la soluzione contraria, il limitare la ricerca ai soli concetti che possono essere rilevai in tutti i paesi, può
provocare gravi distorsioni. Infatti concentrarsi solo sui tratti comuni dei sistemi di credenze, tralasciando quelli
distintivi, conduce ad appiattire le culture rendendole artificiosamente simili. Questa considerazione fu sollevata da
Hodge e colleghi più di cinquant’anni fa nel loro studio comparativo sul prestigio occupazionale, diventato un classico:
ad esempio nello studio di Tityakian condotto nelle Filippine, emerse che solo per un numero ristretto di occupazioni era
sensato fare la domanda sia agli abitanti dei villaggi più remoti che a quelli di Manila.

La non equivalenza dei significati fra i Paesi

Diversa è la situazione in cui ci possono essere termini comuni fra i Paesi, la cui interpretazione può variare da contesto
a contesto, perché le persone che appartengono a mondi differenti verbalizzano e concettualizzano i problemi in modo
differente. In questo caso decolonizzare la survey significa compiere il massimo sforzo necessario per rilevare tutti i
differenti significati anziché imporre determinate definizioni; le lingue sono diverse, valori comuni troppo pochi e
tecniche standard non sempre adatte. Ad esempio la scala destra-sinistra o conservatore-liberale significa cose
abbastanza differenti in Paesi diversi.

Il problema della non equivalenza dei significati si situa ad almeno tre livelli:

- Trasversalmente fra paesi: la mancanza di equivalenza funzionale tra domande e risposte terminologicamente
identiche, può essere dovuta alla complessità dei concetti contenuti nelle survey (corruzione, religiosità,
nazionalismo).
- All’interno dei singoli Paesi: società multilingue e plurali
- Trasversalmente fra le categorie sociali: classi sociali, genere, istruzione o età.

Rimedi tradizionali: nel corso del tempo si sono cercati diversi rimedi e soluzioni al problema della non equivalenza dei
significati. Alcuni approcci, mantenendo una visione tradizionale, continuano ad essere mossi dalla preoccupazione che
anche piccole differenze metodologiche nei piani di codifica, la progettazione del questionario e la successione degli
item, le procedure di campionamento e le tecniche intervistativa, il lavoro sul campo o i tassi di risposta e cooperazione,
possono contribuire a interpretazioni errate della significatività delle differenze transnazionali, che possiamo trovare
negli atteggiamenti e nei valori.

Questo è l’approccio del controllo, dell’utopica possibilità di poter (e dover) standardizzare il processo di raccolta dati. In
conformità ad esso, le domande nuove dovrebbero essere controllate meticolosamente mediante progetti pilota prima
di essere inserite nei questionari.

Un’altra tecnica proposta è l’uso della “traduzione a ritroso”, che consiste nel chiedere a due diversi esperti di tradurre
una domanda da una lingua all’altra e poi ritradurla al contrario. Mediante una comparazione dell’originale con la
doppia traduzione si possono rilevare tutti i problemi.

Harkness e altri propongono il modello TRAPS, che consiste in cinque fasi genarli per sviluppare e valutare la bontà di
una traduzione di questionario: (T) Translation; (R) Review; (A) Adjudication, (P) Pretesting, (D) Documentation; La
traduzione però non è sempre sufficiente; c’è sempre bisogno dell’opera dell’intervistatore, in particolare con gli
intervistati meno istruiti. Martinez e altri affermano che per ridurre gli errori, la domanda potrebbe prevedere una
risposta libera e classificata al momento dall’intervistatore, proprio come prevede l’inter-vey.

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Rimedi alternativi: la proposta mira a realizzare strategia più dolci che hanno l’obiettivo di standardizzare i significati
anziché semplicemente le procedure. Proprio per questo motivo, termini differenti dovrebbero essere usati per
convogliare lo stesso significato.

In primo luogo, nella progettazione dei questionari, i ricercatori dovrebbero fornire materiali supplementari ai
traduttori, specificando chiaramente i significati da loro intesi, in modo che circolocuzioni funzionalmente equivalenti
possano essere più facilmente identificate.

Un’altra tecnica si basa sull’uso di storie (vignette). Lo scopo di questi autori (par 3.2.4) è incorporare la soggettività
mediante la costruzione di diversi scenari e stabilire probabili significati per ognuno. Alla domanda “quanta voce in
capitolo hai nell’influenzare il Governo ad occuparsi dei temi che ti stanno più a cuore?” dipende sempre dal contesto;
da uno studio di King emerge che in Cina (dove non ci sono elezioni) c’è più capacità di influenza che in Messico. Quindi
come strumento per riorientare il problema dell’equivalenza del significato, questa tecnica sembra potenzialmente
inutile (Gobo).

Gli interpreti di parti terze: esistono due principali strategie per accrescere la partecipazione di persone linguisticamente
isolate. Una consiste nel tradurre il questionario nella loro lingua e reclutare gli intervistatori che siano fluenti in quella
lingua. Tuttavia, a causa degli alti costi, il numero di lingue e di intervistatori disponibili sono spesso insufficienti rispetto
alle necessità di ricerca. Un’alternativa è usare “interpreti di parti terze” i quali assistono sia gli intervistatori che gli
intervistati mentre l’intervista è in corso telefonicamente. Il costo è 4 volte superiore di una normale intervista.

Hu, Link e Mokdad descrivono la loro procedura per controllare la qualità dei dati: intervista, 150 lingue con interpreti.
Nel primo giorno furono ascoltate tutte le telefonate-intervista, poi il resto a campione. Dopo aver fatto le interviste,
altri specialisti in lingue analizzarono le interviste per valutare la qualità degli interpreti. Ogni domanda fu valutata in
base a cinque attributi: accuratezza nell’interpretare la domanda, nell’interpretare la risposta, difficoltà nel presentare
la domanda, numero di ripetizioni della domanda, numero di scambi verbali tra interprete e intervistati. I risultati di
questa tecnica furono incoraggianti, con un tasso di errore inferiore al 4% nell’interpretazione della domanda e
dell’1,4% nelle risposte.

L’uso di interpreti di parti terze in interviste telefoniche costa approssimativamente quattro volte di più che un’intervista
normale; richiede il doppio del tempio; il costo deve comprendere il denaro e tempo spesi per reclutare, addestrare e
supervisionare gli intervistatori in ognuna delle lingue. Bisogna tener conto anche di altri fattori:

a) Affidabilità dei dati su alcuni temi


b) Considerazioni politiche e sociali relativamente all’ingiusta esclusione, semplicemente su base linguistica, di
gruppi particolari.

8.6 Coniugare globale e locale


Date queste condizioni la metodologia dovrebbe adattarsi alle nuove società che incontra e cercare di sviluppare una
metodologia glocale, in modo da prendere in considerazione le caratteristiche delle culture locali. Glocalizzare i beni
significa creare prodotti e servizi pensati per un mercato globale ma fatti su misura per una cultura locale.

8.7 Un nuovo marchio per la nuova survey


Come affermano Heath, Fisher e Smith, l’imposizione degli stessi standard a Paesi differenti, che hanno le loro diverse
tradizioni nella ricerca di survey, può non essere possibile e nemmeno desiderabile. Per esempio, diverse tecniche di
costruzione/raccolta dei dati (CATI, CAPI ecc) possono essere adatte in certi paesi che hanno storie e problemi differenti.
I campioni “per quote” possono essere alternativi accettabili in un Paese dove i campioni probabilistici non possono
essere efficacemente costruiti.

- Una prima strategia potrebbe essere quella di aiutare i metodologi asiatici, africani e latino-americani a
pubblicare le loro esperienze e idee e stimolare le riviste metodologiche a cercare manoscritti di autori che
svolgono ricerche sociali in Africa e Oriente.
- Una seconda strategia prevede di chiedere ai metodologi di restringere le affermazioni universali dei loro
manuali; la presenza di capitolo riflessivi sui limiti e gli incorporamenti culturali dei metodi occidentali potrebbe
aprire nuova prospettiva epistemologiche.
- Una terza strategia prefigura di rendere le riviste metodologiche e i manuali di ricerca realmente internazionali.

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8.8 Conclusioni
La survey contemporanea è un prodotto di culture locali (EU e USA). Durante il XX secolo i modelli culturali locali
incorporati a questo metodo sono rimasti celati e il metodo survey, un tempo prodotto locale è diventato una sorta di
conoscenza generale basata su principi a-contestuali. Questo lo ha resto un tipo di conoscenza fra le più globalizzate.
Bisogna de-colonizzare la survey, soprattutto per la pressione delle società interculturali su metodi monoculturali.

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