Sei sulla pagina 1di 9

De Cesarei 2.06.

04
Riprendiamo a parlare della RELAZIONE tra STRESS e SALUTE.
Eravamo rimasti a: FUNZIONI E ATTIVITA’ FISIOLOGICHE COINVOLTE NELLA RISPOSTA DI ALLARME,
cioè nella RISPOSTA di ATTACCO E FUGA.
Avevamo detto che tra le caratteristiche degli eventi stressanti c’era il fatto di essere:
- degli eventi cronici cioè duraturi, sostenuti nel tempo
oppure
-degli eventi acuti.
Ripartiamo da questo perché Selye -che già abbiamo nominato per le definizioni iniziali di stress-
individua un comportamento che è dannoso per la salute delle persone, e questo tipo di
Risposta/Reazione che l’organismo mette in atto per far fronte agli stressor (sollecitazioni) la
definisce Sindrome Generale di Adattamento (GAS) che consiste in 3 stadi che si succedono
nell’organismo in sequenza temporale (uno dopo l’altro) durante ogni reazione da stress.
(alcuni stadi sono adattivi, altri diventano meno adattivi).
Le 3 fasi sono:
-reazione di allarme
-resistenza (o adattamento del corpo allo stress)
-esaurimento

La reazione di allarme è quella di cui abbiamo parlato finora: si mobilitano delle risorse per gestire
(coping) lo stress della situazione attuale: io mi trovo di fronte a un carico eccessivo, a richieste di
adattamento di qualunque tipo -mentale, attentivo, emotivo, legato alla sicurezza personale ecc- e
mobilito delle risorse 36:05 anche a livello fisiologico, per gestire la situazione attuale. Ovviamente
questo è un comportamento adattivo e virtuoso perché permette all’individuo e all’organismo di
non essere succubi della situazione, ma di farvi fronte. Quindi la reazione di allarme è in sé un
aspetto positivo della ns capacità di reagire allo stress.
Poi si entra nella 2° fase, ossia nella fase di resistenza o adattamento che è quella più difficile da
osservare. La resistenza è strettamente legata al fatto che il corpo si adatti allo stress: il soggetto
non fa più fronte a una situazione particolarmente difficile ma si adatta al fatto che la sua vita è
costituita dal doversi confrontare ogni giorno con degli stressor molto forti :es. un carico di lavoro
molto grande e non prevedibile dal giorno prima. Tutti i giorni la persona va al lavoro e si trova una
pila di pratiche da sbrigare con delle scadenze a breve, e di cui non conosce la complessità delle
problematiche e dunque non conosce il tempo e lo sforzo che ci impegnerà. Ovviamente la prima
volta che la persona subisce l’azione di questo stressor cerca di tirar fuori tutte le proprie energie,
ma se la situazione stressante si protrae nel tempo, la persona si “adatta” a questa situazione
stressante; stressante in quanto imprevedibile, in quanto richiede uno sforzo cognitivo (la persona
trova sulla scrivania tutti i giorni una pila di nuove pratiche da evadere) e in quanto per la persona
diventa anche un investimento emotivo importante.
In questa 2° fase di resistenza/adattamento “apparentemente” il fatto di adattarsi e quindi di
dire: “io sono una persona che nonostante si trovi tutti i giorni una grossa mole di lavoro da
svolgere, riesco a gestire bere la situazione, riesco a far fronte alle mille difficoltà e nonostante il
grande sforzo cognitivo riesco a sbrigare tutte le pratiche e a far felici miei superiori e quindi ad
avere delle buone valutazioni” - apparentemente sembrerebbe filare tutto liscio, tuttavia non è
così perché giorno dopo giorno il mio organismo si sta abituando a dedicare una quota sempre
più grande di risorse unicamente a una situazione che è sempre la medesima, sempre ripetitiva e
che ormai è diventata “cronica”.

1
Quindi se inizialmente la quota di risorse che la persona aveva a disposizione per affrontare il
mondo esterno era “di una certa misura”(o grande o media o piccola), ora la quota di risorse che
la persona ha a disposizione per affrontare tutto quello che il mondo le chiede, è “ridotta” perché
una grossa quantità è già dedicata a quello a cui la persona si è “adattata”.
Come fa la persona ad accorgersi di questo?
Siccome la persona si è “adattata” a quella situazione lavorativa, la sua performance sul lavoro
rimane sempre buona.
Ma allora la persona come fa ad accorgersene?
La persona se ne accorge da “come” reagisce agli stress aggiuntivi, perché uno stressor
aggiungivo – ricordate quanto vi ho detto sulla saggezza del corpo e di quella quota di risorse
aggiuntive (extra) che noi dedichiamo agli eventi “nuovi” che si presentano- ha bisogno di una
quota aggiuntiva di risorse ma se la persona non ha a disposizione la quota di risorse aggiuntive
-perché le richieste e il mondo a cui la persona si è ”adattata” assorbono una grossa quantità di
risorse- allora il soggetto non è pronto per poter far fronte a degli stressor aggiuntivi e quindi per
es. la persona diventa molto più irritabile, di quanto sarebbe giustificato sulla base di uno stressor
aggiuntivo.
Quindi riassumendo:
1° fase: la reazione di allarme è data dal fatto che per la prima volta mi trovo con un
grosso carico di lavoro
2° fase: resistenza/adattamento= il corpo si adatta allo stress ma questo ha un costo infatti in
questa fase la resistenza a stressor aggiuntivi è molto ridotta . La persona si trova ogni giorno con
un grosso carico di lavoro, però riesce a gestire questo stressor. Tuttavia quando le capita uno
stressor aggiuntivo, come ad es. una malattia propria o di un familiare, o un litigio, reagisce in
maniera “esagerata” perché le sue risorse per affrontare quello stressor aggiuntivo le ha già
dedicate all’evento “cronico/quotidiano” legato al lavoro. (non ha più a disposizione la quota
aggiuntiva di risorse che le servirebbe per fronteggiare il nuovo stressor, lo stressor aggiuntivo)
Da questo si evince che Selye vedeva lo stress non tanto come un aspetto patologico delle
persone, quanto come una caratteristica degli organismi che si adattano al mondo esterno.

La domanda è: Questa interazione col mondo esterno che può coinvolgere qualunque ambito
(l’ambito relazionale, l’ambito lavorativo ecc) quante risorse richiede all’organismo?
E quanto “spazio interno” lascia libero per affrontare nuove sfide, nuovi obiettivi, nuovi
stressor?
Vi dicevo che nella fase di resistenza/adattamento tuttavia, cioè nel 2° stadio, -a meno che non
capitino degli eventi stressanti aggiuntivi, cioè delle problematiche aggiuntive come ad es. la
malattia propria o di un familiare, io potrei non accorgermi di nulla, perché vedo una persona che
comunque “funziona” cioè una persona che affronta le vicende della propria vita in maniera
“apparentemente” soddisfacente per sé e per gli altri e non mostra particolari segni di disagio.
Tuttavia può succedere che le cose peggiorino ulteriormente nel senso che l’”adattamento” può
richiedere una dose sempre maggiore di risorse fino ad esaurirle!
(quindi la resistenza non è statica ma a seconda dei casi può anche essere che richieda sempre più
risorse, fino ad esaurirle!)
Ed ecco che quando le risorse sono esaurite a quel punto io sono in grado di osservare che c’è un
disagio, perché a quel punto le mie risorse non sono neanche sufficienti per affrontare quella
che è la mia vita quotidiana!! -> A livello lavorativo un “classico” è il burnout (l’esaurimento).
-> A livello psicosomatico si può avere un crollo della salute, ad es. un crollo del sistema
immunitario. E come si diceva questo può essere osservato a qualunque livello della vita
relazionale di una persona.
2
Se volete vedere questa cosa di cui stiamo parlando ora, però con un grafico, potete vederlo nella
slide 21: questo è un grafico che mette in relazione il tempo (una 1° fase di allarme, una 2° fase di
resistenza e la 3° fase di esaurimento) con il livello di resistenza a degli stressor .
Nella fase iniziale cioè nella fase di allarme, inizialmente la mia resistenza allo stressor è di un
certo livello: nel momento in cui mi capita qualcosa il livello inizialmente si abbassa però poi si
riprende, perché ho reagito! Infatti vedete che all’interno della fase di allarme si vede proprio
quando io sto reagendo: si vede che prima la mia resistenza cala  poi reagisco e il livello
comincia a aumentare.
Poi arriva il 2° stadio, cioè lo stadio della resistenza. Nella resistenza ho 2 fasi:
-La fase in cui io riesco a far fronte sempre meglio a quello che il mondo mi chiede, e allora io
continuo ad incrementare. Poi tuttavia raggiungo un picco dopodichè improvvisamente le mie
risorse cominciano a scemare: la mia resistenza agli stressor esterni comincia a calare: se mi
succede qualcosa qui, io reagisco in maniera abnorme! Semplicemente perché ho sempre meno
risorse per rispondere agli stressor esterni aggiuntivi.
Poi arriva il 3° stadio cioè la fase di esaurimento. Nella fase di esaurimento le risorse calano
sempre di più fino ad arrivare al di sotto del livello originale.
Nell’ultima fase di esaurimento le risorse sono calate così come erano calate anche nella 1° fase
ossia nella fase di reazione d’allarme, ma mentre in quella fase io avevo avuto l’energia e le risorse
per controbattere gli stressor e far salire nuovamente le mie risorse, ecco che invece nella 3° fase
ossia nella fase di esaurimento c’è proprio un crollo delle risorse e delle energie, che addirittura
arrivano al di sotto del livello originale.

Quindi secondo Selye una cosa molto importante -oltre alla risposta fasica a uno stressor- è che
dopo il “crollo” avviene la “ricostruzione”, ricostruzione nel senso che bisogna farsi carico delle
conseguenze che ha avuto questo crollo a livello psicologico e a livello di salute. (ovviamente
dipende, perché il crollo non ha sempre le stesse caratteristiche: ad es. può avere delle
caratteristiche essenzialmente comportamentali, “odio il mio lavoro per cui mi licenzio: fuggo”.
Metto in atto un comportamento di difesa “primitivo”, ossia un comportamento “semplice” e
proprio per questo molto “facile”: fuggo!
Ecco che con la fuga ho risolto il mio problema; ovviamente mi sono creato un altro problema
perché ora che mi sono licenziato devo trovare un altro lavoro.
Altra opzione: nel caso in cui si trattasse sempre di uno stressor di tipo lavorativo, potrei cercare
un supporto psicologico, oppure se fosse un problema essenzialmente di salute ad es. dovuto a un
crollo del sistema immunitario, la prima cosa da fare è trattare il sistema immunitario. O più utile
ancora sarebbe il rendersi conto che probabilmente queste 3 cose - il livello comportamentale,
psicologico e immunitario- sono legate tra loro, e che o si riesce a farsi carico di tutti e 3 gli aspetti
o altrimenti la persona non è completamente/esattamente “supportata”. (aiutando le difese
immunitarie di una persona senza rendersi conto di quali sono stati i meccanismi che l’anno
portata ad accumulare stress, a perdere sempre più risorse, fino ad arrivare ad avere un crollo
immunitario, la espongo semplicemente a una futura ricaduta.

Quindi dopo il crollo non c’è una ricetta in generale valida per tutti perché si va nel
“caso particolare”, e nel “caso particolare” bisogna vedere per quella singola persona che cosa è
successo, e bisogna farsi carico possibilmente di tutti i livelli: quello fisiologico, quello
psicologico e quello comportamentale. Un caso di questo tipo non può essere lasciato nelle mani
di un consulente del lavoro! La sua risposta sarebbe: “questo lavoro non va bene per te, quindi te
ne trovo un altro”.

3
In realtà quel lavoro potrebbe anche andar bene per quella persona, però gli è semplicemente
mancato un supporto per gestire le risorse che quel lavoro le richiedeva.
-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Domanda di una collega a cui il prof si collegherà anche nella spiegazione di argomenti che
affronterà più tardi nel corso della lezione e anche nella lezione di domani:
Ci può essere un tipo di apprendimento “virtuoso” allo stressor? Cioè la prima volta il soggetto ha
dedicato tutte le sue risorse a combattere una certa situazione, la 2° volta il soggetto non ci cade
più perché non vuole finire di nuovo nella fase di esaurimento delle risorse, cioè reagisce facendo
tesoro dell’esperienza passata mettendo in campo meno risorse? Cioè ci può essere un
apprendimento?
De Cesarei: in pratica la collega chiede:
posso io migliorare la mia gestione del coping una volta dopo l’altra?
E per coping si intende i meccanismi di gestione psicologica di quello che affronto? Sì ! E lo
vedremo nella lezione di domani. Comunque la risposta è: sì, io posso migliorare la mia gestione
del coping!se non fosse così non ci sarebbe neppure spazio per psicoterapie, e per qualunque altro
tipo di intervento sulle persone.
C’è però da dire che parlando di apprendimento ci sono altre 2 cose da considerare:
- di cui una è il fenomeno di condizionamento classico allo stressor (e ne parleremo più tardi), cioè:
nel momento in cui uno stressor è associato a una certa situazione, -se mi ricapita- io tenderò a
mostrare un fenomeno di condizionamento per quello stressor o per dei fattori ad esso associati?
- E l’altra cosa da considerare è quella della “impotenza appresa”: se la prima volta non ho potuto
farci niente, la seconda volta sarò portato a controbatterlo, o sarò portato a lasciare che la
situazione vada di suo?
Sono tutti e 2 dei fattori che contribuiscono a quello che sta chiedendo la vs collega.
Per cui io Cesarei riformulo la domanda:
quali sono i fattori che al ripetersi di una esperienza negativa modulano la seconda risposta?
Quanto questi fattori sono sotto il controllo di meccanismi legati al condizionamento classico o del
condizionamento operante? O di fattori emozionali di più alto livello, collegati per es. al copyng?

Quindi: ci può essere un tipo di apprendimento? Sì.


Che tipo di apprendimento? Dipende. Ci possono essere diversi tipi di apprendimento:
-impotenza appresa-> condizionamento operante
-condizionamento classico (parleremo più tardi)
-gestione del coping (ne parleremo domani)
-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Dopo questa parentesi creata dalla domanda della collega, completo quello che stavo dicendo a
proposito delle fasi dello stress.

Oltre alla risposta fasica a uno stressor, c’è anche la risposta a uno stressor cronico, cioè a uno
stressor mantenuto nel tempo.
Di fatto tutta l’idea della Sindrome Generale di Adattamento viene dal fatto che ci sono degli
stressor che non sono fasici (es. non sono io che sto camminando per strada e improvvisamente
c’è un cane che mi salta addosso (stress acuto), ma sono stressor prolungati nel tempo: questo
periodo di quarantena che stiamo vivendo è uno stressor prolungato !! non è uno stress acuto.

4
E ora passiamo ai DISTURBI PSICOFISIOLOGICI (li tocco di sfuggita, li farete in altri corsi)

Quando parliamo di PSICOLOGIA DELLA SALUTE parliamo di SINTOMI REALI, legati a disfunzioni
reali dell’organismo (nei tessuti, organi ecc) causate da stati psicologici.
Questo è quello di cui si parla.
Quello di cui invece non si parla sono STATI IMMAGINARI (ipocondria). Ad es. ho un sintomo reale
se ho un infarto, mentre è uno stato immaginario se “credo di avere un infarto” o comunque
credo di avere patologie che non sono conclamate a livello medico.
Quindi adesso parleremo di malattie realmente esistenti e diagnosticabili sulle persone, che
hanno un legame con stati psicologici semplicemente perché nella loro eziologia -cioè nei
meccanismi che portano alla genesi di una malattia- sono coinvolti dei processi di tipo psicologico
(quindi ne parliamo non perché sono legati alla psicologia in quanto in realtà la malattia non esiste! Es: malato
immaginario)
Quindi parlando di SINTOMI REALI siamo proprio all’interno della PSICOLOGIA DELLA SALUTE.
Innanzitutto va detto che la PSICOSOMATICA ha una storia molto antica: è legata alla psicanalisi e
ha come fulcro l’idea che esista una “specificità” di una patologia. Quindi non semplicemente
l’idea che “se la mente sta bene, il corpo sta bene” (concetto per niente specifico); in generale
postula che esista un legame tra mondo psicologico (mondo interno) e salute del corpo.
La PSICOSOMATICA CLASSICA invece fa qualcosa di diverso ossia postula un legame forte tra
alcune patologie specifiche del corpo e alcuni stati psichiatrici.
Si parte da Freud ed altri analisti e altri psichiatri che trovarono o meglio “credevano di osservare”
delle associazioni tra specifiche malattie biologiche e specifici stati psicologici.
Per es. la paralisi isterica che è una situazione in cui la persona non riesce a muovere una parte del
corpo esattamente come le persone che hanno una malattia neurologica. Tuttavia queste persone
pur mostrandone tutti i sintomi, non erano affette da malattie neurologiche!
Freud definiva questa paralisi, “isterica”, perché non era legata a qualcosa di neurologico ma a un
qualcosa di psicologico ossia la vedeva legata a dei conflitti interni che non potevano essere
espressi a nessun livello, e quindi trovavano come unica modalità di espressione, la paralisi
isterica.
Ma attenzione: vedeva questi conflitti interni legati a una paralisi isterica, ma non in altri sintomi
come per esempio un’ultera! Perché l’ulcera la vedeva invece legata a un altro tipo di conflitti, per
es. conflitti orali legati al soddisfacimento di bisogni infantili. Quindi anche qui c’era una relazione
tra 1 stato psicologico e 1 specifica patologia biologica.
Quindi in termini di PSICOSOMATICA per “specificità” si intende che non si tratta semplicemente
di “se sto bene a livello psicologico, allora sono meno esposto ad ammalarmi” , ma nella accezione
classica della psicosomatica ha a che vedere con una relazione molto specifica tra: 1 tipo di
conflitto interno/1 tipo di psicopatologia e 1 tipo di disturbo organico.
Purtroppo però per varie ragioni -alcune metodologiche, altre epistemologiche, altre legate al
fatto che dall’inizio del ‘900 ad ora ci sono state varie scoperte mediche che hanno integrato quelli
che erano i modelli biomedici di queste malattie- non è stato possibile dimostrare la specificità di
molte di queste patologie rispetto alle condizioni psicologiche.
Quindi ricapitolando: che esista una relazione, ci sono proprio dati dimostrati, e noi parleremo
proprio di questo. Che esista invece una specificità è ancora oggetto di discussione perché in
generale questa specificità non è ancora stata dimostrata, tranne che per la cardiopatia
coronarica. La cardiopatia coronarica ha a che vedere con l’occlusione dei vasi che irrorano il
muscolo cardiaco. A seconda del grado più o meno alto di occlusione delle arterie coronarie le
persone presentano diversi tipi di patologie “organiche”: es. angina pectoris, infarto del miocardio.
Fin qui non c’è nulla di psicologico. Tra i fattori di rischio della cardiopatia coronarica c’è lo stile di
vita (fumo alcool dieta ricca di grassi animali, ipertensione, colesterolo, diabete, obesità).
5
E’ stato osservato che la cardiopatia coronarica è connessa a elevati livelli di stress, e ad
aggravare ulteriormente la situazione c’è pure una scarsa capacità di controllo sulla situazione
interna ed esterna.
E’ stato anche osservato che maggiore è il numero di situazioni stressanti (es: lavoro e famiglia;
oppure lavoro, famiglia e accademia oppure lavoro, famiglia, accademia e attività sportive) e
maggiore è il rischio di sviluppare la cardiopatia coronarica .
La cosa interessante è che è stato osservato che anche a livello sociale le relazioni/i rapporti tra
persone possono portare a delle disfunzioni a livello cardiaco.
Questo studio è stato fatto creando dei gruppi di primati; i primati hanno la particolarità di avere
un gruppo sociale molto coeso; nell’esperimento si è visto che inserendo all’interno del gruppo di
primati un nuovo elemento ossia una nuova scimmia, questo rompeva l’equilibrio del gruppo
preesistente e tra i componenti del gruppo aumentava l’arteriosclerosi ossia la chiusura dei vasi
sanguigni.
Questo ci dice che oltre ai conflitti relativi al mondo del lavoro, ai conflitti relazionali e quant’altro-
anche i problemi di tipo sociale possono portare a un aumento del rischio di cardiopatia
coronarica.
COMPORTAMENTO DI TIPO A
L’aspetto interessante che è stato messo in evidenza è che esiste un tipo di persone, denominato
tipo A. Il tipo A non si basa su delle analisi di personalità (fatte ad es. attraverso un test
psicometrico o attraverso il bigfail, ) ma è basato su osservazioni fatte in ospedale; infatti in
ospedale si sono accorti che le persone che soffrivano di cardiopatia coronarica avevano delle
caratteristiche di personalità apparentemente diverse dalle altre persone. Quindi si erano accorti
che c’è un legame tra il tipo di personalità e la cardiopatia coronarica.
Il comportamento di tipo A ha a che vedere col fatto che una persona è:
- molto competitiva (con molta voglia di passare davanti agli altri)
-impaziente, arrabbiata, ostile,
in confronto al tipo B che invece è più rilassato, amichevole e tranquillo.
E’ stato osservato che il tipo di personalità A rispetto al tipo B è maggiormente associato a disturbi
cardiovascolari e morti premature.
Non è chiaro però quale sia il meccanismo.
Ovviamente quando si vuole parlare di una specificità, da un lato devo fornire un dato che mette
in evidenza che esiste una relazione per es. tra un tipo di personalità e una specifica malattia,
dall’altro devo anche cercare di spiegare un meccanismo, e il maggior rischio potrebbe essere
dato da un’eccessiva risposta simpatica allo stress (lo stress per es. mantiene alto per molto
tempo la risposta a livello simpatico) o potrebbe essere anche legato al fatto che le risposte
emozionali sono più intense in persone di tipo A rispetto a persone di tipo B .

Quindi il maggior rischio di patologia coronarica in persone di tipo A potrebbe essere dato da:
- un meccanismo di tipo fisiologico: eccessiva risposta simpatica allo stress
- un meccanismo di tipo psicologico emozionale: risposte emozionali + intense, e alto livello di
ostilità
- minor sostegno sociale per individui poco inclini ad adattarsi agli altri

Es: voi preferireste andare in tenda in campeggio con una persona molto competitiva impaziente
arrabbiato ostile oppure con una persona rilassata amichevole tranquilla? Preferite il tipo B!

6
SISTEMA IMMUNITARIO e STRESS
Ora passiamo all’ultima parte del sistema immunitario.
Procedo un po’ a saltelli perché prima ho voluto parlarvi di qualcosa di molto specifico come la
relazione tra cardiopatia coronarica e personalità di tipo A, adesso invece voglio parlarvi di quello
che vi ho accennato prima e nelle scorse lezioni, ossia della relazione tra stress e sensibilità a
malattie mediata da una scarsa efficienza del sistema immunitario.
Intanto vi riporto un’osservazione che non c’è nel libro e quindi NON la chiedo all’esame, che
però è importante perché è il punto di partenza e fa parte di tutto quello che stiamo dicendo ora
(inoltre rientra nel discorso del condizionamento che vi ho fatto rispondendo alla domanda della
collega). In pratica se noi non parlassimo di questo ci mancherebbe un tassello.
La domanda è: Cosa gliene frega al ns sistema immunitario del ns stato psicologico?

Il sistema immunitario è deputato alle difese del corpo e non è certo interessato al ns stato
psicologico, ma se c’è una relazione tra vita psicologica ed efficienza del sistema immunitario per
forza deve esistere un meccanismo .
E un meccanismo ha cominciato ad essere studiato nell’area del condizionamento. Quindi
andando indietro nel tempo e attorno al 1950 vennero fatti degli esperimenti quando Robert Ader
stava studiando il condizionamento classico nell’avversione del gusto, nei ratti. E osservò che i
ratti a cui era stato somministrato un farmaco immunosoppressore per un certo periodo di tempo,
(vedete che qui ho fatto una freccia che va da una fase iniziale a una fase finale) -quindi nella 1°
parte è stato dato al ratto un farmaco immunosoppressore; viene fatto l’esperimento, dopodichè
passa del tempo e il farmaco viene del tutto smaltito dal corpo del ratto, tuttavia succede che
sebbene il farmaco sia stato smaltito del tutto e il ratto fosse tornato in condizioni di salute
normali, quando poi viene fatto un successivo esperimento, però senza somministrare il farmaco
immunosoppressore, ecco che il ratto si ammala durante gli esperimenti successivi.
In pratica succede questo: viene fatto un 1° esperimento in cui al ratto viene dato un
immunosoppressore e il ratto si ammalava.
Poi dopo un po’ di tempo il ratto torna a stare bene e nel frattempo anche il farmaco era
completamente smaltito ed era passato del tempo.
Tuttavia quando poi viene condotto il 2° esperimento -anche senza la somministrazione del
farmaco immunosoppressore- il ratto si ammala nuovamente!!
Inizialmente questa cosa non era oggetto di studio, infatti non stavano studiando il
condizionamento del sistema immunitario ma stavano studiando il condizionamento classico
dell’avversione del gusto, tuttavia si accorsero che il sistema immunitario non agisce in modo
autonomo ma è in relazione con il SNC sistema nervoso centrale, il quale media i meccanismi
nell’apprendimento classico.
L’apprendimento classico è un qualcosa che avviene all’interno del sistema nervoso centrale e
che può esercitare i suoi effetti anche sul sistema immunitario :
L’esperimento consisteva in questo: ai ratti veniva dato uno stimolo incondizionato, in questo caso
il farmaco immunosoppressore, insieme a uno stimolo condizionato, acqua e zucchero e il
risultato era un risultato di patologia infatti il ratto si ammalava.
Cosa succedeva?
Succedeva che il SNC sistema nervoso centrale creava un collegamento tra lo stato indotto dal
farmaco immunosoppressore e lo stimolo che era stato somministrato cioè l’acqua zuccherata.
Nel successivo 2° esperimento non veniva più somministrato il farmaco immunosop-
pressore ma c’era lo stimolo condizionato – che a questo punto aveva raggiunto la sua efficacia-
che riusciva a dare lo stesso effetto.

7
Perché questo risultato è estremamente importante nell’ambito della psicologia della salute?
Questo risultato è molto importante nell’ambito della psicologia della salute perché crea un
legame forte tra un processo di apprendimento che avviene all’interno del SNC e il sistema
immunitario che di suo non avrebbe ragioni di essere sensibile a fenomeni di “apprendimento” di
questo tipo !

Prima la collega mi aveva fatto una domanda che aveva a che fare con i meccanismi di
apprendimento, e io avevo detto che ci possono essere diversi meccanismi di apprendimento:
uno legato al condizionamento operante -e ho parlato quindi di impotenza appresa-
e uno legato al condizionamento classico
(la domanda che mi è stata fatta prima era: la 2° volta che mi capita qualcosa, io mi trovo nella
situazione precedente, forse ho anche degli strumenti in più di coping, però ho anche la traccia
che mi ha lasciato la situazione precedente, sia in termini sia di possibilità di controllo -impotenza
appresa- sia in termini di “traccia”, a livello di condizionamento classico.)
Quindi quello che ci interessa è che il sistema immunitario può essere condizionato
classicamente
Per es. in uno studio su raffreddore e stress -che forse è riportato nel vs libro- è stato fatto uno
studio sperimentale in cui le persone sono state divise in 6 gruppi:
-1 gruppo ha bevuto un bicchiere d’acqua come placebo;
-i restanti 5 gruppi bevevano un bicchiere d’acqua in cui c’era il virus del raffreddore.
In ciascuno di questi 6 gruppi veniva misurato il livello di stress riferito dalle persone.
Risultati: tra le persone del gruppo placebo il 19% ha sviluppato il raffreddore. Quindi nel 19% dei
casi le persone avevano sviluppato il raffreddore per “contagio” perché ovviamente se uno è
ammalato poi passa il virus alle altre persone, poi magari c’era il virus del raffreddore anche
nell’aria ecc. Tuttavia questi 5 pallini qui sono i 5 gruppi che hanno bevuto nel bicchiere con dentro
il virus.
E questi 5 gruppi erano organizzati secondo il livello di stress: da basso  a piuttosto alto.
E succede che la percentuale di persone che avevano sviluppato il raffreddore aumentava
linearmente con il livello di stress.
Le persone placebo avevano sviluppato il raffreddore al 19% quindi erano appena sotto la base
della tabella.
Quindi questo ci dice che l’efficienza del sistema immunitario oltre ad essere sotto il controllo del
condizionamento classico, può anche essere compromessa da uno stato di stress, e allora la
persona sviluppa una maggiore vulnerabilità.
Attenzione: E’ specifica questa vulnerabilità? NO! perché io mi prendo i virus che sono in giro.
Quindi quando io parlo di un legame tra fattori psicologici ed efficienza del sistema immunitario,
non sto parlando di un effetto “specifico” come poteva essere la paralisi isterica, l’ulcera, o la
cardiopatia coronarica – che appunto sono delle patologie specifiche- ma sto parlando di un
generale indebolimento della persona; poi a seconda delle circostanze in cui si trova la persona,
può essere molto fortunato e non essere esposto a nulla, o può essere molto sfortunato ed essere
esposto a qualcosa nel momento in cui è molto indebolito e allora svilupperà delle conseguenze.
FINE
-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Domanda collega: E’ lo stesso meccanismo che si osserva nell’effetto placebo?
In parte sì. In Italia abbiamo uno dei massimi studiosi dell’effetto placebo che è Fabrizio Benedetti
Università di Torino che ha pubblicato questo libretto piccolo e di facile lettura, che NON è oggetto
d’esame e parla come fenomeni di tipo psicologico possono produrre effetti di tipo fisiologico.Vi

8
mando anche un link di un video di Fabrizio Benedetti su questo argomento. Parla della relazione
tra comunicazione e effetto placebo.
Non fa parte del programma d’esame.