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Raccolta di Politica Internazionale

Il meglio da “BloGlobal” e “Risiko-Geopolitica e dintorni”


blogloball.blogspot.com risikoblog.org
Numero 1 - Gennaio 2011

Perché “Chaos” All’interno:


La politica internazionale è una cosa difficile da comprendere fino in fondo e, per questo, I rapporti di forza fra 4
Cina e USA, 40 anni
è difficile seguirla. Essa è molto di più di un semplice sistema di relazioni internazionali, dopo la “diplomazia del
di rapporti interstatali, di interconnessioni economiche, di collegamenti fra sistemi regio- ping pong”

nali, molto di più di quella che — spesso riduttivamente — viene chiamata Lo stato economico del 6/7
mondo
―globalizzazione‖. Tra le diverse teorie che hanno tentato di spiegare tale complessità,
L’instabilità dell’Albania 10
ne è stata formulata recentemente una davvero particolare: applicare le leggi che rego- nel cuore dell’Europa

lano la biologia, la fisica quantistica e la ―teoria del caos‖ anche alle scienze politiche e Quali prospettive per un 12
Sudan secessionista?
alle relazioni internazionali (―Mondo Caos‖, di Roberto Menotti, edito da Laterza - 2010).
Costa d’Avorio: ennesi- 14
Da qui nasce l’idea di ―Chaos‖ (scritto in inglese, con 5 lettere, come i 5 continenti): una ma prova per le missioni
di pace delle Nazioni
raccolta dei migliori articoli pubblicati su due emergenti blog italiani, ―BloGlobal‖ e
―Risiko-Geopolitica e dintorni‖‖. Entrambi sono nati con lo scopo di promuovere la cono- The New Sputnik 18
Generation. Il discorso
scenza della politica internazionale e di spiegare, in termini accessibili a tutti, i fattori e le di Obama al Congresso

dinamiche che muovono il mondo e la sua, appunto, caoticità. Comprenderle permette Il Venezuela e la riscos- 21
sa dell’America Latina
di prendere consapevolezza delle nostre radici e, ora come non mai, del nostro futuro!

In evidenza questo mese: il caso della Tunisia


L’instabilità e il possibile effetto-domino della Tunisia - di Maria Serra (BloGlobal) - 15.01.11

Le scene da guerra civile che si stanno svolgendo in Tunisia e a cui stiamo assistendo in questi giorni, potrebbero
essere considerate semplicemente come una momentanea crisi interna, destinata a risolversi all’interno dei confini
tunisini e non avere ricadute né a livello regionale del Nord Africa né a livello internazionale. Non è così: la crisi tuni-
sina ha in sé diversi fattori di instabilità non solo per l’area mediterranea e del Maghreb, ma, in un prospettiva più
ampia, anche per il Medio Oriente allargato e, quindi, per lo sviluppo di determinate dinamiche delle relazioni interna-
zionali.
È un dato di fatto che la rivolta tunisina nasce da un profondo malessere della popolazione nei confronti del regime
di Zine El-Abidine Ben Alì, il quale per 23 anni ha guidato il Paese. Sebbene più stabile e più aperta rispetto agli altri
regimi del mondo arabo (più aperta nel senso che intrattiene più degli altri Paesi maghrebini relazioni economico-
commerciali con l’Unione Europea, in particolare con l’Italia e la Francia), e in un certo senso più incline alla moder-
nità e più propensa ad un capitalismo moderato e progressista, la Tunisia è rimasto uno Stato fondamentalmente
tribale, ossia socialmente immobile, in cui il Governo di Ben Alì, come quello dei suoi vicini arabi e mediorientali
(dall’Egitto alla Libia, dalla Siria alle altre monarchie del Golfo) non ha lasciato spazio alle opposizioni e, soprattutto,
ha privato il suo popolo delle libertà fondamentali.
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Pagina 2 CHAOS
Secondo le statistiche di Freedom House – l’organizzazione americana che valuta il livello di democrazia nel mondo
– la Tunisia è all’ultimo posto fra i Paesi dell’area del Maghreb quanto a libertà, diritti politici, civili e libertà di stampa
ed è al penultimo posto nella classifica mondiale della libertà su internet, insieme a Paesi come Cina e Cuba. A ciò si
aggiungono l’alto livello di disoccupazione e l’alto tasso di emigrazione, diretto per lo più verso le coste italiane.
La rivolta che si è scatenata in Tunisia è, dunque, una rivolta politica (e quindi ben diversa dalla rivolta di tipo squisi-
tamente economico che sta avendo luogo in questi stessi giorni in Algeria) che mira innanzitutto ad un cambio regi-
me e che ricorda, ma solo in parte, il movimento di rivolta iraniano del 2009. Il tentativo di cambiamento di regime nel
mondo islamico è sempre una notizia di un certo rilievo e che ha in sé determinate conseguenze.
Quando, infatti, una rivolta avviene in una società immobile, rigidamente e gerarchicamente impostata, due sono le
soluzioni: o vi è una definitiva apertura al concetto di democrazia e alle libertà (non senza l’intervento di forze ester-
ne), o, più facilmente, il Paese diventa vittima di fondamentalismi e di regimi ben più autoritari dei precedenti. Nono-
stante gli auspici della comunità internazionale, questa seconda ipotesi è quella più realisticamente applicabile al
caso della Tunisia.
Ci sono, infatti, due elementi che spingono a fare questo tipo di considerazione: in primo luogo, le forze dell’ordine e
l’esercito tunisino sono rimasti ai margini della rivolta e non sono intervenuti nel reprimerla così duramente come ci si
aspettava e come lo stesso governo di Ben Alì si aspettava. Ciò lascerebbe pensare che la rivolta sia stata utilizzata
a proprio favore dagli altri organi di Stato che speravano (e forse stanno riuscendo) di ottenere il controllo del Pae-
se. In quest’ottica l’insurrezione sarebbe da considerarsi un vero e proprio colpo di Stato. E allora no, la Tunisia non
intraprenderebbe il suo cammino verso la democrazia. La seconda prospettiva, più preoccupante, è l’ombra di al-
Qaeda: la cellula terroristica operante nel Maghreb (e soprattutto nella confinante Algeria), ―Al-Qaeda nel Maghreb
Islamico‖ (AQIM), ha infatti espresso il suo appoggio ai manifestanti tunisini e li ha incitati a rovesciare il ―regime cor-
rotto, criminale e tirannico‖. L’annuncio lanciato dal leader di AQIM, Abu Musab Abdul Wadud, non lascia scampo a
dubbi quando afferma che la rivolta tunisina è ―un’intifada attesa da tempo‖ e che il suo gruppo terroristico è disposto
ad inviare i suoi uomini per insegnare ai tunisini l’uso delle armi. L’allargamento della presenza terroristica sulle co-
ste nordafricane costituisce, quindi, un elemento di forte destabilizzazione non solo a livello regionale, fino all’area
mediorientale, ma anche internazionale.
Inoltre, la storia insegna che i problemi del bacino meridionale del Mediterraneo si riversano, inevitabilmente, nella
parte settentrionale dello stesso (è il caso del Marocco con la Spagna e dell’Algeria con la Francia): proprio l’Italia,
allora, che ha costruito negli anni con Tunisi un’intensa attività diplomatica e che considera il Paese africano, alla
luce del volume degli accordi economici, un partner strategico essenziale nell’area euro-mediterranea, è il Paese che
più di tutti deve vigilare sulla situazione tunisina. Più in generale, tutta l’area mediterranea e l’Unione Europea avrà il
compito di monitorare la stabilità e gli equilibri della regione nordafricana. E questo non solo nel breve periodo.

L’effetto domino tunisino - di Alessandro Badella (Risiko) - 12.01.11


La Tunisia potrebbe essere il primo tassello di un domino pronto a incasellare una serie di "rivolte per il pane" in tutti
i paesi dell'Africa settentrionale ed anche nei paesi in via di sviluppo. Il problema non è solo politico.
La rivolta tunisina è sì orientata a colpire un presidente-padrone che governa ininterrottamente da quasi trent'anni,
ma ha un sostrato meramente economico. I dati della Fao sono impietosi. E non solo per la Tunisia.
Globalmente i prezzi dei generi di prima necessità hanno raggiunto i livelli record: metà 2008. Quello che spaventa è
soprattutto la rapidità con cui gli alimentari di base sono cresciuti negli ultimi otto mesi: da 163 a 215 (su scala Fao).
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Il governo libico per evitare che la rivolta dilaghi anche nel proprio paese ha deciso, proprio oggi, di tentare u-
na calmierazione dei prezzi.

Eccovi i dati completi:


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Mondo

I rapporti di forza tra Cina e USA, 40 anni dopo la “diplomazia del ping pong” -
di Giuseppe Dentice (BloGlobal) - 20.01.11

In questi giorni a Washington è in corso un importante vertice bilaterale tra il Presidente americano Obama e il colle-
ga cinese Hu Jintao. Il summit sino-americano è una tappa fondamentale del mandato Obama. Infatti, anche se i più
ottimisti pensano che l'economia cinese supererà quella americana non prima del 2030, divenendo la prima potenza
mondiale, le previsioni più realistiche riducono i tempi al 2018. Anzi, il sondaggio annuo dell'autorevole Pew Rese-
arch rivela che la percezione del popolo americano (ben il 47%) è convinta che il sorpasso del PIL tra Cina e Stati
Uniti sia già avvenuto.
Questo G2 coincide con il quarantesimo anniversario della ―diplomazia del ping pong‖, quando furono usate le due
nazionali di tennis-tavolo come strumento di avvicinamento politico tra Nixon e Mao Tse-Tung.
Oggi i temi sul tappeto di questo vertice sono numerosi e molto articolati. L'economia la farà da padrona (industria e
sussidi di stato) ma si discuterà anche di armamenti (riarmo cinese e collaudo del cacciabombardiere ―invisibile‖ J-20
a Chengdu), hackeraggio informatico (i ministeri di Pechino fanno ricorso regolarmente a software pirata, rubati alle
aziende informatiche Usa senza pagare i copyright, vedi il caso Google), “svalutazione competitiva” dello Yuan Ren-
minbi (la moneta cinese rimane ―sotto-valutata‖ per essere più competitiva sui mercati internazionali), diplomazia
internazionale (proliferazione nucleare iraniana e nordcoreana e le contese sulle acque territoriali che preoccupano
Giappone e Sud Corea) e diritti umani (il caso del dissidente, premio Nobel, Liu Xiaobo, ma ricordiamoci sempre del
Tibet, Sinchiang, Urumqi).
Ma come sono le relazioni bilaterali tra i due giganti a distanza di quarant'anni dalla “diplomazia del ping pong”?
Ieri la Cina era un gigante molto povero, costantemente minacciato dalle carestie, mentre gli USA erano una super-
potenza che sfruttava le relazioni con Pechino come contrappeso politico-strategico all'Unione Sovietica. Oggi Pechi-
no è la prima finanziatrice del debito pubblico statunitense. Pechino detiene il 21% di tutti i debiti esteri del Tesoro
Usa, per un totale di 850 miliardi. Inoltre, la banca centrale cinese con 2.850 miliardi nelle sue casse (in massima
parte in dollari) ha il 25% delle riserve valutarie mondiali. Negli ultimi trent'anni la Cina ha moltiplicato la sua ricchez-
za, sopportando anche tragedie senza precedenti. Ha avuto la più grande carestia della storia che ha falcidiato milio-
ni di persone, ha avuto la Rivoluzione culturale che ha azzerato la classe dirigente e intellettuale del Paese. Pechino
ha portato avanti una corsa all’industrializzazione, al progresso tecnologico, al potenziamento militare, alla globaliz-
zazione e all’urbanizzazione senza precedenti. E' quindi un Paese che partendo dal basso ha progredito costante-
mente verso quello che è oggi, mentre gli Stati Uniti, invece, sono regrediti in maniera direttamente proporzionale al
progresso cinese.
Al momento l'unico sorpasso di cui c'è totale consapevolezza è quello intellettuale, misurato nella classifica OCSE-
PISA (Programme for International Student Assessment) sui risultati di apprendimento nei licei di tutto il mondo. Per
la prima volta nella storia, i licei di Shanghai hanno conquistato il primato assoluto, mentre quelli statunitensi sono
arrivati al quindicesimo posto nella capacità di lettura, al ventritréesimo nelle scienze e al trentunesimo in matemati-
ca. Chi investe nella scuola oggi, avrà molte possibilità di vincere le sfide più difficili del domani e proprio tale conte-
sa, al momento, è l'unico obiettivo che l'establishment cinese ha sicuramente vinto rispetto ai colleghi statunitensi.
Gli Stati Uniti oggi vivono una situazione molto confusa, a causa della recessione economica e della perdita di presti-
gio a favore del più competitivo avversario. Oggi sono in sfida permanente, dall'economia alla cultura, dallo sport ai
diritti umani, dalla geopolitica allo sviluppo tecnologico. Oggi la Cina è un competitor molto scomodo per gli Stati Uni-
ti e, quindi, un grande avversario strategico.
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Nonostante questo sviluppo imponente, la Cina è ancora una potenza regionale, ma con un'influenza globale molto
importante. Se le sue relazioni con gli Stati Uniti sono rilevanti dal punto di visto economico-commerciale, i rapporti
sono più o meno tesi dal punto di vista politico-strategico. Le relazioni cinesi con i Paesi vicini sono vitali e in genera-
le molto buone (Myanmar, Corea del Nord, Vietnam, Asia Centrale e persino con l'India), mentre quelle americane
con gran parte dei Paesi dell'Estremo Oriente e del Sud Est asiatico sono ottime e potrebbero essere usate in fun-
zione anti-cinese, come necessità geo-strategica. Da qui la necessità di Pechino di dover migliorare le sue relazioni
con essi, se vuole tenerli lontano dall'influenza statunitense. Un esempio pratico è il caso di Taiwan. Pechino non ha
gradito la decisione di Washington di vendere un nuovo pacchetto di armi a Taipei, considerando tale atto come
un'intrusione americana nella sfera d'influenza regionale cinese. Ma se a ciò si aggiungono le azioni di disturbo degli
Stati Uniti nella controversia sul Mar Cinese meridionale tra la Cina e alcuni Paesi dell’ASEAN, e le esercitazioni na-
vali congiunte tra Washington e Seul dopo l’affondamento di una nave sudcoreana da parte di Pyongyang, si capi-
sce come l'amministrazione cinese non si fidi più di tanto dell'apparente decadenza americana.
Il conflitto tra i due Paesi segna il passaggio definitivo da un sistema uni-multipolare ad uno definitivamente multipo-
lare. Gli Stati Uniti sono momentaneamente l'unico leader mondiale e impiegano una strategia classica basata sulla
propria forza militare, economica e politico-diplomatica per affermarsi sul Globo intero. La Cina, futuro leader di do-
mani, basa le sue capacità sulla competitività economica. Pur essendo avversarie globali, le due economie sono
fortemente interconnesse e né gli USA, né la Cina possono permettersi una ―guerra economica totale‖, ma andranno
avanti con delle battaglie su vari campi (tecnologico, militare, commerciale) che coinvolgeranno altri attori regionali o
internazionali, i quali saranno pedine all'interno di strategie globali.
Possiamo, quindi, dedurre che i dissensi, causati da differenze di vario genere (politico e culturale soprattutto) tra le
due potenze sono talmente tanto profondi e strutturali che sarà difficile trovare un punto d’incontro per una loro stret-
ta collaborazione, soprattutto per una guida mondiale compartecipata. Il problema non è semplice, giacché implica
di subordinare le aspirazioni nazionali a una visione dell'ordine globale. Ma l'oggi vede una silenziosa sfida tra i due
giganti, in cui la Cina, infinitamente più potente e indispensabile di quella del passato, viene avvertita come una seria
minaccia per gli Stati Uniti. Il quadro quindi risulta chiaro. Il tentativo cinese è di creare un nuovo equilibrio multipola-
re in cui la posizione degli Stati Uniti sia fortemente ridimensionata, a scapito dell'equilibrio e della sicurezza mondia-
le. Anche se può sembrare che i ruoli si siano invertiti, bisogna ricordare sempre che la struttura cinese è sempre
molto debole e fragile al suo interno, poiché le molteplici forze disgreganti, qualora prendessero il sopravvento, di-
chiarerebbero la fine del dragone cinese e il ritorno agli antichi equilibri. Se da un lato si preoccupa della propria si-
curezza interna, minata dai movimenti indipendentisti, e di quella esterna legata dalle irrisolte dispute territoriali con
Paesi vicini, Pechino deve comunque, dall’altro lato, mediare tra queste forze per evitare di implodere, e contempo-
raneamente deve curare i suoi molteplici interessi per assicurarsi un futuro roseo scalzando così la posizione domi-
nante di Washington.

Per decenni la Cina starà dietro agli USA - di Alessandro Badella (Risiko) - 24.01.11
Dopo il sorpasso cinese nei confronti dell'ormai ex seconda potenza economica mondiale, il Giappone, gli analisti si
attendevano un avvicendamento anche al vertice del sistema geopolitico mondiale tra Cina e Stati Uniti. La visita di Hu
Jintao al nemico-amico Obama ha messo in luce la volontà americana di non recedere su alcuni punti-chiave, come il
rispetto dei diritti fondamentali. Alcuni quotidiani hanno giudicato "più aggressivo" l'atteggiamento americano nei con-
fronti dell'ascesa cinese. Nel contempo, però, la Cina ha voluto mostrare anche la propria collaborazione per non pre-
sentarsi all'appuntamento come un avversario, o addirittura un nemico del mondo occidentale. E ha giocato bene la
carta delle diplomazia, incassando anche il plauso di Gates e della stessa Hillary Clinton.
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Ma la frenata decisiva nella corsa al nuovo assetto geopolitico l'ha condotta Le Yucheng, che è il responsabile delle
politiche internazionali del ministero degli esteri di Pechino. Su una rivista di studi strategici in lingua cinese, Le ha
sottolineato il ruolo ancora preminente dell' "impero" americano. Non stupisce che, proprio durante i lunghissimi (e
durissimi) anni della crisi globale, il potere americano stia decrescendo. Tuttavia, come afferma Le:

"[...] the United States is after all the United States. It makes up one quarter of the
world economy, it holds incomparable military, scientific and innovative strengths, and we
must not underestimate the United States' capacity to adjust and restore its powers".

Gli Usa ancora per 20 o 30 anni avrebbero, secondo l'analista cinese, la possibilità di mobilitare ingenti investimenti
in termini percentuali del pil per l'innovazione e la tecnologia. Il che praticamente equivale ad un primato ancora net-
to sugli "inseguitori", come la Cina e gli altri membri del gruppo Bric. Quindi, il definitivo crollo dell'"impero" statuni-
tense potrebbe non essere così vicino come voci allarmistiche farebbero presagire.
Anche il ministro degli esteri cinese, Yang Jiechi, ha voluto mettere in chiaro questo punto, sottolineando come la
crescita economica strabiliante dei paesi in via di sviluppo non sia la sola "legittimazione" del potere geopolitico glo-
bale. Ma, come giustamente ha sottolineato Yang, i paesi emergenti stanno affrontando sfide ancora maggiori. Ad
esempio quella delle riserve idriche. Per un paese dove il 70% delle falde acquifere è inquinato, lo sviluppo futu-
ro potrebbe essere compromesso proprio dall'eccessiva e repentina crescita economica degli ultimi decenni.

Lo stato economico del mondo / Parte I - di Alessandro Badella (Risiko) - 9.01.11

Il Fondo Monetario Internazionale ha rilasciato in questi giorni il consueto Outlook per il 2010, che ana-
lizza le performance economiche dei paesi del globo.

Il risultato, per quanto riguarda la crescita economica (ovvero l'aumento percentuale del Pil) è il seguen-
te:

Dalla cartina emergono due verità inconfutabili. La prima è che l'Europa, almeno la maggior parte dei paesi in zona-
euro, è colorata di rosso tenue (che è sempre meglio che rosso acceso), ovvero ha una crescita economica compre-
sa tra zero e 2%. Dalla Gran Bretagna all'Italia, molti paesi europei sono invischiati in una crescita molto prossima
allo zero, se non addirittura negativa, come in Grecia e Romania.
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Il secondo dato che salta all'occhio è che buona parte del mondo occidentale ha una crescita decisamente inferiore
rispetto al sud del mondo. Non è una novità dell'ultima ora...ma anche lo scorso anno il trend è stato confermato.
Complessivamente, secondo i dati forniti dal FMI, i paesi in via di sviluppo hanno mantenuto un tasso di crescita po-
sitivo (+7%), recuperando il grave stallo del 2009. Due anni fa, l'anno nero dell'economia mondiale, i paesi emergenti
erano cresciuto complessivamente "solo" del 2%, poiché frenati dalla recessione di alcune aree, come quella latino-
americana (con Brasile e Messico a tassi di crescita negativi). Ed è proprio il +7% dei paesi del sud del mondo ad
aver assicurato al commercio mondiale un graduale ritorno ai livelli pre-crisi. Il volume totale degli scam-
bi internazionali è aumentato dell'11%, la stessa percentuale che si era persa nel 2009.

Il FMI suggerisce alcune linee guida per interpretare i dati raccolti:


 I paesi asiatici (ad eccezione del Giappone) hanno beneficiato della ripresa della domanda del settore manifat-
turiero, tanto da tornare ad una produzione in linea con i livelli precedenti la crisi;
 Gli Stati Uniti sono molto vicini alla situazione pre-crisi. Il tutto grazie ad un incremento della domanda dal ter-
zo quadrimestre del 2009, un incremento degli investimenti tecnologici ed una normalizzazione finanziaria;
 Giappone e area euro sono ancora molto al di sotto dei livelli pre-crisi e dipendono dalla domanda esterna e
dalle esportazioni.

Lo stato economico del mondo / Parte II - di Alessandro Badella (Risiko) - 10.01.11

I paesi che hanno superato brillantemente la crisi, attestandosi di nuovo sui livelli pre-2008, sono sicuramente i
"dragoni" asiatici. Trascinati dal binomio Cindia, ovvero Cina (+10%) e India (+9,7%). Ritmi di crescita imponenti,
che controbilanciano le performances non felicissime dell'Asia già sviluppata e occidentalizzata (Giappone, Australia
e Nuova Zelanda).

Il Pil cresce anche a ritmi decisamente elevati nel resto dell'Asia sud-orentale. I paesi del gruppo ASEAN (Indonesia,
Thailandia, Filippine, Malesia e Vietnam) crescono complessivamente del 6%, con punte di oltre il 7 per Thailandia e
Filippine.
Risultati ancora migliori li ottengono le cd. NIC (Newly Industrialized Countries) della regione: Sud Korea, Taiwan,
Hong Kong (considerato a parte rispetto alla Cina) e Singapore. Tutti insieme fanno registrare un incremento del pil
del 7,8%. Singapore addirittura raggiunge la vetta della classifica tra i paesi asiatici, con un +15% annuale. I NIC si
contraddistinguono anche per un livello di disoccupazione molto inferiore rispetto al gruppo ASEAN ed in linea
con quello delle economie più industrializzate della regione.
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Pagina 8 CHAOS
In sostanza, il quadro complessivo può essere riassunto da questa tabella:

Geopoliticamente, Cina e India confermano la loro importanza sia a livello regionale che globale. Gran parte della
ripresa economica è dovuta proprio al ritorno del pil indo-cinese ai livelli antecedenti la crisi. Ma è bene anche tenere
in considerazione la crescita esponenziale di paesi tecnologicamente molto avanzati (anche se geograficamente
sottodimensionati rispetto ai competitor regionali) come i NIC.

Asia

La Cina tiene a galla la “periferia” dell’Euro – di Alessandro Badella (Risiko) - 6.01.11


Il 2010 è stato l'annus horribilis dell'economia internazionale e della crisi economia che, seppur partendo dagli Stati
Uniti, ha generato problemi serissimi anche in tutta Europa. Come è noto, in alcuni paesi dell'UE (stati perifierici ri-
spetto alla "locomotiva" franco-tedesca) si è sfiorata la bancarotta. Grecia e Irlanda su tutti sono state salvate da una
catastrofe economica senza precedenti.
Come ha dichiarato qualche mese fa la cancelliera tedesca, la crisi economica in corso è un test
match fondamentale per mettere alla prova la stabilità del sistema euro e tutta l'Ue. Inoltre, è stato confermato come
l'Unione viaggi a due velocità, con distacchi molto evidenti tra le prestazioni del "centro" e quelle della "periferia". Se,
ad esempio, i paesi nordeuropei crescono a ritmi molto elevati (la Germania a più del 4%), ve ne sono molti altri in
difficoltà. Specie i nuovi entrati dell'allargamento del 2004, ovvero i paesi ex-socialisti (fatta eccezione per la Polo-
nia). Nonostante i consistenti investimenti della Bce (110 miliardi per la Grecia e oltre 65 per l'Irlanda), le istituzioni
europee non sono riuscite a mantenere coesa la crescita dei paesi membri.
Vista questa drammatica situazione, alcuni paesi hanno deciso di rivolgersi all'immenso fondo di salvataggio costitui-
to dalla più grande potenza "liquida" del mondo: la Cina. Proprio marterdì Zapatero ha stretto un accordo con il vice
premier cinese Li Keqiang per quanto riguarda il finanziamento del debito pubblico spagnolo. Secondo l'accordo,
Pechino si farà carico di acquistare oltre 6 miliardi di euro in titoli di stato iberici, che si andranno a sommare ai 43
miliardi che la Cina aveva già versato al governo del PSOE.
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Sebbene Zapataero si sia esposto alle critiche di parte dell'opinione pubblica e di alcuni paesi europei, l'operazione
cinese ha avuto successo. Di fatto, le perplessità sono più che altro di natura "formale": in molti considerano poco
etico avere stretti rapporti finanziari con un paese poco rispettoso dei diritti umani come la Cina. Ma sta di fatto che
Pechino ha messo a segno un altro importante colpo per rendere parte dell'Ue sempre più dipendente dal dragone
cinese.
La Spagna è solo un piccolo tassello in un puzzle molto più complesso. Ci sono stati anche i titoli greci acquistati da
Pechino nel corso del 2010. E anche il Portogallo ha subito, lo scorso autunno, le lusinghe del colosso cinese. E non
solo, il 2 ottobre, Wen Jiabao aveva addirittura allargato il proprio invito di assistenza economia a tutti i paesi membri
e alle strutture economiche della stessa Unione. Non a caso, nell'ultimo consiglio europeo (30 ottobre), gli animi era-
no un po' preoccupati e circolava l'ipotesi di un "rischio scalata" con gli occhi a mandorla. Secondo le stime
di Chatham House, i cinesi avrebbero almeno 2,5 trilioni di dollari da investire in occidente. E almeno uno da spen-
dere in Europa.

Il nuovo impero russo– di Alessandro Badella (Risiko) - 20.01.11


L'UNECE, United Nations Economic Commission for Europe, ha pubblicato in questi giorni un rapporto sulle presta-
zioni economiche degli stati ex satelliti dell'Urss. Dai dati raccolti emerge come buona parte dei paesi stiano speri-
mentando, a partire dal 2007, un lento declino economico. Anche la ripresa nel biennio 2011-12 non potrà invertire la
tendenziale riduzione nella crescita del Pil.
Ecco i dati circa i principali paesi centro-asiatici:

Secondo il rapporto, la preoccupazione maggiore sarebbe quella di una sostanziale dipendenza dal mercato e dal
peso economico e geo-politico della Federazione Russa, che potrebbe attrarre nella propria orbita tutti quei paesi
che, dopo il crollo dell'Urss, divennero indipendenti. In pratica sarebbe una sorta di nuovo impero russo. Anche l'ulti-
mo rapporto del FMI aveva avanzato alcune tesi che prefiguravano una dipendenza de facto di buona parte delle ex
repubbliche sovietiche da Mosca.
Pagina 10 CHAOS
Europa

L’instabilità dell’Albania nel cuore dell’Europa - di Maria Serra (BloGlobal) - 28.01.11

Gli scontri a Tirana dello scorso 21 gennaio fra i manifestanti dell’opposizione e le forze dell’ordine albanesi mettono
a nudo la debolezza della struttura politica, istituzionale e sociale dell’Albania. Dopo la caduta del regime comunista
nel 1990, dopo gli anni bui della transizione politica ed economica, dopo il crollo economico e delle prime strutture
democratiche e l’anarchia del 1997, una nuova crisi – stavolta di tipo sostanzialmente politico-sociale – sta investen-
do il piccolo Paese balcanico.
Ciò avviene proprio nel momento in cui l’Albania, a seguito della recente abolizione dei visti per gli albanesi nell’area
di Schenghen – approvata durante il Consiglio dei Ministri degli Interni dell’UE dello scorso 9 novembre, ed effettiva
dallo scorso 16 dicembre –, ha mosso un primo passo fondamentale nel cammino verso l’Unione Europea, alla quale
l’Albania aveva presentato ufficialmente domanda di adesione il 28 aprile 2009.
Eppure per i leader di Bruxelles le carenze politiche di Tirana non costituiscono una novità: se dal punto di vista eco-
nomico la situazione sembra essere in costante miglioramento (anche grazie alla partecipazione dell’Albania dal
2006 al Patto di Stabilizzazione e Associazione), proprio in occasione del Consiglio dei Ministri di novembre, la Com-
missione europea ha presentato al Consiglio e al Parlamento Europeo un Parere in cui, pur riconoscendo che con il
miglioramento della legislazione e con la riforma giudiziaria sono stati compiuti sostanziali passi in avanti
nell’adeguamento delle strutture politiche e sociali ai criteri stabiliti dall’Unione Europea (Copenaghen 1993),
l’Albania mostra ancora delle gravi lacune, soprattutto dal punto di vista dell’adeguamento politico-amministrativo. In
particolare, l’efficacia e la stabilità delle istituzioni democratiche non sono soddisfatte pienamente, le istituzioni e le
procedure parlamentari non funzionano correttamente (il Parere, infatti, sottolinea che il Parlamento non controlla
effettivamente l’azione del Governo e che il dialogo politico non è costruttivo), l’Amministrazione è debole e politiciz-
zata e tende ad avere nomine non trasparenti con frequenti cambiamenti. Dubbi, infine, permangono anche sul siste-
ma giudiziario: il Governo, di fatti, in genere non rispetta le sentenze della Corte Costituzionale e la dilagante corru-
zione blocca qualsiasi indagine verso ministri e deputati e fa si che i giudici godano di immunità illimitate. Per questi
motivi la Commissione Europea, tramite il Commissario per l’Allargamento Stefan Fule, ha deciso di bocciare la do-
manda di adesione del Paese balcanico e ha rinviato la questione al Rapporto sull’allargamento del novembre 2011.
Dunque, la crisi che investito il governo di Sali Berisha, sorta dopo le elezioni politiche del 2009, scoppia in un mo-
mento in cui l’Albania dovrebbe dimostrare che può farcela. Berisha ha accusato l’opposizione di colpo di stato, men-
tre Edi Rama insiste sul fatto che la manifestazione del 21 gennaio è sorta su base spontanea.
Per tentare di placare gli animi, intanto, si muove anche la comunità internazionale: il Dipartimento di Stato america-
no ha accettato la richiesta del Procuratore generale albanese, Ina Rama, di offrire la propria assistenza tecnica nel-
le indagini sulle uccisioni avvenute durante gli scontri, garantendo così l’imparzialità del processo. Intanto Berisha,
che nel frattempo ha annullato la manifestazione prevista per il 29 gennaio per evitare nuovi disordini, ha chiesto al
Ministro del Tesoro di istituire un Fondo di ricompensa per tutti coloro che testimonieranno sul tentativo di golpe. Un
appello a mantenere l’ordine e un monito importante proviene anche dall’Unione Europea, che tramite l’inviato della
Commissione Europea a Tirana, Miroslav Lajcak, ha fatto sapere che Bruxelles offrirà il proprio sostegno alla disten-
sione in Albania, ma che, allo stesso tempo, il futuro europeo di Tirana è vincolato dall’impegno, immediato, dei
leader politici albanesi. Come a dire, attenzione perché potreste ulteriormente procrastinare il vostro ingresso
nell’UE.
A pagare le conseguenze di questa nuova crisi sulle sponde dell’Adriatico è, ovviamente l’Italia, che proprio nei mesi
scorsi, in virtù delle forte presenza albanese nelle nostre regioni, aveva promosso con decisione l’abolizione dei visti.
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Le rivolte in Tunisia, in Algeria, in Egitto e ora in Albania dovrebbero essere un campanello d’allarme per i nostri poli-
tici, che ora come non mai dovrebbero alzare i livello di guardia nei nostri mari. Se lo scontento in questi Paesi do-
vesse crescere ulteriormente (e parallelamente anche le corrispondenti misure repressive), nuove ondate di immi-
grati, come alla fine degli anni Novanta, potrebbero riversarsi nuovamente sulle nostre coste.
Oltre ad un problema di tipo sociale e di regolazione dei flussi migratori, l’Italia avrebbe a che fare anche con tutte le
piaghe che caratterizzano ancora oggi l’Albania: il Paese delle Aquile è, infatti, lo snodo dei traffici di droga che si
dirigono per lo più sulle coste balcaniche e verso il cuore del Mediterraneo, dei traffici delle mafie che, partendo dalla
Russia, Caucaso e Afghanistan, si riversano nei centri nevralgici dei Balcani e che coinvolgono la sicurezza dei con-
fini comunitari, dello smistamento di merci illegali che provengono per lo più dall’Asia Centrale.
L’Albania è, dunque, un fattore di persistente preoccupazione per l’Unione Europea. Ora più che mai, quindi, Bruxel-
les deve intervenire per rendere concreto il concetto di ―stabilizzazione‖ e l’Italia, soprattutto, ha l’opportunità di es-
serne protagonista.

Polonia vs Bielorussia. I polacchi in contropiede rispetto all'immobilismo europeo - Ales-


sandro Badella (Risiko) - 18.01.11

Dopo le scandalose elezioni dello scorso 19 dicembre, la Bielorussia sembrava essere sul banco degli imputati della
Commissione europea, che si vociferava stesse lavorando alacremente per infliggere nuove sanzioni diplomatiche
ed economiche al paese ex sovietico. Il think tank europeo ECFR suggeriva anche alcune strategie adottabili
dall'UE:

"Brussels should ban those directly responsible for the violence – including President Luka-
shenko – from travelling to the EU. Both EU institutions and member states should refrain from
further engagement with the regime until all detainees are released; there should be no high-
level contacts as long as Belarus holds political prisoners".

Così scriveva il sito solo ieri. Ma, come sappiamo, dietro all'atteggiamento prudente (ed impacciato) dell'UE, oltre
alle difficoltà nell'affermazione di una politica estera comune agli stati membri, ci sono i rapporti con Mosca. Minks,
come ho sottolineato più volte, è tornata nell'orbita russa in maniera molto marcata, anche perché la Russia ha fatto
valere il proprio monopolio energetico nei confronti di Lukashenko. Anche sul piano diplomatico, Mosca, che sino ad
un paio di mesi fa era ai ferri corti con il presidente bielorusso, ha usato tutte le armi per far sì che la Russia Bianca
tradisse gli impegni presi nei confronti di Bruxelles.
L'UE sta decidendo sul caso bielorusso e si profila l'ipotesi di un rifiuto dei visti per l'ingresso nell'UE per gli alti
funzionari del governo. Ma la decisione potrà essere presa non prima della fine del mese di gennaio. Occorre regi-
strare che alcuni paesi influenti (come Germania e Regno Unito) sono totalmente favorevoli ad un visa banche vieti
l'accesso all'UE al personale del governo di Lukashenko. Ma questo frontepro-ban non potrà anticipare la decisio-
ne.
Questo lasso di tempo è stato considerato un spreco per il governo polacco, che ha giocato d'anticipo sulla diploma-
zia europea. Oggi pomeriggio è stato ufficializzato che le autorità polacche hanno imposto unilateralmente un rifiuto
dei visti per un centinaio di membri del governo bielorusso. Secondo alcune agenzie, anche Lukashenko sarebbe
presente in quella lista. Per il momento non vi sono state reazioni da parte di Minks.
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Africa Sub-sahariana

Quali prospettive per un Sudan secessionista - di Giuseppe Dentice (BloGlobal) -16.01.11

Lo scorso 9 Gennaio si è tenuto in Sudan un referendum che deciderà le future sorti del Paese. Lo spoglio dei voti
inizia oggi, 16 gennaio, e decreterà se il Sud del Paese, cristiano-animista, diverrà un nuovo Stato o continuerà a far
parte della Nazione africana. Come stabilito dal Comprehensive Paece Agreement (CPA) del 2005, e siglato a Nairo-
bi tra il National Congress Party (NCP) ed il Sudan People’s Liberation Movement (SPLM) – rispettivamente il partito
del Presidente sudanese Omar el-Bashir e la sua principale controparte di opposizione – , il referendum darà la pos-
sibilità al Sud cristiano di decidere sulla propria indipendenza rispetto al Nord islamico e di divenire, de facto, uno
Stato autonomo e indipendente.
La guerra civile nel Paese dura da più di quarant'anni e vede scontrarsi il Nord, a maggioranza araba e musulmana,
e il Sud, prevalentemente cristiano-animista. Il tanto atteso referendum, che è l’ultima tappa di un processo di pacifi-
cazione che dovrebbe porre fine definitivamente alle ostilità, prevede una «sorta di doppia votazione: la prima è
quella prevista per il Sud Sudan concernente la separazione definitiva dal resto del Paese; la seconda, riguarda in-
vece Abyei, località al confine tra Nord e Sud, ai cui elettori viene chiesto riguardo la loro volontà ad essere parte di
uno o dell’altro Stato» [1].
Il Sudan meridionale è una zona molto povera ma ricchissima di petrolio. Non a caso, sulla località di Abyei si gioca
gran parte del referendum, a causa soprattutto degli interessi politici-economici riguardanti l'area; la località in que-
stione è cruciale per la produzione petrolifera dell’intero Sudan. La disputa concerne, perciò, i giacimenti petroliferi
del distretto e soprattutto, a seconda di dove saranno stabiliti, i confini dei due Stati. La maggioranza dei giacimenti
si trovano nella parte meridionale del Paese, la quale è però totalmente sprovvista di raffinerie e di sbocchi sul mare.
In questo modo tutti gli oleodotti si dirigono verso il Nord, dove il petrolio viene raffinato e poi venduto all'estero. Inol-
tre, le attività dei numerosi consorzi stranieri alleati di Bashir, che lavorano da anni in queste aree e che hanno co-
struito le infrastrutture necessarie all'estrazione, alla raffinazione e all'esportazione del petrolio, sono i corresponsabi-
li, con le loro attività, dei gravi disordini nelle aree tribali del Sud. Il Governo strumentalizza questi conflitti etnici per
aumentare i disordini e controllare i proventi petroliferi. I consorzi coinvolti sono le compagnie di stato Sudapet Limi-
ted e Greater Nile Petroleum Operating Company (GNPOC), la svedese Lundin Consortium, la malaysiana Petronas
Carigari Overaseas, l'austriaca OMV AG e l'indiana Videsh. Attualmente, Nord e Sud si dividono i proventi del petro-
lio al 50 %, ma ci sono molte pressioni affinché questi accordi vengano rivisti a favore di una delle parti [2].
Fin dall'indipendenza dal Regno Unito, ottenuta nel 1956, la politica sudanese è stata dominata da regimi militari che
nel corso degli anni hanno favorito governi a orientamento islamico e privilegiato, di conseguenza, il Nord del Paese.
I conflitti interni e la guerra civile hanno origine antecedente all'indipendenza, ma nel 1972 con un accordo di pace
firmato ad Addis Abeba tra Governo e separatisti si garantì al Sud cristiano una certa autonomia e una tregua per
alcuni anni al Paese. Ma la guerra civile riprese con maggior vigore negli anni '80 e, pur rimanendo basilari le que-
stioni etno-religiose, le attenzioni si spostarono sempre più sulle dinamiche economico-strategiche del territorio.
E' vero anche che la possibilità della secessione potrebbe aiutare il diffondersi del terrorismo di matrice islamista-
qaedista. Se nell'area del Corno d'Africa e nell'Africa sub-sahariana, soprattutto nel Mali e in Niger, al-Qaeda è pene-
trata e stabilizzata da tempo, in Sudan il fenomeno ancora non è riuscito a infiltrarsi stabilmente, tuttavia il rischio di
strane alleanze tra Governo e luogotenenti qaedisti sono concrete. Le truppe del Presidente Bashir potrebbero alle-
arsi con milizie tribali islamiche e uomini di Bin Laden nell'area per punire il Darfur e continuare ad alimentare le ten-
sioni nel Sud cristiano. Nel Sud si potrebbe diffondere un fenomeno terrorista già presente n Egitto e nel Maghreb
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contro i cosiddetti ―crociati‖ rei di aver diviso i rispettivi Paesi e di essere, i cristiani, al soldo dei Paesi occidentali.
Invece, contro il Darfur l'avanzare del qaedismo potrebbe essere sfruttato da Bashir per cercare di sedare i rivoltosi
attraverso l'utilizzo delle ricche risorse dei terroristi e con l'appoggio, più o meno diretto, di alcuni Stati africani e me-
diorientali che hanno soprattutto interessi economici nelle aree in questione.
Le dispute tra Governo e separatisti non si limitano però solo al petrolio, ma includono la determinazione dei confini
e lo sfruttamento delle acque del Nilo. Questi sono temi altrettanto rilevanti non solo per il Sudan, ma anche per gli
altri Paesi confinanti, Egitto ed Etiopia in particolar modo. Il problema della determinazione definitiva dei confini ri-
guarda soprattutto le migliaia di sud-sudanesi residenti nel Nord. In caso di secessione, si calcola un esodo di massa
di circa due milioni di persone che si muoveranno dal Nord ―ricco‖ verso il Sud ―povero‖, oppure verso i vicini Paesi
confinanti. In Egitto la situazione viene monitorata con molta attenzione per via delle problematiche politiche annes-
se ai rifugiati sudanesi – al quale il Cairo da un po' di anni cerca di ovviare con numerosi provvedimenti legislativi
che mirano ad arginare la possente ondata migratoria - e, soprattutto, al problema riguardante lo sfruttamento delle
acque del Nilo. Su quest'ultimo punto, Il Cairo ha enormi interessi economici e spera che la secessione del Sud Su-
dan non gli provochi troppi disagi. Tra Sudan ed Egitto vige un trattato che risale al 1959, «che a sua volta ne ripren-
deva un altro risalente al 1929 e dunque al periodo coloniale, i due Paesi controllano il 90 % delle disponibilità di ac-
qua: se il Sud Sudan dovesse accettare un simile accordo, allora dovrebbe iniziare trattative adeguate per una spar-
tizione della quota sudanese con il Nord» [3]. Ma rinegoziare i trattati non è mai una cosa semplice, e se a questo
scenario si aggiungono le accuse etiopi di sabotaggio egiziano (sono indicati quali responsabili di finanziare le varie
guerriglie per i propri interesso), il quadro risulta ora completo. Ma a dispetto dei propri interessi, Il Cairo è impegnato
in una serie di colloqui volti ad abbassare i toni della situazione referendaria, ma ricordando al Presidente Bashir –
accusato di poca lungimiranza politica e di non aver cercato alcuna conciliazione tra le parti, nell’estremo tentativo di
sanare la frattura esistente nel Paese – di accettare il risultato del referendum, qualunque sia il suo esito.
Rimane però intatta la questione del Darfur. Infatti, se il referendum risolverà parzialmente le diatribe tra Nord e Sud,
in questa zona i conflitti rimangono intatti. Le origini sono remote e risalgono agli scontri fra le popolazioni nomadi
arabe e le popolazioni stanziali africane per lo sfruttamento delle risorse idriche e della terra. Dall'esito referendario il
Darfur verrebbe tirato, indirettamente, in ballo perché anche se in questa regione si vive una situazione simile al Sud,
essa potrebbe essere la prossima vittima di una spartizione dettata da esigenze politiche che metterebbero ulterior-
mente a pericolo i delicati equilibri dell'Africa sub-sahariana. A fine febbraio 2010, il governo sudanese ha firmato a
Doha con Justice and Equality Movement (JEM), uno dei principali movimenti di opposizione a Bashir in Darfur, il
Framework and Ceasefire Agreement, un pre-accordo che prevede una tregua, ed in concreto un primo passo verso
un cessate-il-fuoco o una pace definitiva. Le motivazioni di questo accordo sono di opportunità politica – nel 2011 si
votano le presidenziali in Sudan – e dettate da grandi pressioni internazionali e regionali. Infatti su Bashir pende un
mandato d'arresto internazionale e tutta la Comunità Mondiale vede con diffidenza le assurde iniziative del Presiden-
te sudanese. Se si aggiungono le attenzioni di Cina, Russia e Stati Uniti interessate ad accaparrarsi le risorse mine-
rarie ed energetiche del Paese, si riesce a capire quanto sia forte l'attenzione di tutto il mondo sugli esiti del referen-
dum.
Ma qualsiasi risultato scaturirà dalle urne, la possibilità di una ripresa della guerra in Sudan è ritenuta da molti una
possibilità non così remota. Infatti il riarmo degli eserciti del Nord e del Sud è una questione che lascia parecchi in-
terrogativi e al di là delle innumerevoli questioni in gioco (la secessione, le questioni relative al petrolio, la demarca-
zione dei confini, le dispute concernenti le acque del Nilo), è auspicabile che la Comunità Internazionale monitori la
situazione coadiuvando le parti a trovare le risposte adeguate al fine di raggiungere una risoluzione soddisfacente
per entrambe.
Segue all’altra pagina —>
Pagina 14 CHAOS
Aspettando i risultati ufficiali, tutti auspicano che questo referendum sia un'opportunità concreta per mettere fine alle
ostilità nel Sud Sudan e possa essere una sponda politica per un accordo definitivo sul Darfur. Allo stesso modo, ci
auguriamo tutti che il Presidente Bashir non colga questa situazione per ingarbugliare la realtà sudanese per puri fini
politici che dovrebbero, comunque, cadere in secondo piano rispetto alla pacificazione del più grande Paese africa-
no.
[1] Valentina GENTILE, Sudan: la prospettiva della secessione ed i rapporti con l’Egitto, in «Eurasia», 10 gennaio 2011
[2] Violetta SILVESTRI, Sudan: petrolio e guerra nel Sud del Paese, in «Equilibri», 30 giugno 2010
[3] Valentina GENTILE, Sudan: la prospettiva della secessione ed i rapporti con l’Egitto, cit.

Costa d’Avorio: ennesima prova per le missioni di pace delle Nazioni Unite - di Gianpiera
Mancusi (BloGlobal) - 30.12.10

È passato ormai un mese da quando la Costa d’Avorio è ripiombata nel caos, ma pochi sembrano essersene ac-
corti. In questi giorni di festa, impegnati come siamo tra cene e scambi di regali, parlare di guerre e violazioni di
diritti umani è decisamente fuori luogo. TV e giornali sembrano darci ragione: notizie come queste poco si concilia-
no con l’atmosfera natalizia. Può sorprendere perciò l’attivismo delle Nazioni Unite nei confronti della crisi del ―Paese
del cacao‖. Gli ultimi giorni sono stati un susseguirsi di riunioni, dichiarazioni, conferenze stampa degli organi e
delle agenzie che fanno parte del sistema onusiano. Il Segretario Generale Ban Ki-moon, ad esempio, ha più
volte invitato l’ostinato presidente Gbagbo a lasciare la poltrona a colui che l’intera comunità internazionale ha rico-
nosciuto vincitore, Alassane Outtara. Il 23 dicembre, il Consiglio dei diritti umani si è addirittura riunito in sessione
straordinaria per condannare l’escalation di violenza e raccomandare ad entrambi le parti di astenersi dall’uso della
forza, ricordando, come qualche giorno prima aveva fatto il Consiglio di Sicurezza, che coloro che si macchino di
crimini contro la popolazione civile saranno chiamati a dar conto delle proprie azioni dinnanzi alla giustizia interna-
zionale. Lo stesso giorno, l’Assemblea Generale ha accettato, per consensus, le credenziali dei rappresentanti che
Ouattara ha designato presso l’Onu. Ma l’attenzione delle Nazioni Unite verso questa ennesima crisi africana non
deve stupirci: in gioco, ancora una volta, vi è la credibilità delle missioni di peacekeeping che sul continente africa-
no hanno più di una volta mostrato la loro debolezza come strumento di mantenimento della pace. D’altronde 16
anni fa il clima vacanziero – e ahimè non solo quello – aveva distolto gli occhi del mondo dal Rwanda dove si stava
preparando il genocidio dei tutsi. Perciò la crisi ivoriana assume un’importanza particolare nell’agenda di questo
fine 2010: l’Onu, se non vuole definitivamente abdicare al suo ruolo di guardiano della pace e della sicurezza
collettiva, non può permettersi un’altra sconfitta.
La crisi in pillole
Il 28 novembre si è svolto, dopo mille rinvii, il secondo turno delle elezioni presidenziali che hanno visto il Presiden-
te in carica, il cristiano Gbagbo, sfidare l’ex Primo Ministro musulmano Ouattara. Le elezioni dovevano sancire la
riunificazione dello Stato dopo la sanguinosa guerra civile che ha sconvolto il paese tra il 2002-2004. Invece han-
no prodotto solo caos e violenze. Secondo la commissione elettorale, Ouattara ha ricevuto il 54% dei consensi,
battendo così il presidente in carica che si è fermato a quota 46%. Tuttavia, la Corte Costituzionale ha invalidato i
voti in sette regioni nel nord del paese, base del supporto di Ouattara, per irregolarità. Risultato: la Costa d’Avorio
si trova, oggi, ad avere due presidenti, ognuno dei quali ha nominato un proprio gabinetto. E se Gbagbo dirige il
paese dal palazzo presidenziale, il suo rivale si è asserragliato nell’Hotel du Gulf, costantemente protetto dalle forze
UNOCI, dalla Force Nouvelle (truppe di ex- ribelli che controllano il nord) e dal contingente francese di supporto ai
caschi blu.
Il ruolo delle Nazioni Unite
Il coinvolgimento delle Nazioni Unite nel territorio ivoriano è iniziato con una piccola missione di natura politica, la
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MINUCI, nel 2003, all’indomani della proclamazione del cessate il fuoco tra le forze ribelli e l’esercito ivoriano. Se-
condo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 1479(2003), la MINUCI doveva sorvegliare l’implementazione
dell’accordo di pace tra le parti. Tuttavia la situazione generale rimase a lungo molto tesa: ragion per cui le Na-
zioni Unite decisero di rafforzare la loro presenza con una missione di natura molto diversa da quella precedente.
Infatti il Consiglio di Sicurezza, avendo riconosciuto che la situazione nel Paese poneva una minaccia alla pace
internazionale e alla sicurezza dell’intera regione (ex art. 39 della Carta delle Nazioni Unite) ha stabilito la Uni-
ted Nation Operation in Cote d’Avoire (UNOCI). Alla missione spetta, in particolare, il monitoraggio della dichiara-
zione congiunta sulla fine delle ostilità del 6 Aprile 2005, il disarmo dei gruppi combattenti, il rimpatrio dei rifugiati e
il controllo circa lo svolgimento di elezioni pacifiche e democratiche. Il Consiglio ha autorizzato la missione ad
utilizzare tutti i mezzi possibili- quindi anche la forza- per assolvere il mandato.
Come uscire dalla crisi
La possibilità che i circa 9500 caschi blu ricorrano all’uso della forza è, al momento, poco plausibile e sicuramente
pericoloso, in un contesto come quello ivoriano. Infatti il presidente Gbagbo gode del supporto dei militari e del 35%
della popolazione (gran parte nelle regioni meridionali). Forte di ciò ha sfidato l’intera comunità internazionale, ac-
cusando le Nazioni Unite di intervenire negli affari interni del paese e ha ordinato il loro immediato sgombero. Ma
dimentica che le truppe UNOCI sono state schierate, nel 2005, con il suo consenso. Diverso è il discorso qualora
i peacekeepers vengano attaccati. Ed è in realtà ciò che sta avvenendo in questi giorni. Molto probabilmente una
parte delle persone vicine a Gbagbo crede che, in caso di attacco alle forze ONU, i governi faranno pressione sul
Consiglio di Sicurezza per porre fine alla missione. Questa ipotesi mi sembra alquanto improbabile. Il signor Gba-
gbo, o chi vicino a lui, dimentica che vi è una risoluzione dell’ONU che chiaramente riconduce la missione al Capi-
tolo VII della Carta e che l’intera comunità internazionale ha espresso appoggio incondizionato alle truppe ONU,
anche qualora dovessero essere costrette ad usare le armi.
Tuttavia le Nazioni Unite, allo stato attuale, sperano di risolvere la crisi attraverso la diplomazia o, in alternativa,
facendo ricorso alle misure previste dal Capitolo VI della Carta ( misure non implicanti l’uso della forza). Per quan-
to riguarda la prima strada, al momento i progressi sono scarsi giacché al Sottosegretario per il Peacekeeping,
Alain Le Roy, è stato negato il permesso di incontrare i rappresentanti del governo illegittimo. Inoltre, Young-jin Choi,
il Rappresentante Speciale del Segretario Generale per la Costa d’Avorio, è in continuo contatto con i presidenti
Yayi Boni del Benin, Pedro Pires di Capo Verde e Ernest Bai Koroma del Sierra Leone. I tre presidenti, in rappre-
sentanza della Comunità economica dei paesi dell'Africa occidentale (ECOWAS), hanno tentato una mediazione tra
le parti che tuttavia sembra essere fallita. Intanto l’ECOWAS ha già minacciato il ricorso all’uso della forza qualo-
ra Gbagbo si ostini a mantenere illegittimamente il potere. Più efficace sarebbe perseguire la seconda strada, os-
sia quella delle sanzioni. La combinazione di sanzioni economiche e isolamento politico si è già rivelato vincente
contro i colpi di stato in Niger, Togo e Guinea. Considerando la situazione, interna del Paese un’ampia gamma di
sanzioni finanziare e diplomatiche indebolirebbero il sistema di padronaggio che sta dietro al governo illegittimo. In
tale direzione si è già mossa la Banca mondiale che ha congelato i finanziamenti al Paese, come riferito dal suo
presidente, Robert Zoellick. Stessa cosa ha fatto la UE che oltre al congelamento dei beni all’estero ha interdetto
su tutto il territorio europeo, sia Gbagbo che una serie di personalità del regime.
Certo è che la situazione necessita una risposta decisa e univoca. Divisioni, incertezze e rinvii possono solo fare
il gioco del governo usurpatore. E a pagarne le conseguenze saranno – e lo sono già – i civili. Secondo l’Alto Com-
missariato dell’Onu per i diritti umani, le vittime tra la popolazione civile ammonterebbero a 173. Nella capitale sa-
rebbero già in azione gli ―squadroni della morte‖, uomini armati che agiscono di notte nei quartieri pro- Ouattara e
che rievocano fantasmi che il DPKO (il Dipartimento delle Operazioni di Peacekeeping) non può ignorare.
Pagina 16 CHAOS

Mediterraneo e Medio Oriente

Il ritorno sulla scena dell’impero ottomano - di Giuseppe Dentice (BloGlobal) - 4.01.11


Da qualche tempo a questa parte assistiamo ad un'ascesa prepotente della Turchia sulla scena mondiale, tanto da
influenzarne direttamente o meno equilibri e dinamiche regionali e internazionali.
E' risaputo che la Turchia entrerà nella UE e questo potrà essere un'ottima opportunità per l'Unione per espandere i
suoi mercati, ma anche per ri-acquisire una certa influenza, ormai perduta da tempo, nell'area mediorientale e cau-
casica. Quindi l’ingresso della Turchia nella UE è legato alle evoluzioni politiche della stessa Unione. Ankara potreb-
be essere il tramite perfetto per agire nel Caucaso e nel Medio Oriente per Bruxelles, ma ciò dipenderà dalle strate-
gie dei leader europei. Il Governo turco riveste un ruolo geo-strategico importantissimo sia grazie alla posizione geo-
grafica della Turchia, sia grazie alla presenza dei gasdotti Nabucco e South Stream – fonti di approvvigionamento
necessari al passaggio del gas russo in Europa –, i quali possono rivestire uno strumento duplice di politica estera
tanto nei confronti russi, tanto nei confronti degli alleati atlantici. Ma come è oggi la Turchia?
Ebbene la cara e vecchia Anatolia è uno Stato che sta affrontando una transizione dalla tradizione kemalista – laica
e militare – ad uno Stato che, sotto le spinte di un islam moderato, mira ad esibirsi al mondo come una nazione a-
vanzata e occidentale. L'attuale establishment – incarnato dal Premier Erdogan, il Ministro degli Esteri Davutoglu e
dal Presidente della Repubblica Gǘl, tutti rappresentanti del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) – punta ad
eliminare qualsiasi contatto con la Turchia di Ataturk e a sostituirla con l'idea di un Paese moderno e democratico.
Insomma Ankara si candida, nel prossimo futuro, ad essere non una mina vagante della politica internazionale, ben-
sì ad assurgere un ruolo di media-grande potenza regionale e internazionale. I primi passi in questa direzione lo di-
mostrano gli accordi politico-economico-commerciali firmati negli ultimi tempi con Brasile ed Iran da un lato, ed Egitto
dall'altro.
L'accordo triangolare con Brasile e Iran prevederebbe una cessione dello stock di uranio iraniano leggermente arric-
chito per ricevere, un anno dopo, lo stesso materiale, però, maggiormente arricchito che può essere utilizzato nella
produzione medica e industriale. L’accordo prevederebbe, inoltre, che entro sette giorni dalla firma dell'accordo, «il
governo islamico notifichi per iscritto, presso L’Agenzia Internazionale Per L’Energia Atomica (AIEA), l’accordo stes-
so, il che obbliga Teheran a rispettare il Trattato Di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e di conseguenza innesca
l’automatico consenso alla contabilità degli stock nucleari da parte dell’AIEA» [1], rendendo pertanto inutile la minac-
cia nucleare, almeno teoricamente, in quanto il processo sarebbe tenuto sotto un monitoraggio internazionale.
L'accordo in se è a dir poco sorprendente per vari motivi: 1) toglierebbe l'Iran da un isolamento diplomatico che dura-
va ormai da un pò tempo, il che ha preoccupato sia Washington che gli alleati europei, ma più di tutti ha allarmato
Israele, le cui relazioni bilaterali si sono ormai deteriorate per via della faccenda della Fredoom Flotilla, e l'hanno
convinta che un'azione armata contro il regime di Teheran si renda necessaria anche per via del voltafaccia di Anka-
ra che proteggerebbe e finanzierebbe le futuribili azioni militari della repubblica teocratica; 2) Porrebbe di fatto la Tur-
chia quale primo interlocutore affidabile per gli europei e gli americani nella regione mediorientale, elevandola a po-
tenza regionale a discapito del decadente Egitto; 3) Eliminerebbe di fatto il campo dagli altri attori regionali e sarebbe
il garante di qualsiasi iniziativa iraniana ritenuta sospetta.
Il Consiglio di Cooperazione Strategica istituito tra Turchia ed Egitto lo scorso 13 dicembre, ricalca con medesima
formula lo stesso istituto tra Turchia ed Azerbaijan del settembre 2010. Questo strumento si inserisce perfettamente
nella nuova linea di politica estera di Erdogan e Davutoglu, nella quale Ankara cerca di rafforzare la propria immagi-
ne internazionale attraverso politiche rassicuranti e buone relazioni bilaterali con gli Stati esterni alla UE.
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Il Consiglio prevederebbe iniziative autonome e coordinate all'interno delle Nazioni Unite e volte a dare soluzione
alle principali questioni in gioco: problema palestinese e nucleare iraniano.
Questi sono solo due esempi, ma sono ormai anni che la Turchia mira ad avere ottime relazioni bilaterali-
internazionali con i propri ―vicini‖ quali Iraq (High Level Strtegic Cooperation Council), Siria (“Processo di Adana”) o
Grecia. Con tutti questi Paesi ha lavorato proficuamente ottenendo ottimi risultati diplomatici e un'accresciuta imma-
gine rassicurante e dando la sensazione di poter essere un partner attendibile tanto agli occhi europei e americani
per il Medio Oriente, tanto nei rapporti con Russia e altri stati caucasici per i problemi riguardanti gli approvvigiona-
menti energetici. Oggi la Turchia è uno Stato apparentemente forte all'esterno, ma al suo interno è ancora debole a
causa dei problemi ormai cronici con i Kurdi del PKK e con le frange estreme dell'islamismo fondamentalista e con
l'ala laica dei militari che si ritengono essere, tradizionalmente, i prosecutori dell'opera kemalista e si sentono traditi
da Erdogan e compagni.
Il protagonismo turco non lo si nota solo in queste zone ma anche in Europa stessa e nei suoi antichi feudi. Infatti il
12 giugno scorso il premier Erdogan, durante la sua visita nei Balcani, si recò a Belgrado per incontrare il collega
serbo Cvetkovic per stipulare sei accordi di cooperazione. Secondo questi accordi si prevede la libera circolazione
delle persone tra Turchia e Serbia, nonché l’inizio di una maggiore cooperazione commerciale tra i due Paesi che
culminerà nell’istituzione di una zona di libero scambio. Appare chiaro, quindi, come la Turchia stia cercando in tutti i
modi di assumere un ruolo di primo piano nello scacchiere internazionale. L’appianamento dei conflitti regionali e
l’ampliamento dei rapporti bilaterali economico-commerciali con gli altri Stati del Medio Oriente, hanno in realtà so-
prattutto lo scopo di favorire un ruolo di primo piano della Turchia nell'area. Sebbene l’interesse di un eventuale in-
gresso nell’UE trovi ancora le resistenze di alcuni Stati (Germania e Francia, in primis), l'ascesa sulla scena interna-
zionale di quella che fu la Sublime Porta è un dato ormai conclamato e il suo porsi come serio interlocutore deve
essere per tutti una seria opportunità da cogliere. Pur non potendo essere sicuri della effettiva riuscita del processo
che porta avanti Ankara, almeno sulla carta l'inclusione della Turchia in un sistema ―occidentale‖ potrebbe produrre
effetti positivi e duraturi su annose questioni conosciute e mai risolte.
Quindi la Turchia, paese musulmano ma laico e moderno, oggi agli occhi dell'intero Occidente è la più grande oppor-
tunità da sfruttare per imporla come modello alternativo positivo ad un mondo globalizzato e fortemente diviso nelle
sue realtà interne.
[1] Stefano PISTORE, Brasile-Iran-Turchia: Il Triangolo No, «Eurasia», 31/05/2010

Egitto. Con chi stanno gli americani? - di Alessandro Badella (Risiko) - 29.01.11
La situazione politica egiziana non aveva trovato spazio nel discorso sullo stato dell'Unione di martedì scorso, ma è
indubbio che la politica estera americana sta attentamente valutando gli sviluppi della situazione. E, alla lunga, l'ammi-
nistrazione Obama dovrà schierarsi pro o contro la trentennale presidenza personalistica di Mubarak. Sulla questione
tunisina, gli Usa hanno mostrato grandi aperture (molto più dei leader europei) su una possibile svolta democratica.
Per quanto riguarda l'Egitto, però, vi sono importanti elementi, anche contrastanti, che ci forniscono una scenario molto
complesso su quale che potrebbero essere le prossime mosse di Obama. Il Telegraph, proprio in questi giorni, mette in
rete un cable diplomatico (via Wikileaks) indirizzato a Washington dalla sede diplomatica americana del Cairo. Il dispac-
cio diplomatico avverte gli Stati Uniti che la sede diplomatica sta proteggendo le iniziative di un attivista egiziano
con l'obiettivo di indebolire il regime di Mubarak ed installare un governo democratico con le elezioni del 2011. Quindi
potrebbe essere probabile che, dietro alle rivolte di piazza ci sia stata una "regia" indiretta di Washington. Come si evin-
ce dal file filtrato da Wikileaks, gli Stati Uniti vedrebbero bene un Egitto più democratico, con una democrazia parlamen-
tare in grado di controbilanciare il potere eccessivo e personalistico del presidente.
Segue all’altra pagina —>
Pagina 18 CHAOS
Tuttavia, questa presa di posizione contro il governo Mubarak (per il momento si tratta di mere speculazioni) potreb-
be non essere così netta. In primis perché il presidente egiziano, fino a prova contraria, ha dimostrato la pro-
pria fedeltà agli Stati Uniti dai tempi di Kissinger: un eventuale "scaricamento" potrebbe non essere indolore. Inoltre,
anche ipotizzando che gli Stati Uniti spingessero per un rovesciamento dei poteri forti tradizionali dall'Algeria allo
Yemen (facendo prevalere gli ideali democratici sugli interessi strategici), occorrerebbe verificare le prospettive per
un futuro effettivamente democratico per questi paesi. In Tunisia, dopo la cacciata di Ben Alì lo spettro
del golpe militare è sempre in agguato. Peggio sarebbe anche una protesta destabilizzante in Yemen, dove le forze
di al-Qaeda sono forti, poiché farebbe del paese una nuova Somalia. Molti analisti sostengono che per la sicurezza
regionale ed internazionale, la vecchia classe dirigente dei Ben Alì e dei Mubarak sia sicuramente meglio di un "non
governo" in cui l'instabilità politica dilaghi in un'avanzata dell'estremismo islamico. Gli americani devono stare molto
attenti poiché l'ultima grande rivoluzione di popolo dell'area islamica fu quella iraniana del 1979. E conosciamo il re-
sto...
Da ultimo arriva anche un articolo sul Huffington Post che sembrerebbe scongiurare un'aperta adesione dell'ammini-
strazione Obama alla causa egiziana. Nel giugno del 2009, proprio al Cairo, Obama aveva tenuto un discorso di impor-
tanza e portata storiche che rappresentava una sorta di mano tesa al mondo islamico e l'inizio di un impegno più consi-
stente degli Stati Uniti nella difesa della democrazia e dei diritti umani. L'Egitto fu uno scenario molto importante per
contestualizzare il discorso di Obama, perché, sebbene alleato storico degli Usa, si chiedeva anche a Mubarak di fare
passi più spediti verso libere elezioni ed un regime liberal-democratico. Tuttavia, come ricorda l'articolo dell'HP:

In its first year, the Obama administration cut funding for democracy and governance pro-
gramming in Egypt by more than half, from $50 million in 2008 to $20 million in 2009
(Congress later appropriated another $5 million). The level of funding for civil society pro-
grams and non-governmental organizations (NGOs) was cut disproportionately, from $32
million to only $7 million. Though funding levels for 2010 are not yet available, they are e-
xpected to show an increase to $14 million, says Stephen McInerny, the director of advocacy
at the Project on Middle East Democracy.

Quindi, con chi stanno gli americani?

America del Nord


The New Sputnik Generation. Il discorso di Obama al Congresso - di Alessandro Badella (Risiko)
- 27.01.11

Quello di martedì scorso è stato il secondo State of Union del presidente Obama. L'annuale discorso al Congresso è stato contrasse-
gnato da numerose valutazioni di carattere economico. Nell'anno del modesto recupero dell'economia americana, il presidente ha
voluto elencare i passi fatti per uscire dall'incubo recessione, ma ha anche stilato una checklist di ciò che ci sarebbe ancora da co-
struire per lasciarsi alle spalle la crisi economica.
Non stupisce che alcuni temi internazionali siano stati messi a margine del discorso prettamente economico. La pancia degli ameri-
cani stabilirà se uscirà eletto anche nel 2012 e non certamente il trattato START con la Russia (peraltro molto importante). Quindi
era probabilmente d'uopo occuparsi dei problemi interni agli Stati Uniti, che, tuttavia, non sono poi così slegati dal contesto interna-
zionale.
Numero 1 - Gennaio 2011 Pagina 19
Gran parte delle difficoltà interne ed internazionali, economiche e politiche, dell'amministrazione Obama dipenderan-
no anche dalla collaborazione che l'amministrazione potrà ottenere dai Repubblicani, dopo la sconfitta del mid
term. Ed infatti Obama ha ricordato proprio in apertura del discorso:
"New laws will only pass with support from Democrats and Republicans.We will move forward together,
or not at all [...]."

Un momento politico non certo felice per affrontare le sfide del futuro. Soprattutto visti i competitor agguerriti che gli
Usa si trovano a dover affrontare. Il problema cinese è stato affrontato da Obama solo da un punto di vista economi-
co. Il binomio asiatico C-India e la crescita repentina della sua economia sta ponendo la sfida più grande agli ameri-
cani:
"Meanwhile, nations like China and India realized that with some changes of their own, they could com-
pete in this new world. And so they started educating their children earlier and longer, with greater em-
phasis on math and science. They're investing in research and new technologies. Just recently, China
became the home to the world's largest private solar research facility, and the world's fastest compu-
ter.So, yes, the world has changed. The competition for jobs is real."

Nessun accenno alla competizione bellica con la Cina (dopo le rivelazioni sui famosi stealth invisibili di cui si è dotata
Pechino) né all'ultima visita di Hu Jintao negli Stati Uniti. Solo economia, che sebbene importante per la geopolitica
mondiale degli Stati Uniti, non è certo l'unico oggetto del contendere tra lo Zio Sam e le nuove potenze emergenti.
Obama ha poi riassunto con una metafora la situazione di "inferiorità" con cui l'America sta a guardare la spaventosa
crescita di nuove potenze, ricorrendo all'immagine pop dello Sputnik russo. Nel 1957, i sovietici misero in orbita il
primo satellite, causando un forte imbarazzo per Washington che si sentì scientificamente inferiore all'Urss. Così
Obama:
"Half a century ago, when the Soviets beat us into space with the launch of a satellite called Sputnik,
we had no idea how we would beat them to the moon. The science wasn't even there yet. NASA didn't
exist. But after investing in better research and education, we didn't just surpass the Soviets; we unlea-
shed a wave of innovation that created new industries and millions of new jobs. This is our generation's
Sputnik moment".

Tuttavia, la situazione durante le prime schermaglie della guerra fredda e della space war era assai differente. In
primis perché il mondo era un duopolio in un certo senso più facile da controllare: un nemico (per quanto potente) è
più facile da tenere d'occhio piuttosto che molti. Secondariamente, gli Stati Uniti erano un grande potenze in grado di
muovere ingenti capitali nei settori di interesse strategico. Infatti, dopo solo dodici anni dal lancio dello Sputnik, la
Nasa si prese una grossa rivincita sbarcando sulla Luna. Nel caso della space race per gli americani era solo neces-
sario investire in quel settore, sino ad allora trascurato o non potenziato a sufficienza. Oggi l'America sembra erosa,
oltre che dalla crisi economica interna (e globale), anche da una pletora di potenze medio-grandi (spesso regionali)
che attaccano su diversi fronti la leadership internazionale di Washington. Il paragone con la Sputnik generation può
reggere, ma solo in parte. Solo nella seconda parte del discorso, Obama cita più esplicitamente i temi caldi della
politica estera americana, ovvero Iraq ed Afghanistan. Sull'Iraq il passaggio è abbastanza sintetico:
"This year, our civilians will forge a lasting partnership with the Iraqi people, while we finish the job of
bringing our troops out of Iraq. America's commitment has been kept. The Iraq war is coming to an
end".
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Ed anche sull'Afghanistan si ripete il copione della mission accomplished:
"This year, we will work with nearly 50 countries to begin a transition to an Afghan lead. And this July,
we will begin to bring our troops home".

In entrambi i casi è posta grande enfasi sulla transizione alle forze locali di sicurezza. Il compito americano si è con-
cluso consegnando le chiavi del proprio paese alle forze locali. E quindi gli yankee se ne tornano a casa.
Un altro tema internazionale che ha toccato il discorso di Obama è quello del nuovo trattato START con la Russia.
L'accordo è stato ratificato nel dicembre scorso con l'apporto decisivo di 31 senatori repubblicani. Una vittoria diplo-
matica non indifferente per la presidenza. Ed il trattato è stato approvato all'unanimità anche dal consiglio di stato
russo ed è quindi entrato in vigore per entrambi i paesi.
Poco o niente, invece su Nord Korea ed Iran, che vengono solo citati. Pochissimo sull'America Latina (solo un viag-
gio in programma a marzo che toccherà Brasile, Cile e El Salvador) ed un confuso discorso sulla lotta all'immigrazio-
ne clandestina. Obama vorrebbe combattere in maniera ferrea l'ingresso clandestino dei latinos, ma trattenendo i
"cervelli" negli Stati Uniti.
l presidente ha rimarcato anche l'assistenza americana al referendum nel Sudan del sud ed il sostegno alla rivolta
tunisina: un esempio recente dello sforzo statunitense per far nascere germogli di democrazia e giustizia anche in
altri continenti. Così si è espresso Obama:

"In south Sudan -– with our assistance -– the people were finally able to vote for independence after
years of war. [...] And we saw that same desire to be free in Tunisia, where the will of the people pro-
ved more powerful than the writ of a dictator. And tonight, let us be clear: The United States of Ameri-
ca stands with the people of Tunisia, and supports the democratic aspirations of all people".

Il Sudan rimane comunque un nodo strategico anche nell'ambito del confronto sino-americano. E la volontà di Bashir
di riallacciare i rapporti con Washington potrebbe essere un'importante mossa in funzione anti-cinese.
Globalmente, il discorso di Obama, dal punto di vista del ruolo primiziale americano nelle dinamiche geopolitiche, è
un "vorrei ma non posso". Se lo snodo centrale della nuova sfida americana è la comprensione delle nuove dinami-
che geo-economiche del XXI secolo ("The 21st century government that's open and competent. [...] It will also requi-
re us to approach that world with a new level of engagement in our foreign affairs"), vi sono molti aspetti centrali del-
la politica estera americana che non hanno trovato spazio nel discorso dello scorso martedì. Commenta ironi-
co Foreign Policy:

"On China, Guantanamo Bay, the Middle East peace process, Belarus, Cuba, development, foreign
aid, the State Department, human rights, cyber warfare, the national export initiative, international cur-
rency, and climate change: Nothing‖.

Questi qui sopra sono tutti aspetti "tagliati" dallo stato dell'unione, tutte sfide americane non pervenute. E si tratta di
temi che nel discorso dell'anno scorso avevano trovato una propria collocazione nell'arco delle politiche internazio-
nali del governo americano. A mio avviso, sebbene il proclama di "reinventarsi come americani", si tratta di
un discorso di resa, ovvero di graduale smarcamento, anche per le difficoltà numeriche che i democratici hanno al
Congresso, dagli impegni che la politica muscolare di Bush aveva preso in giro per il globo e che, anche in virtù della
crisi del 2008, gli Stati Uniti non sono più in grado di onorare.
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America Latina

Il Venezuela e la riscossa dell’America Latina - di Maria Serra (BloGlobal) - 9.01.11


La stipulazione negli ultimi mesi del 2010 di numerosi accordi bilaterali in materia di difesa ed industria fra Venezuela
e altri Stati europei e mediorientali fa riflettere sul ruolo che il Paese latino-americano intende assumere nelle relazio-
ni internazionali.

La storia dell’America Latina è una storia da sempre caratterizzata da forti contraddizioni, che l’hanno portata ad es-
sere, economicamente e politicamente, una delle ragioni più instabili del mondo. È stato, ed è ancora oggi, un Conti-
nente che oscilla tra sottosviluppo e squilibri sociali e tentativi di sfruttare le grandi risorse di cui è dotata, tra aspira-
zioni alla democrazia e forme di populismo e autoritarismo esercitate per lo più dagli apparati militari, tra dipendenza
economica e, quindi politica, dai vicini Stati Uniti – che, nell’ottica della Guerra Fredda e fin dai tempi della creazione
dell’Organizzazione degli Stati Americani (1948), ha tentato di estendere nella regione la propria influenza – e volon-
tà di maggiore autonomia.
In questo contesto si inscrive anche la storia del Venezuela, un Paese le cui vicende passate e attuali sono per certi
aspetti quasi in secondo piano rispetto a quelle dei vicini sudamericani, ma ugualmente di fondamentale importanza
non solo nel contesto regionale, ma anche nell’intero sistema delle relazioni internazionali che negli ultimi anni han-
no visto, grazie soprattutto alle politiche del Brasile, una rivalutazione del ruolo degli Stati latino-americani.
Un nodo geopolitico
Situato a nord del continente sudamericano, il Venezuela costituisce un nodo strategico per mettere in connessione
fra loro diverse aree geopolitiche: le Americhe nel loro complesso, il bacino caraibico e il Sud del mondo. Inoltre, da-
to lo sbocco sull’Atlantico e date le relazioni – più o meno complesse – con i vicini Brasile e Colombia, il Venezuela
ha la possibilità di giocare un ruolo di una certa importanza tanto sul versante africano che su quello del pacifico.
Infine, Caracas ha la possibilità di contare su immense ricchezze petrolifere e minerarie – queste ultime scoperte
piuttosto recentemente, e quindi pienamente sfruttabili – che fanno del Paese una delle grandi riserve energetiche
mondiali, nonché il quinto esportatore di petrolio nel mondo.
Proprio questa sua ultima caratteristica, connessa con la strategicità della posizione geografica e con la volontà di
competere con il crescente colosso brasiliano, è lo strumento chiave della politica estera del Presidente Hugo Cha-
vez: egli, prendendo come modello il patriota Simon Bolivar, ha dato dal 1998 il via ad un socialismo democratico
che punta in primo luogo a contenere e ad eliminare qualsiasi tipo di influenza statunitense sulla regione sudameri-
cana e, in secondo luogo e implicitamente, a fare del Venezuela un punto di riferimento non solo per i Paesi latino-
americani ma anche, come vedremo, per altre zone del mondo.
Le relazioni venezuelane a livello regionale
È in quest’ottica che, dunque, va visto il plauso di Chavez verso l’approvazione – nel corso del IV Vertice dell’Unione
delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) dello scorso 25 novembre – del nuovo ―Protocollo aggiuntivo al Trattato U-
NASUR sull’impegno per la democrazia‖: tale documento, infatti, ha l’obiettivo di permettere ai Paesi latino-americani
di gestire sempre al meglio, e sempre più autonomamente, le proprie politiche, soprattutto, in vista, come ha soste-
nuto Chavez, di un progressivo ―affrancamento dagli USA‖. L’UNASUR avrebbe dovuto, fra l’altro occuparsi
dell’accertamento della reale portata dell’accordo militare fra Colombia e Stati Uniti siglato nell’ottobre del 2009 (poi
bocciato dalla Corte Costituzionale colombiana) e che, secondo il Governo venezuelano, dietro gli obiettivi di lotta al
narcotraffico e alla criminalità organizzata, celava una politica espansionistica degli USA. Caracas aveva, dunque,

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momentaneamente congelato le relazioni commerciali con Bogotà, mentre aveva già cessato la cooperazione la US
Drug Enforcement Administration che, più che occuparsi della lotta alla droga, si sarebbe interessata a spiare il Go-
verno venezuelano.
Questo atteggiamento di ostilità nei confronti degli Stati Uniti è confermato non solo dal tentativo di rafforzare
l’UNASUR, ma anche l’ALBA – Alternativa Bolivariana per le Americhe –, un progetto di cooperazione politica ed
economica fra Paesi dell’America Latina e Paesi caraibici, promossa da Venezuela e Cuba e con l’obiettivo di creare
un’alternativa all’ALCA – Area di Libero Commercio per le Americhe –, voluto dagli USA.
Proprio questo legame con Cuba costituisce un tassello nel mosaico di relazioni bilaterali che il Venezuela ha instau-
rato con Paesi non solo dall’indubbia natura socialista, ma con cui ha in comune il medesimo obiettivo di arginare
l’influenza statunitense. Tali partner sono, evidentemente, Iran – che punta ad uscire dal suo isolamento internazio-
nale intrecciando relazioni con partner che abbiano caratteristiche simili – e Russia.
Le relazioni venezuelane a livello globale
Grazie al sostegno di entrambi gli Stati, infatti, il Venezuela sta sviluppando da un lato una propria industria minera-
ria di uranio e, dall’altro, un piano nucleare – così sostiene – per scopi civili. In cambio Caracas fornirebbe uranio a
Teheran. Il ricorso a dotarsi di un apparato nucleare è, difatti, per il Venezuela un diritto sovrano riconosciuto persino
dal Trattato di Non Proliferazione nucleare. Ma a preoccupare gli Stati Uniti – che di fatto avevano sanzionato istituti
di credito iraniani situati in Venezuela per aver concesso finanziamenti al nucleare iraniano – non è soltanto questo
progetto, ma anche la presunta creazione di cellule terroristiche di Hezbollah nel nord del Venezuela nell’isola di
Margarita, fatto che suscita anche l’evidente preoccupazione in Medio Oriente di Israele; in secondo luogo, secondo
quanto pubblicato dal quotidiano tedesco Die Welt, Chavez e Ahmadinejad sarebbero d’accordo per un posiziona-
mento di missili iraniani a media gittata in una non meglio specificata base militare del Venezuela. Infine, il rafforza-
mento militare di Caracas è ottenuto dal recente accordo con Mosca (15 ottobre) per la vendita al Paese sudameri-
cano di 35 carrai armati T72 e T90 e, secondo quanto ha dichiarato WikiLeaks, anche di missili anti-aerei.
Ulteriori accordi, che consentiranno al Venezuela di incrementare lo sviluppo agricolo, industriale, tecnologico, sono
stati firmati da Chavez in occasione delle sue visite di Stato in Cina, Bielorussia, Siria, Libia, India.
In tal modo la repubblica sudamericana raggiungerebbe un duplice scopo: tenere a freno a nord gli Stati Uniti e con-
trollare la situazione ai suoi confini (Colombia e Brasile in primis), ponendosi come punto di riferimento per i Paesi
dell’America Latina e larga parte della comunità internazionale determinata a giocare un ruolo importante in un siste-
ma multipolare.
Prospettive future
Quello del Venezuela è, ovviamente, un progetto ambizioso e di non facile realizzazione nel breve termine a causa
di una serie di motivi: innanzitutto gli USA difficilmente lasceranno che un piccolo Stato come il Venezuela estenda il
suo peso nello spazio latino-americano e stringa rapporti con uno Stato soggetto a numerose sanzioni da parte
dell’ONU; in secondo luogo Chavez dovrà avere a che fare con il vicino Brasile – che con la neo presidentessa
Rousseff potrebbe avviare un nuovo corso di politica estera – e con l’evoluzione del BRIC (l’asse Brasile-Russia-
India-Cina); inoltre, non bisogna dimenticare la presenza dell’Argentina, vicina agli interessi americani; infine un pro-
blema di non poco conto è la profonda crisi sociale ed economica del popolo venezuelano, il quale gradirebbe che il
suo Presidente si dedicasse maggiormente alle questioni interne.
Ad ogni modo il futuro degli equilibri della regione latino-americana è quanto mai incerto, ma realisticamente si può
supporre che soprattutto la collaborazione con la Russia apporterà un notevole cambiamento nel sistema delle rela-
zioni internazionali e che il Venezuela si affermerà – un po’ come Cuba nel bacino caraibico – come la sponda di
Mosca nel Sud America.
Numero 1 - Gennaio 2011 Pagina 23
Il fallimento haitiano - di Alessandro Badella (Risiko) - 10.01.11

Siamo ad un anno dal sisma che ha sconvolto l'isola caraibica di Haiti. E il bilancio è impietoso: ancora un milione di
sfollati che "vivono" in tende di fortuna alla periferia della capitale. E poi l'emergenza colera sempre in agguato, viste
la carenza di strutture igienico-sanitarie adatte a prevenire\arrestare il contagio.
Il Time si chiede:
―What went wrong? How did such a huge outpouring of foreign assistance - donor countries
have pledged some $11 billion - manage to accomplish so little?”

L'impegno della diplomazia mondiale è stato disatteso. Haiti è ancora oggi fortemente dipendente dagli aiuti interna-
zionali e - anche a livello politico - sembra essere entrata in una crisi senza vie d'uscita.
Il magazine americano si scaglia soprattutto contro la gestione frettolosa e poco professionale degli ingenti aiu-
ti economici che sono stati lanciati "a pioggia"sull'isola dopo il sisma. Come spesso accade nelle emergenze di que-
sto tipo, i soldi raccolti sono molti, ma vengono impiegati poco e malissimo. E, in conclusione, alla fine sembrano non
bastare mai per risolvere l'emergenza iniziale. Ad Haiti solo un 10% degli aiuti è stato speso in loco.
Nella fattispecie, come ha lamentato il portavoce del premier Jean-Max Bellerive, i donatori hanno fatto di tutto
per "infantilizzare" la popolazione haitiana, privandola della possibilità di contribuire a badare a se stessa. I contratti
di ricostruzione sono stai affidati in gran parte a ditte edili ed industriali statunitensi ed in misura molto minore a ditte
locali che sfruttano manodopera haitiana: 1500 contratti agli americani e 20 a ditte locali. In questo caso, quindi, gli
aiuti internazionali sono serviti soprattutto a finanziare surrettiziamente imprese straniere, più che a fornire un valido
stimolo per l'economia isolana.

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