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PECCATO CHE FOSSE UNA SGUALDRINA – (Ford,


1633)
ANNABELLA:
Addio piaceri

Addio, piaceri, e voi tutti attimi inutili in cui false gioie hanno
tessuto il filo d'una stanca vita! Io ora prendo commiato da
queste mie vicende. E tu, prezioso Tempo, che veloce e
senza posa cavalchi attraverso il mondo, per mettere fine al
cammino dell'ultima mia ora, ferma qui la tua corsa insonne,
e tramanda ad età che ancora non sono nate la tragedia
d'una donna sventurata e dolente! La mia coscienza ora è
ben salda contro la mia lussuria con chiare accuse scritte
nella colpa

(in basso entra il FRATE)

e mi dice che sono perduta. Riconosco ora che la bellezza


che adorna l'esterno del viso è maledetta quando ad
adornarla non ci sia la virtù. Qui, come una tortora chiusa
dentro una gabbia, senza compagno, parlo con l'aria e i
muri, e gemo inutilmente sulla mia miserevole abiezione. Oh,
Giovanni, che hai guastato gli stessi tuoi pregi e la mia
onesta reputazione, fossi tu stato meno soggetto a quelle
stelle, che per mia sventura regnavano quando nacqui! Oh,
vorrei che la frusta dovuta a questo mio nero peccato
passasse lontana da te, perché io sola potessi sentire il
tormento d'un fuoco senza fine!