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Samantha Shannon

IL PRIORATO DELL’ALBERO DELLE


ARANCE

Traduzione di Benede a Gallo


IL PRIORATO DELL’ALBERO DELLE ARANCE
Nota dell’autrice

Le terre immaginarie del Priorato dell’Albero delle Arance sono ispirate


a fa i e leggende di varie parti del mondo. In nessun caso si è inteso
fare riferimento a nazioni e culture realmente esistite, in alcun
momento storico.
I
LE STORIE ANTICHE

Poi vidi un angelo che scendeva dal cielo


e che aveva la chiave dell’Abisso e una gran catena in mano.
Egli prese il drago, il serpente antico che è il diavolo e Satana,
e lo legò per mille anni.
Poi lo ge ò nell’Abisso che chiuse e sigillò sopra di lui
perché non seducesse più le nazioni
finché fossero compiuti i mille anni.
APOCALISSE 20, 1-3
1
Oriente

Scalzo e segnato dalle cicatrici del viaggio, lo straniero uscì dal mare,
simile a uno spe ro d’acqua. Avanzava come ubriaco nella foschia
la iginosa che avvolgeva Seiiki in una tela di ragno.
Secondo le antiche leggende gli spe ri d’acqua erano destinati a
vivere nel silenzio. Le loro lingue si erano prosciugate, insieme alla
pelle, e non erano rimaste che alghe a coprire le ossa. Appostati nelle
secche, aspe avano gli incauti per trascinarli nel cuore dell’Abisso.
Tané non aveva mai avuto paura di quelle storie, neanche da
bambina. Ora, mentre fissava la figura nella no e, il suo pugnale
splendeva davanti a lei, ricurvo come un sorriso.
E la figura le parlò, facendola trasalire.
Le nubi liberarono il chiarore lunare che avevano nascosto.
Quanto bastava perché lei potesse vederlo per ciò che era. E lui lo
stesso.
Non uno spe ro, ma un forestiero. Ormai l’aveva visto, non
poteva più tornare indietro.
Aveva capelli chiari come paglia, la barba fradicia, la pelle sco ata
dal sole. I contrabbandieri dovevano averlo consegnato al mare,
costringendolo a raggiungere la riva a nuoto. Era evidente che non
conosceva la lingua del posto, ma Tané sapeva abbastanza della sua
da capire che le stava chiedendo aiuto e che voleva incontrare il
Signore della Guerra di Seiiki.
Il cuore le tuonava nel pe o. Non osava parlare, perché mostrare
di conoscere la sua lingua significava creare un legame tra loro e
tradirsi. Rivelare il fa o che si erano resi testimoni l’uno del crimine
dell’altra.
Avrebbe dovuto osservare il ritiro. Rimanere al sicuro entro le
mura della Casa di Mezzogiorno, pronta per dare inizio, purificata,
g p p p
all’alba più importante della sua vita. Ora invece era perduta,
corro a al di là di ogni redenzione. E solo per aver voluto tuffarsi in
mare un’ultima volta prima del Giorno della Chiamata. Correva
voce che il grande Kwiriki avrebbe favorito le temerarie pronte a
infrangere il ritiro per inseguire le onde. Invece le aveva mandato
quell’incubo.
La vita le aveva riservato troppe fortune.
Questo era il suo castigo.
Brandendo il pugnale, teneva a distanza lo straniero, che tremava
di fronte alla minaccia di morte.
Un vortice di possibilità, una più terribile dell’altra, invase la
mente di Tané. Consegnando il forestiero alle autorità, si sarebbe
scoperto che aveva infranto la regola.
E questo rischiava di annullare la cerimonia della Chiamata.
L’onorevole governatore della provincia seiikinese di Capo Hisan
non avrebbe mai invocato gli dèi in un luogo esposto al contagio del
morbo rosso. Potevano volerci se imane prima che la ci à fosse
dichiarata fuori pericolo, e a quel punto l’arrivo dello straniero
sarebbe stato interpretato come un ca ivo presagio e l’opportunità
di diventare cavalieri sarebbe passata alla successiva generazione di
apprendisti. Per lei avrebbe significato perdere tu o.
Non poteva denunciarlo. E nemmeno abbandonarlo. Se davvero
era affe o dal morbo rosso, lasciarlo vagare libero avrebbe costituito
un pericolo per l’intera isola.
Non c’erano alternative.

Gli avvolse una striscia di garza a orno alla bocca per impedirgli di
diffondere il contagio. Le tremavano le mani. Quando ebbe fa o, lo
accompagnò dalla sabbia nera della spiaggia fino alla ci à,
puntandogli la lama alla schiena e restandogli quanto più vicina le
consentiva il coraggio.
Capo Hisan era un porto insonne. Guidò il forestiero a raverso i
mercati no urni, i simulacri votivi intagliati nel legno di risacca,
so o i festoni di lanterne bianche e azzurre appesi in occasione del
pp
Giorno della Chiamata. Il prigioniero osservava tu o in silenzio. Il
buio gli celava i lineamenti, ma Tané lo colpì di pia o con la lama
per costringerlo ad abbassare la testa. Per tu o il tragi o si assicurò
di tenerlo il più lontano possibile dagli altri.
Aveva avuto un’idea su come nasconderlo.
Collegata al capo sorgeva un’isola artificiale. Nota come Orisima,
rappresentava una curiosità per la gente del luogo. L’avamposto era
stato costruito per alloggiare un manipolo di mercanti ed eruditi del
Libero Stato di Mentendon. A parte i Lacustrini, sulla sponda
opposta del capo, soltanto ai Mentesi era stato concesso di
commerciare a Seiiki dopo che l’isola si era chiusa al resto del
mondo.
Orisima.
Era lì che avrebbe portato il forestiero.
Il ponte illuminato che conduceva all’avamposto mercantile era
sorvegliato da guardie. A pochi Seiikinesi era concesso di entrare, e
lei non era tra questi. L’unico altro modo di superare la recinzione
era la chiusa che si apriva una volta all’anno per ricevere le merci
dalle navi mentesi.
Tané guidò il forestiero fino al canale. Non poteva introdurlo
personalmente a Orisima, ma conosceva qualcuno che sarebbe stato
in grado di farlo. Una donna che avrebbe saputo esa amente dove
nasconderlo sull’isola.

Era trascorso molto tempo dall’ultima volta che Niclays Roos aveva
ricevuto visite.
Si stava concedendo un goccio di vino, una piccola parte della sua
misera razione quotidiana, quando sentì bussare alla porta. Il vino
era uno dei pochi piaceri che gli erano rimasti al mondo, e in quel
momento, immerso negli effluvi del suo aroma, pregustava il lusso
squisito del primo sorso.
Ed ecco che lo interrompevano. Ma certo. Con un sospiro si issò
dalla sedia, gemendo per la fi a di dolore alla caviglia. Ci mancava
solo la go a.
g
Un altro colpo alla porta.
«Allora, la finite?» brontolò.
La pioggia tamburellava sul te o mentre lui cercava a tentoni il
bastone. Pioggia dei pruni, così la chiamavano in quel periodo
dell’anno i Seiikinesi, quando banchi d’aria pesante gravavano sulla
terra e i fru i si gonfiavano sugli alberi. Imprecando so ovoce,
zoppicò sulle stuoie e socchiuse appena la porta.
Fuori, al buio, c’era una donna. Indossava una veste ricamata con
fiori di sale e i lunghi capelli scuri le ricadevano sui fianchi. Non
poteva essere stata solo la pioggia a ridurla in quello stato.
«Bentrovato, sapiente do or Roos» disse.
Niclays la rimproverò con lo sguardo. «Non gradisco visite a
quest’ora. Né a nessun’altra.» Sarebbe stato opportuno inchinarsi,
ma non aveva motivo di fare buona impressione sulla sconosciuta.
«Come sapete il mio nome?»
«Me l’hanno de o.» Non sarebbe arrivata alcuna ulteriore
spiegazione. «Ho accompagnato un vostro conterraneo. Si fermerà
qui con voi questa no e e domani al tramonto passerò a
riprenderlo.»
«Un mio conterraneo.»
La visitatrice si voltò. Da un albero poco distante si staccò una
sagoma.
«I contrabbandieri l’hanno portato a Seiiki» disse la donna. «Lo
scorterò domani dall’onorevole governatore.»
Non appena la figura entrò nello spazio illuminato della casa,
Niclays si sentì gelare il sangue.
Sulla soglia apparve un uomo dai capelli dorati, grondante
quanto la donna. Un uomo che non aveva mai visto a Orisima.
L’avamposto ospitava venti persone. Le conosceva tu e di nome e
di aspe o. E non erano a ese navi da Mentendon prima di fine
stagione.
Inspiegabilmente questi due erano passati inosservati.
«No.» Niclays la fissò. «Per il Santo, donna, volete coinvolgermi in
un’operazione di contrabbando?» Armeggiò con la porta. «Non posso
nascondere un clandestino. Se qualcuno scoprisse…»
«Una no e.»
«Una no e, un anno… ci mozzerebbero comunque la testa.
Addio.»
Fece per chiudere la porta ma lei infilò il gomito nello spiraglio.
«Se acce ate,» la donna adesso era così vicina che Niclays poteva
sentirne l’alito «vi darò dell’argento. Tu o quello che riuscite a
portare.»
Niclays Roos esitò.
L’argento era un’offerta alle ante. Da sbronzo aveva giocato una
partita a carte di troppo, e ora doveva alle guardie più di quanto
sarebbe stato in grado di guadagnare in una vita intera. Finora era
riuscito a tenere a bada le minacce prome endo il carico di preziosi
della prossima nave da Mentendon, ma sapeva fin troppo bene che,
una volta a raccata, a bordo non ci sarebbe stato un singolo
pulciosissimo gioiello. Non per quelli come lui, almeno.
Il ragazzino in lui fremeva per acce are la proposta, anche
soltanto in nome dell’avventura. Prima che il Niclays più vecchio e
saggio potesse intervenire, la donna si allontanò.
«Tornerò domani sera» disse. «Fate in modo che nessuno lo
veda.»
«Un a imo» sibilò lui, furibondo. «Voi chi siete?»
Ma era già sparita. Niclays lanciò un’occhiata furtiva in strada
poi, con un grugnito, tirò dentro casa lo straniero dall’aria
spaventata.
Era una follia. Se i suoi vicini avessero scoperto che dava asilo a
un clandestino, l’avrebbero consegnato alla furia del Signore della
Guerra, non certo noto per la sua misericordia.
Eppure ormai c’era dentro.
Niclays sprangò la porta. Nonostante il caldo, il nuovo arrivato
tremava sulle stuoie. Aveva la pelle olivastra bruciata a orno agli
zigomi, gli occhi azzurri incrostati di salsedine. Tanto per fare
qualcosa, Niclays prese una coperta che aveva portato da
Mentendon e l’allungò all’uomo, il quale la prese senza una parola.
Faceva bene ad avere paura.
«Da dove vieni?» chiese brusco.
«Scusate» sussurrò quello. «Non capisco. Parlate seiikinese?»
Inysh. Era da un pezzo che non sentiva quell’idioma.
y p q
«Non era seiikinese» disse Niclays passando all’altra lingua. «Era
mentese. Pensavo fossi di laggiù.»
«No, signore. Vengo da Ascalon» rispose timidamente lo
straniero. «Posso domandare il vostro nome, dal momento che siete
tanto gentile da ospitarmi?»
Tipico degli Inysh. Prima i convenevoli. «Roos» disse Niclays tra i
denti. «Do or Niclays Roos. Mastro cerusico. L’uomo di cui stai
me endo in pericolo la vita con la tua presenza.»
Il giovane lo fissò.
«Do or…» ripeté esitante. «Do or Niclays Roos?»
«Congratulazioni, figliolo. L’acqua di mare non ti ha danneggiato
l’udito.»
L’ospite sospirò con un brivido. «Do or Roos,» disse «questo è
intervento divino. Il Cavaliere di Sodalizio ha scelto di condurmi
proprio a voi tra tu i…»
«A me?» Niclays si accigliò. «Ci conosciamo?»
Frugò tra i ricordi dei suoi giorni a Inys, ma era certo di non aver
mai visto quell’uomo. A meno di non essere stato ubriaco,
chiaramente. Si era ubriacato spesso a Inys.
«No signore, un amico mi ha fa o il vostro nome.» L’uomo si
asciugò il viso con la manica. «Ero certo che sarei morto in mare, ma
questo incontro mi riporta alla vita. Sia lode al Santo.»
«Il tuo santo non ha potere in questo luogo» borbo ò Niclays.
«Ora, ti spiace dirmi il tuo nome?»
«Sulyard. Mastro Triam Sulyard, signore, per servirvi. Ero
scudiero a corte di Sua Maestà Sabran Berethnet, regina di Inys.»
Niclays digrignò i denti. Quel nome gli risvegliò nel pe o un
furore ardente.
«Uno scudiero.» Si sede e. «Sabran si è forse stancata di te, come
di tu i i suoi sudditi?»
Sulyard parve stizzirsi. «Non osate insultare la mia regina, o io…»
«O tu cosa?» Niclays lo squadrò da sopra le lenti. «Dovrei
chiamarti Triam lo Stolto. Hai idea di cosa fanno agli stranieri qui?
Sabran ti voleva forse condannare a una morte particolarmente
atroce?»
«Sua Maestà non sa che mi trovo qui.»
q
Interessante. Niclays gli versò una coppa di vino. «Ecco» disse
seccato. «Tu o d’un fiato.»
Sulyard lo trangugiò.
«Ora, mastro Sulyard, ascoltami bene» proseguì Niclays. «In
quanti ti hanno visto?»
«Mi hanno fa o nuotare fino a riva. Ho raggiunto una spiaggia.
La sabbia era nera.» Sulyard continuava a tremare. «Mi ha trovato
una donna, che mi ha condo o in ci à minacciandomi con un
coltello. Sono rimasto da solo in una stalla… poi è arrivata un’altra
donna che mi ha intimato di seguirla. Mi ha riportato in mare e
insieme abbiamo nuotato fino a un pontile. In fondo c’era una
chiusa.»
«Ed era aperta?»
«Sì.»
La donna probabilmente conosceva una delle guardie. Doveva
averla convinta a lasciare aperto il passaggio.
Sulyard si stropicciò gli occhi. I giorni in mare lo avevano segnato,
ma ora Niclays si accorse che era solo un ragazzo, a malapena di
vent’anni.
«Do or Roos,» disse «sono qui per svolgere un compito della
massima importanza. Devo conferire con…»
«Ti fermo subito, mastro Sulyard» tagliò corto Niclays. «Non mi
interessa il motivo per cui sei venuto.»
«Ma…»
«Qualunque siano le tue ragioni, sei giunto qui senza il consenso
delle autorità. Una follia. Se il Sovrintendente dovesse trovarti e
trascinarti a un interrogatorio, voglio poter dire in tu a onestà di
non avere la minima idea del motivo per cui ti sei presentato alla
mia porta nel bel mezzo della no e pensando di essere il benvenuto
a Seiiki.»
Sulyard trasalì. «Il Sovrintendente?»
«Il funzionario seiikinese a capo di questa discarica galleggiante,
per quanto lui si ritenga un semidio. Sai almeno dove ti trovi?»
«Orisima, l’ultimo avamposto mercantile occidentale in Oriente. È
il trovarmi qui che mi fa sperare di essere ricevuto dal Signore della
Guerra.»
«Ti assicuro» disse Niclays «che per nessuna ragione Pitosu
Nadama riceverà un clandestino alla sua corte. Ciò che invece farà,
se dovesse me erti le mani addosso, sarà giustiziarti.»
Sulyard non rispose.
Niclays valutò per un momento di dire al giovane che la sua
soccorritrice sarebbe tornata, forse per consegnarlo alle autorità.
Decise di non farlo. Sulyard avrebbe potuto farsi prendere dal
panico e tentare la fuga, ma per andare dove?
L’indomani. L’indomani se ne sarebbe andato.
In quel momento, Niclays udì delle voci dalla strada. Un
frastuono di passi sui gradini di legno delle case vicine. Un brivido
gli strizzò lo stomaco.
«Nasconditi» disse, afferrando il bastone.
Sulyard si acqua ò dietro un paravento. Con mano tremante,
Niclays dischiuse la porta.
Secoli addietro, il primo Signore della Guerra di Seiiki aveva
firmato il Grand’Edi o e precluso l’isola a chiunque non fosse
lacustrino o mentese, per proteggere il suo popolo dalla peste
draconica. La quarantena era rimasta in vigore anche dopo
l’estinzione del morbo. Chiunque fosse giunto senza permesso
sarebbe stato condannato a morte. Insieme a chiunque gli avesse
dato asilo.
In strada non c’era traccia delle guardie, ma dal vicinato si era
radunata una piccola folla. Niclays si unì agli altri.
«In nome di Galian, cosa sta succedendo?» domandò al cuoco, che
fissava il cielo con la bocca tanto spalancata da rischiare di
inghio ire le falene. «Per il futuro, ti sconsiglio di ado are
nuovamente quest’espressione, Harolt. La gente potrebbe scambiarti
per un idiota.»
«Guarda, Roos» balbe ò il cuoco. «Guarda!»
«Meglio per te che sia…»
Quando la vide, però, le parole gli morirono in gola.
Una testa enorme torreggiava sulla palizzata di Orisima.
Apparteneva a una creatura fa a di gemme e acqua di mare.
Nubi di vapore si levavano dalle sue scaglie, pietre di luna tanto
splendenti da apparire soffuse di luce propria. Su ciascuna
p pp p p
scintillava una miriade di gocce simili a diamanti. I suoi occhi erano
stelle di fuoco e le sue corna, rilucenti nel pallore lunare, argento
vivo. La creatura flu uò oltre il ponte con la grazia di un nastro di
seta e si librò in cielo leggera e silenziosa come un aquilone.
Un drago. Mentre il primo si levava al di sopra di Capo Hisan,
altri emergevano dalle acque, sollevando una fresca foschia. Niclays
si portò una mano al cuore impazzito.
«E questi» mormorò «cosa accidenti ci fanno qui?»
2
Occidente

Indossava la maschera, naturalmente. Come avevano fa o tu i gli


altri. Solo uno sciocco si sarebbe avventurato nella Torre della
Regina senza prima rendersi irriconoscibile, e poiché era riuscito a
spingersi fino all’Anticamera, una cosa era certa: questo tagliagole
non era uno sciocco.
Poco oltre, nella Stanza del Baldacchino, Sabran era immersa in
un sonno profondo. Con i capelli sciolti e le lunghe ciglia scure che
spiccavano sulle guance pallide, la regina di Inys sembrava
l’incarnazione stessa del riposo. Per quella no e, dormiva al suo
fianco Roslain Crest.
Entrambe erano del tu o all’oscuro dell’ombra sanguinaria che
incombeva su di loro.
Quando Sabran si ritirava nelle sue stanze private, la chiave
veniva affidata a una delle Ancelle del Baldacchino. Al momento ce
l’aveva Katryen Withy, dentro la Galleria di Corno. Per quanto gli
appartamenti reali fossero pa ugliati dai Cavalieri Prote ori,
l’ingresso della Stanza del Baldacchino non veniva sorvegliato
costantemente. Dopotu o, la chiave era una sola.
Il pericolo di un’intrusione quasi nullo.
Il tagliagole si guardò a orno nell’Anticamera, estremo baluardo
tra il le o della regina e il resto del mondo. Lì fuori, Sir Gules Heath
era tornato in postazione, ignaro della minaccia insinuatasi dentro la
camera in sua assenza. Ignaro di Ead che, nascosta su una trave del
soffi o, osservava il tagliagole sfiorare la porta che lo separava da
Sua Maestà. L’intruso estrasse una chiave dal mantello e la infilò
silenziosamente nella serratura.
La chiave girò.
Per un lungo istante l’uomo rimase immobile, in a esa
dell’occasione giusta.
Rispe o agli altri, questo era decisamente più cauto. Aspe ò che
Heath venisse preso da un a acco di tosse per socchiudere la porta
della Stanza, mentre con l’altra mano sfoderava il pugnale. Stessa
fa ura di quelli che l’avevano preceduto.
Appena si mosse, Ead lo seguì. Scivolò giù dalla trave senza il
minimo rumore.
I suoi piedi nudi spiccavano sul marmo. Mentre il tagliagole si
faceva strada nella Stanza del Baldacchino col pugnale sguainato, lei
gli preme e una mano sulla bocca conficcandogli il coltello tra le
costole.
Il tagliagole si irrigidì. Ead strinse la presa, stando ben a enta a
evitare gli schizzi di sangue. Quando il corpo dell’uomo smise di
muoversi, lo adagiò sul pavimento e sollevò la more a dal bordo di
seta, uguale a quella dei suoi predecessori.
Il viso che celava era fin troppo giovane, appena adolescente. Gli
occhi, due pozze d’acqua fisse sul soffi o.
Non lo conosceva. Prima di abbandonarlo sul marmo, Ead lo
baciò in fronte.
Fece per ritirarsi di nuovo nell’ombra, quando udì un grido
d’aiuto.

L’alba la sorprese nel parco del palazzo. Portava i capelli raccolti


dentro una retina d’oro tempestata di smeraldi.
Tu i i giorni lo stesso rituale; la prevedibilità era la sua salvezza.
Per prima cosa si recava dal Mastro delle Poste, che non aveva mai
le ere per lei. Quindi si spingeva fino ai cancelli e da là scrutava in
direzione di Ascalon, immaginando il giorno in cui avrebbe potuto
a raversare la ci à e continuare a camminare fino al porto e alla
nave che l’avrebbe riportata a Lasia, la sua terra. A volte intravedeva
qualcuno di sua conoscenza, e allora si scambiavano un cenno
imperce ibile. Infine tornava alla Sala dei Banche i, dove desinava
con Margret; quindi, alle o o, entrava in servizio.
g q
Il suo primo compito, oggi, era rintracciare la Sgua era Reale. Ead
trovò facilmente la donna sul retro della Cucina Grande, al riparo di
una nicchia rivestita d’edera. Un garzone di stalla pareva impegnato
a contarle le lentiggini nella scollatura a furia di baci.
«Salute a voi» disse Ead.
I due si separarono di bo o. Con gli occhi colmi di sgomento, il
garzone se la diede a gambe come uno dei suoi cavalli.
«Madonna Duryan!» Paonazza fino alla punta dei capelli, la
sgua era armeggiò per risistemarsi le so ane e fece la riverenza.
«Oh, vi prego, non ditelo a nessuno, madonna, o sono rovinata.»
«Non c’è bisogno di inchinarsi, non sono una signora.» Ead
sorrise. «Forse è il caso di ricordarti che sei tenuta a occuparti di Sua
Maestà ogni giorno. Negli ultimi tempi sei negligente.»
«Oh, madonna Duryan, confesso di aver avuto la testa altrove.
D’altra parte ero terrorizzata.» La sgua era si torceva le mani callose.
«La servitù mormora, madonna. Dicono che appena due giorni fa
una viverna abbia fa o razzia di bestiame dalle parti dei Laghi. Una
viverna! Non vi preoccupa che i servitori del Senza Nome si stiano
risvegliando?»
«Ebbene, questo è proprio il motivo per cui devi essere scrupolosa
nel tuo lavoro. Lo scopo dei servitori del Senza Nome è liberarsi di
Sua Maestà e, con la sua morte, riportare il loro padrone in questo
mondo» disse Ead. «Dunque il tuo è un compito di vitale
importanza, donna. Devi controllare che non ci sia veleno tra le
lenzuola e mantenerle sempre fresche e pulite ogni giorno.»
«Ma certo, sì. Vi giuro che starò più a enta.»
«Oh, non è a me che devi giurarlo. Devi giurarlo al Santo.» Ead
indicò con un cenno il Santuario Reale. «Va subito da lui. Forse puoi
chiedere perdono per la tua… scappatella. Portati il tuo amante e
implorate clemenza. Sbrigati!»
La sgua era corse via, mentre Ead cercava di tra enere un
sorriso. Imbarazzare un Inysh era fin troppo facile.
Il sorriso però svanì presto. Una viverna aveva davvero razziato il
bestiame degli uomini. Già da anni le creature draconiche avevano
preso a riscuotersi dal loro lungo torpore, ma gli avvistamenti erano
stati piu osto rari… e tu avia negli ultimi tempi ne erano stati
p g p
segnalati parecchi. Le bestie si facevano abbastanza audaci da
cacciare in zone abitate, ca ivo segno.
Tenendosi all’ombra, Ead ripercorse il lungo cammino fino agli
appartamenti reali. Oltrepassò la Biblioteca Regia, scansò uno dei
candidi pavoni che vagavano per i giardini ed entrò nel chiostro.
Il Palazzo di Ascalon, uno sve ante trionfo di pallida pietra
calcarea, era la più grande e più antica residenza della Casata di
Berethnet, le governanti del Reginato di Inys. La rovina che si era
abba uta su di loro nell’Era Dolente, quando infuriava l’eterna lo a
tra genere umano e Armata Draconica, ormai era un vago ricordo.
Alle finestre rilucevano vetri di tu i i colori dell’arcobaleno. Il parco
ospitava il Santuario delle Virtù, giardini ombreggiati, l’imponente,
marmorea torre dell’orologio della Biblioteca Regia. Era solo lì che
Sabran e la sua corte acce avano di trascorrere l’estate.
In mezzo al cortile cresceva un melo. Ead si fermò a guardarlo con
una fi a al pe o.
Cinque giorni prima, nel cuore della no e, Loth era scomparso
insieme a Lord Kitston Glade. Nessuno sapeva dove fossero andati,
o perché avessero lasciato la corte senza permesso. L’inquietudine
era calata su Sabran come un mantello, ma Ead preferiva tenere per
sé le proprie angosce.
Rievocò il profumo di brace della sua prima Festa del Sodalizio,
dove aveva conosciuto Lord Arteloth Beck. Ogni autunno, la corte si
riuniva per scambiarsi doni e celebrare la fedeltà a Virtudom. Anche
se era la prima volta che si vedevano, Loth le aveva de o di essere
stato impaziente di conoscere la nuova damigella d’onore. Gli era
giunta voce che si tra asse di una dicio enne del Meridione, né
nobile né plebea, convertita di recente alle Virtù del Cavalierato.
Molti cortigiani avevano visto l’ambasciatore dell’Ersyr presentarla
alla regina.
Vostra Maestà, per celebrare il Nuovo Anno non reco con me oro o
gioielli. Porto invece una fanciulla per la vostra Alta Servitù, così aveva
de o Chassar. La lealtà è il dono più prezioso di tu i.
All’epoca la regina aveva appena vent’anni. Una damigella di
corte priva di titoli e lignaggio costituiva un regalo inconsueto, ma
per cortesia la sovrana dove e acce arlo.
p
Veniva chiamata Festa del Sodalizio, anche se di convivialità ce
n’era ben poca. Quella sera nessuno invitò Ead a ballare; nessuno, a
parte Loth. Aveva la pelle scurissima e un dolce accento del Nord e,
con le sue spalle larghe, la sovrastava dell’intera testa. A corte lo
conoscevano tu i. L’Erede di Betulladorata, luogo di nascita del
Santo, nonché intimo amico della regina Sabran.
Madonna Duryan, aveva de o con un inchino, concedetemi l’onore di
questa danza e salvatemi dalla tediosa conversazione col ministro
dell’Economia. Ve ne sarei grato, e in cambio manderò a prendere una
bo iglia del miglior vino di Ascalon e la dividerò con voi. Che ve ne pare?
Ead aveva un gran bisogno di un amico. Come pure di un
bicchiere bello forte. Dunque, anche se quello era Lord Arteloth
Beck, nonché un perfe o sconosciuto, avevano danzato insieme tre
pavane e trascorso il resto della no e vicino al melo, a bere e
chiacchierare so o le stelle. Prima ancora che Ead se ne accorgesse,
tra loro era nata un’amicizia.
Ma adesso lui era scomparso, e il motivo poteva essere solo uno.
Loth non avrebbe mai lasciato la corte di sua spontanea volontà,
certo non senza avvertire sua sorella o chiedere il permesso a Sabran.
Qualcuno l’aveva costre o, era questa l’unica spiegazione.
Sia lei che Margret avevano provato a me erlo in guardia.
L’avevano avvertito che il rapporto con Sabran, un’amicizia che
risaliva all’infanzia, prima o poi l’avrebbe trasformato in una
minaccia per le prospe ive matrimoniali della regina. Meglio
mantenere una certa distanza, ora che erano adulti.
Ma Loth non voleva sentire ragioni.
Ead si riscosse. Uscendo dal chiostro, cede e il passo a un gruppo
di domestici al servizio di Lady Igrain Crest, la duchessa di
Giustizia. Portavano il suo stemma ricamato sulla giacca.
La luce del ma ino inondava il Giardino della Meridiana. I
sentieri erano baciati dal sole e i cespugli di rose adornavano i prati
con il loro lieve rossore. Sul giardino vegliavano le statue delle
cinque Illustri Regine della Casata di Berethnet, innalzate in cima
all’architrave che sovrastava l’ingresso della Torre dei Sospiri. Di
solito Sabran amava passeggiare all’aria aperta a bracce o con una
delle sue damigelle, ma oggi i sentieri erano deserti. Il cadavere
g gg
trovato a così poca distanza dal suo le o le aveva fa o passare la
voglia di uscire.
Ead si diresse alla Torre della Regina. I viticci di aprilite che la
ricoprivano erano carichi di boccioli viola. Salì la lunga scalinata che
conduceva agli appartamenti reali.
Davanti all’ingresso dell’Anticamera montavano la guardia dodici
Cavalieri Prote ori, in armatura dorata e cappe verdi estive. I loro
bracciali di piastre erano intarsiati con motivi floreali, e lo stemma di
Berethnet campeggiava sulle corazze. Mentre Ead si avvicinava, le
rivolsero uno sguardo truce.
«Salute a voi» disse lei.
L’a imo di allarme cessò: al cospe o di un’Ancella
dell’Anticamera le guardie si fecero da parte.
Ead trovò subito Lady Katryen Withy, nipote del duca di
Sodalizio. Coi suoi ventiqua ro anni, era la più giovane e la più alta
delle tre Ancelle del Baldacchino, e poteva vantare una liscia pelle
ambrata, labbra piene e una chioma di riccioli di un rosso talmente
scuro da sembrare nero.
«Madonna Duryan» disse. Come tu i a palazzo indossava i colori
dell’estate: giallo e verde. «Sua Maestà è ancora a le o. Hai trovato la
sgua era?»
«Sì, mia signora» Ead si inchinò. «A quanto pare è stata distra a
da… questioni di famiglia.»
«Nulla può essere anteposto al servizio della corona.» Katryen
lanciò un’occhiata in direzione delle porte. «C’è stata un’altra
intrusione. E questa volta il furfante non era uno sprovveduto. Non
solo è entrato nella Stanza del Baldacchino, ma… per farlo ha usato
la chiave.»
«La Stanza del Baldacchino» ripeté Ead, sperando di sembrare
sconvolta. «Dunque nell’Alta Servitù di Sua Maestà c’è un traditore.»
Katryen annuì. «Pensiamo sia salito dalla Scala Segreta. Questo gli
avrebbe consentito di evitare i Cavalieri arrivando dri o
all’Anticamera. E poiché la Scala Segreta è sigillata da quando…» Le
sfuggì un sospiro. «L’A endente di Porta è stato sollevato
dall’incarico. Da questo momento l’ingresso della Stanza del
Baldacchino verrà tenuto so o costante sorveglianza.»
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Ead annuì. «Quali sono i programmi?»
«Per te ho un compito speciale. Come sai oggi è a eso
l’ambasciatore mentese, Oscarde u Zeedeur. Sua figlia ultimamente
ha mostrato una certa trascuratezza nel vestire» spiegò Katryen
serrando le labbra. «Appena arrivata a corte Lady Truyde era ben
curata, ma ora… insomma, ieri alle orazioni le ho notato una foglia
tra i capelli, e il giorno prima si è perfino dimenticata la cintura.»
Lanciò una lunga occhiata a Ead. «A quanto pare hai un gusto
adeguato alla tua posizione, dunque assicurati che Lady Truyde sia
pronta.»
«Sì, mia signora.»
«Oh, Ead, non fare parola dell’intruso. Sua Maestà preferisce non
seminare inquietudine a corte.»
«Naturalmente.»
Mentre superava le guardie per la seconda volta, Ead sbirciò i loro
volti impassibili.
Sapeva da tempo che qualcuno faceva entrare i tagliagole di
nascosto. La stessa persona, ora, aveva fornito a un assassino la
chiave per sorprendere la regina di Inys nel sonno.
E lei avrebbe scoperto di chi si tra ava.

La Casata di Berethnet, come quasi tu e le casate reali, aveva


conosciuto la sua buona dose di morti premature. Glorian Prima
aveva bevuto da una coppa avvelenata. Jillian Terza aveva regnato
per un solo anno prima di essere pugnalata al pe o da un servitore.
La madre stessa di Sabran, Rosarian Quarta, era stata uccisa da una
veste imbevuta di veleno di basilisco. Nessuno sapeva come
l’indumento fosse entrato nel Guardaroba Privato, ma si sospe ava
un tradimento.
I tagliagole adesso tornavano per l’ultima erede della Casata di
Berethnet, e a ogni a entato si spingevano più vicini all’obie ivo.
Uno di loro si era tradito inciampando nel piedistallo di una statua.
Un altro era stato avvistato mentre si intrufolava nella Galleria di
Corno, un altro ancora aveva gridato insulti tremendi ba endo alla
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porta della torre finché le guardie non l’avevano portato via. Tra gli
aspiranti assassini non era stato rintracciato alcun collegamento,
anche se Ead era certa che rispondessero a un unico padrone.
Qualcuno che conosceva bene il palazzo. Qualcuno che avrebbe
potuto trafugare la chiave, farne una copia e rime erla a posto
nell’arco di una sola giornata. Qualcuno che sapeva come accedere
alla Scala Segreta, sigillata dalla morte della regina Rosarian.
Se Ead fosse stata un’Ancella del Baldacchino, tra le persone più
vicine alla sovrana, proteggere Sabran sarebbe stato più semplice.
Era dal giorno del suo arrivo a Inys che sperava in un avanzamento
di grado, ma ormai cominciava a rassegnarsi. Una neofita priva di
titoli non era una candidata appetibile.
Ead trovò Truyde nella Sala del Forziere, dove dormivano le
damigelle d’onore. Allineati uno accanto all’altro c’erano dodici le i;
sebbene gli alloggi fossero più spaziosi che in qualunque altro
palazzo, si tra ava di una soluzione piu osto spartana per giovani
donne cresciute in famiglie nobili.
Le damigelle più giovani ridevano a crepapelle, impegnate in una
ba aglia di cuscini, ma si zi irono non appena Ead varcò la soglia.
Quella che stava cercando, invece, era ancora a le o.
Lady Truyde, marchesa di Zeedeur, era una giovane seria, con la
pelle color del la e costellata di lentiggini e occhi nero carbone. Era
stata mandata a Inys due anni prima, all’età di quindici anni, per fare
pratica delle usanze di corte in vista del momento in cui avrebbe
ereditato il Ducato di Zeedeur da suo padre. Aveva un che di
guardingo che a Ead ricordava un passero. Spesso la si poteva
trovare nella Sala della Le ura arrampicata su una scale a o
immersa tra le pagine consunte di un libro.
«Lady Truyde» salutò Ead inchinandosi.
«Cosa c’è?» rispose la ragazza con aria annoiata. Il suo accento era
ancora aspro come la e cagliato.
«Mi manda Lady Katryen per aiutarti con l’abito» disse Ead. «Se
lo desideri.»
«Ho diciasse e anni, madonna Duryan, e sono abbastanza sveglia
da vestirmi da sola.»
Per un a imo, le altre damigelle tra ennero il respiro.
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«Temo che Lady Katryen la pensi diversamente» rispose Ead in
tono neutro.
«Lady Katryen si sbaglia.»
Le altre trasalirono. Ead si chiese se, a quel ritmo, nella stanza
sarebbe rimasta un po’ d’aria.
«Signore,» disse alle ragazze «trovate un domestico e chiedetegli
di riempire il lavabo, per cortesia.»
Obbedirono, ma senza riverenze. Ead occupava un gradino più
elevato nell’Alta Servitù, ma loro vantavano pur sempre nobili
origini.
Truyde studiò i vetri colorati per un lungo istante prima di tirarsi
su dal le o e accasciarsi sullo sgabello di fronte al lavabo.
«Perdonami, madonna Duryan» disse. «Oggi sono di pessimo
umore. Non dormo bene ultimamente.» Raccolse le mani in grembo.
«Puoi aiutarmi, se è questo che vuole Lady Katryen.»
In effe i aveva l’aria stanca. Ead mise a scaldare la biancheria
vicino al fuoco. Quando la cameriera venne a portare l’acqua, si
sistemò alle spalle di Truyde e raccolse i riccioli folti che le
ricadevano fino alla vita, rossi come foglie d’acero. Quella sfumatura
era piu osto comune nel Libero Stato di Mentendon, all’altro capo
dello Stre o del Cigno, ma a Inys non si vedeva molto spesso.
Truyde si sciacquò il viso. Ead le versò del balsamo di silene sui
capelli, poi li sciacquò e sciolse i nodi uno per uno. La ragazza
rimase in silenzio per tu o il tempo.
«Ti senti bene, mia signora?»
«Benissimo.» Truyde giocherellò con l’anello che portava al
pollice, rivelando una striscia verdognola di pelle. «Sono solo…
infastidita dalle altre damigelle e dal loro spe egolare. Dimmi,
madonna Duryan, sai niente di mastro Triam Sulyard, lo scudiero di
Sir Marke Birchen?»
Ead le tamponò i capelli con un asciugamano tiepido. «Non
molto» rispose. «Solo che mesi fa ha lasciato la corte senza permesso,
e che aveva debiti di gioco. Perché?»
«Le altre non fanno che parlare della sua assenza, inventano storie
assurde. Speravo di poterle me ere a tacere.»
«Mi duole deluderti.»
Truyde la guardò da so o le ciglia ramate. «Un tempo eri anche
tu damigella d’onore.»
«È così.» Ead strizzò l’asciugamano. «Per qua ro anni, dopo che
l’ambasciatore uq-Ispad mi portò qui.»
«E poi sei stata promossa. Un giorno forse la regina Sabran farà
anche di me un’Ancella dell’Anticamera» meditò Truyde. «Così non
dovrò più dormire in questa gabbia.»
«Agli occhi di una giovane donna, il mondo intero è una gabbia.»
Ead le posò una mano sulla spalla. «Ti prendo la veste.»
Truyde andò a sedersi accanto al fuoco, passandosi le dita tra i
capelli. Ead la lasciò lì ad asciugarsi.
Fuori dalla stanza, Lady Oliva Marchyn, Madre delle Damigelle,
impartiva ordini con la sua voce da controfago o. Quando vide Ead,
la apostrofò freddamente: «Madonna Duryan».
Pronunciare il suo nome sembrava provocarle una fi a di dolore.
Ead se l’aspe ava da alcuni membri della corte. In fondo era una
meridionale, nata fuori dai confini di Virtudom, il che era più che
sufficiente per destare sospe i tra gli Inysh.
«Lady Oliva» rispose calma. «Lady Katryen mi ha mandata ad
aiutare Lady Truyde. Posso avere la sua veste?»
«Mmh. Seguimi.» Oliva la guidò lungo un altro corridoio. Una
ciocca di capelli grigi le sfuggiva da so o la cuffia. «Vorrei che quella
ragazza ricominciasse a mangiare. Sta appassendo come un bocciolo
d’inverno.»
«Da quanto non ha appetito?»
«Dalla Festa dell’Equinozio di Primavera.» Oliva le lanciò uno
sguardo sdegnoso. «Rendila presentabile. Suo padre andrà su tu e
le furie se penserà che sia malnutrita.»
«Non sarà malata?»
«So riconoscere i segni della mala ia, madonna.»
A Ead sfuggì un sorrise o. «Pene d’amore, allora?»
Oliva serrò le labbra. «È una damigella d’onore. Non acce o
chiacchiere nella Sala del Forziere.»
«Chiedo scusa, mia signora. Era una ba uta.»
«Sei una dama di compagnia della regina Sabran, non il suo
giullare.»
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Sbuffando, Oliva prese la veste dalla stiratrice e gliela porse. Ead
si congedò con un inchino.
Detestava quella donna dal profondo del cuore. I qua ro anni da
damigella d’onore erano stati i peggiori della sua vita. Poco
importava che si fosse convertita alle Sei Virtù, la sua lealtà alla
Casata di Berethnet veniva continuamente messa in discussione.
Ricordava quando, sdraiata sul duro materasso della Sala del
Forziere con i piedi doloranti, sentiva le altre fanciulle ridacchiare
del suo accento del Sud e conge urare su quale eresia potesse aver
commesso nell’Ersyr. Oliva non aveva mai speso una parola in sua
difesa. Dentro di sé Ead sapeva che prima o poi quel periodo sarebbe
passato, ma gli sberleffi facevano male all’amor proprio. Quando tra
le Ancelle dell’Anticamera si era aperta una posizione, la Madre
delle Damigelle era stata più che lieta di liberarsi di lei. Ead era
passata dal danzare per la regina allo svuotare le sue tinozze e
spazzare gli appartamenti reali. Ma il salario era migliore, e aveva
una stanza tu a sua adesso.
Nella Sala del Forziere, Truyde la aspe ava con indosso una
so oveste pulita. Ead la aiutò a infilare il corse o e la so ogonna
estiva, quindi la veste di seta nera con le maniche a sbuffo e il
coprispalle di merle o. Appuntata sul cuore, riluceva la spilla con lo
stemma del suo patrono, il Cavaliere di Coraggio. Tu i i bambini di
Virtudom sceglievano il loro cavaliere patrono al compimento dei
dodici anni.
Anche Ead ne indossava una. La fascina di grano della generosità.
L’aveva ricevuta il giorno della conversione.
«Madonna,» disse Truyde «le altre damigelle ti considerano
un’eretica.»
«A differenza di alcune di loro,» rispose Ead «io recito le orazioni
al santuario.»
Truyde studiò la sua espressione. «E ti chiami davvero Ead
Duryan?» chiese d’un tra o. «Non mi sembra un nome ersyri.»
Ead prese un rocche o di nastro dorato. «Parli forse ersyri, mia
signora?»
«No, ma ho le o le storie di quei luoghi.»
«Leggere» ripeté Ead con dolcezza. «Un passatempo pericoloso.»
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Truyde la fulminò con lo sguardo. «Ti prendi gioco di me.»
«Niente affa o. Le storie contengono un grande potere.»
«Tu e le storie nascono da un seme di verità» disse Truyde. «Sono
sapienza che si fonda sulla rappresentazione simbolica.»
«Allora confido che userai la tua sapienza a fin di bene.» Ead
passò le dita tra i riccioli rossi. «E poiché lo chiedi… no, non è il mio
vero nome.»
«Lo sapevo. E allora qual è?»
Ead lisciò all’indietro due ciocche di capelli e cominciò a
intrecciarle con il nastro. «Nessuno qui l’ha mai sentito.»
Truyde alzò le sopracciglia. «Nemmeno Sua Maestà?»
«No.» Ead fece girare la ragazza per guardarla in faccia. «La
Madre delle Damigelle è in pensiero per la tua salute. Sei sicura di
stare bene?» Truyde esitò. Ead le appoggiò una mano sul braccio con
aria complice. «Conosci un mio segreto, ora ci unisce il voto di
silenzio. Aspe i un bambino, è questo?»
Truyde si irrigidì. «No.»
«E allora di cosa si tra a?»
«Non ti riguarda. Ho lo stomaco so osopra, tu o qui, da
quando…»
«Da quando mastro Sulyard ci ha lasciato.»
Truyde la fissò, punta nel vivo.
«Se n’è andato all’inizio della primavera» spiegò Ead. «Stando a
quanto dice Lady Oliva, hai perso l’appetito da allora.»
«Tu fai troppe conge ure, madonna Duryan. Decisamente
troppe.» Truyde si ritrasse infuriata. «Io sono Truyde u Zeedeur,
stirpe del Va en, marchesa di Zeedeur. La sola idea che mi abbassi
ad amoreggiare con un miserabile scudiero…» Le voltò la schiena.
«Levati dalla mia vista, o sarò costre a a dire a Lady Oliva che
diffondi calunnie su una damigella d’onore.»
Ead si ritirò con un sorrise o. Viveva a palazzo da troppo tempo
per raccogliere le provocazioni di una bambina.
Oliva la fissò allontanarsi lungo il corridoio. Una volta fuori, alla
luce del sole, Ead inspirò profondamente il profumo di erba appena
tagliata.
Una cosa era certa: Truyde u Zeedeur aveva una relazione
segreta con Triam Sulyard, e Ead si era assunta il compito di scoprire
i segreti di corte. Con il favore della Madre, avrebbe scoperto anche
questo.
3
Oriente

L’alba si dischiuse all’orizzonte di Seiiki come un uovo di airone.


Nella stanza si insinuarono pallidi raggi di luce: per la prima volta
da o o giorni le persiane erano aperte.
Tané fissava il soffi o, esausta. Non aveva chiuso occhio per tu a
la no e, in preda a brividi ora di caldo ora di freddo.
Era l’ultima volta che si svegliava in quella stanza. Il Giorno della
Chiamata era giunto. Il momento che aspe ava fin da bambina… e
che aveva rischiato di perdere, come una sciocca, decidendo di
infrangere il ritiro. Ma aveva fa o anche di peggio: chiedendo a Susa
di nascondere il forestiero a Orisima, aveva messo a repentaglio le
loro stesse vite.
Le sembrava di avere un mulino al posto dello stomaco. Raccolse
borsa e uniforme, superò la sagoma addormentata di Ishari e uscì
dalla stanza.
La Casa di Mezzogiorno si ergeva ai piedi delle Zanne d’Orso, la
catena montuosa che costeggiava Capo Hisan. Come le altre tre Case
dell’Apprendimento, ospitava gli allievi che aspiravano a entrare
nella Guardia dei Mari. Tané abitava lì dall’età di tre anni.
La temperatura all’esterno rasentava quella di una fornace, con il
caldo che si incollava alla pelle e increspava i capelli.
Seiiki aveva un odore tu o suo. Profumava di midollo d’albero
dopo il temporale e di foglie verdi. Di solito quell’aroma esercitava
un effe o calmante su Tané, ma oggi nulla poteva davvero esserle di
conforto.
Il vapore delle sorgenti calde si confondeva con la nebbia
ma utina. Tané si sfilò la vestaglia, entrò nella vasca più vicina e si
strofinò il corpo con una manciata di crusca. Al riparo dei pruni,
indossò l’uniforme e raccolse i lunghi capelli a lato del collo per
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rendere ben visibile il drago azzurro ricamato sulla tunica. Quando
tornò dentro, trovò le stanze già piene di vita.
Mentre faceva una colazione frugale a base di tè e zuppa, venne
avvicinata da alcune compagne che volevano augurarle buona
fortuna.
Appena giunse il momento, fu la prima a uscire.
Fuori, i servitori che a endevano con i cavalli già pronti si
inchinarono all’unisono. Tané stava salendo in groppa al suo stallone
quando Ishari la raggiunse di corsa e montò in sella.
Osservandola, a Tané si strinse il cuore. Lei e Ishari avevano
condiviso la stanza per sei anni e, dopo la cerimonia, avrebbero
potuto non vedersi mai più.
Cavalcarono fino al cancello che separava le Case
dell’Apprendimento dal resto di Capo Hisan, sopra il ponte e oltre il
ruscello che scendeva giù dalle montagne, fino a raggiungere gli
apprendisti provenienti da altre zone del distre o. In mezzo a loro
Tané scorse Turosa, il suo rivale, impegnato a prenderla in giro
insieme ai compagni. Continuò a fissarlo finché lui e i suoi non
spronarono i cavalli lanciandosi al galoppo verso la ci à.
Tané si guardò alle spalle un’ultima volta per imprimersi nella
mente le colline lussureggianti e il profilo dei larici che si stagliava
contro il cielo azzurro. Quindi puntò lo sguardo sull’orizzonte.

Giungere a Capo Hisan richiese parecchio tempo. Molti ci adini


avevano anticipato la sveglia per assistere all’arrivo degli apprendisti
nel tempio, dunque le strade erano gremite di gente che lanciava
fiori di sale e allungava il collo per scorgere i futuri prescelti. Tané
cercò di concentrarsi sul tepore emanato dal cavallo, sullo scalpitare
dei suoi zoccoli… qualunque cosa pur di non pensare al forestiero.
Susa aveva acce ato di scortare l’Inysh a Orisima. Certo. Avrebbe
fa o di tu o per Tané, proprio come Tané avrebbe fa o di tu o per
lei.
Per un colpo di fortuna, Susa aveva avuto una storia con una
sentinella di guardia all’avamposto mercantile, e lui aveva colto al
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volo l’occasione per tentare di riconquistarla. Aperta la darsena che
dava accesso alla terraferma, Susa aveva deciso di raggiungere
Orisima a nuoto per poi consegnare il forestiero al mastro cerusico,
insieme alla vana promessa di ricoprirlo d’argento in cambio della
sua collaborazione. A quanto pareva l’uomo aveva debiti di gioco.
Se anche il forestiero fosse stato malato, il morbo rosso non
avrebbe superato i confini di Orisima. Subito dopo la cerimonia,
Susa avrebbe sporto una denuncia anonima al governatore di Capo
Hisan. Una volta che i soldati avessero trovato il clandestino, il
cerusico sarebbe stato frustato a sangue, ma Tané dubitava che
l’avrebbero ucciso… non potevano perme ersi di comprome ere
l’alleanza con il Libero Stato di Mentendon. So o tortura, il forestiero
avrebbe forse raccontato delle due donne incontrate la no e del suo
arrivo, ma non gli sarebbe stato concesso molto tempo per perorare
la sua causa. Sarebbe stato giustiziato subito, per ridurre al minimo il
rischio di contagio.
Al pensiero, Tané abbassò istintivamente lo sguardo verso le
proprie mani, là dove lo sfogo rivelatore del contagio sarebbe
apparso prima. Non aveva toccato la sua pelle, ma il solo fa o di
essergli stata vicina costituiva un rischio enorme. Un momento di
pura follia. Se Susa avesse contra o il morbo, non se lo sarebbe mai
perdonata.
Susa aveva rischiato tu o solo per assicurare a Tané che quella
giornata fosse come l’aveva sempre sognata. L’amica non aveva
sollevato problemi né messo in dubbio la sua sanità mentale. Aveva
semplicemente acce ato di aiutarla.
Per la prima volta da dieci anni, i cancelli del Grande Tempio del
Capo erano aperti, fiancheggiati da statue colossali che raffiguravano
draghi con le fauci schiuse in un eterno ruggito. Quaranta cavalli li
varcarono. Un tempo interamente di legno, l’edificio era stato
distru o dalle fiamme del Grande Cordoglio e più tardi ricostruito
in pietra. Dal soffi o pendevano centinaia di lanterne di vetro
azzurro che diffondevano la loro fredda luce tu o intorno.
Assomigliavano a tanti galleggianti da pesca.
Tané smontò da cavallo e avanzò al fianco di Ishari verso il
portone di legno di risacca. Turosa le raggiunse.
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«Che il grande Kwiriki ti assista quest’oggi, Tané» esordì.
«Sarebbe un vero peccato per un’apprendista del tuo calibro essere
spedita all’Isola delle Piume.»
«Vivrei comunque una vita rispe abile» replicò Tané, porgendo le
redini a uno stalliere.
«Senza dubbio è ciò che dirai a te stessa una volta laggiù.»
«Potrebbe toccare anche a te, onorevole Turosa.»
Con un sorrise o sprezzante, Turosa allungò il passo per
raggiungere gli altri apprendisti della Casa di Se entrione.
«Dovrebbe mostrarti più rispe o» mormorò Ishari. «Dumu dice
che il suo punteggio è più basso del tuo in quasi tu i i
comba imenti.»
Tané rimase in silenzio. Aveva i brividi. Era la migliore della sua
casa, è vero, ma lo stesso si poteva dire di Turosa.
Nel cortile davanti al tempio si ergeva una fontana intagliata a
immagine di Kwiriki, il primo drago in assoluto ad aver scelto un
cavaliere umano. Sprizzi di acqua salata zampillavano dalle sue
fauci. Tané si sciacquò le mani e si bagnò le labbra.
Sembrava pura.
«Tané,» le disse Ishari «ti auguro che tu o vada come desideri.»
«E io lo auguro a te.» Entrambe, in effe i, desideravano la stessa
cosa. «Sei uscita per ultima stama ina.»
«Mi sono alzata tardi.» Ishari fece le sue abluzioni. «Ieri no e mi è
sembrato di sentire le finestre di camera nostra aprirsi, e la cosa mi
ha turbata… non ho più preso sonno per un po’, dopo. Sei uscita, la
no e scorsa?»
«No. Forse era la nostra saggia istru rice.»
«Già, può darsi.»
Avanzarono nel vasto cortile interno, dove i raggi del sole
rischiaravano i te i.
In cima alla scalinata le a endeva un uomo con folti baffi e l’elmo
so obraccio. Aveva il viso segnato dal sole e dalle intemperie. I
guanti e i bracciali, la corazza leggera portata sopra una giubba blu
scurissimo, la sopravveste a collo alto di velluto nero e broccato lo
identificavano come guerriero e allo stesso tempo persona d’alto
rango.
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Per un a imo Tané dimenticò le proprie paure e tornò la bambina
di un tempo, persa in fantasie sui draghi.
Quell’uomo era l’onorevole Generale dei Mari di Seiiki. Capo del
Clan Miduchi, apparteneva alla dinastia dei cavalieri di draghi, i cui
membri erano accomunati non solo dal sangue, ma da un obie ivo
preciso. Tané desiderava con tu e le sue forze portare quel nome.
Giunti alla scalinata, gli apprendisti si divisero in due schiere e si
inginocchiarono fino a sfiorare il pavimento con la fronte. Tané
riusciva a distinguere il respiro di Ishari di fianco a lei. Nessuno si
alzò. Nessuno si mosse.
Rumore di scaglie contro la pietra. Sentì ogni fibra del suo corpo
tendersi, l’aria bloccarsi nei polmoni.
Sollevò lo sguardo.
Erano o o. Per anni Tané aveva pregato davanti alle statue dei
draghi, li aveva studiati, osservati a distanza; così da vicino, però,
non li aveva mai visti.
La loro mole toglieva il respiro. La maggior parte era di razza
seiikinese, con pelle argentea e forme sca anti e flessuose. Le
splendide teste spiccavano in cima a corpi lunghissimi dotati di
qua ro arti massicci culminanti in zampe con tre artigli. I lunghi
bargigli che pendevano dai menti mulinavano nell’aria come scie di
aquiloni. Per quanto sembrassero giovani, intorno ai qua rocento
anni, erano in molti a recare sul corpo i segni del Grande Cordoglio.
Avevano le scaglie piene di cicatrici a ventosa, vecchi ricordi delle
ba aglie contro le piovre giganti.
Solo due di loro avevano anche un quarto artiglio: provenivano
dall’Impero dei Dodici Laghi. Uno, il maschio, aveva le ali. La
maggior parte dei draghi non era alata e volava grazie a un organo
posto sul cranio, noto agli studiosi col nome di corona. Anche ai
pochi a cui crescevano, le ali non spuntavano prima dei duemila
anni di vita.
L’esemplare alato era il più grande; Tané in tu a la sua altezza gli
arrivava a malapena al muso, tra le narici e gli occhi. Per quanto
sembrassero fragili come ragnatele, le ali di drago erano in grado di
scatenare tifoni. Tané sbirciò la sacca che avevano so o il mento.
Come le ostriche, i draghi potevano produrre perle, ma una sola nel
corso della vita. Una singola perla che non lasciava mai la sua sede.
Il secondo esemplare lacustrino era una femmina grande quasi
quanto il maschio. Aveva le scaglie di un verde chiaro torbido simile
a giada e la cresta dello stesso marrone dorato delle alghe di fiume.
«Benvenuti» disse il Generale dei Mari.
La sua voce echeggiò come il richiamo di un corno da guerra.
«Alzatevi» ordinò, e loro obbedirono. «Siete qui per prestare
giuramento. Due vie si aprono davanti a voi: servire nella Guardia
dei Mari per difendere Seiiki da epidemie e invasioni, oppure
osservare una vita di studio e preghiera sull’Isola delle Piume.
Dodici tra coloro che si arruoleranno nella Guardia avranno il
privilegio di diventare cavalieri di draghi.»
Solo dodici. Di solito erano di più.
«Come saprete,» proseguì il Generale dei Mari «l’ultima schiusa
di uova di drago risale a due secoli fa. Molti esemplari sono caduti
nelle mani della Flo a dell’Occhio di Tigre, che ancora esercita il
riprovevole commercio di carne di drago so o la tirannia della
cosidde a Dorata Imperatrice.»
Tu i quanti chinarono il capo.
«È un immenso onore accogliere tra i nostri ranghi questi due
valorosi guerrieri dell’Impero dei Dodici Laghi. Un o imo modo, ne
sono certo, per consolidare la nostra amicizia con gli alleati del
Nord.»
Il Generale dei Mari si inchinò rivolto ai due draghi lacustrini.
Questi, a differenza degli esemplari seiikinesi, non erano avvezzi
all’acqua di mare, e preferivano vivere nei fiumi o in altri specchi
d’acqua dolce; tu avia i draghi delle due regioni avevano
comba uto fianco a fianco durante il Grande Cordoglio, e vantavano
antenati comuni.
Tané avvertì su di sé lo sguardo di Turosa. Se fosse diventato
cavaliere, di sicuro si sarebbe gloriato di avere il drago migliore.
«Oggi conoscerete il vostro destino.» Il Generale dei Mari estrasse
una pergamena dalla sopravveste e la srotolò. «Che la cerimonia
abbia inizio.»
Tané si tenne pronta.
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La prima apprendista nominata fu invitata a unirsi ai nobili
ranghi della Guardia dei Mari. Il generale le porse una tunica dello
stesso azzurro di una giornata estiva. Nel momento in cui la
riceve e, un Seiikinese nero esalò una nuvola di fumo, facendo
sussultare la ragazza. Il drago ansimò di nuovo.
Anche Dumusa della Casa d’Occidente divenne Guardiana dei
Mari. Discendente di cavalieri di draghi, vantava origini meridionali
tanto quanto seiikinesi. Tané la osservò ritirare l’uniforme nuova e
inchinarsi davanti al generale prima di prendere posto alla sua
destra.
L’apprendista successivo fu il primo a finire tra i savi. La seta
della sua veste era del rosso cupo dei gelsi e, quando si inchinò, le
spalle gli tremarono. Tané percepì il nervosismo dilagare tra i
compagni, improvviso come un’onda di risacca.
Turosa venne assegnato alla Guardia, naturalmente. A Tané parve
di veder trascorrere una vita intera prima che il generale chiamasse il
suo nome:
«Onorevole Tané, della Casa di Mezzogiorno.»
Fece un passo avanti.
I draghi la osservavano. Si diceva fossero in grado di indovinare i
segreti più reconditi dell’animo umano, poiché gli umani erano fa i
d’acqua, e tu e le acque appartenevano a loro.
E se avessero visto ciò che aveva fa o?
Cercò di concentrarsi su dove me eva i piedi. Quando giunse al
cospe o del generale, lui la guardò per un tempo che le parve
infinito. Restare ferma le richiese un immenso sforzo di volontà.
Alla fine, l’uomo le porse un’uniforme azzurra. Mentre lacrime di
sollievo le pungevano gli occhi, Tané riprese finalmente a respirare.
«Per la tua dedizione e il tuo talento» esordì il generale «sei
chiamata a unirti ai nobili ranghi della Guardia dei Mari. Giura di
percorrere la via del drago da questo momento a quello del tuo
ultimo respiro.» Le si fece più vicino: «I tuoi maestri hanno un’alta
opinione di te. Sarà un privilegio averti tra i guardiani».
Tané fece un inchino profondo. «Mio signore, voi mi onorate.»
Il generale sorrise.
Stordita dalla gioia, col sangue che scorreva come acqua sui
cio oli, Tané raggiunse i qua ro apprendisti alla destra del generale.
Mentre si faceva avanti il candidato successivo, Turosa le bisbigliò
all’orecchio: «E così ci affronteremo nelle prove dell’acqua». Il suo
fiato sapeva di la e. «O imo.»
«Sarà un piacere comba ere contro un guerriero del tuo calibro,
onorevole Turosa» rispose calma Tané.
«Io lo so chi sei, feccia plebea. So cosa c’è nel tuo cuore. La stessa
cosa che c’è nel mio. Ambizione.» Fece una pausa, durante la quale
uno dei ragazzi venne mandato alla sinistra del generale. «L’unica
differenza è il posto da cui veniamo.»
Tané lo guardò. «Siamo allo stesso livello, onorevole Turosa, non
importa da dove provengo.»
La sua risata le procurò un fremito di rabbia.
«Onorevole Ishari, della Casa di Mezzogiorno» chiamò il
generale.
Ishari salì lentamente i gradini. Quando gli fu davanti, l’uomo le
porse un involto di seta rossa.
«Per la tua dedizione e il tuo talento» disse «sei chiamata a unirti
ai nobili ranghi dei savi. Giura di votarti al progresso della
conoscenza da questo momento a quello del tuo ultimo respiro.»
Sebbene quelle parole l’avessero fa a sussultare, Ishari ritirò la
sua veste con un inchino. «Vi ringrazio, mio signore» mormorò.
Mentre si univa al gruppo di sinistra, Tané la seguì con lo
sguardo.
Doveva essere sconvolta. Per quanto, in effe i, avrebbe potuto
o enere buoni risultati sull’Isola delle Piume, per poi un giorno
tornare a Seiiki in qualità di prima maestra.
«Che peccato» disse Turosa. «Non era tua amica?»
Tané si morse la lingua.
Subito dopo si unì al loro gruppo l’apprendista migliore della
Casa d’Oriente. Onren era robusta e di bassa statura, con il viso
bruno costellato di lentiggini. Folti capelli increspati dall’acqua di
mare le scendevano sulle spalle, le punte fragili e rovinate. Sangue di
conchiglia le tingeva le labbra di blu.
«Tané» la salutò, sistemandosi al suo fianco. «Congratulazioni.»
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«Anche a te, Onren.»
Erano le uniche due apprendiste ad alzarsi tu i i giorni all’alba
per andare a nuotare, cosa che aveva fa o nascere tra loro una sorta
di amicizia. Tané non nutriva dubbi sul fa o che anche Onren avesse
dato ascolto alle voci e fosse scappata a tuffarsi in mare un’ultima
volta prima della cerimonia.
Il pensiero la turbò. La costa frastagliata di Capo Hisan
presentava innumerevoli minuscole baie, eppure il fato le aveva fa o
scegliere proprio la stessa dove era approdato il forestiero.
Onren soppesò la sua veste di seta azzurra. Anche lei, come Tané,
era di umili origini.
«Sono magnifici» sussurrò riferendosi ai draghi. «Presumo anche
tu ambisca a finire tra i dodici.»
«Non sei un po’ bassa per cavalcare un drago, piccola Onren?» si
intromise Turosa. «Al massimo potresti stare aggrappata alla coda.»
Onren si voltò a fissarlo. «Scusa, hai de o qualcosa? Ci
conosciamo?» Invece di dargli il tempo di rispondere, aggiunse:
«Non dirmelo. Sei chiaramente un idiota, e io non ho alcun interesse
a stringere amicizia con un idiota».
Tané nascose il sorriso dietro i capelli. Per una volta persino
Turosa era rimasto senza parole.
Quando anche l’ultimo apprendista ebbe ricevuto un’uniforme, i
due gruppi si voltarono verso il generale. Ishari, con le guance rigate
di lacrime, non sollevò nemmeno lo sguardo dalla veste rossa che
aveva in mano.
«Non siete più bambini, ormai. Davanti a voi si dispiega il vostro
cammino.» Il generale guardò il gruppo di destra. «Qua ro tra i
Guardiani dei Mari hanno o enuto risultati sorprendenti. Turosa,
della Casa di Se entrione; Onren, della Casa d’Oriente; Tané, della
Casa di Mezzogiorno; e Dumusa, della Casa d’Occidente. Voltatevi
verso gli anziani, così che possano conoscere i vostri nomi e i vostri
volti.»
Obbedirono. Anche Tané, come tu i gli altri, fece un passo avanti
e si piegò a toccare il pavimento con la fronte.
«Alzatevi» ordinò un drago.
Una voce che faceva tremare la terra. Così bassa e profonda che
Tané all’inizio quasi non comprese le parole.
I qua ro ragazzi obbedirono e raddrizzarono la schiena, mentre il
più grande dei draghi seiikinesi abbassava la testa fino a portarla
all’altezza dei loro volti, facendo sae are tra i denti la lunga lingua.
All’improvviso, con uno slancio delle zampe robuste, si librò in
aria. Tu i gli apprendisti si ge arono a terra mentre il generale,
l’unico ancora in piedi, scoppiava in una fragorosa risata.
Quando il drago color giada scoprì i denti in un ghigno, Tané si
ritrovò imprigionata nel gorgo dei suoi occhi selvaggi.
La femmina si innalzò con i suoi simili sopra i te i della ci à.
Acqua tramutata in carne. Mentre una spruzzaglia di pioggia divina
si levava dalle loro scaglie irrorando la folla so ostante, un maschio
seiikinese si impennò e, preso un profondo respiro, emise una
potente raffica di vento.
Ogni campana del tempio rispose squillando.

Come centinaia di altre ma ine, Niclays si svegliò con la bocca secca


e un mal di testa feroce. Strizzò gli occhi, stropicciandoseli con le
dita.
Campane.
Ecco cosa lo aveva svegliato. Viveva sull’isola da anni, e non
aveva mai sentito suonare nemmeno una campana. Con il braccio
che gli tremava per lo sforzo, afferrò il bastone e si alzò in piedi.
Doveva essere un allarme. Venivano ad arrestarli e a portare via
Sulyard.
Si guardò a orno in preda al panico. Aveva un’unica possibilità:
fingere che il ragazzo si fosse nascosto lì a sua insaputa.
Sbirciò dietro al paravento, dove Sulyard dormiva
profondamente, con il viso rivolto verso il muro. Bene, almeno
sarebbe morto in pace.
Il sole grondava troppa luce. Poco lontano dalla casa di Niclays, il
suo assistente Muste sedeva all’ombra di un pruno insieme a
Panaya, la sua compagna seiikinese.
y p g
«Muste» gridò Niclays. «Cosa accidenti è questo rumore?»
Muste si limitò ad agitare una mano. Tra un’inve iva e l’altra,
Niclays infilò i sandali e si diresse verso Muste e Panaya, sforzandosi
di ignorare la sensazione di andare incontro al proprio destino.
«Buongiorno a te, onorevole Panaya» disse in seiikinese,
accompagnando il saluto a un inchino.
«Sapiente Niclays.» Gli occhi della donna sorridevano. Portava
una veste leggera, azzurra a fiori bianchi, con il collo e le maniche
ricamati d’argento. «Le campane ti hanno svegliato?»
«Già. Posso sapere cosa significano?»
«Suonano per la Cerimonia della Chiamata» spiegò la donna. «Gli
allievi più anziani delle Case dell’Apprendimento hanno completato
la loro istruzione e ora vengono selezionati per diventare savi o
Guardiani dei Mari.»
Il forestiero non c’entrava, dunque. Niclays prese il fazzole o e si
tamponò la fronte imperlata di sudore. «Ti senti bene, Roos?»
domandò Muste riparandosi gli occhi per guardarlo in faccia.
«Sai quanto detesto l’estate da queste parti» rispose Niclays
riponendo il fazzole o nel giustacuore. «Ma la Cerimonia della
Chiamata avviene una volta all’anno, giusto?» chiese a Panaya.
«Eppure io non ho mai sentito campane.»
Campane no, ma tamburi sì. La musica inebriante e gioiosa dei
festeggiamenti.
«Oh,» il sorriso di Panaya divenne più ampio «ma questa è una
Chiamata molto speciale.»
«Ah sì?»
«Non lo sai, Roos?» sogghignò Muste. «E dire che sei qui da più
tempo di me.»
«E chi potrebbe averglielo de o?» lo difese Panaya. «Vedi Niclays,
in seguito al Grande Cordoglio venne stabilito che una volta ogni
cinquant’anni alcuni draghi seiikinesi avrebbero scelto dei cavalieri
umani, nell’eventualità di dover tornare a comba ere insieme. Oggi
quanti sono chiamati nella Guardia dei Mari ricevono questa
opportunità: a breve si affronteranno nelle prove dell’acqua per
decidere chi tra loro diventerà cavaliere.»
«Capisco» disse Niclays, abbastanza incuriosito da dimenticare
per un a imo il terrore per Sulyard. «Dopodiché, in groppa ai loro
bei destrieri, daranno la caccia a contrabbandieri e pirati, suppongo.»
«Non chiamarli destrieri, Niclays. I draghi non sono cavalli.»
«Chiedo scusa, onorevole signora. Mi sono espresso male.»
Panaya annuì e portò la mano al ciondolo che portava appeso al
collo, intagliato a forma di drago.
Un ogge o simile sarebbe stato distru o a Virtudom, dove non
esisteva più alcuna distinzione tra gli antichi draghi dell’Est e le
giovani viverne sputafuoco che un tempo spadroneggiavano sulla
terra. Entrambe le creature erano considerate ostili. I rapporti con
l’Oriente erano stati interro i così tanti anni prima da lasciare ai
pregiudizi tu o il tempo di prosperare.
Anche Niclays ne era stato vi ima, prima di arrivare a Orisima. Il
giorno della partenza da Mentendon nutriva ancora la convinzione
di andare in esilio in una terra dove gli umani erano asserviti a
creature del calibro del Senza Nome.
Che giorno tremendo era stato. Tu i i bambini mentesi,
dall’a imo in cui imparavano a parlare, apprendevano la storia del
Senza Nome. Persino la sua cara mamma si era divertita a
spaventarlo fino alle lacrime con la descrizione del padre e sovrano
assoluto di tu e le creature sputafuoco, colui che si era levato dal
Monte dei Lamenti per disseminare caos e distruzione, e che prima
di riuscire a soggiogare l’intero genere umano era stato ferito da Sir
Galian Berethnet. Mille anni dopo, il suo spe ro infestava ancora gli
incubi di tu i.
In quel momento, un rumore di zoccoli sul ponte di Orisima
riscosse Niclays dalle sue riflessioni.
Soldati.
Gli si torsero le budella. Venivano a prenderlo, e ora che il
momento era giunto si meravigliò di trovarsi più inebetito che
spaventato. Se era così che doveva finire, d’accordo. La scelta era
comunque tra morire in quel modo o ucciso da una guardia a cui
doveva dei soldi.
Santo, pregò in silenzio, ti supplico, quando verrà il momento fa
almeno che non mi pisci addosso.
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So o le cappe i soldati indossavano tuniche verdi. A guidarli,
naturalmente, era il Sovrintendente, il bellissimo, virtuosissimo
Sovrintendente, di cui a nessuno su Orisima era dato di sapere il
nome. Era di una spanna più alto di Niclays e indossava sempre
l’armatura completa.
Il Sovrintendente smontò da cavallo e si avvicinò a grandi passi
alla casa di Niclays. Camminava circondato dalle guardie, con una
mano sull’elsa della spada.
«Roos!» Il suo pugno guantato si abba é sulla porta. «Roos, apri o
sfondo la porta!»
«Non c’è bisogno di sfondare alcunché, onorevole
Sovrintendente» gridò Muste. «Il sapiente do or Roos è qui.»
Il Sovrintendente girò sui tacchi e avanzò verso di loro con gli
occhi scuri che dardeggiavano.
«Roos.»
Niclays avrebbe voluto poter dire che nessuno gli si era mai
rivolto con tanto disprezzo, ma sarebbe stata una bugia. «Vi prego,
chiamatemi Niclays, onorevole Sovrintendente» disse, dando fondo
a tu a la falsa cortesia di cui disponeva. «Ci conosciamo da molto
tempo e…»
«Silenzio» lo interruppe il Sovrintendente. Niclays chiuse la bocca.
«I miei uomini hanno trovato la darsena aperta ieri no e, non molto
lontano da dove era stata avvistata una nave pirata. Se qualcuno di
voi nasconde clandestini o merci illegali parli ora, e il drago
potrebbe essere clemente.»
Muste e Panaya rimasero in silenzio. Niclays, intanto, era
comba uto: non c’era alcun posto dove Sulyard avrebbe potuto
nascondersi. Era forse il caso di costituirsi?
Ma prima che potesse prendere una decisione, il Sovrintendente si
rivolse a una guardia. «Perquisite la casa.»
A Niclays mancò il fiato.
Sull’isola di Seiiki viveva un uccello il cui canto poteva essere
scambiato per il lamento di un neonato. Quello era, per Niclays, il
simbolo angoscioso dell’esistenza su Orisima. Un gemito che non
diveniva mai pianto. L’a esa di un colpo che non arrivava. Mentre le
guardie ispezionavano casa sua, quell’uccello malede o iniziò a
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cantare trasformandosi di colpo nella sola cosa che Niclays riuscisse
a sentire.
Le guardie tornarono a mani vuote. «Non c’è nessuno» dichiarò
uno di loro.
Niclays dove e fare uno sforzo enorme per impedirsi di crollare
in ginocchio. Il Sovrintendente, col volto rido o a una maschera
impenetrabile, gli scoccò una lunga occhiata prima di marciare verso
le case successive.
L’uccello continuava a cantare. Hic hic hic.
4
Occidente

Da qualche parte nel Palazzo di Ascalon, le nere lance e di un


orologio di opalina strisciavano verso il mezzogiorno.
Come sempre quando una delegazione straniera visitava la corte,
la Sala delle Udienze era gremita in a esa dell’ambasciatore mentese.
Dalle finestre spalancate entrava una brezza che, per quanto
inefficace contro il caldo, diffondeva nell’aria un buon profumo di
caprifoglio. Le fronti dei cortigiani grondavano sudore, e il costante
ondeggiare di ventagli di piume rendeva la sala simile a una grande
voliera.
Tra la folla, in mezzo alle altre Ancelle dell’Anticamera, c’erano
Ead e Margret Beck. Di fronte a loro, dall’altra parte del tappeto,
erano schierate le damigelle d’onore. Truyde u Zeedeur si sistemò
il monile. Cosa impedisse agli occidentali di liberarsi di qualche
strato d’abbigliamento durante l’estate, Ead non l’aveva mai capito.
Mormorii sommessi riecheggiavano nel salone. Sabran Nona
scrutava i suoi sudditi dall’alto del trono di marmo.
La regina di Inys era il ritra o di sua madre, e di sua nonna, e di
tu e le precedenti generazioni di sovrane. La somiglianza tra le
regine era prodigiosa. Come le antenate, Sabran aveva i capelli neri e
gli occhi di un verde brillante, screziato alla luce del sole. Fintanto
che fosse sopravvissuta la loro stirpe, il Senza Nome non avrebbe
potuto risvegliarsi dal suo sonno, così si diceva.
Lo sguardo distaccato della regina vagava sui sudditi, senza
soffermarsi su nessuno in particolare. Aveva appena compiuto
vento o anni, ma negli occhi possedeva la saggezza di una donna
decisamente più matura.
Quel giorno era l’incarnazione stessa della prosperità di Inys.
L’abito di raso nero alla moda mentese le si apriva sul davanti,
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mostrando una pe orina dello stesso colore chiaro della sua pelle,
ma scintillante di fili argentati e perle di mare. La corona di diamanti
sul capo simboleggiava il suo sangue regale.
La delegazione mentese venne annunciata da squilli di trombe.
Sabran sussurrò qualcosa a Lady Arbella Glenn, viscontessa di Suth,
che sorrise e appoggiò una mano incartapecorita su quella della
regina.
Prima vennero i portabandiera. Sullo sfondo nero dei loro
stendardi spiccava il Cigno Argenteo di Mentendon, sormontato
dalla lama della Vera Spada.
Poi fu il momento di servitori e guardie, interpreti e ufficiali.
Infine Lord Oscarde, duca di Zeedeur, entrò nel salone a grandi
falcate, affiancato dall’Ambasciatore Residente di Mentendon.
Zeedeur era robusto, aveva barba e capelli rossi e la punta del naso
dello stesso colore. A differenza di sua figlia, aveva ereditato gli
occhi grigi del Va en.
«Maestà» disse, piegandosi in un inchino impeccabile. «È per me
un grande onore essere ricevuto alla vostra corte ancora una volta.»
«Ben ritrovato, Vostra Grazia» rispose Sabran. Il suo tono era
calmo e autorevole. Porse la mano a Zeedeur, che si arrampicò sugli
scalini del trono per baciare l’anello dell’incoronazione. «I nostri
cuori gioiscono nel vedervi di nuovo a Inys. Avete fa o buon
viaggio?»
Ead non si era ancora abituata a quell’uso del noi. In pubblico,
Sabran parlava a nome suo e del suo antenato, il Santo.
«Ahimè, signora,» rispose Zeedeur con aria cupa «siamo stati
aggrediti da una viverna adulta, giù alle Piane. I miei arcieri l’hanno
abba uta, ma se fosse stata più svelta sarebbe finita in un bagno di
sangue.»
Mormorii. Ead osservò le espressioni allarmate dei cortigiani
riuniti nella stanza.
«Un’altra» bisbigliò Margret. «Due viverne in due giorni.»
«Tremenda notizia» disse Sabran all’ambasciatore. «Daremo
disposizioni affinché i nostri migliori cavalieri erranti vi scortino fino
ad Altarocca, assicurandovi un viaggio di ritorno più sicuro.»
«Molte grazie, Vostra Maestà.»
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«Ora, suppongo siate impaziente di vedere vostra figlia.» Sabran
incrociò lo sguardo della damigella. «Venite avanti, cara.»
Truyde avanzò sul tappeto e fece la riverenza. Quando si
raddrizzò, suo padre corse ad abbracciarla.
«Figlia mia.» Strinse le mani della ragazza tra le sue, con un
ampio sorriso stampato in faccia. «Quanto sei cresciuta, ti trovo
radiosa. E dimmi, come ti tra a Inys?»
«Assai meglio di quanto merito, padre» fu la risposta di Truyde.
«Perché dici questo?»
«La corte qui è così sfarzosa» disse lei indicando il soffi o a
cupola «che a volte mi sento molto piccola e sciocca, insignificante se
paragonata anche solo ai soffi i.»
Risa sguaiate riempirono la sala. «Arguta, la ragazza» commentò
Linora all’orecchio di Ead. «Non trovi?»
Ead chiuse gli occhi. Che gente.
«Sciocchezze» intervenne Sabran. «Vostra figlia è benvoluta a
corte. Sarà una compagna ideale per chiunque il suo cuore
sceglierà.»
Truyde abbassò lo sguardo con un sorriso. Al suo fianco, Zeedeur
ridacchiò. «Ah, Maestà, temo che per Truyde sia ancora presto per
lasciarsi vincolare dal matrimonio, per quanto io desideri un nipote.
Vi ringrazio di cuore per tu e le premure che riservate a mia figlia.»
«Non è necessario» Sabran strinse i braccioli del trono. «È un vero
piacere accogliere gli amici di Virtudom a corte. Ora, siamo curiosi
di sapere cosa vi spinge fin qui da Mentendon.»
«Il mio signore Zeedeur ha una proposta» intervenne
l’Ambasciatore Residente. «Una proposta che riteniamo possa
interessarvi.»
«Esa o» Zeedeur si schiarì la voce. «Ormai da tempo Sua Altezza
Reale Aubrecht Secondo, principe ereditario del Libero Stato di
Mentendon, nutre grande interesse per Vostra Maestà. Gli è giunta
notizia del vostro coraggio, della vostra bellezza, della vostra
profonda devozione alle Sei Virtù. Ora che il suo prozio ci ha lasciati,
sarebbe sua intenzione rinsaldare l’alleanza tra i nostri paesi.»
«E Sua Altezza come intende forgiare una tanto solida alleanza?»
«A raverso il matrimonio, Maestà.»
Gli occhi di tu i i presenti si puntarono sul trono.
Il periodo precedente la gravidanza di una sovrana di Berethnet
era sempre critico. La loro era una stirpe di figlie, una per ogni
regina. Per i sudditi si tra ava di una dimostrazione di santità.
Da una regina di Inys ci si aspe ava che si sposasse e rimanesse
incinta il più presto possibile, per timore che morisse senza un’erede
legi ima. Il che, rischiando di far sprofondare il regno nella guerra
civile, avrebbe rappresentato un problema per qualunque
monarchia, ma per Berethnet in modo particolare: l’esaurirsi della
casata avrebbe richiamato in vita il Senza Nome e portato il mondo
alla rovina.
Eppure, finora, Sabran aveva declinato tu e le offerte di
matrimonio.
La regina si appoggiò allo schienale del trono, gli occhi fissi su
Zeedeur. Come al solito la sua espressione non tradiva alcun
pensiero.
«Mio caro Oscarde,» disse alla fine «per quanto lusingati dalla
vostra offerta, ci sembra di ricordare che siete già sposato.»
Risate tra il pubblico. Zeedeur, nervoso fino a un a imo prima,
ora sorrideva.
«Grande sovrana!» esclamò divertito. «È il mio padrone a
chiedere la vostra mano.»
«In questo caso, continuante pure» rispose Sabran, il volto
rischiarato da un pallido accenno di sorriso.
La viverna era acqua passata. Forte dell’incoraggiamento,
Zeedeur fece un passo avanti.
«Mia signora,» riprese «come sapete, la vostra antenata, Sabran
Se ima, era sposata con un mio lontano parente, Haynrick Va en,
Reggente di Mentendon mentre il regno era in mano agli invasori.
Da quando la Casata di Lievelyn ha deposto i Va en, tu avia, non ci
sono stati legami formali tra i nostri due paesi, a parte ovviamente la
fede comune.»
Sabran ascoltava con un’indifferenza assoluta, che tu avia non
sfociava mai in noia o disprezzo.
«Il principe Aubrecht è consapevole che la proposta del suo
prozio è stata rifiutata da Sua Maestà… e, ah, anche dalla regina
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madre,» Zeedeur si schiarì la voce «ma il mio padrone crede di
potervi offrire un legame diverso. È altresì convinto che un’alleanza
tra Inys e Mentendon comporterebbe numerosi vantaggi. Siamo
l’unico paese con un avamposto commerciale in Oriente, e da
quando Yscalin è caduta nel peccato, un sodalizio fondato sulla
nostra fede comune sarebbe di vitale importanza.»
Quest’ultima frase suscitò parecchi mormorii in sala. Fino a non
molto tempo prima, il regno meridionale di Yscalin apparteneva a
Virtudom. Prima che scegliesse di venerare il Senza Nome.
«Il principe ereditario vi manda un pegno del suo affe o, se
Vostra Maestà vorrà essere tanto generosa da acce arlo» continuò
Zeedeur. «Ha sentito parlare della vostra predilezione per le perle
del Mare Lucente.»
Schioccò le dita. Un servitore mentese si avvicinò al trono
portando un cuscino di velluto e si inchinò. Adagiata sul cuscino
c’era un’ostrica aperta a mostrare un’iridescente perla nera screziata
di verde, grande quanto una ciliegia. Splendeva come acciaio
damasco alla luce del sole.
«Questa è la più preziosa perla danzante della sua collezione,
raccolta sulle coste di Seiiki» spiegò Zeedeur. «Il suo valore supera
quello della nave che l’ha portata fin qui a raverso l’Abisso.»
Sabran si sporse in avanti, il servitore sollevò il cuscino.
«Abbiamo una passione per le perle danzanti, è vero, e qui non se
ne trovano molte» disse la regina. «Accoglieremo il suo dono con
gratitudine. Ma non significa che con esso acce eremo anche la
proposta di matrimonio.»
«Naturalmente, Maestà. Il regalo di un amico di Virtudom, niente
di più.»
«Molto bene.»
Lo sguardo di Sabran incrociò quello di Lady Roslain Crest, Prima
Gentildonna dell’Anticamera, che sopra una veste di seta verde
smeraldo indossava un coprispalle di merle o bianco. La sua spilla
raffigurava due calici, come quella di tu i coloro che avevano scelto
il Cavaliere di Giustizia come patrono; quella di Roslain però era
d’oro, simbolo di discendenza dire a dalla dama in questione. Fece
un cenno imperce ibile, e una delle damigelle si affre ò a ritirare il
cuscino.
«Questo dono ci commuove, ma il vostro padrone dovrebbe
sapere che condanniamo le pratiche eretiche dei Seiikinesi» disse
quindi Sabran. «Non vogliamo avere niente a che fare con l’Oriente.»
«Naturalmente» replicò Zeedeur. «De o questo, il mio padrone è
del parere che l’origine di una perla non ne sminuisca in alcun modo
la bellezza.»
«Forse in questo ha ragione.» Sabran tornò ad appoggiarsi al
trono. «Ci è giunta voce che Sua Altezza, prima di diventare
principe, ha ricevuto un’istruzione da ministro del culto.
Illuminateci sulle altre sue… qualità.»
Risatine tra gli astanti.
«Il principe Aubrecht è molto intelligente e gentile, mia signora, e
possiede un notevole acume politico» spiegò Zeedeur. «Ha
trentaqua ro anni e i capelli rossi, ma di una sfumatura più delicata
rispe o ai miei. Suona il liuto meravigliosamente e danza con
grande passione.»
«Verrebbe da chiedersi con chi.»
«Spesso con le sue nobili sorelle, Maestà. Ne ha tre: la principessa
Ermuna, la principessa Bedona e la principessa Betriese. Tu e
impazienti di fare la vostra conoscenza.»
«E prega spesso?»
«Tre volte al giorno. È sopra u o devoto al Cavaliere di
Generosità, il suo patrono.»
«Il vostro principe ha almeno un dife o, Oscarde?»
«Ah, Maestà, siamo esseri umani, abbiamo tu i dei dife i… a
eccezione di voi, naturalmente. L’unica colpa del mio padrone è
sacrificare se stesso per il benessere del suo popolo.»
Sabran tornò seria.
«In questo» disse «siamo di un’unica fa a.»
Il vociare divampò nella stanza come un incendio.
«Siamo colpiti dall’offerta del vostro padrone, e la considereremo
di certo.» Un goffo tentativo d’applauso. «Verrà passata al vaglio del
Concilio delle Virtù. Nel fra empo, spero che voi e il vostro seguito
ci farete l’onore di presenziare al banche o.»
p
Zeedeur si piegò in un profondo inchino. «L’onore sarà solamente
nostro, Maestà.»
La corte ondeggiò, tra inchini e riverenze, mentre Sabran
scendeva dal trono scortata dalle Ancelle del Baldacchino. Dietro di
loro camminavano le damigelle d’onore.
Ead sapeva che Sabran non avrebbe mai sposato il Principe Rosso.
Era fa a così. Teneva i pretendenti appesi come pesci all’amo,
acce ava lusinghe e regali, ma non concedeva mai la propria mano.
Mentre la corte si disperdeva, Ead e le sue compagne uscirono da
una porta laterale. Lady Linora Payling, bionda e dalle guance
rosate, era una delle qua ordici figlie dei conti di Payling Hill. Il suo
passatempo preferito era spe egolare, abitudine che Ead trovava
insopportabile.
Nei confronti di Lady Margret Beck, al contrario, provava un
affe o sincero. Era entrata nell’Alta Servitù tre anni prima,
guadagnandosi l’amicizia di Ead in fre a quanto suo fratello Loth, di
sei anni maggiore. Ben presto Ead si era accorta che lei e Margret
condividevano lo stesso senso dell’umorismo, si capivano al volo, e
avevano opinioni identiche riguardo alla maggior parte dei
cortigiani.
«Dobbiamo muoverci, oggi» disse Margret. «Sabran esigerà la
nostra presenza al banche o.»
Con la pelle d’ebano e i lineamenti decisi, Margret assomigliava
moltissimo a suo fratello. Loth mancava da una se imana, e lei
aveva ancora gli occhi gonfi di pianto.
«Una proposta!» esclamò Linora mentre avanzavano in corridoio
al riparo dalle orecchie della corte. «E del principe Aubrecht!
Pensavo fosse troppo devoto per sposarsi.»
«Nessun principe è troppo devoto per sposare la regina di Inys»
replicò Ead. «Piu osto è lei a essere troppo devota per acce are la
sua proposta.»
«Ma il reginato ha bisogno di una principessa.»
«Linora,» la rimproverò Margret «un po’ di contegno, per
cortesia.»
«Be’, è la verità.»
«La regina Sabran non ha nemmeno trent’anni. C’è tu o il
tempo.»
Chiaramente, pensò Ead, non avevano saputo del tagliagole,
altrimenti Linora sarebbe stata più seria. Per quanto, in effe i, non
fosse mai davvero seria: per lei, le tragedie costituivano o imo
materiale da pe egolezzo.
«Ho sentito che il principe ereditario è oltremodo ricco» proseguì,
imperterrita. Margret sospirò. «E l’avamposto commerciale in
Oriente potrebbe tornarci utile. Pensate a tu e le perle del Mare
Lucente, l’argento migliore, le spezie, i gioielli…»
«La regina Sabran nutre un odio profondo per l’Oriente, e noi
dovremmo fare lo stesso» replicò Ead. «Venerano le viverne.»
«Non sarebbe di Inys l’avamposto, sciocca. Potremmo comprare
dai Mentesi.»
Anche quel commercio sarebbe stato indebito; i Mentesi
tra avano con l’Oriente, e in Oriente le viverne erano divinità.
«È più che altro la sua indole a preoccuparmi» disse Margret. «Il
principe ereditario è stato fidanzato per qualche tempo con la
Donmata Marosa. La stessa donna che oggi detiene la corona di un
reame draconico.»
«Oh, ma quel fidanzamento è acqua passata. Inoltre» proseguì
Linora ge andosi alle spalle la chioma fluente «dubito che lei gli
piacesse granché. Doveva aver capito che il suo cuore era malvagio.»
Davanti alle porte dell’Anticamera, Ead si voltò verso le due
compagne.
«Signore,» disse «oggi mi prenderò carico io delle vostre
mansioni. Voi andate al banche o.»
«Senza di te?» Margret sembrava perplessa.
«Nessuno sentirà la mancanza di un’ancella.» Ead sorrise.
«Andate, e divertitevi.»
«Il Cavaliere di Generosità ti benedica, Ead.» Esclamò Linora, già
a metà corridoio. «Sei così buona!»
Margret stava per andare con lei, ma Ead la tra enne per il
gomito. «Notizie di Loth?» sussurrò.
«Ancora niente» Margret le sfiorò il braccio. «Ma qualcosa si sta
muovendo. Sono stata convocata dal Rapace No urno stasera.»
p
Lord Seyton Combe. Il Maestro delle Spie in persona. Doveva
quel soprannome all’abitudine di cacciare le proprie prede col favore
delle tenebre: cortigiani insoddisfa i, nobili assetati di potere,
persone troppo insistenti nei riguardi della regina… tu i problemi
che poteva far svanire in un soffio.
«Pensi che sappia qualcosa?» domandò Ead so ovoce.
«Immagino che lo scopriremo presto.» Margret le strinse il braccio
con affe o prima di seguire Linora lungo il corridoio.
Quando soffriva, Margret Beck soffriva da sola. Odiava l’idea
stessa di condividere il fardello, persino con gli amici più cari.
Ead non aveva mai programmato di far parte di quella cerchia.
Appena arrivata a Inys, aveva stabilito che il modo migliore di
proteggere il suo segreto sarebbe stato rimanere il più possibile in
disparte. Ben presto, tu avia, per lei abituata a muoversi tra le
maglie di una fi a rete sociale, la mancanza di compagnia e
conversazione era diventata un problema. Jondu, sorella so o ogni
aspe o tranne quello biologico, era sempre stata al suo fianco, fin
dalla nascita, e senza di lei la solitudine si faceva sentire. Così,
quando i fratelli Beck le avevano offerto la loro amicizia, l’aveva
acce ata senza pensarci due volte.
Una volta a casa, avrebbe finalmente rivisto Jondu, ma perso per
sempre Loth e Margret. Per quanto, a giudicare dal silenzio del
Priorato, quel giorno era ancora di là da venire.
La Stanza del Baldacchino del Palazzo di Ascalon aveva il soffi o
alto, pareti chiare, pavimento di marmo con al centro un le o
maestoso. I cuscini e il coprile o erano di broccato color avorio, le
lenzuola del miglior lino mentese, ed erano previsti due ordini di
tende, leggere e pesanti, a seconda della quantità di luce desiderata
da Sabran.
Un cesto di vimini era stato lasciato ai piedi del le o, e non c’era
traccia del pitale. La Sgua era Reale doveva essersi rimessa al
lavoro.
La servitù era talmente assorta nei preparativi per la visita
mentese da aver rimandato persino l’incombenza di disfare i le i.
Dopo aver aperto le finestre per far uscire l’aria viziata, Ead tolse
lenzuola e coperte, facendo scivolare le dita so o il materasso in
cerca di eventuali coltelli o fiale di veleno.
Fece in fre a, anche senza Margret e Linora ad aiutarla. Le
damigelle d’onore erano tu e al banche o, dunque la Sala del
Forziere era rimasta vuota: quale momento migliore per indagare il
legame segreto tra Truyde u Zeedeur e Triam Sulyard, lo scudiero
scomparso? Era utile conoscere gli affari di corte, dalle cucine alla
sala del trono; solo così avrebbe potuto proteggere la regina.
Truyde era di sangue nobile, avrebbe ereditato una fortuna. Non
aveva motivo di interessarsi a un umile scudiero. Eppure quando
Ead aveva insinuato che tra loro ci fosse qualcosa, la sua reazione era
stata quella di un topo di quercia colto a rubare una ghianda.
Ead sapeva riconoscere l’odore dei segreti, e Truyde ne era
impregnata.
Dopo essersi assicurata che la Stanza del Baldacchino non celasse
minacce di alcun genere, lasciò il materasso a prendere aria e si
diresse verso la Sala del Forziere. Oliva Marchyn era nella Sala dei
Banche i, ma aveva una spia. Ead salì le scale e si fermò sulla soglia.
«Chi va là?» gracchiò una voce. «Chi è?»
Ead si immobilizzò. Nessun altro l’avrebbe sentita: la spia poteva
contare su un udito finissimo.
«Chi sei, intrusa?»
«Malede o pennuto» imprecò Ead a bassa voce.
Un rivolo di sudore le scendeva lungo la schiena. Sollevò la
so ana e sfilò il pugnale dalla fodera assicurata al polpaccio.
La spia stava appollaiata fuori dalla porta. Udendo Ead
avvicinarsi, inclinò il capo.
«Intrusa» ripeté in tono accusatorio. «Perfida fanciulla. Va ene dal
mio palazzo.»
«Ascoltami bene, messere.» Ead gli mostrò il coltello, facendogli
arruffare le piume. «Credi di essere potente, ma prima o poi a Sua
Maestà verrà voglia di stufato di piccione. Dubito che se ne
accorgerebbe se ci me essi te nella teglia.»
In realtà, doveva amme erlo, era un uccello magnifico. Un
pappagallo arcobaleno. Le sue piume andavano dal blu al verde al
color zafferano, mentre la testa era di un rosa sfacciato. Sarebbe stato
un vero peccato cucinarlo.
«Pedaggio» gracchiò, con un colpe o dell’artiglio.
Ai tempi in cui Ead era damigella d’onore, quel volatile aveva
reso possibile più di un colloquio proibito. Ripose il coltello e con
una smorfia infastidita aprì la tasca di seta del corse o.
«Ecco, tieni.» Appoggiò tre confe i sul pia o. «Il resto solo se fai il
bravo.»
Ma l’uccello era troppo impegnato a becche are i dolciumi per
rispondere.
La Sala del Forziere veniva sempre lasciata aperta: in teoria le
fanciulle non avevano nulla da nascondere. All’interno le tende
erano tirate, il fuoco spento, i le i fa i.
Esisteva solo un posto dove una damigella sveglia avrebbe
nascosto i suoi tesori segreti.
Ead scostò il tappeto, poi, aiutandosi con il coltello, sollevò una
delle assi del pavimento. Là so o, in mezzo alla polvere, vide un
lucido scrigno di quercia. Se lo mise in grembo.
Custodiva una vera e propria collezione di articoli che Oliva
avrebbe volentieri confiscato. Un volume spesso, che recava inciso
sulla copertina il simbolo alchemico dell’oro. Penna e inchiostro.
Rotoli di pergamena. Un ciondolo di legno intagliato. Un plico di
le ere, tenute insieme da un nastro.
Ead ne aprì una. La carta era so ile e spiegazzata. A giudicare
dalla data sbiadita, era stata scri a l’estate precedente.
Le ci volle qualche momento per decifrare il codice. Era più
sofisticato di quelli usati di solito dai cortigiani per proteggere le
proprie relazioni clandestine, ma Ead era stata istruita a decifrare
codici fin dall’infanzia.
Per te. Erano le prime parole vergate da una mano inesperta. L’ho
comprato a Punta Albatros. Indossalo quando puoi, e pensami. Ti scriverò il
prima possibile. Prese un’altra le era, scri a su carta più spessa;
risaliva a un anno prima. Perdonate la mia impudenza, signora, ma non
penso ad altri che a voi. Un’altra. Amore mio, ci vediamo alla torre
dell’orologio dopo le orazioni.
Non c’era bisogno di leggere altro per capire che Truyde e Sulyard
avevano avuto una relazione e consumato il loro amore. Il solito
chiar di luna sul mare. Alcune frasi, tu avia, richiamarono
l’a enzione di Ead.
La nostra impresa cambierà le sorti del mondo. Questo è il nostro
incarico divino. Due giovani innamorati non avrebbero mai descri o
il loro amore con la parola “incarico” (a meno che, certo, la loro
penna non fosse inadeguata al sentimento che li univa). Dobbiamo
stabilire un piano, amore mio.
Ead passò velocemente in rassegna pagine di confidenze e
indovinelli fino a trovare una le era di inizio primavera, risalente a
poco prima della scomparsa di Sulyard. Era stata scri a di fre a.

Perdonami, dovevo andare. Ho preso accordi con una donna di Altarocca, e non posso
rifiutare la sua offerta. So che avevamo deciso di partire insieme e probabilmente mi
odierai per il resto della tua vita, ma questa è la soluzione migliore, tesoro mio. Mi sarai
più preziosa lì dove sei, a corte. Quando ti darò notizia del successo della missione,
persuadi la regina a benedire la nostra impresa. Falle comprendere l’entità del pericolo.
Brucia questa le era. Nessuno deve sapere cosa abbiamo in mente sino alla fine. Un
giorno tu e io entreremo nelle leggende, mia cara Truyde.

Altarocca. Il porto più grande di Inys, e lo snodo principale per la


terraferma. Sulyard doveva essersi imbarcato su una nave.
C’era anche qualcos’altro so o l’asse. Un libre o so ile rivestito di
pelle. Ead passò il polpastrello sulle le ere del titolo, scri o in quella
che era senza dubbio una lingua dell’Est.
In nessuna biblioteca di Inys si sarebbe trovato un libro simile:
interessarsi ai costumi orientali era considerata eresia. Se fosse finito
nelle mani sbagliate, Truyde avrebbe rischiato qualcosa di ben
peggiore di un rimprovero.
«Arriva qualcuno» gracchiò l’uccello.
Si udì lo sba ere di una porta. Ead si infilò le le ere e il libro so o
il mantello e rimise lo scrigno nel nascondiglio.
Rumore di passi in avvicinamento. Fece scivolare l’asse al suo
posto. Passando davanti al trespolo, depose il resto dei confe i sul
pia o.
«Non una parola,» bisbigliò alla spia «o trasformo le tue belle
piume in un cuscino.»
L’uccello fece una risatina inquietante mentre Ead usciva dalla
finestra.

Se ne stavano sdraiati so o il melo del cortile, come facevano spesso


in quei giorni d’estate. Tra loro giaceva un fiasco di vino della
Cucina Grande, insieme a un pia o di formaggio speziato e pane
fresco. Lui rideva a crepapelle, mentre Ead gli descriveva l’ultimo
scherzo delle damigelle ai danni di Lady Oliva Marchyn. Quando si
tra ava di raccontare storie, diventava un po’ poetessa e un po’
giullare.
Il sole le aveva fa o spuntare le lentiggini, e i suoi capelli scuri
formavano un’aureola in mezzo all’erba. Strizzando gli occhi nella
luce abbagliante, lui poteva scorgere la torre dell’orologio, le finestre
variopinte del chiostro, le mele in cima ai rami. Era tu o perfe o.
«Mio signore.»
Il ricordo svanì. Loth alzò lo sguardo sull’uomo senza denti.
La locanda era gremita di contadini. Da qualche parte un liuto
suonava le note di una ballata in onore della splendida regina
Sabran. Solo qualche giorno prima erano andati a caccia insieme, e
ora si trovava a leghe di distanza, ad ascoltare una canzone che
parlava di lei come di una figura mitologica. Sapeva solo che i Duchi
Spirituali lo detestavano al punto da averlo indirizzato su un
cammino che l’avrebbe condo o a Yscalin, verso una morte quasi
certa.
Con quale facilità una vita poteva andare in pezzi.
L’oste gli mise davanti un tagliere con sopra due ciotole di zuppa,
qualche pezzo di formaggio e un tozzo di pane d’orzo.
«Posso fare altro per voi, signore?»
«No» rispose Loth. «Ti ringrazio.»
L’oste si profuse in un profondo inchino. Non doveva capitargli
tu i i giorni, pensò Loth, di ospitare nobili figli di Conti Provinciali
nella sua locanda.
Sulla panca di fronte il suo vecchio amico, Lord Kitston Glade,
strappò un morso di pane.
«Per tu i i…» esclamò, risputandolo. «Vecchio e ammuffito come
un libro di salmi. Non so se rischiare con il formaggio.»
Loth bevve un sorso di idromele fastidiosamente tiepido.
«Prenditela con il tuo stimato padre,» disse «se il cibo da queste
parti è così tremendo.»
Kit sbuffò. «È vero, lui apprezza questa robaccia insipida.»
«Goditi quest’ultimo pasto, perché dubito che ne farai di migliori
sulla nave.»
«Lo so, lo so. Sono un nobilo o viziato che dorme su materassi di
piume, giace con troppe donne e si abbuffa di manicare i. Stare a
corte mi ha rammollito. Così almeno ha de o mio padre quando
sono diventato un poeta.» Kit giocherellò col formaggio. «A
proposito, mentre sono qui dovrei scrivere… una pastorale, perché
no? Non siamo circondati da gente incantevole?»
«Direi di sì» rispose Loth.
Non era dell’umore per quelle facezie. Kit allungò il braccio sopra
il tavolo e gli strinse la spalla.
«Non ti abba ere, Arteloth» disse. Loth rispose con un grugnito.
«Il conducente ti ha de o come si chiama il nostro capitano?»
«Harman, credo.»
«Vuoi dire Harlowe?» Loth fece spallucce. «Oh, Loth, non puoi
non aver mai sentito parlare di Gian Harlowe! Il pirata! Chiunque ad
Ascalon…»
«Evidentemente io no.» Loth si gra ò il naso. «Ti prego,
illuminami. Di che pasta è fa a la canaglia che ci porterà fino a
Yscalin?»
«Di una pasta leggendaria.» Kit abbassò la voce. «Harlowe è
giunto a Inys da chissà dove quando era solo un bambino. È entrato
in marina a nove anni e a dicio o era già capitano… ma poi, come
tanti giovani ufficiali prome enti, ha scelto la strada della pirateria.»
Riempì i boccali di altro idromele. «Ha solcato tu i i mari del
mondo, compresi quelli a cui i cartografi non hanno ancora dato un
nome. Si dice che, a forza di depredare navi, all’età di trent’anni la
sua ricchezza facesse già invidia a quella dei Duchi Spirituali.»
g q p
Loth bevve ancora un sorso. Gli sarebbe servito un altro giro
prima di rime ersi in viaggio.
«A questo punto, Kit, viene da chiedersi» disse «cosa spinga
questo famigerato fuorilegge a scortarci fino a Yscalin.»
«Potrebbe essere l’unico capitano col fegato di tentare la
traversata. Quell’uomo non conosce la paura» rispose Kit. «Era
entrato nelle grazie della regina Rosarian, sai.»
La madre di Sabran. Loth sollevò lo sguardo, improvvisamente
interessato. «Davvero?»
«Già. Dicono che fosse innamorato di lei.»
«Spero tu non stia insinuando che la regina Rosarian abbia tradito
il principe Wilstan.»
«Arteloth, mio burbero amico del Nord… non ho mai de o che lei
ricambiava il sentimento,» disse tranquillamente Kit «ma solo che
apprezzava questo tale abbastanza da fornirgli il più grande veliero
della sua flo a, che lui rinominò Rosa Eterna. Ora lui stesso si
definisce impunemente corsaro.»
«Ah. Corsaro.» Loth si lasciò sfuggire una risatina. «Il titolo più
ambito del mondo.»
«Negli ultimi due anni i suoi hanno depredato parecchie navi
yscal. Dubito che ci accoglieranno a braccia aperte.»
«Di questi tempi ho la sensazione che a Yscalin accolgano ben
poca gente a braccia aperte.»
Rimasero in silenzio per un po’. Mentre Kit mangiava, Loth
teneva lo sguardo fisso sulla finestra.
Era accaduto nel cuore della no e. Valle i con il libro alato di
Lord Seyton Combe sull’uniforme erano entrati in camera sua e gli
avevano ordinato di seguirli. Prima ancora di capire cosa stesse
succedendo, si era ritrovato a bordo di una carrozza insieme a Kit,
anche lui prelevato a forza dai suoi appartamenti nel bel mezzo della
no e. Gli venne consegnata una le era che lo informava delle
circostanze.

Lord Arteloth Beck,


voi e Lord Kitston siete stati nominati Ambasciatori Residenti di Inys presso il Regno
Draconico di Yscalin. Gli Yscal sono già stati informati del vostro arrivo.
Cercate notizie dell’ultimo ambasciatore, il duca di Temperanza. Osservate la corte di
Vetalda. E, ciò che più importa, carpite i loro piani nel caso stiano tramando di invadere
Inys.
Per la patria e la regina.

Aveva avuto appena il tempo di leggere, poi la le era gli era stata
strappata di mano e, presumibilmente, distru a.
Ciò che Loth non riusciva a capire era perché. Perché, tra tu i,
proprio lui veniva mandato a Yscalin. Inys aveva bisogno di
mormoratori a Cárscaro, ma lui non era una spia.
Il peso della disperazione gli gravava sulle spalle, ma non poteva
perme ersi di cedere. Non era solo.
«Kit,» disse «perdonami. Sei stato costre o a seguirmi in esilio, e
finora sono stato di ben misera compagnia.»
«Non osare scusarti. Ho sempre sognato l’avventura.» Kit si ge ò
alle spalle i riccioli biondi con entrambe le mani. «Già che finalmente
ne stiamo parlando, però, credo dovremmo discutere della nostra…
situazione.»
«No. Non adesso, Kit. Ormai è fa a.»
«Non puoi credere davvero che la regina Sabran abbia voluto
bandirti» replicò Kit risoluto. «Fidati di me, lei è all’oscuro di tu o.
Combe le avrà de o che hai lasciato la corte di tua spontanea
volontà, e lei nutrirà giustamente i suoi dubbi. Devi dirle la verità»
lo incoraggiò. «Scrivile. Raccontale cosa ti hanno fa o, e…»
«Combe interce a tu e le le ere.»
«Non potresti usare un codice?»
«Non esiste codice che il Rapace No urno non sappia decifrare.
C’è un motivo se Sabran lo ha nominato Maestro delle Spie.»
«E allora scrivi alla tua famiglia. Chiedi aiuto a loro.»
«Non o errebbero udienza dalla regina senza prima passare dal
vaglio di Combe. E anche se ci riuscissero,» disse Loth «sarebbe
comunque troppo tardi. A quel punto saremo già a Cárscaro.»
«Ma è giusto che sappiano dove ti trovi.» Kit scosse il capo. «Per il
Santo, comincio a pensare che tu voglia andartene.»
«Se i Duchi Spirituali confidano in me per svelare gli intrighi di
Yscalin, forse hanno ragione.»
«Oh, ma insomma, Loth. Sai benissimo cosa sta succedendo. Tu i
quanti abbiamo provato ad avvertirti.»
Loth, accigliato, non rispose. Con un sospiro, Kit vuotò il boccale
e si chinò in avanti per avvicinarsi all’amico.
«La regina Sabran è nubile» mormorò. Loth si irrigidì. «Se i Duchi
Spirituali hanno in serbo per lei un marito straniero, la tua presenza
al suo fianco, be’… complica le cose.»
«Sai benissimo che tra me e Sab non è mai…»
«Quello che so io è assai meno importante di quello che il mondo
vede» rispose Kit. «Concedimi di usare una piccola allegoria. L’arte.
L’arte non scaturisce da un unico a o creativo grandioso, bensì da
una serie di piccoli gesti. Quando leggi una delle mie poesie, non ti
rendi conto delle se imane di fatica che mi ci sono volute per
comporla, il ragionamento, le parole eliminate, le pagine distru e in
un moto di disgusto. Alla fine, vedi solo ciò che io voglio farti
vedere. La politica funziona allo stesso modo.»
Loth sollevò un sopracciglio.
«Per assicurarsi un’erede, i Duchi Spirituali devono dipingere una
certa immagine della corte di Inys e della sua capace sovrana»
spiegò Kit. «Se ritengono che il tuo rapporto con la regina Sabran
possa interferire in qualche modo, per esempio scoraggiando i
pretendenti stranieri, questo spiegherebbe il motivo per cui sei stato
scelto tu per questa missione diplomatica. Ti hanno allontanato
per… cancellarti dal quadro generale.»
Seguì un altro silenzio. Poi Loth intrecciò le dita inanellate e ci
appoggiò contro la fronte.
Che sciocco era stato.
«Ora, se il mio ragionamento è corre o, la buona notizia è che una
volta che la regina sarà sposata noi potremmo sga aiolare di nuovo
a corte» disse Kit. «Teniamo duro per le prossime se imane, se
riusciamo troviamo il povero vecchio principe Wilstan, poi torniamo
a Inys con qualunque mezzo possibile. Combe non ci fermerà. Non
quando avrà o enuto ciò che vuole.»
«Dimentichi che se tornassimo potremmo denunciarlo a Sabran.
Lui lo ha sicuramente tenuto in conto. Non arriveremmo neanche ai
cancelli del palazzo.»
p
«Scriveremo a Sua Grazia in anticipo per fargli un’offerta. Il
silenzio in cambio di un ritorno tranquillo.»
«Ma io non posso starmene in silenzio» sbo ò Loth. «Sab deve
sapere che il Concilio delle Virtù trama alle sue spalle. Combe sa
bene che le parlerei. Fidati, Kit… vuole spedirci a Cárscaro per
sempre. Vuole renderci i suoi occhi nella corte più pericolosa
d’Occidente.»
«Giammai. Troveremo un modo per tornarcene a casa» disse Kit.
«Non è ciò che il Santo prome e a tu i noi? Un lieto ritorno?»
Loth scolò il fondo di idromele.
«A volte sei molto saggio, amico mio.» Poi, sospirando, aggiunse:
«Posso solo immaginare quel che sta passando Margret. A questo
punto Betulladorata toccherà a lei».
«Meg non deve offuscare la sua mente brillante con queste
angosce. Betulladorata non toccherà a lei, perché noi torneremo a
Inys prima di quanto immagini. La nostra sembra una missione senza
speranza,» commentò Kit, assumendo nuovamente un tono
scherzoso «ma chi può dirlo. Potremmo tornare vi oriosi, da sovrani
del mondo.»
«Non avrei mai immaginato che saresti stato tu un giorno
l’o imista.» Loth trasse un respiro profondo. «Andiamo a svegliare il
conducente. Abbiamo poltrito qui anche troppo.»
5
Oriente

Ai nuovi Guardiani dei Mari era stato concesso di trascorrere


l’ultimo giorno a Capo Hisan come meglio credevano, e la maggior
parte di loro aveva scelto di andare a dire addio agli amici. Alla nona
ora della no e sarebbero partiti tu i quanti in palanchino verso la
capitale.
La nave che avrebbe portato i savi all’Isola delle Piume invece era
già salpata. Sul ponte, tra la folla riunita a salutare la costa di Seiiki,
non c’era traccia di Ishari.
La loro amicizia durava da anni. Quando Ishari era stata sul
punto di morire per una febbre, Tané l’aveva accudita; al primo
sanguinamento di Tané, Ishari era stata come una sorella e le aveva
insegnato a fabbricare i tamponi di carta. E adesso rischiavano di
non rivedersi mai più. Se solo Ishari si fosse impegnata di più, avesse
dedicato più energie all’addestramento, avrebbero potuto entrare
nella Guardia insieme.
Ma ora era un’altra l’amica cui Tané doveva pensare. Si fece largo
a testa bassa nella confusione di Capo Hisan, dove musici e
danzatori si erano radunati per la festa della Chiamata. Un gruppo
di bimbi la superò ridendo, gli aquiloni variopinti sospesi sulle loro
teste.
Le strade erano gremite di gente che si asciugava il sudore con
pezze di lino. Tané scansò un uomo che insisteva per venderle degli
amuleti e si riempì i polmoni di fumo d’incenso mescolato all’odore
della pioggia sulla pelle sudata e del pesce fresco. Ascoltò i richiami
di mercanti e la onieri, gli squi ii di gioia della folla quando un
uccellino giallo si mise a cantare.
Poteva essere la sua ultima passeggiata a Capo Hisan, l’unica ci à
che avesse mai conosciuto.
Trasferirsi lì era stato un azzardo fin dall’inizio. Era un luogo
pericoloso, pieno di tentazioni che me evano a dura prova la
re itudine degli apprendisti. C’erano bordelli e taverne, bische e
comba imenti tra galli, reclutatori che tentavano di instradare i
giovani alla pirateria. Tané si era chiesta più volte se le Case
dell’Apprendimento non fossero state costruite tanto vicino alla ci à
apposta per testare la tempra morale dei discepoli.
Giunta nei pressi della locanda, si concesse un sospiro di sollievo.
Nessun soldato in vista.
«Chiedo scusa» chiamò tra le sbarre.
Una bambina minuscola si avvicinò al cancello. Quando vide che
Tané indossava la tunica azzurra dei Guardiani dei Mari, cadde in
ginocchio con la fronte tra le mani.
«Cerco l’onorevole Susa» disse Tané in tono gentile. «Potresti
andare a chiamarla?»
La bimba si precipitò dentro la locanda.
Nessuno si era mai inchinato in quel modo davanti a lei, che era
nata nel villaggio di Ampiki, all’estremità meridionale dell’isola, da
un’umile famiglia di pescatori. Un giorno d’inverno particolarmente
ventoso, nel bosco vicino al villaggio era divampato un incendio, che
si era esteso al paese inghio endo quasi tu e le case.
Tané non aveva ricordi dei suoi genitori. Quella volta era uscita
per inseguire una farfalla fino alla spiaggia, e aveva scampato così la
loro stessa fine. La maggior parte degli orfani e dei trovatelli andava
a ingrossare le file della fanteria, ma poiché una santona aveva le o
nella farfalla un intervento divino, era stato deciso che Tané avrebbe
ricevuto l’istruzione dei cavalieri.
Susa si avvicinò al cancello; indossava una veste di seta a ricami
raffinati e i capelli le ondeggiavano sciolti sulle spalle.
«Tané» disse, aprendo il cancello. «Dobbiamo parlare.»
Tané conosceva bene quella ruga sulla fronte dell’amica.
Scivolarono dietro la casa, e si ripararono entrambe so o l’ombrello
di Susa.
«Se n’è andato.»
«Il forestiero?» Tané si passò la lingua sulle labbra.
«Sì.» Anche Susa sembrava nervosa, e non lo era mai. «Prima al
mercato ho sentito delle voci. Una nave pirata è stata avvistata al
largo di Capo Hisan. I soldati hanno setacciato la ci à in cerca di un
carico di contrabbando, ma se ne sono andati a mani vuote.»
«Hanno perquisito le case di Orisima» realizzò all’improvviso
Tané. Susa annuì. «E hanno trovato il forestiero?»
«No. Ma non c’è modo di nascondersi laggiù.» Susa lanciò
un’occhiata alla strada, la luce delle lanterne riflessa nelle pupille.
«Deve aver approfi ato di un momento di distrazione dei soldati per
fuggire.»
«Nessuno può a raversare il ponte senza che le guardie lo
vedano. Deve essere ancora lì.»
«Se riesce a nascondersi così bene, quell’uomo sarà un mezzo
fantasma.» Susa strinse le dita intorno al manico dell’ombrello.
«Tané, credi ancora che dobbiamo avvertire l’onorevole
governatore?»
Era dalla cerimonia che Tané si poneva la stessa domanda.
«Ho de o a Roos che saremmo andate a prenderlo, ma… forse, se
rimane a Orisima ancora per un po’, riuscirà a evitare la ca ura e a
imbarcarsi di nascosto sulla prossima nave per Mentendon»
proseguì Susa. «Potrebbero scambiarlo per un semplice colono. Non
è più vecchio di noi, Tané, e può darsi che non abbia nemmeno scelto
di essere qui. Non mi va di firmare la sua condanna a morte.»
«E allora non facciamolo. Che vada per la sua strada.»
«E il morbo rosso?»
«Non ha sintomi. Se davvero è ancora a Orisima, e non vedo come
potrebbe essere altrimenti, il contagio non andrebbe comunque
lontano.» Tané abbassò la voce. «Qualunque ulteriore relazione con
lui ci esporrebbe troppo, Susa. Tu l’hai condo o in un posto sicuro. Il
resto ora è nelle sue mani.»
«Ma se lo trovassero, potrebbe dire di noi» bisbigliò Susa.
«E chi gli crederebbe?»
Susa fece un respiro profondo, e parve rilassarsi un pochino.
Squadrò Tané dall’alto in basso.
«A quanto pare ne è valsa la pena.» Le brillavano gli occhi,
quando sorrideva così. «La Cerimonia è stata all’altezza dei tuoi
q
sogni?»
Il bisogno di parlarne montava dentro di lei ormai da ore. «Meglio
ancora. I draghi erano stupendi» rispose Tané. «Li hai visti?»
«No, dormivo» ammise Susa. Probabilmente aveva passato la
no e in bianco. «Quanti cavalieri selezioneranno quest’anno?»
«Dodici. L’onorevole Eterno Imperatore ci ha inviato due grandi
guerrieri.»
«Non ho mai visto un drago lacustrino. Sono diversi dai nostri?»
«Hanno il corpo più grosso e un artiglio in più. Cavalcare con loro
sarebbe un vero privilegio.» Tané si fece più vicina all’amica so o
l’ombrello. «Devo diventare cavaliere, Susa. Mi sento in colpa a
desiderarlo così ardentemente dopo tu e le benedizioni che ho già
avuto, ma…»
«È il tuo sogno fin da quando eri piccola. Sei ambiziosa, Tané, non
devi fartene una colpa.» Susa rimase un a imo in silenzio. «Hai
paura?»
«Certo.»
«Bene. La paura ti aiuterà a comba ere. Non lasciare che quello
stronze o di Turosa abbia la meglio su di te, chiunque sia sua
madre.» Tané le lanciò uno sguardo di rimprovero, ma poi sorrise.
«Dài, ora devi sbrigarti. E ricorda, non importa quanto lontano
volerai, io rimarrò per sempre tua amica.»
«Lo stesso vale per me.»
Il cancello della locanda si aprì di sca o, facendole trasalire.
«Susa» chiamò la bambina. «Devi rientrare adesso.»
Susa lanciò un’occhiata alla casa. «Devo andare.» Rivolse uno
sguardo incerto a Tané. «Vi è concesso ricevere le ere?»
«Vorrei vedere.» Tané non aveva mai sentito di un guardiano che
avesse mantenuto amicizie tra i civili, ma sperava che loro due
avrebbero costituito un’eccezione. «Ti prego, Susa, sta’ a enta.»
«Sempre.» Il suo sorriso si fece esitante. «Non sentirai troppo la
mia mancanza. Una volta lassù, in cima alle nuvole, ti sembreremo
tu i insignificanti.»
«Ovunque sarò,» disse Tané «rimarrò al tuo fianco.»
Susa aveva rischiato ogni cosa che aveva per un sogno non suo.
Quel genere di amicizia si trovava una sola volta nella vita. A volte
g
mai.
La spazio intorno alle ragazze si addensò di ricordi, e
all’improvviso non fu solo la pioggia a rigare le loro guance. Magari
Tané sarebbe tornata a Capo Hisan come guardiana della costa
orientale, o forse Susa sarebbe andata a trovarla, ma per una volta in
vita sua Tané si ritrovò senza certezze. I loro cammini si stavano
separando e, a meno che il drago non decidesse il contrario,
avrebbero potuto non incontrarsi mai più.
«Qualunque cosa succeda, se qualcuno dovesse associarti al
forestiero, vieni di corsa a Ginura» mormorò Tané. «Vieni a cercarmi,
Susa. Ti proteggerò per sempre.»

A Orisima, in una stanza troppo angusta per essere definita


laboratorio, Niclays Roos studiava una fiala alla luce tremolante
della lanterna. L’etiche a logora recitava: EMATITE . Immergersi
anima e corpo nella Grande Opera era la cosa migliore, l’unica che
potesse aiutarlo a togliersi il forestiero dalla testa.
Non che l’opera, grande o piccola, stesse dando chissà quali
risultati. Era pericolosamente a corto di ingredienti e gli strumenti
alchemici a sua disposizione erano vecchi almeno quanto lui, ma
prima di richiedere altre scorte voleva concedersi un ultimo
tentativo. Il governatore di Capo Hisan era comprensivo, e tu avia
la sua generosità spesso veniva tenuta a freno dal Signore della
Guerra, che sembrava a conoscenza di tu o ciò che avveniva a Seiiki.
Il Signore della Guerra era una figura quasi leggendaria. La sua
famiglia era salita al potere in seguito al Grande Cordoglio, subito
dopo la caduta della Casata imperiale di Noziken. Di lui Niclays
sapeva solo che abitava in un castello a Ginura. Ogni anno la vicaria
di Orisima veniva scortata lassù dentro un palanchino blindato per
rendergli omaggio, offrire doni da Mentendon e riceverne altri in
cambio.
Niclays era l’unico abitante dell’avamposto a non essere mai stato
invitato ad accompagnarla. I compatrioti mentesi gli riservavano un
tra amento civile, ma lui era il solo a trovarsi sull’isola in esilio. Il
fa o che nessuno di loro sapesse perché, poi, non bastava a
renderglieli più simpatici.
A volte gli veniva voglia di dire la verità, solo per godersi la loro
reazione. Rivelare che era lui l’alchimista che era stato capace di
convincere la giovane regina di Inys dell’esistenza di un elisir di
lunga vita, grazie al quale si sarebbe liberata una volta per tu e del
problema del matrimonio e della procreazione. Era lui il farabu o
che aveva sperperato il tesoro di Berethnet per finanziare anni e anni
di ipotesi, esperimenti e dissolutezza.
Quale orrore avrebbe le o nei loro volti. Quale disgusto per la sua
mancanza di virtù. Non avevano idea che persino il giorno del suo
arrivo a Inys, dieci anni prima, pur covando nell’intimo un
concentrato di dolore e rabbia, in un anfra o nascosto del cuore si
manteneva fedele ai principi dell’alchimia. Distillazione, Creazione,
Sublimazione: le uniche divinità che avrebbe mai invocato. Non
avevano idea che ogni volta che sudava davanti al crogiolo alla
ricerca di un modo per restituire il corpo alla gloria della giovinezza,
tentava anche di dissolvere la lama di risentimento che gli si era
piantata nel fianco. La stessa che alla fine l’aveva distolto dal crogiolo
per spingerlo nell’oblio confortante del vino.
Entrambe le imprese si erano rivelate fallimentari. E Sabran
gliel’aveva fa a pagare.
Non con la vita, però. Secondo Leovart avrebbe dovuto essere
eternamente grato per la cosidde a misericordia di Sua Ostilità.
Certo, Sabran non si era presa la sua testa… ma tu o il resto sì. E
adesso eccolo lì, intrappolato ai confini del mondo, circondato da
gente che lo disprezzava.
Che chiacchierassero pure. Se l’esperimento avesse funzionato, si
sarebbero presentati tu i alla sua porta a mendicare l’elisir. Con la
lingua stre a tra i denti, rovesciò l’ematite nel crogiolo.
Neanche fosse stata polvere da sparo! Prima che potesse
impedirlo, la sostanza prese a bollire, quindi traboccò, andando a
rovesciarsi sul tavolo in una nube di fumo maleodorante.
Niclays sbirciò disperato nel calderone: non era rimasto che un
residuo catramoso incrostato sul fondo. Con un sospiro si pulì le
lenti dalla fuliggine. Più che all’elisir di lunga vita, la sua creazione
assomigliava al contenuto di un vaso da no e.
L’ematite non era la soluzione. E d’altra parte, nulla gli assicurava
che quella fosse davvero ematite. Panaya si era fidata della parola di
un mercante, e se c’era una cosa per cui i mercanti non erano celebri
era proprio l’onestà.
Che se ne vada pure tu o al Senza Nome. Avrebbe rinunciato a quello
stupido elisir se ci fosse stato un altro modo di comprarsi il ritorno in
Occidente e fuggire una volta per tu e dall’isola.
Non che avesse intenzione di darlo a Sabran, ovvio. Lei poteva
pure crepare. Ma qualsiasi regnante ne fosse venuto a conoscenza
avrebbe fa o in modo di riportarlo a Mentendon e assicurargli
un’esistenza di agi e ricchezze. Da parte sua, Niclays si sarebbe
assicurato che Sabran capisse di cosa era capace e, quando lei fosse
andata a supplicarlo per un assaggio di eternità, negarglielo sarebbe
stato un piacere celestiale.
Ma quel lieto giorno era ancora lontano. Gli sarebbero servite le
costose sostanze che i governanti lacustrini ormai morti da tempo
avevano adoperato per prolungarsi la vita, come oro, orpimento e
piante rare. Anche se la maggior parte di loro, tentando di vivere per
sempre, aveva finito per avvelenarsi, c’era la possibilità che le antiche
rice e per l’elisir accendessero in lui una scintilla di ispirazione.
Era di nuovo tempo di scrivere a Leovart e chiedergli di blandire
il Signore della Guerra con una bella le era. Solo un principe poteva
convincerlo a cedere il suo oro per fonderlo.
Niclays si scolò il tè freddo, sognando di poter bere qualcosa di
più forte. La vicaria di Orisima gli aveva impedito di frequentare la
birreria, accordandogli due misere coppe di vino a se imana. Le
mani gli avevano tremato per mesi.
Tremavano anche ora, ma non per la sete di oblio. Ancora
nessuna notizia di Triam Sulyard.
Le campane ripresero a suonare. I Guardiani dei Mari dovevano
essere sul punto di partire per la capitale, mentre gli altri apprendisti
erano già in viaggio verso l’Isola delle Piume, un territorio impervio
sperduto nel Mare Lucente dove erano custoditi secoli di conoscenza
sulla stirpe dei draghi. Niclays aveva scri o più volte al governatore
p g y p g
di Capo Hisan per chiedergli il permesso di recarsi laggiù, ma le sue
richieste erano sempre state duramente respinte. L’Isola delle Piume
era interde a agli stranieri.
Potevano essere proprio i draghi la chiave per la sua opera.
Vivevano per migliaia di anni, dunque doveva esserci qualcosa nei
loro corpi che li aiutava a rigenerarsi.
Ma non erano più come in passato. I draghi delle leggende
orientali possedevano poteri straordinari, come mutare forma o la
capacità di realizzare i sogni. L’ultima occasione in cui avevano dato
prova di questi doni risaliva agli anni immediatamente successivi al
Grande Cordoglio. Quella no e il cielo era stato a raversato da una
cometa e mentre tu e le viverne del mondo erano sprofondate nel
sonno, i draghi dell’Est si erano ritrovati più forti che mai.
Ma ora il loro potere tornava a vacillare. Eppure vivevano. L’elisir
incarnato.
Non che quella teoria fosse di grande aiuto per Niclays. Al
contrario, prenderne a o spingeva il suo lavoro in un vicolo cieco.
Gli isolani veneravano i loro draghi come dèi e di conseguenza il
commercio di qualunque sostanza da loro derivata veniva punito
con una morte particolarmente lunga e orrenda. I pirati erano gli
unici a correre quel rischio.
Con un mal di testa da far digrignare i denti, Niclays riemerse dal
laboratorio. Ebbe appena il tempo di fare un passo sulle stuoie che
trasalì.
Triam Sulyard sedeva accanto al focolare, fradicio fino al midollo.
«Per i… gingilli del Santo» esclamò Niclays. «Sulyard!»
Il ragazzo parve risentirsi. «Non dovreste nominare le parti intime
del Santo.»
«Chiudi la bocca» lo interruppe Niclays, col cuore che gli
scoppiava nel pe o. «Parola mia, sei un bastardo fortunato. Se hai
scovato una via di fuga da questo posto, dimmela subito.»
«Ho cercato di andarmene» rispose Sulyard. «Pensavo di evitare
le guardie uscendo di nascosto, ma ce n’erano altre al cancello,
quindi mi sono tuffato in acqua e ho aspe ato so o il ponte che quel
cavaliere orientale se ne andasse.»
«Il Sovrintendente non è un cavaliere, idiota.» Niclays non
riusciva più a tra enere la frustrazione. «Per il Santo, perché
accidenti sei tornato qui? Cosa avrò mai fa o per meritarmi questo?
Tu, che ti presenti qui me endo a repentaglio quella parvenza di vita
che mi è rimasta…» Si interruppe. «Anzi, no, non dirmelo.»
Sulyard taceva. Niclays gli passò accanto come una furia e si mise
ad armeggiare con il fuoco.
«Do or Roos,» disse il giovane in tono esitante «coma mai
Orisima è così sorvegliata?»
«Perché gli stranieri non possono me ere piede a Seiiki, pena la
morte. E a loro volta i Seiikinesi non possono andarsene.» Niclays
appese la pentola al gancio sospeso sul focolare. «Ci fanno stare qui
per il bene del commercio, per carpire tu o il possibile del sapere
mentese e perché il Signore della Guerra possa avere una vaga
impressione di ciò che accade al di là dell’Abisso, ma non possiamo
uscire da Orisima o diffondere eresie tra i Seiikinesi.»
«Eresie come le Sei Virtù?»
«Esa o. Inoltre, comprensibilmente, accusano i forestieri di
diffondere la peste draconica… il morbo rosso, come lo chiamano
qui. Se ti fossi preso la briga di informarti prima di venire…»
«Ma se chiedessimo aiuto ci darebbero senza dubbio ascolto»
replicò Sulyard convinto. «Anzi, mentre mi nascondevo ho pensato
che avrei potuto lasciare che mi trovassero e farmi portare nella
capitale.» Non parve notare l’espressione inorridita di Niclays. «Io
devo conferire con il Signore della Guerra, do or Roos. Se solo
voleste ascoltare il motivo per cui sono qui…»
«Come ti ho de o,» sbo ò Niclays «i tuoi propositi non mi
interessano, mastro Sulyard.»
«Ma Virtudom è in pericolo. Il mondo intero è in pericolo» insisté il
ragazzo. «La regina Sabran ha bisogno del nostro aiuto.»
«Minacce gravi, eh?» Tentò di non sembrare troppo speranzoso.
«Questioni di vita o di morte?»
«Proprio così, do ore. E io conosco il modo di salvarla.»
«La donna più ricca d’Occidente, venerata in tre paesi, ha bisogno
che uno scudiero le salvi la vita. Affascinante.» Niclays sospirò.
«D’accordo, Sulyard, hai vinto. Come intendi so rarre la regina
Sabran a tale imprecisato pericolo? Illuminami.»
«Intercedendo per lei qui in Oriente» rispose Sulyard,
determinato. «Il Signore della Guerra di Seiiki deve inviare i suoi
draghi in aiuto di Sua Maestà. Lo convincerò io a farlo. Deve aiutare
Virtudom a distruggere le bestie draconiche prima che siano del
tu o sveglie. Prima che…»
«Un momento» lo interruppe Niclays. «Stai forse dicendo che
vorresti… un’alleanza tra Inys e Seiiki?»
«Non solo tra Inys e Seiiki, do or Roos. Tra Virtudom e
l’Oriente.»
Niclays lasciò alle parole il tempo di cristallizzarsi. Gli tremavano
gli angoli della bocca, e mentre Sulyard manteneva un contegno
grave e solenne, rovesciò indietro la testa e scoppiò in una sonora
risata.
«Oh, splendido, davvero. Magnifico» commentò. Sulyard lo
fissava. «Oh, Sulyard. Qui le occasioni per farsi qua ro risate sono
così poche che devo ringraziarti.»
«Non c’è niente da ridere, do or Roos» replicò stizzito il ragazzo.
«E invece sì, mio caro. Credi davvero che per revocare il
Grand’Edi o, una legge in vigore da cinque secoli, basti una parolina
gentile? Sei proprio un ragazzino.» Niclays fece un’altra risatina. «E
chi ti appoggia in tale gloriosa impresa?»
Sulyard sbuffò. «So che vi prendete gioco di me, signore,» disse
«ma non posso perme ervi di parlare così della mia signora. Non
posso fare il suo nome, ma per lei sarei disposto a dare la vita mille
volte. È la luce dei miei occhi, l’aria che respiro, il sole che…»
«D’accordo, d’accordo, ho afferrato il conce o. E non ha voluto
accompagnarti a Seiiki?»
«Avevamo stabilito di venirci insieme. Ma quest’inverno, durante
una visita a mia madre, ho conosciuto per caso una marinaia di
Altarocca che mi ha offerto un posto su una nave dire a qui.»
Proseguì il racconto, con le spalle sempre più curve. «Ho inviato a
corte un biglie o per la mia amata… e prego che possa capire e
perdonarmi.»
Niclays era tagliato fuori dai pe egolezzi di corte ormai da
tempo, e la bramosia con cui li ascoltava la diceva lunga sul livello
della sua noia. Versò due tazze di tè di salice e si accomodò sulle
stuoie con la gamba dolorante tesa davanti a sé. «Immagino che
questa dama sia la tua promessa sposa.»
«La mia compagna.» Un sorriso affiorò sulle labbra screpolate del
giovane. «Ci siamo scambiati i voti.»
«Con la benedizione di Sabran, suppongo.»
Sulyard avvampò. «Non… non abbiamo chiesto il permesso di
Sua Maestà. Nessuno sa di noi.»
Era più coraggioso del previsto. Sabran, a differenza della
scomparsa regina madre, che aveva un debole per le belle storie
d’amore, puniva duramente i matrimoni clandestini.
«La tua signora deve avere origini davvero umili se tu hai dovuto
sposarla in segreto» ponderò Niclays.
«Al contrario! Vanta nobili natali! Ed è dolce quanto il miele più
pregiato, bella come una foresta d’autun…»
«Per il Santo, risparmiami. Mi scoppia la testa.» Veniva da
chiedersi come Sabran avesse potuto tenerselo intorno senza fargli
strappare la lingua. «Quanti anni hai esa amente, Sulyard?»
«Dicio o.»
«Un uomo fa o, dunque. Abbastanza maturo da sapere che non
tu i i sogni vanno inseguiti, sopra u o non quelli concepiti tra le
lenzuola. Se il Sovrintendente ti avesse trovato, saresti finito dal
governatore di Capo Hisan. Non dal Signore della Guerra.» Niclays
bevve un sorso di tè. «A questo punto devo chiedertelo, Sulyard. Se
sai che la regina Sabran è in pericolo, un pericolo tale da necessitare
del soccorso di Seiiki, cosa di cui dubito… allora perché non l’hai
avvertita?»
Sulyard esitò.
«Sua Maestà, purtroppo per lei, nutre una profonda sfiducia nei
confronti degli orientali» disse alla fine «e gli orientali sono gli unici
che possono aiutarci. Anche quando verrà informata della minaccia,
cosa che senza dubbio accadrà presto, l’orgoglio le impedirà di
chiedere soccorso qui a Est. Se solo potessi parlare a suo nome al
Signore della Guerra, Truyde dice che lei potrebbe…»
g y p
«Truyde.»
La mano che reggeva la tazza prese a tremare.
«Truyde» ripeté in un sussurro. «Non… non sarà Truyde u
Zeedeur. Figlia di Lord Oscarde.»
Sulyard era pietrificato.
«Do or Roos,» supplicò, dopo un’agonia di balbe ii «deve
rimanere un segreto.»
Prima di potersi tra enere, Niclays scoppiò in un’altra risata,
questa volta a raversata da una nota di follia.
«Oh, oh,» ululò «sei davvero uno spasso, mastro Sulyard! Prima
sposi in segreto la marchesa di Zeedeur, rischiando di distruggerle la
reputazione. Quindi la abbandoni e, per finire, ti lasci sfuggire il suo
nome davanti a un uomo che conosceva assai bene suo nonno.»
Niclays si asciugò le lacrime con la manica, mentre Sulyard
sembrava sul punto di svenire. «Ah, te lo meriti tu o il suo amore.
Cosa può esserci ancora… hai lasciato la tua adorata in dolce
a esa?»
«No, no…» il ragazzo strisciò verso di lui. «Vi imploro, do or
Roos, non denunciate il nostro crimine. Non mi merito il suo amore,
però… la amo davvero. Con tu o il cuore.»
Niclays, disgustato, lo allontanò con una pedata. Era un insulto al
suo di cuore che Truyde avesse scelto come compagno quel pallido
ragazzino inysh.
«Lei non la denuncerò, sta’ pure tranquillo» disse con un
sogghigno che parve accrescere l’angoscia di Sulyard. «È l’erede del
Ducato di Zeedeur, sangue del Va en. Speriamo che un giorno sposi
qualcuno dotato di spina dorsale.» Il ragazzo tornò al suo posto. «E
poi, anche se scrivessi al principe Leovart per informarlo che Lady
Truyde ha fa o un matrimonio sconveniente, il viaggio in nave
sopra l’Abisso richiederebbe se imane. E per allora lei si sarà già
dimenticata della tua esistenza.»
Sulyard, tra i singhiozzi, riuscì a dire: «Il principe Leovart è
morto».
L’Illustre Principe di Mentendon. L’unico che avesse mai aiutato
Niclays da quand’era a Orisima.
«Il che spiega come mai ignori le mie le ere.» Niclays si portò la
tazza alla bocca. «Quando è successo?»
«Meno di un anno fa, do or Roos. Una viverna ha rido o in
cenere il suo rifugio di caccia.»
La notizia provocò a Niclays una fi a di dolore. La vicaria di
Orisima doveva esserne al corrente, e aver deliberatamente scelto di
non informarlo.
«Capisco» disse. «E chi governa Mentendon adesso?»
«Il principe Aubrecht.»
Aubrecht. Niclays lo ricordava come un giovano o schivo,
interessato unicamente ai libri di preghiere. Anche se alla morte di
suo zio Edvart aveva ormai raggiunto l’età giusta, era stato deciso
che il potere sarebbe andato a Leovart, a sua volta zio di Edvart, in
modo che potesse mostrare al sensibile Aubrecht la via del governo.
Naturalmente, una volta seduto sul trono, Leovart aveva fa o di
tu o per non scenderne mai più.
Ma ora Aubrecht occupava il suo posto legi imo. Se intendeva
controllare Mentendon, gli sarebbe servita una volontà davvero di
ferro.
Prima di trovarsi risucchiato nel vortice dei ricordi, Niclays smise
di pensare a casa. Sulyard, il viso ancora chiazzato di rosso, lo stava
fissando.
«Sulyard,» disse Niclays «tornatene a casa. Imbarcati di nascosto
sulla prossima nave mentese. Torna da Truyde e scappate alla
Laguna del La e, o… ovunque vadano gli innamorati di questi
tempi.» Sulyard aprì la bocca, ma lui non gli diede il tempo di
replicare. «Fidati di me. Qui ad a enderti c’è solo la morte.»
«Ma il mio compito…»
«Non tu i siamo in grado di portare a termine le nostre Grandi
Opere.»
Sulyard sprofondò nel silenzio. Niclays si levò gli occhiali per
pulirseli con la manica.
«Non amo la tua regina. Al contrario, francamente la disprezzo.»
A quelle parole Sulyard trasalì. «Ma dubito davvero che Sabran
vorrebbe vedere uno scudiero dicio enne morire per lei.» La sua
voce venne scossa da un tremito. «Devi andartene, Triam. E devi
dire a Truyde da parte mia di sme erla di lasciarsi coinvolgere in
faccende che potrebbero condurla alla rovina.»
Sulyard abbassò gli occhi.
«Perdonatemi, do or Roos, ma non posso» disse. «Devo restare.»
Niclays gli lanciò un’occhiata stanca. «E per fare cosa?»
«Troverò il modo di esporre il mio caso al Signore della Guerra…
ma senza comprome ervi ulteriormente.»
«La tua presenza qui è già abbastanza comprome ente da farmi
rischiare la testa.»
Sulyard non commentò, ma tenne la mascella serrata. Niclays
strinse le labbra.
«Mi sembri un uomo devoto, mastro Sulyard» disse. «Ti consiglio
di pregare. Prega che le sentinelle si tengano alla larga da casa mia
fino all’arrivo della nave mentese, lasciandoti il tempo di venire a più
miti consigli. E chissà, se sopravviviamo ai prossimi giorni potrei
persino tornare a pregare anch’io.»
6
Occidente

Quando disdegnava la Sala dei Banche i, vale a dire molto spesso, la


regina di Inys cenava nell’Anticamera. Quella sera Ead e Linora
erano state invitate a unirsi a lei, un onore solitamente riservato alle
tre persone con cui la sovrana condivideva anche la camera da le o.
Margret non era venuta, aveva una delle sue emicranie. Trita-
cranio, le definiva. Di solito non perme eva che intralciassero il
lavoro, ma ultimamente la preoccupazione per Loth la stava
consumando.
Malgrado il caldo estivo, il camine o dell’Anticamera era acceso.
Nessuno aveva ancora rivolto la parola a Ead.
A volte aveva la sensazione che fiutassero la puzza dei suoi
segreti, che sapessero che non era venuta a corte per fare la dama di
compagnia.
Che fossero a conoscenza del Priorato.
«Cosa ne pensi degli occhi, Ros?»
Sabran fissò il minuscolo ritra o che aveva in mano. Le due
donne se l’erano passato avanti e indietro per tu a la sera,
esaminandolo fin nel minimo de aglio. Roslain Crest lo prese e lo
studiò di nuovo con a enzione.
La Prima Gentildonna dell’Anticamera, legi ima erede del
Ducato di Giustizia, era nata solo sei giorni prima di Sabran. Aveva
capelli folti e scuri come melassa, pelle diafana, occhi blu cobalto.
Sempre abbigliata all’ultima moda, aveva trascorso la vita intera al
servizio della regina. Sua madre era stata a propria volta Prima
Gentildonna di Rosarian.
«Li trovo gradevoli, Maestà» concluse Roslain. «Gentili.»
«A me sembrano un pizzico troppo vicini» commentò Sabran. «Mi
ricordano quelli di un ghiro.»
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Linora si abbandonò a una risatina squillante.
«Meglio un ghiro di una bestia più invadente» disse Roslain alla
regina. «Se lo sposerete, dovrà avere ben chiaro qual è il suo posto.
Non è lui a discendere dal Santo.»
Sabran le diede un colpe o sulla mano. «Come fai a essere sempre
tanto saggia?»
«Ascolto ciò che dite voi, Maestà.»
«Ma non ciò che dice tua nonna, almeno a questo proposito.»
Sabran la guardò. «Lady Igrain crede che Mentendon sarebbe un
peso per Inys. E che Lievelyn non dovrebbe commerciare con Seiiki.
Dice che lo farà presente al prossimo ritrovo del Concilio delle
Virtù.»
«La mia stimabile nonna si preoccupa per voi, il che la rende fin
troppo prudente.» Roslain si sede e al suo fianco. «So che
preferirebbe il Capoclan di Askrdal. Lui è ricco e devoto, un
candidato più affidabile. E trovo comprensibili anche le sue riserve
su Lievelyn…»
«Ma…?»
Roslain fece un sorriso vago. «Ma io sono del parere che
dovremmo dare una possibilità a questo nuovo Principe Rosso.»
«Concordo.» Katryen, adagiata su una panca, sfogliava una
raccolta di poesie. «Potete contare sul Concilio delle Virtù per la
vostra protezione, ma in faccende come queste fidatevi delle vostre
damigelle.»
Di fianco a Ead, Linora si beveva ogni parola di quella
conversazione in religioso silenzio.
«Madonna Duryan,» la interpellò all’improvviso la regina «qual è
la tua opinione circa l’aspe o del principe Aubrecht?»
Tu i gli occhi si puntarono su Ead, che posò con calma il coltello.
«Domandate la mia opinione, Maestà?»
«A meno che non ci sia un’altra madonna Duryan nella stanza.»
Nessuno rise. La stanza si immerse nel silenzio quando Roslain
consegnò il ritra o nelle mani di Ead.
Ead valutò il Principe Rosso. Zigomi alti. Lucidi capelli ramati.
Sopracciglia folte sopra occhi molto scuri, che creavano un bel
contrasto con il pallore dell’incarnato. La curvatura della bocca gli
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conferiva forse un’aria troppo seria, ma nel complesso il suo volto
era piacevole.
D’altronde i ritra i non erano sempre veritieri: l’artista poteva
essere stato eccessivamente generoso.
«Lo trovo abbastanza piacente» concluse.
«Un elogio piu osto vago.» Sabran bevve un sorso di vino. «Sei
un giudice più severo rispe o alle mie altre dame, madonna Duryan.
Gli uomini dell’Ersyr sono forse più a raenti del principe?»
«Sono diversi, Maestà.» Ead fece una breve pausa, poi disse:
«Somigliano meno ai ghiri».
La regina la fissò intensamente, col volto privo di espressione. Per
un a imo Ead teme e di essersi spinta troppo oltre, e l’occhiataccia
di Katryen non fece che rafforzare il sospe o.
«Sei lesta di lingua come di piedi.» La regina di Inys si lasciò
cadere contro lo schienale. «Abbiamo avuto poche occasioni di
parlare da quando ti sei trasferita a corte. È stato molto tempo fa se
non sbaglio… sei anni.»
«O o, Maestà.»
Ora fu Roslain a fulminarla con lo sguardo: non si contraddice la
discendente del Santo.
«Ma certo, o o» si limitò ad assentire Sabran. «E dimmi,
l’ambasciatore uq-Ispad ti scrive mai?»
«No, non spesso, mia signora. Sua Eccellenza è molto impegnato
in altre questioni.»
«Come l’eresia.»
Ead abbassò gli occhi. «L’ambasciatore è un seguace devoto del
Cantore dell’Alba, Maestà.»
«A differenza di te» disse Sabran. Ead inclinò il capo. «Lady
Arbella Glenn sostiene di vederti spesso al santuario.»
Come Arbella Glenn potesse aver trasmesso tale informazione
costituiva un mistero, dal momento che Ead non l’aveva mai vista
aprire bocca.
«La do rina delle Sei Virtù è magnifica, Maestà» rispose Ead. «E
l’unica in cui si possa credere, avendo tra noi la dire a discendente
del Santo.»
Mentiva, naturalmente. La sua vera fede, quella verso la Madre,
ardeva in lei più che mai.
«Nell’Ersyr si racconteranno le gesta delle mie antenate» disse
Sabran. «Sopra u o della Donzella.»
«Proprio così, mia signora. Viene ricordata in Meridione come la
donna più saggia e altruista del suo tempo.»
Cleolind Onjenyu veniva anche ricordata in Meridione come la
più grande guerriera del suo tempo, ma gli Inysh non ci avrebbero
mai creduto. Preferivano pensare che avesse avuto bisogno di essere
salvata.
Per Ead, Cleolind non era affa o la Donzella.
Cleolind era la Madre.
«Lady Oliva dice sempre che madonna Duryan ha un vero talento
per le storie» intervenne Roslain, scoccandole un’occhiata gelida.
«Perché non ci racconti quella della Donzella e del Santo così come
viene narrata al Sud, madonna?»
Ead avvertì il tranello. Di rado gli Inysh erano interessati ad
ascoltare nuovi punti di vista, figuriamoci quando si tra ava della
loro leggenda più sacra. Roslain voleva me erla in difficoltà.
«Mia signora,» replicò Ead «il mio racconto non sarebbe
all’altezza di quello del Sanctarian. Inoltre, lo ascolteremo
domani…»
«Lo ascolteremo adesso» la interruppe Sabran. «Ci sarà di
conforto, dati i nuovi risvegli di viverne.»
Il fuoco crepitava nel camino. Con gli occhi fissi sulla regina, Ead
percepì una strana tensione, come se ci fosse un filo tirato tra di loro.
Alla fine, andò a sedersi sulla sedia presso il focolare. Il posto
riservato alle storie.
«Come desiderate.» Si lisciò la gonna sulle ginocchia. «Da dove
comincio?»
«Dalla nascita del Senza Nome» disse Sabran. «Da quando il
grande nemico emerse dal Monte dei Lamenti.»
Katryen prese la mano della regina. Ead fece un bel respiro per
calmare i nervi. Raccontare la versione reale della storia l’avrebbe
condo a dri a al rogo.
Meglio optare per quella che le propinavano tu i i giorni al
santuario, la versione a brandelli.
La storia a metà.
«Un Utero di Fuoco arde so o la superficie terrestre» iniziò. «Più
di mille anni fa, il magma contenuto al suo interno si mescolò, dando
vita a una bestia di inenarrabile potenza… come una lama che
prende forma nella fucina. Il suo la e erano le fiamme dell’Utero, e
la sua sete inestinguibile. Bevve finché persino il cuore gli divenne di
brace.»
Katryen venne scossa da un brivido.
«Ben presto questa creatura, chiamata wyrm, fu troppo grande
per stare nell’Utero. Inoltre era impaziente di provare le sue nuove
ali. Trovata una via di fuga, sfondò la cima della montagna mentese
che prende il nome di Monte dei Lamenti, provocando un diluvio di
fuoco fuso. Lampi vermigli illuminarono il monte, mentre sulla ci à
di Gulthaga calavano le tenebre e i gli abitanti morivano soffocati dai
fumi nocivi.
«La smania di conquista del wyrm era inarrestabile. Volò verso
sud, a Lasia, dove la Casata di Onjenyu era al comando di un grande
impero, e si stabilì vicino alla capitale Yikala.» Ead si inumidì la gola
con un sorso di birra. «Questa creatura senza nome recava con sé
un’atroce mala ia, un morbo sconosciuto agli umani. Il sangue di chi
la contraeva prendeva a bruciare, e il malato veniva indo o al
delirio. Nel tentativo di placare la creatura, il popolo di Yikala
inviava pecore e buoi, ma il Senza Nome non era mai sazio. Bramava
carne più dolce… carne umana. Così, ogni giorno, si tirava a sorte
per chi dovesse essere sacrificato.»
La stanza era immersa nel silenzio.
«All’epoca Lasia era so o il comando di Selinu, Illustre
governatore della Casata di Onjenyu. Un giorno toccò a sua figlia, la
principessa Cleolind, essere scelta per il sacrificio.» Ead pronunciò il
nome della fanciulla in tono basso, reverenziale. «Per quanto suo
padre offrisse oro e gioielli, supplicandoli di scegliere qualcun’altra, i
sudditi furono irremovibili. Da parte sua, Cleolind si fece avanti con
grande dignità, perché sapeva che era la cosa più giusta.
«Quello stesso giorno giunse a Yikala un cavaliere originario delle
Isole di Inysca. All’epoca quelle isole erano vessate dalla guerra e
dalla superstizione, il potere era in mano ai signori locali e il popolo
so omesso a una strega malvagia. Eppure vi abitavano molti uomini
valorosi, devoti alle Virtù del Cavalierato. Quest’uomo in
particolare» aggiunse Ead «si chiamava Sir Galian Berethnet.»
L’Impostore.
Così era conosciuto in molte zone di Lasia, anche se Sabran non
ne aveva idea.
«Sir Galian era venuto a conoscenza della minaccia che gravava su
Lasia, e desiderava offrire i suoi servigi a Selinu. Portava una spada
di straordinaria bellezza; Ascalon era il suo nome. Quando giunse
nei pressi di Yikala, scorse tra gli alberi una fanciulla in lacrime, e le
chiese cosa la turbasse tanto. Gentile cavaliere, rispose Cleolind, avete
un cuore nobile, ma per il vostro stesso bene è meglio che mi lasciate alle
preghiere, giacché il wyrm reclama la mia vita.»
L’idea di parlare della Madre a quel modo, come se fosse una
ragazzina svenevole, disgustava Ead.
«Il cavaliere» continuò «si commosse fino alle lacrime. Dolce
fanciulla, rispose, preferirei affondare la lama nel mio stesso cuore
piu osto che vedere il vostro sangue versato. Se il vostro popolo si
affiderà alle Virtù del Cavalierato e se voi confiderete in me
concedendomi la vostra mano, scaccerò per sempre la bestia da
queste terre. Fu tale la sua promessa.»
Ead fece una pausa per riprendere fiato. All’improvviso avvertì in
bocca uno strano sapore.
Il sapore della verità.
Si ritrovò a dire: «Cleolind, offesa da quelle parole, intimò al
cavaliere di andarsene. Ma Sir Galian non si dava per vinto. Deciso a
conquistare la glori per sé, egli…».
«No» la interruppe Sabran. «Cleolind, lusingata da quelle parole,
acce ò l’offerta del cavaliere.»
«In Meridione la raccontano diversamente.» Ead sollevò le
sopracciglia, mentre il cuore le impazziva nel pe o. «Lady Roslain
mi ha chiesto…»
«E ora la tua regina ti chiede altrimenti. Racconta il seguito nella
versione del Sanctarian.»
«Sì, mia signora.»
Sabran annuì, invitandola a procedere.
«Mentre si ba eva con il Senza Nome,» disse Ead «Sir Galian
rimase gravemente ferito. Ciononostante, dando prova di
sovrumano coraggio, trovò la forza di infilzare il mostro con la sua
spada. Il Senza Nome, debole e sanguinante, ba é in ritirata
tornando a rifugiarsi nell’Utero di Fuoco, dove rimase fino ai nostri
giorni.»
Ead sentiva lo sguardo di Sabran fisso su di sé.
«Sir Galian tornò con la principessa alle Isole di Inysca,
radunando lungo il cammino un Seguito di Santi Cavalieri. Venne
incoronato re di Inys, un nuovo nome per un nuovo inizio. La sua
prima volontà fu rendere le Virtù del Cavalierato l’unica religione
ammessa. Costruì una capitale, cui diede il nome della spada che
aveva ferito la creatura, e lì convolò a felici nozze con la regina
Cleolind. Dopo un anno nacque una bambina. Re Galian, il Santo,
giurò al suo popolo che fintanto che la sua discendenza fosse rimasta
sul trono di Inys, il Senza Nome non sarebbe tornato.»
Una bella favola, quella che gli Inysh amavano raccontarsi ancora
e ancora. Ma non era la vera storia.
Quello che non sapevano era che ad aver cacciato il Senza Nome
era stata proprio Cleolind, e non Galian.
Non sapevano nulla dell’albero delle arance.
«Cinquecento anni dopo,» continuò Ead a voce più bassa «la
crepa nel Monte dei Lamenti si aprì di nuovo, e da essa uscirono altri
wyrm. Prima vennero i cinque Grandi dell’Ovest, le più imponenti e
crudeli fra tu e le creature draconiche. A guidarli era Fýredel, il più
fedele alleato del Senza Nome. Poi vennero i loro servitori, le
viverne, ognuna delle quali brucia del fuoco dei cinque Grandi. Le
viverne posero i loro nidi in cima alle montagne e nelle gro e.
Dall’unione tra loro e gli uccelli nacquero le coccatrici, da quella con
i serpenti i basilischi e gli anfi eri, da quella con i buoi gli ofitauri,
da quella con i lupi gli iaculi. In questo modo si costituì l’Armata
Draconica.
«Fýredel voleva riuscire laddove il Senza Nome aveva fallito:
desiderava soggiogare il genere umano. Per più di un anno l’Armata
Draconica imperversò per il mondo. Molti potenti reami crollarono a
quel tempo, cui venne dato il nome di Era Dolente. Ma Inys, re a da
Glorian Terza, era ancora in piedi quando una cometa sfrecciò nel
cielo e l’esercito nemico ripiombò nel suo sonno secolare, me endo
fine a terrore e massacri. E fino a oggi il Senza Nome è rimasto nel
suo sepolcro al centro della terra, incatenato dal santo sangue dei
Berethnet.»
Silenzio.
Ead poggiò le mani intrecciate in grembo e sostenne lo sguardo di
Sabran. L’espressione della regina era indecifrabile.
«Lady Oliva ha ragione» disse la sovrana alla fine. «Hai davvero
un talento per i racconti… ma sospe o che tu, in vita tua, abbia
sentito molte storie e poche verità. Ti consiglio di ascoltare
a entamente al santuario.» Posò la coppa sul tavolo. «Sono stanca
ora. Buonano e, signore.»
Ead si alzò, seguita a ruota da Linora. Fecero la riverenza e
uscirono.
«Sua Maestà non era contenta» commentò seccata Linora appena
furono fuori portata d’orecchi. «Hai iniziato a raccontare così bene,
perché mai hai dovuto dire che la Donzella respinse il Santo? Nessun
Sanctarian ha mai sostenuto nulla di simile. Che idea!»
«Se davvero Sua Maestà era scontenta, me ne dispiaccio.»
«Potrebbe non invitarci più a cenare con lei.» Linora sbuffò.
«Avresti almeno potuto scusarti. Forse dovresti essere più devota al
Cavaliere di Cortesia.»
Dopodiché, per fortuna, Linora si rinchiuse in un silenzio offeso e
arrivate davanti alla stanza di Ead le due ragazze si separarono.
All’interno, Ead accese un paio di candele. La camera era piccola,
ma almeno era tu a sua.
Slacciò le maniche della veste e si tolse la pe orina. Poi fu la volta
della so ogonna, del paniere e, finalmente, del corse o.
La no e era ancora giovane. Ead si sede e allo scri oio ed
estrasse dal casse o il libro che aveva preso dalla stanza di Truyde
u Zeedeur. Non sapeva leggere quella lingua, ma aveva
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riconosciuto la filigrana di una stamperia mentese. Doveva risalire
all’Era Dolente, quando ancora i testi orientali non erano proibiti a
Virtudom. Truyde era un’aspirante eretica, dunque, affascinata dalle
terre dove i draghi si crogiolavano nell’idolatria umana.
Sul risguardo del volume, in inchiostro più nuovo, c’era una firma
svolazzante.
Niclays.
Mentre si pe inava i capelli, Ead si sforzò di ricordare. Si tra ava
di un nome abbastanza comune a Mentendon, ma ai tempi del suo
arrivo a corte era sicura che ci fosse un certo Niclays Roos. Laureato
in anatomia a pieni voti all’Università di Brygstad, correva voce che
praticasse l’alchimia. Le pareva di ricordare un uomo allegro e
paffuto, gentile con lei anche quando tu i gli altri non lo erano. Si
era messo nei guai ed era stato allontanato da Inys, ma la precisa
natura dell’incidente era un segreto ben custodito.
In silenzio, si mise in ascolto del proprio corpo. L’ultima volta il
tagliagole gliel’aveva quasi fa a, arrivando a un soffio dalla Stanza
del Baldacchino. Non aveva avvertito lo sfarfallio dell’incantesimo
scudo finché non era quasi stato troppo tardi.
Il suo siden si stava indebolendo. Gli scudi che ne aveva ricavato
avevano tenuto Sabran al sicuro per anni, ma ora si stavano
esaurendo come lo stoppino di una candela. Siden, il dono
dell’albero delle arance, un incanto nato da fuoco, legno e terra.
Nella loro stoltezza, gli Inysh l’avrebbero definito stregoneria, ma i
loro pregiudizi sulla magia nascevano dal terrore per ciò che non
riuscivano a comprendere.
Era stata Margret a spiegarle l’avversione degli Inysh per le arti
occulte. Su queste isole circolava la leggenda, ancora raccontata ai
bambini del Nord, di una figura nota come Dama dei Boschi. Il suo
vero nome era stato dimenticato da tempo, ma l’orrore generato dai
suoi sortilegi era penetrato a fondo nelle ossa degli Inysh
tramandandosi di generazione in generazione. Persino Margret,
lucidissima so o molti altri aspe i, ne parlava a fatica.
Ead sollevò una mano. Chiamò a raccolta il potere, e scintille
dorate le crepitarono tra le dita. A Lasia, dove poteva stare vicina
all’albero delle arance, il siden le sfavillava nelle vene come cristallo
fuso.
Ma poi la Priora l’aveva mandata lì per prendersi cura di Sabran.
Se gli anni di lontananza avessero finito per estinguere il suo potere
per sempre, la regina sarebbe diventata vulnerabile; l’unico modo
per assicurarle protezione sarebbe stato dormire al suo fianco. Ma
solo alle Ancelle del Baldacchino era concesso, e Ead era ben lontana
dal diventare una favorita.
Durante la cena, nel raccontare la storia aveva perso la sua solita
compostezza. Gli anni le avevano insegnato le regole del gioco:
ripetere le menzogne degli Inysh e recitare le loro preghiere. Ma farsi
portavoce di quella versione falsata del racconto era chiederle
troppo. E benché l’a eggiamento di sfida rischiasse di
comprome ere la sua scalata a corte, non poteva dire di esserne
pentita.
Tenendo so obraccio il volume e il plico di le ere, Ead salì sulla
sedia e fece scorrere di lato un riquadro della pannellatura istoriata
del soffi o, quindi nascose gli ogge i nella cavità che c’era dietro,
accanto all’arco. Quando ancora era una semplice damigella d’onore,
aveva so errato quell’arco nei giardini dei vari palazzi in cui la corte
si spostava, ma era sicura che qui non l’avrebbe trovato nessuno,
nemmeno il Rapace No urno.
Prima di andare a dormire, tornò al tavolino per scrivere un
messaggio in codice a Chassar, in cui gli riferiva del nuovo a acco
alla regina e di come fosse riuscita a sventarlo.
Chassar aveva promesso di rispondere alle sue le ere, ma finora
non l’aveva mai fa o, nemmeno una volta in o o anni.
Piegò la le era. Per ordine del Rapace No urno, il Mastro delle
Poste l’avrebbe le a, non trovandoci altro che vuoti convenevoli.
Solo Chassar poteva intuire il senso di quelle parole.
Bussarono alla porta.
«Madonna Duryan?»
Ead indossò la veste da camera e aprì il chiavistello. La ragazza
sulla soglia portava la spilla col libro alato: una domestica di Seyton
Combe.
«Sì?»
«Buonasera, madonna Duryan. Sono qui per informarvi che il
Primo Funzionario vorrebbe fissare un incontro con voi, domani alle
nove e mezzo» disse la ragazza. «Vi scorterò io alla Torre
Alabastrina.»
«Solo io?»
«Lady Katryen e Lady Margret sono già state interrogate
quest’oggi.»
La mano di Ead si strinse sulla maniglia. «Di questo si tra a,
dunque. Un interrogatorio.»
«Così ho capito.»
Chiudendosi la veste sul pe o, Ead disse: «Molto bene. È tu o?».
«Sì. Buonano e, madonna.»
«Buonano e.»
Quando la domestica se ne fu andata, il corridoio ripiombò
nell’oscurità. Ead chiuse la porta e ci appoggiò la fronte contro.
Avrebbe trascorso un’altra no e insonne.

La Rosa Eterna, inclinata dal vento dell’Est, dondolava sull’acqua. Era


su quel veliero che avrebbero compiuto la traversata per Yscalin.
«Questa sì che è una nave» dichiarò Kit mentre si avvicinavano.
«Me ne potrei innamorare, se fossi una nave anch’io.»
Loth non poteva dargli torto. Nonostante i segni delle mille
ba aglie, la Rosa rimaneva magnifica… e colossale. Persino durante
le visite alla marina militare con Sabran, non aveva mai posato gli
occhi su niente di tanto immenso come quel veliero. Vantava la
bellezza di centoo o cannoni, un rostro spaventoso e ben dicio o
vele, tu e decorate con la Vera Spada, l’emblema di Virtudom. La
bandiera a estava la sua appartenenza alla flo a di Inys: un altro
modo per dire che la condo a dell’equipaggio, per quanto dissoluta,
era approvata da Sua Maestà.
La polena a immagine di Rosarian Quarta, devotamente lucidata,
sporgeva a prua. Capelli neri e pelle diafana, occhi dello stesso verde
dei vetri sulla spiaggia, al posto delle gambe una coda da sirena
dorata.
Loth ricordava con affe o la regina Rosarian. La regina madre,
come la si chiamava ora che era morta, aveva spesso accompagnato
lui, Sabran e Roslain a giocare nei fru eti. Era una donna più dolce
di Sabran, incline al gioco e alla risata in un modo che sua figlia non
avrebbe mai compreso.
«Una vera bellezza, sicuro» commentò Gautfred Plume, il
timoniere, un nano di origine lasiana. «Ma a enzione, neanche
paragonabile alla donna che la donò al mio capitano.»
«Oh, giusto.» Kit si tolse il cappello piumato. «Possa riposare per
sempre tra le braccia del Santo» aggiunse, rivolto alla polena.
Plume sbuffò. «La regina Rosarian aveva lo spirito di una sirena. È
tra le braccia del mare che dovrebbe riposare.»
«Per il Santo, che magnifica frase. A proposito, i tritoni esistono
sul serio? Ne avete mai visto qualcuno nelle vostre traversate
sull’Abisso?»
«No. Orche, piovre giganti e balene ne ho viste, ma delle sirene
nemmeno il cappello.»
Kit era deluso.
I gabbiani volavano in cerchio nel cielo striato di nubi. Il porto di
Altarocca, come sempre, si preparava al peggio. I pontili tremavano
so o il peso dei soldati armati di mosche o. Sulla spiaggia schiere
minacciose di catapulte e cannoni caricati a palle incatenate si
alternavano a mantelle i, e gli arcieri stavano all’erta sulle torri di
controllo, pronti a dare il segnale al primo fruscio di ali o
avvistamento di nave nemica.
Al di sopra di tu o questo, aggrappata all’orlo della scogliera,
sorgeva la ci adina. Doveva il proprio nome alla doppia pia aforma
su cui era stata costruita proprio a metà della parete di roccia. Due
file di scalini rozzi e pericolanti collegavano gli edifici ammassati
come uccelli sopra un ramo alla cima della scogliera e alla spiaggia.
Kit era rimasto stregato dalla sua precarietà («Per il Santo, gli
archite i dovevano essere davvero brilli!»), ma Loth ne era
angosciato. Altarocca dava l’impressione di poter essere spazzata via
dalla prima burrasca.
Eppure la ammirò a lungo, imprimendosela nella memoria.
Quella poteva essere l’ultima volta che posava lo sguardo su Inys, il
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luogo dove aveva trascorso tu a la vita.
Trovarono Gian Harlowe nella sua cabina, immerso nella scri ura
di una le era. Il favorito della regina madre era diverso da come
Loth se l’era immaginato: dietro la barba appena fa a e i polsini
inamidati, nascondeva qualcosa di sinistro. Teneva le mandibole
serrate come una tagliola.
Quando li vide entrare sollevò il volto scuro, bu erato dal vaiolo.
«Gautfred.» Un raggio di sole colpì la sua chioma color peltro.
«Suppongo che questi siano… i nostri ospiti.»
Per quanto il suo accento fosse marcatamente inysh, Kit aveva
parlato di origini remote. La leggenda voleva infa i che discendesse
dal popolo di Carmentum, una repubblica del Meridione un tempo
prospera e poi caduta in rovina nell’Era Dolente. I pochi
sopravvissuti al disastro si erano sparsi per il mondo.
«Sì» disse Plume con aria stanca. «Lord Arteloth Beck e Lord
Kitston Glade.»
«Kit» ci tenne a puntualizzare l’interessato.
Harlowe appoggiò la penna sul tavolo. «Miei signori,» li apostrofò
freddamente «vi do il benvenuto a bordo della Rosa Eterna.»
«Grazie per averci riservato due cabine con così poco preavviso,
capitano Harlowe» disse Loth. «La nostra è una missione di vitale
importanza.»
«E di vitale segretezza, mi è stato de o. Strano che se ne occupi
l’erede di Betulladorata in persona.» Harlowe studiò l’espressione di
Loth. «All’alba salperemo per il porto yscal di Perunta. L’equipaggio
non è abituato ad avere gentiluomini tra i piedi, dunque sarà più
facile per tu i se ve ne rimarrete nei vostri alloggi durante la
traversata.»
«O imo» concordò Kit. «Buona idea.»
«Ah, io di buone idee ne ho in abbondanza» continuò il capitano.
«Siete mai stati a Yscalin prima d’ora?» Dato che entrambi scossero
la testa, chiese: «Chi di voi ha offeso il Primo Funzionario?».
Più che vederlo, Loth sentì che Kit lo stava indicando.
«Lord Arteloth!» Harlowe proruppe in una risata amara. «E dire
che sembrate un tipo rispe abile. Dovete aver fa o qualcosa di
tremendo se Sua Grazia non vuole rivedervi mai più.» Il capitano si
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appoggiò allo schienale della sedia. «Immagino sappiate che ora la
Casata di Vetalda è apertamente fedele al potere draconico.»
Loth rabbrividì. La notizia che nell’arco di pochi anni un intero
paese fosse passato da adorare il Santo a venerare il suo più grande
nemico aveva scosso profondamente l’intera Virtudom.
«Sono tu i suoi seguaci?» domandò.
«Il popolo segue i de ami del re, ma ne soffre. Dai racconti degli
scaricatori di porto sappiamo che il morbo ha infe ato Yscalin.»
Harlowe riprese la penna. «A questo proposito, non aspe atevi che
l’equipaggio vi scorti fino a terra. Vi daremo una barca per
raggiungere Perunta.»
Kit deglutì rumorosamente. «E poi?»
«Laggiù vi a ende un emissario per condurvi a Cárscaro. State
tranquilli, la corte non è stata contagiata: i nobili hanno la fortuna di
potersi barricare nei loro palazzi in circostanze come questa»
commentò Harlowe. «Ma cercate comunque di non toccare nessuno.
Il ceppo più comune si trasme e col conta o della pelle.»
«Come lo sapete?» chiese Loth. «Sono secoli che non si verifica un
caso di peste draconica.»
«Nutro una vera passione per la sopravvivenza, Lord Arteloth. Vi
suggerisco di coltivare lo stesso interesse.» Il capitano si alzò in
piedi. «Mastro Plume, preparate la nave. Vediamo di far arrivare i
nostri gentiluomini vivi, per quanto una volta laggiù siano destinati
a morire.»
7
Occidente

La Torre Alabastrina era tra le più alte del Palazzo di Ascalon. Una
scala tortuosa portava alla Camera del Concilio, una stanza ampia e
rotonda con le finestre incorniciate da tende leggere.
Quando l’orologio ba é le nove e mezzo, Ead fu scortata alla
porta. Indossava la sua veste più elegante, a cui aveva abbinato una
modesta gorgiera e l’unico monile di sua proprietà.
Alla parete era appeso un ritra o del Santo, Sir Galian Berethnet,
antenato dire o di Sabran. Sollevata sul capo reggeva Ascalon, la
Vera Spada, nonché fonte di ispirazione per il nome della capitale.
A Ead sembrava un perfe o idiota.
Il Concilio delle Virtù si componeva di tre corpi. Il più potente era
quello dei Duchi Spirituali, discendenti da un membro del Santo
Seguito formato dai sei cavalieri di Galian Berethnet. Ciascuno di
loro era guardiano di una specifica Virtù. Subito dopo venivano i
Conti Provinciali, capi delle nobili famiglie che governavano le sei
province di Inys, quindi i Cavalieri Cade i, che non vantavano
sangue nobile.
Ora, a orno al tavolo che troneggiava in mezzo alla stanza, erano
riuniti qua ro membri del Concilio.
L’aralda ba é il bastone a terra.
«Madonna Ead Duryan» annunciò la donna. «Domestica
Ordinaria dell’Anticamera di Sua Maestà.»
A capotavola era seduta la regina di Inys, le labbra dipinte di
rosso scarla o.
«Madonna Duryan» la salutò.
«Maestà.» Ead fece la riverenza. «Vostre Grazie.»
«Siediti.»
Mentre prendeva posto, Ead con la coda dell’occhio scorse Sir
Tharian Lintley, capitano dei Cavalieri Prote ori, lanciarle un sorriso
rassicurante dalla sua postazione accanto alla porta. Come quasi tu i
i membri della Guardia Reale, Lintley era alto e robusto, e a corte
vantava un buon numero di ammiratrici. Era innamorato di Margret
dal giorno del suo arrivo e il sentimento era ricambiato, Ead ci
avrebbe giurato, ma li separava una differenza di posizione troppo
rilevante.
«Madonna Duryan» disse Lord Seyton Combe alzando le
sopracciglia. Il duca di Cortesia era seduto alla sinistra della regina.
«Non vi sentite bene?»
«Chiedo scusa, mio signore?»
«Avete gli occhi cerchiati.»
«Mi sento molto bene, Vostra Grazia. Solo un po’ stanca dopo la
frenesia della visita mentese.»
Combe la studiò da sopra il bordo della coppa. Il Primo
Funzionario non passava certo inosservato: sulla sessantina, occhi
tempestosi, pelle giallognola e una bocca quasi priva di labbra. Si
diceva che se al ma ino fosse stata ordita una congiura ai danni
della regina, per l’ora di pranzo Combe avrebbe messo i responsabili
sulla forca. Peccato che il capo dei tagliagole continuasse a sfuggirgli.
«Naturalmente. Una visita imprevista ma assai apprezzata.» Un
lieve sorriso affiorò alle labbra di Combe. Tu e le sue espressioni
erano lievi, come vino allungato con acqua. «Abbiamo già
interrogato molti domestici di Sua Maestà, ma ritenuto prudente
lasciare le ancelle per ultime per non distrarle durante la visita
mentese.»
Ead resse il suo sguardo. Combe poteva anche parlare la lingua
dei segreti, ma la verità era che i suoi non li conosceva.
Al fianco destro della regina sedeva Lady Igrain Crest, duchessa
di Giustizia. Era stata la principale consigliera di Sabran quando la
regina, alla morte di Rosarian, aveva ereditato il trono ancora
minorenne; a quanto pareva, era anche merito suo se la sovrana oggi
era un tale esempio di virtù.
«Ora che madonna Duryan è arrivata» disse, sorridendo a Ead
«forse possiamo cominciare.»
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Crest aveva gli stessi lineamenti aggraziati e gli stessi occhi blu
cobalto della nipote Roslain, ma i suoi capelli arricciati alle tempie
erano da tempo diventati argentei. Rughe quasi invisibili le
increspavano i lati delle labbra, pallide come il resto del viso.
«Ma certo» disse Lady Nelda Acquaferma. La duchessa di
Coraggio era una donna formosa, con la pelle marrone scuro e una
chioma di riccioli bruni. A orno al collo portava un monile di rubini
scintillanti. «Madonna Duryan, due no i fa è stato ritrovato il
cadavere di un uomo sulla soglia della Stanza del Baldacchino, con
in mano un pugnale di fa ura yscal.»
Una manosinistra, per la precisione: pugnali usati nei duelli al
posto degli scudi in modo da proteggere chi li brandiva grazie alla
loro ampia guardia, ma anche strumenti di morte. Tu i i tagliagole
ne avevano uno.
«Sembrava intenzionato a uccidere Sua Maestà,» dichiarò
Acquaferma, «ma è stato a sua volta ucciso.»
«Spaventoso» mormorò il duca di Generosità. Lord Ritshard Eller,
che doveva aver passato i novanta da un pezzo, si avvolgeva anche
in estate in pesanti pellicce. Da ciò che Ead aveva potuto constatare,
era pure uno sciocco bigo o.
Ostentò un’aria sorpresa. «Un altro tagliagole?»
«Sì» disse Acquaferma aggro ando le sopracciglia. «Come avrete
di certo sentito, è successo più volte nello scorso anno. Dei nove
aspiranti assassini riusciti a entrare nel Palazzo di Ascalon, cinque
sono stati uccisi prima ancora di venire arrestati.»
«Per quanto sembri assurdo» rifle é Combe «l’unica soluzione è
che sia stato un membro dell’Alta Servitù a uccidere la canaglia.»
«Un a o nobile» commentò Ead.
Crest sbuffò. «Non direi, mia cara» rispose. «Chiunque sia, questo
prote ore è a sua volta un assassino, e in quanto tale deve essere
smascherato.» Parlava con voce alterata dalla frustrazione. «Al pari
del tagliagole questa persona si è intrufolata negli appartamenti reali
eludendo non si sa come i Cavalieri Prote ori. Ha quindi commesso
un omicidio e lasciato il cadavere in bella vista per farlo trovare a
Sua Maestà. Aveva forse intenzione di spaventare a morte la nostra
regina?»
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«Immagino, Vostra Grazia, che il suo unico intento fosse impedire
che la regina venisse pugnalata a morte.»
Sabran sollevò un sopracciglio.
«Il Cavaliere di Giustizia disapprova qualunque spargimento di
sangue, madonna Duryan» disse Crest. «Se l’assassino dei tagliagole
fosse venuto da noi, avremmo potuto graziarlo, ma il fa o stesso di
rimanere nell’ombra rivela i suoi intenti malvagi. In ogni caso,
scopriremo di chi si tra a.»
«Stiamo cercando testimoni che possano aiutarci, madonna. Il
fa o è accaduto due no i fa, intorno a mezzano e» intervenne
Combe. «Diteci, avete visto o udito nulla di sospe o?»
«Nulla che mi venga in mente, Vostra Grazia.»
Sabran non aveva mai smesso di fissarla, e il suo sguardo
indagatore cominciava a far sudare Ead so o la gorgiera.
«Madonna Duryan,» disse Combe «finora siete sempre stata una
domestica fedele. Dubito fermamente che l’ambasciatore uq-Ispad
avrebbe introdo o a Sua Maestà una fanciulla meno che
impeccabile. Cionondimeno devo avvertirvi: il silenzio in questo
caso equivale al tradimento. Sapete nulla di questo tagliagole? Avete
sentito qualcuno esprimere ostilità per Sua Maestà, o sostegno per il
Regno Draconico di Yscalin?»
«No, Vostra Grazia,» rispose Ead «ma se mai mi giungeranno voci
simili, correrò immediatamente da voi.»
Combe e Sabran si scambiarono un’occhiata.
«Buona giornata, madonna» disse alla fine la regina. «Torna alle
tue mansioni.»
Ead fece la riverenza e uscì, mentre Lintley le chiudeva la porta
alle spalle.
Non c’erano guardie lì, aspe avano tu e in fondo alla torre. Ead
si premurò di camminare in modo ben percepibile, ma scesi i primi
gradini si arrestò.
Aveva un udito più sviluppato della media. Un beneficio della
magia che ancora persisteva nel suo sangue.
«… sembra sincera,» stava dicendo Crest «ma ho sentito che
alcuni Ersyri si cimentano nelle arti proibite.»
«Che sciocchezza» intervenne Combe. «Non crederete davvero a
quelle fandonie su alchimia e stregoneria.»
«In qualità di duchessa di Giustizia, è mio dovere considerare ogni
possibilità, Seyton. Sappiamo tu i che i tagliagole sono inviati di
Yscalin, certo… nessuno più degli Yscal brama la fine di Sua Maestà.
Ma non dobbiamo dimenticarci di questo prote ore, che si è rivelato
un assassino chiaramente esperto. Sarei molto curiosa di capire dove
ha imparato tale… arte.»
«Madonna Duryan è sempre stata una dama di corte diligente,
Igrain» disse Sabran. «Se non avete prove del suo coinvolgimento,
forse dovremmo passare ad altro.»
«Come preferite, Maestà.»
Ead si lasciò sfuggire un sospiro a lungo tra enuto.
Il suo segreto era al sicuro. Nessuno l’aveva vista intrufolarsi negli
appartamenti reali quella no e. Muoversi inosservata era un’altra
delle sue prerogative, perché al dono della fiamma si accompagnava
l’impalpabilità dell’ombra.
Rumori dal pianterreno, passi di soldati sulle scale. I Cavalieri
Prote ori impegnati nelle loro ronde.
Doveva spostarsi in un luogo più discreto per continuare a
origliare. Scese in fre a al piano inferiore e scivolò su un balcone.
«… vostro coetaneo, a de a di tu i molto piacevole e brillante,
oltre a essere un sovrano di Virtudom.» Combe. «Come sapete,
Maestà, le ultime cinque regine Berethnet hanno avuto consorti
inysh. Sono più di due secoli che non si celebrano unioni con
dinastie straniere.»
«Sembra che la cosa vi preoccupi, Vostra Grazia» commentò
Sabran. «Nutrite così poca fede nel fascino degli Inysh da
sorprendervi che le mie antenate li abbiano scelti come mariti?»
Risatine.
«Da appartenente alla categoria, perme etemi di contestare»
replicò flebilmente Combe. «Ma i tempi sono cambiati. Un’unione
tra casate è di vitale importanza. Ora che il nostro più antico alleato
ha tradito la vera fede, è nostro dovere mostrare al mondo la coesione
fra le altre tre nazioni che hanno giurato lealtà al Santo. Dobbiamo
far sapere che, qualunque cosa accada, nessuna di loro condividerà
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mai con Yscalin l’errata convinzione di un prossimo ritorno del
Senza Nome.»
«Una minaccia si cela nella loro richiesta» obie ò Crest. «Gli
orientali venerano i wyrm. Un’alleanza con i territori draconici
potrebbe alle arli.»
«Penso so ovalutiate il pericolo della cosa, Igrain» intervenne
Acquaferma. «Da quanto so, gli orientali temono ancora
grandemente il morbo draconico.»
«Lo stesso valeva per Yscalin un tempo.»
«Quel che è certo» tagliò corto Combe «è che non possiamo
perme erci alcun segno di debolezza. Decidendo di sposare
Lievelyn, Maestà, dimostrerete che l’Armatura di Virtudom non è
mai stata tanto robusta.»
«Il Principe Rosso commercia con gli adoratori di draghi» disse
Sabran. «Sarebbe senz’altro poco avveduto da parte nostra concedere
un’implicita approvazione a una tale pratica. Ora più che mai. Non
siete d’accordo, Igrain?»
A quelle parole, Ead non riuscì a tra enere un sorriso. La regina
aveva già trovato da ridire sul nuovo pretendente.
«Per quanto generare un’erede il prima possibile sia il principale
compito di una Berethnet, sono effe ivamente d’accordo, Maestà.
Saggia osservazione» aggiunse Crest in tono materno. «Lievelyn non
è degno della progenie del Santo. I suoi rapporti con Seiiki ge ano
un’ombra sull’intera Virtudom. Mostrarci tolleranti nei confronti di
una simile eresia potrebbe anzi incoraggiare i seguaci del Senza
Nome. E non dimentichiamo che Lievelyn è stato fidanzato della
Donmata Marosa, a uale erede di un territorio draconico. Non si
può escludere che tra i due ci sia ancora qualche simpatia.»
Un Cavaliere Prote ore passò davanti alla porta del balcone. Ead
si appia ì contro la parete.
«Il fidanzamento è stato ro o nel momento esa o in cui Yscalin ha
tradito la fede» borbo ò Combe. «E per quanto riguarda la tra a con
l’Oriente, la Casata di Lievelyn non commercerebbe con Seiiki se non
fosse più che necessario. Il Va en avrà pure portato Mentendon sulla
re a via, ma l’ha anche rido a sul lastrico. Se offrissimo ai Mentesi
un’alleanza con condizioni vantaggiose in vista di un’unione
matrimoniale tra casate, forse la tra a potrebbe essere interro a.»
«Mio caro Seyton, a spingere i Mentesi non è il bisogno, ma
l’avidità. Loro vogliono mantenere il monopolio sulla tra a orientale.
Inoltre, non possiamo certo pensare di sostentarli per sempre» disse
Crest. «No, non ha più senso discutere di Lievelyn. Un’unione assai
più proficua, che vi raccomando da molto tempo, Maestà, è quella
con l’Illustre Capoclan di Askrdal. Dobbiamo mantenere ben saldi i
legami con Hróth.»
«Ma ha se ant’anni!» replicò sgomenta Acquaferma.
«E Glorian Cuore Invi o non sposò forse Guma Vetalda, che ne
aveva se antaqua ro?» si intromise Eller.
«Certo che sì, ed ebbero una bimba sana e forte.» Crest pareva
soddisfa a. «Askrdal porterà al reginato la saggezza e l’esperienza
che Lievelyn, principe di un giovane regno, non possiede.»
Dopo una pausa, Sabran chiese: «Non ci sono altri pretendenti?».
Seguì un lungo silenzio. «Le voci della vostra familiarità con Lord
Arteloth si sono diffuse, Maestà» spiegò Eller in tono tremulo.
«Qualcuno arriva a credere che voi due vi siate segretamente spos…»
«Risparmiatemi questi volgari pe egolezzi, Vostra Grazia. E
quanto a Lord Arteloth,» continuò Sabran «ha lasciato la corte senza
ragione né preavviso. Non voglio sentirne parlare.»
Un altro silenzio carico di tensione.
«Maestà,» disse Combe «secondo i miei mormoratori Lord
Arteloth si è imbarcato su una nave dire a a Yscalin, in compagnia
di Lord Kitston Glade. Deve aver scoperto che avevo intenzione di
inviare una spia alla ricerca di vostro padre… e ritenuto di essere
l’unico all’altezza di una missione tanto vicina al cuore di Vostra
Maestà.»
Yscalin.
Per un terribile istante, Ead non riuscì a respirare né a muoversi.
Loth.
«Potrebbe rivelarsi un bene» proseguì Combe nel silenzio
generale. «In assenza di Lord Arteloth le dicerie su un’eventuale
relazione tra voi si placheranno… inoltre è giunta l’ora di scoprire
cosa accade a Yscalin. E se il vostro illustre padre, il principe Wilstan,
è ancora tra noi.»
Combe mentiva. Loth non poteva aver scoperto per puro caso il
piano di inviare una spia a Yscalin e aver semplicemente deciso di
assumersene la responsabilità. La sola idea era assurda. Non solo
Loth non sarebbe mai stato tanto sprovveduto, ma il Rapace
No urno non avrebbe mai fa o trapelare un simile proge o.
Era tu o programmato.
«Qualcosa non quadra» disse Sabran alla fine. «Tanta imprudenza
non è da Loth. Per di più trovo assai difficile credere che nessuno di
voi abbia indovinato le sue intenzioni. Non siete forse i miei
consiglieri? Non dovreste avere occhi a ogni angolo della corte?»
Il silenzio che seguì era più denso del marzapane.
«Vi ho chiesto due anni fa di inviare qualcuno in soccorso di mio
padre, Lord Seyton» proseguì la regina a voce più bassa. «E mi avete
risposto che il rischio era troppo alto.»
«Allora era quello il mio timore, Maestà. Ma oggi ritengo sia un
rischio che vale la pena di correre in nome della verità.»
«La verità non vale Lord Arteloth.» La tensione era ben udibile
nella sua voce. «Manderete uno dei vostri a prenderlo e riportarlo
subito a Inys. Dovete fermarlo, Seyton.»
«Perdonatemi, Maestà, ma a quest’ora sarà giunto in territorio
draconico. Sarebbe impossibile mandarlo a prendere senza svelare a
Vetalda la sua presenza non autorizzata, che tra l’altro già
sospe eranno. Me eremmo la sua vita ancora più a repentaglio.»
Ead deglutì a fatica. Combe non si era limitato ad allontanare
Loth, l’aveva mandato in un luogo dove Sabran non aveva alcuna
influenza. Non c’era nulla che potesse fare laggiù. Non ora che
Yscalin si era trasformata in un nemico imprevedibile, capace di
capovolgere in un soffio un equilibrio già instabile.
«Maestà,» intervenne Acquaferma «capisco il vostro sconcerto
nell’apprendere la notizia, ma dobbiamo risolvere una volta per tu e
la questione dei pretendenti.»
«Sua Maestà ha già scartato Lievelyn» si intromise Crest.
«Dunque Askrdal è l’unico…»
«Devo insistere per riaprire la discussione, Igrain. Lievelyn è un
candidato migliore so o molti aspe i e pretendo sia almeno preso in
considerazione.» Per la foga, Acquaferma si mangiava le parole. «È
una faccenda delicata, Maestà, perdonatemi… ma dovrete avere
un’erede, e al più presto, per rassicurare i sudditi e dare continuità al
trono. L’urgenza sarebbe di gran lunga minore, se non fosse per i
ripetuti a entati alla vostra vita. Se soltanto voi aveste una figlia…»
«Grazie dell’interessamento, Vostra Grazia,» la interruppe Sabran
«ma sono ancora troppo scioccata dal cadavere che ho trovato
accanto al mio le o per pensare di utilizzarlo per una maternità.» Il
rumore di una sedia sul pavimento, seguita da altre qua ro. «Potete
interrogare Lady Linora a vostro piacimento.»
«Ma Maestà…» protestò Combe.
«Vado a desinare. Arrivederci.»
Ead rientrò e fu ai piedi della torre prima ancora che le porte della
Camera del Concilio si aprissero. A raversò il prato col cuore che le
martellava nel pe o.
Margret sarebbe stata devastata dalla notizia. Suo fratello era
troppo ingenuo, troppo gentile per insinuarsi come spia alla corte di
Vetalda.
Non sarebbe sopravvissuto a lungo.
Nella Torre della Regina, la servitù reale danzava all’inno
dell’aurora. Stallieri e cameriere facevano avanti e indietro per le
stanze, mentre dalla Cucina Privata giungeva il profumo del pane
che lievitava. Cercando di dissimulare la propria amarezza, Ead si
fece largo nella Sala delle Udienze, gremita come al solito di
questuanti in a esa della regina.
Mentre si avvicinava alla Stanza del Baldacchino, percepì
l’incantesimo scudo che vi aveva collocato. Erano disseminati per
tu o il palazzo come trappole. Aveva trascorso il primo anno a corte
coi nervi a fior di pelle: dormire le era quasi impossibile perché si
allertavano al primo movimento. Ma poi, poco per volta, aveva
imparato a riconoscere le sensazioni che le procuravano, e a
ordinarle come su un pallo oliere. Si era costre a ad allarmarsi solo
quando qualcosa non andava. O quando a corte giungeva uno
straniero.
Dentro la stanza, Margret stava disfacendo il le o mentre Roslain
Crest preparava alcune pezze di tela grezza. Sabran doveva essere
prossima al ciclo, promemoria mensile della mancanza di un’erede
nel suo utero.
Ead andò ad aiutare Margret. Per dirle di Loth avrebbe dovuto
a endere che fossero sole.
«Madonna Duryan» disse Roslain rompendo il silenzio.
Ead raddrizzò la schiena. «Mia signora.»
«Lady Katryen è indisposta stamane.» La Prima Gentildonna
a accò una delle pezze a una fusciacca di seta. «Assaggerai tu il cibo
di Sua Maestà.»
Margret si accigliò.
«Ma certo» rispose calma Ead.
Il castigo per aver dato una versione non conforme della storia del
Santo. Se le Ancelle del Baldacchino venivano grandemente
ricompensate per assumersi il rischio di assaggiare le pietanze reali,
per una semplice domestica si tra ava di una mansione ingrata oltre
che pericolosa.
Per Ead, tu avia, rappresentava anche un’opportunità.
Mentre si dirigeva al Solarium Reale, di opportunità se ne
presentò anche un’altra. Truyde u Zeedeur camminava dietro altre
due damigelle d’onore. Passandole accanto, Ead la trascinò in
disparte e le sussurrò nell’orecchio: «Vediamoci domani sera dopo le
orazioni, oppure farò in modo che Sua Maestà riceva le tue le ere».
Quando le altre damigelle si voltarono, Truyde sorrise come se
Ead le avesse appena raccontato una storiella buffa. Piccola volpe.
«Dove?» chiese, con le labbra ancora tirate.
«Alla Scala Privata.»
Si separarono.
Il Solarium Reale era una vera oasi di pace. Tre delle pareti
sporgevano dalla Torre della Regina, offrendo una vista mozzafiato
su Ascalon, capitale di Inys, e sul fiume che la a raversava. Colonne
di pietra e di fumo si innalzavano dalle sue strade. Più di
duecentomila anime consideravano quella ci à casa propria.
Ead ci andava di rado. Non era decoroso per una dama di corte
essere vista camminare nella sporcizia o contra are con i mercanti.
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Il sole allungava le ombre sul pavimento. Seduta al tavolo, si
intravedeva la silhoue e della regina, completamente sola fa a
eccezione per i due Cavalieri Prote ori all’ingresso. Quando Ead
fece per entrare, le sbarrarono la strada con le lance.
«Madonna,» disse uno «non spe a a voi servire il pasto a Sua
Maestà quest’oggi.»
Prima di darle il tempo di replicare, Sabran gridò: «Chi è?».
«Madonna Ead Duryan, Maestà. La vostra dama di corte.»
Silenzio, quindi: «Fatela passare».
Le guardie sca arono di lato. Camminando senza produrre il
minimo rumore, Ead si avvicinò alla regina.
«Ben ritrovata, Maestà.» Si inchinò.
Sabran era già tornata a immergersi tra le pagine dorate del suo
libro di preghiere. «Dovrebbe esserci Kate.»
«Lady Katryen è indisposta.»
«Ha dormito con me ieri no e. Lo saprei se fosse malata.»
«Me l’ha riferito Lady Roslain» disse Ead. «Se volete, assaggerò io
il vostro cibo quest’oggi.»
Non ricevendo risposta, Ead si sede e. Era abbastanza vicina alla
regina da sentire l’odore del pomo d’ambra che portava appeso al
collo, riempito con radici di giaggiolo e garofano. Secondo gli Inysh
quegli aromi tenevano lontane le mala ie.
Sede ero in silenzio per qualche tempo. Il pe o di Sabran si
alzava e abbassava a ritmo regolare, ma la mascella serrata tradiva la
sua rabbia.
«Maestà,» disse Ead alla fine «non vorrei essere indiscreta, ma
oggi non sembrate di o imo umore.»
«Sei indiscreta eccome. Il tuo compito è sincerarti che il mio cibo
non sia avvelenato, non fare considerazioni sul mio stato d’animo.»
«Perdonatemi.»
«Sono stata fin troppo tollerante con te» Sabran chiuse il volume
di sca o. «È chiaro che non sei abbastanza devota al Cavaliere di
Cortesia, madonna Duryan. Forse la tua conversione era una farsa.
Forse fingi di venerare il mio antenato, ma di nascosto sei seguace di
una qualche eresia.»
Era nella stanza da appena un minuto e già ecco le sabbie mobili.
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«Mia signora,» azzardò «la regina Cleolind, vostra antenata, era
principessa di Lasia.»
«Non ho certo bisogno che sia tu a ricordarmelo. Credi forse che
sia stupida?»
«Non mi perme erei mai» si affre ò Ead. Sabran spostò da un
lato il libro di preghiere. «La regina Cleolind aveva un cuore grande
e nobile. Non gliene si può fare una colpa se al momento della sua
nascita non sapeva nulla delle Sei Virtù. Chiamatemi ingenua, ma
ritengo che dovremmo compatire coloro che vivono nell’ignoranza
anziché punirli, e guidarli verso la luce.»
«Certo» replicò Sabran in tono asciu o. «La luce delle fiamme.»
«Se intendete mandarmi al rogo, mia signora, mi dispiace. Ho
sentito che noi Ersyri siamo ben poco infiammabili. Un po’ come la
sabbia del deserto, troppo abituati al sole per bruciare.»
La regina la squadrò a lungo, poi il suo sguardo si fissò sulla
spilla che portava appuntata alla veste.
«Hai scelto il Cavaliere di Generosità come patrono.»
Ead sfiorò il gioiello.
«Sì» rispose. «Come vostra damigella vi dono la mia fedeltà, mia
signora. E per donare bisogna essere generosi.»
«Generosità. Hai lo stesso Cavaliere patrono di Lievelyn»
mormorò Sabran, quasi a se stessa. «In effe i sei ben più altruista di
altre damigelle. Prima Ros, che ha insistito per rimanere incinta e poi
era troppo stanca per occuparsi di me, quindi Arbella, che non viene
più alle nostre passeggiate, e ora Kate, che si finge malata. Loro sì,
dimostrano ogni giorno di non aver scelto il Cavaliere di Generosità
come patrono.»
Ead sapeva che la regina era arrabbiata, eppure le ci volle un
notevole sforzo per non rovesciarle la coppa di vino in testa. Le
Ancelle del Baldacchino facevano sacrifici immani per assistere la
sovrana ventiqua r’ore su ventiqua ro. Assaggiavano il suo cibo e
provavano i suoi vestiti me endo a repentaglio le loro stesse vite.
Con tu a probabilità Katryen, una delle ragazze più desiderate a
corte, sarebbe rimasta nubile. Per non parlare di Arbella che, dopo
aver servito sia Sabran che sua madre, a se ant’anni suonati ancora
non si sognava di ritirarsi a vita privata.
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Ead stava pensando a cosa rispondere, ma l’arrivo del pasto la
salvò. Tra le damigelle d’onore che servivano a tavola c’era Truyde
u Zeedeur, che evitò per tu o il tempo lo sguardo di Ead.
Nel corso degli anni erano state molte le abitudini inysh a
lasciarla perplessa, ma non aveva mai trovato nulla di più assurdo
dei pasti regali. Per prima cosa alla regina veniva versato il vino di
sua scelta, quindi le venivano offerte non una, non due, bensì dicio o
portate diverse. Fe ine quasi trasparenti di carne arrosto. Avena
bollita nel la e con zucchero, uve a e spezie. Fri elle con miele nero,
burro di mele e uova di quaglia. Pesce del Rio Torto so o sale.
Fragoline di bosco su un le o di crema di neve.
Come al solito, Sabran scelse solo un pandorato, indicandolo con
un minimo cenno della testa.
Silenzio. Truyde fissava fuori dalla finestra. Una delle altre
damigelle, in preda al panico, le diede un colpe o col gomito per
richiamarla al dovere. Truyde raccolse la pagno a con un copripane
di lino e la depose sul pia o di Sua Maestà con una riverenza.
Un’altra damigella le servì un ricciolo di burro dolce.
Era il momento dell’assaggio. Con un sorrise o subdolo, Truyde
porse a Ead un coltello dal manico d’osso.
Per prima cosa, Ead bevve un sorso di vino, poi passò al burro.
Erano entrambi innocui. Quindi, tagliato un angolino di pagno a, lo
sfiorò con la punta della lingua. La Vedova le avrebbe informicolito
il palato, il dipsas inaridito le labbra, mentre la Polvere dell’Eternità
(il più raro tra tu i i veleni) avrebbe dato a ogni boccone un
retrogusto dolciastro.
Non sentì altro sapore che quello denso del pane. Fece scivolare il
pia o davanti alla regina e restituì il coltello dell’assaggio a Truyde,
la quale lo pulì prima di riavvolgerlo nel tovagliolo di lino.
«Lasciateci» ordinò Sabran.
Le damigelle si scambiarono un’occhiata. Di solito la regina
durante i pasti voleva essere intra enuta con chiacchiere e
divertimenti vari. Si inchinarono all’unisono e uscirono dalla stanza.
Ead fece per alzarsi dopo le altre.
«Tu no.»
Si sede e immediatamente.
Il sole era più alto adesso, riempiva di luce il Solarium Reale,
andando a rifle ersi sulla brocca di vino di rosa canina.
«Ultimamente Lady Truyde mi sembra distra a.» Sabran
continuava a guardare la porta. «Forse anche lei non sta bene, come
Kate. Ci si aspe a che le mala ie fiacchino la corte in inverno, non in
estate.»
«Senza dubbio una febbre da fieno, mia signora, nulla di più.
Anche se nel caso di Lady Truyde ritengo più probabile tra arsi di
nostalgia di casa» rispose Ead. «O… potrebbero essere pene d’amore,
come capita spesso alle giovani fanciulle.»
«Non sei abbastanza vecchia per questi discorsi. Qual è la tua
età?»
«Ho ventisei anni, Maestà.»
«Non molti meno di me, dunque. E tu soffri di pene d’amore,
come capita spesso alle giovani fanciulle?»
Pronunciata da un’altra bocca la domanda poteva suonare
maliziosa, ma gli occhi della regina rimasero freddi quanto le
gemme che portava al collo.
«Temo che un Inysh troverebbe difficile amare una persona che
un tempo osservava un’altra fede» rispose Ead dopo un a imo.
Sabran aveva sollevato un argomento delicato: il corteggiamento a
Inys era una questione di formalità.
«Sciocchezze» disse la regina, mentre un raggio di sole le
illuminava la chioma. «Ho saputo che sei vicina a Lord Arteloth. Lui
stesso mi ha riferito che vi scambiate doni a ogni Festa del
Sodalizio.»
«È così, mia signora» rispose Ead. «Siamo amici. Mi ha addolorato
sentire che ha lasciato la ci à.»
«Tornerà.» Sabran le rivolse uno sguardo indagatore. «Ti ha
corteggiata?»
«No» rispose sinceramente Ead. «Considero Lord Arteloth nulla
più che un caro amico. E anche se così non fosse, non sarei nella
posizione di sposare il futuro erede di Betulladorata.»
«Giusto. L’ambasciatore uq-Ispad mi aveva avvertita delle tue
umili origini.» Sabran bevve un sorso di vino. «Non sei innamorata,
dunque.»
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Una donna tanto pronta a insultare i suoi so oposti non poteva
che essere un facile bersaglio delle lusinghe. «No, mia signora» disse
Ead. «Non sono qui per perdere tempo nella ricerca di un
compagno, ma per servire la splendida regina di Inys. Per me è più
che sufficiente.»
Sabran non sorrise; la sua espressione, però, perse un po’ di
austerità.
«Forse mi accompagnerai tu a passeggiare nel Giardino Privato
domani» disse. «Se Lady Arbella non si sarà rimessa.»
«Come preferite, Maestà» disse Ead.

La cabina era grande appena per due cucce e. Un Mentese robusto


portò una brodaglia di carne affumicata, due pesce i minuscoli e del
pane di segale duro da scheggiare i denti. Kit arrivò a metà della sua
birra prima di fuggire sul ponte.
Dopo qualche tentativo col pane, Loth si diede per vinto. Era ben
lontano dai sontuosi banche i di corte, ma ora come ora il cibo
pessimo era l’ultimo dei suoi problemi. Combe lo stava mandando
alla rovina, per giunta senza motivo.
Aveva sempre saputo che il Rapace No urno aveva la capacità di
far scomparire le persone. Persone avvertite come una minaccia per
la Casata di Berethnet, che disonoravano la loro posizione o, al
contrario, ambivano a una fuori dalla loro portata.
Loth era a conoscenza delle dicerie che circolavano a palazzo
anche prima che Margret e Ead lo me essero in guardia. Voci
secondo cui aveva sedo o Sabran, o l’aveva sposata in segreto. Ora
che i Duchi Spirituali cercavano l’unione con una casata straniera il
pe egolezzo, per quanto infondato, rappresentava un ostacolo. Loth
era un problema, e Combe lo aveva risolto.
Doveva esserci un modo per comunicare con Sabran. Anche se
per adesso era meglio concentrarsi sull’immediato e capire come
diventare una spia a Cárscaro.
Strofinandosi la punta del naso, Loth ripensò a tu o ciò che
sapeva sul conto di Lord Wilstan Fynch.
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Da bambina, Sabran non era mai stata molto legata al padre. Agli
occhi di Loth, con il suo contegno militare, barba e capelli sempre
perfe amente in ordine, Fynch impersonava l’ideale della sua
antenata, venerata come Cavaliere di Temperanza. Al principe
consorte non era concesso tradire alcuna emozione, eppure aveva
dato prova di amare la sua famiglia e fa o in modo che Loth e
Roslain, gli amici più intimi di Sabran, se ne sentissero parte.
Il suo rapporto con Sabran era mutato nel momento in cui lei era
salita al trono. Padre e figlia avevano iniziato a leggere insieme nella
Biblioteca Privata, e lui le offriva consigli sugli affari di corte. La
morte della regina Rosarian aveva lasciato uno spazio vuoto in
entrambe le loro esistenze, e in quello spazio si erano finalmente
incontrati… a Fynch, però, non era bastato. Rosarian era stata la sua
stella guida e senza di lei si sentiva perso nella vastità della corte di
Inys. Aveva chiesto a Sabran il permesso di trasferirsi a Yscalin come
suo ambasciatore e da allora, a giudicare dalle sue frequenti le ere,
si era dimostrato felice di ricoprire quel ruolo. Sabran era sempre
impaziente di ricevere la posta da Cárscaro, dove la Casata di
Vetalda riuniva la sua festosa corte. Da parte sua, Loth immaginava
che fosse più semplice per Fynch seppellire il proprio dolore lontano
dalla dimora che aveva condiviso con Rosarian.
La sua ultima le era, però, era stata diversa dalle altre. Senza
troppi giri di parole, Fynch aveva de o a Sabran di sospe are il
coinvolgimento di Vetalda nella morte di Rosarian. Quelle erano
state le ultime tracce del duca di Temperanza per Inys; subito dopo i
colombi delle rocce provenienti da Cárscaro avevano portato la
notizia che Yscalin osannava il Senza Nome come unico dio e
padrone.
Loth intendeva scoprire cosa fosse successo alla ci à, le cause
della sua ro ura con Virtudom, e cosa ne fosse stato di Fynch. Ogni
informazione avrebbe avuto valore inestimabile nel caso in cui, come
Sabran temeva da tempo, Yscalin avesse dichiarato guerra alla
Casata di Berethnet.
Si asciugò la fronte. Sul ponte, Kit doveva abbrustolire come un
coniglio allo spiedo. Ora che ci pensava, Kit era lassù da un po’
troppo tempo.
pp p
Loth si alzò con un profondo sospiro. La porta non aveva
serratura ma, rifle é, nella cabina non c’era posto per i bauli di
vestiti e gli altri effe i personali che aveva trovato già pronti sulla
carrozza. Combe aveva di sicuro mandato i suoi a prepararli mentre
lui, ignaro nell’Anticamera, si godeva una cena tranquilla con Sabran
e Roslain.
Sul ponte l’aria era più fresca, una brezza leggera increspava le
onde. I marinai correvano di qua e di là intonando una canzone dal
ritmo troppo rapido e dal gergo troppo intriso di mare perché Loth
potesse capirla. Contrariamente a quanto aveva preannunciato
Harlowe, nessuno sembrò far caso a lui mentre saliva sul cassero di
poppa.
Lo Stre o del Cigno divideva il Reginato di Inys dal grande
continente che abbracciava l’Occidente e il Meridione. Persino in
piena estate era ba uto da raffiche di vento freddo provenienti dal
Mare Cinereo.
Trovò Kit abbarbicato al parape o a ripulirsi schizzi di vomito dal
mento. «Buona serata, messere.» Loth gli diede una pacca sulla
schiena. «Ti sei concesso un po’ troppo vino di contrabbando?»
Kit era pallido come un giglio. «Arteloth,» disse «non credo di
stare troppo bene, sai.»
«Ti serve una birra.»
«Non oso chiederla. È da quando sono quassù che strepitano in
questo modo.»
«Sono canti marinareschi» si intromise una voce roca.
Loth alzò lo sguardo. Appoggiata al parape o poco più avanti
c’era una donna con un cappello nero a tesa larga calcato in testa.
«Canti di lavoro.» Porse a Kit una fiasche a. «Aiutano i ramazzai
a passare il tempo.»
Kit svitò il tappo. «Avete de o ramazzai, madonna?»
«Quelli che puliscono il ponte.»
A giudicare dall’aspe o e dall’accento, si tra ava di una corsara di
Yscalin. Pelle olivastra, abbronzata e lentigginosa, capelli del colore
della birra, limpidi occhi ambrati so olineati da un’ombra leggera di
trucco nero, con una cicatrice appena so o il sinistro. Per gli
standard pirateschi era piu osto elegante: stivali lucidi, giustacuore
immacolato. Appeso al fianco portava uno stocco.
«Se fossi in voi, tornerei in cabina prima che faccia buio» suggerì.
«Buona parte della ciurma non ha molta stima dei signoro i come
voi. Plume li tiene a bada durante il giorno, ma insieme a lui vanno a
dormire anche le loro buone maniere.»
«Non credo di avere il piacere di conoscervi, madonna» disse Kit.
Il sorriso della donna si allargò. «E cosa vi fa pensare che per me
sarebbe un piacere, caro gentiluomo?»
«Be’, siete voi che avete iniziato la conversazione.»
«Forse mi annoiavo.»
«Forse ci dimostreremo interessanti.» Si produsse in uno dei suoi
bizzarri inchini. «Io sono Lord Kitston Glade, poeta di corte. Futuro
conte di Fontedimiele, con gran disappunto di mio padre. Lietissimo
di fare la vostra conoscenza.»
«Lord Arteloth Beck.» Loth fece un cenno col capo. «Erede del
conte e della contessa di Betulladorata.»
La donna sollevò un sopracciglio. «Estina Melaugo. Erede dei
miei stivali. Nostromo della Rosa Eterna.»
L’espressione di Kit lasciava intuire che avesse già sentito parlare
di quella donna. Loth preferì non indagare.
«E così» riprese Melaugo «siete dire i a Cárscaro.»
«Voi siete di lì, madonna?» chiese Loth.
«No. Vazuva.»
Loth la osservò bere da una bo iglia di vetro.
«Madonna,» disse dopo un po’ «forse voi potete raccontarci cosa
ci a ende alla corte di re Sigoso. Da due anni a questa parte si sa
molto poco di Yscalin.»
«Ne so quanto voi, mio signore. Sono scappata da Yscalin insieme
ad altri compagni il giorno in cui la Casata di Vetalda giurò fedeltà al
Senza Nome.»
Kit si inserì nella conversazione: «Molti dei fuggiaschi sono
diventati pirati?».
«Corsari, prego» specificò Melaugo con un cenno alla bandiera. «E
no. La maggior parte degli esuli si sono dire i a Mentendon o
nell’Ersyr, per ricominciare come meglio potevano. Ma non tu i
sono fuggiti.»
«È dunque vero che non tu i i sudditi di Yscalin sono seguaci del
Senza Nome?» le chiese Loth. «Che siano solo spaventati dal re o
impossibilitati a partire?»
«Probabile. Ora nessuno può uscire, e pochissimi possono entrare.
Cárscaro acce a ancora ambasciatori stranieri, e voi due ne siete la
dimostrazione, ma per quanto ne so io il resto del regno potrebbe
essere stato divorato dalla peste.» Un ricciolo le finì davanti agli
occhi. «Se mai ne uscirete vivi, dovete dirmi com’è diventata
Cárscaro. Ho sentito che poco prima della partenza degli uccelli c’è
stato un terribile incendio. È bruciata tu a la lavanda che cresceva
intorno alla capitale.»
Loth si sentiva ancora più nervoso di prima.
«Confesso di essere curiosa» proseguì Melaugo. «Perché mai la
vostra regina ha deciso di mandarvi in mezzo a quel delirio?
Credevo foste uno dei suoi favoriti, Lord Arteloth.»
«Non è stata la regina Sabran a mandarci, madonna,» spiegò Kit
«ma l’orrido Seyton Combe.» Sospirò. «Non ha mai apprezzato la
mia poesia, sapete. E solo un bruto senz’anima può disprezzare la
poesia.»
«Ah, il Rapace No urno» disse Melaugo con una risatina. «Degno
famiglio della regina.»
Loth fu preso in contropiede. «Cosa intendete?»
«Per il Santo.» Kit, al contrario, sembrava affascinato. «Eretica
oltre che pirata. Volete forse dire che la regina Sabran è una specie di
strega?»
«Corsara. E abbassate la voce.» Melaugo si lanciò un’occhiata alle
spalle. «Non fraintendetemi, miei signori. Non ho niente contro la
regina Sabran, ma provengo da una zona assai superstiziosa di
Yscalin e, insomma, i Berethnet hanno qualcosa di strano. Una sola
figlia per ogni regina, sempre una femmina, sempre identiche l’una
all’altra… non lo so. Si potrebbe chiamare stregoneria o…»
«Ombra!»
Melaugo si voltò di sca o. L’urlo proveniva dalla coffa.
«Un’altra viverna» mormorò la donna. «Chiedo scusa.»
Si aggrappò a una cima e cominciò a salire. Kit corse al parape o.
«Viverne? Non ne ho mai vista una.»
«E non vuoi vederla» disse Loth. Aveva la pelle d’oca. «Non è
posto per noi, Kit. Vieni, torniamo so ocoperta prima che…»
«Aspe a.» Kit, coi riccioli impazziti nel vento, strizzò gli occhi.
«Lo vedi anche tu, Loth?»
Loth scrutò circospe o l’orizzonte. Il sole basso e vermiglio era
quasi accecante.
Melaugo stava appesa a una grisella, con il cannocchiale a accato
all’occhio. «Madre dei…» Lo abbassò per poi rialzarlo subito.
«Plume, ma è… non credo ai miei occhi…»
«Cos’è?» gridò il timoniere. «Estina?»
«È un… è un Grande dell’Ovest» urlò lei con voce roca. «Un
Grande dell’Ovest!»
Quelle parole ebbero l’effe o di una scintilla. In un secondo
l’ordine si trasformò in caos e Loth sentì le gambe diventargli di
pietra.
Un Grande dell’Ovest.
«Pronti con gli arpioni e le palle incatenate» strillò una Mentese.
«Preparatevi al calore! E che nessuno a acchi se prima non si muove
lui!»
Quando lo vide, Loth gelò fino al midollo. Non si sentiva più le
mani né la faccia.
Impossibile, eppure eccolo lì.
Un wyrm. Un mostruoso wyrm a qua ro zampe, più di sessanta
metri dal grugno alla coda.
Non era una giovane viverna a caccia di bestiame. Un esemplare
come quello non si vedeva da secoli, dall’ultimo periodo dell’Era
Dolente. La più potente delle creature draconiche. I Grandi
dell’Ovest erano i più aggressivi tra tu i i draghi e i temibili capi
della loro stirpe.
Uno di loro si era risvegliato.
La bestia planò sopra la nave. Mentre passava, Loth riuscì a
sentire persino l’odore del caldo che irradiava, il tanfo di fumo e
zolfo.
Le fauci simili a una gigantesca tagliola, i tizzoni ardenti degli
occhi si impressero per sempre nella sua memoria. Fin da bambino
aveva sentito storie, guardato le spaventose illustrazioni che si
annidavano nei bestiari… ma nemmeno i suoi incubi peggiori
avevano mai evocato una creatura tanto terrificante.
«Non a accate!» gridò ancora la Mentese. «Fermi!»
Loth preme e la schiena contro l’albero maestro.
Non poteva negare ciò che aveva davanti agli occhi. La bestia
poteva anche non avere le scaglie rosso sangue del Senza Nome, ma
era della stessa pasta.
I marinai si muovevano come formiche impazzite, ma il wyrm
sembrava avere un altro obie ivo in mente. Volò sopra lo Stre o del
Cigno. Loth poteva vedere il fuoco che gli pulsava dentro, dalla gola
fino in fondo allo stomaco. La coda era ricoperta di spine e
culminava in una frusta massiccia.
Si aggrappò al parape o per riuscire a reggersi in piedi. Gli
fischiavano le orecchie. Lì accanto uno dei marinai più giovani
tremava come una foglia, in una pozzanghera di liquido giallastro.
Harlowe era emerso dalla sua cabina. Osservò il Grande
dell’Ovest perdersi in lontananza.
«Fareste meglio a me ervi a pregare, miei signori» disse in un
soffio. «Fýredel, l’ala destra del Senza Nome, sembra essersi
risvegliato dal suo sonno.»
8
Oriente

Sulyard russava. Altro motivo per cui Truyde doveva essere pazza a
impegnarsi con lui. A dirla tu a, però, se pure il suo ospite avesse
fa o silenzio, con quel tifone in corso Niclays non avrebbe chiuso
occhio comunque.
Da qualche parte, il rombare dei tuoni fece nitrire un cavallo. Il
ragazzo dormiva beato, ubriaco dopo una sola coppa di vino.
Niclays, alticcio anche lui, se ne stava sdraiato tra le lenzuola.
Avevano trascorso la serata giocando a carte e scambiandosi storie.
Sulyard aveva raccontato la triste vicenda della Mai Regina, mentre
Niclays aveva optato per quella assai più frivola di Carbonchio e
Vescica.
Il ragazzo continuava a non andargli a genio, e se lo proteggeva
era soltanto per amore di Truyde. Per amore di Jannart.
Jan.
Il cuore gli si serrò in una morsa di dispiacere. Chiuse gli occhi e
tornò alla ma ina d’autunno del loro primo incontro nel roseto del
Palazzo di Brygstad, quando la corte del giovane Edvart Secondo
ferveva di mille opportunità.
A poco più di vent’anni, ancora nient’altro che marchese di
Zeedeur, Jannart era alto e avvenente, con una magnifica chioma
rossa che gli scendeva fino alla vita. Da parte sua, a quei tempi
Niclays era uno dei pochi Mentesi con i capelli chiari, più dorati che
color rame.
Era stato quello a far avvicinare Jannart. Oro di rose l’aveva
chiamato, prima di chiedere a Niclays il permesso di fargli un
ritra o per ca urare per sempre l’unicità della sfumatura e
tramandarla ai posteri. Vanitoso come tu i i giovani cortigiani,
Niclays era stato più che lieto di accordarglielo.
y p g
Capelli rossi e un giardino di rose. Il principio di tu o.
Avevano trascorso insieme l’intera stagione, con il cavalle o e la
musica e le risate come unici compagni. Erano rimasti fianco a fianco
anche quanto il ritra o era ormai finito.
Prima di quel momento, Niclays non era mai stato innamorato.
Jannart aveva fa o il primo passo chiedendogli di posare per lui, ma
ben presto Niclays aveva rimpianto di non saperlo ritrarre a sua
volta, di non saper ca urare le ciglia scure, il raggio di sole che gli
illuminava i capelli, l’eleganza delle sue dita sul virginale. Aveva
ammirato le sue labbra setose, il punto esa o in cui il collo diventava
mandibola; aveva osservato il suo sangue pulsare proprio lì, in
quella culla di vita. Aveva immaginato, fino all’ultimo inebriante
de aglio, la tonalità delle sue iridi alla luce del ma ino, quando il
sonno gli appesantiva le palpebre. Uno squisito ambra scuro, il
colore del miele di ape nera.
Viveva per sentire quella voce, profonda e suadente. Oh, quando
cantava le ballate da tenore, e come si infervorava ogni volta che
conversavano di arte e storia. Quei due argomenti infiammavano
Jannart, finendo per scaldare anche il suo uditorio. Con la sola forza
delle parole poteva rendere magnifico il più insulso degli ogge i, far
sorgere dalla polvere intere civiltà. Un raggio di sole che aveva
illuminato ogni aspe o del mondo di Niclays.
Sapeva bene di non avere speranza. Dopotu o, Jannart era un
marchese erede di un ducato, nonché migliore amico del principe
Edvart, mentre Niclays nient’altro che un parvenu di Rozentun.
Eppure Jannart l’aveva visto. L’aveva visto e non aveva distolto lo
sguardo.
Fuori, le onde si abba erono nuovamente sulla barriera. Niclays si
girò sul fianco, in preda ai suoi mille acciacchi.
«Jan,» disse piano «quand’è che siamo invecchiati così tanto?»
Mancava poco all’arrivo della nave mentese che avrebbe riportato
Sulyard a casa. Ancora qualche giorno e Niclays si sarebbe liberato
di quel promemoria vivente di Truyde e Jannart e della
stramalede a corte di Inys. Avrebbe ripreso ad armeggiare con le
pozioni nella sua prigione ai confini del mondo, esiliato e ignoto.
Alla fine si appisolò col cuscino stre o al pe o. Quando riaprì gli
occhi era ancora buio, ma qualcosa lo mise all’erta.
Sede e sbirciando nell’oscurità.
«Sulyard.»
Nessuna riposta. Qualcosa si mosse nel buio.
«Sulyard, sei tu?»
Quando la figura venne alla luce, si ritrovò immobile a fissarne il
volto.
«Onorevole Sovrintendente» gracchiò, mentre già veniva
trascinato fuori dal le o.
Due guardie lo spintonarono verso la porta. In preda al puro
terrore, riuscì chissà come a recuperare da terra il bastone e menare
un colpo con tu a la sua forza, che calò come una frusta sulle loro
guance. Ebbe solo un a imo per assaporarne la precisione prima di
essere abba uto da un manganello di ferro.
Non aveva mai provato tanto dolore tu o insieme. Il labbro
superiore gli esplose come un fru o maturo. Ogni singolo dente
tremò nell’alveolo. Lo stomaco gli si torse al gusto metallico che sentì
sulla lingua.
La guardia sollevò nuovamente il manganello e gli sferrò un altro
tremendo colpo sul ginocchio. Implorando pietà, Niclays sollevò le
mani sopra la testa e fece cadere il bastone. Il tacco di uno stivale di
pelle lo spaccò in due, mentre una gragnola di mazzate investiva il
vecchio da ogni parte, sulla schiena, in faccia. Cadde sulle stuoie
eme endo flebili lamenti di scuse e so omissione. Tu o intorno a
lui, la casa veniva rido a in pezzi.
Dal laboratorio giunse un frastuono di vetri infranti.
L’a rezzatura, che gli era costata una cifra che non avrebbe mai più
avuto in vita sua.
«Vi prego.» Il sangue gli colava sul mento. «Onorevoli guardie, vi
prego, voi non capite. L’opera…»
Ignorando le suppliche, lo bu arono fuori nel temporale con
nient’altro addosso che la camicia da no e. Aveva la caviglia troppo
debole per reggersi in piedi da solo, quindi lo trascinarono come un
sacco di miglio. I pochi Mentesi che lavoravano di no e stavano
uscendo dalle case.
«Do or Roos» lo chiamò qualcuno. «Che succede?»
Niclays annaspò. «Chi è là?» Ma la sua voce si perse nel rombo di
tuono. «Muste» urlò a fatica. «Muste, aiutami, stupido pel di carota!»
Una mano gli coprì la bocca insanguinata. Adesso riusciva a
sentire Sulyard gridare da qualche parte nell’oscurità.
«Niclays!»
Sollevò lo sguardo aspe andosi di vedere Muste, invece era
Panaya che accorreva nella mischia. Riuscì in qualche modo a
insinuarsi tra le guardie e si fermò davanti a Niclays come il
Cavaliere di Coraggio in persona. «Se quest’uomo è in arresto,» disse
«dov’è il mandato dell’onorevole governatore di Capo Hisan?»
Niclays le avrebbe dato un bacio. Poco lontano il Sovrintendente
osservava i suoi che me evano a soqquadro la casa.
«Tornatene dentro» sbraitò a Panaya senza nemmeno guardarla in
faccia.
«Il sapiente do or Roos merita rispe o. Se gli farete del male,
l’Illustre Principe di Mentendon lo verrà a sapere.»
«Il Principe Rosso non ha potere quaggiù.»
Panaya gli si parò davanti, e Niclays assiste e senza fiato allo
spe acolo di quella donna in camicia da no e che affrontava un
soldato in armatura.
«I Mentesi che vivono qui godono della protezione dell’onorevole
Signore della Guerra» riba é. «Cosa dirà sapendo che avete
macchiato di sangue il suolo di Orisima?»
A quelle parole, il Sovrintendente le si avvicinò di un passo.
«Forse dirà che sono stato fin troppo gentile» rispose, la voce
arrochita dal disprezzo «dato che questo traditore nascondeva un
forestiero in casa sua.»
Panaya ammutolì, paralizzata dallo shock.
«Panaya» mormorò Niclays. «Posso spiegare.»
«Niclays» esalò lei alla fine. «Oh, Niclays. Hai infranto il
Grand’Edi o.»
La caviglia dolorante gli pulsava. «Dove mi porteranno?»
Panaya scoccò un’occhiata nervosa al Sovrintendente, impegnato
a sbraitare ordini ai suoi uomini. «Dall’Onorevole governatore di
Capo Hisan. Avranno paura che tu abbia contra o il morbo rosso»
bisbigliò in mentese. Si irrigidì all’improvviso. «Lo hai toccato?»
Niclays cercò freneticamente di ricordare. «No» concluse. «Non la
pelle nuda.»
«Devi dirglielo allora. Giuralo sul vostro Santo» disse. «Se
sospe eranno che stai mentendo, useranno qualunque mezzo per
strapparti la verità.»
«Tortura?» Il sudore gli colava sulla fronte. «La tortura no. Non
intendi la tortura, vero?»
«Basta così!» urlò il Sovrintendente. «Portate via questo
traditore!»
Le guardie trascinarono Niclays come carne al macello. «Voglio
un avvocato» strepitò lui. «Malede i! Ci sarà pure un avvocato
decente da qualche parte in quest’isola dimenticata dal Santo!» Non
o enendo risposta, si rivolse nuovamente a Panaya. «Di’ a Muste di
aggiustare l’a rezzatura. E di continuare il mio lavoro!» Lei lo
fissava impotente. «E digli di salvare i libri! Per amore del Santo,
Panaya, salvate i miei libri!»
9
Occidente

«Immagino che nell’Ersyr non si facciano molte passeggiate. Il caldo


sarà insopportabile.»
Camminavano per i sentieri del Giardino Privato. Era la prima
volta che Ead aveva accesso a quel luogo, riservato allo svago della
sovrana, delle Ancelle del Baldacchino e dei membri del Concilio.
Ma Lady Arbella Glenn era ancora costre a a le o. La corte
iniziava a mormorare: se fosse morta, ci sarebbe stato bisogno di una
nuova Ancella del Baldacchino. Le Ancelle dell’Anticamera già
facevano a gara per dar prova di spirito e sfoggiare i propri talenti
davanti alla regina.
Senza dubbio era per quel motivo che Linora si era seccata
quando Ead aveva rovinato, almeno dal suo punto di vista, la storia
del Santo. Temeva che un’associazione tra loro avrebbe diminuito le
sue possibilità di avanzamento a corte.
«Non d’inverno. E in estate per sopravvivere al caldo indossiamo
ampie vesti di seta» rispose Ead. «Quando abitavo nella tenuta di
Sua Eccellenza a Rumelabar, me ne stavo spesso seduta in riva al
lago a leggere. I sentieri erano ombreggiati da alberi di limoni dolci e
molte fontane rinfrescavano l’aria. Una vita tranquilla.»
In verità, a Rumelabar ci era stata una volta sola. Aveva trascorso
tu a l’infanzia al Priorato.
«Capisco.» Sabran si sventolava con un ventaglio prezioso. «E
all’epoca veneravi il Cantore dell’Alba.»
«Sì, mia signora. Nella Casa del Silenzio.»
Si aggirarono per il fru eto, dove i susini erano in piena fioritura.
Dodici Cavalieri Prote ori le seguivano a breve distanza.
Nelle ore appena trascorse, Ead aveva scoperto che dietro la
maschera onnisciente la regina di Inys nascondeva un’esperienza del
g y p
mondo assai limitata. Confinata tra le mura del palazzo, tu o ciò che
sapeva dei territori al di fuori di Inys l’aveva studiato sui
mappamondi o appreso dalle le ere di ambasciatori e altri sovrani.
Parlava fluentemente yscal e hróthi ed era esperta della storia di
Virtudom, ma di tu o il resto sapeva ben poco. Ead percepiva lo
sforzo che le costava non chiederle del Meridione.
Gli Ersyri non aderivano alle Sei Virtù. E nemmeno il confinante
Dominio di Lasia, malgrado il ruolo essenziale che ricopriva nel mito
fondante di Inys.
Ead si era convertita pubblicamente alle Sei Virtù poco dopo
essersi trasferita a corte. Un tardo pomeriggio di primavera si era
recata al Santuario Reale dove aveva giurato fedeltà alla Casata di
Berethnet, ricevendo gli speroni e il cordiglio dei seguaci di Galian.
In cambio le era stato promesso un posto a Halgalant, la corte
celeste. Aveva confessato all’Arci Sanctarian di aver creduto, prima
di giungere a Inys, nel Cantore dell’Alba, la divinità più popolare di
Ersyr. Nessuno l’aveva messo in dubbio.
Ead non aveva mai venerato il Cantore in vita sua. Nelle vene le
scorreva sangue ersyri, ma non era nata a Ersyr e raramente ci aveva
messo piede. Solo il Priorato sapeva la verità sulla sua fede.
«Sua Eccellenza mi ha de o che tua madre non era originaria di
Ersyr» disse Sabran.
«È vero. Veniva da Lasia.»
«E come si chiamava?»
«Zāla.»
«Mi rincresce per la tua perdita.»
«Vi ringrazio, mia signora» rispose Ead. «È accaduto molto tempo
fa.»
A dispe o di tu e le differenze, entrambe sapevano cosa
significasse perdere la propria madre anzitempo.
Quando la torre dell’orologio ba é le undici, Sabran si fermò
accanto alla sua voliera personale. Aprì la porticina e un piccolo
uccello verde le si posò sul dorso della mano.
«Questi uccelli vengono dalle Montagne Uluma» disse. Un raggio
di sole si rifle é sugli smeraldi che la sovrana portava al collo.
«Spesso svernano qui.»
p q
«Siete mai stata a Lasia, Maestà?» chiese Ead.
«No. Non potrei mai lasciare Virtudom.»
Ead fu pervasa da un familiare fremito d’irritazione. Da parte
degli Inysh era un’ipocrisia bella e buona ambientare a Lasia il loro
mito fondante per poi tacciare gli indigeni di eresia.
«Ma certo» disse.
Sabran la guardò. Estrasse un fago ino dal corse o e si versò un
po’ di semi sul palmo.
«In lingua inysh questo esemplare si chiama ghiandaia
dell’amore» spiegò. L’uccellino emise un allegro cingue io.
«Scelgono un solo compagno per tu a la vita, e ne riconoscono il
canto anche ad anni di distanza. Ecco perché la ghiandaia dell’amore
è l’animale sacro del Cavaliere di Sodalizio. Questi uccelli incarnano
il desiderio d’affe o insito in ogni anima.»
«Li conosco bene» rispose Ead guardando l’animale beccare i
semini. «In Meridione li chiamiamo uccelli-pesca.»
«Uccelli-pesca?»
«La pesca, mia signora, è un fru o rosato con il nocciolo duro.
Cresce a Ersyr e in alcune zone dell’Oriente.»
Anche Sabran osservava l’uccello. «Non parliamo dell’Oriente»
disse, prima di rime erlo sul trespolo.
Il sole era rovente, ma la regina non dava segno di voler rientrare.
Continuarono la passeggiata su un sentiero fiancheggiato da ciliegi.
«Senti odore di fumo, madonna?» chiese Sabran. «È un rogo in
ci à. Stamane due vati della rovina sono stati bruciati in Piazza
Marian. Ritieni sia un bene?»
A Inys c’erano due tipi di eretici. Una sparuta minoranza seguiva
l’antica religione locale, una sorta di animismo praticato prima della
fondazione della Casata di Berethnet, all’epoca della nascita del
cavalierato, quando sul paese gravava ancora il giogo della Dama
dei Boschi. Dovevano abiurare, o finivano in prigione.
Poi c’erano quelli che profetizzavano il ritorno del Senza Nome.
Negli ultimi due anni, questi vati della rovina si erano spinti da
Yscalin fino a Inys, raccogliendo proseliti strada facendo. Per ordine
della duchessa di Giustizia, venivano messi al rogo.
«È una morte crudele» commentò Ead.
«Vorrebbero vedere Inys consumata dalle fiamme. Vorrebbero
che accogliessimo il Senza Nome a braccia aperte, venerandolo come
nostro dio. Lady Igrain dice che bisogna riservare ai nemici lo stesso
tra amento che loro riserverebbero a noi.»
«E il Santo direbbe altre anto, mia signora?» domandò Ead con
calma. «Non sono esperta quanto voi delle Sei Virtù.»
«Il Cavaliere di Coraggio ci ordina di difendere la nostra fede.»
«Eppure voi avete acce ato un dono del principe Aubrecht di
Mentendon, che commercia con l’Oriente. Anche la perla che vi ha
offerto viene dall’Oriente» disse Ead. «Qualcuno potrebbe dire che il
principe finanzia l’eresia.»
Non era riuscita a tra enersi. Sabran la gelò con lo sguardo.
«Non sono un Sanctarian, non sta a me insegnarti la complessità
delle Sei Virtù» replicò. «Se sei interessata a discuterne, madonna
Duryan, ti prego di rivolgerti altrove. Nella Torre dei Sospiri,
magari, insieme agli altri che me ono in dubbio le mie parole…
parole che, non credo di dovertelo ricordare, provengono dal Santo
in persona.» Così dicendo, si voltò di sca o. «Buona giornata.»
E se ne andò insieme al suo seguito di Cavalieri Prote ori,
lasciandola sola nel fru eto.
Una volta che fu scomparsa in lontananza, Ead a raversò il prato
e andò a sedersi sul bordo di una fontana. Accidenti a lei, il caldo la
faceva sragionare.
Bevve e si spruzzò un po’ d’acqua in faccia, ammirando la statua
di Carnelian Prima, il Fiore di Ascalon, quarta sovrana della Casata
di Berethnet. A breve la dinastia avrebbe celebrato millesei anni sul
trono di Inys.
Ead chiuse gli occhi e lasciò che i rivole i d’acqua le solleticassero
il collo. Aveva trascorso o o anni alla corte di Sabran Nona, e in tu o
quel tempo era riuscita a non pronunciare neanche una parola che
potesse irritarla. Ora invece si comportava come una vipera incapace
di tenere a freno la lingua. Qualcosa la spingeva a provocare la regina
di Inys.
Doveva liberarsi di quel qualcosa, o la corte l’avrebbe divorata.
Le mansioni del giorno si trascinarono in una sorta di torpore. L’afa
rendeva tu e le faccende più pesanti. Persino Linora era spenta, i
capelli dorati zuppi di sudore, mentre Roslain Crest trascorse il
pomeriggio a sventagliarsi con furia crescente.
Dopo il pasto serale, Ead raggiunse le altre donne al santuario per
le orazioni. Era stata la regina madre a far installare le vetrate blu
nella sala, per dare l’idea che il tempio sorgesse so ’acqua.
Una statua si ergeva alla destra dell’altare: Galian Berethnet, con
la mano poggiata sull’elsa di Ascalon. Alla sua sinistra, in memoria
della donna che gli Inysh conoscevano come regina Cleolind o la
Donzella, non c’era che un semplice piedistallo.
Gli Inysh non sapevano che aspe o avesse Cleolind. Tu e le sue
rappresentazioni, se mai ce n’erano state, erano andate distru e
dopo la sua morte e da allora nessuno scultore aveva mai ritentato
l’impresa. Si diceva che re Galian non riuscisse a tollerare la vista
dell’amata morta di parto.
Il Priorato stesso poteva contare solo su qualche descrizione della
Madre. Tu o il resto era andato perduto o distru o.
Ead si unì alla folla di fedeli.
Madre, ti imploro, guidami nella terra dell’Impostore. Madre, ti
supplico, fa’ che mi comporti con dignità al cospe o della donna che si
ritiene tua discendente e che ho giurato di proteggere. Madre, ti prego,
dammi il coraggio adeguato alla veste che indosso.
Sabran si alzò per toccare la statua dell’antenato. Mentre lei e le
sue dame sfilavano fuori dal santuario, Ead intravide Truyde.
Guardava dri o davanti a sé, ma teneva i pugni un po’ troppo
serrati.

Quando calò la sera, dopo aver ultimato le faccende nella Torre della
Regina, Ead scese la Scala Privata e uscì sul retro, dove a raccavano
le chia e con i rifornimenti dalla ci à. Si nascose nella nicchia del
pozzo e a ese.
Truyde u Zeedeur giunse poco dopo, col cappuccio ben calato in
testa.
«Quando fa buio, non mi è permesso uscire senza un
accompagnatore.» Si sistemò una ciocca ribelle di capelli rossi nel
cappuccio. «Se Lady Oliva non mi trova nella Sala del Forziere…»
«Hai incontrato il tuo innamorato più volte, mia signora.
Presumibilmente» aggiunse Ead «senza accompagnatori.»
Due occhi scuri la fissarono da so o il cappuccio. «Che cosa
vuoi?»
«Voglio sapere cosa tramate tu e Sulyard. Nelle le ere parlate di
un incarico.»
«Non ti riguarda.»
«E allora lascia che ti esponga la mia teoria. Da quel che ho visto
nutri un insolito interesse per l’Oriente. Secondo me avevi in mente
di a raversare l’Abisso insieme a Sulyard per me ere in a o chissà
quale piano oscuro, ma poi lui è partito senza aspe arti. È così?»
«No. E se proprio vuoi immischiarti, tanto vale che conosci la
verità» replicò Truyde in tono quasi annoiato. «Triam è alla Laguna
del La e. Vogliamo vivere insieme laggiù, dove né mio padre né la
regina Sabran potranno opporsi alla nostra unione.»
«Non mentirmi, mia cara. A corte mostri un volto innocente, ma
io so che ne celi un altro.»
Il cancello si aprì. Le ragazze si addossarono alla parete, mentre
una guardia si avvicinava fischie ando. La donna le superò senza
notarle, poi scomparve su per la Scala Privata.
«È ora che torni alla Sala del Forziere» sussurrò Truyde. «Già così
devo sedici confe i a quell’uccellaccio schifoso. Se non mi vede
tornare scatena il putiferio.»
«Allora dimmi cos’avete in mente tu e Sulyard.»
«E se mi rifiutassi?» Truyde scoppiò in una risatina nervosa.
«Cosa farai, madonna Duryan?»
«Potrei dire al Primo Funzionario che sospe o stiate tramando
alle spalle di Sua Maestà. Ricorda, bambina: ho le tue le ere. Anche
se» aggiunse Ead «esistono altri modi per convincerti a parlare.»
Truyde le lanciò un’occhiata torva.
«I tuoi sono discorsi molto insolenti» disse piano. «Chi sei? Perché
ti interessano tanto i segreti della corte di Inys?» Un’ombra
guardinga le oscurò il viso. «Sei una dei mormoratori di Combe,
vero? Ho sentito che arruola le spie più vili.»
«Ho il compito di proteggere Sua Maestà, non ti serve sapere
altro.»
«Sei una domestica, non un Cavaliere Prote ore. Non hai qualche
tampone da preparare?»
Ead le si avvicinò. Era una spanna più alta di Truyde, che nel
fra empo aveva portato la mano al coltello agganciato alla sua
cintura.
«Non sarò un cavaliere,» disse Ead «ma il giorno del mio arrivo a
corte ho giurato di proteggere la regina Sabran da ogni pericolo.»
«E io ho fa o lo stesso» si infervorò Truyde. «Non sono sua
nemica… e nemmeno gli orientali. Odiano il Senza Nome quanto
noi. Le nobili creature che venerano non hanno nulla in comune coi
wyrm.» Si ricompose. «Le bestie draconiche si stanno risvegliando,
Ead. Presto il Senza Nome e tu a la sua schiera si scuoteranno dal
torpore, e la loro collera sarà tremenda. Quando si scaglieranno
contro di noi, avremo bisogno di aiuto per comba erli.»
Ead fu percorsa da un brivido.
«Vorresti stringere un’alleanza militare con l’Oriente» mormorò.
«Vorresti chiedere ai loro wyrm… di affrontare al nostro fianco il
risveglio.» Truyde la fissava con gli occhi scintillanti. «Sciocca.
Sciocca e testarda. Quando la regina scoprirà che hai intenzione di
tra are con i wyrm…»
«Non sono wyrm! Sono draghi, esseri gentili. Ho le o storie su di
loro, osservato le loro raffigurazioni.»
«Su libri orientali.»
«Sì. I draghi dell’Est non discendono dal fuoco, ma dall’aria e
dall’acqua. L’Oriente è stato separato da noi troppo a lungo, ci siamo
scordati la differenza.» Notando l’espressione sce ica di Ead, Truyde
tentò un’altra strada: «Sono anch’io una straniera in questa terra,
dunque ascoltami. E se gli Inysh si sbagliassero e non fosse la
continuazione della Casata di Berethnet a impedire il risveglio del
Senza Nome?».
«Che cosa vaneggi, bambina?»
«Avrai notato anche tu il cambiamento. Le creature draconiche
che si rianimano, Yscalin che tradisce Virtudom… e siamo solo
all’inizio.» Il tono della ragazza si fece grave. «Il Senza Nome sta
tornando. E io temo che tornerà presto.»
Per un a imo Ead rimase senza parole.
E se non fosse la continuazione della Casata di Berethnet a impedire il
risveglio del Senza Nome?
Come poteva una fanciulla di Virtudom aver concepito un’ipotesi
tanto blasfema?
Naturalmente era possibile. Prima di partire per Inys, la Priora
aveva usato queste parole per spiegarle la necessità di inviare una
sorella a tutela della regina Sabran:
Potrebbe essere la Casata di Berethnet a proteggerci dal Senza Nome,
oppure no. Non ci sono prove decisive in nessun senso. Come non ci sono
prove che le sovrane di Berethnet discendano effe ivamente dalla Madre.
Ma se così è, il loro sangue è sacro e va prote o. Il ricordo della Priora era
limpido e chiaro come una fonte primaverile. È questo il problema delle
storie, bambina. Non c’è modo di valutare la verità che contengono.
Ecco il motivo per cui si trovava a Inys. Proteggere Sabran, nel
caso in cui il mito dicesse il vero e il suo sangue fosse l’antidoto al
ritorno del nemico.
«E vorresti che ci preparassimo a questa… seconda venuta» disse
Ead fingendosi divertita.
Truyde sollevò il mento. «È così. In Oriente molti draghi vivono
fianco a fianco con gli esseri umani, e non obbediscono al Senza
Nome» insisté. «Quando tornerà, avremo bisogno di loro per
sconfiggerlo. L’unico modo per evitare una seconda Era Dolente è
unirci. Io e Triam vogliamo evitare l’estinzione del genere umano.
Saremo anche giovani e insignificanti, ma i nostri principi
scuoteranno il mondo intero.»
Ovunque stesse la verità, quella ragazza aveva dalla sua il sacro
fuoco dell’illusione.
«Cosa ti rende tanto sicura che il Senza Nome tornerà?» chiese
Ead. «Non sei una figlia di Virtudom, nata per credere che la regina
Sabran ci protegge dal suo risveglio?»
Truyde raddrizzò le spalle.
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«Amo la regina,» disse «ma non sono una ragazzina che crede a
tu o ciò che le raccontano. Gli Inysh sono accecati dalla fede, ma noi
di Mentendon valutiamo le prove.»
«E hai qualche prova del ritorno del Senza Nome? O non sono
altro che conge ure?»
«Non sono conge ure. Sono ipotesi.»
«Chiamale come vuoi, si tra a di eresia.»
«Non parlarmi di eresia» sbo ò Truyde. «Una volta non eri forse
una seguace del Cantore dell’Alba?»
«La questione della mia fede è irrilevante.» Ead rifle é un
momento. «Dunque è per questo che Sulyard è partito. Si è
imbarcato in un’impresa folle, cercando un’assurda alleanza con
l’Oriente a nome di una regina che ne è del tu o all’oscuro.» Si
appoggiò al bordo del pozzo. «Il tuo amato è destinato a morire.»
«Ti sbagli, i Seiikinesi gli daranno ascolto…»
«Non è un ambasciatore ufficiale di Inys. Perché mai
dovrebbero?»
«Triam li convincerà. Nessuno parla dal cuore come lui. E una
volta persuasi i governatori orientali, andremo dalla regina Sabran, e
a quel punto anche lei si renderà conto della necessità di
un’alleanza.»
La passione la rendeva cieca. Sulyard sarebbe stato giustiziato nel
momento stesso in cui avesse messo piede in Oriente, e Sabran
avrebbe preferito mozzarsi il naso piu osto che stringere un’alleanza
con gli adoratori di wyrm, ammesso e non concesso che si
convincesse della possibilità di un risveglio del Senza Nome mentre
lei era in vita.
«Il Se entrione è debole» insisté Truyde «e il Meridione troppo
orgoglioso per tra are con Virtudom.» Le guance le si
imporporarono. «Osi biasimarmi per voler cercare aiuto altrove?»
Ead la fissò dri o negli occhi.
«Puoi pensare di essere l’unica ad avere a cuore le sorti del
mondo,» disse «ma non hai idea dei presupposti su cui fondi la tua
missione. E lo stesso vale per Sulyard.» Truyde corrugò la fronte, ma
Ead proseguì: «Sulyard ti ha chiesto di aiutarlo. Che aiuto gli hai
dato da qui? Quali sono i tuoi piani?». Truyde rimase zi a.
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«Qualunque cosa tu abbia fa o a supporto della missione verrà
considerata tradimento.»
«Non dirò un’altra parola.» Si ritrasse. «Vai da Lady Oliva se vuoi.
Prima di tu o dovrai spiegarle cosa ci facevi nella Sala del Forziere.»
Fece per andarsene, ma Ead la afferrò per il polso.
«Hai scri o un nome sul tuo libro» disse. «Niclays. Credo si
riferisca a Niclays Roos, l’anatomista.» Truyde scosse il capo, ma dai
suoi occhi Ead capì che conosceva quell’uomo. «Cos’ha a che fare
Roos con questa storia?»
Prima che la ragazza potesse rispondere, una raffica di vento
sferzò i cortili del palazzo.
Ogni ramo di ogni albero si mise a tremare. Ogni uccello nella
voliera smise di cantare. Ead mollò la presa e uscì dalla nicchia.
Dalla ci à venne un rombo di cannoni seguito da raffiche di
mosche i, simili allo scoppie io delle castagne sul fuoco. Alle spalle
di Ead, Truyde rimaneva al riparo del pozzo.
«Cos’è stato?» chiese.
Ead fece un respiro profondo, col cuore che le martellava nel
pe o. Era da molto tempo che non provava più quella sensazione.
Per la prima volta dopo anni, il siden tornava ad ardere.
Qualcosa si stava avvicinando. Doveva aver aperto una breccia
nelle difese costiere per essersi spinto fin lì. Oppure averle distru e.
Ci fu un lampo, simile a un raggio di sole che irrompeva tra le
nubi, rovente al punto da seccarle occhi e labbra, quindi un wyrm
emerse volando oltre il muro di cinta. Incenerì arcieri e artiglieri,
riducendo in pezzi un’intera fila di catapulte. Truyde si ge ò a terra.
A Ead bastò valutarne la mole per capire. Un Grande dell’Ovest.
Mostruoso dalle fauci alla mazza della coda ricoperta di spine letali.
Il suo ventre martoriato di cicatrici era rosso ruggine, mentre il resto
del corpo nero come catrame. Dalle torri di guardia, il clangore di
una pioggia di frecce si abba é sulle sue scaglie.
Le frecce erano inutili. I mosche i erano inutili. Quello non era un
wyrm qualunque, e nemmeno un Grande dell’Ovest come gli altri.
Nessuno aveva mai posato gli occhi su quella creatura, ma Ead
conosceva il suo nome.
Fýredel.
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Colui che si proclamava ala destra del Senza Nome. Fýredel, che
durante l’Era Dolente aveva radunato l’Armata Draconica e l’aveva
guidata contro l’umanità.
Era sveglio.
La bestia sorvolò il Palazzo di Ascalon, proie ando su prati e
cortili la sua ombra immane. Ead, con la pelle che le sco ava, provò
un conato di nausea mentre il fetore della creatura incendiava il
siden nel suo sangue.
Aveva lasciato l’arco in camera, fuori portata. Anni di abitudine le
avevano fa o abbassare la guardia.
Fýredel a errò sulla Torre dei Sospiri, la avvolse con la coda e
piantò gli artigli nel te o. Le tegole si sgretolarono, me endo in fuga
guardie e servitori al di so o.
Aveva la testa incoronata da due tremendi corni, occhi come pozzi
di magma scintillanti nell’oscurità.
«REGINA SABRAN .»
Le sue parole riecheggiarono nella vastità del cielo, raggiungendo
mezza Ascalon.
«SEME DI GLORIAN CUORE INVITTO. » Altre pietre piovvero giù dal
te o, insieme a una cascata di frecce che gli si staccò dalle scaglie.
«VIENI AD AFFRONTARE IL TUO ANTICO NEMICO, O GUARDA BRUCIARE
LA TUA CITTÀ .»
Sabran non avrebbe accolto la sfida. Qualcuno gliel’avrebbe
impedito. Il Concilio delle Virtù avrebbe inviato un rappresentante
per tra are con lui.
Fýredel scoprì le sfavillanti zanne metalliche. La Torre
Alabastrina era troppo alta perché Ead riuscisse a scorgere il balcone
all’ultimo piano, ma le bastò tendere le orecchie per carpire il suono
di una seconda voce: «Eccomi, abominio».
Ead si sentì gelare.
Sciocca. Folle. Mostrandosi, Sabran aveva firmato la propria
condanna a morte.
Grida si levarono da ogni angolo del palazzo. Cortigiani e
servitori si sporgevano dalle finestre per osservare il male giunto tra
loro. Altri correvano impazziti ai cancelli. Ead si precipitò alla Scala
Privata.
«E così ti sei svegliato, Fýredel» disse Sabran con disprezzo.
«Perché sei qui?»
«Sono venuto a darti un avvertimento, regina di Inys. Il tempo di
scegliere da che parte stare si avvicina.» Fýredel emise un sibilo che
a Ead fece venire la pelle d’oca. «I miei simili si riscuotono nelle loro
gro e. Mio fratello Orsul ha già preso il volo e nostra sorella Valeysa
farà presto altre anto. Prima della fine dell’anno l’intera schiera si
sarà risvegliata. L’Armata Draconica risorgerà.»
«Risparmiati gli avvertimenti» rispose Sabran. «Non ho paura di
te, lucertola. Le tue minacce hanno la consistenza del fumo.»
Le loro parole rombavano come tuoni nella testa di Ead. I miasmi
emanati da Fýredel le torturavano i sensi.
«Il mio padrone freme nell’Abisso» sibilò il wyrm con un guizzo
di lingua. «I mille anni sono quasi trascorsi. La tua casata ci era
nemica prima, Sabran Berethnet, nel periodo che chiamate Era
Dolente.»
«Il mio antenato vi ha dato un assaggio della tempra di Inys, e io
ve ne darò un altro se serve» gli gridò contro Sabran. «Parli di mille
anni, wyrm. Quali menzogne va dicendo la tua lingua biforcuta?»
La sua voce era acciaio puro.
«Lo scoprirai tra non molto.» Il wyrm allungò il collo per
avvicinare il muso all’altra torre. «Ti concedo la possibilità di
piegarti al mio padrone e assumere il titolo di Simularca di Inys.» Il
fuoco gli ardeva nelle pupille. «Vieni con me. Arrenditi. Fa’ la scelta
giusta, come Yscalin. Oppure resisti e brucia.»
Ead guardò la torre dell’orologio. L’arco era fuori portata, ma non
era la sola arma che aveva.
«Le tue bugie non faranno breccia in nessun cuore inysh. Io non
sono re Sigoso. Il mio popolo sa che il tuo padrone non può
risvegliarsi finché sopravvive la stirpe del Santo. Se credi che
riba ezzerò mai questa terra “Reginato Draconico di Inys”, resterai
molto deluso, wyrm.»
«Sostieni che la tua stirpe protegga il paese,» replicò Fýredel
«eppure sei venuta fuori ad affrontarmi.» Le sue zanne eme evano
un bagliore rosso vivo. «Non temi il mio fuoco?»
«Il Santo mi proteggerà.»
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Nemmeno il più folle degli invasati poteva credere che Sir Galian
Berethnet avrebbe allungato un braccio dalla sua corte celeste e
salvato la regina da una vampata di fuoco.
«Chi ti sta di fronte conosce bene la debolezza della carne. Ho
ucciso Sabran l’Ardita il primo giorno dell’Era Dolente. Il tuo Santo»
aggiunse Fýredel in uno sbuffo di fumo «non l’ha prote a.
Inginocchiati e ti risparmierò la sua fine. Non farlo e preparati a
raggiungerla.»
Se Sabran rispose, Ead non la sentì. Il vento le ruggiva nelle
orecchie mentre a raversava di corsa il Giardino della Meridiana. Le
frecce degli arcieri si abba evano una dopo l’altra su Fýredel, ma
nessuna penetrava la sua corazza.
Sabran avrebbe continuato a provocarlo fino a farsi incenerire.
Quella testa di legno doveva davvero essere convinta che il suo
stupido Santo l’avrebbe prote a.
Ead superò la Torre Alabastrina. Una valanga di macerie piovve
dall’alto, abba endosi su una guardia proprio davanti a lei.
Maledicendo l’intralcio della gonna, raggiunse finalmente la
Biblioteca Regia, irruppe all’interno e sfrecciò tra gli scaffali fino a
raggiungere l’ingresso della torre dell’orologio.
Si sganciò mantello e cintura, quindi prese a salire le scale, sempre
più in alto.
Fuori, Fýredel era ancora occupato a deridere la regina. Ead si
fermò in cima al campanile, dove il vento ululava tra le bifore, e
assiste e a una scena surreale.
La regina di Inys era sul balcone più alto della Torre Alabastrina,
che sorgeva a sudest di quella dei Sospiri, dove Fýredel era
appollaiato, pronto a distruggerla. Su una torre il wyrm, sull’altra la
regina. La donna stringeva tra le mani il pugnale cerimoniale,
simbolo di Ascalon, la Vera Spada.
Inutile.
«Lascia la ci à senza altri morti» gridò «o, lo giuro sul sangue del
Santo che mi scorre nelle vene, preparati a una disfa a peggiore di
tu e quelle che la Casata di Berethnet abbia mai infli o alla tua
specie.» Fýredel scoprì nuovamente le zanne, ma Sabran incede e di
un altro passo. «Fosse anche l’ultima cosa che faccio, assisterò al
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vostro tracollo, vi vedrò esiliati per sempre nelle viscere della
montagna.»
Fýredel si impennò con le ali spalancate. Di fronte alla sua mole
colossale la regina di Inys non era altro che un esserino indifeso.
Eppure non si ritrasse.
Le pupille del wyrm bramavano sangue, ardenti come il fuoco
dentro il suo stomaco. Ead sapeva di avere solo un a imo per
decidere cosa fare.
Doveva essere uno scudo di vento. Incantesimi come quello
consumavano una gran quantità di siden, e a lei ne era rimasto
davvero poco… ma forse, sforzandosi al massimo, poteva generarne
uno per Sabran.
Allungò una mano verso la Torre Alabastrina, chiamò a raccolta il
siden e avvolse la regina di Inys in una spirale prote iva.
Nell’istante in cui Fýredel scatenò il suo fuoco, anche Ead liberò
un potere a lungo sopito. Le fiamme si scontrarono con la pietra
antica. Sabran scomparve in un turbine di fumo e luce. Ead ebbe la
vaga percezione di Truyde che la raggiungeva sul campanile, ma
ormai era tardi per nascondersi.
Concentrò i sensi su Sabran. Avvertì la tensione dell’intreccio
prote ivo a orno alla regina, il fuoco che lo ava per avere la meglio,
la fi a di dolore provocato dal consumarsi del siden nel suo sangue.
Aveva il corse o impregnato di sudore, il braccio le tremava per lo
sforzo di tenerlo teso.
Quando Fýredel chiuse la bocca, calò il silenzio. Dalla torre si
innalzavano pennacchi di vapore nero, che poco per volta si diradò.
Ead, col cuore come un tamburo, rimase in a esa di veder emergere
la figura dal fumo.
Sabran Berethnet era illesa.
«Ora tocca a me darti un avvertimento, dire amente dal mio avo»
disse quasi senza fiato. «Se dichiarerai guerra a Virtudom, il suo
sacro sangue estinguerà il tuo fuoco una volta per tu e.»
Fýredel non la stava ascoltando. Non più. Fissava la pietra
carbonizzata e il cerchio immacolato intorno a Sabran.
Un cerchio perfe o.
Le sue narici freme ero, gli occhi si ridussero a fessure. Sapeva
riconoscere uno scudo. Ead rimase paralizzata come una statua
mentre lo sguardo spietato del wyrm perlustrava il palazzo, e
nemmeno Sabran accennava a muoversi. Quando la bestia annusò
l’aria rivolta verso il campanile, Ead seppe che aveva riconosciuto il
suo odore e uscì dall’ombra dell’orologio.
Fýredel scoprì le zanne in un ringhio. Le spine gli si rizzarono
sulla schiena e un lungo sibilo gli fece vibrare la lingua. Reggendo il
suo sguardo, Ead estrasse il pugnale e glielo puntò contro.
«Sono qui» disse piano. «Sono qui.»
Il Grande dell’Ovest emise un ruggito di rabbia. Con uno sca o
delle zampe possenti si lanciò giù dalla Torre dei Sospiri,
trascinando con sé parte della guglia e quasi tu a la facciata
orientale. Quando una palla di fuoco esplose contro la torre
dell’orologio, Ead fece appena in tempo a ripararsi dietro una
colonna.
Il frastuono delle ali parve allontanarsi. Ead corse alla balaustra e
vide Sabran ancora sul balcone, ferma nel cerchio di pietra chiara.
L’arma le era caduta dalle mani. Non aveva alzato lo sguardo verso il
campanile, né visto Ead che la osservava. Quando Combe la
raggiunse, si accasciò su di lui, che si affre ò a trascinarla dentro la
Torre Alabastrina.
«Cos’hai fa o?» gracchiò una voce alle spalle di Ead. Truyde. «Ti
ho vista. Cos’hai fa o?»
Ead si lasciò scivolare a terra. Le girava la testa e un tremito
violento le scuoteva il corpo.
L’essenza nel suo sangue si era esaurita. Sentì le ossa cave, la pelle
scorticata come dopo una tortura. Doveva tornare all’albero delle
arance, mordere anche un solo fru o. L’arancio l’avrebbe salvata…
«Sei una strega!» Truyde indietreggiò, pallida come un cencio.
«Strega. Pratichi la magia, io ti ho vis…»
«Tu non hai visto niente.»
«Era aeromanzia» proseguì Truyde in un sussurro. «Ora conosco
il tuo di segreto, ed è assai peggiore del mio. Chissà se anche dal
rogo riuscirai a dare la caccia a Triam.»
De o questo, si diresse verso la scala. Ead lanciò il pugnale.
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Anche così malrido a, non aveva perso la mira. Con un flebile
gemito Truyde si ritrovò il mantello inchiodato allo stipite. Prima
che potesse liberarsi, Ead la raggiunse.
«Ho il compito di uccidere i servi del Senza Nome, ma elimino
anche chiunque tradisca la casata di Berethnet» sibilò. «Se hai
intenzione di accusarmi di stregoneria davanti al Concilio delle
Virtù, ti suggerisco di recuperare delle prove… e di farlo in fre a,
prima che io mi costruisca dei feticci di te e del tuo amato e li
pugnali al cuore. Credi forse che Triam Sulyard sia al sicuro solo
perché si trova in Oriente?»
Truyde ansimava forte.
«Se alzi anche solo un dito su di lui,» mormorò «ti farò bruciare
viva in Piazza Marian.»
«Il fuoco non ha alcun potere su di me.»
Le liberò il mantello. Truyde si accasciò contro il muro
boccheggiando, una mano stre a alla gola.
Ead si volse verso la porta. Sentiva il respiro rapido e bollente, le
orecchie le fischiavano.
Riuscì a scendere un solo gradino prima di accasciarsi.
10
Oriente

Ginura era all’altezza dei sogni di Tané. Da quando era piccola, si era
figurata la capitale in mille modi diversi: a seconda di quello che le
raccontavano le sagge istru rici, la sua fantasia aveva partorito un
miraggio di torri e navi e sale da tè.
Ma la realtà rispecchiava l’immaginazione. I templi erano più
grandi di qualunque edificio di Capo Hisan, le strade luccicavano
come sabbia so o il sole, e sulla superficie dei canali galleggiavano
petali di fiori. Più abitanti, però, equivalevano a più rumore e
confusione. L’aria era nera di fumo. Buoi trainavano carri traboccanti
di merci, tra le case i corrieri sfrecciavano a piedi o a cavallo, cani
randagi si aggiravano in mezzo a cumuli di spazzatura e di tanto in
tanto un ubriacone inveiva contro la folla.
E che folla. A Tané Capo Hisan era parsa caotica, ma di fronte ai
centomila abitanti di Ginura la ragazza per la prima volta si rese
conto di quanto fosse piccolo il mondo in cui aveva vissuto.
I palanchini condussero gli apprendisti nei meandri della ci à.
Sfolgoranti di foglie giallo burro, gli alberi estivi erano straordinari
come le era stato riferito, e i musici di strada suonavano una melodia
che Susa avrebbe adorato. In cima a un te o, Tané intravide una
coppia di macachi, mentre in strada i mercanti offrivano strillando
seta, stagno, caviale verde del Nord.
Mentre oltrepassavano ponti e canali sui palanchini, la gente
voltava loro le spalle, come sentendosi indegna di guardare negli
occhi un Guardiano dei Mari. Tra la folla c’erano anche uomini-
pesce, come i ci adini di Capo Hisan li chiamavano con disprezzo:
cortigiani abbigliati quasi fossero appena emersi dalle acque
dell’oceano. Si diceva che alcuni di loro raschiassero via le squame
dei pesci arcobaleno e se le intrecciassero tra i capelli.
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Quando vide il Castello di Ginura per la prima volta, a Tané
mancò il respiro. I te i erano del colore del corallo sbiancato dal sole,
le mura simili a ossi di seppia. Era stato proge ato per assomigliare
al Palazzo delle Molte Perle, dove i draghi seiikinesi andavano in
letargo ogni anno e che si diceva costituisse un ponte tra il mare e il
piano celeste.
Un tempo, quando i draghi disponevano ancora dei loro pieni
poteri, non avevano bisogno di una stagione di riposo.
Il corteo si fermò alle porte della Scuola della Guerra di Ginura,
dove i Guardiani dei Mari avrebbero affrontato l’ultima selezione.
Era la più antica e prestigiosa istituzione di quel tipo, sede di alloggi
per i militari intenzionati a proseguire la formazione nell’arte della
guerra. Era lì che Tané avrebbe dovuto dimostrarsi all’altezza del
Clan Miduchi. Era lì che avrebbe dato prova delle abilità che affinava
fin dalla tenera infanzia.
Il cielo rombava di tuoni. Quando scese dal palanchino, le gambe,
informicolite dopo un viaggio tanto lungo, le cede ero. Turosa
scoppiò a ridere, e un servitore dove e sostenerla.
«Vi aiuto io, onorevole signora.»
«Grazie molte» disse Tané. Dopo essersi assicurato che poteva
farcela da sola, le aprì un ombrello sopra la testa.
Le prime gocce di pioggia le bagnarono gli stivali mentre si
dirigeva insieme agli altri verso il portone, gustandosi i magnifici
intarsi a foglie d’argento sul legno levigato dal mare. I grandi
guerrieri della storia seiikinese incisi sul timpano parevano cercare
riparo dal temporale. Tané riconobbe la stimata principessa Dumai e
il Primo Signore della Guerra. Eroi della sua infanzia.
Appena entrati si tolsero gli stivali. Nell’ingresso li a endeva una
donna dall’acconciatura elaborata.
«Benvenuti a Ginura» salutò in tono freddo. «Trascorrerete la
ma ina nei vostri alloggi, per lavarvi e riposarvi. A mezzogiorno
avranno inizio le prove dell’acqua, durante le quali sarete osservati
dall’onorevole Generale dei Mari e da coloro di cui potreste
diventare pari.»
Il Clan Miduchi. Tané non vedeva l’ora.
La donna li scortò per la scuola, a raverso portici e cortili. A
ciascun guardiano veniva assegnata una piccola stanza. Tané finì
all’ultimo piano, accanto agli altri tre apprendisti migliori. La sua
camera dava su un cortile o dove il temporale faceva ribollire le
acque di uno stagno abitato da pesci.
Gli abiti da viaggio puzzavano: non li cambiava dall’ultima sosta
in una pensione sulla strada, tre giorni prima.
Dietro un paravento c’era una vasca di cipresso piena d’acqua su
cui galleggiavano petali e scie di oli profumati. Immergendosi, con i
capelli sciolti che le formavano un’aureola tu o a orno, ripensò a
Capo Hisan. A Susa.
Se la sarebbe cavata. Era come un ga o, Susa, a errava sempre in
piedi. Quando erano piccole e Tané andava spesso a farle visita in
ci à, la sua amica sgraffignava radici di loto fri e e prugne salate,
dileguandosi come una volpe se qualcuno la sorprendeva. Poi
trovavano un nascondiglio dove ingozzarsi con la refurtiva e ridere a
crepapelle. Si ricordava di aver visto Susa spaventata un’unica volta,
il giorno del loro primo incontro.
L’inverno quell’anno era stato lungo e pungente. Una sera
particolarmente rigida, Tané e una delle istru rici si erano spinte
fino a Capo Hisan per comprare legna da ardere. Mentre la maestra
discuteva con un commerciante, Tané si era allontanata per scaldarsi
le mani vicino alle braci.
In quel momento aveva sentito le risate, e il grido d’aiuto
strozzato. Poco lontano, tra i cumuli di neve di un vicolo nascosto,
una bambina veniva presa a calci da una banda di teppisti. Tané
aveva sfoderato la spada di legno con un urlo. Aveva undici anni,
ma sapeva già come usarla.
I teppisti di Capo Hisan erano ossi duri. Uno di loro, nel tentativo
di cavarle un occhio, le aveva lacerato la guancia lasciandole una
cicatrice a forma di amo da pesca.
Susa, un’orfana senza casa, era stata pestata per aver rubato un
pezzo di carne dall’altare di un santuario. Una volta messi in fuga i
ragazzini, Tané aveva chiamato in aiuto la maestra. Susa aveva già
dieci anni, era troppo vecchia per entrare nelle Case
dell’Apprendimento, ma presto venne ado ata da una locandiera di
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buon cuore. Lei e Tané erano amiche da allora. Ogni tanto per
scherzo dicevano che avrebbero potuto persino essere sorelle, dato
che Susa non aveva mai conosciuto i suoi genitori.
Sorelle di mare le aveva chiamate Susa una volta. Come due perle
nella stessa ostrica.
Tané uscì dalla vasca.
Quanto era cambiata da quella no e d’inverno. Se una cosa del
genere le fosse accaduta oggi, probabilmente sarebbe giunta alla
conclusione che le risse coi teppisti non si addicevano a
un’apprendista. Avrebbe persino potuto pensare che la bambina
meritava una punizione per aver rubato cibo destinato agli dèi. C’era
stato un momento nella sua vita in cui si era resa conto di quanto
fosse fortunata ad avere la possibilità di diventare cavaliere di
draghi. Era stato allora che il suo cuore si era indurito, come la
chiglia di una nave coperta di cirripedi.
Eppure, da qualche parte, conservava ancora qualcosa della
giovane Tané: era ciò che l’aveva spinta a nascondere l’uomo della
spiaggia.
Non poteva perme ersi di essere stanca il primo giorno di
addestramento. Si asciugò, infilò la vestaglia stirata che c’era sul le o
e dormì.
Quando riaprì gli occhi, fuori pioveva ancora, ma un debole
spiraglio di luce tentava di farsi strada tra le nubi. Asciu a e pulita,
si sentiva la mente fresca e sgombra.
Di lì a poco giunse un gruppe o di servitori. Nessuno la vestiva
più da quando era bambina, ma ritenne meglio lasciar fare.
La prima prova avrebbe avuto luogo nell’arena centrale della
scuola, dove li a endeva il Generale dei Mari. I guardiani presero
posto sugli spalti di pietra. I draghi erano già arrivati e osservavano
la scena dall’altro dei te i. Tané si sforzò di non fissarli.
«Benvenuti alla prima prova dell’acqua. Siete in cammino da
giorni, ma ai Guardiani dei Mari è concesso poco tempo per il
riposo» esordì il generale. «Oggi darete prova della vostra abilità con
l’alabarda. Cominciamo pure con due apprendisti altamente
raccomandati dai loro insegnanti. Onorevole Onren della Casa
d’Oriente e onorevole Tané della Casa di Mezzogiorno… vediamo
chi di voi è la migliore.»
Tané si alzò, con un nodo che le serrava la gola. Giunta ai piedi
degli spalti, un uomo le porse un’alabarda: era un’arma lunga e
leggera, col manico chiaro di quercia e una lama d’acciaio ricurva in
cima. La sfilò dal fodero laccato per sfiorarla con le dita.
Nella Casa di Mezzogiorno aveva maneggiato solo armi di legno.
Adesso finalmente era il momento dell’acciaio. Quando anche Onren
ebbe preso la sua alabarda, camminarono l’una incontro all’altra.
Onren sogghignava, mentre Tané fece di tu o per mantenere
un’espressione neutra, anche se i palmi le sudavano. Le pareva di
avere una farfalla intrappolata nel pe o. L’acqua dentro di te è fredda le
aveva de o un tempo l’istru rice. Ogni volta che tieni in mano
un’arma, ti trasformi in un fantasma senza volto. Non lasci trasparire
nulla.
Si inchinarono. Una calma assoluta si impadronì della sua mente,
come la quiete che scende al crepuscolo.
«Prego» ordinò il generale.
Senza un a imo di esitazione, Onren le si scagliò contro. Tané
roteò l’alabarda con entrambe le mani, e le lame si scontrarono con
un clangore. Onren emise un breve grido selvaggio.
Tané rimase muta.
La sua avversaria si sfilò dall’intreccio e indietreggiò di qualche
passo, con l’alabarda tesa davanti a sé. Tané aspe ava la sua
prossima mossa. Doveva esserci una ragione se Onren era
considerata la migliore apprendista della Casa d’Oriente.
Quasi leggesse nei suoi pensieri, l’altra prese a far mulinare l’arma
intorno al corpo, passandosela con scioltezza da una mano all’altra.
Tané serrò i denti davanti a quello sfoggio di disinvoltura.
Onren usava meglio la parte destra del corpo, evitava di caricare
troppo peso sul ginocchio sinistro. Tané si ricordò in quel momento
che da bambina era stata colpita da un cavallo.
Incoraggiata da quel pensiero, avanzò con l’alabarda sollevata.
Onren le andò incontro, e questa volta fu tu o più veloce. Uno, due,
tre colpi. A ogni affondo, Onren abbaiava insulti indistinti, mentre
Tané schivava in silenzio.
Qua ro, cinque, sei. Tané roteava l’alabarda usando il manico tanto
quanto la lama.
Se e, o o, nove.
Quando Onren tentò un colpo dall’alto, Tané brandì l’alabarda in
un arco ascendente: sollevò l’estremità inferiore dell’arma spingendo
di lato quella dell’avversaria, che si ritrovò esposta. Onren si riprese
appena in tempo per bloccare la stoccata successiva, e quando
a accò di nuovo Tané sentì la lama sfiorarle il viso. Portò d’istinto
una mano all’orecchio per vedere se sanguinava, ma non trovò nulla.
L’a imo di distrazione le costò caro. Onren si abba é su di lei
come una furia di legno e acciaio, scatenando tu a la sua
considerevole forza. Comba evano per l’onore, per la gloria, per il
sogno che coltivavano da quando erano bambine. Tané strinse i denti
per lo sforzo di schivare i colpi avversari, col sudore che le
inzuppava la tunica e le incollava i capelli alla nuca. Un drago
sbuffò.
Ricordarsi della loro presenza rinvigorì la sua determinazione.
Sapeva che l’unico modo per vincere lo scontro era incassare un
colpo.
Lasciò quindi che Onren le abba esse il manico dell’alabarda sul
braccio, abbastanza da ferirla. Il dolore fu tremendo. Onren
impugnava l’arma come una fiocina. Tané arretrò lasciandole largo
spazio d’azione… quindi, quando l’altra alzò le braccia per menare
l’ultimo fendente, fece una piroe a e la colpì con tu a la forza che
aveva sul ginocchio debole. A conta o con l’osso, il legno del manico
si spezzò di ne o.
Onren cadde con un gemito: il ginocchio aveva ceduto. Prima che
potesse rialzarsi, Tané le preme e la lama fra le spalle.
«In piedi» disse compiaciuto il generale. «Ben fa o. Onorevole
Tané della Casa di Mezzogiorno, la vi oria è tua.»
Applausi tra il pubblico. Tané restituì l’alabarda a un servo e
porse la mano a Onren.
«Ti ho fa o male?»
La giovane acce ò l’aiuto. «Insomma» rispose ansimando. «Mi hai
spezzato una rotula, credo.»
Un soffio di aria gelida le colpì sulla schiena. Il Lacustrino verde
sorrise a Tané da sopra il te o, mostrando la fi a dentatura. Per la
prima volta, Tané osò rispondere.
Ci mise un a imo a rendersi conto che Onren le stava ancora
parlando.
«Scusami» disse, con la testa che le ronzava di gioia. «Che cosa hai
de o?»
«Rifle evo su come dietro un faccino gentile possa nascondersi il
più feroce dei guerrieri.» Si salutarono con un inchino, quindi Onren
indicò con un cenno gli spalti dove gli altri continuavano ad
applaudire. «Guarda Turosa. Sa che gli toccherà affrontarti.»
Tané seguì il suo sguardo. Non aveva mai visto Turosa così
arrabbiato… e risoluto.
11
Occidente

«Ecco qui» disse Estina Melaugo abbracciando con un gesto ampio


della mano la terraferma in lontananza. «Deliziatevi gli occhi con la
cloaca draconica di Yscalin.»
«No, grazie.» Kit prese un sorso dalla bo iglia che stavano
facendo girare. «Ho sempre preferito l’idea di una morte a sorpresa.»
Loth sbirciò nel cannocchiale. Era trascorso un giorno intero
dall’avvistamento del Grande dell’Ovest, e ancora gli tremavano le
mani.
Fýredel. Ala destra del Senza Nome. Comandante dell’Armata
Draconica. Se lui si era risvegliato, sicuramente anche gli altri Grandi
dell’Ovest stavano per fare lo stesso. Da loro traeva forza l’intera
stirpe dei wyrm. Quando un Grande dell’Ovest moriva, si
estingueva anche il fuoco della sua progenie e dei suoi discendenti.
Il ritorno del Senza Nome era impensabile fintanto che una
Berethnet sedeva sul trono di Inys… ma per seminare la rovina i suoi
servitori non avevano necessariamente bisogno di lui, come l’Era
Dolente aveva ben dimostrato.
Qualcosa doveva averli spinti a tornare. Erano piombati nelle
tenebre alla fine di quel periodo nefasto, la stessa no e in cui la
cometa aveva a raversato il cielo. Per secoli gli studiosi si erano
interrogati sul motivo di tale avvenimento, tentando di predire la
data di un possibile risveglio, ma nessuno aveva mai trovato la
risposta. Finché, poco per volta, avevano smesso addiri ura di porsi
la domanda, e finito per considerare i wyrm nulla più di fossili
viventi.
Loth si concentrò su quanto gli mostrava il cannocchiale.
Navigavano so o lo sguardo ammiccante della luna, su un mare
cupo quanto i suoi pensieri. L’unica cosa visibile era il groviglio di
luci di Perunta, un potenziale focolare di peste draconica.
All’inizio il morbo era stato messo in circolo dal Senza Nome, il
cui fiato, si diceva, funzionava come un veleno ad azione lenta.
Nuovi ceppi ancora più preoccupanti si erano trasmessi con l’arrivo
dei Grandi dell’Ovest: loro e le loro viverne diffondevano il contagio,
come un tempo i ra i con la peste. Dal tramontare dell’Era
Draconica il morbo persisteva solo in piccole sacche, ma Loth ne
aveva studiato i sintomi sui libri.
Cominciava tu o con un arrossamento delle mani, seguito da uno
sfogo cutaneo che squamava la pelle. Man mano che il male si
espandeva, il paziente veniva affli o da dolori alle articolazioni,
febbre e delirio. Se poi era così sfortunato da sopravvivere, doveva
affrontare il bollore del sangue. In questa fase i malati diventavano
particolarmente pericolosi: se nessuno li tra eneva correvano in giro
urlando come se stessero bruciando vivi, e chiunque entrasse in
conta o con la loro pelle infe a contraeva il morbo. Di solito si
impiegavano due o tre giorni a morire, ma secondo i libri qualche
sventurato era sopravvissuto più a lungo.
Non esisteva cura. Né cura, né alcuna prevenzione.
Loth chiuse il cannocchiale con uno sca o e lo restituì a Melaugo.
«Ci siamo, immagino» disse.
«Non perdete le speranze, Lord Arteloth.» Lo sguardo della
donna rimase freddo. «Dubito che il contagio abbia raggiunto il
palazzo. Sono quelli che chiamate plebei a pagare lo sco o di questi
tempi bui.»
Li raggiunsero a prua Plume e Harlowe, intento a fumare la pipa.
«Bene, miei signori» disse il capitano. «Siamo stati lieti di
ospitarvi, davvero, ma anche le cose belle prima o poi finiscono.»
Finalmente Kit parve rendersi conto del pericolo. Forse era
ubriaco, oppure lo spirito l’aveva semplicemente abbandonato, fa o
sta che congiunse le mani in un gesto di supplica. «Vi prego,
capitano Harlowe, arruolateci nel vostro equipaggio» implorò con
gli occhi accesi da una luce febbrile. «Non c’è bisogno di dirlo a Lord
Seyton. Le nostre famiglie sono ricche.»
«Cosa vai dicendo?» sibilò Loth. «Kit…»
«Lasciatelo parlare» lo interruppe Harlowe con un cenno della
pipa. «Continuate, prego, Lord Kitston.»
«Alle Piane c’è una tenuta, un’o ima tenuta. Salvateci e sarà
vostra» proseguì Kit.
«A che mi serve la terra quando ai miei piedi ho già i se e mari?»
riba é Harlowe. «Quello di cui ho bisogno davvero sono i marinai.»
«So o la vostra guida scomme o che potremmo diventare
marinai eccellenti. Discendo da una lunga genia di cartografi, sapete.»
Una spudorata menzogna. «E Arteloth, qui, andava sempre in barca
sul Lago Elsand.»
Harlowe li scrutò con espressione torva.
«No» si intromise Loth. «Capitano, Lord Kitston è a disagio per
via della nostra missione, ma abbiamo il dovere di entrare a Yscalin e
assicurarci che giustizia sia fa a.»
Con il viso avvizzito come una mela vecchia, Kit lo afferrò per il
giustacuore trascinandolo da parte.
«Arteloth,» sibilò tra i denti «sto cercando di farci uscire da questo
disastro, che, lo sai bene,» costrinse Loth a guardare le luci della
costa in lontananza «non ha niente a che fare con la giustizia. Qui si
parla del Rapace No urno che ci manda a morire per un miserabile
pe egolezzo.»
«Può anche darsi che Combe mi abbia esiliato per i suoi secondi
fini, ma ora che sono alle porte di Yscalin è mia intenzione scoprire
cosa ne è stato del principe Wilstan.» Loth poggiò una mano sulla
spalla dell’amico. «Non te ne vorrò se preferirai tornare indietro, Kit.
Non è rivolto a te questo castigo.»
Kit lo osservava, divorato dalla frustrazione. «Oh, Loth» disse
piano. «Ricordati che non sei il Santo.»
«No, ma il ragazzo ha le palle» si intromise Melaugo.
«Non ho tempo per questi discorsi bigo i,» intervenne Harlowe
«ma devo amme ere di concordare con Estina circa i vostri a ributi,
Lord Arteloth.» Gli rivolse un’occhiata penetrante. «Ho bisogno di
uomini come voi. Se desiderate solcare i mari, una sola parola ed
entrerete a far parte del mio equipaggio.»
Kit non credeva alle proprie orecchie. «Sul serio?»
Il viso di Harlowe era privo di espressione, e Loth, dal canto suo,
non pareva intenzionato a cambiare idea; Kit emise un lungo
sospiro.
«Lo immaginavo» concluse Harlowe gelandoli con lo sguardo.
«Ora, se non vi dispiace, giù il culo dalla mia nave.»
I pirati sogghignarono, Melaugo invece si allontanò con un cenno
a labbra stre e. Quando Kit fece per seguirlo, Loth lo tra enne per il
braccio.
«Kit,» mormorò «resta qui, approfi ane. Per Combe tu non sei
una minaccia. Non come me, almeno. Puoi ancora tornare a Inys.»
Kit scosse la testa con un sorriso.
«Suvvia, Arteloth» disse. «Il poco di pietà che mi è rimasto lo
devo a te. E pure se non è il mio patrono, so anch’io che il Cavaliere
di Sodalizio comanda di non abbandonare gli amici.»
Loth avrebbe voluto controba ere ma non riuscì a tra enere un
sorriso, quindi i due uomini si incamminarono fianco a fianco dietro
Melaugo.
Si calarono giù dal ponte della Rosa Eterna su una scale a di
corda, con gli stivali lucidi che scivolavano sui pioli. Quando
finalmente furono sulla scialuppa già carica di bagagli, Melaugo
saltò a bordo.
«Passatemi i remi, Lord Arteloth.» Lui obbedì e la donna fece un
fischio. «Ci vediamo, capitano. Non andatevene senza di me.»
«Non potrei mai, Estina» gridò Harlowe, affacciato al parape o.
«Addio, signori.»
«Tenetevi ben stre i quei pomi d’ambra, gentiluomini» aggiunse
Plume. «Non vorrei che vi beccaste qualcosa.»
La fragorosa risata dell’equipaggio li accompagnò mentre
Melaugo remava verso la costa.
«Lasciateli perdere. Se la farebbero nelle mutande al posto
vostro.» Lanciò un’occhiata alla nave. «Perché vi siete offerto di
diventare pirata, Lord Kitston? Questa vita è diversa da come la
cantano le vostre poesie, sapete. C’è un tantino più di merda e
scorbuto.»
«Un lampo di genio, immagino» rispose Kit, fingendosi offeso.
«Ho scelto come patrono il Cavaliere di Cortesia, che ordina ai poeti
p p
di magnificare il mondo. Ma come posso accontentare la mia dama
senza prima vederlo?»
«Per rispondere mi servirebbero un paio di bicchieri.»
Quando si fecero più vicini alla riva, Loth tirò fuori il fazzole o e
se lo preme e so o il naso. Aceto, pesce e fumo acre conferivano a
Perunta la sua putrescente fragranza. Kit continuava a sorridere, ma
con gli occhi gonfi di lacrime.
«Inebriante» commentò.
Melaugo non rise. «Teneteli davvero i pomi d’ambra» suggerì.
«Possono tornare utili, anche solo per conforto.»
«Non possiamo fare nulla per proteggerci?»
«L’unica è non respirare. Dicono che il morbo sia dappertu o, e
nessuno sa come si diffonde. C’è persino chi porta veli o maschere
per tenerlo lontano.»
«Tu o qui?»
«Oh, vedrete, cercheranno di vendervi qualsiasi cosa. Specchie i
per allontanare i vapori nefasti, pozioni e poltiglie di ogni sorta… ma
sarebbe uno spreco di denaro. La cosa migliore è me ere fine alle
sofferenze delle vi ime.» Virò per evitare che la scialuppa finisse
contro uno scoglio. «Dubito che voi due abbiate avuto a che fare
spesso con la morte.»
«La vostra illazione mi offende» obie ò Kit. «Ho visto la mia cara
vecchia zia dentro la bara.»
«Certo, e suppongo indossasse una veste purpurea adeguata
all’incontro con il Santo. Sarà stata serena e pulita come un mice o e
profumata di rosmarino.» Kit rispose con una smorfia, ma Melaugo
proseguì: «Quella che avete visto non era la morte, mio signore, solo
la maschera che ci me iamo sopra».
Trascorsero il resto del viaggio in silenzio. Quando l’acqua fu
abbastanza bassa da guadare, Melaugo tirò i remi in barca.
«Io di più non mi avvicino.» Indicò la ci à con un cenno. «Andate
alla Locanda della Vite, dovrebbero passare a prendervi là.» Diede
un calce o a Kit con la punta dello stivale. «Fuori dai piedi, ora.
Sono una corsara, mica una balia.»
Loth si tra enne ancora un a imo. «Vi siamo riconoscenti,
madonna Melaugo, e la vostra gentilezza non verrà dimenticata.»
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«Dimenticatela, invece, vi prego: ho una reputazione da
mantenere.»
Loth e Kit scesero dalla scialuppa portandosi dietro i bagagli.
Dopo essersi assicurata che fossero arrivati, grondanti, in spiaggia,
Melaugo remò indietro verso la Rosa Eterna, intonando un vibrante
canto yscal.
Harlowe li avrebbe arruolati entrambi. Avrebbero potuto
esplorare luoghi privi di nome, oceani mai a raversati dalle ro e
commerciali. Loth avrebbe potuto, un giorno, trovarsi al comando di
una nave tu a sua… ma non era quel tipo d’uomo, né lo sarebbe mai
stato.
«Non certo il nostro ingresso più trionfale.» Ansimando, Kit bu ò
a terra il suo baule. «Come facciamo a trovare la locanda?»
«Direi… affidandoci all’istinto» rispose incerto Loth. «I plebei
sembrano cavarsela molto bene.»
«Arteloth, noi siamo cortigiani. I nostri istinti sono del tu o
inutili.»
Loth non seppe cosa rispondere.
Lentamente, si avviarono in ci à trascinandosi dietro i bauli
pesanti, senza né mappa né bussola su cui fare affidamento.
Un tempo Perunta godeva della fama di più bel porto
d’Occidente. Quelle strade fangose, sommerse di lische di pesce,
cenere e rifiuti non erano affa o ciò che Loth si aspe ava. Una
carcassa d’uccello brulicante di vermi. Fogne a cielo aperto. In fondo
a una piazza buia, un santuario fatiscente. A Sabran era giunta voce
che re Sigoso giustiziasse i Sanctarian che si rifiutavano di ripudiare
il Santo, ma la regina non aveva voluto crederci.
Loth, evitando un rivolo di melma scura, fece di tu o per non
respirare. Non osava tenersi a troppa distanza da Kit in mezzo a
quella folla sgomitante di persone col volto coperto da veli e stracci.
Il primo lazzare o lo videro appena sbucati nella strada
successiva: tavole di legno inchiodate alle finestre e ali rosso sangue
disegnate ai lati di un portone di quercia su cui campeggiava una
scri a in lingua yscal.
«Pietà per questo luogo. Siamo stati malede i» lesse Kit.
Loth lo guardò con sospe o: «Da quando capisci l’yscal?».
g p q p y
«Lo so, sei scioccato» rispose Kit in tono solenne. «Dopotu o
padroneggio l’inysh con tale maestria, produco versi di tale
prodigiosa bellezza che sembra impossibile che nel mio cervello ci
sia spazio per un’altra lingua. Eppure…»
«Kit.»
«Melaugo mi ha de o cosa significa.»
Il buio rendeva difficile orientarsi. Le candele accese a Perunta
erano poche, anche se al centro delle vie più ampie fumavano dei
bracieri. A furia di vagare ostentando finta disinvoltura, Loth e Kit
capitarono davanti alla locanda dell’appuntamento con la guida per
Cárscaro. L’insegna mostrava un invitante grappolo d’uva nera, del
tu o inadeguato allo squallore del quartiere.
Una carrozza li a endeva accanto al marciapiede. Costruita in
quello che aveva tu a l’aria di essere ferro, Loth ne fu terrorizzato
ancor prima di vedere che razza di animali potessero trainarla. Poi,
però, li vide.
Un muso enorme, simile a quello di un lupo, si voltò nella sua
direzione; dalla mascella semiaperta, possente e fi a di zanne, colava
un rivolo denso di bava.
La creatura era più grande di un orso. Il collo massiccio collegava
la testa a un corpo serpentino, mosso dai muscoli gonfi di qua ro
zampe ma anche da un paio d’ali da pipistrello. Al suo fianco c’era
un altro mostro, interamente coperto di pelo grigio scuro. Avevano
entrambi gli stessi occhi: tizzoni ardenti dall’Utero di Fuoco.
Iaculi.
Incroci tra lupi e viverne.
«Resta immobile» sussurrò Kit. «Nei bestiari c’è scri o che i
movimenti improvvisi li fanno innervosire.»
Uno dei due iaculi ringhiò. Loth avrebbe voluto farsi il segno
della spada, ma non osava muoversi.
Quante creature draconiche camminavano sul suolo di Yscalin?
Il conducente della carrozza era un Yscal dai capelli unti. «Lord
Arteloth e Lord Kitston, presumo» disse.
Kit rispose con un grugnito indistinto. L’uomo tirò una leva e
dalla ve ura calò una scale a. «Lasciate i bagagli» biascicò.
«Entrate.»
Obbedirono.
Ad a enderli nella carrozza c’era una donna coperta da una
pesante veste cremisi e un velo di merle o nero. I lunghi guanti di
velluto le arrivavano al gomito, e dal collo le pendeva un pomo
d’ambra.
«Lord Arteloth. Lord Kitston» li salutò una voce gentile. Loth
riuscì a indovinare un paio di occhi scuri dietro il velo. «Benvenuti a
Perunta. Mi chiamo Priessa Yelarigas, Prima Gentildonna della
Camera di Sua Radiosità, la Donmata Marosa del Regno Draconico
di Yscalin.»
Non era malata. Nessuno affe o dal morbo avrebbe potuto
parlare in tono tanto soave.
«Grazie per essere venuta a prenderci, mia signora.» Loth fece
uno sforzo per mantenere la voce salda, mentre Kit si sistemava sul
sedile accanto a lui. «È per noi un vero onore essere ricevuti alla
corte di re Sigoso.»
«E Sua Maestà è onorato dalla vostra visita.»
Un colpo di frusta e la carrozza balzò in avanti.
«Devo amme erlo, mi sorprende che Sua Radiosità mandi per noi
una dama di tale rango» osservò Loth. «Dato che la ci à è contagiata
dal morbo.»
«Se il volere del Senza Nome è che mi arrenda al suo male, così
sia» rispose tranquillamente la donna.
Loth si irrigidì. E pensare che fino a non molto tempo prima
questa gente si professava seguace di Virtudom, e fedele a Sabran.
«Sarete abituati alle carrozze trainate da cavalli, miei signori,»
proseguì Lady Priessa «ma in quel modo impiegheremmo giorni
interi ad a raversare Yscalin. Gli iaculi hanno zampe potenti e non si
stancano mai.»
Congiunse le mani in grembo. Molti anelli, portati sopra i guanti,
adornavano le dita affusolate.
«Vi consiglio di riposare» disse. «Procederemo spediti, ma il
viaggio è piu osto lungo.»
Loth abbozzò un sorriso. «Vorrei godermi il paesaggio.»
«Come preferite.»
Era troppo buio per guardare fuori dal finestrino, ma la verità era
che non sarebbe mai riuscito a dormire a così poca distanza da
un’adoratrice di wyrm.
Era ufficialmente entrato in terra draconica. Si sarebbe alzato dal
cuscino di seta della nobiltà e avrebbe stanato la spia. Per affrontare
l’impresa doveva temprarsi, così, mentre al suo fianco Kit si
appisolava, lui rimase immobile, gli occhi aperti per puro sforzo di
volontà, e fece una promessa al Santo.
Avrebbe acce ato il cammino che era stato scelto per lui. Avrebbe
trovato il principe Wilstan. Avrebbe fa o in modo che padre e figlia
si ricongiungessero. E poi sarebbe tornato a casa.
Non fu in grado di capire se quella no e Priessa Yelarigas dormì
oppure rimase ininterro amente a fissarlo.

Aveva i capelli intrisi di fumo. Ne sentiva la puzza.


«In nome di Virtudom, dove l’avete trovata?»
«Sul campanile, pensate.»
Rumore di passi. «Per il Santo, è madonna Duryan! Presto,
avvertite Sua Maestà. E chiamate un do ore.»
Al posto della lingua le sembrava di avere un tizzone ardente.
Appena gli estranei la lasciarono in pace, sprofondò in un delirio
febbrile.
Era tornata bambina, cercava riparo dal sole so o i rami di un
albero. I fru i pendevano invitanti sulla sua testa, ma erano troppo
in alto, e la voce di Jondu la chiamava da lontano: Vieni, Eadaz, vieni a
vedere!
Poi la Priora le avvicinava una coppa alle labbra, invitandola a
bere il sangue della Madre. Sapeva di sole e risate e preghiera. Nei
giorni seguenti si era sentita ardere come adesso, ardere finché il
fuoco non aveva disciolto la sua ignoranza. Quel giorno era nata di
nuovo.
Quando si svegliò, vide di fianco al le o una donna dall’aria
familiare, che versava acqua da un catino in una brocca.
«Meg.»
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Margret si voltò di sca o, rischiando di far cadere la brocca.
«Ead!» Con un risolino di sollievo si chinò a baciarle la fronte.
«Oh, sia lode al Santo. Sei rimasta incosciente per giorni. Il medico
prima ha de o che avevi la febbre, poi l’influenza, poi addiri ura il
morbo…»
«Sabran» riuscì a dire Ead. «Sta bene, Meg?»
«Prima capiamo se tu stai bene» rispose lei tastandole le guance e
il collo. «Hai dolori da qualche parte? Chiamo il do ore?»
«Non ce n’è bisogno, mi sento benissimo.» Ead si inumidì le
labbra. «Potrei avere da bere?»
«Ma certo.»
Margret riempì una coppa e gliela avvicinò alla bocca in modo
che Ead potesse sorbire qualche sorso di birra.
«Ti hanno trovata sul campanile» disse poi. «Cosa ci facevi
lassù?»
Ead improvvisò: «Ero in biblioteca e ho sbagliato corridoio. Poi
quando ho visto la porta del campanile aperta mi è venuta voglia di
andare a curiosare, e in quel momento è arrivata la bestia. Immagino
che a farmi ammalare sia stato… il suo orrido olezzo». Prima che
Margret potesse controba ere, aggiunse: «Adesso dimmi come sta
Sabran».
«Non è mai stata meglio: ora tu a Inys sa che il fuoco di Fýredel
non la può scalfire.»
«E il wyrm? Dov’è?»
Margret appoggiò la coppa sul tavolino e immerse una pezzuola
nell’acqua della brocca.
«Andato.» Fece una smorfia perplessa. «Nessuna vi ima, ma
alcuni magazzini sono stati inceneriti, e secondo il capitano Lintley
in ci à il panico ha preso il sopravvento. Sabran ha inviato degli
araldi a rassicurare il popolo, ma nessuno riesce a credere che un
Grande dell’Ovest si sia risvegliato davvero.»
«Eppure era destino che succedesse» commentò Ead. «È già da un
po’ che le creature più piccole seminano scompiglio.»
«Vero, ma i loro padroni mai. Grazie al cielo la maggior parte
degli abitanti di Ascalon non si è resa conto di aver visto l’ala destra
del Senza Nome. Tu i gli arazzi che ritraggono lui e la sua stirpe
infernale sono nascosti quassù.» Margret strizzò la pezzuola.
«Ha de o che Orsul è già sveglio» mormorò Ead dopo un altro
sorso di birra. «E che Valeysa lo sarà presto.»
«Per fortuna gli altri sono morti, e il Senza Nome non può fare
ritorno, naturalmente. Non finché la Casata di Berethnet
sopravvive.»
Quando Ead tentò di me ersi a sedere, le braccia le cede ero
facendola sprofondare di nuovo tra i cuscini. Margret discusse con il
domestico che a endeva sulla soglia, quindi tornò al suo capezzale.
«Meg,» disse Ead mentre l’amica le tamponava la fronte «so cosa è
successo a Loth.»
Margret si immobilizzò. «Ti ha scri o?»
«No.» Sbirciò verso la porta. «Ho sentito i duchi che ne parlavano
con Sabran. Combe sostiene che Loth voglia infiltrarsi come spia a
Cárscaro per saggiare il terreno e capire che ne è stato di Wilstan
Fynch. Dice che è partito senza chiedere il permesso… ma credo che
entrambe sappiamo com’è andata davvero.»
Margret si appoggiò lentamente allo schienale, portandosi le mani
al cuore.
«Santo, proteggi mio fratello» mormorò. «Non è una spia. Combe
lo ha mandato a morte.»
Calò un silenzio ro o solamente dal canto degli uccelli fuori dalla
finestra.
«Io glielo dicevo, Ead» sospirò Margret alla fine. «Glielo dicevo
che l’amicizia di una regina è diversa dalle altre, che doveva fare
a enzione. Ma Loth non mi ascolta mai.» Fece un sorriso triste e
stanco. «Mio fratello è convinto che tu i gli altri siano buoni come
lui.»
Ead si sforzò di trovare una parola di conforto, ma non le venne
nulla. Loth era in guai seri.
«Lo so. Ho provato a me erlo in guardia anch’io.» Strinse la mano
dell’amica tra le sue. «Ma forse riuscirà a tornare.»
«Non durerà molto a Cárscaro, lo sai anche tu.»
«Potresti supplicare Combe di richiamarlo. Sei pur sempre Lady
Margret Beck.»
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«E Combe è il duca di Cortesia. Dispone di un potere e di un
patrimonio che io non mi sogno neanche.»
«Provare a parlarne dire amente a Sabran, allora?» chiese Ead.
«Nutrirà già dei dubbi su tu a la faccenda.»
«Senza prove certe di una congiura non posso accusare Combe, né
nessun altro. Se ha de o a Sab che Loth è partito di sua spontanea
volontà e io non ho nulla che dimostri il contrario, persino la regina
ha le mani legate.»
Ead sapeva che Margret aveva ragione. Serrò i denti, mentre
l’amica si lasciava sfuggire un sospiro affli o.
In quel momento qualcuno bussò alla porta, e Margret andò a
confabulare con il nuovo venuto. Ora, con il siden che taceva e tu i i
sensi o enebrati, Ead non riusciva a distinguere le loro parole.
Margret tornò portando una coppa. «Grog» disse. «Tallys lo ha
preparato apposta per te, che cara.»
Il liquore, zuccherato al punto da diventare quasi stomachevole,
era la panacea più diffusa a Inys. Ancora troppo debole per reggere i
manici della coppa, Ead lasciò che l’amica le somministrasse un
cucchiaino di quell’intruglio tremendo.
Bussarono di nuovo. Questa volta, subito dopo aver aperto la
porta, Margret si produsse in una riverenza.
«Lasciaci un momento, Meg.»
Ead riconobbe la voce. Dopo averle lanciato un’ultima occhiata,
Margret uscì.
La regina di Inys avanzò nella stanza. Vestiva all’amazzone, color
agrifoglio dalla testa ai piedi.
«Se avete bisogno chiamateci, Maestà» disse una voce rude nel
corridoio.
«Dubito che una convalescente alle ata rappresenti un grave
pericolo per la mia persona, Sir Gules, ma grazie.»
La porta si chiuse. Ead fece di tu o per ricomporsi,
vergognandosi della camicia sudata e dell’odore acre del proprio
alito.
«Ead» disse Sabran squadrandola. Una vampata di rossore le
imporporò gli zigomi. «Ti sei svegliata, finalmente. Da troppo tempo
non ti si vede nei miei appartamenti.»
pp
«Perdonatemi, mia signora.»
«Si sente la mancanza della tua generosità. Volevo venire prima a
farti visita, ma il do ore temeva che fossi contagiosa.» Il sole le
brillava negli occhi. «Quando è arrivato il wyrm, tu eri sulla torre
dell’orologio. Gradirei sapere perché.»
«Signora?»
«Il Bibliotecario di Corte ti ha trovata lassù, e a quanto dice Lady
Oliva Marchyn quello è il luogo in cui cortigiani e servitori si
incontrano per… dar libero sfogo alla libidine.»
«Non ho alcun amante, Maestà.»
«Non tollero simili indecenze nel mio palazzo. Confessa, e forse il
Cavaliere di Cortesia avrà pietà di te.»
Ead sospe ava che la regina non si sarebbe bevuta la storia del
corridoio sbagliato. «Sono salita sul campanile per… distrarre la
bestia da Vostra Maestà.» Avrebbe voluto che il suo tono suonasse
meno incerto. «Ma sbagliavo a preoccuparmi per voi.»
Era la verità, epurata di alcune parti fondamentali.
«Confido che l’ambasciatore uq-Ispad non perme erebbe che una
persona dalla dubbia morale entrasse a far parte della mia Alta
Servitù» concesse Sabran. «Ma non voglio mai più sentire che sei
stata lassù.»
«Naturalmente, mia signora.»
La regina si diresse verso la finestra aperta. Con una mano
poggiata sul davanzale scrutò i cortili del palazzo.
«Maestà,» disse Ead «posso domandarvi cosa vi ha spinto ad
affrontare il wyrm?» Nella stanza entrava una brezza piacevole. «Se
Fýredel vi avesse uccisa, sarebbe stata la fine di tu o.»
Per un po’ Sabran non rispose.
«Ha minacciato il mio popolo» mormorò alla fine. «Sono uscita
prima ancora di pensare a un’alternativa possibile.» Tornò a
rivolgersi a Ead. «Ho ricevuto un’altra segnalazione sul tuo conto.
Lady Truyde u Zeedeur dice in giro che sei una strega.»
Malede a gallina testarossa. Anche se doveva amme ere che il
suo coraggio nell’ignorare la minaccia di maleficio aveva un che di
ammirevole.
«Mia signora, io non so nulla di stregoneria» rispose, condendo le
parole con un pizzico di sdegno.
Stregoneria non era un termine molto apprezzato dalla Priora.
«Senza dubbio,» replicò Sabran «ma Lady Truyde è dell’idea che
sei stata tu a proteggermi da Fýredel. Racconta di averti vista sulla
torre dell’orologio, intenta a lanciarmi un incantesimo.»
Stavolta Ead preferì il silenzio: non esistevano risposte per una
simile accusa.
«Ovviamente» continuò Sabran «sta mentendo.»
Ead non osava parlare.
«È stato il Santo a respingere il wyrm, e a proteggermi dal fuoco
con il suo scudo celeste. Insinuare che sia merito di un banale
sortilegio si avvicina molto alla blasfemia» dichiarò Sabran in tono
neutro. «Sono quasi tentata di rinchiuderla nella Torre dei Sospiri.»
La tensione abbandonò Ead tu a d’un colpo. Una risata di
sollievo le gorgogliò dentro, minacciando di esplodere.
«È solo molto giovane, Maestà» disse, sforzandosi di reprimerla.
«E la gioventù rende folli.»
«È vecchia abbastanza da accusarti ingiustamente» fece notare
Sabran. «Non desideri vende a?»
«Preferisco il sapore della misericordia. Mi fa dormire meglio.»
Gli occhi di ghiaccio della regina la perforarono. «Con questo
vorresti forse dire che dovrei mostrare più misericordia?»
Ma Ead era troppo esausta persino per la paura. «No. Solo,
escludo che Lady Truyde volesse insultare Vostra Maestà. Più
probabilmente prova rancore nei miei confronti, giacché occupo una
posizione che lei desidererebbe.»
Sabran sollevò il mento.
«Ti concedo tre giorni, poi tornerai alle tue mansioni. Fino ad
allora il Medico di Corte si occuperà di te» dichiarò. Ead era
incredula. «Mi servi in salute» spiegò Sabran, alzandosi per
andarsene. «Una volta fa o l’annuncio, avrò bisogno che tu e le
ancelle restino al mio fianco.»
«L’annuncio, mia signora?»
Sabran le dava le spalle, e Ead riuscì a indovinare la tensione tra le
scapole.
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«L’annuncio» disse la regina «del mio imminente matrimonio con
Aubrecht Lievelyn, Illustre Principe del Libero Stato di Mentendon.»
12
Oriente

Le prove dell’acqua si susseguirono come in un lungo sogno.


Quando la tempesta si abba é sulla costa occidentale di Seiiki la
maggior parte degli abitanti si rifugiò in casa, ma non i Guardiani
dei Mari: da loro ci si aspe ava che sopportassero le condizioni
atmosferiche peggiori.
«La pioggia è acqua, proprio come noi.» Passando in rassegna le
truppe, il Generale dei Mari gridava per sovrastare il frastuono dei
tuoni, con i capelli appiccicati al cranio e rivoli di pioggia che gli
scendevano sul naso. «Se basta un po’ d’acqua a scoraggiarvi, non
sperate di cavalcare un drago o sorvegliare il mare. Questo non è
posto per voi.» Alzò ulteriormente la voce: «Vi farete scoraggiare,
dunque?».
«No, onorevole generale» urlarono gli apprendisti.
Per fortuna la pioggia era tiepida: Tané era già zuppa.
Le gare di tiro con l’arco e tiro al bersaglio furono abbastanza
semplici. Anche so o il diluvio Tané poteva contare su buona mira e
mano ferma. La migliore con l’arco fu Dumusa, che avrebbe centrato
il bersaglio anche a occhi chiusi, ma Tané riuscì a guadagnarsi la
seconda posizione. Nessuno, inoltre, nemmeno la stessa Dumusa,
poté eguagliarla con la pistola, anche se un apprendista della Casa
d’Occidente ci andò vicino. Kanperu, il più alto e anziano di tu i:
aveva le mandibole talmente contra e da poterci reggere una spada,
e mani grandi abbastanza da avvolgere il tronco di un albero.
Poi fu la volta del tiro con l’arco a cavallo: l’obie ivo era colpire
sei sfere di vetro appese a una trave. Dumusa non fu precisa come a
piedi, e ne centrò solo cinque. Onren, non propriamente un’amante
dei cavalli, digrignò i denti per l’intera durata della prova; perse il
controllo dello stallone e alla fine mancò metà dei bersagli. Tané
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riuscì a colpirne cinque, ma un istante prima di ultimare la corsa il
cavallo inciampò deviando il suo ultimo lancio e consentendo a
Turosa di soffiarle la vi oria.
Più tardi, ricondussero gli animali nelle stalle. «Sei stata
sfortunata, plebea» le disse Turosa scivolando giù dalla sella. «Ma
credo che certe cose uno le abbia nel sangue. Chissà se prima o poi
l’onorevole Generale dei Mari capirà che i cavalieri di draghi sono
tali per nascita.»
Mentre passava allo stalliere le redini del cavallo, un purosangue
col manto zuppo di pioggia e sudore, Tané fece di tu o per
mantenere la calma.
«Ignoralo, Tané» le consigliò Dumusa smontando, i capelli fradici
che le sgocciolavano sulle spalle. «L’acqua scorre dentro tu i noi allo
stesso modo.»
Turosa fece una smorfia assai poco convinta, ma evitò di
rispondere: non discuteva mai con altri discendenti di cavalieri.
Quando se ne fu andato, Tané si inchinò a Dumusa. «Hai un
grande talento, onorevole Dumusa» disse. «Spero di diventare
un’arciera del tuo livello, un giorno.»
Dumusa restituì l’inchino. «E io mi auguro di raggiungere la tua
padronanza con le armi da fuoco, onorevole Tané.»
Uscirono insieme dalle stalle. A Tané era già capitato di parlare
con Dumusa, ma rimanere sola con lei le procurava un certo disagio.
Si era chiesta spesso come doveva aver vissuto l’altra apprendista,
cresciuta dai nonni Miduchi in un sontuoso palazzo di Ginura.
Quando giunsero alla sala dell’addestramento, si sede ero; Tané
iniziò a pulire le frecce dal fango. Kanperu, il loro compagno alto e
silenzioso, era già lì a smontare e rimontare la pistola d’argento.
Giunse anche Onren, che li trovò tu i assorti nelle varie
occupazioni.
«Non credo di aver mai tirato peggio di oggi» dichiarò ad alta
voce. Si lisciò all’indietro i capelli fradici. «Voglio trovare un
santuario e chiedere al grande Kwiriki di eliminare i cavalli dalla
faccia della terra. È da quando sono nata che mi tormentano.»
«Tranquilla» la rassicurò Dumusa senza sollevare lo sguardo
dall’arco. «Hai ancora tu o il tempo di mostrare ai Miduchi le tue
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qualità.»
«Facile per te che il sangue Miduchi ce l’hai già. Voialtri alla fine
diventate sempre cavalieri.»
«C’è sempre una possibilità che io sia la prima a cui non succede.»
«Una possibilità» ripeté Onren. «Sai anche tu che non è molto.»
Aveva ancora il ginocchio gonfio per il duello. Avrebbe dovuto
impegnarsi moltissimo, se voleva diventare cavaliere.
Kanperu andò a riporre la pistola sulla rastrelliera, quindi,
uscendo dalla stanza, rivolse a Onren uno sguardo indecifrabile.
«Ho sentito che l’onorevole Kanperu è un assiduo frequentatore
della taverna vicino al mercato» bisbigliò Dumusa a Onren appena
l’altro fu fuori portata. «Ci va tu e le sere.»
«E allora?»
«Pensavo che potremmo andare anche noi. Da cavalieri dovremo
trascorrere molto tempo insieme, sarà più facile se ci conosciamo
meglio. Non siete d’accordo?»
Onren sorrise. «Dumu,» disse «stai cercando di distrarmi perché
hai paura che ti surclassi?»
«Sai bene che, a parte il tiro con l’arco, mi surclassi già in tu o.»
Dumusa tornò a fissare l’arma. «Forza, ho bisogno di uscire da qui
per un paio d’ore.»
«Dovrei proprio riferire al generale della pessima influenza che
hai su di noi.» Onren si alzò per stiracchiarsi. «Tu vieni, Tané?»
Tané ci mise un a imo ad accorgersi che la fissavano entrambe, in
a esa di una risposta.
Non stavano scherzando. Volevano davvero andare alla taverna,
nel bel mezzo delle prove dell’acqua.
«Grazie mille,» disse piano «ma devo allenarmi per la prossima
prova.» Fece una pausa. «Non dovresti anche tu prepararti per
domani, Onren?»
L’altra sbuffò. «È tu a la vita che mi preparo. Ieri sera mi sono
allenata e oggi non mi è servito a niente. No,» concluse «quello che
mi serve stasera è qualcosa di forte. Un bel bicchiere, e forse anche
un bel…» lanciò un’occhiata a Dumusa. Malgrado gli sforzi per
contenersi, scoppiarono a ridere.
Erano impazzite. Nessuno poteva perme ersi distrazioni in un
momento simile.
«Godetevi la vostra serata, allora» disse Tané alzandosi in piedi.
«Buonano e.»
«Buonano e, Tané» rispose Onren. Il sorriso era scomparso,
sostituito da un’espressione corrucciata. «Cerca di dormire un po’,
mi raccomando.»
«Certo.»
Tané a raversò la sala e rimise a posto l’arco. Turosa si stava
allenando per il comba imento corpo a corpo; vedendola passare, si
picchiò un pugno contro un palmo.
I corridoi erano ba uti da un vento denso d’umidità, caldo come
il vapore della zuppa appena fa a. Il pavimento lindo scricchiolò
so o le sue suole mentre tornava verso gli alloggi.
Lavò via il sudore e si allenò con la spada, da sola in camera. Alla
fine le braccia le si stancarono troppo, e si sentì avvolgere da tanti
dubbi striscianti. Era molto strano che durante la prova il cavallo
fosse inciampato così, senza alcun motivo. E se Turosa l’avesse ferito
apposta per farla perdere?
Si decise quindi a tornare alle stalle e domandare al garzone, il
quale tu avia rispose che non c’era nulla di cui preoccuparsi: il
terreno era fradicio, probabile che il cavallo fosse solo scivolato.
Non lasciare che quello stronze o di Turosa abbia la meglio su di te,
aveva de o Susa. Ma la sua voce, adesso, sembrava molto lontana.
Tané trascorse il resto della serata nella sala dell’addestramento,
scagliando coltelli contro i fantocci. Solo quando riuscì a colpirli tu i
precisamente nell’occhio si concesse di tornare in camera; qui, alla
luce tremolante della lampada a olio, iniziò la prima le era per Susa.

Per ora le prove sono difficili come immaginavo. Oggi il mio cavallo è scivolato, e ne ho
pagato il prezzo.
Mi alleno fino allo sfinimento, ma i miei compagni sembrano raggiungere gli stessi
risultati senza bisogno di sgobbare tanto. Bevono, fumano e si divertono mentre io non
riesco a pensare ad altro che a perfezionarmi. Sono qua ordici anni che mi preparo per
questo momento, e l’acqua in me non scorre come dovrebbe… ho paura, Susa.
Questi qua ordici anni non hanno alcun valore qui. Veniamo giudicati per chi siamo
oggi, non per quello che siamo stati.
Consegnò la le era a un servitore chiedendogli di spedirla a Capo
Hisan, quindi si stese a le o ad ascoltare il suono del proprio
respiro.
Da fuori veniva il bubolare di un gufo. Dopo qualche minuto si
alzò e uscì dalla stanza.
Meglio allenarsi un altro po’.

Il governatore era un uomo snello, dri o come un fuso, che abitava


in una lussuosa villa al centro di Capo Hisan e che, a differenza del
Sovrintendente, sapeva sorridere. Aveva i capelli grigi e il volto
gentile, ed era noto per la clemenza che riservava ai piccoli criminali.
Purtroppo, avendo infranto la legge principale di Seiiki, Niclays
aveva ben poche speranze di passare per un piccolo criminale.
«Dunque,» esordì il governatore «la donna ha condo o lo
straniero a casa vostra.»
«Sì» confermò Niclays. Aveva la gola talmente secca che quasi non
riusciva a parlare. «Sì, è così, onorevole governatore. Stavo gustando
una coppa del vostro o imo vino seiikinese quando hanno bussato
alla mia porta.»
Era rimasto segregato in una stanza per giorni, quanti non lo
sapeva: al buio tenere il conto era impossibile. Quando finalmente le
guardie l’avevano scortato fuori, si era sentito mancare, convinto che
lo stessero portando dri o al patibolo. Invece l’avevano affidato a un
do ore, che gli aveva esaminato mani e pupille. Quindi le guardie
gli avevano consegnato degli abiti puliti e l’avevano accompagnato
dall’ufficiale più potente di quella zona di Seiiki.
«Quindi avete accolto quell’uomo in casa vostra» continuò il
governatore. «Pensavate fosse un colono regolare di Orisima?»
Niclays si schiarì la gola. «Io, ehm… no. Conosco tu i a Orisima.
Ma lei mi ha minacciato» esclamò, sperando di sembrare abbastanza
scosso al ricordo. «Mi… mi ha puntato un coltello alla gola e… ha
de o che mi avrebbe ucciso se non avessi accolto lo straniero.»
Panaya gli aveva raccomandato di dire la verità, ma tu e le storie
hanno bisogno di un pizzico di infiore atura.
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A tenerlo costantemente so o controllo c’erano due fanti con le
teste coperte da elmi di acciaio assicurati so o il mento con nastri
verdi. Come un sol uomo, fecero scorrere di lato i pannelli della
porta per far entrare una coppia di soldati che trascinavano una
prigioniera.
«È questa la donna di cui parlate?» chiese il governatore.
I capelli le piovevano disordinatamente sulle spalle, e aveva un
occhio violaceo e gonfio. A giudicare dal labbro spaccato della
guardia alla sua sinistra, non era un tipo arrendevole. Un
gentiluomo, nella situazione di Niclays, avrebbe negato.
«Sì» ammise lui.
La donna gli indirizzò uno sguardo carico d’odio.
«Sì» ripeté il governatore. «Fa la musicista in un teatro di Capo
Hisan. Lo stimabile Signore della Guerra certi giorni concede anche
al pubblico di Orisima di godersi gli spe acoli degli artisti
seiikinesi.» Sollevò le sopracciglia. «Avete mai assistito a una
rappresentazione?»
Niclays abbozzò un sorriso stanco. «Di solito preferisco starmene
per conto mio.»
«O imo» gli ringhiò contro la donna. «Così puoi fo erti tu o da
solo, avido bugiardo.»
Una donna in uniforme la colpì. «Zi a.»
Niclays sussultò mentre la prigioniera crollava sul pavimento con
le spalle curve, portandosi una mano alla guancia.
«Grazie della conferma.» Il governatore gli porse uno scri oio
portatile laccato. «Lei non ci dirà nulla su come lo straniero è giunto
sull’isola. Voi lo sapete?»
Niclays deglutì a fatica: gli sembrava di avere la saliva densa
come minestrone.
Malede a onestà. Per quanto Truyde fosse lontana, non poteva
rischiare di coinvolgerla in quella faccenda.
«No» mentì. «Non me l’ha de o.»
Il governatore lo scrutò da sopra le lenti. I suoi occhie i erano
cerchiati da ombre scure.
«Sapiente do or Roos,» disse, intingendo nell’acqua un
bastoncino d’inchiostro «ho grande stima di voi, dunque sarò franco.
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Se non mi darete altre informazioni, dovrò torturare questa
povere a.»
La donna si mise a tremare.
«Non è nostra abitudine ado are questi metodi, se non in
circostanze di estrema gravità. Abbiamo prove sufficienti per
dimostrare il suo coinvolgimento in una congiura ai danni
dell’intera Seiiki. Se ha condo o lei lo straniero a Orisima, deve per
forza sapere da dove proviene. Potrebbe essere in combu a con i
contrabbandieri, crimine punibile con la morte… o in alternativa sta
coprendo qualcun altro, qualcuno che ancora ci sfugge.» Il
governatore selezionò un pennello dallo scri oio. «Se scoprissimo
che è solo una pedina, lo stimabile Signore della Guerra potrebbe
accordarle la grazia. Siete certo di non sapere chi abbia fa o entrare
Sulyard, o quale sia lo scopo del suo viaggio?»
Niclays guardò la donna sul pavimento. Lei lo fissava da dietro i
capelli con l’unico occhio ancora aperto.
«Ne sono sicuro.»
Nel momento stesso in cui pronunciò quelle parole, sentì il
respiro mozzarglisi come per una sferzata di manganello.
«Portatela nelle segrete» ordinò il governatore. Mentre le guardie
la sollevavano, la donna prese ad ansimare in preda al panico.
Niclays si accorse solo allora di quanto fosse giovane. Doveva avere
la stessa età di Truyde.
Jannart si sarebbe vergognato di lui. Piegò il capo, disgustato da
se stesso.
«Vi ringrazio, sapiente do or Roos» disse il governatore.
«Sospe avo che le cose stessero così, ma avevo comunque bisogno
di una vostra conferma.»
Il rumore di passi in corridoio si perse in lontananza; il
governatore trascorse diversi minuti con la testa china sulla le era,
durante i quali Niclays non osò aprire bocca.
«Il vostro seiikinese è molto buono. So che insegnavate anatomia
a Orisima» commentò alla fine il funzionario, facendolo trasalire.
«Come avete trovato i nostri studenti?»
Si comportava come se la donna non fosse mai esistita.
«Ho imparato da loro tanto quanto loro da me.» Con quella
risposta, peraltro sincera, Niclays si guadagnò un sorriso del
governatore. Cogliendo la palla al balzo, aggiunse: «Mi trovo
tu avia gravemente a corto di ingredienti per… altri lavori.
L’onorevole Illustre Principe di Mentendon aveva promesso di
rifornirmi. Inoltre temo che l’onorevole Sovrintendente di Orisima
abbia distru o gran parte delle strumentazioni in mio possesso».
«L’onorevole Sovrintendente talvolta si rivela fin troppo…
zelante.» Il governatore ripose il pennello. «Non potete tornare a
Orisima finché questa faccenda non sarà sistemata. Non si deve
diffondere la notizia che uno straniero è riuscito a eludere la
sorveglianza, ed è necessario escludere la possibilità di un contagio
di morbo rosso. Temo che dovrete rimanere agli arresti domiciliari a
Ginura mentre le indagini fanno il loro corso.»
Niclays lo fissò.
Non poteva credere alla propria fortuna. Al posto della tortura lo
ripagavano con la libertà.
«Ginura» ripeté.
«Solo per qualche se imana. Meglio tenervi al riparo da questa
faccenda.»
Niclays intuì che si tra ava di una questione diplomatica. Aveva
offerto ospitalità a uno straniero, un crimine che qualunque ci adino
seiikinese avrebbe pagato con la morte; condannare un colono
mentese, tu avia, avrebbe compromesso la delicata alleanza con la
Casata di Lievelyn.
«Certo.» Tentò di sembrare dispiaciuto. «Certo, onorevole
governatore. Capisco.»
«Confido che per quando ritornerete sarà tu o risolto. E in
cambio mi preoccuperò personalmente di farvi avere gli ingredienti
che vi occorrono» disse il governatore. «Ma non una parola su
quanto è accaduto.» Gli lanciò uno sguardo penetrante. «Vi sembra
una condizione acce abile, sapiente do or Roos?»
«Assolutamente. Grazie per la vostra generosità.» Niclays esitò.
«E Sulyard?»
«Lo straniero è in carcere. Stiamo aspe ando di vedere se mostra
qualche sintomo del morbo rosso» spiegò il governatore. «Verrà
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torturato anche lui se non ci dirà chi l’ha fa o arrivare a Seiiki.»
Niclays si inumidì le labbra.
«Forse posso aiutarvi» gli sfuggì, e subito dopo si chiese cosa lo
spingesse a invischiarsi ancora più a fondo. «Essendo un confratello
di Virtudom potrei far scendere Sulyard a più miti consigli e
convincerlo a confessare… se volete, lo incontrerò prima di
andarmene.»
Il governatore parve valutare l’offerta.
«Non mi piace usare la violenza se non sono costre o. Magari
domani» concesse. «Per ora devo ragguagliare lo stimabile Signore
della Guerra della spiacevole situazione in cui ci troviamo.» Quindi
tornò a concentrarsi sulla scri ura. «Cercate di riposare stano e,
sapiente do or Roos.»
13
Oriente

Poi venne la prova con i coltelli. Anche in quel caso gli apprendisti si
sfidavano so o gli occhi del Generale dei Mari e di un gruppo di
sconosciuti in toga azzurra: altri membri del Clan Miduchi che
avevano sostenuto a loro volta le prove dell’acqua ormai
cinquant’anni prima. Le persone di cui Tané sperava di seguire le
orme, ammesso che il corpo non la tradisse all’ultimo momento.
Teneva gli occhi fissi e sgranati come un pesce. Mentre
impugnava i coltelli, le sembrò di avere le mani sudate e maldestre,
ma riuscì ad aggiudicarsi il secondo posto dopo Turosa, che doveva
all’abilità con i coltelli la propria fama nella Casa di Se entrione.
Turosa aveva appena o enuto il suo punteggio perfe o quando
Onren irruppe nella sala, con i capelli sciolti e arruffati. Il Generale
dei Mari si incupì, ma la ragazza si limitò a fargli un inchino e
dirigersi spedita verso i coltelli.
Quando, di lì a pochi istanti, anche Kanperu fece la sua comparsa,
il generale si accigliò sul serio. Onren impugnò il coltello, assunse la
posizione e lo scagliò contro il primo fantoccio al lato opposto della
sala.
Tu i i tiri andarono a segno.
«Punteggio perfe o,» commentò il generale «ma non presentatevi
mai più in ritardo, onorevole Onren.»
«Sì, onorevole generale.»
Quella no e i guardiani vennero svegliati dai servitori che li
scortarono, ancora in vestaglia, fino a una schiera di palanchini. Tané
prese posto sul suo, rosicchiandosi le unghie fin quasi a raggiungere
la carne viva.
I palanchini li condussero in mezzo al bosco, sulla sponda di un
vasto lago sorgivo increspato da goccioline di pioggia.
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«Capita spesso che i membri della Guardia dei Mari si debbano
alzare in piena no e per proteggere Seiiki. In acqua dobbiamo essere
come pesci, perché non sempre avremo a disposizione una barca o il
nostro drago» spiegò il generale. «O o perle danzanti giacciono
so o la superficie di questo lago. Chiunque ne trovi una si mostrerà
degno di una valutazione più alta.»
Turosa aveva già iniziato a spogliarsi. Lentamente, Tané si sfilò la
vestaglia e si immerse fino al pe o.
Ventisei guardiani e o o perle soltanto. Non sarebbe stato facile
trovarne una nel buio.
Chiuse gli occhi cercando di non pensarci, quindi, al cenno del
generale, si tuffò.
L’acqua la avvolse. Dolce, pulita, fresca sulla pelle. Con i capelli
che le flu uavano a orno simili ad alghe, Tané si girò su se stessa
alla disperata ricerca di un bagliore verde-argento.
Onren entrò in acqua senza sollevare neanche uno schizzo. Si
immerse, recuperò il tesoro e affiorò in superficie con un unico
movimento fluido. Nuotava davvero come un drago.
Decisa a essere la prossima, Tané si spinse più giù. La corrente,
ragionò, avrebbe portato le perle verso ovest. Con un’abile giravolta
raggiunse il fondale del lago e da qui procede e nuotando solo con
le gambe, mentre le mani frugavano nel limo.
Quando ormai stava per mancarle il fiato, le dita incontrarono una
pallina dura. Riemerse quasi all’unisono con Turosa, che si scostò i
capelli dagli occhi per esaminare la perla appena trovata.
«Perle danzanti, degne dei prescelti» disse. «Un tempo erano
simbolo di alto lignaggio, di origini nobili.» Fece un ghigno
sprezzante. «Oggi le si vede addosso a tanti di quei plebei che
sembrano solo pacco iglia.»
Tané lo fissò dri o negli occhi. «Nuoti bene, onorevole Turosa.»
Il commento parve divertirlo. «Oh, paesano a. Ti umilierò al
punto che non perme eranno mai più a un plebeo di insozzare il
Clan Miduchi.» La superò con due bracciate. «Preparati alla
sconfi a.»
Raggiunse la sponda del lago, seguito a distanza da Tané.
A quanto si diceva, nella prova finale si sfidavano tra loro gli
apprendisti migliori. Tané aveva già comba uto contro Onren,
dunque la scelta restava fra Turosa e Dumusa.
Dei due, il primo era disposto a tu o pur di annientarla.

In una camera della villa del governatore, Niclays trascorreva


l’ennesima no e insonne. Il le o era di gran lunga migliore rispe o a
quello cui era abituato a Orisima, ma il martellare incessante della
pioggia contro le tegole del te o non gli dava pace. Per non parlare
dell’umidità insopportabile, tipica delle estati seiikinesi.
A un certo punto, a no e fonda, si liberò del groviglio sudaticcio
di lenzuola e andò ad aprire la finestra. Fuori soffiava una brezzolina
calda e densa come brodo, ma da lì almeno poteva vedere le stelle. E
rifle ere.
Nessun uomo di buon senso credeva davvero nei fantasmi.
Secondo alcuni ciarlatani gli spiriti dei morti continuavano a vivere
in un elemento chiamato etere, ma erano tu e idiozie. Eppure il
mormorio che sentiva nell’orecchio e che lo accusava di essersi
comportato da criminale con la musicista poteva essere soltanto
Jannart.
I fantasmi erano le voci dei morti che indugiavano in questo
mondo. Echi di anime scomparse troppo presto.
Jannart, per salvare la musicista, avrebbe mentito. D’altra parte,
lui era bravissimo a raccontare balle. La sua vita era stata quasi tu a
una menzogna: trent’anni di bugie a Truyde. A Oscarde.
E, naturalmente, ad Aleidine.
Niclays rabbrividì. Una morsa gelida gli strinse lo stomaco al
ricordo dello sguardo della donna durante il funerale. Sapeva. Aveva
sempre saputo, e mai de o nulla.
Lei non ha colpa se il mio cuore appartiene a te, gli aveva de o
Jannart, e almeno quella volta era stato sincero. Come tante unioni
tra nobili, anche il loro era un matrimonio combinato dalle famiglie.
L’accordo era stato sancito il giorno del ventesimo compleanno di
Jannart, un anno prima che Niclays lo conoscesse.
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Non se l’era sentita di andare alla cerimonia, il nodo nei fili dei
loro destini era un tormento troppo atroce. Avrebbero potuto stare
insieme, se solo fosse arrivato a corte un po’ prima.
Sbuffò. Già, come se il marchese di Zeedeur avesse mai potuto
sposare una cenciosa nullità di Rozentun. Aleidine non era nobile,
certo, ma la mano che gli aveva concesso era riccamente ingioiellata.
Niclays invece, ancora fresco di studi, avrebbe contribuito al
patrimonio familiare con nient’altro che debiti.
Aleidine doveva aver superato i sessanta, ormai. I capelli castani
striati d’argento, la bocca solcata da rughe. E Oscarde ne aveva
minimo quaranta. Per il Santo, come volava il tempo.
La brezza non gli dava alcun conforto. Rassegnato, chiuse
l’imposta e tornò a le o.
Si sentiva arrostire. Avrebbe voluto dormire, ma la mente si
rifiutava di quietarsi e un dolore sordo gli pulsava alla caviglia.
Il temporale non diede cenno di sme ere nemmeno il ma ino
seguente. Niclays osservò la pioggia inondare i cortili. Per colazione
un servo gli portò tofu, cobite grigliato e tisana d’orzo.
Verso mezzogiorno andarono a informarlo che il governatore
aveva acce ato la proposta: avrebbe fa o visita in carcere a Triam
Sulyard e carpito tu e le informazioni che poteva. Gli venne anche
fornito un nuovo bastone da passeggio, di legno più leggero e
resistente. Quando chiese un po’ d’acqua, i servi gliene portarono
una fiasca.
Fu scortato fino al carcere al tramonto, dentro un palanchino
coperto. Là, all’asciu o e al sicuro, Niclays sbirciò fuori dal
finestrino.
In se e anni non aveva mai messo piede a Capo Hisan. Ne aveva
ascoltato la musica e il brusio, visto le luci simili a stelle cadute, e
spesso aveva sognato di camminare per le sue strade, ma il
capoluogo era sempre rimasto un mistero irraggiungibile. Il mondo,
per lui, era racchiuso entro qua ro alte mura.
I lampioni illuminavano una ci à caotica. Venendo da Orisima era
abituato a costanti richiami a Mentendon; qui invece ogni de aglio
acuiva la sensazione di lontananza da casa. Nessun insediamento
occidentale profumava di incenso e legno di cedro. In nessun
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insediamento occidentale si potevano comprare inchiostro di seppia
o galleggianti da pesca iridescenti.
E, certo, in nessun insediamento occidentale si veneravano i
draghi. I segni della loro presenza erano ovunque. Una fro a di
mercanti vendeva a ogni angolo amuleti che assicuravano buona
sorte e la protezione dei signori del mare e della pioggia. Fuori da
quasi tu e le case c’erano un tempie o di legno e una vasca colma
d’acqua salata.
Il palanchino si arrestò davanti alla prigione. Gli aprirono la porta
e scese, scacciando un moscerino che gli svolazzava davanti alla
faccia. Un paio di guardie carcerarie lo guidarono rapide oltre il
cancello.
A colpirlo innanzitu o fu l’odore pungente di merda e piscio. Si
coprì naso e bocca con una manica. Quando superarono il luogo
delle esecuzioni, poi, sentì la forza abbandonargli le gambe: allineate
su una pedana c’erano file di teste mozzate e marcescenti, le lingue
gonfie simili a vermi ritorti.
Sulyard era stato nascosto nel seminterrato. Stava sdraiato a faccia
in giù sul pavimento della cella, con uno straccio intorno alla vita. Le
guardie furono così gentili da lasciare a Niclays una lanterna prima
di andarsene.
I loro passi rimbombarono nell’oscurità. Niclays si inginocchiò
aggrappandosi a una delle sbarre di legno della porta.
«Sulyard.» Bussò a terra con il bastone. «Mi sembri in forma.»
Niente. Niclays infilò il bastone tra le sbarre e diede un colpe o
secco al ragazzo, che trasalì.
«Truyde» mormorò.
«Mi spiace deluderti, sono Roos.»
Un a imo di silenzio. «Do or Roos.» Sulyard si mise a sedere.
«Pensavo fosse un sogno.»
«Ti piacerebbe.»
Non aveva una bella cera: la faccia gli era lievitata come pasta nel
forno e qualcuno gli aveva scri o straniero sulla fronte. Cosce e
schiena erano sporche di sangue rappreso.
Sulyard non aveva nessun principe a proteggerlo dall’altra parte
dell’oceano. Forse un tempo Niclays sarebbe rimasto sconvolto da
p y
tanta brutalità, ma a Virtudom si usavano metodi perfino più crudeli
per estorcere la verità ai detenuti.
«Sulyard,» ripeté «che cosa hai de o all’interrogatorio?»
«Solo la verità» geme e il ragazzo. «Che sono venuto sull’isola
per supplicare l’aiuto del Signore della Guerra.»
«Non parlo di quello. Cosa hai de o di come hai raggiunto
Orisima?» Niclays si avvicinò alle sbarre. «L’altra donna, quella che
hai visto sulla spiaggia… hai raccontato di lei?»
«No.»
Comba é contro l’impulso di prendere quell’imbecille per la gola.
Poi però tolse il tappo dalla fiasca e la spinse tra le sbarre.
«Ecco, bevi. La prima donna, invece di denunciarti, ti ha condo o
fino alla zona del teatro. È per colpa sua che sei finito a Orisima.
Sarai pur in grado di descriverla… viso, vestiti, qualcosa. Bevi,
Sulyard.»
Una mano sporca di sangue afferrò la fiasca. «Aveva i capelli scuri
e lunghi e una cicatrice sulla guancia sinistra. Una specie di amo da
pesca.» Sulyard bevve. «Credo… poteva avere più o meno la mia età,
o forse più giovane. Portava i sandali e un mantello grigio sopra una
tunica nera.»
«Fornisci queste informazioni ai carcerieri» lo incoraggiò Niclays
«in cambio della salvezza. Aiutali a trovarla e forse di
risparmieranno.»
«Li ho implorati di ascoltarmi.» Sulyard sembrava perso nel
delirio. «Ho de o che mi manda Sua Maestà, che sono un
ambasciatore, che la mia nave è affondata. Nessuno mi ha creduto.»
«Non saresti il benvenuto nemmeno se fossi davvero un
ambasciatore, e chiaramente non lo sei.» Niclays si guardò alle
spalle. Presto le guardie sarebbero tornate a prenderlo. «Ascoltami
bene, Sulyard. Mentre le indagini sono in corso, il governatore di
Capo Hisan mi manda nella capitale. Porterò io il tuo messaggio al
Signore della Guerra.»
Gli occhi del ragazzo si riempirono di lacrime fresche. «Fareste
questo per me, do or Roos?»
«Devi dirmi di più sulla tua missione. Perché credi che Sabran
abbia bisogno di allearsi con Seiiki?»
g
Non era affa o certo di poter mantenere la promessa, ma almeno
doveva capire il vero motivo del viaggio del ragazzo. Che cosa lui e
Truyde avevano proge ato di fare.
«Grazie.» Sulyard si sporse dalle sbarre e strinse le mani di
Niclays. «Grazie, do or Roos. È il Cavaliere di Sodalizio che ci ha
fa i incontrare.»
«Sì, come no» tagliò corto Niclays.
A ese. Sulyard, torcendo la mano al vecchio, abbassò il tono di
voce fino al più lieve dei sussurri.
«Io e Truyde,» esordì «noi… noi crediamo che il Senza Nome si
risveglierà molto presto. Crediamo che non sia mai stata la
sopravvivenza della Casata di Berethnet a tenerlo soggiogato. Che
comunque vada lui ritornerà, ed è per questo che i suoi servitori si
stanno riscuotendo dal sonno. Rispondono alla chiamata.»
Parlando, gli tremavano le labbra. Esternare l’idea che non fosse la
Casata di Berethnet a impedire il risveglio del Senza Nome era
considerato alto tradimento in tu a Virtudom.
«Cosa te lo fa pensare?» chiese Niclays sbalordito. «Un vate della
rovina ti ha spaventato, è così, ragazzo?»
«Non un vate. I libri. I vostri libri, do or Roos.»
«Miei?»
«Sì. I volumi di alchimia che avete lasciato a palazzo» bisbigliò
Sulyard. «Io e Truyde volevamo venire a cercarvi a Orisima. È il
Cavaliere di Sodalizio che mi ha condo o da voi. Non lo vedete che
si tra a di una missione divina?»
«No, mi dispiace, stupido broccolo.»
«Ma…»
«Credevate davvero che i governanti orientali avrebbero accolto
questa folle proposta meglio di Sabran?» Niclays sogghignò.
«Volevate a raversare l’Abisso e rischiare la vita… solo perché avete
sfogliato un paio di libri sull’alchimia. Libri che gli stessi alchimisti
impiegano decenni, se non un’intera vita, a comprendere. Ammesso
che ci riescano mai.»
Provò quasi tenerezza per Sulyard e la sua follia. Era giovane ed
ebbro d’amore. Il ragazzo doveva essersi convinto di essere come
Lord Wulf Glenn, o Sir Antor Dale, gli eroi romantici della storia di
g
Inys, e di dover rendere omaggio alla propria amata correndo
incontro alla morte.
«Vi prego, do or Roos, vi supplico, ascoltatemi. Truyde quei libri
li capisce davvero. Anche lei crede in un equilibrio naturale del
cosmo, come gli antichi alchimisti» continuava a blaterare Sulyard.
«Lei crede nella vostra opera e sostiene di aver trovato un modo per
me erla in pratica nel nostro mondo. Nella nostra storia.»
Equilibrio naturale. Si riferiva alle parole incise sulla Tavola di
Rumelabar, ormai perduta da tempo; parole che da secoli
affascinavano gli alchimisti:

Nell’equilibrio tra il sopra e il so o,


risiede la precisione dell’universo.
Dalla terra ascende il fuoco, la luce discende dal cielo.
Troppo del primo infiamma il secondo,
e in questo risiede l’estinzione dell’universo.

«Sulyard,» replicò Niclays a denti stre i «nessuno ha mai capito


quella malede a tavola. Sono tu e conge ure, pura follia.»
«Nemmeno io ero convinto all’inizio. Non riuscivo ad acce arlo.
Ma poi vedere la passione di Truyde…» Sulyard strinse la presa. «È
stata lei a spiegarmi che, quando i wyrm perdono il loro fuoco e
piombano nel lungo sonno, i draghi orientali diventano più forti.
Ora, al contrario, sono questi ultimi a indebolirsi e l’Armata
Draconica si risveglia. Non vedete? È un ciclo.»
Niclays osservò a lungo l’espressione solenne del ragazzo. Non
era lui l’artefice della missione.
Truyde. Era stata Truyde. Il suo cuore e la sua mente erano il
terreno in cui l’idea era germogliata. Com’era simile a suo nonno;
l’ossessione che aveva ucciso lui tornava a vivere nel sangue di lei.
«Siete due sciocchi» concluse a mezza voce.
«No.»
«Sì.» Stava perdendo la pazienza. «Perché mai vorreste l’aiuto dei
draghi, se a maggior ragione sapete che si stanno indebolendo?»
«Perché sono comunque più forti di noi, do or Roos. Con loro
abbiamo più possibilità che da soli. Se ancora esiste una speranza di
vi oria…»
«Sulyard,» lo interruppe in tono più conciliante «fermati. Il
Signore della Guerra non darà mai ascolto a queste teorie. Proprio
come Sabran.»
«Volevo provarci. Il Cavaliere di C-coraggio insegna ad alzare la
voce quando nessun altro osa parlare.» Sulyard scosse il capo, con il
viso rigato di lacrime. «Abbiamo sbagliato a sperare, do or Roos?»
All’improvviso Niclays si sentì esausto. L’uomo che gli stava
davanti sarebbe morto invano, lontanissimo da casa. Non restava che
una cosa da fare: mentire.
«Certo va de o che commerciano con Mentendon. Forse in fondo
potrebbero starci a sentire.» Diede un buffe o sulla mano sudicia
che stringeva la sua. «Perdona il cinismo di un uomo anziano,
Sulyard. Riconosco la tua passione e sono convinto della tua
sincerità. Chiederò udienza al Signore della Guerra e gli esporrò il
tuo caso.»
Sulyard si ge ò in avanti con uno slancio del gomito. «Do or
Roos…» geme e in preda all’ansia. «Non rischiate che vi uccidano?»
«È un rischio che sono disposto a correre. I Seiikinesi rispe ano le
mie doti di anatomista, senza contare che sono un legi imo colono»
rispose Niclays. «Facciamo un tentativo. Sospe o che alla peggio si
faranno una bella risata.»
Le lacrime inondarono gli occhi inie ati di sangue di Sulyard.
«Non so come ringraziarvi.»
«Io invece lo so.» Lo afferrò per le spalle. «Provando almeno a
salvarti. Quando vengono a prenderti, racconta della donna sulla
spiaggia. Giurami che lo farai.»
Sulyard annuì. «Lo giuro.» Quindi stampò un bacio sulla mano di
Niclays. «Il Santo vi benedica, do or Roos. Al suo Desco c’è una
sedia che vi aspe a, accanto al Cavaliere di Coraggio.»
«Può tenersela» mugugnò Niclays. Non riusciva a concepire un
tormento peggiore di star seduto per il resto dell’eternità insieme a
un branco di sbruffoni morti.
Quanto al Santo, avrebbe già avuto il suo bel daffare se intendeva
salvare la vita a quel povero disgraziato.
Quando udì le guardie che si avvicinavano, si ritrasse. Sulyard si
chinò toccando terra con la fronte.
«Grazie, do or Roos. Mi avete restituito la speranza.»
«Buona fortuna, Triam il Pazzo» rispose piano Niclays, prima di
lasciarsi accompagnare nuovamente so o la pioggia.
Fuori dai cancelli della prigione lo a endeva un altro palanchino,
decisamente meno lussuoso di quello che l’aveva condo o dal
governatore. Uno dei qua ro nuovi portantini si inchinò al suo
cospe o.
«Sapiente do or Roos,» disse «abbiamo l’ordine di ricondurvi a
casa dell’onorevole governatore di Capo Hisan, così potrete riferirgli
ciò che avete scoperto. Dopodiché partiremo per Ginura.»
Niclays annuì, morto di stanchezza. Al governatore avrebbe solo
de o che lo straniero intendeva identificare una seconda persona che
lo aveva aiutato. E poi non si sarebbe più lasciato coinvolgere.
Mentre prendeva posto sul palanchino, Niclays si chiese se
avrebbe mai più rivisto Triam Sulyard. Sperava di sì, per il bene di
Truyde.
Per il suo, invece, si augurava proprio di no.
14
Occidente

La notizia del fidanzamento venne diffusa dagli araldi in tu a Inys e


poco dopo Aubrecht Lievelyn mandò a dire che lui e la sua corte,
composta da circa o ocento persone, erano quasi pronti a salpare. I
giorni successivi furono animati da una frenesia che giungeva nuova
persino a Ead.
Chia e colme di provviste giunsero dai Prati e dalle Piane. La
famiglia Glade inviò casse di vino dei vigneti migliori. I domestici
del Servizio Straordinario, che venivano affiancati all’Alta Servitù in
occasioni speciali come anniversari o Feste Sacre, si stabilirono a
corte. Per la regina e le sue damigelle vennero confezionati abiti
nuovi, e ogni suppelle ile del Palazzo di Ascalon, fino all’ultimo
candelabro, fu spolverata e lucidata. Per la prima volta, la regina
Sabran sembrava davvero sul punto di acce are un pretendente;
l’eccitazione divampò tra i cortigiani come un incendio.
Ead faceva del suo meglio per stare al passo. La febbre l’aveva
debilitata, ma secondo il Medico di Corte era pronta per tornare al
lavoro. Ennesima prova dell’incompetenza dei do ori inysh.
Almeno Truyde u Zeedeur si era placata: a Ead non era più
giunta voce di accuse su presunti incantesimi.
Era salva, per il momento.
I residenti fissi a corte erano circa un migliaio ma, mentre
a raversava il palazzo portando ceste di fiori o pile di tessuti
d’argento, Ead ebbe la sensazione di incontrare molte più persone.
A endeva con ansia il giorno in cui avrebbe scorto gli stendardi
dorati dell’Ersyr e, insieme a loro, l’uomo travestito da ambasciatore
del re Jantar e della regina Saiyma. Chassar uq-Ispad, colui che
l’aveva condo a a Inys.
Per primi giunsero gli ospiti delle varie regioni del reginato. I
Conti Provinciali e le loro famiglie erano i più riconoscibili. Una
ma ina, entrando nel santuario, Ead intravide al lato opposto del
chiostro Lord Ranulf Heath il Giovane, cugino della defunta regina
Rosarian. Conversava animatamente con Lady Igrain Crest. Come
sempre, Ead si appostò ad ascoltare.
«E come sta il vostro compagno, mio signore?» diceva Crest.
«Profondamente amareggiato di non poter essere qui, Vostra
Grazia. Ma ci raggiungerà a breve» rispose Heath. Aveva la pelle
scura e lentigginosa, e una corta barba brizzolata. «Sono lieto che
Sua Maestà sia in procinto di sperimentare le gioie che ho trovato io
stesso nella convivenza.»
«Speriamo sia così. Il duca di Cortesia ritiene quest’alleanza
necessaria a rinforzare l’Armatura di Virtudom,» replicò Crest «ma
che tale intuizione sia corre a resta da dimostrare.»
«Mi auguro che sia non solo corre a, ma incontestabile»
sogghignò Heath «vista la… particolare posizione che il duca occupa
a corte.»
«Oh, certe cose sfuggono persino a Seyton» disse Crest, il volto
illuminato da un raro sorriso. «Che sta perdendo i capelli, per
esempio: nemmeno i rapaci vedono il retro della loro testa.» Heath
soffocò una risata. «Naturalmente preghiamo tu i che Sua Maestà
aspe i presto una figlia.»
«Naturalmente. Ma la regina è giovane, Vostra Grazia, e lo stesso
vale per Lievelyn. Concediamo loro almeno il tempo di conoscersi.»
Qui Ead si trovava d’accordo. A pochi Inysh pareva importare,
fintanto che Sabran e Lievelyn stavano per sposarsi, che i due non si
conoscessero affa o.
«La nascita di un’erede è di vitale importanza» precisò Crest,
quasi a comando. «Sua Maestà sa bene cosa ci si aspe a da lei su
quel fronte.»
«Be’, nessuno l’ha indirizzata ai suoi doveri di monarca meglio di
voi, Vostra Grazia.»
«Siete troppo gentile. Sabran è il mio orgoglio e la mia gioia. Ma,
ahimè,» sospirò Crest «i miei non sono più gli unici consigli cui
presta a enzione. La nostra giovane sovrana è ansiosa di prendere la
sua strada.»
«Come tu i dobbiamo fare, Vostra Grazia.»
Si congedarono. Ead ebbe appena il tempo di allontanarsi che la
duchessa voltò l’angolo come una furia, rischiando di finirle
addosso.
«Madonna Duryan» disse ricomponendosi. «Ben trovata, mia
cara.»
Ead fece la riverenza. «Vostra Grazia.» L’altra rispose con un
cenno e se ne andò per il chiostro, mentre Ead prendeva la direzione
opposta.
Crest poteva anche riderci su, ma la verità era che nulla sfuggiva
mai al Rapace No urno. A Ead pareva semplicemente incredibile
che non avesse ancora scovato il mandante dei tagliagole.
Una nuova consapevolezza la colse, costringendola a rallentare il
passo. Per la prima volta valutò l’ipotesi che dietro gli a entati si
celasse lo stesso Combe. Lui sì, disponeva dei mezzi per archite arli;
poteva infiltrare persone a corte e farne sparire altre con la stessa
facilità. Si era anche assunto il compito di interrogare i tagliagole
sopravvissuti. E, naturalmente, di giustiziarli.
Ma che motivo aveva Combe di desiderare la morte di Sabran?
Discendeva lui stesso da un santo cavaliere del Seguito, il suo potere
era legato a filo doppio a quello della Casata di Berethnet… o forse
credeva che la caduta del reginato gli avrebbe offerto la possibilità di
arraffarne ancora di più. Se Sabran fosse morta senza aver dato alla
luce un’erede, il panico per il ritorno del Senza Nome sarebbe
dilagato tra il popolo. E nel caos il Rapace No urno avrebbe iniziato
la sua ascesa.
Eppure i tagliagole avevano fa o un lavoro approssimativo, in cui
Ead faticava a leggere la mano di Combe. Così come le pareva strano
che fosse disposto a me ere a repentaglio la stabilità di Inys
privandola della Casata di Berethnet. Non era così che si muoveva il
Maestro delle Spie. Lui non lasciava mai niente al caso.
Dove e giungere a metà del Giardino della Meridiana per capire.
Anche l’approssimazione era fru o di un calcolo.
Ripensò a quanto appariva finto ogni singolo a acco. A quanto
facilmente si erano svelati i tagliagole. Persino l’ultimo aveva perso
tempo, senza piombare dri o sulla vi ima.
Tu o questo sì, parlava di Combe. Forse la sua intenzione non era
mai stata di uccidere la regina, ma solo di manipolarla. Ricordarle la
sua mortalità, e l’importanza di un’erede. Spaventarla al punto da
convincerla ad acce are la proposta di Lievelyn. Si accordava
perfe amente al modo che aveva Combe di plasmare la corte a
proprio piacimento.
Ma aveva fa o i conti senza Ead, che era riuscita a fermare i
tagliagole ben prima che potessero spaventare sul serio Sabran. Ecco
perché Combe aveva consegnato all’ultimo sicario la chiave della
Scala Segreta: voleva dargli più possibilità di raggiungere la Stanza
del Baldacchino.
Ead non poté tra enere un sorriso. Non c’era da stupirsi che
Combe fosse tanto ansioso di scovare il prote ore anonimo. Se
l’intuizione era corre a, erano i suoi sgherri che lei stava uccidendo.
Ma d’altra parte si tra ava solo di un’ipotesi. Non aveva alcuna
prova, proprio come non poteva dimostrare che era stato Combe a
mandare Loth in esilio. Eppure qualcosa nelle viscere le diceva che si
trovava sulla strada giusta.
Il matrimonio con Lievelyn era ormai definito. Combe poteva
dirsi soddisfa o. Se i tagliagole non si fossero più fa i vedere, allora
l’istinto di Ead si sarebbe rivelato corre o e Sabran sarebbe stata al
sicuro almeno fin quando non avesse infastidito nuovamente il
Rapace. A quel punto avrebbe spiccato il volo un’altra volta,
spalancando le sue ali oscure sul trono.
Ma Ead intendeva tarpargliele. Le serviva solamente una prova…
e un’opportunità.

Gli ospiti continuarono a riversarsi a palazzo. Famiglie dei Duchi


Spirituali. Cavalieri erranti, che castigavano i delinquentelli e
andavano a caccia di wyrm addormentati da abba ere. Sanctarian
avvolti in herigaut dalle lunghe maniche. Baroni e barone i. Sindaci
e magistrati.
Ben presto anche i tanto a esi visitatori dal Regno di Hróth
cominciarono ad arrivare. Re Raunus della Casata di Hraustr inviava
una schiera di nobili rappresentanti per assistere all’unione. Sabran li
accolse con calore genuino, e nel giro di qualche ora il palazzo
echeggiava di risate e canti del Nord.
Fino a poco tempo prima ci sarebbero stati anche gli Yscal. Ead
ricordava bene l’ultima visita degli ambasciatori della Casata di
Vetalda: la Donmata Marosa era venuta a festeggiare il centenario
della monarchia di Berethnet. La loro assenza era un ennesimo
promemoria della precarietà del futuro.
La ma ina in cui era previsto l’arrivo al Palazzo di Ascalon di
Aubrecht Lievelyn, i cortigiani e gli ospiti di maggior riguardo si
stiparono nella Sala delle Udienze. C’erano quasi tu i i membri del
Concilio delle Virtù. Arbella Glenn si era rimessa, con gran
disappunto delle più ambiziose Ancelle dell’Anticamera, e ora
sedeva alla destra del trono.
Persino all’apice della sua forma Arbella aveva l’aria cagionevole,
con gli occhi lucidi e le dita rese artritiche da anni di ricamo, ma Ead
era certa che quel giorno non avrebbe proprio dovuto alzarsi dal
le o. Per quanto guardasse la regina col sorriso fiero di una madre,
in lei si indovinava una silenziosa mestizia.
La sala ronzava come un alveare. Sabran a endeva il promesso
sposo di fronte al trono, fiancheggiata dai sei Duchi Spirituali,
splendenti nell’alta uniforme con cappa e catena. La regina
indossava una veste semplice, di raso e velluto cremisi, che me eva
in risalto la chioma scura come la no e. Niente gorgiere né gioielli.
Ead la studiava dalla propria postazione in mezzo alle Ancelle
dell’Anticamera.
Era più bella che mai. Gli Inysh, a quanto pareva, erano convinti
che orpelli e ornamenti esaltassero la bellezza della sovrana, ma in
realtà la offuscavano.
Quando Sabran incrociò il suo sguardo, Ead guardò da un’altra
parte.
«Dove sono i tuoi genitori?» chiese a Margret, alla sua destra.
g g
«Danno la colpa alla mala ia di papà, ma secondo me mia madre
non aveva voglia di vedere Combe» sussurrò lei facendosi schermo
con il ventaglio di pavone. «Le ha mandato una le era in cui diceva
che Loth si è imbarcato per Cárscaro di sua spontanea volontà.
Nutrirà anche lei i suoi dubbi.»
Lady Annes Beck era stata Ancella del Baldacchino della regina
Rosarian. «Conosce bene le macchinazioni di corte.»
«Meglio di molti altri. Vedo che nemmeno Lady Fontedimiele si
sta facendo viva.» Margret scosse il capo. «Povero Kit.»
Il conte di Fontedimiele, al contrario, era in mezzo agli altri
membri del Concilio. Non sembrava particolarmente turbato
dall’assenza del figlio, cui assomigliava in ogni tra o tranne la bocca,
mai distesa in un sorriso.
Uno squillo di tromba annunciò l’ingresso dell’Illustre Principe.
Persino i raffinati arazzi che rivestivano le pareti della Sala delle
Udienze parvero scossi da un fremito di anticipazione. Ead sbirciò in
direzione di Combe e lo vide sorridere come un ga o con un topo tra
gli artigli.
Il disgusto le fece contrarre lo stomaco. Anche se il mandante dei
tagliagole non era lui, di certo per spianare la strada a quel
matrimonio aveva esposto Loth a un pericolo mortale, il tu o
basandosi su pe egolezzi privi di sostanza. Per Ead poteva pure
crepare.
Il corteo di alfieri e trombe ieri sfilò nella sala. I colli di tu i i
presenti si tesero per lo sforzo di adocchiare il futuro consorte della
sovrana di Inys. Linora Payling si alzò in punta di piedi,
sventagliandosi come fosse in procinto di svenire. Persino Ead non
poté reprimere un moto di curiosità.
Sabran raddrizzò la schiena. Quando la fanfara raggiunse il
culmine, l’Illustre Principe del Libero Stato di Mentendon fece il suo
ingresso.
Aubrecht Lievelyn aveva le braccia muscolose e le spalle larghe
che Ead si sarebbe aspe ata da un cavaliere esperto. Era ben
sbarbato, perfino più alto di Sabran, e nulla in lui ricordava
lontanamente un ghiro. Quando entrò in una pozza di luce, i capelli
mossi scintillarono come una colata di rame. Portava il mantello
drappeggiato su una spalla, con so o un giustacuore nero e un
farse o a maniche lunghe color avorio.
«Oh, è così a raente» sospirò Linora.
Giunto al cospe o della promessa sposa, l’uomo si inginocchiò e
abbassò il capo.
«Maestà.»
Il volto della regina era una maschera impassibile. «Altezza
Reale» disse, porgendogli la mano. «Vi do il benvenuto nel Reginato
di Inys.»
Lievelyn baciò l’anello dell’incoronazione.
«Mia regina,» disse «sono già sedo o dalla vostra ci à, oltre che
onorato che abbiate accolto la mia proposta. Trovarmi al vostro
cospe o è un enorme privilegio.»
Aveva la voce bassa, e Ead rimase colpita dal suo riserbo. Di solito
nel momento in cui aprivano bocca i pretendenti infilavano un
untuoso encomio dietro l’altro, mentre Lievelyn si limitava a fissare
con i grandi occhi scuri la regina di Inys, simbolo vivente della sua
religione.
Sabran ritrasse la mano con un’alzata di sopracciglia.
«I Duchi Spirituali, eredi dei Cavalieri del Santo Seguito» li
presentò. Si inchinarono a Lievelyn, che rispose piegando il collo.
«Siete più che benvenuto, Altezza Reale» lo accolse calorosamente
Combe. «Aspe avamo da tempo questo incontro.»
«Alzatevi, vi prego» disse Sabran.
Lievelyn obbedì. Seguì un a imo di silenzio in cui i promessi
sposi si studiarono a vicenda.
«Ci è parso di capire che Sua Altezza ha visitato Ascalon già una
volta» disse Sabran.
«È così, Maestà, in occasione del matrimonio dei vostri genitori.
Avevo solo due anni, ma mia madre, che era presente, parlava
spesso di quanto fosse bella la regina Rosarian, e di come tu i si
augurassero che presto me esse al mondo una figlia nobile e potente
come lei. Ebbene, voi avete esaudito quell’auspicio. La notizia che
Vostra Maestà ha messo in fuga l’ala destra del Senza Nome non ha
fa o altro che confermare ciò che già sapevo della vostra forza.»
Sabran non sorrise, ma le scintillarono gli occhi. «Ci aspe avamo
di fare la conoscenza delle vostre nobili sorelle.»
«Verranno presto, Maestà. La principessa Betriese si è ammalata, e
le altre non se la sentivano di lasciare il suo capezzale.»
«Che sciagura.» Sabran allungò di nuovo la mano, questa volta
all’ambasciatore. «Ben ritrovato, Oscarde.»
«Maestà.» Anche l’ambasciatore baciò l’anello. «Se me lo
consentite, vorrei presentarvi mia madre, Lady Aleidine Teldan u
Kantmarkt, vedova del duca di Zeedeur.»
La duchessa fece la riverenza. «Maestà.» Era una donna notevole,
con una folta chioma color rame, gli occhi allungati e la pelle
olivastra marcata da piccole rughe. «Che immenso onore.»
«Benvenuta ad Ascalon, Vostra Grazia. E benvenuto a voi,
Eccellenza» aggiunse Sabran rivolta a qualcuno alle spalle della
donna.
Quando Lievelyn si fece da parte, a Ead mancò il respiro.
L’ambasciatore appena entrato nella Sala delle Udienze indossava un
copricapo d’oro e un mantello di raso ricamato dello stesso intenso
blu dei fiordalisi. Lo seguivano le delegazioni di Lasia e dell’Ersyr.
«Maestà.» Chassar uq-Ispad si inchinò sorridendo. I cortigiani si
voltarono ad ammirare quella montagna d’uomo, il suo turbante e la
lunga barba scura. «È trascorso molto tempo dall’ultima volta.»
Eccolo.
Era tornato, dopo tu i quegli anni.
«Avete proprio ragione» rispose Sabran. «Iniziavamo a pensare
che il vostro Altissimo Sovrano non volesse rispondere all’invito.»
«Il mio padrone non farebbe mai uno sgarbo del genere a Vostra
Maestà. Re Jantar vi porge i suoi omaggi per il fidanzamento, e lo
stesso l’Illustre Governatrice Kagudo, la cui delegazione ci ha
raggiunti ad Altarocca.»
Kagudo era l’Illustre Governatrice del Dominio di Lasia, capo
della più antica casata reale del mondo intero. Discendente dire a di
Selinu l’Inflessibile, nelle sue vene scorreva il sangue della Madre.
Ead non l’aveva mai conosciuta, ma a quanto sapeva lei e la Priora si
scrivevano spesso.
«Per fortuna» proseguì Chassar «il principe Aubrecht era appena
arrivato al porto quando siamo sbarcati, così ho potuto godere della
sua o ima compagnia per il resto del viaggio.»
«Noi ci auguriamo di godere dell’o ima compagnia del principe
Aubrecht per il resto dei nostri giorni» commentò Sabran.
Qualche damigella d’onore soffiò una risatina tra le piume del
ventaglio. Lievelyn sorrise ancora.
I convenevoli proseguirono, mentre Sabran e il promesso sposo
non staccavano gli occhi l’uno dall’altra. Chassar sbirciò in direzione
di Ead e le rivolse un cenno imperce ibile prima di passare oltre.
Quando l’udienza fu terminata, Sabran invitò gli ospiti a riunirsi
nel cortile della giostra per assistere ai giochi. I concorrenti si
sarebbero sfidati so o gli occhi di migliaia di ci adini. Alla vista di
Sabran, la regina che aveva scacciato un Grande dell’Ovest, la folla
applaudì impazzita, come se fosse tornata Glorian Cuore Invi o in
persona.
«Ave, Magnifica Sabran» urlarono in coro. «Lunga vita alla Casata
di Berethnet!» Il boato di approvazione si intensificò mentre Lievelyn
le sedeva accanto nella Tribuna Reale.
«Siamo nelle vostre mani, Maestà!»
«Maestà, il vostro coraggio ci dà fiducia!»
Ead prese posto su una panchina all’ombra insieme alle altre
damigelle d’onore e scrutò gli spalti per scorgere eventuali
a entatori armati di pistola o balestra. Il suo siden ormai era quasi
del tu o esaurito, ma aveva coltelli a sufficienza per sgominare una
banda intera di tagliagole.
Chassar era al lato opposto della Tribuna Reale. Avrebbe dovuto
a endere che Sabran si ritirasse per andare a parlare con lui.
«Per il Santo, pensavo che la presentazione non finisse mai.»
Margret prese un calice di vino di fragole dal vassoio che le offriva
un paggio. Due cavalieri erranti si abbassarono le visiere. «Mi
sembra che il Principe Rosso piaccia alla regina. Ne è già affascinata,
anche se tenta di nasconderlo.»
«Lievelyn lo è di certo» rispose distra amente Ead.
Combe era seduto nella Tribuna Reale. Lo fissò con insistenza,
tentando di capire se si rivolgeva a Sabran come a una regina o come
p g g
a un pedone che poteva muovere a piacimento sulla scacchiera.
Margret seguì il suo sguardo. «Lo so» disse piano. «L’ha fa a
franca.» Bevve un sorso di vino. «Ce l’ho a morte anche con i valle i
che lo sostengono.»
«Sabran deve sapere» mormorò Ead. «Non potrebbe trovare il
modo di sbarazzarsi di lui?»
«Per quanto mi addolori amme erlo, Inys ha bisogno dei suoi
mormoratori. Se Sab lo estrome esse senza una buona ragione, altri
nobili inizierebbero a sentirsi in pericolo. Non può perme ere che si
diffonda il malcontento, non con tu a quest’incertezza sulla
minaccia di Yscalin.» Margret fece una smorfia quando le lance dei
cavalieri si infransero l’una contro l’altra scatenando un boato tra il
pubblico. «Dopotu o, è già successo che i nobili si ribellassero.»
Ead annuì. «L’Insurrezione del Colle della Ginestra.»
«Esa o. Almeno oggi esistono delle leggi per impedire che accada
di nuovo. Un tempo i valle i di Combe avrebbero esibito le sue
livree, come se non dovessero lealtà principalmente alla regina. Ora
possono portare al massimo la sua spilla.» Serrò le labbra. «Detesto
che il simbolo della sua virtù sia un libro, sai. Non se li merita, i
libri.»
I due sfidanti si voltarono per fronteggiarsi nuovamente. Igrain
Crest, che fino a quel momento aveva conversato con un barone,
a raversò la Tribuna Reale per andare a sedersi alle spalle di Sabran
e Lievelyn. Si chinò in avanti per sussurrare qualcosa alla regina, che
sorrise di rimando.
«Ho sentito che Igrain è contraria al matrimonio» commentò
Margret «per quanto la rallegri il pensiero della tanto agognata
erede.» Sollevò le sopracciglia. «Anche senza il titolo, ha fa o da
Prote rice del reginato quando Sabran era bambina. Per lei è stata
come una seconda madre. Ma stando a ciò che si dice in giro,
avrebbe voluto vedere la regina sposata a un mezzo cadavere.»
«Non è ancora de a l’ultima parola» replicò Ead.
Margret la guardò. «Credi che Sabran cambierà idea riguardo al
Principe Rosso?»
«Credo che finché non ha l’anello al dito potrebbe succedere di
tu o.»
«La corte ti ha reso cinica, Ead Duryan. Forse siamo sul punto di
assistere a una storia d’amore all’altezza di quella tra Rosarian Prima
e Sir Antor Dale.» Margret la prese a bracce o. «Sarai contenta di
rivedere l’ambasciatore uq-Ispad dopo tu i questi anni.»
Ead sorrise. «Non sai quanto.»
I giochi si protrassero per parecchie ore. Ead rimase all’ombra del
tendone insieme a Margret senza mai distogliere lo sguardo dagli
spalti. Finalmente Lord Lemand Fynch, a uale duca di Temperanza,
venne proclamato vincitore. Dopo aver consegnato al cugino l’anello
di premio, Sabran si ritirò per sfuggire all’afa.

Alle cinque in punto, Ead si trovava nell’Anticamera ad ascoltare


Sabran suonare il virginale. Mentre Roslain e Katryen parlo avano
so ovoce e la povera Arbella armeggiava con il cucito, Ead si fingeva
assorta nella le ura di un libro di preghiere.
Da quando era stata male, la regina le accordava più a enzioni
del solito. L’aveva invitata spesso a giocare a carte e ad assistere alle
sedute in cui le Ancelle del Baldacchino la aggiornavano sui
pe egolezzi di corte. In alcune di quelle occasioni, Ead aveva notato
che parlavano bene di certe persone e consigliavano a Sabran di
tra arle con un occhio di riguardo. Se tali raccomandazioni non
erano fru o di pura e semplice corruzione, Ead era la regina
dell’Ersyr.
«Ead.»
Sollevò lo sguardo. «Maestà?»
«Vieni qui.»
Sabran tamburellò su uno sgabello. Appena Ead si sede e, la
regina si sporse verso di lei con aria complice. «Mi pare che il
Principe Rosso non assomigli poi tanto a un ghiro. Che opinione ti
sei fa a di lui?»
Ead percepì lo sguardo indagatore di Roslain.
«Sembra cortese e galante, mia signora. Anche se fosse un ghiro,»
aggiunse con leggerezza «sarebbe di certo il principe dei ghiri.»
Sabran scoppiò in una risata. Un suono raro. Come una vena
aurifera nascosta dentro la roccia e restia a mostrarsi.
«Hai ragione. Resta da vedere se sarà anche un buon compagno.»
Sfiorò i tasti del virginale. «Ancora non sono sposata, naturalmente,
e nulla impedisce di rompere un fidanzamento.»
«Seguite il vostro istinto. Ci sarà sempre qualcuno che tenterà di
dirvi cosa fare e come comportarvi, ma solo voi indossate la corona»
disse Ead. «Che sia Sua Altezza a dimostrare di meritarsi un posto al
vostro fianco. È un privilegio che va guadagnato, poiché è il più
grande di tu i.»
Sabran la studiò.
«Con i discorsi te la cavi sicuramente bene» commentò. «Chissà se
ci credi sul serio.»
«Le mie parole sono oneste, signora. Tu e le corti sono viziate da
affe azioni e imbrogli mascherati da buone maniere» replicò Ead.
«Ma a me piace credere di parlare dal profondo del cuore.»
«Tu e noi ci rivolgiamo a Sua Maestà dal profondo del cuore»
sbo ò Roslain con gli occhi accesi di rabbia. «Insinui forse che le
buone maniere siano solo una specie di artificio, madonna Duryan?
Perché il Cavaliere di Cortesia potrebbe…»
«Ros,» la interruppe Sabran «non stavo parlando con te.»
Roslain, sbalordita, ammutolì.
Nel momento carico di tensione che seguì, un Cavaliere Prote ore
fece il suo ingresso nell’Anticamera.
«Maestà.» Si inchinò. «Se potete scusare madonna Duryan, Sua
Eccellenza l’ambasciatore uq-Ispad chiede il permesso di conferire
con lei per qualche istante. A ende sulla Terrazza del Pacificatore, se
siete d’accordo.»
Sabran si aggiustò la cascata di capelli su un lato del collo.
«Credo di poterla scusare, sì» disse. «Puoi andare, Ead, ma torna
in tempo per le orazioni.»
«Sì, signora.» Ead si alzò di sca o. «Grazie.»
Mentre a raversava l’Anticamera evitò lo sguardo delle altre
ragazze. Meglio non inimicarsi Roslain Crest, potendo evitarlo.
Ead uscì dalla Torre della Regina e si diresse verso il bastione
meridionale del palazzo, dove la Terrazza del Pacificatore si
p
affacciava sul Rio Torto. Le sembrava di avere il cuore pieno di
farfalle. Dopo o o anni, per la prima volta poteva parlare con
qualcuno del Priorato. E non una persona qualsiasi, ma Chassar, che
l’aveva cresciuta.
La luce del tramonto aveva trasformato il fiume in una colata di
oro fuso. Ead a raversò il ponte e avanzò sul pavimento piastrellato
della terrazza. Chassar la aspe ava appoggiato al parape o.
Sentendola arrivare, la accolse con un sorriso, e lei si ge ò tra le sue
braccia come una figlia.
«Chassar.»
Gli nascose il viso contro il pe o e lui la strinse a sé.
«Eadaz.» Le baciò il capo. «Eccomi, luce dei miei occhi. Sono qui.»
«Non sento quel nome da tanto tempo» sospirò in selinyi stre o.
«Per amore della Madre, Chassar, credevo mi avessi abbandonata
per sempre.»
«Mai. Sai che lasciarti qui è stato come privarmi di una costola.» Si
ripararono so o la te oia di caprifoglio e rosa canina. «Sediamoci.»
Sabran doveva avergli concesso l’uso privato della terrazza. Ead si
accomodò accanto a un tavolino con un vassoio colmo di fru a secca
ersyri, mentre Chassar le versava una coppa di vino chiaro di
Rumelabar.
«Ho portato queste prelibatezze dall’altra parte dell’oceano solo
per te» disse. «Pensavo potesse farti piacere un piccolo assaggio del
Meridione.»
«Dopo o o anni, è difficile persino ricordare che il Meridione
esiste.» Lo fulminò con lo sguardo. «Non ho ricevuto una parola.
Non hai mai risposto nemmeno a una delle mie le ere.»
Il sorriso sul volto dell’uomo svanì. «Perdona il mio lungo
silenzio, Eadaz.» Sospirò. «Avrei voluto scriverti, ma la Priora
pensava fosse meglio lasciare che ti ambientassi in pace qui a Inys.»
Una parte di Ead desiderava rimanere arrabbiata, ma quello era
l’uomo che quand’era piccola l’aveva presa in braccio e le aveva
insegnato a leggere, e il sollievo che provava nel rivederlo sovrastava
qualunque irritazione.
«Ti era stato affidato il compito di proteggere Sabran» disse
Chassad «e hai onorato la Madre tenendola sana e salva. Non deve
essere stato facile.» Fece una pausa. «I tagliagole la perseguitano.
Nelle le ere dicevi che usano pugnali di fa ura yscal.»
«Sì. Manosinistre di Cárscaro, per la precisione.»
«Manosinistre» ripeté Chassar. «Scelta inconsueta per un
assassino.»
«Anch’io ci ho pensato. Sono armi da difesa.»
«Mmh.» Chassar prese a tormentarsi la barba, come sempre
quando rifle eva. «Forse è semplice come sembra: re Sigoso assolda
mercenari inysh per uccidere una regina che detesta… o forse i
pugnali sono come pesci marci. Coprono la puzza del vero
mandante.»
«Io sono per la seconda. È coinvolto un membro della corte»
replicò Ead. «Quei pugnali si trovano facilmente al mercato delle
ombre. Inoltre, qualcuno ha introdo o i tagliagole nella Torre della
Regina.»
«E hai un’idea di chi all’interno dell’Alta Servitù potrebbe volere
la morte di Sabran?»
«Nessuna. Sono tu i convinti che impedisca il ritorno del Senza
Nome.» Ead trangugiò il vino. «Dicevi sempre che devo fidarmi del
mio istinto.»
«Sempre.»
«Ebbene, lasciamelo dire, qualcosa non torna in questi a acchi. E
non parlo solo della scelta dell’arma» proseguì. «Solamente l’ultimo
sembrava… serio. Tu i gli altri erano abborracciati. Quasi che gli
assassini volessero farsi scoprire.»
«È probabile che si tra i semplicemente di gente disperata, pagata
una miseria e senza un briciolo di addestramento.»
«Può essere. O forse, invece, fa tu o parte del piano» riba é Ead.
«Chassar, ti ricordi di Lord Arteloth?»
«Certo» rispose lui. «Anzi, sono rimasto stupito di non trovarlo al
fianco di Sabran.»
«Non è più qui. Combe l’ha esiliato a Yscalin a causa del suo
legame con la regina, per spianare la strada al matrimonio con
Lievelyn.»
Chassar parve colpito. «Le voci…» mormorò. «Sono giunte fino a
Rumelabar.»
Ead annuì. «Combe voleva Loth morto. E ho la sensazione che il
Rapace No urno stia di nuovo disponendo la scacchiera. Inducendo
Sabran a temere per la propria vita, la spinge tra le braccia di
Lievelyn.»
«E la invoglia a me ere al mondo al più presto un’erede.» Chassar
considerò quell’ipotesi. «Se fosse vero, in un certo senso sarebbe una
buona notizia. Sabran è al sicuro, ora che ha fa o ciò che lui vuole.»
«Ma se in futuro dovesse sme ere di farlo?»
«Dubito che Combe si spingerebbe oltre. Senza di lei viene meno
anche la sua autorità.»
«Non sono certa che lui ne sia convinto. E non mi pare un bene
che Sabran resti all’oscuro delle sue macchinazioni.»
Qui Chassar si irrigidì. «Non devi far parola dei tuoi sospe i con
la regina, Eadaz. Non senza prove» disse. «Combe è un uomo
potente, troverebbe il modo di colpirti.»
«Non lo farò, infa i. Ma posso continuare a tenerlo so o
controllo.» Colse l’occhiata di Chassar. «Chassar, i miei incantesimi
si stanno esaurendo.»
«Lo so.» Proseguì abbassando il tono di voce: «Quando ci è giunta
voce della ricomparsa di Fýredel, cacciato da Ascalon per mano di
Sabran, abbiamo immediatamente indovinato cos’era successo.
Sappiamo anche che deve aver consumato il tuo siden. È troppo che
sei lontana dall’albero. Sei una radice, mia cara. Devi nutrirti,
altrimenti appassirai».
«Potrebbe non essere necessario. Forse avrò finalmente la
possibilità di diventare Ancella del Baldacchino» disse Ead «e
proteggerla con la spada.»
«No, Eadaz.»
Chassar poggiò una grande mano sopra le sue. All’indice,
incastonato in un anello d’argento, esibiva un bocciolo d’arancia
intagliato nella pietra di sole. Il simbolo del loro comune e
indistru ibile credo.
«Piccola mia,» mormorò «la Priora è morta. Era anziana, lo sai, e
non ha sofferto.»
Ead ne fu addolorata, anche se la notizia non la colse di sorpresa.
La Priora, con la pelle rugosa e nodosa come un tronco d’ulivo, era
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sempre sembrata molto vecchia. «Quando è successo?»
«Tre mesi fa.»
«Possa la sua fiamma levarsi a illuminare l’albero» recitò Ead.
«Chi ha preso il suo posto?»
«Le Dame Rosse hanno scelto Mita Yedanya, la munguna» rispose
Chassar. «Rammenti?»
«Sì, certo.» Dal poco che ricordava, si tra ava di una donna seria e
silenziosa. La munguna era l’erede naturale del Priorato, per quanto
le Dame Rosse, nel caso in cui non fosse stata ada a alla carica,
avessero la facoltà di eleggere qualcun’altra. «Le auguro ogni bene.
Ha già scelto la sua munguna?»
«Molte sorelle contano su Nairuj, ma in verità Mita non ha ancora
deciso.»
Chassar le si fece più vicino. Nella luce morente del giorno, Ead
notò nuove rughe a orno agli occhi e alla bocca dell’uomo.
Sembrava invecchiato tantissimo dall’ultima volta che si erano visti.
«Qualcosa sta cambiando, Eadaz» disse. «Te ne sarai accorta. I
wyrm si riscuotono dal torpore, ora si è levato persino un Grande
dell’Ovest. La Priora teme non manchi molto al risveglio del Senza
Nome.»
Ead si concesse un momento per digerire il messaggio. «Non sei
l’unico a nutrire questi timori» disse poi. «Una delle damigelle
d’onore, Truyde u Zeedeur, ha inviato un messaggero a Seiiki.»
«La giovane erede del Ducato di Zeedeur.» Chassar pareva
confuso. «Perché mai vorrebbe tra are con l’Oriente?»
«La ragazza si è messa in testa che i loro wyrm possano
proteggerci dal Senza Nome. Anche lei è convinta che stia per
tornare… indipendentemente dalla Casata di Berethnet.»
Chassar si fece sfuggire un fischio. «E cosa la spinge a crederlo?»
«I risvegli draconici. Oltre alla sua fervida immaginazione,
suppongo.» Ead rabboccò le coppe di vino. «Fýredel ha de o una
cosa alla regina: I mille anni sono quasi trascorsi. E ha anche aggiunto
che il suo padrone freme nell’Abisso.»
L’oceano spalancato tra i continenti. Acque cupe impenetrabili da
qualunque luce. Un orrido di oscurità che nessun marinaio osava
a raversare.
«Parole nefaste, senza dubbio.» Chassar si perse a contemplare
l’orizzonte. «Come Lady Truyde e la Priora, anche Fýredel
dev’essere convinto che il Senza Nome sia pronto a tornare.»
«Ma sono trascorsi più di mille anni da quando la Madre lo ha
sconfi o» ragionò Ead. «O sbaglio? Se il wyrm si riferiva a
quell’evento, il Senza Nome avrebbe già dovuto risvegliarsi.»
Chassar, pensieroso, bevve un sorso di vino. «Mi domando» disse
poi «se questa minaccia abbia qualcosa a che fare con gli anni
perduti della Madre.»
Tu e le sorelle sapevano degli anni perduti. Non molto tempo
dopo aver sconfi o il Senza Nome e fondato il Priorato, la Madre era
partita per una missione sconosciuta, ed era morta prima di riuscire
a tornare. Qualcuno aveva provveduto a inviare a casa le sue
spoglie. Non si era mai scoperto chi.
Una corrente minore di sorelle credeva che la Madre avesse
raggiunto il suo pretendente, Galian Berethnet, e concepito con lui
una figlia, capostipite della Casata di Berethnet. Quell’ipotesi, che
nell’ambiente del Priorato non godeva di molta popolarità, costituiva
il mito fondante di Virtudom… oltre che il motivo per cui Ead era
approdata a Inys.
«Come potrebbe?» chiese.
«Be’,» rispose Chassar «quasi tu e le sorelle sono convinte che la
Madre sia partita per difendere il Priorato da una minaccia ignota.»
Serrò le labbra. «Scriverò alla Priora e le riferirò la frase di Fýredel.
Lei potrebbe svelare l’arcano.»
Sprofondarono in un breve silenzio. Ormai era calato il
crepuscolo, le finestre del palazzo si animavano della luce tremula
delle candele.
«Tra poco dovrò andare» mormorò Ead. «Vado a rivolgere le mie
preghiere all’Impostore.»
«Mangia qualcosa prima.» Chassar le avvicinò la fru a. «Hai l’aria
stanca.»
«Sai com’è,» rispose lei secca «scacciare da sola un Grande
dell’Ovest non è una passeggiata di salute.»
Si servì di ciliegie e da eri canditi al miele. Sapori di un’esistenza
che non aveva mai dimenticato.
«Mia adorata,» disse Chassar «perdonami, ma prima che tu vada
c’è un’altra cosa che devi sapere. Riguarda Jondu.»
Ead lo fissò.
«Jondu.» La sua mentore, l’amica più cara che aveva. Le si serrò lo
stomaco. «Chassar, di che si tra a?»
«Un anno fa la Priora ha ordinato di riprendere le ricerche di
Ascalon. Era convinta che, con il pericolo imminente del risveglio
draconico, dovessimo fare tu o il possibile per trovare la spada con
cui la Madre sconfisse il Senza Nome. Jondu ha cominciato a cercarla
a Inys.»
«Inys» ripeté Ead con una stre a al cuore. «Ma sarebbe di certo
venuta a trovarmi.»
«Le era stato ordinato di non avvicinarsi alla corte e lasciarti ai
tuoi doveri.»
Ead chiuse gli occhi. Jondu era caparbia, ma non avrebbe mai
disobbedito a un ordine dire o della Priora.
«L’ultima volta che abbiamo avuto sue notizie si trovava a
Perunta» proseguì Chassar «e verosimilmente si preparava a tornare
a casa.»
«Quanto tempo fa?»
«Alla fine dell’inverno. Non ha trovato Ascalon, ma ha scri o per
dire che portava da Inys un ogge o di grande importanza e per
chiedere rinforzi. Abbiamo inviato delle sorelle, che però non hanno
trovato traccia di lei. Temo il peggio.»
Ead si alzò di sca o e andò verso il parape o. All’improvviso la
dolcezza della fru a le dava il voltastomaco.
Le venne in mente quando Jondu le insegnava a controllare la
fiamma grezza che bruciava nel suo sangue. Quando le aveva
spiegato come impugnare la spada e tendere l’arco. Come squartare
una viverna dal ventre alla coda. Jondu, la migliore amica che avesse
mai avuto… colei che, insieme a Chassar, l’aveva resa ciò che era
adesso.
«Potrebbe essere ancora viva.» Aveva la gola secca.
«Le sorelle la stanno cercando. Non ci arrenderemo,» dichiarò
Chassar «ma qualcuno deve prendere il suo posto tra le Dame Rosse.
Questo è il messaggio che porto da parte di Mita Yedanya, la nuova
gg p p y
Priora. Vuole che torni a casa, Eadaz, e che indossi il manto di
sangue. Avremo bisogno di te nei giorni a venire.»
Un brivido di piacere, caldo e freddo a un tempo, scosse Ead dalla
punta dei capelli alla base della spina dorsale.
Era il suo sogno, da sempre. Diventare Dama Rossa, un’aspirante
assassina, era ciò che tu e le bambine cresciute nel Priorato
desideravano di più al mondo.
Eppure…
«Dunque» replicò «alla nuova Priora non importa della salvezza
di Sabran.»
Chassar la raggiunse vicino al parape o. «La nuova Priora nutre
più riserve della precedente riguardo alle rivendicazioni della Casata
di Berethnet,» ammise «ma non lascerebbe mai Sabran indifesa. Ho
portato con me una delle tue sorelle minori, ed è mia intenzione
proporla alla regina come tua sostituta. Le diremo che un tuo
parente sta morendo, e che devi tornare nell’Ersyr.»
«Suonerà sospe o.»
«Non abbiamo scelta.» La guardò negli occhi. «Tu sei Eadaz du
Zāla uq-Nāra, ancella di Cleolind. Non dovresti trascorrere un
momento di più in questa corte di blasfemi.»
Era da un tempo infinito che nessuno pronunciava il suo nome.
Mentre si ripeteva in testa quelle parole, sul viso di Chassar si
dipinse un’espressione preoccupata.
«Eadaz,» disse «non dirmi che vuoi rimanere. Ti sei forse
affezionata a Sabran?»
«Certo che no» rispose lei in tono pia o. «È una donna arrogante
e viziata… ma nonostante tu o rimane la possibilità, per quanto
misera, che sia davvero una discendente dire a della Madre. E non
basta: se morisse, insieme a lei crollerebbe la nazione con la più
potente flo a d’Occidente… il che non porterebbe niente di buono.
Dev’essere prote a.»
«Lo sarà. La sorella che mi accompagna è molto esperta, mentre
tu ora hai un diverso cammino da percorrere.» Le poggiò una mano
sulla schiena. «È tempo di tornare a casa.»
Poter stare di nuovo vicina all’albero. Poter parlare la propria
lingua e pregare la vera Madre senza timore di finire arrostita in
g p g
Piazza Marian.
D’altro canto c’erano voluti o o anni per ambientarsi tra gli Inysh:
comprendere le loro abitudini, il loro credo, gli intrighi di quella
corte insidiosa. Tu o quel patrimonio di conoscenza non poteva
andare perduto.
«Chassar,» disse «vorrei venire via con te, ma sei arrivato proprio
nel momento in cui Sabran comincia a darmi fiducia. Sprecherei tu i
gli anni trascorsi qui. Credi di poter convincere la nuova Priora a
concedermi ancora un po’ di tempo?»
«Quanto?»
«Il necessario per assicurare la successione al trono.» Ead si voltò
a guardarlo. «Lasciate che mi prenda cura di lei finché non me erà al
mondo una bambina. Poi verrò a casa.»
Chassar ci rimuginò su per un po’, la bocca rido a a una linea
so ile nel folto della barba.
«Farò un tentativo» concluse. «Per te, mia adorata. Ma se la Priora
non cede, dovrai so ostare al suo volere.»
Ead gli baciò le guance. «Sei troppo buono con me.»
«Con te non lo sarò mai abbastanza.» La strinse per le spalle. «Ma
fa’ a enzione, Eadaz. Non perdere di vista i tuoi veri obie ivi. È la
Madre che ti guida, non la regina di Inys.»
Lei volse lo sguardo alle torri della ci à. «Che la Madre possa
guidare ogni nostra azione.»
15
Occidente

Cárscaro.
Capitale del Regno Draconico di Yscalin.
La ci à, che sorgeva tra le montagne al di sopra di una vasta
pianura, era arroccata in cima a una cresta dei Fusi, la catena
innevata che divideva Yscalin dall’Ersyr.
Mentre la carrozza si avvicinava ai monti, Loth sbirciò fuori dal
finestrino. Nella sua vita aveva sentito molte storie su Cárscaro, ma
non avrebbe mai immaginato che un giorno l’avrebbe vista di
persona.
Yscalin era diventata la seconda componente dell’Armatura di
Virtudom quando re Isalarico Quarto aveva sposato la regina
Glorian Seconda. Per amore della moglie, aveva rinnegato gli antichi
dèi della sua nazione e giurato fedeltà al Santo. A quei tempi
Cárscaro era celebre per i balli in maschera, la musica, gli alberi di
pere rosse che ornavano le sue strade.
Niente di simile esisteva più. Da quanto Yscalin aveva ripudiato la
secolare devozione al Santo e cominciato a venerare il Senza Nome
come un dio, si era fa o tu o il possibile per indebolire Virtudom.
L’alba stava per sorgere, luminosi filamenti di nuvole apparvero
al di sopra della Grande Piana di Yscalin. Una volta, quell’immensa
distesa di terra era tappezzata di lavanda e al primo soffio di vento la
ci à intera veniva pervasa da un dolce aroma.
Loth rimpianse di non averla vista all’epoca; oggi non rimaneva
altro che una landa desolata.
«Quante anime conta Cárscaro?» chiese a Lady Priessa, giusto per
distrarsi un po’.
«Circa cinquantamila. È una capitale piccola, la nostra» rispose lei.
«Quando arriveremo, vi verranno mostrate le vostre stanze nella
galleria degli ambasciatori. Quindi, appena sarà disponibile, sarete
ricevuti da Sua Radiosità e potrete esporle le vostre qualifiche.»
«Incontreremo anche re Sigoso?»
«Sua Maestà non si sente bene.»
«Mi dispiace molto.»
Loth preme e la fronte contro il finestrino per osservare la ci à
tra le montagne. Ben presto avrebbe raggiunto il cuore del mistero
che si celava dietro al tradimento di Yscalin.
Un movimento confuso ca urò la sua a enzione. Fece per aprire
la portiera in modo da poter guardare il cielo, ma una mano
guantata glielo impedì.
«Cos’è stato?» chiese Loth nervoso.
«Una coccatrice» rispose Lady Priessa incrociando le mani in
grembo. «Vi consiglio di non allontanarvi mai troppo dal palazzo,
Lord Arteloth. Molte creature draconiche abitano queste montagne.»
Coccatrici. Incroci tra uccelli e viverne. «Costituiscono un pericolo
per gli abitanti?»
«Quando sono affamate a accano qualunque cosa si muova, a
parte chi ha già contra o il morbo. Per questo ci assicuriamo che
siano sempre sazie.»
«E come fate?»
Nessuna risposta.
La carrozza iniziò a inerpicarsi su per il sentiero tra le montagne.
Accanto a Loth, Kit si era appena svegliato dal pisolino e si
stropicciava gli occhi. Si raddrizzò con un sorriso stampato in faccia,
ma Loth intuiva i suoi timori.
Era ormai calata la no e quando il Cancello di Niunda si profilò
all’orizzonte. Colossale quanto la divinità da cui prendeva il nome,
scavato nel granito verde e nero e illuminato da torce, era l’unico
accesso possibile a Cárscaro. Man mano che si avvicinavano, Loth
intravide delle sagome so o l’architrave.
«Cosa sono quelle cose lassù?»
Kit fu più rapido a capire.
«Guarderei da un’altra parte, Arteloth.» Tornò ad appoggiarsi allo
schienale. «Se non vuoi che quest’immagine ti perseguiti per ogni
no e della tua vita.»
Troppo tardi. Ormai aveva visto gli uomini e le donne appesi per i
polsi al cancello. Alcuni parevano già cadaveri o mezzi morti,
mentre altri si diba evano ancora vivi e coperti di sangue.
«È così che manteniamo sazie le creature, Lord Arteloth» spiegò
Lady Priessa. «Con criminali e traditori.»
Per un atroce momento, Loth pensò che avrebbe rimesso il suo
ultimo pasto sui sedili della carrozza.
«Capisco» riuscì a dire, con la bocca inondata di saliva. «O imo.»
Provò l’impulso di farsi il segno della spada, ma da quelle parti
gli sarebbe costato carissimo.
Mentre la carrozza si avvicinava, il Cancello di Niunda si aprì. A
fare la guardia c’erano non meno di sei viverne. Erano più piccole
del loro padrone, il Grande dell’Ovest, e avevano solo due zampe,
ma nei loro occhi ardeva il medesimo fuoco. Loth, superandole,
distolse lo sguardo.
Gli pareva di essere in un incubo: a Yscalin i bestiari e le antiche
storie prendevano vita.
Nel cuore della ci à sorgeva una torre di vetro e roccia vulcanica.
Doveva tra arsi del Palazzo della Salvezza, sede della Casata di
Vetalda. La montagna su cui era stata costruita Cárscaro era tra le
più basse dei Fusi, ma comunque alta abbastanza da avere la cima
nascosta nella nebbia.
Il palazzo era un edificio spaventoso, ma fu il fiume di lava a
sconvolgere Loth. Si biforcava sei volte serpeggiando intorno e
a raverso Cárscaro prima di confluire in una pozza e riversarsi sul
pendio so ostante, dove si raffreddava trasformandosi in vetro
vulcanico.
Le cascate di magma erano apparse per la prima volta una decina
di anni prima. Agli Yscal c’era voluto un po’ di tempo per ricavare
dei canali dal fiume di fuoco. Ormai ad Ascalon correva voce che
fossero un monito inviato dal Santo alla popolazione per avvertirla
che un giorno il Senza Nome sarebbe stato il loro falso idolo.
Le strade si snodavano tra gli edifici come code di ra o, e Loth si
rese conto che a collegarle erano alti ponti di pietra. Gruppi di
persone in abiti pesanti si accalcavano intorno a padiglioni con tende
rosse. Molti avevano il volto coperto da veli. Ovunque si scorgevano
p q g
le più disparate protezioni contro il contagio, dagli amuleti appesi
negli androni alle maschere con gli occhi di vetro culminanti in
lunghi becchi, eppure certe case erano ancora marchiate con la
vernice rossa.
La carrozza li condusse alle grandiose porte del Palazzo della
Salvezza, dove li a endeva una schiera di servitori. Rilievi di
creature draconiche a grandezza naturale formavano un arco sopra
l’ingresso. Sembrava di entrare dri i nel collo dell’Utero di Fuoco.
Loth scese dalla carrozza e porse rigidamente la mano a Lady
Priessa, che la rifiutò. Era stato un gesto sciocco. Melaugo l’aveva
avvertito di tenersi sempre a distanza.
Gli iaculi ringhiarono mentre il trio si allontanava dalla carrozza.
Loth si affiancò a Kit, e insieme seguirono i servitori in un atrio
dall’alto soffi o, cui era appeso un lampadario imponente. Avrebbe
giurato che le fiamme delle candele fossero rosso sangue.
Lady Priessa scomparve dietro una porta laterale. Loth e Kit si
scambiarono un’occhiata perplessa.
Ai fianchi della maestosa scalinata ardeva una coppia di bracieri,
da cui un servitore a inse per accendere la torcia. Scortò Loth e Kit
lungo corridoi deserti e passaggi nascosti dietro arazzi e finte pareti,
su per scale ripide e anguste che lasciarono Loth ancora più nauseato
di quanto già non fosse, oltre ritra i a olio di antichi monarchi di
Vetalda, quindi finalmente dentro una galleria con il soffi o a volta.
Il servo indicò una porta, poi un’altra, e diede loro due chiavi.
«Potremmo per caso avere qualcosa da…» iniziò a dire Kit, ma
l’uomo era già scomparso dietro un arazzo. «… mangiare.»
«Mangeremo domani» disse Loth. In quel corridoio ogni parola
rimbombava. «Chi altri credi che alloggi qui?»
«Non me ne intendo molto di ambasciatori stranieri, ma
immagino ci sarà qualcuno da Mentendon.» Kit si massaggiò lo
stomaco brontolante. «Hanno le mani in pasta ovunque.»
Vero. Si diceva che non esistesse alcun posto al mondo dove un
Mentese si sarebbe rifiutato di andare.
«Vediamoci qui a mezzogiorno» propose Loth. «Dobbiamo
confrontarci sul da farsi.»
Kit lo salutò con una pacca sulla spalla prima di ritirarsi in una
delle due stanze. Loth infilò la chiave nella serratura dell’altra.
Gli ci volle qualche minuto per ada are la vista all’oscurità della
camera da le o. Gli Yscal potevano anche aver giurato fedeltà al
Senza Nome, ma chiaramente non risparmiavano sulla
manutenzione degli alloggi degli ambasciatori. Sulla parete a ovest
erano allineate nove finestre, di cui una più piccola; a uno sguardo
più a ento, quest’ultima si rivelò la porta di accesso a un balcone
coperto.
Un le o a baldacchino troneggiava all’estremità se entrionale
della stanza, e accanto a questo un candeliere di ferro. Le candele
erano di cera madreperlacea, con fiamme effe ivamente rosse. Rosso
sangue. Poco lontano giaceva il suo bagaglio. Sulla parete opposta al
le o, dietro una tenda di velluto, scoprì una vasca di pietra piena
fino all’orlo di acqua fumante.
Le finestre davano l’impressione che l’intera Yscalin potesse
vedere dentro la stanza. Tirò le tende e soffiò sulle candele per
lasciarne accesa giusto qualcuna. Spegnendosi, emanarono uno
sbuffo di fumo nero.
Si immerse nell’acqua e fece un lungo bagno. Quando i dolori alle
ossa cominciarono ad affievolirsi, usò una sapone a all’olio d’oliva
per togliersi la cenere dai capelli.
Era possibile che Wilstan Fynch avesse dormito in quella stessa
stanza mentre investigava sull’omicidio della regina Rosarian, la sua
amata. Forse si trovava lì durante l’incendio dei campi di lavanda, e
quando gli uccelli avevano diffuso la notizia che una componente
dell’Armatura di Virtudom era venuta meno.
Loth si versò dell’acqua sul capo. Se dietro l’assassinio della regina
Rosarian si nascondeva qualcuno di Cárscaro, forse la stessa persona
voleva uccidere Sabran. Eliminarla prima che potesse donare
un’erede a Virtudom e far risorgere il Senza Nome.
Con un brivido, Loth uscì dalla vasca e prese l’asciugamano
piegato che trovò lì accanto. Usò il coltello per radersi, lasciando
appena un’ombra di barba e baffi. Nel fra empo il suo pensiero volò
a Ead.
Insieme a lei Sabran era al sicuro, ne era certo. Dal primo
momento in cui l’aveva vista nella Sala dei Banche i, una donna
dalla pelle ambrata, gli occhi guardinghi e il portamento degno di
una regina, era stato invaso da un calore interno. Niente a che vedere
con le fiamme di drago, qualcosa di dolce e dorato come il primo
raggio di luce di un ma ino estivo.
Da più di un anno Margret lo esortava a sposare Ead. Lei era
splendida, lo faceva ridere, potevano parlare per ore. Loth aveva
liquidato quei discorsi, e non solo perché il futuro conte di
Betulladorata non poteva sposare una popolana, come sua sorella
ben sapeva, ma sopra u o perché amava Ead allo stesso modo in
cui amava anche Margret e Sabran. Come una sorella.
Non aveva mai sperimentato il sentimento bruciante riservato ai
compagni di vita. A trent’anni era decisamente maturo per il
matrimonio, e desiderava onorare il Cavaliere di Sodalizio
prendendo parte a quella sacra istituzione.
Ora, forse, non ne avrebbe più avuto la possibilità.
Sul le o era appoggiata una vestaglia di seta, ma lui preferì
indossare la sua, per quanto spiegazzata dal viaggio, prima di uscire
sul balcone.
L’aria era rinfrescante. Loth appoggiò le mani sulla ringhiera.
So o di lui, Cárscaro si estendeva fino al ripido pendio
dell’altopiano. Il bagliore del magma tingeva ogni singola strada.
Loth scorse la sagoma di un essere che scendeva in picchiata dal
cielo per andare ad abbeverarsi al fiume di fuoco.
A mezzano e si distese cauto sul le o tirandosi le coperte fino al
mento.
Quando il sonno lo vinse, sognò lenzuola avvelenate.

Intorno a mezzogiorno, Kit lo trovò seduto a un tavolo all’ombra del


balcone, intento a scrutare l’altopiano.
«Buongiorno, messere» lo salutò Loth.
«Ah, messere, è proprio un buongiorno nella terra del male e della
morte.» Kit portava un vassoio di cibo. «Da queste parti venereranno
p q p
pure il Senza Nome, ma di le i se ne intendono! Non ho mai
dormito meglio.»
Kit non riusciva a rimanere serio, e da parte sua Loth non riusciva
a non sorridere, nemmeno in quella situazione. «Dove hai trovato da
mangiare?»
«Il primo posto che cerco in un palazzo sconosciuto sono le
cucine. Ho gesticolato finché i servi non hanno capito che avevo
fame. Ecco.» Posò il vassoio sul tavolo. «Dopo ci porteranno
qualcosa di più sostanzioso.»
Disposti sul pia o c’erano fru a e noci tostate, con accanto una
brocca di vino e due coppe.
«Non dovresti andare in giro da solo, Kit» lo rimproverò Loth.
«La mia pancia non aspe a nessuno.» Ma quando vide
l’espressione dell’amico, sospirò. «E va bene.»
Il sole era uno squarcio aperto nel cielo tinto di mille sfumature di
rosa. Sopra la pianura aleggiava una pallida nebbia. Loth non aveva
mai visto un panorama simile. Ripararsi dal sole non era sufficiente,
entrambi gli uomini avevano le clavicole imperlate di sudore.
Ai tempi in cui cresceva la lavanda, la bellezza di quei luoghi
doveva essere indescrivibile. Loth provò a immaginare la sensazione
di passeggiare per i corridoi scoperti, in un giorno d’estate, avvolti
dalla brezza profumata.
Quando aveva ge ato il suo paese nella rovina, re Sigoso era stato
spinto dalla malvagità oppure dal terrore?
«Dunque,» disse Kit, riempiendosi la bocca con una manciata di
mandorle «come abbiamo intenzione di tra are la Donmata?»
«Con tu a la cortesia possibile. Lei è convinta che siamo qui in
qualità di ambasciatori permanenti. Dubito si insospe irebbe se le
chiedessimo che ne è stato del nostro predecessore.»
«Mentirà, se davvero hanno fa o qualcosa a Fynch.»
«Allora esigeremo delle prove che sia ancora vivo.»
«Da una principessa non si esigono prove. La sua parola è legge.»
Kit si mise a sbucciare un’arancia rossa. «Siamo spie ora, Loth.
Faresti meglio a corazzare la tua natura ingenua.»
«Cosa proponi, allora?»
«Ambientarsi a corte, agire da buoni ambasciatori e nel fra empo
indagare come possiamo. Ci saranno pure altri diplomatici stranieri
a palazzo. Qualcuno avrà informazioni utili.» Scoccò a Loth un
sorriso solare. «E nel caso tu o il resto non dovesse funzionare,
corteggerò la Donmata Marosa finché non mi aprirà il suo cuore.»
Loth scosse il capo. «Canaglia.»
In quel momento l’intera ci à parve tremare. Kit riuscì ad
afferrare la coppa prima che il vino si versasse sul tavolo.
«Cosa è stato?»
«Un terremoto» rispose calmo Loth. «Papà una volta mi ha de o
che può succedere, tra le montagne di fuoco.»
Gli Yscal non avrebbero costruito la capitale in quel posto
sapendo che poteva essere distru a da un terremoto. Sforzandosi di
non pensarci, Loth bevve un sorso di vino e tornò a immergersi nella
fantasia di come doveva essere la Cárscaro dei tempi d’oro. Kit,
mormorando tra sé, estrasse penna e coltellino dalla tasca.
«Poesia?» domandò Loth.
«L’ispirazione è di là da venire. Da quanto ho potuto constatare
terrore e creatività assai di rado vanno a bracce o.» Kit appuntì la
penna. «No, voglio scrivere una le era a una certa signora.»
Loth sbuffò, esasperato. «Ancora non capisco perché non hai
rivelato a Kate i tuoi sentimenti.»
«Perché, per quanto affascinante di persona, sulla carta resto Sir
Antor Dale.» Kit gli lanciò uno sguardo divertito. «Credi che oggi
come oggi usino uccelli o basilischi per la posta?»
«Coccatrici, probabilmente, che hanno le qualità di entrambe le
specie.» Loth osservò l’amico estrarre una bocce a d’inchiostro da
un borsello. «Sai che Combe brucerà tu e le nostre le ere.»
«Oh, non ho alcuna pretesa. Se è destino che Lady Katryen non
legga questa le era, così sia,» replicò Kit con leggerezza «ma quando
il cuore è troppo gonfio, esonda. E il mio lo fa inevitabilmente sulla
pergamena.»
Qualcuno bussò alla porta. Si scambiarono un’occhiata prima che
Loth andasse ad aprire, con la basilarda sempre a portata di mano.
In corridoio c’era un servitore in braghe e farse o neri.
«Lord Arteloth.» Dal collo gli pendeva un pomo d’ambra. «Vengo
ad annunciare che Sua Radiosità la Donmata Marosa vi riceverà a
tempo debito. Per ora è necessario che voi e Lord Kitston vi rechiate
dal medico: Sua Radiosità deve essere certa che non rechiate alcuna
mala ia.»
«Adesso?»
«Sì, mio signore.»
L’ultima cosa che Loth aveva voglia di fare era essere maneggiato
da un do ore con simpatie draconiche, ma non aveva molta scelta.
«Bene allora,» disse «fateci strada.»
16
Oriente

Le ultime prove dell’acqua si susseguirono come avvolte nella


foschia. Una no e dove ero nuotare controcorrente tra le rapide di
un fiume. Poi ci fu il duello con le reti. Quindi dove ero dimostrare
di aver imparato i segnali in codice dei cavalieri. A volte, tra una
prova e la successiva trascorreva un giorno, altre molti giorni. Prima
che Tané potesse rendersene conto, giunse il momento dell’ultima
sfida.
La mezzano e la colse ancora una volta nella sala
dell’addestramento, intenta a spalmare olio di garofano sulla lama
della spada. Il profumo dell’unguento le impregnava le dita. Aveva
le spalle doloranti e il collo contra o come un tronco d’albero.
Il giorno seguente, quella lama avrebbe fa o la differenza tra
vi oria e sconfi a; ora, ci vedeva il riflesso dei propri occhi inie ati
di sangue.
La pioggia tamburellava sul te o della scuola. Mentre tornava agli
alloggi, Tané udì un risolino soffocato.
Trovò la porta del balcone aperta, e sbirciò fuori. Nel cortile
so ostante, Onren e Kanperu sedevano circondati dagli alberi di
pere, le teste chine su un gioco da tavolo e le dita intrecciate.
«Tané.»
Trasalì. Dumusa era affacciata sulla soglia della sua stanza, con
indosso una veste leggera e una pipa in mano. La raggiunse sul
balcone e seguì il suo sguardo.
«Non devi essere invidiosa» disse dopo un lungo silenzio.
«Io non…»
«Tranquilla. Anch’io ogni tanto invidio la facilità con cui
sembrano affrontare la vita. Onren sopra u o.»
Tané nascose il viso dietro i capelli.
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«Riesce bene in tu o,» commentò «con uno sforzo minimo…» Le
parole le si bloccarono in gola. «Minimo.»
«Riesce bene perché ha fiducia nelle proprie capacità. Tu invece
sembri convinta che possano sfuggirti tra le dita se solo molli la
presa per un secondo» disse Dumusa. «Discendo da una stirpe di
cavalieri. È una grande benedizione, e ho sempre voluto dimostrare
di esserne all’altezza. Quando avevo sedici anni ho sacrificato tu o
per studiare. Ho smesso di andare in ci à. Ho smesso di dipingere.
Ho smesso di vedere Ishari. Non facevo altro che allenarmi, finché
non sono diventata prima apprendista. Ho scordato cosa volesse dire
possedere delle abilità. Al contrario, loro hanno posseduto me.
Completamente.»
Tané fu scossa da un brivido.
«Ma…» ed esitò. «Non sembri provare ciò che sento io.»
Dumusa soffiò in aria un pennacchio di fumo.
«Col tempo ho capito» disse «che se sarò abbastanza fortunata da
diventare cavaliere, dovrò rispondere appena Seiiki chiama. Non
potrò contare su giornate intere di addestramento. Ricorda, Tané: per
tagliare, una spada non ha bisogno di essere affilata tu i i giorni.»
«Lo so.»
Dumusa le lanciò uno sguardo penetrante. «E allora sme ila di
affilarla. E va’ a dormire.»

La prova finale avrebbe avuto luogo nel cortile. Tané fece colazione
prima dell’alba e andò subito a prendere posto sugli spalti.
Poco tempo dopo la raggiunse Onren. Ascoltarono in silenzio il
rombo remoto di un tuono.
«Allora,» disse infine Onren «ti senti pronta?»
Tané annui, ma poi scosse il capo.
«Anch’io.» Onren offrì il volto alla pioggia sferzante. «Sarai
cavaliere, Tané. I Miduchi giudicano il rendimento complessivo delle
prove dell’acqua, e tu te la sei cavata egregiamente.»
«Questa è la più importante» mormorò Tané. «Useremo
sopra u o la spada. Se non riusciamo a vincere un duello adesso
p p
che siamo a scuola…»
«Sappiamo tu i quanto sei brava con la lama. Andrà benissimo.»
Tané si preme e i palmi tra le ginocchia.
Gli altri cominciavano ad arrivare, e quando furono tu i presenti
comparve anche il Generale dei Mari. Al suo fianco un servitore col
compito di ripararlo dalla pioggia saltellava in punta di piedi
tenendo l’ombrello.
«L’ultima prova è con la spada» annunciò il generale. «Chiamo
per prima l’onorevole Tané, della Casa di Mezzogiorno.»
La ragazza si alzò.
«Onorevole Tané,» disse il generale «oggi comba erai contro
l’onorevole Turosa, della Casa di Se entrione.»
Turosa sca ò in piedi senza un a imo di esitazione.
«Si vince al primo sangue.»
Si incamminarono ai lati opposti del cortile per prendere le spade.
Quindi, con gli occhi fissi in quelli dell’avversario e le lame
sguainate, si ricongiunsero al centro.
Gli avrebbe dimostrato lei di cosa era capace la feccia.
Gli inchini furono rapidi e legnosi. Tané impugnò la spada con
entrambe le mani. Vedeva solo Turosa, i suoi capelli gocciolanti, le
narici dilatate.
Al segnale del Generale dei Mari, Tané si scagliò sull’avversario.
Le loro lame si incrociarono. Il viso di Turosa era tanto vicino al suo
che poteva sentirne il fiato e inalare l’odore pungente del sudore che
gli impregnava la tunica.
«Quando sarò il comandante dei cavalieri» sibilò il ragazzo «farò
in modo che nessun plebeo si avvicini mai più a un drago.» Clangore
di spade. «Tra poco te ne tornerai nella topaia in cui ti hanno
pescata.»
Tané tentò un affondo, e lui parò il colpo a meno di una spanna
dal pe o.
«Ricordami,» continuò a voce bassa «da dov’è che vieni di
preciso?» Spinse via la sua spada. «Ce l’hanno un nome quei cumuli
di merda che considerate villaggi?»
Se sperava di infastidirla insultando una famiglia che non aveva
mai conosciuto, avrebbe dovuto a endere un migliaio d’anni.
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Si avventò su di lei. Tané schivò il colpo e il duello ebbe inizio sul
serio.
La danza con le spade di legno non contava. Qui non c’era alcuna
lezione da imparare, nessuna abilità da perfezionare. Alla fine, il
confronto fu rapido e brutale come l’estrazione di un dente.
Il mondo di Tané si ridusse a un torrente di pioggia e metallo.
Turosa saltò. Tané scartò, deviando il suo fendente, e lui cadde
accovacciato. Fu di nuovo su di lei prima di darle il tempo di
respirare, con la spada lampeggiante come un pesce tra le onde.
Rispose a ogni a acco, finché lui fece una finta e le sferrò un pugno
so o il mento. Un violento calcio nello stomaco la costrinse a terra.
Era una finta facilissima da prevedere, ma la stanchezza aveva
avuto la meglio. Intravide, a raverso la cortina di pioggia, il
Generale dei Mari che la osservava col volto privo di emozione.
«È giusto così, paesana» sogghignò Turosa. «Sta ene per terra. Il
posto della feccia.»
Come un condannato in a esa dell’esecuzione, Tané abbassò il
capo. Turosa la studiò dall’alto, indeciso su dove colpirla per farle
più male. Un passo ancora e fu a portata.
E qui Tané sollevò la testa di sca o, e slanciò le gambe verso
Turosa costringendolo a fare un saltello per evitarle. Si diede la
spinta e volteggiò come un uragano ritrovandosi di nuovo in piedi.
Turosa riuscì a respingere il primo a acco, ma la mossa l’aveva colto
di sorpresa, glielo si leggeva negli occhi. Il suo gioco di piedi si fece
goffo sulle lastre di pietra bagnata, e quando la lama avversaria
tornò ad abba ersi su di lui, fu troppo lento a sollevare il braccio per
pararla.
Un graffio, so ile come un filo d’erba, si disegnò sulla mascella di
Turosa.
Meno di un secondo dopo la sua spada squarciò la spalla di Tané.
La ragazza trasalì mentre lui barcollava via, il volto contra o in un
ringhio schiumante.
Gli altri guardiani allungarono il collo per osservare la scena.
Tané, ansimando, non perdeva di vista l’avversario.
Se non era riuscita a farlo sanguinare, il comba imento era perso.
Lentamente, dal graffio sulla guancia di Turosa fuoriuscì un
rivole o color rubino. Fradicio e tremante, il ragazzo si portò un dito
al volto e trovò la macchia, accesa come un bocciolo di mela cotogna.
Il primo sangue.
«Onorevole Tané della Casa di Mezzogiorno,» annunciò il
Generale dei Mari, e lo fece sorridendo, «la vi oria è vostra.»
Non aveva mai udito parole più dolci.
Quando si inchinò, il sangue le sgorgò dalla spalla come rame
fuso. Il volto di Turosa era una maschera di rabbia. Era caduto nel
tranello, un tranello che non avrebbe ingannato nessuno, perché
aveva so ovalutato l’avversaria. Mentre lui la fissava, Tané comprese
finalmente che non l’avrebbe mai più chiamata “feccia plebea”:
quell’appellativo avrebbe dimostrato che la feccia poteva essere
migliore del vino più pregiato.
L’unico modo per salvarsi la faccia era tra arla da pari.
Uno squarcio di luce si aprì nel cielo mentre il rampollo di
cavalieri si inchinava davanti a lei, più profondamente di quanto
Turosa avesse mai fa o.
17
Occidente

Solo a distanza di molti giorni dal loro arrivo e una volta dichiarati
liberi dal morbo, Loth e Kit vennero ammessi alla presenza della
Donmata Marosa. Durante tu o quel tempo erano rimasti confinati
nelle loro stanze, con guardie schierate in corridoio che impedivano
loro di uscire. Loth ancora rabbrividiva al ricordo del Medico di
Corte, che gli aveva piazzato sanguisughe negli ultimi posti dove le
sanguisughe dovrebbero mai stare.
Fu così che alla fine si ritrovò ad avanzare al fianco di Kit nella
cavernosa sala del trono del Palazzo della Salvezza. Lo stanzone era
gremito di nobili e cortigiani, ma tra loro non c’era traccia del
principe Wilstan.
Al di so o di un sontuoso baldacchino, la Donmata Marosa,
principessa ereditaria del Regno Draconico di Yscalin, stava assisa su
un trono di vetro vulcanico. Aveva il volto coperto da una maschera
di ferro che riproduceva il cranio cornuto di un Grande dell’Ovest. Il
peso di quell’affare doveva essere incredibile.
«Per il Santo,» sussurrò Kit in modo che solo Loth potesse sentirlo
«quello è il muso di Fýredel.»
Di fronte al trono era schierato un manipolo di guardie in
armatura d’oro. Sul baldacchino campeggiava lo stemma della
Casata di Vetalda: una doppia viverna nera con in mezzo una spada
spezzata.
Non una spada qualsiasi: Ascalon, simbolo di Virtudom.
Le dame di corte avevano sollevato i veli neri prote ivi, fissati alla
testa con piccole coroncine elaborate. Lady Priessa Yelarigas stava
alla destra della principessa. Ora che si era scoperta il volto, Loth
poté cogliere l’incarnato pallido e lentigginoso, gli occhi infossati, la
linea fiera della mascella.
Il brusio scemò appena giunsero al cospe o della regina.
«Radiosità,» annunciò il ciambellano «vi presento due
gentiluomini inysh. Lord Arteloth Beck, figlio del conte e della
contessa di Betulladorata, e Lord Kitston Glade, figlio del conte e
della contessa di Fontedimiele. Ambasciatori del Reginato di Inys.»
Il silenzio calò nella stanza, seguito repentinamente da un
mormorio indistinto. Loth si mise in ginocchio e piegò il capo.
«Radiosità,» disse «grazie per averci accolti a corte.»
A un gesto della principessa, i sussurri si interruppero
bruscamente.
«Lord Arteloth e Lord Kitston» li salutò. La maschera di ferro
aggiungeva una strana eco alle sue parole. «Il mio amato padre e io
vi diamo il benvenuto nel Regno Draconico di Yscalin, insieme alle
mie più sincere scuse per il ritardo di questa udienza… altri impegni
mi hanno tenuta occupata.»
«Non avete alcun bisogno di giustificarvi, Radiosità» replicò Loth.
«Sta a voi decidere quando riceverci.» Si schiarì la gola. «Lord
Kitston ha le nostre referenze, se vorrete acce arle.»
«Ma certo.»
Lady Priessa fece segno a un servitore, che prese le le ere da Kit.
«Quando il duca di Cortesia ha scri o a mio padre, il desiderio di
Inys di rafforzare i rapporti diplomatici con Yscalin ci ha rallegrati»
proseguì la Donmata. «Sarebbe un vero peccato se la regina Sabran
anteponesse a un’amicizia di vecchia data semplici… divergenze
religiose.»
Divergenze religiose.
«A proposito di Sabran, sono anni che non ho sue notizie»
aggiunse la Donmata. «Ditemi, ha già una bambina?»
Un muscolo del volto di Loth si contrasse. Trovava ripugnante
che la donna seduta al di so o di quel marchio blasfemo fingesse di
provare affe o per Sabran.
«Sua Maestà non ha ancora preso marito, signora» rispose Kit.
«Manca poco, però.» Appoggiò le mani sui braccioli del trono. Dal
momento che nessuno dei due uomini le rispose, proseguì: «Deduco
che non siate a conoscenza della lieta notizia, miei signori. Di recente
Sabran si è fidanzata con Aubrecht Lievelyn, Illustre Principe del
Libero Stato di Mentendon. Un tempo era il mio promesso sposo».
Loth non poté far altro che restare a fissarla.
Naturalmente sapeva che Sabran prima o poi avrebbe scelto un
compagno, e d’altra parte una regina non aveva alternativa, ma
aveva sempre dato per scontato che avrebbe scelto un uomo di
Hróth, la più rispe ata tra le altre due nazioni di Virtudom. E invece
aveva optato per Aubrecht Lievelyn, bisnipote del defunto principe
Leovart, lo stesso che, malgrado i decenni di differenza anagrafica,
aveva tentato a sua volta di corteggiarla.
«Purtroppo» continuò la Donmata «non sono stata invitata al
matrimonio.» Tornò ad appoggiarsi allo schienale. «Sembrate
turbato, Lord Arteloth. Avanti, condividete con noi i vostri pensieri.
Temete forse che il Principe Rosso non meriti di dividere il le o con
la sovrana?»
«I sentimenti della regina Sabran sono questioni private» sbo ò
Loth. «Non è questo il luogo in cui discuterne.»
Quando il silenzio della sala venne soppiantato da un’eco di
risate, Loth sentì un brivido risalirgli la spina dorsale. Anche la
Donmata, da dietro la maschera mostruosa, si unì gioiosamente al
coro. «I sentimenti di Sua Maestà saranno pure questioni private, ma
le sue lenzuola no. Dopotu o, si dice che nel momento in cui la
discendenza Berethnet dovesse esaurirsi il Senza Nome farà ritorno.
Se Sabran vuole tenerlo a bada, è dunque meglio che si impegni
nell’aprire le… porte del reginato al principe Aubrecht.»
Altre risate.
«Prego che la discendenza Berethnet prosegua fino alla fine dei
tempi,» si lasciò scappare Loth prima ancora di rendersene conto
«poiché solo questo ci protegge dal caos.»
Con un unico movimento fluido, le guardie sguainarono lo stocco.
Le risate cessarono bruscamente.
«A ento, Lord Arteloth» lo ammonì la Donmata. «Non dite nulla
che possa essere inteso come un’offesa al Senza Nome.» Fece un
cenno alle guardie, che rinfoderarono le spade. «Sapete, mi è giunta
voce che il principe consorte avreste dovuto essere voi. Non vi siete
dimostrato all’altezza di amare una regina?» Prima di dargli il tempo
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di replicare, la donna ba é le mani. «Non ha importanza. Possiamo
porre rimedio e trovarvi una compagna qui a Yscalin. Musici, le
trenta giravolte! Lady Priessa danzerà con Lord Arteloth.»
La dama scese all’istante sul pavimento di marmo, e Loth si
costrinse ad andarle incontro.
Un tempo il ballo delle trenta giravolte era diffuso in molte corti.
Considerandolo eccessivamente promiscuo, Jillian Quinta l’aveva
proibito in quella di Inys, ma le regine dopo di lei si erano
dimostrate più indulgenti. In un modo o nell’altro, quasi tu i i
cortigiani conoscevano i passi.
Lady Priessa fece la riverenza mentre i musici a accavano un
motivo vivace. Anche Loth si inchinò, quindi entrambi si voltarono
verso la Donmata e intrecciarono le dita.
I primi movimenti di Loth furono rigidi, mentre Lady Priessa
danzava leggiadra. Le saltellò a orno in cerchio senza mai toccare
terra coi talloni.
Era un’o ima danzatrice. Si spostavano da una parte all’altra a
passi e balzelli, ora di fronte ora di lato quindi, al crescendo della
musica, con una mano sulla schiena e una sulla vita della ballerina,
Loth la sollevò da terra. Ripeté la mossa più e più volte, finché non
gli dolsero le braccia e il sudore non cominciò a colargli sulla fronte e
sulla nuca.
Sentiva l’affanno di Lady Priessa. Una ciocca di capelli neri le
sfuggì dalla cuffia mentre giravano l’uno a orno all’altra, sempre più
lentamente, finché non si ritrovarono di nuovo per mano di fronte
alla Donmata.
Qualcosa si insinuò tra i loro palmi. Prendendo ciò che la dama gli
passava, Loth non ebbe il coraggio di guardarla in faccia. La
Donmata applaudì, seguita a ruota dai cortigiani.
«Sembrate stanco, Lord Arteloth» disse da dietro la maschera.
«Lady Priessa era forse troppo pesante?»
«Ho l’impressione che a Yscalin pesino più le gonne delle dame,
Radiosità» rispose Loth ansimando.
«Oh, no, mio signore. Sono effe ivamente le dame, e i gentiluomini,
tu i quanti. L’angoscia per la prolungata assenza del Senza Nome
appesantisce i nostri cuori.» La Donmata si alzò. «Vi auguro una
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no e lunga e serena.» Esitò un istante. «A meno che non ci sia
dell’altro.»
Loth, per quanto dolorosamente consapevole del biglie ino che
stringeva in mano, decise di cogliere l’opportunità.
«Un’ultima cosa, Radiosità.» Si schiarì la voce. «Dovrebbe
risiedere alla vostra corte un altro ambasciatore che per anni ha
servito Sabran da qui. Wilstan Fynch, duca di Temperanza. Potreste
indicarci i suoi alloggi? Vorremmo salutarlo.»
Nessuno parlò né si mosse.
«L’ambasciatore Fynch» disse la Donmata alla fine. «Ebbene, Lord
Arteloth, su questo fronte brancoliamo entrambi nel buio. Sua
Grazia è partito se imane fa, dire o a Córvugar.»
«Córvugar» ripeté Loth. Un porto all’estremità meridionale di
Yscalin. «Come mai fin laggiù?»
«Ha de o di avere degli affari da sbrigare, senza specificarne la
natura. Mi sorprende che non abbia scri o a Sabran per avvertirla.»
«Sorprende anche me, Radiosità,» replicò Loth «al punto che
faccio fatica a crederlo.»
L’insinuazione rimase sospesa a mezz’aria nel breve silenzio che
seguì.
«Spero, Lord Arteloth,» replicò poi la Donmata «che non mi stiate
accusando di mentire.»
La folla di cortigiani si strinse più vicina, come una muta di
segugi all’odore del sangue. Kit abbrancò l’amico per la spalla, e
Loth chiuse gli occhi.
Se volevano scoprire la verità dovevano sopravvivere in quella
corte, e per sopravvivere dovevano so ostare alle sue regole.
«No, Radiosità» disse. «Naturalmente no. Perdonatemi.»
Senza degnarlo di una risposta, la Donmata Marosa scivolò fuori
dalla sala col suo seguito di dame.
I cortigiani iniziarono subito a mormorare. Loth, con le mascelle
serrate, volse le spalle alle guardie e marciò verso la porta con Kit
che gli correva dietro.
«Avrebbe potuto farti strappare la lingua» sussurrò. «Per il Santo,
amico, come ti è saltato in mente di dare della bugiarda alla
principessa nella sua sala del trono?»
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«Non la reggo, Kit. La blasfemia. La menzogna. Il disprezzo
sfacciato per Inys.»
«Non puoi mostrarti turbato dalle loro provocazioni. Il tuo
patrono è il Cavaliere di Sodalizio: cerca di dare a questa gente
l’impressione di condividere i suoi principi.» Kit lo afferrò per il
braccio impedendogli di proseguire. «Ascoltami, Arteloth. Da morti
non potremmo fare nulla per Inys.»
Aveva la fronte imperlata di sudore, e una vena sul collo che
pulsava rapidamente. Loth non l’aveva mai visto così angosciato.
«Il tuo patrono invece è il Cavaliere di Cortesia, Kit.» Loth
sospirò. «Speriamo che almeno la tua dama prote rice mi aiuti a
mascherare le mie reali intenzioni.»
«Non sarà comunque un’impresa facile.»
Kit si diresse verso le finestre della galleria.
«È tu a la vita che maschero la rabbia nei confronti di mio padre»
disse piano. «Ho imparato a sorridere quando scherniva le mie
poesie. Quando mi dava dell’edonista smidollato. Quando malediva
il destino e la mia povera madre per non avergli dato altri eredi.»
Riprese fiato. «Ed è grazie a te che ci sono riuscito, Loth: fintanto che
avevo qualcuno con cui poter essere me stesso sopportavo di fingere
davanti a lui.»
«Lo so» mormorò Loth. «E giuro che, da questo momento in poi,
tu sarai l’unico cui mostrerò il mio vero volto.»
«O imo.» Kit gli rivolse un sorriso. «Abbi fede, come sempre;
sopravvivremo anche a questo. La regina Sabran sta per sposarsi. Il
nostro esilio non durerà a lungo.» Gli diede una pacca sulla spalla.
«Ma nel fra empo vado a procurarci qualcosa per cena.»
Si separarono. Solo una volta che si fu chiuso la porta della
camera alle spalle, Loth diede un’occhiata al biglie o che Priessa
Yelarigas gli aveva passato di nascosto.

Alle tre in punto al Santuario Reale.


L’ingresso è dietro la biblioteca.
Venite solo.
Il Santuario Reale. Doveva essere rimasto a prendere polvere da
quando la Casata di Vetalda aveva rinnegato le Sei Virtù.
Ma poteva anche essere una trappola. Magari il principe Wilstan
aveva ricevuto un invito come quello subito prima di scomparire.
Loth si passò le mani tra i capelli. Il Cavaliere di Coraggio lo
guidava: avrebbe ascoltato ciò che Lady Priessa aveva da dire.

Quella sera, intorno alle undici, Kit fece ritorno con coscio i di
agnello brasati nel vino, un pezzo di formaggio alle spezie e del pane
alle olive profumato all’aglio. Si sistemarono a mangiare sul balcone,
con le torce di Cárscaro che tremolavano in lontananza.
«Ora come ora non mi dispiacerebbe avere un assaggiatore»
commentò Loth piluccando dai pia i.
«A me sembra tu o buonissimo» rispose Kit cacciandosi in bocca
un morso di pane inzuppato nell’olio. Quindi si pulì le labbra. «Ora,
siamo abbastanza sicuri che il principe Wilstan non sia andato a
prendere il sole a Córvugar. Nessuno con un briciolo di buon senso
andrebbe a Córvugar. Non c’è niente, laggiù, a parte lapidi e
cornacchie.»
«Pensi che Sua Grazia sia morto?»
«Temo di sì.»
«Dobbiamo accertarcene.» Loth lanciò uno sguardo alla porta e
abbassò la voce. «Mentre ballavamo Lady Priessa mi ha passato un
biglie o. Vuole che la incontri stano e, forse deve dirmi qualcosa.»
«O forse ha un pugnale che vuole fare amicizia con la tua
schiena.» Kit sollevò un sopracciglio. «Aspe a, non avrai intenzione
di andarci, vero?»
«A meno che tu non abbia altri indizi, devo. E prima che tu me lo
chieda, ha scri o che dovrò essere solo.»
Kit fece una smorfia, poi bevve. «Il Cavaliere di Coraggio deve
averti prestato la sua spada, amico mio.»
Da qualche parte tra le montagne, una viverna lanciò il suo grido
di guerra. Loth sentì un brivido di morte giù per la schiena.
«Dunque,» riprese Kit schiarendosi la gola «Aubrecht Lievelyn.
Un tempo promesso della nostra amica mascherata da wyrm.»
«Già.» Loth scrutò il cielo privo di stelle. «Lievelyn mi sembra un
candidato rispe abile. Da quel che so è virtuoso e gentile. Sarà un
buon compagno per Sab.»
«Non lo me o in dubbio, ma durante la cerimonia la regina dovrà
rinunciare all’appoggio del suo migliore amico.»
Loth annuì, immerso nei ricordi. Lui e Sabran si erano promessi
che ai rispe ivi matrimoni si sarebbero accompagnati all’altare a
vicenda, e perdere la possibilità di farlo era il colpo di grazia.
Notando l’espressione sul volto dell’amico, Kit esalò un sospiro
teatrale. «Poveri noi» disse. «Avevo giurato a me stesso che, se mai la
regina Sabran si fosse sposata, avrei chiesto a Kate Withy di danzare.
A quel punto le avrei rivelato di essere l’autore di tu e le poesie
d’amore che ha ricevuto negli scorsi tre anni. Ora non sapremo mai
se avrei il fegato di farlo.»
Loth lasciò che Kit cercasse di distrarlo mentre terminavano di
cenare. Per fortuna l’amico l’aveva seguito in quel viaggio, altrimenti
avrebbe già dato di ma o.
Intorno a mezzano e gli Yscal cominciarono a ritirarsi nelle loro
stanze e sul palazzo calò lentamente il silenzio. Prima di andare a
le o, Kit si fece prome ere che, di ritorno dall’incontro con la dama,
Loth avrebbe bussato alla sua porta.
A Cárscaro le ore erano scandite dal rintocco remoto di una
campana. Quando furono quasi le tre, Loth si alzò e infilò la
basilarda nella fodera alla cintura. Prese una candela dalla fiamma
purpurea e uscì dal colonnato.
La Biblioteca di Isalarico era situata nel cuore del Palazzo della
Salvezza. Avvicinandosi all’ingresso, Loth rischiò di non vedere il
corridoio sulla sinistra. Giunse alla porta sul fondo, e dopo aver
girato la chiave si fece largo nell’oscurità del Santuario Reale.
Il bagliore tremulo della candela illuminò la volta del soffi o.
Accatastati sul pavimento c’erano libri di preghiere e statue
frantumate. In mezzo alle rovine spiccava un dipinto della regina
Rosarian: qualcuno, a furia di pugnalate, aveva reso il ritra o quasi
irriconoscibile. Tu o ciò che rimaneva di Virtudom era stato stipato
là dentro e chiuso a chiave.
In fondo al santuario una figura si stagliava contro il vetro
colorato della finestra. La candela che reggeva in mano era
sormontata da una fiamma che pareva normale. Loth a ese di
trovarsi vicinissimo a lei per rompere il silenzio.
«Lady Priessa.»
«No, Lord Arteloth.» Si abbassò il cappuccio. «Chi vi parla è una
principessa d’Occidente.»
Le sue fa ezze divennero riconoscibili alla luce chiara della
fiamma. Pelle scura e sopracciglia marcate. Naso aquilino. Capelli di
velluto nero, lunghi abbastanza da sfiorarle i gomiti, occhi di un
color ambra così lucente da assomigliare a topazi. Gli occhi della
Casata di Vetalda.
«Donmata» mormorò Loth.
Lei ricambiò lo sguardo.
L’unica erede di re Sigoso e della defunta regina Sahar. Aveva già
visto Marosa Vetalda in un’altra occasione, quando si era recata in
visita a Inys per il millesimo anniversario della fondazione di
Ascalon. All’epoca era ancora fidanzata con Aubrecht Lievelyn.
«Non capisco.» Strinse la candela tra le dita. «Perché indossate gli
abiti della vostra dama di corte?»
«Priessa è la sola persona di cui mi fido. Mi presta i suoi vestiti
quando voglio girare di nascosto per il palazzo.»
«Dunque siete venuta voi a prenderci a Perunta?»
«No. Quella era davvero Priessa.» Loth fece per rispondere, ma lei
si portò un dito guantato alle labbra. «Ascoltatemi bene, Lord
Arteloth. Yscalin non si limita a venerare il Senza Nome. So ostiamo
anche al regime draconico. È Fýredel il vero re di Yscalin e le sue
spie sono dappertu o. Questo è il motivo del mio comportamento
nella sala del trono: era tu a una recita.»
«Ma…»
«Voi cercate il duca di Temperanza. Fynch è morto, saranno mesi
ormai. L’avevo inviato in missione a nome di Virtudom, ma… non
ha più fa o ritorno.»
«Virtudom.» Loth la fissò. «Cosa volete da me?»
«Il vostro aiuto, Lord Arteloth. Voglio che riusciate là dove
Wilstan Fynch ha fallito.»

L’estate era giunta al termine. L’aria si era fa a più fredda, le


giornate più corte. Nella Biblioteca Privata, Margret aveva mostrato
a Ead un nido di coccinelle nascosto dietro l’intarsio di uno scaffale:
sapevano entrambe che presto sarebbe stato tempo di rime ersi in
cammino lungo il fiume.
Sabran aveva decretato che il giorno seguente la corte si sarebbe
trasferita a Casa del Rovo, uno dei più antichi palazzi di Inys.
Costruito so o il reginato di Marian Seconda, si ergeva nella
periferia di Ascalon proprio al confine con la Foresta di Chesten, una
vecchia riserva di caccia. In genere, la corte ci si stabiliva in autunno,
ma siccome la regina aveva scelto quel santuario per la cerimonia di
matrimonio con Lievelyn, ci si sarebbe trasferita prima del solito.
Gli spostamenti di corte erano sempre un caos di preparativi. Ead
era partita insieme a Margret e Linora in una delle tante carrozze del
seguito, mentre i loro averi, stipati nei bauli, sarebbero giunti subito
dopo.
Sabran aveva viaggiato insieme a Lievelyn in un cocchio dalle
ruote dorate. Mentre la processione avanzava lungo il Decumano
Berethnet, la tortuosa strada transitabile che spaccava a metà la
capitale, il popolo di Ascalon aveva accolto la regina e il futuro
principe consorte con saluti e acclamazioni.
Casa del Rovo, tra tu i i palazzi, era il più accogliente, con le
finestre di vetro forestale, i corridoi che si dispiegavano a riquadri di
pietra color del miele sul pavimento e ma oni neri delle pareti,
particolarmente indicati per tra enere il calore. Ead l’adorava.
Due giorni dopo l’arrivo della corte, partecipò a un ballo nella
Sala delle Udienze illuminata per l’occasione da centinaia di candele.
La regina, quella sera, aveva invitato damigelle e cortigiane ad
andare a divertirsi mentre lei si intra eneva giocando a carte con le
Ancelle del Baldacchino.
Un quarte o d’archi suonava musica leggera. Ead sorseggiava
vino speziato. Per quanto strano, le rincresceva stare lì e non insieme
alla regina. L’Anticamera, a Casa del Rovo, era particolarmente
invitante, con gli scaffali colmi di libri, il camine o e Sabran seduta
al virginale. Col passare dei giorni, la sua musica si era fa a
malinconica e le sue risate si erano affievolite fino a spegnersi del
tu o.
Ead scrutò il lato opposto della sala. Lord Seyton Combe, il
Rapace No urno, la fissava.
Si voltò dall’altra parte fingendo di non averlo notato, o enendo
solo di farlo avvicinare a lei. Un’ombra che a raversava una pozza
di luce.
«Madonna Duryan» la salutò. A orno al collo portava la catena
con un pendente a forma di Galateo. «Buonasera.»
Ead fece un mezzo inchino e lasciò che sul volto le calasse una
maschera di pura indifferenza. Poteva giusto sforzarsi di contenere il
disprezzo, di sicuro non gli avrebbe sorriso. «Buonasera, Vostra
Grazia.»
Seguì un lungo silenzio, durante il quale Combe la studiò con i
bizzarri occhi grigi.
«Ho la sensazione» disse alla fine «che voi non abbiate un’alta
opinione di me, madonna Duryan.»
«Non penso a voi abbastanza spesso da nutrire opinioni in merito,
Vostra Grazia.»
Un muscolo all’angolo della bocca gli si contrasse. «Risposta
arguta.»
Ead non aveva alcuna intenzione di scusarsi.
Giunse un valle o a offrire loro del vino, che Combe rifiutò con
un gesto. «Non brindate, mio signore?» chiese educatamente Ead,
per quanto in quel momento desiderasse solo arrostirlo su una delle
sue stesse graticole.
«Mai. Devo tenere occhi e orecchie sempre bene aperti per
eventuali minacce alla corona, e bere finirebbe per offuscarli
entrambi.» Combe abbassò il tono di voce. «Che mi pensiate o no,
voglio solo rassicurarvi: potete contare su un amico, qui a corte. Gli
altri potranno anche sparlarvi alle spalle, ma io mi sono accorto che
Sua Maestà tiene al vostro consiglio. Come tiene al mio.»
«È molto gentile da parte vostra.»
«Non è gentile, è la semplice verità.» Fece un inchino educato.
«Vogliate scusarmi.»
Si allontanò fendendo la folla, lasciandola ai suoi pensieri. Combe
non faceva mai nulla senza motivo. Forse le si era rivolto perché
aveva bisogno di nuovi mormoratori. Forse si aspe ava che
estorcesse a Chassar informazioni sull’Ersyr per poi riferirgliele.
Dovrai passare sul mio cadavere, rapace schifoso.
Aubrecht Lievelyn occupava uno degli scranni più in alto. A
differenza di Sabran, rintanata negli appartamenti privati, il suo
promesso si circondava costantemente di sudditi con un entusiasmo
di cui gli Inysh erano a dir poco compiaciuti. Al momento
conversava con le sue sorelle, appena sbarcate da Zeedeur.
Le gemelle, la principessa Bedona e la principessa Betriese,
avevano vent’anni. Osservandole, davano l’idea di trascorrere le
giornate a ridacchiare per segreti noti soltanto a chi aveva condiviso
lo stesso utero.
La principessa Ermuna, la maggiore nonché erede al trono, aveva
sei mesi più di Sabran. Era la copia di suo fratello, alta e imponente,
con lo stesso incarnato pallido e una folta chioma rossa che le
arrivava alle anche. Le maniche della sua veste avevano uno spacco
che rivelava la fodera di seta d’oro e si ricongiungevano in polsini di
broccato con sei ricami, ciascuno raffigurante una virtù. Le damigelle
d’onore inysh avevano già provato a stringersi nastri a orno alle
maniche per imitarla.
«Madonna Duryan.»
Ead si voltò e fece una profonda riverenza. «Vostra Grazia.»
Aleidine Teldan u Kantmarkt, vedova del duca di Zeedeur e
nonna di Truyde, le si era avvicinata. Dai lobi le pendevano rubini
grossi come monete.
«Ero assai ansiosa di conoscervi.» Aveva una voce suadente e
argentina. «L’ambasciatore uq-Ispad vi presenta come suo orgoglio e
gioia. Un modello di virtù.»
«Sua Eccellenza è troppo gentile.»
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«Anche la regina Sabran parla bene di voi. Mi rallegra che una
convertita possa vivere in pace qui a corte.» Lanciò un’occhiata
furtiva verso gli scranni. «A Mentendon siamo di più ampie vedute.
Mi auguro che grazie alla nostra influenza si addolciscano i
tra amenti riservati a sce ici e apostati.»
Ead bevve.
«Posso chiedervi come mai conoscete Sua Eccellenza?» chiese,
pilotando la conversazione su un terreno meno delicato.
«Ci siamo conosciuti molti anni fa, a Brygstad. Era amico del mio
defunto marito, il duca di Zeedeur» rispose la duchessa vedova.
«Sua Eccellenza era presente al funerale di Jannart.»
«Vi porgo le mie condoglianze.»
«Grazie. Il duca era un brav’uomo, e un padre amorevole per
Oscarde. Truyde ha preso da lui.» Quando volse lo sguardo verso la
nipote, immersa in una conversazione con Chassar, un’ombra di
dolore le oscurò il viso. «Perdonatemi, madonna Duryan…»
«Andiamo a sederci, Vostra Grazia.» Ead la guidò a uno sgabello.
«Ragazzo, altro vino per la mia signora» aggiunse rivolta a un
valle o, che si affre ò a obbedire.
«Grazie molte.» Vedendo che Ead le rimaneva accanto in piedi, la
duchessa vedova le diede un buffe o sulla mano. «Sto bene.»
Acce ò il vino che le offriva il ragazzo. «Come dicevo, Truyde…
Truyde è davvero il ritra o di Jannart. Da lui ha ereditato anche
l’amore per i libri e le lingue. C’erano così tanti manoscri i e mappe
nella sua biblioteca che quando è morto non avevo idea di dove
me erli. Per quanto, naturalmente, il grosso sia andato a Niclays.»
Di nuovo quel nome. «Intendete il do or Niclays Roos?»
«Esa o. Era un caro amico di Jannart.» Fece una pausa. «E mio,
anche. Benché non lo sapesse.»
«Il primo anno che ho trascorso a corte c’era anche lui. Mi è
dispiaciuto vederlo andare via.»
«Non aveva altra scelta.» La donna le si avvicinò al punto che Ead
sentì l’aroma di rosmarino emanato dal suo pomo d’ambra. «Non
dovrei dirlo in giro, madonna… ma l’ambasciatore uq-Ispad è un
vecchio amico, e lui si fida di voi.» Sfoderò un ventaglio dietro cui
nascondere la bocca. «Niclays fu esiliato da corte perché non era
riuscito a fornire alla regina Sabran un elisir di lunga vita.»
Ead si sforzò di restare imperturbabile. «Sua Maestà gliel’aveva
commissionato?»
«Oh, sì. Niclays arrivò a Inys quando lei aveva appena compiuto
dicio o anni, Jannart era morto da poco, e le offrì i suoi servigi di
alchimista.»
«In cambio della protezione della corona, immagino.»
«Naturalmente.»
Molti regnanti avevano rincorso la sorgente della vita. Giocare
con il terrore della morte doveva essere un’a ività remunerativa…
senza contare che a corte girava da tempo voce che Sabran temesse
la prospe iva della gravidanza. Roos si era approfi ato della
giovane regina, incantandola con le sue competenze scientifiche. Un
ciarlatano, insomma.
«Non è mai stato un impostore» disse la duchessa vedova, quasi
le leggesse nella mente. «Era davvero convinto di farcela: lavorava
all’elisir da decenni.» C’era una nota di tristezza nella sua voce. «Sua
Maestà gli concesse sontuosi appartamenti e un laboratorio presso il
Palazzo di Ascalon… ma da quanto ho capito Niclays si perse in
vino e scommesse e per finanziarli sperperò tu o il vitalizio reale.»
Si interruppe per consentire a un valle o di riempirle il bicchiere.
«Dopo due anni Sabran si convinse di essere stata truffata. Lo bandì
da Inys e decretò che nessun paese desideroso di conservarsi in
buoni rapporti con lei potesse ospitarlo. E dunque il defunto Illustre
Principe Leovart lo spedì a Orisima.»
L’avamposto mercantile. «Presumo che col tempo Sua Maestà non
abbia moderato la propria posizione.»
«No. Sono ormai se e anni che Niclays è laggiù.»
Ead sollevò un sopracciglio. «Se e?»
Da quel che sapeva, Orisima era un minuscolo isolo o (persino la
parola isola pareva inada a a quel fazzole o di terra) collegato al
porto seiikinese di Capo Hisan. Se e anni laggiù erano abbastanza
per far impazzire chiunque.
«Esa o» confermò la duchessa vedova, percependo l’incredulità
della ragazza. «Ho implorato il principe Aubrecht di rimandarlo a
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casa, ma lo farà solo se sarà Sabran a chiederglielo.»
«Ma, Vostra Grazia… non credete che meriti l’esilio?» azzardò
Ead.
La risposta giunse dopo una lunga esitazione: «Credo che abbia
pagato a sufficienza. Niclays è un brav’uomo. Se non avesse sofferto
così tanto per la perdita di Jannart, dubito che si sarebbe comportato
in quel modo. Desiderava abbandonarsi alla perdizione».
Ead ripensò al nome scri o sul volume o eretico di Truyde.
Niclays. Forse la ragazza voleva coinvolgerlo nel suo piano?
«E immagino che anche vostra nipote conoscesse il do or Roos»
disse.
«Oh, eccome. Da bambina lo considerava quasi uno zio.» La
duchessa vedova si interruppe di nuovo. «Mi è parso di capire che
avete influenza su Sua Maestà. In quanto dama di corte, la vostra
opinione avrà un certo peso.»
Solo ora Ead comprese il motivo di quel colloquio.
«I Teldan di Kantmarkt di affari se ne intendono» proseguì la
duchessa vedova in tono suadente. Il luccichio della speranza
accendeva il suo sguardo. «Se parlerete in favore di Niclays, vi farò
diventare ricca, madonna Duryan.»
Doveva funzionare più o meno così con Roslain e Katryen. Il
bisbiglio di una richiesta, un regalino, una parolina sussurrata nelle
orecchie di Sabran. Quello che Ead non capiva era come mai stesse
accadendo proprio a lei.
«Io non sono un’Ancella del Baldacchino» disse. «Non ho la
presunzione di essere ascoltata da Sua Maestà.»
«Mi sembrate fin troppo modesta.» La duchessa vedova fece un
sorrise o. «Proprio questa ma ina vi ho viste passeggiare insieme
nei Giardini a Nodo.»
Ead bevve un sorso di vino, prendendosi un momento per
formulare una risposta.
Non poteva farsi coinvolgere in quegli affari. Sarebbe stata una
vera follia intercedere per qualcuno che Sabran detestava proprio
ora che la regina aveva iniziato a dedicarle a enzioni.
«Non posso aiutarvi, Vostra Grazia» disse Ead. «Fareste meglio a
rivolgervi a Lady Roslain o a Lady Katryen.» Si alzò in piedi e fece la
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riverenza. «Vogliate scusarmi, il dovere mi chiama.»
Si diresse verso le porte prima di dare alla duchessa vedova la
possibilità di insistere.

La Stanza del Baldacchino di Casa del Rovo era decisamente più


piccola della sua equivalente nel Palazzo di Ascalon. Il soffi o era
basso, le pareti rivestite con una boiserie di quercia scura, e tende
cremisi pendevano ai lati del le o. Ead era in anticipo, ma trovò già
Margret ad a enderla.
«Ead» la salutò, la voce arrochita dal raffreddore che aveva
contagiato mezza corte. «Mi hai rovinato la sorpresa. Speravo di
riuscire a fare il le o prima che arrivassi.»
«Per darmi modo di prolungare le inutili conversazioni con nobili
che a malapena conosco?»
«Per darti modo di danzare. Una volta ti piaceva tanto.»
«Una volta la vista del Rapace No urno non mi irritava quanto
adesso.»
Margret si alzò con un lamento infastidito; in mano teneva una
le era. «Da casa?» si informò Ead.
«Già. La mamma dice che mio padre chiede di vedermi da
se imane. Forse deve dirmi qualcosa di importante, ma con tu o
quello che sta succedendo non vedo proprio come potrei andare.»
«Sabran ti darà il permesso.»
«Lo so, ma la mamma insiste perché io rimanga qui. Sostiene che
papà stia semplicemente delirando, e che ho il dovere di restare a
corte… io però ho la sensazione che lei viva a raverso di me.» Con
un sospiro, Margret ripose la le era nel corse o. «Sai… mi sono
illusa che il Mastro delle Poste potesse avere qualcosa da parte di
Loth. Che sciocca.»
«Forse ha scri o davvero» commentò Ead aiutando l’amica a
sollevare una tenda di fustagno. «Combe interce a tu e le le ere.»
«Allora dovrei mandarne una con su scri o che razza di bastardo
è» mormorò Margret.
Ead sorrise. «Pagherei per vedere la sua faccia. A proposito,»
aggiunse a voce più bassa «mi hanno appena offerto dei soldi. In
cambio di un’intercessione con la regina.»
Margret la fissò a occhi spalancati. «Chi?»
«La duchessa vedova di Zeedeur. Vuole che chieda la grazia per
Niclays Roos.»
«Non ti conviene. Loth mi ha de o che Sabran detesta quell’uomo
dal profondo del cuore.» Margret lanciò un’occhiata alla porta. «Sta’
a enta, Ead. Con Ros e Kate lascia correre, ma Sab non è una
sprovveduta. Sa distinguere le lusinghe esagerate.»
«Non ho alcuna intenzione di prestarmi a certi gioche i.» Ead le
sfiorò il gomito. «Penso che Loth se la caverà, Meg. Ora ha capito che
il mondo è ben più pericoloso di come appare.»
Margret sbuffò. «Sopravvaluti la sua perspicacia. Loth si fida di
chiunque gli sorrida.»
«Lo so.» Ead prese l’amica per le spalle e la spinse gentilmente
verso l’uscita. «Ora vai, bevi del vino caldo e balla. Sono certa che il
capitano Lintley sarà ben lieto di vederti.»
«Il capitano Lintley?»
«Esa o. Il valoroso capitano Lintley.»
Lo sguardo di Margret, quando se ne andò, era leggermente più
acceso.
Di Linora nessuna traccia; senza dubbio stava ancora danzando.
Ead si occupò da sola di verificare che la Stanza del Baldacchino
fosse sicura. A differenza di quella di Ascalon, questa aveva due
ingressi, una Porta Principale per la regina e una Porta Secondaria
per il consorte.
Dall’annuncio del fidanzamento non si erano verificati altri
a entati alla vita di Sabran, ma Ead sospe ava che fosse solo
questione di tempo. Controllò il materasso, sbirciò dietro le tende,
passò in rassegna ogni muro, arazzo e asse del pavimento. Era già
sicura che non ci fossero porte segrete, ma la tormentava il dubbio di
aver dimenticato qualcosa. La buona notizia era che Chassar aveva
lanciato nuovi incantesimi scudo sulla soglia, ben più forti dei suoi.
Lui aveva mangiato il fru o di recente.
Ead sprimacciò i cuscini e rimise in ordine l’armadio. Stava
riempiendo lo scaldale o di braci ardenti, quanto Sabran entrò nella
stanza. Ead si alzò e fece la riverenza.
«Maestà.»
Sabran la studiò dall’altro in basso con gli occhi semichiusi. Sopra
la camicia da no e portava una semplice vestaglia senza maniche,
stre a in vita da una fusciacca azzurra. Ead non l’aveva mai vista
tanto discinta.
«Perdonatemi» disse Ead per riempire il silenzio. «Credevo vi
sareste ritirata più tardi.»
«Non ho riposato molto ultimamente. Secondo il do or Bourn
dovrei andare a le o alle dieci per ristorare la mente, o qualcosa del
genere» spiegò la regina. «Conosci una cura per l’insonnia, Ead?»
«State prendendo qualcosa, signora?»
«Gocce di stelle. A volte grog, se la no e è fredda.»
“Gocce di stelle” era il nome inysh per un deco o a base di
valeriana. Aveva certamente proprietà curative, ma nel caso specifico
non stava funzionando granché.
«Suggerirei lavanda, topinambur e silene bolliti nel la e» rispose
Ead «con un cucchiaino di acqua di rose.»
«Acqua di rose.»
«Sì, mia signora. Nell’Ersyr, dicono che il profumo delle rose porti
bei sogni.»
Sabran si allentò la fusciacca con un gesto pigro.
«Proverò il tuo rimedio. Finora tu i gli altri si sono rivelati inutili»
disse. «Quando arriva Kate, spiegale cosa deve portare.»
Ead le rispose con un semplice cenno, quindi si avvicinò per
prendere la fusciacca. Gli occhi della regina erano contornati da
ombre scure.
«Qualcosa vi agita, Maestà?» La aiutò a sfilare la vestaglia. «Cosa
turba il vostro sonno?»
Erano domande di pura cortesia, Ead non si aspe ava certo una
risposta. Eppure, con sua grande sorpresa, la regina replicò.
«Il wyrm.» Sabran teneva lo sguardo fisso sul fuoco. «Ha de o
che i mille anni sono quasi trascorsi. In effe i la mia antenata ha
sconfi o il Senza Nome circa mille anni fa.»
Una ruga profonda le solcava la fronte. Lì in piedi, con indosso
nient’altro che la camicia da no e, era vulnerabile come
probabilmente era parsa agli occhi del tagliagole.
«I discorsi dei wyrm sono velenosi quanto la loro lingua biforcuta,
mia signora.» Ead appoggiò la vestaglia sullo schienale di una sedia.
«Fýredel è ancora annebbiato dal lungo sonno, il suo fuoco non arde
del tu o. Teme l’unione tra Berethnet e Lievelyn. Si esprime per
indovinelli per insinuare il tarlo del dubbio nella vostra mente.»
«Ci è riuscito.» Sabran si ge ò sul le o. «Sembra proprio che
dovrò sposarmi. Per Inys.»
Ead non riusciva a pensare ad alcuna replica acce abile.
«Preferireste non sposarvi, mia signora?» domandò alla fine.
«Ciò che io preferisco non ha importanza.»
Quello era l’unico ambito su cui la regina non aveva voce in
capitolo. Doveva sposarsi per concepire un’erede legi ima.
Sarebbe stato meglio che Roslain o Katryen fossero presenti. Ci
avrebbero pensato loro a placare i timori della regina mentre le
pe inavano i capelli per la no e. Conoscevano le formule corre e da
pronunciare, il modo per confortarla e allo stesso tempo far sì che
non perdesse di vista la necessità di un’unione col principe
Aubrecht.
«Tu sogni, Ead?»
Lo chiese così, senza preavviso, ma Ead riuscì a non mostrarsi
colta alla sprovvista. «Sogno la mia infanzia» rispose «e ciò che vedo
durante il giorno ritessuto in arazzi fantasiosi.»
«Come ti invidio. Io sogno… cose tremende» mormorò Sabran.
«Non lo dico alle Ancelle del Baldacchino perché temo che
avrebbero paura di me, ma… lo dirò a te, Ead Duryan, se vorrai
ascoltarmi. La tua tempra è più salda.»
«Ma certo.»
Si accucciò sul tappeto davanti al camine o, accanto a Sabran che
sedeva con la schiena rigida.
«Nel sogno c’è una pergola ombreggiata in mezzo al bosco» iniziò
«con chiazze di sole nell’erba. Si entra passando so o un arco di fiori
viola, fiori di sabra, credo.»
Crescevano ai margini del mondo conosciuto, e si diceva che il
loro ne are scintillasse come luce stellare. A quelle latitudini non
erano altro che una leggenda.
«So o la pergola è tu o magnifico e piacevole all’udito. Gli uccelli
intonano splendidi canti e soffia una tiepida brezza, eppure il
sentiero che mi conduce è macchiato di sangue.»
Ead fece un cenno di incoraggiamento, anche se quell’immagine
le rievocava qualcosa.
«Arrivo in fondo al sentiero e mi imba o in un grande masso»
continuò Sabran. «Quando allungo la mano per toccarlo, una mano
che non mi appartiene, la pietra si spacca a metà e dentro…» la voce
le si incrinò. «Dentro…»
Alle ancelle non era concesso alcun conta o fisico con la regina.
Eppure, vedendola tanto sconvolta, Ead non riuscì a tra enersi e le
prese una mano tra le sue.
«Mia signora,» disse «eccomi, sono qui.»
Sabran sollevò lo sguardo. Trascorse un istante. Lentamente la
regina unì anche l’altra mano all’intreccio di dita.
«Dalla fessura sgorga del sangue che mi inzuppa le braccia e il
ventre. A raverso la roccia e mi ritrovo in un cerchio di pietre
colossali, come quelle che ci sono al Nord. Il terreno intorno a me è
ricoperto di ossa sparpagliate. Ossa molto piccole.» Chiuse gli occhi,
le labbra tremanti. «Poi sento una risata spaventosa e mi accorgo che
a ridere sono io. Quindi mi sveglio.»
Ead non smise di guardarla negli occhi.
Aveva ragione: Roslain e Katryen si sarebbero spaventate.
«Non è reale.» Strinse più forte le mani della regina tra le sue.
«Niente di tu o ciò che mi dite è reale.»
«Da queste parti si racconta di una strega» proseguì Sabran,
troppo assorta per darle re a «che rapisce i bambini e li porta nella
foresta. Conosci la storia, Ead?»
Dopo un a imo Ead rispose: «La Dama dei Boschi».
«Immagino che Arteloth l’abbia raccontata anche a te.»
«Me l’ha raccontata Lady Margret.»
Sabran annuì con aria distante. «La conoscono tu i i bambini del
Nord. Serve per non farli addentrare nel Gualdo dove un tempo si
p p
aggirava la strega. La leggenda risale a ben prima della nascita della
mia antenata, eppure il terrore ancora serpeggia tra i sudditi.» La
scollatura lasciava intravedere la pelle d’oca. «Le storie di mia madre
erano tu e ambientate in mare, mai sulla terraferma. E adesso io, che
non ho mai creduto alla Dama dei Boschi, non solo ho paura che una
strega ci fosse davvero, ma anche che sia ancora viva e lanci i suoi
incantesimi su di me.»
Ead rimase in silenzio.
«E questo è solo uno degli incubi» continuò Sabran. «Altre volte
sogno il parto. Mi capita dalla prima volta che ho sanguinato. Sono
sdraiata e capisco che sto morendo mentre mia figlia lo a per uscire.
La sento che mi squarcia come un coltello nella seta. E in mezzo alle
mie gambe, pronto a divorarla, a ende il Senza Nome.»
Per la prima volta negli o o anni che aveva trascorso a corte, Ead
scorse delle lacrime intrappolate tra le ciglia di Sabran.
«Il sangue continua a scorrere, bollente come ferro nella forgia. Mi
si a acca alle cosce e le incolla una all’altra. So che sto schiacciando
la bambina, ma d’altra parte se le perme essi di respirare… finirebbe
tra le fauci della bestia.» Sabran chiuse gli occhi, e quando li riaprì
erano tornati asciu i. «Questo è l’incubo più ricorrente.»
Era il peso della corona che cominciava a gravarle sulle spalle. «Le
radici dei sogni affondano nel nostro passato» disse Ead a bassa
voce. «Lord Arteloth vi ha narrato la storia della Dama dei Boschi,
che torna a tormentarvi proprio ora. La mente a volte vaga in luoghi
strani.»
«Potrei darti ragione» rifle é Sabran «se i sogni non si fossero
manifestati ben prima del racconto di Arteloth.»
Una volta Loth le aveva de o che la regina non riusciva a dormire
senza almeno una candela accesa. Ora capiva il perché.
«Quindi vedi, Ead,» concluse Sabran «non dormo perché non solo
ho paura dei mostri che ci sono fuori dalla porta, ma anche di quelli
che la mia stessa mente può partorire. Quelli che vivono dentro.»
Ead le strinse la mano un po’ più forte.
«Voi siete la regina di Inys» disse. «Avete sempre vissuto con la
consapevolezza che un giorno avreste indossato la corona.» Sabran
la fissava. «Anche se non potete mostrarlo a corte, siete in pensiero
p p
per il vostro popolo. L’armatura che portate durante il giorno è così
pesante che di no e dovete liberarvene. Di no e tornate a essere
fa a di carne. E persino la carne di una regina è vulnerabile alla
paura.»
Sabran la ascoltava a entamente, le pupille così dilatate da
assorbire quasi tu o il verde delle iridi.
«Il buio rende nudi. Svela la nostra vera natura. È di no e che la
paura si presenta al suo massimo, quando non abbiamo modo di
difenderci» continuò Ead. «Farà di tu o per insidiarsi dentro di voi,
e a volte ci riuscirà, ma… non lasciate che vi convinca di essere la
no e.»
La regina parve rimuginarci sopra. Posò lo sguardo sulle loro dita
intrecciate e poi, lentamente, prese ad accarezzare col pollice il
palmo di Ead.
«Ancora i tuoi discorsi affascinanti» disse. «Mi piacciono molto,
Ead Duryan.»
Ead la fissava negli occhi. Due gemme che, cadendo per terra,
andavano in frantumi: così erano gli occhi di Sabran Berethnet.
Rumore di passi appena oltre la porta. Ead si alzò bruscamente e
raccolse le mani in grembo nell’istante esa o in cui Katryen entrava
nella stanza, cingendo con un braccio Lady Arbella Glenn.
Quest’ultima indossava soltanto la camicia da no e. Sabran tese le
braccia verso la più vecchia delle due ancelle.
«Bella,» disse «vieni qui. Devo parlarti dei preparativi per il
matrimonio.»
Arbella sorrise e zoppicò incontro alla regina, che la prese per
mano. Con gli occhi umidi e un’espressione serena, Arbella le lisciò i
capelli neri dietro le orecchie come una madre amorevole.
«Bella,» mormorò Sabran «non piangere. Non lo sopporto.»
Ead si fece da parte.
Quando Sabran e Arbella furono a le o, diede istruzioni a
Katryen su come preparare il deco o; per quanto la Dama del
Guardaroba sembrasse sce ica, mandò dei servi a prendere gli
ingredienti. Fu assaggiato e consegnato alla regina, e solo allora gli
appartamenti reali vennero chiusi a chiave e Ead poté prepararsi per
il turno di guardia no urno.
g
Kalyba.
Così chiamavano la Dama dei Boschi a Lasia. Gli Inysh non
avevano idea che fosse ancora viva e vegeta, anche se molto lontana.
E che l’ingresso al suo nascondiglio fosse un arco di fiori di sabra.
Era impossibile che la regina avesse visto la Pergola dell’Eternità:
il fa o che l’avesse sognata indicava l’inizio di qualcosa.
Le ore scivolarono via in punta di piedi. Ead rimase immobile a
vegliare tra l’ombra e la luce lunare.
Il siden le consentiva di mimetizzarsi nell’oscurità. Nessun
tagliagole, nemmeno il più esperto, poteva contare su quel dono. Se
ne fosse entrato un altro da una delle due porte, lei l’avrebbe visto.
Intorno all’una, Roslain Crest, anche lei in piedi per il servizio
no urno, comparve con una candela in mano.
«Madonna Duryan» disse.
«Lady Roslain.»
Rimasero in silenzio per qualche istante.
«Non credere che non capisca le tue intenzioni» disse Roslain alla
fine. «So benissimo ciò che stai facendo. E lo stesso vale per Lady
Katryen.»
«Se ti ho recato offesa in qualche modo, mia…»
«Non prendermi per una sciocca. Ti ho vista, sempre intorno alla
regina. Ho visto come cerchi di entrare nelle sue grazie.» Nella
penombra i suoi occhi erano scuri come zaffiri. «Lady Truyde dice
che sei una strega. Dubito che muoverebbe un’accusa simile senza
un buon motivo.»
«Ho ricevuto speroni e cordiglio. Ho rinnegato il falso credo del
Cantore dell’Alba» rispose Ead. «Il Cavaliere di Sodalizio insegna ad
accogliere i convertiti. Forse dovresti ascoltarlo di più, mia signora.»
«Nelle mie vene scorre il sangue del Cavaliere di Giustizia.
A enta a come parli, madonna Duryan.»
Un altro lungo silenzio aleggiò tra loro.
«Se davvero tieni a lei,» disse Roslain so ovoce «non mi opporrò
al tuo nuovo stato. A differenza di molti Inysh io non ho nulla contro
i convertiti: agli occhi del Santo siamo tu i fratelli. Ma se invece sei
solo in cerca di favori e ricchezza, farò in modo che tu sia allontanata
dalla regina.»
g
«Favori e ricchezza non mi interessano. L’unica cosa che voglio è
servire il Santo al meglio delle mie possibilità» rispose Ead. «E poi
non pensi anche tu che la regina abbia già perso abbastanza amici?»
Roslain distolse lo sguardo.
«So che Loth ti era molto affezionato» ammise, e Ead notò con
quale sforzo. «Il che mi porta ad avere una buona opinione di te.»
Quindi aggiunse, con difficoltà ancora maggiore: «Perdona la
diffidenza, ma è pesante controllare i ragni che la circondano, ansiosi
di arrampicarsi su…».
In quella, un grido si levò dalla Stanza del Baldacchino. Ead si
voltò verso la porta, col cuore impazzito.
Gli incantesimi scudo non l’avevano avvertita. Non poteva
tra arsi di un tagliagole.
Roslain la fissava immobile, con la bocca aperta e gli occhi
sbarrati. Ead le strappò la chiave di mano e corse su per le scale.
«Corri, Ead, apri!» gridò Roslain. «Capitano Lintley! Sir Gules!»
Ead girò la chiave e spalancò la porta. Il fuoco ardeva flebile nel
camine o.
«Ead.» Una sagoma si agitò tra le lenzuola. «Ead, Ros, vi prego, vi
prego, svegliate Arbella» implorò Sabran, la chioma arruffata che le
sfuggiva dalla treccia. «Mi sono svegliata, le ho preso la mano ed era
così fredda…» geme e. «Oh, Santo, ditemi che non è…»
Sulla soglia comparvero il capitano Lintley e Sir Gules Heath,
entrambi a spada sguainata. «In nome del Santo, Lady Roslain, sta
bene?» latrò Heath.
Roslain si ge ò sulla regina e Ead andò all’altro capo del le o,
dove una figura minuta giaceva so o il coprile o. Lo seppe ancor
prima di cercare il ba ito cardiaco. Mentre si scostava, un silenzio
agghiacciante calò sulla stanza.
«Mi dispiace tanto, Maestà.»
I due uomini chinarono il capo. Roslain scoppiò in singhiozzi,
coprendosi la bocca con una mano.
«Non mi ha vista sposata» ansimò flebilmente Sabran. Una
lacrima le corse lungo la guancia. «Gliel’avevo promesso.»
18
Oriente

Il viaggio verso la capitale fu tremendo. Niclays venne sballo ato


per giorni dentro un trabiccolo soffocante, senza altro da fare che
dormire o sbirciare a raverso la fessura tra gli scuri di legno.
Ginura si estendeva a nord delle Zanne d’Orso, la catena
montuosa che circondava Capo Hisan. La strada si affossava tra i
colli prima di dividersi in un crocevia.
Dal giorno del suo arrivo a Seiiki, Niclays aveva sempre sognato
di visitare Ginura. All’epoca, vivere in un luogo noto a pochi
occidentali gli sembrava qualcosa di cui essere grato.
Ricordava la convocazione al Palazzo di Brygstad, dove aveva
appreso da Leovart che Sabran ordinava la sua espulsione da
Virtudom. Per un po’, dopo l’eterno interrogatorio sull’abuso di
denaro regio cui Seyton Combe l’aveva so oposto nella Torre dei
Sospiri, aveva nutrito la convinzione che la rabbia della regina
avrebbe finito per esaurirsi. Ingenuamente, aveva creduto che
sarebbe stato un esilio di breve durata.
Fu solo al trascorrere del terzo anno che si rese conto di essere
destinato a invecchiare in quella minuscola casa ai confini del
mondo. A quel punto, aveva smesso di vagheggiare l’avventura e
iniziato a sognare il ritorno in patria. Ora però sentiva risvegliarsi in
lui un briciolo dell’antica curiosità.
Passarono la prima no e di viaggio in una locanda ai piedi delle
colline, dove Niclays fece il bagno in una sorgente termale. Scrutò in
lontananza, verso le luci di Capo Hisan e il cumulo di brace che era
Orisima; per la prima volta in quasi se e anni ebbe la sensazione di
tornare a respirare.
Il sollievo non durò a lungo. Il ma ino seguente i portantini
cominciarono a lamentarsi del mentese con la faccia da gufo che
g
dovevano accompagnare a nord, spia di un principe che disprezzava
i draghi nonché probabile untore di morbo rosso. Volarono parole
grosse, e da quel momento gli scossoni lungo il sentiero
peggiorarono sensibilmente. I portantini presero anche l’abitudine di
intonare una canzone su un tipo insolente odiato da tu i che alla fine
veniva abbandonato a piangere sul ciglio della strada per poi essere
divorato dai puma.
«Ah ah ah, divertente» grugnì Niclays in seiikinese. «Volete
sentire quella dei qua ro portantini che cadono in un burrone e
annegano nel fiume?»
Ma riuscì solo a farli ridere più forte.
Dopo quell’inconveniente andò tu o a rotoli. Si ruppe una
maniglia del palanchino («Potente Kwiriki, liberaci dell’uomo-
gufo!») e furono costre i a interrompere il viaggio per farlo riparare
da un carpentiere. Quando si rimisero in cammino, finalmente i
portantini concessero a Niclays di addormentarsi.
Ma il vociare lo svegliò di soprassalto: i portantini cantavano una
ninnananna che risaliva al Grande Cordoglio.

Buono, mio bimbo, che qui soffia il vento.


Anche l’uccello placa il lamento.
Non pianger più, o il drago ci sente.
Dormi, mio bimbo, o lo vedrai arrivare.
Chiudi gli occhie i, non devi guardare.

Nenie simili circolavano anche a Mentendon. Niclays ripensò a


quando, da piccolo, sua madre gliele cantava cullandolo sulle
ginocchia mentre suo padre si ubriacava fino a perdersi in crisi di
rabbia che li precipitavano entrambi nel terrore delle sue cinghiate.
Per fortuna, in una di quelle occasioni aveva bevuto tanto da pensare
bene di rovinare giù da una scogliera, e tu o era finito lì.
Dopodiché, per qualche tempo, era andato tu o liscio. Helchen
Roos si era convinta che suo figlio sarebbe diventato un Sanctarian
per espiare i molti peccati del padre. Pregava tu i i giorni affinché
succedesse. Invece, crescendo, Niclays si era trasformato, per lo
meno ai suoi occhi, in un pervertito edonista che passava il tempo a
tagliuzzare cadaveri o a gingillarsi con pozioni degne di uno
stregone, il tu o senza mai dimenticare di ubriacarsi per bene. (Non
era un’impressione del tu o campata per aria, Niclays glielo
concedeva.) Per Helchen il peccato peggiore era proprio la scienza,
anatema della virtù.
Naturalmente, però, appena era venuta a sapere della sua
inaspe ata amicizia con il marchese di Zeedeur e il principe Edvart,
non aveva perso tempo e gli aveva scri o chiedendo di essere
invitata a corte, come se tu i gli anni trascorsi a criticare ogni aspe o
della sua esistenza non contassero nulla. Lui e Jannart si erano
divertiti un mondo a inventare i metodi più creativi per distruggere
le sue le ere.
Quel ricordo gli procurò il primo sorriso da se imane. Riprese
sonno, lasciandosi cullare dal brusio degli inse i nella foresta.
Dopo un altro paio di faticosissimi giorni durante i quali ebbe più
volte la sensazione di essere sul punto di morire di caldo, di noia o
di solitudine, il palanchino si fermò. Un colpo sul te uccio lo svegliò
di bo o.
«Fuori.»
La portiera si aprì e fece entrare un raggio di sole. Niclays
barcollò fuori, centrando in pieno una pozzanghera.
«Per il cordiglio di Galian…»
Uno dei portantini gli lanciò dietro il bastone. Si issarono il
palanchino di nuovo in spalla e si incamminarono da dove erano
venuti.
«Aspe ate un momento» strepitò Niclays. «Ho de o aspe ate,
maledizione! Dove dovrei andare?»
Gli risposero con una sonora risata. Imprecando, racca ò il
bastone e si diresse a fatica verso l’ingresso occidentale della ci à.
Quando vi giunse, aveva l’orlo della veste fradicio e il viso imperlato
di sudore. Si era aspe ato di incontrare fro e di soldati, ma tu o
intorno non si vedeva neppure un’armatura. Entrando nell’antica
capitale di Seiiki, sentiva il sole arrostirgli la zucca.
Un amico una volta gli aveva de o che nei giardini di Ginura i
sentieri erano lastricati di conchiglie, e che i canali di acqua salata
luccicavano di pesci con il corpo trasparente come cristallo.
A raversò il caotico mercato di quello che doveva essere Borgo
Marino, il quartiere più periferico della capitale. Le strade di pietra
brulicavano di ombrellini, ventagli e cappelli sgargianti. A così poca
distanza dalla corte gli abitanti indossavano tonalità più fredde che a
Capo Hisan – verde, azzurro, argento – e sfoggiavano in mezzo alle
elaborate acconciature fermagli di vetro marino, fiori di sale e
conchiglie. Le stoffe dei loro abiti erano lucide e scivolose,
risplendevano so o il sole a ogni gesto di chi le portava. Niclays
ricordò vagamente di aver sentito dire che a Ginura era di gran
moda sembrare appena usciti dall’oceano. Alcuni cortigiani
arrivavano persino a oliarsi le sopracciglia.
Tu i quanti esibivano al collo coralli o piastrine fa e apposta per
assomigliare a squame di pesce sovrapposte. Labbra e gote erano
impreziosite da polvere perlacea. Ai ci adini comuni era proibito
indossare perle danzanti, riservate ai reali e ai sacri prescelti, ma
correva voce che quelle cave o senza forma venissero frantumate e
vendute ai più abbienti.
Due donne giocavano a jianzi all’ombra di un acero. Il sole
brillava sui canali, dove pescatori e commercianti esponevano la
mercanzia a bordo di graziose chia e di cedro. Era difficile credere
che la maggior parte di quella ci à fosse stata rido a in cenere solo
cinque secoli prima dal Grande Cordoglio.
Mentre Niclays passeggiava, il disagio ebbe la meglio sulla
meraviglia. Gli schiavi, che sprofondassero per sempre nell’Utero di
Fuoco, si erano portati via la le era del governatore insieme a tu o il
resto dei suoi averi. In quello stato rischiava di passare per uno
straniero, e difficilmente avrebbe potuto presentarsi al castello e
spiegare chi era. Le sentinelle l’avrebbero scambiato per un
tagliagole.
Ma non c’era altra scelta. Le persone cominciavano a notare la sua
presenza, e Niclays si sentiva bersagliato dai loro sguardi sospe osi.
«Do or Roos?» lo chiamò qualcuno in mentese. Niclays si voltò.
Quando vide di chi si tra ava, rimase di stucco. Un uomo
affascinante dagli occhiali di tartaruga si faceva largo verso di lui tra
la folla. Aveva i capelli corti e neri, brizzolati sulle tempie.
«Do or Moyaka» esclamò Niclays al se imo cielo. «Oh, Eizaru,
che meraviglia vederti!»
Finalmente un po’ di fortuna. Eizaru era diventato un talentuoso
chirurgo, dopo che Niclays gli aveva fa o da maestro per anni a
Orisima. Lui e la figlia, Purumé, erano stati tra i primi a iscriversi
alle lezioni di anatomia, e in vita sua Niclays non aveva mai visto
due persone più determinate a imparare. In cambio, tra l’altro, gli
avevano anche insegnato molte cose interessanti sulla medicina
seiikinese. Conoscerli era stata l’unica nota positiva dell’esilio.
Quando finalmente Eizaru si liberò dalla ressa, i due uomini si
inchinarono e si abbracciarono. Vedere che lo straniero conosceva
qualcuno tranquillizzò i passanti, che ripresero a farsi gli affari loro.
«Amico mio» lo accolse calorosamente Eizaru, sempre in mentese.
«Stavo giusto pensando di scriverti. Cosa ti porta a Ginura?»
«Circostante varie e sgradevoli, ma almeno ho un po’ di tregua da
Orisima» rispose Niclays in seiikinese. «L’onorevole governatore di
Capo Hisan mi ha mandato qui a scontare un periodo di arresti
domiciliari.»
«Chiunque ti abbia portato non avrebbe dovuto abbandonarti per
strada. Sei venuto in palanchino?»
«Purtroppo.»
«Ah. I portantini sono spesso canaglie e delinquenti.» Eizaru fece
una smorfia. «Ti prego, vieni a casa mia prima che qualcuno cominci
a chiedersi cosa ci fai qui. Informerò io dell’accaduto la governatrice
di Ginura.»
«Sei troppo gentile.»
Niclays seguì Eizaru a raverso un ponte, fino a una strada più
ampia, che conduceva dire amente all’ingresso principale del
Castello di Ginura. Musici suonavano all’ombra delle case, e sulle
bancarelle erano esposti caviale e vongole fresche.
Non avrebbe mai creduto di riuscire un giorno a posare gli occhi
sui celebri alberi estivi della capitale. L’intreccio dei rami formava
una sorta di gazebo naturale, che in quella stagione si presentava in
uno sfolgorio di foglie gialle.
Eizaru abitava in una casa modesta vicino al mercato della seta,
appena dietro uno dei molti canali che a raversavano Ginura. Era
pp
rimasto vedovo un decennio prima, ma sua figlia non l’aveva mai
abbandonato e avevano coltivato insieme la passione per la
medicina. Il muro esterno era rivestito di gigli della pioggia e il
giardino profumava di artemisia, menta viola e altre erbe.
Fu Purumé ad aprire la porta. Un ga o a coda mozza le si
strusciava contro le caviglie.
«Niclays!» esclamò sorridendogli già prima di inchinarsi. Portava
occhiali identici a quelli del padre, ma il sole le aveva imbrunito la
pelle, e i capelli, legati con un nastro di stoffa, erano ancora di un
nero uniforme. «Prego, entra. Che piacere inaspe ato!»
Niclays restituì l’inchino. «Perdona il disturbo, Purumé. Anch’io
non mi aspe avo di venire.»
«Siamo stati tuoi ospiti onorati a Orisima, sarai sempre il
benvenuto qui.» Lanciò un’occhiata agli abiti sgualciti e inzaccherati
dal viaggio e ridacchiò. «Ma forse vorrai cambiarti.»
«Direi di sì.»
Appena entrarono Eizaru mandò due servitori al pozzo. «Riposati
un a imo» suggerì a Niclays. «Ti sarai preso un’insolazione durante
il viaggio. Vado subito al Castello del Fiume Bianco a chiedere
udienza all’onorevole governatrice. E poi potremo cenare.»
Niclays non poté tra enere un sospiro. «Sarebbe magnifico.»
Quando i servitori ebbero riempito una vasca con l’acqua del
pozzo, si svestì e lavò via fango e sudore. L’acqua fresca era un vero
sollievo.
Accidenti a lui, non avrebbe mai più viaggiato in palanchino in
vita sua. Che lo trascinassero fino a Orisima a braccia, se proprio
volevano.
Rinvigorito, indossò la veste estiva che i servitori avevano lasciato
nella stanza degli ospiti. Sul balcone lo a endeva una tazza di tè
fumante. Si sede e all’ombra a bere, osservando le barche scivolare
sul canale. Dopo anni di reclusione, Orisima non gli era mai parsa
così lontana.
«Sapiente do or Roos.»
Si riscosse dal torpore della beatitudine. Una serva l’aveva
raggiunto sul balcone.
«Il sapiente do or Moyaka è tornato» disse «e chiede di voi.»
p y
«Grazie.»
Eizaru lo a endeva di so o.
«Niclays.» Una luce malandrina accendeva il suo sorriso. «Ho
parlato con l’onorevole governatrice. Ha acconsentito a farti
rimanere con me e mia figlia mentre sei in ci à.»
«Oh, Eizaru.» Forse era colpa del caldo o della stanchezza, in ogni
caso la buona notizia lo spinse sull’orlo delle lacrime. «Sei sicuro che
non sia troppo disturbo?»
«Assolutamente.» Eizaru lo condusse nella stanza accanto.
«Seguimi, sarai affamato.»
I servitori avevano fa o il possibile per mantenere fresca la sala.
Le porte erano tu e aperte, le persiane impedivano al sole di entrare
e sul tavolo campeggiavano grandi ciotole di ghiaccio. Niclays si
inginocchiò accanto a Eizaru e Purumé e fecero una cena a base di
carne marezzata, verdure so o sale, ayu, ulva e scodelline di alghe
tostate stracolme di uova di pesce. Mangiando, si aggiornarono sugli
anni trascorsi.
Era passato molto tempo dall’ultima volta che Niclays aveva
avuto il piacere di conversare con persone simili a lui. Eizaru
praticava ancora la medicina, offrendo cure sia seiikinesi, sia
mentesi. Nel fra empo, Purumé si dedicava al perfezionamento di
un deco o a base di erbe che induceva un sonno profondo,
consentendo ai cerusici di operare in modo indolore.
«L’ho chiamato bocciolo del sonno» spiegò la donna «perché
l’ingrediente principale è un fiore dei Monti Meridionali.»
«A primavera ha scarpinato giorni interi per trovarlo» aggiunse
Eizaru con un sorriso orgoglioso.
«Mi pare un’idea rivoluzionaria.» Niclays era sinceramente
colpito. «Potrebbe consentirci di studiare la natura dei corpi ancora
in vita. A Mentendon non possiamo far altro che tagliuzzare
cadaveri.» Il cuore gli martellava nel pe o. «Purumé, devi pubblicare
le tue scoperte: pensa all’impa o che potrebbero avere
sull’anatomia.»
«Lo farei,» disse lei con un sorriso amaro «ma c’è un problema,
Niclays. La Nuvola di Fuoco.»
«Nuvola di Fuoco?»
«È una sostanza proibita, la estraggono gli alchimisti dalla bile
degli sputafuoco» spiegò Eizaru. «La bile viene contrabbandata in
Oriente dai pirati meridionali, tra ata in qualche modo, quindi
introdo a in una sfera di ceramica insieme a un pizzico di polvere
da sparo. Quando la miccia si consuma, la sfera esplode e rilascia un
vapore nero e denso come catrame. Se un drago lo inspira rimane
addormentato per giorni, e a quel punto i pirati possono macellarlo e
venderne le parti del corpo.»
«Una pratica crudele» aggiunse Purumé.
Niclays scosse il capo. «Ma cosa ha a che fare con il bocciolo del
sonno?»
«Se le autorità pensassero che la mia invenzione può essere usata
per scopi simili, mi obbligherebbero a sospendere le ricerche.
Potrebbero addiri ura toglierci la licenza di praticare.»
Niclays era senza parole.
«È molto triste» ammise sommessamente Eizaru. «Dicci un po’,
Niclays… a Mentendon circolano studi medici trado i dal
seiikinese? Forse Purumé potrebbe pubblicare là da voi.»
Niclays sospirò. «Ne dubito, a meno che in mia assenza le cose
non siano radicalmente cambiate. In alcuni ambienti girano degli
opuscoli, ma niente di approvato dalla corona. Virtudom non
amme e rapporti con gli eretici, e tantomeno con il loro sapere.»
Ora toccò a Purumé scuotere il capo. Niclays si stava riempiendo
il pia o di gambere i, quando un giovane zuppo di sudore apparve
sulla soglia.
«Sapiente do or Roos» ansimò inchinandosi. «Vengo per conto
dell’onorevole governatrice di Ginura.»
Niclays si preparò al peggio: probabile che la reggente volesse
revocargli il permesso di soggiornare lì.
«Mi ha chiesto di informarvi» disse il servitore «che appena lo
stimabile Signore della Guerra sarà disponibile verrete ricevuto al
Castello di Ginura.»
Niclays sollevò un sopracciglio. «Lo stimabile Signore della
Guerra vuole vedere me? Sei sicuro?»
«Sì.»
Con un inchino, il servitore lasciò la stanza.
«E così sarai ricevuto a corte.» Eizaru pareva divertito. «Preparati.
Dicono che sia un po’ come la barriera corallina: splendida alla vista,
ma al ta o assai pericolosa.»
«Non vedo l’ora» commentò Niclays, sempre più corrucciato. «Mi
chiedo cosa possa volere da me.»
«Lo stimabile Signore della Guerra ama intra enersi con i coloni
mentesi. A volte vuole semplicemente ascoltare una canzone o una
storia delle vostre parti. Oppure gli interessa discutere del tuo
lavoro» spiegò Eizaru. «Nulla di cui preoccuparsi, Niclays, vedrai.»
«E fino ad allora sei comunque libero» gli fece notare Purumé con
uno sfolgorio negli occhi. «Lascia che ti mostriamo la ci à, ora che
finalmente sei fuori da Orisima. Potremmo visitare il teatro e
discutere di medicina, ammirare il volo dei draghi… tu o ciò che
desideri da quando sei arrivato.»
Niclays sentì che stava per piangere di gratitudine.
«Ve lo giuro, amici» disse. «Non chiedo di meglio.»
19
Occidente

Loth seguì la Donmata Marosa dentro l’ennesimo passaggio segreto.


Il fuoco delle torce gli asciugava gli occhi mentre avanzava
strisciando contro le pareti umide.
A distanza di qualche giorno dal loro primo incontro, la dama
l’aveva di nuovo convocato in un solaio buio. Ora a raversavano il
dedalo di cunicoli che si snodava nell’intercapedine dietro le pareti,
dove un ingegnoso sistema di tubi di rame portava l’acqua dalla
sorgente calda fino alle camere da le o.
Al termine del tunnel c’era una scala a chiocciola. La Donmata salì
i primi gradini.
«Dove mi state portando?» chiese inquieto Loth.
«Voglio presentarvi colui che ha archite ato l’assassinio della
regina Rosarian.»
Loth sentì la mano con cui stringeva la torcia farsi scivolosa.
«A proposito,» continuò la donna «mi spiace che abbiate dovuto
danzare con Priessa, ma era l’unico modo di farvi avere il
messaggio.»
«Non poteva darmelo nella carrozza?» borbo ò lui.
«No, è stata perquisita prima di lasciare il palazzo. E poi il
conducente era una spia, assunta apposta per impedire che tentasse
la fuga. Ormai da tempo nessuno può andarsene da Cárscaro.»
La Donmata si sganciò una chiave dalla cintura. Loth, respirando
a fatica in mezzo alla polvere, la seguì dentro una stanza dove
l’unica fonte di luce giungeva dalla sua torcia. Il mobilio emanava un
puzzo acre di mala ia e marciume, al quale si aggiungeva una nota
pungente di aceto.
La Donmata si sollevò il velo che le copriva il volto e lo appoggiò
sullo schienale di una sedia. Loth, con il fiato corto per il terrore e la
p
torcia ben tesa di fronte a sé, si portò al suo fianco accanto a un
grande le o a baldacchino.
Sul le o giaceva un corpo bendato. Loth riuscì a distinguere
soltanto una striscia di pelle cerea, labbra grigie e qualche ciocca di
capelli castani che ricadeva sull’orlo di una vestaglia cremisi. Le
braccia scheletriche, solcate da profonde linee rosse in
corrispondenza delle vene, erano avvolte e immobilizzate con una
catena.
«Che significa?» mormorò Loth. «Sarebbe lui l’assassino?»
La Donmata incrociò le braccia sul pe o, la mascella rigida, lo
sguardo privo di emozione.
«Lord Arteloth,» disse «vi presento il mio illustre padre, Sigoso
Terzo della Casata di Vetalda, Simularca del Regno Draconico di
Yscalin. O, meglio, ciò che rimane di lui.»
Loth fissò incredulo la figura adagiata sul le o.
Non aveva mai incontrato di persona re Sigoso, nemmeno prima
del tradimento di Yscalin; tu avia nei ritra i che gli era capitato di
vedere dava l’idea di un uomo duro ma anche sano e avvenente, con
i cara eristici occhi ambrati dei Vetalda. Sabran l’aveva invitato a
corte più volte, ma lui aveva sempre preferito inviare degli
ambasciatori.
«Un Simularca è come un bura ino tra le zampe del wyrm. Non a
caso Fýredel spera di a ribuire questo titolo a ogni regnante del
mondo.» La Donmata fece il giro del le o. «Quella di mio padre è
una forma rara di peste draconica. In qualche modo consente a
Fýredel di… comunicare spiritualmente con lui. Re Sigoso è gli occhi
e le orecchie della bestia dentro il palazzo.»
«Volete dire che in questo momento…»
«Non temete. Ho aggiunto del sedativo nella sua bevanda serale»
spiegò. «Non posso farlo troppo di frequente o Fýredel si
insospe irebbe, ma serve a evitare che il wyrm si impossessi di lui.
Almeno per qualche tempo.»
Al suono della sua voce, Sigoso fece un flebile movimento.
«Non avevo idea che i wyrm fossero capaci di una cosa simile.»
Loth deglutì a fatica. «Assumere il controllo di un corpo.»
«Quando un Grande dell’Ovest muore, si spegne anche il fuoco
delle viverne che lo servivano, e della progenie che queste a loro
volta hanno generato. Potrebbe tra arsi dello stesso tipo di
connessione.»
«Da quanto è in questo stato?»
«Due anni.»
L’insorgere della mala ia coincideva dunque con il tradimento di
Yscalin. «E come ha fa o a ridursi così?»
«Prima dovete sapere la verità» rispose la Donmata. «Mio padre
ricorda abbastanza per raccontarvela.»
«Marosa» gracchiò Sigoso. «Marossssa.»
Loth trasalì. Sembrava che una colonia di serpenti a sonagli avesse
nidificato nella sua gola.
«Dove sei, figlia mia?» sibilò il re. «Devo venire a cercarti?»
Senza tradire alcuna emozione, la Donmata si chinò su di lui e
iniziò a rimuovere la benda. Indossava guanti di velluto lunghi fino
ai gomiti, eppure, nel vederla tanto vicina al malato, Loth si sentì
mozzare il respiro: si aspe ava da un momento all’altro che Sigoso la
mordesse o le agguantasse il viso. Quando la benda fu tolta, il re
digrignò i denti. Nei suoi occhi non c’era più traccia dell’ambra, iridi
e pupille erano completamente grigie. Pozzi di cenere fredda.
«Spero che abbiate riposato bene, padre» disse la Donmata in
inysh.
«Ho sognato un campanile e una donna con il fuoco dentro. Era
mia nemica.» Re Sigoso fissò Loth fle endo le braccia incatenate.
«Chi è?»
«Lord Arteloth Beck di Betulladorata, nuovo ambasciatore di
Inys.» La Donmata fece un sorriso forzato. «Magari avete voglia di
raccontargli come è morta la regina Rosarian.»
Il respiro di Sigoso divenne un rantolo agghiacciante. Li scrutava
a occhi socchiusi, come un rapace indeciso tra due prede.
«Ho ucciso io Rosarian.»
Il modo in cui pronunciava quel nome, rigirandoselo sulla lingua
come un confe o, me eva la pelle d’oca.
«Perché l’avete fa o?» domandò la Donmata.
«La pu ana sifilitica rifiutava di sposarmi. Rifiutava l’offerta di un
re» sputacchiò Sigoso, i tendini del collo tesi come funi. «Preferiva
farsi fo ere da pirati e nobilo i piu osto che mescolarsi con la
Casata di Vetalda…» Rivoli di saliva gli colavano sul mento. «Figlia,
sto bruciando.»
La Donmata rivolse a Loth una rapida occhiata, quindi andò al
comodino su cui c’erano una brocca d’acqua e una pezzuola. Bagnò
la stoffa e la posò sulla fronte del padre.
«Avevo fa o fare una veste» continuò Sigoso. «Una veste di una
bellezza tale che quella sgualdrina vanitosa non avrebbe mai saputo
resistere. L’ho intrisa del veleno di basilisco che avevo comprato da
un principe mercante e l’ho spedita a Inys nascosta in mezzo agli
altri indumenti.»
Loth tremava. «Chi l’ha nascosta?» sussurrò. «Chi ha nascosto la
veste?»
«Non parla a nessuno, solo a me» mormorò la Donmata in tu a
risposta. «Padre, chi nascose la veste?»
«Un amico a palazzo.»
«A palazzo» ripeté Loth. «Per il Santo, chi?»
La Donmata riformulò la domanda, facendo scoppiare Sigoso in
una risata che divenne quasi subito un accesso di tosse.
«Il Coppiere» disse.
Loth rimase interde o: il ruolo di Coppiere non esisteva più da
secoli.
Qualcuno doveva aver introdo o la veste nel Guardaroba Privato,
ma all’epoca l’ancella responsabile era Lady Arbella Glenn, che non
avrebbe mai e poi mai messo in pericolo la regina.
«Spero» aggiunse Sigoso «che della pu ana sia rimasto qualcosa
da seppellire. Il veleno di basilisco è molto potente.» Esplose in una
risata affannosa. «Persino le ossa cedono al suo a acco.»
Quello era troppo: Loth mise mano alla basilarda.
«Perdonate il mio anziano padre.» La Donmata teneva lo sguardo
vacuo fisso sul Simularca. «Vorrei poter dire che non è in sé, ma
temo che invece lo sia più che mai.»
Al colmo del disgusto, Loth fece un passo verso il le o. «Il
Cavaliere di Coraggio ti ha voltato le spalle, Sigoso Vetalda» disse
gg p g
con voce tremante. «Era suo diri o scegliere chi sposare. Che l’Utero
di Fuoco ti divori.»
Sigoso sorrise. «È lì che mi trovo adesso» replicò «ed è il
paradiso.»
Un lampo accese il grigiore dei suoi occhi, in fondo ai quali, come
braci, ardevano macchioline vermiglie.
«Fýredel.» La Donmata agguantò la coppa appoggiata sul
comodino. «Bevete questo, padre. Allevierà i dolori.»
Gliela portò alle labbra e, senza mai distogliere lo sguardo da
Loth, Sigoso prese qualche sorso. Sopraffa o da quanto aveva
appena appreso, Loth si lasciò spingere fuori dalla stanza.
Lady Annes Beck, sua madre, era insieme alla regina quand’era
successo. Ora capiva come mai né lei né Sabran si fossero mai fa e
sfuggire una parola sul giorno in cui Rosarian aveva indossato
quella veste preziosa. Capiva perché Lady Arbella Glenn, che l’aveva
amata come una figlia, avesse smesso definitivamente di parlare.
Loth si accasciò su un gradino. Tremava ancora, e ci mise qualche
secondo a ricordarsi della Donmata alle proprie spalle.
«Perché ho dovuto ascoltarlo?» chiese. «Perché non me l’avete
semplicemente de o voi?»
«Perché per riferire la verità a Sabran dovevate vederla, oltre che
udirla» rispose la donna. «E perché altrimenti non ci avreste creduto,
sareste rimasto convinto che un mistero aleggi ancora su Yscalin.»
La Donmata si sede e sul gradino dietro il suo, e le loro teste si
trovarono allo stesso livello. Si mise in grembo un fago o di seta.
«Riesce a sentirci?» si informò Loth.
«No, dorme.» Sembrava esausta. «Mi auguro che Fýredel non si
accorga del mio so erfugio per intralciarlo. Potrebbe pensare che
mio padre stia morendo, e in effe i lo penso anch’io.» Sollevò il
mento. «Sono certa che il wyrm voglia usare me al suo posto, come
nuovo fantoccio da controllare.»
«A Fýredel non importa che lo teniate in quel modo, incatenato in
una stanza buia?»
«Fýredel comprende che l’aspe o di mio padre non è più molto…
regale; anche se continua a respirare il suo corpo sta marcendo»
replicò asciu a la Donmata. «In ogni caso devo farlo uscire dalla
p g
stanza ogni volta che me lo ordina, in modo che il nostro signore e
padrone possa vedere cosa accade a palazzo. E impartire ordini al
Concilio Regio. E assicurarsi che non archite iamo una ribellione. E
impedire che chiamiamo aiuto.»
«Se uccideste il re, Fýredel se ne accorgerebbe» realizzò Loth
all’improvviso. «E vi punirebbe.»
«L’ultima volta che ho contestato un suo ordine, ha fa o
appendere una delle mie ancelle al Cancello di Niunda.» Le si
contrassero i muscoli del viso. «E mi ha costre a a guardare mentre
le coccatrici la facevano a pezzi.»
Rimasero immobili e silenziosi per qualche istante.
«La regina Rosarian è morta qua ordici anni fa» disse alla fine
Loth. «All’epoca… Sigoso non era so o il controllo draconico.»
«Non tu o il male viene dai wyrm.»
La Donmata si voltò a guardarlo, con la schiena appoggiata al
muro della scala a chiocciola.
«Non ho molti ricordi d’infanzia su mio padre. Più che altro
rammento il suo sguardo gelido» mormorò. «Una no e, quando
avevo sedici anni, mia madre si precipitò in camera mia. Il loro non
era mai stato un matrimonio felice, ma quella volta era terrorizzata.
E arrabbiata. Disse che ci trasferivamo a Rauca da suo fratello, re
Jantar. Ci travestimmo da serve e tentammo di scappare, ma
naturalmente le guardie ci fermarono. Ci chiusero nelle nostre
stanze, impedendoci di comunicare tra noi. Non ho mai pianto così a
lungo in vita mia. Mia madre riuscì a corrompere una guardia e a
farmi recapitare una le era in cui mi raccomandava di rimanere
forte.» D’istinto si portò una mano al ciondolo di smeraldi che
portava al collo. «Una se imana dopo, mio padre venne a dirmi che
era morta. Disse che si era suicidata per la vergogna di aver tradito il
suo re… ma io sapevo che non era così. Non mi avrebbe mai lasciata
sola con lui.»
«Mi dispiace» disse Loth.
«Mai quanto a me.» Il suo viso era rido o a una maschera di
disgusto. «Yscalin non si merita nulla di tu o questo, ma mio padre
sì. Il suo aspe o a uale non fa che rifle ere la corruzione che ha
sempre albergato nel suo cuore.»
p g
Sahar Taumargam e Rosarian Berethnet, entrambe uccise per
mano dello stesso re. Un re che Inys considerava alleato di
Virtudom.
«Volevo riferire la verità a Sabran. Volevo chiederle aiuto,
truppe… ma questo palazzo è una prigione. I membri del Concilio
Regio si sono piegati al volere di Fýredel, lo temono troppo per
rischiare di contrariarlo. E d’altra parte hanno tu i famiglie che
verrebbero sterminate se lui scatenasse la sua ira.»
Loth usò il lembo della manica per asciugarsi il sudore dalla
fronte.
«Sabran e io eravamo amiche. Il principe Aubrecht è stato mio
promesso per molto tempo» gli ricordò la Donmata. «So bene che
nutrono una pessima opinione di me.»
Loth sentì una fi a di colpevolezza. «Perdonateci» mormorò.
«Non avremmo dovuto dare per scontato che…»
«Non potevate sapere che Fýredel fosse sveglio, né che noi
fossimo so o la sua ala.»
«Raccontatemi la caduta di Cárscaro. Aiutatemi a comprendere.»
La Donmata sospirò.
«Due anni fa ci fu un bru o terremoto tra i Fusi» disse. «Fýredel si
era risvegliato nelle profondità del Monte Fruma, dove si era
rintanato alla fine dell’Era Dolente. Ci ha trovati sulla soglia, in
pratica. Pronti per essere soggiogati. Prima bruciarono i campi di
lavanda, e una nube nera oscurò il cielo serale.» Scosse il capo.
«Accadde tu o in un a imo. Le viverne circondarono la ci à senza
dar tempo alle guardie di raggiungere le antiche mura. Fýredel si
ripresentò dopo secoli e disse che ci avrebbe inceneriti tu i se mio
padre non fosse andato con lui per rendergli omaggio.»
«E lui cos’ha fa o?»
«Inizialmente tentò di inviare un sostituto, ma il wyrm se ne
accorse e il povere o finì arso vivo. A quel punto fu costre o a
mostrarsi» disse. «Fýredel lo condusse tra le montagne e per la no e
successiva Cárscaro piombò nel caos. La gente era convinta che fosse
iniziata una seconda Era Dolente… in effe i, in un certo senso era
vero.» Una profonda tristezza velava gli occhi della donna. «Il
panico regnava ovunque. A migliaia tentarono di espatriare, ma
p g q g p
l’unica uscita dalla ci à è il Cancello di Niunda, già presidiato dalle
viverne.» Le tremavano le labbra. «All’alba mio padre tornò. I
sudditi lo videro vivo e indenne, e non seppero più cosa pensare. Lui
annunciò che se avessero obbedito, sarebbero stati i primi ad
assistere alla rinascita del potere draconico.
«Tra le mura di questo stesso palazzo, mio padre ordinò ai
membri del Concilio di giurare fedeltà al Senza Nome e loro, troppo
vigliacchi per opporsi, inviarono messaggeri in ogni parte del
mondo a portare la notizia. Non si opposero quando intimò di
abba ere le difese esterne. Non si opposero quando appiccò il fuoco
alla voliera di corte e a tu i i piccioni rimasti dentro. All’epoca tentai
di organizzare un contra acco, ma fu del tu o inutile: insistere
avrebbe significato rischiare la vita.»
«Ma il resto del paese non conosceva la verità» replicò Loth.
«Cárscaro, dal giorno alla no e, divenne una fortezza. Nessuno
poteva far uscire neanche una parola.» Lasciò ricadere la testa
all’indietro, contro il muro. «Appena svegli, i wyrm sono ancora
deboli. Fýredel, per recuperare le forze, rimase un anno nel ventre
del Monte Fruma. L’ho visto servirsi di mio padre per fare della ci à
la capitale del suo impero. L’ho visto distruggere le Sei Virtù. L’ho
visto contagiare il mio popolo con il morbo e ridurre casa mia a una
prigione.»
Fu allora che Arteloth Beck fece esa amente ciò che Gian Harlowe
gli aveva raccomandato di non fare mai.
Prese Marosa Vetalda per mano.
La donna portava i guanti, ma era comunque rischioso. Eppure
non ci pensò due volte.
«Siete l’incarnazione del coraggio,» le disse «mentre noi, vostri
compagni di Virtudom, vi abbiamo abbandonata.»
La Donmata fissava perplessa l’intreccio delle loro dita. Loth si
chiese quanto tempo fosse trascorso dall’ultima volta che qualcuno
l’aveva sfiorata.
«Ditemi come posso aiutarvi.»
Lentamente, la donna appoggiò l’altra mano su quella di Loth.
«Tornate in quella stanza» rispose, sollevando lo sguardo su di lui «e
toccate a mani nude la pelle di mio padre.»
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Gli ci volle un a imo per comprendere. «Intendete… contagiarmi
col morbo?»
«Vi spiegherò poi perché,» rispose lei «ma se lo fate, intanto,
avrete l’opportunità di fuggire da Cárscaro.»
«Avete appena de o che è impossibile.»
«Mia madre conosceva un passaggio.» Raccolse il fago o che
teneva in grembo. «Desidero che a raversiate i Fusi e consegnate
questo a Chassar uq-Ispad, l’ambasciatore ersyri. Fidatevi
unicamente di lui.»
L’uomo che aveva cresciuto Ead e che o o anni prima l’aveva
introdo a a corte. La Donmata svolse il drappo di seta, rivelando
una scatola di metallo intarsiato a strani simboli.
«La scorsa primavera una donna è stata ca urata vicino a Perunta,
mentre cercava di imbarcarsi su una nave per Lasia. L’hanno
torturata per giorni, ma invano. Quando mio padre ha visto il
mantello rosso che indossava, l’ira di Fýredel si è scatenata in lui. Ha
ordinato che le ultime ore della donna fossero di pura agonia.»
Loth non era certo di essere pronto per il seguito della vicenda.
«Quella no e, mi recai da lei di nascosto.» La Donmata accarezzò
la scatola con i polpastrelli. «All’inizio credevo che le avessero
strappato la lingua, ma poi le diedi del vino e lei mi rivelò di
chiamarsi Jondu. Disse che se davo valore alla vita umana, avrei
consegnato questo ogge o a Chassar uq-Ispad.» Si interruppe per un
a imo. «Ho ucciso Jondu con le mie mani e poi de o al wyrm che
era morta per le ferite. Sempre meglio che il cancello. La scatola di
Jondu era chiusa a chiave, nessuno riusciva ad aprirla e ben presto
smisero di preoccuparsene. Rubarla non è stato difficile. Sento che ha
un ruolo fondamentale nella nostra lo a, e che l’ambasciatore uq-
Ispad saprà cosa farne.»
Seguì col dito un intaglio del coperchio.
«Molto probabilmente sta a Rumelabar. Per raggiungere l’Ersyr
ed evitare le sentinelle alla frontiera dovrete passare per i Fusi, e il
modo più sicuro di farlo senza essere disturbati dalle creature
draconiche che li infestano è contrarre il morbo. Lo fiuteranno ed
eviteranno di a accarvi» continuò. «Jondu mi ha giurato che
l’ambasciatore conosce una cura. Se lo raggiungerete in tempo,
potreste sopravvivere.»
A quel punto, Loth capì. «Questa era la missione del principe
Wilstan» disse. «O, meglio, il principe deve averci provato.»
«È andata nello stesso modo: gli ho mostrato mio padre e fa o
sentire il racconto dell’assassinio di Rosarian. Poi gli ho consegnato
la scatola. Ma Fynch sperava di cogliere l’occasione per scappare da
sua figlia e raccontarle la verità» spiegò. «Mi assicurò di essere
malato. Quando capii che così non era, cercai di raggiungerlo in ogni
modo. Aveva abbandonato la scatola nella galleria segreta che
conduce alle montagne; chiaramente non aveva mai avuto
intenzione di adempiere alla mia richiesta… e d’altra parte non
posso biasimarlo per aver voluto tornare da Sabran.»
«Dov’è ora?» sussurrò Loth.
«L’ho trovato non lontano dall’uscita della galleria» disse la
Donmata. «Un anfi ero.»
Loth si coprì il volto con le mani.
Gli anfi eri erano spietate creature draconiche prive di arti, ma
dotate di mascelle potentissime. Si diceva che scuotessero la preda
come un pupazzo finché non era troppo stordita per fuggire.
«Volevo recuperare i suoi resti, ma quando ho tentato di
avvicinarmi mi hanno a accata. Ho recitato le preghiere del caso.»
«Vi ringrazio.»
«Malgrado l’apparenza, io resto fedele al Santo. Ha bisogno di noi,
Lord Arteloth.» La Donmata gli appoggiò le dita sull’avambraccio.
«Farete ciò che vi ho chiesto?»
Loth deglutì. «E che ne sarà di Lord Kitston?»
«Può restare qui, e io veglierò su di lui. Oppure può venire con
voi… ma in questo caso dev’essere contagiato.»
Neppure il Cavaliere di Sodalizio in persona avrebbe potuto
pretendere una cosa simile da Kit. Aveva già fa o fin troppo.
«Fýredel si impossesserà anche di me?» chiese Loth.
«No. Contrarrete il ceppo più comune» disse lei. «Me ne sono
assicurata.»
Loth preferì non chiederle come. «Di certo ci saranno altri, a
palazzo, rimasti fedeli al Santo» le fece notare invece. «Perché non
p
inviate uno dei vostri servitori?»
«Mi fido soltanto di Priessa, e la sua scomparsa desterebbe
sospe i. Andrei io, ma non posso abbandonare il popolo nelle mani
di un Vetalda folle. Anche se non posso salvarli, devo rimanere qui
per ostacolare il wyrm.»
Loth l’aveva giudicata male. La Donmata Marosa era una vera
donna di Virtudom, imprigionata tra le mura di una casa che un
tempo aveva amato.
«Per me è troppo tardi, mio signore,» aggiunse «ma per Virtudom
non ancora. Ciò che è accaduto a Yscalin non deve ripetersi da
nessun’altra parte.»
Loth distolse lo sguardo da quegli occhi di rubino per fissarlo
sulla spilla del patrono appuntata al proprio farse o. Due mani che
si stringevano. Lo stesso intreccio di dita che formava il nodo
d’amore su un anello.
Sapeva cosa avrebbe fa o il Cavaliere di Sodalizio, se fosse stato
lì.
«Se acconsentite,» disse la Donmata «vi riporterò dal Simularca.
Lo toccherete a mani nude e poi vi mostrerò il passaggio segreto.» Si
alzò in piedi. «Se invece rifiutate, preparatevi a una lunga esistenza
qui a Cárscaro, Lord Arteloth Beck.»
20
Oriente

A differenza degli altri guardiani che festeggiavano la fine delle


prove dell’acqua nella sala dei banche i, Tané giaceva esausta sul
le o di camera sua. Non ne usciva dal giorno del comba imento
contro Turosa. Un cerusico le aveva pulito la ferita alla spalla e
messo i punti, ma muoversi le costava una fatica immensa e un
dolore acuto e pulsante.
L’indomani avrebbe scoperto se il suo destino era diventare
cavaliere.
Si mordicchiò l’unghia del mignolo fino a far uscire il sangue.
Tanto per trovarsi un’occupazione vagamente meno dolorosa, aprì la
sua copia di Cronache del Grande Cordoglio. Gliel’aveva regalato
un’istru rice per il suo quindicesimo compleanno. Era da un pezzo
che non lo apriva, ma ora le illustrazioni l’avrebbero distra a.
Tané lesse fino a no e fonda, cullata dal canto dei grilli che
riempiva l’aria.
Si soffermò su una figura di donna seiikinese affe a dal morbo
rosso: mani e occhi colorati di amaranto. In un’altra pagina erano
rappresentati gli sputafuoco. Quelle ali da pipistrello che l’avevano
terrorizzata a quindici anni continuavano ancora oggi a me erle i
brividi. L’immagine successiva mostrava la popolazione di Capo
Hisan riunita in riva al mare ad assistere a una grande ba aglia.
Draghi avvinghiati e contorti tra le onde, coi demoni che soffiavano
il loro fuoco su Seiiki stre i tra le fauci.
L’ultima illustrazione rappresentava la Lanterna di Kwiriki,
ovvero la cometa che aveva sancito la fine del Grande Cordoglio,
accompagnata da un diluvio di meteore che si abba evano in mare. I
demoni alati tentavano la fuga mentre i draghi di Seiiki, colorati di
azzurro e argento brillante, si levavano tra le onde.
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Qualcuno bussò alla porta, interrompendo le sue riflessioni. Tané
si mise in piedi a fatica. Sulla soglia trovò Onren avvolta in una
tunica verde scuro e con fiori di sale tra i capelli. In mano stringeva
un vassoio.
«Ti ho portato la cena» annunciò.
Tané si fece da parte. «Vieni, entra.»
Tornò a sedersi sul le o. La fiamma delle candele era debole,
allungava tu e le ombre. Onren appoggiò sul tavolino il vassoio
colmo di leccornie: teneri file i di orata, tofu impanato in uova di
pesce, alghe so o sale in brodo, il tu o accompagnato da una fiasca
di vino speziato e una coppa.
«L’onorevole Generale dei Mari ci ha fa o assaggiare il suo
famoso vino invecchiato in mare» disse Onren con un sorrise o. «Te
ne volevo me ere da parte un bicchiere, ma praticamente è finito
prima ancora di arrivare. Questo è un po’ meno pregiato» le riempì
la coppa «ma servirà comunque ad alleviare il dolore.»
«Grazie mille» rispose Tané. «È molto gentile da parte tua, ma non
sono mai stata un’intenditrice di vini. Bevilo tu.»
«Le prove sono finite, Tané. Puoi lasciarti andare adesso. Ma… se
proprio insisti.» Onren si accomodò sulle stuoie. «Ci sei mancata al
banche o.»
«Ero troppo stanca.»
«Sapevo che l’avresti de o. Senza offesa, ma sembri una che non
dorme da anni. Te lo meriti, un po’ di riposo.» Prese la coppa. «Hai
comba uto bene contro Turosa. Forse è la volta buona che il
bastardo capisce di non essere poi meglio della plebaglia che
disprezza tanto.»
«Non siamo più plebaglia, ora.» Tané studiò l’espressione
dell’amica. «Qualcosa ti turba.»
«Credo di essermi giocata la possibilità di diventare cavaliere
oggi. Kanperu è bravo sia a comba ere, sia a…» Sorseggiò il vino.
«Be’…»
Dunque si era ba uta contro Kanperu. Tané non aveva assistito
alla fine delle prove, dopo il duello era stata portata dri a dal
cerusico.
«Ti sei distinta in tu e le altre prove» le ricordò. «L’onorevole
generale sarà equo nel suo giudizio.»
«Come lo sai?»
«È un cavaliere.»
«Da domani lo sarà anche Turosa, e lui ha passato anni a
tormentare chi di noi aveva origini popolane. Ho sentito che una
volta ha picchiato un servo perché non gli piaceva come si era
inchinato. Tu i noi saremmo stati espulsi dalle Case
dell’Apprendimento per una cosa simile… ma il potere del sangue
conta ancora.»
«Non puoi essere certa che diventerà cavaliere solo per le sue
origini.»
«Scomme o tu o quello che ho che sarà così.»
Calò il silenzio. Tané piluccò un pezze o di tofu.
«Una volta, quando avevo sedici anni, mi sono presa una lavata di
capo per aver giocato d’azzardo in ci à» disse Onren. «Era un
comportamento disdicevole, dicevano, e mi hanno espulsa dalle
lezioni. Per riguadagnarmi il posto alla Casa d’Oriente ho passato il
resto della stagione a strigliare gabine i. In tu o questo, Turosa per
poco non ammazza un servo e dopo un paio di giorni è già lì con la
spada in mano.»
«I nostri istru ori sono saggi, hanno i loro buoni motivi.
Capiscono il vero significato della giustizia.»
«L’unico buon motivo è che lui è nipote di un cavaliere e io no. Lo
stesso buon motivo per cui domani mi faranno fuori al posto suo.»
«Non sarà per quello» sbo ò Tané.
Non era riuscita a tra enersi, la frase le era sfuggita di bocca come
un pesce dalla rete.
Onren sollevò un sopracciglio. Tra le ragazze, mentre Tané lo ava
contro se stessa, piombò un silenzio teso come una campana non
suonata.
«Avanti, Tané. Dimmi quello che pensi.» Onren fece un sorriso
cauto. «Dopotu o siamo amiche.»
Era troppo tardi per rimangiarsi le parole. Le prove, lo straniero,
la stanchezza e il senso di colpa… la investì tu o insieme con
inaudita violenza; si sentì trascinare in un vortice di acqua bollente e
non resse più.
«Dai l’impressione di credere che non sarà affa o colpa tua se
domani non ti nomineranno cavaliere» disse, senza nemmeno
rendersene conto. «È da quando sono qui che mi alleno giorno e
no e. Tu al contrario non mostri alcun rispe o. Ti presenti in ritardo
alle prove, di fronte ai Miduchi. Passi le no ate in taverna quando
invece dovresti fare pratica, e poi ti chiedi come mai il tuo avversario
ti ba e. Forse è per questo che non diventerai cavaliere.»
Il sorriso di Onren era scomparso.
«Così» disse brusca «credi che non me lo meriti perché… vado in
taverna.» Fece una pausa. «Non sarà invece perché nonostante la
taverna ti ho ba uta con i coltelli?»
Tané si irrigidì.
«Avevi gli occhi rossi quella ma ina. Come adesso. Sei stata
sveglia tu a la no e ad allenarti.»
«Certo che sì.»
«E non sopporti che io non faccia lo stesso.» Onren scosse il capo.
«Ci vuole una misura in tu o, Tané: non ha niente a che fare con la
mancanza di rispe o. Questa per me è l’occasione della vita e non ho
alcuna intenzione di sprecarla.»
«Lo so» ammise Tané in tono meno sicuro. «Spero solo che lo
sappia anche tu.»
L’altra rispose con un sorriso fiacco, ma Tané si accorse di averla
ferita.
«Bene, in tal caso» disse Onren alzandosi «sarà meglio che me ne
vada. Non voglio certo trascinarti nel vortice della perdizione.»
Rapida come era montata, la rabbia di Tané evaporò. Rimase
ferma immobile, le mani premute contro le lenzuola, lo ando per
mandare giù il sapore della vergogna. Alla fine si alzò in piedi e si
inchinò.
«Ti chiedo scusa, onorevole Onren» mormorò. «Non avrei dovuto
parlarti così. Sono imperdonabile.»
Le ci volle un a imo, ma poi Onren si addolcì. «Perdonata. Sul
serio.» Sospirò. «Ero in ansia per te.» Tané abbassò lo sguardo. «Ti
sei sempre data da fare, ma in questi giorni di prove mi hai dato
l’idea di volerti punire per qualcosa, Tané. Come mai?»
Sentirla parlare in quel modo fu come riavere Susa per un
secondo. Un volto onesto e una mente gentile. Fu tentata, solo per un
a imo, di raccontarle tu a la verità. Chissà, forse avrebbe capito.
«No» disse alla fine. «Ero solo tesa. E stanca.» Ricadde sui cuscini.
«Domani, quando saprò che ne sarà di me, starò meglio.»
Onren si mise a ridere. «Oh, Tané. Come se l’alternativa fosse il
carcere a vita.»
Tané trasalì, ma si sforzò comunque di sorridere.
«Ti lascio, ora. Dobbiamo riposare tu ’e due.» Onren finì il vino in
un sorso. «Buonano e, Tané.»
«Buonano e.»
Appena se ne fu andata, Tané spense la lampada a olio e si
raggomitolò so o le coperte. Dolore e sfinimento la inghio irono,
facendola sprofondare in un sonno senza sogni.
Quando riaprì gli occhi, la stanza era piena di luce. Per un a imo
non riuscì a comprenderne il motivo. Le sembrava di essere rimasta
al buio per un’eternità.
Andò ad aprire la finestra. Malgrado la pioggia che continuava a
cadere, il sole splendeva sui te i di Ginura.
Sole e pioggia insieme. O imo presagio.
Ben presto i servitori le avrebbero portato la nuova uniforme. Se il
drago ricamato sulla schiena fosse stato d’argento, sarebbe rimasta
tra i Guardiani e diventata comandante di marina.
Se fosse stato d’oro, invece, avrebbe significato che il dio l’aveva
scelta.
Passeggiò nervosamente per la stanza, quindi decise di accendere
l’incenso sull’altarino per un’ultima preghiera. Implorò perdono per
la maleducazione con cui aveva tra ato Onren, poi, di nuovo, per ciò
che aveva fa o la no e prima della cerimonia. Se solo il grande
Kwiriki l’avesse assolta, gli avrebbe mostrato devozione per il resto
della vita.
I servitori si presentarono nel tardo pomeriggio. Prima di
accoglierli, Tané si concesse un a imo di a esa a occhi chiusi.
La tunica era in seta di mare, blu zaffiro. E sulla schiena della
sopravveste campeggiava l’emblema di un drago, ricamato con filo
d’oro.

I nuovi domestici le raccolsero i capelli in un’acconciatura militaresca


in grado di far risaltare ancora di più la cicatrice sulla guancia.
Nonostante il dolore alla spalla, gli occhi le splendevano come
inchiostro fresco.
Più tardi, al calar del sole, smontò dal palanchino a errando sulla
bianca sabbia della Baia di Ginura. La cerimonia della selezione si
svolgeva sempre verso sera, una metafora della fine della vecchia
vita. Tané indossava i nuovi stivali di pelle col tacco rinforzato, i
migliori per fare presa sulle staffe.
Un arcobaleno serale infuocava il cielo violaceo, spennellato
all’orizzonte di varie sfumature di rosso. Una folla di spe atori si era
radunata in cima alla scogliera per ammirare quell’insolito segno di
Kwiriki, oltre naturalmente ai nuovi dodici cavalieri di draghi che
incedevano verso l’acqua.
Tra loro c’era anche Turosa. E tu i gli altri discendenti di cavalieri.
Tané si ritrovò accanto a Onren, che le sorrise. Alla fine si era
guadagnata un posto nel Clan Miduchi.
L’ultima volta che Tané era stata su una spiaggia, lo straniero era
sbucato dall’ombra come una maledizione. Eppure le sue intime
maree, che dalla culla l’avevano portata fin lì, ora rimanevano
stranamente immobili e quiete.
Dieci draghi seiikinesi a endevano in acqua, splendidi e flessuosi.
Il tramonto e l’arcobaleno facevano risplendere le onde che
lambivano i loro corpi. Pareva che i due guerrieri lacustrini non
fossero ancora arrivati.
Quando udì il proprio nome, Kanperu si inchinò al Generale dei
Mari, che gli mise al collo una collana di perle danzanti, poi gli
consegnò un elmo e una sella imbo ita. Quindi gli diede una
maschera per ripararsi il volto durante le cavalcate e una spada
forgiata dal miglior fabbro di Seiiki in acqua di mare, col fodero
intarsiato di madreperla.
Kanperu si appese l’elmo al collo, mise la sella so obraccio ed
entrò in mare. Quando l’acqua gli raggiunse la vita, sollevò la mano
destra con il palmo rivolto all’insù.
Una femmina di drago grigioazzurra allungò il collo per studiare
il ragazzo, gli occhi simili a due pleniluni. Quando avvicinò il muso,
Kanperu si appese alla criniera e le montò in groppa facendo
a enzione a evitare le spine. Non appena lui e la sella furono al loro
posto, il drago emise un richiamo di caccia e si immerse in mare,
schizzando la folla riunita sulla spiaggia.
Subito dopo fu il turno di Onren, che entrò in acqua sorridendo
da un orecchio all’altro. Il suo palmo rimase sollevato solo un
momento prima che il più grande tra i draghi, un mastodontico
seiikinese con la criniera nera e le scaglie che sembravano d’argento
ba uto, le andasse incontro con movimenti eleganti. Onren sulle
prime parve irrigidirsi, ma al primo conta o con la creatura si rilassò
e le salì in groppa usando il collo come scala.
«Onorevole Miduchi Tané,» chiamò il Generale dei Mari «fatevi
avanti.»
Onren si calò la maschera sul viso. Il drago abbassò il muso e
scomparve tra le onde.
Tané si inchinò davanti al generale e lasciò che lui le infilasse la
collana di perle, segno di predilezione divina. Prese l’elmo, la sella e,
alla fine, il fodero con dentro la spada. Già la sentiva come un
prolungamento del braccio. Se la assicurò alla cintura e si avviò in
mare.
Quando sentì la tiepida acqua salata lambirle i polpacci, le mancò
il fiato. Palmo levato. Testa china. Occhi chiusi. La mano era ferma,
tu o il resto del suo corpo tremava.
Scaglie fredde contro le dita. Non osava guardare, ma doveva
farlo. Quando aprì le palpebre, due occhi, lucenti come fuochi
d’artificio, la fissavano in cima al muso di un drago lacustrino.
21
Occidente

Loth lasciò per l’ultima volta le sue stanze nel Palazzo della Salvezza
nel cuore della no e.
Il morbo draconico gli si era infiltrato nel sangue. Era stato
sufficiente sfiorare la fronte del Simularca per sentire un formicolio
sulle dita e una clessidra che gli si ribaltava nel cervello. Ben presto i
granelli della salute si sarebbero esauriti.
In spalla portava una sacca di pelle con dentro il necessario per
affrontare il viaggio in montagna, mentre dal fianco, coperte con un
mantello pesante, gli pendevano spada e basilarda.
Kit lo seguì giù per la scala a chiocciola. «Spero proprio che sia
una buona idea, Arteloth» disse.
«È il contrario di una buona idea.»
«Sarebbe stato meglio darsi alla pirateria.»
«Senza alcun dubbio.»
Si inoltrarono nelle viscere di Cárscaro. La Donmata Marosa
aveva spiegato a Loth come accedere dal Santuario Reale a una scala
segreta, che scendendo si faceva sempre più stre a. Si asciugò il
sudore gelido dalla fronte. Aveva supplicato Kit in tu i i modi di
rimanere a palazzo, ma l’amico non aveva voluto sentire ragioni.
Sembrò trascorrere un’eternità prima che i tacchi dei loro stivali
toccassero di nuovo un terreno pianeggiante. Loth sollevò la torcia.
In fondo alle scale, il volto seminascosto dall’ombra del
cappuccio, li a endeva la Donmata Marosa. Nel muro alle sue spalle
si spalancava una grossa crepa.
«Che cos’è questo posto?» domandò Loth.
«Una via di fuga dimenticata. Si usava in caso di assedio,
immagino» rispose lei. «Era da qui che mamma e io intendevamo
scappare.»
pp
«Perché non avete usato il passaggio per diffondere la verità?»
«Ci ho provato.» Abbassò il cappuccio. «Lord Kitston. Siete
malato anche voi?»
Kit si inchinò. «Sì, Radiosità. Oppresso dal morbo al punto
giusto.»
«Molto bene.» Riportò lo sguardo su Loth. «Ho provato a
mandare in missione una delle mie ancelle. All’epoca non sapevo
quante creature draconiche infestassero le montagne.»
Le implicazioni erano chiare.
La Donmata porse loro due bastoni identici, culminanti con un
uncino. «Ramponi da ghiaccio. Vi aiuteranno a mantenere
l’equilibrio.»
Li presero. Quindi la donna consegnò a Loth un’altra sacca con
dentro la scatola di ferro.
«Vi supplico: portate a termine il compito che vi ho affidato, Lord
Arteloth.» Il fuoco delle torce le faceva risplendere gli occhi come
gemme. «Confido che lo farete per me. Per Virtudom.»
E, con queste parole, si fece da parte.
«Manderemo rinforzi» rispose piano Loth. «Tenete in vita vostro
padre il più a lungo possibile, e se muore nascondetevi da Fýredel.
Una volta compiuta la missione, racconteremo ai sovrani di
Virtudom che cosa accade in questa terra. Non vi lasceremo qui a
morire da sola.»
Alla fine la Donmata Marosa si concesse un sorriso, ma incerto,
quasi avesse dimenticato come si faceva.
«Avete un cuore nobile, Lord Arteloth» disse. «Se davvero
riuscirete a tornare a Inys, portate i miei omaggi a Sabran e
Aubrecht.»
«Non mancherò.» Fece un inchino. «Arrivederci, Radiosità.»
«Arrivederci, mio signore.»
I loro sguardi si incrociarono il tempo di un ba ito cardiaco.
Quindi Loth chinò il capo e si infilò nella crepa del muro.
«Che il Cavaliere di Coraggio possa recarvi conforto in queste ore
cupe» disse Kit.
«Anche a voi, Lord Kitston.»
Mentre i passi della donna riecheggiavano in lontananza, Loth
avvertì una fi a di dispiacere al pensiero di doverla lasciare: Marosa
Vetalda, Donmata di Yscalin, imprigionata nella sua stessa torre.
Il tunnel era immerso nel buio totale, solo una brezza so ile
guidava Loth come una mano che gli indicasse la via. Pestava i piedi
sul terreno sconnesso rischiando a ogni passo di infilarsi la torcia
negli occhi. Tu o intorno nient’altro che il baluginio del vetro
vulcanico e i pori della pietra pomice. Alla luce della fiamma il vetro
diventava rifle ente, e proie ava centinaia di riverberi diversi.
Continuarono a camminare per quelle che parvero ore, a volte
incontrando una curva, ma per il resto sempre dri i. Il ticche io dei
loro bastoni generava un ritmo monotono.
A un certo punto Kit si lasciò sfuggire un colpo di tosse, e Loth si
innervosì. «Silenzio» disse. «Preferirei non destare qualunque cosa si
annidi qui so o.»
«Un uomo dovrà pur tossire. E qui so o non si annida un bel
niente.»
«Hai il coraggio di dire che questa galleria non sembra scavata da
un basilisco?»
«Oh, piantala di fare il vate della rovina. Vedila come una nuova
avventura.»
«A me l’avventura non è mai piaciuta» replicò stancamente Loth.
«Mai. Al momento vorrei solo essere a Casa del Rovo con in mano
una coppa di vino speziato, pronto a scortare la mia regina
all’altare.»
«Se è per questo, io vorrei svegliarmi accanto a Kate Withy, ma
ahimè non si può avere tu o dalla vita.»
Loth sorrise. «Sono contento che tu sia con me, Kit.»
«Lo credo bene» replicò l’altro con gli occhi lucidi.
A Loth, quel luogo ricordava il Senza Nome, il modo in cui si era
rivoltato nei meandri della montagna fino a trovare una via d’uscita
verso la superficie. Quand’era piccolo sua madre gli aveva raccontato
la storia più di una volta, interpretando diverse voci per spaventarlo
e per farlo ridere.
Fece un altro passo. La terra risuonò di un rimbombo cupo, come
il ventre di un gigante.
gg
Loth rimase pietrificato, con la torcia stre a in mano. Un’altra
raffica di vento gelido proveniente dal fondo del tunnel fece
tremolare la fiamma.
«Un terremoto?» mormorò Kit. Visto che l’amico non rispondeva,
lo domandò a voce più alta: «Loth, è un terremoto?».
«Zi o. Non lo so.»
Un altro rombo, ancora più forte, e la terra parve inclinarsi da un
lato. Loth perse l’equilibrio. Nell’a imo in cui si rimise in piedi iniziò
una serie tremenda di scosse… prima lievi, come un brivido di
paura, poi sempre più violente, finché i due uomini non si sentirono
i denti oscillare negli alveoli.
«Un terremoto!» gridò Loth a quel punto. «Corri. Kit, corri,
muoviti! Corri!»
La scatola gli sobbalzava sulla schiena. Arrancarono nell’oscurità
alla ricerca disperata di una qualsiasi fonte di luce. Sembrava che
tu o il manto terrestre fosse in preda alle convulsioni.
«Loth!» Kit lanciò un grido di puro terrore. «La torcia… la mia
torcia si è spenta!»
Senza fiato, Loth tornò indietro di corsa con la torcia tesa davanti
a sé. Vide l’amico per terra, a metri di distanza.
«Kit!» Si precipitò da lui. «In piedi, amico, muoviti. Segui la mia
voce!»
Uno scricchiolio. Come ghiaccio che si spacca so o i piedi. Una
pioggia di ghiaia sulla schiena. Si riparò la testa con le braccia
mentre il soffi o del tunnel crollava.
Per un lungo istante fu certo che sarebbe morto. Il Cavaliere di
Coraggio lo abbandonò, lasciandolo a singhiozzare come un
bambino. Il buio lo accecò. Le rocce gli si infrangevano tu o intorno.
Rumore di vetri scossi e infranti. Una nube di fumo tossico gli
impediva di respirare.
E poi tu o finì, all’improvviso com’era iniziato.
«Kit» urlò Loth. «Kit!»
Ansimando recuperò la torcia, miracolosamente rimasta accesa, e
la agitò nella direzione da cui aveva sentito il grido dell’amico. Il
passaggio era bloccato da una valanga di rocce e vetro vulcanico.
«Kitston!»
Non poteva essere morto. Non doveva essere morto. Loth spinse il
muro di detriti con tu e le sue forze, ci si bu ò contro ancora e
ancora, tentò di abba erlo con il rampone e lo tempestò di pugni
fino a farsi sanguinare le nocche. Quando il cumulo finalmente
cede e, si ge ò tra le macerie e spostò i massi a mani nude, e là so o
l’aria era densa e vischiosa come miele, gli si a accava in gola…
Le sue dita si strinsero a orno a una mano floscia. Si fece largo tra
le pietre, con i muscoli tesi per lo sforzo.
E là in mezzo, alla fine, trovò Kit. Vide gli occhi che conosceva
così bene, ormai spenti. Vide la bocca che, così pronta al sorriso, non
avrebbe sorriso mai più. Vide il medaglione che portava al collo,
gemello di quello che gli aveva regalato all’ultima Festa del
Sodalizio. Il resto era sommerso dalle macerie: Loth riusciva a
scorgere solo il sangue che scorreva tra le rocce.
Emise un singhiozzo disperato. Aveva le guance rigate di lacrime
e sudore, le nocche sanguinanti, in bocca un sapore di ferro.
«Perdonami» geme e. «Perdonami, Kitston Glade.»
22
Occidente

Sabran Nona e Aubrecht Secondo si sposarono appena l’estate


cede e all’autunno. La tradizione imponeva di scambiarsi i voti a
mezzano e, durante la luna nuova, perché è nell’ora più buia che si
ha più bisogno di un compagno.
E quella era davvero l’ora più buia. Mai, nella storia dei Berethnet,
un matrimonio era stato celebrato a così poca distanza da un
funerale.
Il Grande Santuario di Casa del Rovo, come la maggior parte dei
templi, era a pianta rotonda su modello degli scudi imbracciati dai
primi cavalieri di Inys. A un certo punto dell’Era Dolente il te o era
crollato, e in seguito Rosarian Seconda aveva ordinato di installare
vetrate rosse dentro gli archi, in memoria di tu o il sangue dei
caduti in ba aglia.
Col passare dei secoli le radici di tre alberi prepotenti si erano
fa e largo tra le piastrelle e ora i rami si intrecciavano al di sopra
della navata, già fulgidi di foglie d’oro e ocra. Seicento persone erano
riunite ai loro piedi per assistere alla cerimonia, compresi i membri
del Virtuosissimo Ordine dei Sanctarian.
Quando la regina di Inys fece la sua comparsa all’ingresso
meridionale, tra i testimoni calò il silenzio. La chioma adorna di fiori
assomigliava a ebano lucente. La scollatura era incorniciata dai
ricami di un elaborato coprispalle. Indossava una corona in filigrana
d’oro, tempestata di rubini che risplendevano alla luce delle mille
candele.
Il coro a accò a cantare, un’onda di voci calde e alte. Sabran fece
un passo, poi si fermò.
Dalla sua postazione tra i candelabri, Ead vide la regina rimanere
immobile, come ancorata al suolo. Roslain, che l’accompagnava
p g
all’altare, la tirò lievemente per un braccio.
«Sab» mormorò.
Sabran d’un tra o parve ridestarsi. Nella penombra del santuario,
furono in pochi a notare la rigidità delle sue spalle o quel brivido che
poteva quasi essere scambiato per freddo.
Un a imo dopo la regina riprese ad avanzare.
Seyton Combe osservava la scena, circondato dai Duchi Spirituali
e dalle loro famiglie. Persino in quella luce tremula era impossibile
non scorgere il sorrise o che gli increspava l’angolo della bocca.
Era in previsione di quella no e che aveva mandato Loth a
morire. Ora più che mai la regina avrebbe avuto bisogno di lui:
secondo la tradizione di Inys, dovevano essere i migliori amici ad
accompagnare all’altare i promessi sposi, per consegnarli ai futuri
compagni di vita.
Poco distante c’era Igrain Crest, un’espressione impenetrabile sul
volto. Ead immaginava che dovesse sentirsi allo stesso tempo
sconfi a e vi oriosa. Desiderava un’erede, anche se non con quel
padre. Inoltre il matrimonio di Sabran dimostrava che la regina non
era più una bambine a bisognosa di consigli.
Il Principe Rosso entrò al lato opposto del tempio, accompagnato
dalla sorella maggiore. Indossava un mantello dello stesso colore
dell’abito della sposa, adorno di seta rossa ed ermellino, e un farse o
con bo oni d’oro. Come Sabran, anche lui portava guanti dai polsini
elaborati per a irare ulteriormente l’a enzione durante la cerimonia.
Un semplice filo di argento dorato sul capo a estava il suo rango
regale.
Sabran incede e elegantemente verso di lui. L’abito da sposa era
davvero notevole: rosso scuro, il colore del vino di visciole, con uno
spacco sul davanti a rivelare la so ogonna nera intarsiata di fili d’oro
e di perle. Le vesti delle ancelle, inclusa Ead, erano a colori invertiti:
so ogonna rossa e corse o nero.
I due cortei si incontrarono sull’umbone posto al centro del
santuario, so o il sontuoso ciborio montato tra le colonne. I
testimoni si disposero in cerchio. Ora che il volto di Sabran era
illuminato dalle candele dell’umbone, e che la sovrana si trovava
abbastanza vicino da vederla bene in viso, il principe deglutì.
p p g
La regina prese Roslain per mano, mentre Lievelyn faceva lo
stesso con la sorella maggiore, quindi tu i e qua ro si
inginocchiarono sul primo gradino. Il resto dei partecipanti fece un
passo indietro. Spegnendo la sua candela, Ead cercò lo sguardo di
Chassar tra la folla.
L’Arci Sanctarian di Inys era un uomo con le dita affusolate, così
pallido che sulle tempie spiccavano le nervature azzurre delle vene.
La Vera Spada era ricamata con fili d’argento sulla parte anteriore
dell’herigaut che indossava.
«Sodali.» La parola riecheggiò nel silenzio. «Siamo qui riuniti, in
questo rifugio dal mondo, per assistere al sacro sodalizio tra due
anime. Come il Santo e la Donzella, essi stanno per unirsi nello
spirito e nella carne per il bene di Virtudom. Quello che prestano è
un grande servigio, giacché le fondamenta stesse di Inys poggiano
sull’amore tra Galian, cavaliere di Inysca, e Cleolind, eretica di
Lasia.»
La cerimonia era appena cominciata e già qualcuno aveva definito
la Madre un’eretica. Ead e Chassar si scambiarono una breve
occhiata da un capo all’altro della sala.
L’Arci Sanctarian si schiarì la voce, quindi aprì un volume di
preghiere con la copertina d’argento e lesse la leggenda del Cavaliere
di Sodalizio, il primo a unirsi al Seguito. Ead non prestò ascolto:
rimase concentrata su Sabran, che stava immobile come una statua.
Anche Lievelyn ogni tanto le ge ava un’occhiata.
A le ura conclusa Roslain ed Ermuna, il cui compito era ultimato,
lasciarono spazio alla coppia regale. Roslain tornò al fianco del
marito, Lord Calidor Acquaferma, che la strinse a sé. L’ancella non
aveva mai staccato gli occhi da Sabran, che a sua volta la guardò
mentre si allontanava dal ciborio, lasciandola sola con un perfe o
sconosciuto.
«Che il rito abbia inizio.» L’Arci Sanctarian fece un cenno a
Lievelyn, che in tu a risposta si sfilò il guanto della mano sinistra e
lo porse alla regina. «Sabran Nona della Casata di Berethnet, regina
di Inys, il tuo amato ti tende la mano in nome del santo sodalizio.
Acce i di prenderla, diventando sua fedele compagna da oggi alla
fine dei giorni?»
g
Lievelyn le rivolse un sorriso che gli increspò lievemente i lati
degli occhi. La penombra rendeva difficile intuire se la regina,
prendendo dalle mani dell’Arci Sanctarian l’anello col nodo d’amore,
rispondesse o meno.
«Sì, sodale» si udì infine. «Acce o.»
Quindi si fermò, con le mascelle serrate, e Ead notò che il pe o
della sovrana tremolava.
«Aubrecht Lievelyn,» disse poi «prendo te come mio sposo.» Gli
fece scivolare l’anello all’indice. Era d’oro, materiale riservato ai
sovrani. «Sodale, compagno di le o, di vita e di ogni cosa.» Pausa.
«Giuro di amarti con tu a la mia anima, di difenderti con la mia
spada e di non concedere a nessun altro i miei favori. Questo è il mio
voto.»
L’Arci Sanctarian annuì di nuovo. A quel punto toccò a Sabran
sfilarsi il guanto sinistro.
«Aubrecht Secondo della Casata di Lievelyn, Illustre Principe del
Libero Stato di Mentendon,» proseguì il rituale «la tua amata ti tende
la mano in nome del santo sodalizio. Acce i di prenderla,
diventando suo fedele compagno da oggi alla fine dei giorni?»
«Sì, sodale» rispose lui. «Acce o.»
Quando il principe prese l’anello che il sacerdote gli porgeva, la
mano di Sabran tremò in modo appena visibile. Era l’ultima
opportunità di annullare il matrimonio prima che fosse
giuridicamente vincolante. Ead sbirciò Roslain, che muoveva piano
le labbra, forse per incoraggiarla. O forse stava pregando.
Sabran incrociò lo sguardo di Lievelyn e, alla fine, fece un lieve
cenno col capo. L’uomo le prese la mano sinistra con cautela, come
se fosse una farfalla, e le infilò l’anello. L’indice della regina scintillò.
«Sabran Berethnet,» disse «prendo te come mia sposa. Sodale,
compagna di le o, di vita e di ogni cosa. Giuro di amarti con tu a la
mia anima, di difenderti con la mia spada e di non concedere a
nessun’altra i miei favori.» Le strinse la mano tra le sue. «Questo è il
mio voto.»
Un a imo di silenzio, durante il quale i loro sguardi rimasero
intrecciati. Poi l’Arci Sanctarian interruppe la sospensione del
momento spalancando le braccia, come per circondare tu i i
presenti.
«Dichiaro queste due anime unite nel sacro sodalizio agli occhi
del Santo» esclamò «e, per mezzo di lui, di tu a Virtudom.»
Il tempio fu invaso dalle acclamazioni, un’ondata di pura gioia
condivisa così intensa che per un a imo il soffi o parve sul punto di
crollare di nuovo. Mentre Ead si univa all’ovazione, lo sguardo le
cadde sui Duchi Spirituali. Nelda Acquaferma e Lemand Fynch
sembravano contenti. Crest, rigida come uno sce ro, con la bocca
rido a a una fessura senza labbra, si tamburellava le dita sul palmo
della mano nella pallida imitazione di un applauso. Alle sue spalle, il
Rapace No urno sorrideva beato.
Il rito voleva che subito dopo essersi scambiati le promesse gli
sposi si baciassero, ma per i reali tale usanza sembrava
inappropriata. Sabran si limitò a prendere il braccio che Lievelyn le
porgeva e a scendere al suo fianco gli scalini dell’altare. Ead notò
che, nonostante l’espressione tesa, la regina di Inys si sforzava di
sorridere per i suoi sudditi.
Ead e Margret si scambiarono un’occhiata, poi Margret prese per
il gomito una Linora con gli occhi lucidi e, come tre fantasmi, le
ancelle scivolarono fuori dalla sala.

Una volta giunte nella Stanza del Baldacchino, prepararono il le o


assicurandosi prima che non ci fossero minacce di alcun genere. Una
figurina di bronzo raffigurante il Cavaliere di Sodalizio era stata
sistemata so o le finestre piombate. Ead accese le candele sulla
mensola del camino, tirò le tende e ravvivò il fuoco. L’Arci
Sanctarian aveva insistito molto su quel punto: la stanza doveva
essere calda. Sul comodino giaceva un libro di preghiere, aperto alla
storia del Cavaliere di Sodalizio. Sopra le pagine era posata una mela
rossa. Simbolo di fertilità, spiegò Linora mentre lavoravano. «È
un’antica tradizione pagana,» disse «ma Carnelian Seconda
l’apprezzava al punto da imporre all’Ordine dei Sanctarian di
includerla nel rito della prima no e.»
p
Ead si asciugò la fronte. Evidentemente l’Arci Sanctarian
desiderava che l’erede al trono fosse concepita alla stessa velocità con
cui si infila una pagno a nel forno.
«Bisogna lasciar loro qualcosa da bere.» Margret sfiorò il braccio
di Ead e uscì. Linora, brontolando, riempì di carbone due scaldale o
e li infilò so o le coperte.
«Linora,» le disse Ead «vai a goderti la festa. Finisco io qui.»
«Oh, Ead, sei così buona.»
Quando se ne fu andata, Ead si assicurò che le finestre fossero ben
chiuse. Per quanto la Stanza del Baldacchino fosse rimasta sigillata e
controllata a vista per tu o il giorno, e l’unica chiave fosse al sicuro
nelle mani di Roslain, di quella corte c’era poco da fidarsi.
Dopo un lungo istante di esitazione durante il quale si chiese se
fosse davvero una buona idea, Ead tirò fuori la rosa che aveva colto
quel pomeriggio e la nascose so o il cuscino sul lato destro del le o,
quello ricamato con lo stemma di Berethnet.
Che la regina facesse bei sogni, almeno quella no e.
Gli incantesimi scudo l’avvertirono che c’era qualcuno in
avvicinamento, un passo familiare. Sulla soglia apparve un’ombra:
Roslain Crest, con fare insolente, veniva a perlustrare la stanza.
Una ciocca di capelli le era sfuggita dall’acconciatura a forma di
cuore. Si guardò intorno come se vedesse la camera per la prima
volta, e non si tra asse affa o del luogo dove in innumerevoli
occasioni aveva dormito al fianco della regina.
«Mia signora.» Ead fece la riverenza. «Ti senti bene?»
«Sì.» Roslain emise un lungo sospiro. «Sua Maestà chiede di te,
Ead.»
Non se l’aspe ava. «Ma solo le Ancelle del Baldacchino possono
svestirla…»
«Come ho de o,» la interruppe Roslain «la regina chiede di te. E
mi sembra che qui tu abbia finito.» Ge ò un’ultima occhiata alla
stanza poi uscì in corridoio, seguita da Ead. «Come sai, alle
domestiche non è consentito toccare Sua Maestà, ma per stasera,
giacché è necessario, farò un’eccezione.»
«Ma certo.»
Il Vestibolo, dove Sabran veniva quotidianamente lavata e vestita,
era una stanza quadrata con il soffi o dipinto, la più piccola di tu i
gli appartamenti reali. Le tende erano tirate.
Sabran stava in piedi accanto al fuoco, scalza, e sfilandosi gli
orecchini osservava incantata le fiamme. L’abito doveva essere già
stato riposto nel Guardaroba Privato, perché la regina indossava una
semplice so oveste. Katryen le stava slacciando la cintura imbo ita
dai fianchi.
Ead si avvicinò alla regina e le spostò i capelli dalla nuca per
sganciarle il monile.
«Ead» la salutò Sabran. «Ti è piaciuta la cerimonia?»
«Sì, Maestà. Eravate magnifica.»
«Ora non più?»
Lo chiese per scherzo, ma Ead percepì l’incrinatura del dubbio
nella sua voce. «Voi siete sempre splendida, mia signora.» Ead tolse
il gance o e fece scivolare via il gioiello. «Ma a parer mio… mai
come in questo momento.»
Sabran la fissò.
«Credi che il principe Aubrecht sarà d’accordo?»
«Sì, a meno che Sua Altezza Reale non sia uno sciocco.»
I loro sguardi si separarono all’ingresso di Roslain, che si avvicinò
a Sabran per slacciarle il corse o.
«Ead,» ordinò «la camicia da no e.»
«Subito, mia signora.»
Mentre prendeva un braciere per scaldare la biancheria, Sabran
sollevò le braccia per consentire a Roslain di sfilarle la so oveste.
Quindi le Ancelle del Baldacchino la accompagnarono alla vasca da
bagno, dove la regina venne lavata con estrema cura. Ead lisciò le
pieghe della camicia da no e, approfi andone per dare una
sbirciata.
Priva dei suoi abiti regali, Sabran Berethnet non assomigliava
affa o alla rampolla di un santo, vero o falso che fosse. Era una
comune mortale. Imponente, certo, e aggraziata, ma in un certo
senso più debole.
Le sue forme ricordavano quelle di una clessidra. Fianchi rotondi,
vita stre a, seno pieno, con i capezzoli turgidi. Gambe lunghe, i
p p g g
muscoli definiti dalle numerose cavalcate. Alla vista del crepuscolo
che le separava, Ead sentì un brivido lungo la schiena.
Tornò a concentrarsi su ciò che stava facendo. Gli Inysh erano
susce ibili in materia di nudità: da anni non vedeva un corpo
svestito che non fosse il suo.
«Ros,» disse Sabran «sarà doloroso?»
Roslain le tamponò la pelle con un asciugamano pulito.
«All’inizio potrebbe, un pochino,» ammise «ma durerà poco. E non
se Sua Altezza sarà… premuroso.»
Sabran teneva lo sguardo fisso davanti a sé, ma non pareva vedere
nulla, si tormentava l’anello col nodo d’amore.
«E se non riuscissi a rimanere incinta?»
Il silenzio che seguì fu così intenso che si sarebbe sentito il fiato di
un topo.
«Sabran,» sussurrò poi Katryen prendendole la mano «non avrete
alcun problema.»
Ead preferì stare zi a: le sembrava una conversazione intima, e
d’altra parte nessuno le aveva ordinato di andarsene.
«Mia nonna non è riuscita a concepire per anni» mormorò Sabran.
«I Grandi dell’Ovest stanno scendendo in campo. Yscalin ci ha
traditi. Se Fýredel e Sigoso dovessero invadere Inys e io non avrò
ancora un’erede…»
«Ma voi l’avrete, un’erede. La regina Jillian diede alla luce una
splendida bambina, la vostra cara mamma. Ben presto sarete madre
anche voi.» Roslain appoggiò il mento sulla spalla della regina.
«Dopo, rimanete per un po’ a pancia in su e dormite sdraiata sulla
schiena.»
Sabran le si strinse addosso.
«Come vorrei che Loth fosse qui» disse. «Doveva condurmi lui
all’altare. Gliel’avevo promesso.» Ora che il trucco era scomparso, i
cerchi lividi so o i suoi occhi erano più evidenti che mai. «Adesso
è… perso, chissà dove a Cárscaro. E io non so come rintracciarlo.»
«Loth se la caverà. Sono certa che tornerà a casa tra poco.» Roslain
la abbracciò forte. «E allora avremo notizie di vostro padre.»
«Un’altra assenza dolorosa. Loth, papà… e Bella. La fedele Bella,
devota a tre regine.» Sabran chiuse gli occhi. «È un ca ivo presagio
g g p g
che sia morta poco prima del matrimonio. E per giunta nel le o
dove…»
«Sabran,» la interruppe Roslain «vi a ende la prima no e di
nozze. Non date spazio a questi foschi pensieri, o corromperanno il
seme.»
Ead svuotò il braciere nel camine o. Si chiese di sfuggita se gli
Inysh avessero effe ivamente qualche nozione corre a sul
concepimento dei bambini o i loro medici si barcamenassero tra pure
e semplici conge ure.
Con l’avvicinarsi del momento, la regina si fece silenziosa. Roslain
le sussurrava consigli all’orecchio, mentre Katryen le sfilava i petali
dai capelli, uno per uno.
Le misero la camicia da no e e una vestaglia con l’orlo di
pelliccia. Katryen le sollevò i capelli dal colle o.
«Ead,» la chiamò Sabran, quasi sulla porta, «anche nell’Ersyr si fa
così?»
Una ruga le solcava la fronte. La stessa di quando le aveva
descri o gli incubi. Ead provò il desiderio irrefrenabile di
distenderla con le dita.
«Qualcosa di simile, mia signora» rispose.
Fuori, da qualche parte, un fuoco d’artificio fischiò in cielo. La
ci à si preparava a festeggiare.
Scortarono la regina fuori dal Vestibolo. Tremava, ma teneva il
mento sollevato. Una sovrana non doveva mai mostrare paura.
Quando furono in vista della Stanza del Baldacchino, Roslain e
Katryen le si strinsero ai fianchi. Sir Tharian Lintley e due Cavalieri
Prote ori, di guardia davanti alle porte, si inginocchiarono al suo
cospe o.
«Maestà,» disse Lintley «il decoro mi impone di non vegliare sulla
vostra stanza la prima no e di nozze. Vi lascerò alla protezione di
vostro marito e delle Ancelle del Baldacchino.»
Sabran gli appoggiò una mano sul capo. «Buon Sir Tharian,» disse
«il Cavaliere di Cortesia vi sorride.»
Il soldato si alzò mentre i cavalieri della scorta si inchinavano per
congedarsi. Katryen prese la chiave da Roslain e aprì le porte.
L’Arci Sanctarian stava in piedi vicino al le o, mormorando a
mezza voce con un libro di preghiere tra le mani. Aubrecht Lievelyn
a endeva con i Valle i dell’Alcova. La camicia da no e, orlata di
ricami neri, gli si apriva sul pe o lasciando esposte le clavicole.
«Maestà» disse. Alla luce del focolare, i suoi occhi erano neri come
calamai.
Sabran si limitò al più lieve cenno del capo. «Vostra Altezza.»
L’Arci Sanctarian si fece il segno della spada.
«Il Santo benedica questo talamo. Possa generare il fru o della
sua vite infinita.» Chiuse il libro. «Per i vecchi sodali è giunto il
momento di congedarsi, e per i nuovi di imparare a conoscersi. Il
Santo ci dia una buona no e, poiché nel buio egli ci osserva.»
«Poiché nel buio egli ci osserva» ripeterono in coro. Tu i tranne
Ead.
Ancelle e valle i si inchinarono. Mentre Roslain raddrizzava la
schiena, Sabran la chiamò so ovoce: «Ros».
La damigella la fissò negli occhi. Senza farsi accorgere dagli
uomini, strinse la mano della regina così forte che le nocche di
entrambe sbiancarono.
Quindi Katryen la guidò fuori. Ead le seguì, ma prima di uscire si
voltò indietro, incrociando lo sguardo della sovrana.
Per la prima volta da quando la conosceva, vide Sabran Berethnet
per come appariva so o la maschera: una giovane donna fragile, con
il peso di un’eredità millenaria sulle spalle. Una regina i cui poteri
dipendevano solo ed esclusivamente dalla sua capacità di me ere al
mondo una figlia. La parte più folle di Ead desiderava prenderla per
mano e trascinarla fuori dalla stanza, ma quella parte era troppo
codarda per passare all’azione. Proprio come tu i gli altri, lasciò
Sabran da sola.
Fuori, ad a enderla, trovò Margret e Linora. Le cinque ancelle si
riunirono nel buio.
«Sembrava tranquilla?» bisbigliò Margret.
Roslain si lisciava inquieta le pieghe della veste. «Non saprei.»
Fece su e giù per la stanza. «Per la prima volta in vita mia, non saprei
proprio.»
«È normale essere nervose» replicò Katryen in un sussurro. «Con
Cal com’è stato?»
«Ma era diverso. Cal e io eravamo promessi fin da bambini. Non
era un estraneo» rispose Roslain. «Senza contare che il futuro della
nazione non dipendeva dal fru o del nostro le o.»
Rimasero a vegliare fuori dalla soglia, le orecchie tese a ogni
minimo movimento proveniente dalla Stanza del Baldacchino.
Trascorso il primo quarto d’ora, Katryen appoggiò l’orecchio sulla
porta.
«Lui le parla di Brygstad.»
«È giusto che parlino» commentò Ead a bassa voce. «A malapena
si conoscono.»
«Ma se il matrimonio non venisse consumato?»
«Sabran farà ciò che deve.» Roslain teneva lo sguardo fisso nel
vuoto. «Conosce i propri doveri.»
L’a esa si protrasse per qualche tempo. Linora, che si era seduta
per terra, si appisolò con la testa contro il muro. D’un tra o Roslain
si riscosse dalla sua totale immobilità e riprese a misurare il
corridoio ad ampie falcate.
«E se…» Si tormentava le mani. «E se fosse un bruto?»
Katryen le andò incontro. «Ros…»
«Sapete, mia madre una volta mi ha de o che Sabran O ava
veniva maltra ata dal marito. Lui beveva, andava a pu ane, la
insultava, e lei non lo diceva a nessuno. Nemmeno alle dame di
corte. Ma poi, una no e…» si preme e il palmo della mano sul
corse o «quell’uomo spregevole la picchiò. Le spaccò uno zigomo e
le ruppe il polso…»
«E venne giustiziato per questo» tagliò corto Katryen. «Ascoltami
bene: non succederà mai nulla di simile a Sabran. Ho visto come
Lievelyn tra a le sorelle, ha il cuore di un agnellino.»
«Potrebbe anche averne l’aspe o,» intervenne Ead «ma spesso i
mostri si nascondono dietro apparenze docili. Sono maestri della
dissimulazione.» Guardò le altre dri o in faccia. «La terremo
d’occhio. Ascolteremo ciò che dice. Non dimentichiamoci il motivo
per cui portiamo armi, oltre che gioielli.»
Roslain le restituì lo sguardo e, lentamente, annuì. Un a imo
dopo, Katryen fece lo stesso. In quell’istante Ead realizzò che
avrebbero fa o qualunque cosa per la regina, compreso uccidere o
dare la propria vita. Qualunque cosa.
Quando fu trascorsa un’ora, si avvertì un cambiamento dentro la
Stanza del Baldacchino. Linora si ridestò e si coprì la bocca con la
mano.
Ead si avvicinò alla porta. Per quanto i rumori giungessero
soffocati, udì abbastanza da intuire cosa accadeva al di là del legno.
Quando fu tu o finito, si voltò verso le altre.
La regina aveva compiuto il suo dovere.

Il ma ino seguente Lievelyn lasciò la Stanza del Baldacchino poco


dopo le nove. Solo quando la Porta Secondaria gli si fu richiusa alle
spalle, le dame d’onore poterono raggiungere la regina.
Sabran era ancora a le o, le lenzuola avvolte intorno al seno. Lei o
Lievelyn avevano aperto le tende, ma il cielo era coperto e la luce
esigua.
Sentendole entrare, si voltò. Roslain corse al suo fianco.
«State bene, Maestà?»
«Sì.» Aveva la voce stanca. «Credo di sì, Ros.»
Roslain le baciò la mano.
Non appena la regina diede segno di volersi alzare, Katryen le
portò un mantello. Mentre Ead si avvicinava al le o seguita da
Margret e Linora, le due Ancelle del Baldacchino guidarono Sabran
sulla poltrona davanti al focolare.
«Oggi rimarrò nelle mie stanze» annunciò sistemandosi dietro
l’orecchio una ciocca di capelli. «Ho molta voglia di fru a.»
«Lady Linora,» ordinò Katryen «porta a Sua Maestà pere e
mirtilli. E una tazza di grog, per favore.»
Linora, seccata di doversene andare proprio in quel momento,
uscì. Non appena la porta si richiuse, Roslain si inginocchiò ai piedi
della regina, gonfiando d’aria le gonne.
«Oh, Sab, ero così…» Scosse il capo. «È andato tu o bene con Sua
Altezza?»
«Alla perfezione» rispose Sabran.
«Davvero?»
«Davvero. È stato strano, ma Sua Altezza era… premuroso.» Si
accarezzò la pancia. «Potrei già essere incinta?»
Un’unica no e di rado era sufficiente, ma gli Inysh sapevano assai
poco dei meccanismi del corpo. «Dovrete a endere fino al prossimo
ciclo per saperlo» rispose con pazienza Roslain alzandosi. «Se il
sangue non viene, allora siete incinta.»
«Non è de o» si intromise Ead. Sentendosi addosso gli sguardi di
Sabran e di entrambe le Ancelle del Baldacchino, accennò una
riverenza. «A volte il corpo umano trae in inganno, Maestà. Si
chiama falsa gravidanza.» Margret annuì. «Finché il bambino non dà
i primi segnali, non c’è nulla di certo.»
«Ma naturalmente» si affre ò ad aggiungere Katryen «siamo tu e
più che sicure che rimarrete incinta prestissimo.»
Sabran si aggrappò ai braccioli della poltrona.
«Dunque dovrò giacere ancora con Aubrecht» disse. «Per essere
sicura.»
«I bambini verranno a tempo debito.» Roslain le baciò la fronte.
«Per ora pensate solo a rendere lieto il vostro matrimonio. Forse voi
e il principe Aubrecht potreste partire per un mese o. Il Castello di
Glowan è incantevole in questa stagione.»
«Non posso lasciare la capitale» rispose Sabran. «Non con un
Grande dell’Ovest in circolazione.»
«Non parliamo dei Grandi dell’Ovest.» Roslain le accarezzò i
capelli. «Non ora.»
Margret colse l’occasione al volo. «Giacché cerchiamo un nuovo
argomento,» esordì «perché non ci racconti della tua prima no e di
nozze, Ros?»
Katryen eruppe in una risatina, e Roslain rispose con un sorriso
allo sguardo d’intesa di Sabran.
Mentre Roslain raccontava del primo incontro amoroso con Lord
Calidor Acquaferma, Linora tornò con la fru a. Poco dopo il le o fu
rifa o, e si spostarono tu e nel Vestibolo, dove Sabran si sede e
p
accanto alla vasca. Rimase in silenzio mentre Katryen le spalmava
balsamo di silene sui capelli e le dava acqua di rose per rinfrescarsi
la bocca. A un suo ordine, Margret si mise a suonare il virginale.
«Madonna Duryan,» disse Katryen «continua tu con i capelli di
Sua Maestà. Io devo andare dal Lord Ciambellano.»
«Ma certo.»
Katryen prese il cesto di vimini e se ne andò, mentre Ead
raggiungeva Roslain vicino alla vasca.
Versò una brocca d’acqua sulla chioma della regina, lavando via la
schiuma profumata. Stava per prendere l’asciugamano quando
Sabran le strinse il polso.
Ead si immobilizzò. Alle Domestiche Ordinarie non era concesso
toccare la regina, e stavolta Roslain non aveva fa o cenno a permessi
speciali.
«La rosa profumava divinamente, madonna Duryan.»
Sabran lasciò scivolare le dita tra le sue. Immaginando che volesse
aggiungere qualcosa, Ead le porse l’orecchio… e invece Sabran
Berethnet le diede un bacio sulla guancia.
Aveva labbra soffici come piume di cigno. Ead sentì la pelle d’oca
in tu o il corpo e dove e fare uno sforzo immenso per continuare a
respirare normalmente.
«Grazie» disse ancora la regina. «Un gesto molto generoso.»
Ead lanciò un’occhiata a Roslain, che sembrava colpita quanto lei.
«È stato un piacere, mia signora» disse.
Fuori, i cortili erano immersi nella nebbia e le prime gocce di
pioggia striavano le finestre appannate del Vestibolo. La regina si
rilassò sulla sedia come se fosse sul trono.
«Ros,» disse «appena torna Kate, dille di tornare dal Lord
Ciambellano. Deve informarlo che madonna Ead Duryan è stata
appena promossa al rango di Ancella del Baldacchino.»
II
DICHIARARMI NON OSO

Valuta il viaggio che ha dovuto affrontare


Considera la voragine da superare
La rete che di sua mano ella prepara
Sia che lo sappia o ne sia ignara.
MARION ANGUS
23
Meridione

Il rampone si piantò nel ghiaccio e Lord Arteloth Beck avanzò a capo


chino nel vento che ululava tra i Fusi. So o i guanti le sue dita erano
rosse come se le avesse appena intinte nell’estra o di robbia e
trasportava, bu ata sulle spalle, la carcassa di un montone.
Per giorni le lacrime gli si erano ghiacciate sulle guance, ma ora
pareva che il freddo gli fosse penetrato anche dentro: l’agonia del
cammino rendeva quasi impossibile pensare a Kit. So o
quell’aspe o, il Santo era clemente.
Calava la no e. Loth aveva la barba inamidata dalla neve.
A raversò un rigagnolo di lava che fuoriusciva da una fenditura
nella roccia e strisciò dentro una caverna, dove piombò in un sonno
disturbato. Recuperata un po’ di energia, si impose di accendere il
fuoco con quel poco di legna che era riuscito a raccogliere. Sfregò le
pietre focaie e soffiò per incoraggiare la fiamma. Poi, facendosi forza,
si accinse a scuoiare il montone. Quando, la terza sera di viaggio, era
stato costre o a spellare un animale per la prima volta in vita sua,
innanzitu o aveva vomitato e poi pianto amaramente. Ormai però le
sue mani erano avvezze ai gesti della sopravvivenza.
Una volta finito il lavoro, si fabbricò uno spiedo. All’inizio aveva
temuto che i wyrm, vedendo il fuoco, gli si ge assero addosso come
falene su una candela, ma fino a quel momento non era mai
successo.
Si pulì le mani sulla neve appena fuori dalla caverna, quindi ne
usò dell’altra per coprire il sangue e smorzare l’odore. Dentro il
rifugio squartò l’animale, augurandosi che i nobili occhi del
Cavaliere di Cortesia guardassero altrove. Quando ebbe mangiato
ciò che poteva e messo da parte il resto, Loth bruciò la carcassa e
rituffò le mani nei guanti. La vista dei propri polpastrelli rossi gli
dava il voltastomaco.
Lo sfogo cutaneo occupava già tu a la schiena, o almeno
l’impressione era quella: non aveva modo di sapere se il prurito
fosse reale o soltanto fru o della suggestione. La Donmata Marosa
era stata vaga sul tempo che restava da vivere una volta contra o il
morbo, probabilmente perché voleva evitargli la triste conta dei
giorni.
Sentendosi gelare, si sdraiò davanti al fuoco e usò la sacca come
cuscino. Avrebbe dormito un paio d’ore prima di rime ersi in
viaggio.
Raggomitolato so o il mantello, consultò la bussola che teneva
legata a orno al collo. La Donmata gli aveva de o di dirigersi a
sudest fino ad arrivare al deserto. Sarebbe passato per la capitale
dell’Ersyr, Rauca, e qui si sarebbe unito a una carovana dire a a
Rumelabar, dove si trovava la vasta tenuta di Chassar uq-Ispad. Là,
so o la tutela dell’ambasciatore, era cresciuta Ead.
Già era un viaggio difficile, se in più voleva evitare il lazzare o
doveva muoversi in fre a. Non disponeva di una mappa, ma dentro
la sacca aveva trovato un borsello pieno di soli d’oro e d’argento. Su
entrambi i lati delle monete figurava l’effigie di Jantar lo Splendido,
re dell’Ersyr.
Loth si rimise la bussola so o la camicia. La febbre gli infiammava
le meningi. Da quando le dita gli si erano arrossate, si svegliava
sempre coperto di sudore. Sognava Kit, sepolto so o un cumulo di
detriti sanguinanti, imprigionato per sempre tra questo mondo e
quell’altro. Sognava che Sabran moriva di parto e lui non poteva fare
nulla per impedirlo. E sognava, chissà per quale motivo, la Donmata
Marosa che ballava nel Palazzo di Ascalon prima di essere rinchiusa
nella torre da quel re fantoccio che suo padre era diventato.
Si svegliò sentendo un fruscio all’ingresso della caverna. Rimase
immobile in a esa, con le orecchie dri e.
Rumore di artigli contro la roccia. Il fuoco si era rido o a un
cumulo di brace, ma la luce era abbastanza per indovinare la
mostruosità.
Piumaggio bianco osso, zampe ricoperte di squame rosa e
culminanti in tre artigli. Una cresta carnosa sopra il becco. Loth non
aveva mai posato gli occhi su una creatura tanto orrenda, tanto
sbagliata. Invocò il Cavaliere di Coraggio, ma si sentì sprofondare in
un baratro di terrore.
Una coccatrice.
La bestia emise un verso gu urale che le fece vibrare i bargigli. I
suoi occhi erano bolle di sangue incastonate nel cranio. Immobile
nell’oscurità, Loth osservò le ali lacere e insanguinate, le piume
incrostate di sporcizia della creatura intenta a leccarsi le ferite con la
lingua viscida.
Loth, i gesti rallentati dalla paura, si sistemò lo spallaccio della
sacca sul pe o e impugnò il rampone. Mentre la bestia era ancora
impegnata a pulirsi le piaghe, sfoderò la spada e avanzò strisciando
contro le pareti verso l’ingresso della caverna.
La coccatrice sollevò il muso di sca o, quindi, con uno strepito
assordante, si drizzò sulle zampe. Ma Loth non si fermò: balzò oltre
la coda del mostro e corse come mai in vita sua fuori dalla caverna e
giù per il versante della montagna, con le suole che scivolavano sul
ghiaccio. Nella foga perse l’equilibrio e cadde, ma fece a enzione a
non farsi sfuggire la sacca, nemmeno fosse stata la mano tesa del
Santo.
Un paio di artigli gli si piantarono nelle spalle. Gridò come un
disperato sentendo il terreno mancargli da so o i piedi. La spada gli
sfuggì di mano, ma riuscì a salvare il rampone.
La coccatrice si alzò in volo sopra il dirupo, col corpo che pendeva
per via dell’ala ro a. Loth si dimenò e scalciò fino a capire, nella
nebbia del panico, che la creatura era l’unica cosa tra lui e un
precipizio fatale. A quel punto si lasciò trascinare a peso morto,
regalando alla bestia un grido di trionfo.
Planarono sbandando verso terra. Nell’istante in cui la bestia
allentò la presa intorno alle sue spalle, Loth si liberò e cadde giù.
L’impa o risuonò in ogni osso del suo corpo.
La coccatrice l’aveva portato sulla cima di una bassa montagna.
Loth, che ormai respirava a fatica, avanzò carponi con l’aiuto del
rampone da ghiaccio. Più di una volta aveva accompagnato Sabran
p g p g
nelle sue ba ute di caccia a cavallo, ma non gli era mai capitato di
essere la preda.
Una squamosa coda bianca lo colpì in pieno pe o, mandandolo a
sba ere la testa contro uno spunzone di roccia; gli addominali gli si
contrassero per il dolore, ma riuscì a mantenere la presa sull’arma.
Sarebbe morto su quella montagna, se così voleva il destino; ma
avrebbe trascinato anche il mostro nell’oltretomba.
Sollevò il rampone, ancora intontito dal colpo. La coccatrice raspò
per terra e arruffò le piume del collo prima di ge arglisi addosso.
Loth scagliò il rampone come una lancia, ma la bestia riuscì a
schivare il colpo. La sua unica arma si perse nel baratro.
Una seconda sferzata scaraventò Loth pericolosamente vicino al
precipizio. La coccatrice si ge ò su di lui con una raffica di strepiti
gorgoglianti e stridii di artigli. Loth si raggomitolò su se stesso
stringendo i denti al punto da farsi male, mentre un liquido caldo gli
inzuppava i pantaloni.
La coccatrice gli si abba é sulla schiena, colpendo il mantello con
il becco fino a ridurlo a brandelli. Sentendosi vincere dalla
disperazione, Loth scandagliò la memoria in cerca di un barlume di
gioia cui aggrapparsi. Il primo bel ricordo risaliva al giorno della
nascita di Margret, una bimbe a adorabile, con gli occhi enormi e le
mani minuscole. Poi gli tornarono alla mente tu i i balli con Ead alle
Feste del Sodalizio; le ba ute di caccia con Sabran, dall’alba al
tramonto; i pomeriggi in biblioteca con Kit che gli recitava le sue
poesie ad alta voce.
Un grido diverso squarciò l’aria, e Loth si sentì finalmente libero
dalla presa degli artigli. Spalancò gli occhi per vedere la coccatrice
che barcollava come un gigante ubriaco: stava comba endo contro
un altro essere, ricoperto di pelo a differenza di lei che era tu a
piume e scaglie. La bestia draconica guaì, strillò, mulinò la coda ma i
suoi sforzi furono vani: il nuovo arrivato le squarciò la gola.
La coccatrice si accasciò a terra, rido a a una carcassa sanguinante
che il vincitore scagliò giù dal precipizio con un latrato.
Quando finalmente si fermò, Loth riuscì a vedere meglio il suo
salvatore. Aveva le fa ezze della mangusta, la coda lunga e pia a, il
manto color ontano che si schiariva fino a diventare bianco vicino
alle zampe e al muso… ma era immenso, grande quanto un orso del
Nord. Il sangue rappreso gli insozzava le guance.
Un icneumone, il mortale nemico dei wyrm. Di loro si narrava in
numerosissime leggende inysh, ma Loth non si sarebbe mai
immaginato che esistessero ancora.
Il Santo ne aveva incontrato uno sul tragi o da Inys verso Lasia e
la creatura aveva portato la Donzella in groppa quando era troppo
stanca per proseguire.
L’icneumone si ripulì le zanne dal sangue. Appena vide l’uomo, le
scoprì.
Aveva gli occhi tondi, color ambra, simili a quelli di un lupo ma
circondati da cerchi di pelle scura. La punta della coda striata di
bianco. Al momento, il muso era coperto qua e là di brandelli
sanguinolenti di piume. Si avvicinò a Loth con movimenti
incredibilmente agili considerata la mole e si mise ad annusargli il
mantello.
Loth sollevò incerto una mano. Appoggiando il naso sul guanto,
l’icneumone ringhiò. Doveva sentire la puzza del morbo, identica a
quella del suo millenario nemico. Loth rimase immobile, col fiato
caldo dell’animale sulla guancia. Dopo qualche secondo, l’animale si
accucciò sulle zampe anteriori ed emise un verso.
«Che succede, amico?» chiese Loth. «Cosa vuoi che faccia?»
L’icneumone, ci avrebbe giurato, sospirò. Quindi gli spinse il
muso so o il braccio.
«No. Sono malato.» La stanchezza gli impastava la voce. «Stammi
lontano.»
In quel momento gli venne in mente che non aveva mai sentito di
un animale contagiato dalla peste draconica. La pelliccia
dell’icneumone emanava calore, ma un calore sano, animale, nulla a
che vedere col fuoco cocente dei wyrm.
Sentendosi rinascere, Loth si caricò in spalla la sacca. Strinse le
dita sulla folta pelliccia dell’icneumone e gli saltò in groppa.
«Dovrei raggiungere Rauca» disse. «Se tu volessi mostrarmi la
via…»
L’animale latrò prima di lanciarsi di corsa giù per la montagna, le
zampe rapide e leggere come il vento. Loth sussurrò una preghiera
p p gg p g
di gratitudine alla Donzella e al Santo; ormai era certo che fossero
stati loro a porre l’animale sul suo cammino, un cammino che aveva
tu a l’intenzione di seguire fino alla fine.
All’alba, l’icneumone si arrestò in cima a uno sperone di roccia.
Loth fu colto dal profumo di fiori e terra scaldata dal sole. Davanti a
lui si estendevano le polverose colline pedemontane dei Fusi, e al di
là di quelle, a perdita d’occhio, un deserto di sabbia dorata. Poteva
sembrare un miraggio, ma Loth sapeva che era reale.
Contro ogni previsione, stava finalmente osservando il Deserto
dei Sogni Irrequieti.
24
Occidente

I primi giorni d’autunno furono agrodolci. Ead aspe ava una


risposta da Chassar: era ansiosa di sapere se la Priora le avrebbe
accordato il permesso di fermarsi a Inys un po’ più a lungo, ma il
messaggio tardava ad arrivare.
Man mano che i venti si facevano più freddi e gli abiti estivi
lasciavano il posto a vesti rosse e marroni ornate di pelliccia, la corte
si lasciava conquistare dal fascino del principe consorte. Con grande
sorpresa di tu i, lui e Sabran presero l’abitudine di assistere insieme
a balli in maschera e rappresentazioni nella Sala delle Udienze. Gli
spe acoli di per sé non erano una novità, ma erano anni che la
regina, a eccezione delle feste matrimoniali, li evitava. Ora invece
convocava i giullari e rideva delle loro buffonate. Chiedeva alle
damigelle d’onore di danzare per lei. A volte prendeva lo sposo per
mano e i due se ne stavano lì a guardarsi negli occhi come se al
mondo non esistesse nessun altro.
Ead la osservò da vicino per tu o il tempo. Ormai capitava di
rado che si allontanasse dalla sovrana.
Una ma ina, non molto tempo dopo il matrimonio, Sabran trovò
del sangue tra le lenzuola. L’ira che ne seguì fu immensa, lasciò
Roslain a torcersi nervosamente le mani mentre tu e le altre ancelle
scomparivano dalla stanza. Persino il principe Aubrecht quel giorno
optò per una lunga ba uta di caccia nella Foresta di Chesten.
C’era da aspe arselo, pensò Ead: Sabran era una regina, convinta
fin dalla nascita che il mondo dovesse darle tu o ciò che voleva,
quando lo voleva… ma nemmeno lei poteva ordinare al proprio
ventre di dare fru i.
«Stamane mi sono svegliata con una gran voglia di ciliegie» le
disse una ma ina. «Cosa pensi che significhi?»
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«Le ciliegie non sono più di stagione, mia signora» replicò Ead.
«Forse avete nostalgia dei doni dell’estate.»
La risposta l’aveva delusa, ma la regina non riba é, e Ead
continuò a spazzolarle il mantello.
Non aveva alcuna intenzione di assecondarla sull’argomento.
Katryen e Roslain le dicevano quello che voleva sentire, ma lei era
determinata a concentrarsi su ciò che era necessario farle sapere.
Sabran non era mai stata una donna paziente. Ben presto divenne
restia a dividere il le o con il marito, e prese l’abitudine di giocare a
carte con le ancelle fin quasi al ma ino. Di giorno poi la stanchezza
la rendeva susce ibile. Quando Katryen inveì con Roslain che un
simile umore avrebbe reso l’utero della regina meno ospitale, Ead
avvertì l’impulso di picchiarla sulla testa fino a farle cascare tu i i
denti.
Ma non era solo la mancata gravidanza a turbare la regina.
Difendere Mentendon dai wyrm annidati sui Fusi si dimostrò in
breve tempo un fardello economico ben peggiore del previsto.
Lievelyn aveva portato una controdote, che presto però si sarebbe
esaurita.
Finalmente Ead aveva accesso a quel genere di informazioni.
Informazioni intime, segrete. Scoprì per esempio che certe volte
Sabran se ne restava a le o per ore, divorata da una disperazione che
correva nel sangue di tu a la sua famiglia. Scoprì che aveva una
cicatrice sulla coscia sinistra, ricordo di una bru a caduta da un
ramo quando aveva dodici anni. E scoprì che rimanere incinta era la
cosa che la regina più desiderava e allo stesso tempo più temeva al
mondo.
Sabran diceva sempre che Casa del Rovo era il suo nido, ma ora
come ora assomigliava piu osto a una gabbia. Mormorii si
insinuavano lungo i corridoi e so o le arcate dei chiostri. I muri
stessi parevano tra enere il respiro.
Nemmeno Ead era immune ai pe egolezzi: a corte si
domandavano tu i come avesse fa o una convertita di umili origini
a diventare Ancella del Baldacchino. Persino lei, d’altronde, non
aveva idea di cosa avesse spinto Sabran a preferirla alle molte nobili
dell’Alta Servitù. Linora le scoccava spesso sguardi carichi d’odio,
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ma Ead non ci faceva caso: sopportava quei cortigiani dal cervello di
gallina da o o anni ormai.
Un ma ino, prima che Sabran si svegliasse, indossò la veste
autunnale e uscì a fare una passeggiata. Ultimamente l’unico modo
che aveva per ritagliarsi un po’ di tempo per sé era alzarsi all’alba; il
resto del giorno lo trascorreva con la regina, con cui ormai era
abbastanza intima.
La brezza ma utina era fresca e frizzante, il chiostro
misericordiosamente immerso in un silenzio turbato soltanto dal
tubare di un colombo. Ead affondò il viso nel collo di pelliccia
superando il monumento a Glorian Terza, la sovrana che aveva
governato Inys durante l’Era Dolente. La statua la mostrava incinta,
come se dovesse partorire da un momento all’altro, armata di tu o
punto, con la spada fieramente sguainata a mezz’aria.
Glorian era salita al potere il giorno in cui Fýredel aveva ucciso i
suoi genitori. Nessuno si sarebbe aspe ato quella guerra, ma la
regina Cuore Invi o non si era tirata indietro. Aveva sposato
l’anziano duca di Córvugar e promesso in sposa a Haynrick Va en
di Mentendon la figlia che portava in grembo, il tu o capitanando la
difesa di Inys. Il giorno in cui aveva dato alla luce la piccola, l’aveva
portata sul campo di ba aglia e mostrata alle truppe in segno di
speranza. Ead non riusciva a decidere se si tra asse di puro coraggio
o pura follia.
Circolava un gran numero di storie simili a quella, altre grandi
regine che avevano compiuto immensi sacrifici per Inys. Era l’eredità
di quelle donne che Sabran Berethnet portava sulle spalle.
Ead imboccò una scorciatoia sulla destra che la condusse a un
sentiero di ghiaia ombreggiato da ippocastani. In fondo, oltre le
mura del palazzo, si stendeva la Foresta di Chesten, antica quanto la
stessa Inys.
Nel cortile c’era una serra di vetro e ferro ba uto. Mentre Ead si
immergeva in quella tiepida umidità, un pe irosso si librò in volo.
Sulla superficie di un laghe o flu uavano le ninfee. Quando lo
individuò, Ead si accucciò davanti al croco d’autunno e si sganciò un
paio di forbici dalla cintura. Al Priorato, le donne si nutrivano di
zafferano per giorni prima di tentare di rimanere incinte.
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«Madonna Duryan.»
Ead raddrizzò la schiena, stupita. Aubrecht Lievelyn, avvolto in
un mantello color ruggine, le si stava avvicinando.
«Altezza Reale.» Si alzò in piedi e fece la riverenza,
nascondendosi i bulbi nel mantello. «Perdonatemi, non vi avevo
visto.»
«Al contrario, sono io che vi chiedo scusa per il disturbo. Credevo
di essere il solo a svegliarmi così presto.»
«Non sempre, ma a volte mi piace la luce prima dell’alba.»
«Io adoro il silenzio. La corte è così rumorosa.»
«La vita a palazzo è molto diversa a Brygstad?»
«Non molto. Ci sono occhi e orecchie in tu e le corti, eppure qui
le voci… ma no, non devo lamentarmi.» Le rivolse un sorriso gentile.
«Posso chiedervi cosa state facendo?»
Anche se l’istinto le suggeriva cautela, Lievelyn non le era mai
parso un tipo infido. «Immagino siate a conoscenza dei terrori
no urni di cui soffre Sua Maestà» disse. «Cercavo della lavanda da
tritare e me erle so o il cuscino.»
«Lavanda?»
«Favorisce sonni tranquilli.»
Il principe annuì. «Forse dovreste guardare nell’Orto Botanico»
suggerì. «Posso unirmi a voi?»
L’offerta la colse di sorpresa, ma rifiutare era fuori discussione.
«Naturalmente, Altezza.»
Uscirono dalla serra nel momento in cui i primi raggi del sole si
affacciavano all’orizzonte. Ead si chiese se non dovesse tentare di
fare conversazione, ma Lievelyn sembrava più che altro godersi la
bellezza dei giardini avvolti nella galaverna mentre passeggiavano
fianco a fianco seguiti a distanza dalla Guardia Regia.
«Sua Maestà non dorme bene, è vero» disse dopo un po’. «Il
fardello delle responsabilità.»
«Anche voi lo avvertirete, immagino.»
«Oh, ma il mio è più leggero. Sarà Sabran a portare in grembo
nostra figlia. Sarà lei a me erla al mondo.» Sfoderando un altro bel
sorriso, si diresse verso la Foresta di Chesten. «Ditemi, madonna
Duryan, non era tra questi alberi che vagava la Dama dei Boschi?»
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Ead venne scossa da un brivido. «È una leggenda molto antica,
Altezza. Mi sorprende che ne abbiate sentito parlare, devo
confessarlo.»
«Me l’ha raccontata uno dei miei nuovi valle i inysh quando gli
ho chiesto di aiutarmi a comprendere gli usi e i costumi della
regione. Anche a Mentendon abbiamo folle i, lupi vermigli e altre
amenità del genere, ma… una strega che ammazza i bambini suona
piu osto violenta come favola.»
«Inys era una terra piu osto violenta un tempo.»
«Vero. Grazie al Santo non è più così.»
Ead scrutò in direzione della foresta. «Che io sappia nessuno ha
mai de o che la Dama dei Boschi stesse qui» disse. «Il Gualdo si
trova più a nord, vicino a Betulladorata, dove è nato il Santo. Gli
unici che osano accedervi sono i pellegrini, e solo in primavera.»
«Ah.» Il principe ridacchiò. «Che sollievo. Avevo il timore di
svegliarmi una ma ina e trovarmela fuori dalla finestra.»
«Non c’è nulla di cui aver paura, Altezza.»
Giunsero ben presto all’Orto Botanico, nel cortile sul retro della
Cucina Grande, dove proprio in quel momento si stavano
accendendo i forni.
«Posso avere l’onore?» chiese Lievelyn.
Ead gli passò le forbici. «Ma certo.»
«Grazie.»
Si inginocchiarono accanto alla lavanda, dove l’uomo si sfilò i
guanti con un sorriso da ragazzino. Forse rimpiangeva l’ina ività
manuale forzata: i Valle i dell’Alcova si facevano carico di tu o, gli
servivano il pranzo, gli lavavano persino i capelli.
«Altezza,» disse Ead «perdonate la mia ignoranza, ma chi è
incaricato di governare Mentendon in vostra assenza?»
«La principessa Ermuna fa le mie veci mentre mi trovo a Inys.
Certo, mi auguro che prima o poi io e la regina troveremo un
accordo che mi consentirà di trascorrere più tempo a casa. A quel
punto, potrò essere entrambe le cose: un marito ma anche un re.»
Parlando, giocherellava con uno stelo d’erba. «Mia sorella è una
forza della natura, però sono preoccupato per lei. Mentendon è
fragile, e la nostra è una casata ancora giovane.»
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Ead studiò l’espressione del principe, che teneva lo sguardo fisso
sul nodo d’amore dell’anello.
«Anche Inys è fragile, Altezza» disse.
«Me ne sto accorgendo.»
Tagliò un mazze o di lavanda e lo porse a Ead, che si alzò in piedi
infilandoselo in tasca. Il principe però non pareva affa o ansioso di
andarsene.
«Siete originaria dell’Ersyr, ho capito bene?» chiese.
«È così, Altezza. Io e l’ambasciatore del re Jantar e della regina
Saiyma, Chassar uq-Ispad, siamo parenti alla lontana; mi ha allevata
lui.»
Erano o o anni che raccontava sempre la stessa bugia; ormai le
veniva naturale.
«Ah» rispose Lievelyn. «A Rumelabar, dunque.»
«Esa o.»
Lievelyn rimise i guanti, quindi sbirciò verso l’ingresso del
giardino, dove a endeva la Guardia Regia.
«Madonna Duryan,» disse a bassa voce «in effe i sono contento di
avervi incontrata stama ina. Se sarete tanto gentile da darmelo,
vorrei il vostro consiglio su una questione privata.»
«A quale titolo, Altezza?»
«Come Ancella del Baldacchino.» Si schiarì la gola. «Mi
piacerebbe portare la regina in ci à, dare insieme a lei la carità ai
mendicanti di Ascalon, nella prospe iva di un percorso più lungo in
estate. Mi pare di aver capito che non abbia mai omaggiato nessuna
provincia di una visita ufficiale. Prima di sollevare l’argomento con
lei, ecco… mi chiedevo se voi sapeste come mai.»
Un principe chiedeva il suo parere. I tempi erano cambiati
davvero.
«Sua Maestà ha interro o ogni conta o con i sudditi nell’a imo in
cui è stata incoronata» spiegò Ead. «A causa… della regina
Rosarian.»
La risposta parve confondere Lievelyn. «So che Rosarian fu
brutalmente uccisa,» replicò «ma è avvenuto tra le mura del suo
palazzo, non in mezzo alla strada.»
Per un a imo Ead squadrò il volto sincero del principe; qualcosa
in lui la costringeva a essere onesta.
«Ad Ascalon ci sono persone spregevoli, nutrite dello stesso fiele
che ha contaminato Yscalin. Persone che auspicano il ritorno del
Senza Nome» raccontò. «E l’unico modo per o enere ciò che
vogliono è abba ere la Casata di Berethnet. Alcuni di loro sono
riusciti a insinuarsi a palazzo. Tagliagole.»
Lievelyn rimase muto per un a imo. «Non ne avevo idea.» Pareva
turbato, e Ead si domandò cosa Sabran gli dicesse effe ivamente di
sé. «Quanto sono riusciti ad avvicinarsi a lei?»
«Abbastanza. L’ultimo a acco è stato quest’estate, ma sono più
che certa che il mandante continui a tessere le sue trame contro la
regina.»
Il principe consorte serrò le mascelle.
«Capisco» mormorò. «Certo, lungi da me voler me ere in pericolo
Sua Maestà. Eppure… per i sudditi di Virtudom lei è un raggio di
speranza. Dopo il ritorno di un Grande del Nord c’è più che mai
bisogno che si ricordino dell’amore e della devozione che la corona
nutre nei loro confronti. Specialmente, poniamo, nel caso fosse
costre a ad aumentare le tasse per potenziare flo a ed esercito.»
Diceva sul serio.
«Altezza,» rispose Ead «vi supplico, prima di parlare di queste
cose con Sua Maestà aspe ate di avere una figlia. Una principessa
fornirà al popolo tu e le rassicurazioni di cui ha bisogno.»
«Ahimè, per far nascere i bambini non basta desiderarli
intensamente. Potrebbe passare molto tempo prima dell’arrivo di
un’erede, madonna Duryan.» Lievelyn sospirò. «Essendo suo marito,
dovrei saperne più di chiunque altro, ma Sabran è sangue del Santo.
Quale mortale può davvero affermare di conoscerla?»
«Ci riuscirete» lo rassicurò Ead. «Non l’ho mai vista guardare
nessuno come guarda voi.»
«Nemmeno Lord Arteloth Beck?»
Quel nome la fece trasalire. «Come dite, Altezza?»
«Mi sono giunte alcune voci. Insinuazioni su una storia d’amore»
continuò il principe dopo una lieve esitazione. «Ho deciso di
ignorarle e propormi lo stesso alla regina… ma a volte mi chiedo
se…» Si schiarì la gola, chiaramente a disagio.
«Lord Arteloth è molto caro a Sua Maestà» intervenne Ead. «Sono
amici da quando erano piccoli, e si amano come fratello e sorella.
Tu o qui.» Continuando a fissarlo negli occhi aggiunse: «Questa è la
verità, qualunque cosa dicano le voci».
L’espressione dell’uomo si raddolcì. «Farei meglio a non prestare
ascolto ai pe egolezzi. Chissà quanti ne gireranno su di me»
considerò. «Lord Seyton mi ha riferito che Lord Arteloth al momento
si trova a Yscalin. Dev’essere davvero coraggioso, per sfidare il
pericolo tanto apertamente.»
«Sì, Altezza» mormorò Ead. «È molto coraggioso.»
Tra i due ci fu un a imo di silenzio, riempito dal cingue are degli
uccelli.
«Grazie infinite dei vostri consigli, madonna Duryan. Siete stata
generosa a offrirmeli.» Lievelyn sfiorò la propria spilla, identica a
quella di Ead. «Capisco perché Sua Maestà ha una così alta stima di
voi.»
Ead fece la riverenza. «Siete molto gentile, Altezza. Come Sua
Maestà.»
Con un inchino elegante, il principe si allontanò.
Aubrecht Lievelyn era tu ’altro che un ghiro. Era abbastanza
ambizioso da sperare nel cambiamento e, come tu i i Mentesi,
nutriva una vera passione per le idee pericolose. Ead si augurava che
desse ascolto ai suoi consigli: portare Sabran in mezzo al popolo
quando la sua vita era in pericolo sarebbe stata una follia.
Negli appartamenti reali, trovò la sovrana già sveglia e smaniosa
di andare a caccia. Poiché Ead non disponeva di un cavallo
abbastanza svelto, le fu affidato un purosangue delle Stalle Reali.
Anche Truyde u Zeedeur, che aveva sostituito Ead come Ancella
dell’Anticamera, sarebbe andata con loro. Quando si ritrovarono
faccia a faccia, Ead sollevò le sopracciglia. La ragazza si voltò
dall’altra parte, impassibile, e salì in groppa al suo cavallo color
nocciola.
Probabile che le speranze la stessero abbandonando: non sarebbe
stata così imbronciata se Sulyard le avesse scri o.
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Sabran si rifiutava di cacciare con i cani. Erano addestrati per
uccidere la preda in modo pulito o non ucciderla affa o. Solo
quando il corteo si inoltrò nella Foresta di Chesten, Ead si rese conto
di avere davvero voglia di cacciare. Sentì il vento tra i capelli. I
polpastrelli che bramavano una corda d’arco.
Moderazione era la parola d’ordine: troppe prede, e ci si sarebbe
chiesti dove avesse imparato a colpire così bene. All’inizio Ead
rimase defilata a osservare gli altri.
Roslain, che si diceva avesse un talento per la falconeria, quando
si tra ava di impugnare l’arco era terribilmente maldestra. In meno
di un’ora perse la pazienza. Truyde u Zeedeur abba é una
beccaccia. Margret era la migliore delle damigelle (come suo fratello
era una cacciatrice esperta), ma nessuno poteva eguagliare la regina.
I ba itori si limitavano a tenerle dietro mentre galoppava tra gli
alberi, ed entro mezzogiorno aveva già un bel carico di lepri.
Quando intravide un cervo nel fi o della foresta, Ead fu sul punto
di lasciarlo andare. Un’ancella giudiziosa avrebbe lasciato la preda
migliore alla sovrana; ma forse, pensò, un solo tiro non avrebbe
destato sospe i.
La freccia fende e l’aria. Il cervo cadde. Margret, in groppa al suo
castrone, fu la prima a raggiungerlo.
«Sab» chiamò.
Ead seguì la regina al tro o nella radura. La freccia aveva colpito
il cervo dri o nell’occhio.
Proprio dove Ead aveva mirato.
Truyde u Zeedeur giunse un a imo dopo. Con aria tesa, osservò
la carcassa.
«Sembra che mangeremo spezzatino a cena.» Sabran aveva le
guance rosse dal freddo. «Credevo non andassi spesso a caccia,
Ead.»
Ead chinò il capo. «Forse ho un talento nascosto, Maestà.»
Sabran sorrise, e Ead non poté tra enersi dal ricambiare.
«Vedremo se ne hai anche altri, di talenti nascosti.» Sabran girò il
cavallo. «Venite, signore… facciamo una gara fino a Casa del Rovo.
Chi arriva prima vince una borsa.»
Tra le risate le ancelle lanciarono i cavalli al galoppo, delegando ai
paggi il compito di raccogliere le prede.
Uscirono dalla foresta e a raversarono il prato con un tuonare di
zoccoli. Ben presto Ead si ritrovò testa a testa con la regina: ridevano
entrambe a crepapelle, e nessuna riusciva ad avere la meglio
sull’altra. Con la chioma scompigliata dal vento e gli occhi accesi per
la corsa, Sabran sembrava quasi spensierata… e per la prima volta
da anni, anche il fardello sulle spalle di Ead si fece più leggero.
Leggero come i semi di un soffione.

Sabran rimase di o imo umore per tu o il giorno. Dopo il tramonto


congedò le ancelle per dedicarsi ad affari di stato nella Biblioteca
Regia.
Da Arbella Glenn, Ead aveva ereditato un doppio alloggio, più
vicino agli appartamenti reali rispe o alla sua vecchia stanza. Era
composto da due camere a igue, con la boiserie ricoperta di arazzi e
un sontuoso le o a baldacchino. Le bifore affacciavano sui giardini.
I servitori si erano già occupati del fuoco. Ead tolse gli abiti da
amazzone e si asciugò il sudore con un panno.
Alle o o bussarono alla porta. Era Tallys, una sgua era
giovanissima e molto gentile.
«La cena per voi, madonna Duryan.» Fece la riverenza, per
quanto Ead le avesse ripetuto mille volte che non era necessario. «Il
pane è o imo, ancora caldo. Dicono che stia per arrivare il gelo.»
«Ti ringrazio, Tallys.» Ead fissò il pia o. «Dimmi, piccola, come
stanno i tuoi genitori?»
«Mia madre non troppo bene» ammise Tallys. «Non potrà
lavorare per un po’ perché si è ro a il braccio, e il padrone è molto
severo. Le mando tu o quello che guadagno, ma… la paga delle
sgua ere non è granché.» Quindi si affre ò ad aggiungere: «Non che
mi lamenti ovviamente, madonna. Sono fortunata a lavorare qui. Un
mese difficile, ecco tu o».
Ead si frugò nella borsa.
«Ecco.» Le porse delle monete. «Dovrebbe bastare per l’affi o fino
a metà inverno.»
Tallys si limitò a fissare il denaro. «Oh, madonna Duryan, io
non…»
«Ti prego. Ho risparmiato molto, e non ho occasione di spendere.
In più, non ci hanno sempre insegnato a essere generose?»
La ragazzina, sull’orlo delle lacrime, annuì. «Grazie» mormorò.
Quindi fece ritorno alle sue faccende, e Ead cenò da sola al
tavolino della sua stanza. Pane fresco, punch alla birra e zuppa con
salvia fresca.
D’un tra o, qualcosa ba é contro il vetro della finestra.
Un’aquila delle sabbie teneva l’occhio giallo fisso su di lei. Aveva
le piume dello stesso colore del burro di mandorle, che all’estremità
delle ali virava al nocciola. Ead corse alla finestra e la aprì.
«Sarsun!»
L’uccello balzò sul davanzale e reclinò il capo. Ead gli accarezzò le
piume arruffate del collo.
«Ne è passato di tempo, amico mio» disse Ead in selinyi. «Sei
riuscito a evitare il Rapace No urno, vedo.» L’aquila emise un
pigolio di risposta. «Fa’ piano, o finirai nella voliera in mezzo a
quegli sciocchi colombi.»
Sarsun le diede un colpe o con la testa. Ead sorrise e gli lisciò le
piume finché quello non le porse la zampa. Delicatamente, prese il
rotolino di pergamena che c’era a accato. Quindi l’aquila volò a
posarsi sul le o.
«Certo, come fossi a casa tua.»
Sarsun non colse l’ironia e continuò a lisciarsi le piume.
Il sigillo era inta o. Combe interce ava qualunque cosa arrivasse
via corriere o colombo delle rocce, ma Sarsun era abbastanza
intelligente da sfuggirgli.
Ead decifrò il messaggio in codice.

La Priora ti concede di restare a Inys finché la regina non avrà partorito. Tornerò da te
appena ci giungerà notizia della nascita.
Niente discussioni, la prossima volta.
Chassar ce l’aveva fa a.
Ead si sentì di nuovo invadere dalla stanchezza. Ge ò il
messaggio nel fuoco. Appena fu so o le coperte, Sarsun le si
accovacciò nell’incavo del braccio come un pulcino nel nido. Ead gli
gra ò la testa con un dito.
Il messaggio l’aveva colmata di sollievo, ma anche di tristezza. Le
era stata offerta su un pia o d’argento la possibilità di tornare a
casa… e invece eccola ancora lì, volontariamente per giunta, proprio
nel luogo che da tempo sognava di lasciare. D’altro canto era l’unico
modo per non sprecare tu i gli anni trascorsi a corte. Sarebbe
rimasta accanto a Sabran fino al momento del parto.
In fin dei conti il tempo non importava: il mantello rosso era il suo
destino, e nulla e nessuno avrebbe potuto portarglielo via.
Ripensò alla mano fredda di Sabran sulla sua. Quando il sonno la
vinse, sognò petali di rosa rosso sangue che le sfioravano le labbra.

All’alba del giorno seguente Ead, già vestita di tu o punto, si diresse


agli appartamenti reali pronta per la Festa dell’Equinozio. Sarsun era
volato via durante la no e; lo aspe ava un lungo viaggio.
Una volta oltrepassato il presidio di Cavalieri Prote ori schierati
davanti all’Anticamera, Ead trovò Sabran già sveglia. La regina
indossava una veste di seta marrone chiaro con maniche intessute
d’oro abbinata a un’acconciatura a trecce tempestate di topazi.
«Maestà.» Ead si inchinò. «Non pensavo foste già in piedi.»
«Mi ha svegliata il canto degli uccelli» rispose Sabran riponendo il
libro. «Vieni. Siediti vicino a me.»
Ead la raggiunse sulla panca.
«Sono contenta di vederti» le disse la regina. «Prima del banche o
devo confessarti una cosa.» Ma dal sorriso trapelava già tu o:
«Aspe o un bambino».
Ead non poté nascondere la diffidenza. «Ne siete sicura, Maestà?»
«Più che sicura. La giusta scadenza del mio ciclo è trascorsa da
tempo.»
Finalmente. «Mia signora, che splendida notizia!» esclamò Ead
con trasporto. «Congratulazioni. Sono contentissima per voi e per il
principe Aubrecht.»
«Grazie.»
La regina si fissò il ventre, col sorriso che svaniva poco a poco. A
Ead non sfuggì la ruga tra le sopracciglia.
«Non devi dirlo ancora a nessuno» si raccomandò la regina
riscuotendosi. «Perfino Aubrecht non ne ha idea. Solo Meg, i Duchi
Spirituali e le Ancelle del Baldacchino ne sono al corrente. I miei
consiglieri concordano su un annuncio pubblico solo quando la
pancia comincerà a vedersi.»
«Quando lo comunicherete a Sua Altezza Reale?»
«Presto. Voglio fargli una sorpresa.»
«Allora assicuratevi che ci sia una sedia nelle vicinanze quando lo
farete.»
A queste parole Sabran sorrise di nuovo. «D’accordo» disse. «Mi
prenderò cura del mio ghiro.»
La notizia di una figlia avrebbe reso la posizione del principe a
corte ben più stabile, rendendolo l’uomo più felice del mondo.

Alle dieci in punto Lievelyn e la regina si incontrarono davanti alla


Sala dei Banche i. Una brina argentea scintillava sulla tenuta. La
pesante sopravveste orlata di pelliccia di lupo faceva sembrare il
principe consorte più massiccio di quanto non fosse davvero. Si
inchinò davanti a Sabran, che in risposta lo afferrò per la nuca e, lì
davanti a tu i, lo baciò sulla bocca.
Ead all’improvviso si sentì gelare. Osservò Lievelyn stringere
Sabran tra le braccia e portarsela al pe o con slancio.
Le damigelle d’onore chioccolavano di risatine. Quando alla fine
la coppia si ricompose, Lievelyn, con un sorriso stampato in faccia,
baciò Sabran in fronte.
«Buongiorno a voi, Maestà» disse, prendendola a bracce o.
Quindi si incamminarono insieme, la regina appoggiata al marito,
con i colori dei mantelli che si mescolavano come colate d’inchiostro.
«Ead,» la chiamò Margret «ti senti bene?»
Ead annuì. Il turbamento era già svanito, lasciandosi dietro
un’ombra senza nome.
Appena Sabran e Lievelyn entrarono nella Sala dei Banche i, la
folla di cortigiani si alzò per omaggiarli. I consorti presero posto al
Tavolo d’Onore accanto ai Duchi Spirituali, mentre le ancelle si
dileguarono per raggiungere le panche. Ead non aveva mai visto i
duchi tanto compiaciuti. Igrain Crest sorrideva e Seyton Combe, la
cui sola presenza di solito bastava a ge are un’ombra cupa su
qualsiasi stanza, pareva tra enere a stento l’impulso di fregarsi le
mani.
La Festa dell’Equinozio era un’usanza piu osto stravagante.
Scorsero fiumi di vino rosso corposo, dolce e intenso, e in onore di
Lievelyn venne preparata, seguendo una celebre rice a mentese,
un’enorme torta di fru a al rum, la preferita del principe quand’era
bambino.
Prelibatezze di stagione colmavano i pia i di rame: pavone bianco
con una lamina d’oro al posto del becco, prima arrostito poi
annegato nella salsa di cipolle caramellate al miele, infine ricoperto
nuovamente di piume per infondergli un’illusione di vita; susine in
acqua di rose; mele in gelatina rossa; torta di mirtilli speziata con
glassa lavorata e minuscole tartine di cervo. Ead e Margret fingevano
di partecipare alla costernazione di Katryen, che lamentava la
perdita di un ammiratore segreto il cui flusso di le ere, a de a sua,
era cessato all’improvviso.
«Sabran vi ha de o?» chiese quindi la ragazza a voce bassa.
«Desiderava che lo sapeste entrambe.»
«Sì. La Donzella sia lodata» rispose Margret. «Credevo che sarei
morta di fastidio sentendomi dire ancora una volta che Sua Maestà
ultimamente ha davvero un aspe o magnifico.»
Ead si guardò alle spalle per assicurarsi che nessuno stesse
origliando.
«Katryen,» mormorò «sei proprio certa che Sabran abbia saltato il
ciclo?»
«Certo. Non angosciarti, Ead.» Katryen prese un sorso di vino di
mora. «A breve Sua Maestà dovrà pensare alla servitù per la
p p
principessina.»
«Per il Santo. Creerà più scompiglio tra i domestici della morte
della povera Arbella» fu il cinico commento di Margret.
«Servitù.» Ead sollevò un sopracciglio. «Di quanti domestici può
aver bisogno una neonata?»
«Be’, parecchi. La regina non ha tempo di crescere i bambini.
Insomma,» aggiunse Katryen «ora che ci penso, Carnelian Terza
insisté per alla are sua figlia, ma non accade spesso. La
principessina avrà bisogno di una balia, di una governante, di tutori
e così via.»
«Quante persone in totale?»
«Duecento circa, credo.»
Sembrava un tantino eccessivo. D’altronde tu o, a Inys, era un
tantino eccessivo.
«E dimmi,» insisté Ead incuriosita «cosa succede se Sua Maestà
partorisce un maschio?»
Katryen inclinò il capo. «Immagino non sarebbe un problema,»
borbo ò «ma non è mai successo, mai, in tu a la storia di Berethnet.
Evidentemente il Santo desidera che il nostro sia un reginato.»
Una volta che i pia i furono ripuliti e le chiacchiere presero il via,
il ciambellano picchiò a terra col bastone.
«Sua Maestà, la regina Sabran» annunciò.
Lievelyn si alzò in piedi e le porse la mano. Lei la prese e si alzò a
sua volta, imitata dall’intera sala.
«Miei cari cortigiani,» disse «vi diamo il benvenuto alla Festa
dell’Equinozio. È tempo di raccolto, il periodo predile o del
Cavaliere di Generosità. A partire da questo giorno, l’inverno
incomincia la sua lenta avanzata verso Inys, con gran disappunto dei
wyrm, il cui fuoco si nutre di calore.»
Applausi.
«Ma oggi» continuò la regina «abbiamo un motivo in più per
festeggiare. Quest’anno, in concomitanza con le Celebrazioni di
Generosità, faremo visita ad Ascalon.»
La sala si riempì di mormorii. Per poco Seyton Combe non si
strozzò con un sorso di vino.
«Sarà l’occasione giusta» continuò Sabran imperterrita «per
pregare al Santuario di Nostra Signora, aiutare i bisognosi e offrire
conforto a tu i coloro che hanno perso casa e sostentamento
nell’a acco di Fýredel. Mostrarci al popolo sarà utile a ricordare che
rimaniamo uniti so o la Vera Spada e che nessun Grande dell’Ovest
potrà mai piegare i nostri spiriti.»
Ead fissò Lievelyn, che evitava il suo sguardo.
I suoi consigli non erano stati abbastanza persuasivi. Avrebbe
dovuto insistere di più per insinuare in quella specie di pentolone di
rame la vera entità del pericolo.
Il principe era uno sciocco, e Sabran pure. Due sciocchi coronati.
«È tu o» concluse la regina tornando a sedersi. «Ora, se non
sbaglio, è prevista un’altra portata.»
La Sala dei Banche i risuonò di ovazioni finché una schiera di
servitori non giunse con altri vassoi e tu i tornarono a concentrarsi
sul cibo.
Ma Ead aveva perso l’appetito. Non c’era bisogno di essere un
veggente: bastava avere un minimo di lucidità per capire che quella
storia si sarebbe conclusa in un bagno di sangue.
25
Oriente

Dopo l’inglorioso arrivo a Ginura, Niclays Roos fu tra ato come un


ospite d’onore in casa Moyaka. Fino alla convocazione del Signore
della Guerra, era libero di fare ciò che voleva a pa o che al suo
fianco ci fosse sempre un accompagnatore seiikinese.
Fortunatamente Eizaru e Purumé si mostrarono più che lieti di
rivestire quel ruolo.
Gli amici si unirono alla folla che riempiva le strade per le
celebrazioni di Finestate: di lì a poco si sarebbe dato il benvenuto
all’autunno. Erano molti i Seiikinesi che si recavano a Ginura per
assistere alla più spe acolare delle qua ro feste degli alberi.
Ambulanti grigliavano tranci di pescespada, bollivano zucca dolce
nel brodo e dispensavano bicchieri di tè e vino caldo per tenere a
bada il freddo. Si mangiava all’aperto, so o la volta dorata delle
foglie che oscillavano come semi d’acero sui rami; quando anche
l’ultima fosse caduta, il miracoloso sbocciare dei nuovi germogli,
rossi come un’alba, avrebbe illuminato la no e.
Niclays viveva ogni giorno come un dono divino. I suoi amici lo
portavano a passeggiare sulla spiaggia, da dove gli indicavano
l’Orfano Affli o, il più grande vulcano a ivo d’Oriente, che si
stagliava solitario come un unico dente nella bocca della baia. Con il
cannocchiale osservavano le focene tuffarsi tra le onde.
E lentamente, pericolosamente, Niclays si concesse di vagheggiare
un futuro in quella ci à. Forse le autorità seiikinesi si sarebbero
dimenticate della sua esistenza. Forse, riconoscendo la re itudine
del suo comportamento, gli avrebbero permesso di scontare fuori da
Orisima ciò che restava dell’esilio. Un baluginio di speranza a cui
a accarsi come un naufrago alla za era.
Panaya gli spedì i suoi libri insieme a un biglie o di Muste, su cui
c’era scri o che gli amici all’avamposto gli mandavano gli omaggi
più calorosi e a endevano con ansia il suo ritorno. Niclays si sarebbe
anche intenerito se li avesse considerati amici, o se gli fosse
importato qualcosa dei loro omaggi, calorosi o meno. Ora che aveva
assaggiato la libertà il pensiero di tornare a Orisima, a quelle venti
facce, a quel misero reticolo di strade, era intollerabile.
La nave mentese Gadeltha a raccò portando posta e notizie dal
Libero Stato. Niclays riceve e due le ere.
La prima era chiusa con il sigillo della Casata di Lievelyn. Si
affre ò ad aprirla e leggere il messaggio vergato in bella calligrafia.

Brygstad, Libero Stato di Mentendon


Per concessione delle Autorità Portuali di Ostendeur
Tarda primavera, 1005 EC

Signore,
apprendo dalle ultime cronache del mio prozio che state ancora scontando il vostro
esilio nell’avamposto di Orisima, e che avete richiesto la grazia della Casata di Lievelyn.
Dopo aver studiato il vostro caso, tu avia, mi duole informarvi che non posso
concedervi di tornare a Mentendon. Con la vostra condo a avete recato grande offesa
alla regina Sabran di Inys, e nella presente circostanza invitarvi a rientrare a corte
rischierebbe di alimentare i suoi rancori.
Se concepirete un modo per riappacificarvi con la regina, sarò più che lieto di
riconsiderare questa infelice decisione.
Servo vostro,

Aubrecht Secondo, Illustre Principe del Libero Stato di Mentendon, arciduca di


Brygstad, Difensore delle Virtù, Prote ore della Corona di Mentendon, ecc.

Niclays appallo olò la le era con rabbia. Dietro alla smania


dell’Illustre Principe di non inimicarsi Sabran dovevano celarsi
nuovi sviluppi politici. Almeno era stato cortese, dichiarandosi
disposto a ritra are nel caso in cui Niclays fosse riuscito a ingraziarsi
Sua Acrimonia. O, perché no, lo stesso Lievelyn; anche per lui l’elisir
di lunga vita poteva essere una bella tentazione.
Col cuore che ba eva all’impazzata, Niclays aprì la seconda
le era. Risaliva a più di un anno prima.

Ascalon, Reginato di Inys


Per concessione dell’Ufficio Doganale di Zeedeur
Inizio estate, 1004 EC

Carissimo zio Niclays,


perdonami questo lungo silenzio. Le giornate nell’Alta Servitù sono faticose e spesso
non ho occasione di muovermi senza accompagnatori. Alla corte di Inys la condo a
privata delle signorine è affar serio! Spero che questa mia raggiunga Ostendeur in
tempo per la prossima nave dire a a Oriente.
Ti invito a scrivermi della tua vita a Orisima.
Ultimamente mi sono dedicata ai volumi che hai lasciato qui, ora custoditi nella
Stanza della Seta. Credo di avere una teoria e sono ormai certa che ci sia sfuggita
l’importanza di un certo ogge o. Scrivimi, ti prego, tu o ciò che sai sulla Tavola di
Rumelabar. Hai risolto l’indovinello?
Con tu o il mio affe o, Truyde

(Per l’Ufficio Doganale di Zeedeur: vi sarei grata se questa le era giungesse alle
Autorità Portuali di Ostendeur con la massima priorità. Cordialmente, la vostra
marchesa.)

Niclays rilesse le ultime frasi sorridendo, con gli occhi un po’


lucidi.
Avrebbe dovuto ricevere quella le era ben prima di incontrare
Sulyard. Truyde avrebbe potuto avvertirlo del suo arrivo se Lord
Seyton Combe, Maestro delle Spie di Inys, non fosse stato in grado
di decifrare qualunque codice.
Aveva risposto alle missive precedenti, ma qualcosa gli diceva che
le sue le ere erano andate distru e. Agli esuli non era consentito
dialogare con la patria. In ogni caso, anche se fosse riuscito a
me ersi in conta o con lei, non avrebbe avuto buone notizie da
darle.
Quella sera, Purumé ed Eizaru lo condussero al fiume per
assistere al volo no urno degli aironi. Il giorno seguente, invece,
Niclays preferì starsene in camera sua con la borsa del ghiaccio sulla
caviglia. Crogiolandosi in un lieve mal di testa da eccitazione, si
ritrovò a pensare a Sulyard.
Avrebbe dovuto vergognarsi a fare la bella vita mentre il ragazzo
marciva in cella, sopra u o dopo avergli promesso di portare a
termine la sua missione. Una missione basata su un indovinello
impossibile e sul pericoloso interesse che Truyde aveva ereditato da
Jannart.
L’interesse per la verità. E un indovinello che non cessava di
tormentare Niclays. Intorno a mezzogiorno si fece portare lo scri oio
e decise che me ere le parole nero su bianco forse l’avrebbe aiutato.

Nell’equilibrio tra il sopra e il so o,


risiede la precisione dell’universo.
Dalla terra ascende il fuoco, la luce discende dal cielo.
Troppo del primo infiamma il secondo,
e in questo risiede l’estinzione dell’universo.

Niclays ripensò a quanto aveva imparato all’università sulle frasi


incise sulla Tavola di Rumelabar, ritrovata secoli prima tra le
Montagne Sarras.
Tra quei monti, un gruppo di minatori ersyri aveva scoperto per
caso un tempio so erraneo, con la volta ornata di stelle e alberi
fiammeggianti dipinti sul pavimento. Al centro della costruzione era
stato rinvenuto un blocco di pietra di cielo con sopra intagliate, nella
scri ura della prima civiltà meridionale, frasi degne dell’a enzione
delle più illustri menti accademiche mondiali.
Niclays so olineò qualche parola per cercare di comprenderne il
significato.
Dalla terra ascende il fuoco.
Wyrm, forse. Si diceva che il Senza Nome e i suoi servitori
provenissero dall’Utero di Fuoco, posto al centro della terra.
Tracciò un’altra riga.
La luce discende dal cielo.
La pioggia di meteore che aveva messo fine all’Era Dolente,
indebolito i wyrm e dato nuovo vigore ai draghi dell’Est.
Troppo del primo infiamma il secondo, e in questo risiede l’estinzione
dell’universo.
Un avvertimento contro l’instabilità, secondo l’ipotesi per cui
l’universo era re o dall’armonia tra fuoco e luce celeste, misurate su
una serie di bilance cosmiche. Troppo dell’uno o dell’altra avrebbe
infranto l’equilibrio.
L’estinzione dell’universo.
Il momento in cui ci si era andati più vicini coincideva con l’arrivo
del Senza Nome e della sua armata. Quale scompenso del cosmo
poteva aver generato quelle creature di fiamma?
Col sole che gli picchiava sulla nuca si appisolò senza rendersene
conto. Quando Eizaru venne a chiamarlo, si ritrovò con la
pergamena appiccicata alla guancia e goffo e fiacco come un sacco di
miglio.
«Buon pomeriggio, amico mio.» Eizaru ridacchiò. «Interrompo il
tuo lavoro?»
«Eizaru.» Niclays si staccò il foglio dalla faccia schiarendosi la
gola. «No, no, è solo una sciocchezza.»
«Capisco. Bene allora,» disse Eizaru «se hai finito potresti venire
con me in ci à. I pescatori hanno portato un carico di granchi grigi
dall’Oceano Sconfinato, e quelli vanno a ruba. Devi assaggiarli prima
di tornare a Orisima.»
«Mi auguro vivamente che quel giorno non arrivi mai.»
L’altro esitò.
«Cosa c’è, amico mio?» chiese allarmato Niclays.
Eizaru si frugò in tasca con aria tesa ed estrasse una pergamena
arrotolata. Anche se era ro o, Niclays riconobbe il sigillo della
vicaria di Orisima.
«È arrivata oggi» spiegò Eizaru. «Subito dopo l’udienza con lo
stimabile Signore della Guerra dovrai tornare a Orisima.
Manderanno un palanchino.»
All’improvviso quel semplice foglio pesava quanto un macigno.
Poteva benissimo tra arsi di una condanna a morte.
«Non disperare, Niclays» lo consolò l’amico poggiandogli una
mano sulla spalla. «L’onorevole regina Sabran prima o poi cederà, e
fino ad allora Purumé e io chiederemo il permesso di venire a
trovarti a Orisima.»
Niclays dove e chiamare a raccolta tu e le sue forze per mandare
giù la delusione. Gli parve di ingoiare un boccone di spine.
«Sarebbe magnifico» rispose con un sorriso. «Andiamo, dunque.
Meglio che mi goda la ci à finché posso.»
Dal momento che Purumé era impegnata a sistemare un osso ro o,
una volta vestito Niclays uscì da solo con Eizaru per andare al
mercato del pesce. Il mare sferzava la ci à con un vento pungente
che gli annebbiava le lenti, un de aglio che, sommato al pessimo
umore, a irò a Niclays occhiate più sospe ose che mai da diversi
passanti. Quando passarono davanti a un negozio di tessuti, la
proprietaria gli inveì dietro: «Untore!».
Niclays era troppo amareggiato per risponderle. Eizaru la fulminò
da sopra gli occhiali e lei voltò loro le spalle.
Distra o dalla scena, Niclays calpestò inavvertitamente lo stivale
di una sconosciuta.
Qualcuno trasalì. Eizaru acchiappò l’amico in tempo per evitargli
la caduta, mentre la giovane seiikinese cui aveva appena pestato il
piede non fu altre anto fortunata: sba é col gomito contro un vaso,
che andò a finire in mille pezzi sul pavimento di pietra.
Accidenti, peggio di un mastodonte in una cristalleria.
«Perdonatemi, onorevole signora» si scusò Niclays con un
profondo inchino. «Ero distra o.»
Mentre il venditore di vasi osservava i cocci con aria torva, la
donna si voltò lentamente.
Portava i capelli neri raccolti in un’acconciatura severa, pantaloni
a pieghe, e una tunica di seta blu con sopra una sopravveste di
velluto. Dal fianco le pendeva una spada di o ima fa ura. Vedendo
la lucentezza della veste, Niclays non poté tra enere un’espressione
incredula: poteva sbagliarsi, ma quella aveva tu a l’aria di essere
seta di mare. A differenza di quanto suggeriva il nome, il tessuto in
questione non aveva nulla a che fare con la seta: era fa o di peli, per
essere precisi peli di criniera di drago. Impermeabili come olio.
La donna fece un passo verso di lui. Aveva il volto squadrato, la
pelle scura, le labbra screpolate. Al collo, una collana di perle
danzanti.
Tu avia, nei pochi a imi in cui i loro sguardi si incrociarono, il
de aglio che si impresse più a fondo nella memoria di Niclays fu la
cicatrice. Le solcava la guancia sinistra per poi piegarsi a uncino di
fianco all’occhio.
La forma di un amo da pesca.
p
«Straniero» mormorò la ragazza.
Solo in quel momento Niclays si rese conto del silenzio calato
sulla folla. Un brivido gli corse lungo la schiena. Aveva il sospe o di
essersi appena macchiato di un reato più grave della mera
goffaggine.
«Onorevole ci adino, cosa ci fa quest’uomo a Ginura?» domandò
bruscamente la donna rivolta a Eizaru. «Dovrebbe essere a Orisima,
insieme agli altri coloni mentesi.»
«Onorevole Miduchi.» Eizaru si inchinò. «Ci scusiamo umilmente
di aver interferito con la vostra giornata. Il mio amico è il sapiente
do or Roos, celebre anatomista del Libero Stato di Mentendon. È qui
per vedere lo stimabile Signore della Guerra.»
La donna indirizzò a entrambi un’occhiata tagliente. La crudezza
del suo sguardo parlava di lunghe no i insonni.
«Come vi chiamate?» chiese a Eizaru.
«Moyaka Eizaru, onorevole Miduchi.»
«Non perdetelo mai di vista, onorevole Moyaka. Deve sempre
essere accompagnato.»
«Ma certo.»
Prima di andarsene rivolse un ultimo sguardo arcigno a Niclays,
che in quel momento scorse il drago d’oro ricamato sulla sua
schiena.
Aveva i capelli scuri e lunghi e una cicatrice sulla guancia sinistra. Una
specie di amo da pesca.
Per il Santo, doveva essere lei.
Eizaru pagò al commerciante i danni per il vaso e spinse Niclays
in un vicolo cio oloso. «Chi era quella?» chiese Niclays in mentese.
«L’onorevole Lady Tané. Una Miduchi. Cavalca la potente
Nayimathun di Nevi Profonde.» Eizaru si asciugò il sudore che gli
colava sul collo. «Mi sarei dovuto inchinare di più.»
«Ti risarcirò per il vaso. Ehm, prima o poi.»
«Sono solo soldi, Niclays. Nulla di paragonabile al valore
dell’istruzione che mi hai dato a Orisima.»
Eizaru, decretò in quel frangente Niclays, era la persona dotata
del più elevato senso di moralità che avesse mai conosciuto.
Raggiunsero il mercato del pesce giusto in tempo. Le grandi ceste
di paglia traboccavano di granchi grigi scintillanti come cavalieri in
armatura d’acciaio so o il sole. Per poco Niclays non perse di vista
l’amico nella mischia, ma alla fine Eizaru emerse trionfante con gli
occhiali storti sul naso.
Tornarono a casa che era quasi sera. Niclays finse un altro a acco
di emicrania per ritirarsi in camera, dove sede e alla scrivania
massaggiandosi le tempie.
Era sempre andato fiero della propria intelligenza, anche se
ultimamente non l’aveva esercitata più di tanto. Era davvero ora di
rime erla al lavoro.
Tané Miduchi era, senza ombra di dubbio, la donna che Sulyard
aveva visto sulla spiaggia. La cicatrice la tradiva. Quella fatidica
no e aveva infiltrato uno straniero a Capo Hisan e poi l’aveva
condo o dalla musicista che ora marciva in prigione. O so oterra.
Il ga o senza coda gli balzò in grembo facendo le fusa. Niclays lo
accarezzò distra amente in mezzo alle orecchie.
Il Grand’Edi o imponeva agli isolani di denunciare
immediatamente eventuali clandestini alle autorità. Ecco cosa
avrebbe dovuto fare Miduchi. Perché, invece, aveva chiesto a
un’amica di nasconderlo nell’avamposto?
Quando capì, Niclays si lasciò sfuggire un “Ah!” così sonoro che il
ga o fuggì via terrorizzato.
Le campane.
Le campane che avevano suonato il giorno dopo l’arrivo di
Sulyard annunciavano la cerimonia d’inizio della carriera da
cavaliere della Miduchi. Se a Capo Hisan fosse stato scoperto uno
straniero la no e prima del rito, il porto sarebbe stato messo in
quarantena per evitare il rischio di un’epidemia di morbo rosso. La
Miduchi aveva nascosto Sulyard a Orisima, isolandolo dal resto della
ci à, per consentire alla cerimonia di avere luogo. Aveva anteposto
l’ambizione alla legge.
Niclays valutò varie opzioni.
Sulyard aveva acconsentito a rivelare agli inquirenti l’esistenza
della donna con la cicatrice ad amo. Forse ne aveva parlato, ma
nessuno aveva capito di chi si tra asse. Sempre ammesso che
p p
avessero preso sul serio la parola di uno straniero. In ogni caso,
Niclays era prote o dall’alleanza tra Mentendon e Seiiki: se gli aveva
fa o scampare il castigo una volta, poteva farlo di nuovo.
Salvare Sulyard era ancora possibile. Se solo avesse trovato il
coraggio di denunciare Miduchi durante l’udienza con il Signore
della Guerra, di fronte a dei testimoni, la Casata di Nadama avrebbe
dovuto agire di conseguenza; il rischio, altrimenti, era dare l’idea di
volersi inimicare gli alleati commerciali.
Niclays era certo che ci fosse un modo di volgere la situazione a
proprio vantaggio. Doveva solo capire quale.
Purumé si ripresentò a casa dopo il tramonto, gli occhi stanchi e
arrossati; i domestici servirono i granchi grigi con contorno di
verdure tagliate fini e riso al vapore con castagne. La polpa fragrante
era deliziosa, ma Niclays era troppo immerso nelle sue elucubrazioni
per apprezzarla appieno. Purumé si ritirò subito dopo cena, mentre
Niclays ed Eizaru si tra ennero a chiacchierare seduti a tavola.
«Amico mio,» esordì Niclays «perdona la domanda sciocca.»
«È sciocco solo colui che non pone domande.»
Niclays si schiarì la gola. «Riguarda il nostro incontro di oggi,
Lady Tané» disse. «Da quanto ho capito, il cavaliere è stimato tanto
quanto il drago che cavalca. Dico bene?»
Eizaru rifle é qualche secondo prima di rispondere.
«Non sono divinità» spiegò. «Non esistono santuari in loro
onore… ma sono comunque venerati. Come saprai, lo stimato
Signore della Guerra discende da un comba ente del Grande
Cordoglio. I draghi stessi considerano i cavalieri come loro pari tra
gli esseri umani, un onore immenso.»
«De o questo,» bu ò lì Niclays, in un tono che sperava suonasse
casuale, «cosa faresti se venissi a sapere che tra loro c’è un
criminale?»
«Se ne fossi assolutamente certo, lo farei presente al loro
comandante, alla Fortezza dei Fiori di Sale, l’onorevole Generale dei
Mari.» Eizaru scosse il capo. «Ma che domanda è mai questa, amico
mio? Credi forse che tra loro ci sia un criminale?»
Niclays sorrise tra sé.
«Nient’affa o, Eizaru» rispose. «Era pura speculazione.» Quindi
cambiò discorso: «Dicono che il fossato del Castello di Ginura sia
pieno di pesci col corpo che sembra fa o di vetro. E che di no e,
quando splendono al buio, si riescano a vedere le lische. Dimmi un
po’, è vero?».
Oh, quanto amava il sapore delizioso di una buona idea lì lì per
spuntare.

Tané trovò un appoggio e spinse con tu a la forza che aveva nel


tentativo di raggiungere l’appiglio più in alto. A strapiombo so o di
lei, le onde si infrangevano contro un conglomerato di scogli.
Era a metà del faraglione vulcanico che sorgeva dal mare
all’imbocco della Baia di Ginura. Lo chiamavano Orfano Affli o,
perché se ne stava lì da solo, come un bimbo che avesse perso i
genitori in un naufragio. Nell’istante in cui una mano trovò la presa,
le dita dell’altra scivolarono su un ciuffo di alghe.
Sentì un vuoto allo stomaco. Per un a imo si convinse che sarebbe
caduta fracassandosi tu e le ossa, ma poi si diede lo slancio, trovò
una sporgenza rocciosa e ci rimase aggrappata come un cirripede.
Con un ultimo, tremendo sforzo riuscì a issarsi sulla cengia, dove
rimase sdraiata ad ansimare. Era stata una follia tentare
l’arrampicata senza guanti, ma aveva voluto dimostrare a se stessa di
potercela fare.
Non riusciva a togliersi dalla testa il Mentese incontrato per
strada, l’espressione con cui l’aveva fissata. Come se l’avesse
riconosciuta. Naturalmente era impossibile, lei non l’aveva mai visto
in vita sua. Ma allora perché guardarla a quel modo?
Era un uomo robusto, spalle larghe, pe o ampio, ventre gonfio.
Due occhi allungati, socchiusi dal peso degli anni, piantati in mezzo
a un volto grasso e i erico. Tra i capelli grigi resisteva qualche
bagliore ramato. Incisa intorno alla bocca la storia di una vita intera
di risate. Occhiale i rotondi.
Roos.
Ci era arrivata, finalmente.
Roos. Il nome che Susa le aveva bisbigliato all’orecchio così di
sfuggita che per poco il vento non se l’era portato via.
L’uomo che aveva nascosto lo straniero.
Non c’era ragione per cui dovesse trovarsi a Ginura, a parte
testimoniare su quanto accaduto quella no e. Il solo pensiero le
mozzò il respiro. Il ricordo dello sguardo penetrante dell’uomo le
provocò un brivido.
Con le mascelle serrate per lo sforzo, si allungò verso l’appiglio
successivo. Qualunque cosa Roos sostenesse di sapere su di lei o
Susa, non aveva prove. Senza contare che a quell’ora probabilmente
lo straniero era già morto.
Quando finalmente raggiunse la cima, rimase immobile a
guardarsi i palmi sanguinanti. La seta di mare funzionava come le
piume degli uccelli: una rapida scrollata e tornava asciu a.
Da lassù si vedeva tu a Ginura, con la Fortezza dei Fiori di Sale
scintillante so o gli ultimi raggi di sole.
Il drago la a endeva acciambellato dentro una gro a. Nessun
essere umano sarebbe stato in grado di pronunciare il suo vero
nome, quindi ci si rivolgeva a lei come Nayimathun. Nata secoli
prima nel Lago di Nevi Profonde, sul corpo recava innumerevoli
cicatrici del Grande Cordoglio. Ogni sera Tané la raggiungeva nel
suo rifugio e le sedeva accanto fino al sorgere del sole. Era tu o ciò
che aveva sempre sognato.
Comunicare, all’inizio, era stato difficile. Nayimathun non voleva
saperne del linguaggio ampolloso riservato di solito alle divinità:
dovevano essere come parenti, aveva de o. Come sorelle. Altrimenti
non sarebbero mai riuscite a volare insieme. Drago e cavaliere
dovevano condividere un solo cuore.
Ma Tané non aveva idea di come gestire quel prece o. Fin da
piccola era stata abituata a rivolgersi agli adulti con riguardo, e ora
una dea la invitava a chiacchierare con lei come con un’amica. Poco
per volta, non senza difficoltà, aveva raccontato al drago della
propria infanzia ad Ampiki, dell’incendio in cui erano morti i suoi
genitori, degli anni di addestramento nella Casa di Mezzogiorno.
Nayimathun ascoltava sempre con a enzione.
Ora, mentre l’oceano ingoiava l’ultimo spicchio di sole, Tané
avanzò a piedi nudi verso il drago, che riposava col muso
appoggiato al collo. Una posizione che le ricordava quella delle
anatre addormentate.
Si inginocchiò davanti a Nayimathun e le appoggiò una mano
sulle scaglie. L’udito dei draghi non funzionava come quello degli
uomini. Il ta o li aiutava a percepire le vibrazioni dei suoni.
«Buonasera, Nayimathun.»
«Tané.» Nayimathun aprì uno spiraglio d’occhio. «Siediti accanto
a me.»
La sua voce era un richiamo di guerra, il canto delle balene, un
rombo di tuono in lontananza; il tu o amalgamato in forma di
parole simili a vetri levigati dalle onde. Ascoltarla parlare colmava
Tané di un senso di tranquillità prossimo alla pace del sonno.
Sede e con la schiena appoggiata al corpo umido e piacevolmente
fresco del suo drago.
Nayimathun sbuffò. «Sei ferita.»
Il palmo le sanguinava ancora. Tané chiuse la mano. «Non è
niente» disse. «Ero di corsa e ho dimenticato i guanti.»
«Non c’è motivo di correre, piccolina. La no e è ancora giovane.»
Il corpo del drago venne percorso da un lungo rantolo. «Pensavo che
potremmo parlare delle stelle.»
Tané puntò lo sguardo in cielo, dove iniziavano a spuntare
minuscoli occhi d’argento. «Delle stelle, Nayimathun?»
«Sì. Nelle Case dell’Apprendimento si insegna l’astronomia?»
«Un poco. Nella Casa di Mezzogiorno abbiamo imparato i nomi
delle costellazioni e come sfru arle per orientarci.» Tané esitò. «Nel
villaggio in cui sono nata dicevano che le stelle sono le anime di chi è
sfuggito al Senza Nome. Spiriti saliti a nascondersi nel cielo in a esa
del giorno in cui anche l’ultimo sputafuoco giacerà morto so o il
mare.»
«A volte i popolani sono più saggi degli eruditi.» Nayimathun la
guardò dall’alto. «Ora sei il mio cavaliere. Devo condividere con te la
sapienza della mia specie.»
Nessun maestro l’aveva mai preparata a quel momento.
Tu o ciò che riuscì a dire fu: «Sarà un onore».
Il drago tornò a guardare la volta stellata. Le pupille le si
dilatarono, come per consentire alla luna di specchiarcisi dentro.
«La luce delle stelle» iniziò. «È da lì che veniamo. Tu i i draghi
orientali provengono dal cielo.»
Seduta accanto alla creatura, Tané si perse a contemplarne le
corna luminose, la frangia di spine so o la mandibola, la corona blu
come un livido fresco. Quell’organo le consentiva di volare.
Nayimathun si accorse del suo sguardo. «È un ricordo del
momento in cui i miei antenati caddero dal cielo andando a sba ere
la testa contro il fondo del mare» spiegò.
«Io pensavo…» Tané si inumidì le labbra. «Perdonami,
Nayimathun, ma ero convinta che i draghi nascessero dalle uova.»
Ne era più che certa. Uova come vetro nebuloso, umide e lisce,
accese di un bagliore iridescente. Potevano giacere immerse
nell’acqua anche per secoli prima di schiudersi dando vita a un
drago ancora fragile e minuscolo. Ma me ere in discussione la
parola di una dea le fece comunque tremare la voce.
«Oggi sì» rispose Nayimathun. «Ma non è sempre stato così.»
Sollevò nuovamente il muso verso il cielo. «I nostri avi furono
generati dalla cometa che voi chiamate Lanterna di Kwiriki, ben
prima della comparsa dei figli della carne. Gocce di luce piovvero in
mare, e da quell’incontro nacque la stirpe dei draghi.»
Tané la fissò. «Ma Nayimathun,» osò chiedere «come si genera un
drago da una stella?»
«Nella scia delle comete c’è una sostanza particolare, luce fusa che
cade nei laghi e nel mare. Se poi vuoi sapere come faccia questa
sostanza a plasmarsi in un drago, questo va oltre la mia conoscenza.
Le comete provengono dal piano celeste, che io devo ancora
raggiungere.»
«Nel momento in cui transita la cometa» continuò Nayimathun
«siamo nel pieno della nostra forza. Deponiamo le uova, le uova si
schiudono e noi riacquisiamo tu i i nostri antichi poteri. Ma poi,
lentamente, l’energia ci abbandona e dobbiamo a endere fino al
successivo ritorno della cometa.»
«Non esiste un altro modo?»
Nayimathun fissò gli occhi antichissimi in quelli della ragazza,
che all’improvviso si sentì molto piccola.
«Non tu i i draghi rivelano questo segreto ai loro cavalieri,
Miduchi Tané,» rimbombò la sua voce «ma io desidero che tu lo
conosca.»
«Ti ringrazio.»
Aveva i brividi. Nessun comune mortale meritava di apprendere
tanta saggezza divina, ne era certa.
«La cometa che pose fine al Grande Cordoglio in precedenza
aveva solcato il nostro cielo già diverse volte» disse Nayimathun.
«Una in particolare, moltissime lune fa, si era lasciata dietro due
gemme celesti, entrambe infuse di potere. Frammenti solidi di stella,
che concessero ai nostri avi il controllo delle maree. La loro presenza
ci consentiva di mantenerci in forze più a lungo del solito. Ma è da
più di mille anni che sono andate perdute.»
Percependo il dolore del drago, Tané le accarezzò le scaglie.
Scintillavano ancora come quelle di un pesce, ma erano percorse da
cicatrici, segni di morsi e incornate.
«Com’è stato possibile perdere ogge i tanto preziosi?» domandò.
Nayimathun si lasciò sfuggire un breve rantolo. «Circa un
millennio fa, un essere umano se ne servì per rinchiudere il mare
sopra il Senza Nome» spiegò. «È così che fu sconfi o. Da quel
momento le gemme scomparvero dalle cronache, come se non
fossero mai esistite.»
Tané scosse il capo. «Un essere umano» ripeté. Ricordava l’antica
leggenda occidentale. «Un uomo di nome Berethnet?»
«No. Una donna dell’Est.»
Calò un silenzio disturbato unicamente dallo sgocciolio dell’acqua
dalle rocce sopra di loro.
«Un tempo avevamo molti poteri ancestrali, Tané» disse alla fine
Nayimathun. «Facevamo la muta come i serpenti, cambiavamo
forma. Ti hanno mai raccontato la storia di Kwiriki e della Fanciulla
che Camminava nella Neve?»
«Sì.» Tané l’aveva sentita molte volte nella Casa di Mezzogiorno.
Era tra le più antiche leggende di Seiiki.
Tanto tempo fa, appena emersi dal Mare Lucente, i draghi decisero di diventare alleati
dei figli della carne, di cui avevano notato i fuochi su una spiaggia vicina. Offrirono loro
pesci dorati in segno di pace, ma gli isolani, in preda al sospe o e alla paura, li
affrontarono con le lance; i draghi si inabissarono tristemente e per lunghi anni non si
fecero più vedere.
Tu avia, una giovane donna che aveva assistito alla loro venuta ora ne piangeva la
scomparsa. Si aggirava ogni giorno per la foresta, cantando il proprio dolore per le
splendide creature che avevano abitato l’isola per così breve tempo. Come troppo spesso
accade nelle antiche leggende, il nome della ragazza è stato dimenticato. Ella è nota solo
come la Fanciulla che Camminava nella Neve.
Un gelido ma ino d’inverno, la Fanciulla trovò dentro un ruscello un uccellino
ferito. Gli medicò l’ala ro a e lo nutrì con gocce di la e. Dopo un anno di cure
amorevoli, l’uccellino era tornato in forze, così la Fanciulla lo portò sulla scogliera e lo
liberò.
In quel momento l’uccello riassunse le sembianze di Kwiriki, il Primo tra gli
Anziani, il quale, feritosi in un duello marino, si era trasformato in un animale per
fuggire. Il cuore della Fanciulla si colmò di gioia, e lo stesso quello del drago, che ora
sapeva che anche nei figli della carne c’era del buono.
Per ringraziarla delle sue cure, il grande Kwiriki regalò alla Fanciulla un trono
ricavato dal suo stesso corno, passato alla storia come Trono Arcobaleno. Dalla spuma
d’onda le generò poi un magnifico consorte, il Principe che Danzava nella No e. La
Fanciulla divenne la prima imperatrice di Seiiki, volò sopra l’isola in groppa al grande
Kwiriki e insegnò al proprio popolo ad amare i draghi e a non comba erli più. La sua
stirpe ha regnato fino all’estinzione durante il Grande Cordoglio, quando il Primo
Signore della Guerra prese le armi per vendicarla.

«La leggenda dice il vero. Kwiriki assunse le sembianze di un


uccello. All’epoca potevamo cambiare forma a nostro piacimento»
spiegò Nayimathun. «Potevamo diventare più grandi o più piccoli,
intessere illusioni, infondere sogni… di questo eravamo capaci.»
Ma ora non più.
Tané si perse ad ascoltare le onde. Immaginò di essere una
conchiglia, e di custodire quel rombo nel pe o. A raverso le
palpebre sempre più pesanti, colse lo sguardo di Nayimathun che la
osservava.
«Qualcosa ti turba.»
Si irrigidì.
«No» rispose. «Pensavo solo a quanto sono felice. Ho realizzato
tu i i miei sogni.»
Nayimathun emise un gorgoglio profondo, sbuffando vapore
dalle narici. «Non c’è nulla che tu non possa dirmi.»
Tané evitava disperatamente il suo sguardo. Sapeva con tu a se
stessa quanto fosse sbagliato mentire a una dea, e d’altra parte
semplicemente non poteva rivelarle dello straniero. Per quel crimine,
Nayimathun si sarebbe sbarazzata di lei.
Avrebbe preferito la morte.
«Lo so» si limitò a rispondere.
Le pupille della creatura divennero pozzanghere d’ombra in cui
Tané riusciva a scorgere il proprio riflesso. «Vorrei accompagnarti
alla fortezza,» disse Nayimathun «ma stano e devo riposare.»
«Capisco.»
Il corpo del drago fu scosso da un basso ringhio. Parlò ancora, più
che altro rivolta a se stessa: «Si agita. L’ombra incombe cupa
sull’Occidente».
«Chi si agita?»
Il drago chiuse gli occhi e tornò ad appoggiare il muso contro il
collo. «Resta con me fino all’alba, Tané.»
«Ma certo.»
Tané si sdraiò al suo fianco. Nayimathun si fece ancora più vicina,
avvolgendola con l’immenso corpo.
«Dormi» disse. «Le stelle vegliano su di noi.»
Il ventre della creatura la riparava dal vento. Mentre prendeva
sonno lì dove aveva sempre sognato di essere, cullata dal ba ito
cardiaco di un drago, Tané ebbe la strana sensazione di essere
ritornata nel ventre materno.
Aveva anche la sensazione che qualcosa le si stesse chiudendo
addosso. Come una rete a orno a un pesce guizzante.
26
Occidente

La notizia della visita regale ad Ascalon si diffuse in tu a Inys, dalla


Baia di Balefire fino alle scogliere nebbiose dei Colli. Dopo
qua ordici lunghi anni, la sovrana si sarebbe mostrata agli abitanti
della capitale, che si preparavano ad accoglierla. Prima che Ead
potesse rendersene conto, giunse il fatidico giorno.
Vestendosi, nascose i coltelli: due so o la gonna, un altro infilato
dentro il bustino, un quarto nello stivale. L’unica arma che le era
consentito mostrare era il pugnale ornamentale in dotazione a tu e
le Ancelle del Baldacchino.
Verso le cinque raggiunse Katryen negli appartamenti della
regina, e insieme andarono a svegliare Sabran e Roslain.
Sarebbe stata la prima apparizione pubblica della monarca dal
giorno della sua incoronazione: era compito delle damigelle di corte
renderla più splendente che mai. Doveva essere divina. La aiutarono
a indossare una veste di velluto blu no e, una cintura di corniole e
una stola di lince di brughiera che l’avrebbe fa a risaltare in mezzo
alla distesa di abiti color bronzo e pellicce fulve. Così vestita avrebbe
ricordato la regina Rosarian, che amava avvolgersi nel blu.
Una spilla a forma di spada spiccava sul suo corse o. Solo lei, in
tu a Virtudom, aveva il privilegio di scegliere come patrono il Santo.
Roslain, i capelli ornati di ambra e perle di vetro rosso, fu
incaricata della selezione dei gioielli. Ead prese un pe ine e con una
mano sulla spalla di Sabran, lo fece scorrere in mezzo alla cascata di
capelli neri, ciocca dopo ciocca, finché tu e non risplende ero di
luce propria.
La regina rimase per tu o il tempo immobile come una statua,
con gli occhi gonfi per l’insonnia.
Ead ingentilì il tocco, mentre la testa di Sabran ondeggiava tra le
sue mani. Pareva che a ogni nuovo colpo di pe ine la tensione della
regina si allentasse, la stre a delle mandibole diminuisse. Per tenerla
ferma, Ead appoggiò le dita nel punto di pelle tra le orecchie e
l’a accatura dei capelli.
«Sei bellissima oggi, Ead» disse Sabran.
Le prime parole da quando si era svegliata.
«Molto gentile da parte vostra, Maestà» replicò Ead, accanendosi
contro un nodo particolarmente tenace. «Siete contenta di rivedere la
ci à?»
Sabran non rispose subito. Ead continuò a pe inarla.
«Sono contenta di rivedere il popolo» disse finalmente la regina.
«Mio padre mi incoraggiava spesso a intra enere rapporti con i
sudditi, ma… non ho mai potuto farlo.»
In quel momento probabilmente pensava a sua madre: il motivo
per cui in qua ordici anni aveva visto di rado qualcosa di diverso
dalle sontuose stanze del palazzo.
«Vorrei tanto poter annunciare la gravidanza.» Sabran si portò la
mano alla pe orina coperta di gemme. «Ma il Medico di Corte
consiglia di a endere i primi sentori della piccola.»
«Il popolo non desidera altro che vedere voi. Incinta o meno, non
ha importanza» la rassicurò Ead. «Senza contare che tra poche
se imane potrete fare l’annuncio. Pensate come saranno lieti, allora.»
La regina la guardò in faccia; poi, del tu o inaspe atamente, le
prese la mano.
«Dimmi un po’, Ead,» disse «come fai a sapere sempre cosa dire
per rassicurarmi?»
Prima che riuscisse a immaginare a una risposta, le raggiunse
Roslain. Ead si fece da parte e, anche se le dita di Sabran scivolarono
via dalle sue, continuò a sentirne il tocco fantasma contro il palmo.
Le ossa so ili. La merlatura delle nocche.
La regina si lasciò guidare davanti al lavabo. Katryen si occupò di
me erle il rosse o, mentre Ead divideva la chioma in sei ciocche da
appuntarle intrecciate sulla nuca, lasciando che gli altri capelli le
ricadessero sulle spalle. Per ultima venne la corona d’argento.
Vestita di tu o punto, la regina studiò il proprio riflesso nello
specchio. Roslain le raddrizzò la corona.
«Un ultimo tocco» disse, facendole scivolare un monile intorno al
collo. Zaffiri finissimi e perle, con un ciondolo a forma di cavalluccio
marino. «Ricordate.»
«Certo.» Sabran sfiorò il ciondolo, lo sguardo perso chissà dove.
«Me l’ha dato mia madre.»
Roslain le poggiò una mano sulla spalla. «Tenetevela accanto oggi.
Sarebbe così fiera di voi.»
La regina di Inys si guardò allo specchio ancora un momento,
quindi, tra enendo il respiro, si voltò.
«Mie signore,» disse con un sorriso tirato «come vi sembro?»
Katryen le sistemò una ciocca ribelle so o la corona e annuì.
«Sembrate la figlia del Santo, Maestà.»

Si erano fa e le dieci, l’azzurro del cielo era ormai abbagliante. Le


damigelle scortarono Sabran fino ai cancelli di Casa del Rovo, dove
Aubrecht Lievelyn, in alta uniforme, a endeva circondato dai Duchi
Spirituali. Seyton Combe sfoggiava il suo tipi©o sorriso mite, quello
che Ead non vedeva l’ora di cancellargli dalla faccia.
Si fingeva sereno, ma la verità era che le indagini sui tagliagole
non stavano portando a nulla. Lo stesso valeva, purtroppo, per
quelle di Ead. Avrebbe voluto continuare a investigare, ma aveva
sempre meno tempo libero.
In ogni caso, se l’intenzione degli assassini era colpire di nuovo,
quello sarebbe stato il giorno ada o.
Mentre qualcuno aiutava la regina a salire in carrozza, Igrain
Crest tese la mano a sua nipote.
«Roslain» la salutò con un sorriso. «Sei splendida oggi, bambina
mia. La mia gemma preziosa.»
«Nonna cara, sei troppo buona.» Roslain fece la riverenza e la
baciò sulle guance. «Buongiorno.»
«Auguriamoci che lo sia davvero, Lady Roslain» borbo ò Lord
Ritshard Eller. «Non mi piace affa o che la regina passeggi in mezzo
p g p gg
ai plebei.»
«Andrà tu o bene» intervenne Combe. Il monile che portava al
collo brillò colpito da un raggio di sole. «Sua Maestà e Sua Altezza
Reale sono ben prote i. Non è così, Sir Tharian?»
«Oggi più che mai, Vostra Grazia» confermò Lintley con un
inchino elegante.
«Mmh.» Eller pareva ancora poco convinto. «Molto bene, Sir
Tharian.»
Ead salì in carrozza insieme a Roslain e Katryen. Mentre si
allontanavano al tro o dal palazzo, guardò fuori dal finestrino verso
il fi o intreccio di strade ci adine.
Ascalon era la prima e unica capitale di Inys. Sulle sue vie
cio olose affacciavano le abitazioni di migliaia di persone,
provenienti da ogni angolo di Virtudom e non solo. Prima che
Galian tornasse sull’isola, l’arcipelago era stato un conglomerato di
feudi perennemente in lo a tra loro e governati da una miriade di
principi e vassalli. Galian li aveva riuniti so o un’unica corona. La
sua.
Si diceva che un tempo la capitale che prendeva il nome dalla
spada di Berethnet fosse un vero paradiso in terra. Adesso era un
dilagare di furfanteria e sozzume, come tu e le grandi ci à.
La maggior parte degli edifici era costruita in pietra. In seguito
all’Era Dolente, quando le fiamme si erano divorate mezza Inys, era
stata varata una legge che vietava i te i di legno. Le case di quel
materiale ancora presenti erano pochissime, proge ate da Rosarian
Seconda in persona e mantenute in piedi per la loro estrema
raffinatezza: i graticci scuri, disposti a motivi sfarzosi, creavano uno
straordinario contrasto con il bianco della muratura.
I quartieri ricchi erano ricchi sul serio. Riva Sovrana vantava
cinquanta bo eghe di orefici e almeno il doppio di argentieri. Hend
Street pullulava di vetrine che esponevano armi inysh di nuovissima
fa ura. Sull’Isolo o di Knells, Pounce Lane era il ritrovo di poeti e
commediografi e Brazen Alley dei librai. Merci provenienti da tu o
il mondo affollavano i banchi del mercato di Werald Square. Rame
lucente da Lasia, oro e ceramiche. Vasi smaltati con dipinti e intarsi
mentesi. Rarissimo vetro rosso dell’Antica Serena Repubblica di
Carmentum. Incensi e pietre del cielo dall’Ersyr.
Nei quartieri più modesti, quelli dove era dire a la delegazione
reale, come Kine End o le Tane, la vita era tu o un altro paio di
maniche. Qui sorgevano le macellerie, i bordelli mascherati da
locande per evitare le sanzioni dell’Ordine dei Sanctarian, le be ole
dove i briganti si ritrovavano a spartirsi la refurtiva.
Diecimila ci adini di Inys affollavano le strade, in spasmodica
a esa di intravedere la loro sovrana. Ead era piu osto angustiata
dalla loro presenza. Dal giorno del matrimonio non si erano
verificati altri a acchi, ma questo non significava che il pericolo fosse
scampato.
Il corteo si fermò alle porte del Santuario di Nostra Signora, dove
si diceva fossero conservate le spoglie di Cleolind (Ead sapeva che si
tra ava di una menzogna). Era l’edificio più alto di tu a Inys,
persino più della Torre Alabastrina, costruito in pietra chiara
scintillante so o i raggi del sole.
Ead scese dalla carrozza, nella luce del giorno. Da parecchio
tempo non frequentava le vie di Ascalon, ma le ricordava bene.
Prima che Chassar la introducesse a corte, aveva vagato in ci à per
un mese intero, stampandosi in testa il reticolato di strade
nell’eventualità di dover, un giorno, fuggire dal palazzo.
Ai piedi della scalinata si era riunito un capannello di persone in
smaniosa a esa. Sui cio oli erano sparsi gigli e fiori della regina.
Mentre le altre damigelle d’onore e le domestiche del Servizio
Straordinario, capeggiate da Oliva Marchyn, emergevano dalle
carrozze, Ead passò in rassegna la folla.
«Non vedo Lady Truyde» disse a Katryen.
«Ha l’emicrania.» Fece una smorfia. «Proprio al momento giusto.»
Poco dopo le raggiunse anche Margret. «Mi aspe avo tanta
gente,» commentò affannata «ma, per il Santo, sembra che tu a la
ci à sia qui.» Indicò il cocchio reale. «Ecco che arrivano.»
Ead si tenne pronta.
Il primo a mostrarsi fu Lievelyn, e gli Inysh esultarono come alla
vista del Santo in persona. Senza scomporsi, il principe fece un
cenno di saluto, quindi offrì la mano a Sabran, che scese aggraziata
dalla scale a.
Il ruggito della folla fu così intenso, così immediato da sembrare,
almeno a Ead, un’entità fisica più ancora che un suono. Le tolse il
respiro, come un colpo allo stomaco. Sentì il fremito di eccitazione di
Katryen al suo fianco, e vide Margret fissare lo spe acolo degli Inysh
che si inginocchiavano al cospe o della loro sovrana. Si tolsero i
cappelli, versarono lacrime di gioia e lanciarono ovazioni così
potenti che il Santuario di Nostra Signora per un a imo parve sul
punto di sollevarsi da terra. Sabran era immobile, come colpita da un
fulmine. Ead si accorse che lo ava con le emozioni. Era dal giorno
dell’incoronazione che se ne stava rinchiusa a palazzo, finendo per
dimenticare cosa il popolo vedesse in lei. L’incarnazione della
speranza. Uno scudo, l’unica salvezza.
Si riprese in fre a. Non salutò, ma sorrise e prese Lievelyn per
mano. Rimasero così, fianco a fianco, per qualche secondo,
consentendo alla folla di esprimere tu a la sua adorazione.
Li precedeva il capitano Lintley, una mano appoggiata sull’elsa
della spada. Appostati lungo la strada c’erano poi i Cavalieri
Prote ori, cui era stato aggiunto un rinforzo di circa trecento guardie
per vigilare sul tragi o dei coniugi reali.
Pur camminando dietro Sabran, Ead non perdeva mai di vista la
ressa, con lo sguardo che dardeggiava da un volto al successivo, da
una mano all’altra. Nemmeno il più inesperto degli assassini si
sarebbe lasciato sfuggire un’occasione simile.
Il Santuario di Nostra Signora, con il suo soffi o a volta, era
magnifico dentro quanto fuori. Frammenti di luce purpurea
filtravano dalle trifore proie andosi sul corteo regale. Alle guardie
fu ordinato di a endere fuori.
Sabran e Lievelyn si diressero al sepolcro, un maestoso blocco di
marmo inserito nella nicchia alle spalle dell’altare. I resti
incorru ibili della Donzella, si diceva, giacevano dentro una cripta
chiusa a chiave. Nessuna effigie ricordava la defunta.
Regina e principe consorte si inginocchiarono sul poggiapiedi a
capo chino. Dopo qualche minuto, Lievelyn si fece da parte per
consentire a Sabran di recitare una preghiera in privato. Al posto suo
p g p p
giunsero le Ancelle del Baldacchino, che si strinsero intorno alla
sovrana.
«Divina Donzella,» sussurrò Sabran rivolta al sepolcro «sono
Sabran Nona. Mia è la tua corona, mio il tuo reginato; mi sforzo ogni
giorno di recare gloria alla Casata di Berethnet, come mi sforzo di
seguire il tuo esempio di compassione, coraggio e sopportazione.»
Chiuse gli occhi, la voce rido a a un mormorio appena udibile.
«Eppure confesso» aggiunse «di non esserne stata in grado. Mi
sono macchiata di impazienza e superbia. Troppo a lungo ho
rinnegato il mio ruolo di sovrana rifiutando di donare una
principessa al popolo e cercando, al contrario, loschi metodi per
prolungare la mia vita.»
Ead la guardò di so ecchi. La regina si tolse un guanto orlato di
pelliccia e appoggiò i polpastrelli sul nudo marmo.
Era una tomba vuota, quella cui la regina rivolgeva le sue
preghiere.
«Questo ti chiedo, da tua fedele seguace. Fa’ che riesca a dare alla
luce la bambina. Fa’ che cresca sana e vivace. Dammi la forza di
infondere speranza a Virtudom. Farei qualunque cosa, darei la vita
in cambio di quella di mia figlia. Sono pronta a ogni sacrificio, ma ti
supplico, fa’ che la mia stirpe non si estingua con me.»
Parlava in tono fermo, ma pareva il ritra o della stanchezza. Dopo
un istante di esitazione, Ead stese una mano verso di lei.
Sabran in prima ba uta si irrigidì, ma poi intrecciò le dita alle sue
e riprese a pregare.
Nessuno dovrebbe indurre una donna a temere di non essere
abbastanza.
Alla fine si alzò, imitata dalle damigelle. Ead chiamò a raccolta le
energie: stava per cominciare la parte più pericolosa della giornata.
Sabran e Lievelyn avrebbero fa o visita ai bisognosi di Ascalon e
donato loro borse colme di monete. Scendendo la scalinata del
santuario, Sabran si strinse al fianco del marito.
Da lì in poi, il corteo si sarebbe mosso a piedi. Si addentrarono
tu i insieme nel centro ci adino lungo un Decumano Berethnet
piantonato a ogni angolo da guardie armate. Verso metà strada,
proprio mentre a raversavano Piazza Marian, il grido di un
p p g
vagabondo si levò sulla folla: «Me ila incinta o tornatene a
Mentendon!». Lievelyn non fece una piega. Sabran invece serrò le
mascelle; strinse la mano del marito mentre le guardie trascinavano
via il disturbatore.
Per arrivare a Kine End bisognava a raversare il quartiere di
Sylvan sul Fiume, con le sue strade ombreggiate da sempreverdi e il
Teatro Carnelian che incombeva sulle bancarelle degli ambulanti. Il
chiasso della folla era assordante, l’aria carica di eccitazione.
Sabran si fermò ad ammirare un rotolo di tessuto, e in quel
momento qualcosa a irò l’a enzione di Ead verso il forno al lato
opposto della strada. C’era una sagoma accucciata sul balcone, naso
e bocca coperti da uno straccio. Sollevò il braccio, so o lo sguardo
a ento di Ead.
Lo scintillio della canna di una pistola.
Un urlo: «Morte alla Casata di Berethnet!».
Il tempo rallentò all’improvviso. Sabran sollevò lo sguardo di
sca o e qualcuno lanciò un grido di orrore, ma Ead era già pronta. Si
ge ò sulla regina, le cinse la vita con un braccio e la trascinò a terra
proprio nell’istante in cui partiva lo sparo, il frastuono del mondo
che andava in frantumi. Strilli terrorizzati si levarono dalla folla
quando un vecchio cadde in ginocchio, colpito dal proie ile
destinato alla regina.
Ead, con il braccio di Sabran ancora avvinghiato allo stomaco,
ba é il fianco per terra. Aiutò la sovrana ad alzarsi e a raggiungere
Lievelyn, che la mise al riparo dalla traie oria dell’arma. «La regina»
ruggì il capitano Lintley. «Tu e le spade alla regina!»
«Lassù!» Ead indicò il forno. «Uccidetelo!»
Il cecchino era già saltato sul balcone successivo. Lintley prese la
mira, ma il dardo lo mancò per un soffio. Imprecando tra i denti, il
capitano ne incoccò un secondo.
Ead si mise davanti a Sabran, mentre Lievelyn le guardava le
spalle a spada sguainata. Le altre damigelle di corte si disposero in
cerchio a orno alla regina. Seguendo con gli occhi l’assassino, che
ora saltellava come un’antilope da un te o all’altro, Ead fu invasa da
un’ondata di gelo. Spostò lo sguardo sulla strada.
Non assomigliavano affa o ai tagliagole: questa volta non
indossavano more e, bensì maschere contro la peste, simili a quelle
con cui i medici si proteggevano dal contagio durante l’Era Dolente.
Quando i primi si staccarono dalla calca per lanciarsi all’a acco del
corteo reale, Ead si sganciò il pugnale dalla cintura. Ne colpì uno
dri o alla gola.
La folla si disperse. Nel caos generale, si ritrovarono addosso un
altro assassino. «Sia malede a la Casata di Berethnet!» strillò
cercando di raggiungere Sabran, ma scontrandosi invece con un
Cavaliere Prote ore che lo trapassò. «Lode al Senza Nome!»
«Il Dio della Montagna!» Gridò qualcun altro. «Venga il suo
regno!»
Vati della rovina. In un ba ito di ciglia, Lintley sostituì la balestra
con la spada e lo mise a tacere per sempre. In lui non c’era più traccia
del cavaliere galante: ora indossava i panni dello spietato guerriero
con l’unico compito di proteggere la regina di Inys. Si avvicinava di
corsa un altro sicario, questa volta una donna, che alla vista del
capitano girò sui tacchi e fuggì. Un colpo di mosche o, budella
sparse sui cio oli.
In mezzo a quella confusione Ead cercò il Rapace No urno, ma
c’era troppo panico, troppi corpi. Sabran stava ferma, indomita, le
braccia rigide lungo i fianchi.
Ead si sentì invadere da una calma sovrannaturale. Lanciò due
coltelli senza pensare che, in quanto Ancella del Baldacchino, non
avrebbe dovuto esserne capace. Si levò dalle spalle il manto di
segretezza di tu i quegli anni. In testa aveva solo una cosa, il suo
compito: mantenere Sabran in vita.
La danza della guerra la chiamava, proprio come la prima volta
che aveva affrontato un basilisco. Come una vampa di fuoco, si
lanciò in mezzo a una nuova ondata di assassini seminando morte
con le lame rotanti.
Si fermò sul ciglio della strada. Lintley la fissava col volto
imbra ato di sangue. Un grido lo costrinse a voltarsi. Linora.
Strillava terrorizzata, supplicando due vati della rovina che la
spingevano a terra. Ead e Lintley accorsero all’unisono, ma la
ragazza aveva già un coltello piantato in gola e il sangue che
zampillava dalla ferita. Troppo tardi, l’avevano persa.
Ead cercò di riprendersi dallo shock, mentre un fio o di bile le
riempiva la gola. Linora morì so o gli occhi di Sabran. I Cavalieri
Prote ori, ormai circondati dalla minaccia che incombeva ovunque,
si strinsero intorno alla regina. Fece per avvicinarsi l’ennesimo
sicario ma Roslain, con una ferocia che Ead non le aveva mai visto
negli occhi, gli conficcò il pugnale nella coscia facendolo urlare
dietro la maschera.
«Il Senza Nome sta per risorgere» si udì tra gli ansimi. «Giuriamo
a lui fedeltà eterna.» Mentre la nebbia calava sui suoi occhi, l’uomo
riuscì ancora a dire: «Morte alla Casata di Berethnet!».
Roslain tentò di pugnalarlo di nuovo, ma lui la abba é con un
pugno. Sabran gridò di rabbia. Ead uscì dalla mischia e le corse
incontro nell’istante in cui il criminale si avventava su Lievelyn, che
parò l’a acco appena in tempo con la spada.
Lo scontro fu rapido, furioso: Lievelyn era più forte, ogni sua
mossa tradiva anni di addestramento. Mise fine al duello menando
un fendente dall’alto.
Sabran fece un passo indietro per allontanarsi dal cadavere,
mentre il principe fissava sconvolto la sua stessa spada, intrisa di
sangue fino all’elsa.
«Maestà, Altezza venite con me.» Un Cavaliere Prote ore si era
aperto un varco tra la folla. Il rame della sua armatura brillava di un
rosso più intenso rispe o a prima. «Conosco un posto sicuro qui
vicino. Il capitano Lintley mi ha ordinato di portarvi là. Dobbiamo
muoverci.»
Ead gli puntò il pugnale alla gola: come la maggior parte dei
Cavalieri del suo ordine indossava un elmo chiuso, che gli
camuffava la voce. «Non avvicinarti» disse. «Chi sei?»
«Sir Grance Lambren.»
«Togliti l’elmo.»
«Tranquilla, madonna Duryan. Riconosco la voce» si intromise
Lievelyn. «Non è saggio togliersi l’elmo in questa situazione.»
«Ros…» Sabran tentava di farsi largo tra gli uomini per
raggiungere la sua Prima Dama. «Aubrecht, aiutala.»
gg g
Ead cercò Margret e Katryen, ma di loro non c’era traccia. Linora,
invece, giaceva in una pozza di sangue, con lo sguardo vitreo della
morte.
Lievelyn prese in braccio Roslain e corse dietro a Sir Grance
Lambren, che nel fra empo aveva portato via Sabran. Maledicendo
l’incoscienza del principe, Ead li seguì. Gli altri Cavalieri Prote ori
fecero di tu o per raggiungere la regina, ma vennero assaliti
dall’orda nemica.
Com’era stato possibile orchestrare quel disastro?
Ead raggiunse Sabran e Lievelyn nell’istante in cui svoltavano
l’angolo del Decumano Berethnet, scomparendo alla vista. Lambren
li scortò tra le lapidi del cimitero abbandonato di Vicolo dei Brividi,
fino a un santuario diroccato. Cede e il passo ai sovrani, ma appena
Ead fece per avvicinarsi le sbarrò la strada.
«Dovete cercare le altre dame, madonna.»
«O rimango con la regina» rispose prontamente Ead «o ce ne
andiamo tu i e due.»
Lambren non si mosse. Ead strinse le dita sull’elsa del pugnale.
«Ead» la chiamò Sabran. «Ead, dove sei?»
Il cavaliere rimase fermo per un lungo istante prima di farsi da
parte. Quando l’ancella ebbe raggiunto gli altri, rinfoderò l’arma e
chiuse le porte. Quindi si tolse l’elmo, rivelando i lineamenti rudi di
Sir Galian Lambren, e incenerì Ead con un’occhiata.
L’interno del santuario, come tu o il cimitero, era andato in
rovina. Ciuffi di erbacce si insinuavano tra le finestre. Roslain
giaceva sull’altare, col pe o che si sollevava freneticamente e il resto
del corpo immobile. Sabran, dopo aver coperto l’amica con il
mantello, le si sede e accanto e le prese la mano con ostentata
compostezza.
Lievelyn misurava la stanza a grandi passi, il volto rido o a una
maschera di angoscia. «Quei poveri innocenti là fuori. Lady
Linora…» Le guance del principe erano schizzate di sangue.
«Sabran, devo tornare laggiù, accanto al capitano Lintley. Tu resta
qui insieme a Sir Grance e madonna Duryan.»
Sabran gli fu subito addosso. «No» geme e, avvinghiandoglisi al
braccio. «Rimani qui, è un ordine.»
q
«La mia spada vale quanto le altre» rispose Lievelyn. «La mia
Guardia Regia…»
«Anche i Cavalieri Prote ori sono in strada» lo interruppe Sabran.
«La nostra morte servirebbe solo a vanificare il loro sacrificio.
Dovranno pensare a difendere sia noi che se stessi.»
Lievelyn le prese il viso tra le mani.
«Tesoro mio,» disse «me la caverò.»
Per la prima volta, Ead comprese quanto il principe amasse la
regina, e per qualche motivo ne rimase turbata. «Sei il mio
compagno di vita, maledizione. Ti ho donato il mio le o. Il mio
corpo. La mia… anima» sbo ò Sabran. Aveva il volto tirato, la voce
roca. «Non crescerò nostra figlia senza padre, Aubrecht Lievelyn.
Non ci lascerai qui a piangere per te.»
Il volto del principe fu a raversato da una successione di
espressioni contrastanti, finché la speranza non gli accese gli occhi.
«Dici davvero?»
Senza abbassare lo sguardo, Sabran gli prese la mano e se la portò
al ventre.
«Davvero» disse in un soffio.
Lievelyn respirava a fatica. Accarezzò la guancia della moglie,
mentre l’ombra di un sorriso gli si dipingeva sul volto.
«Sono il più fortunato dei principi, allora» mormorò. «E, te lo
giuro, la nostra piccola sarà la più amata delle principesse.» Con un
sospiro profondo, strinse Sabran tra le braccia. «Mia regina. Mia
benedizione. Finché mi riterrai degno del tuo affe o, vi amerò
entrambe con tu o il cuore.»
«Ne sei già degno.» Sabran gli diede un bacio sulla guancia. «Non
indossi forse l’anello col nodo?»
Quindi appoggiò la testa sulla sua spalla. Lasciando che lei gli
accarezzasse la schiena, il principe le sfiorò la tempia con le labbra e
la regina chiuse gli occhi. Ogni tensione scomparve. Quando la
distanza fra i loro corpi si colmò, una fiamma diede un ultimo
guizzo e si spense.
Pugni contro la porta.
«Sabran!» chiamò una voce. «Maestà, siamo Kate e Margret! Vi
prego, lasciateci entrare!»
p g
«Kate, Meg…» Sabran si liberò dall’abbraccio. «Fatele passare»
gridò a Lambren. «Presto, Sir Grance.»
Troppo tardi: Ead aveva subodorato l’inganno. Quella dietro la
porta non era Lady Katryen Withy, ma un’imitazione. La parodia di
un mimo.
«No» ordinò bruscamente. «Fermo.»
«Come osi contraddire i miei ordini?» sbraitò Sabran. «Con quale
autorità?»
Nonostante la furia della regina, Ead riuscì a mantenere la calma.
«Maestà, non è Katryen…»
«Credo di saper riconoscere la sua voce.» Sabran fece un cenno a
Lambren. «Fatele entrare. Adesso.»
Lambren obbedì. Era un Cavaliere Prote ore, non poteva fare
altro.
Ead non perse tempo. Una lama volava già a mezz’aria quando
Lambren fece entrare l’intrusa nel santuario. La donna schivò il
colpo con maestria, sparò a Lambren, quindi puntò la pistola contro
Ead.
Il cavaliere si accasciò a terra, con un fragore di pietra e acciaio; la
pallo ola l’aveva trapassato in mezzo agli occhi.
«Non ti muovere, Ersyri» disse una persona nascosta dal fumo
della pistola. «E abbassa il coltello.»
«Così puoi uccidere la regina di Inys?» Ead non si mosse. «Ti direi
che devi passare sul mio cadavere, ma… immagino che tu abbia un
solo proie ile, altrimenti saremmo già morti tu i.»
L’assassina non rispose.
«Chi ti ha mandato?» Sabran raddrizzò la schiena. «Chi cospira
contro la discendenza del Santo?»
«Il Coppiere non ha nulla contro di voi, Maestà, a eccezione di
quando vi rifiutate di ragionare. Quando vi ostinate a guidare Inys
sulla ca iva strada.»
Il Coppiere.
«Una strada» continuò la voce smorzata della donna «che la
condurrà alla perdizione.»
Nell’istante in cui la pistola sca ava verso i sovrani, Ead lanciò il
suo ultimo coltello, che trafisse il cuore dell’assassina proprio in
p p
concomitanza con lo sparo.
Sabran trasalì. Ead le fu accanto in un secondo, terrorizzata, alla
frenetica ricerca di eventuali ferite. Tu avia non c’era traccia di
sangue. L’abito era intonso.
Alle spalle della regina, Aubrecht Lievelyn crollò in ginocchio
stringendosi il farse o sullo stomaco, dove si allargava una macchia
scura.
«Sabran» mormorò.
Lei si voltò.
«No» geme e. «Aubrecht…»
Ead assiste e alla scena come da una distanza incolmabile: la
regina di Inys, con le gonne intrise di sangue, che correva accanto al
marito e lo distendeva a terra gridando il suo nome; che, china su di
lui, lo implorava di restare con lei mentre se ne andava; che si
piegava sempre di più, cullandogli il capo.
Finché il principe non fu immobile.
«Aubrecht!» Sabran sollevò gli occhi colmi di lacrime. «Ead! Ead,
aiutalo, ti prego…»
Ma Ead non ebbe il tempo di raggiungerla. Le porte si aprirono
un’altra volta e un secondo tagliagole fece irruzione ansimando nel
santuario. Senza indugio, Ead sfilò la spada dalle mani del cadavere
di Lambren e spinse l’assassino contro il muro.
«Togliti la maschera» gli intimò «o, giuro su quello che vuoi, ti
strappo la faccia.»
Le mani guantate rivelarono un volto pallido. Gli occhi che
fissavano il corpo senza vita dell’Illustre Principe di Mentendon
appartenevano a Truyde u Zeedeur.
«Non doveva morire» balbe ò. «Volevo solo aiutarvi, Maestà.
Volevo solo che mi ascoltaste.»
27
Oriente

Niclays Roos: un cospiratore. E con un piano così perfe o e pericoloso


che a volte, da eterno vigliacco qual era, stentava a credere che fosse
fru o della sua mente.
Avrebbe preparato l’elisir e si sarebbe comprato il ritorno a casa,
oppure sarebbe morto nel tentativo. Cosa in effe i assai probabile.
Ma andarsene da Orisima una volta per tu e e infondere nuova vita
alla sua grande opera comportava dei rischi. L’unico modo era
impadronirsi di ciò che la legge orientale gli aveva sempre negato.
Il sangue di drago gli avrebbe finalmente svelato l’arcano della
rigenerazione divina.
E ora sapeva come fare a procurarselo.
La cucina era un turbinio di domestici. «Posso aiutarvi, sapiente
do or Roos?» chiese una di loro, vedendolo comparire sulla soglia.
«Dovrei spedire una le era.» Prima che l’ultimo barlume di
coraggio lo abbandonasse, consegnò la busta alla ragazza. «Deve
arrivare all’onorevole Lady Tané, presso la Fortezza dei Fiori di Sale,
prima che faccia buio. La porteresti a un corriere?»
«Certo, do or Roos. Sarà fa o.»
«Non dire nulla su chi la manda» aggiunse Niclays a bassa voce.
La domestica, pur con un’espressione diffidente, promise di non
farlo e, quando ebbe il denaro per il corriere, se ne andò.
Non restava che aspe are.
Per fortuna poteva ingannare l’a esa leggendo. Eizaru era al
mercato e Purumé con i pazienti, dunque Niclays si sentì libero di
ritirarsi in camera sua, sistemarsi accanto al ga o ronfante e
immergersi nella le ura del suo sgualcito manuale d’alchimia
preferito, Il Principe D’Oro.
Nel pomeriggio, voltò le pagine di un nuovo capitolo e dal
volume scivolò fuori un frammento di seta finissima.
Gli mancò il respiro. Raccolse il frammento da terra e se lo lisciò
tra le dita prima che il ga o potesse affondarci gli artigli. Erano
trascorsi anni dall’ultima volta che si era ritrovato per le mani il più
grande mistero della sua intera esistenza.
La maggior parte dei libri e dei documenti in suo possesso una
volta appartenevano a Jannart, che gli aveva lasciato in eredità, oltre
a metà della sua biblioteca, una sfera armillare, un orologio a
candela lacustrino e una miriade di altri ogge i interessanti. Della
collezione facevano parte molti splendidi volumi, codici illustrati,
tra ati rarissimi, breviari miniati, ma nulla ossessionava Niclays più
di quel piccolo lembo di seta. Non per le frasi in una lingua
indecifrabile che vi erano scri e sopra, e nemmeno per la sua
manifesta antichità… semplicemente perché, racchiuso in quel
pezze o di stoffa, c’era il mistero per cui Jannart aveva perso la vita.
Aleidine, rimasta vedova, l’aveva donato a Truyde, che aveva
reagito alla perdita del nonno sviluppando un a accamento
maniacale ai suoi ogge i. Per anni, la ragazzina aveva tenuto il
frammento appeso al collo, ripiegato dentro un medaglione.
Poco prima che Niclays partisse per Inys, Truyde era andata a
trovarlo a Brygstad. Indossava una piccola gorgiera, seminascosta
dalla cascata di capelli rossi… i capelli di Jannart.
Zio Niclays aveva de o in tono solenne so che stai per andartene. Il
mio amato nonno è morto stringendo questo pezzo di carta tra le mani. Ho
provato a capire di cosa si tra a, ma alla mia stupida scuola non mi
insegnano abbastanza. Quindi aveva aperto la manina guantata.
Secondo papà sei un uomo brillante: forse tu riuscirai a decifrare queste
scri e.
Appartiene a te, piccola mia aveva de o Niclays, lo ando contro il
desiderio di prenderlo. La nonna l’ha dato a te.
Penso che in realtà fosse per te. E comunque ho deciso così. Appena
capisci che cosa significa, scrivimi.
Ma quella le era non era mai stata spedita. A giudicare da grafia
e materiale, il frammento proveniva di certo dall’antico Oriente, ma
quella era l’unica conclusione cui era giunto lo stesso Jannart poco
q g p
prima della fine. Da allora erano trascorsi anni, eppure Niclays
ancora si domandava come mai il suo amato fosse morto stringendo
quell’ogge o.
Lo arrotolò con cautela, per poi infilarlo dentro una scatola
intagliata, dono di Eizaru. Si asciugò gli occhi, trasse un respiro
profondo e riaprì le pagine del Principe d’Oro.

Quella sera, dopo aver cenato con Eizaru e Purumé, Niclays finse di
voler andare a le o. Quindi, nel cuore della no e, sga aiolò fuori da
camera sua, si calò in testa un cappello di Eizaru e si avventurò per
le strade buie.
Sapeva come raggiungere la spiaggia evitando le guardie.
A raversò rapidamente il mercato no urno, con il capo chino e il
bastone stre o in mano.
Le lanterne erano spente, riuscì ad arrivare in spiaggia
inosservato. La distesa di sabbia, a parte la donna, era deserta.
Tané Miduchi lo a endeva accanto a una pozza tra le rocce. Il
bordo dell’elmo le disegnava un’ombra inquietante sul volto. Niclays
preferì sedersi a una certa distanza da lei.
«Mi avete onorato della vostra presenza, Lady Tané.»
Non ripose subito. «Voi parlate seiikinese.»
«Certo.»
«Cosa volete da me?»
«Un favore.»
«Io non vi devo nulla.» La sua voce era bassa e fredda. «Potrei
uccidervi seduta stante.»
«Sospe avo che mi avreste minacciato: per questo ho lasciato al
do or Moyaka un biglie o che racconta il vostro crimine.» Una
menzogna, ma lei non poteva saperlo. «In casa dormono, ora, ma se
non torno in tempo per distruggerlo tu i quanti verranno a sapere
ciò che avete fa o. Dubito che il Generale dei Mari vorrà tra i suoi
cavalieri una persona che potrebbe aver riportato il morbo rosso a
Seiiki.»
«Non avete nemmeno idea di ciò che sarei capace di fare per non
perdere quel posto.»
Niclays ridacchiò. «Avete permesso che un uomo innocente e una
giovane donna morissero in carcere tra piscio e merda, solo perché la
vostra bella cerimonia potesse avere luogo come desideravate» le
ricordò. «Quindi, Lady Tané, credo di avere un’idea piu osto precisa
di cosa siete disposta a fare.»
La ragazza rimase in silenzio per un po’. Quindi disse: «Avete
de o una giovane donna?».
Ma certo, non poteva saperlo. «So che non vi importa nulla del
povero Sulyard,» rispose Niclays «ma sappiate che anche la vostra
amica del teatro è stata arrestata. Non oso immaginare con quali
metodi abbiano provato a estorcerle il vostro nome.»
«Voi mentite.»
Niclays osservò le labbra tese della donna, l’unica parte del suo
viso che riuscisse a scorgere.
«Vi propongo un buon affare» si limitò a dire. «Stano e ci
salutiamo così, e io non dirò niente del vostro coinvolgimento con il
forestiero. In cambio del mio silenzio, mi porterete sangue e scaglie
del vostro drago.»
La donna fu rapida come un uccello in volo; prima di rendersene
conto, Niclays si ritrovò la lama aguzza di un pugnale puntata alla
gola.
«Sangue» ripeté Tané in un soffio «e scaglie.»
Le tremavano le mani. Per quanto l’istinto gli gridasse di
indietreggiare, Niclays rimase con i piedi radicati al suolo.
«Mi state chiedendo di mutilare un drago. Di profanare la carne
di un dio» continuò il cavaliere. Ora riusciva a vederle anche gli
occhi, più affilati persino del pugnale. «Le autorità non si
limiteranno a decapitarvi, verrete bruciato vivo. L’acqua dentro di
voi è troppo sporca per essere purificata.»
«Mi chiedo cosa faranno a voi per i vostri crimini. Aiutare un
clandestino. Infrangere un divieto del mare. Me ere in pericolo
l’intera Seiiki.» Niclays digrignò i denti sentendo la lama premere
sul collo. «Sulyard testimonierà contro di voi; ricorda la vostra faccia
nei minimi de agli, temo, a partire dalla cicatrice. Per ora nessuno
gli ha creduto, naturalmente, ma con il mio supporto…»
Tané adesso tremava dalla testa ai piedi.
«E così» disse «siete voi che minacciate me adesso.» Ripose in
pugnale. «E non certo per salvare Sulyard. Voi lucrate sulla
sofferenza altrui. Siete un servo del Senza Nome.»
«Oh, niente di così eccitante, Lady Tané. Sono solo un povero
vecchio che vuole andarsene da quest’isola per poter morire in
patria.» Aveva il colle o fradicio di sudore caldo. «Capisco che serva
del tempo per o enere ciò che vi ho domandato. Per qua ro giorni a
partire da oggi mi recherò su questa spiaggia al tramonto. Se non
avete intenzione di venire, vi consiglio di andarvene da Ginura in
tu a fre a.»
Fece un profondo inchino e la lasciò lì, sola so o le stelle.

Il sole sgorgò dal mare come sangue da una ferita. Tané era seduta in
punta alla scogliera sulla Baia di Ginura, intenta a scrutare le onde
infrangersi in bianchi cristalli contro le rocce so ostanti.
Le pulsava la spalla, nel punto in cui era affondata la spada di
Turosa. Bevve un sorso del vino trafugato dalle cucine, lasciando che
le bruciasse pe o e palato.
Quelle sarebbero state le sue ultime ore come Lady Tané del Clan
Miduchi. Aveva ricevuto il titolo da pochi giorni, e già se lo vedeva
strappare via.
Si accarezzò la cicatrice sulla guancia, quella che si era procurata
salvando la vita di Susa e che era rimasta impressa nella memoria di
Sulyard. Non era l’unica: sul fianco recava il segno di un altro taglio,
ancora più profondo, che non ricordava di essersi fa a.
Immaginò Susa rinchiusa in carcere. Poi pensò alla richiesta di
Roos, e lo stomaco le guizzò come un pesce sulla spiaggia.
Persino imbra are l’icona di un drago costituiva un reato punibile
con la morte. Trafugare sangue e scaglie degli dèi era più di un
semplice crimine. Certi pirati usavano il potere della nuvola di fuoco
per addormentare i draghi, trascinarli sulle loro navi e depredarli di
p g p
tu o ciò che potevano rivendere al mercato delle ombre di
Kawontay, dal grasso alle zanne. In Oriente non esisteva deli o più
grave, e alcuni Signori della Guerra erano passati alla storia per le
brutali esecuzioni pubbliche riservate a chi se ne macchiava.
Non avrebbe preso parte a una simile crudeltà. Dopo tu e le
ba aglie che Nayimathun aveva comba uto durante il Grande
Cordoglio, dopo tu e le cicatrici che si era già procurata, Tané non
poteva farle una cosa del genere. Qualunque intruglio volesse
preparare Niclays con il suo sangue sacro, per Seiiki non si
preannunciava nulla di buono.
D’altra parte non poteva rischiare di perdere Susa… l’aveva
trascinata lei in quel pantano.
Si gra ò il capo tormentandosi i capelli come faceva a volte da
bambina, quando le istru rici la sgridavano e le davano colpe i sulle
mani.
Ma no. Non avrebbe ceduto al rica o di Roos. Si sarebbe costituita
al Generale dei Mari, a costo di perdere Nayimathun e il Clan
Miduchi. A costo di perdere tu o ciò per cui lo ava fin da
bambina… ma non solo se lo meritava, era l’unico modo per salvare
la sua migliore amica.
«Tané.»
Sollevò lo sguardo.
Nayimathun volava oltre il bordo della scogliera, con la corona
pulsante di luce.
«Potente Nayimathun» mormorò Tané.
Il drago inclinò il muso, l’enorme corpo che ondeggiava nel vento,
leggero come un foglio di carta. Tané stese le braccia e si inchinò
finché la fronte non sfiorò la terra.
«Non sei venuta all’Orfano Affli o stano e» disse Nayimathun.
«Perdonami.» Poiché non arrivava a toccare il drago, la ragazza
so olineò a gesti il senso delle proprie parole. «Non possiamo più
vederci. Mi dispiace davvero, potente Nayimathun.» La voce le si
spezzò come legno marcio so oposto al minimo sforzo. «C’è una
cosa che devo confessare al Generale dei Mari.»
«Vorrei che volassi con me, Tané. Così potremo parlare di ciò che
ti affligge.»
gg
«Ti disonorerei.»
«Intendi anche disobbedirmi, figlia della carne?»
I suoi occhi erano cerchi di fuoco ardente, la bocca un rifugio per
zanne che non amme evano replica. Tané non poteva ribellarsi al
volere di un dio. L’acqua scorreva nel suo corpo, e tu a l’acqua
apparteneva agli dèi.
Per quanto pericoloso, si poteva cavalcare un drago anche senza
sella. Si alzò in piedi e si avvicinò al precipizio. Quando Nayimathun
piegò il muso per consentirle di aggrapparsi alla criniera, a Tané
vennero i brividi, ma piantò comunque uno stivale sul collo della
creatura e le si sede e a cavalcioni. Nayimathun si alzò nel cielo,
allontanandosi dalla fortezza…
… e si tuffò.
Un fremito percorse la schiena di Tané mentre calavano in
picchiata verso il mare. Non riusciva a respirare, vuoi per il panico,
vuoi per la gioia, come se qualcuno le avesse preso all’amo il cuore e
ora fosse deciso a cavarglielo dalla bocca.
Una cresta di scogli si impennò verso di loro. Il vento le ululava
nelle orecchie e un secondo prima di entrare in acqua l’istinto le fece
abbassare la testa.
Per poco l’impa o non la disarcionò. L’acqua le riempì naso e
bocca. Aveva le cosce doloranti e le dita indolenzite per lo sforzo di
reggersi mentre Nayimathun nuotava aggraziata come un’orca,
spingendosi con la coda e le possenti zampe piegate. Tané si
costrinse ad aprire gli occhi. Sentiva le spalle bruciare del fuoco
purificatore che solo il mare era in grado di accendere.
La circondava un vortice di bolle grandi come lune di mare.
Nayimathun riemerse, con Tané sempre in groppa.
«Su» chiese il drago «o giù?»
«Su.»
Un fle ersi di scaglie e muscoli. Tané si aggrappò con più forza
alla criniera. Con un solo balzo vigoroso, Nayimathun si slanciò nel
cielo sopra la baia rovesciando una cascata di gocce sulle onde.
Tané si voltò: Ginura era già lontana. Assomigliava a un quadro,
insieme finto e reale, un mondo galleggiante in bilico sull’oceano. Si
sentiva viva, viva davvero, come se avesse tra enuto il fiato sino a
quel momento. Lassù non era più Lady Tané del Clan Miduchi, né
qualunque altra persona; la sua identità sfumava nel tramonto,
nient’altro che un refolo di vento sopra il mare.
Era così che immaginava la propria morte. Lucenti tartarughe
marine avrebbero scortato il suo spirito fino al Palazzo delle Molte
Perle, mentre il corpo veniva affidato alle onde. Di lei non sarebbe
rimasto altro che semplice spuma.
O almeno, questo se non avesse trasgredito le regole: ai cavalieri
era concesso l’eterno riposo insieme ai draghi, mentre lei si era
condannata a un’eternità di tormentato vagare per l’oceano.
Sentiva il sangue appesantito dal vino. Nayimathun si librò più in
alto, intonando un canto in lingua antica, mentre il respiro del drago
e quello dell’umana si trasformavano in nuvole.
Il mare si estendeva so o di loro a perdita d’occhio. Tané si
accoccolò nella criniera per ripararsi dal vento e ammirare la miriade
di stelle che si stagliavano luminose come cristalli contro la scura
volta celeste senza nubi. Occhi di draghi mai nati. Quando il sonno
la vinse, li sognò, un’armata che piombava dal cielo per sconfiggere
le ombre. Sognò di essere piccola come una piantina, con rami che
nascevano da ogni sua speranza, fino a trasformarla in un albero.
Riaprì gli occhi, fiacca e accaldata, con un dolore sordo che le
martellava le tempie.
Le ci volle un a imo per uscire del tu o dalle profondità del
sonno. Quando i ricordi la investirono e comprese di trovarsi su una
roccia, il freddo la assalì di nuovo.
Rotolò sul fianco. Riusciva a malapena a scorgere la sagoma del
suo drago immersa nell’oscurità.
«Dove siamo, Nayimathun?»
Un sibilo di scaglie e roccia.
«Da qualche parte» rimbombò la voce del drago. «Da nessuna
parte.»
Erano dentro una gro a scavata dalle maree e sferzata dalle onde.
Si infrangevano contro gli scogli, accendendo per un a imo pallide
scintille simili ai minuscoli calamari fosforescenti che a volte si
spiaggiavano lungo le coste di Capo Hisan.
«Ora dimmi,» disse Nayimathun «in che modo mi avresti
disonorata?»
Tané si strinse le ginocchia al pe o. Ammesso che dentro di lei
fosse rimasta un briciolo di coraggio, non era abbastanza per
resistere al volere di un drago.
Parlò a bassa voce, senza ome ere nulla. Raccontò quanto era
accaduto dal momento della comparsa dello straniero sulla spiaggia,
mentre Nayimathun ascoltava in silenzio. Alla fine Tané preme e la
fronte a terra, in a esa del suo giudizio.
«Alzati» ordinò il drago.
Tané obbedì.
«Ciò che è successo non disonora me» disse la creatura. «Disonora
il mondo.»
Tané chinò il capo. Si era ripromessa di non piangere di nuovo.
«So di non meritare il tuo perdono, potente Nayimathun.» Teneva
lo sguardo fisso sulle punte degli stivali, cercando di controllare il
tremore nella voce. «Andrò dal Generale dei Mari doma ina. C-così
potrai scegliere un altro cavaliere.»
«No, figlia della carne. Il mio cavaliere sei tu, l’hai giurato in riva
al mare. E hai ragione, non meriti il perdono» proseguì Nayimathun
«giacché non hai commesso alcun crimine.»
Tané sollevò lo sguardo. «Invece sì, più di uno» disse con voce
ro a. «Ho infranto il ritiro. Ho nascosto uno straniero. Ho
disobbedito al Grand’Edi o.»
«No.» Un sibilo riecheggiò nella caverna. «Ovest o Est, Nord o
Sud… il fuoco non fa differenza. La minaccia proviene da so o, non
da lontano.» Il drago si appia ì a terra, in modo da avere gli occhi
alla stessa altezza di quelli di Tané. «Hai dato asilo a un ragazzo. Gli
hai risparmiato la vita.»
«Non ero mossa da compassione» ammise Tané. «L’ho fa o
per…» Un vuoto allo stomaco. «Perché volevo che la mia vita
prendesse un certo corso e pensavo che lo straniero l’avrebbe
impedito.»
«Questo delude me e disonora te. Ma non è imperdonabile.»
Nayimathun inclinò il muso. «Dimmi, piccola mia. Perché l’uomo
inysh è venuto a Seiiki?»
y
«Voleva incontrare lo stimabile Signore della Guerra.» Tané si
inumidì le labbra. «Sembrava disperato.»
«Allora lo deve incontrare. E anche l’imperatore dei Dodici Laghi
dovrà dargli udienza.» Gli aculei sulla schiena del drago si
drizzarono. «La terra tremerà so o l’oceano. Egli si agita.»
Tané non osò chiedere spiegazioni. «Cosa devo fare,
Nayimathun?»
«Non è questa la domanda che devi pormi. Chiedimi piu osto
cosa dobbiamo fare.»
28
Meridione

Rauca, capitale dell’Ersyr, era il più grande insediamento rimasto in


Meridione. Addentrandosi nel dedalo di stradine fiancheggiate da
alte mura, Loth si lasciò trasportare dai sensi. Montagne di spezie di
ogni colore dell’arcobaleno, giardini fioriti che profumavano l’aria,
sve anti torri del vento decorate con vetri azzurri… non aveva mai
visto niente del genere.
Nel mezzo della confusione ci adina, l’icneumone al suo fianco
a irava molte meno occhiate del previsto: probabile che nell’Ersyr
creature simili fossero assai più comuni che al Nord. Inoltre quello, a
differenza dell’esemplare della leggenda, non pareva sapesse
parlare.
Loth si teneva ai margini della folla. Nonostante il caldo, portava
il mantello allacciato fino alla gola, e anche così avvertiva una morsa
di panico ogni volta che qualcuno gli camminava troppo vicino.
Il Palazzo d’Avorio, residenza della Casata di Taumargam,
incombeva sulle case so ostanti come un dio silenzioso. Intorno alle
guglie volteggiavano stormi di colombi, incaricati di recapitare
messaggi a ogni angolo della ci à. Le cupole scintillavano d’oro,
d’argento e di bronzo, non meno lucenti del sole che rifle evano, e
nel bianco immacolato delle mura i vani arcuati delle finestre
ricordavano ricami in una stola di pizzo.
Proprio della Casata di Taumargam era ambasciatore Chassar uq-
Ispad. Loth avrebbe voluto avvicinarsi al palazzo, ma l’icneumone
pareva di tu ’altro avviso: lo condusse in un mercato coperto, in cui
aleggiava un profumo dolce come budino.
«Non so davvero dove pensi di andare» biascicò Loth tra le labbra
screpolate. Era certo che l’icneumone potesse capirlo. «Potremmo
almeno fermarci a una fontana, signore?»
g
Avrebbe fa o meglio a risparmiare il fiato. Quando però
passarono accanto a un venditore di fiasche da viaggio, vedendole
colme d’acqua cristallina, Loth non riuscì a tra enersi. So o lo
sguardo carico di disapprovazione dell’animale armeggiò con la
sacca per prendere il borsello.
«Per favore» implorò esausto.
La creatura sbuffò, ma poi si sede e sulle zampe posteriori. Loth
corse dal mercante e gli indicò la bo iglia più piccola, di vetro
iridescente. L’uomo disse qualcosa nella sua lingua.
«Non parlo ersyri, signore» rispose desolato Loth.
Ma il commerciante sorrise, svelando la ragnatela di piccole rughe
che gli circondava gli occhi. «Ah, siete inysh. Le mie scuse.» Come
quasi tu i gli Ersyri aveva i capelli scuri e la pelle ambrata. «Fanno
o o soli, prego.»
Loth esitò. Da uomo ricco, non si era mai trovato nella condizione
di dover contra are. «Sembra… molto costoso» azzardò, valutando
il misero contenuto del borsello.
«Io e la mia famiglia siamo i migliori soffiatori di vetro di tu a
Rauca. Se svendessi la merce, ne andrebbe del nostro buon nome.»
«Molto bene, allora.» Loth si asciugò la fronte, troppo accaldato
per protestare. «Ho visto che qualcuno porta dei veli sul viso. Dove
si comprano?»
«Non avete un pargh? Be’, è già tanto che non siate rimasto cieco
per la sabbia.» Con uno schiocco di lingua dispiegò in aria un
fazzole o di tela bianca. «Ecco, ve lo regalo.»
«Troppo gentile.»
Loth allungò la mano. Era così terrorizzato che il morbo filtrasse
anche a raverso i guanti che per poco non fece cadere il pargh. Dopo
esserselo avvolto intorno alla faccia in modo da lasciare scoperti
soltanto gli occhi, consegnò all’uomo una manciata di monete d’oro.
«Che l’alba splenda su di voi, amico mio» disse il mercante.
«E su di voi» rispose goffamente Loth. «Siete già stato molto
generoso, ma chissà se posso chiedervi un ultimo favore. Vengo
nell’Ersyr alla ricerca di Sua Eccellenza Chassar uq-Ispad,
ambasciatore del re Jantar e della regina Saiyma. Credete che risieda
a palazzo?»
p
«Ah, vi ci vorrà non poca fortuna. Sua Eccellenza è spesso
all’estero» rispose il mercante con una risata. «In questo periodo
dell’anno, tu avia, lo troverete quasi di sicuro a Rumelabar.» Gli
porse la bo iglia. «Le carovane partono all’alba dalle Colombaie.»
«E da lì posso anche inviare una le era?»
«Be’, naturalmente.»
«Mille grazie. Vi auguro una buona giornata.»
Loth si allontanò e prosciugò il contenuto della fiasca in tre
lunghe sorsate. Poi, ansante, si pulì la bocca.
«Le Colombaie» ripeté all’icneumone. «Suona bene, no? Mi ci
porteresti, amico mio?»
L’animale lo accompagnò in quello che aveva tu a l’aria di essere
il cuore pulsante del mercato: un affollamento di bancarelle con
sacchi di rose disidratate, ciotole stracolme di zucchero di canna e
bricchi fumanti di tè allo zafferano. Ora che ne uscirono, il sole era
scomparso oltre l’orizzonte e ovunque per strada brillavano lanterne
di vetro colorato.
Era impossibile non trovare le Colombaie. La piazza circondata da
mura che collegavano le qua ro torri a forma di alveari era
interamente ricoperta di piccole piastrelle rosa e quadrate. Loth intuì
quasi subito che quella per la posta dire a a Occidente era la prima,
quindi si addentrò nel fresco della stru ura a nido d’ape che dava
rifugio a migliaia di candidi colombi delle rocce.
L’ultima no e trascorsa a Cárscaro aveva scri o una le era a
Margret, ed escogitato un modo per evitare la censura di Combe.
Consegnò busta e monete a un guardiano, facendosi prome ere che
il messaggio sarebbe partito entro l’alba.
Sfinito, Loth si lasciò guidare dall’icneumone fuori dalla
colombaia, verso un edificio con le stesse finestre intarsiate del
Palazzo d’Avorio. La donna al bancone non sapeva una parola di
inysh, ma grazie a una bizzarra coreografia di gesti e sorrisi, Loth
riuscì a farsi dare una stanza per la no e.
L’icneumone aspe ava fuori; Loth andò a salutarlo con una
gra ata in mezzo alle orecchie.
«Ci rivedremo, amico mio» gli sussurrò. «Godrò della tua
compagnia in un altro deserto.»
p g
In tu a risposta l’animale emise un breve latrato. L’ultima cosa
che Loth vide di lui fu la lunga coda che scompariva dietro un
angolo, in un vicolo.
Proprio lì accanto notò una donna. Stava appoggiata a un pilastro,
a braccia conserte, e aveva il viso coperto da una maschera di
bronzo. Indossava pantaloni ampi, infilati dentro stivali aperti sulle
dita, e una giacca di broccato stre a alla cintura. Qualcosa nel suo
sguardo lo turbava, dunque girò i tacchi e tornò dentro la locanda.
Gli diedero una piccola stanza affacciata su un cortile con una
vasca circondata da alberi di limoni dolci. Inalandone il profumo
stucchevole, si sentì invadere da una sorta di stordimento. Si sede e
sul le o sconosciuto, affondando nella pila di cuscini di seta viola
con il solo desiderio di dormire.
Invece, si mise in ginocchio accanto alla finestra e pianse per
Kitston Glade.

Quando non ebbe più lacrime da versare, il Santo gli concesse il


dono del sonno. Si svegliò alle prime ore del ma ino, dolorante, con
gli occhi gonfi e la vescica che reclamava a enzioni. Dopo essersi
liberato tornò in camera arrancando nel corridoio buio.
Il ricordo di Kit tornò a lacerargli il pe o. Come un crepaccio
senza fondo, il dolore risucchiava qualunque pensiero positivo.
Fuori, i colombi erano andati a riposarsi. Le cupole splendenti del
Palazzo d’Avorio assorbivano la luce scintillando come candele,
mentre sopra di loro le stelle erano ferite aperte nell’oscurità.
Quello non era l’Occidente: era una terra lontana da Virtudom,
dove si adorava un falso profeta. Ead una volta aveva ammesso che
da ragazzina trovava affascinanti gli insegnamenti del Cantore
dell’Alba, ma lui ne era sempre stato inorridito. Non poteva
immaginare di dover vivere al di fuori della confortante stru ura
delle Sei Virtù, ed era contento che Ead si fosse convertita appena
giunta a corte.
Una brezza leggera gli rinfrescava la pelle. Avrebbe dato
qualunque cosa per un bel bagno, ma temeva che il morbo si
q q p g
propagasse anche in acqua. Al ma ino, per sicurezza, avrebbe
bruciato le lenzuola e poi ripagato il danno alla proprietaria.
Il prurito gli incendiava la schiena e i guanti che portava
costantemente per coprire la pelle squamata prima o poi avrebbero
iniziato a destare sospe i. Pregò che Chassar uq-Ispad avesse
davvero una cura.
Morire in quel modo non avrebbe avuto senso, non dopo che il
Cavaliere di Sodalizio l’aveva graziato ponendo l’icneumone sul suo
cammino.
Sprofondò nuovamente in un sonno senza sogni, da cui si destò
all’improvviso.
Braccia e gambe erano scosse da un tremore incontrollabile e si
sentiva divorato dalla febbre. Ma non era stato quello a svegliarlo.
Cercò d’istinto la spada, prima di ricordarsi di averla perduta.
«Chi è là?» Aveva le labbra secche, salate. «Ead?»
Qualcosa si mosse nella penombra. Lo scintillio di una maschera
di bronzo, e poi su Loth calò il buio.
29
Oriente

Le strade della capitale erano di nuovo ba ute dalla pioggia. Nella


Fortezza dei Fiori di Sale, Tané si inginocchiò davanti al tavolo di
camera sua.
Nayimathun l’aveva riaccompagnata lì subito dopo aver ascoltato
la sua confessione, quindi era volata a Capo Hisan per cercare
Sulyard. La richiesta dello straniero sarebbe stata ascoltata, ora che il
ragazzo godeva della protezione di una dea. Nayimathun avrebbe
anche ordinato di liberare Susa all’istante. Lei e Tané si erano date
appuntamento sulla spiaggia all’alba: da lì sarebbero andate insieme
dal Generale dei Mari per raccontargli tu o.
Tané avrebbe voluto mangiare qualcosa, ma le mani le tremavano
troppo. Quasi tu i gli altri cavalieri erano stati chiamati a rinforzo
dei Guardiani presso l’insediamento costiero di Sidupi, preso di
mira da un centinaio di pirati della Flo a dell’Occhio di Tigre
smaniosi di bo ino.
Ordinò il tè. Le venne portato da uno dei tanti domestici personali
che ora le stavano sempre a orno, pronti a soddisfare qualunque sua
esigenza.
La camera in cui dormiva era ancora più sfarzosa di quanto
avesse immaginato, con il soffi o a casse oni e il pavimento coperto
da stuoie profumate. Gli affreschi alle pareti erano impreziositi da
lamine di vero oro e il più soffice dei materassi aspe ava solo di
accoglierla nel suo confortante abbraccio.
Eppure, circondata da tu o quel lusso, Tané non riusciva né a
mangiare né a dormire.
Finì il tè con mani tremanti. Se solo si fosse addormentata…
Nayimathun sarebbe stata già lì al suo risveglio.
Si era appena decisa ad andare a le o quando il pavimento della
stanza prese a tremare, scosso da un tuono. Tané tentò di
appoggiarsi al muro, ma la violenza del terremoto le fece cedere le
gambe. Cadde sulle stuoie.
La fiamma della lanterna tremolò. Tre domestici fecero irruzione
in camera: uno di loro le si inginocchiò accanto mentre gli altri la
aiutavano ad alzarsi. Non riusciva a fare peso sulla caviglia sinistra,
così la stesero sul le o.
«Lady Tané, vi siete fa a male?»
«Una slogatura» rispose. «Nulla di grave.»
«Vi portiamo qualcosa per il dolore» disse la domestica più
giovane. «Aspe ateci qui, onorevole Miduchi.» E se ne andarono.
Dalla finestra aperta entravano grida distanti e confuse. I
terremoti erano abbastanza frequenti a Seiiki, ma l’ultimo risaliva a
un bel po’ di tempo prima.
I domestici tornarono poco dopo con una ciotola di ghiaccio. Tané
ne avvolse qualche cube o in un asciugamano che preme e sulla
caviglia indolenzita. La caduta le aveva risvegliato il dolore alla
spalla e al fianco sinistro, in corrispondenza della vecchia cicatrice.
Quando il ghiaccio fu quasi sciolto, spense la lanterna e si distese
in cerca di una posizione comoda. Il fianco le doleva come se un
cavallo le avesse sferrato un calcio. Continuò a pulsare come un
secondo cuore anche quando finalmente il sonno la vinse.
Qualcuno la svegliò bussando alla porta. Per un a imo crede e di
trovarsi di nuovo nella Casa di Mezzogiorno, in ritardo per le
lezioni.
«Lady Tané.»
Non era nessuno dei suoi domestici.
Il dolore alla spalla era più intenso che mai. Si alzò con gli occhi
insonnoliti e pesti e zoppicò fino alla porta cercando di non caricare
la caviglia.
Si trovò di fronte sei fanti mascherati. Indossavano la divisa verde
dell’esercito di terra.
«Lady Tané,» disse uno inchinandosi «perdonate il disturbo, ma
dobbiamo chiedervi di seguirci.»
Era quanto mai insolito per un soldato di terra me ere piede nella
Fortezza dei Fiori di Sale. «È no e fonda» replicò Tané, sforzandosi
di suonare imperiosa. «Chi mi convoca, onorevole soldato?»
«L’onorevole governatrice di Ginura.»
L’ufficiale più potente di tu a la regione. Vertice della
magistratura di Seiiki, responsabile dell’amministrazione della
giustizia ai piani alti.
Tané si ritrovò all’improvviso consapevole di ogni singola goccia
di sangue che le scorreva nelle vene. Sentiva il corpo flu uare
sospeso da terra, e nella mente le si affastellarono mille scenari, uno
più terribile dell’altro; nel peggiore di tu i, Roos era già andato ad
allertare le autorità. Forse a quel punto conveniva obbedire, giocare
la parte dell’innocente. La fuga, ora come ora, sarebbe parsa
un’ammissione di colpa.
Mancava poco al ritorno di Nayimathun. Qualunque cosa fosse
successa, ovunque l’avessero portata, il drago l’avrebbe raggiunta.
«Molto bene, allora.»
Il fante parve assai sollevato. «Molte grazie, Lady Tané.
Chiamiamo i vostri servitori perché vi aiutino a vestirvi.»
I domestici portarono l’uniforme. Le infilarono la sopravveste
sulle spalle e gliela strinsero in vita con una fusciacca azzurra.
Appena fu pronta, uscirono dalla stanza, e Tané ne approfi ò per
prendere un pugnale da so o il cuscino e nasconderselo dentro la
manica.
I soldati la scortarono lungo il corridoio. Ogni volta che il piede
sinistro toccava il pavimento, una scarica di dolore le risaliva lungo
il polpaccio. A raversarono la fortezza semideserta, quindi uscirono
nella no e.
Un palanchino a endeva fuori dal cancello. Tané si fermò di
colpo: l’istinto le suggeriva di non montarci sopra a nessun costo.
«Lady Tané,» la esortò uno dei soldati «non vorrete ignorare una
convocazione dell’onorevole governatrice.»
Notò un movimento con la coda dell’occhio: Onren e Kanperu che
rientravano dopo una serata in ci à. Vedendola, si avvicinarono.
Tané ritrovò un po’ di coraggio. «In qualità di membro del Clan
Miduchi» disse «credo di avere la facoltà di scegliere.»
g
Gli occhi del soldato scintillarono dietro la maschera.
Onren e Kanperu li avevano raggiunti. «Onorevole Tané,» disse il
secondo «qualcosa non va?»
La sua voce era ruvida e sonora. La spada gli sbucava dal fodero.
Al cospe o di altri due cavalieri, i soldati mutarono a eggiamento.
«Questi signori vorrebbero portarmi al Castello del Fiume Bianco,
onorevole Kanperu» spiegò Tané. «Ma non sanno spiegare il motivo
della convocazione.»
Kanperu scrutò il capitano con la fronte corrucciata. Sovrastava
gli altri uomini di tu a la testa. «Con quale diri o prelevate un
cavaliere di draghi senza mandato?» chiese. «Lady Tané è una
prescelta, e voi vi presentate alla sua porta tra andola come una
ladra.»
«L’onorevole Generale dei Mari è stato informato, Lord
Kanperu.»
Onren sollevò le sopracciglia. «Lo spero bene.» disse. «Mi
assicurerò di farmelo confermare da lui stesso non appena ritorna.»
I soldati non replicarono. Fulminandoli con lo sguardo, Onren
prese Tané da parte.
«Non preoccuparti» mormorò. «Sarà una faccenda da nulla. Ho
sentito dire che l’onorevole governatrice ci tiene a manifestare il
proprio potere persino sul Clan Miduchi.» Fece una pausa. «Tané, tu
non stai bene.»
Tané deglutì a fatica.
«Se tra un’ora non sarò di ritorno,» disse «penserai tu ad allertare
la potente Nayimathun?»
«Certo.» Onren sorrise. «Ma di qualunque cosa si tra i, sarà
presto risolta. Ci vediamo domani.»
Tané annuì sforzandosi di ricambiare il sorriso. Onren la vide
salire sul palanchino e poi allontanarsi per il cortile della fortezza.
Era un cavaliere di draghi. Non aveva nulla da temere.
I soldati la condussero per vie diverse, oltre il mercato serale,
so o gli alberi estivi. Scoppi di risa provenivano dalle taverne
affollate. Fu solo quando superarono il Teatro Imperiale che Tané si
rese conto che quella non era affa o la strada per il Castello del
Fiume Bianco, dimora dell’onorevole governatrice di Ginura. Al
g
contrario, si stavano spingendo verso la periferia meridionale della
ci à.
Un senso di panico le invase il pe o. Scosse la maniglia del
palanchino, ma le portiere erano chiuse dall’esterno.
«Non è la strada giusta» gridò. «Dove mi state portando?»
Nessuna risposta.
«Io sono una Miduchi. Cavalco la potente Nayimathun di Nevi
Profonde.» Le tremava la voce. «Come osate tra armi così?»
Nient’altro che rumore di passi.
Quando finalmente il palanchino si fermò, vedendo dove si
trovavano a Tané venne un colpo al cuore. La serratura sca ò e la
portiera si aprì. «Onorevole Miduchi,» le disse un soldato «prego,
seguitemi.»
«Come osate…» sibilò Tané «Come osate portarmi in un posto
simile?»
Un fetore di marcio le colmò le narici, alimentando la paura. Si era
giocata la possibilità di fuggire. Nemmeno un cavaliere di draghi
avrebbe potuto affrontare tu e quelle guardie, per giunta senza
armi. E comunque, anche volendo, non avrebbe saputo dove andare.
Scese dal palanchino e si incamminò a testa alta, tremando a ogni
passo, con le mani stre e a pugno.
Non potevano averla portata lì per ucciderla. Non senza un
processo. Non senza Nayimathun. In fondo era una prescelta degli
dèi, un’intoccabile, una prote a.
Si lasciò guidare verso il Carcere di Ginura e man mano che si
avvicinava il crescente ronzio degli inse i la costrinse a sollevare lo
sguardo. Tre teste putrefa e, in decomposizione avanzata,
scrutavano la strada dal cancello sovrastante.
Lo sguardo di Tané si fissò sulla più fresca. La zazzera di capelli
intrisi di sangue, la lingua gonfia di morte. Malgrado i lineamenti
devastati, lo riconobbe. Sulyard. Si sforzò di mantenere un
a eggiamento composto, ma un brivido le corse lungo la schiena, e
sentì che le si rivoltava lo stomaco e che la bocca le diventava una
distesa di sale.
Le era giunta voce che da qualche parte a Inys, il luogo da cui lo
spe ro d’acqua era venuto, la gente si radunava in piazza per
p q g p p
assistere alle esecuzioni pubbliche. Ma a Seiiki no di certo. La
maggior parte dei ci adini non sospe ava nemmeno che in quel
preciso momento, nei cortili del carcere, una ragazza di diciasse e
anni fosse in ginocchio dentro un fosso, le braccia legate dietro la
schiena, in a esa della fine. I lunghi capelli le erano stati rasati.
Le guardie portarono Tané dalla prigioniera e la tennero ferma.
Un ufficiale stava parlando, ma il rimbombo del sangue nelle
orecchie le impediva di sentire le sue parole. La ragazza, udendo
rumore di passi, aveva sollevato lo sguardo; sarebbe stato meglio se
non l’avesse fa o, perché Tané la riconobbe.
«No» geme e con voce ro a. «No, basta, è un ordine!»
Susa la fissava. Per un a imo il suo sguardo era stato acceso da un
barlume di speranza, ma ora il dolore lo offuscava di nuovo.
«Io sono una prescelta!» ripeté Tané gridando al boia. «Lei è so o
la mia protezione! La potente Nayimathun abba erà il cielo sulle
vostre teste per questo!» Ma l’uomo pareva di pietra. «Lei non
c’entra niente. Sono stata io. È la mia colpa, il mio crimine…»
Susa scosse il capo con labbra tremanti. La pioggia si raccoglieva
in perle sulle sue ciglia.
«Tané,» le disse con la lingua impastata «non guardare.»
«Susa…»
Ma aveva la gola troppo secca. Era tu o un errore. Bisognava
fermarli. Le dita dei soldati le penetrarono nella carne mentre lo ava
per liberarsi. Sentì che l’autocontrollo la abbandonava
definitivamente e sempre più mani la afferravano. Fermatevi. Non
vedeva altro che Susa da bambina, avvolta nei fiocchi di neve, e il
suo sorriso quando Tané le aveva preso la mano.
Il boia sollevò la spada. Quando la testa rotolò in fondo al fosso, le
ginocchia di Tané cede ero.
Ti proteggerò per sempre.

Vedendo che la Miduchi non si presentava in spiaggia all’ora


concordata, Niclays diede magnanimamente per scontato che fosse
in ritardo e si mise comodo ad aspe arla. Aveva con sé una borsa
p
piena di libri e pergamene, oltre al frammento di seta donatogli da
Truyde; lo studiò alla luce di una lanterna di ferro.
Appoggiato lì accanto c’era il suo orologio da taschino, moderno
simbolo del Cavaliere di Temperanza, emblema delle doti di quella
dama: giusta regola, equilibrio, moderazione. Moderazione: la virtù
degli stolti, ma anche di eruditi e filosofi, convinti che incoraggiasse
l’autocoscienza e la ricerca della saggezza. Di certo tra le Sei Virtù
era quella che più si avvicinava al pensiero razionale.
Quella era la patrona ada a a lui. E invece il giorno del suo
dodicesimo compleanno aveva scelto il Cavaliere di Coraggio.
La sua spilla ora giaceva da qualche parte a Brygstad. Se l’era
strappata dal pe o nel momento stesso in cui l’avevano esiliato.
Passò un’ora, e poi un’altra. Ormai la verità era evidente.
Lady Tané aveva scoperto il suo bluff.
All’orizzonte si profilava una promessa d’alba. Niclays chiuse
l’orologio di sca o. E tanti saluti all’ultima possibilità di un glorioso
ritorno a Ostendeur con l’elisir di lunga vita stre o in pungo.
Se mai avessero scoperto cosa aveva chiesto alla Miduchi, Eizaru e
Purumé sarebbero rimasti sconvolti. Si era comportato da pirata, e
d’altra parte quel malede o elisir era l’unico modo per convincere le
casate reali a farlo tornare in patria, la sola cosa che lo separasse
dall’Abisso.
Sospirò. Per salvare Sulyard avrebbe dovuto raccontare al Signore
della Guerra di Tané e del crimine che aveva commesso contro Seiiki.
Fosse stato un uomo migliore, non ci avrebbe pensato due volte.
Fece qualche passo incerto sulla spiaggia, poi si fermò. Per un
a imo fu come se qualcuno avesse cancellato le stelle. Guardando
meglio, tu avia, Niclays scorse il baluginio di una luce e impietrì.
Qualcosa calava in picchiata verso di lui.
Qualcosa di enorme.
Volava, ma sembrava più che altro affondare nell’acqua. Una scia
confusa di verde iridescente. Sopra la testa, dentro una specie di
organo a forma di sacca, tremolava una luce azzurrina, la stessa che
pareva illuminare le scaglie.
Un drago lacustrino. Niclays si gode e la vista della creatura che
a errava sulla sabbia con la grazia di un uccello.
g
Un masso eroso dai venti spuntava dalla sabbia come una scapola.
Ci si nascose dietro senza mai perdere di vista il drago: dal modo in
cui si guardava intorno, era chiaro che stesse cercando qualcuno.
Niclays si accucciò e spense la lanterna. Vide la creatura sgusciare
verso la ba igia, più vicino al suo nascondiglio. Poi la sentì parlare.
«Tané.»
Il drago immerse le possenti zampe anteriori in acqua.
Allungando il braccio, Niclays avrebbe potuto sfiorargli le scaglie: la
chiave della sua opera era proprio lì, a portata di mano. Rimase
rannicchiato dietro lo scoglio con il collo teso per sbirciare. Gli occhi
della creatura erano fuochi d’artificio.
«Tané, il ragazzo è morto» disse in seiikinese. «E anche la tua
amica.» Scoprì le zanne. «Tané, dove sei?»
Dunque era quella la sua bestia. Il drago sbuffò dalle narici
ardenti.
Fu in quell’istante che Niclays sentì il tocco freddo di una lama
sul collo, e una mano che gli tappava la bocca soffocando il suo grido
di sorpresa.
Il drago voltò la testa verso lo scoglio.
Niclays tremava. Il suo corpo aveva perso ogni sensibilità, non
percepiva più né respiro né ba ito cardiaco, ma avrebbe potuto
descrivere nel più minuscolo de aglio la spada che aveva puntata
alla gola. Una lama ricurva e appuntita, così affilata che sarebbe stato
sufficiente un minimo movimento per spedirlo all’altro mondo.
Un sibilo nella no e. Poi un altro.
E un altro.
Il drago ringhiò. Il frastuono dei suoi artigli sulla roccia
assomigliava a un clangore di spade.
La spiaggia venne inghio ita da una coltre di fumo nero e dal suo
puzzo acre, come di zolfo e peli bruciati. E polvere da sparo. Nuvola
di fuoco. Qualcuno lo stra onò brutalmente per rime erlo in piedi…
quindi, tossendo all’impazzata, Niclays si ritrovò in mezzo alle
volute di fumo, trascinato avanti da una figura avvolta in un
mantello. La sabbia gli franava so o i piedi, impedendogli di
camminare come si deve.
«Aspe a» rantolò al rapitore. «Aspe a, maledizione…»
p p p
Una coda emerse dal fumo e gli sferrò un colpo tremendo in
pieno stomaco. Venne ge ato a terra, dove rimase, ansante e
intorpidito, con gli occhiali penzolanti da un orecchio.
Il vapore nero gli annebbiava la mente, insinuandoglisi nelle
narici da cui poi fuoriusciva in pennacchi.
Un lamento addolorato si levò nell’aria, simile al gemito di una
balena morente. Quindi un tonfo da far tremare la terra. Vide Jannart
camminare scalzo sulla spiaggia, col volto illuminato da un vago
sorriso. «Jan» ansimò. Ma non c’era già più.
Due stivalacci affondarono nella sabbia davanti a lui.
«Dammi una buona ragione» disse qualcuno in seiikinese «per
non ucciderti.» La lama di un pugnale col manico d’osso gli baluginò
dinanzi agli occhi. «Hai qualcosa da offrire alla Flo a dell’Occhio di
Tigre?»
Provò a parlare, ma gli parve di avere la lingua troppo gonfia.
Alchimista, avrebbe voluto dire. Sono un alchimista. Pietà.
Gli strapparono la borsa dal fianco. Il tempo andò in frantumi
mentre due mani piene di cicatrici frugavano tra volumi e
pergamene. Qualcuno lo colpì alla tempia con l’elsa del pugnale, e il
buio inghio ì i suoi affanni.
30
Occidente

Truyde u Zeedeur era segregata nella Torre dei Sospiri. La graticola


l’aveva convinta a confessare molti dei suoi crimini: poco dopo
l’annuncio della visita regale si era avvicinata a un gruppo di
teatranti chiamati Servitori della Verità, una compagnia per così dire
senza padroni che, non godendo della protezione di alcun nobile,
veniva tra ata con disprezzo dalle autorità. Truyde aveva promesso
il proprio appoggio, oltre che denaro per le famiglie degli a ori, in
cambio del loro aiuto.
Il finto a entato avrebbe dovuto convincere Sabran di essere in
mortale pericolo, farla sentire esposta alla minaccia di Yscalin e del
Senza Nome. Secondo il piano di Truyde, lo spavento avrebbe
persuaso la regina a entrare in tra ative con l’Oriente.
Non ci voleva un genio per capire che qualcosa era andato storto:
nella messinscena si erano infiltrati individui che nutrivano un odio
sincero per la Casata di Berethnet. Una di loro, Bess Weald, la cui
abitazione di Riva Sovrana era stata trovata piena di libelli dei vati
della rovina, aveva ucciso Lievelyn. Nella mischia avevano perso la
vita anche parecchi innocenti Servitori della Verità, oltre che un certo
numero di guardie ci adine, due Cavalieri Prote ori e Linora
Payling; i suoi genitori, devastati dal dolore, erano già andati a
ritirare le spoglie.
Forse Truyde non avrebbe voluto uccidere nessuno, ma le sue
buone intenzioni erano state del tu o inutili.
Ead aveva già scri o a Chassar per riferirgli l’accaduto. La Priora
non sarebbe stata contenta di sapere che Sabran e sua figlia, ancora
nel grembo, erano state sfiorate dalla morte.
Casa del Rovo era tappezzata con il grigio sciamito del lu o.
Sabran si rifiutava di uscire dall’Anticamera. La salma di Lievelyn
y
giaceva nel Santuario di Nostra Signora, in a esa della nave che
l’avrebbe riportata in patria. Sul trono di Mentendon sarebbe salita la
principessa Ermuna, con Bedona come erede dire a.
Qualche giorno dopo la morte del principe, Ead entrò negli
appartamenti reali. Di solito l’alba era un momento tranquillo, ma
quella ma ina la tensione che avvertiva lungo la schiena non voleva
saperne di allentarsi.
Durante l’imboscata aveva ucciso qua ro persone so o gli occhi
di Tharian Lintley, a cui di certo la sua destrezza con i coltelli non
era sfuggita. Probabile che in quel bagno di sangue nessun altro
l’avesse notata, ed era ormai chiaro che Lintley non ne aveva fa o
parola con nessuno, ma Ead preferiva comunque mantenere un
basso profilo.
Più facile a dirsi che a farsi per un’Ancella del Baldacchino.
Specialmente perché anche la regina l’aveva vista in azione.
«Ead.»
Si voltò: Margret, ansimando, la prese per il braccio. «Loth»
sussurrò. «Mi ha scri o una le era.»
«Cosa?»
«Vieni con me, svelta.»
Col cuore che le ba eva all’impazzata, Ead seguì l’amica in una
stanza vuota. «Come ha fa o a evitare la censura di Combe?»
«L’ha inviata a un drammaturgo amico di mamma. Me l’ha
passata lui durante la visita ad Ascalon.» Margret estrasse dalla
gonna un foglie o spiegazzato. «Guarda.»
Ead riconobbe al volo la grafia, e rivederla le riempì il cuore di
gioia.

Carissima M, non posso dire molto per paura che questa mia venga interce ata. A
Cárscaro le cose non sono come sembrano. Kit è morto, e temo che Neve sia in pericolo.
Guardati dal Coppiere.

«Lord Kitston morto» mormorò Ead. «Come?»


Margret deglutì. «Prego si tra i di un errore, ma… Kit farebbe
qualunque cosa per mio fratello.» Sfiorò il timbro. «Ead, questa
arriva dalle Colombaie.»
«Rauca» disse Ead, stupita. «Se n’è andato da Cárscaro.»
«È scappato, vuoi dire. Forse è così che Kit…» Margret indicò
l’ultima frase del messaggio. «Guarda qui. Non hai de o che
l’assassina di Lievelyn parlava di un Coppiere?»
«Sì.» Ead rilesse il biglie o. «Immagino che Neve stia per Sabran.»
«Esa o. Quand’erano piccoli Loth la chiamava sempre Principessa
di Neve» spiegò Margret. Quindi aggiunse: «Ma non riesco
comunque a capire. Non esiste alcun Coppiere ufficiale a corte».
«Loth era stato inviato a cercare il principe Wilstan. Wilstan stava
a sua volta indagando sulla morte della regina Rosarian» ragionò
Ead so ovoce. «Forse le due cose sono collegate.»
«Può darsi» ammise Margret, con la fronte imperlata di sudore.
«Oh Ead, vorrei così tanto dire a Sab che è vivo, ma Combe
scoprirebbe come ho avuto il messaggio. Non posso rischiare di
perdere i conta i con mio fratello.»
«La regina sta già piangendo Lievelyn. Non diamole false
speranze sul ritorno del suo amico.» Ead le strinse la mano. «Lascia
che al Coppiere ci pensi io. Lo stanerò.»
Margret prese un respiro profondo e annuì.
«È arrivata anche un’altra le era di mio padre.» Scosse il capo.
«Mamma dice che è sempre più agitato. Continua a dire di dover
parlare urgentemente con l’erede di Betulladorata. E finché Loth non
ritorna…»
«Credi che sia colpa della mala ia?»
«Potrebbe. Mamma dice di non farci caso. Tornerò presto, ma non
ancora.» Margret ripose la le era nella tasca della gonna. «Ora devo
andare. Magari ci vediamo a cena.»
«Sì.»
Si separarono.
Loth aveva corso un pericolo pazzesco con quel biglie o: Ead
aveva tu e le intenzioni di ascoltare i suoi avvertimenti. Sabran
aveva rischiato di morire durante la visita in ci à, ma non sarebbe
mai più accaduto nulla di simile.
Non finché c’era lei a sorvegliarla.
Sabran aveva le nausee. Roslain si svegliava all’alba per tenerle
indietro i capelli mentre vomitava in un pitale. Certe no i anche
Katryen dormiva su una branda accanto al le o della regina.
Erano ancora in pochi a sapere della gravidanza. Non era il
momento di fare l’annuncio, il periodo di lu o era appena
cominciato.
Giorno dopo giorno, la regina emergeva dalla Stanza del
Baldacchino, dove aveva trascorso la prima no e di nozze, col volto
sempre più segnato. Ogni ma ina le ombre so o i suoi occhi
parevano più scure, e nelle rare occasioni in cui apriva bocca lo
faceva per rispondere bruscamente a qualcuno.
Per questo, quando una sera parlò senza essere interrogata,
Katryen per poco non fece cadere il ricamo.
«Ead,» esordì la regina di Inys «dormirai tu con me questa no e.»
Vennero le nove, l’ora in cui le Ancelle del Baldacchino la
preparavano per andare a le o; per la prima volta anche Ead si
spogliò per indossare la camicia da no e. Roslain la prese da parte.
«La luce deve rimanere sempre accesa» disse. «Sabran si spaventa
se si sveglia al buio. Secondo me la soluzione più semplice è tenere
accesa la candela sul comodino.»
Ead annuì. «Mi assicurerò che sia fa o.»
«Bene.»
Roslain parve sul punto di aggiungere qualcosa, ma
evidentemente cambiò idea. Una volta terminati i controlli di
sicurezza nella Stanza del Baldacchino, accompagnò fuori le altre
damigelle e chiuse le porte.
Sabran giaceva a le o, supina. Ead le si distese accanto e si coprì.
Rimasero in silenzio per un bel po’. Katryen conosceva i trucchi
per rallegrare la regina, Roslain sapeva come consolarla quand’era
triste. Ead si chiese quale potesse essere il suo compito. Forse
ascoltare.
O dire la verità. Forse era quello che Sabran apprezzava di lei.
Erano anni che non dormiva accanto a qualcuno, e la vicinanza di
Sabran le rendeva impossibile addormentarsi. Lo sfarfallio delle
ciglia scure. Il calore del suo corpo. Il movimento ondulatorio del
suo pe o.
p
«Di recente ho avuto molti incubi.» La voce irruppe nel silenzio.
«Il tuo rimedio aiutava, ma il do or Bourn ora che sono incinta mi
ha tolto tu o, comprese le gocce di stelle.»
«Lungi da me contraddire il do or Bourn,» disse Ead «ma forse
potreste usare l’acqua di rose so o forma di pomata. È piacevole
sulla pelle e potrebbe aiutare a comba ere gli incubi.»
Annuendo, Sabran appoggiò una mano sul ventre. «Ne chiederò
un po’ doma ina. Magari la tua presenza terrà a bada i sogni, Ead.
Anche se le rose non ci riescono.»
Aveva i capelli sciolti simili a drappi da cui facevano capolino le
spalle.
«Non ti ho mai ringraziata… per quello che hai fa o in Vicolo dei
Brividi» disse. «Ero in preda al panico, ma non mi è sfuggito lo
sforzo con cui mi hai difesa, né la tua abilità nel ba erti.» Sollevò il
mento. «Sei stata tu ad ammazzare gli altri tagliagole? Fai parte dei
guardiani della no e?»
La sua espressione era impenetrabile. Ead avrebbe voluto fare ciò
che aveva stabilito, cioè dirle la verità, ma il rischio era troppo alto.
Sarebbe bastata una sola parola all’orecchio di Combe per farla
bandire per sempre dalla corte.
«No, mia signora» rispose. «Forse loro, a differenza di me,
sarebbero riusciti a proteggere il principe Aubrecht.»
«Non era compito tuo» disse Sabran. Il suo profilo era per metà
ombra e per metà oro. «Se Aubrecht è morto è solo colpa mia. Mi
avevi avvertita di non aprire la porta.»
«Prima o poi i tagliagole sarebbero arrivati a lui, in un modo o
nell’altro» replicò Ead. «Qualcuno deve aver pagato profumatamente
Bess Weald per assicurarsi che il principe morisse. Aveva i giorni
contati.»
«Potrebbe essere, ma avrei dovuto ascoltarti. Non mi hai mai
raccontato bugie. Ormai è tardi per invocare il perdono di Aubrecht,
ma… vorrei chiedere il tuo, Ead Duryan.»
Sostenere lo sguardo della regina richiese un certo sforzo; non
aveva neanche idea dell’entità delle bugie che Ead le aveva
raccontato.
«Perdono accordato» si limitò dunque a dire.
q
Sabran emise un lungo sospiro. Per la prima volta in o o anni Ead
provò una fi a di rimorso all’idea di tu e quelle menzogne.
«Truyde u Zeedeur deve pagare per il suo tradimento, la
giovinezza non la salverà» dichiarò Sabran. «Teoricamente potrei
chiedere all’Illustre Principessa Ermuna di condannarla a morte.
Anche se, forse, tu che apprezzi tanto il sapore della misericordia
preferiresti che le concedessi la grazia.»
«Fate come ritenete giusto.»
In cuor suo Ead non voleva che Truyde morisse. Era una sciocca
pericolosa, certo, e per la sua leggerezza erano morti in tanti, ma
aveva solo diciasse e anni. Non le sarebbe mancato il tempo per fare
ammenda.
Seguì un altro silenzio, quindi la regina si voltò a guardarla. A
quella distanza, Ead notò i cerchiolini scuri a orno alle sue iridi,
contorni neri a quel verde stupefacente.
«Ead,» disse «non posso parlarne con Ros o Kate, ma con te sì.
Non credo che mi giudicherai, anzi forse potresti… capirmi.»
Ead intrecciò le dita alle sue.
«Con me potete parlare di tu o» rispose.
Sabran le si fece più vicina. Le sue mani erano fredde e delicate, le
dita parevano nude senza i soliti anelli. Quello con il nodo d’amore
l’aveva seppellito nei Giardini Sommersi, dove sarebbe sorto un
memoriale.
«Prima che scegliessi Aubrecht, mi chiedesti se volevo sposarmi.»
Parlava così piano che era difficile sentirla. «Ora confesso, solo a te,
che no, non volevo. E… non voglio tu ora.»
La rivelazione rimase sospesa tra loro. Era un argomento spinoso:
incalzati dalla minaccia di un’invasione, ben presto i Duchi Spirituali
avrebbero esortato la regina, per quanto incinta, a prendere un altro
compagno.
«Non avrei mai pensato di dirlo ad alta voce.» Il sussurro sfociò in
una risata. «So che Inys potrebbe entrare in guerra. So che le creature
draconiche si risvegliano in tu o il mondo. So che un matrimonio
rafforzerebbe le nostre alleanze, e che è così che i nostri fratelli di
Virtudom si sono uniti a noi: a raverso il sacro vincolo del
sodalizio.»
Ead annuì. «Ma?»
«Ho paura.»
«Di cosa?»
Per un po’ Sabran rimase immobile, una mano appoggiata sulla
pancia, l’altra ben stre a in quelle di Ead.
«Aubrecht era gentile con me. Buono e affe uoso» disse alla fine,
con voce roca. «Ma sentirlo dentro, anche quando provavo piacere,
mi sembrava…» Chiuse gli occhi. «Avevo la sensazione che il mio
corpo non mi appartenesse più. Ed è… così anche ora.»
Lo sguardo le scese sul rigonfiamento del ventre, appena visibile
so o il velluto di seta della camicia da no e.
«Da che mondo è mondo le alleanze si stringono e si rafforzano
a raverso le unioni regali» proseguì. «Inys vanta la flo a più grande
d’Occidente, è vero, ma ci manca un esercito ben addestrato.
Abbiamo pochi abitanti. In caso di invasione, avremmo bisogno di
tu o l’aiuto che riusciamo a raccogliere… ma ogni nazione di
Virtudom si sentirebbe obbligata a difendere innanzitu o il proprio
territorio. E un’unione prevede sempre condizioni legali. Garanzie di
supporto militare.»
Ead rimase in silenzio.
«Non mi sono mai sentita portata per il matrimonio, sai, Ead?
Almeno non per quello riservato alla stirpe regale… nato non
dall’amore, ma dalla paura dell’isolamento» mormorò Sabran.
«Eppure, se mi astenessi, sarei so oposta al giudizio del mondo
intero. Troppo orgogliosa per unirmi a un’altra nazione. Troppo
egoista per dare a mia figlia un padre che l’amerebbe, nel caso io
stessa dovessi morire. Così mi vedrebbero. E chi si muoverebbe mai
in difesa di una simile regina?»
«Coloro che la chiamano Sabran la Magnifica. Coloro che l’hanno
vista me ere in fuga Fýredel.»
«Persino loro se ne dimenticherebbero vedendo le navi nemiche
oscurare l’orizzonte» replicò Sabran. «Il mio sangue non vale niente
contro le armate di Yscalin.» Poco per volta, le palpebre le si fecero
pesanti. «Non voglio che mi consoli, Ead. È già molto essere riuscita
a liberarmi dal peso di questi timori tanto egoisti. La Donzella mi ha
concesso la bimba per cui ho a lungo pregato, e io riesco solo a…
tremare.»
Anche se sentiva un incendio divamparle nel pe o, Ead aveva la
pelle d’oca.
«Da dove vengo io» commentò «nessuno direbbe mai che ciò che
avete fa o è egoista.»
Sabran la guardò.
«Avete appena perso vostro marito. Portate in grembo sua figlia.
Sentirsi vulnerabili è del tu o naturale.» Ead le strinse la mano. «La
gravidanza non è sempre facile, credo sia il segreto meglio custodito
in tu o il mondo. Ne parliamo sempre come della più dolce delle
esperienze, ma la verità è più complessa. Nessuno ci racconta mai
delle difficoltà. Dei disagi. Dell’incertezza. E così, ora che sentite il
peso della vostra condizione, credete di essere la sola. E biasimate
voi stessa per questo.»
Sabran deglutì.
«La vostra paura è naturale.» Ead non distolse lo sguardo da
quello della regina. «Non perme ete a nessuno di convincervi del
contrario.»
Per la prima volta dal giorno dell’imboscata, la sovrana di Inys
sorrise.
«Ead» disse «non so proprio come ho fa o finora senza di te.»
31
Oriente

Il Castello del Fiume Bianco non doveva il proprio nome a un vero


fiume, ma al fossato coperto di conchiglie che circondava i suoi
cortili. Dietro l’edificio si estendeva la secolare Foresta dell’Allodola
Ferita, e al di là di quella l’aspro e tetro Monte Tego. Un anno prima
della Chiamata, gli apprendisti avevano dovuto provare a scalarlo
fino in cima, laddove si diceva che lo spirito del grande Kwiriki
sarebbe disceso per benedire i meritevoli.
Tra tu i gli apprendisti della Casa di Mezzogiorno solo Tané era
riuscita nell’impresa. Mezza assiderata, in preda al più tremendo
mal di montagna, si era inerpicata sull’ultimo declivio tossendo
sangue sulla neve.