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LA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO, GUY DEBORD

di Elisa Tenedini, 03/06/2020

“Allora mi spieghi la sparizione dei nostri amici.” “Fin dall’inizio, noi siamo soli1.”
Di tutte le frasi suggestive di cui il film si compone, questa è quella in cui ho percepito una verità più grande, un
suggerimento o, forse, un avvertimento.

L’incapacità di riconoscere l’umanità dei propri simili è condizione necessaria affinché un individuo, separato dal resto
del mondo, diventi schiavo del potere dominante in quella che Guy Debord chiama “la società dello spettacolo”. In un
mondo in cui il lavoro perde la funzione centrale o, forse, in cui tutto viene percepito come lavoro, l’interesse del
singolo si sposta dal sostentamento di un gruppo all’“arricchimento” della propria esistenza, accogliendo così, le
modalità offerte dallo spettacolo per occupare il tempo come elemento cardine della felicità. Questo atteggiamento
è una conseguenza del capitalismo, dove le merci sempre nuove, diventano una promessa di felicità possibile e,
inevitabilmente, anche “il rafforzamento costante d’isolamento delle ‘folle solitarie2’”, per citare direttamente le
parole di Debord.

“Lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine3”: questa geniale intuizione, spiega
come, gradualmente, le immagini abbiano preso il posto della realtà che le esprime. In una vita che è un insieme di
rapporti di produzione mediati da immagini, l’immagine è tutto ciò che resta della realtà divenendo il nuovo “Dio”. Si
parla in continuazione di bombardamento di immagini, si analizza quanto tempo in media passa una persona sui social
nell’arco di una giornata e si studia come fare a selezionare fonti veritiere in una miriade di informazioni, trattate
anch’esse, in realtà, come immagini. Forse oggi la vera intelligenza sta nell’esasperare a tal punto l’immagine da
smascherarne la natura e con essa le intenzioni del sistema di controllo nel quale viviamo. Noi tutti, presupponiamo
in continuazione che quello che vediamo equivalga alla realtà e, paradossalmente, proprio per questo, vaghiamo in
una società largamente irreale: se fino agli albori della società industriale lo spettacolo sembrava il supplemento del
mondo reale, ora lo sostituisce, trasformandolo in mondo irreale, dal momento che trascorriamo la maggior parte del
nostro tempo nei paradigmi della finzione.
“Il consumatore reale diviene consumatore di illusioni. La merce è questa illusione effettivamente reale, e lo spettacolo
la sua manifestazione generale4.” Creiamo prodotti che imitano così tanto il vero, da illuderci di riuscire a sostituirli ad
esso, fino a farne dimenticare l’esistenza, per poter soddisfare, anche minimamente, il senso di penuria che
percepiamo nel non riuscire a vivere fino in fondo. “Più lo spettatore alienato accetta di riconoscersi nelle immagini
dominanti del bisogno, meno comprende la propria esistenza e il proprio desiderio5.”

L’unico modo per “sconfiggere” la società dello spettacolo è in gruppo, tornando a concepire una comunità e uno
scopo di vita che si adempia nel servizio al sostentamento di questa. Per fare ciò, penso sia indispensabile cambiare
atteggiamento mentale nei confronti di tempo e possesso. Riguardo al tempo prenderei spunto proprio dall’arte, in
particolare dalla concezione della vita dell’opera d’arte che ci ha suggerito l’artista Richard Hamilton: un’opera vive in
media vent’anni, dopo di che muore come tutto6. Riguardo al possesso, invece, vorrei rispolverare la filosofia del
Potlatch (cerimonia di alcune tribù dei Nativi Americani): un esempio di economia del dono, in cui gli ospitanti
mostrano la loro ricchezza e la loro importanza attraverso la distribuzione dei loro averi, spingendo così i partecipanti
a contraccambiare. Contrariamente ai sistemi economici mercantilistici nel Potlatch l'essenziale non è conservare e
ammassare beni, bensì dilapidarli7.
Dunque, ribaltando completamente la prospettiva è, forse, possibile contrastare quella dannosa sensazione di
solitudine citata all’inizio.

1
La Société Du Spectacle, Guy Debord, 1973, (49 m), https://www.youtube.com/watch?v=bmThdLhqkEA, (consultato il
28/05/2020)
2
Guy Debord, La Società dello Spettacolo, Roma , STAMPA ALTERNATIVA, 2011, pg 20
3
Guy Debord, La Società dello Spettacolo, Roma , STAMPA ALTERNATIVA, 2011, pg 22
4
Guy Debord, La Società dello Spettacolo, Roma , STAMPA ALTERNATIVA, 2011, pg 35
5
Guy Debord, La Società dello Spettacolo, Roma , STAMPA ALTERNATIVA, 2011, pg 21, (consultati il 05/2020)
6
Pascal Goblot, Richard Hamilton, Le Miroir, 2005, (consultato il 04/2020)
7
http://www.treccani.it/enciclopedia/potlatch/, (consultato il 03/06/2020)

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