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Il Progetto per l’Archeologia Industriale: tra Abstract

istanze conservative e riuso. Ogni architettura ha il suo tempo. Per alcune, esso rappresenta un con-
Il caso dell’ex stabilimento Cirio a Vigliena (NA) fine lontano e indefinito, per altre, la consapevolezza della temporanei-
tà: fra queste rientrano le architetture dell’archeologia industriale.

Nata intorno agli anni Cinquanta nel mondo anglosassone, l’archeologia


Sara Iaccarino
industriale esprime i valori di un’architettura radicata a tal punto negli
Università degli Studi di Napoli “Federico II”, DiARC - Dipartimento
sviluppi produttivi, economici e sociali che l’hanno generata da rifletter-
di Architettura, dottorando, ICAR19, s.iaccarino@hotmail.com
ne appieno i cicli di vita. Nel momento in cui c’è innovazione tecnologi-
ca, il vecchio edificio industriale diventa obsoleto: così come il ciclo pro-
duttivo che l’ha generato, il suo ciclo vitale si interrompe, trasformandolo
in un “rudere” del XX secolo.

L’archeologia industriale si pone dunque come scopo la tutela e la va-


lorizzazione dei ruderi della modernità, caratterizzati dalla spazialità dei
grandi macchinari industriali, delle catene di montaggio e di tutti quei
processi che dettano lo sviluppo architettonico: dalla scelta dei materiali
impiegati agli interassi strutturali, l’architettura industriale è diretta con-
seguenza di regole legate alla produzione.

In questo quadro, l’ex stabilimento Cirio di Vigliena (1929), sito a San


Giovanni a Teduccio, nella periferia orientale di Napoli, rappresenta un
caso emblematico: monumentale edificio industriale in calcestruzzo
armato, ricco di peculiarità architettoniche e tecnologiche (come le fi-
nestre a cascata e i pilastri a fungo), esso versa oggi in stato di totale
abbandono, in attesa di un progetto organico che lo riconnetta alla vita
della città.

Attraverso lo studio di questo complesso si intende porre l’attenzione


sulle potenzialità progettuali e di riuso di uno specifico patrimonio della
modernità, nella cornice di un piano di tutela e restauro che ne salva-
guardi l’autenticità, garantendo allo stesso tempo la riaffermazione dei
valori materici, spaziali e testimoniali di cui si fa portavoce.
L’ex Cirio a Vigliena: caso studio emblematico nell’area industriale zo approdando ad una struttura mista basata sull’utilizzo combinato di
di Napoli Est entrambi. Solo alla fine, nella fabbrica di Vigliena, si arriva all’utilizzo
incontrastato del cemento armato.
La storia dell’ex fabbrica Cirio è strettamente connessa allo sviluppo
industriale dell’area orientale di Napoli. Gli anni in questione sono quelli L’azienda riponeva grosse speranze in quest’ultimo stabilimento, che
che vanno dalla fine del 1800 fino ai giorni nostri, un arco di tempo in cui doveva essere specchio di un’azienda dinamica e all’avanguardia, allo-
lo sviluppo della città ha riguardato in modo ravvicinato proprio quest’a- ra egemone nel settore conserviero. La fabbrica costituirà perciò un’au-
rea, terreno fertile per l’espansione e punto strategico per lo sviluppo tentica rivoluzione costruttiva, concepita come un’avanzatissima struttu-
industriale a causa della vicinanza al porto, motivo che spinse i capi ra in cemento armato di tipo modulare. Progettato da Angelo Trevisan,
dell’azienda Cirio a richiedere la costruzione della fabbrica proprio in Il complesso di Vigliena nasce come magazzino industriale esteso alla
questa porzione del litorale napoletano. fabbricazione dei contenitori. Il progetto iniziale, proposto dall’architetto
nel 1925, prevedeva un edificio di cinque piani con costruzione in mu-
Altra tappa fondamentale nella comprensione della storia dell’edificio ratura e castellatura in cemento armato, un pontile privato sul mare ed
è quella dell’azienda che ne ordinò la costruzione: la Cirio. Francesco un attraversamento ferroviario interno al lotto. Poiché il ciclo produttivo
Cirio creò a Torino il primo stabilimento conserviero, lanciando un’im- doveva essere il centro nevralgico della costruzione, tutti i suoi elementi
presa fiorente in grado di esportare in tutto il mondo i suoi prodotti. È a erano pensati col fine di agevolarne il funzionamento: la torre centra-
Pietro Signorini, dirigente dell’azienda dal 1901 al 1916, che si deve la le dell’edificio ne era un esempio lampante, progettata esclusivamente
realizzazione su suolo campano e napoletano di numerosi stabilimenti per accogliere i montacarichi. La composizione architettonica, dunque,
Cirio, progettati per la maggior parte dallo stesso architetto: Angelo Tre- era diretta conseguenza delle regole dettate dalla produzione. Nel 1927
visan. Dei vari edifici costruiti (Mondragone, Caivano, Pagani, Paestum, Alessandro Trevisan, figlio del progettista, fu inviato all’estero per studia-
Pontecagnano, Castellammare, San Giovanni a Teduccio) solo tre sono re i nuovi sistemi industriali ed al suo ritorno il progetto della fabbrica di
sopravvissuti fino ad oggi, tutti in stato di forte degrado: la Cirio di Ca- Vigliena fu completamente rivisto, soprattutto dal punto di vista struttu-
stellammare (1889), quella di Paestum (1910) e quella a Vigliena (1929). rale. Nel 1929 venne perciò elaborato un nuovo progetto1.
Uno studio comparativo tra questi tre complessi ne mette in luce vari
punti in comune, oltre all’architetto progettista: la logica compositiva, i Dopo una fase di attività durata fino al 1970, anno della cessione alla
materiali, la collocazione strategica, l’utilizzo delle prospicienti risorse SME, la fabbrica è rimasta completamente abbandonata a sé stessa e
idriche. Da tale confronto emerge un vero e proprio percorso in funzione solo tra il 2004 ed il 2006 è stata oggetto di un primo restauro che ha
del quale la fabbrica di Vigliena rappresenta un punto di arrivo di una interessato parte dell’edificio principale, precisamente il volume di due
ricerca architettonica atta ad identificare la miglior tipologia costruttiva piani posto a nord-ovest del lotto e l’adiacente ex-falegnameria. Tale
capace di ospitare un certo tipo di attività produttiva. Emblematico a tal restauro ha interessato solo una parte di tali volumi, che sono poi stati
proposito è il processo evolutivo delle tecniche costruttive: nella fabbri- destinati ad ospitare le officine navali della S.r.l. Camaga, oggi ancora
ca meno recente, quella di Castellammare, furono utilizzati solo materiali attivi in tale sede. Nel 2008 è stata restaurata la restante parte dell’ex
tradizionali come il tufo giallo napoletano, mentre in quella di Paestum, falegnameria e nel 2010 la restante parte del volume basso della fabbri-
successiva di qualche decennio, si iniziò a sperimentare il calcestruz- ca ad opera del Teatro San Carlo, che ha poi impiantato ed inaugurato i
suoi laboratori, attualmente in uso. L’intero corpo di cinque piani a sud-
est del lotto invece non è mai stato coinvolto in alcun tipo di operazione
di restauro o recupero e, ad oggi, si trova in stato di forte degrado.

Peculiarità di tale complesso è senza dubbio la struttura: concepita


come struttura modulare in calcestruzzo armato, essa si fa portavoce di
una tipologia ben definita, quella del ‘sistema a fungo’ 2, un sistema di
pilastri dotati di capitello elementare, svasato verso l’alto al fine di sop-
portare gli sforzi addizionali. Nel complesso di Vigliena, al sistema del
pilastro a fungo si affianca quello del cosiddetto flat slab o ‘solaio piat-
to’, un tipo di solaio che non necessita di travi ma poggia direttamente
su elementi puntuali. La combinazione di questi sistemi offre svariati
vantaggi dovuti principalmente all’assenza di travi, come ad esempio la
maggiore libertà distributiva, un’illuminazione e ventilazione superiore,
un miglior comportamento in caso di sisma o di cedimenti differenziali
del terreno, e ancora una migliore distribuzione delle sollecitazioni ed
un miglior comportamento in termini acustici e termici. Allo stesso tem-
po, per far fronte ai problemi di cedimento per punzonamento, cui è
soggetto tale tipo di struttura, a Vigliena è stata ispessita la soletta in
corrispondenza degli appoggi tramite l’interposizione di un capitello tra
pilastro e solaio.

Nel più ampio discorso di una valorizzazione dell’archeologia industria-


le, l’eredità storica e la complessità strutturale di edifici come quello di
Vigliena devono necessariamente tradursi in progetti di rifunzionalizza-
zione che tengano conto di questi aspetti.

Secondo un rapporto Istat del 2012, le industrie abbandonate coprono


circa il 3% dell’intero territorio italiano, cioè più di 9.000 km² di suolo in
disuso, di cui il 30% ricadente in ambito urbano. Il proporre una funzio-
ne che si inserisca in una rete fitta di azioni sinergiche, che restituisca
tali edifici alla vita della città o del quartiere risulta indispensabile per
riportare in luce tali architetture e restituire loro una nuova vita. Tale pro-
cesso si è già innescato nell’area di Napoli Est: basti pensare al Polo
Universitario della Federico II innestatosi nell’area industriale dell’ex Ci-
rio. Agli obiettivi di progetto su larga scala, che si possono conseguire
solo nel medio e lungo termine, vanno ovviamente affiancati obiettivi su
scala ridotta da realizzare nel breve periodo: si tratta della valorizza-
zione dell’edificio promossa dall’impianto di una nuova funzione, che
qualifichi l’edificio come nodo di smistamento delle attività del quartiere.
La funzione da collocare in un edificio del genere dovrebbe garantire un
uso attivo, dinamico, che esalti, senza cancellarle le peculiarità spaziali
e materiche. Un HUB, incubatore di imprese, ad esempio, potrebbe rie-
vocare l’essenza stessa dell’edificio, che all’epoca della costruzione fu
realizzato con l’intento di rappresentare un’avanguardistica cattedrale
del lavoro. Trasponendo quest’idea ai nostri giorni ed allontanando l’im-
magine di uno spazio strettamente legato alla sola produzione industria-
le, l’HUB rappresenta il perfetto adattamento del vecchio edificio alle
nuove e mutate esigenze lavorative.

Il caso di Vigliena si pone dunque come esempio di quanto il patrimonio


dell’archeologia industriale sia complesso e, allo stesso tempo, valida
occasione di valorizzazione ad ampia scala.

La materia e la spazialità dell’archeologia industriale: valori da tu-


telare

Il progetto per l’archeologia industriale si pone fortemente come proget-


to di relazione.

In un tipo di architettura dove fanno da sovrane la modularità e la


spazialità dell’aula unica, si rende necessario un attento studio atto a
comprenderne la genesi formale, profondamente dipendente dal ci-
clo produttivo: le dimensioni degli ambienti, l’organizzazione interna, i
collegamenti orizzontali e verticali sono tutti determinati dall’esigenza
di garantire la massima efficienza dei cicli produttivi. Intervenire su un
sistema compiuto, caratterizzato da un sistema di relazioni inscindibili,
implica il rispettare queste relazioni e l’operare su di esse con piena
consapevolezza. La rifunzionalizzazione di un edificio industriale di-
smesso è atto necessario per conservarlo, ma un progetto riuscito sarà
quello che invece di rompere queste relazioni, le valorizzi, riportandole
alla luce. Tale progetto rende leggibile il ciclo di vita precedente senza
negarne la spazialità originaria: frammentare gli spazi, creare un ‘siste-
ma nel sistema’, imponendolo in maniera eccessiva porterebbe alla pie-
na contraddizione dell’aula, dello spazio unico.
Un esempio di tale negazione ricorre nel DOX di Praga, Museo di Arte
contemporanea collocato in un vecchio complesso del quartiere indu-
striale di Holešovice. Qui è facile notare quanto il progetto di rifunziona-
lizzazione si discosti dalle regole dettate dall’edificio preesistente: offu-
scate da densi sistemi di tramezzi e pannelli le cui dimensioni sembrano
voler rivaleggiare con quelle del vecchio complesso, l’aula unica con
capriata così come l’altezza complessiva dell’edificio, non risultano mai
completamente leggibili. Nessuna gerarchia, nessun equilibrio. Stesso
‘camuffamento’ subisce la materia dell’edificio: in nessun punto del mu-
seo vi è la possibilità di comprendere o leggere cosa ci fosse prima del
ricorso intensivo a intonaco e pannelli di rivestimento.
La materia costituisce uno degli elementi più affascinanti e sinceri
dell’archeologia industriale: è lei la vera protagonista del racconto. La
sincerità materica del paramento murario in laterizio, in tufo, in pietra lo-
cale va dunque tutelata, consolidata, mostrata, in quanto testimonianza
diretta del modus operandi e della costruzione.

Seppure i complessi industriali dismessi costituiscano testimonianza di


cicli produttivi obsoleti, essi raccontano la storia della costruzione così
come la storia della produzione; raccontano la storia di aree della città,
denunciandone la vocazione e definendone le peculiarità. La perma-
nenza di questi valori va garantita tessendo una nuova vita per l’edificio
senza metterlo in secondo piano, adagiandosi al vecchio corpo di fab-
brica, arricchendolo e adeguandolo ai nuovi bisogni della città nel pieno
rispetto della sua forma e della sua materia, perseguendo la concinnitas
fra la preesistenza e il nuovo innesto. Solo allora il racconto dell’archeo-
logia industriale avrà compiuto il suo corso.
Note
1 I documenti originali sono attualmente conservati presso l’Archivio dell’Autorità Portuale di Napoli e sono utili per ricostruire le modifiche tra il progetto

prima dell’inizio della costruzione e quello effettivamente realizzato, che vedrà la luce dopo tre anni di lavori, nel 1931. Tali differenze constano

principalmente nel numero di piani (quattro da progetto e cinque realizzati effettivamente), nell’altezza dei volumi e nella progettazione dell’ultimo

piano (originariamente preventivato come piano finestrato, ma poi sostituito con un coronamento con merlatura).

2 Tra i contributi più significativi a tale ricerca: quello dell’ingegnere C. A. P. Turner che brevetta nel 1906 il sistema con il nome di Spiral Mushroom

System. La prima modifica apportata a questo sistema sarà elaborata nel 1908 da Robert Maillart, l’ingegnere strutturale autore del magazzino di 5

piani a Zurigo che ha ispirato la fabbrica di Vigliena. Maillart ipotizzerà la trasformazione della griglia per il solaio di Turner in una piastra bidirezionale

indipendente dall’armatura verticale del pilastro e che però, nell’area degli appoggi, infittisce la sua trama. L’ultimo a dare apporti significativi al siste-

ma a fungo sarà Artur Loleit, matematico ed ingegnere, che nel 1910 introduce la doppia griglia: ipotizza cioè di sovrapporre la griglia bidirezionale

del solaio ad un’altra griglia, prefabbricata, che copre solo l’area del pilastro.

Didascalie
Fig. 1: Prospetto Sud-Est dell’ Ex Cirio a Vigliena
Fig. 2: Archivio Autorità Portuale di Napoli, Progetto della Fabbrica Cirio al Forte di Viglie-
na, A. Trevisan, 1929-1931. Prospetto Principale Sud-Est e Prospetto Laterale Nord- Est
Fig. 3: Gli interni dell’ Ex Cirio a Vigliena: il sistema strutturale ‘a fungo’ e la capriata di
copertura. Foto del 2018 (F. Martucci)
Fig. 4: F. Martucci, stralcio materico del Prospetto Sud-Est dell’Ex Cirio a Vigliena

Bibliografia
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