Sei sulla pagina 1di 49

L'ARGOMENTO ONTOLOGICO MODERNO E L'ASCESA DELL'"ENS NECESSARIUM": IL CASO

LEIBNIZ
Author(s): Stefano di Bella
Source: Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di Lettere e Filosofia , 1995,
Serie III, Vol. 25, No. 4 (1995), pp. 1531-1578
Published by: Scuola Normale Superiore

Stable URL: https://www.jstor.org/stable/24308116

REFERENCES
Linked references are available on JSTOR for this article:
https://www.jstor.org/stable/24308116?seq=1&cid=pdf-
reference#references_tab_contents
You may need to log in to JSTOR to access the linked references.

JSTOR is a not-for-profit service that helps scholars, researchers, and students discover, use, and build upon a wide
range of content in a trusted digital archive. We use information technology and tools to increase productivity and
facilitate new forms of scholarship. For more information about JSTOR, please contact support@jstor.org.
Your use of the JSTOR archive indicates your acceptance of the Terms & Conditions of Use, available at
https://about.jstor.org/terms

is collaborating with JSTOR to digitize, preserve and extend access to Annali della Scuola
Normale Superiore di Pisa. Classe di Lettere e Filosofia

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
L'ARGOMENTO ONTOLOGICO MODERNO E
L'ASCESA DELL 'ENS NECESSARIUM:
IL CASO LEIBNIZ

Introduzione. Leibniz e Spinoza tra modalità logiche e c


li: un problema aperto

Un libro recente1 ha riproposto all'attenzione in mo


molto stimolante quello che poteva ormai apparire com
capitolo storiografico definitivamente codificato: la sto
dell'argomento ontologico moderno. Centrale in tale ri
struzione è la considerazione della progressiva sostituzi
— all'interno di quella storia — delle modalità tempora
li/causali, tipiche della tradizione aristotelica, con quelle lo
giche; ovvero di una concezione in cui il possibile è ciò che
in qualche tempo si realizza (e il necessario ciò che sussiste
sempre) con un'altra, in cui il possibile è definito dalla non
contraddittorietà (e il necessario dalla contraddittorietà del
la sua negazione). Uno stadio intermedio in questo processo
sarebbe rappresentato dall'ibrida figura concettuale — inau
gurata da Duns Scoto e ancora viva nel Seicento — dell'ar
gomento ontologico aristotelico', imperniato proprio sullo
slittamento surrettizio dall'una all'altra concezione: da un

Abbreviazioni: AK=G. W. Leibniz, Sàmtliche Werke, Akademie-Ausgabe, Berlin


1923 sgg.; AT = R. Descartes, CEuvres, par C. Adam-P. Tannery, Paris 1897-1913,
I-XII, (nouv. éd. CNRS, Paris 1964-1974); COUT=G. W. Leibniz, Opuscules et
fragments inédits, par L. Couturat, Paris 1903 [Hildesheim 1971]; GEB=B, Spi
noza, Opera, hrsg. C. Gebhardt, Heidelberg 1925, I-V; GP = G. W. Leibniz, Die
philosophischen Schriften, hrsg. C. I. Gerhardt, 1875-1890, I-VII [Hildesheim];
GRUA = G. W. Leibniz, Textes inédits, par G. Grua, Paris 1948, I-II; OL=T. Hob
bes, Opera latina, ed. W. Molesworth, London 1839-1845, I-V [Aalen 1961];
VE=G. W. Leibniz, Vorausedition del vol. VI, 4 della Akademie-Ausgabe, hrsg.
H. Schepers, Fasz. I-X, Miinster 1982-1991.

1 E. Scribano, L'esistenza di Dio. Storia della prova ontologica da Descar


tes a Kant, Bari 1994.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1532 S. DI BELLA

possibile definito dalla non-


darsi di una causa che lo fac
va, la linea di sviluppo della
che si libera da questo equiv
menti forti: Descartes e Lei
colui che — mentre recepisc
na di una dimostrazione a p
ra della causa sui — ne port
scrizione nel linguaggio de
dell'infiltrarsi nell'argomen
dello (pseudo) argomento on
mente contestuale alla negaz
pienezza, negazione che sta a
ne del possibile non realizza
mondi possibili.
Nelle annotazioni leibnizian
se attorno al 1678, ve n'è un
fronto estremamente signif
la causa sui cartesiana2. Si tr
zione 7 di Etica, I: uno snod
noziana, dove si saldano la substantia e la causa sui. La defi
nizione 1 ha qualificato la causa sui come « id, cujus essentia
involvit existentiam ». Successivamente, Spinoza ha mostra
to che non vi può essere interazione causale tra sostanze
(considerando la sostanza secondo il carattere del per se
concipi), e quindi una sostanza non può essere prodotta da
altro (pr. 6). Ma allora — conclude la pr. 7 — essa è causa
sui, ovvero (per def. 1) alla sua natura compete di esistere.
Leibniz ravvisa un equivoco nel passaggio dalla mancanza di
cause esterne all'essere causa sui nel senso della def.l. Gue
roult ha rilevato che la prova spinoziana resta su un piano
ipotetico (se la sostanza esiste, esiste per se); nella lettura di
E. Scribano, qui agirebbe l'inferenza dalle modalità logiche
a quelle reali, che in Spinoza assume la forma non già dello
slittamento surrettizio, ma della consapevole ed estremisti
ca identificazione (tutto ciò che non è contraddittorio si rea

2 Cf. Scribano, o.c., 152-157; S. Di Bella, Die Krìtik des Begriffs 'causa sui'
in den Leibnizschen Anmerkungen zu Spinoza's Ethica, in «Tradition und Ak
tualitàt. Akten des V. Internationalen Leibniz-Kongresses », Hannover 1988,
52-56.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
L ARGOMENTO ONTOLOGICO MODERNO 1533

lizza); e proprio questa logica Leibniz tenderebbe a smasche


rare con la sua critica. A me pare che nell'intervento leibni
ziano — che analizzerò dettagliatamente nel seguito — s'in
treccino diverse preoccupazioni; per sceverarle, e valutare il
significato complessivo di questo confronto, occorre partire
dal fatto che l'incontro leibniziano con la causa sui era posi
tivamente avvenuto, pochi anni prima, proprio in un dialogo
ravvicinato con lo stesso Spinoza.
Tra gli appunti leibniziani riconducibili all'incontro con
Spinoza all'Aja del novembre 1676, e quasi tutti dedicati al
problema della dimostrazione della possibilità dell'ens per
fectissimum, spicca il testo Quod ens perfectissimum sit pos
sibile (AK, VI, 3, 571-574): esso si distingue dagli altri per
ché, dopo la consueta prova di compatibilità tra le perfezio
ni/attributi positivi, conclude all'esistenza non già mediante
la considerazione che anche quest'ultima è una perfezione,
ma dimostrando che Yens perfectissimum coincide con Yens
necessanum. La struttura dell'argomentazione è la seguente:
(1) Yens perfectissimum, per poter esistere, deve avere una
ragione della sua esistenza; (2) questa ragione sarà a se ο ab
alio («Non potest esse, nisi rationem existendi habeat a se
vel alio»); (3) non può esser ab alio, perché l'ens perfectissi
mum racchiude già in sé tutti gli elementi ultimi delle cose,
ovvero si concepisce per sé; (4) dunque ο (4 a) tale ente è a se
(e quindi necessario), ο (4 b) è impossibile. Ma (4 b) dev'esse
re escluso, in quanto si è già dimostrato che (5) Yens perfec
tissimum è possibile. Ammessa quindi la premessa (5) in for
za della dimostrazione di possibilità, ne consegue (4 a), ovve
ro la necessità dell'ens perfectissimum («vel nullam habere
potest existendi rationem, adeoque impossibile est, contra
id quod ostendimus, vel earn habebit a se, adeoque erit ne
cessarium», AK, VI, 3, 572).
Questo testo presenta punti di contatto molto significa
tivi con la posizione dell'interlocutore dell'Aja. Il nucleo cen
trale (da 2 a 4 a) ha uno schema simile alla dimostrazione di
Etica, I, 7 (quella criticata nelle annotazioni di due anni do
po), con il passaggio dall'esclusione di una ratio esterna alla
necessità come ratio interna, e il parallelo in termini di con
cepibilità. C'è dell'altro: questo nucleo è inserito in una più
ampia struttura, che sembra esibire proprio quello slitta

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1534 S. DI BELLA

mento surrettizio dalle mod


di cui il Leibniz maturo sarà
sibilità data per dimostrata in (5), e sinonimo di non
contraddittorietà, viene identificata con la possibilità in (1),
che permette di inferire il darsi di una causa, ο «ratio exi
stendi»3. Dobbiamo forse riconoscere la presenza in Leibniz
di entrambe le logiche, relativizzandole ad un processo di
sviluppo, in cui l'episodio del '76 segnerebbe uno stadio poi
lucidamente superato, e la critica a Etica, I, 7 assumerebbe
il valore di autocritica? Il dato testuale imporrebbe addirit
tura di ascrivere propriamente a Leibniz il ragionamento
sulla possibilità, sospetto di incorrere nella fallacia modale;
ipotizzando magari che esso sorga dal rilievo dell'incapacità
dell'argomento spinoziano ad andare al di là della forma: se
la sostanza esiste, allora ...
S'impone a questo punto uno sforzo per collocare questi
interventi in un più ampio contesto e connetterli in un'ipote
si coerente di sviluppo: il che significa affrontare con nuove
domande il problema dello sviluppo storico dell'ontoteolo
gia leibniziana. Il periodo tra il 1676 e il 1678/79 si confer
merà come la fase cruciale per questa storia, caratterizzata
da una marcata fluidità dei concetti in gioco, e scandita dal
le tappe dell'incontro con Spinoza nell'autunno 1676, del di
battito con il cartesiano tedesco Eckard nella primavera del
1677, e di alcuni scritti (in particolare lo scambio epistolare
con H. Huthman) dei primi mesi del 1678; cui vanno aggiun
te naturalmente le note all'Etica, forse il momento più alto
del confronto con Spinoza. La mia attenzione si concentrerà
sullo sviluppo della nozione di ens necessarium, prendendo
in considerazione la problematica dell'ens perfectissimum
soltanto nella misura in cui interferisce con esso. La corri
spondente distinzione tra un primo e un secondo argomento
è un'altra importante chiave ermeneutica per la storia mo
derna della prova, che — secondo l'ormai classica ricostru

3 W. Janke — che per primo, nel suo pregevole studio sullo sviluppo del
l'ontoteologia leibniziana Das ontologische Argument in Friìhzeit des Leibniz
schen Denkens, Kantstudien, LIV, 1963, 259-287, ha richiamato l'attenzione su
questo testo — sembra non rilevare il problema, limitandosi a parafrasare il
punto cruciale: «Keinen Grund fiir ein Dasein haben, ist dasselbe wie unmò
glich sein» (Janke, art. c., 267).

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
L'ARGOMENTO ONTOLOGICO MODERNO 1535

zione di D. Henrich4 — troverebbe il suo punto saliente pre


cisamente nell'emergere del 'secondo argomento' in un ruo
lo trainante. L'esperienza leibniziana costituisce un terreno
di verifica privilegiato in merito, in quanto proprio in Leib
niz il tentativo di autonomizzare la prova dell'ens a se si pro
fila con una nettezza, che non è stata forse ancora piena
mente focalizzata — né precisata nei suoi tratti irriducibili
all'orizzonte cartesiano — nella letteratura sul tema.

Metamorfosi della causa sui

1. La costruzione di Dio nella metafisica combinatoria: dal


Ζ'ens perfectissimum all 'ens a se

Nel Quod ens perfectissimum, il tema dell'end a se s'in


nestava al culmine del noto tentativo di dimostrazione della
possibilità dell'ens perfectissimum, che verrà poi dal nuovo
concetto soppiantato. Ma quella dimostrazione, a sua volta,
era condotta nell'orizzonte di un progetto di metafisica com
binatoria, che cerca la sua forma a partire dagli scritti co
siddetti De summa rerum della primavera del 1676: gli ele
menti primi, nozionali e reali, che costituiscono il traguardo
dell'analisi — i termini primitivi, ο formae simplices — sono
al tempo stesso gli elementi con cui si cerca di costruire il
concetto di Dio. Tale operazione, anzi, è il primo compito
che si impone sulla strada della ricostruzione combinatoria
di un mondo a partire dai termini primitivi. È dunque un
Soggetto assoluto, costruito come sommatoria totale delle
formae simplices, a porsi come interpretazione dell'ens per
fectissimum cartesiano. «Cartesius non resolvit ad intima
usque seu primas formas, id est non incepit a Deo » (AK, VI,
3, 508): ed ecco allora che Spinoza si pone implicitamente
come interlocutore privilegiato. Prima ancora di incontrarlo
personalmente, Leibniz recepisce la sua idea che il punto di

4 D. Henrich, Der ontologische Gottesbeweis, Tubingen 1960 [1967]; trad,


it. La prova ontologica dell'esistenza di Dio, Napoli 1983.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1536 S. DI BELLA

partenza adeguato per raggiu


la nozione di autosufficienza
È merito della più recent
mostrato come l'idea cartesiana di una dimostrazione a
priori di Dio costituisse una novità rivoluzionaria in r
porto a tutta la tradizione scolastica: ritenere possibil
se e quoad, nos questo tipo di dimostrazione significa i
riconoscere all'uomo un accesso conoscitivo all'essenza di
vina, e stabilire un'anteriorità logica di quest'ultima sull'e
sistenza. Ma chi parte dalle «primae formae, seu a Deo»
non si limita a presupporre il possesso dell'idea di Dio —
magari appellandosi ad un'originaria esperienza metafisica
della presenza in noi di tale idea — ma la deve costruire.
Solo così si soddisfa l'esigenza critica in merito alla possi
bilità delle idee, che Leibniz sta maturando in questo stesso
periodo, proprio attraverso la riflessione sull'argomento
cartesiano. Se soltanto con Descartes l'argomento origina
riamente formulato da S. Anselmo diventa una 'prova a
priori', con l'istanza leibniziana di dimostrazione della pos
sibilità (realizzata con la costruzione combinatoria di Dio
nel De summa rerum) questa logica si radicalizza in modo
decisivo.

2. Teoria dei requisita e autoposizione nell'esistenza

Nel passaggio dell'ens perfectissimum a\\'ens a se, le for


mae non vengono propriamente considerate né come attri
buti, né come perfezioni, ma come requisiti. Nel linguag

5 Una suggestione spinoziana filtrata da Tschrnhaus agisce probabilmen


te nel passaggio dalle formae agli attributo., così come nel successivo uso di
questa struttura concettuale per interpretare — forzando rispetto a Descartes
— le perfectiones (cf. appunti da Tschirnhaus, AK, VI, 3, 384). Al tempo stesso,
il tentativo leibniziano inverte l'ordine effettivamente seguito da Spinoza, poi
ché pone direttamente a base, come solo soggetto adeguato della qualifica del
«per se concipi», la sostanza di infiniti attributi, che l'Etica raggiunge soltanto
in un secondo momento: il pensiero del « per se concipi » spinoziano si fonde co
sì con la reinterpretazione dell'etti perfectissimum di Descartes. Per una rico
struzione sistematica della metafisica del De summa rerum, cf. G. H. R. Parkin
son, Leibniz's De Summa Rerum: A Systematic Approach, Studia Leibnitiana,
XVIII, 1986, 132-151. Il rapporto tra formae, attributo, perfectiones è acutamen
te lumeggiato in E. Piro, Varietas identitate compensata, Napoli 1990, cap. V.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
L'ARGOMENTO ONTOLOGICO MODERNO 1537

gio dei requisita viene formulato il nucleo 'spinoziano' del


l'argomentazione del Quod ens perfectissimum sit possibile:

non potest ab alio [rationem] habere, cum omnia quae in alio intel
ligi possunt, jam in ipso intelligi possint, sive cum per se concipia
mus sive nulla extra se habeat requisita (AK, VI, 3, 572).

Il referente storico che sta immediatamente alle spalle


della logica dei requisita non può che essere identificato in
Hobbes. Il cap. IX della Philosophia prima, ovvero della se
conda parte del De corpore, dedicato alla relazione di causa
effetto, codifica il requisito quale condizione necessaria del
prodursi di un effetto6. Si tratta della qualifica originaria
con cui tale concetto compare anche in Leibniz (almeno a
partire dalla Confessio philosophi del 1672). De corpore, II, 9
compie poi un passaggio decisivo per la fondazione del rigo
roso determinismo causale hobbesiano: dal requisito come
condizione necessaria all'insieme dei requisiti, condizione
necessaria e insieme sufficiente7. Chiamiamo (ΤΗ 1) la tesi
hobbesiana per cui l'esistenza della totalità dei requisita è
condizione sufficiente dell'esistenza del requirens. Sullo
sfondo di questa analisi delle condizioni causali, De corpore,
II, 10 — dedicato alla potenza e all'atto — costruisce un'in
terpretazione delle modalità, per cui vale la tesi (TH 2): è
possibile soltanto ciò di cui esistono tutti i requisiti; con
giuntamente a (ΤΗ 1), ciò comporta l'accettazione del princi
pio di pienezza (TH 3): è possibile solo ciò che in qualche
tempo si attualizza.
Ora, la teoria leibniziana del requisito da sempre e co
stantemente accetta (TH 1), ovvero l'interpretazione deter
ministica del nesso causale. Il concetto di «aggregatum re
quisitorum», come condizione necessaria e sufficiente della
posizione nell'esistenza, è per Leibniz sinonimo di «ratio»,

6 «Accidens autem, sive agentis sive patientis sine quo effectus non po
test produci, vocatur causa sine qua non et necessarium per hypothesin; et re
quisitum ad effectum producendum» (OL, I, 107).
7 «Causa autem simpliciter sive causa integra est aggregatum omnium
accidentium turn agentium quotquot sunt, turn patientis, quibus omnibus sup
positis, intelligi non potest quin effectus una sit productus, et supposito quod
unum eorum desit intelligi non potest quin effectus non sit productus » (OL, I,
107-108).

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1538 S. DI BELLA

dunque risposta adeguata all'istanza espressa dal «princi


pium reddendae rationis». Al tempo stesso, però, Leibniz
non ammette (TH 2), ovvero la riduzione del possibile a ciò
di cui esiste un siffatto insieme completo di requisiti, e può
pertanto respingere il principio di pienezza (TH 3). Eppure,
il Quod ens perfectissimum, con la connessione tra le pre
messe (1) e (5), sembra mettere in opera proprio la definizio
ne (TH 2) del possibile: «Non potest esse, nisi rationem exi
stendi habeat»; e la ratio è intesa, nello stesso testo, come
«aggregatum requisitorum sufficientium » (AK, VI, 3, 573).
La logica del requisito sembra dunque veicolare un cedi
mento all'interpretazione hobbesiana della modalità; ma si
tratta piuttosto di uno sviluppo originale e consapevole di
quella logica.
Presupposto dell'argomento leibniziano è la distinzione,
e al tempo stesso l'assimilazione funzionale, tra requisiti in
terni ed esterni: se si danno tutti i requisiti, si dà l'esistenza
del requirens (come per TH 1); ma la totalità dei requisiti
comprende i requisiti interni e quelli esterni. Poiché dell'ens
perfectissimum non si danno requisiti esterni, in questo caso
la somma dei requisiti interni coincide con la totalità dei re
quisiti, e quindi è sufficiente a porre l'esistenza. Ora, l'assi
milazione funzionale tra fattori dell'essenza (requisiti inter
ni) e condizioni esterne della posizione nell'esistenza (requi
siti esterni) è favorita precisamente dalla peculiare inflessio
ne che la teoria dei requisiti riceve nella logica combinato
ria leibniziana. La valenza originaria del requisito — ricor
diamo — era in Hobbes, ed è in Leibniz, quella di condizione
necessaria del prodursi di un effetto, ο di un oggetto: «re
quisitum sine quo res esse non potest». Ma «requisito» indi
ca anche, nella combinatoria, l'elemento di una definizione,
quindi il termine a cui si risale nella scomposizione analiti
ca della nozione, ovvero dell'essenza della cosa. Così accade,
ad esempio, negli abbozzi che forniscono un'interpretazione
ontologica dei primi saggi di calcolo (1679), in cui i termini
primitivi, traguardo dell'analisi, vengono chiamati «requisi
ta simplicia» (Calculus ratiocinator, VE, 91). Nella rielabora
zione della dimostrazione a priori dell'esistenza di Dio, i due
significati si saldano, segnando così il punto nevralgico dove
la logica analitica incontra il problema della posizione nel

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
l'argomento ontologico moderno 1539

l'esistenza8. La saldatura si evidenzia appunto lad


lisi di una nozione ο natura non rinvia ad altro da sé, come
attesta una scheda sul principio di ragione, presumibilmen
te dei primi anni di Hannover:

nihil existit nisi omnia existant ad naturam eius requisita. Om


nium autem requisitorum existentiae simul sumtae sunt ratio rei.
Ubi illud obiter notandum est si qua res non nisi unicum habeat
requisitum seu naturae sit plane simplicis, earn rem si quidem exi
stit, per se ipsam existere, id est esse necessariam, sive essentiam
eius involvere existentiam: sive rem ejusmondi habere rationem
existendi in se ipsa. Nam si(t) res A cuius omnia requisita sint b et
c, patet rationem existentiae A esse existentiam b + existentiam c.
Sed si res A habeat unicum tantum requisitum b, patet A aequiva
lere ipsi b, quia in A nihil concipi potest praeter b, adeoque ratio
nem existentiae ipsius A esse existentiam ipsius b, id est ipsius A;
adeoque A sibi ipsi rationem esse existendi, sive necessario existe
re (Deus nihil vult sine ratione, VE, 51).

Si noti che in questo modo ogni forma simplex, singolarmen


te presa, diverrebbe « ratio sibi ipsi existendi »; in ogni caso,
la totalità assoluta dei requisiti, contenuta nella natura del
l'ens perfectissimum, realizza per altra via la stessa condi
zione di assenza di requisiti esterni. L'assimilazione, nel
concetto di requisito, di fattori dell'essenza e fattori dell'esi
stenza, permette così ai requisiti interni, in certi casi-limite,
di determinare la posizione nell'esistenza9.

8 F. Piro coglie questo punto, partendo dal rapporto tra i concetti di for
ma e requisitum: « Il primo appartiene al lessico delle relazioni di essentia/coes
sentia, il secondo a quello della ratio/causa. I due piani tendono però a sovrap
porsi» (Piro, o.c., 195 sgg.). Sulla plurivocità del requisitum leibniziano, e sulla
sua applicazione in diversi ambiti testuali, cf. S. Di Bella, Il requisitum leibni
ziano come pars e ratio: tra inerenza e causalità, relaz. al Congresso della Socie
dad Leibniz, Madrid 1989, poi in Lexicon philosophicum. Quaderni di termino
logia filosofica e storia delle idee, V, 1991, 129-152.
9 L'analisi dei requisiti realizza l'ideale della definizione genetica, an
ch'esso prospettato nel De corpore hobbesiano. Nel caso in cui tutti i requisiti
siano interni, la definizione genetica garantisce non solo la possibilità, ma di
rettamente l'autoposizione. Si noti che Hobbes aveva escluso Dio dall'ambito
degli enti sottoponibili al metodo analitico-sintetico (analogamente, il Dio di
Descartes si colloca al di là delle naturae simplices). Il Leibniz del De summa
rerum e delle schede sull'ens perfectissimum forza questo limite: non a caso,
quando disporrà dell'opus posthumum spinoziano, annoterà con rilievo il passo
del De intellectus emendatione in cui la definizione di Dio viene collocata nella
logica della definizione genetica, quale suo coronamento: « Definitionis vero rei
increatae haec sunt requisita: I. Ut omnem causam secludat, hoc est, objecto

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1540 S. DI BELLA

La plurivocità della nozion


ratio — può aver suggerito
sua dimostrazione del '76, e
tamento su cui essa si imper
terni (equiparati agli esterni
nell'esistenza) costituisce inf
mente compatibili — la poss
fectissimum dunque — che e
ni — si pone l'alternativa tr
tal modo si oblitera la distin
derati come condizioni solo
trambi i passaggi (dai requis
requisiti possibili a quelli esi
versante epistemologico dell
requisito come condizione di
contro con i criteri cartesia
«per se/per aliud concipi»: c
esiste in forza di altro, mentr
ne necessaria e sufficiente del «per se esse». Il Quod ens
perfectissimum presenta chiaramente il duplice e parallelo
registro, per cui Yens a se è, indissolubilmente, ciò che inte
riorizza la totalità assoluta dei requisiti, e ciò che è concepi
to per se.
Sul finire del soggiorno parigino, insomma, il linguag
gio dei requisiti lascia sussistere la possibilità di ambiguità

nullo praeter suum esse egeat ad sui explicationem. II. Ut data ejus rei defini
tione nullus maneat locus quaestioni, An sit?» (VE, 580).
10 Leibniz avvertiva il problema del salto dai requisiti possibili a quelli
esistenti? Il testo sopra citato può indurre ad una risposta positiva, in quanto
introduce la precisazione: « si quidem existit ». Mi pare però che, in quel conte
sto, il dubbio verta piuttosto sul sussistere di una natura dotata di un unico re
quisito. Altre asserzioni leibniziane, relative alla polemica contro la concezione
spinoziana del p$r se concipi e dell'attributo, confermano che per Leibniz quel
la della sostanza con un solo requisito (mono-attributo) è un'ipotesi del tutto
fittizia. Ciò significa che l'indipendenza causale come mancanza di requisiti
esterni potrà essere stabilita a partire non già dalla non-comunanza di due at
tributi, ma dal possesso della totalità degli attributi/requisiti (del resto la defi
nizione spinoziana di Dio comporta in realtà questo, al di là della strategia di
mostrativa adottata in Etica, I, 1-8, che sembra provvisoriamente riferirsi a so
stanze mono-attributo). Si spiega così anche l'inversione già segnalata del per
corso spinoziano, con la partenza dell'ens perfectissimum. Questa correzione
previene la possibilità che la logica della causa sui porti ad una pluralità di enti
necessari, come sarebbe inevitabile nell'ipotesi di sostanze mono-requisito, e
come in effetti avverrà a chi parte dall'ipostatizzazione degli attributi intelligi
bili (si pensi all'estensione cartesiana, ο allo spazio dei platonici inglesi).

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
l'argomento ontologico moderno 1541

come quelle sottese alla dimostrazione del '76; i pr


ad Hannover presenteranno però — nel contesto d
rificazione della teoria leibniziana del possibile e d
nizione — una serie di importanti approfondiment
relative distinzioni. Così, Leibniz distinguerà tra u
zione genetica intesa come «constitutio», che pr
modus producendi meramente possibile, e una int
«generatio», che ripercorre la produzione effettiv
corrisponderanno rispettivamente requisiti ipotet
tuali11. Si andrà così precisando l'idea leibniziana
sibilità causale, che si distingue sia dalla possibi
(non-contradditorietà), sia dalla possibilità statistic
artistotelica ο hobbesiana: un esistente « sub ration
litatis» avrà sì delle condizioni causali, ma soltant
bili.

3. L'« unica ratio rerum» e Ζ'«aggrega turn requis


verso il collasso monista?

Nei testi dell'ultimo scorcio del '76, la sola differenza


che viene posta in rilievo è tra ciò che ha requisiti esterni a
sé, e ciò per cui tutti i requisiti sono interni: così il De exi
stentia, uno scritto strettamente imparentato con il Quod
ens perfectissimum, applica agli enti finiti e a Dio la stessa
istanza reddendae rationis, e quindi la stessa analisi nei re
quisiti costitutivi; ma rimarca nettamente il diverso esito
dell'operazione analitica che, nel caso degli enti finiti, rinvia
sempre al di là dei limiti dell'essenza/definizione.

Ad existentiam necesse est aggregatum omnium adesse Requisito


rum ... Aggregatum omnium Requisitorum corporis cuiuslibet da
ti, extra corpora est. Aggregatum omnium requisitorum unius cor
poris, et aggregatum omnium requisitorum alterius est in uno eo
demque. Illud unicum quodcunque sit est ultima ratio rerum. Nam

11 Cf. De synthesi et analyst universali, un testo molto significativo sulla


teoria della definizione reale, di cui documenta la connessione con il problema
della prova ontologica (GP, VII, 294; VE, 903-904). L'esigenza della definizione
« reale » (notoriamente intesa come garanzia di possibilità) sorge dalla riflessio
ne critica sulla prova a priori cartesiana.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1 542 S. DI BELLA

quod de corporibus, idem de alii


non existunt necessario, seu in quib
Ens necessarium non nisi unicum e

I requisiti dell'esistenza di tu
nel Fondamento e questo assic
rium, quale «unica ratio rerum
plice valenza del requisito, ess
stitutivi dell'essenza delle cose, allora — conclude il Quod
ensperfectissimum — anche « omnium rerum essentia eadem ».
Come corollario, usando le definizioni cartesiane della di
stinzione reale/modale in funzione della concepibilità indi
pendente ο meno (cf. Principia, I, artt. 60-62, AT, Vili/1,
28-30), si conclude che le cose finite differiscono soltanto
'modalmente' tra di loro12! S'impone qui una forte cautela
interpretativa, a meno di voler risuscitare la tesi unilaterale
di 'fasi spinozistiche' del pensiero leibniziano: il paragone
tra la distinzione modale delle cose finite e la pluralità di
prospettive da cui si può osservare la stessa città («res non
differunt nisi modo, quemadmodum Urbs spectata ex sum
mo loco differì a spectata ex campo »), non va letto nel senso
dell'illusorietà della distinzione. Si tratta piuttosto di una
precoce e significativa attestazione della metafora del « point
de vue», che Leibniz costantemente utilizzerà proprio per
esprimere l'irriducibilità del finito, pur nel presupposto
combinatorio dell'identità del contenuto intelligibile. Già
ora — questa è a mio avviso la discriminante decisiva — egli
pensa ad una complicazione particolarizzante delle formae,
al livello degli enti finiti, che si differenzia dal loro compor
si nell'essenza di Dio. Certamente, però, in questo scritto le
gato al confronto dell'Aja, gli esiti spinoziani di certe posi
zioni appaiono come non mai una possibilità aperta. Tenen
do anche presenti alcune riserve nei confronti dell'ens rea
lissimum, di lì a breve manifestate nel dialogo con Eckard,

12 « Res omnes non ut substantias sed modos distingui, facile demonstrari


potest» (AK, VI, 3, 573). Sul problema dello 'spinoziano' di questi testi, cf. Jan
ke, art. c., 268-270; Parkinson, art. c., 148. La questione è stata riaperta recente
mente da M. Kulstad, Did Leibniz incline toward Monistic Pantheism in 1676?,
in «Leibniz und Europa. Akten des VI Internationalem Leibniz-Kongresses»,
Hannover 1994, 424-428.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
l'argomento ontologico moderno 1543

possiamo ipotizzare che la volontà di evitare un co


tipo monistico abbia contribuito a spingere Leibn
ripensamento critico della metafisica dei requisiti
saggio dagli enti ab alio all'ens a se, sul filo del «pr
reddendae rationis», viene infatti interpretato ne
analitici della teoria dei requisiti, allora l'appiattim
l'unica essenza s'avvicina pericolosamente13. Una r
sione di questa consapevolezza problematica si può
re in un ambito cronologico e testuale notevolme
no, quale lo studio De abstracto et concreto (datato
che cercherà di fornire una definizione generale
zione di inerenza (inesse), utilizzando ancora una v
guaggio del requisito. Il profilarsi della conseguenz
ro quia omnis creaturarum realitas in Deo est, vid
sequi omnes creaturas esse in Deo » (VE, 1603) imp
formulare la definizione di inesse, e quindi di req
mediato: tutta la distinzione tra requisiti mediati
diati, negli studi per la scientia generalis, sorge d
cupazione di distinguere relazione di inerenza e re
causalità. L'acuta consapevolezza leibniziana delle diverse
interpretazioni di cui è passibile un medesimo schema lo
gico dovrebbe tra l'altro indurre a mettere in discussione
le immagini classiche del 'logicismo' ο del 'principio di ine
renza'.

4. Autosufficienza nozionale ed autosufficienza causale: i pro


blemi del «per se concipi».

Le conclusioni di sapore spinozista del Quod ens perfec


tissimum dipendevano anche dall'aver definito implicazione
causale e distinzione reale attraverso i criteri cartesiani del
Γentailment nozionale («per se/per aliud concipi»). Ma anche
tali criterii verranno in seguito radicalmente discussi, e con
essi la generale convertibilità tra versante epistemologico

13 La tensione tra la valenza analitico-essenziale e quello sintetico


esistenziale emerge come dato problematico all'interno della stessa essenza di
vina. Il Quod ens perfectissimum documenta un tentativo di distinzione concet
tuale e terminologica, forse riferita ai medesimi elementi: «Videntur requisita
dicere relationem ad existentiam, attributa ad essentiam» (AK, VI, 3, 573).

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1544 S. DI BELLA

ed ontologico della teoria dei requisiti. Tutta una serie


appunti leibniziani dei primi anni di Hannover problem
zano l'equivalenza tra implicazione causale e implicazion
nozionale, e la riducibilità della « productio » reale al m
lo della costruzione geometrica. Leibniz continua, certo
ritenere l'autosufficienza nozionale condizione necessaria e
sufficiente per caratterizzare 1 'ens a se; ma, in margine ad
alcuni materiali spinoziani trasmessigli da Schuller, annota
che il «per se concipi» esprime spesso soltanto il limite del
la nostra capacità analitica, quello che impedisce ad esem
pio l'ulteriore definibilità delle nozioni 'confuse' delle quali
tà sensibili. Ad esso viene contrapposto il « per se intelligi »,
che suppone compiuta la scomposizione analitica della no
zione, e quindi soddisfatta l'istanza della definizione geneti
ca: soltanto in questo caso, l'obiettiva autonomia della no
zione segnala qualcosa che è «ratio sibi existendi». L'obie
zione di fondo sull'immediata convertibilità ontologica dei
criteri gnoseologici cartesiani, e le crescenti perplessità sul
la possibilità di spingere l'analisi fino ad isolare i termini
primitivi, stanno evidentemente dietro la cautela critica nei
confronti della possibilità di comprendere Yens necessarium
attraverso il criterio del «per se concipi»:

id hinc concludi potest, nos, si Ens necessarium intelligamus, id


per se intellecturos. Dubitari vero potest, an Ens necessarium a
nobis intelligatur, imo an possit intelligi, etsi possit sciri sive co
gnosce (GP, I, 131).

Un testo come il Quod ens perfectissimum poteva anco


ra presumere di fornire a priori una prova di possibilità del
Yens a se. Ma le perplessità presto maturate in merito al
Yens perfectissimum e allo «aggregatum omnium requisito
rum» non possono che rilanciare con nuova forza la formula
dubitativa delle annotazioni a Schuller. Il criterio del «per
se intelligi », in sé valido, resta dal nostro punto di vista inu
tilizzabile per giungere ad un concetto determinato: si con
ferma quindi la nostra incapacità a comprendere Yens a se.
Ciononostante lo possiamo «conoscere» (così come per De
scartes conosciamo l'idea del Dio infinito senza poterla com
prendere); sarà il seguito della critica a Spinoza a mostrare

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
l'argomento ontologico moderno 1545

in che modo questo è possibile. Si tratta di un pun


ta celato, ma decisivo, nella storia dell'ens necessar
niziano: la riconosciuta impasse della prova di pos
per definizione genetica apre la strada ad una 'teo
gativa' dell'ens necessarium.

5. «Admirabilis transitus» I. La logica della perfez


possibile senza impedimenti

Verso l'idea dell'autoposizione nell'esistenza puntava


però un'altra costellazione concettuale, capace di sottrarsi
alla crisi della logica del requisito e del «per se concipi», e
suscettibile di successivi sviluppi. Anche in questo caso è
possibile individuare in Spinoza una fonte (o quantomeno
un parallelo): la variante della prova dell'esistenza di Dio di
Etica, I, 11 combina la dialettica tra condizioni esterne e in
terne con una duplice versione, positiva e negativa, del prin
cipio di ragione. Si ottiene così una quadruplice articolazio
ne: da un lato vi sarà ciò che esiste ο non esiste in forza del
la propria natura (il logicamente necessario e il contraddit
torio); dall'altro, ciò che esiste ο non esiste in forza dell'ordi
ne complessivo, ovvero della concatenazione delle cause
esterne in cui è inserito. Ma Dio non può avere condizioni
impedienti esterne, poiché non si dà niente di esterno che
abbia attributi comuni (in Leibniz: perché tutti i suoi requi
siti sono interni), e che possa quindi interagire causalmente;
né può averle interne, perché i requisiti interni impediscono
l'esistenza solo in quanto sono reciprocamente incompatibi
li, ovvero in quanto si ha a che fare con una natura contrad
dittoria, e questo è impensabile nel caso dell'ens realissi
mum. In mancanza dunque di una ratio della non-esistenza,
Dio esisterà necessariamente. Notiamo anzitutto come que
sta prova — che è condotta a partire dalla nozione di Dio co
me Soggetto di un'infinità di attributi, e presenta effettiva
mente la discussa componente modale dello slittamento tra
possibilità logica e causale — sia, molto più di quella di Eti
ca, I, 7, il calco spinoziano dell'argomento del Quod ens per
fectissimum. Ebbene, glossandola nel suo estratto critico di
Etica, I — in cui pure sarà così severo con la dimostrazione

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1 546 S. DI BELLA

della pr. 7 — Leibniz si limi


possibilità dell'ens perfectis
principio di fondo, cioè l'esigenza di una ratio della non
esistenza, inteso come positivo impedimento; il che equivale
ad ammettere che la possibilità è sufficiente a porre l'esi
stenza, purché non si diano impedimenti esterni.
Ora, il concetto di impedimento — imparentato con l'op
posizione reale più che con la contraddizione logica — di
venterà sempre più importante per il Leibniz dei primi anni
ad Hannover, anche sulla scia di un'estrapolazione analogi
ca dal campo delle ricerche dinamiche. E lo stesso rifiuto
del principio di pienezza (TH 3) si risolve in una precisa li
mitazione, più che in una radicale sconfessione della logica
da esso espressa: il possibile (definito originariamente dalla
interna non contraddizione) infallibilmente si realizza, a
meno che non si trovi ad essere incompatibile con qualco
sa di più perfetto:

Principium autem meum est, quicquid existere potest, et aliis com


patibile est, id existere. Quia ratio existendi pro omnibus possibili
bus non alia ratione limitari debet, quam quod non omnia compa
tibilia (COUT, 529; VE, 582).

La contestazione dell'interpretazione hobbesiana della


modalità si gioca dunque tutta nel prospettare l'alternativa
tra insiemi reciprocamente incompatibili di possibili: ad es
sere attualizzato è un insieme massimale di compatibilità, al
cui interno vige una (relativa) logica della pienezza. E Leib
niz può coerentemente asserire che la possibilità è, «per se
spectata, ratio» dell'esistenza.
Un importante scritto del 1679, il De affectibus — che a
partire da uno studio sulle passioni sviluppa un trattamento
sempre più formalizzato del concetto di determinazione tra
stati di cose — cerca di fondare in modo rigoroso tale assio
ma. Lo sforzo dimostrativo si muove su un duplice registro
utilizzando ora il concetto di perfectio, ora gli schemi delle
consequentiae (regole di inferenza). Il primo procedimento
congiunge alla definizione di perfectio = realitas (proposta da
Descartes) l'ulteriore equazione spinoziana tra realitas e po
tentia, e dimostra il prevalere del più perfetto, in caso di in
compatibilità. All'interno di questa concezione, il passaggio

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
l'argomento ontologico moderno 1547

dalla possibilità all'esistenza risulterebbe immedi


so dell'en5 perfectissimum, dato che è impensab
compatibile più perfetto che ne impedisca il por
sione nel linguaggio delle consequentiae sembra p
lata da specifici presupposti metafisici. Un nodo i
di questa strategia è il teorema secondo cui

Omnia quae per se spectata ex aliquo per se spectato


sunt, ea sequentur quantum possibile est. Nam ponam
quod sequi posse diximus. Necesse est rationem cur s
esse solam absentiam impedimenti. Nam si esset aliu
non sequeretur ex solo ilio ex quo sequi diximus, sed
esset ponendum. Contra hypothesin. (GRUA, 530; VE, 95

Coerentemente, poco oltre: «Quicquid existit s


sit impedimentum extra rem» (GRUA, 533; VE, 95
gine del primo passo, la mano di Leibniz ha anno
mirabilis transitus a potentia ad actum»: un'espressione
molto simile a quelle con cui, un anno prima, aveva qualifi
cato il più noto teorema modale relativo all'ens necessarium,
di cui dovremo occuparci nel seguito. I teoremi sul passag
gio dal possibile all'esistente sono dunque due, e quello del
De affectibus non è circoscritto all 'ens necessarium. L'esi
stenza necessaria dell'ente «perfettissimo» ο «realissimo» è
certamente una conclusione-limite agevolmente ricavabile;
di fatto però Leibniz non applica questa logica alla riformu
lazione dell'argomento ontologico: forse per le perplessità
intervenute in merito alla nozione di «ente perfettissimo»,
ma soprattutto — credo — perché il «mechanismus meta
physicus» della costituzione e del passaggio all'esistenza de
gli insiemi di possibili è riservato alla spiegazione del mon
do, non di Dio; la stessa « exigentia existendi » dei possibili è
già una metafora per illustrare i criteri della decisione crea
trice.
Il De affectibus presenta comunque la tendenza a tra
durre il linguaggio metafisico e dinamicista in rapporti di
inferenza logica. Questo ha forse a che vedere con la rilut
tanza leibniziana ad usare la terminologia della «potentia
existendi» nella formulazione dell'argomento ontologico. In
un'altra versione della prova di Etica, I, 11, ispirata alla lo
gica della perfection potentia, Spinoza aveva argomentato

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1548 S. DI BELLA

che, se l'ente infinito non es


bero in potenza; Leibniz post

Respondetur si implicet [sc. con


lam potentiam habebit. Ut tacea
stendi vi, (Note ad Etica, I, GP, I,

Per comprendere la diffide


buzione a Dio di una «potent
ner presente il confronto ch
con un'altra dimensione della causa sui cartesiano-spino
ziana.

6. «A se esse» come autodeterminazione. Dall'ontoteologia


della riflessione al rifiuto dell'autoproduzione

La considerazione dell'essenza divina quale ratio dell'e


sistenza era di per sé, come si accennava, una novità impor
tante rispetto alla tradizione scolastica; ma nell'inaugurazio
ne cartesiana della causa sui c'era qualcosa di ancor più
sconcertante. Sollecitato dalle perplessità del teologo Cate
rus, nelle I Risposte Descartes propone infatti risolutamente
un'inedita concezione positiva dello «esse a se» divino, che i
teologi avevano sempre inteso in senso rigorosamente nega
tivo (come assenza di causa). Da un lato, egli estende il
«principium reddendae rationis» fino ad assoggettarvi Dio;
dall'altro, soddisfa tale istanza appellandosi alla «immensa
et incomprehensibilis potentia» contenuta nella sua essenza.
Ciò significa interpretare l'autoposizione divina nell'esisten
za come caso-limite della causalità efficiente (cf. AT, VII,
110-111). Successivamente, sotto l'incalzante attacco di Ar
naud, Descartes terrà fermo sulla necessità di applicare la
logica del principio di ragione allo stesso Fondamento, pena

14 Non credo che «vis» vada qui intesa in senso dinamicista. «Existere
sua vi » è terminologia che Suarez, ο Descartes nelle Risposte ad Arnauld, usano
per designare l'esistere in forza della propria essenza, pur mentre vogliono
escludere un'interpretazione dinamica dell'asetias. Nella «potentia existendi»
attribuita a Dio si critica qui la dimensione di potenzialità non realizzata che
rischia di introdursi nell'essenza divina.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
l'argomento ontologico moderno 1549

il non poter chiudere coerentemente la prova co


porre l'anello iniziale della catena causale come «p
incausatum» (come avveniva ad esempio nella pro
sta) significa non soddisfare, ma rinnegare la lo
portato fino a quel punto. Al tempo stesso però
tempera il paradosso dell'autocausalità, interpretando la
causalità positiva dell'essenza divina come causalità «for
male », riconducibile alla causalità efficiente soltanto in sen
so analogico (cf. IV Risposte, AT, VII, 235 sgg.). A seconda
della diversa sottolineatura, la saldatura che il concetto di
causa sui obiettivamente realizza tra prova della III e della
V Meditazione assume pertanto un senso opposto: essa per
metterà ora di interpretare la potentia come implicazione lo
gica dell'esistenza nell'essenza, ora di spiegare tale implica
zione con la mediazione della potentia stessa.
Nella storia della causa sui, Leibniz è colui che affronta
questa ambiguità strutturale dell'eredità cartesiana: proprio
questo — e non tanto il rilievo della « fallacia modale » — è il
cuore dell'obiezione che muoverà alla ripresa spinoziana di
quella nozione. Anche in questo caso, il confronto ha una
sua storia tutt'altro che lineare, che va ricostruita attraver
so una serie di accenni frammentari. Anzitutto, Leibniz sem
bra aver recepito l'innovazione concettuale e terminologica
della causa sui cartesiana già prima di ritrovarla e reinter
pretarla all'interno del suo confronto con Spinoza. Cosa an
cora più notevole, alcuni riferimenti alla causa sui nei testi
dell'ultimo periodo parigino sembrano registrare e fare pro
pria precisamente la sua accezione più forte, di auto
produzione. Uno scritto della fine del 1675, ad esempio, col
lega la causa sui allo «agere in se ipsum»:

Deus intelligit, quia agit in se ipsum. Agit in se ipsum, quia est


causa sui. Caeterae mentes se non producunt, etsi se mutent. Deus
conservai se ipsum, etsi continue non reproducat; videndum an
conservatio continua productio (AK, VI, 3, 465)15.

15 II passo riecheggia un'altra questione discussa tra Descartes e Arnauld:


l'attribuzione a Dio dell'autoconservazione. Leibniz sembra qui incline ad ac
cettarla, pur escludendone naturalmente il condizionamento temporale, in par
ticolare nella forma della discontinuità; atteggiamento positivo confermato da
una successiva annotazione alle Meditazioni: «Deus causa sui positiva est, dum
se conservai » (VE, 289).

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1550 S. DI BELLA

Il contesto è quello di una 'f


di intuizioni originali — l'altr
struzione logico-combinatoria
sintesi metafisica del De summ
re come «Mens perfectissim
quello di garantire a Dio il car
cogitatio, contro l'esclusione d
vini, altro elemento spinozian
nuova idea di causa sui viene p
in funzione di un recupero de
grazie alla mediazione dell'inc
flessione come azione su di s
particolare stadio della philo
tratta di uno spunto molto su
la parentela teorica che le ricerche di D. Henrich hanno
messo in luce tra l'idea dell'ontoteologia e una certa filoso
fia della riflessione.
Ma nel successivo dibattito con Eckard viene alla luce
la dimensione più radicale dell'idea cartesiana di autocausa
lità, e il carattere inaccettabile che essa riveste dal punto di
vista leibniziano. Occorrerebbe percorrere tutto l'amplissi
mo arco della dimostrazione sviluppata nell'ultimo interven
to di Eckard: nell'ambito di una discussione sulla nozione di
ens necessarium, egli propone di sostituire tale nozione, pu
ramente nominale, con quella più adeguata di ens a se, defi
nito come «quicquid semet ipsum vi sua se sua sponte ad
omne id, cujus capax est, determinat», ovvero — prosegue
— come ciò che è «pure activum» (GP, I, 239). Viene così in
primo piano l'originaria idea cartesiana dell'autodetermina
zione, di un soggetto/causa che si dà tutte le perfezioni di
cui è capace: proprio quella che aveva attirato l'attenzione
critica del primo obiettore delle Meditazioni, Caterus16. Par

16 Leibniz poteva aver già trovato nell'opera edita di Spinoza Principi del
la filosofia di Descartes (1663) l'esplicitazione e la critica dei presupposti dell'i
dea di autodeterminazione usata, nella seconda prova della III Meditazione, per
passare dall'ens a se all 'ens perfectissimum. Si tratta di uno degli interventi più
fortemente critici che in quest'opera Spinoza si concede rispetto alla strategia
dimostrativa di Descartes. Egli non vi contesta tanto l'autocausalità ο l'accezio
ne positiva del «per se esse», quanto il riferimento all'idea della creazione ex
nihilo. Alla potenza di creare e conservare, Spinoza sostituisce l'implicazione
dell'esistenza nell'essenza, in proporzione alla quantità di realitas (cf. B. Spino
za, Renati Des Cartes Principiorum etc., P. I, Prop. VII, Scolio, GEB, I, 160-164).

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
l'argomento ontologico moderno 1551

tendo da tale nozione, Eckard raggiunge Yens nec


attraverso una dimostrazione che ricorda l'argome
Yens potentissimum delle I Risposte cartesiane. Ne
po è emerso anche il nesso profondo tra la libertà
e questa idea di autodeterminazione, poiché per gar
possibilità di quest'ultima Eckard si appella all'espe
interna del libero arbitrio. Questa serie di propost
zioni non può destare che perplessità nell'interlocutore:
Leibniz non vede differenze tra i concetti di ens a se e di ens
necessarium, definiti entrambi dall'implicazione dell'esisten
za da parte dell'essenza; e il riferimento dell'autodetermina
zione «ad omne, cujus capax est» gli appare dapprima sem
plicemente superfluo17. Quanto al passaggio dalla potentia
di autodeterminazione alla necessità del suo soggetto, esso è
un paralogismo18, che si potrebbe applicare a qualsiasi ente
capace di azione. Il collegamento con la pretesa esperienza
interiore della libertà (da lui sempre criticata), infine, non
può che suonare come un ulteriore campanello d'allarme.
Tutti questi indizi acquistano piena intelligibilità nella parte
finale del discorso di Eckard, in cui l'esistenza necessaria
viene attribuita a Dio — inteso come Mens perfectissima,
proprio come negli abbozzi De summa rerum — con la me
diazione della « summa potentia » che spetta alla sua volontà
autodeterminantesi. Il tema della «summa potentia», poi, è

Possediamo delle annotazioni leibniziane a quest'opera: esse non prendono po


sizione sulla critica a Descartes, mentre contengono alcuni rilievi in merito alla
riformulazione spinoziana. Si noti che Leibniz rifiuta recisamente il lemma spi
noziano: «Quo res sua natura perfectior est, eo maiorem existentiam, et magis
necessariam involvit; et contra ...», poiché ritiene che « necessitatem in meta
phisicis non pati magis et minus» (in L. Stein, Leibniz und Spinoza, Berlin
1890, Beilage XIX, 358).
17 «a se esse vulgo sic definiunt, cujus existentia sequitur ex ejus essen
tia, seu quod suae naturae necessitate existit. Hie vero sine necessitate alia
quaedam id istam notionem adduntur, nimirum ut tale Ens, non tantum suae
existentiae, sed aliorum omnium, quae ipsi contingunt unquam, causa sit » (GP,
I, 239, n.).
18 II legame obiettivo tra l'argomento di Eckard e quello dell'ens potentis
simum delle I Risposte cartesiane può aver richiamato l'attenzione di Leibniz
su quel passaggio di Descartes. Si è ipotizzato (cf. Scribano, o.c., 152) che sia
questo il «sofisma» cartesiano cui allude la lettera a Conring del 3.1.1678:
« Cartesius autem sophismate quodam vel probare hanc existentiae divinae pos
sibilitatem, vel ab ea probanda se liberare conatus est» (AK, II, 1, 388). Il «sofi
sma » dell'ens potentissimum non deve però essere confuso (almeno dopo la cor
rezione apportata da Descartes alla prima redazione: cf. AT, III, 329, 336) con la
fallacia modale tipica delT'argomento ontologico aristotelico'.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1552 S. DI BELLA

inserito in una rivendicazione estremamente decisa della te


si cartesiana della libera creazione delle verità eterne. Il car
tesiano tedesco propone insomma un'interpretazione della
causa sui sotto l'angolatura delle I Risposte, imperniata
quindi sul privilegiamento, tra gli attributi divini, della po
tentia, e aperta alla connessione con l'altro tema più innova
tore e controverso della metafisica cartesiana19. Di fronte a
questa costellazione concettuale, la reazione del Leibniz cri
tico dell'arbitrarismo è naturalmente di totale rifiuto. Il pa
radosso dell'autocausazione viene senz'altro liquidato come
un'assurdità:

Non video quomodo existat vi suae volitionis actualis; prius enim


natura est actu existere, quam actu velie. Volitio actualis existen
tiam actualem supponit (GP, I, 252).

Il confronto con Eckard ha dunque richiamato l'atten


zione sui paradossi — e sui rapporti con la pericolosa conce
zione del 'Dio di pura potenza' — impliciti in una certa con
cezione della causa sui cartesiana, e nella sua applicazione
all'attività della somma Mens. Alcuni appunti leibniziani di
questi anni documentato la preoccupazione di prendere le
distanze dall'idea di autocausazione, intesa secondo il modu
lo della causa efficiente; al tempo stesso, essi ribadiscono
però il postulato cartesiano dell'applicazione radicale del
principio di ragione, e quindi la concezione positiva del « per
se esse». Non resta allora che aderire alla posizione sostenu
ta da Descartes nelle Risposte ad Arnauld; anzi accentuarla,
con la sottolineatura della causalità formale propria dell'es
senza, fino ad operare un'esplicita distinzione tra « causa » e
«ratio». Così negli Elementa verae pietatis Leibniz, nel com
mentare l'«axioma magnum "nihil est sine ratione"», si con
fronta di fatto con l'obiezione che Arnaud aveva mosso al
l'applicazione senza eccezioni del principio di ragione, soste
nuta da Descartes: tale applicazione non permetterebbe di
chiudere il regresso nella catena della spiegazione causale.

19 Per il confronto tra Leibniz ed Eckard sulla libera creazione delle veri
tà eterne, è da vedere S. Landucci, La teodicea nell'età cartesiana, Napoli 1986,
194-206.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
L'ARGOMENTO ONTOLOGICO MODERNO 1553

La risposta leibniziana fa leva appunto sulla distinzione cau


sa/ratio:

At vero, inquiet aliquis, tunc nulla erit prima causa, nullusque ulti
mus finis. Respondendum est, nihil quidem esse sine ratione, sed
non ideo nihil esse sine causa. Nam causa est ratio rei extra rem,
seu ratio productionis rei: potest vero ratio rei esse intra rem ip
sam. Idque locum habet in illis omnibus quae sunt necessaria, que
madmodum Veritates mathematicae quae rationem in se ipsis con
tinent; item Deus, qui solus rerum actualium sibi ipsi ratio est exi
stendi (VE, 236).

L'istanza universale del principio di ragione è soddisfat


ta da una causa esterna ο da una ratio interna. Porre le veri
tà necessarie come paradigma del secondo caso significa im
plicitamente rifiutare — con Suarez e contro Descartes —
l'idea che esse ammettano una producilo nell'ordine della
causa efficiente (cf. Descartes, Risposte alle VI Obiezioni);
produzione e causa efficiente si danno solo in relazione all'e
sistenza. Dio è l'unico caso in cui la ratio formale interna dà
ragione della posizione nell'esistenza. Il caso-limite della
coincidenza tra ratio formale e causa esistenziale assume
tutto il suo valore sullo sfondo non già di un'equivoca iden
tificazione, ma di un'acuta consapevolezza della distinzione
tra i due piani. Leibniz compie così un'operazione di grand
portata: da un lato egli accetta nel modo più deciso l'esten
sione a Dio della logica della ragion sufficiente (conferman
do su questo preciso punto la notissima ricostruzione hei
deggeriana della storia del Satz vom Grund); dall'altro, sbar
ra la strada all'irruzione del tema della potentia, irriducibil
mente segnato dall'incomprensibilità. In tal modo, la pro
fonda ambivalenza della causa sui cartesiana è sciolta a van
taggio di una radicale univocità.

7. La critica della causa sui nelle note α/Ζ lìtica

Soltanto a questo punto disponiamo degli elementi che


ci permettono di collocare in un quadro di intelligibilità
adeguato la critica che Leibniz muove alla causa sui spino
ziana, quando finalmente può accedere al testo completo

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1554 S. DI BELLA

dell'Etica. Abbiamo ricordat


gomentazione spinoziana, che collegava l'esclusione della
produzione esterna all'essere «causa sui». È tempo di con
siderare da vicino l'obiezione principale che le note del '78
sollevano contro questo passaggio. Secondo Leibniz, Spino
za ha costruito la dimostrazione della pr. 7 su di un'equivo
cazione tra il significato attribuito a «causa» nella def. 1 di
«causa sui», e un significato «communis et vulgaris», che
altro non è se non la normale accezione di causa efficiente
(cf. GP, I, 142-143, VE, 614)20. Lo stesso equivoco viene de
nunciato nella dimostrazione della pr. 24, che inversamente
deduce dalla produzione esterna delle cose finite la non
implicazione dell'esistenza nella loro essenza21. Un altro
appunto lascia trasparire, dietro alla critica del 'paralogi
smo', una preoccupazione più metodologica che di contenu
to (in sintonia con l'evidente interesse leibniziano ad una
valutazione formale delle strutture dimostrative dell'Etica)',
più precisamente, un'istanza di rigore nell'uso delle defini
zioni:

Spinosa hac utitur definitione: Causa sui est, quod necessariam


involvit existentiam. Postea pergens ratiocinari voce: 'causa sui',
utitur in recepto sensu. Quod non debet tacere, sed perinde fieri
debet ratiocinatio, ac si in locum termini: 'causa sui' substituisset
hunc: 'Blitiri'. Nam si utitur significatione peculiari vocis: 'causa
sui', eo ipso praeter valorem ei uni voci assignatum, novum ei va
lorem assignat, resolvendo vocem 'causa'. Ergo ostendere debet
prius has duas significationes coincidere, alioqui abutitur ratioci
natione (VE, 424).

20 Nella discussione con Eckard, tuttavia, Leibniz qualifica come accezio


ne altrettanto comune quella di «ens a se» come ciò che implica l'esistenza
nella sua essenza (cf. GP, I, 239, cit. supra, η. 20). Nella tradizione scolastica,
«causa sui» (peraltro poco presente, proprio per le sue risonanze 'positive'; cf.
i riferimenti in F. Suarez, Disputationes metaphysicae, Hildesheim 1965, II, 3
disp. XXVIII (Venezia 1599)) e il suo sinonimo «ens a se», erano però intesi in
senso negativo, come negazione della «productio ab alio». Per Leibniz invece il
valore positivo dell'«ens a se» non costituisce un problema. La novità cartesia
na viene circoscritta all'interpretazione in termini di causalità efficiente e
summa potentia.
21 «Rerum a Deo productarum essentia non involvit existentiam; alioqui
per def. 1 causa essent sui. Quod est contra Hypothesin. Res aliunde manife
sta. Sed haec demonstratio est paralogismus. Causa enim sui per eius defini
tionem 1, non communem sensum retinuit, sed peculiarem nacta est. Non po
test ergo communem vocis sensum in locum proprii pro arbitrio a se assumti
substituere autor, nisi ostendat eos aequivalere» (GP, I, 147; VE, 68).

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
L'ARGOMENTO ONTOLOGICO MODERNO 1555

La def. 1 di Etica, I, associa liberamente una nozione ad


un'espressione, e non se ne può quindi fare uso come se si
trattasse di una definizione che stabilisce l'equivalenza di
due nozioni ο significati. Di qui la proposta di usare, come
test di correttezza nell'uso di una definizione, la sostituzione
del definitum con un segno arbitrario, privo di qualunque
associazione di significato22. Ciò che Leibniz esige, è sempli
cemente esplicitare la duplicità dei significati in gioco, e
quindi la natura sintetica del nesso, trasformando la def. 1
in assioma:

Remedium tamen facile est, si definitionem illam 1. in axioma con


vertat, et dicati Quicquid non ab alio, id est a se ipso, seu ex sua
essentia (GP, I, 143; VE, 614).

Sembra che il passaggio alla causa sui — una volta


emendato formalmente il procedimento spinoziano — man
tenga sostanzialmente il suo valore. A ben guardare, l'artico
lazione dell'argomento del Quod ens perfectissimum del '76
— nel suo nucleo, corrispondente al passaggio spinoziano
contestato — esplicitava già il contenuto dell'assioma del
'78 (la ratio ο è. a se, ο è ab alio); anzi, la risoluzione analitica
della ratio nei requisiti, grazie alla loro natura ambivalente
di condizioni dell'essenza e dell'esistenza, forniva di quel
l'assioma quasi una giustificazione. Rispetto al '76, le so
pravvenute perplessità sull'uso indifferenziato del concetto
analitico di requisito (cf. supra, § 3) hanno tutt'al più inficia
to la riducibilità dell'assioma. Ma che ne è del nodo proble
matico, dal punto di vista modale, che si è riscontrato nella
prova leibniziana del dicembre '76 e in quella spinoziana di
Etica, I, 7, ovvero della pretesa di dimostrare l'esistenza, ri
spettivamente dell'ens perfectissimum e della sostanza, pas
sando dalla loro possibilità al darsi di una causa della lo
ro esistenza? Viene realmente colto dalla critica leibniziana
del '78? Sembra di no, perché — lungi dal denunciare la fai

22 Nei termini della teoria della definizione di C. I. Lewis, che distingue


« symbolic conventions, dictionary definitions, explicative statements », la defi
nizione di «causa sui» è introdotta dapprima come «definizione di dizionario»,
e poi usata come «enunciato esplicativo». Cf. C. I. Lewis, An Analysis of Know
ledge and Valuation, La Salle 1946.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
L'ARGOMENTO ONTOLOGICO MODERNO 1556

lacia modale — la sola istanza ulteriore che Leibniz pone


perché il nuovo assioma porti ad una dimostrazione conclu
dente di esistenza è la verifica della possibilità della sostan
za, che Spinoza non ha fornito:

Verum aliae hic supersunt difficultates: Nempe procedit tantum


ratiocinatio, posito substantiam existere posse. Necesse est enim
tunc ut quia ab alio produci non potest, a se ipso existat, adeoque
necessario existat; possibilem autem substantiam id est concipi
posse demonstrandum est (GP, I, 143; VE , 614).

A quest'ultima verifica23 Leibniz è positivamente inte


ressato; e poiché peraltro una dimostrazione a priori di pos
sibilità di un quid per sé intelligibile si è rivelata problema
tica (cf. supra, § 4), tenta un'altra via per fondare questa
possibilità; ma lasciano per ora in sospeso questo importan
tissimo sviluppo. Soltanto dopo aver fornito questa dimo
strazione, Leibniz tocca effettivamente il punto problemati
co del passaggio dalla possibilità logica alla possibilità cau
sale; ma lo fa in modo molto cauto:

Sed adhuc tamen dubitari potest, an ideo sit possibile; eo modo


quo hoc loco sumitur possibile. Nimirum non pro eo quod concipi
potest, sed pro eo cuius aliqua concipi potest causa, resolubilis
tandem in primam. Nam quae a nobis concipi possunt non ideo ta
men omnia produci possunt, ob alia potiora quibus incompatibilia
sunt. Ideo Ens quod per se concipitur actu esse probari debet
adhibita experientia, quia existunt quae per aliud concipiuntur, er
go existit etiam id per quod concipiuntur. Vides quam longe alia
sit opus ratiocinatione, ad accurate probandam rem per se existen
tem. Forte tamen hac ultima cautione non opus (ibid.).

L'obiezione conferma che l'unico limite al «transitus a


potentia ad actum » è l'eventuale incompatibilità con ciò che
è più perfetto; e forse Leibniz è incerto sulla pertinenza di
quest'ultima critica, proprio perché per quanto concerne
l'ente originario, quell'eventualità è messa fuori campo.

23 Per Spinoza, la sostanza si definisce attraverso l'autosufficienza nozio


nale (il « per se concipi »). Questo non vale naturalmente per Leibniz, che infatti
nelle stesse note propone di distaccare l'«in se esse» dal «per se concipi». Fatta
questa precisazione, l'autosufficienza nozionale comunque gli interessa, come
sappiamo, quale possibile via d'accesso all'esistenza necessaria.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
L'ARGOMENTO ONTOLOGICO MODERNO 1557

È opportuno tornare sulla prima parte dell'annotazione


ad Etica I, 7, Ovvero sulla critica all'« equivoco » spinoziano.
A mio avviso essa va letta, oltre che secondo la preoccupa
zione metodologica, anche in rapporto a quella dimensione
peculiare della causa sui cartesiana, che si era pienamente
rivelata nel dibattito con Eckard. Distinguere la nozione di
implicazione dell'esistenza nell'essenza da quella di implica
zione causale propria della producilo — pur nel collegamen
to in una comune istanza di fondazione (a se ο ab alio) — è
infatti in sintonia con la presa di distanza da quella conce
zione cartesiana24. Se Descartes aveva parlato, nelle Rispo
ste, di «analogia causae efficientis», la severa critica a Spi
noza per aver giocato sull'ambiguità della «causa» significa
anzitutto rifiuto di ammettere, nella prospettiva di un ideale
di rigore dimostrativo di natura analitico-combinatoria,
quell'ambiguità (o 'elasticità') del significato che l'analogia
comporta; ma significa anche rompere quello specifico
nesso analogico, che apre ad un'interpretazione metafisica
inaccettabile dello «esse a se».
Sciolto l'equivoco, Leibniz poteva sentire l'interpretazio
ne spinoziana della aseitas addirittura più vicina alla pro
pria di quella di Eckard e Descartes. La definizione data in
Etica, I, liberata dal rapporto equivoco con la causa efficien
te, diventa infatti la definizione normale dell'ens necessa
rium leibniziano. La causa sui, come si delinea in questa let
tura leibniziana del libro I dell'Etica, si fonda sulla traspa
rente autointelligibilità dell'essenza, e non su un passaggio
al limite del tema della potentia ο della causalità efficien
te25. In Leibniz v'è peraltro, a differenziare la sua posizione
da quella di Spinoza, la mancata intelligibilità quoad nos
dell'ens a se, che reintroduce un elemento di teologia negati
va nell'internretazione loeistica e univocista della causa sui.

24 Non a caso, a partire da questo momento, la terminologia della « causa


sui» tende a scomparire a favore di quella, più neutra, dello «ens a se». Anche
l'assioma proposto a correzione di Etica, I, pr. 7 lascia cadere il linguaggio del
la «productio».
25 In Etica, I, pr. 34, Leibniz trovava forse un punto d'appoggio per inten
dere l'equazione tra potentia ed essentia nel senso di una riconduzione della
prima alla seconda, e non viceversa: « Dei potentia est ipsa eius essentia. Quia
ex natura essentiae sequitur eum esse causam sui et aliorum» (GP, I, 150, VE,
620). V'è sintonia, del resto, con la valutazione di un grande commentatore co
temporaneo, per cui «la causa sui a été fondée [in Descartes] dans l'incompr

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1558 S. DI BELLA

II
L'autonomia dell'ens necessarium

Nell'arco di tempo, breve ma intenso, che separa il con


fronto personale con Spinoza dal confronto definitivo con
l'Etica, abbiamo visto delinearsi e consumarsi — nell'oriz
zonte della logica e metafisica combinatorie — un primo
modello leibniziano dell'ens a se come Fondamento auto
fondante (supra, §§ 1-2). Leibniz ha messo in discussione
in parallelo con la problematizzazione dell'ens perfectissi
mum — la logica dell'autofondazione, e con essa la possibili
di ricostruire geneticamente 1 'ens a se (supra, §§ 3-5). Al tem
po stesso, egli ha rifiutato la concezione dell'ens a se com
ens potentissimum e, per rescindere la causa sui dall'idea
autoproduzione, l'ha interpretata univocamente — sciogli
do l'ambiguità cartesiana — attraverso la causalità «forma
le» dell'essenza (supra, §§ 6-8). A sua volta, questa implica
zione nell'essenza viene definita logicamente, attraverso i
carattere contraddittorio dell'opposto. Ma il puro pensier
di tale implicazione — non più fondato sull'ens perfectiss
mum/realissimum, né sulla summa potentia, privo dunque
una nozione determinata che lo renda intelligibile — può
sembrare sospeso nel vuoto. Eppure proprio su di esso Le
niz comincia a costruire la sua riformulazione dell'argom
to ontologico, trasformando in punto di forza lo sgancia
mento dall'ens perfectissimum.

8. L'argomento «compendiosius»: la prova dell'ente necessa


rio può essere autonoma?

È nella discussione con Eckard — caratterizzata da


un'intensa problematizzazione della nozione di ens perfecti
simum — che Leibniz propone per la prima volta la sua
«semplificazione» dell'argomento cartesiano26: dalla defini

hensibilité de la toute-puissance au lieu d'ètre fondéé [come in Spinoza] dans


l'intelligibilité de la substance» (Μ. Gueroult, Spinoza, Paris 1968, I, 46). Resta
naturalmente aperta all'interprete di Spinoza la possibilità di sottolineare inve
ce maggiormente il tema della produttività e del dinamismo dell'essenza.
26 II nesso con la crisi dell'ens perfectissimum è esplicito: Leibniz spiega

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
L'ARGOMENTO ONTOLOGICO MODERNO 1559

zione di Dio come ens necessarium si ricava analiticamente


l'esistenza (cf. GP, I, 212; 218-219). Anche in questo caso, co
me per il Perfettissimo, resta naturalmente l'istanza del
« complemento » della prova, cioè della dimostrazione di pos
sibilità dell'ens a se.
La reazione negativa di Eckard è sintomatica del rifiuto,
da parte cartesiana, di sganciare il 'secondo argomento on
tologico' dal primo. La prima obiezione è al fatto che Leib
niz parta da una definizione, e non da un'idea in cui l'impli
cazione dell'esistenza si renda visibile27; la seconda distin
gue il « necessario existere » della definizione leibniziana, dal
possesso della «existentia necessaria»: contrappone cioè
una necessità de re, modificante il predicato d'esistenza, ad
una necessità de dicto sentita come verbalistica28. Secondo
questa prospettiva, la prova leibniziana si riduce ad una
vuota tautologia (anzi, ad una petitio principii), in cui l'esi
stenza è presupposta in una definizione arbitraria: 1) l'ente
che esiste necessariamente, esiste (premessa maggiore); 2)
Dio è l'ente, che esiste necessariamente (minore); 3) Dio esi
ste (conclusione; cf. GP, I, 218-219). Occorrerà allora rifor
mulare l'argomento secondo l'interpretazione non verbalisti
ca di ens necessarium: 1) l'ente, che implica nel suo concetto
l'esistenza necessaria, esiste; 2) Dio è l'ente che implica nel
suo concetto l'esistenza necessaria; 3) Dio esiste. Soprattut

di aver voluto « purgare Cartesianam [demonstrationem] ab inutili et dubitatio


nibus obnoxia perfectionis mentione » (GP, I, 220). Gli interpreti hanno general
mente sottovalutato la serietà e l'incidenza della critica portata, nel corso di
questo dibattito, sulla nozione di ens perfectissimum e sul nesso perfezione
esistenza.
27 Eckard: «Probandam esse minorem, quod scilicet de essentia Dei sit
existentia ...»; Leibniz: «minorem non opus habere probationem, posito quod
haec sit Dei definitio ...» (GP, I, 212). Le resistenze di Eckard contrastano con la
tesi storiografica che attribuisce al pensiero 'cartesiano' la spinta a rendere au
tonomo il «secondo argomento».
28 Sin dalle I Risposte, Descartes aveva introdotto l'idea di «existentia ne
cessaria» come modo particolare dell'esistenza: tutte le idee contengono l'esi
stenza possibile, l'idea dell'ensperfectissimum contiene l'esistenza necessa
ria. Per Leibniz, esistenza necessaria e «necessario existere» sono semplice
mente sinonimi: egli non intende usare quella pretesa distinzione di un signifi
cato metafisico di «esistenza necessaria», che un critico settecentesco della
prova sostenitore dell'obiezione empiristica, Des Maizeaux, bollerà come «peti
te supercherie» (cit. in Scribano, o.c., 142). Si noti che l'idea leibniziana della
tendenza ad esistere in proporzione all'essenza non significa adesione all'idea
di gradi dell'esistenza. Passibile di gradazione è la realitas delle essenza, non
ché la tendenza ad esistere, che è però nozione metaforica.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1 560 S. DI BELLA

to, occorrerà che la maggiore


denti erano introdotte da Leib
sioma e come definizione) ven
za del fondamentale postulat
saggio dal pensiero all'essere:
nell'idea chiara e distinta di una cosa, dev'essere affermato
con verità di quella cosa »; la minore a partire dalla nozione
di ens perfectissimum, che resta l'unica base da cui poter de
durre l'esistenza necessaria: 2) Dio, in quanto ens perfectissi
mum, include nella sua nozione l'esistenza necessaria.
La critica e la riformulazione eckardiane, condotte se
condo le regole del cartesiano «metodo delle idee», sanci
scono così l'impossibilità dell'autosufficienza per l'argomen
to « compendiosius » e la sua reintegrazione all'interno di
quello basato sull'ens perfectissimum. L'argomento «com
pendiosius» leibniziano risulterebbe sterile, in quanto muo
ve da una semplice definizione, cui non corrisponde un'idea
determinata. Sembra di trovarsi di fronte ad un parados
sale scambio delle parti: dopo aver criticato la dimostrazio
ne cartesiana in quanto rischia di partire da una definizione
meramente nominale, Leibniz viene a sua volta accusato da
parte cartesiana di argomentare muovendo da definizioni, e
non da idee. Certo, egli non pretende di concludere categori
camente all'esistenza, e lascia infatti aperta la questione del
la possibilità. Ma il punto è che per Eckard la necessità del
l'esistenza può essere dedotta solo a partire da altre pro
prietà di un dato concetto. Chiarire questo nodo significa
comprendere come per Leibniz l'autonomia del 'secondo ar
gomento' si possa affermare pur sullo sfondo di una teolo
gia negativa dell 'ens necessarium, e come sorga quello sdop
piamento della prova che costituirà il quadro della sua ver
sione «puramente modale».

9. Admirabilis transitus II: l'implicazione essenza/esistenza e


la scoperta del «fastigium doctrinae modalium»

Una nuova tappa del percorso leibniziano è documenta


ta da un gruppo di testi datati al gennaio del 1678 e riferiti
ad uno scambio epistolare con Henning Huthman. Il testo

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
L'ARGOMENTO ONTOLOGICO MODERNO 1561

base, la Probatio divinae existentiae ex eius essentia (cf. AK,


II, 1, 390-393), ripropone l'argomento autonomo a partire
dall'ens necessarium, abbozzato nel dibattito con Eckard;
ma l'inferenza dall'essenza all'esistenza si trasforma in infe
renza dalla possibilità all'esistenza, grazie alla previa identi
ficazione di essenza e possibilità.

Idem est ex alicuius possibilitate sequi existentiam, et ex alicuius


essentia sequi existentiam, quia idem est rei essentia et specialis
ratio possibilitatis (Definitio Dei seu entis a se, AK, VI, 3, 583).

La conclusione della Probatio può così enunciare l'as


sunto del nuovo «teorema», che viene esaltato come «fasti
gium doctrinae Modalium ... quo transitur mirabili ratione,
a potentia ad actum». È il più noto «admirabilis transitus a
potentia ad actum»: circoscritto al caso-limite dell'ens ne
cessarium, è però incondizionato nella sua validità; laddove
lo «admirabilis transitus» del De affectibus (cf. supra, § 5)
avrà portata generale, ma condizionata (dall'assenza di im
pedimenti, ovvero di qualcosa di più perfetto e incompatibi
le). Finora Leibniz aveva posto la questione della possibilità
soprattutto come condizione necessaria ed inevasa; ora ne
sottolinea invece il valore di condizione sufficiente per la
posizione dell'esistenza. L'accostamento ancora estrinseco
tra i due momenti della dimostrazione proposta ad Eckard
(l'implicazione analitica dell'esistenza, e l'esigenza ulteriore
di dimostrare la possibilità dell'essenza) diventa cioè una
connessione condizionale, oggetto di un teorema modale: se
l'ente necessario è possibile, allora esiste. Si tratta di un
acquisto teorico significativo, anche in mancanza della di
mostrazione di possibilità.
Già il Quod ens perfectissimum di due anni prima pro
spettava l'alternativa tra esistenza necessaria e impossibili
tà, giungendovi attraverso la considerazione dei requisiti in
terni (o dell'essenza), intesi come fattori della possibilità.
Ma ora quell'idea è inserita in una strategia dimostrativa di
versa, che non conduce ad una conclusione categorica, e non
ha più bisogno di fondare la possibilità (ora solo ipotizzata)
dell'ens a se attraverso il problematico nesso con la causa
lità.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1562 S. DI BELLA

10. L'ontologia del transitus


nismo

In un gruppo di annotazioni che corredano la Probatio,


Leibniz si confronta con alcune obiezioni classiche. L'inter
locutore del momento, Huthman, aveva annunciato una di
mostrazione dell'inanità di qualsiasi tentativo di passare dal
piano dei pensieri e delle possibilità a quello dell'esistenza:
è il divieto espresso dalla cosiddetta 'obiezione logica'. Per
parte sua, Leibniz aveva mostrato di non essere insensibile
alla critica di matrice gassendiana, esprimendo — nel car
teggio con Eckard — il dubbio di poter trattare l'esistenza
alla stregua di una «portio aut species essentiae» (GP, I,
223)29. Le Annotationes sono dominate dall'intento di dissi
pare queste obiezioni di principio alla logica del transitus, e
di denunciare al tempo stesso l'inadeguatezza della formula
zione cartesiana: argomentando a partire da 'concetti' sog
gettivamente intesi, ovvero da pensieri, i cartesiani avrebbe
ro frainteso l'ontologia presupposta dalla prova, minandone
la forza dimostrativa (cf. Annotationes, nr. 2)30. A quest'uni
ca fonte vengono ricondotte due critiche, solo apparente
mente divergenti: di aver costruito un argomento troppo de
bole per superare l'obiezione logica, e di averlo voluto spin

29 D. Henrich propone una codificazione ormai classica delle obiezioni al


la prova: 1) obiezione logica: formulata da S. Tommaso, contesta la possibilità
di passare da un'esistenza pensata ad un'esistenza reale; 2) obiezione empiri
stica: formulata da Gassendi, critica la considerazione dell'esistenza come per
fezione ο predicato descrittivo; 3) obiezione critica: formulata da Kant (ma
anticipata da Hume), critica la pensabilità dell'ente necessario. Tipica dell'in
terpretazione henrichiana è la radicale svalutazione dell'obiezione 'logica', che
verrebbe messa fuori gioco dall'idea cartesiana dell'implicazione oggettiva del
l'esistenza nel concetto, ovvero dall'idea dell'ens necessarium. K. Cramer chia
ma «semantica» l'obiezione che mette in discussione il darsi di concetti come
«ens perfectissimum» ο «ens necessarium»; vi rientra la richiesta leibniziana
della dimostrazione di possibilità (non-contraddittorietà). Interessante il fatto
che Leibniz attribuisca all'Aquinate l'obiezione semantica (cf. De synthesi et
analyst universali, GP, VII, 294-295; VE, 903-904); e che peraltro la stessa inter
pretazione (forzata dal punto di vista storiografico) dell'obiezione tomista fosse
stata già avanzata da Descartes nelle I Risposte. Cf. K. Cramer, Leibniz a.ls In
terpret des Einwandes des Thomas von Aquin gegen den ontologischen Gotte
sbeweis, in Leibniz' Auseinandersetzung mit Vorgdngern und Zeitgenossen, A.
Heinekamp-I. Marchlewitz hrsg., Stuttgart 1990, 72-99.
30 «Cartesiani cum solis conceptibus sive ideis utantur, non satis huius
ratiocinationis vim exprimunt, quod eorum experimento didici, qui ratiocina
tionem ipsorum cum mea contulere» (AK, II, 1, 391).

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
l'argomento ontologico moderno 1563

gere troppo oltre, cioè fino ad una dimostrazione a


esistenza. La seconda è la critica consueta, conness
to con la trasformazione leibniziana della prova ca
di esistenza nella prova condizionale del transitus;
richiede un maggior sforzo di chiarimento.
Dal punto di vista leibniziano, una volta verific
ipotesi) la non-contraddittorietà dell'idea, avremm
ranzia della sua corrispondenza ad un'essenza reale
candoci su un piano dotato di un proprio status o
autonomo rispetto al pensiero. Se invece si resta a
del pensiero, non si può colmare quello iato rispet
re, su cui si appunta l'obiezione logica. Asserire l'i
ne in una nozione equivale infatti a dire: « se esiste
è F, allora χ è G »; così interpretata, la prova ontol
duce all'asserzione di un'esistenza presupposta. Fin
po della sua edizione del Nizolio (1670), Leibniz ave
nuto un'interpretazione condizionale delle proposi
versali, ma aveva assicurato loro un fondamento n
li, e di questi ultimi aveva in seguito precisato lo s
tologico. Così, le Annotationes si richiamano a qu
smo delle essenze che in questo primo periodo han
Leibniz andava precisando in un confronto spregi
con l'empirismo e il nominalismo hobbesiani: test
matico, il noto Dialogus dell'agosto 1677, in cui vi
ta l'indipendenza delle essenze dal pensiero e dagli
esistenti.

Aeternae veritates hoc loco non considerandae sunt ut hypotheti


cae existentiam actualem supponentes, alioqui enim fieret circu
lus, id est supposita existentia Dei, inde probaretur existentia;
nempe, dicendo Essentia dei involvit existentiam, id non ita intelli
gi debet, si deus existit, necessario existit, sed hoc modo: a parte
rei, nemine cogitante nulla conditione facta, absolute et pure ve
runi est in illa essentiarum sive idearum regione essentiam dei et
existentiam inseparabiliter connecti (Annotationes, nrr. 3-5, AK, II,
1, 392).

In questa prospettiva, l'esistenza è una «forma univer


sale », che si può connettere ad altre forme secondo la logica
dei rapporti tra essenze (AK, II, 1, 391-392).
Se l'obiezione logica colpisce il passaggio pensiero
realtà (e in questo senso viene fatta valere contro le 'idee'

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1 564 S. DI BELLA

cartesiane), neutralizzarla sign


transitus si pone su un altro
Leibniz individua nell'accett
'meinonghiano' il presupposto
gomento ontologico? Certam
statuto ontologicamente fort
una costante della sua posizion
la subordinazione dell'esistenza ai canoni di un'ontologia
platonizzante, come qui viene espressa (l'esistenza quale
'forma') è fortemente problematica, se si pensa al rilievo ri
conosciuto, nel carteggio con Eckard, all'obiezione gassen
diana, e ad altri passi coevi in cui si analizza la nozione di
esistenza31. Più in generale, mi pare che l'appello ad una de
terminata (e impegnativa) ontologia, come istanza decisiva
per giustificare una certa strategia dimostrativa, sia caratte
ristico di una fase abbastanza circoscritta del pensiero leib
niziano (cf. infra, § 14). Senza rinnegare la consapevolezza di
un certo sfondo ontologico, lo sforzo di Leibniz si orienterà
piuttosto verso la giustificazione del transitus mediante la
costruzione di teoremi di tipo logico-formale. Quanto alla
sensibilità per l'obiezione gassendiana, essa concorre proba
bilmente a motivare il privilegio che verrà infine accordato
ad una fondazione 'a posteriori', di natura cosmologica, del
la possibilità dell'ercs necessarium.

11. L'implicazione concettuale cartesiana: argomento vitto


rioso ο 'sofisma'?

Resta sorprendente il fatto che la rivendicazione ontolo


gica delle Annotationes sia diretta contro Descartes, che pu
re aveva sottolineato l'aspetto dell'oggettività delle idee, e
recuperato a sua volta, nella V Meditazione e nel dibattito
con gli obiettori, una concezione 'platonica', secondo la qua
le la forza della dimostrazione non si basa sul significato di
nomi, ma sull'ispezione di un'essenza ο «forma immutabi

31 Leibniz, ad esempio, si oppone all'ambigua espressione di «esistenza


possibile »: « ratio dubitandi erat, quod essentia est possibilitas, existentia vero
actus » (GP, I, 223); e soprattutto: « Quando de existentia loquor, loquor de ac
tuali; opponitur enim essentiae, seu possibilitati existendi » (GP, I, 229, n.).

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
l'argomento ontologico moderno 1565

le». Siamo in presenza di un fraintendimento (o di


ficazione) della posizione cartesiana? Una spiegazio
sibile dell'atteggiamento leibniziano si può cercare
sta linea: anche se Descartes ha tentato di elevarsi
tività delle ideelnaturae, lo ha fatto usando strumenti — co
me la testimonianza dell'evidenza intuitiva — che Leibniz ri
tiene inadeguati. E infatti la stessa assicurazione che la pro
va verte non su nomi, ma su idee, notoriamente non è, dal
punto di vista leibniziano, fondata.
La posizione cartesiana si appoggia però su un punto
più profondo, in quanto pretende di trovare la garanzia del
l'oggettività precisamente nel pensiero dell'implicazione
concettuale. Nelle I Risposte, infatti, Descartes si liberava
dal sospetto dell'arbitrarietà dell'idea di Dio, osservando
che l'imporsi al pensiero di una connessione necessaria pro
va il carattere non fittizio, e quindi vero, dalla relativa idea.
Proprio questa è, nell'interpretazione di Henrich, la novità
che — sgombrando con un solo gesto il campo dall'obiezione
semantica e da quella logica — aprirebbe la fase moderna
dell'ontoteologia, e più specificatamente l'ascesa dell'ens ne
cessarium. Ma per Leibniz, l'implicazione concettuale si ri
conduce appunto all'interpretazione condizionale («se χ esi
ste, allora ...») che, nel caso della prova a priori dell'esisten
za di Dio, soggiace al vizio della petitio principii ο al cedi
mento di fronte all'obiezione logica32. In questa critica, l'ar
gomento cartesiano appare però come un tentativo di prova
autonoma dell'ens a se, quale invece non è, e si trascura l'ul
teriore sottolineatura introdotta dalle I Risposte: la connes
sione necessaria rilevante per provare il carattere «innato»
ο «vero» (cioè obiettivo) di una nozione non è il nesso anali

32 Sponosa ita ratiocinatur post Cartesium: idem est dicere aliquid in rei
alicuius natura sive conceptu contineri, ac dicere id ipsum de ea re esse verum
(quemadmodum in trianguli conceptu continetur, seu ex essentia eius sequitur
eius angulos esse aequales rectis duobus). Atqui existentia necessaria in Dei
conceptu eodem modo continetur. Ergo verum est de Deo dicere necessariam
existentiam in eo esse, seu ipsum existere. Huic ratiocinationi aliisque simili
bus opponi potest: propositiones illas omnes esse conditionales, nam dicere in
trianguli natura vel conceptu involvi tres angulos aequales duobus rectis; nihil
aliud est dicere, quam si existat triangulus, tunc ipsum hanc proprietatem ha
bere; ita eodem modo, etsi concedatur de Dei conceptu esse existentiam neces
sariam, tamen inde colligitur tantum, si existat Deus, tunc ipsum hanc proprie
tatem (necessariae existentiae) habere, sive si Deus existat, eum necessario exi
stere» (AK, II, 1, 393).

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1566 S. DI BELLA

tico tra la nozione stessa e u


sospetto di ricavare qualcosa
ma il nesso sintetico tra la
ed un'ulteriore proprietà (in
tentia» come proprietà del p
Leibniz avrebbe dunque davv
qualificante della prova cart
In realtà, dal punto di vist
litico di una connessione no
tre il suo carattere sintetico
nosciuto attraverso i criteri intuizionistici cartesiani — non
costituisce una soluzione: nella cogenza intellettuale si cela
ancora il rischio dello psicologismo. Da nozioni contraddit
torie si possono ricavare implicazioni rigorosamente conse
quenziali; pertanto la fecondità, ovvero la capacità di inse
rirsi in nuove connessioni necessarie, non può essere una
garanzia della possibilità di un'idea. È quella strategia gene
rale, e non tanto la specifica connessione ens potentissimum
esistenza, che Leibniz vuol colpire quando, scrivendo a Con
ring, parla di un «sofisma» cartesiano. Vedremo tra breve
come da questa riflessione critica egli trarrà impulso per
l'approfondimento della logica del suo transitus.
Non era invece un problema per Leibniz l'arbitrarietà
(nel senso cartesiano) dell'idea: lasciata cadere la necessità
dell'implicazione, e quindi la distinzione tra idee innate e fit
tizie, il criterio leibniziano per la verità di un'idea si riduce
alla non-contraddittorietà (sul cui accertamento peraltro
egli è più esigente), ed è quindi, per questo verso, più libera
le di quello cartesiano. È questo il punto-chiave attorno a
cui ruotano i reciproci fraintendimenti e il rimpallo delle
medesime obiezioni tra i due interlocutori. La differenza di
prospettiva (per cui i cartesiani si preoccupano del carattere
non fittizio dell'idea, Leibniz della non-contraddittorietà) sa
rà espressa in modo esemplare nella prima recensione che
molti anni dopo (1702) Leibniz dedicherà all'opera del carte
siano padre Lamy e alle critiche che le erano state mosse:

Je ne s$ay pas ce qu'il [Lamy] entend par une idée arbitraire de l'e
sprit humain, lorsq'il veut prouver que celle de l'estre tout parfait
n'est point arbitraire. Car toutes les idees possibles sont indepen

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
l'argomento ontologico moderno 1567

dentes de l'esprit humain, et celles qui sont impossible


pas mème arbitraires, puisqu'il n'est pas en notre pou
concevoir (GP, IV, 404).

Diffidente verso i criteri intuizionistici e verso l'idea


cartesiana, Leibniz — mentre punta sull'oggettività dell'es
senza — lascia al contempo maggior spazio al formalismo.
Ecco perciò la sua disponibilità (criticata da Eckard) ad ar
gomentare a partire da definizioni, purché si sia consapevoli
del problema della loro possibilità. Del resto, quando Leib
niz assicurerà la possibilità dell'ens necessarium, non lo farà
in maniera diretta, attraverso una ricostruzione interna del
la sua intelligibilità: « ens necessarium » riceverà una defini
zione reale, ma non genetica. Secondo i principi generali
della sua epistemologia matura, di pochissime essenze giun
giamo ad avere una conoscenza genetica e tantomeno intui
tiva, ma questo non ci impedisce di verificarne la possibilità
(eventualmente a posteriori) e compiere intorno ad esse di
mostrazioni che accrescono la nostra conoscenza.

12. La prova dell'ens necessarium e i veteres

Sull'altro fronte del dibattito, Leibniz avanza un'argo


mentazione ad hominem contro i detrattori teisti della logi
ca dell'argomento, i quali (l'allusione è agli scolastici che ri
fiutavano la prova anselmiana) hanno generalmente ammes
so la definizione di Dio come ens necessarium, e il fatto che
chi potesse conoscerne l'essenza, 'vedrebbe' l'inclusione in
essa dell'esistenza. Ma chi pone un'obiezione di principio al
transitus — osserva l'Annotatio nr. 6 — deve considerare im
possibile la stessa nozione di ens necessarium. Il ragiona
mento leibniziano è il seguente: il transitus non si basa su al
cun concetto più determinato di quello di ens a se, ovvero
dell'implicazione essenza-esistenza in generale; chi lo conte
sta, dovrebbe rifiutare anche l'analogo passaggio compiuto
sulla base dell'intuizione dell'essenza divina. L'unico dubbio
cui è soggetto il transitus dimostrato, ma non quello basato
sull'ipotetica contemplazione intuitiva dell'essenza, è il dub
bio sulla possibilità dell'essenza stessa, escluso da chi la po

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1568 S. DI BELLA

tesse conoscere distintamen


zione concepibile alla validit
come Leibniz faccia leva sul
sul fatto cioè che essa prosp
senza mettere in gioco alcun
caratteristica dell'argoment
aveva contestato34.
Già in quel dibattito, Leibniz aveva accreditato la defini
zione di Dio come ens a se, quale dato ricevuto dalla tradi
zione filosofica35. Il richiamo alla tradizione sottaceva il
passaggio attraverso il tema moderno della causa sui: un si
lenzio che si armonizza con la normalizzazione della causa
sui cartesiana nell'idea di implicazione logica dell'esistenza
nell'essenza. In realtà anche in questa forma l'innovazione
portata dalla causa sui opera nascostamente, nella sostitu
zione dell'implicazione essenza-esistenza alla loro coin
cidenza. Tommaso non avrebbe per nulla sottoscritto una
concezione dell'esistenza come conseguenza dell'essenza di
vina. Inversamente, Leibniz sembra nutrire perplessità in
merito all'identità di essenza ed esistenza, che ha occasione
di criticare non già nelle fonti scolastiche, ma ancora una
volta nelle annotazioni a Spinoza36.

33 L'argomento da un lato riecheggia il gioco di rimandi tra scientia viato


rìs e scientia visionis, con cui già nella tradizione scolastica si era progressiva
mente indebolito l'originario divieto di applicare a Dio la logica della dimostra
zione a priori; dall'altro anticipa l'alternativa — sostenuta nel dibattito contem
poraneo, con segno opposto, da autori come Hartshorne e Findlay — tra teismo
e ateismo 'logici', ad esclusione di teismo e ateismo 'empirici'. Analogamente,
nel principale scritto della maturità sull'argomento ontologico: «ceux qui veu
lent que des seules notions, idées, definitions, ou essences possibles on ne peut
jamais inferer l'existence actuelle, retombent en effet dans ce que je viens de
dire, c'est à dire qu'ils nient la possibilité de l'Estre de soy» GP, IV, 406.
34 «Cum vero ratiocinatio nostra superior ad nulla particularia descen
dat, ideo hoc unum ei opponi potest, ut negetur, Dei vel Entis summe perfecti,
vel Entis necessarii conceptum esse possibilem. Hoc enim unum illi qui essen
tiam Dei specialiter intueretur, et ex ea existentiam sequi animadverteret, op
poni non posset, quia omnis essentia quam distincte concipimus, non contra
dictionem implicat, sed possibilis est» (AK, II, 1, 392).
35 « Minorem non opus habere probatione, posito quod haec sit Dei defini
tio: esse Ens a se, seu quod existentiam suam a se ipso, nempe a sua essentia,
habeat. Definitiones enim probari, non est necesse, praeterquam haec definitio
edam aliis, ut Thomas et Scholasticis probatur» (GP, I, 212-213).
36 Etica, I, pr. 20 stabilisce l'identità, in Dio, di essenza ed esistenza. Leib
niz critica, più che l'assunto, il procedimento dimostrativo seguito da Spinoza:
«Quod opus ergo mentione aeternitatis attributorum ... cum res eo tantum re
deat, ut probetur Dei existentiam et essentiam esse unum et idem, quia Dei es
sentia involvit existentiam, caetera enim adhibita sunt inanis apparatus causa,

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
l'argomento ontologico moderno 1569

Eppure la consueta volontà di sottolineare (all'o


di Descartes) elementi di continuità con la tradizio
ge, nel dibattito con Eckard, fino ad assimilare ad
dente scolastico anche la propria prova dell'ens necessa
rium: l'espunzione del riferimento alla perfezione finirebbe
col ricondurre l'argomento cartesiano a quello tradizionale37.
La formulazione autonoma del « secondo argomento on
tologico» vista come ritorno alla tradizione dopo il détour
cartesiano attraverso la perfezione: davvero un singolare ri
baltamento rispetto alla prospettiva storiografica a noi fa
miliare!

13. La logica del transitus: la prova modale

La versione della prova del transitus elaborata, in una


triplice redazione38, in margine al testo della Probatio, segna

ut in speciem demonstrationis tornarentur» (GP, I, 146; VE, 617). Ma anche sul


la tesi ha delle riserve; quando infatti Spinoza ne deriva il corollario che esi
stenza ed essenza divine sono verità eterne, annota: « Haec propositio non video
quomodo ex praecedente sequatur, imo longe praecedente verior et clarior est.
Statim enim patet posito quod Dei essentia involvat existentiam, tametsi non
admitattur, esse unum et idem» (ibid.).
37 « Scripseram tibi, purgari posse argumentum Cartesii a mentione per
fectionis et posse reduci ad argumentum illud quod exstat jam apud Scholasti
cos, scilicet Ens, quod involvit existentiam, sive Ens necessarium existit» (GP,
I, 223). E, nel seguito: « Respondes, hanc ratiocinationem esse particulam ratio
cinationis Cartesii. Concedo, nam hoc ipsum dixeram, rationem Cartesii ablata
inutili perfectionis mentione reduci ad ratiocinationem Veterum. » (ibid.). In
realtà l'argomento ha subito una profonda trasvalutazione. Anche il «transi
tus» dalla possibilità alla necessità, pur presentato come una scoperta, viene
da Leibniz ricollegato a non meglio specificati precedenti scolastici, senza ri
vendicare alcuna delle differenze che la più recente storiografia ha (opportuna
mente) sottolineato rispetto alle formulazioni anselmiane ο scotiste: « Detectum
est tandem a me ... quod Deus necessario existit, si modo possibilis esse pona
tur. Sed hoc dudum ostenderunt et Scholastici ...» (a Conring, AK, II, 1, 388).
Analogamente, Leibniz riconosce un punto di contatto coevo nelle dimostrazio
ni dell'ens necessarium contenute nel True Intellectual Systeme di Ralph Cud
worth, che appare nello stesso anno 1678, ma che egli annota una decina di an
ni dopo: « Discutit argumentum a Cartesio resuscitatum, et recte ait: a necessa
ry existent being, if it is possible, it is.» (GRUA, 328; VE, 1891); la nota è riferita
a Cudworth, The True Intellectual Systeme of the Universe, London 1678, 725; e
non rileva la compresenza, nel testo di Cudworth, di una versione della prova
affetta dalla fallacia modale (dal riferimento alle modalità temporali), e di una
corretta (cf. Scribano, o.c., 130-137).
38 II testo della Probatio, con le Annotationes, si trova nel Philosophisches
Briefwechsel della Akademie-Ausgabe (AK, II, 1, 390-393). Parzialmente era stato
già pubblicato in appendice a Stein, o.c., Beilage VII, 306-307. AK riporta anche
la prima redazione di quella che chiamo 'prova modale' (390, n.). Le altre due

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1570 S. DI BELLA

uno stadio ulteriore nello sv


re infatti la mediazione dell
sa) forza logica della prova
stamento dell'accento dirett
lità.
Di questo approccio al tran
tracciare un altro spunto. N
discussione con Eckard, una lettera di Tschirnhaus aveva
proposto una originale difesa dell'ens perfectissimum carte
siano dal sospetto in merito alla sua possibilità: se dalla de
finizione dell'ens perfectissimum si può dedurre la sua esi
stenza necessaria, a fortiori ne risulta garantita la possibili
tà (AK, II, 1, 316). Leibniz aveva prontamente annotato:
«Non valet consequentia, ex impossibilibus possunt conclu
di contradictoria » (ibid.). La suggestione di Tschrinhaus de
ve però aver stimolato la costruzione di una prova dell'alter
nativa esistenza necessaria/impossibilità, basata sul solo
gioco delle determinazioni modali. La forma schematica del
la nuova versione della prova è la seguente: 1) l'ente necessa
rio non esiste (hyp); 2) è possibile per l'ente necessario non
esistere (da (1) per il principio «ab esse ad posse valet conse
quentia »); 3) non è impossibile per l'ente necessario non esi
stere (da (2) per doppia negazione); ma (4) l'ente necessario
non può non esistere, per definizione; quindi da (3) segue
che (5) l'ente necessario non è necessario, ovvero una con
traddizione. Questo porta a stabilire che ο l'ente necessario
è impossibile, ο esso esiste. È proprio l'obiezione formulata
qualche mese prima contro Tschrinhaus a trattenere Leibniz
dal passare direttamente dal riconoscimento della contrad
dizione (5) alla falsificazione della premessa (1), ovvero al
l'asserzione dell'esistenza simpliciter. Il passaggio in forma
categorica all'esistenza resta il principale rilievo critico ri
volto ai cartesiani (cf. Scolio alla terza stesura, in Lenzen,
art. c., 289). Le successive stesure sono determinate dallo

più raffinate versioni sono pubblicate e discusse da W. Lenzen nel saggio Leib
nizens ontologischer Gottesbeweis und das problem der unmòglichen Dinge, in
«Mathesis rationis. Festschrift fiir Heinrich Schepers», Mùnster 1990, 286-288.
La seconda versione è tratta da LH, IV, 1, 13 a, Bl. 3; la terza dal successivo Bl.
4 e. La terza versione in realtà era già stata pubblicata in appendice a Janke,
art. c., 286-287.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
l'argomento ontologico moderno 1571

sforzo di esprimere nel modo più rigoroso l'alternat


si apre con la contraddizione (5), e presentano quin
speciale interesse dal punto di vista della logica de
ductio ad absurdum» e dell'ontologia degli oggetti im
bili. La prova cela però ancora uno slittamento probl
co tra possibilità esistenziale e logica39.
Ad ogni modo, l'argomento ontologico (meglio, un
mento di tale argomento, perché tale è il transitus) s
ne qui davvero come gioco formale delle determinazio
dali («esercizio sul potere delle modalità e delle de
ni», Scribano, o.c., 3), sganciato da presupposti me
quali l'equazione tra perfectio e potentia, ο dall'obb
comprendere l'essenza dell'ens a se. Ed è un eserciz
piamente indipendente dalla logica della causa sui, da
limita a ricevere il prodotto finale (l'ens α se), steriliz
troppo impegnative contaminazioni causali attrav
previa interpretazione in termini di implicazione 'fo
Se accostiamo questo sviluppo alla giustificazione ont
ca del transitus nelle Annotationes, ci troviamo di fr
un'originale combinazione di platonismo e formalism
fondamente estranea allo spirito dell'intuizionismo c
no. Rispetto alla prova della V Meditazione, Leibni
valorizzato le implicazioni platonistiche, e al tempo s
l'ha sganciata da una fondazione troppo immediata (i
nista) sull'idea di Dio, mettendo invece al centro il p
dell'implicazione essenza-esistenza. Chiusura agli svil
senso ontologista, quindi (la «presenza» malebrenchia
Dio alla mente), e ridimensionamento del ruolo dell'i
infinito, da un lato; congiunzione del platonismo con
malismo della dimostrazione modale, dall'altro.

14. Possibilità dell'ens necessarium e ontologia della verità

L'admirabilis transitus, si è detto, è solo un segmento


dell'argomento ontologico, la cui completa riformulazione

39 Cf. il rilievo di Lenzen: «Wàhrend nàmlich die Mòglichkeit Gottes in


der Formel ο E (ix DE (x)) als mògliche Existenz verstanden wurde, soli die
entsprechende informelle Aussage 'das notwendige Wesen ist (nicht) mòglich' ...
nun auf einmal so interpretiert werden, dai?, das notwendige Wesen (k)einen Wi
derspruch impliziert. » (Lenzen, art. c., 293).

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1572 S. DI BELLA

leibniziana passa attraverso l


autonomi e complementari:
rium è possibile, esso esiste
rium è possibile. Nei testi ap
focalizzato su (TL 1), ma non
cadere l'intento di dimostrar
direzione è condotto a parti
tà, che già abbiamo visto uti
situs. Mi riferisco a due sche
'77 (De veritatis realitate e D
ternis, in VE, 65-67; in quest
la possibilità dell'ens a se si
realitas eterna, che appartie
le compongono, vi è fatta v
mentazione dell'esistenza di
mente, prova della sua possi
stenza):

Propositionum necessariarum Veritas est aeterna. Veritas est


quaedam realitas independens a nostra cogitatione. Realitas quae
dam aeterna utique semper existit. Seu Veritas propositionum ne
cessariarum semper existit. Ergo quoddam Ens necessarium exi
stit. Quicquid existit, est possibile. Quoddam Ens necessarium exi
stit. Ergo quoddam Ens necessarium est possibilis (De veritatis
realitate, VE, 65).

Si giunge all'esistenza forzando in quella direzione lo


status ontologico, piuttosto ambiguo, proprio delle essenze
interpretate in senso platonizzante: «Haec realitas est quid
dam actu existens. Semper enim actu a parte rei haec Veri
tas subsistit ... Quicquid actu, a parte rei est, illud existit»
(ibid.).
L'argomentazione si distingue dalla prova dell'esistenza
di Dio a partire dalle «verità eterne», che verrà codificata
negli scritti della maturità. Diversa è infatti la forma dell'in
ferenza al fondamento teologico: il testo del '77 non giunge a
porre l'esistenza dell'Ente necessario per poter fondare la
sussistenza delle verità, ma riconosce già nelle stesse verità
una pluralità di enti necessari «attuali». Il passo successivo
è mostrare che tale pluralità inerisce ad un unico Ente ne
cessario (in sintonia con il problema deìYunica ratio rerum,

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
L'ARGOMENTO ONTOLOGICO MODERNO 1573

tipico di questa fase della riflessione leibniziana sul Neces


sario), e questo avviene scomponendo le verità negli atomi
nozionali che le compongono (naturae ο essentiae), e mo
strando che queste ultime non sono sostanze a sé stanti, ma
sono tutte reciprocamente connesse:

Ex his patet tot esse necessaria, quot sunt veritates necessariae.


Haec necessaria cooperari possunt, quodlibet cuilibet quia duae
quaevis propositiones conjungi possunt ad novam probandam ...
(ibid.).

La sintassi logica del sistema delle verità rispecchia i nessi


ontologici tra le essentiae ο realitates, tutte inerenti all'ens
realissimum. Siamo di fronte ad un originale incrocio tra la
prova anselmiano-agostiniana di Dio come Verità e la conce
zione di Dio come ens realissimum delineatasi nella metafi
sica combinatoria. Si tratta però di un equilibrio instabile,
credo proprio a causa del ricorso a quell'idea del Fondamen
to come Soggetto di tutte le realitates, che già nel '77 appari
va problematica. Di qui la precisazione — alla fine del testo
preso in considerazione — della qualifica di 'obiettive' che
spetta alle realitates, in linea con la tradizione scolastica e
cartesiana dell'esse objectivum come essere-pensato. Le rea
litates si configurano così non tanto come componenti del
l'essenza divina, quanto come oggetti dell'intelletto divino (i
due aspetti peraltro coesisteranno sempre in Leibniz), e la
fondazione ontologica delle verità s'identifica nell'essere
pensate da quello stesso intelletto. Questo spostamento d'ac
cento dovrebbe determinare un contraccolpo sullo status
delle verità e delle essenze, eccessivamente sbilanciato verso
l'esistenza attuale. Si prefigurano così le linee della prova
delle verità eterne, in cui tende a sfociare l'equilibrio insta
bile del testo del '77. Questa decantazione permetterà di di
stinguere nettamente, negli scritti della maturità, prova del
le verità eterne e prova ontologica (inopportunamente con
fuse in talune interpretazioni); mentre qui elementi ed istan
ze dei due argomenti si intrecciano ancora in una sorta di
stato nascente.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1574 S. DI BELLA

15. Possibilità dell'ens neces


gico

Se quello del De veritatis realitate è un tentativo, la vera


dimostrazione leibniziana della tesi (TL 2), cioè della possibi
lità dell'ente necessario, si trova invece in germe nell'ormai
nota critica ad Etica, I, 7: precisamente, laddove essa svilup
pa un'inedita (« novam piane, sed infallibilem ») prova di pos
sibilità dell'ente che «per se concipitur». Vista sbarrata la
strada della dimostrazione a priori, Leibniz parte da ciò che
«per aliud concipitur». Si esita a definire a posteriori questa
via, che postula soltanto una gerarchia di condizioni di pen
sabilità tra idee. Quel che conta, però, è che la possibilità
dell'ens a se non è più data ostensivamente con la sua idea, ο
costruita geneticamente, ma inferita a partire dai possibili
finiti. Siamo vicini alle prove cartesiane di tipo 'ideologico'
(quale la prima prova della III Meditazione). Cartesiano è an
che il meccanismo dell'implicazione nozionale («per aliud
concipi»), su cui si fonda la forma classica dell'argomenta
zione, mediante impossibilità del regresso infinito:

quid si quis respondeat non dari ultimum [nella serie dei concetti
pensabili per aliud], respondeo nec dari primum, quod sic ostendo.
Quia in eius quod per aliud concipitur conceptu, nihil est nisi alie
num, ideo gradando per plura, aut nihil omnino in eo erit aut nihil
nisi quod per se concipietur (GP, I, 143; VE, 614).

Successivamente, il linguaggio dell'implicazione nozio


nale verrà lasciato cadere (in sintonia con la critica ai criteri
del per se/per aliud concipi), e sostituito con la ricerca della
ratio dei possibili. Mantenendo la stessa struttura, la prova
da 'ideologica' diventa così 'cosmologica'.
La formulazione matura di questa prova di possibilità
compare solo molto più tardi, nell'articolo del 1701 sullo
scritto di Lamy. Il progetto che abbiamo visto delinearsi do
po la discussione con Eckard, in una fase di 'stato nascente'
della metafisica di Leibniz — ovvero l'autonomizzazione del
la prova dell'ens necessarium sganciandola dal perfectissi
mum, e la sua formulazione attraverso la congiunzione di
(TL 1) e (TL 2) — si ripropone infatti in forma compiuta, qua

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
l'argomento ontologico moderno 1575

si trent'anni dopo, in occasione della querelle sull


cartésienne» delle riviste francesi»40. La prova di
di (TL 2) vi si presenta nella forma:

si l'Estre de soy est impossibile, tous les estres par aut


aussi, pusqu'ils ne sont enfin que par l'estre de soy: ain
sqauroit exister (GP, IV, 406).

Il rinvio dai possibili al Fondamento è però rad


te diverso da quello della possibilità causale di tip
lico, ο hobbesiano, e coerente invece con il ripens
leibniziano della teoria dei requisiti: gli esistenti p
rinviano a condizioni possibili. Per questa via si approda
pertanto direttamente alla possibilità del Fondamento, e so
lo successivamente, mediante il transitus, alla sua esistenza41.
È comunque lo schema dell'argomento cosmologico (sia pu
re usato «sub ratione possibilitatis») ad introdurre all'ente
necessario, e in questo senso la prova di (TL 2) restituisce
l'ens a se al suo nesso originario con la prova cosmologica;
anche se nel frattempo la critica dell'autoproduzione, e l'in
terpretazione univoca in termini di «causa formale», hanno
trasformato la «causa sui» cartesiana in «ratio sui». Ma —
sia pure con tutte le modificazioni e precisazioni — ci si può
chiedere se quel nesso (col passaggio dalle necessità causali

40 «Quoyqu'il en soit, on pourroit former une demonstration encore plus


simple [l'« argumentum compendiosius » del '77], en ne parlant point des perfec
tions, pour n'etre point arresté par ceux qui s'aviseroient de nier que toutes les
perfections soient compatibles, et par consequent que l'idée en question soit
possible » (GP, IV, 405): è la prova che la problematicità scoperta nella nozione
di ens perfectissimum non è stata superata. Il transitus (TL 1) è ripreso nella
versione originaria, giocata sulla nozione di essenza: « Car en disant seulement
que Dieu est un Estre de soy ou primitif Ens a se, c'est à dire qui existe par son
essence; il est aisé de conclure de cette definition, qu'un tei Estre, s'il est possi
ble, existe, ou plutot cette definition est un corollaire qui se tire immediata
ment de la definition et n'en diffère presque point. Car l'essence de la chose
n'etant que ce qui fait sa possibilité en particulier, il est bien manifeste qu'exi
ster par son essence, est exister par sa possibilité » (GP, III, 405-406). È letterale
l'analogia con un testo già considerato (cf. § 9) del periodo del dibattito con Ec
kard: la Definitio Dei seu entis a se.
41 II muoversi al livello della possibilità delle cause, concludendo quindi
solo alla possibilità del Fondamento ultimo (e successivamente all'esistenza di
questo mediante il transitus), distingue la formulazione dell'articolo del 1701:
«si l'estre necessaire n'est point il n'y a point d'estre possible», dall'argomento
delle verità eterne e da quello affetto dalla fallacia modale 'aristotelica' (cf.
Leibniz a Bourguet, dicembre 1714, GP, III, 572. Si deve a Scribano, o.c.,
146-152, la brillante soluzione della relativa difficoltà ermeneutica).

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1576 S. DI BELLA

alla necessità logica dell'imp


contenga strutturalmente u
'logiche' e causali.
Occorre però tener presen
va cosmologica leibniziana, o
nare la forma di prova causa
contingentia mundi: dove cio
te considerati sotto il profi
della contingenza (per il loro
si risale al Necessario42. Un
trasvalutazione della prova è
della «ratio». Leibniz, ricordiamo, aveva introdotto la di
stinzione tra « causa » e « ratio » (o meglio, tra un senso gene
rale di «ratio», che abbraccia la causa, ed un senso ristretto,
che la esclude) nel corso della sua assimilazione critica della
causa sui cartesiana (cf. § 6): al culmine della catena degli
enti la cui ragion d'essere è esterna (quindi della catena del
le «causae»), vi è (contro Arnauld e la tradizione tomista)
non un essere privo di ratio, ma un essere che è « ratio sui »;
questa «ratio» interna e formale dev'essere però distinta
(contro Descartes) dalla «causa». Se consideriamo la formu
lazione della prova cosmologica in un testo piuttosto tardo,
quale il De rerum originatione radicali (1697), constatiamo la
stessa attenzione alla distinzione, che non corre più tra fon
dazione esterna ο interna, ma concerne il diverso livello del
la fondazione ricercata. Lo spostamento è connesso con l'in
tento di sganciare la prova cosmologica dal problema del re
gresso all'infinito nella serie delle cause: non è risalendo la
catena infinita delle cause che si giunge ad un primo anello
che è ratio sui, ma ponendo, già al livello dell'ente finito, e a
partire dalla sua contingenza (dalla possibilità logica del suo
non-essere, ο essere-altro), un'interrogazione metafisica più
radicale — quella espressa dalla celebre domanda: «perché

42 Un accenno in questa direzione era già contenuto nella prima redazio


ne 'modale' della Probatio del gennaio '78: se è possibile che l'ente necessario
non esista, si osservava, si daranno solo enti contingenti, con la conseguente di
struzione del principio di ragione: «Ens necessarium esse pariter ac possibile
esse probatur etiam ex eo, qui alioqui omnia sunt contingentia. Si omnia sunt
contingentia ergo poterant aliter esse aequali ratione, seu falsum est nihil esse
sine ratione» (AK, II, 1, 390).

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
L'ARGOMENTO ONTOLOGICO MODERNO 1577

qualcosa piuttosto che il nulla, e perché qualcosa siffatta? » —


e con essa l'istanza di una «ratio piena», distinta dalla cau
sa efficiente. Solo in questo modo si può attingere il Neces
sario come «ultima ratio rerum», di cui si sottolinea la to
tale trascendenza alla serie, ovvero il carattere extramonda
43
no

Al punto terminale della rielaborazione leibniziana,


ne, la dimostrazione cosmologica di possibilità si conf
compatibile con la non conoscenza dell'essenza, ovvero
una teologia negativa dell'en5 necessarìum. Proprio qu
raltro, affiora un nuovo problema: anche se la critica
ziana del « per se concipi » sbarrava la strada alla possi
di ipostatizzare come enti necessari spazio, materia et
tuttavia Yens necessarìum resta ancora senza volto e, so
prattutto, la sua identificazione con Yens perfectissimum —
ovvero la connessione che apparirà cruciale tanto per la si
stematica quanto per la critica settecentesche dell'argomen
to — viene già dallo stesso Leibniz riconosciuta (sia pure di
sfuggita) come problematica. Nel carteggio sulla prova on
tologica con il cartesiano Jacquelot del 1702, postillando un
passo in cui questi asseriva l'implicazione reciproca delle
idee di «estre tout parfait» e di «existence nécessaire»,
Leibniz annota:

On peut dire que de l'existence de l'estre tout-parfait suit l'exi


stence de l'Estre necessaire (supposé que tous le deux soyent pos
sibles) sed non vice versa, non à rebours, car on n'a point prouvé
que del l'Existence de l'Estre necessaire suit l'existence de l'Estre
tout-parfait. Cependant j'avoue qu'on peut encor prouver cette
consequence (GP, III, 446)44.

43 «In aeternis enim etsi nulla causa esset, tamen ratio intelligi debet,
quae in persistentibus est ipsa necessitas seu essentia, in serie vero mutabilium,
si haec aeterna a priore fingeretur, foret ipsa praevalentia inclinationum ...»
(De rerum originatione radicali, GP, VII, 302). Il § 37 della Monadologia, dopo
aver parlato della catena infinita delle «causes» degli enti contingenti, in cui è
impossibile arrivare ad un ultimo, osserva: «Il faut que la raison suffisante ou
dentière soit hors de la suite ou series de ce detail des contingences ...» (GP, VI,
613).
44 La stessa osservazione viene ripetuta anche in riferimento alla propria
dimostrazione della possibilità dell'ens a se: «Je trouve done que l'Estre neces
saire existe veritablement et est possibile, autrement rien n'existeroit: mais il
faut quelque autre chose pour prouver que l'estre necessaire doit avoir toutes
les perfections. Cependant...» (GP, III, 450).

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
1578 S. DI BELLA

Una successiva obiezione a Jacquelot giunge a insinu


che un tale ens a se non è in grado di garantire rigorosa
te neppure il requisito dell'unicità, e quindi di superare
difetti che avevano spinto la prova cosmologica ad ancor
all'argomento a priori45.
Leibniz ha così mostrato che è possibile ricostruire
combinando transitus e prova cosmologica — un'ontote
gia dell'ens necessarium, senza partire da una nozione d
minata della sua essenza; che questa non è cioè (come so
neva il cartesiano Eckard) un'operazione vuota dal punt
vista logico e metafisico. Ma il problema della determin
ne dell'essenza si ripropone alla fine, in relazione all'ist
di identificare questo ens necessarium con il Dio della t
gia razionale cristiana. Tutto ciò forse contribuisce a sp
re, nei riferimenti più tardi alla prova ontologica, il p
stente interesse per Yens perfectissimum e la sensibile a
zione alla dialettica tra i due argomenti, con il rinnova
tentativo di ricollegarli in un'unità sistematica46.
Resta il filo rosso di un tentativo mai abbandonato di ri
costruire integralmente l'argomento ontologico in forma
modale, attorno all'ens necessarium; tentativo che tende pe
rò infine a ristabilire il rapporto con il perfectissimum, e in
cui non si sciolgono mai del tutto né la problematicità dell'e
sistenza necessaria, né la tensione tra diverse interpretazio
ni delle modalità.
Stefano di Bella

45 Jacquelot accetta la prova leibniziana dell'essere necessario a par


dai contingenti, e vuole mostrare che tale essere possiede tutte le perfez
è unico: « De plus comme on ne conclut qu'un seul estre necessaire par
nement, un second estre necessaire serait supposé gratis». Leibniz pos
«Mais il ne s'ensuit point que tous ces estres necessaires sont un mem
de rejetter le second estre necessaire comme supposé gratis et sans pre
n'est pas une demonstration, c'est presomtion, c'est à dire c'est prend
chose pur vraye jusqu'à ce qu'on prouve le contraire » (GP, III, 454, n. r
niz — pur non dando mai per scontata l'unicità dell'ens necessarìum — s
peraltro altrove in grado di fornire la dimostrazione, ο nell'ambito dell
dei requisita (ricordiamo la metafisica combinatoria del De summa re
(negli scritti più tardi, come nella Monadologia) alla luce della «connexi
choses».
46 Ad esempio, l'esposizione sintetica della Monadologia — smussando i
problemi emersi lungo la riflessione di tanti anni — dopo un approccio all'ens
necessarìum per via cosmologica (che si premura di dimostrarne l'unicità),
compie il passaggio — problematizzato nelle note a Jacquelot — all'ens perfec
tissimum (cf. Monadologia, § 40), per poi garantire la possibilità del Necessario
proprio a partire da questa equivalenza.

This content downloaded from


151.24.11.233 on Sun, 04 Oct 2020 19:58:26 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms