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Economica Laterza

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Dello stesso autore
in altre nostre collane:

Il capitalismo italiano del Novecento


«Biblioteca Universale Laterza»

Notturno italiano.
L’esordio inquieto del Novecento
«i Robinson/Letture»

La rivoluzione francese raccontata da Lucio Villari


«i Robinson/Letture»
Lucio Villari

Bella e perduta
L’Italia del Risorgimento

Editori Laterza
© 2009, Gius. Laterza & Figli

Nella «Economica Laterza»


Prima edizione 2012

Edizioni precedenti:
«i Robinson/Letture» 2009

www.laterza.it
Progetto grafico di Raffaella Ottaviani

Proprietà letteraria riservata


Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari
Questo libro è stampato
su carta amica delle foreste, certificata Finito di stampare nel gennaio 2012
dal Forest Stewardship Council SEDIT - Bari (Italy)
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
ISBN 978-88-420-9869-0

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Indice

Premessa VII

I. La primavera dell’Italia 3

II. Italia romantica e ribelle 43

III. La penombra della Restaurazione 85

IV. Il risveglio 129

V. La primavera dell’Europa.
L’Italia risorge 179

VI. I dieci anni decisivi 226

VII. Dai Mille a Roma 276

VIII. «Addio, del passato...» 325

Indice dei nomi 335


Premessa

Non una voce stanca e nostalgica, ma quella di un giovane,


allegro e lievemente incantato, dovrebbe raccontare le av-
venture e gli avvenimenti che hanno portato al risorgimento
dell’Italia. La favola bella di un tempo non lontano, quando
i protagonisti erano quasi tutti giovani, come i personaggi ap-
passionati e avventurosi di Ariosto, di Tasso, delle fiabe di La
Fontaine e Perrault o i narratori e attori del Decamerone, acco-
munati da vicende drammatiche e tragiche, ma con il deside-
rio della vita, della rinascita, della difesa della loro giovinez-
za. Una voce incantata che ricrei l’atmosfera di quegli anni
dell’Ottocento dove pare che il risorgimento dell’Italia sia av-
venuto nel pieno sole delle armi, delle barricate, delle rivolte,
dei gesti eroici, mentre ha avuto anche i suoi notturni, le pie-
ghe nascoste, i segreti dei sentimenti politici, le penombre e i
misteri delle idee e dei pensieri irriverenti e rivoluzionari.
Questa voce narrante dovrebbe dire che il Risorgimento, co-
me lo fu la rivoluzione francese, è stata opera di giovani e che
a loro si deve se l’Italia, dopo secoli di servitù, di speranze inu-
tili, di indifferenza e di disillusioni, ha cominciato a non aver
paura della libertà. Dovrebbe raccontare dei fratelli Attilio ed
Emilio Bandiera che scendendo il vallone di Rovito per esse-
re fucilati cantano un brano della Donna Caritea di Mercadan-
te, ascoltata diverse volte alla Fenice di Venezia, o del «bari-
tono» Garibaldi (il mito era anche nella sua voce, intensa e
dolce) che nella lunga notte che precede l’imbarco dei Mille
VIII Premessa

canta arie di Verdi, Mercadante e Donizetti per poi descrive-


re quella notte «bella, tranquilla, solenne, di quella solennità
che fa palpitare l’anime generose che si lanciano all’emanci-
pazione degli schiavi!». E nella notte di Quarto «Davanti, lar-
ga, nitida, candida / splende la luna»; versi carducciani che
fanno ricordare le poesie di Goffredo Mameli, le pagine
struggenti di Ippolito Nievo e le storie straordinarie di giova-
nissimi caduti come loro in nome di una patria da liberare e
di una nazione nascente.
Attraverso queste vibrazioni romantiche e con l’e-
mozione di un’epopea contemporanea deve essere riletto il
Risorgimento. Che non può essere più lasciato ai depositi
antiquari della nostra storia nazionale. I suoi giovani prota-
gonisti alimentarono una volontà di futuro per gli italiani e
seppero come fare per lanciarsi «all’emancipazione degli
schiavi»; dunque basta socchiudere gli occhi e farsi coinvol-
gere nelle loro speranze. E ascoltarli anche, tra le volute di
musiche indimenticabili che hanno accompagnato la loro
educazione politica e il loro patriottismo. E meditando an-
che sull’«ilarità del pericolo» che, insieme alla «coscienza di
servire la causa santa della patria», Garibaldi vedeva «im-
pronta sulla fronte dei Mille»; e dei tanti altri mille che cen-
tocinquanta anni or sono hanno fatto l’Italia unita.

Il Risorgimento è stato infatti il primo tentativo di mo-


dernizzazione politica dell’Italia, ed è stata la prima esperien-
za del machiavelliano «vivere civile» degli italiani, finalmente
sottratti a governi e a istituzioni fondati sulle separazioni giu-
ridiche e sociali e sulla negazione dei diritti dei cittadini. Gae-
tano Salvemini – ma non fu il solo – aveva una certa avversio-
ne per il termine «Risorgimento», gli preferiva quello di «Ita-
lia moderna». E veramente la modernità dell’Italia del Risor-
gimento risiede nelle sue ascendenze culturali più che nel pa-
triottismo armato, nella controversa idea di nazione e nei pro-
Premessa IX

grammi politici e costituzionali dei suoi sostenitori. È la mo-


dernità dell’Illuminismo europeo, del razionalismo filosofico e
della scoperta della libertà come strumento di opposizione e
come «mezzo» del cambiamento, delle innovazioni, delle ri-
voluzioni, di conquista di un valore essenziale, la giustizia.
In assoluto, l’ansia di giustizia è stata la forza morale
sommersa e il tormento intellettuale del Risorgimento (si
pensi, ad esempio, al senso profondo dell’opera letteraria,
poetica e alla drammaturgia di Manzoni). Tradotta nello
scontro ideologico l’idea di giustizia è stata la componente
«religiosa» del liberalismo, oltre che la maggior fonte di ener-
gia politica nell’azione democratica e nei primi percorsi del
socialismo. Almeno fino a quando la borghesia liberale dife-
se questa idea dai condizionamenti classisti dovuti agli inte-
ressi economici che essa rappresentava. Se si rivendicano
queste ascendenze è possibile dare un giudizio equilibrato
delle vicende italiane dal 1796 al 1870.
«Un popol diviso per sette destini / In sette spezzato
da sette confini...», l’Italia era politicamente malata e la sua
cura, l’unificazione, non è stata, lo si sente talvolta ripetere,
una nuova malattia. L’unità nazionale fu realizzata in un tem-
po molto breve: dopo la guerra del 1859 e dopo un atto rivo-
luzionario decisivo, la spedizione dei Mille del 1860. La nasci-
ta dello Stato è avvenuta pochi mesi dopo l’epopea garibaldi-
na, in Parlamento. Singolare questa ellisse di rivoluzione e di
votazione parlamentare con all’ordine del giorno uno Stato.
È un caso unico nella storia dell’Europa liberale, comparabi-
le apparentemente alla contemporanea unificazione tedesca
del 1871, la cui origine però è nella vittoria militare sulla Fran-
cia; e comunque gli Stati della Confederazione tedesca non
erano in conflitto tra loro come lo erano gli Stati italiani. Inol-
tre, nella cultura tedesca, il concetto unificante e antico di
Volkstümlich, di pathos delle radici, confluiva naturalmente nel
concetto di Stato. L’idea di nazione fu invece un’idea armata
X Premessa

tra tante altre armi che servirono al risorgimento dell’Italia.


«L’idea di nazione – scriverà Massimo d’Azeglio – è destina-
ta ora, se le apparenze non ingannano, a mutar faccia al mon-
do civile, o per lo meno a modificarla d’assai...».
L’unificazione dell’Italia ha avuto, nell’opinione pub-
blica di allora, una configurazione prevalentemente politica.
Questo ha reso più ricco di significati e più plurale il valore del-
l’identità originaria della nostra nazione e inevitabile, necessa-
ria, l’affermazione della laicità dello Stato appena formato.
L’Italia unita e liberale è infatti inseparabile dalla sua tenden-
ziale laicizzazione, sognata da secoli e completata nel 1870
con la fine del potere temporale della Chiesa. Forse i tempi di
questa fine erano maturi (la borghesia europea, in gran parte
liberale, aveva ormai raggiunto una ampia autonomia rispet-
to al problema religioso) e quindi non vi furono dissensi reli-
giosi e controversie ideologiche particolarmente gravi. Ma il
clima variabile dei regimi politici italiani, dal 1922 ad oggi,
non sempre ha reso giustizia alla svolta storica del 1870. Tra
l’altro, il rifiuto della Chiesa ufficiale, invano contestata al suo
interno dal cattolicesimo liberale, di riconoscere il nuovo Sta-
to, e anche, per ragioni sociali ed economiche, la negazione su-
balterna dell’Italia unita da parte del brigantaggio meridiona-
le, per quanto siano stati eventi gravi e potenzialmente distrut-
tivi della nazione appena costituita, non riuscirono a stronca-
re le ragioni che l’avevano fatta nascere. Dunque, il Risorgi-
mento può essere restituito alle sue proporzioni reali – che non
ne celano certo i limiti e le insufficienze – semplicemente ac-
cettandone i fondamenti politici e ideali. Non si tratta di razio-
nalizzare la successione dei fatti e i traguardi raggiunti, ma di
comprendere che quei fatti avevano delle ragioni che alla fine
sono risultate giuste e vincenti. E non avevano alternative.
«Ci sono popoli, come ci sono individui, che hanno
tratto forza di rinnovamento dalla nausea di se stessi, cioè del
loro passato». È una frase che si potrebbe attribuire al nichili-
Premessa XI

smo di Nietzsche, ma è di Croce e risale al 1924. Fa riflettere:


forse fu anche il disgusto a indurre molti italiani a insorgere
contro la reazione politica succeduta nel 1815 al ventennio
napoleonico, cioè contro la Restaurazione. C’è una conferma
nei Ricordi di Massimo d’Azeglio: «Io ho assaggiata la reazio-
ne, so di che sappia; e se neppure essa è stata capace di farmi
mai rimpiangere Napoleone e il dominio francese, non è però
men vero che, con la fine dell’influenza napoleonica in Italia,
si perdeva un governo che in fondo in fondo doveva, prima o
poi, condurre al trionfo di quei principii che sono la vita delle
società umane, per tornare ad un governo di balordi, ignoran-
ti, pieni di fumi e di pregiudizi». Per d’Azeglio la Restaurazio-
ne aveva bruscamente interrotto proprio la modernizzazione
e civilizzazione dell’Italia creando ostacoli alla formazione di
una borghesia consapevole degli obblighi e dei doveri che sta-
va sperimentando come classe sociale. La nausea è stata dun-
que, tra tanti altri, quel prezioso stato interno che ha segnato
anche emotivamente la differenziazione ideale da sistemi di
governo anacronistici e grotteschi. E, oltre ogni retorica, il pa-
triottismo risorgimentale è stato alimentato, non solo per via
letteraria, da emozioni come questa. Una somatizzazione po-
litica, individuale e collettiva, sempre utile, comunque, in
eventuali, analoghe repliche della storia.
Ho ricordato Nietzsche; c’è una sua notazione del
1878 (Nietzsche aveva appena quattro anni nel 1848, quan-
do fiorì la «primavera dei popoli», ma era cresciuto tra i se-
gni e i ricordi vivi di rivoluzioni che avevano attraversato an-
che l’autoritaria Germania e che il suo amato Wagner ave-
va difeso sulle barricate a Dresda) che sfiora i giudizi di d’A-
zeglio e di Croce. È un aforisma di Umano troppo umano inti-
tolato Risorgimento dello spirito: «Quando un popolo è politica-
mente malato di solito ringiovanisce se stesso e ritrova alla
fine lo spirito che aveva lentamente perduto per riscoprire e
conservare la sua potenza. La civiltà deve le sue più alte con-
XII Premessa

quiste proprio alle epoche di debolezza politica». Ebbene, il


Risorgimento italiano è stato questo passaggio decisivo: una
conquista civile (piaccia o no ai giornalisti e ai politologi che
si preparano a ricordare i prossimi centocinquanta anni del-
l’Italia unita) che non può essere dissolta nelle incertezze e
nei trasformismi politici dei governi dell’Italia liberale. E
non può neanche identificarsi nel disincanto che serpeggiò
tra gli italiani quando l’Italia fu fatta e dopo che l’urgenza
dei problemi sociali ed economici (accresciuti dalla sua fati-
cosa appartenenza al libero scambio capitalistico europeo e
dal dovere gestire una «questione»: la crisi sociale del Mez-
zogiorno) la sottrasse alla sua rappresentazione esclusiva-
mente letteraria e poetica. Rimase e rimane però l’orizzon-
te storico cui gli italiani hanno sempre fatto riferimento.
Durante la Restaurazione si formarono e si rivelaro-
no compiutamente i migliori intellettuali, artisti, scrittori, uo-
mini politici italiani. Furono gli anni dell’incontro tra lettera-
tura, poesia, politica e storia. Riferendosi a Manzoni, Goethe
scrisse che: «La più alta lirica è decisamente storica». Era il
1822. L’educazione sentimentale e ideologica di questi uomi-
ni, la loro resistenza, è all’origine dell’intuizione, del deside-
rio di un risorgimento nazionale che nel corso di alcuni de-
cenni se non conquistò masse entrò nell’anima di cittadini e
di sudditi di ogni parte d’Italia e di ogni ceto sociale. Foscolo,
Leopardi, Manzoni, Hayez, Verdi, Cavour, Mazzini, Gari-
baldi, De Sanctis, d’Azeglio, Nievo, Pisacane sono maturati
all’interno di un sistema conservatore e di interdizioni religio-
se e culturali. Con un’angoscia di fondo: che l’Italia rischias-
se di perdersi per sempre. Anche in Francia vi fu una resisten-
za intellettuale alla Restaurazione, ma era piuttosto la noia a
insidiare la coscienza civile dei francesi più aperti e più libe-
ri. Da noi il timore della «patria sì bella e perduta» cantata nel
Nabucco di Verdi si rivelò invece come uno sgomento esisten-
ziale reale e condiviso. Bisognava reagire, agire. Ora o mai
Premessa XIII

più. Sarà un vettore non secondario della lotta politica e del-


le guerre combattute nel Risorgimento.
Lo sarà anche quando l’Italia, nel 1943, fu «tagliata in
due», percorsa da eserciti stranieri, terrorizzata, impoverita.
Quella patria che il Risorgimento aveva salvato non fu perdu-
ta neanche questa volta, al contrario di quanto crede, protet-
ta dall’appiattimento culturale e dal conformismo ideologico
che insidia l’Italia di oggi, una certa storiografia sulle origini
dell’Italia democratica, esemplata su una classe dirigente che
evoca talvolta i governi della Restaurazione ricordati da d’A-
zeglio. Una classe dirigente che non vorremmo dover dire, co-
me scrisse Guido De Ruggiero nel 1945, all’alba dell’Italia de-
mocratica, che rappresenta quei «moltissimi italiani che non
avevano saputo perdonare al regime liberale e democratico
dell’età prefascista di averli privati di una livrea». E allora, an-
che il titolo di questo volume vorrebbe essere un richiamo a
una Italia non perduta, a un’Italia non delusa che ci piace abi-
tare oggi nella libertà, da cittadini consapevoli e responsabili.

Dell’Italia contemporanea e delle nostre radici si è sempre


discusso, ma oggi, per ragioni evidenti, il tema sembra più interes-
sante. Forse l’interesse è anche una reazione all’indifferenza, al fin-
to problema della revisione storiografica, alle marginali ma rumoro-
se e amplificate prese di distanza dal Risorgimento e da un anniver-
sario che potrebbe invece essere utile anche al dibattito politico. Eb-
bene, la vitalità di una storia che ci appartiene, il suo serio «ricono-
scimento», possono essere l’unico, innocente antidoto al suo rifiuto.
Lo possono anche essere le riletture e le immagini che quel
tempo di idee e di lotte senza quartiere ci ha lasciato. Di questo ho
conversato spesso con mia figlia Anna, storica dell’arte, che in va-
rie sue ricerche sull’Ottocento italiano e europeo ha identificato la
autenticità e la verità morale di una presenza politica della cultura
risorgimentale nell’arte italiana. A lei devo, tra l’altro, la scelta del
quadro «politico» di Hayez riprodotto in copertina e a lei dedico
questo libro.
bella e perduta
L’ITALIA del RISORGIMENTO
Capitolo primo

LA PRIMAVERA DELL’ITALIA

Gli Italiani aspettano sempre una storia del loro Risorgimento: una
storia di ampio respiro; penetrata e animata di realtà; illuminata dal
«senno del poi», vale a dire dalla comprensione di quel che è l’Italia,
nata da quello sforzo; una storia che non sia elogio né requisitoria,
non ricerca di eroi da incorniciare per la patria galleria o di idoli da
adorare come incarnazioni di verità assolute; una storia infine che,
pur circoscrivendo, nella vita d’Europa e del mondo, l’Italia e, nel-
l’Italia, una certa determinata epoca detta il Risorgimento, ci presen-
ti poi quell’Italia parte di un tutto e piena dello spirito del mondo e
nel Risorgimento ci faccia sentire, viva, presente e operosa, la storia
di vari secoli di vita italiana, quanti sono necessari per dar ragione di
quel che il Risorgimento è stato e di quel che non è stato.

Così scriveva Gioacchino Volpe nel 1922, l’anno che


avrebbe segnato l’inizio della crisi dello Stato liberale. Il regime
che ne è seguito non ha negato il Risorgimento, ma lo ha len-
tamente assorbito in una dimensione celebrativa e conservatri-
ce funzionale a quel modello politico, nel quale il Risorgimen-
to nel suo insieme e la sua élite, la Destra storica, potevano con-
siderarsi tra i precursori del fascismo e dell’eticità dello Stato.
Non veniva certo dimenticata la parte meno elitaria, popolare
di quegli avvenimenti, il lascito garibaldino e mazziniano; ma
questa eredità, la più fascinosa e romanzesca, era in gran par-
te ricondotta agli statuti del nazionalismo, che in verità non esi-
steva nella cultura risorgimentale (apparterrà alla politica e a
un certo clima culturale dell’Italia di fine Ottocento), e alla ne-
4 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

cessità dell’irruenza ideologica, della violenza, della «generosa


barbarie» come levatrici della storia. Gli italiani dovranno per-
ciò attendere a lungo prima di ritrovarsi negli ideali e nella sto-
ria dell’unica rivoluzione politica che ha avuto l’Italia moder-
na e di rileggerla invertendone il significato che gli era stato da-
to dalla cultura del fascismo. E ribaltando quindi l’equivalenza
tra l’«egemonia» dei moderati – tra questi c’era Cavour – e la
dimensione conservatrice del liberalismo alla quale le destre
politiche del Novecento intendevano rifarsi quando si dichiara-
vano le vere eredi dell’unità nazionale e, come sottolineava
Giovanni Gentile, del patrimonio etico di Mazzini.
Ammettiamo però che forse non è ancora raggiunta la
consapevolezza piena del Risorgimento come eredità storica
condivisa; al contrario di quanto accade agli inglesi, che si rico-
noscono nella secentesca rivoluzione gloriosa, agli americani
uniti dalla memoria dell’indipendenza nazionale del 1776, ai
francesi che richiamano con rigore (è, pochi lo notano, il Pream-
bolo della loro vigente Costituzione) la Dichiarazione dei diritti del-
l’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789, ai tedeschi che molto pri-
ma di Hitler hanno proiettato, anche in modo equivoco, nel Me-
dioevo l’autenticità germanica, l’unità ideale della Germania.
In Italia, dal 1945-46, in tempi di garanzie e di demo-
crazia in cammino, è infatti accaduto di dover riconfermare (vi
è stata anche una superficiale critica da sinistra del Risorgimen-
to come rivoluzione mancata, incompiuta, condotta da mino-
ranze, «senza eroi», oppure con eroi e senza l’apporto dei con-
tadini, delle cosiddette masse cattoliche ecc.) le radici e le ragio-
ni della nostra nazione e di dover ripensare con dissimulata fa-
tica a quei decenni di passioni civili come a un periodo «mera-
viglioso» della nostra storia. C’era comunque un tacito accor-
do a non considerarlo affatto un periodo «fortuito». Infatti,
niente fu semplice e facile negli anni risorgimentali: emersero
dissensi interni gravissimi, c’erano diversità regionali insor-
montabili, molteplici e grigie le sordità reazionarie, vi furono ri-
Capitolo primo La primavera dell’Italia 5

volte, insurrezioni, barricate in ogni angolo d’Italia e vi furono


coinvolti tutti i ceti sociali; e si praticarono repressioni, censure
e interdizioni di ogni genere. Eppure, alla fine, grazie a combi-
nazioni diplomatiche e ad una forza armata e politica irresisti-
bile, furono travolti tutti gli ostacoli e vinse, diciamolo sfioran-
do la retorica, il sentimento patriottico cui si deve la nascita del-
la nazione italiana e la proclamazione in Parlamento nel 1861
di uno Stato unitario.
Ma alla coscienza degli italiani deve appartenere anche
un sentimento di solidarietà e di fraternità sia per la minoran-
za attiva che ha agito con decisione nel Risorgimento sia per
quella maggioranza che ha voluto risorgere. Lo ribadiva lo sto-
rico liberale Luigi Salvatorelli nel 1960, alla vigilia del centena-
rio dell’Unità. «Entro questa minoranza politicamente attiva, i
partecipanti all’opera risorgimentale furono grande maggio-
ranza: una maggioranza composta – si intenda bene anche
questo – di tutte le classi sociali, con una fortissima aliquota di
‘popolo’. Si scorrano, a non dire altro, gli elenchi dei condan-
nati politici; e si vedrà».
Sappiamo bene che nella storia moderna del mondo
occidentale le nazioni raramente sono definite con la stessa net-
tezza con cui, dopo la rivoluzione francese e attraverso la lette-
ratura politica dell’età romantica sono state pensate e descritte;
al contrario degli Stati la cui nascita è avvenuta in molti casi con
procedimenti più abbreviati e in percorsi più diretti. Faccio
però un esempio: nel Preambolo dello Statuto albertino del 1848
c’era un richiamo del re all’«itala nostra corona». Ebbene, qua-
le era il senso dell’allusione a una «Italia», cioè a una nazione
inesistente, quando lo Statuto riguardava il Regno di Sarde-
gna? Evidentemente l’accumulazione originaria delle idee, del-
la lingua, delle tradizioni, della volontà di esserci di vasti setto-
ri di una comunità, che è all’origine degli Stati moderni – nati
quasi sempre da guerre, rivoluzioni, conflitti, complesse proce-
dure monarchiche –, costituiva per questi Stati il terreno di col-
6 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

tura per radicarsi e legittimarsi coinvolgendo i sentimenti istin-


tivi e collettivi di appartenenza. Senza questi apporti plurali al-
ti e bassi, infatti, la loro autorità sarebbe stata debole e gli Sta-
ti sarebbero apparsi come entità totalmente estranee. L’Italia
non ha fatto eccezione a questa regola, ed è perciò strano che
le ragioni morali e intellettuali e l’intenzione politica del Risor-
gimento e dell’unificazione statuale non siano ancora del tutto
vincenti sulle difficoltà e i pesi negativi di una fusione imperfet-
ta (Giovanni Verga diceva – l’affermazione è grave e illuminan-
te – che l’unità della patria gli era più cara di ogni libertà...).
Non sarà certamente il prolungarsi dell’indifferenza o la voglia
di rimozione a risolvere tali incertezze. Di qui l’obbligo a non
sistemare il Risorgimento nel museo della nazione, ma a rileg-
gerlo con condivisione e con convinzione come una storia non
provinciale, aperta e attuale, come il necessario «orizzonte», le
«radici forti» di cui parlava Nietzsche, la cui memoria, secon-
do il filosofo tedesco, è indispensabile alla salute degli individui
e quindi per estensione anche di un popolo. Ed è una convin-
zione quasi fisiologica, meno banale di quanto la ripetitività e
la ovvietà di questo enunciato possa farla sembrare.
Un ripensamento dell’orizzonte da salvaguardare vi è
stato durante la Resistenza, che nella lotta armata ha unito la
rivoluzione risorgimentale (cioè le armi, le parole, i sentimenti
e gli istinti collettivi, le scelte politiche) all’antifascismo. Senza
questo richiamo ideale avrebbe avuto gravi limiti politici e ope-
rativi. Questa fusione ideale fu positiva anche al tempo dell’As-
semblea Costituente, dove filtrò lo spirito democratico della
Costituzione della Repubblica romana del 1849. Fu positiva,
nonostante il clima clericale, e nei primi anni della Repubblica
grazie all’apporto di una rinnovata ricerca storica sul tempo dei
padri fondatori. Ma con la Resistenza fu superata anche una vi-
sione parziale del processo di unificazione, nel senso che con la
lotta partigiana e il rifiuto della dominazione tedesca, che coin-
volsero soprattutto gli italiani del Centro e del Nord – nel fuo-
Capitolo primo La primavera dell’Italia 7

co di uno scontro che è storicamente scorretto chiamare guer-


ra civile –, era stata modificata l’immagine «meridionalista»,
subalterna che dell’unificazione nazionale si era largamente
diffusa negli ultimi decenni dell’Ottocento. Una immagine che
aveva generato soprattutto nei lombardi e nei milanesi diffiden-
ze e opposizioni verso il governo di Roma che furono all’origi-
ne della grave crisi politica, parlamentare e costituzionale del
1896-98, culminata nell’assassinio del capo dello Stato.
Negli anni Cinquanta del Novecento si percepì che an-
davano anche modificate le tradizionali scansioni tematiche del
Risorgimento, promuovendo ad esempio a oggetti non margina-
li di studio gli aspetti economici e sociali dell’unificazione, che
non erano affatto estranei alla rivoluzione politica liberale e «po-
polare» che dell’unificazione è stata la premessa. Rivoluzione,
appunto, come affermazione dell’autodeterminazione naziona-
le (tranne il Piemonte, gli altri Stati italiani avevano una sovra-
nità limitata nel quadro europeo), come esito vittorioso di un
conflitto storico, anche interno alla Chiesa, con la Chiesa tempo-
rale e con i suoi strumenti religiosi, secolari e istituzionali di inti-
midazione e sopraffazione della cultura e delle libertà individua-
li e personali e della stessa libertà d’agire degli Stati con forte pre-
senza del cattolicesimo. Rivoluzione come immissione del capi-
talismo e delle sue contraddizioni nella gestione arretrata e feu-
dale di gran parte della proprietà terriera privata e di quella ec-
clesiastica. Sull’onda gramsciana fu accolta perciò, sopravvalu-
tando forse la dimensione sociale e la qualità dell’allusione, an-
che l’aggettivazione di «borghese», di una borghesia però imper-
fetta e interdetta di fronte a una indispensabile riforma agraria.
In ogni caso, è stato certo compreso meglio il coinvolgimento, ri-
levante o meno, dell’Italia ottocentesca nell’area capitalistica e
industriale e nel sistema liberale e parlamentare dell’Europa.
La riflessione storica e l’opera di alcuni partiti politici
di centro e di sinistra (il lungo potere democristiano non era
molto interessato alle risonanze risorgimentali) hanno dunque
8 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

restituito il clima intellettuale e il sentimento del tempo alle ra-


gioni ideologiche – il liberalismo, la democrazia e il laicismo –
che erano il prevalente fondamento politico del Risorgimento
e che ne furono la guida ideale per l’unificazione della nazione.
Questo dato dovrebbe essere ormai acquisito alla cultura italia-
na, eppure – l’ho accennato nella Premessa – penetra faticosa-
mente nel dibattito politico contemporaneo e anche nella scuo-
la e nei mezzi di informazione, dove il richiamo necessario alle
radici è pressoché inesistente. Per i mezzi di informazione, an-
zi, l’orizzonte della ricchissima storia d’Italia e d’Europa – il Ri-
sorgimento è inconcepibile fuori della storia dell’Europa, che
nel 1848-49 fu incendiata al pari dell’Italia – non va oltre il No-
vecento del fascismo, del nazismo, dello stalinismo e dei loro va-
riopinti protagonisti. E l’indebolimento del senso della storia
coincide, a questo punto, con l’asfittica, ripetitiva sua utilizza-
zione in occasioni casuali, giornalistiche.
I protagonisti della ricerca sul Risorgimento, cioè gli
storici del Novecento, non entrano però direttamente in que-
sto volume. Ho richiamato soltanto il giudizio o l’interpretazio-
ne di qualche storico del passato – a cominciare dal puntuale in-
cipit di Volpe, tratto dalla rivista di Benedetto Croce «La Criti-
ca» –, ma accogliendoli come documenti di un interesse reale di
questi autori alla storia che riguarda l’Italia del Risorgimento.
Nessuna riduzione quindi di questa storia alla sua storiografia.
Le linee essenziali, documentali e accreditate degli stu-
di, in parte anche anglosassoni, sul Risorgimento le ho però va-
lutate accuratamente, senza alcun metodo preventivo. Su que-
ste linee scorrono idee, curiosità, interrogativi, illuminati dal
«senno del poi», come diceva Volpe, che talvolta attivano una
attenzione che, dato il clima politico nel quale viviamo, potreb-
be utilmente rinvigorirsi. Gli studi, i saggi, le eventuali nuove
interpretazioni, qualunque ne sia la classificazione ideologica,
sono però a loro volta tra i documenti del racconto sulle nostre
origini. Con una avvertenza. La suggeriva scherzosamente An-
Capitolo primo La primavera dell’Italia 9

tonio Labriola al giovane Croce, preoccupato di dover sempre


tener conto, in una ricerca, degli «studi precedenti»: i libri de-
gli studiosi contengono le idee di questi studiosi, non verità in-
confutabili.

1 | Napoleone Bonaparte in Italia

Entriamo allora nel regno delle madri dell’Italia che noi abitia-
mo, nel senno e nella follia che parvero congiungersi nella tem-
pesta di fine Settecento che dalla Francia rivoluzionaria si era
diffusa nell’Europa e, in primo luogo, in Italia. Sì, perché fu pro-
prio l’Italia il primo paese ad assaporare quel frutto acerbo ma
dolce dell’albero della libertà. Ne fu il veicolo il generale Napo-
leone Bonaparte. E fu l’Italia il suo primo passo verso l’eternità.
Con la campagna d’Italia Bonaparte ha varcato la so-
glia dell’unico mito della storia contemporanea del mondo. E
come i miti del mondo classico quello di Napoleone è altrettan-
to indistruttibile e ci appartiene con assoluta naturalezza. Con
una variante, a suo favore, di essere un mito creatore di storia
reale, non la creatura poetica o religiosa di paure e di leggen-
de. Così fu pensato e visto dai suoi contemporanei, amici o ne-
mici, che più che inventarlo lo hanno descritto: l’Eroe, lo Spi-
rito del mondo a cavallo, l’Aquila che domina l’Europa, il Li-
beratore foscoliano. Un suo fiero oppositore, Chateaubriand,
poteva scrivere dei miti e delle divinità della classicità che si
trattava di «dei ridicoli», ma questo aggettivo non avrebbe po-
tuto usarlo per il dio Napoleone.
Questo mito moderno appartiene esclusivamente alla
storia e agli storici, così come appartenne ai poeti e agli scrittori
del Romanticismo europeo, ma ha lambito anche il Novecento,
le sue scritture letterarie, il teatro e un’arte lontana da quel pas-
sato, il cinema, che ha subito il fascino dell’uomo. E sono stati in
molti, tra attori e registi, a cimentarsi con questa fascinazione.
10 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Per quindici anni Charles Chaplin pensò di scrivere un film su


Napoleone Bonaparte e di esserne l’interprete. Non doveva es-
sere un film comico e non c’entrava quindi la maschera di Char-
lot. La prima idea del film gli venne nel 1922. Chaplin non fu at-
tratto dal Napoleone imperatore e padrone per molti anni dei de-
stini dell’Europa. Fu sedotto invece, lo ricordava nel 1964 in La
mia autobiografia, «dal genio straordinario» del giovane Bonapar-
te. «Il film – racconta Chaplin – sarebbe stato una rievocazione
della sua campagna d’Italia: l’epica storia della volontà e del co-
raggio di un giovanotto di ventisei anni». Fino al 1936, l’anno di
Tempi moderni, Chaplin elaborò il progetto di una sceneggiatura
sul Napoleone «italiano», il «pallido adolescente» apparso come
una meteora di libertà e di eroismo tra le Alpi piemontesi e la neb-
biosa pianura padana; ma, alla fine, anche il grande Chaplin si
dovette arrendere. Nessun film, tranne forse alcune immagini del
muto Napoléon di Abel Gance, ha potuto reinventare i personag-
gi, il clima, i luoghi, i tempi dell’irrompere di Napoleone Bona-
parte e della sua armata nell’Italia del 1796.
Cosa siano stati quei tempi lo disse poeticamente un al-
tro giovane, meno che ventenne, nell’Oda a Bonaparte liberatore
composta nel maggio 1797 e firmata dal «liber’uomo Niccolò
Ugo Foscolo, Italia, anno primo dell’italica libertà». Li rievo-
cherà, con altro spirito, in una nuova dedica del 1799 premes-
sa alla ristampa del componimento:

Io ti dedicava questa Oda quando tu, vinte dodici giornate e


venticinque combattimenti; espugnate dieci fortezze, conquistate ot-
to province, riportate centocinquanta insegne, quattrocento cannoni
e cinquemila prigionieri, annientati cinque eserciti, disarmato il re
sardo, atterrito Ferdinando IV, re di Napoli, umiliato Pio VI, rove-
sciate due antiche repubbliche e forzato l’imperatore d’Austria alla
tregua, davi pace a’ nemici, costituzione all’Italia e onnipotenza al po-
polo francese. Ed ora pur te la dedico non per lusingarti col suono del-
le tue gesta, ma per mostrarti col paragone la miseria di questa Italia,
che giustamente aspetta restaurata la libertà da chi primo la fondò.
Capitolo primo La primavera dell’Italia 11

Possa io intuonare di nuovo il canto della vittoria quando tu tornerai


a passare le Alpi, a vedere e a vincere! [...] Uomo tu sei e mortale, e
nato in tempi ne’ quali la universale scelleratezza sommi ostacoli frap-
pone alle magnanime imprese, e potentissimi incitamenti al mal fare.
Quindi o il sentimento della tua superiorità o la conoscenza del comu-
ne avvilimento potrebbero trarti forse a cosa che tu stesso abborri.

In poche righe Foscolo disegnava il catalogo delle armi


francesi vittoriose e la folgore politica che aveva colpito l’Italia
in attesa di restituire a Bonaparte il senso del compito storico
che questi si era assunto; col timore, però, che tale compito po-
tesse dilatarsi, come poi avvenne, in ambiziosi disegni politici
estranei al messaggio di libertà di cui egli era l’ambiguo porta-
tore. L’Italia svegliata e risorta tra il 1796 e il 1797 era stata due
anni dopo inchiodata dalla controffensiva austriaca e russa, dal
fallimento repubblicano di Roma e di Napoli e dal modo in cui
Bonaparte aveva usato i veneti a Campoformio. Certo, Bona-
parte non avrebbe mai immaginato che, realizzando il suo pro-
getto, avrebbe provocato tanti cambiamenti, suscitato speran-
ze, latenti energie rivoluzionarie nelle città liberate dell’Italia e
autentiche emozioni in tutti gli strati sociali della penisola. La
«rivoluzione d’Italia», come la battezzò Foscolo, era di fatto ini-
ziata. Doveva essere condotta a termine.
Il piano di invasione dell’Italia del Nord preparato da
Bonaparte con la collaborazione di Paul Barras e di Lazare
Carnot (due antigiacobini, protagonisti della caduta di Robe-
spierre) aveva apparentemente poco a che vedere con i princi-
pi della rivoluzione francese e meno che mai con le idee ultra-
democratiche del giacobinismo. Era un segmento strategico
della guerra in corso dal 1792 con il fine di allontanare gli au-
striaci dall’Italia del Nord, costringendoli a ritirarsi oltre le Al-
pi, e di liberare così i confini sud-orientali della Francia da una
possibile invasione. Allontanati gli austriaci e vinti i piemonte-
si loro alleati, Bonaparte avrebbe esaurito la missione rivolgen-
12 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

do la sua attenzione al «secondo fronte» e guidando l’armata di


Inghilterra (di cui, infatti, prenderà il comando nel dicembre
1797) per colpire con l’invasione dell’isola oppure in altro mo-
do l’altro nemico implacabile della Francia.
Era questo il piano di Bonaparte, del fratello e consi-
gliere Luciano e di Barras e Carnot sottoposto al Direttorio nel
gennaio 1796. Dietro le quinte, ma non tanto, vi era il fine tes-
sitore, l’abate Emmanuel Sieyès, la «talpa della rivoluzione»,
come lo aveva chiamato Robespierre, e vi era anche la regia oc-
culta di quel campione di acrobazie diplomatiche e politiche
che fu il principe-vescovo Charles-Maurice Talleyrand. E il Di-
rettorio, cioè il governo della Francia (formato da cinque mem-
bri, politicamente moderati), fu perciò ben contento della pro-
posta e nominò il 2 marzo Napoleone Bonaparte comandante
in capo dell’armata d’Italia.
Ma non tutto era così chiaro come appariva dai comu-
nicati ufficiali. In realtà il Direttorio e il giovane generale si scru-
tavano a vicenda. Ognuno coltivava intenzioni segrete e ambe-
due meditavano di servirsi della campagna d’Italia per realizzar-
le. Il Direttorio, tenendo fuori della Francia un militare di pochi
scrupoli e molto abile, al quale i conservatori e quanti si erano
stancati della temperie rivoluzionaria guardavano come a un
possibile capo che con energia militaresca potesse risolvere i
problemi della Francia; Bonaparte, pensando di usare gli even-
tuali successi della campagna d’Italia come trampolino dei suoi
disegni di potere già chiari nella mente sua e di Lucien.
In questo schema interferivano però altri propositi, al-
cuni inconfessabili. Le istruzioni del Direttorio a Bonaparte
erano che anzitutto strappasse all’Italia, una volta occupata dai
francesi, le maggiori ricchezze possibili per rinsanguare le cas-
se esauste dello Stato e provvedere ai crescenti bisogni della
guerra. E poi che si guardasse bene dal suscitare in Italia senti-
menti rivoluzionari poiché il Direttorio, che si era appena libe-
rato degli ultimi seguaci di Robespierre e del «comunista» Ba-
Capitolo primo La primavera dell’Italia 13

beuf, tutto avrebbe voluto tranne che ai confini della Francia


sorgessero istituzioni e aggregazioni politiche giacobine. Sul
primo punto Bonaparte concordò con il Direttorio; e sarà una
delle pagine più oscure della campagna d’Italia. Come nota lo
storico russo Evgenij Tarle, «il rastrellamento dei metalli pre-
ziosi cominciò fin dal primo arrivo del generale Bonaparte».
Ma la più vistosa preda di guerra furono le opere d’arte per la
cui scelta Napoleone insediò una commissione di esperti presie-
duta dal grande matematico Gaspard Monge.
Sul secondo punto le cose andarono diversamente. Le
vittorie militari sui piemontesi e gli austriaci a Millesimo e a
Mondovì (14 e 22 aprile 1796), la cessione di Nizza e della Sa-
voia alla Francia, la battaglia di Lodi e l’ingresso trionfale di Bo-
naparte a Milano (15 maggio) furono eventi di tale portata da
trasfigurare i soldati francesi e il loro capo in portatori della lu-
ce e dei valori più alti della rivoluzione del 1789. I manifesti af-
fissi dai francesi e la stessa carta intestata del generale Bonapar-
te portavano infatti il motto esaltante: «Liberté-Égalité». Per gli
italiani furono giorni di felicità tra lo stupore dei francesi; Bo-
naparte era alle stelle. L’unica tristezza, non avere tra le brac-
cia Joséphine Beauharnais, sposata appena il 9 marzo: «Vieni
presto – le scriveva due giorni dopo la vittoria di Mondovì – se
tarderai, ti avviso mi troverai malato. Gli sforzi e la tua assen-
za, insieme, sono troppo. Un bacio sul cuore, e poi uno più in
basso, molto più in basso!...».
A Milano Bonaparte ebbe la consacrazione che atten-
deva. I patrioti (cioè quanti miravano a un cambiamento politi-
co) gli tributarono gli onori del trionfo. A questo punto, dal 15
maggio 1796 fino al 17 novembre 1797, giorno della sua parten-
za dall’Italia (lo attendeva la campagna d’Egitto), la tattica di Bo-
naparte fu da un lato di scatenare nel nostro paese sommovimen-
ti e agitazioni, dall’altro di tenerli sotto controllo, in una specie
di gioco su più tavoli che sconcertava il Direttorio ma rafforza-
va il mito politico e l’immagine di Bonaparte liberatore. Egli in-
14 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

fatti non si accontentò della gloria venutagli dalle battaglie vin-


te, ma tentò di lasciare un’impronta come organizzatore e co-
struttore di istituti politici e di un nuovo Stato. Fu questa l’unica,
vera rivoluzione provocata in Italia da Napoleone: suscitare un
sentimento nazionale in un paese che da secoli ne era privo. Co-
sì, quando il 27 dicembre 1796 fu proclamata a Reggio Emilia
la Repubblica cispadana «una e indivisibile» e quando il 29 giu-
gno 1797 nacque la Repubblica cisalpina (e Bonaparte ne pro-
mulgherà la Costituzione ricalcata su quella francese, e antigia-
cobina, del 1795) emersero da un passato lontano antiche ragio-
ni dell’identità nazionale dell’Italia. Il 7 gennaio 1797 al con-
gresso di Reggio Emilia fu proposto da uno scrittore illuminista,
Giuseppe Compagnoni, «che si renda universale lo Stendardo e
la Bandiera Cispadana di tre colori Verde, Bianco e Rosso, e che
questi tre colori si usino anche nella coccarda cispadana la qua-
le debba portarsi da tutti». E fu questa bandiera ad accompagna-
re la campagna di Bonaparte e poi gli esordi del Risorgimento.
Intanto la marcia proseguiva e i soldati di Bonaparte
affondavano nel cuore dell’Italia del Nord. Il 15 gennaio 1797
gli austriaci sono sconfitti a Rivoli. Il 19 febbraio i francesi co-
stringono il papa a rinunciare ai suoi diritti su Bologna, Ferrara
e Ravenna. Il 2 maggio Bonaparte punta sulla Repubblica di Ve-
nezia, che crolla come un castello di carte. Il 29 giugno è procla-
mata la Repubblica cisalpina, che il mese dopo si aggregherà al-
la Cispadana. Una tempesta incredibile. I conservatori, i mode-
rati, i fedeli del papa e della Chiesa, i contadini intimiditi dell’ex
Lombardia austriaca e del cattolico Veneto tenteranno di insor-
gere contro i francesi a Verona (le «pasque veronesi») e nelle val-
li genovesi (i «viva Maria»), ma le «insorgenze» furono piegate e
il 2 dicembre alle due repubbliche se ne aggiungerà una terza, la
Repubblica ligure. Di lì a poco sarà la volta di Roma.
Nella città del papa, l’occasione venne dalla repressio-
ne di una manifestazione repubblicana per mano dei gendarmi
pontifici, durante la quale fu trucidato il generale Duphot, che
Capitolo primo La primavera dell’Italia 15

insieme all’ambasciatore di Francia Giuseppe Bonaparte (fra-


tello di Napoleone) era sceso in strada per solidarizzare con i
patrioti. Era il 28 dicembre 1797, e meno di due mesi dopo, su
ordine del Direttorio, le truppe francesi avevano già vendicato
l’offesa conquistando Roma. Il 15 febbraio 1798 fu proclama-
ta la Repubblica romana. Il 20 febbraio il papa Pio VI lasciò
Roma e si trasferì in Toscana, a Siena. Le istituzioni della re-
pubblica furono messe subito sotto tutela dall’esercito francese,
ma non mancarono segni inequivocabili di cambiamento, co-
me la decisione di abolire i feudi e i fedecommessi.
La risonanza interna e internazionale di quella breve
esperienza repubblicana crebbe quando fu messo in fuga il pa-
pa e furono arrestati numerosi cardinali. Dopo secoli di subor-
dinazione il re-papa era stato denudato. Bonaparte andava ol-
tre la rivoluzione francese: dimostrava che il potere temporale
della Chiesa poteva essere tranquillamente spazzato via e che
Roma poteva diventare uno Stato moderno e libero. Non a ca-
so quando, cinquanta anni dopo, nel febbraio 1849, fu procla-
mata a Roma una nuova repubblica, democratica e mazzinia-
na (il papa era fuggito qualche mese prima), il richiamo all’e-
sperienza del 1798-99 fu inevitabile. La repubblica installata a
Roma dalle truppe di Bonaparte oltre quello antifeudale ebbe
il crisma del laicismo illuminista derivato dalla rivoluzione fran-
cese. Il 20 settembre 1798 il giurista napoletano Mario Pagano
(sarà, di lì a poco, il più alto esponente politico della Repubbli-
ca napoletana del 1799) pronunciò a Roma un discorso quan-
to mai indicativo dello spirito sociale e riformatore del «giaco-
binismo» italiano, dal titolo Sulla relazione dell’agricoltura, delle ar-
ti e del commercio allo spirito pubblico.
Ma le forze conservatrici e antirivoluzionarie non resta-
rono inerti. Un primo tentativo di rovesciare la Repubblica ro-
mana da parte dell’esercito napoletano avvenne nel novembre
1798. Per pochi giorni le truppe di Ferdinando IV riconquista-
rono la città in nome del sovrano pontefice. Ma in dicembre i
16 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

francesi erano nuovamente padroni di Roma e a loro volta si


lanciarono all’offensiva verso Napoli. E da Napoli, il 15 dicem-
bre, il re proclamava: «Chiunque ha cuore, ama Iddio, la San-
ta Nostra Religione e tutto ciò che possiede, prenda le sue armi
per difendersi. Non vi fate illusioni, se non accorrete subito per
difendervi perderete tutto, la Religione, la vita e la roba, e vedre-
te disonorate le vostre mogli, le vostre figlie e le vostre sorelle».
Anche la Repubblica napoletana fu, come le altre, di-
retta da esponenti della borghesia colta: avvocati, medici, no-
tai, militari e anche alcuni aristocratici. L’influenza generica-
mente definita giacobina si esprimeva soprattutto negli scritti di
Vincenzo Russo e di Mario Pagano e nel giornale militante «Il
Monitore» di Eleonora Fonseca Pimentel. Russo, soprannomi-
nato Rousseau dai suoi ammiratori, fu tra i più radicali: teoriz-
zava l’instaurazione della «società di eguali» predicata da Ba-
beuf, dove sarebbe stato messo in comune ogni bene superfluo.
«La disuguaglianza – scriveva – comincia fatalmente allora
quando io non posso avere abbastanza per i miei bisogni e tu
hai al di là dei tuoi».
Mario Pagano fu il vero autore della Costituzione, che
si rifaceva a quella moderata del 1795 e servì da modello delle
Costituzioni italiane promulgate tra il 1796 e il 1799, con alcu-
ne varianti in senso democratico-sociale. Ad esempio, si dichia-
rava dovere dell’uomo di «soccorrere gli altri uomini e sforzar-
si di conservare e migliorare l’essere dei suoi simili», oltre che
di «alimentare i bisognosi» e di «illuminare e istruire gli altri».
Il governo repubblicano di Napoli ebbe però pochi mesi a di-
sposizione, e sarà brutalmente scalzato dalla reazione borboni-
ca. Inoltre doveva agire sotto la tutela dei francesi, che gli stra-
ti socialmente più bassi del popolo napoletano consideravano
invasori. Ebbe il tempo comunque di promulgare alcune leggi,
la più innovativa delle quali, approvata il 29 gennaio 1799,
aboliva i fedecommessi e le primogeniture. A febbraio si comin-
ciò a discutere una legge che avrebbe eliminato completamen-
Capitolo primo La primavera dell’Italia 17

te i privilegi feudali. Il provvedimento fu promulgato il 25 apri-


le, quando era ormai troppo tardi per renderlo efficace. L’arti-
colo 1 cancellava «tutti i diritti di feudalità», stabiliva che «tut-
ti i cittadini per lo innanzi denominati principi, duchi, baroni,
ecc. rientreranno nella classe degli altri Cittadini, né potranno
assumere altra denominazione»; l’articolo 3 aboliva «tutti i di-
ritti di servizio personale», e così via, fino alle decime, vigesime,
dogane. Ma in generale la reazione a queste leggi fu la diffiden-
za, l’ostilità e la rivolta. I patrioti repubblicani erano accusati di
essere ricchi signori (molti giacobini erano dei nobili), lontani
dal popolo, astratti filantropi.
Su questa insofferenza popolare fece leva la spedizione
punitiva del cardinale Fabrizio Ruffo, che portò alla riconqui-
sta borbonica del Regno di Napoli. Il cardinale radunò schiere
di soldati, di volontari e di contadini fedeli al re e iniziò la lun-
ga marcia il 7 febbraio 1799 presso Reggio Calabria. La sua
«armata della Santa Fede» – di qui l’aggettivo «sanfedista» –
attraversò la Calabria, reclutando altri insorgenti e altri conta-
dini decisi a scacciare i francesi, nemici della religione, della
monarchia, della pubblica tranquillità. L’operazione era stata
finanziata dal re di Napoli, che da Palermo ne seguiva con tre-
pidazione i progressi. Anche gli inglesi erano interessati a im-
pedire che l’esercito francese consolidasse la presa su città e re-
gioni strategicamente rilevanti per il controllo del Mediterra-
neo, e un ulteriore supporto veniva da reparti russi sbarcati a
sostegno di Ruffo sulle coste pugliesi. In verità Ruffo e i suoi fu-
rono accolti bene dalle genti di Calabria e Campania; i pochi
oppositori furono costretti a tacere a rischio della vita.
Il 14 giugno 1799 la spedizione raggiunse la capitale e
ne infranse l’estrema resistenza, mentre bande di lazzaroni si
scatenarono nella caccia ai «giacobini», uccidendoli e saccheg-
giandone le case. I napoletani, ad eccezione di poche centinaia
di patrioti che si erano raccolti attorno al governo repubblica-
no, accolsero con gioia il ritorno dei Borbone. Ci furono gran-
18 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

di feste, balli e luminarie. E mentre Ruffo, davanti allo spetta-


colo feroce di alcuni sanfedisti assetati di sangue, suggeriva di
usare clemenza nei confronti dei repubblicani, Nelson e re Fer-
dinando promossero e chiesero una punizione esemplare dei ri-
voluzionari repubblicani. Un centinaio di patrioti furono giu-
stiziati con processi sommari: un martirio inaudito e spropor-
zionato al ruolo pacifico e non violento che avevano svolto. Nei
cinque mesi del loro governo, i borghesi e gli aristocratici re-
pubblicani non avevano torto un capello a nessuno né avevano
mostrato alcuna inclinazione al terrorismo rivoluzionario, ma
prevalse la rabbia vendicativa di Ferdinando IV e principal-
mente di Maria Carolina, sorella della ghigliottinata Maria An-
tonietta, che odiava gli «infami giacobini». Il massacro dei pa-
trioti napoletani (il fiore della cultura di Napoli, il meglio della
nobiltà e della borghesia di questa città, donne e uomini fusi da
un intelligente impegno civile e politico) provocò la definitiva
separazione del ceto colto napoletano dalla dinastia borbonica.
Una frattura che peserà poi nelle vicende del Risorgimento e
forse, cambiati i soggetti, pesa ancora.
Nonostante questa tragedia, il «risorgimento» dell’Ita-
lia comincia da questi eventi. Sia stata o no passiva, cioè imita-
trice di quella francese, la rivoluzione italiana di fine Settecento,
risale a quegli anni la modifica di forme politiche, istituzioni, tes-
suti sociali ed economici, rapporti di proprietà in agricoltura. Fu
un processo che si rafforzò nei successivi venti anni di storia ita-
liana, dalla formazione del Regno d’Italia nel 1805 fino al crol-
lo dell’egemonia imperiale napoleonica sull’Europa e sull’Italia.
Ed era questa l’Italia nascente intravista da molti italiani.
Ma Bonaparte aveva altre istruzioni da parte del gover-
no francese. È qui la radice dell’equivoco che gli permise di es-
sere nello stesso tempo un esecutore delle direttive di Parigi e un
amico che non decide l’annessione dei territori strappati al ne-
mico e che agevola la nascita di repubbliche sorelle. A tutto ciò
si aggiunge il segreto delle sue rapide vittorie. La grande rapidità
Capitolo primo La primavera dell’Italia 19

negli spostamenti e nelle manovre, l’intuizione della scelta del


terreno su cui dare battaglia, la capacità di tener sempre riunite
le sue truppe. A differenza dei generali austriaci o russi, che se-
guivano i loro eserciti a distanza di sicurezza, a bordo di carroz-
ze circondate da scorte e serviti da nugoli di famigli, Bonaparte
amava mescolarsi ai suoi soldati, ascoltarli e incoraggiarli. Que-
sto era il suo fascino, ma il discorso politico era altro.
A Milano Bonaparte si appoggiò dapprima agli elemen-
ti democratici della città, più che per reale simpatia nei loro con-
fronti, perché questi apparivano più fedeli agli occupanti. Egli
provvide quindi a purgare la municipalità milanese dagli aristo-
cratici reazionari, affidandola a borghesi e a nobili progressisti.
Si arrivò poi a un braccio di ferro con il Direttorio che, per ini-
ziativa del suo agente Pinsot, pretendeva di allargare alla gran
parte della cittadinanza il pagamento dei contributi di guerra,
limitati dalla municipalità giacobina ai soli ricchi. Bonaparte eb-
be partita vinta: il 30 giugno Pinsot venne richiamato a Parigi.
Nei mesi successivi, man mano che Bonaparte estendeva le sue
conquiste, penetrando nello Stato della Chiesa, i comandanti
francesi cercarono invece di avvicinarsi a personalità più mode-
rate, malgrado fossero spesso meno attive e capaci dei giacobi-
ni. In sostanza, quando Bonaparte si rende autonomo dagli or-
dini del Direttorio a guadagnarne è la causa dei patrioti; al con-
trario, quando egli segue pedissequamente le istruzioni di Pari-
gi, allora ostacola lo slancio rivoluzionario degli italiani. Nei pri-
mi due anni prevale, tutto sommato, il liberatore; poi la presen-
za francese diventa ambigua e distaccata rispetto ai movimenti
unitari democratici e talvolta svolge una politica repressiva. Per
inciso, va ancora ricordato che i patrioti settentrionali, come
quelli napoletani, non erano solo le persone più colte, ma spes-
so anche le più ricche e appartenevano ad ambienti alto-borghe-
si o addirittura aristocratici. Fu questa la carta vincente della
propaganda antirivoluzionaria: l’identificazione tra ricchi e gia-
cobini rendeva inattendibile e artificiosa la propaganda sul con-
20 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

trasto tra l’antico regime e il popolo. Un equivoco che costerà


caro al movimento democratico italiano.
I patrioti settentrionali cercarono di sfruttare gli esigui
margini di movimento concessi loro dai francesi nell’ambito
della Cispadana e della Cisalpina e l’esperienza fondamentale
di questa prima fase di occupazione francese fu fatta dalla Re-
pubblica cisalpina, che rappresentava agli occhi dei democra-
tici italiani il nucleo fondamentale di un futuro Stato naziona-
le. Purtroppo, la vicenda di quella repubblica è stata offuscata,
nella percezione dei posteri, dalla successiva evoluzione monar-
chica dell’egemonia napoleonica, con la nascita, dopo la breve
parentesi della Repubblica d’Italia (presidente Bonaparte), del
Regno italico (sovrano Napoleone appena elevato a imperato-
re). Il liberale Francesco Melzi d’Eril, che fu vicepresidente del-
la Repubblica italiana, si batté con tutti i mezzi per impedire la
trasformazione di questa repubblica in regno subalterno al po-
tere imperiale napoleonico, proprio per preservarne, come di-
remo, il riferimento a un possibile, futuro Stato nazionale.
Tuttavia, dalla Cisalpina si sprigionava una ventata pa-
triottica che diventava sempre più tempestosa. I francesi ne era-
no preoccupati. Il 2 aprile 1798 il segretario dell’ambasciata di
Francia a Milano denunciava in un dispaccio a Parigi che il
partito favorevole all’unificazione nazionale minacciava di in-
grossarsi ogni giorno di più: prospettiva funesta per la Francia,
giacché una Repubblica italiana «sfuggirebbe alla nostra in-
fluenza». Era evidente che i Consigli (erano due piccoli parla-
menti che, insieme a un direttorio, erano stati nominati da Bo-
naparte) tentavano di emanciparsi dal suo controllo. Nel mar-
zo 1798 il Consiglio dei seniori rifiutò di approvare il trattato di
alleanza e commercio tra la Repubblica francese e la Cisalpi-
na, già firmato a Parigi il 22 febbraio, avendone constatato il
carattere vessatorio. Per soffocare le istanze autonomistiche de-
gli italiani, i francesi ricorsero allora a un larvato colpo di Sta-
to: il 30 agosto 1798 radunarono un manipolo di parlamentari
Capitolo primo La primavera dell’Italia 21

fidati e riformarono la Costituzione insediando nuovi parla-


menti e un nuovo direttorio. Insomma, le repubbliche italiane
piacevano finché restavano soggette all’autorità della Francia e
non ambivano a fondersi in un unico Stato. «Occorre che la
Francia sia la tutrice della Cisalpina», scriveva appunto l’«Ami
des Lois», un giornale parigino. È in questo clima controverso
che si giunse alla pace di Campoformio. Tra francesi e italiani
si stava giocando una partita molto delicata. Il Veneto, appena
conquistato dai francesi, passava all’Austria insieme all’Istria e
alla Dalmazia; in cambio la Francia vedeva riconosciuto il con-
trollo della riva sinistra del Reno, obiettivo strategico fonda-
mentale, insieme al possesso delle isole Ionie, in una delle qua-
li, Zante, era nato Foscolo e dei territori albanesi già apparte-
nenti alla Repubblica di Venezia. La Repubblica cisalpina ac-
quisiva Bergamo, Brescia e Crema e veniva formalmente rico-
nosciuta dalla corte di Vienna.
«Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è
perduto; e la vita, se pur ne verrà concessa, non ci resterà che
per piangere le nostre sciagure e la nostra infamia», così inizia-
no le Ultime lettere di Jacopo Ortis, racconto epistolare della delu-
sione politica di Foscolo e insieme uno dei primi testi della let-
teratura romantica italiana. La collera e la disperazione erano
più che legittime di fronte alla cessione di Venezia, avvenuta in
spregio della volontà popolare. Soprattutto gli uomini di cultu-
ra che avevano salutato con entusiasmo le speranze d’Italia ne
furono disorientati. Va però considerato anche un altro aspet-
to del trattato. Una delle clausole fondamentali di Campofor-
mio prevedeva il riconoscimento della Repubblica cisalpina da
parte dell’Austria: un fatto unico, fino ad allora, nella storia
d’Europa. Per la prima volta l’imperatore accettava l’esistenza
di uno Stato rivoluzionario ai confini dell’Austria. Non c’è dub-
bio, comunque, che Campoformio scosse la fiducia dei rivolu-
zionari italiani, tanto che dalla fine del 1797 si rafforzò una cor-
rente antifrancese decisa a contare solo sulle proprie forze. Ma
22 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

la campagna d’Italia era, per il momento, conclusa. Tra luci e


ombre, e con uno sfolgorante Bonaparte che il Direttorio pre-
feriva ora distrarre dal teatro italiano e da altri progetti che
avrebbero potuto riguardare l’assetto politico interno della
Francia. La «distrazione» era l’Inghilterra. Sarà anche questa
una breve avventura, ma farà parte della storia del mito napo-
leonico. Il 17 novembre 1797 Bonaparte lasciava l’Italia per
tornare finalmente a Parigi: un intermezzo. Il teatro italiano lo
rivedrà ben presto sulla scena.

2 | L’Italia napoleonica

«Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno»: nel Cinque


maggio questi luoghi sono il segno della volontà di potenza di Na-
poleone e il ricordo delle sue vittorie. Tutto vero, tranne che per
le Piramidi, il cui nome ricorda una battaglia, l’unica vinta da
Bonaparte, ma soprattutto la spedizione d’Egitto cominciata il
19 maggio 1798 e durata fino ai primi d’ottobre dell’anno suc-
cessivo. Forse pensava di emulare in Africa le gesta italiane di
due anni prima, ma tra le dune del deserto e il mare egiziano il
ventinovenne generale lascerà il meglio delle navi e dei soldati
della Francia, un paese in quel momento politicamente confuso.
La sconfitta della flotta francese nella rada di Abukir per mano
dell’ammiraglio Nelson, agosto 1798, fu un brutto segnale an-
che per le repubbliche giacobine italiane. Ma vi furono delle ra-
gioni di politica internazionale nella spedizione d’Egitto che si
dilateranno nelle successive strategie napoleoniche e che nean-
che gli italiani potevano sottovalutare. La spedizione in realtà
non era stata preparata da Bonaparte, ma dal ministro degli
Esteri Talleyrand. L’obiettivo era di impegnare l’Inghilterra in
campi di battaglia fuori di Europa e nello stesso tempo di costrin-
gere la potente flotta di sua maestà britannica ad allentare il fer-
reo controllo delle rotte oceaniche. Un controllo che bloccava il
Capitolo primo La primavera dell’Italia 23

commercio internazionale della Francia con le Indie occidenta-


li e quindi il flusso di prodotti e merci dalle Americhe. C’era an-
che un’altra giustificazione, più brutale: «L’Egitto deve diventa-
re una provincia della Repubblica francese»; con queste parole
Talleyrand raccomandava al Direttorio il suo progetto.
Mentre Bonaparte è in Egitto, maturano gli eventi del-
la storia d’Italia e si incupisce la scena internazionale. L’Inghil-
terra, l’Austria, la Russia, il Regno di Napoli riorganizzano i lo-
ro eserciti per punire il responsabile di tanti sconvolgimenti. È la
«seconda coalizione», che sperimenterà proprio in Italia la sua
forza d’urto e lo spirito di vendetta contro la Francia. I territori
delle repubbliche giacobine sono i luoghi del confronto, proprio
mentre, nell’assenza di Bonaparte, crescono nei loro governi le
istanze più democratiche. La partita sembra esigere le poste più
alte. Per la coalizione l’offesa più evidente appare la profanazio-
ne di Roma, il fatto che il papa ne sia stato scacciato, che in piaz-
za San Pietro sia stato elevato un altare della libertà e che alberi
della libertà siano stati eretti tra le rovine della Roma classica.
Ma a Roma la rivoluzione non fu soltanto politica e al-
lusiva alla ventata di libertà che scuoteva la sonnolenza reazio-
naria della capitale dello Stato della Chiesa. I repubblicani ro-
mani, i giacobini antipapalini, pensarono che fosse giunto il mo-
mento di lasciare segni meno drammatici e più legati alle tradi-
zioni e agli usi popolari della città. Ad antichi rioni, che ora
prendevano il nome amministrativo di sezioni e di circondari,
venne dato ad esempio il nome di personaggi della Roma clas-
sica e repubblicana, da Pompeo a Bruto. Ma si pensò anche di
rendere più precise le definizioni tradizionali e i nomi che li di-
stinguevano: Trastevere diventò Gianicolo, Colonna diventò
Pincio, Trevi diventò Quirinale. Ma la ventata del cambiamen-
to fu più avvertita quando il governo della Repubblica decretò,
il 17 febbraio 1798, l’apertura dei cancelli del ghetto, che era-
no chiusi dal 1555. Molti romani rimasero ammutoliti e per-
plessi di fronte a questa rottura così evidente con il passato. E
24 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

un entusiasmo perplesso si avvertì anche quando piazza di Spa-


gna fu ribattezzata piazza della Libertà, ponte Sant’Angelo fu
chiamato ponte della Repubblica e piccoli alberi della libertà
furono posti in cima agli edifici religiosi in sostituzione della cro-
ce. L’offensiva contro il giacobinismo romano era perciò inevi-
tabile e inizia dal Regno di Napoli, il cui esercito riesce a entra-
re a Roma il 29 novembre 1798 dichiarandone decaduta la Re-
pubblica. Ne sarà scacciato dai soldati francesi, guidati dal ge-
nerale Championnet, dopo appena otto giorni. E Championnet
proseguirà la controffensiva fino a occupare Napoli.
Qui il governo provvisorio repubblicano, instaurato
dai francesi, si pose subito il problema di affrontare le strutture
storiche e sociali del paese. Il primo risultato fu la ricordata leg-
ge antifeudale del 25 aprile 1799: un testo giuridico e politico
di grande spessore, addirittura più incisivo, in qualche passo,
della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Sul
giornale di Eleonora Fonseca Pimentel «Il Monitore» il decre-
to fu commentato come la logica conseguenza della decadenza
della monarchia: «Dopo la disfatta del trono, ragion volea che
seguisse immediatamente nella nostra Repubblica l’abolizione
dell’oppressione feudale».
Sappiamo quale fu il destino della Repubblica napole-
tana. La sua caduta sotto i colpi dei sanfedisti fu preceduta dalla
conquista di Torino da parte delle truppe russe e seguita dalla
caduta della Repubblica romana il 30 settembre 1799. Il gran-
de disegno politico di Bonaparte sembrava finire nel nulla per-
ché anche la Cisalpina e la Repubblica ligure erano piombate
nel caos. Sarebbe stato il fallimento di Bonaparte e della stessa
Francia se non fosse però maturato nell’animo del giovane ge-
nerale e dei suoi sostenitori il progetto di muovere nuovamente
dall’Italia per respingere la vincente coalizione antifrancese.
La nuova campagna d’Italia conteneva questa volta
qualcosa in più: Bonaparte non dovrà più rendere conto dei
suoi atti al governo della Francia perché ora è lui la Francia. Il
Capitolo primo La primavera dell’Italia 25

18 brumaio (9 novembre) 1799 Bonaparte con un colpo di Sta-


to aveva preso il potere sciogliendo tutti gli istituti rappresenta-
tivi e costituzionali della Francia, dal Direttorio al Parlamento,
dando il potere a tre consoli e assumendo poco dopo la carica
di Primo console. Era un istituto sostanzialmente autoritario e
da lord protettore, ma con esso iniziava l’età napoleonica.
Il 2 giugno 1800 il nuovo secolo assiste attonito a
un’impresa militare mai più tentata dai tempi di Annibale. Bo-
naparte alla testa dei suoi soldati valica il Gran San Bernardo e
rientra a Milano. Due giorni dopo il generale Masséna rioccu-
pa Genova scacciando gli austriaci. Il 5 giugno Bonaparte rico-
stituisce la Repubblica cisalpina e pochi giorni dopo gli austria-
ci sono sconfitti a Marengo. Le truppe austriache si ritirano con
gravi perdite mentre il Piemonte e la Liguria ritornano in ma-
no francese. Da questo momento in poi per quindici anni la sto-
ria d’Italia si intreccerà con la storia della Francia e con la figu-
ra di Napoleone Bonaparte. Anzi è l’Italia a divenire protago-
nista insieme con la Francia di un modello politico e di speri-
mentazioni istituzionali che, siano state di volta in volta repub-
blicane, monarchiche, imperiali, hanno costituito l’orditura
della storia ottocentesca dei due paesi. In Italia il regime co-
struito da Napoleone ha messo alla prova non soltanto gli stru-
menti di uno Stato borghese (con numerose riforme ammini-
strative, finanziarie, economiche, culturali), ma ha fissato i
principi giuridici di quello che sarà lo Stato liberale: dalla defi-
nizione dei rapporti tra Stato e Chiesa alla dilatazione del prin-
cipio liberale di rappresentanza a tutti i livelli del potere, dal
Parlamento al sindaco del più piccolo comune.
Le premesse della profonda trasformazione dell’Italia
si possono racchiudere nello spazio di cinque anni, dal 1801 al
1805. È tutto un mondo che viene stravolto in questo quin-
quennio, a cominciare dalla politica estera. Dopo la sconfitta di
Marengo le vicende italiane entrano nel gioco di Napoleone
Bonaparte e del gruppo di potere, l’abate Sieyès e Talleyrand,
26 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

come pedine di un progetto di regolamentazione dei rapporti


internazionali quanto mai complesso, fondato sugli strumenti
del dare, dell’avere, del concedere, del permettere, del definire
o ridefinire i ruoli delle casate regnanti e così via. Vediamo co-
me. L’Austria firmò nel 1801 la pace di Lunéville con la quale
si pose fine alla Repubblica romana restaurando lo Stato pon-
tificio; fu pienamente riconosciuto, dopo la sfortunata esperien-
za repubblicana, il Regno di Napoli sotto i Borbone, e il Gran-
ducato di Toscana divenne Regno di Etruria, tolto ai Lorena e
attribuito a Lodovico di Borbone, già duca di Parma. Anche
l’Inghilterra pensò bene, l’anno dopo, di concordare una tregua
con l’aggressiva Francia di Bonaparte. Fu la pace di Amiens,
con la quale gli inglesi lasciavano Malta e si impegnavano a re-
stituire l’Egitto alla Turchia.
Su queste due paci, dunque, con la momentanea tregua
delle armi è come se l’astro di Napoleone uscisse dalle nebbie per
sfolgorare alto nel cielo. Sarà una marcia inarrestabile. L’occa-
sione di due attentati alla vita di Bonaparte uno, nel 1802, di ma-
trice repubblicana, l’altro due anni dopo per mano monarchica
(cioè dei fedeli alla famiglia del re ghigliottinato), diede il via ad
atti politici di eccezionale rilievo. Nel 1802, sulla scia dell’emo-
zione suscitata dall’essere sfuggito alla morte per l’esplosione di
una bomba lanciata sulla sua carrozza mentre si recava al teatro,
Napoleone si fece eleggere (era Primo console) console a vita, co-
stringendo immediatamente il Senato a varare una Costituzione
che registrasse questa mutazione della forma e della sostanza del
potere. Nel 1804, dopo la scoperta della congiura monarchica (fe-
ce fucilare senza processo il giovane duca di Enghien) Napoleo-
ne indisse un plebiscito popolare facendosi conferire il titolo di
imperatore dei francesi con diritto ereditario. E naturalmente il
Senato approvò un’altra Costituzione su misura di questa inatte-
sa magistratura. Nello spazio di quindici anni la Francia era pas-
sata dalla aristocratica monarchia ereditaria al popolare impero
ereditario. Un’istituzione inedita nella storia moderna dell’Euro-
Capitolo primo La primavera dell’Italia 27

pa che si richiamava alla Roma classica, quando gli imperatori


erano acclamati tali dai soldati e dal popolo.
Inevitabilmente, tra il 1802 e il 1804 si consuma anche
l’esperienza repubblicana italiana. Il 26 gennaio 1802 il Primo
console, un mese dopo aver convocato a Lione un’assemblea di
deputati della Repubblica cisalpina, proclamò la nascita della
Repubblica italiana, con Bonaparte presidente e Francesco
Melzi d’Eril vicepresidente. È interessante ricostruire la prepa-
razione di questa repubblica. Già nel 1801 Melzi d’Eril, ritenu-
to un esponente di primo piano del gruppo politico milanese,
cioè di quella schiera di alto-borghesi illuminati che faceva capo
a Pietro Verri e che aveva accolto con grande gioia l’arrivo del
generale Bonaparte, era considerato l’interlocutore diretto del
governo francese. L’opinione di Melzi d’Eril era, come si è ac-
cennato, che la Repubblica cisalpina dovesse diventare il nucleo
di una federazione di repubbliche insieme alla Toscana e a Ve-
nezia e che a tale federazione dovesse essere riconosciuta una so-
stanziale indipendenza statuale nazionale. In tal senso Melzi si
era rivolto anche a Talleyrand, il quale in linea di principio ave-
va accolto questo disegno unitario, ma per precauzione aveva
suggerito che a capo di questa federazione «unitaria» vi fosse il
fratello di Napoleone Bonaparte, Giuseppe. Nelle intenzioni di
Talleyrand, Giuseppe avrebbe dovuto essere una sorta di pro-
console, ma a questo punto Melzi immaginò che sarebbe stato
meglio avere la protezione diretta di Napoleone. Si giunse così
agli incontri (i «Comizi») di Lione, cioè a una Convention di 452
delegati italiani che si ritrovarono a dicembre nella città france-
se in un clima gelido e con temperature di 18 gradi sotto zero (al-
cuni ci rimisero la vita). La composizione dei delegati italiani, vo-
luta da Napoleone, corrispondeva a una scelta politica e sociale
tipicamente borghese e ispirata sostanzialmente a una sorta di
moderatismo controllato. Erano esclusi i rappresentanti della
nobiltà e delle classi popolari; la maggior parte di coloro che
avrebbero dovuto costituire l’assemblea del nuovo Stato italia-
28 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

no, circa 450 persone, erano possidenti e commercianti. Due-


cento erano i rappresentanti delle professioni, della cultura e del-
la classe militare. Nelle intenzioni di Napoleone quel che conta-
va soprattutto era il principio della «proprietà».
È facile immaginare attraverso quali strumenti e ma-
novre fu selezionato questo personale politico. Le prime leggi
della Repubblica italiana previdero un ordinamento interno
molto articolato sul piano amministrativo e con una figura nuo-
va, il prefetto, con ampi poteri di direzione e di controllo («Il
prefetto è l’organo immediato del governo. Dirama le leggi e i
regolamenti a tutti i comuni, li pubblica e li fa eseguire. L’am-
ministrazione di tutte le attività e passività della Nazione è pri-
vatamente a lui affidata»). L’insediamento ufficiale di Melzi
d’Eril avvenne a Milano il 7 febbraio 1802. Il vicepresidente era
affiancato dal cognato di Napoleone Bonaparte, Gioacchino
Murat. La nascita della Repubblica italiana fu salutata quel
giorno da uno spettacolo musicale alla Scala; una delle tante
grandi feste, in Italia e altrove, attorno alle pubbliche appari-
zioni di Napoleone.
A cominciare dalla cerimonia solenne da lui voluta
quando diventò imperatore. In un clima straordinario e, oggi
diremmo, di notevole efficacia mediatica, Napoleone fece veni-
re da Roma il papa Pio VII per farsi incoronare nella chiesa di
Nôtre-Dame (il sontuoso quadro di Louis David rende bene l’i-
dea di quella cerimonia e della nuova classe dirigente della
Francia imperiale). Era il 2 dicembre 1804 e, al culmine dell’e-
vento, con un gesto calcolato Napoleone prese la corona dalle
mani del papa e la pose sul proprio capo, un’altra corona la po-
se su quello di Joséphine. Poteva permettersi questo atteggia-
mento nei confronti del pontefice poiché aveva firmato il 15 lu-
glio 1801 un Concordato con la Santa Sede con il quale dichia-
rava concluso il tempo della rivoluzione riconoscendo il culto
cattolico, mentre la Chiesa a sua volta concedeva allo Stato
francese la libertà di nomina dei vescovi e la rinunzia alla resti-
Capitolo primo La primavera dell’Italia 29

tuzione dei beni ecclesiastici incamerati nel 1789. Anche la


Chiesa entrava così nel clima napoleonico, servendosi più di
strumenti diplomatici e politici che di anatemi religiosi. E que-
sto fu un merito soprattutto del segretario di Stato che Pio VII,
eletto nel 1800 nel conclave di Venezia, volle accanto a sé: il
tollerante cardinale Ercole Consalvi. A quel Concordato ne
farà seguito un altro, siglato il 16 settembre 1803, tra la Santa
Sede e la Repubblica italiana. La strada era ormai spianata per-
ché anche l’ultimo respiro repubblicano sparisse dall’orizzonte
napoleonico. Il 19 marzo 1805 la Repubblica italiana divenne
Regno d’Italia. Due mesi dopo, il 27 maggio, vi fu la solenne
consacrazione di Napoleone re d’Italia nel duomo di Milano.
Anche qui una scena ad effetto: nel porsi sul capo la corona fer-
rea, Napoleone proclamò: «Dio me l’ha data, guai a chi la toc-
ca!». Questa sacralizzazione del potere politico giovò certo al-
la sua immagine, ma conquistò anche abilmente l’opinione
pubblica italiana. Lo noterà, qualche decennio dopo, Adolphe
Thiers nella sua Storia del Consolato e dell’Impero:

La scena dell’incoronazione di Milano era destinata a com-


muovere gli italiani, riaccendere le loro speranze, riconquistare il
partito dei nobili e del clero, che della dominazione austriaca rim-
piangevano principalmente le forme monarchiche, e appagare il po-
polo, sempre affascinato dallo sfarzo dei propri padroni, perché tale
sfarzo mentre incantava lo sguardo ne alimentava l’operosità. Per
quanto riguarda i liberali illuminati, essi dovevano arrivare a com-
prendere che solo l’associazione dei destini dell’Italia ai destini della
Francia poteva garantirne il futuro.

La doppia incoronazione di Parigi e di Milano e i nuovi


scenari politici che in Francia e in Italia si aprivano non poteva-
no lasciare indifferenti le grandi potenze, poiché rendevano con-
creta la minaccia di una volontà di predominio, questa volta im-
periale, della Francia in Europa. La rivoluzione francese si era
dissolta in un’affermazione di potenza forse più aggressiva. Era
30 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

necessario correre ancora una volta ai ripari: nasceva così la ter-


za coalizione tra Austria, Russia e Inghilterra, alle quali si ag-
giunsero il Regno di Napoli, la Svezia e la Turchia. Napoleone
colse l’occasione per chiudere intanto i conti con l’avversario più
vicino, l’Austria. L’esercito francese si diresse sulla città tedesca
di Ulm, sulle rive del Danubio, dove era concentrata un’armata
austriaca, che fu circondata e disarmata, spianando così la stra-
da per Vienna. Il passo successivo fu il 2 dicembre 1805, quan-
do in una località della Moravia denominata Austerlitz gli au-
stro-russi furono sconfitti definitivamente. L’Austria fu costretta
a firmare la pace di Presburgo, l’odierna Bratislava. Nonostan-
te la sconfitta subita dalla flotta francese a Trafalgar per mano
dell’ammiraglio Nelson, il successo di Napoleone nel cuore del-
l’Europa ne mutava la carta geopolitica.
Intanto, dopo l’incoronazione di Milano, la Repubbli-
ca italiana, divenuta regno, era stata affidata a un altro perso-
naggio di sicura obbedienza, Eugenio di Beauharnais, figlio di
primo letto di Joséphine. Napoleone era il re d’Italia, Eugenio
il viceré. Il regno si annesse subito il Veneto, l’Istria e la Dal-
mazia. Esordiva così anche la politica familiare dell’imperato-
re: il Regno di Napoli fu dato a Giuseppe, il Granducato di To-
scana alla sorella Elisa sposata al principe Baciocchi, il Princi-
pato di Guastalla alla sorella Paolina, moglie del principe Bor-
ghese. Anche gli accordi con la Santa Sede finirono col saltare.
Il papa perse Benevento, Pontecorvo e le Marche, aggregati al
Regno d’Italia. Sulla questione dei rapporti tra Stato e Chiesa
si inseriscono qui due interessi vitali per Napoleone che non ap-
paiono conciliabili, uno di natura strettamente economica, l’al-
tro di carattere spirituale. Il primo è legato al decreto del «bloc-
co continentale» emanato da Napoleone a Berlino nel novem-
bre 1806, appena venti giorni dopo la vittoria napoleonica sui
prussiani a Jena e ad Auerstadt: l’ennesima vittoria contro la
nuova coalizione, la quarta, che si era formata in quei giorni tra
Prussia, Russia e Inghilterra.
Capitolo primo La primavera dell’Italia 31

Il blocco continentale consisteva nel divieto al commer-


cio dei francesi e dei loro alleati con l’Inghilterra. Questa decisio-
ne non fu accolta dallo Stato pontificio, che voleva mantenere la
libertà dei traffici nei porti di Ancona e Civitavecchia. Il rifiuto
del papa aveva però uno stretto legame con le riforme napoleo-
niche in corso e con l’atteggiamento complessivo della politica
francese nei confronti dell’indipendenza della Chiesa in materia
di religione e di organizzazione ecclesiastica. Uno dei punti alti
del regime napoleonico era stato infatti il Codice civile del 1804,
con il quale Napoleone fissò definitivamente i fondamenti giuri-
dici del nuovo Stato e dell’organizzazione della società. Era un
codice laico che riduceva al minimo le prerogative della Chiesa
in materia matrimoniale (fu introdotto il divorzio) e rafforzava le
prerogative dello Stato legittimando l’investitura dei vescovi da
parte dell’imperatore sia in Italia che nell’Impero. Questo ven-
taglio di conflitti fu tagliato dalla spada di Napoleone, che deci-
se l’occupazione militare di Roma il 2 febbraio 1808.
È in questo momento che l’idea di una Roma – siamo
nel pieno della cultura e dell’arte del neoclassicismo – rifiorita
nella tradizione della classicità e assorbita nell’apoteosi totaliz-
zante dell’impero francese suggerisce a Napoleone l’immagine
di una città che diventa universale soprattutto perché è divenu-
ta uno dei luoghi più prestigiosi dell’impero. Ritroveremo que-
sta idea di Roma, città universale (tale non più per la presenza
della Chiesa millenaria, ma perché espressione del popolo so-
vrano e perché città della scienza, della modernità, della laicità,
e quindi naturale capitale dell’Italia nata dal Risorgimento), in
molti filoni del liberalismo e della democrazia ottocenteschi, da
Mazzini a Cavour a Garibaldi a Crispi.
Tornando a Pio VII, lo scontro, giunte le cose al pun-
to più alto e sensibile del confronto Impero-Chiesa, non pote-
va che essere frontale. Senza por tempo in mezzo, il 16 maggio
1809 l’imperatore firmò il decreto che inglobava lo Stato della
Chiesa nell’Impero, sanzionando così la decadenza del potere
32 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

temporale. E la risposta non si fece attendere. Il 10 giugno il pa-


pa comminò la scomunica ai nuovi nemici della Chiesa. Altret-
tanto immediata la replica: Pio VII venne arrestato e deporta-
to prima a Grenoble poi a Savona. L’anno dopo Roma sarà di-
chiarata «seconda città dell’impero».
Napoleone, che alla fine non vi abitò mai, pensò a
grandi progetti di trasformazione urbanistica, monumentale e
paesaggistica di Roma, cui parteciparono artisti di prima gran-
dezza, da Antonio Canova a Giuseppe Valadier a Vincenzo
Camuccini, ad architetti e ingegneri come Raffaello Stern e
Andrea Vici. Roma doveva, secondo Napoleone, entrare nel
XIX secolo, cioè nell’età moderna, mantenendo e abbellendo
i segni del mondo pagano e della classicità. E le realizzazioni
napoleoniche sono ancora oggi tra le più belle e affascinanti te-
stimonianze artistiche e urbanistiche di questa volontà. Natu-
ralmente, nella Roma senza il papa le famiglie nobili continua-
rono ad avere il ruolo di classe dirigente politica, anche se il toc-
co borghese non mancava nell’immissione di nuovi protagoni-
sti delle professioni liberali, dal banchiere Torlonia ai proprie-
tari terrieri, ai pochi imprenditori capitalisti, a medici, ingegne-
ri, scienziati, artisti, artigiani del lusso. Ma forse i grandi cam-
biamenti sociali provocati in Italia dall’instaurazione di un mo-
derno Stato amministrativo li ritroviamo, più che a Roma e nel
Lazio, nel Regno d’Italia, nel Regno di Napoli e in Toscana.
Fu in queste regioni che l’imperatore pensò di intervenire con
strumenti di politica economica, con istituti giuridici inusitati,
con magistrature rinnovate per ottenere risultati soddisfacenti
e piegare definitivamente ogni resistenza dei ceti politici tradi-
zionali. Nel Nord e in Toscana si trattava anzitutto di riorga-
nizzare il sistema finanziario, di rivedere i consunti sistemi di
prelievo fiscale, di svecchiare l’agricoltura con la riforma dei
patti agrari e con precisi investimenti capitalistici.
Diverso, in parte, fu il disegno di rifondazione del Re-
gno di Napoli sotto la guida, duttile ed equilibrata, di Giusep-
Capitolo primo La primavera dell’Italia 33

pe Bonaparte che regnò dal febbraio 1806 al giugno 1808


quando, divenuto sovrano di Spagna, lasciò il posto al cognato
Gioacchino Murat. Il governo di Giuseppe (che si avvalse di
ministri francesi e napoletani abbastanza competenti: uno fra i
migliori, Giuseppe Zurlo, sarà a lungo responsabile della guida
del governo) fu contraddistinto anzitutto da un legato che risa-
liva alla repubblica del 1799: l’abolizione della feudalità. Le
leggi di quei pochi mesi repubblicani non furono mai applica-
te e forse neanche con Giuseppe una riforma così radicale di ri-
composizione delle strutture economiche e sociali e dell’assetto
proprietario del regno sarebbe arrivata in porto, ma il nuovo re
volle affermare, appena salito al trono, la sua personalità. Il 2
agosto 1806 promulgò la legge sull’«eversione della feudalità»
che, quali siano stati i limiti della sua applicazione, rimane un
esempio straordinario di trasformazione in senso capitalistico e
borghese della proprietà fondiaria sulla quale era fondato il po-
tere della nobiltà meridionale.
Da questa trasformazione (che una successiva legge del
primo settembre accelerò consentendo agli ex feudatari di ap-
propriarsi delle terre demaniali, cioè appartenenti allo Stato, al-
le comunità locali, agli ecclesiastici, secondo metodi non sempre
regolari e ordinati) non trassero grandi benefici i contadini po-
veri e i comuni, perché non fu chiaro (e il problema si trascinerà
per decenni confluendo nella futura «questione meridionale»)
che l’assegnazione delle terre demaniali doveva favorire tutti gli
strati sociali e non solo quelli più forti sul piano finanziario ed
economico. Restano però il fatto politico di una scelta alla qua-
le l’antico regno non sarebbe mai stato pronto, e il dato sociale
che ai «baroni» si affiancavano proprietari terrieri borghesi che
avrebbero potuto (ma pochi lo hanno fatto) diventare in futuro
una classe dirigente più dinamica e liberale. Giuseppe Bonapar-
te attuò un miglioramento degli apparati amministrativi, sti-
molò la vita intellettuale di Napoli, cercò di ridurre l’analfabeti-
smo e il controllo delle scuole da parte dei religiosi.
34 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Il quadro generale della società meridionale e di quella


settentrionale, i limiti e i privilegi delle classi, l’insinuarsi all’inter-
no del sistema napoleonico di forme amministrative e giuridiche
meno subalterne al potere nobiliare, ma il contemporaneo raffor-
zarsi di un’arrogante aristocrazia di nuovo conio, avevano co-
munque creato un latente conflitto di principi e di valori fra tra-
dizione e rinnovamento, che si prolungherà fino al 1814, cioè fi-
no alla prima caduta di Napoleone. Murat sarà l’unico sovrano
di nomina imperiale a tentare di superare queste contraddizioni
abbandonando Napoleone in nome di un superiore interesse na-
zionale, di un’Italia unita della quale il Regno di Napoli divenis-
se parte integrante. Sarà il tema del suo «proclama di Rimini» del
1815, che tanto entusiasmo suscitò anche tra gli intellettuali
(Manzoni gli dedicò infiammati versi di una canzone, la cui com-
posizione fu però interrotta dal precipitare degli eventi), delusi
dall’imperialismo napoleonico e in attesa di sapere quale sareb-
be stato il destino del nostro paese. Ma nella geografia del potere
imperiale napoleonico, agli Stati italiani satelliti (il Piemonte e la
Liguria erano divenuti addirittura un dipartimento della Francia)
non poteva essere permessa un’autonomia che fosse addirittura
sancita da una carta costituzionale e confermata dalla pratica del-
la direzione politica e del governo dei cittadini.
Quando ad esempio il viceré d’Italia Eugenio di Beau-
harnais si prese qualche libertà in questo senso fu subito richia-
mato all’obbedienza. Ecco una lettera del 31 luglio 1805 del-
l’aiutante dell’imperatore al viceré: «Sì, Sua Maestà è sconten-
to, scontentissimo di Voi, ed eccone il motivo. In primo luogo
oltrepassate i Vostri poteri, fate delle cose che appartengono
soltanto a Sua Maestà. Sua Maestà si lamenta del fatto che Voi
chiediate il suo parere su alcune questioni ma poi, senza atten-
dere il ritorno del corriere, andiate avanti lo stesso, cosicché
quando i suoi ordini sono giunti non servono più. Sua Maestà
nota che questi comportamenti sono una mancanza nei suoi
confronti». E fino al 1814 il clima non cambiò.
Capitolo primo La primavera dell’Italia 35

Questi Stati, riconfermati in ogni caso nei loro confini,


erano comunque «governati»; cioè divenivano oggetto e sog-
getto, come vediamo, di riforme politiche innovative, di speri-
mentazioni amministrative, di modifiche di rapporti di produ-
zione economici e finanziari. Vi era però in queste iniziative
una specie di indirizzo comune. Al Nord come al Sud dell’Ita-
lia le istruzioni di Parigi erano più o meno le stesse: sviluppare
un sistema scolastico pubblico (furono introdotti, ad esempio, i
licei), applicare tariffe doganali protezionistiche per tutelare i
prodotti industriali locali (soprattutto tessili), riorganizzare gli
affitti e la mezzadria in agricoltura, rendere pubblici i bilanci
dello Stato. A Milano il ministro delle Finanze Giuseppe Prina
presentò a Napoleone il bilancio del Regno d’Italia del 1807
con queste parole: «Quando, in mezzo alle difficili circostanze
che stringono gli Stati Europei, uno Stato nascente si fonda,
crea armate e marine, apre strade e canali, dà vita alle arti, ab-
bellisce città senza crear nuovi debiti, e pagando gli antichi qua-
si spenti dal turbine de’ tempi e che potrebbero dirsi non suoi,
ivi la pubblicazione del conto dello Stato è per chi regna un
nuovo titolo di riconoscenza della Nazione. La Nazione italia-
na, o Sire, è degna di esservi cara». Anche queste parole con-
fermano che, qualunque sia il giudizio sull’impero napoleoni-
co, erano stati comunque introdotti formule e stili di compor-
tamento politico che possiamo definire liberali e che saranno
un punto di partenza acquisito quando gli avvenimenti del
1848 porranno il problema del governare attraverso istituti e
forme ispirati a principi di libertà.
Si era ormai diffusa nell’opinione pubblica più parteci-
pe la consapevolezza dell’importanza che gli atti di governo, al-
meno nel campo dell’economia e delle tassazioni, dovessero es-
sere conosciuti dai cittadini. L’esempio della guerra di indipen-
denza americana, del ruolo dell’informazione sancito dalla Co-
stituzione e dal federalismo degli Stati Uniti, le vicende stesse che
portarono alla crisi lo Stato francese nel 1789, erano ben presen-
36 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

ti nell’Italia napoleonica. Scriverà intorno al 1810 l’economista


Giuseppe Pecchio a proposito delle finanze del Regno d’Italia:
«La pubblicità è oggi un bisogno dei popoli. Questi non somi-
gliano più come un tempo a quegli indolenti pupilli che non si
curano di chiedere ragione ai tutori del loro patrimonio. Hanno
gli occhi spalancati su tutto, ed al menomo mistero sono pronti
ad accusare il governo di malversazione e di rapina».
Ma la trasparenza serviva ben poco quando leggi, re-
golamenti, tasse sui consumi e soprattutto la leva obbligatoria
che trascinava decine di migliaia di giovani nelle armate di Na-
poleone e sui campi di battaglia disseminati in tutto il conti-
nente erano sentiti come strumenti di vessazione e di ingiusti-
zia. Infatti, la politica estera imperiale si impose alla fine sui
problemi interni degli italiani.

3 | L’inizio della fine

Il blocco continentale continuava a creare tensioni tra l’impe-


ratore e i suoi ex nemici, primo tra tutti lo zar Alessandro I di
Russia, alleato di Napoleone dalla pace di Tilsit del 1807: un’al-
leanza siglata da due imperatori in uno scenario teatrale, un’e-
legante e ricca tenda multicolore, costruita su una zattera sul
fiume Niemen. Qui fu fissato il Danubio come limite delle ri-
spettive zone di influenza in Europa. Lo zar aveva calcolato tut-
to per ingraziarsi l’uomo più potente del mondo, ma doveva
pur confrontarsi con i danni economici che la nazione russa sta-
va subendo per colpa del blocco continentale e per l’isolamen-
to al quale era costretta insieme con i paesi dell’Europa antina-
poleonica. Dal canto suo Napoleone sapeva che la partita per
l’egemonia politica sul continente, per il controllo sui mari, per
l’incremento dei traffici si sarebbe giocata soltanto inglobando
la Russia. Sono i mesi nei quali Napoleone immagina che sul-
la guerra possa costruirsi il futuro della pace. Il sogno di una
Capitolo primo La primavera dell’Italia 37

metamorfosi in uomo della pace che lo avrebbe assolto davan-


ti alla storia e al quale ancora nell’esilio di Sant’Elena si richia-
mava senza essere sfiorato dal dubbio: «Mi accuseranno d’aver
troppo amato la guerra. Ma potrò dimostrare che io sono sta-
to sempre aggredito».
La Russia, anzi, il suo zar si prestava intanto a questo
nuovo gioco politico e anche al ribaltamento delle alleanze: Ales-
sandro I, salito al trono nel 1801, aveva sempre oscillato tra idee
liberali all’inglese e gestione reazionaria del potere. Tutto dun-
que era ipotizzabile, ma l’accordo con Napoleone non poteva
durare più di tanto, anche perché l’aggressività era necessaria al-
la stabilità dell’impero. L’invasione con un esercito di mezzo mi-
lione di uomini dell’immensa Russia, decisa da Napoleone nel
1812, era dunque l’ultima prova da sostenere. Nell’estate la po-
tente macchina bellica iniziò la marcia verso Est varcando pro-
prio il confine di pace del 1807: il fiume Niemen. L’obiettivo era
Mosca, che fu raggiunta rapidamente perché la strategia del co-
mandante supremo russo Kutusov era di retrocedere per prepa-
rare la gigantesca trappola entro la quale inghiottire i francesi.
Per Napoleone e i suoi marescialli parve invece l’inizio della vit-
toria. Il primo a crederlo fu il più entusiasta dei suoi collabora-
tori, il re di Napoli Murat, che alla testa dei soldati italiani fu tra
i primi a irrompere, esuberante e pieno di sé, nella capitale del-
la santa Russia. Era l’alba del 14 settembre 1812. Mosca era de-
serta e Murat era ancora emozionato dal successo ottenuto ne-
gli scontri col nemico, soprattutto nella battaglia della Moscova,
dove il suo impeto fu eccezionale: «Si moltiplicò caracollando e
impennacchiato – scrisse un ufficiale francese – suscitò ammira-
zione tra i cosacchi, sensibili al coraggio, per il suo smisurato di-
sprezzo del pericolo sempre impareggiabile sul campo di batta-
glia». In Guerra e pace Tolstoj racconterà, sessanta anni dopo, que-
ste battaglie, l’incendio di Mosca, la sconfitta di Napoleone; e so-
lo la penna di uno scrittore avrebbe potuto racchiudere l’epopea
di quel dramma vissuto dai russi.
38 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Nella Mosca deserta e incendiata fu però solo Murat a


capire che era iniziata la fine di tutto. I soldati dell’armata co-
minciarono a soffrire la fame, gli stenti, le perdite provocate da
un nemico implacabile e invisibile. Murat si confidò subito in-
viando una lettera alla figlia Letizia: «Non passa giorno che io
non perda cento, duecento uomini. Come finirà tutto questo?
Ho quasi paura a rivelare il mio pensiero all’Imperatore». Ma
il pensiero lo confesserà subito. «Riferite all’Imperatore – disse
a un ufficiale della guardia – che mi annoio qui. Il mio compi-
to l’ho svolto e ora voglio ritornare a Napoli dove ho qualcosa
di più importante da fare». Scattava intanto la controffensiva
russa, mentre in Russia cadeva la prima neve. Il 19 ottobre co-
minciò la ritirata, la cui tragedia è passata alla storia. Basti ri-
cordare che di 400.000 soldati ne tornarono 20.000. Murat e
pochi napoletani furono tra i sopravvissuti, e in seguito a que-
sto la storia del Regno di Napoli si intreccia con il progressivo
e ambiguo allontanamento di Murat dal destino dell’imperato-
re nel tentativo di disimpegnare il regno e se stesso. Il rapporto
tra i due cognati entrò in crisi e questo fu avvertito da quei li-
berali e «patrioti» napoletani che vedevano in Murat un sovra-
no più indipendente dalla Francia e forse il primo re a sentirsi
non estraneo alle sorti del suo popolo. Per questo il «muratti-
smo» sopravvisse a Murat, divenendo una componente politi-
ca dell’opposizione liberale al tempo della Restaurazione, insi-
nuandosi nelle sette segrete, nelle logge massoniche e facendo
baluginare possibili rivincite dei discendenti di Murat.
La fiducia dei napoletani risiedeva nel fatto che il re
Gioacchino aveva preso molto dell’esuberanza e della vitalità
dei suoi sudditi, dimostrava un patriottismo entusiasta che nel
suo atteggiamento populistico non era affatto un sentimento se-
condario o un’esaltazione retorica e ne stava conquistando la
solidarietà prendendo le distanze da Napoleone dopo il crollo
russo. Il consenso, che avvertiva da tempo, gli aveva suggerito
anche una strategia di alleanze con l’Austria nel 1813 dopo la
Capitolo primo La primavera dell’Italia 39

sconfitta dei francesi nella battaglia di Lipsia, e con l’Inghilter-


ra nel 1814 dopo l’abdicazione di Napoleone a Fontainebleau
e il dorato suo esilio all’isola d’Elba. L’azione di Murat era an-
corata a una politica interna che dal 1808 aveva certamente ri-
solto alcuni problemi del regno: lavori pubblici; costruzione di
strade tra le varie province; riattivazione di porti e di trasporti
di merci; il censimento generale (la «Statistica») del 1811, che
permetteva di conoscere meglio le risorse produttive dello Sta-
to; il miglioramento delle scuole primarie e secondarie. Tutto
questo patrimonio accumulato ora Murat intendeva spenderlo
per restare sul trono di Napoli, anzi, per fare di questo nuovo
inizio della storia d’Italia il simbolo unificante della penisola;
una nazione non più vassalla ma italiana.
Purtroppo l’Austria e l’Inghilterra non presero troppo
sul serio le offerte di amicizia di Murat. Una certa attenzione co-
minciarono a rivolgerla a questo re che voleva essere indipen-
dente, ma in attesa di nuovi fatti gli austriaci e gli inglesi manda-
rono le loro truppe in Italia. L’austriaco generale Nugent si ri-
volse da Ravenna ai «popoli d’Italia» dicendo: «i nostri eserciti
sono venuti per la vostra liberazione». È il 10 dicembre 1813. Il
14 marzo 1814 è la volta del comandante inglese, Lord Bentinck,
che sbarcato a Livorno chiese agli italiani di espellere tutti i fran-
cesi. Il Murat «italiano» pareva al riparo da queste minacce poi-
ché aveva preso le distanze dal cognato, ma i soldati austriaci
erano ancora una volta sul territorio dell’Italia.
Intanto all’Elba, dove Napoleone era giunto alla fine di
aprile 1814 dopo un disperato tentativo di suicidio, maturava-
no grandi e segrete speranze. Era stato costretto ad accettare la
decisione degli alleati di affidargli la sovranità dell’isola tosca-
na con un appannaggio di 2 milioni di franchi e la facoltà di far-
si accompagnare da un battaglione della sua guardia come
«scorta d’onore e sicurezza». Sconfitto ma consapevole del pro-
prio mito, appena conosciute le decisioni alleate, commentava:
«Sono un uomo condannato a vivere». E per prima cosa si fe-
40 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

ce portare libri, mappe geografiche, quadri e incisioni dell’iso-


la, perfino statistiche meteorologiche sull’andamento del clima.
Pensava forse a un esilio sui generis, a una vacanza che solo per
poco doveva interrompere lo svolgersi del destino. Fatto sta che
egli organizzò il piccolo Stato dell’Elba come se fosse un gran-
de Stato. Fece costruire e arredare bellissime ville e casali e vi
rimase trecento giorni in un grande gioco di dissimulazione, di
luci e di ombre, con una piccola ed elegante corte e in attesa
della moglie che non venne mai. L’Elba era divenuta lo scena-
rio di una rappresentazione, un teatro della memoria e della
realtà, la lanterna magica del mito dell’eroe piegato ma non
vinto, ma anche un luogo reale da gestire con tutti gli strumen-
ti di un buon governo (furono riorganizzati il lavoro per gli iso-
lani, le produzioni agricole, le manifatture artigiane, l’estrazio-
ne del ferro), moderno e pacifico. Ma la Francia restava nono-
stante tutto un paese turbato, inquieto, specie dopo il ritorno
della vecchia monarchia assoluta di Luigi XVIII, il fastoso rien-
tro a Roma del papa Pio VII e dopo l’inaugurazione il 4 otto-
bre 1814 del congresso dei vincitori a Vienna.
Di questo fuoco nascosto Napoleone aveva costante-
mente notizia e in un nebbioso giorno di fine febbraio 1815,
eludendo la sorveglianza delle navi inglesi, fuggì dall’isola, sbar-
cando con i suoi il primo marzo in una spiaggia vicino Cannes,
a Juan-les-Pins, davanti a gruppi di pescatori attoniti e incredu-
li. Era il primo dei Cento giorni, mentre l’Italia viveva una tran-
sizione politica e istituzionale quanto mai imprevedibile. A co-
minciare da Milano dove, il 20 aprile 1814, una specie di col-
po di Stato, un tumulto popolare, provocato in gran parte dal
conte Federico Confalonieri e che portò al linciaggio dell’one-
sto ministro Prina (fu trafitto da cittadini infuriati con i puntali
degli ombrelli), gettò le premesse del cambiamento di regime.
Il viceré Eugenio, rimasto fedele a Napoleone, avrebbe voluto
combattere gli austriaci, ma fu costretto a partire mentre gli ari-
stocratici più in vista riprendevano l’iniziativa politica. Fu un
Capitolo primo La primavera dell’Italia 41

loro rappresentante, il conte Giacomo Mellerio, a portare a


Vienna un progetto di restaurazione del modello prenapoleo-
nico di governo amministrativo di tipo asburgico. Gli austriaci
sarebbero tornati quindi come i legittimi proprietari della Lom-
bardia.
Intanto nel Sud proseguiva l’operazione estrema di
Murat. Si era allontanato da Napoleone caduto, ma volle tor-
nare con lui nei Cento giorni, quando l’imperatore si presentò
ai francesi come un pacificatore annunciando che il ritorno sul
trono non avrebbe significato la ripresa della guerra. Questo
fatto nuovo pose a Murat un dilemma che doveva sciogliersi
tragicamente. Se Napoleone tornando al potere si trasformava
in un capo di Stato più liberale (infatti concesse subito una Co-
stituzione garantista, molto più aperta della carta di Luigi
XVIII) e più disposto alla costruzione di una pace durevole,
Murat doveva allora muoversi su questa scia e assumere la gui-
da di un movimento di unificazione e pacificazione dell’Italia
proprio mentre cadevano gli Stati napoleonici della penisola.
Più liberale Napoleone, a maggior ragione più liberale e più al
servizio degli italiani Murat. La manovra era difficile e furono
mesi incandescenti quelli della primavera 1815. Le scelte di Na-
poleone e Murat avrebbero avuto qualche risultato se, dopo la
fuga dall’Elba, non fosse scoccata la scintilla della rivalsa deci-
siva da parte delle potenze europee che erano uscite con mino-
ri danni dalle guerre precedenti: l’Inghilterra e la Prussia. Fu la
settima coalizione e l’ultima guerra antinapoleonica.
Come venti anni prima, l’Italia vi ebbe la sua parte. E
fu Murat a recitare l’ultimo atto del dramma facendo avanza-
re nelle pianure del Po l’esercito napoletano di 80.000 uomini
contro gli austriaci che venivano da Nord, e mentre la flotta in-
glese controllava le coste meridionali dalla Sicilia a Napoli. Il
soffio di liberalismo proveniente da Parigi Murat lo tradusse il
30 marzo 1815 nel ricordato proclama di Rimini, redatto da un
giurista e illustre economista, Pellegrino Rossi. Era, ricordiamo
42 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

ancora, una traduzione «italiana» del progetto murattiano, nel


senso della promessa dell’indipendenza e di istituzioni non più
autoritarie. «Italiani! Dall’Alpi allo stretto di Scilla odasi un gri-
do solo: l’indipendenza dell’Italia. [...] Una costituzione degna
del secolo e di voi, garantisca la vostra libertà e prosperità in-
terna». Fu un appello estremo e non strumentale, ma cadde nel
vuoto. Le operazioni militari continuarono anche quando Mu-
rat offrì agli austriaci una possibile trattativa di pace. A Tolen-
tino il 2 maggio Murat fu definitivamente travolto e pochi gior-
ni dopo col trattato di Casa Lanza fu decisa anche la fine del
suo regno. Il 18 giugno tramontava a Waterloo la breve, ulti-
ma stagione di Napoleone. L’imperatore deposto fu arrestato,
ma Murat, che si era rifugiato in Corsica, non si rassegnò ad
abbandonare il sogno di una riconquista di Napoli, che intan-
to festeggiava il ritorno di Ferdinando e Maria Carolina. Con
una quarantina di fedelissimi decise di tentare il tutto per tutto,
di sbarcare a Pizzo, in Calabria, e poi risalire fino alla capitale.
Era l’8 ottobre, Murat e i suoi entrarono nel paese inneggian-
do alla libertà e all’Italia, ma nessuno gli rispose. Inseguito dai
gendarmi, fu arrestato, insultato e processato in base a leggi an-
tibrigantaggio promulgate durante il Decennio e condannato a
morte. Murat non riconobbe la legittimità del tribunale milita-
re e non volle essere difeso. Fu fucilato nella spianata del Ca-
stello di Pizzo e tra le sue cose sequestrate vi era la bozza di una
Costituzione, una piccola bandiera tricolore, molto denaro
contante e ventidue grossi brillanti cuciti nel suo cappello e spa-
riti nel nulla. Nel diario sgrammaticato di Ferdinando IV è co-
sì registrata la notizia della fine di Murat: «Dormito mediocre-
mente. Venuto rapporto telegrafico di aver stato per sentenza
della commissione militare fucilato Murat il 13». Il 26 ottobre,
a volta di corriere, il re ricevette le più vive congratulazioni del-
lo zar Alessandro e del principe di Metternich.
Capitolo secondo

ITALIA ROMANTICA E RIBELLE

In un carcere non di celle e di porte serrate, ma fatto di rocce,


di caldo tropicale, di piogge continue, di noia e di solitudine,
nasce l’intramontabile leggenda della storia moderna: Napo-
leone a Sant’Elena. È il racconto che egli fa di sé; un mito del-
la parola, elaborato in una lunga conversazione di un anno in
una villa coloniale della sperduta isoletta dell’Atlantico.
L’esilio di Sant’Elena al quale Napoleone fu costretto
dai vincitori di Waterloo è stata l’eco epica di un uomo che i
vincitori credevano di far dimenticare nel solitario silenzio dei
tropici. E invece la parola del mito vivente, risentita due anni
dopo la sua morte con il Memoriale di Sant’Elena di Las Cases,
pubblicato nel 1823, e la sublime dilatazione poetica (un caso
forse unico in quegli anni di poesia «storica») del Cinque maggio,
la cui evocazione mitologica è, nei primi sei versi, nell’identifi-
cazione tra l’immobilità di un morto e la paralisi della terra fol-
gorata dall’annuncio di questa morte; la parola del protagoni-
sta, dicevo, e insieme una delle poesie più allegoriche del Ro-
manticismo italiano sono sufficienti per restituire a noi, disin-
cantati e lontanissimi epigoni di quel tempo, l’emozione della
storia creatrice di forza e di potenza; quando, scriveva France-
sco De Sanctis commentando la poesia di Manzoni, gli uomini
avvertono la «forza come forza che produce l’effetto del mera-
viglioso». E prima di lui, con lieve ironia, Chateaubriand, nel-
le Memorie d’oltretomba, aveva detto di Manzoni: «L’ultimo poe-
ta della patria di Virgilio ha cantato l’ultimo generale della pa-
44 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

tria di Cesare». Lo scrittore francese era stato nemico di Napo-


leone, ma in un articolo pubblicato quando questi era a Sant’E-
lena aveva riconosciuto: «Nato in un’isola per andare a morire
in un’isola, ai limiti di tre continenti [...] Bonaparte non può
muoversi sul suo scoglio senza che non ne siamo avvertiti da
una scossa. Se Napoleone, sfuggito ai suoi carcerieri, si ritiras-
se negli Stati Uniti, i suoi sguardi fissi sull’Oceano basterebbe-
ro a turbare i popoli del vecchio mondo». Del meraviglioso era
parte l’ellisse di una vita tra due isole. Metafora affascinante di
solitudine e di mistero.
Certo, Napoleone non avrebbe avuto bisogno di un
tramonto così struggente per lasciare una traccia nella storia
dell’Europa e del mondo. Gli inglesi avevano creduto di im-
mergere nel silenzio di un minuscolo universo fuori dal mondo
l’uomo che sembrava avere oltrepassato i limiti della storia, ri-
ducendolo così alle dimensioni di quel luogo, trattandolo con
distaccata cortesia britannica e sottoponendolo, per ordine del
governatore dell’isola, Hudson Lowe, a piccole vendicative an-
gherie. Ma nel 1817 qualcuno in Inghilterra aveva dei dubbi.
Alla Camera dei pari un lord dichiarò: «La posterità non esa-
minerà se Napoleone è stato giustamente punito per i suoi de-
litti, ma se l’Inghilterra ha mostrato la generosità che conveni-
va a una grande nazione».
Doveva essere infatti il crepuscolo di un’epopea e non
si era calcolato che nell’Europa di quegli anni il «mito dell’e-
roe» romantico cominciava a germinare proprio sulle rovine di
quell’epopea. Dalle macerie di Napoleone, dal suo esilio filtra-
vano infatti i primi segni dell’immortalità (Napoleone si risveglia
nell’immortalità sarà il titolo della statua in gesso dello scultore
François Rude), ispirando perfino un pittore della nemica In-
ghilterra come William Turner, di sei anni più giovane di Na-
poleone, che lo dipinse immobile su una spiaggia dell’isola che
scruta l’orizzonte, riflesso mestamente in una pozza d’acqua. E
a Sant’Elena Napoleone, raccontandosi a Las Cases che insie-
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 45

me a pochi fedeli lo aveva seguito nell’esilio, disegnò la sua


«evasione», l’unica possibile, da quel carcere di pietre e di ac-
qua, per entrare veramente nella storia.
Il Memoriale a suo modo è la storia vera di un’epopea au-
tobiografica; e di questo si accorsero i lettori quando il libro vi-
de la luce in otto volumi a Parigi. Almeno dieci edizioni si sus-
seguirono in Francia e il Memoriale fu immediatamente tradotto
in inglese, mentre George Byron, e con lui molti italiani, affasci-
nati ancora dalla figura del condottiero, si imbarcavano per la
Grecia per difenderne l’indipendenza. Fu subito tradotto in tut-
te le lingue europee e forse gli italiani furono tra i primi a legger-
lo anche perché la campagna d’Italia del 1796-97 resta in quel-
le pagine come il momento più creativo della vita di Napoleo-
ne. Resterà a lungo, almeno fino agli anni Quaranta (quando la
salma dell’imperatore tornò con tutti gli onori in Francia), l’e-
mozione di una storia ormai entrata nelle fibre delle ideologie di
quei decenni. Naturalmente, agli inizi il ricordo della politica
napoleonica si incrocia con le azioni delle sette segrete italiane
ed europee, di cui si parlerà più avanti, e con la Massoneria; poi
si trasforma, e infine si rinnova in Francia in un altro mito im-
periale, Napoleone III. In tutti questi momenti l’Italia e gli ita-
liani sono presenti e protagonisti. Nel 1815 ha dunque inizio
un’altra storia che va narrata partendo dall’Europa.

1 | Il Congresso dei vincitori

Il Congresso di Vienna si era inaugurato il 4 ottobre 1814 in


un’atmosfera euforica. Ludwig van Beethoven, che alcuni anni
prima aveva composto la terza sinfonia, Eroica, dedicandola a
Napoleone, ora in meno di un mese scrisse l’opera Der Glorreich
Augenblich (Il momento glorioso) in onore dei delegati. Venne ese-
guita il 29 novembre alla presenza dei tre imperatori: «alta nei
cieli si è levata la vecchia aquila dell’Europa», cantava il coro.
46 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

La fuga dall’Elba e i Cento giorni fermarono i lavori del


Congresso, ma prima di Waterloo esso riprese a pieno ritmo e
si chiuse il 9 giugno 1815. Le sue decisioni erano inevitabili se
si pensava ai lutti e alle rovine provocati da venti anni di guer-
re. Anche se non si conosce il numero esatto dei soldati caduti
durante le guerre napoleoniche, non si è molto lontani dal ve-
ro se si calcola che 3 milioni di giovani abbiano lasciato la vita
sui campi di battaglia. Sarà necessario tenere presente anche
questo dato per comprendere i sentimenti della Restaurazione.
Ma non si deve neanche dimenticare lo «spirito» e l’ideologia
di questo ritorno al passato.
Un’Europa vecchia, guidata da vecchi, sembrava infat-
ti sorgere sulle rovine di una macchina infernale che aveva tra-
volto solide tradizioni e antiche dinastie, ma che aveva anche
costruito qualcosa e soprattutto accelerato un processo di iden-
tificazione della nuova classe dirigente, la borghesia, con la
realtà politica, culturale ed economico-sociale di alcuni tra i
maggiori paesi dell’Europa centrale e occidentale, per prima
l’Italia. La crisi dell’impero napoleonico non coincideva dun-
que con l’eclissi di quei valori conquistati, né tanto meno con il
loro superamento. E di ciò non parve si accorgessero i delegati
delle potenze vincitrici al Congresso di Vienna, dove tra bril-
lanti ricevimenti, musiche incantevoli, donne bellissime, re-
staurarono l’antico ordine politico e dinastico che le guerre ave-
vano sconvolto. A tale ordine istituzionale, turbato e manipo-
lato da Napoleone, corrispondeva, nella mente dei vincitori, un
ordine più profondo e più autentico, che non il «plebeo» Na-
poleone aveva alterato, ma la sua prima nutrice, la rivoluzione
francese. La svolta decisa al congresso era dunque più vasta e
risolutiva.
Ma accadde qualcosa di assolutamente nuovo quando,
nel settembre del 1815, lo zar Alessandro I, sotto l’influenza di
una setta di mistici russi che tendeva all’unione di tutte le co-
munità cristiane in una rigenerata Chiesa, propose la costitu-
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 47

zione di una «Santa alleanza» di tutti i sovrani in un comune


impegno, solenne e eterno: «Come Cristo aveva comandato
agli uomini di considerarsi fratelli, così i Sovrani, che dalla gra-
zia di Dio hanno ricevuto la corona, devono unirsi in vincoli di
fratellanza cristiana, considerarsi padri dei loro popoli, e, in ca-
so di necessità, prestarsi reciprocamente assistenza e aiuto».
Tutte le monarchie restaurate, tranne l’Inghilterra (poco incli-
ne ad abbandonare i metodi diplomatici e i principi liberali, ri-
sultati alla fine vincenti sul dispotismo napoleonico) e lo Stato
della Chiesa (la Santa Sede fu sempre in contrasto con la Rus-
sia – e qualche traccia permane ancora – sul problema dei cul-
ti religiosi), aderirono all’iniziativa dello zar. Ne colse invece
immediatamente la potenzialità politica e militare il ministro
degli Esteri austriaco, principe di Metternich, che inserì nei
protocolli dell’Alleanza il prezioso «principio dell’intervento»,
per il quale ciascuno degli Stati membri poteva intervenire mi-
litarmente in quello Stato nel quale fossero scoppiati disordini
rivoluzionari. Era l’anello mancante, il plusvalore della Restau-
razione: si creava così un gruppo di Stati-guida che, relegando
a un ruolo secondario e subalterno gran parte delle nazioni eu-
ropee, esercitava una funzione di gendarmeria politica e mili-
tare a livello internazionale.

I restauratori non si atteggiavano soltanto a controri-


voluzionari. I loro obiettivi erano in effetti più ambiziosi: con-
trollare le nuove forze economiche e sociali; dirigere una cultu-
ra che, seppur ancora imbevuta dello spirito dell’Illuminismo,
era entrata in una fase critica, percorsa da vibrazioni filosofiche
spiritualistiche, da interpretazioni idealistiche del mondo. Tale
atteggiamento non celava il tentativo, forse meno praticabile,
di contenimento di un’altra rivoluzione, non politica e cultura-
le ma tecnologica, scientifica ed economica: la rivoluzione in-
dustriale. Una rivoluzione iniziata mezzo secolo prima in In-
ghilterra, che stava dilagando in Europa e che tendeva a ege-
48 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

monizzare, con processi produttivi e tecnologici accelerati, con


l’allargamento dei mercati interni e internazionali, con l’inve-
stimento di grandi capitali, il tradizionale modo di produzione
della ricchezza (l’agricoltura) e di vita.
Ora, per quanto moderata, la borghesia europea grazie
anche alle guerre napoleoniche si era identificata sempre più con
questa rivoluzione ed era perciò consapevole di essere portatri-
ce di valori moderni e del progresso dato dalle industrie, dalle
fabbriche, dalle macchine. Come affrontavano questo proble-
ma i restauratori? Una pura, rigorosa ideologia reazionaria sa-
rebbe stata sufficiente a risolverlo? A pensarci bene la chiave sto-
rica e politica della Restaurazione è in questi interrogativi.

Parliamo intanto della nuova carta geografica dell’Ita-


lia. Quasi dappertutto si tornò al 1796-98. Il Regno di Sarde-
gna fu restituito a Vittorio Emanuele I di Savoia, che ripristinò
le livree, i codini, gli usi, le gerarchie della casta dei nobili. L’a-
nacronismo di questa decisione balzò subito agli occhi a quan-
ti assistettero all’arrivo del re a Torino e per alcuni l’effetto fu
comico: il sedicenne marchesino Massimo d’Azeglio, presente
alla sfilata, scrive nei Ricordi:

Il 20 di maggio 1814 finalmente arrivò questo re tanto an-


nunziato e benedetto. Io mi trovavo in Piazza Castello, ed ho pre-
sente benissimo il gruppo del Re col suo stato maggiore. Vestiti al-
l’uso antico colla cipria, il codino e certi cappelli alla Federico II,
tutt’insieme erano figure abbastanza buffe; che però a me, come a
tutti, parvero bellissime ed in piena regola; ed i soliti ‘cris mille fois
répetés’ accolsero questo buon principe in modo da togliergli ogni
dubbio sull’affetto e le simpatie de’ suoi fedelissimi torinesi. La sera,
s’intende, grand’illuminazione; e davvero fu spontanea quanto ma-
gnifica. [...] So bene che S.M. non aveva neppur un legno e un paio
di cavalli; onde mio padre gli offrì in dono un carrozzone di gala che
aveva servito pel suo matrimonio, tutto dorato e a cristalli, cogli amo-
rini idropici sugli sportelli.
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 49

Il re fino a mezzanotte percorse lentamente le strade


della città e salutava la gente «con quella sua faccia – via, di-
ciamolo – un po’ da babbeo, ma altrettanto di galantuomo».
E, sotto la sorveglianza discreta delle truppe austriache del ge-
nerale Bubna, questo imperterrito re abrogò rapidamente tut-
te le leggi napoleoniche. Abolì il matrimonio civile e il divor-
zio, affidò l’istruzione pubblica ai gesuiti e ripristinò i vecchi
interdetti contro gli ebrei e i valdesi, per non parlare dell’ap-
plicazione di dazi e gabelle verso l’estero e all’interno dello
stesso Regno di Sardegna, decisione quest’ultima che aggravò
la crisi agricola scoppiata in Italia nel 1816. Non aveva previ-
sto che da queste scelte sarebbe scaturita la rivolta piemonte-
se del 1821.
Ed ecco le altre decisioni del congresso viennese: il Lom-
bardo-Veneto fu costituito in viceregno unito all’Austria nella
persona dell’imperatore, in omaggio al quale il Ducato di Par-
ma e Piacenza fu assegnato a Maria Luisa d’Austria, moglie di
Napoleone; il Ducato di Lucca fu dato a Maria Luisa di Borbo-
ne; il Ducato di Modena e Reggio fu restituito a Francesco IV
d’Este; il Granducato di Toscana a Ferdinando III di Lorena; sul
trono di Napoli tornò Ferdinando IV di Borbone, che assunse il
titolo di Ferdinando I, re delle Due Sicilie; nello Stato pontificio
rientrò il papa, che riprese anche Benevento e Pontecorvo.
La carta geografica era dunque a posto, ma quella po-
litica non era altrettanto facilmente leggibile. Il ventennio na-
poleonico aveva significato per molti italiani l’inizio di una fa-
se di transizione anche moderata verso un «progresso» e ver-
so l’allineamento, per quanto incompleto, a quegli Stati euro-
pei già consolidati come nazioni. Vi era però in molti italiani
la percezione che i successi ottenuti nel senso della nazione
fossero dovuti più all’importazione, attraverso l’azione politi-
ca e militare di Napoleone, del modello francese che non a
reali spinte autoctone. Questa percezione parve confermata
dal fallimento delle repubbliche giacobine, a cominciare da
50 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

quella napoletana. Una «rivoluzione passiva» (è la felice intui-


zione che ebbe raccontando i fatti del 1799 Vincenzo Cuoco)
che, chiusa nel 1815 la meteora napoleonica, si rivelerà tale.
Ma cosa cambiava che questa rivoluzione fosse riflessa rispet-
to all’inesorabile procedere dell’idea di Italia? Nulla; per que-
sto è necessario approfondire la fase postnapoleonica di que-
sta idea sottolineando i vari, contrastanti apporti alla forma-
zione del «programma» nazionale che porterà all’unità e indi-
pendenza del nostro paese.

2 | Restaurazione e cultura: disincanto e attesa

Ammettiamo senz’altro che il disincanto è il segno distintivo del


pensiero politico di Vincenzo Cuoco, e che questo stato d’ani-
mo fosse lo spirito del tempo della Restaurazione in Europa. Lo
scritto più famoso di Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione di Na-
poli, e le opere di altri due storici contemporanei, la Storia d’Ita-
lia dal 1789 al 1814 di Carlo Botta e la Storia del reame di Napoli
di Pietro Colletta, sembrano confermarlo. L’opera di Botta fu
scritta nel cruciale 1814, mentre lo scritto di Colletta fu com-
posto tra il 1824 e il 1831 e pubblicato postumo nel 1834. Tem-
po, per l’Italia, di attese e delusioni.
Il giudizio di Cuoco (il saggio fu scritto a Milano nel
1801 e ulteriormente elaborato nel 1806) riprendeva in sostan-
za una tesi diffusa tra quanti assistettero al crollo della Repub-
blica napoletana, e cioè che quella di Napoli era stata una rivo-
luzione passiva costruita con le idee e le istituzioni di un’altra
nazione. Questa tesi suscitò interesse soprattutto tra gli intellet-
tuali lombardi (da Monti al giovane Manzoni) ed è uno dei fon-
damenti teorici positivi, non negativi, del futuro Risorgimento;
nel senso che Cuoco individuava nel principio di originalità e
di autonomia della nazione («saremo sempre servi degli stranie-
ri, finché crederemo che essi siano i nostri maestri») e nella ne-
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 51

cessità di un rapporto autentico tra le idee politiche e il popolo


che deve comprenderle e farle proprie i veri punti di riferimen-
to per ogni possibile futura rivoluzione d’Italia. Con intelligen-
za politica Cuoco sembra anticipare i temi del futuro riscatto
della nazione italiana («L’Italia farà da sé»), a cominciare dai
primi moti carbonari e liberali del 1821 e 1831 e dalle prime ri-
flessioni di Giuseppe Mazzini.
Questa concreta visione della storia, e di un popolo che
va reso partecipe e educato ai cambiamenti sociali e politici (un
concetto che eserciterà grande influenza su Manzoni e che
Mazzini riprenderà nel suo disegno di una democrazia costitu-
zionale e popolare), aveva un fondamento giuridico nel saggio
di Giandomenico Romagnosi, autorevole collaboratore dei co-
dici napoleonici, Della costituzione di una monarchia nazionale rappre-
sentativa, scritto tra il 1814 e il 1815, proprio sulla linea di con-
fine tra l’età napoleonica e la Restaurazione. Era l’ipotesi di
una Costituzione pensata come patto tra il popolo e il sovrano
e quindi dell’edificazione di uno Stato veramente nazionale,
cioè rappresentante della nazione.
Anche Pietro Colletta era diffidente sulla maturazione
del popolo italiano e sulla disponibilità ad accogliere le novità
dei mutamenti politici. È interessante notare che gli scritti del
piemontese Botta e del napoletano Colletta hanno un forte
spessore letterario; quasi a conferma della visione mazziniana
della necessità di una letteratura, di un’arte e di una poesia im-
pegnate politicamente e strumenti di unità della nazione.
I valori di libertà, di nazionalità e di identità patriotti-
ca dei pensatori politici degli anni Trenta e Quaranta dell’Ot-
tocento (da Vincenzo Gioberti a Cesare Balbo, d’Azeglio, Cat-
taneo, Mazzini) hanno le premesse in una rilettura, per così di-
re, militante della storia dell’Italia e dell’Europa fatta nel tem-
po della Restaurazione. E non soltanto della storia politica; an-
zi, la storia e la critica letteraria, come si è detto, furono strut-
ture portanti di una visione strettamente politica del Risorgi-
52 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

mento, cioè anzitutto dell’indipendenza dell’Italia. Non è un


caso che la stessa parola «risorgimento» fiorisca, prima che nel
linguaggio politico, in quello poetico, da Leopardi al napoleta-
no Alessandro Poerio, caduto nel 1848 in difesa di Venezia in-
sorta contro gli austriaci. Risorgimento si intitola una delle sue
poesie politiche di ispirazione leopardiana, dove vi sono versi
come questi: «Sia guerra tremenda, / sia guerra che sconti / la
rea servitù».
Proveniva anche da stimolazioni critiche come queste
il fiorire di analisi della poesia e di studi sulla vita di Dante, ed
è significativo che essi diventino una pietra di paragone sulla
quale saggiare il livello dell’impegno ideologico. Così fu per
Mazzini, con il saggio – era il suo primo scritto – Dell’amor pa-
trio di Dante del 1826 (di cui parlerò più avanti), per Balbo, con
la Vita di Dante, composta nel 1830 e pubblicata nel 1839, per
Gioberti, che considerava Dante il principio dinamico della let-
teratura italiana e la Divina commedia «rivelazione eterna di quel
mondo interiore che Dante creava e, creatolo, passeggiava col
suo pensiero, e dalla cui contemplazione quel forte suo cuore
ricercava ogni genere di nuovi e profondi pensieri». Sono infat-
ti gli scritti di estetica di Gioberti a precedere la sua maggiore
opera politica. Il trattato Del bello è del 1841; due anni dopo, nel
1843, appare a Bruxelles, dove Gioberti era esule perché di idee
mazziniane, il Primato morale e civile degli italiani.

Questa evoluzione culturale dell’Italia della Restaura-


zione non può farci dimenticare il fermento politico che l’ha
prodotta. I protocolli del Congresso di Vienna erano stati appe-
na applicati che iniziò l’azione delle sette già operanti al tempo
di Napoleone per filiazione diretta delle idee comunistiche por-
tate in Italia da un fedele collaboratore di Gracchus Babeuf, Fi-
lippo Buonarroti. A lui si deve la setta dei Filadelfi, che diventò
poi Adelfia e che cominciò a reclutare sostenitori tra i militari.
L’Adelfia confluì poi nella Società dei sublimi maestri perfetti,
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 53

che lottava per la sovranità del popolo e per una religione na-
turale da vivere spiritualmente fuori della Chiesa, la fede repub-
blicana e l’educazione agli ideali comunisti. Buonarroti era sta-
to costretto da Napoleone a rifugiarsi a Ginevra, che divenne
poi una centrale per la diffusione e l’organizzazione delle sette
liberali italiane ed europee. È il caso di ricordare, oltre alla più
antica Massoneria, l’Eteria in Grecia, la Società patriottica na-
zionale in Polonia, la Lega della virtù in Germania, il Gran fir-
mamento a Parigi, i Federati in Piemonte, a Milano e a Bolo-
gna, i Concistoriali in Romagna, i Guelfi ancora a Bologna, la
Lega nera, la Società dei raggi e infine la più importante di tut-
te per l’Italia intera, dal Piemonte alla Sicilia, la Carboneria, i
cui obiettivi immediati erano il ritorno della libertà e l’indipen-
denza dallo straniero. L’opera di proselitismo dei carbonari si
indirizzò prevalentemente verso l’esercito e la burocrazia e la
simbologia carbonara – che aveva forse qualche eco delle fiabe
e della magia del bosco evocate dai fratelli Grimm (la loro rac-
colta era apparsa nel 1812) – si ispirava al mestiere da cui pren-
deva il nome: «vendite» erano dette le associazioni locali, «ba-
racche» i luoghi di convegno, «giardiniere» le donne, «lupo del
bosco» il tiranno contro cui lottare.
Il primo quinquennio della Restaurazione in Italia fu
segnato dal lavorio di queste sette e in particolare dalla propa-
ganda della Carboneria. Fino al 1820 non passava giorno sen-
za che i governi, le forze di polizia, i preposti alla censura della
stampa e alla sorveglianza dei sospetti sovversivi, dei pericolosi
«liberali», si unissero alla propaganda dei sacerdoti e dei gesui-
ti per scoprire e neutralizzare l’attività, per forza di cose segre-
ta, degli appartenenti alle sette.
Questa attività puntava su alcuni elementi strategici
della lotta politica e su una tattica propagandistica molto pene-
trante. Gli elementi strategici erano sostanzialmente questi: la
Costituzione; la libertà di stampa, di manifestazione del pen-
siero, di associazione politica; la sovranità nazionale. Eviden-
54 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

temente queste rivendicazioni erano l’una dentro l’altra e non


sempre erano sentite allo stesso modo da tutti i soggetti. La
Carboneria fece però di tutto per fonderle in un programma
unico, specie quando, all’inizio del 1820, un pronunciamento
di militari spagnoli costrinse il re di Spagna a riconfermare la
Costituzione del 1812. L’azione condotta dai carbonari presso
i militari e alcuni settori dell’aristocrazia liberale napoletana e
piemontese forse trova nei fatti di Spagna la conferma della
giustezza della propaganda della setta, e anche il segnale del-
l’azione.

I primi a insorgere furono i militari napoletani, che ai


primi di luglio del 1820 organizzarono l’ammutinamento del-
le guarnigioni di Nola e di Avellino. Guida della rivolta furo-
no due ufficiali di cavalleria, i tenenti Michele Morelli e Giu-
seppe Silvati, ai quali si unì un prete liberale, Luigi Minichini.
Le guarnigioni marciarono su Napoli con il vessillo carbonaro
(un «tricolore» azzurro, rosso e nero) e con l’obiettivo di con-
vincere pacificamente il re a concedere la Costituzione. La lo-
ro parola d’ordine era infatti «Viva il re e la Costituzione di
Spagna». La notizia dell’ammutinamento giunse subito, per
telegrafo ottico, a Napoli e anche la guarnigione della capita-
le insorse sotto la guida del generale Guglielmo Pepe (ex gene-
rale murattiano). L’8 luglio le due guarnigioni si incontrarono
a Napoli senza spargimento di sangue e cinque giorni dopo il
re promulgò la Costituzione sul modello di quella spagnola,
che prevedeva tra l’altro l’elezione del Parlamento, e di fronte
agli insorti giurò di osservarla e garantirla. È superfluo aggiun-
gere che l’insurrezione, fino al momento assolutamente politi-
ca, ebbe una grande ripercussione sull’opinione pubblica na-
poletana e suscitò vasti consensi popolari. Non solo, ma appe-
na giunse la notizia in Sicilia, i carbonari locali chiesero an-
ch’essi il ripristino della Costituzione del 1812 che, ricordia-
molo, era stata concessa espressamente per i siciliani quando
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 55

Ferdinando si era rifugiato nell’isola. «Espressamente» vuol di-


re che quella Costituzione concedeva al Parlamento siciliano
e in particolare alla classe dei notabili (gli aristocratici, le gran-
di famiglie e i latifondisti) un’autonomia quasi separatista.
Qui si creò un paradosso che danneggiò il successo ot-
tenuto dai liberali e costituzionali di Napoli, i quali, temendo
proprio la separazione della Sicilia, inviarono un corpo di spe-
dizione guidato dal fratello di Guglielmo Pepe, Florestano, e su-
bito dopo dallo storico liberale Pietro Colletta, qui nelle vesti di
generale, che dotato di poteri speciali represse duramente l’in-
surrezione (al ritorno dall’isola sarà nominato ministro della
Guerra). Una breve esperienza, perché l’insurrezione di Napo-
li allarmò subito le cancellerie della Santa alleanza, che decise-
ro di convocare un congresso a Lubiana invitando re Ferdinan-
do a giustificare il suo comportamento arrendevole di fronte al-
l’insurrezione. Era il gennaio 1821: il re prima di partire pro-
mise solennemente al Parlamento napoletano che a Lubiana
avrebbe difeso la Costituzione. Ma giunto sul posto non esitò a
richiedere l’intervento dell’Austria per ristabilire lo statu quo.
L’Austria inviò un esercito di 50.000 uomini al comando del ge-
nerale Frimont. L’esercito dei liberali, agli ordini di Guglielmo
Pepe e Michele Carascosa, fu facilmente sconfitto negli scontri
avvenuti a Rieti e ad Antrodoco nel marzo 1821. Ferdinando
I, coadiuvato dal ministro di Polizia principe di Canosa, sca-
tenò allora una feroce repressione: i tenenti Morelli e Silvati do-
po un processo furono fucilati nel 1822; Guglielmo Pepe, il poe-
ta Gabriele Rossetti e tanti altri patrioti condannati si salvaro-
no con la fuga; il generale Colletta, Giuseppe Poerio e molti al-
tri furono espulsi dal regno.
Il principe di Canosa, Gabriele Rossetti, Giuseppe
Poerio, le prime fucilazioni: il quadro della Restaurazione a
Napoli appariva fosco. Dopo il 1815 erano stati pochi gli anni
tranquilli in Italia: le tensioni, le speranze, le angosce della li-
bertà riaffiorano inesorabilmente. Al Nord, anche nel reazio-
56 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

nario Piemonte si avvertivano strani scricchiolii. Se ne era ac-


corto Metternich già nel 1817, in un rapporto al suo impe-
ratore: «Fra tutti i governi italiani, il Piemonte è senz’altro
quello la cui amministrazione e il cui sistema politico richiedo-
no la più viva attenzione. Questo paese riunisce i più preoccu-
panti elementi di malcontento». Né a Milano l’atmosfera era
tra le più respirabili per gli austriaci, poiché al consenso dei
conservatori lombardi si opponeva un dissenso crescente, so-
prattutto in ambienti aristocratici, della cultura e dell’impren-
ditorialità.
Al Sud il principe di Canosa, Antonio Capece Minuto-
lo, nominato ministro di Polizia nel 1816 dal re Ferdinando I,
sfidava l’idea stessa che il popolo potesse essere governato con
la libertà richiamandosi sia alla tradizione dell’assolutismo set-
tecentesco sia alle formule più conservatrici della politica e del-
l’amministrazione, «quelle che non ammettono la minima de-
roga o la minima concessione». C’era una visione elementare
in questo metodo di analisi politica che non piacque neanche a
Metternich. Canosa negava che le leggi potessero essere suffi-
cienti a combattere le attività degli oppositori.

Il fronte dei conservatori aveva infatti un’aggressività


notevole e variata. Si andava dall’estremismo di Canosa all’a-
bile duttilità di esponenti della cultura reazionaria di quel tem-
po. Joseph de Maistre, ambasciatore del Piemonte in Russia,
pensava ad esempio di distruggere la rivoluzione con armi più
sottili ed esangui. Al ministro degli Esteri sardo, pochi mesi do-
po la restaurazione di Vittorio Emanuele I, de Maistre aveva
infatti scritto: «L’abilità del principe è di dominare la rivoluzio-
ne e di soffocarla dolcemente abbracciandola. Prenderla di
petto o insultarla equivarrebbe a rianimarla e contemporanea-
mente a perdersi». Una tattica troppo raffinata e poco gradita
dal governo russo, che temeva l’ambiguità di un personaggio
così «italiano» al punto da chiedere al governo piemontese nel
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 57

1817 di richiamarlo in patria. Era il momento in cui, mentre


Metternich diffidava della politica ottusa di Torino, Alessan-
dro I la sosteneva apertamente, considerando il Piemonte sa-
baudo una fidata trincea dell’assolutismo nel cuore dell’Occi-
dente. Il livello ideologico della posta in gioco andava compli-
candosi anche perché l’Austria, l’Inghilterra e la Francia ave-
vano segretamente iniziato un gioco diplomatico che puntava
a limitare la pressione sull’Europa dell’autoritarismo zarista.
Come si vede, anche gli schieramenti dei restauratori e dei
«santi alleati» erano mobili e frastagliati. Cerchiamo di capire
cosa stava accadendo.
Il tentativo di insurrezione a Napoli nel 1820 e il suc-
cesso politico ottenuto dai carbonari, e di lì a poco dai liberali
piemontesi, vanno letti avendo presente il doppio fondale della
storia del primo quinquennio della Restaurazione. I sovrani
sviluppavano una politica interna repressiva e autoritaria, ma
dovevano poi sorvegliarsi a vicenda perché nessuno degli Stati
eccedesse nella repressione, che avrebbe favorito nei sudditi più
consapevoli la nostalgia di Napoleone e delle sue riforme. Do-
vevano inoltre gestire la politica estera fondata sull’«interven-
to» e sul ruolo di gendarmeria internazionale dell’Austria, ma
con abilità, in modo da apparire rappresentanti della legalità,
dell’ordine equilibrato, del progresso civile, più che brutali sol-
dati mercenari assetati di vendetta.
Conciliare questi due piani, e soprattutto farli funzio-
nare quando se ne presentasse la necessità, non fu facile. Se
Metternich temeva gli eccessi reazionari di Torino e le teorie
poliziesche del principe di Canosa (che fu infatti costretto a ri-
tirarsi nel 1821), doveva poi dare l’ordine alle truppe austria-
che di entrare a Napoli, di rimettere le cose a posto e di non op-
porsi alle fucilazioni e agli ergastoli. Se Ferdinando I aveva con-
cesso la Costituzione, era anche normale che poi la rinnegasse.
Quando, precedute da tumulti di studenti dell’Università di
Torino, le guarnigioni militari di Alessandria, Pinerolo e Ver-
58 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

celli insorsero il 10 marzo 1821 al grido di «Viva il re, viva la


Costituzione», inalberando il tricolore a Torino, il re preferì ab-
dicare piuttosto che cedere; ma era anche ovvio che il giovane
reggente (in assenza del nuovo sovrano Carlo Felice) Carlo Al-
berto, di animo più disponibile, concedesse la Costituzione. Ed
era altrettanto normale che poi Carlo Felice la rinnegasse infie-
rendo duramente sugli insorti e sui loro capi politici.
Ma non c’erano solo ribellioni e non c’era solo «regres-
so». Nel 1816 fu varato in Francia il primo battello a vapore.
Due intellettuali aristocratici milanesi, Federico Confalonieri e
Luigi Porro Lambertenghi, colpiti dall’invenzione modernissi-
ma, acquistarono un piroscafo, montarono un motore acqui-
stato in Inghilterra e lo usarono per navigare sul Po. Nel giu-
gno del 1818 è varato a Napoli il primo battello a vapore origi-
nale italiano. Porta il nome di Ferdinando I, può trasportare
250 passeggeri e 60 tonnellate di merci. La nave napoletana era
«borbonica», quella lombarda «liberale»? Entrava qui la poli-
tica? Tre mesi dopo esce a Milano il primo numero del «Con-
ciliatore», quattro pagine di colore azzurro dal sottotitolo «Fo-
glio scientifico-letterario», giornale di idee aperte all’Europa,
teso al risveglio della coscienza civile e alla vocazione romanti-
ca verso la libertà della cultura, la ricerca estetica di nuovi lin-
guaggi poetici e letterari e la libertà politica. Sarà infatti una
bandiera politica, ma nel programma del primo numero vi è
un’attenzione particolare allo sviluppo economico:

L’Italia, e la Lombardia in particolare, è un paese agricolo


e commerciale. Le proprietà sono molto divise fra i cittadini, e la ric-
chezza circola equabilmente per dir così in tutte le vene dello Stato.
Reso accorto da questa verità di fatto il «Conciliatore» ha detto a se
stesso: io parlerò dei buoni metodi di agricoltura, delle invenzioni di
nuove macchine, della divisione del lavoro, dell’arte insomma di
moltiplicare le ricchezze; arte che torna in profitto dello Stato, ma
che in gran parte è abbandonata di sua natura all’ingegno e all’atti-
vità dei privati. Potrò io sperare che molti di loro trovino utile que-
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 59

sta prima parte del mio lavoro? Il «Conciliatore» fatto un momento


di riflessione concluse che sì; e noi pure amiamo persuaderci che ab-
bia ragione.

I finanziatori del «Conciliatore» sono appunto Confa-


lonieri e Porro Lambertenghi, redattore lo scrittore e dramma-
turgo Silvio Pellico, tra i collaboratori Ludovico di Breme, Pie-
tro Borsieri, Simonde de Sismondi, Giandomenico Romagno-
si, gli amici di Manzoni, Giovanni Berchet (polemista tra i più
accesi e caposcuola del Romanticismo italiano), Tommaso
Grossi, Ermes Visconti. Per loro lo studio dell’economia, e le
analisi politiche, non potevano essere neutrali e, allo stesso mo-
do, le «congetture» e le «teoriche» artistiche avevano un senso
se ispirate alla libertà. Il giornale era comunque meno perico-
loso di quanto pensava la censura austriaca; che infatti lo sop-
presse dopo appena un anno e quattro mesi di vita. Molto più
ricco di argomenti e di firme di scrittori e scienziati, anche se
dichiaratamente conservatore, era il periodico «Biblioteca ita-
liana» che, nato a Milano nel 1816, divenne portavoce del clas-
sicismo contro i romantici. Era piaciuto inizialmente anche a
Leopardi, ma Silvio Pellico previde che per il pubblico milane-
se il sostegno austriaco al periodico gli avrebbe fatto perdere
l’interesse dei lettori più liberi e patriottici («Un altro giornale
– scriveva a un amico – nascerà per seppellire quello e gigan-
teggiare sulle rovine»). Ne era convinto anche Alessandro
Manzoni, che nella lettera Sul Romanticismo, indirizzata nel
1823 al marchese Cesare d’Azeglio, scriveva: «In Milano, do-
ve se n’è parlato più e più a lungo che altrove, la parola roman-
ticismo, è stata adoprata a rappresentare un complesso d’idee
più ragionevole, più ordinato, più generale, che in nessun altro
luogo». Ma in mezzo alle polemiche tra classicisti e romantici
emergeva anche una varietà di temi che prolungarono la pre-
senza della «Biblioteca» nel dibattito culturale lombardo fino
al 1840.
60 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Intanto a Torino le idee di Filippo Buonarroti e la pro-


paganda liberale carbonara avevano conquistato, come abbia-
mo detto, personalità dell’aristocrazia e alti ufficiali dell’eserci-
to. Emerse su tutti Santorre di Santa Rosa, di famiglia nobile,
che aveva travasato il patriottismo antinapoleonico in quello
antiaustriaco. Allo scoppio dell’insurrezione di Napoli i patrio-
ti piemontesi pensarono di fare altrettanto e di attaccare subito
gli austriaci, distratti dagli avvenimenti di Napoli, in Lombar-
dia. Da tempo il nipote del re Vittorio Emanuele I, Carlo Al-
berto, principe del ramo collaterale dei Savoia, i Carignano, e
futuro erede al trono (Vittorio Emanuele aveva solo una figlia
ed era contrario alla legge salica che in altre monarchie permet-
teva alle donne di regnare), dimostrava attenzione alle idee li-
berali e privatamente confessava di non avere alcuna voglia di
tutela politica da parte degli austriaci. A questi preferiva addi-
rittura lo zar Alessandro, del quale ammirava la sensibilità e le
aperture che vi erano nel suo governo per opera del suo mini-
stro degli Esteri, il principe polacco Adam Czartoryski. A Pie-
troburgo, accanto allo zar e al ministro operava infatti un cir-
colo detto dei «Giovani amici», che si ispirava a un liberalismo
occidentale e a una strategia di politica estera che avvicinasse
di più la Russia all’Inghilterra liberale e parlamentare. E anche
qui affioravano le contraddizioni che prima avevamo indicato
riguardo le altre potenze.
Alessandro era sempre il mistico della Santa alleanza e
non aveva scrupolo a reprimere le opposizioni interne (lo si ve-
drà nel 1825 con i moti decabristi), eppure il suo governo punta-
va sul Regno di Sardegna come l’unico Stato italiano meno con-
trollato dall’Austria. Il ritorno sul trono di Vittorio Emanuele I
esigeva, secondo lo zar, un certo impegno del sovrano a ben go-
vernare e «a dare ai suoi popoli una Costituzione libera e sag-
gia». Nel 1818 il ventenne Carlo Alberto si accorse però che la
politica di Vittorio Emanuele I stava andando in tutt’altra dire-
zione. La censura, l’invadenza della Chiesa, la bigotteria della
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 61

corte gli procuravano un senso di oppressione e di sgomento.


Commosso dalle prove di amicizia dei russi verso il Piemonte,
sapendo delle oscillazioni liberali dello zar e avvertendo una cer-
ta sintonia con i «Giovani amici», Carlo Alberto prese una deci-
sione a tutt’oggi poco conosciuta e alquanto singolare. Decise di
fuggire da Torino e di raggiungere segretamente la Russia per
intrecciare rapporti politici più intensi e importanti di quelli uf-
ficiali, per trovare spunti ideali nell’opera dei circoli politici pie-
troburghesi, utili alle sue future funzioni di sovrano.
Il viaggio di Carlo Alberto fu troncato per tempo a
Dresda, ma non si può escludere che la Costituzione concessa
tre anni dopo dal giovane reggente trovi una spiegazione anche
in questa iniziativa. Il governo russo e lo stesso imperatore vi-
dero con simpatia il gesto del principe e anche dopo il colpo di
testa di Carlo Alberto del 1821 la Russia, seppur cautamente,
continuò ad avere fiducia nel futuro re di Sardegna. Le cose
cambiarono quando, alla morte di Alessandro nel 1825, salì al
trono Nicola I. Le relazioni russo-piemontesi subirono un’invo-
luzione perché il nuovo zar era in maggiore sintonia col nuovo
re di Sardegna Carlo Felice nel voler combattere la rivoluzio-
ne in tutte le forme e nel sentirsi più vicino all’Austria e al suo
ruolo di gendarme in Italia.
Le sorti dell’Italia erano dunque affidate all’arbitrio
dell’Austria; ma in questa situazione quale fu la politica del re
di Sardegna? È interessante fare un passo indietro e seguire le
contraddizioni e i segreti di Carlo Alberto, «l’italo Amleto», che
avranno una conclusione drammatica nel 1849. Torniamo ai
moti piemontesi del 1821. Questi furono preceduti da un lavo-
rio capillare della Carboneria piemontese e da prese di posizio-
ne di esponenti liberali, anche moderati (erano chiamati «costi-
tuzionalisti» e tra questi vi era Cesare Balbo, che nel 1848 sarà
il primo presidente del Consiglio liberale del Regno di Sarde-
gna), che premevano sul sovrano perché il regno avesse una
Costituzione sul modello di quella spagnola. Furono tentate
62 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

tutte le vie legali, compreso un manifesto con il quale si infor-


mava il sovrano che la tensione politica cresceva nel paese e che
non vi era alcuna via di uscita se non una sua decisa scelta di
libertà.
Nei primi giorni dell’anno nuovo, il 1821, Vittorio
Emanuele I ebbe un brutto risveglio. L’11 gennaio alcuni stu-
denti che volevano entrare al teatro d’Angennes di Torino por-
tando berretti rossi con fiocchi neri furono fermati all’ingresso
dalla polizia e arrestati. La notizia si sparse in un baleno e il
giorno dopo un centinaio di studenti occuparono l’università
per protestare contro l’arresto dei loro colleghi. Il governo or-
dinò al reggimento delle guardie di fare irruzione con le scia-
bole sguainate: trentaquattro giovani furono feriti gravemente
e altri cinquanta furono arrestati. La crisi era esplosa e lo scon-
certo più grande per l’accaduto vi fu soprattutto dentro l’eser-
cito, che tra le sue file contava molti affiliati ai carbonari e ai fe-
derati. Prima di passare all’azione Santorre di Santa Rosa e al-
cuni nobili di rango come Carlo Emanuele Asinari di San Mar-
zano, Giacinto Collegno di Provana, Guglielmo di Lisio, Ema-
nuele dal Pozzo della Cisterna, in gran parte alti ufficiali dell’e-
sercito, presero contatto con il principe Carlo Alberto e in un
incontro del 6 marzo gli proposero di prendere la guida dell’in-
surrezione. Il principe accettò, il giorno dopo ritrattò, ma l’8
marzo confermò la sua partecipazione. Il 10 marzo fu lanciato
un ultimo appello al re.
Nell’appello le parole nuove erano state pronunciate:
nazione, indipendenza, «esercito italiano», ed era stato anche
proclamato lo stato di guerra con l’Austria. Vittorio Emanue-
le I, piuttosto che cedere, nella notte tra il 12 e il 13 marzo firmò
l’atto di abdicazione con delle riserve tra le quali «che ci sarà
pagata a quartieri anticipati la somma di annua vitalizia pen-
sione di un milione di lire nuove di Piemonte, riservandoci inol-
tre la proprietà e disponibilità de’ Nostri beni, mobili ed immo-
bili, allodiali e patrimoniali».
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 63

Carlo Alberto, nella funzione di reggente (Carlo Felice


divenuto re si trovava a Modena), mantenne l’impegno preso
con i liberali concedendo il 14 marzo la Costituzione mentre la
rivoluzione dilagava a Torino e in tutte le città del Piemonte.
La pressione popolare sul reggente era stata irresistibile. Molti
anni dopo, nel 1839, Carlo Alberto ricorderà così quelle ore
memorabili:

Verso le tre del pomeriggio del 14 marzo, la piazza si co-


perse di una folla di persone che aumentò a tal punto che tutte le
strade adiacenti al nostro palazzo ne furono ingombre. I sediziosi
lanciarono degli urli spaventevoli, chiedendo la costituzione di Spa-
gna. La guardia fu obbligata a trincerarsi entro il portone e parec-
chie persone della mia Casa furono rovesciate. Il conte di Tornafor-
te fu calpestato, il marchese di Cinzano fu strappato a fatica dalle
mani dei faziosi, ma essi non sarebbero potuti entrare se, malgrado
le prove di devozione che ricevetti dalla maggior parte delle perso-
ne della mia Corte, non vi fossero state fra di esse anche di quelle
che mi tradirono e introdussero parecchi capi dei ribelli, che vole-
vano farmi la predica senza intender ragione. Ma io li rimandai di-
cendo loro che non era con persone della loro specie che avrei po-
tuto trattare, ma colla rappresentanza municipale e coi capi delle
corporazioni.

Nonostante il linguaggio ancora sprezzante verso i ri-


voluzionari, il reggente firmando la Costituzione aveva accolto
la massima richiesta dei liberali. «Fui accusato di carboneri-
smo»; «fui accusato di aver cospirato», è scritto in altri passi di
queste memorie. In verità, «le cose cambiarono assolutamente
d’aspetto al momento dell’abdicazione del re. Tutte le attratti-
ve più seducenti scomparvero; un velo lugubre coperse tutto il
paese, tutte le anime elevate si sentirono agghiacciate ed io, co-
sì giovane, abbandonato in quel momento da tutti gli uomini di
merito che dirigevano l’amministrazione, che credettero giu-
stamente di doversi ritirare, mi trovai solo, per così dire, dinan-
zi ad una rivoluzione di Carbonari».
64 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Teniamo conto di queste parole quando parleremo di


Carlo Alberto re, delle sue incertezze nell’anno di fuoco 1848
e delle contraddizioni della prima guerra di indipendenza. In-
tanto però il povero reggente incorse nelle ire del re Carlo Fe-
lice che, da Modena, praticamente lo sconfessò e destituì e ri-
chiese l’intervento armato dell’Austria per ristabilire l’ordine e
la monarchia assoluta. E il tutto si concluse in meno di un me-
se. I soldati del Piemonte liberale furono facilmente dominati
da 15.000 austriaci che, agli ordini del generale Bubna, si uni-
rono alle truppe fedeli al re e li travolsero l’8 aprile nei pressi di
Novara. Al reggente fu dato l’ordine di andarsene in Toscana
presso il granduca, suo suocero. Vi rimase tre anni, poi, «strap-
pato alle cacce al cinghiale colla lancia che facevo nelle mac-
chie lungo il mare della Toscana», andò in Spagna con un cor-
po di spedizione della Santa alleanza per reprimervi un moto
liberale in difesa di quella Costituzione.
Carlo Felice, restaurato il regime assoluto fece proces-
sare e condannare a morte, al carcere e all’esilio molti rivolu-
zionari. Alcuni riuscirono a sottrarsi alla cattura e andarono a
combattere per la libertà della Spagna e per l’indipendenza del-
la Grecia. Ma il fallimento della rivoluzione piemontese ebbe
conseguenze politiche più gravi per il movimento indipenden-
tista nazionale della sconfitta subita dai liberali napoletani. La
vicinanza territoriale tra Piemonte e Lombardia, la memoria
ancora viva delle repubbliche e del Regno d’Italia, la durezza
dei conflitti all’interno dei due Stati, avevano fatto sperare nel-
l’incendio di tutta l’Italia del Nord. Con intuizione poetica
Alessandro Manzoni aveva pensato proprio a questa possibile
dilatazione nazionale dei moti piemontesi quando ebbe notizia
dell’insurrezione di Torino. A caldo, tra il 15 e il 17 marzo,
compose l’ode Marzo 1821: «non fia loco ove sorgan barriere /
tra l’Italia e l’Italia, mai più! / [...] / una gente che libera tut-
ta / o fia serva tra l’Alpe ed il mare; / una d’arme, di lingua,
d’altare, / di memorie, di sangue e di cor».
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 65

Con altrettanta chiarezza colui che era stato il primo,


lucido capo politico dell’insurrezione piemontese, Santorre di
Santa Rosa, scriverà così in un opuscolo pubblicato a Parigi al-
la fine del 1821: «È necessario che gli italiani soffermino il pen-
siero sulla situazione della loro patria e sugli errori e le conse-
guenze di una rivoluzione mancata. Questa rivoluzione è la pri-
ma che si sia fatta in Italia da molti secoli senza il soccorso e l’in-
tervento degli stranieri; è la prima che abbia mostrato due po-
poli italiani che dalle due estremità della penisola – dalla Sici-
lia al Piemonte – rispondono l’uno all’altro. Il suo risultato è
stato quello di asservire completamente l’Italia all’Austria, lo so
troppo bene; ma, si badi bene, l’Italia è conquistata, non sot-
tomessa».

3 | Libertà antica e moderna: Grecia e America

Per Santorre di Santa Rosa la partita tra l’indipendenza delle


nazioni e la logica dell’imperialismo austriaco era sempre aper-
ta. Non era il solo, né in Italia né in Europa; non era il solo nean-
che tra gli scrittori e i poeti che dalle idee del Romanticismo
estraevano le ragioni del loro impegno politico. L’ode Marzo
1821 era non a caso dedicata al «poeta soldato» tedesco Teodor
Koerner, «nome caro a tutti i popoli che combattono per difen-
dere o per riconquistare una patria». E un poeta soldato era di-
venuto in quello stesso clima tempestoso George Byron, capofi-
la di una schiera di poeti soldati anche del Risorgimento italia-
no che si può riassumere nella figura di Goffredo Mameli. Si po-
trebbe dire che erano poeti alla ricerca delle «patrie», che ai lo-
ro occhi erano tutt’uno con i «popoli», una parola che noi oggi
traduciamo in identità e che per le teorie del Romanticismo ser-
viva a identificare le singole nazioni e a considerarle eguali nel
rispetto loro dovuto. E tra i popoli che volevano riconquistare
una patria emergeva in quei mesi quello greco, da tempo sotto-
66 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

messo al dominio dell’impero turco, più duro di quello austria-


co. Per i liberali di Europa il solo nome Grecia era un richiamo
irresistibile. Qui classicismo e romanticismo si congiungevano in
un sogno di liberazione che restituisse alla Grecia la purezza e
la bellezza delle sue origini storiche. Politica e poesia si fondeva-
no in un neoclassicismo inedito, capace di trasmettere fascinosi
impeti nei cuori della giovane generazione che si era formata nei
primi venti anni del secolo. Proprio nel 1821 moriva a Roma il
poeta inglese John Keats. Era giovanissimo e per lui l’arte clas-
sica e la mitologia della Grecia antica erano la manifestazione
più completa della bellezza, sinonimo di verità.
Il desiderio di indipendenza si rivelava dunque in un
luogo della storia dove, appunto, la poesia, l’arte, i paesaggi
umani e i miti si fondevano nell’ineffabile emozione della clas-
sicità; un desiderio capace di estrarre attive idee politiche dagli
ideali e dalle forme del passato. Fu il caso di Keats, di Byron e
di tutta la cultura europea di quei decenni, classicista o roman-
tica che fosse, perché la Grecia rappresentava il sentimento del
tempo e anche il veicolo per esprimere gli spiriti eroici celati in
ogni individuo. Lo dirà Friedrich Hölderlin, il poeta tedesco
contemporaneo di Byron: «Dalla bellezza spirituale degli ate-
niesi è venuto, necessario, il sentimento della libertà». Se que-
sta interpretazione è vera, l’accorrere da diversi paesi d’Euro-
pa in difesa dei greci ribelli non può essere visto come un ripie-
gamento nostalgico, ma come alta aspirazione a un rinnova-
mento dell’umanità. Non fu quindi ingenuo il senso di solida-
rietà per le popolazioni della Grecia sottoposte alla dominazio-
ne turca e anche ai giochi diplomatici delle grandi potenze. L’o-
pinione pubblica italiana fu colpita dalle immagini che prove-
nivano dalla Grecia ribellata: disegni, stampe, incisioni, quadri
che restituivano la presenza visiva del popolo greco. Le donne,
gli uomini, i bambini piegati dalla violenza oppure nelle vesti di
insorti coraggiosi e ardenti. Senza retorica, ma immagini come
documento di verità, confermata dall’opera di uno storico-gior-
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 67

nalista, il francese François Charles Pouqueville, Histoire de la


régénération de la Grèce, pubblicata in quattro volumi nel 1824 e
tradotta quasi subito in Italia. Quest’opera, straordinaria non
soltanto da un punto di vista politico ma perché ricerca sulla
cultura, gli usi e i costumi di quel popolo, fu guida e punto di
riferimento per molti nostri artisti, scrittori e patrioti.
Mentre questo accadeva in Grecia, cominciavano le
fucilazioni a Napoli e gli arresti e le condanne dei liberali lom-
bardi. Aprì la schiera Piero Maroncelli, subito dopo fu la vol-
ta di Silvio Pellico, Giandomenico Romagnosi e altri. Maron-
celli e Pellico furono condannati a morte nel 1822, ma ebbe-
ro la pena commutata nel carcere duro allo Spielberg, in Mo-
ravia. Berchet e Porro Lambertenghi riuscirono a fuggire, non
così Federico Confalonieri, accusato come carbonaro e impli-
cato nell’insurrezione piemontese. Nel 1823 iniziò il processo
a Milano contro di lui, il marchese Giorgio Pallavicini, il mar-
chese Giuseppe Visconti Arconati, Pietro Borsieri e molti al-
tri, rei del delitto di alto tradimento. Furono condannati alla
pena di morte, «da eseguirsi con la forca», Confalonieri, Pal-
lavicini, Borsieri e altri, poi anch’essa commutata nel carcere
duro allo Spielberg, Confalonieri a vita, Borsieri e Pallavicini
per venti anni. Fu grazie a Teresa Casati se Confalonieri
sfuggì alla forca. Riuscì a commuovere l’imperatrice e volle re-
stare fino alla morte vicino al carcere dove era rinchiuso il ma-
rito. Confalonieri fu graziato nel 1835 e Pellico nel 1830. Due
anni dopo apparvero Le mie prigioni, che furono per l’Austria,
come si disse, «più di una battaglia perduta». Anche Maron-
celli, che nel 1833 se ne andò in Francia a cercare lavoro,
avrebbe voluto pubblicare un diario sulla detenzione allo
Spielberg, ma l’immediato successo dello scritto di Pellico lo
dissuase. In una lettera a un giornale francese osservò che Pel-
lico «aveva scritto sulla sua prigionia e sulla mia un libro am-
mirevole che non è un libro politico, meno ancora un libro di
partito, e meno ancora un libro di odio». E chi ricorda le
68 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

struggenti pagine che Pellico ha dedicato alle sofferenze fisi-


che e morali di Maroncelli in quel cupo carcere non può che
confermare il giudizio. Maroncelli però volle in quell’anno
scrivere una sorta di commento (lo chiamò Addizioni) al libro
di Pellico, dove tentò anche di spiegare le ragioni filosofiche,
letterarie, estetiche che sorreggevano l’azione politica del
gruppo milanese del «Conciliatore». Forse non era molto con-
vincente l’analisi teoretica, ma nelle Addizioni Maroncelli, vo-
lendo prendere le distanze dalla polemica classico-romantica
ed elaborare una personale visione dell’arte (in verità non
molto interessante), dà molte notizie sugli intellettuali liberali
lombardi, esprime ammirazione per scrittori come Gabriele
Rossetti, Giambattista Niccolini, d’Azeglio, ribadendo l’idea,
che sarà ripresa da Mazzini, che la letteratura deve «ritempra-
re il carattere nazionale» e che l’arte deve essere «l’espressio-
ne dello stato civile, politico e religioso in cui trovasi un popo-
lo».

Quando si svolgevano questi eventi in Grecia e in Ita-


lia, nel nuovo mondo esplodevano le guerre di indipendenza
nelle colonie spagnole e portoghesi ed emergevano i protagoni-
sti del liberalismo latino-americano, i cui nomi, a cominciare
da Simón Bolívar, appartengono alla storia delle libertà ameri-
cane: «Noi che appena conserviamo vestigia del passato e che
non siamo né indios né europei, ma una razza mista di legitti-
mi proprietari del paese e di usurpatori spagnoli, noi, insomma,
che siamo americani di nascita mentre i nostri diritti sono quel-
li dell’Europa, dobbiamo contendere questi agli abitatori del
paese e restare qui per impedire l’avanzata degli invasori».
Queste parole furono scritte da Simón Bolívar – il libertador del
Venezuela – nel settembre 1815. L’America era già in fermen-
to da alcuni anni. Nel 1808, caduta la monarchia spagnola (in
seguito all’occupazione napoleonica della penisola iberica) e re-
cidendosi i legami che univano le colonie americane alla ma-
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 69

drepatria, una ventata di speranza aveva scosso l’America La-


tina. Parve giunto il momento per i popoli americani di riacqui-
stare la voce che avevano irrimediabilmente perduto ai primi
del Cinquecento. Il desiderio di ritrovare un’identità storica si
tramutò immediatamente in una volontà di indipendenza asso-
luta dal dominio spagnolo, di cui si fecero soprattutto portavo-
ce e guida gli esponenti locali più in vista, e in particolare i gran-
di possidenti creoli, cioè bianchi nati in America, gli unici ad
avere in mano gran parte della ricchezza sotto forma non solo
di piantagioni, ma anche di miniere e di commercio. La scintil-
la scoccò nel Venezuela, dove il 5 luglio 1811 una giunta pro-
clamò l’indipendenza scacciando l’amministrazione spagnola e
formando un governo creolo.
L’esclusione dei meticci e degli indigeni dalla direzione
politica del paese provocò immediatamente una guerra civile,
che agevolò la reazione militare della Spagna e portò alla mo-
mentanea sconfitta del governo indipendentista. Ma fu un ripie-
gamento che ebbe breve durata, poiché Simón Bolívar riprese il
controllo della rivoluzione venezuelana legandone le sorti a
quelle scoppiate nel frattempo in Argentina, sotto la direzione di
José de San Martin, e via via in altre zone dell’America.
Ma il successo dei movimenti di indipendenza latino-
americani fu anche favorito da due circostanze internazionali:
la prima fu l’interesse dell’Inghilterra a sostituire al dominio
«politico» ispano-portoghese il proprio dominio economico,
l’altra l’atteggiamento di benevola neutralità degli Stati Uniti
d’America. L’Inghilterra infatti rifiutò di partecipare a un con-
gresso delle grandi potenze sul problema coloniale, facendo co-
sì definitivamente fallire i progetti di restaurazione in America,
caldeggiati, oltre che dalla Spagna, dalla Russia e dalla Fran-
cia. Un intervento efficace sarebbe stato infatti impossibile sen-
za l’apporto tecnico e militare della flotta inglese.
Nel 1823 il presidente degli Stati Uniti, Monroe, in un
messaggio al Congresso, proclamò che il suo paese si sarebbe
70 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

opposto a ogni intervento europeo nel continente americano:


«Nelle guerre tra le potenze europee, almeno per le questioni
che riguardano esse soltanto, noi non siamo intervenuti e non
interverremo. [...] Noi invece, necessariamente, ci sentiamo più
direttamente interessati ai movimenti che avvengono in questo
emisfero, e le ragioni di questo nostro atteggiamento dovrebbe-
ro essere ovvie per tutti gli osservatori illuminati e imparziali».
Nasceva la parola d’ordine «l’America agli americani», che
tanta influenza avrebbe avuto non solo sulla successiva storia
del nuovo continente, ma anche sui movimenti liberali europei,
che da quel momento avrebbero guardato all’America del
Nord come a un modello di equilibrio politico e costituzionale
tra le istituzioni e il popolo.
Di fronte al manifestarsi, ormai a livello intercontinen-
tale, di una volontà dei popoli di essere nazioni e non pedine
del gioco politico delle grandi potenze, fu per prima l’Inghilter-
ra a tentare di dissociarsi dalla politica di intervento e dal puro
assolutismo. Il nuovo indirizzo politico apparve più chiaramen-
te evidente dopo il suicidio di Lord Castlereagh (1822), che,
protagonista del Congresso di Vienna, come ministro degli
Esteri aveva ispirato e diretto la politica estera inglese e le ave-
va dato un’impronta fortemente conservatrice.

Stava tramontando la grande illusione della Restaura-


zione? Forse sì, se si guarda alle ripercussioni internazionali del-
la crisi finanziaria scoppiata in Inghilterra nel 1825-26. La cri-
si dimostrava che si andava rapidamente formando una società
basata sull’industria, sul commercio e sulla finanza e che all’in-
terno di questo spazio economico, che superava le frontiere po-
litiche, si venivano sempre più precisando un’interdipendenza
e una serie di aspirazioni comuni. Ma l’interdipendenza signi-
ficava coinvolgimento non soltanto nei processi di crescita, ma
anche nei momenti di recessione e di depressione dell’econo-
mia. Era l’alba del mercato capitalistico dell’Europa, e dei suoi
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 71

problemi. Ma le restrizioni frapposte dai governi conservatori


all’industria e al commercio provocavano lo stesso violente pro-
teste. La nuova ricchezza esigeva una rappresentanza più nu-
merosa e un maggior potere politico, l’abrogazione di meschi-
ne restrizioni e di leggi antiquate e un riconoscimento, almeno,
per quegli imprenditori che con energia e spirito d’iniziativa oc-
cupavano nel lavoro migliaia di persone, prima di allora co-
strette al lavoro nei campi e a una vita di stenti.
Non è un caso, d’altronde, che proprio a partire dal
1820 abbiano luogo in Inghilterra dibattiti scientifici nel cam-
po dell’economia politica e che proprio la crisi economica del
1825, lungi dall’indebolire la produzione di tipo capitalistico,
segni l’ingresso definitivo della grande industria nella vita di
quel paese. Questo sviluppo, che nell’opinione dei conservato-
ri avrebbe dovuto ancor più mettere l’uno contro l’altro le clas-
si lavoratrici e gli imprenditori industriali, non generò invece lo
scontro che ci si attendeva. Infatti, come noterà nel Capitale
Karl Marx, «La lotta delle classi tra capitale e lavoro era respin-
ta sullo sfondo, politicamente per la discordia fra i governi e l’a-
ristocrazia feudale schierati intorno alla Santa alleanza, e la
massa popolare guidata dalla borghesia; economicamente per
la contesa fra capitale industriale e proprietà fondiaria aristo-
cratica, celata in Francia dietro l’opposizione fra piccola pro-
prietà e grande proprietà fondiaria, apertamente scoppiata in
Inghilterra dopo la legge sui grani».
Se si pensa poi che uno dei primi teorici del socialismo
ottocentesco, Claude-Henri de Saint-Simon, auspicava l’avven-
to al potere dei tecnici dell’economia capitalistica e sosteneva che
solo essi avrebbero potuto risolvere il problema sociale, si com-
prenderà quanto esteso fosse il potere di attrazione della borghe-
sia capitalistica. In particolare Saint-Simon disegnava un nuovo
sconvolgente ordine politico nel quale l’«amministrazione delle
cose» potesse completamente sostituire il «governo delle perso-
ne» (si vedano, tra le sue opere, L’organizzatore del 1818-19 e i sag-
72 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

gi raccolti nel Sistema industriale del 1820-22). Una sorta di prefi-


gurazione della fine della politica. Fatto singolare, a ben pensar-
ci, in un tempo di fondamentalismo politico che invadeva tutti i
segmenti della società, specie nei paesi, come l’Italia, dove l’uni-
co spazio lasciato ai contestatori dell’assolutismo era la ribellio-
ne, erano le sette segrete, le congiure, alle quali si rispondeva con
processi, condanne, impiccagioni, proscrizioni, esili.
È comprensibile quindi che agli occhi di un fautore del
progresso e della giustizia sociale come Saint-Simon anche l’or-
ganizzazione e lo sviluppo dell’economia dovessero identificar-
si con la massima libertà della società civile. Sono i prodromi
del pensiero socialista, che in questa fase storica si innesta nel-
la cultura del Romanticismo e nelle idee liberali, come appa-
rirà meglio negli anni successivi, quelli che appartengono an-
che al nostro Risorgimento, definito anche, come sappiamo,
«rivoluzione borghese».
Le nuove forze sociali, aveva infatti affermato Saint-Si-
mon, liberate dalla rivoluzione politica e dal progresso scienti-
fico, esigevano tassativamente un’organizzazione e un control-
lo della produzione, nell’interesse di tutti. Solo così poteva rea-
lizzarsi quella solidarietà tra le classi produttive (capitalisti e la-
voratori) che poggiando sul controllo sociale degli strumenti di
produzione e sulla loro amministrazione da parte degli elemen-
ti dotati delle necessarie capacità scientifiche e imprenditoriali
poteva spezzare il parassitismo dei rentiers e quindi delle classi
dirigenti politiche conservatrici e reazionarie. Opinioni queste
che non erano accettate da tutti i contemporanei di Saint-Si-
mon, ma che ebbero tuttavia una diffusione e un’eco straordi-
narie in Europa. Ma il sansimonismo non fu il solo filo rosso dei
movimenti politici che cominciarono a precisarsi nell’età della
Restaurazione. A Saint-Simon va affiancato Charles Fourier,
che immaginò la costituzione di colonie societarie, i falansteri,
nelle quali le comunità sociali ritrovassero gli autentici valori
della collaborazione, dell’amore reciproco, dell’uguaglianza.
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 73

Al fascino del fourierismo, che dilagò in Europa e in America,


non si sottrasse Piero Maroncelli quando emigrò negli Stati
Uniti, lasciando la Francia dove si era rifugiato. Tra gli altri
esuli italiani che erano stati sedotti dalle idee di Saint-Simon e
di Fourier ricorderò Giuseppe Garibaldi. Ma vi fu un altro im-
portante precursore del socialismo, Robert Owen, dirigente in-
dustriale, che applicò alla sua azienda un piano di legislazione
sociale e di riforme a vantaggio dei lavoratori che ebbe grandi
consensi fin negli Stati Uniti. Ciò lo incoraggiò a estendere i
propri esperimenti e, nel 1812, a formulare un piano di rifor-
ma dell’intera società in cui erano già presenti motivi comuni-
stici. Nei Nuovi punti di vista della società sopra la formazione del carat-
tere umano Owen immaginava un’azione pubblica volta decisa-
mente a modificare e a migliorare la legislazione sociale. A ta-
le fine aveva scritto nel 1818 ai partecipanti al Congresso di
Aquisgrana della Santa alleanza, cioè ai supremi arbitri del de-
stino del mondo, senza però ottenere ascolto. Comunque, an-
che attraverso la difesa e la rivendicazione del diritto di produr-
re ricchezza con gli strumenti più aggiornati della scienza, del-
la tecnica e della teoria economica (nel 1817, cioè in piena Re-
staurazione, sono pubblicati i Principi dell’economia politica e del-
l’imposta dell’inglese David Ricardo, una pietra miliare del pen-
siero economico moderno), si allarga il fronte di opposizione
politica al conservatorismo dei governi della Restaurazione.
L’economia diventa una forza trascinante del cambiamento
politico. La stessa cultura romantica ne sarà, consapevolmente
o meno, condizionata.

4 | Il liberalismo come rivoluzione

Prima di tornare alle vicende italiane è opportuna qualche


considerazione sui termini liberale e liberalismo, frequente-
mente usati nelle pagine precedenti e spesso attribuiti ai segua-
74 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

ci della Carboneria, della Massoneria ecc. Una certa confusio-


ne può generarsi anzitutto perché furono questi liberali a inter-
pretare in Italia le prime istanze rivoluzionarie e molti di loro
a pagare di persona, perché animatori di rivolte e insurrezioni.
Ma negli anni della Restaurazione in Italia e anche in Fran-
cia, dove insurrezioni e rivoluzioni andranno crescendo, i libe-
rali non erano rivoluzionari; in loro confluivano idee ed espe-
rienze nate dalle vicende storiche del regime parlamentare in-
glese, delle rivoluzioni francese e americana e, per un osserva-
tore attento come Alexis de Tocqueville, dell’assetto «demo-
cratico» che gli Stati Uniti si erano dati e che Tocqueville stu-
dierà direttamente soggiornando in quel paese nel 1831-32 (nel
1835 appare la prima parte della sua opera Democrazia in Ame-
rica).

Madame de Stäel e Benjamin Constant, in Francia, so-


no gli iniziatori e gli animatori del movimento ideologico (idéo-
logues si definivano i primi gruppi liberali francesi) che prenderà
poi il nome di liberalismo e che sarà negli anni Venti-Trenta
una grande forza politica e teorica. Il liberalismo nacque però,
è bene sottolinearlo, come una concezione tipica dell’alta bor-
ghesia e dell’aristocrazia progressista. Il compito di garantire la
libertà doveva spettare, secondo i liberali, all’assemblea parla-
mentare, che doveva essere eletta con il voto dei proprietari, i
soli che dessero garanzie di attaccamento all’ordine e alla pub-
blica utilità.
Nessuna forma di democrazia, dunque, ma esaltazione
della libertà individuale garantita dalla Costituzione. «Libertà
in tutto – aveva scritto Benjamin Constant nel saggio del 1819
sulla Libertà degli antichi e dei moderni – in religione, in filosofia, in
letteratura, nell’industria, nella politica: e per libertà io intendo
il trionfo dell’individualità tanto sull’autorità che vorrebbe go-
vernare col dispotismo, quanto sulle masse che proclamano il
diritto di asservire la minoranza alla maggioranza».
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 75

Per quanto moderati, i liberali rappresentavano una


opposizione all’assolutismo e davano alle forze economiche che
praticavano strumenti e metodi capitalistici quel supporto po-
litico-ideale di cui avevano bisogno per illuminare le loro atti-
vità (questo è un punto importante e delicato della vicenda sto-
rica che qui tratteggiamo) di un significato che non fosse mera-
mente utilitaristico. A questo fine le idee liberali si incontrava-
no con quel dibattito sui principi e le «leggi» dell’economia po-
litica cui si è fatto cenno e che, soprattutto in Inghilterra, si svi-
luppò anche intorno alle ricerche di David Ricardo e alle sue
affermazioni circa l’inevitabilità del progresso industriale e la
necessità di sacrificare gli interessi dei proprietari terrieri (la
«rendita fondiaria») mediante la liberalizzazione del commer-
cio internazionale dei beni alimentari, e soprattutto del grano.
Insomma, la Restaurazione si stava svuotando dall’interno. Il
riferimento al liberalismo francese e inglese non deve però fare
dimenticare che il liberalismo ebbe una capacità di diffusione
eccezionale e che anche gli Stati dove più duro era il regime
reazionario dovettero fare i conti con idee e progetti politici
ispirati ai principi di libertà. Fu ai margini del liberalismo che
fiorirono le strategie più saettanti della democrazia e del primo
socialismo, che molto peso avranno nei conflitti imminenti. In
Italia è il giovane Giuseppe Mazzini ad accelerare per primo
l’evoluzione del liberalismo in una democrazia organica e re-
sponsabile.

Una domenica dell’aprile 1821, io passeggiavo, giovanetto,


con mia madre e un vecchio amico della famiglia, Andrea Gambini,
in Genova, nella Strada Nuova. L’insurrezione piemontese era in
quei giorni stata soffocata dal tradimento, dalla fiacchezza dei Capi
e dall’Austria. Gli insorti s’affollavano, cercando salute al mare, in
Genova, poveri di mezzi, erranti in cerca d’aiuto per recarsi nella
Spagna dove la Rivoluzione era tuttora trionfante. I più erano con-
finati in Sanpierdarena aspettandovi la possibilità dell’imbarco; ma
molti s’erano introdotti ad uno ad uno nella città, ed io li spiava fra
76 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

i nostri, indovinandoli ai lineamenti, alle foggie degli abiti, al piglio


guerresco e più al dolore muto, cupo che avevano sul volto. [...] Un
uomo di sembianze severe ed energiche, bruno, barbuto e con un
guardo scintillante che non ho mai dimenticato, s’accostò a un trat-
to fermandoci; aveva tra le mani un fazzoletto bianco spiegato, e pro-
ferì solamente le parole: «pei proscritti d’Italia». Mia madre e l’ami-
co versarono nel fazzoletto alcune monete; ed egli s’allontanò per ri-
cominciare con altri. Seppi più tardi il suo nome. Era un Rini, capi-
tano nella Guardia Nazionale che s’era, sul cominciar di quel moto,
istituita. Partì anch’egli cogli uomini pei quali s’era fatto collettore a
quel modo; e credo morisse combattendo, come tanti altri dei nostri,
per la libertà della Spagna. Quel giorno fu il primo in cui s’affaccias-
se confusamente all’anima mia, non dirò un pensiero di Patria e di
Libertà, ma un pensiero che si poteva e quindi si doveva lottare per
la libertà della Patria.

È un Mazzini sedicenne e questa è la sua prima emo-


zione politica; quasi un’iniziazione. Un ricordo di molti decen-
ni dopo nelle Note autobiografiche; la pagina più famosa della sua
educazione sentimentale e politica. Si possono immaginare le
vibrazioni segrete del suo animo negli anni adolescenziali, di
cui vi è un segno appassionato nel primo suo scritto politico-let-
terario, Dell’amor patrio di Dante. È il 1826 e il ventenne Mazzini
diceva di Dante: «In tutti i suoi scritti, di qualunque genere es-
si siano, traluce sempre sotto forme diverse l’amore ch’ei por-
tava alla patria; amore, che non nudrivasi di pregiudizietti, o di
rancori municipali, ma di pensieri luminosi d’unione e di pace;
che non restringevasi ad un cerchio di mura, ma sebbene a tut-
to il bel paese dove il sì suona, perché la patria di un Italiano
non è Roma, Firenze o Milano, ma tutta Italia». E tre anni do-
po nel Saggio sopra alcune tendenze della letteratura europea nel secolo
XIX egli sviluppò questa immagine della poesia facendo il pun-
to sulle origini intime, europee del Romanticismo e interpre-
tandolo come un primo segno di fratellanza europea. E subito
dopo annoterà: «Esiste in Europa una concordia di bisogni e di
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 77

desideri, un comune pensiero, un’anima universale, che avvia


le nazioni per sentieri conformi ad una medesima meta; esiste
una tendenza europea. Dunque la letteratura, quando non vo-
glia condannarsi alle inezie, dovrà sviscerarsi in questa tenden-
za, esprimerla, aiutarla, dirigerla, dovrà farsi europea». Dall’o-
bolo sul molo di Genova ai proscritti d’Italia a un’immagine co-
sì intensa dell’Italia e dell’Europa, la cui letteratura è intesa qui
come pensiero, come conoscenza, come veicolo di penetrazio-
ne dell’«anima universale», la traiettoria intellettuale di Mazzi-
ni è già compiuta, e in tempi brevissimi.
Intanto volgiamo lo sguardo a tutta l’Italia, secondo
l’immagine mazziniana, ai problemi interni degli altri Stati che,
oltre il Piemonte, il Lombardo-Veneto e il Regno di Napoli,
hanno occupato la storia di questi anni.

Cominciamo con il Granducato di Toscana. Fu lo Sta-


to che meno risentì del cambiamento negativo delle cose, ed eb-
be al momento il governo migliore. Alla sua guida era Ferdi-
nando III di Lorena, coadiuvato dai ministri Neri Corsini e Vit-
torio Fossombroni (uno scienziato insigne, ma alquanto scetti-
co, il quale soleva ripetere che «il mondo va da sé»). Negli an-
ni della Restaurazione una parte degli ordinamenti francesi fu
conservata, e malgrado fosse stato abolito il codice napoleoni-
co, il codice Leopoldino, introdotto al suo posto nel 1824 dal fi-
glio di Ferdinando, Leopoldo II, aveva già caratteri liberali.
Anche per quanto riguardava i rapporti con la Chiesa la Tosca-
na mantenne un certo laicismo: non fu ristabilito il Foro eccle-
siastico, solo parte dei beni incamerati furono restituiti agli or-
dini religiosi, si mantenne l’esclusione dei gesuiti. Il Granduca-
to di Toscana costituiva un’eccezione in Italia, anche nel cam-
po della politica doganale. Livorno era uno dei più attivi centri
commerciali italiani; al suo porto giungevano, grazie alle basse
tariffe doganali, molte delle merci estere destinate agli altri Sta-
ti, e questa era una delle ragioni dell’intenso traffico che vi si
78 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

svolgeva. L’agricoltura toscana era, invece, piuttosto statica.


Nei rapporti tra coltivatori e proprietari era dominante il con-
tratto di mezzadria, in base al quale gli uni e gli altri partecipa-
vano in parti uguali sia alle spese che ai guadagni: questo siste-
ma consentiva il mantenimento di una situazione di equilibrio
sociale nelle campagne, ma non favoriva audaci innovazioni e
grandi investimenti di capitali. Anche in Toscana, comunque,
l’interesse per lo sviluppo agricolo era molto forte e i maggiori
proprietari terrieri (tra i quali furono gli uomini più in vista del
partito liberale moderato) cercarono con molto impegno di mi-
gliorare le condizioni generali dell’agricoltura. Simonde de Si-
smondi dava questo giudizio sulla mezzadria toscana:

Formano i mezzadri il terzo ordine degli agricoltori tosca-


ni, e la condizione loro si è quella che desideriamo far particolarmen-
te e ben addentro conoscere, essendo il lavoro a metà frutto il caso
più comune in Toscana, talmente gli affitti, i livelli e simili, riguar-
dansi piuttosto come eccezioni. Il mezzadro riceve dal padrone il po-
dere già avviato, colla casuccia necessaria per l’abitazione, e col be-
stiame e il picciol capitale di attrezzi rurali, di foraggi e sementi che
abbisognano pel lavoro. Nei luoghi ove più accurata si è la coltiva-
zione, e particolarmente nella valle di Nievole, i poderi non sogliono
eccedere i dieci jugeri di terra. Si obbliga con questo il mezzadro di
eseguire col concorso della propria famiglia tutti i lavori della terra,
godendo a vece di salario, della metà de’ ricolti, l’altra metà dei qua-
li deve andare al padrone; queste condizioni sogliono soventi volte
ridursi in iscritta formale a fine di meglio definire certe prestazioni e
certi servizi ai quali si obbliga il mezzadro: minime sono però le dif-
ferenze che passano fra l’un caso e l’altro; la consuetudine si è quel-
la che regola tutto e supplisce ai patti che non sono stati specialmen-
te espressi; ed il padrone che si proponesse di scostarsi da quella, di
esigere di più degli altri e di prendere per base del suo contratto una
spartizione disuguale dei ricolti a danno del mezzadro, incorrerebbe
tant’odio nel paese, e sarebbe sì certo di non poter trovare mezzadri
probi ed onesti, che le condizioni da cui sono generalmente vincola-
ti i mezzadri ben puonno venir ritenute come le stesse per tutti, al-
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 79

meno in ciascuna provincia, e che non si dà mai il caso che i conta-


dini, facendo a gara per collocarsi, si esibiscano di lavorare le terre a
patti men gravosi gli uni degli altri.

Il governo, da parte sua, dedicò particolare attenzione


alle bonifiche, poiché in Maremma e nella Val di Chiana vi era-
no terre paludose e malariche, e riuscì a render produttive zone
prima abbandonate e deserte. Abbastanza fiorente era l’indu-
stria mineraria, la regione essendo ricca di ferro, di rame, di bo-
race (le miniere di pirite dell’isola d’Elba, i soffioni di Lardarel-
lo), mentre le manifatture tessili conservavano ancora in gran
parte carattere artigianale. Anche la vita culturale e artistica del-
la Toscana, in particolare di Firenze, risentì del clima relativa-
mente libero. Nel 1820 il ginevrino Giovan Pietro Vieusseux
aprì a Firenze un gabinetto scientifico-letterario che ebbe per
collaboratori studiosi di ogni parte d’Italia. Nel 1821 fondò con
Gino Capponi l’«Antologia». Fu la più importante rivista lette-
raria del Risorgimento che continuò, in un certo senso, l’opera
del «Conciliatore», ma con maggiore vastità di vedute e con spi-
rito apertamente nazionale. Lo scopo dei fondatori era di far co-
noscere saggi critici e scientifici europei; la rivista divenne dun-
que una palestra di idee. Tra i suoi collaboratori (che perlopiù
erano soliti firmare gli articoli con semplici sigle) vi furono Gino
Capponi, Pietro Colletta, Niccolò Tommaseo, Carlo Cattaneo,
Domenico Guerrazzi, Raffaello Lambruschini, Pietro Giorda-
ni, Mazzini. Vi pubblicò saggi delle sue opere Leopardi. Oltre a
traduzioni di importanti scrittori e scienziati stranieri, la rivista
pubblicò articoli di letteratura, linguistica, critica, storia, filoso-
fia, pedagogia, economia politica, legislazione sociale. Fu sop-
pressa nel 1832 in seguito a pressioni degli ambasciatori di Au-
stria e di Russia per un articolo di Tommaseo non benevolo ver-
so questi paesi e per un altro articolo inneggiante alla Polonia op-
pressa dai russi. Ritornò in vita nel 1866, quando Firenze era ca-
pitale d’Italia, col nome di «Nuova Antologia».
80 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Non vi erano sostanziali interdizioni e censure in un al-


tro Stato, più piccolo e contiguo alla Toscana anche dal punto
di vista culturale, il Ducato di Parma e Piacenza, affidato alle
cure di Maria Luisa d’Austria, moglie di Napoleone. Maria
Luigia (così fu italianizzato il suo nome) governò saggiamente
per oltre trenta anni e negli anni Venti, coadiuvata dall’amato
e abile conte di Neipperg, seppe mostrare il volto migliore del
buongoverno amministrativo e della cultura austriaca. Gran
parte delle leggi e delle istituzioni francesi furono mantenute e
un impeccabile, per quei tempi, codice civile fu promulgato nel
1820. Ai sudditi furono concesse libertà di movimento e di pa-
rola più che negli altri Stati e, forse ben consigliata da Neip-
perg, quando furono scoperte delle relazioni segrete e compro-
mettenti tra i carbonari di Parma e quelli del Ducato di Mode-
na (dove vigeva invece un regime reazionario), le inevitabili e
dure sentenze contro i colpevoli furono dopo poco tramutate in
un indulto a patto che i condannati lasciassero il paese (un esi-
lio presto revocato). Vi sono ancora oggi giudizi contrastanti su
Maria Luigia, dovuti molto spesso a pettegolezzi e maldicenze
sulla sua vita sessuale e sul suo essere in ogni caso una longa ma-
nus dell’Austria. Forse si tratta di critiche esagerate. Il «privato»
di Maria Luigia rivela un animo sensibile, un amore profondo
per la cultura (esistono interi quaderni di suoi appunti ed estrat-
ti da opere di autori francesi, tedeschi e inglesi), un’attenzione
per gli artisti, per le opere creative degli artigiani, un rispetto
per gli ambienti naturali e il paesaggio (trascorreva molte ore a
pescare o a erborizzare). Si sapeva del suo esercitarsi a racco-
gliere le impressioni durante i viaggi in carrozza. Resta il dia-
rio di un viaggio in Svizzera nel 1829 dove ha appuntato giu-
dizi, ha dipinto ad acquarello immagini dei luoghi, metteva tra
le pagine del diario fiori e foglie della flora locale. Per questo
Maria Luigia promosse l’istruzione pubblica, le lettere, le scien-
ze e fondò un teatro, il Regio, che ancora oggi è un tempio del-
la musica lirica. Musica che ella prediligeva e che protesse con
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 81

istituti, scuole e premi ai giovani musicisti, senza i quali, forse,


un suo suddito, Giuseppe Verdi, non avrebbe avuto l’impulso
iniziale a quel lavoro creativo che lo ha reso immortale e che
ha dato, come vedremo, un’anima al sentire politico dell’Italia
del Risorgimento e dell’unità nazionale. La serietà del governo
di Maria Luigia si ritrova anche nell’impulso dato alle opere
pubbliche, stradali, idrauliche, di decoro urbano.
Si fece invece paladino implacabile dei diritti del trono
Francesco IV d’Este, duca di Modena. Scoperte le trame car-
bonare del ducato, colse l’occasione dell’uccisione del suo mi-
nistro di Polizia, Giulio Besini, per istituire un tribunale specia-
le nel Castello di Rubiera dove, a differenza dei processi au-
striaci del 1821, non furono rispettate le forme procedurali. Il
processo si trascinò fino al 1822. Per ottenere la confessione o
la delazione degli imputati i giudici ricorsero a ogni mezzo. Al-
la fine furono emesse una quarantina di sentenze di condanna
a morte, commutate tutte dal duca in carcere a vita. Non si
salvò il sacerdote Giuseppe Andreoli che, ridotto allo stato lai-
cale, salì al patibolo il 17 ottobre 1822.

Esistevano dunque anche dei sacerdoti liberali e dei cre-


denti che non accettavano il potere papale come un esercizio di
dominio poliziesco e di censure intollerabili di ogni libertà: di
pensiero, di stampa, di associazione, di riunione. Anche nello
Stato pontificio fermentava il dissenso dal regime papalino. Nel-
la capitale e soprattutto in Romagna, nelle Legazioni, cresceva-
no le sette: oltre ai guelfi e adelfi erano nate a Roma la setta de-
gli «americani» e la romantica, che alludeva a Roma antica e al
Romanticismo, in un poco pericoloso gioco di parole. L’odio
contro il dominio dei preti dava un carattere popolare all’azio-
ne settaria dei carbonari. Il governo incoraggiava le delazioni,
assicurando l’impunità alle spie, anche se macchiate da gravis-
simi crimini. La situazione si aggravò alla morte di Pio VII (23
agosto 1823) e con l’elezione di Leone XII della Genga (27 set-
82 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

tembre 1823). Il pontificato di Pio VII era stato, tuttavia, rispet-


to alla politica di altri Stati, un periodo contraddistinto da mi-
nori tensioni interne, anche perché il governo dello Stato era in
mano al cardinale Ercole Consalvi. Tutte le leggi e le riforme del
periodo napoleonico furono soppresse; i privilegi economici de-
gli ecclesiastici furono riconfermati, così pure l’istruzione pub-
blica, che fu restituita al controllo dei gesuiti.
Ma Consalvi aveva tentato in tutti i modi di resistere al-
le pressioni della parte più retriva della Curia romana, il partito
di quegli «zelanti», come venivano chiamati, che erano su posi-
zioni di assoluta ostilità nei confronti delle sette, e in particolare
dei carbonari (solennemente condannati da una bolla del 21 set-
tembre 1821), considerati la punta più radicale della cultura del-
l’Illuminismo e del pensiero liberale. Il cardinale Consalvi si di-
stingueva da costoro anzitutto per ragioni di principio e di buon
senso. Il suo era un conservatorismo illuminato che prendeva at-
to dell’irrevocabilità dei processi storici: «Mi permetto di dire
– scriveva a un altro cardinale –, che se è stato (lo sa il Cielo) tan-
to difficile il riavere quello che si è riavuto, più difficile, lo dico
francamente è il conservarlo. Il modo di pensare è cambiato affat-
to, le abitudini, gli usi, le idee, tutto è cambiato». Convinto di
questo, Consalvi più che pensare a una risacralizzazione di Ro-
ma, voluta dai cattolici intransigenti, diede il suo sostegno a un
rilancio culturale e artistico della città, aprendola agli studiosi e
ai viaggiatori europei, stabilendo accordi con il governo france-
se e con il re Luigi XVIII perché venissero restituiti le opere
d’arte e i documenti sottratti al tempo di Napoleone (un tenta-
tivo coronato da successo grazie anche alla generosa collabora-
zione di Antonio Canova), accelerando l’esecuzione dei proget-
ti di rinnovo urbanistico (a lui si deve ad esempio lo splendido
scenario di piazza del Popolo e del Pincio che oggi ammiriamo),
riattivando le ricerche archeologiche. Consalvi riuscì a realizza-
re in gran parte il suo programma perché intendeva servirsi del-
l’arma della persuasione e di leggi e regolamenti più miti. Ave-
Capitolo secondo Italia romantica e ribelle 83

va quindi ragione Stendhal a ricordarlo così nelle Promenades dans


Rome: «Dal 1814 al 1823 il cardinale Consalvi ha resistito me-
glio che ha potuto all’influenza di Metternich e dei cardinali pa-
gati dall’Austria. Il cardinale Consalvi non voleva dare eccessi-
va importanza ai Carbonari e aveva la più viva ripugnanza a or-
dinare torture». Non guastava inoltre il suo fascino personale:
«È impossibile a cinquanta anni essere un uomo così bello...». E
naturalmente anche questo contribuì a isolarlo all’interno della
Curia. La sua emarginazione parve confermata dall’incendio
che distrusse la basilica di San Paolo fuori le Mura, la notte fra
il 15 e il 16 luglio 1823, cui poco più di un mese dopo seguì la
morte del pontefice e, nel gennaio 1824, la scomparsa improv-
visa dello stesso Consalvi.
Il nuovo pontefice si avvalse della collaborazione di un
cardinale zelante, Agostino Rivarola, la cui politica repressiva
portò all’arresto di centinaia di liberali. Nell’agosto del 1825
più di cinquecento persone furono condannate, gran parte gra-
zie a spionaggio e delazioni. È vero che tutte le pene di morte
furono commutate, ma un’ondata di odio percorse lo Stato
pontificio. In quell’anno, il 13 novembre, vennero decapitati a
piazza del Popolo i due carbonari Angelo Tarchini e Leonida
Montanari, il primo figlio di uno dei domestici di Pio VII, l’al-
tro un medico. Una lapide ricorda oggi quel sacrificio. Fu uno
spettacolo indecoroso anche per il disprezzo dimostrato nei
confronti dei due condannati, i cui corpi furono seppelliti in ter-
ra sconsacrata ai piedi del muraglione del Pincio. Se si pensa
che era l’anno del Giubileo, reintrodotto con la Restaurazione,
con una affluenza di circa 150.000 pellegrini, si può immagina-
re quale sia stata la reazione di tanti sudditi di Roma e delle Le-
gazioni. Qui anzi la tensione era aumentata talmente che il 23
luglio 1826 il cardinale Rivarola fu ferito gravemente in un at-
tentato. La reazione al gesto portò a vari processi e due anni do-
po a cinque esecuzioni capitali a Ravenna. Sempre durante il
Giubileo il papa pubblicò la costituzione apostolica Quo gravio-
84 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

ra, con la quale metteva in guardia la comunità cristiana di


fronte alla minaccia delle sette e della Massoneria. Ma Leo-
ne XII non arriverà a vedere il nuovo decennio. Una Chiesa in
difficoltà, uno Stato incapace di riformarsi e una Roma di
130.000 abitanti, la cui vita quotidiana era sottoposta a control-
li minuti. Nulla andava bene: bere vino seduti all’osteria era
vietato, le donne venivano controllate nell’abbigliamento, per
non parlare della sessualità, e così via. Il papa morì il 10 feb-
braio 1829. Gli succedette il cardinale Francesco Saverio Ca-
stiglioni, con il nome di Pio VIII. Il primo aprile il nuovo pon-
tefice, quasi settantenne, lasciò il Quirinale, dove si era tenuto
il conclave, e si trasferì al Vaticano, un gesto di religiosità e di
modestia. Pio VIII sembrava più tranquillo dei suoi predeces-
sori, ma fisicamente era poco gradevole e di scarsa salute. Il suo
pontificato durò infatti appena un anno. Intanto giunse a Ro-
ma, come ambasciatore di Francia, François-René de Cha-
teaubriand, e un signore romano scrisse un sonetto, con la da-
ta primo aprile 1829, in un dialetto un po’ inventato, interpre-
tando un popolano, smaliziato e pettegolo osservatore, disin-
cantato e umanamente strafottente. Nessuno se ne accorse, ma
era il primo di 2.279 sonetti di una «commedia umana» della
Roma della Restaurazione narrata da Giuseppe Gioachino
Belli. Il titolo del sonetto è Pio Ottavo, e a metà vi è una melan-
conica premonizione: «È guercio, je strascineno le gamme, /
Spènnola da una parte, e bbuggiaramme / Si arriva a ffà la pac-
chia a li parenti». Nel conclave del 1830 fu eletto Mauro Cap-
pellari, che prese il nome di Gregorio XVI. A dicembre un
gruppo di cospiratori carbonari tentò un’insurrezione a Roma
che fu però sventata in tempo dalla polizia pontificia. Del grup-
po faceva parte Luigi Napoleone Bonaparte, nipote ventiduen-
ne dell’imperatore. Lo incontreremo ancora, perché fu anche
lui tra i protagonisti del nostro Risorgimento.
Capitolo terzo

LA PENOMBRA DELLA RESTAURAZIONE

Gli avvenimenti del 1820-21, con la drammatica conclusione


di processi, esecuzioni, ergastoli, non rimasero senza risonanza
internazionale, al pari di altre insurrezioni tentate in Grecia e
in Spagna, e influenzeranno un moto militare-aristocratico in
Russia nel dicembre 1825. Anche in quel lontano paese infatti
le idee politiche e il sogno, anche indistinto, di maggiori libertà
e, non meno importante, una poesia politica militante che tra-
smutava i sentimenti in parole armate, divennero materia di
protesta e di insurrezione contro l’assolutismo mistico del pote-
re zarista. Le poesie e i romanzi di Aleksandr Puškin e dei co-
siddetti «poeti degli anni Venti» germogliarono su un terreno
politico fertilizzato dal byronismo. Byron era conosciuto in
Russia già nel 1818 e divenne una bandiera di libertà politica e
poetica per i giovani intellettuali russi. Il poeta e critico Sergej
Venevitinov dichiarò che Byron «aveva concentrato nella sua
anima le aspirazioni di tutto il mondo, se anche si fosse potuto
cancellare dalla storia della poesia, sarebbe rimasto eternamen-
te negli annali dello spirito umano». Venevitinov aveva dician-
nove anni, ma il byronismo in Russia ebbe questo significato, e
anche Puškin, che ne sentì fortemente il fascino, chiamò Byron
«dominatore delle menti». Dunque, pensando a Byron molti
uomini di cultura parteciparono insieme con ufficiali della cor-
te alla congiura decabrista del 1825, che fallì col seguito di pro-
cessi, esili, morti.
Furono in Europa cinque anni di repressioni e di sogni
86 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

infranti, ma, all’aprirsi del terzo decennio dell’Ottocento, il


fuoco riprese a divampare e vi fu anzi un salto di qualità nel
confronto tra liberalismo e assolutismo. Ancora una volta la
Francia divenne il centro di un cambiamento politico che assi-
curò un notevole successo alla borghesia liberale di quel paese,
ma riaccese la rivoluzione in Italia e in altre nazioni. Infatti,
mentre in Inghilterra si venivano rafforzando, anche a seguito
delle trasformazioni economiche e dello sviluppo industriale, le
tendenze e gli orientamenti liberali, in Francia, dove il regime
al potere si stava anchilosando, l’urto tra liberali e conservato-
ri si manifestò in forma violenta. Questa volta per volontà del-
la monarchia, impegnata a porre stretti limiti allo svolgersi del-
la vita politica. Sul trono francese vi era dal 1814 Luigi XVIII,
fratello del re ghigliottinato nel 1793. Nonostante la promulga-
zione di una Carta costituzionale, le libertà politiche erano ri-
strette e le forze reazionarie (gli ultras) decisamente ostili a ogni
ampliamento delle libertà costituzionali. Intanto l’opposizione
liberale e borghese non restava inerte e si arricchiva dell’appor-
to di pubblicisti, letterati, filosofi: Benjamin Constant, Adolphe
Thiers, François Guizot, Victor Cousin e tanti altri che forma-
vano una specie di partito liberale progressista. Dopo l’avven-
to al trono di Carlo X (altro fratello del re ghigliottinato) nel
1824 fu questo «partito» a guidare il contrasto tra la richiesta
di maggiori diritti civili e la pressione degli ultras, che miravano
invece a ridurli in nome di una restaurazione dell’assolutismo.
Eppure l’esordio del nuovo re era stato salutato come l’inizio di
una monarchia che contenesse in sé, nonostante gli sconvolgi-
menti degli ultimi trent’anni, qualcosa di sacrale (ma era una
nuova sacralità, non quella di ispirazione feudale), quasi un’e-
quivalenza della stabilità istituzionale, come tale condivisibile
da tutti i francesi. La strada pareva praticabile e il sovrano nel
1827, su pressione del partito liberale, aveva infatti accettato un
ministero guidato da un moderato. I conservatori pensavano
perciò, con questa scorciatoia, di avercela fatta. Chateau-
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 87

briand, nel 1824, poteva scrivere un opuscolo di propaganda


dal titolo Le roi est mort, vive le Roi! (si noti la maiuscola) che au-
spicava una solenne incoronazione per conferire al nuovo po-
tere anche un alone di santità cristiana oltre che di sacralità po-
litica. Fu chiamato a celebrare l’evento Gioacchino Rossini,
che con Il viaggio a Reims, cui parteciparono i migliori cantanti
d’Europa, realizzò un’opera di straordinaria bellezza, che eb-
be un enorme successo e parve un traslato di speranza e di bel-
lezza per il regno che nasceva. Ma dopo il primo entusiasmo
furono gli scrittori, gli artisti, i poeti, tra i primi Victor Hugo, a
percepire che la monarchia di Carlo X si stava alienando le
simpatie e il consenso di vasti settori popolari. Qualcosa stava
per accadere e il primo segnale si ebbe all’Opéra di Parigi
quando, il 29 febbraio 1828, fu messa in scena l’opera lirica La
muette de Portici del compositore Daniel-François Auber. Il gior-
nale governativo «Moniteur Universel» giudicò il testo sovver-
sivo. Nell’opera, ispirata alla rivolta di Masaniello, irrompeva
il popolo come protagonista. Stranamente, dopo due anni di
censura, l’opera fu rappresentata di nuovo durante una visita
ufficiale a Parigi del re di Napoli. Era presente alla serata il du-
ca di Orléans, Luigi Filippo, che commentò la rappresentazio-
ne con una premonizione: «Siamo seduti su un vulcano». Era
il 3 maggio 1830.

Quando la crisi politica cominciò a diventare insoste-


nibile, Carlo X tentò, su suggerimento del nuovo primo mini-
stro, il reazionario Jules Polignac, una manovra diversiva, scio-
gliendo la Camera e iniziando l’occupazione dell’Algeria il 5 lu-
glio 1830 (resterà colonia francese per oltre centotrenta anni).
Sperava di concentrare l’interesse dell’opinione pubblica sulla
nuova conquista coloniale e attenuare così i contrasti interni.
Ma la manovra non ottenne i risultati sperati. Le elezioni por-
tarono in Parlamento 221 deputati dell’opposizione e Carlo X
preferì tentare un colpo di Stato emanando quattro «ordinan-
88 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

ze» (si chiamavano così fin dal XII secolo certe deliberazioni
reali di interesse generale) sostanzialmente incostituzionali con
le quali sospendeva la libertà di stampa, restringeva ulterior-
mente il diritto di voto e prorogava sine die la convocazione del
nuovo Parlamento. Era il 26 luglio. Il giorno dopo scoppiò a
Parigi una rivolta, durata tre giorni (les trois glorieuses, diventerà
lo slogan degli oppositori), e il re fu costretto ad abdicare. Alla
rivoluzione, fu questo il fatto nuovo, parteciparono forze poli-
tiche diverse. Gruppi democratici e radicali, che erano di orien-
tamento repubblicano e avevano collegamenti con le classi po-
polari, operarono insieme alle forze liberali che rappresentava-
no gli interessi della borghesia. Furono i «borghesi» a mante-
nere la direzione politica del movimento rivoluzionario e a da-
re quindi la propria impronta alla soluzione della crisi, ma per
la prima volta sulle barricate insieme ai borghesi c’erano lavo-
ratori e proletari.
La rivolta segnò la fine di Carlo X, il quale aveva spe-
rato con un colpo di mano di uscire dalle maglie delle libertà
costituzionali per restaurare finalmente i privilegi, clericalizza-
re lo Stato e indennizzare, a spese della nazione, i nobili che
erano stati espropriati dei loro beni dalla rivoluzione del 1789.
Dichiarata decaduta la monarchia, il Parlamento investì della
suprema autorità regale un cugino del re decaduto, Luigi Filip-
po, duca di Orléans, che aveva sempre manifestato idee libera-
li e la cui premonizione di due mesi prima si era avverata. Egli
assunse il titolo di «re dei francesi», volendo significare che la
sua autorità proveniva dal popolo stesso e che le vecchie formu-
le dell’assolutismo erano state abbandonate definitivamente.
Il 1830 segnò infatti la linea di spartiacque tra due epo-
che: uno spartiacque storico ma anche geografico. L’Europa li-
berale cominciò a riconoscersi e a identificarsi come «Occiden-
te» e come matrice di libertà e di rivoluzione, ma, dato non me-
no incisivo, anche come luogo di sperimentazione e di realizza-
zione del sistema politico rappresentativo. L’Inghilterra non
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 89

era più il solo paese, oltre agli Stati Uniti, a costruire il sistema
parlamentare come equivalente e immagine delle libertà che di-
ventano istituzioni. La facilità infatti con cui si ripercossero i
moti del luglio francese in altri paesi europei fu la testimonian-
za dell’isolamento sempre crescente dell’autoritarismo russo e
dello spirito reazionario asburgico.
All’interno della Francia l’avvento del nuovo sovrano,
dal tocco borghese e costituzionale, fece pensare che la lotta tra
la borghesia e l’aristocrazia reazionaria potesse dirsi conclusa.
La Costituzione, che nel 1814 era stata «concessa» dal sovra-
no, fu ora modificata e promulgata dal Parlamento; in tal mo-
do non apparve più come una concessione del re, ma come una
conquista dei rappresentanti della nazione. Nel nuovo testo il
diritto di voto fu esteso attraverso la diminuzione del livello di
reddito necessario per essere iscritti nelle liste elettorali (censo
stabilito sulla base delle imposte pagate allo Stato) e l’abbassa-
mento dell’età dei votanti da trenta a venticinque anni. Si dis-
se giustamente che alla caduta della monarchia autoritaria
avessero dato un notevole contributo anche i giornali che il re
fuggito voleva censurare: «National», «Globe», «Temps». Il
giornalista, storico e futuro uomo politico Adolphe Thiers, di-
rettore del «National», aveva infatti organizzato una protesta
collettiva di giornalisti coinvolgendo una decina di testate di-
verse e ben cinquemila tipografi. Ma grande apporto fu dato
dai giovani parigini e in prima fila dagli studenti. Un testimone
americano presente alla manifestazione del 28 luglio scrisse:
«Gli studenti vennero avanti uniti, soprattutto i giovani del Po-
litecnico, e conquistarono immediatamente la fiducia del popo-
lo». Guardando il famoso quadro di Eugène Delacroix, La li-
bertà guida il popolo (ma ha anche un altro titolo: Il 28 luglio 1830)
si vedono dietro la Marianna a seno nudo e il piccolo tamburi-
no gli studenti del Politecnico.
Furono più di un migliaio i morti per mano dell’eserci-
to e 4.500 i feriti. La rivoluzione borghese-proletaria aveva per
90 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

il momento vinto la partita in nome di valori liberali. E non è


esagerato parlare di «proletariato», perché anche se non furo-
no i suoi interessi a emergere dalla rivoluzione di luglio emer-
sero le sue delusioni e insieme una carica combattiva che si sa-
rebbe via via accresciuta uscendo anche dai confini della Fran-
cia e stimolando un’evoluzione della lotta politica liberale in
senso democratico. Cominciavano anche a precisarsi i primi di-
stinguo; la prima distinzione, diremmo, di classe tra la libertà
dei proletari e quella dei borghesi, come aveva ben capito, cin-
que anni prima, Stendhal in un saggio sugli «industriali», inten-
dendo per tali anche gli «affaristi» celebrati da Honoré de Bal-
zac nella sua Commedia umana: «Gli industriali fanno uso della
loro libertà come cittadini francesi; impiegano il loro denaro
come vogliono; ma perché venire a domandare la mia ammi-
razione per loro e, colmo del ridicolo, chiedermela in nome del
mio amore per la libertà?». Lo scrittore anticipava così il pro-
blema che Luigi Filippo penserà di aver risolto affidando la di-
rezione politica del paese anche agli uomini d’affari e lancian-
do il perentorio messaggio a tutti i francesi: «Arricchitevi!».
Dentro la lotta ideale per la libertà si gettavano i semi della lot-
ta di classe.
Una prova di questo è che nel solo mese di settembre
di quell’anno nacquero a Parigi ben tre giornali operai: «Le
Journal des Ouvriers», «L’Artisan» e «Le Peuple». Tra gli ar-
gomenti dibattuti su questi giornali vorrei segnalarne uno, per
il rilievo che questo tema avrà nella pubblicistica democratica
europea dei decenni successivi e in particolare nell’opera di
Mazzini. «L’Artisan» propugnò infatti l’associazionismo come
mezzo per combattere la miseria attraverso due organizzazio-
ni: le società di mutuo soccorso, per appoggiare gli scioperi e
aiutare i lavoratori privi di salario, e l’associazione cooperativa
di produzione, che proponeva un rapporto positivo tra l’ope-
raio e la macchina, nel senso che alla macchina avrebbero po-
tuto delegarsi i compiti più gravosi del lavoro di fabbrica nel ri-
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 91

spetto dell’integrità e della salute fisica del lavoratore. La «que-


stione sociale», che affiancherà anche la storia del Risorgimen-
to e dell’unificazione italiana, si era aperta.

«Signori, sellate i vostri cavalli! La Francia è di nuovo


in rivoluzione», esclamò lo zar Nicola I quando la notizia dei
moti di luglio raggiunse San Pietroburgo. Ma non era più il
tempo delle crociate ideologiche e delle guerre di coalizione.
Sul piano della politica internazionale i fatti di Francia appar-
vero infatti come una inattesa, precoce frattura della compa-
gine della Santa alleanza. La Francia, in contrasto con uno dei
fondamenti del patto, dichiarò ufficialmente di voler adottare
il principio del non intervento negli affari interni dei singoli
Stati. Questa presa di posizione fece scalpore nelle cancellerie
e colpì vivamente e positivamente tutti gli avversari di quella
alleanza oppressiva e poliziesca. In Europa si profilava così
una nuova e più variegata situazione politica: al blocco forma-
to dall’Austria, dalla Russia e dalla Prussia si contrapponeva-
no ora la Francia, che riacquistava un più corretto profilo co-
stituzionale, e l’Inghilterra, dove il regime liberale si veniva
ampliando e consolidando nel rispetto di una tradizione stori-
ca che andava dalla Magna Charta all’Habeas corpus. Il nuovo so-
vrano di Francia era salito al trono con le garanzie della Co-
stituzione e in suo nome, dunque quasi per delega dei cittadi-
ni e in difesa dei loro diritti. In linea con tale immagine, il re
si era anche affrettato a tranquillizzare le grandi potenze di-
cendo che la Francia voleva un governo costituzionale e non
una rivoluzione sociale. I più importanti modelli politici di ri-
ferimento stavano in tal modo cambiando e per giunta come
effetto di atti rivoluzionari.
In Inghilterra un esempio di nuovi modelli politici fu la
riforma elettorale del 1832, cui seguì immediatamente la cam-
pagna per il diritto di voto dei lavoratori e per altri diritti civi-
li, economici, sociali, che culmineranno nella «Carta del popo-
92 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

lo» che sette anni dopo sarà presentata in Parlamento. Anche


da questo mutamento dei temi e dei linguaggi della politica si
determinò l’indebolimento del dominio dei grandi proprietari
terrieri e i liberali stessi ebbero la possibilità di conquistare po-
sizioni preminenti nel Parlamento e nel governo. Il numero de-
gli elettori intanto aumentò da 500.000 a 813.000 e crebbero
anche il ruolo e gli strumenti di pressione degli industriali.
In questa situazione, anche se le condizioni e i proble-
mi della Francia erano in parte di diversa natura, le correnti li-
berali degli altri paesi europei, e quindi anche dell’Italia, acqui-
starono maggiori possibilità di movimento e di azione; ne nac-
que una nuova ondata rivoluzionaria che si estese dal Belgio al-
la Polonia, alla Svizzera e a vari Stati della Germania, riverbe-
rando sulla delicata situazione italiana impulsi ed energie idea-
li che i tanti esuli politici del nostro paese, disseminati soprat-
tutto in Francia, Inghilterra e Svizzera, seppero utilizzare e in-
terpretare in relazione alle pressanti esigenze dell’Italia.
In Italia le ripercussioni di tutti questi eventi si ebbero
nel 1831 nel Ducato di Modena e nello Stato pontificio. I car-
bonari, incoraggiati dalle giornate di luglio e dall’atteggiamen-
to del governo francese, che sembrava disposto a impedire an-
che con le armi eventuali interventi militari dell’Austria, medi-
tarono atti di forza. Ma il governo di Parigi, che in un primo
momento si era mostrato disposto a sostenere la rivoluzione fi-
no a giungere a una potenziale rottura con l’Austria, compì im-
provvisamente un’inversione di rotta. Preoccupazioni di carat-
tere internazionale e soprattutto il timore di ripercussioni all’in-
terno che avrebbero potuto compromettere la stabilità del nuo-
vo regime consigliarono a Luigi Filippo una via più prudente,
per cui la Francia si limitò a inviare una nota di protesta quan-
do l’Austria optò per la repressione militare della rivolta.
Il costituirsi in Francia di una «Società dell’italiana
emancipazione», di cui facevano parte Guglielmo Pepe, Luigi
Porro Lambertenghi e Piero Maroncelli, aveva reso più stretti
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 93

i rapporti tra i carbonari italiani e i repubblicani francesi. La di-


chiarazione francese sul non intervento rese più animosi e sicu-
ri di sé i patrioti italiani. Fu un’illusione di breve durata, ma è
pur vero che si è parlato a lungo del fatto che Luigi Filippo
avrebbe stabilito delle relazioni con Francesco IV duca di Mo-
dena per cui, assecondando le ambizioni espansionistiche del
duca, gli si prospettava la possibilità di promuovere la forma-
zione di un regno comprendente Lombardia, Parma e Tosca-
na in cambio di un rapporto privilegiato con la Francia e uno
sganciamento dagli Stati autoritari europei. Tramite di queste
segrete manovre sarebbero stati il carbonaro Enrico Misley,
che forse sperava di guadagnare il duca alla causa rivoluziona-
ria, e per un certo periodo un industriale di Carpi, Ciro Menot-
ti. Ma, ripetiamo, ciò che apparve di capitale importanza per i
rivoluzionari italiani fu la proclamazione fatta dal nuovo gover-
no francese, presieduto da Jacques Laffitte, del principio di non
intervento, che obiettivamente li tutelava da un attacco austria-
co. A tutto questo andava aggiunto l’atteggiamento ambiguo di
Francesco IV. E veniamo così al «giallo» dei moti di Modena.

1 | Il 1831 nell’Italia centrale

Il duca Francesco IV era un principe ambizioso, che non si ac-


contentava di essere sovrano di un piccolo Stato e ambiva a
ingrandire i propri domini. Già nel 1821, durante i moti pie-
montesi, aveva pensato a una possibile esclusione di Carlo Al-
berto dalla successione e a una sua candidatura al trono del
Regno di Sardegna in quanto genero di Vittorio Emanuele I.
Le cose erano andate altrimenti. I fatti di Parigi del 1830 ria-
prirono in un certo senso il discorso. Accanto a lui agiva una
enigmatica figura di patriota, Enrico Misley, un avvocato che
si recava spesso per affari a Parigi e che aveva ridestato a Mo-
dena l’azione carbonara. Ciro Menotti, entrato a far parte del-
94 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

l’azione liberale, per le sue doti di energica risolutezza ne era


diventato in breve tempo la guida e il punto di riferimento per
l’azione da svolgere nei ducati e nelle Legazioni. Misley, che
aveva le funzioni di agente commerciale del duca a Parigi,
concepì il progetto di trascinare Francesco IV nelle cospirazio-
ni carbonare.
I rapporti stabilitisi tra questi tre personaggi non sono
mai stati completamente chiariti e presentano ancora oggi non
pochi punti oscuri. Come è comprensibile, si trattava di rappor-
ti che non potevano o dovevano lasciare una documentazione
esplicita e che si prestavano a essere esagerati o smentiti a se-
conda dello svolgersi degli avvenimenti. Ma che questi rappor-
ti politici non siano mai esistiti e che si sia trattato di una leg-
genda liberale-carbonara creata a posteriori, come alcuni hanno
sostenuto, sembra poco credibile, considerando la sicurezza e
l’impunità con cui i liberali poterono agire lungamente sotto gli
occhi di Francesco IV che, come i precedenti avvenimenti pro-
vano, poteva contare su un vigile e oculato controllo della sua
polizia. Un’altra ipotesi che è stata avanzata è che il duca simu-
lasse una sua adesione per poter meglio entrare a conoscenza
dei progetti dei carbonari. Più probabile che si sia trattato in-
vece di un’adesione ambigua, senza un’esplicita compromissio-
ne del duca, disposto a lasciare agire, a vedere come andava a
finire, per raccogliere in un secondo momento gli eventuali be-
nefici. A Francesco IV poteva infatti tornare utile sia di fronte
ai liberali italiani che di fronte alle forze internazionali assume-
re un atteggiamento amichevole nei confronti della Carbone-
ria. A Misley, che aveva capito se non provocato il gioco, non
dovette riuscire difficile far balenare al duca la possibilità di un
ampliamento del ducato.
Dopo le tre giornate di Parigi, l’attività di Ciro Menot-
ti si era intanto intensificata. Il suo comportamento era tenden-
te a realizzare veramente un cambiamento politico liberale nel
ducato. Ma Francesco IV, probabilmente al corrente di maneg-
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 95

gi segreti della diplomazia, diffidò, sentendosi inoltre controlla-


to nelle sue azioni da Metternich. Diventò allora sempre più
cauto, rifiutò di riconoscere come re Luigi Filippo e si ritirò da-
gli accordi: non era suo interesse lasciare trasformare il suo du-
cato in una trincea avanzata della rivoluzione. Menotti invece
continuò a tessere la trama per la rivoluzione nell’Italia centra-
le, anche senza il duca. La commedia degli equivoci e degli er-
rori stava terminando. Non era questo il momento opportuno,
né vi era alcun motivo da parte del duca per scatenare azioni re-
pressive, ma quando Francesco IV vide che Metternich era de-
ciso a non cedere di fronte all’invadenza francese e a mantene-
re l’egemonia austriaca in Italia intervenendo militarmente in
caso di insurrezione (117.000 austriaci erano stati concentrati in
Lombardia), e quando si rese conto che Menotti avrebbe volu-
to veramente fare di Modena il centro di un’insurrezione di tut-
ta l’Italia centrale, predisponendo un piano d’azione per i primi
di febbraio, allora si affrettò ad agire.
La notte fra il 3 e il 4 febbraio 1831 la polizia circondò
la casa di Ciro Menotti, dove questi con altri congiurati prepa-
rava i piani di attuazione dell’imminente insurrezione, arre-
standoli tutti. Il moto non si poteva più fermare e il 4 febbraio
insorgevano Bologna e Parma. A Bologna gli insorti trionfaro-
no facilmente; dopo pochi giorni aderirono la Romagna, le
Marche e l’Umbria e si costituì il governo delle Province Uni-
te. L’8 febbraio venne proclamata solennemente la decadenza
del potere temporale.
A Parma anche il governo di Maria Luigia entrò in cri-
si e l’arciduchessa fu costretta a rifugiarsi a Piacenza, dove si tro-
vava un presidio austriaco. Il Municipio di Parma nominò un
governo provvisorio. In verità il governo dell’arciduchessa non
era minacciato da alcuna ribellione popolare, ma il timore che
per contagio questo potesse accadere la convinse a eclissarsi.
Dunque un’insurrezione che sembrava nata nella pe-
nombra, una via di mezzo tra una cospirazione e un complotto
96 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

dinastico, stava rivelando invece una potenzialità politica ecce-


zionale, che aveva infiammato gran parte dell’Italia centrale. Il
momento sembrava favorevole a cambiamenti decisivi, a co-
minciare dallo Stato della Chiesa, dove la morte di Pio VIII nel
dicembre del 1830 aveva aperto un periodo di incertezza sul suo
successore che si chiuderà proprio a febbraio con l’elezione di
Gregorio XVI. Anche nel Regno di Napoli c’era un nuovo so-
vrano, il ventenne Ferdinando II. Di lì a poco, ad aprile, morirà
Carlo Felice e Carlo Alberto finalmente salirà al trono.
Tutto il fronte politico italiano pareva svegliarsi anco-
ra una volta con le medesime speranze di liberazione, di indi-
pendenza dallo straniero, e con una acuita attenzione per l’idea
di una possibile unità della patria. Il 1831 richiama anche la
poesia militante a dare voce a queste speranze. È Giovanni Ber-
chet, il teorico del Romanticismo italiano, lo scrittore e poeta
considerato tra i maggiori «alfieri» del Risorgimento. «Esule,
Berchet portava a Londra – dirà De Sanctis – i dolori e i furo-
ri della patria tradita e vinta». Facendosi interprete della «col-
lera nazionale» e della passione patriottica che avevano acceso
i primi mesi del 1831, il poeta scrisse un’ode impetuosa e mira-
ta all’idea di un’Italia non più divisa e serva. Il titolo era squil-
lante, All’armi! All’armi!: «Su figli d’Italia! Su, in armi! Corag-
gio! / Il suolo qui è nostro: del nostro retaggio / Il turpe mer-
cato finisce pei re, / Un popol diviso per sette destini, / In set-
te spezzato da sette confini, / Si fonde in un solo, più servo non
è». Tornava il messaggio manzoniano di quindici anni prima:
«Liberi non sarem se non siam uni», che con animo commos-
so Gabriele Rossetti riconfermava nell’ode L’anno 1831.
La vittoria dei rivoluzionari italiani fu però di breve du-
rata, anche se politicamente non effimera. Il governo delle Pro-
vince Unite, che risiedeva a Modena, convinto dell’aiuto della
Francia, si apprestò a resistere a un’eventuale aggressione degli
austriaci, ma senza un eccessivo impegno organizzativo sul pia-
no militare. Affidò la preparazione di un esercito rivoluziona-
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 97

rio alla persona giusta, un esperto ufficiale napoleonico, il ge-


nerale Carlo Zucchi, che non ebbe però né il tempo né gli stru-
menti opportuni e un’effettiva collaborazione politica.
L’esercito austriaco agli ordini del generale Frimont, lo
stesso che dieci anni prima aveva sconfitto le truppe ribellatesi
a Napoli, iniziò la riconquista dell’Italia centrale e scontratosi
con i soldati del generale Zucchi li sconfisse nei pressi di Rimi-
ni il 25 marzo. Zucchi, imbarcatosi con altri patrioti su un bat-
tello forse per raggiungere la Grecia, fu intercettato da una na-
ve austriaca al comando del contrammiraglio Francesco Ban-
diera. Fu preso prigioniero e condannato a morte da un tribu-
nale militare. La condanna gli fu tramutata in ergastolo. Ritro-
veremo il nome del contrammiraglio: era il padre di Attilio ed
Emilio Bandiera.
A Modena la clemenza non fu per Ciro Menotti, sul
quale si scatenò la rabbia e la vendetta di Francesco IV. Con-
dannato a morte fu giustiziato mediante impiccagione il 26
maggio insieme con un notaio patriota Vincenzo Borelli, la cui
unica colpa era stata l’avere rogato l’atto di decadenza del duca
al momento dell’insurrezione. Fu una sentenza vergognosa che
inasprì il dissenso dei cittadini onesti. Il nome di Menotti diven-
ne sacro per i liberali e per i carbonari come per tutti gli esuli
che lasciarono le province restituite ai regimi odiati. Di quel
martire si ricordò il giovane Garibaldi che, combattente per la
libertà del Rio Grande in America, volle chiamare Menotti il fi-
glio primogenito avuto da Anita nel 1840.
Gli avvenimenti del 1831 determinarono in Italia la
crisi del movimento settario e rivelarono la sua insufficienza ri-
spetto alle grandi difficoltà, quasi all’insormontabilità del pre-
sente ordine politico. Ne uscì diminuito, nella considerazione
degli sconfitti e degli esuli, anche il governo francese. La sua
deludente politica verso l’Italia in rivolta rimase tale, anche se
la Francia fece una mossa ufficiale verso l’Austria chiedendo
di ritirare le truppe dai territori italiani occupati, in particola-
98 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

re dallo Stato pontificio. Ne derivò una situazione se possibile


ancor più drammatica per le popolazioni locali. Il governo
francese, senza crederci troppo, aveva infatti chiesto per via di-
plomatica al nuovo pontefice di concedere delle riforme e in
particolare di ammettere la costituzione nello Stato della Chie-
sa di governi locali laici e con ampia autonomia amministrati-
va. Una proposta tutto considerato abbastanza moderata. Il
papa naturalmente la rifiutò ammettendo, con un motu proprio,
piccoli cambiamenti che non toccavano la sostanza dei rap-
porti civili e dei diritti delle popolazioni. Più duttile parve l’Au-
stria, che ad agosto sgombrò le Legazioni dei suoi soldati, che
furono sostituiti da dure e insolenti milizie pontificie. Ma di
fronte alle violenze cui esse si abbandonarono si levò un coro
di proteste così alto che, pochi mesi dopo, nel gennaio 1832,
gli austriaci tornarono a occupare Bologna e apparvero, para-
dossalmente, come liberatori e protettori delle popolazioni lo-
cali. In questa emergenza anche la Francia decise di interveni-
re per non perdere ulteriormente credibilità di fronte ai libe-
rali italiani e mantenere il suo prestigio, e occupò militarmen-
te Ancona. Il papa non cedette mai e solo dopo sei anni, nel
1838, i presidi militari austriaci e francesi lasciarono Bologna
e Ancona.

Una strada ancora lunga da percorrere attendeva i li-


berali e democratici italiani che nello Stato della Chiesa e nel
potere temporale dei papi vedevano l’ostacolo più duro e pro-
blematico proprio per l’anomalia di un potere politico che me-
scolava l’assolutismo con l’intimidazione religiosa, il retrivo bi-
gottismo cattolico con l’immobilismo di governo, il controllo
del privato attraverso le pratiche della fede con la sorveglianza
poliziesca del comportamento pubblico. Sono molti i docu-
menti, gli scritti, le lettere, le pagine di diario di tanti, illustri o
meno, italiani che si posero agli inizi del terzo decennio la do-
manda «che fare?». C’era anche spazio per sorridere amara-
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 99

mente, per ironizzare, per servirsi della tecnica romantica dei


linguaggi allusivi. Fu ancora Leopardi, sul finire del 1831, a ri-
versare sulla pagina la melanconia irridente della delusione po-
litica componendo il «Poema in 8 canti» I paralipomeni della Ba-
tracomiomachia. È una composizione dal vigore polemico straor-
dinario (fu pubblicata postuma e non è tra le opere più lette del
grande poeta) e nella forma della satira affabulata e metaforica
e con il ritmo musicale dell’ottava ariostesca c’è il ritratto del-
l’Italia di quegli anni. L’ottusità dei governi della Restaurazio-
ne, l’insolenza del controllo austriaco, la dispersione dei valori
degli individui e delle comunità, l’imbarbarimento del compor-
tamento civile: «Il popolo avvilito e pien di spie / Di costumi
ogni dì farsi peggiore, / Ricorrere agli inganni, alle bugie, /
Sfrontato divenendo e traditore; / Mal sicure da’ ladri esser le
vie / Per tutta la città non che di fuore; / L’or fuggendo e la fe-
de, entrar le liti, / Ed ir grassi i forensi ed infiniti».
Il modo in cui si concludeva la rivoluzione del 1831 re-
se comunque un po’ più maturo il movimento rivoluzionario
italiano e fece capire che vi erano stati errori tattici e di strate-
gia politica nell’azione delle sette. Troppo ristrette in realtà era-
no le loro basi sociali; ancora eccessiva l’ingenua fiducia nella
possibilità di convincere i sovrani a realizzare riforme pacifiche
e indolori dell’ordinamento dello Stato; limitata, a causa di cen-
sure sulla stampa, della diffusa pratica della delazione e dello
spionaggio, l’opera di propaganda e di reclutamento segreto;
infine, l’anacronismo delle affiliazioni rituali e la relativa teatra-
lità. Scarsa era poi la consapevolezza della necessità di operare
in modo unitario e concorde su tutto il territorio nazionale.
Questa amara esperienza ebbe però degli aspetti posi-
tivi, nel senso che spinse le menti migliori e le forze più giovani
del movimento liberale a elaborare programmi più adatti alla
lotta contro l’Austria e i governi reazionari. Colui che diede il
più alto contributo a tale ricerca, aprendo la via a una nuova e
decisiva fase del pensiero e dell’azione liberale, fu Mazzini.
100 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Nel 1832 Mazzini fondò una nuova associazione la cui


gestazione era avvenuta nell’estate del 183l: la Giovine Italia. La
cellula originaria è nella lettera, firmata «Un Italiano», da lui in-
viata a giugno a Carlo Alberto, da due mesi sul trono di Torino.
«Sire [...]. Ponetevi alla testa della nazione e scrivete sulla vostra
bandiera: unione, libertà, indipendenza. [...] Se voi nol fate al-
tri il faranno senza di voi e contro di voi [...]. Gli uomini liberi
dell’Italia aspettano la vostra risposta ne’ fatti». La risposta Maz-
zini l’avrà, ma di tutt’altro tenore. Dal Piemonte sabaudo Maz-
zini riceverà condanne che penderanno su di lui a lungo.
Al centro del programma mazziniano era la rivoluzio-
ne nazionale e dunque il superamento dei movimenti locali e
settari. Una rivoluzione unitaria, unico mezzo per spezzare la
catena di interessi che consentivano all’Austria di mantenere il
predominio nella penisola. Mazzini concepiva la liberazione e
il rinnovamento dell’Italia senza l’aiuto straniero e senza com-
promessi con le forze conservatrici, ma come il risultato di un
movimento rivoluzionario popolare. La rivoluzione doveva av-
venire anche nella coscienza del popolo italiano, eliminandone
l’abitudine al servilismo.
Di tutte le novità del pensiero mazziniano due devono
essere sottolineate: l’impostazione democratica che egli diede al
movimento patriottico e la affermazione dell’unità nazionale
come condizione indispensabile per il rinnovamento dell’Italia.
Su questi presupposti, Mazzini pose la repubblica come la sola
forma istituzionale capace di assicurare la libertà e l’eguaglian-
za politica dei cittadini: «La sovranità – scriveva nel program-
ma della Giovine Italia – risiede nella nazione, sola interprete
progressiva e continua della legge morale suprema». La Giovi-
ne Italia nasceva dalla considerazione del fallimento di movi-
menti il cui slancio patriottico generoso e il cui idealismo si era-
no rivelati insufficienti a raggiungere qualche risultato.
Mazzini aveva sperimentato personalmente gli errori
compiuti dalla Carboneria, alla quale si era affiliato nel 1827.
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 101

Dentro la «vendita» di Genova iniziò un’attività di propagan-


da clandestina, ma fu tradito e arrestato e rimase in carcere nel
castello di Savona fino al febbraio 1831. Poiché non c’erano
prove concrete della sua attività, il governo di Carlo Felice gli
pose il dilemma: l’internamento in un piccolo paese del Pie-
monte oppure l’esilio. Mazzini scelse l’esilio. E fu esule per sem-
pre. I suoi soggiorni in Italia, lunghi o brevi, lo videro come uno
straniero in patria, sotto falso nome e spesso sorvegliato e pedi-
nato dalla polizia.
Mazzini riteneva che per ottenere la libertà e l’indipen-
denza di una nazione il popolo intero, e specialmente le giova-
ni generazioni, ricche di entusiasmo e di fede, dovevano impe-
gnarsi a pensare e ad agire con i sentimenti di soldati, di «sacer-
doti», di profeti della libertà e di parte integrante non di un par-
tito o di un movimento, ma del popolo. Nel popolo infatti e non
nella religione si manifesta Dio e si afferma la legge del progres-
so. Ogni popolo come ogni individuo ha una missione da com-
piere perché il progresso deve riguardare tutta l’umanità, sen-
za distinzioni di alcun genere. La missione storica del popolo
italiano è chiara: abbattere l’Austria e il papato, i veri nemici
del progresso e della libertà e identità dei popoli. La fine dell’e-
gemonia dell’Austria libererà i popoli oppressi d’Europa; la fi-
ne del papato segnerà l’inizio di una nuova religione unitaria.
Roma liberata dall’oppressione della Chiesa sarà il luogo dal
quale inviare al mondo questo doppio messaggio politico e re-
ligioso.
È l’ideale della Terza Roma (dopo quella dei Cesari e
quella dei papi) che Mazzini custodirà fino alla morte (quando
Roma fu liberata nel 1870 egli, come vedremo, era rinchiuso
nel carcere di Gaeta) e che considererà un lascito per i futuri
cittadini di una Italia democratica e repubblicana. L’unità na-
zionale e la forma repubblicana erano per Mazzini la ragione
ultima di un progetto politico così ideale e così reale. Il fascino
di questo messaggio era nel compito che attendeva una rivolu-
102 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

zione italiana che, nel nome di Dio e del popolo, nel rigenera-
re se stessa trasformava tutta l’umanità.
Questo per grandi linee il pensiero politico di Mazzini.
Si può capire come egli abbia avuto un largo consenso e anche
delle critiche all’interno dei movimenti liberali e democratici in
Italia e in Europa. Molti sinceri democratici e di spirito laico gli
rimproverarono la religiosità di cui era impregnato il program-
ma politico. Simonde de Sismondi, ad esempio, gli obiettò:
«Voi desiderate una religione e respingete tutte quelle esisten-
ti. La parte della ragione umana è di far della filosofia; noi, che
non parliamo che come uomini, non possiamo che persuadere,
presentando ragionamenti». Il mazzinianesimo fu anche que-
sto, una battaglia durata per tutto l’Ottocento, e molto poco il
pensiero di Mazzini si modificò con il passare degli anni; egli ri-
mase tenacemente fedele al «sogno della sua gioventù», anche
nel mutarsi del clima storico, quando alle critiche dei laici si ag-
giungevano quelle dei conservatori, che lo chiamavano «papa
Mazzini», o quella più ironica di Marx che, in articoli gior-
nalistici o in lettere, lo appellava Teopompo, cioè «mandato
da Dio».
Il mazzinianesimo proclamava verità autentiche di rin-
novamento morale e sociale, di affermazione di diritti, ma, ec-
co la novità etica rispetto alla tradizione della rivoluzione fran-
cese, soprattutto di «doveri». Una fiamma che accese il Risor-
gimento di dibattiti, contrasti, utopie, ma anche la perentoria
affermazione di idee originali che si scontrarono con l’altro
grande messaggio rivoluzionario e universalizzante del secolo,
il socialismo e il marxismo.
Dal 1832 in poi l’Italia fu dal Nord al Sud in pieno fer-
mento, e dall’esilio di Marsiglia Mazzini cercò tutte le occasio-
ni per intervenire. A gennaio, vicino a Cesena, le milizie del
papa si scontrarono con duemila liberali armati. Fu una stra-
ge che coinvolse civili inermi. A Napoli vi furono condanne a
morte dopo la scoperta di un complotto di militari per uccide-
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 103

re Ferdinando II. Un’altra congiura di militari liberali fu sco-


perta in Piemonte nella primavera del 1833. Aveva diramazio-
ni a Genova, Alessandria, Chambèry. Ne seguì un processo:
dodici ufficiali furono fucilati, nove condannati a morte in con-
tumacia, tra i quali Mazzini, «colpevole di alto tradimento e
nemico della patria», altre nove condanne capitali tramutate
in ergastoli (uno degli arrestati, il medico mazziniano Jacopo
Ruffini, si suicidò in carcere), decine di pene varie e l’esilio in-
timato a circa trecento persone compreso il cappellano di cor-
te Vincenzo Gioberti, che, dopo tre mesi di fortezza, fu espul-
so dal regno come fiancheggiatore dei repubblicani.
Il giro di vite dei governi avvenne dappertutto anche
con l’applicazione rigida dei regolamenti di censura sulla stam-
pa. A Firenze fu persino chiusa l’«Antologia» di Vieusseux e in
generale, poiché la propaganda della Giovine Italia avveniva
anche per mezzo stampa e attraverso la posta, i controlli su
pubblicazioni, riviste, giornali, opuscoli, fogli volanti, manife-
sti, divennero più minuziosi.

La tensione era al massimo. Alla fine del 1833 Mazzi-


ni e i suoi per nulla intimoriti prepararono un piano di invasio-
ne militare della Savoia. Era un piano minuzioso e ovviamen-
te segreto che doveva impegnare esuli politici della Polonia,
della Germania, volontari svizzeri e militari piemontesi come il
generale Gerolamo Ramorino, che si assunse la responsabilità
tecnica della spedizione, consistente nel far affluire da Ginevra
e da Grenoble due colonne di circa 1.200 uomini che, supera-
to il confine, avrebbero dovuto congiungersi a Saint-Julien.
Contemporaneamente, a Genova avrebbe dovuto aver luogo
un’insurrezione con l’occupazione del porto da parte di un gio-
vane ventisettenne, capitano della marina sarda, Giuseppe Ga-
ribaldi.
La preparazione fu complicata ma perfetta. Mazzini
non sapeva però che del progetto era a conoscenza il governo di
104 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Torino. Da Nizza a Marsiglia una catena di informatori, diretti


dai carabinieri reali, teneva la situazione sotto controllo. Alla fi-
ne, avvenuta l’invasione tra il primo e il 2 febbraio, si arrivò allo
scontro con i reparti dell’esercito e dei carabinieri. Da parte lo-
ro gli insorti, giunti a Saint-Julien, emisero un proclama a nome
del «Governo provvisorio insurrezionale» che esordiva con il
motto «Liberté, Fraternité, Humanité, Indépendance, Unité».
Si invitava la popolazione a insorgere, ad accendere fuochi nel-
le alture, a far suonare le campane a stormo. Non accadde nul-
la: l’insurrezione durò appena quarantotto ore. Una colonna di
insorti fu attaccata lasciando sul campo tre morti, due feriti e due
prigionieri. Questi erano un avvocato lombardo, Angelo Volon-
tari, e il piemontese Giuseppe Borel. Processati da un tribunale
militare furono fucilati sul finire di febbraio. Il tentativo era fal-
lito e anche a Genova, giunta la notizia del fallimento, Garibal-
di fece appena in tempo a scappare. Mazzini, che si trovava in
Svizzera, posto sotto sorveglianza dalle autorità locali, finì con il
lasciare questo paese e, dichiarato indesiderabile in Francia, si
rifugiò a Londra, che divenne la sua seconda patria. Garibaldi,
condannato a morte in contumacia per alto tradimento, partì
per l’America.
La storia della libertà italiana ricominciava da capo.

2 | Tecnologia e politica

Non dobbiamo intanto ignorare nel nostro racconto che tra le


nazioni del vecchio continente, divise da interessi politici e con-
trastanti problemi interni, il tema della libertà era comune e dif-
fuso era il richiamo, non soltanto letterario e «avanguardistico»
(uso questa espressione novecentesca perché il dinamismo in-
tellettuale e l’eccezionalità del linguaggio romantico ebbero il
carattere di un’avanguardia), alla giovinezza e alla modernità.
Esso proveniva proprio in quegli anni anche dalle trasforma-
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 105

zioni economiche e dal veloce, straordinario sviluppo delle


scienze e delle tecnologie. L’esempio dell’Inghilterra industria-
le e della Francia dei finanzieri (emersero i mitici Rothschild),
degli imprenditori e dei brevetti scientifici, la diffusione a mac-
chia d’olio non solo delle scoperte della chimica ma soprattut-
to dell’applicazione di una nuova fonte di energia, il vapore, fe-
cero capire che dei fatti inediti entravano nella scena della pro-
duttività e nella valorizzazione del tempo e dello spazio. Si co-
minciava a assaporare una serie di libertà che si identificavano
facilmente con i diritti politici da difendere o conquistare a ca-
ro prezzo. Erano però libertà pacifiche e liberatorie da servitù,
impacci, precarietà della vita quotidiana. L’invenzione della
ferrovia ne era la metafora più immediata. Forse le vecchie
classi dirigenti cominciavano a sospettare che l’industrializza-
zione potesse essere più minacciosa di una rivoluzione politica.
Pensando all’Inghilterra ecco come un esponente dell’aristo-
crazia inglese giudicava l’industria meccanica e i suoi quotidia-
ni successi: «Questa industria è una ghiandola, una escrescen-
za fungosa del corpo politico; si sarebbe potuto arrestarne i pro-
gressi, se si fossero previste le conseguenze quando ancora si era
in tempo; ma oggidì il suo volume si è talmente accresciuto, i
suoi nervi hanno prodotte tante ramificazioni, e i suoi vasi si so-
no così intimamente confusi nelle vene e nelle arterie principa-
li del sistema naturale, che è divenuto impossibile farla sparire
per assorbimento e amputarla sarebbe fatale».
La borghesia e il capitalismo non avevano dunque più
niente a che vedere col vecchio mondo degli aristocratici e dei
reazionari. Questo esito l’aveva intuito, ma con inquietudine,
temendo anche la fine delle fragili bellezze del vecchio mon-
do, un poeta italiano che viveva a Londra e che nel 1822 ave-
va visitato le città industriali di Manchester e Liverpool: «I vo-
stri figli – scriveva Ugo Foscolo a una amica –, o al più tardi
i vostri nipoti si accorgeranno che la vera rivoluzione sarà qui
tacitamente prodotta da un lato dalla disperata miseria della
106 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

moltitudine, e dall’altro dalla potenza economica dei plebei


arricchiti». Una premonizione stupefacente del dissidio che
avrebbe segnato l’Ottocento tra capitale e lavoro, tra libertà
e necessità, tra il potere economico e la giustizia sociale. Con
disinvoltura diversa: «Vada al diavolo il duca di Wellington
con tutti i suoi campi di patate!», aveva esclamato l’economi-
sta David Ricardo, intendendo con tali parole dare per stori-
camente liquidate l’aristocrazia terriera e la passività della
rendita fondiaria. E il mitico duca di Wellington era, tra l’al-
tro, primo ministro di Sua Maestà.
Ebbene, fu soprattutto con la creazione del sistema in-
dustriale che il capitalismo europeo dimostrò il suo dinamismo.
E gli anni dal 1830 alla metà del secolo misero ciò in luce con
un’evidenza ben maggiore che nella prima fase settecentesca
della rivoluzione industriale. La ferrovia da metafora del mo-
derno cominciava a divenire anche un raccordo culturale e
ideologico globalizzante del crescente capitalismo europeo.

Ne fu immediatamente convinto in Italia, nello Stato


più produttivo, il Lombardo-Veneto, un giovane studioso di
economia e di sociologia, Carlo Cattaneo. Da tempo affascina-
to dai battelli a vapore che solcavano il Lago Maggiore, dall’im-
pensabile velocità con cui i primi piroscafi attraversavano il
Mediterraneo, la Manica e perfino l’Atlantico, sedotto dalla
grande avventura delle ferrovie, Cattaneo si fece promotore
dell’introduzione in Italia di questo potente mezzo di comuni-
cazione. La sede più adatta per affrontare il problema non po-
teva che essere culturale e scientifica e nella Lombardia austria-
ca, dove imperversava la censura sul dissenso politico, la scien-
za e la cultura tecnica erano invece incoraggiate e protette. Su
una rivista prestigiosa, tra le tante allora pubblicate di caratte-
re tecnico, gli «Annali universali di Statistica, Economia pub-
blica, Storia, Viaggi e Commercio», che si avvaleva di nume-
rosi collaboratori, il trentenne Cattaneo pubblicò, nel giugno
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 107

1836, il saggio Ricerche sul progetto di una strada di ferro da Milano a


Venezia. Nella ferrovia egli vedeva il futuro della libertà e mobi-
lità di uomini e merci e uno strumento per attenuare «le due
voragini dell’umana forza, lo spazio e il tempo». Era l’avvio di
un disegno di sviluppo del Lombardo-Veneto che nelle inten-
zioni di Cattaneo voleva anche dire evoluzione politica, inve-
stimento della ricchezza spesso puramente redditiera in attività
produttive e di conseguenza utilità sociale del capitale. Questa
«filosofia militante», la sua inclinazione agli studi positivi, fa-
ranno di Cattaneo, e della rivista da lui fondata nel 1839 («Il
Politecnico. Repertorio mensile di studj applicati alla prospe-
rità e coltura sociale»), il precursore, spesso scomodo e inascol-
tato, di autonomie federaliste, di una moderna cultura della
città, di politiche sociali intrecciate al progresso scientifico e al-
le potenzialità innovative della tecnica. Una voce originale
(Cattaneo era anche studioso delle lingue, delle tradizioni po-
polari, delle civiltà asiatiche) tra quelle di altri patrioti liberali e
progressisti durante le battaglie risorgimentali. Ed è interessan-
te che nel 1839 un altro giovane, meno che trentenne, Camillo
Benso di Cavour, pensando al suo Piemonte pubblicasse sulla
«Gazzetta piemontese» un articolo intitolato La strada di ferro da
Ciamberì al lago di Bourget e la navigazione a vapore su quel lago e sul Ro-
dano e sette anni dopo ancora un saggio sulle ferrovie in lingua
francese sulla «Revue Nouvelle»: Des Chemins de fer en Italie. Ec-
co, in apertura di quest’ultimo scritto, il suo sicuro giudizio: «Il
n’y a plus personne possédant une dose ordinaire de bon sens
qui conteste aujourd’hui l’utilité, nous dirons même la nécessité
des chemins de fer. Peu d’années ont suffi pour opérer dans l’o-
pinion publique une révolution complète en leur faveur». È ne-
cessario ricordare cosa abbiano significato per il Risorgimento
italiano i nomi di Cavour e di Cattaneo? In particolare in Ca-
vour c’era quell’ottimismo lungimirante e operoso che fu il lie-
vito culturale dell’Italia nuova: «Soci anche noi di questa impre-
sa ferroviaria – scriveva nel 1839 – ne desideriamo caldamente
108 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

il buon esito; ma assai più del debole lucro che ne potremo rica-
vare ci sta a petto il veder riuscire sopra una vasta scala la pri-
ma applicazione dello spirito d’associazione del nostro paese.
Incoraggiato dal successo, protetto dall’illuminato nostro gover-
no, esso scenderà dall’Alpi, e potrà un giorno nelle nostre belle
e ricche pianure operare portenti non minori di quei che ammi-
riamo nelle più industriose contrade d’Europa».
Ma l’imprevedibilità e anche la casualità della storia vi-
de realizzarsi la meravigliosa invenzione della ferrovia nello Sta-
to italiano dove meno lo si sarebbe aspettato, il Regno delle Due
Sicilie, un paese chiuso alle riforme politiche e culturali, ma con
un gruppo dirigente curioso di scoperte scientifiche e innovazio-
ni tecniche. Lo testimoniavano specifiche istituzioni pubbliche
di «incoraggiamento» alla ricerca scientifica e i successi ottenu-
ti fino a quel momento da chimici (ricorderò soltanto il calabre-
se Raffaele Piria, scopritore nel 1839 della salicina, cioè la pre-
ziosa aspirina, che combatterà nella campagna patriottica del
1848 e che nel 1860, nella Napoli appena liberata da Garibal-
di, fu nominato ministro della Pubblica istruzione), medici, zoo-
logi, fisiologi nell’Università di Napoli e in altri centri di studio
di pregevole livello scientifico. E sarà stato velleitarismo, ma è
anche accaduto che in quegli anni Napoli sia stata la prima città
italiana ad avere l’illuminazione pubblica a gas.

Con una cannonata a salve dal forte del Carmine, alle


dieci del mattino del 3 ottobre 1839, partiva tra sbuffi di vapo-
re, dalla stazione di Napoli, quasi un’elegante villa neoclassica,
alla periferia sud della città, una piccola locomotiva seguita da
nove vagoni. Il treno (ma questa parola non era ancora in uso
come termine ferroviario) doveva percorrere sette chilometri e
406 metri di una «strada di ferro» che a tratti costeggiava il ma-
re attraversando anche, come dirà un cronista, «giardini e vil-
le deliziosissime di ricchi signori». La locomotiva, battezzata
Vesuvio, e la strada di ferro erano state costruite da una compa-
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 109

gnia francese su progetti dell’ingegnere Armand Bayard. La


macchina, fabbricata in Inghilterra dalle officine Longdridge di
Newcastle, era la centonovantesima locomotiva uscita da que-
sta fabbrica nei quattordici intensi anni di vita delle ferrovie in-
glesi; da quando cioè la prima strada di ferro della storia, la
Stockton-Darlington, era entrata in funzione nel 1825. Presi
dalla febbre ferroviaria, i tecnici francesi (seguiti poi dai tede-
schi) avevano fatto di tutto, anche rubando agli inglesi modelli
e calcoli, per impiantare in Francia «strade di ferro» e per
diffondere all’estero questo avveniristico mezzo di comunica-
zione e di «liberazione» del mercato, fiore tecnologico della ri-
voluzione industriale.
Sembra che molti governi dei sette Stati italiani siano
stati interpellati dal gruppo Bayard (costituitosi in compagnia
tecnico-finanziaria), ma solo il Regno delle Due Sicilie accolse
la proposta dell’ingegner Bayard, avanzata nel gennaio 1836
con una lettera personale a Ferdinando II. Bayard chiedeva al
re di autorizzarlo «a costruire a sue spese, rischi e pericoli, una
Strada di Ferro da Napoli a Nocera, con un ramo per Castel-
lammare e con la facoltà di prolungarla verso Salerno, Avelli-
no ad altri siti».
Tre anni dopo, nell’assolato mattino del 3 ottobre,
quell’idea cominciava a realizzarsi. In quel giorno, alla presen-
za dei sovrani, di Bayard e dei suoi collaboratori, del governo
al completo e di una folla festante, nasceva la prima ferrovia ita-
liana. Partito da Napoli, il Vesuvio si arrestava tra bande musi-
cali e applausi alla stazione di Granatello di Portici; il viaggio
era durato nove minuti e mezzo. In poco più di un mese sulla
Napoli-Portici viaggiarono 86.000 passeggeri, quasi a smentire
la motivazione principale per cui la ferrovia era apparsa sulla
scena dell’età industriale, cioè che servisse esclusivamente per
il trasporto delle merci. Si capì subito che la ferrovia avrebbe
invece potuto svolgere, soprattutto nell’Italia delle tante città,
un ruolo di promozione umana e civile.
110 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Così Napoli raggiungeva questo nuovo primato nono-


stante fosse appena uscita, stremata, da una grave epidemia di
colera. Solo l’attenta ironia di Leopardi aveva intravisto, nella
Palinodia composta appunto a Napoli nel 1835, quello che sa-
rebbe stato l’inestricabile intreccio di progresso e di sofferenza
della civiltà industriale («Universale amore, / Ferrate vie, mol-
teplici commerci, / Vapor, tipi e choléra i più divisi, / Popoli e
climi stringeranno insieme»).
Per tutto l’Ottocento la ferrovia fu sentita come una
proiezione di sentimenti, un oggetto-stato d’animo, una macchi-
na evocativa di atmosfere (se ne era accorto William Turner di-
pingendo La ferrovia della Great Western). Questa innovazione tec-
nologica penetrò quindi nella vecchia Europa con molta discre-
zione (se si esclude l’iniziale angoscia degli abitanti di villaggi
sfiorati dalla linea ferroviaria, per i possibili incendi provocati
dalle scintille e dai pezzi di carbone incandescenti), senza le tan-
te violenze e degradazioni ambientali tipiche delle fabbriche con
ciminiere fumanti e delle polveri e dei cumuli di carbone dei pri-
mi distretti industriali. Al di là degli interessi economici, il treno
sembrava invece una duttile cerniera tra il paesaggio naturale e
il mobile paesaggio della comunicazione umana. Una striscia di
ferro che congiungeva, attivava, arricchiva spazi e persone tra
loro lontani.
Quanto alla Napoli borbonica del 1839, dobbiamo
chiederci se la ferrovia Napoli-Portici sia stata un’opera di pu-
ra immagine oppure un segnale di attenzione del governo ver-
so le moderne potenzialità della scienza produttiva. Forse am-
bedue le cose, perché nel 1842 si inaugurava la strada ferrata
fino a Castellammare e due anni dopo erano installate le dira-
mazioni per Pompei, Angri, Pagani e Nocera. Contempora-
neamente erano state impiantate le officine di Pietrarsa per la
fabbricazione di locomotive e vetture ferroviarie. Una impor-
tante industria, questa, che consentiva la progettazione e la co-
struzione di modelli di locomotive che avrebbero reso le ferro-
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 111

vie dello Stato napoletano indipendenti dal mercato estero. Ma


dopo l’unità d’Italia Pietrarsa fu declassata a officina di ripara-
zioni. Uno dei numerosi errori compiuti dai nuovi governi libe-
rali verso le strutture esistenti nel settore manifatturiero e nei
confronti di un ceto imprenditoriale che avrebbe dovuto esse-
re stimolato al massimo.
Il regime politico e sociale del Regno delle Due Sicilie
era certamente lontano da quel modello liberal-parlamentare
inglese e francese che sembrava necessario e intrinseco allo svi-
luppo del capitalismo industriale. Tuttavia, se quanto è avve-
nuto a Napoli dal 1839 in poi è stato solo un’oggettiva, occasio-
nale coesistenza tra arretratezza politica e forme avanzate di
sviluppo economico, senza alcun nesso con i reali rapporti so-
ciali e di produzione del paese, è pur vero che, come osservava
un napoletano antiborbonico come Francesco De Sanctis, «an-
che sotto i cattivi governi si può promuovere la cultura e la pub-
blica educazione». E questo giudizio è in generale fondato
quando si entra nel terreno dell’economia. Lo stesso re Ferdi-
nando II era convinto che l’arretratezza del regno ne facesse
semplicemente un avamposto dell’Africa, d’accordo in questo
con il suo generale Carlo Filangieri, che riteneva una grande
calamità «nascere napoletano».
Tuttavia, la ferrovia del 1839 aveva dato un segnale e
fa pensare anche al ruolo propulsivo che, in zone limitate del
regno napoletano, ebbe il capitale straniero. La penetrazione
finanziaria e tecnologica straniera fu importante sul piano eco-
nomico, ma non ebbe forse il tempo necessario per interferire
positivamente nel sistema politico borbonico, nel senso di im-
porre esperimenti e atti politici di tipo liberale e borghese. Per-
ché questo? Forse l’imprenditore borghese napoletano era pri-
vo di idee e di iniziativa? Eppure la cultura scientifica e la ricer-
ca tecnologica furono presenti nell’età borbonica; una presen-
za autorevole che si trasmetterà alla Napoli postunitaria, grazie
anche alla diffusione nell’università, nelle accademie e tra la
112 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

gente colta del darwinismo, del positivismo e del marxismo. E


allora? Gli interrogativi si moltiplicano, e alcuni restano senza
risposta. Ma il 3 ottobre 1839 con la prima ferrovia italiana
qualcosa cambiava nella storia anche politica dell’Italia.
Intanto si stava avviando in regioni italiane con partico-
lari tradizioni nei rapporti economico-sociali una fase di sostitu-
zione di priorità da non sottovalutare. In Lombardia, ad esem-
pio, poiché la maggior parte della ricchezza accumulata era in-
vestita in proprietà immobiliari e nell’attività agricola, era logi-
co che la regione restasse industrialmente distanziata dall’Inghil-
terra, dal Belgio, dalla Francia, dalla Svizzera e da alcune parti
della Germania e dell’impero austriaco. Come ha osservato uno
storico del Risorgimento italiano, Kent Robert Greenfield:

Il fatto che alcune delle sue industrie fossero giunte alla so-
glia del sistema della fabbrica non significa che questo sistema si fos-
se affermato o che le condizioni fossero mature per esso. In Inghil-
terra questo sistema si consolidò quando vari elementi umani, eco-
nomici e tecnici, maturando lentamente, raggiunsero, in armonia tra
loro, un punto tale di sviluppo, da determinare una rapida trasfor-
mazione dell’ordine sociale [...] In Lombardia il capitale seguitava
ad essere in mano della classe proprietaria conservatrice, che dava il
tono alla società lombarda. Quando cominciò ad accumularsi in al-
tre mani, essa mostrò la tendenza a creare investimenti sicuri e soli-
di in terre, i quali conferivano ai suoi possessori la rispettabilità uni-
versalmente desiderata dalla classe dei proprietari.

La pluralità di soggetti e oggetti dell’economia che en-


travano in gioco al Nord non erano perciò dissimili dai loro
equivalenti al Sud. Si pensi soltanto all’incremento delle società
per azioni che si registra a Napoli negli anni Trenta, per non
parlare di quella Società industriale partenopea che, sorta nel
1833, impiegò i suoi capitali in una molteplicità di iniziative e,
come un recente studio ha documentato, nei più disparati set-
tori produttivi, dalla chimica all’industria tessile, dai progetti di
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 113

rilancio delle porcellane di Capodimonte alla partecipazione


alle industrie meccaniche e alle attività dei vari investitori stra-
nieri. Ma è giusto ricordare che il capitalismo non era, nell’idea
dei suoi economisti teorici, un accrescimento di quantità quan-
to una costante, allargata produzione di qualità di vita, di con-
dizioni esistenziali equilibrate, di incentivazione ai valori di li-
bertà, non una sua strumentale e affaristica utilizzazione. E non
si può dire che qualcosa del genere fosse visibile in quegli anni
nel Meridione d’Italia.
Ma se c’erano queste poche luci della Restaurazione,
c’erano le molte ombre che pesavano su un’Italia governata e
in parte gestita dallo straniero, guidata da sovrani che non cre-
devano per nulla alla necessità di essere legittimati da una Co-
stituzione, sordi sia a richieste di legalità, che soltanto la prote-
zione costituzionale poteva soddisfare, sia a bisogni diffusi e
maturati nel corso di decenni. Uomini di Stato come il re di
Napoli, il re di Sardegna e il papa (e i loro ministri e consiglie-
ri politici) dominavano i tre quarti della penisola senza chieder-
si perché la parte più attenta, più colta, più moderna dei loro
sudditi fosse animata da uno spirito di appartenenza al popolo
più che a una dinastia o a un potere corazzato dalla religione,
e fosse sostenuta da un patriottismo autentico, mai da interes-
si personali.
Queste ombre, all’aprirsi del quarto decennio, pareva-
no infittirsi. E la politica tornava prepotentemente a occupare
la scena e a riproporre agli italiani più consapevoli (che non era-
no poi quella minoranza marginale ed elitaria che la propagan-
da conservatrice tendeva a far credere) il dilemma tra l’attesa
di lente e graduali riforme oppure la scelta di rompere al più
presto, con l’insurrezione, le rivolte, la rivoluzione, la coltre gri-
gia di un sistema politico per il quale valeva di più il timoroso
ossequio alla religione che non la laicità del potere (come ac-
cadde in Piemonte nel primo periodo del regno di Carlo Alber-
to, prima che alcuni suoi sensibili consiglieri, come Carlo Gio-
114 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

vanetti, cominciassero, tra il 1840 e il 1841, a suggerirgli posi-


zioni più laiche e più aperte), più un conformismo intimidato-
rio che la ricchezza di una cultura ormai «romanticamente»
lanciata in linguaggi e pensieri comuni in tanti luoghi dell’Eu-
ropa. La politica tornava con il dilemma dell’attesa prudente
oppure della rottura di ogni indugio; in altre parole comincia-
va a produrre il miscuglio esplosivo che prende il nome di Ri-
sorgimento: l’alternarsi cioè della politica e della cultura del
moderatismo e di quelle dell’azione rivoluzionaria; della pru-
dente diplomazia oppure degli atti di forza risolutivi.
Ma l’Italia aveva dietro di sé troppa storia, troppe idee
perché contraddizioni del genere potessero semplicemente
sciogliersi e superarsi pacificamente. Non erano soltanto con-
fronti culturali: c’era anche la necessità di raccordare le idee
astratte alle disuguaglianze sociali, alla povertà della gente di
campagna o degli strati più emarginati delle città, alle ingiusti-
zie perpetrate contro i deboli, gli indifesi, le persone libere da
pregiudizi di classe, di cultura, di sentimenti. C’era il problema
nodale dei «diritti». Tutto questo era ben chiaro ai liberali e ai
patrioti, ma più di tutti era chiaro a Mazzini e ai mazziniani,
che scalpitavano e volevano tagliare al più presto i nodi della
soggezione operando in quei luoghi dove si avvertiva il peso del
malgoverno, dell’inefficienza, della povertà e dell’arretratezza.
Ed ecco che tra il 1843 e il 1845 le fiamme della ribellione di-
vamparono di nuovo.

Nel corpo inerte e torpido dello Stato pontificio i maz-


ziniani pensarono di intervenire con un’iniziativa insurrezio-
nale che teneva conto del disagio economico delle popolazio-
ni della Romagna, della crescente insofferenza per un gover-
no papalino anacronistico, lontano e indifferente allo stato d’a-
nimo «civile» della gente. Nel 1843 un gruppo di mazziniani
occupò Imola (della città era vescovo Giovanni Mastai Ferret-
ti, che rischiò di essere preso come ostaggio), prima tappa di
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 115

un’insurrezione della Romagna. Fu un completo fallimento: i


capi della rivolta vennero arrestati, processati e, agli inizi del
1844, sette di loro furono giustiziati. Per Mazzini uno scac-
co doloroso e ancora una prova che le rivoluzioni non si im-
provvisano. Meditò su questo anche quando, nella primavera
1844, ebbe notizia che tra gli italiani alcuni seguaci delle sue
idee repubblicane e rivoluzionarie, che si trovavano a Corfù e
a Malta, stavano preparando una spedizione in Italia. Questa
volta il progetto era stato ideato da due sudditi dell’Austria
e ufficiali della marina austriaca: i fratelli Attilio ed Emilio
Bandiera.
Nati a Venezia, Attilio aveva 34 anni, Emilio 25. La lo-
ro è forse una delle storie più struggenti del patriottismo italia-
no. Andrebbe ricordata anche per l’eccezionalità dei protago-
nisti e per l’ambiente familiare dal quale provenivano i due fra-
telli. Il loro padre, Francesco, era contrammiraglio della mari-
na austriaca, Attilio alfiere di fregata, imbarcato sulla nave am-
miraglia comandata dal padre, Emilio cadetto (oggi si direbbe
guardiamarina). La loro madre era una baronessa veneta, ligia
all’imperatore e dal carattere autoritario. Quando seppe che i
figli avevano disertato e si erano segretamente rifugiati a Corfù
per complottare qualcosa di illegale insieme con un loro amico
carissimo, il veneziano ufficiale di marina Domenico Moro, e
altri patrioti, li raggiunse per convincerli, implorandoli e anche
minacciandoli aspramente, a pensare al prestigio del padre e
della famiglia e a rinunciare a qualsiasi colpo di testa contro le
autorità di Vienna. Attilio rifiutò di incontrarla, Emilio cercò di
fare lo stesso mandandole un biglietto che cominciava così: «Si-
gnora madre, ritorno adesso e sento l’inaspettata notizia del suo
arrivo. Essa mi agitò tanto che, in verità, io non potrò presen-
tarmi a lei che alla sera. Procuri che il nostro incontro si effet-
tui in una camera solitaria; che non abbia testimoni, che sia
men che possibile commovente. Mi perdoni, madre mia, ma,
in verità, mi mancano le forze per affrontare la sua desolazio-
116 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

ne». Da queste parole si capisce di che materia fossero i senti-


menti dei due fratelli e quale fosse la forza dei loro ideali. La ba-
ronessa Bandiera non sapeva che tre anni prima Attilio ed Emi-
lio avevano fondato una società segreta, d’ispirazione repubbli-
cana e mazziniana, l’Esperia, che si richiamava anche all’Ete-
ria greca.
La prova generale fu fissata al 31 luglio 1843, in con-
comitanza con i fatti di Imola e della Romagna. Attilio, Emilio
e Domenico Moro tentarono di impossessarsi di due navi della
marina austriaca per sbarcare con uomini e armi in Italia. Ma
per una serie di errori di coordinamento l’operazione fu sospe-
sa appena in tempo. Intanto da Malta giungevano a Corfù, do-
ve si trovavano i Bandiera, il mazziniano Nicola Fabrizi e altri
esuli. Il 21 maggio 1844 Emilio comunicò ad alcuni amici l’i-
dea di riprendere il piano di sbarco in Italia, nella Maremma
toscana, ma fu Fabrizi a indicare un nuovo obiettivo: la Cala-
bria. L’indicazione fu presa al volo con entusiasmo e anzi Emi-
lio per fugare le cautele di Fabrizi gli scrisse una lettera che
Mazzini pubblicherà poi nel suo amaro Ricordi dei fratelli Bandie-
ra: «Convinti che il punto più strategico di incominciare a guer-
ra è appunto l’estremità della Penisola; che là, per energia di
popolazione, per le montagne alte, per le foreste fitte, e per
esempi in altra epoca offerti, si devono rivolgere tutti i nostri
sforzi, credemmo che ogni pericolo fosse giustamente affronta-
to a suscitare una insurrezione che avrebbe potuto estendersi in
Sicilia e negli Abruzzi prima che l’austriaco avesse tempo di
precipitarvisi addosso».
L’obiettivo della spedizione era dunque la Calabria, e
da lì pensavano di propagare l’incendio. In Calabria pareva in-
fatti che la situazione fosse matura per un’insurrezione. Il 15
marzo 1844 era divampata a Cosenza una rivolta, incoraggia-
ta dalla notizia, non vera, che in quel giorno tutto il Regno del-
le Due Sicilie sarebbe insorto. I rivoltosi in armi entrarono a
Cosenza al grido di «Viva l’Italia!», agitando bandiere tricolo-
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 117

re. La reazione dei soldati fu immediata e molti patrioti cadde-


ro uccisi. Più di settanta furono arrestati, e di questi furono fu-
cilati, dopo una breve istruttoria, cinque giovani: Pietro Villa-
ri, Raffaele Camodeca, Giuseppe Frazese, Nicola Corigliano e
Santo Cesareo. L’esecuzione avvenne in un vallone sulla riva
del fiume Crati chiamato Rovito. Doveva seguire la stessa sor-
te anche Antonio Rhao, che preferì darsi la morte col veleno in
carcere. Un altro condannato, Franzese Scanderberg, riuscì a
fuggire ma, tradito da chi gli aveva offerto rifugio, fu anch’egli
catturato e fucilato l’anno successivo. Moltissime le condanne
al carcere duro e all’ergastolo.
Sulla Calabria era dunque spirato il caldo vento della
riscossa e i fratelli Bandiera, assieme a Domenico Moro e a un
altro patriota, Nicola Ricciotti, volevano riaccendere l’insurre-
zione. L’11 giugno Emilio e Attilio Bandiera e Nicola Ricciot-
ti scrissero da Corfù a Giuseppe Mazzini:

Carissimo amico, fra poche ore, partiamo per la Calabria.


Se giungeremo a salvamento, faremo il meglio che per noi si potrà,
militarmente e politicamente. Ci seguono 17 altri italiani, la maggior
parte emigrati: abbiamo una guida calabrese. Ricordatevi di noi, e
credete che se potremo metter piede in Italia, di tutto cuore e intima
convinzione saremo fermi nel sostenere quei principii che, ricono-
sciuti solo atti a trasformare in gloriosa libertà la vergognosa schia-
vitù della patria, abbiamo insieme inculcato.

Nella notte tra il 12 e il 13 giugno la spedizione si im-


barcò a Corfù. Lo sbarco avvenne nei pressi di Crotone e il grup-
po armato si inoltrò all’interno raggiungendo San Giovanni in
Fiore. I Bandiera portavano un proclama indirizzato ai calabre-
si, ma non ebbero nemmeno il tempo di farlo conoscere. Tradi-
ti, pare, da un calabrese che avrebbe fatto da guida, Pietro Boc-
checiampe, i patrioti furono assaliti e sopraffatti dagli stessi abi-
tanti: alcuni furono uccisi, Emilio e Domenico Moro feriti, gli al-
118 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

tri, secondo un testimone, fatti prigionieri, insultati, scherniti,


percossi e derubati. Il re ordinò che una commissione militare li
processasse a Cosenza. La sentenza, emessa il 24 luglio, sulla ba-
se di cinque capi d’accusa (oltre alla cospirazione e all’attentato
all’ordine pubblico c’erano «lo sbarco furtivo a mano armata e
con bandiera tricolore», l’«infrazione alle leggi sanitarie» e l’a-
ver «introdotto carte e libri sediziosi»), condannava a morte i fra-
telli Bandiera, Moro, Ricciotti, Domenico Lupatelli di Perugia,
Giacomo Rocca di Lugo, Giovanni Venerucci di Forlì, France-
sco Berti di Ravenna, Anacardi Nardi di Modena. In quel mi-
crocosmo era rappresentata quasi tutta l’Italia. All’alba del 25
luglio i condannati, rifiutando tutti, tranne Moro, la presenza di
un sacerdote, furono condotti a piedi nel vallone di Rovito, do-
ve quattordici giorni prima erano stati fucilati gli insorti cosenti-
ni. Durante il tragitto Attilio e Emilio cantarono ad alta voce un
brano dell’opera, allora molto popolare, di Saverio Mercadan-
te Donna Caritea: «Chi per la Patria muor vissuto è assai / La fron-
da dell’allor non langue mai / Piuttosto che languir sotto i tiran-
ni, / Il meglio è di morir / Sul fior degli anni». Davanti al ploto-
ne di esecuzione gridarono «Viva l’Italia!», ma la scarica non li
uccise subito. Fu necessaria una seconda esecuzione. Due anni
dopo, Goffredo Mameli componeva un inno Ai Fratelli Bandiera,
che terminava: «Nel nome dei Bandiera, / lo giuro, la grand’E-
ra / promessa arriverà». Dal lontano Uruguay, Giuseppe Gari-
baldi e Anita, pensando con struggimento ai caduti della sfortu-
nata impresa, diedero il nome del giovane Ricciotti al loro quar-
to figlio, nato il 28 marzo 1847.
La delusione e il dolore di Mazzini, che aveva temuto
l’insuccesso dei due eroici fratelli, non impedirono ad altri maz-
ziniani di provare, nel 1845, a riprendere la strada dell’insurre-
zione tornando nello Stato della Chiesa. Insorgendo a Rimini,
tentarono di risvegliare la Romagna, ma anche questo tentativo
fu facilmente represso. E tra i liberali e i moderati si diffuse il con-
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 119

vincimento che si dovesse percorrere qualche strada meno falli-


mentare per raggiungere almeno l’indipendenza dell’Italia.
Fu questo il tema dello scritto di Massimo d’Azeglio
che fece grande scalpore, Gli ultimi casi di Romagna. Il successo
del libro spinse d’Azeglio ad agire chiedendo, nell’ottobre del
1846, di essere ricevuto da Carlo Alberto per esaminare insie-
me la possibilità che fosse il Piemonte a guidare una rivoluzio-
ne italiana, proprio per metter fine alla pericolosità di ulteriori
rivolte, insurrezioni e colpi di mano dei mazziniani. Partendo
dall’ultimo episodio di Rimini, d’Azeglio, come narrò nei Ricor-
di, espose con molta franchezza la sua opinione di patriota mo-
derato che chiede aiuto per salvare l’Italia, confidando in un ca-
po di Stato che si prenda cura dei popoli oppressi.
Carlo Alberto aprì uno spiraglio a d’Azeglio, ma era
stato un papa a spalancare improvvisamente la porta della spe-
ranza. Nel giugno 1846 era stato eletto pontefice Giovanni Ma-
stai Ferretti col nome di Pio IX. Poco dopo l’elezione emanò il
famoso Editto del perdono (una larga amnistia ai condannati poli-
tici) e nominò l’8 agosto 1846 segretario di Stato il cardinale Pa-
squale Gizzi, che fu ben accolto dai liberali. Gizzi, elogiato da
d’Azeglio nei Casi di Romagna per la sua moderazione quale le-
gato di Forlì, godeva infatti fama di essere favorevole alle rifor-
me. A lui si devono le immediate riforme dei ministeri e la con-
cessione della libertà di stampa. La risonanza delle iniziative
pontificie, in Italia e all’estero, fu vastissima. Si diffuse la con-
vinzione che fosse finalmente giunto il grande papa auspicato
da Gioberti, e mentre nell’intera penisola si moltiplicavano le
dimostrazioni al grido di «Viva Pio IX», Mazzini da Londra lo
incitava a mettersi a capo del moto nazionale italiano e Gari-
baldi dall’Uruguay offriva la sua spada. Perfino l’aspetto fisico
del papa fu considerato augurale, confrontato con il truce au-
toritarismo di Gregorio XVI. Il popolano romano, interpreta-
to da Belli, così lo descrive nel sonetto Er papa novo del 21 ot-
120 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

tobre 1846: «Sto papa che cc’è mmò rride, saluta, / È ggiove-
ne, è a la mano, è bbono, è bello...». Questo consenso avvalorò
l’interpretazione in senso antiaustriaco dei primi atti del ponte-
fice (ma non era questa la sua intenzione) e rianimò una ripre-
sa del problema politico dell’Italia presso le cancellerie dei vari
governi della penisola, dove si cominciò a seguire con occhio
meno miope quel che stava accadendo. Come osservò un altro
liberale che sarà una figura di primo piano nell’Italia unita,
Marco Minghetti, si era finalmente rotto «il cerchio, che parea
fatale, delle cospirazioni e delle repressioni». È emblematico
che, aperto a Genova un importante congresso degli scienziati
italiani (dal 1838, ogni anno, centinaia di studiosi si riunivano
in varie città d’Italia), vi siano state clamorose manifestazioni
per ricordare il centenario della rivolta antiaustriaca di Genova
del 1746, cui diede l’avvio il sasso di Balilla. Furono perciò gior-
ni e mesi di ritrovati simboli, di impulsi a «scendere in strada»,
di canti, di pacifiche manifestazioni.

3 | Musica, libri, scritture, parole del Risorgimento

E non soltanto i versi dei poeti, ma anche le arie delle opere li-
riche si aggiungevano quasi «naturalmente» alle armi e alle pa-
role della politica. «Suona la tromba, intrepido», dei Puritani di
Vincenzo Bellini, divenne un canto di guerra, e così «Va’ pen-
siero» del Nabucco del ventinovenne Giuseppe Verdi, messo in
scena con accenti di infuocato patriottismo nel 1842 e poi con-
tinuamente replicato con successo crescente. Così fu anche per
I Lombardi alla prima Crociata del 1844. Questo melodramma era
la riduzione dell’opera omonima di Tommaso Grossi, uno
scrittore amato da Manzoni, e l’aria famosa «O Signore, dal
tetto natio / ci chiamasti con sorte promessa» riecheggiava di
attualità politica nel canto ironico e antiaustriaco Sant’Ambrogio,
del 1846 (una satira commossa che ancora oggi si legge come
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 121

un manifesto politico), del poeta Giuseppe Giusti. I «sentimen-


ti» del Risorgimento prendevano dunque corpo e anima tra i
primi segnali della tensione del 1848-49, e il melodramma di
Verdi parve la traduzione musicale e poetica della rivoluzione
nazionale e, come ha scritto il musicologo Massimo Mila,
«coincise spontaneamente con le nuove passioni politiche che
infiammavano gli italiani». Penso che sia la «spontaneità» del
rapporto tra il musicista e il travaglio di ideali di quegli anni a
dare la chiave di lettura di un problema affascinante (c’era una
consapevolezza politica in Verdi?) e del fatto che, come ha scrit-
to Isaiah Berlin, «le convinzioni di Verdi erano sempre dalla
parte del sentimento popolare». Il successo che accolse il Nabuc-
co può dunque legittimamente far parlare di uno spirito risorgi-
mentale nel giovane compositore, perché, dirà ancora Berlin,
«Gli ebrei del Nabucco sono italiani in schiavitù e ‘Va’ pensiero’
era la preghiera nazionale per la resurrezione». C’è però un
dato interno alla composizione del Nabucco e al nucleo lettera-
rio sul quale Verdi ha costruito la sua musica: intanto il libret-
to di Temistocle Solera appartiene di diritto al filone letterario
ispirato dall’ansia della patria. Solera fu anche autore dei li-
bretti dei Lombardi e della Giovanna d’Arco: prova di una conso-
nanza ideale con Verdi che andava oltre la semplice collabo-
razione professionale. Ma l’altro dato altrettanto importante è
la questione ebraica, che partecipa del clima culturale nel qua-
le matura il Nabucco e che è parte della lotta risorgimentale per
la libertà (il problema delle leggi e regolamenti per ridare agli
ebrei diritti civili e spazi sociali prima interdetti, tema esplici-
tamente trattato da Cattaneo in un saggio, Interdizioni israeliti-
che, del 1836). L’opera di Verdi-Solera si collocava quindi in un
clima di attenzione al problema e di diffusione popolare della
simbologia dell’ebreo «errante». Il Nabucco è del 1842, a ridos-
so del famoso frammento poetico L’Ebreo errante di Goethe,
pubblicato postumo nel 1836, e del celebre, omonimo roman-
122 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

zo popolare di Eugène Sue, che apparve a puntate sul «Con-


stitutionnel» e poi in dieci volumi nel 1844. Ebbene, grazie al
Nabucco i lettori italiani furono i primi, fuori di Francia, a esse-
re «preparati» dalla musica verdiana ad accogliere con ammi-
razione e passione straordinaria il romanzo di Sue. Non è un
caso che esso sia stato introdotto in Italia dal più autorevole or-
ganizzatore di cultura di quel tempo, Giovan Pietro Vieus-
seux. Si racconta anzi che quando, in casa di un amico fioren-
tino di Vieusseux, fu data lettura dell’Ebreo errante, ci fu «chi si
strappava i capelli, chi pestava i piedi, chi mostrava le pugna
al cielo».

È fuor di dubbio che i valori di libertà, di nazionalità e


di identità patriottica che si trovano negli scritti politici e lette-
rari degli anni Quaranta (da Gioberti a Balbo, d’Azeglio, Maz-
zini e negli esordi di Cattaneo e Cavour) avessero le premesse
in una rilettura militante della storia d’Italia e dell’Europa. E
non soltanto della storia politica; anzi, la storia e la critica let-
teraria furono, come abbiamo detto prima, strutture portanti di
una visione strettamente politica del «risorgimento».
In un breve scritto di Balbo del febbraio 1847 (Dell’edu-
cazione politica che i governati possono darsi, che riprendeva alcune
Meditazioni storiche del 1842) è detto: «Le condizioni politiche di
una nazione conformano la letteratura di lei, e la letteratura
conforma poi le condizioni politiche. Questa vicenda delle due
influenze è certissima, ma con tal differenza, che la prima è
molto più potente che non la seconda; una legge, una battaglia,
un uomo di pratica possono più in un giorno, in un’ora, che
non noi uomini di penna co’ nostri lavori d’anni e d’anni».
Questa visione di Balbo era più morbida rispetto all’idea che
del rapporto tra letteratura, politica e arte aveva Mazzini, il
quale credeva nella parola poetica e letteraria come in una spa-
da che recide le catene dell’oppressione.
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 123

Ma, seppure con accenti differenti, le opinioni di que-


sti protagonisti convergevano sul comune impegno alla defini-
zione della «nazione» Italia, cioè ad accoglierla come risultato
dell’identificazione totale di un popolo con la sua storia. Ca-
vour aveva intuito questo nel 1833 scrivendo in una pagina del
suo diario: «Aux diverses époques de l’histoire on trouve pour
chaque peuple des principes, des centres communs, et les sy-
stèmes nationaux tracent une courbe régulière autour de ces
foyers d’attraction». Alle soglie del 1848 era inevitabile che l’i-
dea di nazione italiana fosse ancor più maturata e che il «cen-
tro comune» di cui parlava Cavour fosse diventato la potente
materia prima del movimento di liberazione e fosse condiviso
dai liberali, moderati o meno, e dai democratici, rivoluzionari
o meno, il concetto che la nazione, la nazionalità, siano tutt’u-
no con la sovranità popolare e l’«interesse generale». Diventa-
va in tal modo meno astratta e utopistica l’immagine rous-
seauiana di nazione come «contratto sociale» e non come rap-
presentazione delle aristocrazie o, come accadeva in certi po-
poli dell’Europa orientale, del potere dei signori (il tragico ves-
sillo dello Herrenvolk, del popolo dei signori che sconvolgerà
l’Europa fino al Novecento). Definire storicamente e reali-
sticamente la nazione Italia era la premessa per lottare per
essa.
È dunque significativo che Dante (il poeta dell’«Italia
bella», della «dolce terra latina») diventasse la metafora indi-
scutibile e primigenia del rapporto necessario tra letteratura e
politica, tra nazione e «resurrezione». Così era stato per Maz-
zini, con il ricordato saggio Dell’amor patrio di Dante del 1826, per
Balbo, per Gioberti.
Si precisa, allora, il quadro della svolta ideologica e cul-
turale durata fino al 1848, quando le idee politiche, anche le
più radicali, entrano finalmente in contatto con la realtà dell’I-
talia e nello stesso tempo raggiungono una maggiore chiarezza
124 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

gli schieramenti politici. In altre parole, si vanno formando dei


«partiti» sul modello francese e inglese, cioè dei raggruppamen-
ti di persone che si riconoscono e si organizzano intorno a lea-
der politici e a progetti da realizzare a breve termine e con del-
le regole e modalità precise (è il germe ancora indistinto del re-
gime parlamentare). Da questo punto di vista, il Primato di Gio-
berti fu un testo esemplare. Gioberti prendeva atto che una
unità italiana in realtà esisteva, perché fondata sulla comune fe-
de religiosa (è la religione vissuta che traspare anche nei Promes-
si sposi, la cui redazione definitiva è del 1840-42), su una lingua
più o meno condivisa e sulle tradizioni culturali. Per questo una
Chiesa liberale può divenire l’asse del rinnovamento e della
concordia nazionale. Secondo Gioberti, l’Italia era nelle condi-
zioni di risorgere come confederazione di liberi Stati sotto l’e-
gida del pontefice romano e fiancheggiata dal Piemonte, «brac-
cio e propugnacolo d’Italia».
La tesi giobertiana parve una felice sintesi di idealismo
e realismo politico (si disse che il cardinale Mastai Ferretti aves-
se portato con sé il Primato quando entrò nel conclave da cui sa-
rebbe uscito papa) e il suo carattere «neoguelfo» servì a colle-
gare i moderati al liberalismo unitario e all’indipendentismo.
Era una presa di posizione alquanto difficile da spiegare, ma
non per questo fuori della realtà di una Italia divisa sotto ogni
punto di vista, incerta, dal futuro nebbioso e imprevedibile.
L’autore era consapevole di questa difficoltà e cercava
di spiegare le motivazioni di questa «opera stranissima», come
la definì, da liberale critico, Francesco De Sanctis. «Il tentativo
giobertiano di conciliazione – scrisse Gioacchino Volpe nel
1924 – ebbe la viva ma fuggevole luce di una meteora»; anche
se, come le meteore, una traccia luminosa la lasciava nel cielo
del moderatismo liberale italiano e anche dentro la Chiesa, per-
ché annodava fili culturali tra un cattolicesimo venato di libertà
e forme di religiosità progressista tipiche del cattolicesimo fran-
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 125

cese. Dunque un giobertismo come precondizione di un possi-


bile «partito» di riformatori, anzi, di rinnovatori, senza altre
tentazioni, della società italiana. La cosa strana era però che nel
neoguelfismo giobertiano anche alcuni governi vedevano un
possibile appiglio per una maggiore loro autonomia dalla tute-
la austriaca e insieme vi vedevano il rifiuto del settarismo rivo-
luzionario senza dover ricorrere alle armi repressive dell’asso-
lutismo. Il primo sovrano italiano a reagire alle idee di Giober-
ti fu Carlo Alberto che, nemico dei liberali, non aveva però rin-
negato il suo antico atteggiamento verso gli austriaci e perciò,
anche se ostile a un altro scritto di Gioberti sui gesuiti, si anda-
va convincendo che una politica legittimista e così poco laica
del suo governo avrebbe provocato, prima o poi, gravi proble-
mi allo Stato. Una certa utilità Gioberti avrebbe potuto dunque
averla.
Questa funzione Gioberti la riconfermò, dopo le rivo-
luzioni del 1848-49, nell’opera più esplicitamente unitaria, Il
rinnovamento civile d’Italia (1851), dove sostenne la necessità del-
l’unità e non più della confederazione italiana, affidando que-
sta volta l’iniziativa al Piemonte, il cui governo era energica-
mente diretto da Massimo d’Azeglio.
Non stupisce che Le speranze d’Italia, l’opera più politi-
ca di Balbo – lo scrittore e storico sarà il primo presidente del
Consiglio del Piemonte costituzionale nel 1848 –, sia stata de-
dicata a Gioberti. Pubblicato nel 1844, il libro di Balbo affron-
tava il problema italiano anzitutto come problema dell’indi-
pendenza nazionale. Anche Balbo era favorevole a un’Italia
confederata, ma la questione principale, l’allontanamento del-
l’Austria dall’Italia, era vista come un mutamento politico che
poteva assumere una rilevanza europea, nel tempo in cui na-
zione e libertà, nazione e progresso erano divenuti sinonimi. In
altre parole, la confederazione cui Balbo pensava era, più che
a egemonia papale, a egemonia piemontese (lo Stato forse più
126 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

organizzato militarmente e più aperto a possibili riforme poli-


tiche):

Che diventerebbe un papa in un regno d’Italia? – si chiede-


va Balbo in risposta a Gioberti – Re esso? Ma ciò non è possibile, non
si sogna da nessuno. Suddito? Ma allora sì, che ei sarebbe dipenden-
te, e non solo come al peggior tempo del medio evo, suddito dubbio-
so del monarca universale, ma suddito certo di un re particolare. Ciò
non sarebbe tollerato dalle altre nazioni cattoliche; non sarebbe dal-
le stesse acattoliche; ciò anderebbe contro a tutti gli interessi, tutti i
destini della Cristianità; ciò non sarebbe tollerato da una parte della
stessa nazione italiana, che nol tollerò nel medio evo.

Spettò a uno dei più sottili e intellettualmente eleganti


uomini politici del liberalismo risorgimentale, Massimo d’Aze-
glio, verificare sul campo l’idea di un realistico risorgimento ita-
liano. Lo fece con il ricordato opuscolo Gli ultimi casi di Romagna
(1846), dedicato a Balbo (le reciproche dediche avevano un sen-
so preciso di solidale impegno politico), dove si dimostrava, ol-
tre all’esaurimento delle congiure e delle cospirazioni segrete,
l’inevitabilità di una collettiva, dichiarata «cospirazione politi-
ca» degli italiani: conquistare la libertà come premessa dell’in-
dipendenza. Con lo scritto di d’Azeglio parve concludersi vera-
mente la cultura politica del tempo della Restaurazione. A ra-
gione De Sanctis (ed è la testimonianza precisa di un contem-
poraneo) potrà scrivere che «nella storia d’Italia è l’opuscolo di
d’Azeglio il primo scritto veramente politico. Mancavano gior-
nali politici, gli scritti di quella natura venivano dagli esuli, ave-
vano la forma dottrinale e filosofica del Primato e delle Speranze.
È il primo scritto in cui la polemica entra come parte importan-
te, si ragiona ai partiti e ai principi, si discute la cosa pubblica,
non una teoria od un principio astratto; con grande meraviglia
degli Italiani di allora, i quali applaudivano al coraggio dell’au-
tore». Intanto nel 1847 si svolgeva a Venezia un altro impor-
tante congresso di scienziati provenienti da tutta Italia.
Capitolo terzo La penombra della Restaurazione 127

La popolarità di d’Azeglio, accresciuta dal successo dei


suoi romanzi storici Ettore Fieramosca o la Disfida di Barletta (1833)
e Niccolò dei Lapi ovvero i Palleschi e i Piagnoni (1841), si arricchì di
ulteriori suggestioni politiche quando nel 1847 vide la luce la
sua Proposta di un programma per l’opinione nazionale italiana. A di-
stanza di pochi giorni apparve la Protesta del popolo delle Due Sici-
lie di Luigi Settembrini. La penna di un liberale, uomo di cul-
tura, scampato per poco alla morte e gettato nell’ergastolo di
Santo Stefano, si intingeva nell’inchiostro di d’Azeglio. Il tema
dei due scritti era comune: l’indipendenza nazionale è insepa-
rabile dalle riforme politiche interne, dalla libertà garantita ai
cittadini, dalla libertà di stampa e di opinione.

Gli altri italiani – scriveva Settembrini – soffrono anch’essi,


ma i nostri mali trapassano ogni misura [...] Son ventisette anni che
le Due Sicilie sono schiacciate da un governo, che non si può dire
quanto è stupido e crudele, da un governo che ci ha imbestiati, e che
noi soffriamo perché forse Dio ci vuol far giungere alla estrema mi-
seria, e all’estrema vergogna, per iscuoterci poi ed innalzarci a fortu-
na migliore: da un governo che non vuol vedere, non vuol udire, e ci
ha finalmente stancati. Né vi è speranza di avvenire men reo. Perché
re Ferdinando attempandosi diventa peggiore; e i figli nati da lui ed
educati da’ preti, saranno ancor più tristi di lui. Onde a questi popo-
li sventurati non resta altro partito che ricorrere alla suprema ragio-
ne delle armi: ma prima che giunga il giorno terribile dell’ira, è ne-
cessario ch’essi si protestino al cospetto di tutta Europa, anzi al co-
spetto di tutti gli uomini civili.

Il passaggio graduale dalla nazionalità alla libertà, alla


«civiltà», che dà sapore di verità agli scritti di Gioberti, Balbo,
d’Azeglio e Settembrini, si identifica perfettamente, nell’anno
1847, l’anno della grande vigilia, con il problema politico più ur-
gente e centrale di un risorgimento di tutti gli italiani: «dall’Alpe
a Sicilia», come canta un verso di Fratelli d’Italia di Mameli, com-
posto proprio nel 1847, o il lampo manzoniano «dal Cenisio al-
128 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

la balza di Scilla». Lo scopo, scrisse con la consueta, fine ironia


d’Azeglio, è appunto «quello di scuotere gli italiani e chiamare la
loro attenzione sopra affari un po’ più importanti che non fosse-
ro quelli delle scritture di ballerine e di cantanti».
Capitolo quarto

IL RISVEGLIO

«Adesso sono solo, trascurato, scontroso e tra poco verrò a noia


a me stesso». È il 9 dicembre 1847, siamo a Milano e queste
sconsolate parole, annotate in un diario, sono di un vecchio si-
gnore di ottantuno anni, il conte Johann Josef Wenzel Ra-
detzky. È un momento di tristezza per il feldmaresciallo, gover-
natore militare del Lombardo-Veneto, al declinare di un anno
di tensioni politiche, di risentimenti patriottici, di tentativi rivo-
luzionari, di speranze che hanno attraversato come meteore
tutti gli Stati italiani, compreso il torpido Stato della Chiesa
(«Un papa liberale! – aveva esclamato Metternich all’annuncio
dei primi atti di Pio IX – È la cosa più inaudita che si potrebbe
pensare!») e tutti gli strati sociali, dagli aristocratici liberali ai
borghesi uomini d’affari, agli scrittori riformatori, agli artigia-
ni, ai domestici, allora numerosissimi, e alla miriade di lavora-
tori impegnati nelle professioni e nelle attività più disparate. E
bisognerebbe aggiungervi gli studenti. Furono loro a gridare:
«Evviva Romilli! A morte i tedeschi!» l’8 dicembre 1847 per le
strade di Milano contro i soldati austriaci che facevano ala al
nuovo arcivescovo di Milano che si insediava al duomo, Barto-
lomeo Romilli. «Un conte bergamasco – scriveva Radetzky –
che fa restaurare modernamente e sfarzosamente l’arcivesco-
vado; ha ordinato l’acquisto di due tiri a due e uno, quello di
parata, costa diecimila lire, perché tutte le borchie sono sovrac-
cariche di dorature e di stemmi». La notazione era giusta, ma
le grida annunciavano la tempesta e Radetzky ne era coscien-
130 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

te. «Si ha da fare con un popolo che ci detesta e ritiene giunto


il momento di poter prendere posto nel consesso delle grandi
nazioni». E allora l’appello al viceré Ranieri, che egli privata-
mente giudicava «sonnolento»: «La situazione si va facendo
sempre più preoccupante e io mancherei al mio dovere se non
richiamassi l’attenzione di vostra altezza imperiale sulla neces-
sità di un intervento della massima energia da parte delle auto-
rità politiche e di polizia per impedire lo scoppio di una rivolu-
zione alla quale andiamo inevitabilmente incontro». E i servizi
di informazione del feldmaresciallo dovevano essere molto ef-
ficienti se il 16 novembre annotava: «Il re di Piemonte ha get-
tato la maschera e si è messo alla testa della rivoluzione»; e con
netta previsione aggiungeva: «ritengo di conseguenza mio do-
vere mettermi sul piede di guerra, per non trovarmi costretto a
combattere alle porte di Milano agli inizi della primavera».
Aveva ragione Radetzky, ma se il vento dell’insurrezione soffia-
va sopra Milano la tempesta stava scoppiando lontano, nel
profondo Sud.

All’alba del 2 settembre 1847, in collegamento con i li-


berali di Messina insorti poche ore prima, a Reggio Calabria
un gruppo di borghesi e di nobili liberali con circa cinquecen-
to uomini scesi dall’Aspromonte in armi e con il tricolore, ave-
va occupato la città e le vicine contrade chiedendo la conces-
sione di una Costituzione. I messinesi avevano anticipato l’a-
zione la sera del primo settembre decidendo di irrompere in un
albergo della città dove erano riuniti tutti gli ufficiali della guar-
nigione per festeggiare il loro comandante, il generale France-
sco Landi, e di prenderli in ostaggio. Ma qualcuno aveva infor-
mato le autorità e l’operazione fu sventata dalla polizia. A Reg-
gio invece, dove si credeva che il colpo di mano messinese fos-
se riuscito e dove le autorità furono colte di sorpresa e neutra-
lizzate, l’azione ebbe successo estendendosi nella provincia, do-
ve gruppi armati occuparono alcuni paesi. La città fu in mano
Capitolo quarto Il risveglio 131

agli insorti e si insediò un governo provvisorio presieduto da un


sacerdote liberale (anche a Messina vi era tra i capi liberali un
sacerdote, Giuseppe Crimi), il canonico Paolo Pellicano. Gli or-
ganizzatori della rivolta erano stati i fratelli Domenico e Gian-
nandrea Romeo, appartenenti a una famiglia di proprietari ter-
rieri di Santo Stefano d’Aspromonte (un paese a pochi chilo-
metri da Reggio) e i reggini Antonino e Agostino Plutino, Ca-
simiro De Lieto e altri. Ma il respiro della libertà durò poco: re-
parti dell’esercito guidati dal generale Nunziante passarono al-
la controffensiva, rioccuparono la città e i vicini paesi, arrestan-
do i membri del governo appena formato e altre duecento per-
sone. Domenico Romeo fu ucciso durante il conflitto a fuoco.
Molti cospiratori riuscirono a fuggire, ma gran parte di essi fu
arrestata e al processo che ne seguì con procedura d’urgenza
quattordici esponenti liberali furono condannati a morte e die-
ci giustiziati. Gli altri condannati ebbero la pena commutata
nell’ergastolo. La repressione fu durissima, ma alcuni ministri
del governo di Napoli compresero che il segnale dato dalla co-
spirazione forse non era opportuno ignorarlo. Il fallimento del
tentativo ebbe gravi ripercussioni sul movimento liberale loca-
le. Quella parte estrema della Calabria si sentì ancora una vol-
ta isolata dal resto del regno (fu un’impalpabile e diffusa sensa-
zione che rimase, come un mal sottile, anche quando quel re-
gno finì) e anche il dramma dei patrioti reggini del 1847 resterà
a lungo nella memoria di quei luoghi.
La sollevazione avvenuta nella punta estrema della pe-
nisola, al confine continentale del regno, la nobile figura dei gio-
vani insorti, l’amarezza dei liberali italiani per le ennesime con-
danne a morte (perfino il ministro di Polizia, Francesco Saverio
Del Carretto, pensò che non conveniva esagerare e propose al
re un avvicinamento ai liberali; si trattava, gli disse, di aristocra-
tici e di borghesi, non di bande incontrollate), le notizie del fal-
limento dell’impresa esasperarono l’animo dei patrioti. A Mila-
no si ebbe una reazione particolare, come se gli estremi geogra-
132 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

fici dell’Italia si fossero avvicinati a formare un sentimento co-


mune: essere «calabrese» fu un punto d’onore per un patriota
milanese. La sensazione che al Sud brillasse la stella della libertà
suscitò molta emozione tra i sudditi lombardi dell’Austria. Al
punto che molte signore di Milano per solidarietà con i calabre-
si insorti e poi condannati risposero alle notizie drammatiche dal
Sud con un gesto gentile e con il linguaggio apparentemente fri-
volo della moda. Il giornale «Corriere delle Dame» già nel di-
cembre 1845 aveva pubblicato, suscitando la loro curiosità, il di-
segno di cappelli «alla calabrese», cioè a forma di cono, di feltro
grigio o nero, adorni di nastri di velluto e di bottoni, adatti per i
fanciulli. Era una specie di citazione folkloristica dei terribili
«briganti» di strada. Ma l’anno dopo un altro cappello, «all’Er-
nani», era divenuto altrettanto alla moda dopo la messa in sce-
na dell’omonima opera di Verdi al teatro di Bologna. Alla pri-
ma il pubblico bolognese (si trattava sempre di sudditi del papa)
inneggiò ai decreti liberali di Pio IX ed esplose entusiasta quan-
do ascoltò l’aria «Perdono a tutti». Dopo gli avvenimenti di Reg-
gio Calabria il cappello alla calabrese fu adottato dalle signore
milanesi come segno patriottico, al punto che nel febbraio 1848
il governatore di Milano lo proibì con un decreto. Fu una salot-
tiera ma non innocente provocazione politica cui parteciparono
alcune delle aristocratiche più note di Milano. E la frivolezza
ideologica si servì di lì a poco di nuove femminili forme: al cap-
pello calabrese si aggiunsero eleganti abiti rivoluzionari «alla
lombarda» e «all’italiana». Il gioco della trasgressione stava cre-
scendo e si richiamava ai tempi agitati della rivoluzione france-
se e del Direttorio, quando la moda femminile lanciava precisi
messaggi politici.
Anche questo l’aveva capito per tempo il maresciallo
Radetzky: «Qui la nobiltà – annotava con stupore – si è total-
mente separata da noi, e perfino dalla corte». Così terminava
infatti la pagina del diario del maresciallo alla data del 9 settem-
bre 1847. In una successiva e, a suo modo, dignitosa lettera al
Capitolo quarto Il risveglio 133

viceré, il maresciallo sentì allora di dover fare un’estrema pro-


fessione di fede: «Ho giurato al sovrano, mio signore, di com-
battere i suoi nemici, di difendere il suo trono e i suoi diritti e
rimarrò fedele al mio giuramento fino all’ultimo respiro. Pian-
gerò il sangue che scorrerà, ma lo farò scorrere. Lascio ai po-
steri di giudicarmi. La perdita dell’Italia sarebbe il colpo mor-
tale inflitto alla nostra monarchia». Il proposito sarà mantenu-
to e la previsione storica, alla fine, verrà confermata dai fatti.

L’8 settembre 1847, a Genova, vi era stata una mani-


festazione patriottica guidata dal giovanissimo Goffredo Ma-
meli e da Nino Bixio. Comparvero le coccarde tricolori (ma an-
che in Toscana, nei giorni precedenti, c’erano stati movimenti
e tentativi di insurrezione, soprattutto a Livorno, con sventolio
del tricolore), con la richiesta di libertà di stampa, della guardia
civica (un corpo di polizia che avrebbe dovuto essere preposto
non alla repressione dei cittadini ma alla protezione dei loro di-
ritti e della loro incolumità) e di altre minime riforme. Una de-
legazione di aristocratici genovesi, guidati dal marchese Gior-
gio Doria, chiese udienza a Carlo Alberto e fu da questi ricevu-
ta a Torino. Pochi giorni dopo il re licenziò il suo ministro de-
gli Esteri, il conte Clemente Solaro della Margarita, un accani-
to e anacronistico conservatore. La decisione del re, come al so-
lito, e come era nel suo carattere di «italo Amleto», fu poi cor-
retta, sminuita di importanza, alleggerita di significato. Il 2 ot-
tobre d’Azeglio si sfogava con Marco Minghetti: c’è nel re «un
misto di terrore di perdere una particella d’assolutismo, di pau-
ra di cospirazioni e di frodi e slealtà, per mantenersi allo statu
quo [...] Se non muta strada anderà male per lui, pel Piemonte
e porterà forse male complicazioni per tutta Italia. [...] Alcuni
dicono ‘abbiam bisogno di lui’. Ragion di più per metterlo sul-
la buona via».
Ora Carlo Alberto era tallonato anche dai liberali più
moderati. Un primo positivo risultato di questa pressione si eb-
134 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

be dopo non molti giorni: il 29 ottobre il re firmava una serie


di piccole e medie riforme amministrative, giudiziarie, fiscali,
sanitarie, e il 30 ottobre delle «lettere patenti» che autorizzava-
no una relativa libertà di stampa. L’occasione fu colta al volo e
un gruppo di politici e giornalisti fece richiesta di poter pubbli-
care giornali e periodici. Lorenzo Valerio, un liberale con ten-
denze democratiche, presentò il progetto della «Concordia» (ti-
ratura 2-3.000 copie). Giovanni Lanza, Massimo di Monteze-
molo, Giacomo Durando il progetto dell’«Opinione. Giornale
quotidiano politico, economico, scientifico e letterario». La
pubblicazione fu autorizzata. Una prontezza di riflessi, una
saggezza dimostrate dal re nel dare respiro all’informazione e
libertà di opinione ai giornalisti che non dispiacque a Camillo
Benso, conte di Cavour, che nello spirito nuovo che stava ma-
turando portò a termine il progetto suo e di Balbo di fondare
alla fine di novembre un giornale, politicamente meno radica-
le della «Concordia», dal titolo alfieriano «Il Risorgimento».
Tra i principali temi trattati dal giornale erano le questioni re-
lative allo sviluppo economico, ma nel primo numero del 15 di-
cembre vi era un editoriale di Balbo che invitava alla collabo-
razione tra principe e popolo e manifestava piena fiducia nel-
l’opera rinnovatrice di Pio IX. Lo scritto suscitò il consenso e
l’ammirazione di Antonio Rosmini, un precursore filosofico e
religioso della scoperta del valore della «persona», che si con-
gratulò con Gustavo di Cavour, fratello di Camillo, parlando di
«una nobile impresa» e pregandolo di riferire al fratello che «le
ultime parole del programma valgono un tesoro; e che se si
mantengono quelle promesse, come non dubito, non vi fu mai
giornale al mondo né più morale né più utile di quello che riu-
scirà ‘Il Risorgimento’». La presenza politica di Rosmini nella
delicata fase di transizione del Piemonte, in pieno 1848, quan-
do Balbo assunse la presidenza del Consiglio, è documentata
dalla missione quasi ufficiale che egli compì a Roma presso la
Santa sede, per realizzare un possibile incontro tra «amor pa-
Capitolo quarto Il risveglio 135

trio» e «virtù religiosa» e per tentare la formazione di una Le-


ga politica di principi liberali, preludio a una confederazione
che comprendesse anche il papa. Una «società di Stati – secon-
do Rosmini – non solo utile, ma per sentimento comune neces-
saria, ed anzi di necessità urgentissima». Una timida apertura
che trovò l’opposizione del primo ministro di Pio IX, il conte
Pellegrino Rossi, e che, con dolore e delusione di Rosmini (mai
amato dalla Chiesa), fallì, smentita dall’incalzare degli avveni-
menti di quell’anno e dalla successiva chiusura totale del papa-
to nei confronti del Risorgimento italiano. Anche da questo po-
co conosciuto episodio si vide sorgere la «questione romana»,
intorno alla quale Cavour sperimentò i valori dell’ideologia li-
berale e della laicità dello Stato.
Ma oltre all’articolo programmatico di Balbo vi era un
articolo del direttore Cavour, Influenza delle riforme sulle condizio-
ni economiche dell’Italia, nel quale si dava la versione autentica di
quello che Cavour intendeva per «risorgimento»:

La nuova vita pubblica che si va rapidamente dilatando in


tutte le parti d’Italia, non può non esercitare una influenza grandis-
sima sulle sue condizioni materiali. Il risorgimento politico di una na-
zione non va mai disgiunto dal suo risorgimento economico. Le con-
dizioni dei due progressi sono identiche. Le virtù cittadine, le prov-
vide leggi che tutelano del pari ogni diritto, i buoni ordinamenti po-
litici, indispensabili al miglioramento delle condizioni morali di una
nazione, sono pure le cause precipue de’ suoi progressi economici.
Là dove non è vita pubblica, dove il sentimento nazionale è fiacco,
non sarà mai industria potente.

In queste parole c’era il codice teorico della possibile ri-


voluzione borghese italiana e la regola ideale della rivoluzione
capitalistica europea secondo il modello inglese (che Cavour so-
stenne sempre) dello sviluppo economico dentro la libertà de-
gli scambi, cioè nell’emergente liberoscambismo. Tra l’altro
era questo un tema centrale del dibattito tra gli economisti di
136 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

tutta Europa – la libertà degli scambi come equivalente dello


sviluppo economico e del liberalismo politico – e uno dei suoi
alfieri era l’economista e politico inglese Richard Cobden, fau-
tore nel 1839 di una lega antiprotezionista, che Cavour incon-
trò a Torino nel 1847. In quell’occasione, era una cena di ga-
la, Cavour levando il bicchiere gli dichiarò tutta la sua ammi-
razione. Cinque anni dopo, quando Cavour era ministro delle
Finanze, Cobden lo ricambiò ampiamente, riconoscendo che
«non c’è nessuno in Europa che sappia trattare questioni eco-
nomiche e finanziarie più abilmente» dello statista italiano.
La presa di posizione dell’articolo del «Risorgimento»
attirò la massima attenzione in tutti gli ambienti politici e cultu-
rali. Si formò uno staff di scelti collaboratori: Michelangelo Ca-
stelli, che ne divenne vicedirettore, Francesco Ferrara, l’econo-
mista siciliano esule in Piemonte (e impegnato nella difesa del-
la Sicilia «indipendente»), Luigi Carlo Farini, Antonio Scialoja
e altri, tra cui d’Azeglio, che inviò interessanti articoli da Roma.
L’articolo di Cavour apriva però delle prospettive politiche
muovendo da un preciso angolo visuale: l’economia poteva e
doveva essere un Soggetto della politica. Erano le stesse idee dei
socialisti europei e dei primi sognatori del «comunismo» tede-
sco, ma nel caso di Cavour erano idee da mettere in pratica den-
tro l’orizzonte del liberalismo. E del duello teorico che nasceva
anche in Italia tra il liberalismo e il socialismo Cavour si farà
pubblicamente interprete qualche mese dopo, a proposito dei
fatti di Francia, in un articolo sulla Rivoluzione di febbraio e il socia-
lismo. Le informazioni sul Piemonte, ricevute dal maresciallo
Radetzky, erano dunque esatte.

1 | Inizia il 1848

Il primo gennaio 1848 Mazzini incontrava a Parigi Gioberti,


come riferisce in una lettera alla madre: «Vidi pure Gioberti,
Capitolo quarto Il risveglio 137

del quale, come sapete, non divido tutte le opinioni, ma che è


uomo rispettabile. Vive poveramente, ed unica cosa che abbia
in casa di un certo valore è un buon numero di scelti libri. Del
resto, egli stesso non è fermo nelle sue idee politiche; s’accorda
con me in moltissime cose e credo aver ragione di dire che s’ac-
corderà sempre più». Anche l’intransigenza di Mazzini era at-
traversata dall’attesa di imminenti novità. Che incubavano an-
che a Torino, nel Regno di Sardegna, del quale sia Mazzini che
Gioberti erano sudditi.
Il 7 gennaio, riunendo i collaboratori del «Risorgimen-
to» all’albergo Europa di Torino, Cavour propose la concessio-
ne immediata della Costituzione da parte del re. Il giornalismo,
cioè la libertà di stampa, per quanto incompleta, affilava le armi
e si dimostrava assai efficace. E una settimana dopo, il 15 gen-
naio, in un articolo di fondo del «Risorgimento» Cavour, il gior-
nalista Cavour, indicava i grandi meriti della libertà di stampa,
ma anche i suoi limiti se tale libertà non si esercita in piena sin-
tonia con le libertà garantite dal governo e con una sorta di con-
trollo da parte dell’opinione pubblica. Sono parole di rara attua-
lità di un Cavour ancora senza impegni di governo, ma già pie-
namente calato nel problema politico del suo tempo:

La stampa, lo proclamiamo apertamente, è mezzo princi-


pale di civiltà e di progresso pei popoli, senz’essa, le società moder-
ne, qualunque fossero i loro principali ordinamenti politici, rimar-
rebbero stazionarie, anzi indietreggerebbero. Ma la stampa sola è
mezzo incompleto, soventi volte fallace. L’opinione pubblica aven-
do per unico reggitore il giornalismo, non camminerà a lungo nella
retta via, sarà tratta spesso in errore, traviata da illusioni, spinta a pe-
ricolose esagerazioni. I sentimenti del pubblico, informati dallo spi-
rito del giornalismo, si svolgeranno in modo nobile, generoso e gran-
de; ma non mai in modo perfettamente logico, interamente libero
dall’influenza delle passioni popolari. Infatti, come mai la stampa sa-
rebbe potente a formare sopra inconcusse basi l’opinione pubblica
nelle grandi questioni politiche e sociali, essa che non può mai esse-
138 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

re pienamente informata del vero stato delle cose? Essa cui manca-
no sempre gran parte delle cognizioni e degli schiarimenti governa-
tivi, necessari alla compiuta ed esatta soluzione dei problemi ai qua-
li è rivolta l’attenzione del pubblico? [...] Le grandi questioni politi-
che e sociali, per essere chiaramente concepite, rettamente intese
dallo spirito pubblico, vogliono essere argomento di discussioni del-
le grandi istituzioni dello Stato fatte poi di pubblica ragione. Le esa-
gerazioni, gli errori, e, diciamolo pure, le ingiustizie della stampa non
possono essere combattute, rettificate, riparate, se non dalla voce po-
tente degli uomini di Stato, degli uomini politici, che pongono in
chiara luce i fatti ed ogni loro appartenenza. Una tale verità è gene-
ralmente tenuta incontestabile in tutti i paesi adulti nella vita politi-
ca. In essi non vi è chi sostenga potere solo la stampa informare e di-
rigere l’opinione pubblica.

Questo era il problematico liberalismo di Cavour, que-


sta la sua idea sulla funzione del giornalismo. Se ne vedranno i
positivi effetti quando Cavour sarà al potere, ma il ruolo, l’im-
portanza e i limiti della stampa sarà una questione aperta nei
paesi liberali e democratici.
Sotto questo aspetto, nel cruciale 1848, la Lombardia
e la Toscana furono all’avanguardia nel gettare le basi di una
comunicazione giornalistica plurale e fortemente politicizzata.
Ricordiamo, ed è solo qualche esempio, «Il Repubblicano», ap-
parso a Milano ad aprile (sotto la testata c’era un motto di Al-
fieri: «Leggi e non Re. L’Italia c’è»), seguito dall’«Operaio.
Giornale democratico». «Cari fratelli del popolo! – è scritto sul
primo numero – Educarvi alla moralità ed all’eguaglianza è il
nostro impegno; non siamo di que’ tali che coprono le loro opi-
nioni politiche, i loro desiderj; a faccia scoperta alziamo la no-
stra bandiera, e questa porta scritto: democrazia». E così a Fi-
renze, dove nel 1847 era apparso il quotidiano «L’Alba. Gior-
nale politico-letterario», fondato da Giuseppe La Farina con un
programma prima di unione nazionale, poi via via più radica-
le dal punto di vista sociale.
Capitolo quarto Il risveglio 139

Sul numero del 7 marzo 1848 «L’Alba» pubblicò una


lettera di Marx al direttore con la proposta di scambio con la
«Neue Rheinische Zeitung»:

Questo giornale – scriveva Marx – seguirà i medesimi prin-


cipii democratici che l’‘Alba’ rappresenta in Italia. Non può dunque
essere dubbiosa la situazione che prenderemo relativamente alla
questione pendente tra l’Italia e l’Austria. Difenderemo la causa del-
l’indipendenza italiana, combatteremo a morte il dispotismo austria-
co in Italia come in Germania e in Polonia. Tendiamo fraternamen-
te la mano al popolo italiano. [...] Domanderemo dunque che la bru-
tale soldatesca austriaca sia senza ritardo ritirata dall’Italia, e che il
popolo italiano sia messo nella posizione di poter pronunziare la sua
volontà sovrana rispettando la forma di governo che vuole scegliere.

La lettera gettava un seme che purtroppo non diede al-


cun frutto; esprimeva un desiderio di circolazione europea del-
l’informazione non ufficiale. Soltanto una stampa democratica
avrebbe potuto garantirla. Non c’era allora la possibilità di co-
stituire agenzie di notizie, ma questo desiderio fu in parte realiz-
zato grazie all’utilizzazione di inviati speciali, di osservatori, di
corrispondenti di guerra. Ebbene, proprio Marx e Engels segui-
ranno, sulle pagine di vari giornali, con attenzione e simpatia, le
vicende politiche e militari del nostro Risorgimento, non rispar-
miando critiche a destra e sinistra (grande diffidenza per Maz-
zini, grandi speranze per Garibaldi e la guerra di popolo), ma
anche con realismo (all’annuncio dei primi gesti liberali di
Pio IX Engels scriveva sulla «Deutsche Brüsseller Zeitung»:
«L’uomo che occupa la posizione più reazionaria in tutta Euro-
pa, che rappresenta la fossile ideologia del Medioevo, il papa, si
è posto alla testa di un movimento liberale»), e con altrettanta
attenzione seguiranno avvenimenti internazionali come la guer-
ra di Crimea e la guerra civile americana (scrivevano anche su
giornali americani) prendendo sempre posizione rispetto ai fat-
ti raccontati. Cioè, non separavano mai l’opinione dai fatti.
140 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Da parte liberale soltanto il «Times» di Londra, la ca-


pitale di un impero mondiale, servito dal telegrafo elettrico (nel
1850 fu impiantato un primo cavo sottomarino nel canale del-
la Manica, preludio dei cavi transatlantici) e da un eccellente
servizio postale (da otto anni in Inghilterra erano stati introdot-
ti i francobolli), adottò il metodo del resoconto più che possibi-
le obiettivo degli eventi internazionali e, nel caso della situazio-
ne politica italiana, con corrispondenze, resoconti di inviati
speciali dai punti più caldi della penisola, per non parlare dei
discorsi di uomini politici inglesi, di loro pubbliche dichiarazio-
ni alla stampa sull’Italia, di loro scritti d’occasione. Ne diremo
qualcosa quando parleremo dell’impresa dei Mille e in genera-
le delle gesta di Garibaldi, che per i lettori inglesi, ed erano tan-
tissimi, furono l’equivalente di un poema epico moderno. Maz-
zini e altri politici e intellettuali italiani residenti in Inghilterra
arricchivano poi di ulteriori notizie i giornali inglesi e questi, a
loro volta, comunicavano all’Italia informazioni sull’evoluzio-
ne della politica, del pensiero economico, dello sviluppo indu-
striale e agricolo inglese (seguite sempre con attenzione da Ca-
vour, Minghetti e tanti altri liberali e conservatori che si rico-
noscevano nello stile parlamentare di quel paese), e rinnovava-
no l’ammirazione antica di poeti, scrittori, viaggiatori colti per
il nostro paese.
Quanto al Quarantotto italiano e ad alcuni giornali
che in quell’anno hanno lasciato traccia di sé, citiamo ancora il
prezioso «giornale per tutti», il fiorentino «Il Lampione», diret-
to da Carlo Lorenzini, cioè Collodi, apparso il 15 luglio 1848,
che poneva mazzinianamente sullo stesso piano i diritti e i do-
veri dei cittadini con piglio decisamente democratico. Pensia-
mo poi alla funzione che ebbe in Sicilia il giornale palermitano
«L’Indipendenza e la Lega», sul quale scriveva anche France-
sco Ferrara, che nel febbraio del 1848 parlava dell’indipenden-
za siciliana non in senso separatista, ma come «eminentemen-
te utile alla emancipazione d’Italia».
Capitolo quarto Il risveglio 141

Gli esempi di questa stampa molto determinata ideolo-


gicamente sono numerosi e tutti i giornali agitavano il proble-
ma dell’indipendenza nazionale come prima condizione della
libertà e unità dell’Italia. Dunque un giornalismo militante, in
cui la sottolineatura, sotto le testate dei giornali, di essere anche
«letterari» fa pensare agli scrittori e agli artisti che vi collabora-
rono introducendo una pratica ancora oggi viva e vitale nella
stampa italiana e che a quel tempo era omologa alla poesia ci-
vile, ai romanzi storici, alla musica e alla lirica che diventava-
no idee militanti.

Il primo gennaio 1848 i cittadini milanesi proclamaro-


no lo sciopero del fumo. Chi lo aveva promosso sapeva che lo
sciopero avrebbe danneggiato, pacificamente ma sensibilmen-
te, le entrate fiscali austriache. Era giorno di festa; al passeg-
gio, eleganti borghesi, noti aristocratici con signore, in carroz-
za o a piedi, saluti, inchini, scambi di auguri per il nuovo an-
no, frettolosi e animati incontri tra i giovanotti, operai con l’a-
bito buono. Scene abituali; ma questa volta vi è qualcosa di
strano, una particolare ostentazione: gli uomini non fumava-
no. I primi a notarlo e a guardarsi intorno sconcertati furono
gli ufficiali e i soldati austriaci in libera uscita, mescolati alla
folla della festa. Si era furtivamente e capillarmente diffusa la
parola d’ordine di non fumare. Dai tanti milanesi insofferenti
del governo austriaco era stata accolta con entusiasmo perché
era una forma di resistenza con l’arma della non violenza, pro-
vocando solo danno economico alle finanze dell’imperial-re-
gio governo, al monopolio (o «regia») dei tabacchi. Danno
considerevole perché a quel tempo quasi tutti gli uomini e mol-
te signore fumavano accanitamente. Quei pochi cittadini ma-
le informati che passeggiavano a Capodanno fumando si vide-
ro perciò strappare senza complimenti ma patriotticamente il
sigaro dalle labbra. E così, nel precoce imbrunire, finì questa
strana giornata.
142 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Il 2 gennaio la scena si ripete. La polizia e i compassa-


ti militari decisero allora di reagire con la stessa muta leggerez-
za dei provocatori: ostentando il fumo. Al passeggio, baffuti sol-
dati austriaci (ma anche croati, ungheresi, sloveni) si presenta-
rono fumando anche due sigari contemporaneamente e sof-
fiando poderose boccate in faccia ai milanesi che con aria di sfi-
da esercitavano il boicottaggio. E cominciarono i primi diverbi
tra spintoni e insulti, finché il maresciallo Radetzky decise di in-
tervenire ordinando ai militari di rientrare in caserma. Ai pa-
trioti milanesi parve una vittoria, ma si sbagliavano.
3 gennaio 1848, 4 del pomeriggio: le strade di Milano
sono invase da centinaia di soldati della guarnigione. Nelle ca-
serme erano stati distribuiti 30.000 sigari, contravvenendo an-
che a un’ordinanza di Radetzky che da tempo vietava ai mili-
tari di fumare per strada. Ma non era più il caso di salvare la
forma. Secondo il racconto che farà Carlo Cattaneo, quel gior-
no lo Stato maggiore aveva dato ai soldati non soltanto sigari
in abbondanza, ma «quanto denaro bastasse ad ubriacarli,
mandandoli ad attaccar briga in città». E i soldati, fumando e
provocando i cittadini, non si fecero pregare. Ecco il rapporto
di un funzionario del Comune che fu testimone oculare degli
incidenti: «Poco dopo le 4,30, si videro molti soldati d’ogni ar-
ma radunati sulla nuova piazza del tempio di S. Carlo, ed altri
all’imboccatura della contrada del Durino. Ad un tratto due
sergenti staccatisi dai due gruppi rispettivi si fecero un segnale,
ed i militari sguainata chi la sciabola, chi lo squadrone, chi la
baionetta, si posero a far man bassa sull’inerme popolazione
colta alla sprovvista». Per accentuare la violenza, i soldati, dirà
Cattaneo, «evitando i giovani, ferivano e uccidevano vecchi e
fanciulli». Infatti, tra i sei morti vi furono un bimbo di quattro
anni e un vecchio di settantaquattro. Secondo i rilievi dei me-
dici, la maggior parte dei feriti erano stati colpiti alla testa e al-
le braccia, «che le vittime per istinto alzarono a difesa del ca-
po». Moltissimi gli arrestati. L’ordine tornava a Milano.
Capitolo quarto Il risveglio 143

Il 18 gennaio Radetzky scriveva alla figlia Friederike:


«Dal giorno 3, quando i nostri soldati, sia in servizio che in li-
bera uscita, dettero così opportuna prova di bravura con il tin-
tinnare delle loro sciabole, nell’intera città regna la calma. Al-
meno apparente...». Ed era apparente, perché tra i sigari in
sciopero maturava ben altro. Mazzini del suo incontro con
Gioberti ricordava anche questa risposta del suo interlocutore:
«Io so che differiamo in fatto di religione; ma, Dio buono! il mio
cattolicesimo è tanto elastico che potete inserirvi ciò che vole-
te». E Gioberti raccontò più tardi che da Mazzini aveva avuto
la promessa a «non turbare il moto costituzionale con maneg-
gi repubblicani fuor di proposito». L’anno delle meraviglie era
proprio cominciato bene. Lo sciopero del fumo a Milano, di
fronte alla tempesta in arrivo, era dunque solo un piccolo ge-
sto, ma insidiosamente armato e, per gli austriaci, anche pro-
tervo e ingiusto. Il clima politico era ormai quello giusto per
una azione ben determinata, e non solo a Milano. Dappertut-
to, in Italia e in Europa, vi erano forme accese di protesta: scio-
peri di operai, rifiuto dei regolamenti di polizia, rivolte contro
la censura sulla stampa e agitazioni di ogni genere per la Costi-
tuzione e la libertà di associazione e di riunione. Per gli italiani
c’era una ragione in più: il gendarme austriaco, il simbolo più
evidente della mancanza di libertà, l’insopportabile «bastone
tedesco» (anche se il giornale «Allgemeine Zeitung» protestava
giustamente per l’arbitrio linguistico e storico di chiamare «te-
deschi» gli austriaci). E poi, tra la gente di Milano in sciopero
si erano anche aggiunti propagandisti piemontesi che promet-
tevano il fraterno aiuto di Carlo Alberto. Della opportunità di
una capillare azione di propaganda si fece interprete ancora
una volta Massimo d’Azeglio, che fece circolare un tempestivo
opuscolo I lutti di Lombardia.

Ed è ancora una volta al Sud, a Palermo, che scocca


un’altra scintilla. Pochi giorni dopo lo sciopero del fumo di Mi-
144 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

lano, il 9 gennaio 1848, sui muri della città apparvero manife-


sti che invitavano alla rivolta. Il giorno segretamente fissato, il
12 gennaio, compleanno del re Ferdinando, decine di persone
affluiscono verso il centro della città. In piazza della Fieravec-
chia si radunano i cortei; prende la parola Giuseppe La Masa,
un avvocato di ventinove anni, tornato di nascosto dall’esilio.
Le campane di alcune chiese cominciano a suonare a stormo.
Dai quartieri poveri popolani armati si riversano al centro. La
folla inneggia alla libertà e alla Costituzione del 1812. Come
era prevedibile, vi sono i primi scontri tra i manifestanti e i sol-
dati che, sopraffatti, si ritirano nelle caserme e nelle fortezze, la-
sciando la città in mano ai rivoltosi. Il governo di Napoli deci-
de allora di intervenire inviando a Palermo una squadra nava-
le guidata dal figlio del re, conte di Avila. Il 16 gennaio un con-
tingente di 5.000 uomini al comando del generale De Sauget
sbarca sulle spiagge di Palermo per riconquistare la città. Ma
ormai tutte le classi sociali della Sicilia, borghesi liberali, aristo-
cratici insofferenti, parte del clero, sono mobilitati contro Na-
poli e al re non resta che concedere all’isola una parziale auto-
nomia legislativa. Non basta: incalzato dagli eventi, Ferdinan-
do cerca il 23 gennaio di venire a patti e concede anche l’am-
nistia per i detenuti politici. Ma i rivoluzionari non demordo-
no, si impadroniscono del palazzo reale ed espugnano gli ulti-
mi edifici pubblici della città, compreso il palazzo arcivescovi-
le. Intanto da Salerno, sull’onda delle notizie dalla Sicilia, grup-
pi di insorti si mettono in marcia verso Napoli. Vista la situa-
zione, al generale De Sauget non resta che abbandonare Paler-
mo, dove viene istituita una guardia nazionale. Ma anche a Na-
poli il clima è incandescente: sotto una pioggia scrosciante lun-
go via Toledo, verso il palazzo reale, sfila un imponente corteo
che agita la bandiera tricolore carbonara (celeste, rosso e nero)
e inneggia alla Costituzione. Un brivido percorre il regno: si
diffonde la sensazione che stiano per accadere grandi eventi e
che la ribellione dilaghi. A Napoli la gente rimase tumultuante
Capitolo quarto Il risveglio 145

nelle strade chiedendo la Costituzione e le dimissioni del mini-


stro di Polizia. Ferdinando alla fine cedette e il 29 gennaio an-
nunciò la Costituzione, che fu promulgata il 10 febbraio.
Ci fu un effetto domino. In Toscana il granduca Leo-
poldo II, essendo sempre più pressanti le richieste dei liberali,
concesse la Costituzione il 17 febbraio. A Torino la richiesta di
una Costituzione seguì un percorso più diplomatico. Il 5 feb-
braio il Consiglio comunale chiese al re di «voler, con quelle
istituzioni rappresentative che giudicherà più opportune, con-
cedere al suo popolo il completamento delle già promulgate
riforme». Carlo Alberto convocò per il 7 una conferenza con
ministri, consiglieri di Stato, giudici della Cassazione e membri
dell’Avvocatura dello Stato per conoscere le iniziative più op-
portune «per riportare l’ordine e la calma nel paese». Il giorno
dopo il re annunciò l’intenzione di instaurare nel Regno di Sar-
degna «un compiuto sistema di governo rappresentativo», la
cui «legge fondamentale» fu lo Statuto, redatto in lingua fran-
cese e reso pubblico il 4 marzo. Il religioso e osservante Carlo
Alberto, per non dispiacere al papa, fu gratificato dell’articolo
1: «La religion catholique, apostolique et romaine est la seule
religion de l’Etat; les autres cultes actuellement existants sont
tolérés conformément aux lois».
Ancora più complicate le tattiche giuridiche e politiche
e grande l’incertezza del papa per dare una Costituzione che
avrebbe potuto generare un conflitto di interessi con il caratte-
re monocratico e autoritario del suo potere e con la configura-
zione dello Stato pontificio. Comunque, anche Pio IX cedette
e concesse, il 14 marzo, la Costituzione. Non poteva che esse-
re un documento incoerente e inefficace: una Costituzione,
dirà Benedetto Croce, «mal accozzata, un ircocervo, che strin-
geva insieme il voto della Camera, per altro solamente consul-
tivo, col ‘veto’ del consesso dei cardinali, la libertà di stampa
con la censura ecclesiastica». I successivi, ravvicinati atti politi-
ci del pontefice confermeranno l’inevitabile crisi, in quella fase
146 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

così drammatica della storia d’Italia, del «neoguelfismo». No-


nostante il viaggio che il mese dopo fece a Roma il suo princi-
pale sostenitore, Gioberti. Comunque, anche a Roma comin-
ciava il fatidico Quarantotto.

«I liberali e i patrioti italiani furono dal 1848 in poi


forse i più caparbi di tutta Europa», ha scritto qualche tempo
fa la New Cambridge Modern History. Quella «caparbietà» ha ali-
mentato il Risorgimento italiano, in tutte le sue variabili, dal-
la liberal-moderata alla democratico-repubblicana, dalla fede-
ralista all’unitaria. Ma se il Quarantotto italiano non fosse
esploso dentro il Quarantotto europeo, se non vi fosse stata
anche la congiuntura internazionale favorevole (anzitutto il
sostegno dell’Inghilterra e poi quel continuo confronto-scon-
tro con la Francia, alcune volte rivoluzionaria, altre volte rea-
zionaria, che durerà dal 1848 al 1870), la nostra rivoluzione
avrebbe dovuto attraversare prove storiche ben più dure pri-
ma di raggiungere la meta sognata dell’unità e dell’indipen-
denza.
La tempesta che incubava a Milano e le insurrezioni
meridionali trovarono infatti la legittimazione nella rivoluzio-
ne di Parigi del 22-24 febbraio, che costrinse alla fuga Luigi Fi-
lippo e portò alla proclamazione della repubblica. Il ritorno,
dopo mezzo secolo, della repubblica in Francia era un messag-
gio troppo forte per i movimenti nazionali, liberali e democra-
tici di tutta l’Europa. L’Inghilterra pareva indenne dal conta-
gio rivoluzionario, e tale infatti resterà; ma pochi giorni dopo
le barricate di Parigi apparve a Londra un opuscolo anonimo
dal titolo Manifesto del partito comunista, che terminava con un
motto che, sempre a Londra, era circolato nel settembre 1847:
«Proletari di tutti i paesi unitevi!». Questo opuscolo non ebbe
nessuna influenza sul 1848 e fino al 1870 avrà scarsa diffusione
in Europa, ma era anche questo scritto un simbolo di quell’an-
no incandescente.
Capitolo quarto Il risveglio 147

Intanto il 16 marzo giungeva a Venezia (dove la poli-


zia austriaca aveva arrestato, per precauzione, due liberali, lo
scrittore d’origine dalmata Niccolò Tommaseo e l’avvocato
Daniele Manin) una notizia incredibile: il 13 era scoppiata a
Vienna una rivoluzione e il primo ministro, principe di Metter-
nich, era fuggito rifugiandosi a Londra. Come un fulmine la no-
tizia raggiunse Milano e il 18 mattina vi fu una grande manife-
stazione festante sotto il palazzo del governatore al grido di «Li-
bertà e riforme».
La scintilla, anche questa volta, era scoccata in Fran-
cia. All’origine della crisi politica francese era stata soprattutto
l’ostilità contro i banchieri, i finanzieri e gli affaristi che, dopo
la rivoluzione del 1830, si erano insediati al potere. Questa osti-
lità proveniva in particolare dalla piccola borghesia e dagli stra-
ti popolari, che erano del tutto esclusi dal potere politico. Infat-
ti le prime agitazioni erano legate alla richiesta di una riforma
elettorale che desse rappresentanza a queste forze sociali. I re-
pubblicani, i democratici e i socialisti si fecero portavoce di que-
ste istanze e nel corso del 1847 organizzarono migliaia di «ban-
chetti» politici, durante i quali venivano illustrate le richieste
dell’opposizione e raccolte firme per una petizione che chiede-
va la riforma costituzionale.
Il governo, presieduto da François Guizot, si mostrò in-
transigente di fronte alla pressione popolare, facendosi forte di
una maggioranza parlamentare che in realtà non rappresenta-
va se non una minoranza del paese e una parte soltanto della stes-
sa borghesia. La quale ormai gestiva il potere con i sentimenti
che sono tipici di chi pensa che un paese sia un’azienda o una so-
cietà per azioni. Alla ripetitività degli atti in difesa degli interes-
si privati e della riproduzione della ricchezza non corrisponde-
va più alcuna volontà morale di guardare ad altri valori e qua-
lità della vita. Qualche borghese intelligente aveva capito que-
sto, aveva avvertito il pericolo della povertà politica cui sarebbe
giunto il paese seguendo soltanto la stella polare dell’«Arric-
148 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

chitevi!». L’ultimo Stendhal, il Balzac di Mercadet l’affarista, il


Flaubert che venti anni dopo, nell’Educazione sentimentale, descri-
verà proprio il travaglio politico e sociale della Francia di quegli
anni, hanno dato testimonianza letteraria ed etica di un reale
turbamento della società francese. Il 27 gennaio 1848 se ne fece
interprete in Parlamento Tocqueville, avvertendo un’imminen-
te, prevedibile rivoluzione e raccomandando il cambiamento
dello «spirito stesso del governo»:

In mezzo alla prosperità del paese e all’accumularsi della


ricchezza, si sentiva il vuoto. Vinta l’aristocrazia, tenuto lontano il
popolo, senza opposizioni nel suo seno la classe dirigente, l’oratoria
del Parlamento, nonostante i fulgidi ingegni che facevano parte di
quella assemblea, non si indirizzava ad alcun segno e si avvolgeva su
se stessa: «i nostri oratori – diceva altresì il Tocqueville – si annoia-
vano assai ad ascoltarsi tra loro e, quel ch’è peggio, l’intera nazione
si annoiava a udirli». La noia: il Lamartine lanciò il suo motto, che
esprimeva il sentimento generale: «La Francia s’annoia».

Descrive bene Croce il clima francese (ne abbiamo ac-


cennato parlando della Restaurazione) e possiamo intuire che
un sentimento analogo serpeggiasse anche tra gli italiani. E
forse piegandosi all’insidiosa dolcezza e impotenza di questo
sentimento molti italiani, notò acutamente De Sanctis, «smes-
sero l’azione politica diretta e si diedero agli studi: fiorirono le
scienze, si sviluppò il senso artistico e il genio della musica e del
canto; la Taglioni e la Malibran, la Rachel e la Ristori, Rossi-
ni e Bellini, le dispute scientifiche e letterarie, i romanzi fran-
cesi e italiani occupavano nella vita quel posto che la politica
lasciava vuoto». Il vuoto tanto temuto da d’Azeglio, che, arti-
sta egli stesso, non si sottraeva comunque all’ammirazione per
le grandi cantanti liriche, le attrici, i musicisti e la schiera di
pittori che fecero anch’essi, con percezione della contempora-
neità e con intelligenza morale, la loro parte per restituire l’I-
talia alla libertà.
Capitolo quarto Il risveglio 149

Intanto, a Parigi la rivolta covava sotto la cenere. La proi-


bizione di un banchetto organizzato per il 22 febbraio da 87 de-
putati dell’opposizione fu l’atteso segnale. Il tentativo del re di
cambiare il governo sostituendolo con dei riformatori moderati
fallì completamente. Il sovrano fu destituito e il 24 Parigi era in
mano agli insorti repubblicani e ai socialisti. Fu formato un gover-
no provvisorio guidato dal poeta Alphonse de Lamartine e com-
posto appunto da repubblicani, radicali e socialisti, che proclamò
la repubblica e prese i seguenti provvedimenti: suffragio univer-
sale maschile (il numero degli elettori salì da 250.000 a nove mi-
lioni); abolizione della pena di morte; riduzione della giornata di
lavoro a dieci ore; soppressione della schiavitù nelle colonie. Per
il modo in cui era sorta, e per la presenza al governo dei socialisti
guidati da una personalità prestigiosa come Louis Blanc, sosteni-
tore, tra i tanti diritti civili, del nuovissimo «diritto al lavoro», teo-
rico dell’«organizzazione del lavoro» (un tema sansimoniano o
owenista, ora entrato nel linguaggio del socialismo europeo), la ri-
voluzione di febbraio fu profondamente sentita in Italia.
Qui da tempo il dramma del lavoro aveva eco nella
pubblicistica dell’ala democratica dei liberali italiani, soprattut-
to in Toscana, dove a tratti la censura allentava i controlli sul-
la stampa. Così, il primo accenno alle idee di Blanc si trova nel
periodico fiorentino «Rivista» del novembre 1845 e successiva-
mente, in modo più ampio, su «L’Alba» in numerosi articoli
pubblicati nel 1847. Ma è singolare che al tempo delle prime
riforme liberali di Pio IX, sempre nel 1847, il quotidiano di Ro-
ma «La Pallade» chiedesse senza alcuna reticenza che lo Stato
intervenisse in difesa dei lavoratori disoccupati creando «offici-
ne nazionali d’industrie manifatturiere» poiché queste struttu-
re potevano divenire istituzioni «di libertà, di moralità, e di ga-
ranzia al merito dei lavoratori». Proposta assolutamente inedi-
ta per Roma e per l’Italia.
E, appunto, il governo democratico della Repubblica
di Francia non poteva non porre al centro del suo programma
150 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

proprio i problemi del lavoro. Esso si impegnò infatti «a garan-


tire l’esistenza dell’operaio attraverso il lavoro [...] a garantire
il lavoro a tutti i cittadini» e riconobbe agli operai il diritto di
«associarsi tra loro per godere il beneficio del loro lavoro». Per
realizzare questo programma fu creata una commissione di la-
voratori, composta dai delegati delle corporazioni di mestieri di
Parigi, e si decise anche di installare officine di proprietà dello
Stato (gli ateliers nationaux) a Parigi e in altre grandi città, con lo
scopo di eliminare la disoccupazione. Il governo decise anche
la convocazione di un’Assemblea Costituente a suffragio uni-
versale per dare alla Francia una nuova Costituzione.
Queste iniziative misero in allarme la borghesia fran-
cese: era possibile una svolta socialista della Francia. La com-
missione dei lavoratori venne considerata una pericolosa mina
vagante, un fattore di turbamento della vita economica e so-
ciale. Tutti i provvedimenti presi per alleviare la disoccupazio-
ne di un’estesa manodopera, espulsa dalla produzione a causa
della crisi economica che si era aperta in Inghilterra nel 1846,
colpendo duramente le campagne dell’Irlanda, e che si era ri-
percossa anche sul mercato e sui prezzi interni della Francia,
finirono col suscitare reazioni negative contro i socialisti. A
questi si attribuì il disegno di volere sovvenzionare, con le in-
dustrie pubbliche a carico dello Stato, operai improduttivi a
spese delle altre classi sociali. Furono i primi vagiti della mai
risolta contrapposizione Stato-mercato, libertà degli investi-
menti privati-utilità degli investimenti pubblici. Era anche la
diversità di giudizio tra gli economisti e il prevalere dei difen-
sori del mercato privato a imporre al governo di coalizione una
«sterzata a destra» che le successive elezioni politiche dell’apri-
le per l’Assemblea Costituente confermarono. Gli elettori op-
tarono infatti per una maggioranza di repubblicani moderati
e un folto numero di deputati clericali. La rivoluzione popola-
re di febbraio poteva dunque dirsi fallita. Ma la crisi economi-
ca inglese addensava nubi minacciose e anche i lavoratori
Capitolo quarto Il risveglio 151

francesi sapevano della terribile carestia scoppiata in Irlanda,


dove soprattutto i contadini morivano letteralmente di fame.
Si disse che mangiavano erba e terra. Un milione di irlandesi
lascerà l’isola cercando salvezza in America.
Vedendo ormai minacciate dalla crisi interna e inter-
nazionale e annullate dopo le elezioni le poche conquiste so-
ciali e politiche, il proletariato parigino insorse il 23 giugno. Le
pessime prospettive economiche della Francia giustificavano
ampiamente questo atto di forza; le prospettive politiche non
erano però altrettanto definite. Fu proclamato dalla piazza un
governo socialista composto da Blanc, da Armand Barbés, dal-
l’anarchico radicale Auguste Blanqui e dall’operaio Alexandre
Albert. Fu anche occupata la sede dell’Assemblea nazionale. Il
governo legale colse allora l’occasione del carattere classista
dell’insurrezione per farla finita col «pericolo rosso». Furono
affidati i pieni poteri al generale Louis-Eugène Cavaignac e il
movimento proletario venne stroncato in sei giorni di combat-
timenti con migliaia di morti. Tremila insorti presi prigionieri
furono fucilati senza processo e moltissimi altri deportati. Il ge-
nerale Cavaignac continuò a tenere il potere, mentre l’assem-
blea preparava una nuova Costituzione repubblicana. «Il ber-
retto da notte [simbolo caricaturale della borghesia] – scrisse
ironicamente Flaubert – non si mostrò meno odioso del berret-
to rosso».
Con la sconfitta dell’insurrezione di giugno era dun-
que suonata l’ora della riscossa conservatrice. E sulla gioia dei
conservatori si riverseranno le sferzanti parole di Marx: «La
sconfitta dei proletari riunì tanto nell’Europa continentale co-
me in Inghilterra tutte le frazioni delle classi dominanti, pro-
prietari fondiari e capitalisti, lupi di borsa e merciai, protezio-
nisti e libero-scambisti, governo e opposizione, preti e liberi
pensatori, giovani meretrici e vecchie suore, nella invocazione
comune per la salvezza della proprietà, della religione, della
famiglia e della società». C’era forse un eccesso di ironia in
152 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Marx, ma le figure emblematiche da lui evocate facevano ve-


ramente parte del paesaggio sociale del tempestoso 1848. Se è
vero che anche un uomo libero da pregiudizi come Cavour
scriveva in quegli stessi giorni, a proposito della rivoluzione
francese di febbraio, «non sono l’idea di repubblica e demo-
crazia che spaventino, è lo spettro del comunismo che tiene
tanti animi dubbiosi e sospesi». La forte immagine dello spet-
tro era stata richiamata ironicamente da Marx ed Engels po-
chi mesi prima con le parole che aprono il Manifesto: «Uno
spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo. Tut-
te le potenze della vecchia Europa si sono alleate in una santa
battuta di caccia contro questo spettro: papa e zar, Metterni-
ch e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi». L’accenno
al papa, primo della lista, era pertinente: con le prime timide
riforme, Pio IX nel 1846 aveva emanato l’enciclica Qui pluri-
bus, che condannava «la nefasta dottrina del cosiddetto comu-
nismo» che avrebbe portato al «radicale sovvertimento dei di-
ritti, delle cose, della proprietà di tutti e della stessa società
umana».
I fatti di Francia, la presenza socialista, l’insurrezione
proletaria di Parigi non facevano pensare affatto che la classe
operaia fosse tanto forte da imporre una svolta a una rivolu-
zione che aveva apparenze sociali ma era essenzialmente poli-
tica, interna alla borghesia «annoiata», e aveva un’ispirazione
nazionalistica e liberale. Lo scenario era diverso da quello ita-
liano, perché gli insorti francesi non avevano alcuno straniero
occupante da sconfiggere e la connotazione classista balzava
quindi al primo posto. La sconfitta degli operai parigini era
perciò inevitabile, e la lezione che ne trassero fu che il movi-
mento operaio doveva pensare a una propria strategia rivolu-
zionaria, senza mettersi a rimorchio di quella liberale e repub-
blicana. «Il progresso rivoluzionario – scriverà Marx sulla
«Neue Rheinische Zeitung», in articoli poi riuniti in Le lotte di
classe in Francia dal 1848 al 1850 – non si fece strada con le sue
Capitolo quarto Il risveglio 153

tragicomiche conquiste immediate, ma, al contrario, facendo


sorgere una controrivoluzione serrata, potente, facendo sorge-
re un avversario, combattendo il quale soltanto il partito del-
l’insurrezione raggiunse la maturità di un vero partito rivolu-
zionario».
Il 1848 ha dunque l’impronta del liberalismo, e non del
socialismo, come dimostreranno chiaramente le ripercussioni
europee dell’insurrezione di febbraio a Parigi. Vorrei citare so-
lo un episodio assai indicativo in proposito. Il 27 febbraio mol-
tissimi torinesi vollero manifestare pubblicamente la loro feli-
cità per l’annunciata concessione dello Statuto:

Vi prese parte, fra i giornalisti, – scrive nella biografia a lui


dedicata Rosario Romeo – il Cavour: e un testimone oculare ci ha
descritto i suoi sforzi, tra ironici e divertiti, di contribuire agli eserci-
zi canori del gruppo. Fu allora che si sparse, improvvisa, la notizia
della caduta di Luigi Filippo e della proclamazione della repubblica
a Parigi. Durante la mezz’ora di sosta e di confusione che seguì,
informa il testimone «il conte di Cavour non diceva nulla: teneva le
mani in saccoccia, e guardava meditabondo a terra». Cosa ci fosse
dietro quel silenzio lo leggiamo nelle sue lettere dei giorni successivi
ai confidenti più intimi: «io sono atterrato, perché, lo confesso, ero
lungi dall’attendermi un evento così deplorevole. Con la repubblica
in Francia, che sarà di noi? [...] Bisogna prevedere il peggio e agire
di conseguenza».

Il 13 marzo, a Vienna, vi fu una grande manifestazio-


ne per chiedere all’imperatore Ferdinando I la Costituzione e
l’autonomia delle varie nazionalità controllate dall’impero, tra
cui il Lombardo-Veneto. Non era una protesta pacifica, ma
un’insurrezione inattesa che provocò l’instabilità nella direzio-
ne politica dell’Austria e costrinse alle dimissioni il governo di
Metternich. Il cancelliere decise addirittura di lasciare il paese
e di rifugiarsi a Londra. L’imperatore non sapeva che fare. Fu
convocata un’Assemblea Costituente, mentre un forte movi-
154 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

mento centrifugo si creò all’interno dell’impero austriaco: gli


ungheresi (guidati da Lajos Kossuth, che era amico di Mazzini,
e dal poeta Sandor Petöfi) e i cechi furono i primi a ribellarsi. A
Budapest fu eletto un Parlamento a suffragio universale, che ri-
vendicò l’indipendenza dall’Austria. A Praga fu costituito un
comitato rivoluzionario che portò alla formazione di un gover-
no nazionale svincolato dalle direttive di Vienna. Dove intanto
l’imperatore stava meditando di concedere una Costituzione
politicamente moderata.
Furono però fiamme di breve durata. La Costituzione
non piacque a nessuno e Ferdinando temette anche per la sua
vita, tanto da rifugiarsi nel più tranquillo Tirolo. Ma la lotta
per la libertà di questi popoli durò, come in Italia, per più di
un anno. I cechi vennero rapidamente sottomessi dall’eserci-
to che, dopo aver bombardato Praga, instaurò una dittatura
militare agli ordini del generale Windisch-Grätz. Lo stesso ge-
nerale, incoraggiato anche dalle notizie provenienti dall’Italia
sulle vittorie militari del maresciallo Radetzky, occupò mili-
tarmente Vienna, imponendo la legge marziale, mentre l’im-
peratore Ferdinando abdicava a favore del giovane nipote
Francesco Giuseppe. Più difficile fu la sottomissione dell’Un-
gheria, dove il governo democratico di Kossuth si apprestò al-
la difesa proclamando la leva di massa. Intanto un’intensa
propaganda patriottica chiamò alla difesa dell’indipendenza e
della libertà ungherese volontari di diverse parti d’Europa.
Questa conquistata unità nazionale dell’Ungheria ebbe ragio-
ne delle truppe del generale Windisch-Grätz, che vennero
sconfitte in battaglia, e spinse il governo di Kossuth a procla-
mare il 14 aprile 1849 decaduta la dinastia asburgica. Ma il
governo di Vienna non si diede per vinto e con l’aiuto di trup-
pe russe inviate dallo zar Nicola I travolse la resistenza unghe-
rese, mettendo così fine alla rivoluzione nazionale di Kossuth.
Era l’agosto 1849. Il mese prima era caduta la Repubblica ro-
mana.
Capitolo quarto Il risveglio 155

2 | Milano e Venezia

La sera del 17 marzo 1848 giunsero a Milano i primi dispacci


sulla rivoluzione di Vienna e la fuga di Metternich. Una gran-
de emozione percorse la città: tremore per i milanesi austria-
canti (quelli «ligi all’Imperatore e al Lombardo-Veneto» degli
ironici versi di Guido Gozzano) e per i benpensanti, grande
gioia per gli altri. Dalle barricate di Vienna giungeva la secon-
da legittimazione alla rivolta, dopo quella delle giornate parigi-
ne del febbraio. Fare come gli altri non ostacolava affatto il far
da sé. E allora il 18 mattina folti gruppi di dimostranti con a ca-
po Cesare Correnti, Enrico Cernuschi e altri noti cittadini, qua-
si spingendo in testa al corteo il timido e riluttante podestà, Ga-
brio Casati, giungevano al palazzo del Broletto dove aveva se-
de il Comune, mentre nel frattempo un altro corteo aveva da-
to l’assalto al palazzo del governo austriaco in Borgo Monfor-
te, occupandolo. Il vicegovernatore, il conte Heinrich O’Don-
nel (il viceré Ranieri non era a Milano), è costretto a dettare tre
decreti: concessione della guardia civica con licenza di armar-
si; abolizione della polizia politica e destituzione del suo capo,
il conte Carlo Giusti Torresani; consegna delle armi da parte
della guardia di polizia alla guardia civica e delega di ogni po-
tere al municipio.
Le cose stavano prendendo una piega imprevista per
le autorità e soprattutto per il maresciallo Radetzky. Egli era
uscito di casa di buon’ora, come al solito, per recarsi in ufficio.
Era convinto di aver contribuito alla calma avendo fatto affig-
gere nei giorni precedenti manifesti che riportavano le conces-
sioni fatte a Vienna dall’imperatore, cioè la Costituzione e la
libertà di stampa. Ma «la mattina del 18 – scrisse in un rappor-
to – fummo colti di sorpresa. Io mi trovavo in cancelleria e in-
sieme con altri dovetti fuggire a piedi fino al Castello». La gior-
nata era fredda, uggiosa e a tratti cadeva una pioggia scroscian-
te. Gli insorti milanesi, si rammaricava il generale Karl von
156 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Schonsals, aiutante di campo del maresciallo, se ne stavano


«all’asciutto, riparati dai rovesci di pioggia, ben forniti di che
nutrirsi, tenuti su dalle bevande alcoliche, animati dagli inco-
raggiamenti delle donne e dei preti», mentre i soldati austriaci
erano accampati all’aperto. Sorsero in più punti barricate, ap-
prontate con tutti i materiali che si prestassero all’uso, come
panche di chiesa, botti, carrozze sfasciate, mentre il suono del-
le campane a martello e a stormo si diffondeva ininterrotta-
mente nella città insieme al rombo dei tuoni. Nel frattempo
Radetzky ordinava al generale Wohlgemuth di riconquistare il
palazzo del governo e alle 8 della sera inviava un dispaccio ai
membri della municipalità, intimando loro di disarmare la
guardia civica. Il messaggio concludeva minacciosamente: «Mi
riservo poi di far uso del saccheggio e di tutti gli altri mezzi in
mio potere, per ridurre all’obbedienza una città ribelle; ciò mi
riuscirà facile, avendo a mia disposizione 100.000 uomini e
duecento pezzi di cannone». Naturalmente i 100.000 uomini
comprendevano tutte le guarnigioni del Lombardo-Veneto,
comprese le poderose fortezze del Quadrilatero: Mantova, Pe-
schiera, Verona, Legnago.
Per molte ore vi furono preparativi di battaglia (Ra-
detzky aveva messo in allarme più di 14.000 soldati) e la matti-
na successiva, il 19, la situazione militare, malgrado la superio-
rità numerica degli austriaci, era per loro molto precaria. Gli
austriaci muovevano dai Bastioni verso il centro, ma vennero
respinti in più punti dai milanesi, che spostavano rapidamente
le loro scarse forze di artiglieria, in una sorta di guerriglia per
bande. Di fronte anche alla difficoltà di far giungere approvvi-
gionamenti per le sue truppe, Radetzky decise di ritirarsi fuori
delle mura cercando di prendere la città per fame e diede ordi-
ne che tutte le truppe sparse in Lombardia si concentrassero su
Milano. Giunse intanto la notizia che altre città lombarde era-
no in rivolta, le strade divelte, i ponti e gli accessi ai villaggi in-
terrotti. Agli austriaci non restava che sparare a casaccio, non
Capitolo quarto Il risveglio 157

avendo alcuna esperienza di guerriglia urbana e di scontri fuo-


ri dalle regole, nei quali i soldati erano fatti bersaglio, dai bal-
coni e dai tetti, da donne e ragazzi che lanciavano micidiali sas-
si, tegole, comignoli e anche olio bollente. Delle prime ore del
secondo giorno di guerra, il 19, resta il racconto di Carlo Cat-
taneo, che seguiva personalmente, spostandosi da un luogo al-
l’altro della città insorta, l’organizzazione della resistenza dei
cittadini. Quella mattina «stavamo con una certa apprensione
che il notturno riposo avesse mai rallentato gli animi: ma a po-
co a poco si videro uscire i cittadini e accorrere baldanzosi alle
prime barricate». Era giunto il momento di costituire una sor-
ta di quartier generale che desse direttive alla resistenza milita-
re. Fu deciso di creare un consiglio di guerra. Ne fecero parte
lo stesso Cattaneo, Cernuschi, Giulio Terzaghi e Giorgio Cle-
rici. Il consiglio si aggregava alla municipalità, diretta da Casa-
ti, fornendole gli strumenti operativi sul piano militare e, date
le idee dei componenti, una fortissima motivazione politica a
condurre con determinazione la lotta popolare. Secondo Cat-
taneo nessun cittadino di Milano, neanche i più giovani, avreb-
be dovuto estraniarsi dalla guerra di liberazione. Si aprirono
perfino le porte dell’orfanotrofio per far uscire i «martinitt» e
usarli, felicissimi di farlo, come portaordini. Furono tra i primi
ragazzi patrioti, il preannuncio dei «Gavroche» italiani che fu-
rono sulle barricate o sul campo di battaglia e che Edmondo De
Amicis ha immortalato nei racconti di Cuore sul «tamburino sar-
do» nella guerra del 1848 e sul sacrificio, nella successiva guer-
ra del 1859, della «piccola vedetta lombarda».
Le barricate intanto raggiunsero il numero di 1.700 e
anche gli allievi del seminario aiutarono a costruirne una. Or-
mai i morti si contavano a centinaia; 335 di parte italiana, di
cui 38 donne, e 600 feriti. Si conoscono le professioni di circa
250 caduti: 160 erano operai e artigiani, 28 bottegai, 25 dome-
stici, 14 contadini, tre ingegneri, tre studenti, un sacerdote... l’e-
lenco è lungo. Un prezzo molto alto di caduti, rappresentanti
158 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

tutte le classi lavoratrici. Di tanta generosità, di questo impeto


popolare fu Cattaneo a farsi portavoce ricordando quei giorni
in un articolo del 3 luglio 1848:

Soffersero gran numero di morti i commercianti di cose bi-


sognevoli alla vita, anco perché più mescolati nei trivj col popolo
combattente. Contammo non meno di 26 venditori di vino, d’olio,
di latte, di droghe, di salumi, di frutta, di pane. Ma la maggior turba
delli uccisi doveva ben essere fra gli operai; le barricate e li operai
vanno insieme oramai come il cavallo e il cavaliere. Il sacro mestie-
re delli stampatori ebbe cinque morti, e troviamo fra i morti anche
un legatore. Vi sono tre macchinisti, un incisore, un cesellatore, un
orefice. Dei lavoratori di ferro e di bronzo morirono non meno di
quindici; onde pare che questa forte razza fosse tutta sulle barricate.
Ed è pur glorioso all’arte de’ calzolai il numero di tredici uccisi. Dei
sarti caddero quattro; tre cappellai; e venti tra verniciatori, doratori,
sellai, tessitori, filatori, guantai e anche un parrucchiere. V’ha una
decina di muratori, scalpellini e d’altre arti edilizie. [...] Grande più
che non si crederebbe è il numero delle donne uccise; alcune lo sa-
ranno state per caso, ma molte per coraggio e per amore; alcune per
ferocia dei nemici, che non solo imperversarono nelle parti indifese
della città, ma nascosti sopra le guglie del Duomo, si piacevano ad
avventare insidiosi colpi ai balconi interni e alle finestre mal chiuse.
Vediamo indicata una levatrice, una ricamatrice, una modista e tra
quelle che si dicono alla rinfusa cucitrici, alcune giovinette. Quante
storie di semplice affetto, e d’inosservato dolore vi stanno riposte! O
poeti, interrogate questi sepolcri, e siate poeti della vostra gente.

Non sorprenda la minuzia di particolari, cercati e sot-


tolineati con commozione da Cattaneo. Questa cronaca uma-
na e politica diventò poi il saggio L’Insurrection de Milan, scritto
tra la tarda estate e l’autunno del 1848, quando si trovava a Pa-
rigi per sollecitare la Francia alla lotta comune contro l’Austria.
Il 21 marzo Radetzky offrì un armistizio, ma ne ebbe
un rifiuto netto da parte di Casati, ormai sicuro della vittoria, e
dei suoi collaboratori, i quali il giorno dopo, costituiti in gover-
Capitolo quarto Il risveglio 159

no provvisorio, firmarono questo squillante manifesto: «L’ar-


mistizio offertoci dal nemico fu da noi rifiutato ad istanza del
popolo che vuole combattere. Combattiamo dunque con l’i-
stesso coraggio che ci fece vincere in questi quattro giorni di lot-
ta e vinceremo ancora». Il 22 marzo gli austriaci furono battu-
ti definitivamente a Porta Tosa, oggi chiamata Porta Vittoria,
dove gli scontri, guidati da Luciano Manara e dai fratelli Enri-
co ed Emilio Dandolo, erano cominciati il giorno prima. Cat-
taneo e gli altri del consiglio di guerra si erano affrettati a emet-
tere un comunicato-stampa per invitare gli insorti a concen-
trarsi in quel luogo:

I nostri avamposti presso porta Tosa sono già negli orti del-
la Passione; i nostri Bersaglieri cominciano a spazzare i bastioni [...]
Al di fuori la città è attorniata da numerose bande venute di ogni par-
te [...] Il nemico ci chiede un armistizio, certamente per potersi rac-
cogliere e ritirarsi. Ma è troppo tardi, le strade postali sono ingom-
bre di alberi abbattuti, la sua ritirata diviene già molto difficile. Co-
raggio, avvicinatevi da ogni parte ai bastioni. Valorosi cittadini: l’Eu-
ropa parlerà di voi, la vergogna di trent’anni è levata: il trionfo del-
l’Italia è infallibile.

Radetzky ordinò la ritirata oltre il Mincio, verso il


Quadrilatero. Il bilancio era amaro anche per gli austriaci: 181
morti, 180 dispersi, 241 feriti. Ai suoi soldati il maresciallo
spiegò di vedersi costretto a «un breve ripiegamento al fine di
avvicinarmi ai reparti di rinforzo che stanno per arrivare», ag-
giungendo: «Puniremo i traditori e i rivoltosi». Ma non doveva
esserne tanto convinto se il 3 aprile da Verona, dove era giun-
to con la sua armata due giorni prima, scriveva alla figlia: «Oc-
cupo e mantengo le piazzeforti. Quanto a lungo e con quali
vantaggi non so. Senza soldi, senza mezzi, senza aiuti da Vien-
na non so come dovrà e potrà finire».
Per lui finirà bene, intanto però Milano era libera, e ter-
minate gloriosamente, seppure nel sangue di tanti civili, le «Cin-
160 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

que Giornate». Anche il consiglio di guerra cessò le sue funzio-


ni: era vissuto solo quarantotto ore. Sarà poi sostituito da un co-
mitato di guerra dove Cattaneo ebbe ancora degli strumenti per
agire con risolutezza. La vera guerra cominciava però proprio
adesso. Tra i vincitori di quelle giornate vi erano infatti migliaia
di volontari piemontesi accorsi in Lombardia anticipando quel
che avverrà di lì a poco. Si profilavano all’orizzonte i compositi
eserciti della «prima guerra di indipendenza».

Il 17 marzo quasi contemporaneamente a Milano era


insorta Venezia. Alcuni giorni prima la polizia aveva arresta-
to, come si è detto, Niccolò Tommaseo. Il personaggio era sor-
vegliato come un pericoloso liberale da quando un suo artico-
lo antiaustriaco aveva provocato a Firenze la chiusura d’auto-
rità dell’«Antologia». Egli era stato da tempo costretto ad an-
dare in esilio, dove continuava a scrivere, oltre a opere lettera-
rie, filologiche e di critica (fu uno dei più grandi poligrafi del
secolo), anche saggi politici che furono riuniti nel volume Del-
l’Italia, pubblicato a Parigi nel 1835. Questi scritti anticipava-
no le idee di Gioberti e di Balbo e in essi tutti i principi italia-
ni, compreso il papa, erano giudicati tiranni oppressori dei po-
poli. L’altro pericoloso liberale, Daniele Manin, era stato ar-
restato insieme a lui. Manin era un avvocato popolarissimo e
amato dai veneziani.
Avevano acceso la miccia veneziana le notizie della ri-
voluzione di Vienna. Una minacciosa folla di cittadini si river-
sò allora in piazza San Marco chiedendo la liberazione di Ma-
nin e di Tommaseo. Al governatore della città, l’ungherese con-
te Palffy, non restò che cedere alla pressione popolare, e i ma-
nifestanti si diressero verso le carceri. Tempestivamente giunse
l’atteso ordine di scarcerazione e Manin e Tommaseo vennero
portati in trionfo fino al palazzo del governatore, mentre il tri-
colore veniva issato sulle antenne di piazza San Marco. Danie-
le Manin apparve come la più importante figura politica di ri-
Capitolo quarto Il risveglio 161

ferimento della folla tumultuante e a lui il conte Palffy si rivol-


se chiedendogli di garantire con la sua autorità il mantenimen-
to dell’ordine. A sera, con il postale da Trieste, giunsero le nuo-
ve disposizioni da Vienna: guardia civica e libertà di stampa.
Malgrado queste concessioni, l’Arsenale fu occupato dai lavo-
ratori e il 22 marzo il comandante, conte von Marinovich, fu
massacrato dagli operai a colpi di spranghe di ferro, unica vit-
tima dell’insurrezione, mentre i soldati della fanteria di marina
si ammutinavano. Il ricordo del sacrificio dei loro compagni, i
fratelli Bandiera, era ancora vivo. Poco dopo il comandante mi-
litare della città, tenente colonnello conte Zichy, vista la poten-
ziale violenza dell’insurrezione, firmò prudentemente la capi-
tolazione. Davanti a una grande folla radunata in piazza San
Marco, Daniele Manin con un vibrante discorso esaltò la vitto-
ria e parlò degli ideali unitari e repubblicani:

Noi siamo liberi, e possiamo doppiamente gloriarci di esser-


lo, perché noi lo siamo senza aver versato una goccia di sangue, né
nostro, né di quello dei nostri fratelli; io dico nostri fratelli, perché
tutti gli uomini per me lo sono. Ma rovesciare l’antico governo non
basta, conviene ancora sostituirvene un altro, e per noi il miglior go-
verno sembra la repubblica, poiché essa ricorderà le nostre antiche
glorie, e sarà migliorata dalle moderne libertà. Con ciò non intendia-
mo separarci dai nostri fratelli italiani, anzi, al contrario, noi forme-
remo uno dei centri che serviranno alla fusione graduale, successiva,
della nostra cara Italia in un solo tutto. Viva dunque la repubblica!
Viva la libertà! Viva San Marco!

La mattina del 23 marzo venne costituito un governo


provvisorio, dal quale però era stato escluso Manin perché ri-
tenuto troppo radicale e perché dichiaratamente repubblicano.
Ma la protesta popolare per l’esclusione fu immediata e impo-
nente, e allora il governo fu ceduto a Manin, che proclamò la
Repubblica di San Marco. Nei giorni e mesi successivi il pro-
blema del governo repubblicano di Venezia si pose come un
162 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

nodo politicamente inestricabile nel quadro degli avvenimenti


della prima guerra di indipendenza, che avrà il crisma monar-
chico piemontese.

3 | «La guerra! La guerra immediata»

Il 16 marzo si era intanto insediato a Torino il primo governo


costituzionale presieduto da Cesare Balbo. Il giorno dopo si eb-
bero le prime notizie dell’insurrezione di Milano. Era il mo-
mento atteso per mettere in pratica la politica «italiana» va-
gheggiata dai liberali piemontesi. Cavour se ne fece interprete
scrivendo sul «Risorgimento» del 23 marzo un articolo che ta-
gliava corto con i tentennamenti e le ambiguità del re, il mode-
ratismo di Balbo, le incertezze di quanti erano incapaci di pre-
vedere cambiamenti a breve termine nello statu quo dell’Italia:

L’ora suprema per la monarchia sarda è suonata, l’ora del-


le forti deliberazioni, l’ora dalla quale dipendono i fati degl’imperi,
le sorti dei popoli. In cospetto degli avvenimenti di Lombardia e di
Vienna, l’esitazione, il dubbio, gli indugi non sono più possibili; essi
sarebbero la più funesta delle politiche. Uomini noi di mente fredda,
usi ad ascoltare assai più i dettami della ragione che non gli impulsi
del cuore, dopo di avere attentamente ponderato ogni nostra paro-
la, dobbiamo in coscienza dichiararlo: una sola via è aperta per la
nazione, pel governo, pel re. La guerra! La guerra immediata e sen-
za indugi! Non è possibile l’indietreggiare; la nazione infatti è già in
guerra con l’Austria.

A queste parole di Cavour e a quelle di un appello di


liberali lombardi firmato anche da Manzoni seguì immediata-
mente una riunione del Consiglio dei ministri durante la quale
il conte Enrico Martini, appena giunto da Milano, portò la no-
tizia della vittoria dei milanesi e la richiesta del governo prov-
visorio di un intervento militare del Piemonte. Il governo deci-
Capitolo quarto Il risveglio 163

se che l’esercito sardo varcasse il Ticino l’indomani e fu prepa-


rato da Cavour un proclama di Carlo Alberto: «Popoli della
Lombardia e della Venezia! I destini d’Italia si maturano: sorti
più felici arridono agl’intrepidi difensori di conculcati diritti.
[...] Popoli della Lombardia e della Venezia, le nostre armi che
già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipa-
ste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porger-
vi nelle ulteriori prove quell’aiuto che il fratello aspetta dal fra-
tello, dall’amico l’amico». Era la tanto attesa dichiarazione di
guerra. È difficile però capire cosa intendesse Cavour per i «de-
stini d’Italia», per «unione italiana». Pensava veramente a una
possibile guerra «italiana»?
L’annuncio di una guerra non più di insorti ma legaliz-
zata da uno Stato sovrano si giustificava con l’obiettivo di scac-
ciare lo straniero. Ma la necessità di contrastare, nello stesso
tempo, ogni atto rivoluzionario aprì, nonostante l’impenetrabi-
lità delle intenzioni di molti protagonisti, il discorso politico sul-
la libertà italiana. C’era il timore, nei mazziniani, nei democra-
tici repubblicani e tra i più intransigenti patrioti, che una guer-
ra di popolo si trasformasse per forza di cose in una guerra re-
gia. Ma fosse o no fondato (era fondato) questo timore, di fatto
il Regno di Sardegna aveva dichiarato guerra all’Austria impu-
gnando il tricolore e qualunque democratico dotato di intelli-
genza politica avrebbe capito che se la guerra ostacolava le ipo-
tesi rivoluzionarie, poteva però anche creare le condizioni per-
ché la rivoluzione democratica e gli ideali repubblicani ne
uscissero rinvigoriti.
Fu anche questo carattere «legale» della decisione pie-
montese a far scattare la solidarietà degli altri Stati italiani e di
sovrani ben lontani dalle idee repubblicane di Mazzini o di
Cattaneo e degli altri repubblicani federalisti, quindi non maz-
ziniani, anzi accesi avversari di Mazzini, perché contrari a una
unificazione dell’Italia, che facevano capo allo storico e poli-
grafo milanese Giuseppe Ferrari. E infatti Mazzini, giunto il 7
164 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

aprile a Milano, reduce dall’esilio, si astenne dalla propaganda


repubblicana e si mostrò disposto ad accettare l’azione della
monarchia sabauda purché questa assumesse apertamente il
programma dell’unità italiana.
La presenza di Mazzini e la sua offerta di collaborazio-
ne al Piemonte sabaudo fu all’origine di uno scontro tra lui e
Cattaneo che li dividerà per sempre. Cattaneo non accettava
che Mazzini potesse aderire alla richiesta di fusione della Lom-
bardia con il Regno di Sardegna in caso di vittoria sugli austria-
ci. Il 30 aprile i due ebbero un colloquio a Milano su questo
problema. Cattaneo uscì dall’incontro accusando Mazzini di
tradimento ed esclamando in francese «Cet homme est vendu».
Uno schiaffo che preluse a una rottura irreparabile e a un dis-
sidio che si trasferì sul terreno della polemica italiana e interna-
zionale sugli obiettivi e i doveri di un’azione democratica. Era-
no ormai due concezioni diverse della democrazia nella corni-
ce della contrapposizione federalismo-unitarismo. Ne furono
coinvolti negli anni successivi i vari comitati e gruppi democra-
tici italiani costituiti e organizzati soprattutto a Londra, dove vi-
veva Mazzini, in Francia, in Spagna e in Svizzera. A lungo gli
storici e gli agiografi del Risorgimento hanno minimizzato l’im-
portanza di questo dissidio, che si è invece prolungato nel pen-
siero politico e nelle teorie moderne della politica fino in pieno
Novecento.
Dunque, il dado era tratto: era scoppiata la guerra e la
solidarietà militare degli altri Stati all’iniziativa del Piemonte
scattò immediatamente e, novità assoluta, si accettò che alle
truppe regolari si affiancassero volontari senza divisa, patrioti
combattenti. In Toscana il governo moderatamente liberale
voluto dal granduca (era formato tra gli altri da Gino Cappo-
ni, Bettino Ricasoli, Giuseppe Montanelli, Raffaele Lambru-
schini) inviò in Lombardia un contingente di 7.000 uomini che
comprendeva molti volontari, in gran parte studenti universi-
tari. Lo Stato pontificio aprì addirittura l’arruolamento dei vo-
Capitolo quarto Il risveglio 165

lontari, che accorsero in 10.000, e costituì un corpo regolare a


Bologna di 7.000 uomini agli ordini del generale Giovanni Du-
rando. Le direttive del papa e del suo segretario di Stato, il car-
dinale Giacomo Antonelli, erano però di considerare le truppe
pontificie come forze non operative di sostegno, al contrario di
quanto pensava il generale Durando. Ma forse la spedizione
militare più imponente la inviò il re di Napoli Ferdinando II:
16.000 soldati regolari agli ordini del generale Guglielmo Pepe
e una squadra navale in difesa della Repubblica di Venezia.
Tutto cominciava, almeno in apparenza, sotto i miglio-
ri auspici. In verità, la prima guerra di indipendenza era insi-
diata, oltre che da non facili problemi di organizzazione mili-
tare, dai dissidi ideologici dei patrioti, dalle diffidenze dei mo-
derati e, dal lato opposto, dei democratici, e in ultimo da alcu-
ne considerazioni sugli interessi in gioco: quelli di Carlo Alber-
to, quelli degli altri sovrani italiani e, sullo sfondo, quelli di un
paese «inesistente». Situazione che alcuni fulminanti versi di
Goffredo Mameli riassumevano benissimo: «Noi fummo per
secoli / calpesti, derisi, / perché non siam popolo, / perché
siam divisi». È dunque un problema che va spiegato.
La guerra assumeva oggettivamente un carattere di
guerra nazionale «italiana», ed era l’immediata conseguenza di
insurrezioni popolari e di atti rivoluzionari che, richiamandosi
anche alle insurrezioni di Parigi e di Vienna, ponevano proble-
mi di libertà civili, di diritti e di giustizia sociale. Questa im-
pronta rivoluzionaria la guerra dunque l’aveva e nei fatti non
vi era alcun rapporto tra i tanti che volevano combatterla e la
mentalità dinastica e conservatrice di Carlo Alberto e dei suoi
maggiori collaboratori militari e politici, impauriti anche dall’i-
stanza repubblicana sottintesa tra le altre ragioni della guerra
stessa. Dal canto loro, i sovrani italiani accorsi ad aiutare il Pie-
monte in guerra, oltre ad avere preoccupazioni analoghe a
quelle di Carlo Alberto, temevano che la guerra potesse favori-
re proprio il Carlo Alberto che puntava a un assorbimento nel
166 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Regno di Sardegna del Lombardo-Veneto e a un’egemonia sa-


bauda nel caso gli austriaci fossero stati cacciati dall’Italia e, in
prospettiva, si fosse giunti alla costituzione di una Lega nazio-
nale o a una Confederazione italiana. Nessuno pensava che da
questa guerra potesse sorgere un’Italia unita, nessuno pensava
che qualcuno dei sette Stati potesse sparire dalla carta geogra-
fica della penisola. C’erano sul terreno le ipotesi, che conoscia-
mo, di un paese futuro forse unito (lo immaginava Mazzini),
forse repubblicano (lo immaginavano Mazzini e Cattaneo), for-
se federale e democratico, sul modello svizzero e americano (lo
desiderava Cattaneo contro Mazzini), forse federale e liberale
(lo immaginava l’economista Marco Minghetti, in quel mo-
mento, marzo 1848, nominato ministro dei Lavori pubblici del-
lo Stato pontificio), forse «libero da tirannie domestiche» e in
mano al popolo (lo sognava Garibaldi, che il 23 giugno, in pie-
na guerra, approdò nella sua Nizza, col battello dal nome au-
gurale Speranza, dopo quattordici anni di esilio e di avventure
americane) e lo immaginavano, in un sentire comune, persone
di cultura e tanti italiani di ogni classe sociale e di ogni regione.
L’unica prospettiva che sembrava ora inattuale era la neoguel-
fa di Gioberti; stava anzi avendo maggior consenso una conce-
zione più laica della lotta politica, della preminenza dei valori
ideali in campo, dell’energia, anzi della volontà del maggior nu-
mero di patrioti di condurre fino in fondo la lotta per la libertà
e, se possibile, per l’unità dell’Italia. Tutto, in quel momento,
era possibile.
Nel fare la rassegna delle armi che gli italiani schiera-
vano all’aprirsi del conflitto con gli austriaci del maresciallo Ra-
detzky si dà come per scontato che alle truppe regolari si affian-
cassero dei volontari, il cui numero quasi si confonde con la de-
scrizione dell’entusiasmo patriottico con cui si partiva per il
fronte e con gli episodi eroici da questi compiuti. Ebbene, una
storia della guerra del 1848 che non metta nel rilievo dovuto la
presenza al fronte dei 20.000 volontari piemontesi, dei 10.000
Capitolo quarto Il risveglio 167

romani o dei 7.000 toscani, per tacere di altre migliaia prove-


nienti da ogni parte della penisola, non sarebbe accettabile. Ma
ancor più dopo il 1848 il volontariato è per definizione il sim-
bolo del Risorgimento italiano. Nessuna ricostruzione storica,
ufficiale e accreditata, può indebolire la portata politica e ideo-
logica della presenza dei volontari. Senza di loro – basti pensa-
re soltanto ai Mille (volontari) di Garibaldi – la storia d’Italia
avrebbe preso un’altra strada. Leggiamo quindi anche attra-
verso la loro presenza la cronaca della prima fase della guerra
di indipendenza, che durò dal 23 marzo al 9 agosto, e non sot-
tovalutiamo alcuni segnali premonitori sulla credibilità e sul va-
lore politico che il concetto di volontariato assume, con un rit-
mo impressionante, nell’opinione comune di quanti vedevano,
dal 1846 in poi, la liberazione dell’Italia come imminente.

Garibaldi era partito da Montevideo per l’Italia il 12


aprile, preceduto dalla moglie Anita, giunta a Genova con i
bambini, ospite della madre di Garibaldi. Tremila persone si
raccolsero festanti sotto le sue finestre quando seppero del suo
arrivo, portandole doni e una bandiera tricolore. Le fu chiesto,
tra applausi e grida entusiastiche all’indirizzo di Garibaldi, di
consegnare a lui il tricolore per piantarlo in terra lombarda, do-
ve si era levato il popolo in armi. Centinaia di giovani chiesero
di divenire volontari di Garibaldi appena questi fosse giunto in
Italia.

Il proposito nostro – scrisse Garibaldi nelle Memorie –, dalla


partenza d’America, era stato di servire l’Italia e combattere i nemi-
ci di lei, comunque fossero i colori politici che guidassero i nostri al-
la guerra d’emancipazione. La maggioranza dei concittadini mani-
festava lo stesso voto; ed io dovevo riunire il piccolo nostro contin-
gente a chi combatteva la guerra Santa. Era Carlo Alberto il condot-
tiero di chi pugnava per l’Italia; ed io mi dirigevo a Roverbella [lo-
calità vicino Mantova], quartier generale principale allora, ad offri-
re senza rancori il mio braccio e quello de’ compagni, a colui che mi
168 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

condannava a morte nel ’34. Lo vidi; conobbi diffidenza nell’acco-


gliermi; e deplorai, nelle titubanze ed incertezze di quell’uomo, il de-
stino male affidato della nostra povera patria. Io avrei servito l’Italia
agli ordini di quel re collo stesso fervore, come se repubblicana fos-
se; ed avrei trascinato sullo stesso sentiero di abnegazione quella gio-
ventù che mi concedeva fiducia. Fare l’Italia una, e libera dalle pe-
stilenze straniere era la meta mia, e credo lo fosse dei più in quell’e-
poca. L’Italia non avrebbe pagato d’ingratitudine chi la liberava.

L’aiuto del repubblicano Garibaldi in favore di Carlo


Alberto forse non piacque a Cattaneo, ma gli sarà piaciuto cer-
tamente che Garibaldi andasse a combattere portando con sé
dei motivati e infiammati volontari, rompendo obblighi e rego-
le che i vertici militari del re volevano imporre. Anche Garibal-
di notava con stupore «l’infausta impressione generalmente
prevalsa, e senza dubbio suscitata da nemici, dell’inutilità e per-
niciosa influenza dei corpi volontari». Infatti in tutti i primi gior-
ni della guerra uno degli obiettivi più insistentemente persegui-
ti da Cattaneo dentro il comitato di guerra fu di convincere il
governo provvisorio, ancora presieduto da Casati, a privilegia-
re il volontariato militare. Tentativo inutile: il governo aveva il
25 marzo nominato comandante militare delle operazioni il li-
berale Teodoro Lechi, la cui prima decisione fu di non schiera-
re in campo, contro gli austriaci, reparti di volontari. Era trop-
po tardi per richiamare indietro quelli già al fronte, ma ai nuo-
vi volontari fu impedito l’uso della ferrovia per raggiungere in
tempi rapidi l’esercito regolare. È l’inizio di un conflitto interno
che Cattaneo cercherà di rendere pubblico anche attraverso
l’informazione giornalistica, puntando perciò sulla pubblicazio-
ne di un giornale che vide la luce il 9 aprile. Era «L’Italia libe-
ra», su cui Cattaneo discuteva le scelte politiche e militari del
governo e dell’alleato Carlo Alberto e ribadiva l’importanza dei
volontari difendendoli, a cominciare da quelli guidati dall’eroi-
co Luciano Manara, dalle accuse politiche di fonte governativa.
A sua volta lo Stato maggiore piemontese non mostrò alcun in-
Capitolo quarto Il risveglio 169

teresse per l’apporto dei volontari, parte dei quali guidati da


Garibaldi. Anzi, Garibaldi dovette lottare con un inviato del re
a Milano che aveva l’ordine di sorvegliare strettamente i suoi
movimenti. L’antipatia di quest’ultimo per la camicia rossa «mi
rese – ricorda Garibaldi – il soggiorno nella bella e patriottica
città delle cinque giornate, insopportabile».
Quanto alle operazioni militari, Carlo Alberto, oltre-
passato il Mincio, avrebbe desiderato spingersi rapidamente in
avanti, ma gli alti comandi non prevedevano obiettivi fuori dal-
la Lombardia, e fecero resistenza ad azioni che giocassero sul
tempo e sulla rapidità di esecuzione tattica. Fu questo il punto
più debole del piano strategico di intervento del Piemonte, di
cui si videro le conseguenze dopo qualche mese. Radetzky eb-
be così il tempo di rafforzare le proprie posizioni. Entrato in
contatto con gli austriaci, l’esercito piemontese riportò tra l’8 e
l’11 aprile delle vittorie a Goito, vicino Verona, a Monzamba-
no, nei pressi di Mantova, e a Valeggio sul Mincio, ma il lungo
assedio di Peschiera segnò una fase di stallo e solo il 30 aprile,
con la vittoria di Pastrengo, grazie alla carica dei carabinieri
reali, i piemontesi ripresero l’iniziativa. Dopo questa vittoria,
Peschiera e la Val d’Adige furono separate da Verona e molti
austriaci restarono sul terreno; ma anche la vittoriosa battaglia
di Goito aveva provocato tra gli italiani dolorose perdite. Vi
perse la vita fra tanti giovani ed entusiasti ufficiali il nipote di
Cavour, Augusto, cui l’uomo politico era molto legato. «La per-
dita che abbiamo avuto – scrisse Cavour alla madre del ragaz-
zo – è immensa e soprattutto è ben amara per me che vedevo
rivivere in Augusto sotto una forma più energica e brillante i
miei sentimenti e le mie opinioni».
Intanto la guerra stagnava e l’esercito piemontese si
fermava nell’assedio di Peschiera. In molti, tra gli ufficiali e i
soldati, avvertivano una forte incertezza nei piani militari, una
difficoltà di dominare effettivamente il territorio e di averne, da
parte dello Stato maggiore, una reale conoscenza. Forse erano
170 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

insufficienti le mappe, le carte geografiche e i servizi di infor-


mazione e di collegamento. A Radetzky invece questi supporti
logistici non mancavano e perdipiù gli giungeva un rinforzo di
20.000 uomini guidati dal generale Nugent (gli italiani, tra re-
golari e volontari, erano circa 100.000). Con le nuove truppe il
22 maggio il maresciallo raggiunse Verona, da dove si mosse
verso Peschiera con l’intento di cogliere alle spalle e di sorpre-
sa l’esercito piemontese. I comandi austriaci, che controllava-
no la Lombardia da più di un secolo, tranne la parentesi napo-
leonica, conoscevano questa regione meglio di altri italiani che
ora arrivavano con il compito di scacciarli e di sostituirsi ad es-
si. Ma questo compito non si portava a termine tanto facilmen-
te come pensavano gli italiani. Queste difficoltà furono indivi-
duate e interpretate più dagli scrittori e dagli artisti che dai po-
litici del tempo e una certa retorica risorgimentale fece il resto
nascondendo fino al Novecento le deficienze militari del Pie-
monte. Quando nel secolo scorso un regista cinematografico,
Piero Nelli, raccontò nel film La pattuglia sperduta del 1951 l’in-
capacità degli alti comandi a condurre la guerra subì una cen-
sura da parte delle autorità militari che si estese anche al film
del 1954 Senso di Luchino Visconti, ambientato nella terza
guerra di indipendenza, dove il regista dava il giusto rilievo al-
l’eroismo consapevole dei volontari.

Il fronte politico della coalizione antiaustriaca entrò


improvvisamente in crisi alla fine di aprile. Il 29 aprile Pio IX
fece un solenne, pubblico annuncio: il governo di Roma ritira-
va il suo contingente militare. Un voltafaccia inatteso, che il pa-
pa cercò di giustificare con un linguaggio contorto accennando
alle critiche provenienti dall’area cattolica della Germania e ta-
cendo delle pressioni avute dall’ambasciata austriaca a Roma e
degli allarmistici ed esagerati rapporti inviati dai nunzi aposto-
lici a Vienna e a Monaco di Baviera. Il discorso era però rivol-
to esclusivamente agli italiani. Sminuì anzitutto la portata del-
Capitolo quarto Il risveglio 171

l’eco politica delle sue riforme, poi entrò nel merito: «Noi, seb-
bene indegni, facciamo in terra le veci di Colui che è autore di
pace e amatore di carità, e secondo l’ufficio del supremo nostro
apostolato proseguiamo e abbracciamo tutte le genti, popoli e
nazioni con pari studio di paternale amore. Che se nondimeno
non manchino tra i nostri sudditi di coloro che si lascian trarre
dall’esempio degli altri italiani, in qual modo potremmo Noi
contenere il costoro ardore?»
Tra «imperocché» e «conciossiaché» ed «essendo che»,
il papa si ritirava lasciando uno spiraglio a quei volontari che
avessero voluto restare al fronte. Infatti i generali Durando e
Ferrari non obbedirono e rimasero con i volontari, ma la mag-
gior parte dei soldati pontifici abbandonò il campo. Il dan-
no politico provocato dal papa fu grandissimo; il laico Catta-
neo commentò la decisione del papa svuotandone anzitutto la
rappresentazione che se ne era fatta: «Pio IX fu fatto da altri e
si disfece da sé. Pio IX era una favola immaginata». Anni do-
po Giosue Carducci dirà la stessa cosa; riferendosi all’allocu-
zione del 29 aprile, lo sferzante poeta del «cittadino Mastai, be-
vi un bicchier», scrisse: «è rotto dalla inesorabile realtà il so-
gno, il roseo sogno d’un mattino di primavera, la conciliazione
della fede alla scienza, del cattolicesimo alla libertà, del papa-
to all’Italia. Il papato almeno, per l’intima essenza sua e per le
condizioni del suo reggimento, non può essere nazionale né
costituzionale».
Che non potesse esserlo lo sospettarono pure i ministri
laici del governo pontificio, che rassegnarono le dimissioni, e
circoli religiosi e culturali che credevano nella guerra di libe-
razione, la guardia civica (che per protesta occupò Castel
Sant’Angelo) e tantissimi romani e abitanti delle province, che
protestarono violentemente. Il papa tentò di giustificarsi il 2
maggio con un documento pubblico che, stampato in migliaia
di copie, fu affisso e fu anche strappato dai cittadini. Pio IX ag-
girò la protesta affidando il governo e il dicastero dell’Interno
172 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

a Terenzio Mamiani, sostenitore della guerra, ma la scelta op-


portunistica non cambiava affatto le direttive del papa e dun-
que era destinata ad aumentare la confusione e la crisi, con le
conseguenze che si vedranno appena sei mesi dopo.
La politica prendeva il sopravvento sulle armi anche in
Piemonte, dove il 27 aprile vi erano state le elezioni politiche. I
votanti erano un’infima minoranza, 56.650, ed erano proprie-
tari terrieri, professionisti, qualche industriale, commercianti,
funzionari. Cavour, che si era presentato in un collegio di To-
rino, non fu eletto (lo sarà nelle elezioni suppletive del 26 giu-
gno) e la Camera risultò composta da una maggioranza mode-
rata con un’ala democratica molto combattiva. Quando Ca-
vour entrò nella Camera si sedette negli scranni di destra e nei
primi interventi si scusò di dover parlare in italiano, dato che la
lingua ufficiale dei parlamentari era il francese, ma, a parte il
protocollo, erano quelli i giorni più cupi e tristi della guerra: «I
nostri disastri politici e militari mi hanno inebetito», scriveva
sconsolato a un amico. Cosa era dunque successo in Italia tra
la fine di aprile e la fine di giugno del 1848?

Dopo l’incerto sviluppo della campagna militare e dopo


il ritiro del papa da una coalizione di italiani votati alla lotta per
riscattare la dignità di un’appartenenza; dopo i giorni di euforia
seguiti alle Cinque Giornate e alla decisione di Carlo Alberto di
aiutare i popoli del Lombardo-Veneto, il mese di maggio si apri-
va sotto i peggiori auspici anche nel Regno di Napoli. La conces-
sione della Costituzione era stata per il re e per il governo costi-
tuzionale (una coalizione di moderati e liberali presieduta dal
duca di Serracapriola) una scelta di mediazione, quasi un punto
di arrivo. Dopo le giornate di Milano fu però la Sicilia a lancia-
re la sfida autonomistica come prima affermazione del principio
costituzionale delle garanzie e dell’esercizio di diritti legittimi. Il
Parlamento di Palermo chiese che il re accettasse una Costitu-
zione specificamente siciliana e, riunitosi dopo le elezioni di
Capitolo quarto Il risveglio 173

metà marzo, riconfermò il carattere di regione autonoma della


Sicilia, istituendo un governo provvisorio presieduto da Rugge-
ro Settimo, dichiarando l’isola come partecipe del moto nazio-
nale italiano e adottando come bandiera il tricolore italiano con
il simbolo della Trinacria al centro. Era un attacco al potere cen-
trale e una nuova riaffermazione di un’istanza separatista che il
sovrano non avrebbe certo potuto accettare. E anche nel resto
d’Italia molti liberali restarono perplessi. Ma i siciliani insistette-
ro, proclamando il 18 aprile la decadenza della dinastia borbo-
nica dal trono di Sicilia (il regno era appunto delle Due Sicilie) e
prospettando di chiamare al suo posto il duca di Genova, Ferdi-
nando di Savoia, secondogenito di Carlo Alberto.
Può immaginarsi quale fosse il clima politico a Napoli,
che viveva una vigilia elettorale (le elezioni per la Camera co-
minciavano infatti proprio il 18 aprile) e che tra i punti forti del-
lo scontro tra moderati e liberali aveva il problema della modi-
fica in senso liberale della Costituzione. Il re più che a modifi-
che pensava invece a un progressivo e cauto «svolgimento» del-
la Carta costituzionale in vista di imminenti contenziosi politi-
ci e sociali (in Calabria e in altre regioni del regno vi erano già
stati movimenti contadini). Ma le intenzioni del sovrano e dei
nuovi eletti non coincidevano oppure entravano in un circolo
vizioso di richieste, rifiuti, incomprensioni, al punto che, nel
giorno dell’inaugurazione della nuova Camera, il 15 maggio,
scoppiarono tumulti violenti al centro di Napoli.
Il focolaio iniziale fu uno scontro armato tra insorti e
militari davanti al palazzo reale, cui seguirono barricate dap-
pertutto. In poche ore se ne formarono un’ottantina. Fu una
lotta terribile: i soldati, muniti di artiglieria e con l’apporto bru-
tale di reggimenti svizzeri, fecero di tutto per piegare qualche
migliaio di insorti. Ebbero, secondo l’ignobile tradizione vio-
lenta dei sanfedisti e dei lazzari del 1799, il sostegno dei nuovi
lazzari, nemici dichiarati dei liberali (di cui saccheggiarono an-
che le case) ma l’opposizione decisa dei borghesi, degli intellet-
174 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

tuali e di quanti si battevano per strada contro il regime borbo-


nico. Anche Francesco De Sanctis, con gli allievi e i collabora-
tori della sua scuola, Pasquale Villari, Luigi La Vista, Diomede
Marvasi, Paolo Emilio Imbriani e altri, furono sulle barricate e
alla fine vinti e arrestati: La Vista fu ucciso, De Sanctis fu rin-
chiuso a Castel dell’Ovo e rischiò la fucilazione. La lotta era im-
pari tra 12.000 soldati e gli insorti e finì con oltre cento morti e
cinquecento feriti tra quest’ultimi e quarantasei morti e due-
cento feriti tra i militari. Ma per fermare il saccheggio e le vio-
lenze dei lazzari e per favorire la fuga di molti liberali dovette
intervenire il console di Francia, che aiutò molti patrioti a im-
barcarsi su navi francesi alla fonda nel porto di Napoli.
Il nuovo governo volle essere clemente con molti arre-
stati, ma tra le prime decisioni prese fu l’ordine dato al genera-
le Pepe di abbandonare la guerra in Lombardia. Pepe e i vo-
lontari non obbedirono, mentre i soldati regolari abbandona-
rono il campo.
La guerra dunque continuava, ma la defezione dei na-
poletani dopo quella dei pontifici era un colpo strategico all’e-
voluzione delle azioni militari, ed era anche una ferita politica
alle ragioni della guerra che, con l’apporto di soldati di tutta
Italia, poteva in principio essere definita, come lo fu, guerra na-
zionale, italiana. Ora non lo era più. «Gli interessi del re di Na-
poli – scrisse Cattaneo – non erano quelli della nazione; né ta-
li erano quelli del papa; e così, dal più al meno, quelli d’ogni al-
tro potentato d’Italia. È vano e puerile lagnarsi ch’essi abbiano
fatto ciò che avevano naturalmente a fare; come fu vano e pue-
rile lo sperare che avrebbero fatto fuor della loro natura. E qui
fu l’errore fondamentale di quel ridicolo amoreggiarsi tra prin-
cipi e popoli nel quale gli innamorati erano solo da una parte».
Per parte sua anche Mazzini dovette riflettere sul medesimo
problema se il 20 maggio pubblicò a Milano il primo numero
del giornale «Italia del Popolo», un titolo che suonava più che
altro come una speranza.
Capitolo quarto Il risveglio 175

La disillusa verità di Cattaneo non era però penetrata


nel patriottismo di quanti in quei giorni continuavano comun-
que a combattere, con eroismo e generosità. Così, quando Ra-
detzky decise di passare alla controffensiva e risalì il Mincio per
prendere alle spalle i piemontesi attestati a Peschiera, fu ferma-
to a Curtatone e Montanara dall’eroica resistenza di 5.000 vo-
lontari toscani e da centinaia di studenti universitari, tra i cui
capi c’erano docenti universitari e il famoso chimico Raffaele
Piria. Gran parte degli studenti persero la vita nel durissimo
combattimento: era il 29 maggio, una data che è ricordata an-
cora nei calendari annuali delle università italiane. Nello stesso
giorno, tra polemiche e contrasti, un plebiscito indetto in Lom-
bardia decise l’annessione al Piemonte. Il plebiscito richiedeva
anche la concessione di una nuova Costituzione, segno della
diffidenza che circondava Carlo Alberto. E intanto il brontolio
di una nuova rivoluzione, questa volta oltre che politica marca-
tamente sociale, giungeva da Parigi. Tra il 23 e il 26 giugno la
Francia avrà una nuova Costituzione repubblicana e per presi-
dente della Repubblica Luigi Napoleone, nipote dell’imperato-
re e amico dell’Italia liberale.
La vittoria di Curtatone e Montanara parve un se-
gnale di riscossa militare per l’esercito piemontese. Il 30 mag-
gio gli austriaci lanciarono un attacco al ponte di Goito, ma fu-
rono battuti e la fortezza di Peschiera capitolò. Tra i combat-
tenti si diffuse l’ottimismo e si levarono grida di «Viva Carlo Al-
berto re d’Italia!», ma erano gli ultimi bagliori della «primave-
ra d’Italia». Il 10 giugno l’armata austriaca con 30.000 soldati
e 124 cannoni attaccò Vicenza presidiata e difesa dal generale
Durando con 11.000 uomini. Fu una battaglia impari. Il gior-
no dopo la città si arrese (tra i feriti vi fu d’Azeglio, che ricopri-
va il ruolo di aiutante di campo del generale Durando) e, come
nel gioco dei birilli, tutte le città del Veneto, tranne Venezia,
caddero una dopo l’altra.
Mancava ancora il colpo di grazia. Che venne sul fini-
176 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

re di luglio in una pianura del Veronese, presso Custoza, pic-


colo centro del comune di Sommacampagna. Qui Radetzky
con l’ariete di 100.000 uomini si gettò sull’esercito piemontese.
La battaglia durò tre giorni, dal 23 al 25 luglio. Tra caldo, sete
e nebbia i piemontesi furono costretti alla ritirata. Il marescial-
lo Radetzky aveva il quartier generale a Valeggio e da qui, ap-
prestandosi a rientrare a Milano, dettò il 27 luglio un breve ma-
nifesto. Non accennava all’esercito piemontese né al re Carlo
Alberto che egli aveva vinto in guerra, ma a coloro che aveva-
no vinto lui a Milano: la «dominazione rivoluzionaria e tiran-
nica». La conclusione politicamente logica del proclama era
che egli non occupava affatto la Lombardia, la «liberava». La
liberava anche dalle «perfide suggestioni».
Intanto, alla testa delle truppe in ritirata Carlo Alberto
rientrava a Milano pensando di attestarsi per un’ultima resi-
stenza sotto le mura della città. Ma la forte pressione nemica lo
convinse ad abbandonare il terreno. Una folla perplessa, indi-
gnata, stupita lo accolse a Milano. Si levò qualche grido di «tra-
ditore». Ospitati per poco a Palazzo Greppi, il re e il suo segui-
to uscirono dalla città nella notte tra il 5 e il 6 agosto, seguiti
dall’esercito. Pare che contro il re siano stati sparati colpi di fu-
cile quando si affacciò da un balcone, mentre una folla tumul-
tuante tentò di penetrare nel palazzo. Fu un momento terribi-
le. Un testimone, Carlo Casati, raccontò come si svolsero i fatti:

A palazzo Greppi intanto il popolo furibondo incalza. Inva-


sa la corte, la moltitudine, salite le scale, sta già per invadere le anti-
camere del Re, ma quivi alcuni coraggiosi Carabinieri la fanno rin-
culare. Ma il rumor della strada cresce e l’onda dei furiosi raddop-
piasi per le scale, al cui impeto ancora leoninamente resistono i po-
chi Carabinieri. Essi rimasti soli a guardia della porta non potevano
più contenere la concitata folla, tanto che il generale Robilant e die-
tro di lui quanti altri si trovavano nell’anticamera Reale, fra i quali
Fanti coi suoi aiutanti, si disponevano a vendere a caro prezzo la vi-
ta prima che si attentasse a quella del Sovrano.
Capitolo quarto Il risveglio 177

Era la delusione totale, il crepuscolo di ogni speranza.


Il governo provvisorio si sciolse e fu sostituito, dopo accordi tra
i quartieri generali dei due eserciti, da una giunta municipale,
anzi, con un termine religioso e tranquillizzante, da una «con-
gregazione» municipale, che il 6 agosto lanciò ai milanesi que-
sto secco ordine: «Interessa sommamente che siano con pron-
tezza sgombrate le vie dalle barricate, e che vengano ritirati
dalle finestre delle case i vessilli tricolori, e levate le coccarde.
Paolo Bassi, Podestà. Filippo Taverna, Assessore».
L’ingresso degli austriaci a Milano doveva avvenire a
mezzogiorno del 6 agosto, ma il podestà inviò un messaggio a
Radetzky annunciandogli il possibile saccheggio di casse pub-
bliche e di case dei signori più abbienti e implorandolo: «La
prego insistentemente di accelerare l’ingresso delle imperial
regie truppe in Milano, poiché nell’intervallo in cui la città è
priva di guarnigione la plebe avrà il tempo di abbandonarsi a
eccessi di ogni sorta». Radetzky entrò alle dieci, senza colpo
ferire. Il 5 agosto a Vigevano il capo di Stato maggiore piemon-
tese Carlo Canera di Salasco e il generale Heinrich von Hess
avevano firmato un armistizio di sei settimane, prolungabili.
Era un armistizio e sembrò una resa. Una commissione d’in-
chiesta accusò più tardi il generale Salasco di scarsa prepara-
zione militare.
A distanza di quasi venticinque anni, nelle Memorie, Ga-
ribaldi rievocava, con un linguaggio onesto e essenziale, il sen-
so di vergogna dei patrioti in quei giorni drammatici, il «si sal-
vi chi può» e la diserzione di alcuni e la sua personale ma non
disarmata delusione:

Armistizio, capitolazione, fuga, furon notizie che ci colpiron


come fulmine l’una dopo l’altra; e con esse, la paura e la demoraliz-
zazione, tra il popolo, nelle fila dei volontari e dovunque. Certi co-
dardi, che sventuratamente trovavansi tra la mia gente, abbandona-
rono i fucili sulla stessa piazza di Monza e cominciarono a fuggire in
178 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

tutte le direzioni. I buoni, adirati e scandalizzati a tanta vergogna,


puntavan le armi per fucilarli; e per fortuna io e gli ufficiali potem-
mo prevenire l’eccidio ed impedire un completo scompiglio. Tale
stato di cose mi decise ad allontanarmi da quel teatro di sciagure e
dirigermi verso Como, coll’intenzione di trattenermi in quell’alpe-
stre paese, aspettando il risultato degli eventi e deciso a far la guerra
di bande, se altro non si poteva.

Proprio pensando a una guerra per bande Garibaldi,


che non era mai stato impegnato direttamente negli scontri di
quei mesi, tentò di iniziare una guerriglia contro gli austriaci.
Sconfessò l’armistizio con un proclama, si impadronì di due
battelli ad Arona, sul Lago Maggiore, sbarcando a Luino con
un centinaio di volontari e occupando per due giorni Varese.
Uno schieramento di ben 16.000 uomini lo costrinse alla resa
dopo una resistenza di qualche giorno, mentre le autorità pie-
montesi prendevano le distanze da lui. Non gli restò che lascia-
re l’Italia e rifugiarsi in Svizzera.
Il 15 agosto, in occasione di una festa popolare che si
svolgeva in una località montana dell’Austria, il compositore
Johann Strauss, direttore d’orchestra dei balli di corte, per ono-
rare la vittoria austriaca in Italia diresse una sua composizione,
Opera 228, dal titolo La marcia di Radetzky.
Capitolo quinto

LA PRIMAVERA DELL’EUROPA.
L’ITALIA RISORGE

«Il 1848 fu, anzitutto, la rivoluzione degli intellettuali, la ‘révo-


lution des clercs’». Così scriveva, sessanta anni or sono, lo stori-
co inglese Sir Lewis Namier in un saggio che resta un riferimen-
to essenziale per chi voglia comprendere i fatti e il senso storico
(in questo caso più che mai di «storia delle idee») di quel mitico
anno. Namier intendeva dire che senza l’apporto di idee e di en-
tusiasmi e, in molti casi, senza il personale sacrificio di poeti,
scrittori, artisti, musicisti, scienziati (i chierici, appunto, coloro
che sanno), le rivoluzioni del 1848 non avrebbero gettato le ba-
si delle culture nazionali dell’Europa moderna. Petöfi, Mameli,
Berchet, Wagner, Lamartine, Hugo, Nievo, Manzoni: l’elenco
è lungo e non è necessario fare una scala di valori tra i politici e
gli uomini di cultura italiani (Namier ha scritto di «conoscere e
amare l’Italia più di ogni altro paese dopo l’Inghilterra») ed eu-
ropei che diedero un significato alla loro «cittadinanza». Un
principio, questo, che nell’Italia degli anni Quaranta ha già per-
so molto della genericità letteraria di derivazione esclusivamen-
te romantica per divenire programma politico di conquista di
un’idea contemporanea, non libresca, di nazione.
Fu Alphonse de Lamartine a definire il 1848 «il prodot-
to di un’idea morale, della ragione, della logica, del sentimen-
to e del desiderio di un ordine migliore nel governo e nella so-
cietà». E queste parole vanno prese alla lettera. Sono tanto più
vere per l’Italia se le leggiamo anche nella trasparenza di una
religiosità inedita per gli italiani, che penetra in molte posizio-
180 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

ni ideali e convinzioni personali dei protagonisti della storia che


stiamo narrando. La religiosità laica di Mazzini, quel «Dio e
popolo» che diventa un manifesto rivoluzionario, quel Dio ri-
voluzionario anzi, così lontano dal Dio pregato dai cattolici e
così vicino alla religione minoritaria ed emarginata dei valdesi,
degli evangelici, dei protestanti. La sua speranza che attraver-
so una nuova lettura del Vangelo «i popoli si faranno liberi».
La religiosità di Goffredo Mameli, che ha tradotto in versi
l’«intenzione» del Dio mazziniano: «Se il popolo si desta, / Dio
si mette alla sua testa, / La sua folgore gli dà». La religiosità cri-
tica di Rosmini (il suo indicare tra le ragioni della crisi spiritua-
le e politica le «piaghe» della Chiesa), di Tommaseo, di Man-
zoni. La crescente attenzione dell’autore dei Promessi sposi nei
confronti di scrittori e uomini politici inglesi, di religione prote-
stante, Lord Palmerston tra tutti, che hanno solidarizzato con
la causa italiana; la circolazione in Italia fin dagli anni Venti
delle idee di Sismondi sul risveglio evangelico; le ricerche stori-
che sui riformatori italiani del Medioevo e del Cinquecento.
Di questa religiosità politica Giorgio Spini, aprendo cin-
quanta anni or sono una pagina per molti versi sconosciuta del-
la storia del Risorgimento, poteva scrivere: «Possiamo dire che
nel 1847 l’Italia è già circondata da una sorta di assedio prote-
stante, stesole attorno dall’episcopalismo anglicano, dal presbi-
terianismo scozzese e dall’evangelismo di Ginevra e Losanna,
con un appoggio anche del protestantesimo americano. [...] Do-
po il 1849 lo spettro dell’alternativa protestante è tornato ad ag-
girarsi per l’Italia a tal punto che persino un sommo, come Ales-
sandro Manzoni, sente che con esso, ormai, si hanno da fare i
conti». È, ancora, da rilevare la laicità di Cavour, la sua giovani-
le attenzione per l’evangelismo romantico e per principi e medi-
tazioni del «Risveglio» protestante ginevrino. La convinzione,
infine, diffusa dopo la fondamentale esperienza della Repubbli-
ca romana del 1849 e per tutti gli anni risorgimentali, che la li-
bertà civile, la liberazione e la trasformazione dei sudditi in cit-
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 181

tadini esigano una riforma della Chiesa o comunque una rifor-


ma religiosa: passaggio necessario per i liberali e per i democra-
tici (in questo accomunati) nella costruzione della nazione Italia.
Stiamo parlando dunque della percezione culturale di
quanto stava avvenendo anche in Italia nello straordinario
1848; delle musiche di Verdi ascoltate come messaggi di italia-
nità; della parola «libertà» declinata come un suono familiare;
il parlare, lo scegliersi, il conversare tra italiani di varie catego-
rie, il sentire affiatamento tra alti borghesi e aristocratici libera-
li nei salotti (celebre fu quello della contessa Clara Maffei), nel-
le serate mondane, dove il pianoforte (in ogni casa anche me-
diamente ricca ce n’era uno) era un’occasione per cantare inni
patriottici; nelle università, dove il controllo dei preti e dei ge-
suiti era ridotto; nei caffè (nel caffè Pedrocchi di Padova, l’8 feb-
braio 1848 studenti e popolani diedero il via all’insurrezione e
che pochi anni prima aveva ospitato nelle sue sale un congres-
so degli scienziati italiani); insomma, l’anno di un’emozione vis-
suta individualmente ed espressa collettivamente.
In una delle ultime pagine delle Confessioni di un italiano
(titolo trasformato dagli editori in Confessioni di un ottuagenario) di
Ippolito Nievo il tempo ritrovato della libertà è descritto come
«un mondo nuovo affatto, un rimescolio di sentimenti, di affetti
inusitati che si agita sotto la vernice uniforme della moderna so-
cietà». L’esattezza storica di questa descrizione è nel rapporto
che si andava rafforzando tra i sentimenti e i cambiamenti pro-
vocati dalla politica, dall’economia, dal progresso della tecnica,
da una più agguerrita sensibilità nei confronti della storia dell’I-
talia. E non sembrava strano, quindi, che l’epigrafe «Italia e Ro-
ma», posta da Cattaneo nel frontespizio dell’Insurrezione di Mila-
no nel 1848, fosse parte di un verso della Gerusalemme Liberata («ar-
der di sdegno potrà da qui a mill’anni / Italia e Roma») e che
Cattaneo, riferendosi al senso politico e storico di molte scrittu-
re letterarie e filosofiche, dicesse: «questi scrittori infiammavano
a nome dell’Italia la nostra gioventù a surgere in armi».
182 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Ed era fatta anche così la «rivoluzione degli intellettua-


li» di cui parlava Lewis Namier. Ed era tanto variegata la di-
mensione del sentire politico da non essere una compatta ideo-
logia. La sconfitta militare del movimento di liberazione nazio-
nale (e nel movimento devono essere inclusi come soggetti atti-
vi e come motori politici l’esercito di Carlo Alberto e la voca-
zione sabauda a fare del Piemonte l’avanguardia monarchica e
legalitaria della rivoluzione italiana) non poteva quindi essere
considerata, né dai liberali né dai democratici, una partita chiu-
sa, ma una specie di opera aperta, di incidente su un lavoro da
portare comunque e inevitabilmente a termine. Le speranze
d’Italia erano ormai divenute le certezze d’Italia.
Le delusioni del 1848 e le altre che verranno, lo strug-
gimento, la nostalgia della patria «sì bella e perduta», erano ar-
mi cariche, non struggimenti dell’anima degli italiani più deli-
cati e romantici e versi sognanti dei poeti patrioti, quali ad
esempio Mameli (tra le sue ultime cose c’è però un severo la-
scito: «Non deporrem la spada / fin che sia schiavo un ango-
lo / dell’itala contrada, / fin che non sia l’Italia / una dall’Al-
pi al mar») oppure l’amatissimo Aleardo Aleardi, strenuo di-
fensore con Manin della Repubblica di Venezia. Ma, ancora
una volta, in Italia come in Europa, i poeti diventavano com-
battenti. Nessuno lo ricorda più, ma anche il mite Aleardi fu
un poeta-soldato e fu processato e imprigionato dagli austria-
ci. Aleardi, cantore con Giovanni Prati del «secondo Roman-
ticismo» e autore di belle poesie d’amore segretamente lette da
pallide adolescenti dalla sensualità repressa, scrisse il Canto po-
litico e altri versi patriottici e garibaldini («com’è bella l’alba d’I-
talia. / All’oriente ascende la sua limpida stella / col raggio che
si frange in tre colori»), che Croce giudicherà derivati «dalla
grande poesia foscoliana».
L’aspetto «poetico» della rivoluzione, la rivolta politi-
ca filtrata da una poesia esistenziale, sono dunque preziose
chiavi storiche del tempo risorgimentale. Anni dopo, raggiun-
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 183

ta l’unità del paese, cominciata la «prosa» dell’Italia in costru-


zione, ai disincantati e ai critici della retorica risorgimentale ri-
sponderà Carducci (il cui padre, medico, era un fervente maz-
ziniano) in un appassionato discorso pubblico tenuto in Tosca-
na nel 1892. Ne riporto un frammento stenografico:

Molta poesia c’era ancora nel 1848; troppa poesia, se vole-


te. Si rimava, si cantava molto spesso di esilio, di crociate, di morte
per la patria: erano anche rime fatte non troppo bene (ilarità): ma la
poesia, che più d’una volta mancava nel verso e nella rima, era tut-
ta nel cuore (Benissimo. Applausi). Quei giovanetti, quei professori, che
facevano quelle poesie e quelle novelle storiche mezzo e mezzo, per
dio poi facevano tutto intiero il vero (Applausi). Quelli che compone-
vano le romanze su le crociate andavano crociati in Lombardia,
combattevano e spargevano il loro sangue per tutto; quelli che ad
ogni momento evocavan Ferruccio e scrivevano o concionavano de-
clamazioni su l’assedio di Firenze, facevano poi Curtatone (Bravo).
Eroica età di cui si può ripetere ciò che Giuseppe Mazzini, il mag-
giore de’ suoi eroici portati, dava per precetto alla Giovine Italia, col
verso di un inno della Chiesa, Fidem firmavit sanguine!

Il riferimento di Carducci era anche ai romanzi storici


di Guerrazzi, d’Azeglio, Grossi, Cantù, Niccolini, Tommaseo,
scrittori che pensarono fosse un impegno morale usare la storia
come pedagogia politica e, date le circostanze, come arma
ideologica. Lo faranno anche pittori, scultori, architetti tra i più
grandi dell’Ottocento italiano. Il Risorgimento attraverso le arti
è d’altronde l’occasione unica per fissare in immagini indelebi-
li e perfette un mondo in ebollizione, un caos di eventi e di sen-
timenti. La musica lirica e i canti patriottici, che non erano ri-
producibili in oggetti e immagini, costituivano di questo mon-
do il filo continuo della memoria e dell’emozione politica con-
divisa.
Con il sostegno anche di questi apparati culturali le de-
lusioni del 1848 non porteranno al ripiegamento, ma saranno
184 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

un ulteriore stimolo all’azione, una conferma della predicazio-


ne mazziniana, della sua interpretazione della resistenza e del-
la rivoluzione come di valori altamente spirituali, ma da impor-
re con le armi. Sarà per questa forte tensione intellettuale che,
come ha osservato un altro storico inglese dell’Italia risorgi-
mentale, John A. Hawgood, «la causa dei rivoluzionari italiani
resistette alle tempeste e alle aspre prove del 1848 assai meglio
di quella dei rivoluzionari di altri paesi come la Francia, la Ger-
mania o l’impero asburgico: questo, almeno in parte, perché
non era occorso il canto del gallo francese il 24 febbraio 1848
per destare gli insonni patrioti liberali italiani il cui movimento
rivoluzionario risaliva a due mesi addietro». Il riconoscimento
del carattere attivo e non più passivo della rivoluzione italiana,
il non più dipendere dagli avvenimenti stranieri, confermano
che le prime, amare prove del 1848 servirono a sviluppare con
maggiore forza l’italianità della posta in gioco.
Può apparire una ricostruzione storica riduttiva, a ol-
tre un secolo e mezzo dal 1848, non dare altrettanto rilievo agli
aspetti sociali ed economici di un sommovimento politico (e mi-
litare) di così grandi proporzioni. Non tenere cioè in conto la
sproporzione che si veniva creando tra le condizioni materiali
dei contadini, degli operai, dei ceti produttivi di varia natura,
tutti operanti dentro strutture, codici, legislazioni, rapporti tra
classi, da riformare forse con maggiore urgenza, e le battaglie
patriottiche, i canti dei poeti, gli opuscoli di propaganda, i co-
mizi di facondi oratori. La sproporzione, in verità, a malapena
si percepiva al culmine della guerra allo straniero oppure quan-
do sopraggiungeva lo scoramento della sconfitta. Chi critica
questa disattenzione (che sarà anche il limite politico di chi il
Risorgimento lo ha voluto) deve tener conto di fatti altrettanto
reali e concreti di quelli materiali, e cioè che il Risorgimento fu
soprattutto un’opera politica, una macchina di idee, di «parole»,
di «frasi» molto spesso sganciate dai bisogni quotidiani della
gente comune. Anche se questa gente comune poi si riversava
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 185

per le strade o costruiva le barricate per difendere, insieme con


gli ideali universali, i propri diritti individuali. Diritti che oggi
noi potremmo definire altrettanto patriottici, se si identificava-
no con la difesa del lavoro, del giusto salario, dei giusti contrat-
ti agrari e così via.

Milano non è una città dura – scriveva nel 1946 Giansiro


Ferrata sul «Politecnico» di Elio Vittorini –, non è città dove vivano
asprezza e rancore; è una città pratica e sentimentale. Così le sue
Cinque Giornate se le ricorda come una cosa che andava fatta e che
è finita bene e che somiglia a una canzone del popolo, coi forchetto-
ni sulle barricate e gli schioppi infilati nei pertugi, acqua ed olio bol-
lente dalle finestre sui croati, e coi martinitt inesausti di staffetta, e le
campane a martello su nel cielo. Fu tutta la vitalità profonda che sta
dentro al sangue popolare a dir no alla paura e dir di sì al sacrificio,
a strappare di slancio vittorie in ogni via e ad ogni Porta. Questo è il
significato delle Cinque Giornate e i milanesi lo sentono così.

Si spiega così perché la maggior parte dei caduti delle


Cinque Giornate erano, come abbiamo visto, lavoratori e per-
ché tra il centinaio di morti negli scontri di Napoli del 15 mag-
gio 1848 vi fossero (sembra l’elenco analogo di Cattaneo per i
milanesi) fornai, falegnami, camerieri, calzolai, sarti, parruc-
chieri, «salassatori», un tipografo, un cantiniere, un baraccaro,
un portiere, un ottonaio, un cuoco, un contadino, due studen-
ti e due soli «borghesi», un avvocato e un proprietario (oltre al-
le tante donne colpite in casa o perché affacciate alle finestre
dalle pallottole vaganti). Può valere anche per gli italiani che
lottavano sulle barricate un’altra fulminante battuta di Gusta-
ve Flaubert riferita agli insorti parigini del giugno 1848: «Il fa-
natismo dell’interesse equilibrò i deliri del bisogno». Solo che
nella Francia di quell’annus mirabilis si riaffacciarono, come al
tempo della rivoluzione del 1789, contemporaneamente ai pro-
blemi del potere politico e dei diritti civili, quelli più ge-
nerali della società francese: il tradizionalismo del mondo con-
186 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

tadino, la grettezza dei proprietari terrieri, le meschinità pic-


colo-borghesi della vasta provincia, la protervia borghese de-
gli «industriali» e dei banchieri, i ristretti orizzonti culturali e
religiosi delle campagne, la polveriera sociale delle città, dove
per i movimenti politici variamente rivoluzionari e generica-
mente repubblicani valevano, mescolati insieme, la lotta di
classe, un nazionalismo sciovinista e sincere idealità politiche e
religiose. Un’atmosfera, un momento storico che si rovescerà
nel suo contrario nel 1851, col ritorno di un Napoleone al po-
tere autoritario, e che Paul Verlaine tradurrà in questi versi:
«La république, ils la voulaient / Terrible et belle / Rouge et
non tricolore».
Per gli italiani i contrasti potevano ricondursi all’insop-
portabilità dei metodi seguiti dai governi, al fatto che non coin-
cidevano le garanzie reali dei cittadini con le premesse ideali del-
le carte costituzionali. Diventava complicato rispondere quan-
do qualcuno si chiedeva come utilizzare in termini di giustizia
sociale la prevalenza «cittadina» sul mondo contadino e sul le-
targo politico e civile delle campagne. In altri termini, come vin-
cere l’arretratezza politica senza prima piegare quella economi-
ca rappresentata dal mondo rurale. Cattaneo, ad esempio, an-
che se si dichiarò sempre fiero della sua origine cittadino-bor-
ghese e teorizzò la storia d’Italia prevalentemente come storia
delle città, ebbe piena coscienza dei problemi dell’agricoltura e,
come dirà Gaetano Salvemini, ebbe il «senso delle realtà rura-
li». Allo stesso modo di Cavour che, agli esordi da economista e
commentatore politico, indicava nell’evoluzione capitalistica
delle campagne il prerequisito dello sviluppo industriale e delle
libertà economiche e politiche. Il suo era uno sguardo d’insieme
del problema, come testimonia un suo saggio del 1843 intitola-
to esplicitamente Considerazioni sulla poca convenienza di stabilire po-
deri-modello in Piemonte. Ma le città italiane erano davvero tutto?
Era una questione che tra il frastuono delle polemiche e il fra-
gore delle armi si affacciava imperiosamente.
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 187

L’Italia aveva circa ventisei milioni di abitanti ma le sue


città, rispetto alle città francesi, inglesi, tedesche, pur avendo al-
le spalle una storia antica, plurisecolare, erano sviluppate ma
poco popolate. Se svolgevano le funzioni di capitali o di capo-
luoghi amministrativi e produttivi, con la miriade di arti e me-
stieri e di attività e prestazioni personali che esistevano al loro
interno, non erano però rapportabili a un tessuto sociale e co-
munitario che comprendesse anche le campagne, o che comun-
que si annodasse ad esse con i mille fili variopinti dell’età feuda-
le. Nelle città avveniva di tutto, anche le rivoluzioni, ma esse era-
no rappresentative dello Stato o della «nazione», anzi ne erano
l’immagine o la proiezione (ad esempio, la «nazione napoleta-
na»), solo perché ne erano la parte più moderna e significativa,
ben diverse dunque dal contado, dalle campagne che proietta-
vano immagini separate, marginali, povere. Il «popolo» cui si ri-
volgeva Mazzini erano appunto i cittadini e non gli abitanti del-
le campagne. Sarà questo il tallone d’Achille dell’Italia quando
si giungerà all’unificazione nazionale, cioè a un’aggregazione in
cui l’universo cittadino e quello contadino, che erano sempre in
orbite sociali e culturali diverse, dovevano ora rispondere a leg-
gi, regolamenti, doveri e diritti assolutamente uguali. Ecco per-
ché, riferendosi proprio ai programmi mazziniani, Marx indivi-
duava in queste orbite diverse il nodo della questione italiana.
In una lettera a Engels scriveva: «Mazzini conosce soltanto le
città con la loro nobiltà liberale e i loro borghesi illuminati. I bi-
sogni materiali della popolazione italiana delle campagne –
sfruttata e sistematicamente snervata e incretinita come quella
irlandese – restano naturalmente al di sotto del cielo delle frasi
dei suoi manifesti cosmopolitico-neocattolico-ideologici. Invero
ci vuole del coraggio per spiegare ai borghesi e ai nobili che il
primo passo per l’indipendenza dell’Italia è la completa eman-
cipazione dei contadini e la trasformazione del loro sistema a
mezzadria in una libera proprietà borghese». L’analogia con le
campagne irlandesi non era sfuggita tempo prima al liberale Ca-
188 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

vour che, in uno scritto del 1844, aveva giudicato un errore sto-
rico il fatto che le grandi proprietà terriere irlandesi fossero in
mano agli aristocratici inglesi, i quali avevano poco interesse a
investirvi capitali e a svilupparle economicamente e socialmen-
te. Le conseguenze si erano viste nel 1846-47, quando l’Irlanda
fu colpita dalla carestia.
Ma alcuni numeri relativi alla popolazione italiana a
metà Ottocento forse aiutano a capire meglio la situazione po-
litica. Nel 1848 gli abitanti di Milano erano circa 180.000 (Pa-
rigi superava il milione); quelli di Torino circa 160.000 (Lon-
dra superava i due milioni, Manchester i 400.000); quelli di Fi-
renze 95.000, mentre Marsiglia raggiungeva quasi i 200.000 e
Berlino i 400.000; Roma raggiungeva appena i 150.000 quan-
do Liverpool ne aveva 370.000. Soltanto Napoli superava i
400.000 abitanti, ma l’elevato numero era un segno di decom-
posizione sociale più che di vitalità produttiva. Queste cifre
spiegano quale fosse la dimensione paradossale di una conver-
genza che si sarebbe dovuta creare tra le libertà dei cittadini,
l’evoluzione e la trasformazione economica dei contadini e l’u-
nità della nazione che avrebbe dovuto esserne il fine ultimo.
In alcuni Stati tale convergenza doveva superare mag-
giori ostacoli che in altri. In Toscana ad esempio (dove, ai pri-
mi del 1848, alla speranza di libertà civili e costituzionali si uni-
va quella di un’ampia libertà religiosa) c’era il problema di far
coesistere dopo la sconfitta di Custoza le istanze repubblicane
con la gestione liberal-democratica del governo del granduca
Leopoldo II, le istanze di un moderatismo con afflati liberali, le
intenzioni di una maggioranza silenziosa conservatrice rinchiu-
sa in se stessa, indifferente e diffidente. Il capo dei moderati to-
scani, Gino Capponi, scriveva a Cesare Balbo, quando era pre-
sidente del Consiglio del Piemonte costituzionale: «Paese mili-
tare in Italia non siete altro che voi, e noi siamo di gran lunga
il meno guerriero per ogni ragione tradizionale, sociale ed eco-
nomica. [...] I nostri contadini vivono a casa molto meglio che
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 189

in caserma». Capponi aveva una perfetta conoscenza della


realtà, ma rivelava una colpevole lontananza dal dramma di
quei mesi, dall’occasione unica che si stava presentando anche
ai toscani.
Nemmeno la Toscana riuscì quindi a sottrarsi a una
crisi politica. Nonostante gli sforzi del granduca di mediare tra
diverse posizioni politiche e di garantire un governo stabile, il
30 luglio il ministero presieduto dal liberale Cosimo Ridolfi fu
costretto alle dimissioni a causa di disordini popolari scoppiati
a Firenze. Il 17 agosto la presidenza fu affidata dal granduca a
Gino Capponi, ma il 25 agosto a Livorno vi fu un’insurrezione
repubblicana. I livornesi chiedevano la convocazione in Tosca-
na di una Costituente italiana e come governatore lo scrittore
Francesco Domenico Guerrazzi, autore dei romanzi storico-
politici La Battaglia di Benevento e L’Assedio di Firenze. Guerrazzi
aveva il piglio e i difetti del «maledetto toscano», eccessivo e re-
torico nelle sue manifestazioni ma era amato dalla sua gente.
Era possibile quindi che il moto livornese si estendesse e che il
granduca dovesse cedere alla richiesta.
Ma che la rivolta fosse confusa lo prova un episodio le-
gato a Garibaldi. Deciso a recarsi in Sicilia, dove il fermento
autonomistico era al culmine e dove pioveranno le bombe di
Ferdinando II, Garibaldi si era imbarcato a Genova con 72 vo-
lontari. Il vapore fece sosta a Livorno proprio mentre imper-
versava la protesta popolare. Garibaldi capì che si trattava di
un generico moto di piazza non di un’organizzata insurrezione
politica:

Toccammo Livorno. Io contavo non sbarcare; ma saputo il


nostro arrivo da quel popolo generoso ed esaltato, fu forza cambia-
re di proposito. Sbarcammo; io piegai forse indebitamente alle solle-
citudini di quella popolazione, che frenetica pensò noi allontanarsi
forse troppo dal campo d’azione principale. Mi si promise che dalla
Toscana si formerebbe una forte colonna, e che, accresciuta di vo-
190 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

lontari sul transito, si poteva, per terra, marciare sullo Stato napole-
tano, e coadiuvare così più efficacemente alla causa Italiana e alla Si-
cilia. Mi conformai a tali proposte; ma mi avvidi ben presto dello sba-
glio. Si telegrafò a Firenze; e le risposte circa i progetti menzionati
erano evasive. [...] Il nostro soggiorno in Livorno fu breve. Si rice-
vettero alcuni fucili, ottenuti più dalla buona volontà di Petracchi,
capo popolano e dagli altri amici, che da quella del Governo. L’au-
mento del numerico della nostra forza era insignificante. Si disse di
marciare a Firenze, ove si farebbe di più; ma peggio.
In Firenze, accoglienza magnifica del popolo, ma indiffe-
renza e fame per parte del governo; e fui obbligato d’impegnare al-
cuni amici per alimentare la gente. Era il Duca nella capitale della
Toscana. Si diceva però, la somma delle cose nelle mani di Guerraz-
zi. Io scrivo la storia; e spero non offendere il grande Italiano, se di-
co il vero. Montanelli, acclamato meritamente dalla generale opinio-
ne, lo trovai quale me l’ero immaginato: leale, franco, modesto, vo-
lente il bene dell’Italia, col cuore fervido d’un martire; ma l’antago-
nismo d’altri neutralizzava qualunque buona determinazione; e po-
co valse perciò la breve permanenza al potere del milite prode e vir-
tuoso di Curtatone.

L’ammirazione di Garibaldi per Montanelli era condi-


visa da molti e bastava la sua presenza a fugare gli eventuali dub-
bi sulla serietà di certi moti. La stima per le idee di Montanelli e
per la sua personalità fu confermata da Carducci quando com-
memorò a Fucecchio, nel 1892, il patriota toscano:

Sì, a voi, cittadini di Fucecchio, appartiene quello che io sa-


luterò con le belle cordiali parole che egli adoperava per Goffredo
Mameli, ‘quel gentilissimo fiore di eroismo’ che fu Giuseppe Monta-
nelli. Due memorie della mia fanciullezza (perdonate se mescolo le
rimembranze di me fanciullo alla storia della gioventù della patria)
mi rimasero e mi rimarranno eternamente sacre nel cuore come
quelle che mi appresero e mi predissero molte cose. Io fanciullo vidi
Giuseppe Montanelli col braccio ferito parlare parole di confidenza
e d’amore al popolo di Pisa: lo vidi ancora dal balcone del palazzo di
governo di Livorno proclamare la costituente italiana. Queste due
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 191

visioni, che io riveggo ancora come presenti, ebbero grandissima


parte nella educazione dell’animo mio.

Anche il granduca Leopoldo deve aver avuto fiducia


nelle capacità politiche di Montanelli se decise di promuovere
un governo aperto ai democratici e di chiamarlo alla presiden-
za. Giuseppe Montanelli, professore all’Università di Pisa, ave-
va guidato i volontari universitari pisani a Curtatone e Monta-
nara ed era stato, lo ricordava Carducci, ferito in quella dura
battaglia. La sua ascesa alla presidenza del Consiglio era anche
il riconoscimento dell’impegno della Toscana nella guerra di
indipendenza. Ma Montanelli non poteva trascurare quell’ele-
mento popolare e democratico che si riconosceva in Guerraz-
zi, che infatti convocò subito a Firenze per affidargli il dicaste-
ro degli Interni. L’idea di Montanelli era giusta e il clima del
granducato parve rasserenarsi; ma non era semplice tornare al-
la normalità né in Toscana né, per altro verso, negli altri Stati
della penisola, in particolare nel Regno delle Due Sicilie e nel-
lo Stato della Chiesa.
In generale, la linea seguita dal governo Montanelli fu
abbastanza equilibrata. Era la conferma di una politica che rac-
cordava i liberali toscani ai liberali piemontesi e impegnava an-
che il governo di Torino, protagonista indiscusso del movimen-
to di liberazione nazionale, sulla precedenza assoluta da dare
alla ripresa della guerra. Ma non era detto che questo indiriz-
zo politico del governo del granduca di Toscana fosse piena-
mente condiviso dal granduca stesso. Lo si capirà quando, nel
febbraio del 1849, un’ulteriore «svolta a sinistra» del governo
toscano, con la richiesta di un’Assemblea Costituente sulla scia
di quanto stava avvenendo a Roma, costrinse Leopoldo II a
rompere i rapporti con il suo Stato e, sentendosi isolato e in pe-
ricolo, a fuggire da Firenze. La prima tappa del suo viaggio fu
Siena, poi Gaeta, nel protettivo Regno delle Due Sicilie, accan-
to a un altro illustre fuggitivo, Pio IX.
192 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

In Piemonte la crisi militare non poteva non ripercuo-


tersi sulla politica del governo. Il 25 luglio si dimise il presiden-
te del Consiglio Balbo. La vittoria austriaca non aveva però in-
fluito sull’accordo politico che vi era stato tra Piemonte e Lom-
bardia e sulla loro causa comune. Per sottolineare questo lega-
me Carlo Alberto affidò l’incarico a colui che aveva governato
Milano durante le Cinque Giornate, il conte Gabrio Casati. La
scelta fu diplomatica, perché la preoccupazione di una parte ri-
levante dei liberali lombardi era che la giusta e necessaria guer-
ra condotta dal Piemonte finisse col provocare un’assimilazio-
ne in esso della Lombardia e che per forza di cose svanisse il lo-
ro rapporto paritario.
Valga per tutti la posizione di Manzoni che, eletto nel-
le consultazioni di settembre deputato al Parlamento di Tori-
no, scrisse al direttore del «Risorgimento», cioè a Cavour, che
ne aveva sostenuto la candidatura, di sentirsi «inetto» a quel
compito. Si sapeva anche che, quando si era votato il plebisci-
to di aggregazione al Piemonte, egli si era astenuto. Manzoni
credeva veramente nell’unità d’Italia, ma verso il Piemonte,
che cominciava a giocare il ruolo di Stato guida dell’unificazio-
ne, aveva forte diffidenza. Niccolò Tommaseo, nei Colloqui col
Manzoni, rimasti inediti fino al 1928, testimonia delle perples-
sità dello scrittore: «L’importanza del Piemonte è in lui più de-
siderio che fede, non però che egli non senta la debolezza e le
debolezze di questo Stato, il quale egli vorrebbe mezzo e non
centro dell’italianità, perché se centro volesse essere non sareb-
be neanche mezzo». Ironia elegantemente manzoniana, raffor-
zata in un altro passo dei colloqui con Tommaseo: «E sebben
sapesse il detto di Cesare Balbo, che ‘l’Italia è il Piemonte, e il
resto è merda’, e lo raccontasse a me che potevo credere appe-
na in bocca di tal conte Balbo una tal cosa; rimase attonito
quando gli raccontai che un professore e deputato piemontese
sentenziasse che dal Piemonte dovendo venire all’Italia lo spi-
rito e la dignità di nazione, doveva anche venirne la lingua». Fu
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 193

merito del genero Massimo d’Azeglio, che Manzoni amava co-


me uomo e ammirava come politico e scrittore, se Manzoni
non ruppe clamorosamente con molti esponenti della cultura e
della politica del Piemonte.
L’incarico dato dal re a Gabrio Casati era dunque stru-
mentale, ma il personaggio aveva poco spessore politico e non
poteva essere in grado di dominare la contrapposizione tra la
cosiddetta «sinistra» costituzionale e democratica, alla quale
pareva voler appartenere anche Gioberti, e i liberali e modera-
ti alla Cavour, che di fronte al problema della guerra e alla ne-
cessità di rinnegare lo stato di armistizio sceglievano una solu-
zione compatibile con gli equilibri internazionali. Questa linea
parve prevalere quando a Vienna si aprì in ottobre una nuova
crisi politica. Intanto il gabinetto Casati era stato sostituito da
un ministero diretto prima dal moderato Sostegno, poi dal ge-
nerale Perrone di San Martino: segnali questi di indecisione e
di attesa.
Il 27 settembre 1848 era stato assassinato a Budapest il
commissario imperiale Lamberg; la contesa costituzionale tra
Vienna e Budapest degenerò in guerra aperta. A Vienna il 6 ot-
tobre fu ucciso in un movimento di piazza il ministro della
Guerra Latour, che aveva disposto l’invio di truppe contro gli
ungheresi, e il suo cadavere era stato appeso a un lampione. Fu
la scintilla, e la città insorse. La guarnigione fu ritirata nelle ca-
serme e la corte abbandonò Vienna in pieno caos. Appena
giunsero a Milano le prime notizie della rivolta, il maresciallo
Radetzky commentò amaramente: «Si vuol distruggere tutto
quanto vi è di sacro e di caro agli uomini, quanto costituisce le
fondamenta e il sostegno dell’impero; questo, e non la libertà,
è il fine dei sediziosi».
I fatti di Vienna ebbero un’eco speciale a Torino. Alla
Camera, il 20 ottobre, Cavour pronunciò il suo primo discorso
parlamentare, parlando in difesa della politica di mediazione e
del rinvio delle ostilità contro l’Austria richieste invece a gran
194 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

voce dai democratici. Cavour indicava la possibilità di ottene-


re per via diplomatica quanto si voleva raggiungere con un
nuovo conflitto armato. Egli sapeva che alcuni paesi europei
avrebbero potuto amichevolmente sostenere questa linea poli-
tica del Piemonte. Il buon esito di un’iniziativa di mediazione,
ad esempio, dell’Inghilterra era a suo avviso indubitabile. L’In-
ghilterra era una grande potenza coloniale, ma in Europa do-
veva seguire una strategia che puntasse sull’indebolimento del-
l’Austria e sul riequilibrio dei rapporti internazionali con Ger-
mania e Francia. Secondo Cavour questa strategia era la mi-
gliore garanzia di un favorevole atteggiamento degli inglesi ver-
so la causa italiana. Ma il discorso di Cavour era troppo elabo-
rato per avere qualche riscontro positivo con la realtà delle co-
se. Vienna era stata intanto ricondotta all’ordine e l’Austria
riacquistava l’immagine e il decoro imperiale con l’ascesa al
trono a dicembre del giovane, affascinante Francesco Giusep-
pe, mentre a Torino la confusione aumentava e la Camera con-
tinuava a essere in subbuglio.
E mentre Cavour esordiva alla Camera, il 20 ottobre si
era riunito a Torino un «congresso federativo» promosso da
Gioberti e dalla Società per la confederazione italiana con la
partecipazione di esponenti moderati di ogni parte d’Italia.
Gioberti fece approvare un progetto di costituente federativa e
di ordinamento federale dell’Italia che sostituiva ogni piano
precedente e apriva la strada a ipotesi alternative sia alla poli-
tica di assimilazione della monarchia sabauda sia all’unitarismo
rivoluzionario dei democratici. La situazione si andava radica-
lizzando nel paese e la Camera registrava puntualmente la
pressione crescente e il definirsi dello scontro ideologico tra de-
mocratici e moderati. Appena vi si aprì il dibattito sulla neces-
sità di un prestito obbligatorio per sopperire alle inevitabili spe-
se di una ripresa della guerra e quando questa proposta (che fu
del gruppo democratico guidato da Angelo Brofferio) toccò il
punto di chi avrebbe dovuto maggiormente contribuire, lo
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 195

scontro fu violento. Brofferio parlò, il 10 novembre, di una fi-


nanza «democratica» che doveva coinvolgere i più abbienti,
applicando il principio altrettanto democratico dell’imposta
progressiva, e doveva avvalersi anche dei beni dei conventi e
delle mense vescovili. Cavour intervenne opponendosi alla ri-
chiesta e attaccò la tesi che la libertà dell’Italia richiedesse que-
sti «mezzi rivoluzionari». Fu un abile discorso da liberale, ma
con l’ironia e l’understatement del conservatore. L’argomento del
discorso fu ripreso in un graffiante articolo del 16 novembre sul
«Risorgimento», di cui riportiamo qualche passo perché si sen-
te già lo stile e l’originalità del «ragionare» cavouriano:

Vorremmo, in primo luogo, sapere cosa s’intenda per mez-


zo rivoluzionario, e perché sia preferibile a tutti? Finora il solo crite-
rio col quale sapevamo giudicare della bontà di un mezzo qualunque,
stava nell’efficacia, nell’attitudine a produrre un fine. Rivoluzionario
o pacifico, popolare o realista, democratico o aristocratico, il mezzo
non credevamo che avesse valore se non in quanto conducesse allo
scopo. [...] Una Costituente italiana sarà difficile, non è certo impos-
sibile, è necessaria ed utile, o presto o tardi si avrà; ma il sistema de’
mezzi rivoluzionari è falso in se stesso.

Il medesimo tono fu ripreso da Cavour il 28 novembre


per contrastare la proposta di legge sull’imposta progressiva.
Qui l’argomentazione era che i capitalisti avrebbero portato i
loro soldi all’estero e che la proposta era assolutamente «inop-
portuna».
Anche questi dibattiti contribuirono a infiammare l’au-
la parlamentare e l’opinione pubblica. Nella seduta del 3 di-
cembre la mancata approvazione di una richiesta di regola-
mento dell’Università di Torino provocò le dimissioni del go-
verno Perrone. Cavour si trovò a dover difendere posizioni di
«destra» ricavandone fischi e proteste dalle tribune della Ca-
mera e il suo esordio politico finì col renderlo impopolare tra i
liberali. In realtà la crisi ministeriale era una crisi di consenso
196 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

politico e la presenza dell’opposizione andava crescendo. Do-


po un fallito tentativo di nuovo governo a conduzione modera-
ta (fu chiesto a d’Azeglio di prenderne le redini), il re decise di
affidare l’incarico a Gioberti, che si insediò il 15 dicembre con
l’impegno di riprendere la guerra contro l’Austria.
Era un cambiamento del Piemonte; prendeva l’avvio
un governo democratico richiesto a gran voce da circoli politi-
ci e culturali e dai giornali dell’opposizione. Cavour lo definì
sprezzantemente governo gauche pure. Gioberti mostrò subito
l’intenzione di mantenere stretto il legame della politica gover-
nativa con i sentimenti popolari e con l’emergenza patriottica
del paese e per ottenere il massimo consenso anche dell’opinio-
ne pubblica chiese al re di sciogliere la Camera e di indire nuo-
ve elezioni per il 22 gennaio 1849. Il risultato elettorale gli die-
de ragione; tra l’altro Cavour, che ebbe 208 voti (un successo,
data la ristrettezza del corpo elettorale), non fu rieletto. «Que-
sto risultato – scrisse a un amico –, non molto lusinghiero per il
mio amor proprio, è lungi dal disgustarmi per ciò che riguarda
la vita politica: lo considero come un episodio inevitabile che
deve essere sopportato senza debolezza o malumore. Per quan-
to mi riguarda, non ho alcuna intenzione di abbandonare ‘Il
Risorgimento’».

Piuttosto che ritirarsi e disgustarsi della vita politica – rac-


conta Rosario Romeo – egli traeva invece lucidamente le conseguen-
ze inevitabili della vittoria elettorale del ministero; e gli pareva che
essa dovesse indurre i moderati a insistere nella linea di appoggio al
governo, per aiutarlo a «combattere [...] gli ultra esaltati che lo spin-
geranno nelle vie rivoluzionarie», e a «sostenere l’estrema lotta in fa-
vore dell’ordine sociale sì gravemente minacciato». E i fatti si affret-
tarono adesso a confermare le sue previsioni. Lo sviluppo in senso re-
pubblicano del movimento democratico a Roma e in Toscana pone-
va nuovi impegni e obblighi allo schieramento democratico subalpi-
no, coalizione troppo vasta ed eterogenea, che andava da Gioberti
ai mazziniani.
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 197

I quali, aggiungiamo, non cessavano di fare di Geno-


va, fondando un combattivo e legale Circolo italiano, il quar-
tier generale di tutte le imprese rivoluzionarie. I contrasti tra i
vari settori della coalizione vennero poi alla luce con la crisi su-
scitata dal progetto di intervento in Toscana e con le dimissio-
ni presentate da Gioberti il 21 febbraio 1849.

1 | Mazzini in azione

Il tempo dell’incertezza politica dei governi, dei sovrani, dei


«partiti»; le ansie dell’opinione pubblica, le proteste popolari,
le insurrezioni, il vulcano in ebollizione che era l’Italia, non era-
no che la conseguenza di decenni di insofferenza e di critica dei
sistemi politici in vigore. Forse il maggiore, sofferto interprete,
di questa crisi fu Mazzini. La sconfitta di Custoza e l’irrisolto
problema della guerra e della pace ridavano a lui, in esilio, e ai
mazziniani disseminati in Italia, nuove ragioni per agire. Anco-
ra sul finire dell’estate del 1848 Mazzini indicava con nettezza
la tattica da seguire ai compagni di fede e, in particolare, ad
amici genovesi, sicuri e decisi, come il giovanissimo Goffredo
Mameli. Ecco la parte centrale di una lunga, lucidissima lette-
ra a Mameli rimasta inedita fino al 2001. Mazzini scriveva il 12
settembre 1848 da Lugano:

Caro Goffredo, [...] bisogna convertire il moto in moto Na-


zionale e repubblicano. Agli uni colla verità delle idee agli altri col-
l’indicare una rivoluzione nazionale radicale com’unica via di giun-
gere a un assetto stabile e d’escire da un’anarchia mortale a tutti gli
interessi; ai terzi, provando l’inevitabilità d’un grande conflitto euro-
peo fra i due principii e quindi il precario d’ogni stadio intermedio;
ai quarti ricordando che non si caccerà mai l’Austria dall’Italia sen-
za una guerra di popolo, e via così, spingere gli animi sulla vera via.
Intanto lavorare praticamente – e per questo m’affido a Nino [Bixio] –
raccogliendo statistica d’elementi, segnatamente fra i popolani; or-
198 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

ganizzandoli, se posso esprimermi così, senza che lo sappiano essi


stessi. Io non ho tempo per dilungarmi; ma ripeto sommariamente
che l’esperimento è fatto; che chi rinsavisce, sia accolto; chi s’ostina,
dev’essere rovesciato: rovesciato Gioberti colla sua associazione che
pre-decide il sistema federativo monarchico e usurpa sulla Nazione,
rovesciato chi grida guerra collo stesso sistema alla direzione. Fino-
ra, siete stati lombardi, genovesi, piemontesi: è tempo d’essere italia-
ni, di sancire che una grande rivoluzione si compie da tre anni in Ita-
lia, che è rivoluzione Nazionale, il moto d’un popolo che sorge a Na-
zione e cerca la formula della sua vita; che non v’è che un metodo le-
gale per trovarla ed è quello dell’Assemblea Nazionale Costituente
del Popolo Italiano; che fino al punto in cui sarà riunita, tutti i pote-
ri sono provvisori, da tenersi se camminano a quello scopo, da rove-
sciarsi se non vi camminano. Bisogna trovare il modo di popolariz-
zare queste idee e operare a seconda.
Venezia s’è costituita governo dell’insurrezione lombardo-
veneta: aiutatela, encomiatela per ogni via. Non rompete con poteri
costituiti finché non siete forti abbastanza; ma con un silenzio assoluto
sul Principe, sul governo regio, su tutto che esiste, mostrate, senza
che altri possa perseguitarvi, che non li riconoscete, avvezzate gli ani-
mi ad operare senz’essi, a non pensarvi. Giacché avete fraternizzato
colle truppe sarde, entrate in contatto coi bassi ufficiali, coi sergenti;
e cercate cattivarveli. [...] Amatemi e fate. Io prometto una attività
quale la chiedo a voi, per alcuni mesi. Sono affranto e non vi regge-
rei lungo tempo. Ritento, perché mi pare venuto il momento. Che se
dovessimo lasciar giudicare la questione italiana da protocolli, se do-
vessimo avere non alleati, ma tutori – e subire arciducati d’Austria e
rassegnarci – io me ne andrò a morire esule in qualche montagna di
Svizzera. Respingerò da me codesta vergogna. Addio, Goffredo;
amatemi.

«Mi pare venuto il momento»: Mazzini non era affatto


demoralizzato. Gli pareva anzi che la guerra per l’indipenden-
za dall’Austria potesse, dovesse trasformarsi in una guerra per la
rivoluzione. Per questo ogni occasione andava sfruttata, affidan-
dosi anche alla spontaneità e all’iniziativa dei ribelli, in qualun-
que parte d’Italia operassero. E infatti la presenza di Mazzini a
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 199

Lugano provocò un’insurrezione in Valtellina guidata dal maz-


ziniano Maurizio Quadrio, mentre vi furono episodi di resisten-
za a macchia di leopardo. Nel paese di Verceia, dove l’Adda si
getta nel lago di Como, sessanta mazziniani di Chiavenna ten-
nero testa per quasi una settimana, dal 22 al 28 ottobre 1848, al-
le truppe austriache del generale Julius von Haynau, del quale
era nota la brutalità («È il migliore dei miei generali – aveva det-
to di lui Radetzky –, ma simile a un rasoio. Dopo averlo adope-
rato bisogna metterlo nella custodia»). Ma questa volta il gene-
rale fu più benevolo. L’episodio è ricordato in un’«ode barbara»
di Carducci, A una bottiglia di Valtellina del 1848. Il vino che vi era
contenuto era maturato «quando d’italo spasimo ottobre freme-
va e Chiavenna [...] schierò a Vercea / sessanta ancora di mor-
te libera / petti assetati: Hainau gli aspri animi contenne».
Dalla Svizzera Mazzini lanciava l’ennesima parola
d’ordine: «Guerra e Costituente Nazionale dopo la guerra».
L’istanza repubblicana c’è sempre, ma non egemonizza il suo
disegno di insurrezione nazionale. E nel novembre lancia un
appello Ai Giovani per spiegare la linea da seguire: «Il popolo
d’Italia intende costituirsi in nazione: cerca una forma di nazio-
nalità che più convenga ai suoi futuri destini in Europa; e que-
sta forma non può escire che dal voto di tutti, non può sancirsi
accettata da tutti e durevole fuorché da una Assemblea Costituen-
te Italiana. E s’anche la Costituente italiana decreterà monarca-
to e federalismo, noi, repubblicani unitari, non rinnegheremo
ciò che oggi diciamo. [...] Rispetteremo la monarchia ringiova-
nita per battesimo popolare e la federazione escita dal libero
voto della nazione. Avremo almeno una patria».
Questo era il Mazzini fermo nei propositi e deciso a tut-
to, ma c’era contemporaneamente il Mazzini «inglese», l’esule
al centro di un movimento internazionale democratico, dal-
l’Europa agli Stati Uniti. Gli ideali socialisti e repubblicani, il
sansimonismo, i primi circoli comunisti, il cartismo inglese, il
radicalismo francese, l’antischiavismo americano, era questo il
200 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

quadro generale e dappertutto ormai avvenivano iniziative po-


polari, richieste di riforme sociali e legislative con relative pub-
blicazioni, manifesti programmatici, giornali militanti ecc. In
questo mare agitato la predicazione di Mazzini, del Mazzini in-
glese, si arricchiva ogni giorno di piani d’azione e di polemiche
(molto vivaci, negli anni Cinquanta e Sessanta, quelle con i so-
cialisti e i comunisti di Marx e con l’Internazionale dei lavora-
tori fondata a Londra nel 1864).
A Londra Mazzini era conosciuto in tutti gli ambienti
politici ed era legato anche da amicizia con famosi scrittori, da
Thomas Carlyle a Charles Dickens, attraverso i cui rapporti
emergeva sempre meglio la sua personalità, la sua «cultura del-
la rivoluzione», che incuriosiva anche ambienti della borghesia
moderata londinese. L’attenzione poi dei governi inglesi, dal
1848 in poi, per la causa italiana sarà stimolata anche dall’ap-
passionata battaglia di Mazzini, come lo sarà dalle relazioni
strettamente politiche e diplomatiche di Cavour e dalla fanta-
stica epopea di Garibaldi con la spedizione dei Mille del 1860.
E all’Italia di Mazzini la stampa inglese dedicava spazi e com-
menti sempre più ampi. Spazi anche agli articoli in lingua in-
glese di Mazzini, la cui prosa era letta con curiosità e attenzio-
ne dai compassati inglesi, che scoprivano la loro lingua infiam-
mata da uno stile inusuale per loro. Mazzini infatti era stato ca-
pace di costruire anche un «suo» inglese politico e sentimenta-
le, quasi in rapporto mimetico con il suo impareggiabile italia-
no. Lo aveva per tempo notato Jessie White, una studiosa in-
glese di questioni sociali che fece sua la lotta di Mazzini e di Ga-
ribaldi per la libertà italiana (sposò una figura di primo piano
del patriottismo italiano, Alberto Mario) e che dell’«inglese
mazziniano» diceva che «nessuno inglese o straniero lo scrive-
va o lo scrive con più energia virile. Servendosi dello stile bibli-
co o byroniano Mazzini sembra un inglese, senza perdere però
la propria poesia, la concitazione espressiva, l’ardore. È incisi-
vo senza essere enfatico, e oso dire che molti articoli suoi, scrit-
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 201

ti in inglese, appaiono molto più eloquenti delle traduzioni ita-


liane fatte da lui stesso».
Ebbene, in questo «suo» inglese Mazzini scrisse un
proclama per l’insurrezione italiana che il giornale democrati-
co «Northern Star» pubblicò l’11 novembre 1848 con grande
evidenza. Erano i giorni, finita malamente la guerra, di mag-
giore tensione politica e i lettori inglesi più politicizzati erano
informati dell’ebollizione rivoluzionaria italiana. Ma il lin-
guaggio di Mazzini superava ogni attesa e avrebbe fatto arric-
ciare il naso ai lettori del conservatore «Times». Il proclama
invitava alla guerriglia urbana, al sabotaggio, al controllo rivo-
luzionario di ospedali, chiese, scuole, alla raccolta di armi, ri-
volgendosi alle donne impegnate nell’assistenza ai feriti e ai
più deboli tra i cittadini e dichiarando traditori della patria e
meritevoli di morte i funzionari e gli impiegati che restavano
in servizio dello straniero, e si chiudeva con: «Citizens of Italy!
The horn for a national war has sounded». Ma con intelligen-
za politica Mazzini contava anche sul fatto che l’opinione pub-
blica inglese fosse correttamente informata non soltanto dei
propositi insurrezionali, ma anche degli schieramenti politici
che negli Stati italiani operavano a favore di un superiore in-
teresse nazionale. Per questo, al proclama Mazzini fece segui-
re un articolo per l’autorevole «The Spectator», pubblicato il
23 dicembre, nel quale conduceva un’analisi sul «partito mo-
derato» italiano che sarà affiancata il mese dopo da una descri-
zione della guerra all’Austria degli italiani. Gli elogi e le criti-
che che ne riceveva (furono aspre, come abbiamo appena ac-
cennato, quelle di Marx, in esilio a Londra dal 1849, che scri-
vendo a Engels lo definì diverse volte un «asino») non oscura-
rono mai un apprezzamento complessivo che può riassumersi
nelle parole che gli indirizzò nel 1850 il rivoluzionario russo
Aleksandr Herzen: «Vous êtes le seul acteur politique du der-
nier temps dont le nom est resté entouré de respect, de gloire,
de sympathie».
202 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

2 | L’autunno di Pio IX. La delusione del 1849

Dopo l’allocuzione del 29 aprile, il mito del papa liberale svanì


d’incanto: il cittadino Mastai era stato una meteora. Restava il
capo di Stato; di uno Stato ingovernabile con gli strumenti sem-
plificati degli uomini di Chiesa. Non era possibile, si diceva, da-
re le stesse funzioni al concistoro dei cardinali e a un ministero
laico. L’agitazione a Roma e nelle Legazioni perciò cresceva. Il
Parlamento romano non aveva d’altro canto né indipendenza
né autorità. Dopo l’allocuzione tutti i ministri laici si erano di-
messi e le proteste popolari contro il papa furono numerose. Il
4 maggio il pontefice decise di chiamare alla guida del governo
Terenzio Mamiani, ma la coesistenza con questo governo fu al-
quanto precaria. Il ministero Mamiani durò appena tre mesi e
la resa dei conti con la confusa politica interna ed estera di Pio
IX ne provocò le dimissioni. In mancanza di personaggi al suo
livello e per sottolineare l’opportunità di avere uomini politici
più malleabili, il papa e Antonelli affidarono l’incarico a una
scialba figura, il conte Edoardo Fabbri, pro-legato pontificio a
Pesaro e Urbino, che si rivelò chiaramente incapace di gestire
una situazione politica così instabile. E allora si cambiò tattica.
Il 16 settembre Pio IX si rivolse a Pellegrino Rossi, co-
stituzionalista di rinomanza europea, esperto di questioni eco-
nomiche, abile diplomatico, per organizzare un nuovo gabinet-
to. Il 22 settembre Rossi pubblicò sul giornale ufficiale del go-
verno, «La Gazzetta di Roma», un articolo che conteneva il
programma del suo ministero. Annunciava la chiamata al mi-
nistero della Guerra del generale Zucchi e la fusione del mini-
stero della Polizia con quello dell’Interno. Quanto alle questio-
ni di fondo, Rossi affermava che il governo avrebbe tutelato il
sistema costituzionale dalle insidie dei reazionari e dalle minac-
ce dei rivoluzionari; proclamava che l’ordine pubblico sarebbe
stato severamente ristabilito, riorganizzato l’esercito, risanate
le finanze; avvertiva infine che in caso di emergenza il governo
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 203

avrebbe legiferato, con decretazione d’urgenza, anche al posto


del Parlamento, salvo chiedere a questo successivamente la
conferma dei propri atti e, per concludere, non faceva alcun
cenno alla questione dell’indipendenza italiana. In altre occa-
sioni si dichiarò contrario alla guerra contro l’Austria. Si attirò
quindi l’odio sia dei gesuiti, che erano la mente e il braccio se-
colare del fronte reazionario papalino, sia dei democratici.
Il 14 novembre, vigilia della riapertura del nuovo Par-
lamento (Rossi era stato eletto in un collegio di Bologna con 64
voti), sulla «Gazzetta di Roma» apparve un suo breve articolo,
che denunciava l’esistenza di due partiti antitetici che

concordemente attendono a rovesciare le forme del governo costitu-


zionale: l’uno sperando di richiamare un passato a cui è impossibile
un ritorno; l’altro mirante a precipitare nella dissoluzione e nell’a-
narchia la Società intera, agitando apertamente le passioni e l’ine-
sperienza di una parte del popolo. Ambedue, comeché differiscano
nello scopo, hanno per mezzo comune il disordine. Ambedue sap-
piano che il governo costituzionale di Sua Santità veglia sovr’essi; e
che è deciso di adempiere i suoi doveri combattendo virilmente ogni
attentato che venisse mosso contro l’integrità dello Statuto.

Era la posizione di un «centrista» che considerava


esaurita la spinta rivoluzionaria del 1848, ma voleva mantene-
re in vigore la forma della Costituzione concessa da Pio IX e,
grazie ad essa, proseguire la politica di alleanza e amicizia con
gli altri Stati italiani che avevano scelto la via delle Costituzio-
ni e degli Statuti a garanzia, anzitutto, dell’ordine e della sicu-
rezza interni. Ma Rossi non aveva calcolato il pericolo dei «due
partiti antitetici» e la fronda interna di una curia riluttante ad
accogliere fino in fondo la logica costituzionale. L’intrecciarsi
di interessi e sentimenti così diversi è all’origine del dramma av-
venuto il 15 novembre.
Nella tarda mattinata di quel giorno, alle 13, mentre il
presidente del Consiglio si avviava lungo la scalinata del palaz-
204 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

zo della Cancelleria per la seduta inaugurale della Camera, gri-


da minacciose si levarono da una sessantina di giovani reduci
che avevano fatto parte del corpo di volontari pontifici impegna-
ti nella guerra contro gli austriaci. Vi era molta folla nell’andro-
ne del palazzo e Rossi fu circondato improvvisamente da un
gruppo di persone urlanti. Nessuno vide nulla, ma qualche atti-
mo dopo molti manifestanti scesero di corsa le scale guadagnan-
do l’uscita: restava a terra Pellegrino Rossi, in una pozza di san-
gue, colpito da una pugnalata alla gola. Intorno a lui il vuoto e
non si capì chi avesse inferto il vile colpo. Rossi morente fu tra-
sportato nell’appartamento del cardinale Gazzoli, al primo pia-
no della Cancelleria; due deputati medici, Diomede Pantaleoni
e Sebastiano Fusconi, cercarono di rianimarlo, ma dopo una
breve agonia Rossi spirò senza aver ripreso conoscenza.
L’inchiesta della polizia e dei magistrati e il successivo
processo, concluso sei anni dopo, indicarono in un ufficiale dei
volontari e in uno scultore gli autori dell’attentato. Condanna-
ti a morte, il primo si suicidò prima dell’esecuzione e il secon-
do fu decapitato. In realtà fu sospettato come responsabile del-
l’assassinio il giovane Luigi Brunetti, figlio di Angelo Brunetti,
il tribuno popolare di Trastevere chiamato Ciceruacchio. La
verità non si seppe mai.
La sera del delitto il papa convocò Marco Minghetti
chiedendogli di formare un nuovo governo, ma questi declinò
l’invito. Mentre la tensione cresceva nella città, il papa indisse
al Quirinale una riunione di uomini politici e di parlamentari e
fu convocato come possibile presidente del Consiglio Antonio
Rosmini, ma anch’egli rinunciò all’incarico. Intanto la commo-
zione e la sorpresa dei romani si trasformarono in una solleva-
zione popolare. Pellegrino Rossi era un uomo mite, un intellet-
tuale prestato alla politica, dunque fuori dalle mene e dalle con-
giure di palazzo. In sostanza, con una geometria difficile, egli
avrebbe voluto ridare forza giuridica e politica alla dimensione
laica dello Stato della Chiesa per consolidare, anche se in chia-
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 205

ve conservatrice, il sistema costituzionale garantito dall’auto-


rità spirituale del pontefice. Era falsa quindi la voce, sparsa ad
arte dai suoi avversari annidati nella curia, che egli si preparas-
se a compiere un colpo di Stato. La crisi politica che si apriva
con il suo assassinio non si sarebbe dunque risolta proprio per
il confuso sovrapporsi di notizie tendenziose provenienti da va-
ri ambienti politici e per la non chiara divisione giuridica di
principi, di poteri, di autonomie, che Rossi avrebbe voluto in-
vece ben definire sul piano della riorganizzazione costituziona-
le e istituzionale.
Infatti, mentre al Quirinale si discuteva sulla composi-
zione di un nuovo governo, una folla di migliaia di cittadini ar-
mati si impadronì della piazza antistante il palazzo chiedendo
al papa la formazione di un ministero democratico. Si sparse la
voce che, per evitare il peggio, il papa avesse accettato la richie-
sta popolare, ma il 17 novembre Pio IX, ricevendo sempre al
Quirinale il corpo diplomatico, dichiarò che la nomina del mi-
nistero gli era stata imposta con la violenza e che pertanto il go-
verno era da considerarsi provvisorio e senza alcuna legittimità:
«Dichiaro che io non riconoscerò mai verun atto del presente
ministero, imposto dalla forza, e ho già dato l’ordine che in tut-
ti gli atti sia soppressa la formula: udito il volere di Sua Santità».
Il ministero appena formato su pressione popolare era
sì di ispirazione liberal-democratica ma, presieduto da un mon-
signore, Carlo Emanuele Muzzarelli, non aveva alcuna inten-
zione eversiva. L’opposizione del papa a un governo da lui ac-
cettato o, a suo dire, subito, assumeva quindi il carattere di uno
strisciante colpo di Stato. E una settimana dopo gli allibiti ro-
mani ne ebbero una strana conferma. La città infatti era in quei
giorni tranquilla, ma la notte del 24 novembre, con l’appoggio
dell’ambasciatore di Baviera, conte Johann Spaur, noto reazio-
nario filoaustriaco e marito di una nobildonna romana, Pio IX,
vestito da prete, uscì in carrozza dal Quirinale e insieme ai co-
niugi Spaur si diresse verso Terracina, al confine con il Regno
206 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

di Napoli. Giunto nei pressi di Gaeta, il papa inviò un messag-


gio a Ferdinando II chiedendo ospitalità. Il re partì immedia-
tamente da Napoli e raggiunse Pio IX offrendogli ogni appog-
gio e protezione. Qualche mese dopo farà lo stesso con un al-
tro sovrano italiano fuggito dal suo paese, il granduca Leopol-
do II di Toscana.
Per Pio IX cominciava a Gaeta un esilio il cui caratte-
re provocatorio fu confermato dal breve papale del 27 novem-
bre, comunicato al governo di Roma il 3 dicembre, nel quale si
ribadiva la protesta per la violenza subita. Il papa poi dichiara-
va «tutti gli atti che sono da quella derivati di nessun vigore e
di nessuna legalità» e nominava una commissione governativa
composta dal cardinale Castracane e da altre sei personalità
dell’aristocrazia e dell’alta borghesia romana note per il loro
antiliberalismo, «avendo a cuore di non lasciare acefalo in Ro-
ma il governo del nostro Stato».
Il colpo di Stato appariva in tutta la sua gravità. Ma la
reazione dei democratici e dei liberali di Roma e di tutto lo Sta-
to pontificio non si fece attendere. Mentre nella capitale, tran-
quilla e anzi apparentemente sollevata per la fuga del papa, af-
fluivano numerosi patrioti, e tra questi Garibaldi e Mameli, si
levò alta la richiesta di un’Assemblea Costituente e di un gover-
no di emergenza dotato dei massimi poteri. Il 29 dicembre fu
dato l’annuncio che una Giunta di Stato prendeva le redini del
governo e avrebbe convocato a Roma un’assemblea nazionale
eletta a suffragio «diretto e universale», rappresentanza demo-
cratica di tutto il paese.
Era l’annuncio di una rivoluzione pacifica e condivisa,
che il papa indirettamente confermava tale pubblicando il pri-
mo gennaio 1849 a Gaeta un motu proprio contro il decreto di
convocazione dell’assemblea nazionale e senza mezzi termini
fulminava la scomunica per tutti coloro che avevano collabora-
to all’emanazione del decreto e per tutte le precedenti azioni
compiute a danno della sovranità papale. Nonostante le minac-
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 207

ce, il programma dei democratici fece il suo corso. Le elezioni


si svolsero a partire dal 21 gennaio 1849 in tutto lo Stato pon-
tificio e vi parteciparono 250.000 votanti, una cifra rilevante se
si pensa che l’anno prima in Piemonte alle elezioni con suffra-
gio censitario avevano votato 78.000 elettori. Fu eletta un’as-
semblea di 120 deputati che dichiarò la propria sovranità e le-
gittimità esautorando il pontefice come capo di Stato. Il 9 feb-
braio fu approvato il «decreto fondamentale», cioè un atto di
fondazione costituzionale di soli quattro articoli che dichiarava
la decadenza «in fatto e in diritto» del potere temporale e pro-
clamava il nuovo Stato, la Repubblica romana. Con un gesto
di correttezza liberale e anticipando la formula che poi Cavour
farà sua, «libera Chiesa in libero Stato», la repubblica assicura-
va al pontefice tutte le «guarentigie» per l’esercizio del potere
spirituale. Era la realizzazione del sogno antico della separazio-
ne dei due poteri.
Esattamente mezzo secolo prima, nel 1798, un’altra re-
pubblica e un altro papa in fuga avevano rappresentato, seppu-
re in condizioni storiche molto diverse, un antico bisogno di li-
bertà dei popoli dello Stato della Chiesa e l’anacronismo stori-
co del potere temporale. Segno ora dei tempi nuovi, tra gli elet-
ti all’assemblea nazionale vi erano Garibaldi, votato a Macera-
ta da oltre duemila elettori, e, in un’elezione suppletiva che eb-
be luogo a Roma e a Ferrara, Mazzini, al quale l’assemblea
aveva già conferito la cittadinanza romana. Mazzini giunse a
Roma il 6 marzo 1849, mentre il decaduto pontefice commina-
va l’ennesima scomunica al governo romano e a quegli Stati
italiani che avessero aderito alla proposta dell’assemblea roma-
na di una Costituente italiana. Alla scomunica Pio IX aggiun-
geva l’appello a tutti gli Stati cattolici d’Europa perché restau-
rassero il potere temporale.
Dopo quella di Venezia, un’altra repubblica entrava
nello scenario politico dell’Italia in fermento. Il 21 febbraio
1849 Gioberti lasciava la presidenza del governo piemontese.
208 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Questa nuova crisi che si apriva nel Regno di Sardegna appa-


riva meno facile di quelle precedenti. Furono per i piemontesi
e per le forze politiche torinesi giorni di grande incertezza. Fu
chiaro a molti, a destra come a sinistra, che a evitare la radica-
lizzazione dei dissensi interni (nessuno dimenticava quel che
era avvenuto dal 1831 in poi in Piemonte, in Savoia, a Genova
e in altri luoghi con sanguinose rivolte e repressioni) forse la
guerra avrebbe placato gli animi ed evitato le lacerazioni inter-
ne. La guerra avrebbe anche ridato prestigio al re, all’esercito
e alle istituzioni, avrebbe riannodato i fili spezzati col resto d’I-
talia, avrebbe ridato l’«iniziativa» al Piemonte. Bisognava de-
cidere al più presto, in poche ore. La Repubblica romana era
una minaccia reale, un altro spettro della rivoluzione italiana
ed europea, che era indispensabile contrastare per tempo. Po-
chi giorni dopo la proclamazione della repubblica a Roma, il
governo di Torino denunciava l’armistizio Salasco e dichiara-
va guerra all’Austria. Era il 12 marzo 1849. Si avvicinava la da-
ta del primo anniversario delle Cinque Giornate di Milano e le
autorità austriache erano in vigile attesa di qualche nuovo col-
po di testa. Notizie delle crisi politiche e parlamentari di Tori-
no erano quotidiane, ma a Milano l’attenzione di Radetzky era
appuntata al clima militare del Piemonte. Finché tutto appar-
ve chiaro. Il 12 marzo 1849 si era presentato a Radetzky, nella
villa reale di Milano, il maggiore dell’esercito piemontese Raf-
faele Cadorna: «So già che cosa mi porta e la ringrazio», gli
aveva detto il maresciallo aprendo il messaggio di cui l’altro era
latore e che conteneva l’attesa denuncia dell’armistizio da par-
te del Regno di Sardegna.
Ricorda lo storico austriaco Franz Herre: «Il maggiore
Cadorna si irritò che gli ufficiali austriaci si abbracciassero per
la gioia dopo che il feldmaresciallo ebbe comunicato: ‘Signori,
ci è stata notificata la denuncia dell’armistizio!’ Tutti si appun-
tarono le insegne da campo verdi e davanti alla Villa reale suo-
narono le fanfare militari. La sera alla Scala, gremita di un pub-
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 209

blico in uniforme, si alzò il canto dell’inno asburgico: Gott erhal-


te, Gott beschütze unsern Kaiser, unser Land (Dio conservi, Dio pro-
tegga il nostro Imperatore, la nostra terra)».
La serata alla Scala poteva ben essere una risposta mu-
sicale e patriottica all’entusiasmo che pochi giorni prima aveva
accolto La battaglia di Legnano di Verdi, messa in scena a Roma
al teatro Argentina. L’entusiasmo dei romani non riguardava
però né la guerra imminente né l’odiata Austria: l’intenzione
era diversa perché tra le note verdiane penetrava la gioia laica
e repubblicana per la fuga del papa. Meglio di altri testimoni,
Garibaldi dà la temperatura di quei sentimenti condivisi:

Ora assistevo alla rinascita del gigante delle repubbliche, la


Romana! Sul teatro delle maggiori grandezze del mondo! Nell’Ur-
be! Che speranze, che avvenire! Non eran dunque sogni quella folla
d’idee, di vaticini, che avevo fantasticato nella mia mente dall’infan-
zia, nella mia immaginazione di diciotto anni, quando per la prima
volta vagai tra le macerie dei superbi monumenti della Città eterna;
quelle speranze di risorgimento patrio che mi fecero palpitare nel fol-
to delle foreste americane e nelle tempeste degli Oceani.

La guerra voluta dal Piemonte avrebbe potuto ideal-


mente congiungersi ai luoghi ove più luminoso brillava l’avve-
nire dell’Italia libera: Roma, Venezia, Firenze. Ma non era co-
sì, come con grande franchezza si esprimeva Cavour: «Solo la
guerra può salvarci dalla crisi rivoluzionaria che ci minaccia» ed
evitare di finire «nel fango come a Roma e a Firenze». Se que-
sto era lo spirito di chi interpretava la guerra come un mezzo di
risoluzione di scontri politici interni, il suo esito militare non po-
teva che esserne condizionato. E infatti il Piemonte si trovava
militarmente più debole rispetto alla campagna dell’anno pre-
cedente, privo dell’apporto di volontari e di truppe alleate. L’e-
sercito non era comunque inferiore come effettivi, anzi era co-
stituito da 100.000 uomini. Si trattava però in gran parte di gio-
vani reclute, di contadini tolti al lavoro dei campi, privi di qual-
210 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

siasi preparazione o informazione sulle ragioni ideali dell’attac-


co agli austriaci. Si aggiunga che al re era stato chiesto di lascia-
re il comando supremo e che i vertici dell’esercito preferirono
affidarsi alla guida di un militare straniero, il generale polacco
Adalberto Chrzanowsky, un uomo dal carattere scostante, for-
se esperto stratega ma di poche parole; tra l’altro non conosce-
va l’italiano ed era all’oscuro degli usi e costumi piemontesi.
Il piano di Chrzanowsky era di passare il Ticino a nord
per marciare su Milano e prendere gli austriaci alle spalle, men-
tre il generale Gerolamo Ramorino doveva difendere il passo
del Ticino a Pavia e tenere a bada gli austriaci. Ma accadde in-
vece che, mentre Chrzanowsky passava il Ticino a Boffalora,
nei pressi di Milano, Ramorino non si attenne agli ordini rice-
vuti, consentendo a Radetzky di oltrepassare con facilità il Ti-
cino a Pavia e di entrare in Piemonte: era il 20 marzo 1849. Il
21 Ramorino fu destituito e poi processato e condannato a
morte per disubbidienza, ma restava il fatto che nella guerra
scoppiata a marzo 1848 erano stati i piemontesi a entrare in
Lombardia, mentre ora, esattamente un anno dopo, era la
Lombardia austriaca a entrare in Piemonte. Il fallimento non
poteva essere più evidente.
Queste fatali «Cinque Giornate» della ripresa bellica,
immagine rovesciata delle gloriose Cinque Giornate milanesi,
sono state narrate molte volte da storici, esperti militari, agio-
grafi di casa Savoia, dai critici del comportamento del re e del
suo Stato maggiore. Non resta che riproporne una sintetica e
attendibile ricostruzione.
Radetzky disponeva di forze di manovra all’incirca
uguali a quelle piemontesi, ma meglio armate. Infatti, tolti
25.000 uomini che fronteggiavano Venezia e circa 10.000 che
presidiavano le città del Lombardo-Veneto, egli poteva con-
durre contro i piemontesi 73.000 uomini con 220 cannoni. Era
dunque superiore per artiglieria e disponeva, come nella prece-
dente campagna, di servizi complessivamente più efficienti di
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 211

quelli dell’esercito sardo. Il maresciallo decise perciò di condur-


re una guerra quanto più possibile rapida. Con una serie di abi-
li spostamenti egli riuscì tra il 17 e il 20 a mascherare le sue ve-
re intenzioni. Soltanto la sera del 19 il grosso del suo esercito
finì di concentrarsi intorno a Pavia.
Il 21 gli eserciti si scontrarono duramente a Borgo San
Siro e alla Sforzesca, dove i piemontesi riuscirono a fermare l’a-
vanzata dell’ala destra austriaca, ma a Mortara gli austriaci
presero il sopravvento impadronendosi della cittadina e facen-
do circa duemila prigionieri. La mattina del 22 Chrzanowsky
ordinò la ritirata in direzione di Novara, pensando di potere lì
condurre un’azione difensiva fermando l’avanzata austriaca.
La battaglia di Novara si protrasse dalle 11 del mattino alle 7
della sera del giorno 23, opponendo circa 45.000 piemontesi a
circa 65.000 austriaci. Alle 8 di sera tutte le truppe piemontesi
si erano ritirate nella città e nella notte ripiegarono verso Nord.
Gli austriaci si accamparono fuori dalle mura ed entrarono a
Novara la mattina del 24. La battaglia costò ai piemontesi 578
morti, 1.405 feriti e 409 prigionieri; agli austriaci 410 morti,
1.850 feriti e 877 dispersi.
Alle 6 di sera, quando era ormai chiara la sconfitta,
Carlo Alberto inviò il generale Luigi Fecia di Cossato al quar-
tier generale austriaco per chiedere un armistizio. Di fronte al-
le durissime condizioni poste dagli austriaci Carlo Alberto, che
forse da tempo maturava il proposito di rinunciare al trono, al-
le 9 di sera nel palazzo Bellini di Novara, alla presenza dei figli,
Vittorio Emanuele e Ferdinando, degli aiutanti di campo e del
rappresentante del governo, il ministro Carlo Cadorna, annun-
ciò la sua abdicazione a favore del primogenito Vittorio Ema-
nuele, che in continuità con la dinastia prese il nome di Vitto-
rio Emanuele II. La notte stessa Carlo Alberto partì in carroz-
za per Nizza, con destinazione finale Oporto in Portogallo.
Il generale Cossato e il ministro Cadorna furono im-
mediatamente inviati dal nuovo re al quartier generale austria-
212 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

co per comunicare l’abdicazione di Carlo Alberto e chiedere


nuove condizioni di armistizio. Nel frattempo il nuovo re nel
pomeriggio del 24 marzo nel villaggio di Vignale, pochi chilo-
metri a nord di Novara, si era incontrato con Radetzky. Il ma-
resciallo acconsentì ad attenuare le condizioni dell’armistizio,
che fu firmato il 26 marzo a Novara. L’accordo prevedeva l’oc-
cupazione militare austriaca, fino a quando non fosse stato fir-
mato il trattato di pace, di un vasto territorio del Piemonte, tra
il Po e il Ticino, e di una parte della munita fortezza di Alessan-
dria; il ritiro delle truppe piemontesi dalla Toscana e della flot-
ta dall’Adriatico, dove esisteva un pericoloso focolaio repubbli-
cano e democratico, la Repubblica di Venezia di Manin; lo
scioglimento di tutti i reparti militari lombardi che avevano
aderito alla guerra antiaustriaca; un’indennità di guerra molto
pesante, 75 milioni di lire.
Sull’incontro di Vignale con Vittorio Emanuele II c’è
la testimonianza di Radetzky in un rapporto al suo governo del
26 marzo:

Il re ebbe ieri l’altro, nel pomeriggio, un personale colloquio


con me agli avamposti, nel quale dichiarò apertamente la sua ferma
volontà di voler, da parte sua, dominare il partito democratico rivolu-
zionario, al quale suo padre aveva lasciato briglia sciolta, così che ave-
va minacciato lui stesso e il suo trono; e che per far questo gli occorre-
va soltanto un po’ di tempo, e specialmente di non venire screditato
all’inizio del suo regno, altrimenti non avrebbe potuto trovare mini-
stri dabbene. Questo era il motivo principale, per cui doveva deside-
rare il cambiamento del punto relativo alla fortezza di Alessandria nel-
le condizioni d’armistizio, dal momento che l’occupazione per opera
nostra di tutta la piazza di Alessandria, oltre che della cittadella, uni-
ca piazza d’armi da lui posseduta nel Piemonte, gli avrebbe alienato
sia gli animi dell’esercito, di cui aveva bisogno per la conservazione
del trono, sia quelli del popolo, sia quelli delle Camere. Questi motivi
sono tanto veri che io non potei metterli in dubbio, perciò cedetti e cre-
do di aver fatto bene, perché senza la fiducia del nuovo re e la tutela
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 213

della sua dignità nessuna situazione nel Piemonte può offrirci una ga-
ranzia qualsiasi di tranquillità del paese per il prossimo avvenire.

Il comportamento di Radetzky era, a suo modo, abile


e corretto, ma non altrettanta correttezza politica vi fu nell’a-
zione di Vittorio Emanuele, il quale pareva non tener conto
dell’agitata situazione politica e parlamentare di Torino. Infat-
ti quando alla Camera fu data notizia dell’armistizio scoppia-
rono tumulti in aula e nelle tribune. I parlamentari liberali e de-
mocratici avevano già protestato contro il nuovo governo di de-
stra, ma l’indignazione raggiunse il culmine quando si seppe del
ritiro della flotta dall’Adriatico e dell’inevitabile fine della Re-
pubblica di Venezia. Si dichiarò incostituzionale la firma del re
all’accordo e si mise in dubbio che Carlo Alberto avesse di sua
volontà lasciato il trono, insinuando che fosse stato invece co-
stretto con la forza. Mancava infatti un documento scritto del-
l’avvenuta abdicazione. Per calmare gli animi il governo inviò
due personaggi della corte da Carlo Alberto, che si trovava a
Tolosa in Spagna, per fargli firmare il 3 aprile l’atto di abdica-
zione. Ma l’agitazione a Torino crebbe al punto che Vittorio
Emanuele emanò un decreto di scioglimento della Camera sen-
za indicare quando ci sarebbero state le nuove elezioni. C’era
un clima di colpo di Stato, al quale contribuivano non poco i
tumulti scoppiati in vari luoghi del regno. Fu chiamato alla pre-
sidenza del Consiglio un liberale che avrebbe forse potuto risol-
vere qualche problema, d’Azeglio, il quale indisse le elezioni a
luglio. Ma la nuova Camera dimostrava di non essere affatto la
docile assemblea che il re avrebbe gradito.
Vi era stata un’appendice alla sconfitta di Novara e al-
le notizie sulle condizioni dell’armistizio, che secondo il rappor-
to di Radetzky e per le segrete solidarietà tra «cugini» (così Vit-
torio Emanuele chiamava il maresciallo) erano state addolcite,
ma che agli italiani parvero inaccettabili. A Genova, la città più
repubblicana del regno, il 26 marzo si sparse la voce che essa
214 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

doveva essere consegnata al nemico. Anche se non era vero, la


tensione andò crescendo ed esplose infine il 30 marzo, quando
si seppe che il nuovo re aveva nominato presidente del Consi-
glio un uomo di destra, il generale Gabriele de Launay, non
amato dai genovesi. Il 31 marzo la folla guidata da alcuni stu-
denti universitari si impadronì del Palazzo Ducale e dell’Arse-
nale prendendo prigionieri ufficiali e soldati. Scattò la reazione
dei carabinieri, con decine di morti, ma i ribelli tennero fermo
ribadendo che Genova non accettava le condizioni di armisti-
zio. Da Torino fu ordinato al generale Alessandro La Marmo-
ra di convergere su Genova con un corpo d’armata di 25.000
uomini. Si intavolarono trattative tra gli insorti e i militari per
evitare il peggio e alla fine, il 10 aprile, La Marmora entrò a
Genova, dove i suoi soldati per diversi giorni commisero vio-
lenze e saccheggi. Di questa ferita restò a lungo una cicatrice
nei rapporti tra Genova e Torino.
Questa pagina di storia genovese è meno nota rispetto
all’eroica resistenza di Brescia all’ingresso degli austriaci. Bre-
scia si ribellò unanime all’esito della guerra e la rivolta, guida-
ta da Tito Speri e altri patrioti, durò dieci giorni. Dal 23 mar-
zo al primo aprile la città fu posta sotto assedio e bombardata
dai cannoni del generale Haynau. Entrato a Brescia, Haynau
mostrò il suo vero volto, conquistando la città casa per casa,
spazzando le strade con cannoni e mitraglie e soffocando la ri-
volta nel sangue. Le perdite dei bresciani nelle dieci giornate fu-
rono di circa mille morti e centinaia di feriti, gli austriaci ebbe-
ro circa cinquecento morti e altrettanti feriti; una battaglia ur-
bana più violenta di quelle combattute a Milano o nei moti di
Napoli. Brescia fu poi chiamata la «leonessa d’Italia» e questo
appellativo ha fatto parte della liturgia risorgimentale, ma se si
guardano le cifre, la resistenza della città ha lasciato una me-
moria vera e non retorica dei sentimenti di indipendenza e di
autodeterminazione degli italiani nel 1848 e nel 1849: a Bre-
scia, a Roma, a Venezia, a Messina, a Genova.
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 215

Nel 1849 il gendarme austriaco stava dunque ripren-


dendo in pieno il suo posto. Il sogno che il Piemonte potesse es-
sere il cuore politico e militare della resurrezione nazionale era
svanito, le ultime speranze erano ormai a Roma e a Venezia.
Ma i patrioti italiani dovevano guardarsi da altri pericoli e da
un altro gendarme che stava fondando il proprio potere politi-
co tenendo d’occhio Roma, il papa fuggitivo e i suoi tanti elet-
tori cattolici: Luigi Napoleone Bonaparte.

3 | La Repubblica romana. L’inganno francese

Nel dicembre 1848 si svolsero in Francia le elezioni per la cari-


ca di presidente della Repubblica. I candidati erano quattro: il
generale Cavaignac, Lamartine, l’avvocato socialista Alexan-
dre-Auguste Ledru-Rollin, che aveva fatto parte del governo
provvisorio e aveva sostenuto il suffragio universale, il principe
Luigi Napoleone. Il risultato delle votazioni sorprese tutti: vin-
se, con cinque milioni e mezzo di voti, il più mediocre, Luigi
Napoleone, che aveva condotto una campagna elettorale me-
scolando populismo, demagogismo democratico, il nome dello
zio, l’animo conservatore dei contadini, il cattolicesimo arre-
trato e conservatore, le vocazioni monarchiche. Aveva da tem-
po elaborato un suo confuso sistema politico, che chiamava
«bonapartismo», che metteva insieme socialismo e liberalismo,
ordine e rivoluzione. E i francesi abboccarono all’amo: Lamar-
tine ebbe solo 8.000 voti e Ledru-Rollin 370.000.
Il nuovo presidente presentò il suo governo come
espressione di una Francia ordinata e cattolica dopo le fiamma-
te del 1848. Dunque fu il primo a rispondere all’appello di
Pio IX da Gaeta rivolto alle potenze cattoliche perché restau-
rassero il potere temporale a Roma. Insieme a lui si schieraro-
no a favore della restaurazione papale l’Austria, la Spagna e il
Regno delle Due Sicilie. Ma mentre l’impegno di questi paesi
216 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

fu abbastanza limitato, la Francia si assunse l’onere di abbatte-


re militarmente la Repubblica romana e di farlo al più presto
possibile. Si sa che una parte notevole dell’assemblea francese
non era favorevole a questa operazione e aveva anzi votato un
ordine del giorno a questo riguardo. La testimonianza di Toc-
queville (che era in quel momento ministro degli Esteri) è ab-
bastanza interessante e per qualche aspetto stupefacente su co-
me andarono le cose: «La prima cosa che appresi – scrive nel-
le Memorie – entrando a far parte del gabinetto, fu che l’ordine
di attaccare Roma era già stato diramato da tre giorni al nostro
esercito. Questa flagrante violazione delle decisione di un’As-
semblea sovrana, questa guerra iniziata contro un popolo in ri-
voluzione, e ad onta della Costituzione che sanciva il rispetto
delle nazionalità straniere, rendeva inevitabile e assai prossimo
il paventato conflitto», cioè lo scontro politico interno che due
anni dopo avrebbe portato al colpo di Stato in Francia e all’au-
toproclamazione di Luigi Napoleone a imperatore.
La sconfitta dei piemontesi a Novara e soprattutto l’in-
calzante politica laica e democratica dell’Assemblea Costituen-
te romana e del suo governo, trasformatosi in un triumvirato
guidato da Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, furono la
spinta per il presidente francese ad agire. Roma stava infatti
dando un segno concreto di cosa fosse una democrazia e quali
fossero le leggi che la realizzano veramente. Il 21 febbraio 1849
un decreto aveva dichiarato «proprietà della Repubblica» tut-
ti i beni ecclesiastici e proceduto allo smantellamento di tutti i
tribunali ecclesiastici, a partire dal Sant’Uffizio. Fu abolito l’ap-
palto del sale e le altre «privative» vessatorie, nonché le tasse e
imposte inutili. Fu garantita la libertà di stampa e si cominciò
a lavorare al testo di una Costituzione che doveva accogliere
tutte le ragioni di uno Stato moderno, libero da condiziona-
menti religiosi e ingiustizie sociali e pronto all’affermazione di
tutti i diritti civili, a cominciare dal progetto di un nuovo dirit-
to di famiglia nel quale il matrimonio avrebbe perso il caratte-
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 217

re sacramentale per divenire un contratto civile. Erano proget-


ti di legge, programmi politici e sociali che venivano incontro
agli interessi e ai bisogni dei cittadini e se smantellavano le strut-
ture e le sovrastrutture del potere temporale non erano però di-
retti contro la fede dei credenti né contro l’autorità spirituale
della Chiesa, che veniva soltanto ricondotta nei suoi limiti. Ma
tutto questo era troppo per Luigi Napoleone e i suoi elettori cat-
tolici, numerosi e indignati. Fu preparato un corpo di spedizio-
ne di 7.000 uomini al comando del generale Nicolas Oudinot,
che il 25 aprile sbarcò a Civitavecchia. La municipalità locale
protestò immediatamente contro l’illegittima presenza france-
se, ma gli occupanti minacciarono tutti e issarono il tricolore
francese accanto a quello italiano nel palazzo del Comune.

Il 26 aprile un emissario francese raggiunse Roma e in-


contrò il triumvirato con la richiesta di accogliere amichevol-
mente il corpo di spedizione venuto, a suo dire, soltanto per fa-
re opera di pacificazione e di mediazione tra la Repubblica e il
pontefice. Mazzini ebbe il compito di riferire all’assemblea, che
non cedette però alle lusinghe francesi ed emise questo comu-
nicato ufficiale: «L’Assemblea, dopo le comunicazioni avute
dal Triumvirato, gli commette di salvare la Repubblica e di re-
spingere la forza con la forza». Il 28 aprile le truppe francesi ini-
ziarono la marcia su Roma e la mattina del 30 aprile 6.000 uo-
mini giunsero in vista della città. Roma era difesa da 10.000 sol-
dati e volontari e capo di Stato maggiore era stato nominato
Carlo Pisacane, un ex alto ufficiale borbonico, ingegnere e stu-
dioso di strategia militare, che da tempo coltivava idee mazzi-
niane e socialiste. Insieme a Garibaldi, era colui che aveva le
idee più chiare su come difendere la città e organizzare militar-
mente la resistenza. E il battesimo del fuoco fu un successo per
i romani.
I francesi provenivano dalla via Aurelia, dove i roma-
ni avevano per tempo collocato dei cartelli che si richiamava-
218 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

no alla Costituzione francese e a quell’articolo, ricordato da


Tocqueville, che proclamava l’impegno della Francia a non
usare la forza contro la libertà degli altri popoli. L’idea, molto
efficace, rientrava nello stile di Mazzini, ma le avanguardie
francesi non ne tennero alcun conto e attaccarono i soldati del-
la repubblica a Porta San Pancrazio, a Porta Cavalleggeri e sot-
to le mura vaticane. Garibaldi e i suoi soldati furono al centro
dello scontro e respinsero gli attacchi con molta energia, pro-
vocando duecentocinquanta morti e prendendo trecento pri-
gionieri. Garibaldi ricordò l’accaduto con il suo stile consueto:

Era veramente disprezzante il modo d’attaccare del genera-


le nemico. Don Chisciotte all’assalto dei mulini a vento, egli attaccò
non in altra guisa che se non vi fossero stati baluardi, e se questi fos-
sero stati guarniti con bimbi. Veramente per sbaragliare quattro bri-
gands d’Italiens il generale Oudinot non avea creduto necessario pro-
curarsi una carta di Roma. Egli però, s’accorse ben presto ch’erano
uomini che difendevano la loro città contro mercenari, che avevano
il solo nome di repubblicani; e codesti prodi figli d’Italia, dopo d’a-
ver lasciato, con molta calma avvicinare il nemico, lo fulminarono
con fuoco di moschetti, di cannoni; e ne distesero non pochi di colo-
ro che più s’erano avanzati. [...] I Francesi, giunti sotto le nostre po-
sizioni dei Casini, furono ricevuti dai fuochi incrociati dei nostri po-
sti, e si fermarono coprendosi dietro le accidentalità del terreno e die-
tro ai muri delle numerose ville dei dintorni; e di là sparando a tutta
possa. In tale stato durò alquanto il combattimento; ma giunti a noi
rinforzi da dentro, si caricò il nemico con vigore, che perdette mano
mano terreno, sinché voltò in precipitosa ritirata. Il cannone delle
mura ed una sortita dei nostri da Porta Cavalleggeri completarono
la vittoria. Il nemico lasciò alquanti morti e varie centinaia di prigio-
nieri, ritirandosi sconquassato, senza fermarsi sino a Castel Guido.

Garibaldi, che aveva il comando della «prima divisio-


ne repubblicana romana», pensò di inseguire i francesi in fuga
per oltre venti chilometri sull’Aurelia, ma il triumvirato gli or-
dinò di sospendere la marcia e di rientrare a Roma. Mazzini
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 219

sperava che la lezione potesse convincere il governo francese a


desistere dall’impresa. Non fu così, e anzi si delineò un dissidio
tra la strategia politica del triumvirato e i militari che, Garibal-
di e Pisacane in testa, avrebbero voluto le mani più libere per
agire con maggiore decisione contro il nemico. Mazzini non
aveva però tutti i torti, perché la sconfitta del 30 aprile aveva
spinto l’Assemblea Costituente francese a rinnovare l’opposi-
zione alla spedizione e a imporre al governo di concordare con
Roma un eventuale armistizio. Si decise di inviare una perso-
nalità non politica, Ferdinand de Lesseps, il futuro costruttore
del canale di Suez, per negoziare l’armistizio. Lesseps trattò con
Mazzini per una tregua d’armi e per un’eventuale ipotesi di
considerare la presenza francese come il contributo di un pae-
se amico per risolvere al meglio la situazione internazionale.
Ma né Lesseps né Mazzini sapevano che il presidente francese
e il suo governo tramavano per condurre a termine il progetto
iniziale: il rovesciamento della repubblica. Luigi Bonaparte
aveva infatti scritto al generale Oudinot: «I nostri soldati sono
stati accolti come nemici; il nostro onore militare è impegnato.
I rinforzi non vi mancheranno». Mentre Lesseps trattava, Ou-
dinot preparava l’attacco in forze; la svolta reazionaria dei con-
servatori e clericali francesi fece il resto. Lesseps ricevette l’or-
dine di rientrare a Parigi e Oudinot quello di entrare a Roma.
La protesta dei democratici e dei socialisti francesi fu immedia-
ta, ma il corpo di spedizione, che aveva raggiunto ormai i
35.000 uomini, era pronto a dare il colpo di maglio alla repub-
blica. Questo avvenne con un attacco di sorpresa alle 3 del mat-
tino del 3 giugno, con l’occupazione di Villa Pamphili, Villa
Corsini e tutta la zona di Porta San Pancrazio. La reazione dei
patrioti romani fu immediata e lo scontro durò per oltre dodi-
ci ore. Villa Corsini fu presa e perduta diverse volte; fra alcune
centinaia di caduti vi furono Angelo Masina ed Enrico Dando-
lo e tra i feriti Nino Bixio. Anche Mameli fu gravemente ferito
a una gamba e morì dopo molti giorni di agonia.
220 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Mentre infuriavano i combattimenti, si sviluppò gran-


demente la solidarietà di moltissimi cittadini romani e dei vo-
lontari che dall’Italia e dall’estero (tra i tanti stranieri vi furono
anche cittadini americani) erano accorsi in difesa della repub-
blica. Questa solidarietà, che fu grande, vide protagoniste an-
che le donne, il cui ruolo politico e sociale fu notevole: dalle ari-
stocratiche alle popolane alle ammiratrici e amiche di Mazzini,
quali Margaret Fuller, Giulia Modena, la marchesa Marianna
Florenzi Waddington (in un suo opuscolo pubblicato in quei
giorni aveva sostenuto la necessità di uno «scisma religioso» per
scavare un fossato incolmabile tra il potere papale e il popolo
dello Stato pontificio), Enrichetta de Lorenzo, la donna che
aveva lasciato marito e figli per seguire l’amato Carlo Pisacane,
la principessa Cristina di Belgioioso. Patriota e rivoluzionaria,
filantropa generosa, Cristina organizzò, con l’aiuto delle don-
ne di Trastevere, ospedali e infermerie, tentando anche, inutil-
mente, di convincere le suore dei conventi ad accogliere i feri-
ti che di giorno in giorno crescevano di numero con lesioni che
anche se lievi spesso non lasciavano scampo. E questa è la sua
testimonianza, tratta da un libro di ricordi (Souvenirs dans l’exil)
tradotto in italiano nel 2001:

Non potete immaginare le difficoltà che l’attaccamento del-


le suore alle loro case ci ha creato a Roma quanto alla costituzione de-
gli ospedali. Era abbastanza normale dover pregare a volte una ven-
tina di donne perché ci cedessero un palazzo che serviva loro da con-
vento e che poteva contenere cinquecento persone. Ma nel momento
in cui stavamo per rivolgere con umiltà questa richiesta, ecco che su-
bito ci facevano comparire dinanzi le religiose più anziane e più fra-
gili, le quali scoppiavano in lacrime scongiurandoci di non obbligarle
ad abbandonare quei chiostri in cui esse avevano trascorso la loro vi-
ta e dove speravano di morire. [...] In una delle mie corse fra un ospe-
dale e l’altro, il mio calesse fu bloccato dalla folla e da un ingorgo di
vetture la cui destinazione non mi fu subito evidente. Avendo sporto
la testa fuori dal finestrino per far fretta al cocchiere, rimasi disorien-
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 221

tata credendo che i romani fossero in preda alla follia. Un convoglio


formato da carri e altri veicoli, occupava per tutta la sua lunghezza la
strada che mi stava davanti, mentre le finestre delle case erano spalan-
cate e da esse venivano lanciati sulle carrozze materassi, traverse, co-
perte, camicie, lenzuola e biancheria di ogni tipo. Nel frastuono che
accompagnava queste scene incredibili, si sentiva gridare «Viva la Re-
pubblica! Viva i difensori di Roma! Viva i Romani!». Queste grida
erano il commento a quello strano spettacolo. Il mio stupore non durò
a lungo; conoscevo fin troppo bene quel popolo in mezzo a cui vive-
vo per non capire quel generoso slancio di patriottismo.

L’entusiasmo dei combattenti, il dover lottare contro un


secondo fronte a Velletri e Palestrina, aggredite dai soldati del
Regno delle Due Sicilie (anche qui Garibaldi si prodigò valoro-
samente per scacciare gli invasori), rafforzarono soprattutto in
Garibaldi il convincimento che lo scontro militare dovesse esse-
re in cima a ogni strategia politica e diplomatica che Mazzini
pure seguiva per coinvolgere l’opinione pubblica francese e eu-
ropea. Garibaldi informava infatti costantemente Mazzini, con
brevi lettere, sullo svolgimento delle operazioni belliche, chie-
dendo anche un comando unico per meglio indirizzare i solda-
ti e i volontari. Alle perplessità di Mazzini Garibaldi replicò con
una lettera il 2 giugno: «Mazzini, giacché mi chiedete ciò che io
voglio, ve lo dirò: qui io non posso esistere, per il bene della Re-
pubblica, che in due modi: o Dittatore illimitatissimo, o milite
semplice, ed invariabilmente. Scegliete». Gli scontri intanto era-
no continui e furiosi. I difensori della repubblica compirono pro-
digi di valore, combattendo soprattutto sul Gianicolo, ai Quat-
tro Venti, a Villa del Vascello, a Villa Spada: morì il fior fiore
dei patrioti. Anche Luciano Manara, che con Dandolo aveva
combattuto nelle Cinque Giornate di Milano, fu ferito a morte.
Vi furono giorni di vittoria sui francesi. Il 14 giugno, dalle trin-
cee di Porta San Pancrazio, Garibaldi inviava un biglietto a
Mazzini, che non aveva ancora scelto tra le ultimative proposte
di Garibaldi:
222 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Mazzini, Dio ci favorisce visibilmente. Noi siamo più forti


di ieri. Abbiamo profittato della notte per risarcire i danni, ed ora ci
protegge la nebbia per la continuazione dei nostri lavori. Date la
scossa a questa macchina: aumentate l’esercito, non trepidate davan-
ti a nessuna considerazione, mettetemi in istato di potere, fra alcuni
giorni, uscire in campagna con alcune migliaia di uomini; noi dare-
mo la sveglia alle province, all’Italia. Ma bisogna ad ogni costo pro-
vare che possiamo più che difendere Roma. Il morale dei nostri mi-
liti è stupendo; la guerra, le tempeste di palle, bombe, ecc. sono per
loro un gioco. Fate, per Dio!

Un appello forse superato dagli avvenimenti. Roma


era veramente in pericolo, perché era cominciato dal giorno 13
giugno il bombardamento della città. Le cannonate, oltre a uc-
cidere civili, aprirono brecce nelle difese gianicolensi, finché
nella notte del 21 giugno i francesi riuscirono a conquistare una
parte della prima linea dei difensori. Quel giorno Garibaldi
scriveva ad Anita che da tempo voleva raggiungerlo per com-
battere insieme con lui:

Mia cara Anita, io so che sei stata e sei forse ancora amma-
lata; voglio vedere dunque la tua firma e quella di mia madre per
tranquillizzarmi. I Gallo-frati del generale Oudinot si contentano di
darci delle cannonate; e noi, quasi per perenne consuetudine, non ne
facciamo caso. Qui le donne e i ragazzi corrono addietro alle palle e
bombe, gareggiandone il possesso. Noi combattiamo sul Gianicolo,
e questo popolo è degno della sua passata grandezza. Qui si vive, si
muore, si sopportano le amputazioni al grido di Viva la Repubblica!
Un’ora della nostra vita in Roma vale un secolo di vita! [...] Procu-
ra di sanare. Baciami Mamma, i bimbi. Menotti m’ha beneficiato
d’una seconda lettera; gliene sono grato. Amami molto».

Ma Anita non era malata, era incinta del quinto figlio


e aveva ventotto anni. Era già partita in nave fino a Livorno e
raggiunse Roma in carrozza il 26 giugno, andando incontro al
marito a Villa Spada, in prima linea. La repubblica aveva però
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 223

le ore contate. Il 30 giugno, quando i francesi erano ormai pa-


droni dei bastioni e delle alture intorno alla città, Mazzini si
recò da Garibaldi con la proposta di non capitolare ma di usci-
re da Roma «trasportando altrove la guerra». Garibaldi e Pisa-
cane accettarono l’idea del triumviro. L’Assemblea Costituen-
te, che ascoltò Mazzini e che accolse le dimissioni sue e degli al-
tri triumviri, dopo aver approvato il testo della Costituzione
della repubblica, rese pubblico l’annuncio: «In nome di Dio e
del Popolo, l’Assemblea Costituente romana cessa una difesa
divenuta impossibile e sta al suo posto». Il 2 luglio Garibaldi
riunì a piazza San Pietro 4.000 suoi uomini e fece distribuire un
manifestino: «Soldati! Ciò che io offro a quanti vogliono segui-
tarmi, eccolo: fame, freddo, sole; non paga, non caserma, non
munizioni, ma avvisaglie continue, marce forzate e fazioni alla
baionetta. Chi ama la patria e la gloria, mi seguiti».
Il 3 luglio i francesi di Oudinot entravano in Roma di-
chiarando ristabilito il potere temporale. I patrioti, i repubbli-
cani, i combattenti e gli stranieri cominciarono ad abbandona-
re la città, tranne Mazzini, che non volle nascondersi e per una
settimana si fece vedere dappertutto aspettando di essere arre-
stato o ucciso. Garibaldi e i suoi, inseguiti da truppe francesi e
da gendarmi austriaci, riuscirono a sottrarsi alla cattura e giun-
sero nella Repubblica di San Marino. Ma la marcia era stata
dura e logorante e molti militi garibaldini chiesero al generale
di tornarsene a casa. Anita cominciava intanto ad avvertire le
conseguenze di questa marcia terribile. A San Marino, Gari-
baldi sciolse la legione («Soldati! Noi siamo sulla terra di rifu-
gio, e dobbiamo il migliore contegno possibile ai generosi ospi-
ti. In tal modo avremo meritato la considerazione dovuta alla
disgrazia perseguitata. Militi, io vi sciolgo dall’impegno di ac-
compagnarmi. Tornate alle vostre case, ma ricordatevi che l’I-
talia non deve rimanere nel servaggio e nella vergogna!»). Con
Anita, il sacerdote Ugo Bassi, Ciceruacchio e i suoi due figli e
duecento volontari che vollero restargli vicino si imbarcò a Ce-
224 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

senatico tentando di raggiungere Venezia. Intercettato da ve-


dette austriache sbarcò presso Ravenna e in una fattoria vide
cadergli tra le braccia Anita in pieno collasso. La famiglia che
li accolse riuscì a chiamare un medico. Nel racconto di Gari-
baldi c’è il dolore di questi tragici minuti:

Nel posare la mia donna in letto, mi sembrò di scoprire sul


suo volto la fisionomia della morte. Le presi il polso, più non batte-
va! Avevo davanti a me la madre dei miei figli, che io tanto amavo,
cadavere! Io piansi amaramente la perdita della mia Anita, di colei
che mi fu compagna inseparabile nelle più avventurose circostanze
della mia vita! Raccomandai alla buona gente che mi circondava di
dar sepoltura a quel cadavere. E mi allontanai sollecitato dalla stes-
sa gente di casa, che io compromettevo rimanendo più tempo.

Aiutato da un altro sacerdote liberale, Giovanni Ve-


rità, Garibaldi tentò di raggiungere la Toscana mentre il gover-
no di Torino lo dichiarava soggetto «pericoloso all’ordine pub-
blico», intimandogli di lasciare l’Italia. Pochi giorni dopo si im-
barcava per Nizza, strettamente sorvegliato dai carabinieri pie-
montesi, poi, come diremo più avanti, prese una nave per Tu-
nisi, da dove fu respinto per ordine della Francia, e infine per
Tangeri, da dove nel giugno 1850 si imbarcò per Liverpool e
da qui per New York.
La rappresaglia austriaca si era intanto rivolta contro
Ugo Bassi, Ciceruacchio e i suoi figli, che furono tutti fucilati.
Anche Mazzini lasciava l’Italia imbarcandosi clandestinamen-
te per Marsiglia. L’avventura repubblicana e democratica era
finita. Pio IX, il papa re, tornava a Roma, completamente
«normalizzata», nell’aprile 1850.

Un’ultima minaccia repubblicana restava in Italia, Ve-


nezia. Gli austriaci la cinsero d’assedio dalla terra e dal mare e
la città resistette tra mille privazioni per ben cinque mesi, da
marzo ad agosto 1849. Venezia fu sottoposta a bombardamen-
Capitolo quinto La primavera dell’Europa. L’Italia risorge 225

to mentre la carestia e il degrado igienico e sanitario provoca-


rono un’improvvisa epidemia di colera. Molti italiani erano ac-
corsi in difesa di Venezia e del capo della resistenza Daniele
Manin: tra i tanti Guglielmo Pepe, Alessandro Poerio, Giusep-
pe Sirtori, Pier Fortunato Calvi. L’ultima difesa fu al forte di
Marghera, sottoposto per giorni a un furioso combattimento,
finché anche a Venezia vinse la forza e il 24 agosto la città alzò
la bandiera bianca. Manin e molti altri riuscirono a fuggire
prendendo la via dell’esilio. Manin si recò a Parigi, dove visse
poveramente dando lezioni di italiano.
Anche la Toscana concluse la sua esperienza democra-
tica con il ritorno del granduca in divisa di generale austriaco.
Leopoldo soppresse la Costituzione e iniziò una serie di proces-
si contro i responsabili di quanto era accaduto nel suo Stato.
Nel Regno delle Due Sicilie il re Ferdinando, dopo aver piega-
to con le bombe le insurrezioni siciliane, concesse all’isola un
suo Statuto, ma abolì la Costituzione che pure aveva concesso
nel 1848, e fece di più: fece processare e condannare all’erga-
stolo uomini come Luigi Settembrini e i futuri statisti dell’Italia
unita, Silvio Spaventa e Antonio Scialoja, mentre Francesco
De Sanctis prendeva la via dell’esilio.
A Torino, intanto, dopo lo scioglimento della Camera
ad aprile vi fu un nuovo scioglimento a novembre, seguito da
un proclama del re (il «proclama di Moncalieri») che ebbe l’ap-
parenza di un’intimidazione nei confronti dei liberali e dei de-
mocratici, ma dettato, come vedremo, in nome degli interessi
superiori della libertà del Piemonte.
Capitolo sesto

I DIECI ANNI DECISIVI

1850: si apre la seconda metà dell’Ottocento, il secolo che Leo-


pardi nella Ginestra aveva descritto «superbo e sciocco», sicuro
delle sue «magnifiche sorti e progressive». L’Italia di quell’an-
no vive però incertezze, disorientamento, la guerra di tutti con-
tro tutti, la difficoltà di capirsi. Vi è anche l’estrema variabilità
e vulnerabilità delle idee politiche in lotta tra loro per guada-
gnare gli italiani alla libertà, all’indipendenza nazionale, all’e-
guaglianza dei diritti civili, ai principi dell’etica pubblica e pri-
vata. Leopardi aveva previsto anche questo nella Palinodia al
marchese Gino Capponi, indirizzata nel 1835 a un futuro protago-
nista, anche se moderato, della rivoluzione del 1848: «Valor ve-
ro e virtù, modestia e fede / e di giustizia amor, sempre [...] /
sfortunati saranno, afflitti e vinti», mentre «Ardir protervo e
frode, / con mediocrità, regneran sempre». Con un taglio chi-
rurgico, Leopardi separava i valori morali e intellettuali dagli
incalzanti progressi scientifici e della tecnica; il tempo interiore
eterno dal presente dinamico e attivo delle macchine e delle in-
venzioni. Nel catalogo che ne fa anche gli esempi sembrano iro-
nicamente allineati: la pila di Volta, la lampada Davy, le «fer-
rate vie», il vapore, l’«Anglia tutta con le macchine sue». Cer-
tamente avrebbe aggiunto il telegrafo elettrico di Morse, ma
verrà inventato nell’anno della sua morte, il 1837. Quella di
Leopardi era un’intuizione in apparenza aristocratica e conser-
vatrice, in realtà di una modernità impressionante; anticipava,
con disincanto, la divaricazione fra cultura e civilizzazione, fra
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 227

tecnica e umanesimo, della quale ancora oggi non è semplice


prevedere l’evoluzione.
La critica di Leopardi era un soffio di intelligenza sto-
rica. Il 1850, al di là della politica, delle rivoluzioni, degli idea-
li messi in gioco, era infatti il varco attraverso il quale entrava
il secondo Ottocento dell’economia, della borghesia in ascesa,
dello sviluppo. Forse l’unico antidoto alle servitù del potere, al-
la ragion di Stato, al prevalere della ragione delle armi sulle ar-
mi della ragione, allo spettro dei patiboli, degli ergastoli, degli
esili senza speranza. Questa ideologia del progresso stava pene-
trando in Italia, ma nell’agitata Europa occidentale e negli Sta-
ti Uniti, soprattutto quelli del Nord, ebbe la consacrazione nel-
l’Esposizione universale di Londra del 1851, la prima esibizio-
ne compiaciuta di sé di una rivoluzione industriale in atto. Un
evento (non era il caso di pensare, in quella occasione, anche ai
costi umani dell’industrializzazione) che richiamò l’attenzione
e l’ammirazione dei poteri economici europei e mondiali. Il
trionfo del capitalismo degli scambi e dei mercati contrapposto
sui mezzi di informazione di allora (giornali, pubblicistica, sag-
gi di politici ed economisti, immagini riprodotte, réclame di og-
getti) all’apparente fallimento delle insurrezioni nazionali e del-
le rivolte operaie del 1848-49; la pace delle «cose utili» contrap-
posta alla guerra inutile tra ideologie. Pur se non potevano de-
finirsi ideologie le richieste, maturate dentro quelle insurrezio-
ni e rivolte, di allargamento del suffragio elettorale, di riduzio-
ne dell’orario di lavoro, di protezione delle donne e dei bambi-
ni, di aumento dei salari, di libertà di stampa, di nuovi diritti ci-
vili, di autonomia e indipendenza dei popoli.
Tra i liberali italiani il primo a cogliere il senso dell’E-
sposizione londinese fu Cavour. Quando dall’Inghilterra giun-
se la notizia del progetto, patrocinato dalla regina Vittoria e dal
principe consorte Alberto, sul «Risorgimento» del 24 agosto
1850 Cavour scrisse un articolo, come sempre attentissimo ai
fatti, sull’opportunità per gli industriali e produttori piemon-
228 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

tesi di concorrere all’imminente evento, aggiungendo queste


riflessioni:

Mentre si agitano in tutte le parti d’Europa le questioni po-


litiche, religiose, sociali, l’umanità non trascura il suo progresso in-
dustriale; alla cui testa si pone l’Inghilterra che più volte ha risolute
le più difficili complicazioni del problema sociale per le vie economi-
che e d’interesse materiale. [...] Non crediamo ingannarci se nella
grande esposizione del 1851 scorgiamo un grande atto politico ac-
canto a un bel concetto economico. A nostro avviso l’esposizione ge-
nerale di Londra è il più bel congresso della pace che possa immagi-
narsi, e il primo passo nel gran problema la cui soluzione è riserbata
alla seconda metà di questo secolo. Lo spettacolo di tutti i prodotti
dell’umana industria messi a confronto, studiati sotto i molteplici
rapporti della produzione e della consumazione, della materia pri-
ma, del capitale e della mercede, della fabbrica e del mercato, non
può che far sentire sempre più il bisogno del governo civile funzio-
nante secondo i bisogni economici univoci e non contraddittori di
ogni contrada e di ogni lingua, e rafforzare i sentimenti di naziona-
lità in Europa.

Cavour spiegava benissimo, in poche parole, cosa era-


no i «rapporti di produzione» del capitalismo e quanto, rispet-
to ad essi, fossero fittizie e transitorie e «antinazionali» le poli-
tiche di molti governi tradizionalisti e conservatori. Ma, se-
guendo il ragionamento di Cavour fino in fondo, gli ambiziosi
traguardi del progresso che l’Esposizione voleva celebrare co-
me avrebbero potuto interferire sulla volontà di rovesciamento
o, almeno, di riforma dei sistemi politici e sociali esistenti da
parte dei movimenti democratici e patriottici? Era vero o no
che gran parte di questi sistemi di potere, senza la garanzia di
una Costituzione o con un regime parlamentare incerto e po-
co rappresentativo degli interessi generali, poggiavano su ille-
galità e ingiustizie, sulla violenza militarista, sulla brutale re-
pressione di movimenti nazionali e su forme di oscurantismo e
di impostura religiosa? Perché era potuto succedere nella libe-
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 229

rale Inghilterra – è un episodio poco conosciuto – che il triste-


mente noto generale Haynau, recatosi a visitare nel 1852 la fab-
brica di birra Barclay & Perkins a Londra, fosse insultato dagli
operai, percosso, spinto fuori e minacciato da una folla ostile?
Gli operai inglesi avevano quindi capito tutto della nostra pri-
ma guerra di indipendenza? Secondo Cavour, sì. Appresa la
notizia, ricorda il suo amico de La Rive, «pallido e con voce fre-
mente, esclamò: ‘Gli operai di Londra hanno dato una lezione
all’Europa’». L’esclamazione di Cavour faceva pensare che i
moti rivoluzionari scoppiati ovunque, dalla Lombardia alla Si-
cilia, non potessero essere veramente falliti. Forse il travaglio
dell’Italia era seguito all’estero con una solidale simpatia che
molti italiani non sospettavano neanche. Era la solidarietà di
tutte le classi sociali, dagli operai agli aristocratici illuminati, da
uomini di governo a donne e uomini colti e appassionati, dal-
l’ipercritico Marx alle poetesse e scrittrici innamorate di Maz-
zini e fra non molto del biondo eroe Garibaldi.
Con la convinzione alimentata da questa tangibile so-
lidarietà internazionale Mazzini, reduce dalla struggente epo-
pea romana, dirà che «nei moti italiani degli ultimi due anni i
nostri giovani hanno imparato a morire; perciò l’Italia vivrà».
Vivrà anche in un’Europa rinnovata, pensava Mazzini, fon-
dando nel luglio 1850 a Londra, insieme a Ledru-Rollin, il Co-
mitato democratico europeo. Ma era veramente così? Se i rivo-
luzionari toscani del 1848-49 non avevano dato alcuna impor-
tanza al fatto che, durante le agitazioni e i cambi di governo ac-
cettati dal granduca o contro di lui, si era inaugurata, prima in
Italia, la linea telegrafica elettrica, secondo il sistema Morse, tra
Firenze e Livorno; se essi, nell’impeto della passione politica,
avevano sottovaluto il volano progressista della Strada ferrata
leopolda che negli anni Quaranta aveva cominciato a collega-
re, con centinaia di migliaia di passeggeri, tutti i centri del gran-
ducato (il 12 giugno 1848 si inaugurava insieme al tratto Em-
poli-Firenze la stazione Maria Antonia, ora Santa Maria No-
230 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

vella, a quel tempo la più elegante architettura industriale e di


servizio pubblico esistente in Italia), non potevano però igno-
rarne la ricaduta sulla vita quotidiana di tutti, ricchi e poveri,
liberali e reazionari: mentre qualche anno prima in diligenza
occorrevano dieci ore e almeno 12 lire per il tragitto Firenze-
Livorno, nel 1848 ne erano sufficienti tre e il biglietto più eco-
nomico costava meno di 4 lire. C’era cioè, con la diffusione del-
la ferrovia, una rivoluzione sociale in atto, vanamente ostaco-
lata da sabotaggi e attentati alle linee, alle locomotive e alle vet-
ture (che per questo furono tutte chiuse come le carrozze) di
pseudorivoluzionari «democratici», di contadini impauriti e di
sottoproletari ignoranti, e baluginava un mondo del quale an-
che i poveri avrebbero potuto essere non spettatori incantati ed
esclusi, ma attori e partecipi. Di questo cambiamento ben visi-
bile del vivere quotidiano i ribelli livornesi, i Montanelli, i
Guerrazzi, erano consapevoli? Oppure le ideologie sovrastava-
no ogni cosa?
Medesimi interrogativi per il Lombardo-Veneto. A
Mazzini che nell’estate del 1850 da Londra, lanciava la sotto-
scrizione di un prestito nazionale per la ripresa della lotta ar-
mata, Carlo Cattaneo rispondeva, con una lettera del 30 set-
tembre da Lugano, che le eventuali somme raccolte dovevano
servire soprattutto per acquisire le tecniche moderne della co-
municazione e della pubblicità, utili per diffondere i messaggi
rivoluzionari. Il denaro della sottoscrizione era meglio investir-
lo in idee armate più che in armi:

Io poi non vi consiglierei di impiegarlo in armi perché in un


moto europeo sarebbero gocce al mare. Poveri noi se le artiglierie
che hanno difeso Venezia e Roma si fossero dovute comperare an-
zitempo colle elemosine dei fratelli. Le armi vi sono in abbondanza;
basta andare a prenderle; si devono acquistare in grandi masse e gra-
tis, colle rivolte militari e colla invasione degli arsenali [...] Le vostre
spese devono condensarsi soprattutto sulle cose d’opinione. Io vorrei
che facessimo piovere d’ogni parte scritti che destassero anche con
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 231

forma moderata la coscienza del diritto e il sentimento della libertà


e della padronanza, il disprezzo delle concessioni principesche e del-
le transazioni generali, il rispetto alle nazioni e l’aiuto reciproco [...]
A tal uopo converrebbe istituire in Parigi e Londra e altrove offici di
pubblicità che traducano le notizie nello stile e nel colore dei diversi
giornali, trovando avvedimenti per farveli indirettamente penetrare
poiché i giornali repubblicani sono letti da chi ne ha meno bisogno.

La rivoluzione politica, diceva in sostanza Cattaneo,


non può avere successo se non impiega strumenti adeguati e se
si sottrae alle opportunità che offre la modernizzazione. Invi-
tando Mazzini a essere pragmatico, Cattaneo indicava una
strada funzionale e tecnica al risorgimento dell’Italia, che, sen-
za far perdere nulla all’ispirazione rivoluzionaria, divergeva sia
dai rigorosi e anche astratti percorsi mazziniani sia dall’ideolo-
gia moderata ed economicistica del liberalismo puro alla Ca-
vour. Forse, senza saperlo, Cattaneo riprendeva un altro illu-
minante presagio di Leopardi: «Le cognizioni non sono come
le ricchezze, che si dividono e si adunano e sempre fanno la
stessa somma. Dove tutti sanno poco, e’ si sa poco; perché la
scienza sta dietro alla scienza e non si sparpaglia». Per il Catta-
neo post-1848, vista l’enorme difficoltà della lotta armata, l’in-
dustrialismo era per i rivoluzionari italiani un’opportunità po-
litica, un utile passaggio, anche attraverso gli «offici di pubbli-
cità», alla modernità. In altre parole, la lotta per l’indipenden-
za dall’Austria del Lombardo-Veneto partecipava della moder-
nizzazione di questa regione d’Italia. Non apparteneva a Cat-
taneo l’ammirazione estatica del capitale e del profitto, ma che
le classi sociali si rinnovassero nelle vive e moderne strutture
produttive, questo non poteva, a suo dire, che tradursi in mag-
giori libertà civili e politiche e rafforzare l’idea repubblicana
che, essendo democratica, era più generosa e aperta di quella
monarchica e dinastica. La sua affermazione «le rivoluzioni
non si fanno, avvengono» chiarisce bene il concetto.
232 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Essere moderni nel 1850 era questo, con l’aggiunta del-


la riforma dei meccanismi amministrativi e burocratici, dell’ef-
ficienza dello Stato, dello sviluppo delle autonomie locali. «La
libertà – scriveva Cattaneo nel 1851 al Comitato nazionale ita-
liano di Londra – non deve discendere dal cielo, ma sorgere
dalla terra, dalle barricate, dalle maremme, dai monti, dai cam-
pi». È curioso che la parola «barricate» avesse sostituito, nella
minuta autografa di questo appello, trovata tra le sue carte, la
primitiva parola «lagune». La barricata era nel cuore del Cat-
taneo delle Cinque Giornate, ma proprio nel 1850, pubblican-
do un saggio anonimo, Considerazioni, sull’«Archivio triennale»,
e ripensando al 1848, egli ribadiva che la storia della rivoluzio-
ne italiana non poteva più impigliarsi negli interessi dinastici
della monarchia piemontese: «La guerra d’Italia è parte della
guerra civile d’Europa. La servitù d’Italia è patto europeo; l’I-
talia non può esser libera che in una libera Europa»; solo negli
Stati Uniti d’Europa «ella si trarrebbe da questa luttuosa neces-
sità delle battaglie, degli incendi e dei patiboli».
Se, all’aprirsi della seconda metà del secolo, era questa
«luttuosa necessità» un problema politico cruciale che il 1848-
49 non aveva risolto, la rivoluzione ora poteva essere non più
luttuosa e invece identificarsi, ad esempio nella progredita
Lombardia, con le trasformazioni economiche e sociali che
avrebbero certamente preparato il terreno al cambiamento po-
litico. Giungere allo stesso fine seguendo una strada diversa.
Cattaneo non si chiedeva però come questa rivoluzione pacifi-
ca, attraverso l’evoluzione dell’economia e della tecnica, avreb-
be potuto tradursi in «risorgimento» in un paese come il Regno
delle Due Sicilie, il più esteso e popolato Stato italiano. Qui la
cultura della modernità era presente in alcuni insegnamenti
universitari (nelle scienze naturali e nella filosofia), nelle società
economiche (associazioni di esperti sul modello di analoghe isti-
tuzioni del Settecento europeo), tra gli imprenditori, meridio-
nali e stranieri, e spingeva verso una più estesa e plurale libertà
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 233

di stampa, di informazione, di idee politiche. Ma era tramon-


tato il tempo del riformismo borbonico settecentesco, dei Ge-
novesi, Filangieri, Galanti, Palmieri. Ora Ferdinando II e il suo
governo giudicavano queste libertà assolutamente superflue,
una perdita di tempo, un chiacchierare a vuoto, un ostacolo an-
zi alla ricchezza, all’incoraggiamento industriale, al progresso.
Il «borbonismo» era tutto qui: disprezzo e irrisione per l’inge-
gno, per gli scrittori, gli uomini di cultura, il giornalismo intel-
ligente, e interesse solo per alcune innovazioni tecniche (così
era stato per la ferrovia del 1839, l’illuminazione a gas di Na-
poli e altre piacevoli comodità) e incoraggiamento dall’alto a
iniziative economiche utili. Era però paragonabile questo prag-
matismo inerte alla concretezza delle riforme indicate da Cat-
taneo o sognate dai democratici italiani?
Volendo essere obiettivi, il metodo di governo dei Bor-
bone poteva anche apparire, con il suo proclamato buon senso,
con la bonomia da padre di famiglia impersonata dal re, un mo-
do di essere vicini alla gente, di aderire alla realtà del paese; ma
aveva un difetto, un errore di fondo. La concretezza borbonica
era di altra stoffa rispetto alla lombarda, alle proiezioni illumini-
stiche del «Politecnico» di Cattaneo, alla piega che stava pren-
dendo il capitalismo borghese europeo. Ferdinando II, i suoi ami-
ci nobili e i suoi consiglieri si sentivano umanamente e politica-
mente vicini ai lazzaroni, alla plebe e ai preti ignoranti (condivi-
dendo la loro volgarità, le loro spesso ciniche battute di spirito, i
lazzi e le buffonerie di un «napoletanismo» scherzoso ma intellet-
tualmente finto e disonesto) che non alla borghesia in ascesa. Ri-
tenevano non necessarie alla società le persone istruite, tranne,
dicevano, i medici per curare gli ammalati e gli ingegneri per co-
struire le case. Le stesse idee che cento anni dopo diffonderà il mo-
vimento dell’Uomo qualunque inventato dal commediografo
(napoletano, appunto) Guglielmo Giannini. Dopo il 1848 il me-
glio della società meridionale era sparito dall’orizzonte culturale
del paese e i superstiti sceglievano il silenzio e l’attesa.
234 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

La «mediocrità» amata dai Borbone non era altro che


la «mediocrità che regnerà sempre» scolpita nei versi della Pali-
nodia leopardiana. A questa poesia, composta a Napoli nel 1835,
se ne era l’anno dopo aggiunta un’altra, I nuovi credenti, dove tut-
ta la volgarità arrogante, l’«ignoranza e la sciocchezza» della
Napoli borbonica, sono trafitte da una penna implacabile. Nel
regno persino una struttura portante come le forze armate ri-
sentiva della diffidenza del re nei confronti di una possibile cre-
scita culturale dei militari. Scarsa cultura e nessun ideale di ita-
lianità dovevano illuminarli. Fu per questo che il bene armato
esercito borbonico, privo di supporti culturali e di alte idealità,
agì stupito fino al tradimento del 1860. Un castello di carte che
sarebbe crollato, tranne un estremo guizzo di orgoglio, sotto
l’impeto patriottico delle camicie rosse di Garibaldi.

Per coloro che avevano combattuto, con le armi e con


la parola, per i sopravvissuti costretti all’esilio, alle carceri o al
silenzio, era giunto perciò il tempo di riflettere su quanto era
accaduto. La sconfitta militare del 1849 e le conseguenti repres-
sioni avevano disperso tanti rivoluzionari, dall’Oriente alle
Americhe. Cattaneo in Svizzera, Garibaldi a Tangeri, in atte-
sa dell’imbarco per gli Stati Uniti; Mazzini a Londra, Gioberti
a Parigi, Cristina di Belgioioso in Turchia, Pisacane a Londra
nel 1850, poi a Lugano con l’amata Enrichetta, con l’ansia di
non riuscire a sbarcare il lunario. E poi migliaia di italiani sco-
nosciuti che al momento della restaurazione politica rischiava-
no controlli di polizia, delazioni, denunce come sovversivi. Per
finire con i repubblicani «miscredenti» che trovavano in qual-
che paese d’Europa, forse in Inghilterra e in Svizzera, ma più
facilmente a Malta, a Corfù, in Turchia, in Egitto, nei paesi
africani del Mediterraneo, asilo e qualche possibilità di lavoro.
Primi tra tutti quelli fuggiti da Roma, alla caduta della Repub-
blica, che la Belgioioso incontrò in quel caldo luglio a Civita-
vecchia: «La città sembrava il limite estremo del mondo, al di
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 235

là del quale spingersi era impossibile. Tutti gli alberghi erano


pieni; persino il lastricato della strada era occupato giorno e
notte da sventurati che non avevano altro alloggio. Tutte quel-
le anime erranti e in pena si conoscevano, si accostavano l’una
all’altra, univano le loro paure e le loro speranze. L’argomento
di ogni conversazione era: come partire e dove andare».
Storie umane di una sofferenza richiesta dalle circo-
stanze a uomini e donne, forti soltanto di una scelta politica e
della loro coerenza morale. Il 10 luglio 1851 Enrichetta de Lo-
renzo scriveva al fratello di Carlo Pisacane, Filippo (la lettera è
rimasta inedita fino al 2004):

Mentre l’anno scorso eravamo in Londra i mezzi di esisten-


za cominciavano a mancarci, la mia salute era molto mala andata a
causa dell’orribile clima, fu necessità risolverci ritornare io in Napo-
li, e Carlo andare a vivere in Svizzera, ove il generale [Tarallo], ge-
nerosamente gli fece un assegno da poter vivere. Carlo mi accompa-
gnò a Genova sotto il finto nome di un inglese, ma giunti costì la mia
famiglia mi scrisse che il vostro augusto sovrano [Ferdinando II]
m’interdì l’entrata nel suo regno, perch’io ero stata in Roma [duran-
te la Repubblica romana], a Velletri [durante gli scontri tra garibal-
dini e soldati borbonici], per portare il debole conforto che era in me,
sì [ai] napoletani che [ai] romani. Fui dunque obbligata a restare in
Genova ove la mia famiglia mi invia i 40 Ducati al mese frutto delle
mie doti, mia condizione ch’io viva sola, d’altronde Carlo ha chiesto
al governo piemontese di stabilirsi in Genova, ma gli è stato negato
perché lo credono troppo repubblicano, ed eccoti detto tutto.

E Cristina di Belgioioso, in viaggio verso Smirne, al-


l’inizio di un esilio nel Vicino Oriente che durerà fino al 1855,
scriveva all’amica francese Caroline Jaubert: «Era la notte del
31 luglio 1849 quando ho lasciato Roma. Invano in tutte le
vostre lettere mi spingevate a fuggire, non potevo credere a un
pericolo reale per me. A Roma non erano entrati gli Austria-
ci ma i Francesi, e il ruolo che avevo rivestito come sovrinten-
236 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

dente degli ospedali, le cure che avevo prodigato tanto ai feri-


ti francesi quanto ai miei poveri compatrioti, tutto ciò mi pa-
reva un titolo, di più, un diritto a una protezione attiva con-
tro la possibile malevolenza dei cardinali di nuovo trionfanti.
Mi ero ingannata». È un’altra pagina dei Souvenirs dans l’exil,
documento di un’esistenza inquieta e di sottile intelligenza po-
litica e umana.
E c’era infine Garibaldi, che dopo la morte di Anita re-
stava solo e sorvegliato speciale. Il suo destino era di lasciare
nuovamente il suo paese per evitare di finire in galera:

Richiesto di scegliere un luogo di esiglio io scelsi Tunisi. [...]


M’imbarcai dunque per Tunisi sul vapore da guerra il Tripoli. A Tu-
nisi, il governo, subordinato alle ispirazioni della Francia, non mi
volle; e fui trasportato indietro, e depositato nell’isola della Madda-
lena, ove stetti una ventina di giorni. Cosa ridicola! Non mancò chi
m’accusasse al governo Sardo, o lo stesso governo lo finse: ch’io tra-
mavo rivoluzioni in quell’isola, ove la metà della popolazione era in
quel tempo a servizio regio, o pensionata: buona popolazione d’al-
tronde, che mi trattò molto bene. Dalla Maddalena fui imbarcato
per Gibilterra sul brigantino da guerra Colombo. Il governatore Ingle-
se di codesta piazza mi diede sei giorni di tempo per evacuarla. Con
tanto affetto e con ragione, com’ebbi sempre per quella nazione ge-
nerosa, non posso dissimulare che molto scortese, futile, ed indegno
mi sembrò tale procedimento. [...] Bisognò sgombrare, però, anche
che avessi dovuto gettarmi in mare; e dal consiglio di alcuni amici io
mi decisi di passare lo stretto e cercare rifugio in Africa, dal signor G.
Batta Carpeneto, console Sardo a Tangeri; che mi accolse, e mi
ospitò a casa sua coi miei due compagni ufficiali Leggero e Coccelli.

Garibaldi rimase sei mesi a Tangeri, con altri italiani,


esuli o emigrati, e iniziò lì a raccogliere ricordi sugli anni vissu-
ti in Sud America e sui compagni caduti in quelle battaglie per
le libertà, mettendo in primo piano la sua Anita. Quando nel-
l’ottobre 1850 sbarcò negli Stati Uniti prese contatto con un
editore americano, Theodore Dwight, scrivendogli: «Vi man-
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 237

do il primo degli schizzi biografici che vi promisi, e non siate


sorpreso di trovare che è quello di mia moglie. Essa fu la mia
fedele compagna nella buona e nell’avversa fortuna, dividendo
con me, come vedrete, grandissimi pericoli e superando con il
suo coraggio ogni difficoltà». Con l’omaggio ad Anita anche
Garibaldi, a suo modo, ripensava alla rivoluzione italiana.
Analogamente Pisacane, stando a Lugano, scrisse opu-
scoli e articoli che confluiranno nel 1851 nel saggio La guerra
combattuta in Italia nel 1848-49. È un testo importante, perché Pi-
sacane prendeva le distanze da un concetto di guerra rivoluzio-
naria intesa come guerra per bande e quindi si differenziava da
Garibaldi. Il saggio indicava la necessità di costituire un eserci-
to rivoluzionario e rimproverava ai democratici e ai repubbli-
cani di non aver saputo collegare la rivoluzione politica con la
rivoluzione sociale e di non aver coinvolto in misura maggiore
le «masse» popolari nella lotta di liberazione. Idee queste, che
piacevano a Cattaneo e che avvicinavano sempre più Pisacane
ai socialisti francesi. Vedremo più avanti quanto l’elaborazione
teorica di un socialismo libertario, fondamentalmente naziona-
le e patriottico, porterà Pisacane fino al sacrificio nel 1857, nel-
la speranza che proprio le masse più povere, i contadini del
Sud, sapessero partecipare, in difesa dei loro interessi di classe,
al risorgimento d’Italia. Il fallimento anche di quest’ultima uto-
pia di Pisacane (e indirettamente di Mazzini) darà ragione a un
Garibaldi più duttile e meno ideologico, ma non meno eroico
lottatore. Il mito garibaldino, che ancora dura nell’immagina-
rio degli italiani, ha inizio anche dal confronto tra il suo corag-
gio di combattente, la sua intelligenza dei luoghi, del terreno,
delle occasioni, del clima, della psicologia del nemico, degli
uomini che gli erano vicini, e l’astrattezza di altri rivoluziona-
ri, altrettanto generosi ma poco attenti alle circostanze reali.
Dall’altro lato, dal lato di un moderatismo liberale che
aveva avuto il suo momento di gloria, Gioberti da Parigi lan-
ciava nell’autunno del 1851 una ponderosa riflessione su tutto
238 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

lo scenario politico italiano del biennio 1848-49, non rispar-


miandone alcun protagonista né alcun aspetto o problema. È
l’opera di quasi duemila pagine dal titolo Del Rinnovamento civile
d’Italia, la cui premessa, decisamente pessimistica, giustifica
l’impegno dell’autore: «Il mondo civile è in uno stato violento
che non può durare e s’incammina a nuove rivoluzioni più va-
ste, più fondamentali e forse più terribili delle passate». Su
un’affermazione del genere avrebbe concordato tutto lo schie-
ramento democratico italiano ed europeo, da Mazzini a Marx,
ma l’analisi giobertiana era indirizzata soprattutto alla situazio-
ne italiana, e qui i giudizi e le prospettive politiche divergeva-
no dai mazziniani, dai democratici e dalle idee di quanti pen-
savano a un’Italia unita.
Gioberti riprendeva il progetto di un’unione di Stati in-
dipendenti, di «legami nazionali» dichiaratamente italiani, che
superasse però i municipalismi e gli egoismi regionali. Per que-
sto era necessario seguire la via moderata come l’unica soluzio-
ne per un’Italia le cui «peripezie politiche sono assai più peri-
colose che in Francia e in altri paesi». Infatti «il Risorgimento
è una grande e dolorosa esperienza che bisogna aver di conti-
nuo davanti agli occhi per non ripeterla»; se gli italiani la ripe-
tessero «mostrerebbero difetto di una qualità che non manca
anche agl’idioti; cioè quella di imparare a rinsavire a proprie
spese». Nessuna rivoluzione, nessun repubblicanesimo armato,
nessuna rivolta popolare, quindi («Giuseppe Mazzini non ha
mai voluto capire questo vero; e va sciupando il suo tempo in
congreghe secrete o pubbliche e in bandi puerili e poetici»), ma
soltanto procedure politiche e indicazione delle sole forze che
potrebbero dare le maggiori libertà all’Italia. Questa, in sinte-
si, l’esplicita posizione giobertiana. Ma il merito di quest’opera
ponderosa è di aver individuato una di queste forze nell’«ege-
monia piemontese» (è il titolo di un capitolo, premonitore di
quanto poi accadrà nel corso del Risorgimento) e in Camillo di
Cavour, appena agli esordi del potere, la formula e la persona
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 239

per far uscire il Piemonte dalla sua ristrettezza municipale e av-


viarlo a un ruolo di guida liberale della nazione. «L’italianità è
tuttavia debole in Piemonte», diceva Gioberti, aggiungendo
che un uomo «di tal perspicacia» come Cavour, essendo «an-
glico nelle idee e gallico nella lingua», correva il rischio di «es-
sere estraneo all’Italia».

1 | La politica, anzitutto

Il rilancio politico della libertà italiana, dopo le sconfitte subite


a tutti i livelli, avveniva nel 1850 sulla base di quattro iniziative
in atto, nelle quali possono individuarsi le linee di sviluppo del-
la lotta politica risorgimentale degli anni seguenti fino alla me-
ta dell’unità italiana nel 1861.
La prima era quella scaturita dal ricordato proclama di
Moncalieri del 20 novembre 1849. Lo scioglimento della Ca-
mera, che rifiutava l’armistizio con l’Austria, fu un atto di for-
za poco costituzionale, visto l’intervento in prima persona del
re («Bene ho ragione di chiedere severo conto alla Camera de-
gli ultimi suoi atti»), ma non vi fu mai tra le intenzioni del pre-
sidente del Consiglio d’Azeglio, che era l’autore del testo del
proclama, quella di far tornare il Piemonte e il re su posizioni
reazionarie e di abrogare lo Statuto (come chiedeva la destra).
La salvezza dello Statuto era la garanzia che la via liberale, pro-
clama o meno, restava intatta. D’Azeglio sapeva che il presti-
gio del Piemonte rispetto agli altri Stati e rispetto anche al mo-
vimento patriottico nazionale veniva mantenuto se non si face-
va marcia indietro né in politica estera né in politica interna.
Con notevole intelligenza politica d’Azeglio spostò proprio sul-
la politica interna il senso di marcia delle istituzioni che si pro-
clamavano liberali: la nuova composizione della Camera, alla
quale fu eletto Cavour, permetteva di aprire il problema dei
rapporti tra Stato e Chiesa relativamente ai privilegi del clero
240 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

e alla scottante questione dei tribunali ecclesiastici, che agiva-


no con arrogante autonomia al di fuori della legislazione dello
Stato. Tra il febbraio e il marzo del 1850 furono approvate le
leggi Siccardi, dal nome del ministro della Giustizia, che sop-
pressero tutti i privilegi ecclesiastici. Fu decisivo l’intervento di
Cavour alla Camera il 7 marzo 1850. Tutte le precedenti re-
more conservatrici sparivano dalla trama di un discorso che se-
gna l’esordio di Cavour uomo di Stato. Le leggi Siccardi sono
l’occasione storica per lanciare un’idea attiva e progressiva del
liberalismo che animerà sempre la politica cavouriana.
La seconda delle quattro iniziative era proprio il pen-
siero forte di Cavour che essere liberali significava arrivare pri-
ma degli altri a riformare leggi, istituti, rapporti sociali, consue-
tudini non più rispondenti alle esigenze della modernità e del
progresso. Questa via era l’unica praticabile, secondo Cavour,
per battere i rivoluzionari. Dunque cominciare con gli abusi
della Chiesa e impostare in modo diverso le relazioni e i ruoli
dello Stato e della Chiesa. «Le riforme – diceva Cavour in quel
fondamentale discorso – compiute a tempo, invece che indebo-
lire l’autorità, la rafforzano; invece di crescere la forza dello spi-
rito rivoluzionario, lo riducono all’impotenza». In particolare,
togliere l’impunità e l’immunità ai sacerdoti e alla Chiesa ri-
spetto alle leggi dello Stato, alle «leggi comuni», significava re-
stituire dignità alla religione e al sacerdozio. «Ora che la società
posa sul principio dell’eguaglianza, sul principio del diritto co-
mune, credo che il clero cattolico saprà molto bene adattarvi-
si, saprà farli suoi, e con questo vedrà crescere la sua influenza,
la sua autorità». Animato di questi valori Cavour li estenderà,
col sostegno e l’incoraggiamento del presidente d’Azeglio, an-
che al campo dell’economia quando, nell’ottobre, sarà nomi-
nato ministro dell’Agricoltura e nel marzo 1851 ministro delle
Finanze, quest’ultimo un dicastero chiave per chi volesse attua-
re riforme e realizzare una politica economica liberista omolo-
ga a quella di paesi sviluppati come l’Inghilterra. Cavour era
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 241

dunque l’uomo giusto al posto giusto: vi resterà fino al 16 mag-


gio 1852. D’Azeglio aveva visto bene inserendo nel suo gover-
no una personalità così straordinaria e quando il 4 novembre
1852 gli cederà la presidenza del Consiglio.
La terza iniziativa che ridava senso al cammino della
democrazia verso le libertà italiane era certamente legata all’e-
sperienza, anche se sfortunata, della Repubblica romana. An-
che qui c’era da domandarsi se la sconfitta per mano di un ag-
guerrito esercito straniero – che si presentò, agli occhi dei veri
liberali e repubblicani francesi, come un corpo di mercenari,
come un «braccio secolare» al servizio di un principe-presiden-
te pronto al colpo di Stato e di un pontefice che aveva tradito
la sua iniziale partecipazione al movimento nazionale – fosse
stata alla fine tale. La Repubblica aveva chiuso la sua vicenda
emanando una Costituzione d’avanguardia e quel seme di de-
mocrazia gettato a Roma germoglierà in Italia esattamente
cento anni dopo, nel 1948, grazie a una nuova Costituzione
d’avanguardia che è ancora pienamente valida.
La Costituzione romana del 1849 e la legislazione re-
pubblicana qualche significato devono pur averlo avuto per
d’Azeglio che, da elegante pittore, conosceva benissimo Roma,
i suoi paesaggi, la gente del popolo, ma conosceva anche me-
glio, da politico, il papa, i clericali e la prepotenza del potere
temporale. Le leggi che portavano la firma del suo ministro, il
conte Siccardi, con le quali il Piemonte affrontava finalmente il
principio della separazione tra Stato e Chiesa, avevano forti
analogie con la legislazione del triumvirato romano di Mazzi-
ni, Saffi e Armellini. Tra gli atti ufficiali della Repubblica c’e-
rano stati infatti l’incameramento degli immensi beni ecclesia-
stici da ripartirsi, in forma enfiteutica, tra gli agricoltori; la sop-
pressione delle corporazioni religiose; la fondazione di scuole
pubbliche laiche e la sottrazione dell’assistenza ospedaliera agli
ecclesiastici; l’abolizione dei tribunali ecclesiastici; l’insedia-
mento dei senzatetto nei palazzi del Sant’Uffizio e delle corpo-
242 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

razioni. Per non parlare del prestito forzoso a carico dei ricchi,
dell’aiuto pubblico ai poveri, della riforma dell’istituto dell’Av-
vocatura dei poveri, del riordino delle successioni, dei contrat-
ti, dei diritti di proprietà ecc. Tutte cose che lo Stato della Chie-
sa non avrebbe mai fatto. Il liberalismo riformatore avviato in
Piemonte non poteva dunque ignorare il valore di questa espe-
rienza romana.
La quarta iniziativa fu l’indirizzo liberistico dato da
Cavour all’economia interna e alle relazioni internazionali: era
anche un modo per legare le sorti del Piemonte all’economia
europea, primo passo della strategia cavouriana che consisterà
nel porre sempre la «questione italiana» su tutti i tavoli di trat-
tative, di incontri internazionali, di relazioni diplomatiche e in
tutte le occasioni nelle quali fosse stato possibile parlare agli al-
tri del caso italiano.
Il ministero dell’Agricoltura affidato a Cavour aveva
una sua logica. Accanto alla sua attività politica e giornalistica
egli aveva svolto un intenso lavoro di imprenditore agricolo
(aveva una vasta tenuta nel Vercellese), oltre che di attento co-
noscitore dei meccanismi finanziari e bancari. Abile giocatore
in borsa, ricavava ora da questa esperienza di economia prati-
ca norme e lezioni di economia politica che applicò intanto,
nelle vesti di ministro, all’agricoltura e alle infrastrutture del
Regno di Sardegna e che saranno punti di riferimento quando
si giungerà, dieci anni dopo, all’unificazione nazionale.
Cavour fu tra i primi a pensare all’impiego di fertiliz-
zanti chimici in agricoltura, anche perché egli guardava oltre
la singola impresa contadina interessandosi ai possibili rappor-
ti tra mondo delle campagne e industria, sia l’industria di tra-
sformazione dei prodotti agricoli sia quella chimica di produ-
zione dei concimi. La modernizzazione dell’industria era però
connessa alle disponibilità economiche: Cavour favorì allora il
costituirsi di società tra più imprenditori finanziati da banche
in grado di anticipare i capitali necessari. Naturalmente a que-
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 243

sti piani di sviluppo agricolo-industriale era fondamentale ga-


rantire un’efficiente rete di comunicazioni per il trasporto e il
commercio dei prodotti, e Cavour si adoperò per dare impul-
so alla costruzione di canali e linee ferroviarie con l’aiuto di
prestiti esteri (fu lui ad avviare i primi tentativi di traforo del
Cenisio) e per potenziare la marina mercantile. Cavour intui-
va che un paese prevalentemente agricolo come il Piemonte (la
stessa riflessione farà poi per l’Italia unita) si trovava in condi-
zioni di inferiorità rispetto ad altre regioni industrializzate
d’Europa, ma intendeva trasformare questa inferiorità in un
elemento di forza: nel concerto economico delle nazioni – co-
me in quello politico – il Regno di Sardegna avrebbe potuto
raggiungere una posizione di rilievo se, dotato di un’agricoltu-
ra altamente produttiva, fosse riuscito a entrare, grazie a trat-
tati di commercio con altri Stati, nell’area internazionale del
libero scambio.
L’aspetto paradossale di questa politica liberale fu che,
alla Camera, i provvedimenti di Cavour passarono perché eb-
bero l’appoggio dello schieramento di centro-sinistra, che face-
va capo al liberale Urbano Rattazzi, e anche a esponenti demo-
cratici. Probabilmente il gioco degli schieramenti sarebbe du-
rato a lungo se intanto a Parigi non fosse accaduto quanto da
tempo si temeva.
Da tempo ormai la gestione del potere del presidente
Luigi Napoleone si scontrava con una crescente opposizione
dei deputati dell’Assemblea nazionale, che temevano il consen-
so che il populista presidente otteneva dalla parte più retriva e
aggressiva della borghesia, da un ceto medio impaurito dalla
propaganda socialista, da ceti popolari che vedevano in lui un
protettore dei loro interessi, dei loro salari e del posto di lavo-
ro, dall’estrema destra clericale. Usando abilmente i mezzi di
comunicazione, il governo del presidente aveva da tempo semi-
nato timore e preoccupazione nel paese e insinuato abilmente
l’idea che la Francia avesse bisogno di una guida sicura, dell’uo-
244 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

mo dell’ordine, di un Capo provvidenziale. L’opinione pubbli-


ca vedeva con preoccupazione avvicinarsi il 1852. Nel maggio
di quell’anno sarebbero scaduti nello stesso tempo i poteri del
presidente e quelli dell’Assemblea nazionale, cosicché si sareb-
bero dovuti nuovamente eleggere il capo dello Stato e la rap-
presentanza legislativa. Non avrebbero approfittato di questo
simultaneo vuoto del potere esecutivo e di quello legislativo i
nemici della società e della quiete pubblica per un’altra rivolu-
zione simile a quelle del 1848? Se lo chiedeva questo anzitutto
la borghesia moderata, ma sul tasto dei pericoli che avrebbe
corso la Francia nel 1852 insistevano i sostenitori di Bonaparte
per invocare una pronta revisione della Costituzione repubbli-
cana, un cui articolo vietava espressamente la rielezione del
presidente alla fine del suo mandato. Invocavano pure un’altra
revisione della legge costituzionale che avrebbe dovuto evitare
che i due poteri, l’esecutivo e il legislativo, venissero in futuro a
mancare nello stesso tempo. Nessuno però, tranne quelli stret-
tamente implicati nel progetto, immaginava quel che sarebbe
successo e la svolta violenta che il principe presidente stava pre-
parando.

Il 2 dicembre 1851, allo spuntare del giorno, si poteva leg-


gere su tutte le cantonate delle vie di Parigi questo avviso:
In nome del popolo francese il presidente della Repubblica
decreta:
Art. 1° – L’Assemblea nazionale è sciolta.
Art. 2° – Il suffragio universale è ristabilito.
Art. 3° – Il popolo francese è convocato nei suoi comizi.
Art. 4° – È proclamato lo stato d’assedio in tutto il territo-
rio della prima divisione militare.
Art. 5° – Il consiglio di Stato è sciolto.
Art. 6° – Il ministro dell’interno è incaricato di far eseguire
il presente decreto.
Dal palazzo dell’Eliseo, il 2 dicembre 1851, Luigi Napoleo-
ne Bonaparte.
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 245

Così inizia il celebre pamphlet di Victor Hugo Napoléon le


petit, scritto a ridosso degli avvenimenti, la prima denuncia di
un intellettuale democratico e repubblicano dell’atto di forza
bonapartista. La reazione di gran parte dei parigini a questo ar-
rogante manifesto fu all’inizio di incredulità. Anche all’estero le
prime notizie giunte attraverso il telegrafo elettrico suscitarono
stupore. Nessuno si sarebbe aspettato che da un uomo medio-
cre in tutto, silenzioso e privo di qualunque spirito, da un uomo
così descritto da Hugo: «pallido, lento, che sembra non essere
mai del tutto sveglio» e generalmente giudicato come «un per-
sonaggio volgare, puerile, teatrale e frivolo», che da quest’uomo
dunque potesse venire un colpo di Stato dell’ampiezza e tragi-
cità di quei primi giorni. Il 3 dicembre Engels scriveva a Marx
a Londra: «La storia della Francia è entrata nello stadio della co-
micità più perfetta. Ci si può immaginare qualche cosa di più
ameno di questo farsesco travestimento del 18 brumaio esegui-
to nel bel mezzo della pace con soldati scontenti dall’uomo più
insignificante di tutto il mondo, senza trovar resistenza, per
quanto si può giudicare fino a questo momento».
In quel momento il dramma stava raggiungendo il cul-
mine. Il Parlamento veniva occupato dall’esercito, mentre un
gruppo di deputati costruiva una barricata in una strada vici-
na. Furono arrestati immediatamente quattordici capi dell’op-
posizione e un’ottantina di militanti della sinistra. Nella notte
fra il 3 e il 4 dicembre si capì che occorreva resistere con le ar-
mi: lo stesso Hugo diffuse un appello dal titolo Alle armi! e oltre
un migliaio cittadini eressero altre barricate. A questo punto fu
decisa la maniera forte e 30.000 soldati iniziarono un attacco
che provocò una carneficina. Circa duemila persone (ma per
alcuni storici francesi la cifra sarebbe eccessiva) persero la vita
e tra questi anche numerose donne che attraversavano le stra-
de. Il 4 dicembre manifestazioni di protesta vi furono in tutti i
Dipartimenti, dove, per ordine del presidente, fu dichiarato lo
stato d’assedio ed entrarono in funzione tribunali speciali. Cir-
246 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

ca 30.000 persone furono arrestate e di esse un terzo furono de-


portate immediatamente sull’Isola del Diavolo della Guyana e
2.800 furono messe in prigione. L’ordine bonapartista aveva
avuto in pochi giorni partita vinta.
Luigi Napoleone indisse un referendum da tenersi il 20
e il 21 dicembre per ottenere il consenso al colpo di Stato. Que-
sta falsa legalità fu legittimata dall’alta affluenza alle urne. L’at-
teggiamento favorevole della borghesia francese si vide dall’e-
sito del voto. Si trattava di dare un mandato decennale e pote-
ri dittatoriali al presidente e quindi di creare uno Stato autori-
tario e cattolico, premessa di un nuovo regime imperiale. Que-
sta prospettiva ebbe il consenso di 7 milioni e mezzo di france-
si e solo 640.000 voti contrari.
Il primo gennaio 1852 nella cattedrale di Notre-Dame
si levava il Te Deum di ringraziamento «Benedici, Signore, Lui-
gi Napoleone», segno della nuova alleanza dalla quale sgorghe-
ranno negli anni successivi fiumi di conversioni religiose e di ce-
lebrazioni e culti di Maria Vergine, fino all’apparizione di una
sorridente Madonna, nel 1858, alla contadinella Bernadette a
Lourdes. Il 2 dicembre, quarantotto anni dopo l’incoronazione
imperiale di Napoleone I, fu proclamato il Secondo Impero. E
il nipote chiamava se stesso Napoleone III, facendosi acclama-
re «imperatore del popolo» da una folla di parigini riunita da-
vanti al municipio. Iniziava l’avventura dell’Impero liberale,
come volle definirlo e ingentilirlo il suo inventore.

Intanto, in Piemonte si parlava del «connubio»: la pa-


rola fa parte del lessico storico del Risorgimento e di tutti i ma-
nuali scolastici e fu usata, con un certo tono sprezzante, da un
esponente conservatore del Parlamento piemontese, l’ex presi-
dente del Consiglio Pier Dionigi Pinelli. Definiva l’accordo di
Cavour e dei deputati liberali moderati con i deputati liberali
più progressisti, più «a sinistra», che facevano capo a Rattazzi.
Quarantenne uomo politico, più volte ministro nel 1848 e nel
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 247

1849, Rattazzi ebbe una precisa visione del compito che Ca-
vour si era assunto, anche come ministro di dicasteri chiave, per
affermare una politica coerentemente liberale in contrasto più
con la destra parlamentare che con l’ala sinistra. Nei due vi era
la fondata preoccupazione che, dopo il colpo di Stato di Luigi
Napoleone, le difficoltà interne del Piemonte liberale e l’impe-
gno per la difesa della sua Costituzione sarebbero aumentati a
dismisura. Cavour si trovò davanti a un bivio: essere liberali, ri-
cattati dai conservatori e dai clericali, o essere liberali aprendo-
si ai progressisti. L’occasione della scelta si presentò quando la
Camera dovette discutere una proposta di legge che limitava la
libertà di stampa. Rattazzi offrì a Cavour il suo appoggio per
proseguire nel programma in difesa delle libertà costituzionali
sancite dallo Statuto.
Era una novità inattesa perché Rattazzi rappresentava
settori di una borghesia laica, ma con inclinazioni più radicali
e dunque minoritaria. L’accordo Cavour-Rattazzi modificava
dunque l’asse politico centrista del governo, anche se il presi-
dente d’Azeglio, che non amava Rattazzi, cercava di mediare
in qualche modo tra l’operato del suo più autorevole ministro
e l’innesto nella maggioranza dei voti della sinistra. «Il Ministe-
ro – dichiarò d’Azeglio – accettò questo appoggio ed ogni Mi-
nistero farebbe lo stesso, come difatti vediamo accadere in ogni
paese d’Europa dove, allorché è patente un assalto mosso con-
tro le istituzioni costituzionali, le mezze tinte, le sfumature del
partito costituzionale si riuniscono in un solo fascio per difen-
derle». Nonostante tutto il «connubio» non andava giù a mol-
ti, ma una serie di circostanze e di abili manovre di corridoio
da parte di Cavour permisero l’elezione a presidente della Ca-
mera proprio di Rattazzi. La mossa fu vincente, ma riorganizzò
il fronte dei cattolici e dell’entourage del re. Cavour decise allora
di dimettersi e questo accrebbe gli spazi di pressione della Chie-
sa sul governo d’Azeglio, che aveva osato, nel frattempo, pre-
sentare una legge per istituire il matrimonio civile, ulteriore
248 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

passo verso la laicizzazione del regno. Intervenne direttamente


Pio IX con lettere personali a Vittorio Emanuele II e con ri-
chiami perentori ai suoi obblighi religiosi. Tra parentesi, il go-
verno aveva deciso di processare e poi espellere dal regno l’ar-
civescovo Luigi Fransoni, avendo scoperto, da documenti se-
greti, che l’arcivescovo era una spia dell’Austria e complottava
contro il legittimo governo.
Massimo d’Azeglio, coerentemente con la sua libertà
intellettuale, tentò di convincere il re a non preoccuparsi delle
minacce del papa, ma Vittorio Emanuele II non se ne diede per
inteso. Il 21 ottobre 1852 d’Azeglio si dimise, ma, con una mos-
sa geniale, suggerì al re di affidare l’incarico di formare il nuo-
vo governo a Cavour. Il re furbescamente chiamò Cavour pro-
ponendogli l’incarico, a patto che non si parlasse più di matri-
monio civile. Cavour rifiutò l’invito e il re, sentendosi le mani
libere, cercò un personaggio politico più malleabile per speri-
mentare una nuova formula di governo. Non ce la fece poiché
i conservatori non avevano alla Camera una maggioranza. E
così Cavour fu richiamato e, non essendovi alternative, gli fu la-
sciata la libertà d’azione sulle questioni religiose. Il 4 novembre
Cavour divenne presidente del Consiglio. Se ne accorgessero o
meno il re e le altre personalità politiche del fronte moderato,
il Risorgimento italiano riprendeva il cammino da quel giorno,
grazie alla presidenza Cavour.

Ma in un’altra parte d’Italia, il Lombardo-Veneto,


l’Austria governava ostentando sicurezza e volontà di ordine e
ignorando il significato politico di quello che era finora accadu-
to. La storia andava avanti e né Mazzini in esilio, né i suoi mol-
tissimi seguaci in Italia pensavano che potesse essere interrotta.
Il ragionamento era semplice: se il Quarantotto era iniziato in
Lombardia, la Lombardia doveva esserne l’erede e la continua-
trice. Se i colpi di mano e le barricate improvvisate erano segna-
li visibili della rivoluzione, ora la rivoluzione doveva divenire in-
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 249

visibile e silenziosa. Questa la nuova strategia elaborata a Lon-


dra da Mazzini: creare una rete di comitati rivoluzionari a Mi-
lano, a Venezia, a Brescia, a Mantova, con successive eventua-
li ramificazioni al Centro e al Sud dell’Italia, farne veicolo del-
la propaganda clandestina di manifesti, appelli, documenti
stampati a Capolago, sul lago di Lugano, in quella Tipografia
Elvetica che fu la macchina pulsante fino al 1853 di un giorna-
lismo d’assalto. Ma la funzione principale dei comitati era in-
tanto di organizzare la circolazione delle cartelle del prestito na-
zionale. Per le autorità austriache la scoperta di queste cartelle
provocò uno stato di allarme che diede il via a una delle pagine
più tragiche della storia del movimento democratico. Tutto av-
venne per caso: la polizia, che andava alla ricerca di bancono-
te falsificate, nel corso di una perquisizione in un’abitazione a
Mantova trovò una cartella mazziniana. Fu avviata un’indagi-
ne giudiziaria che in breve tempo scoprì l’esistenza dei comita-
ti e identificò un numero considerevole di patrioti che facevano
capo a sacerdoti liberali, a militari, a professionisti borghesi. I
sacerdoti Enrico Tazzoli, Bartolomeo Grazioli, Giovanni Grio-
li, insieme con Carlo Poma, Tito Speri, i cinque fratelli Lazza-
ti di Milano e altri cento «congiurati», furono arrestati e accu-
sati di cospirazione. Ne seguì un processo a Mantova durato più
di un anno, i cui atti in lingua tedesca, contenenti lunghe e mi-
nuziose indagini e snervanti interrogatori degli imputati, furo-
no per l’Austria la sfida legale più poderosa agli ideali di indi-
pendenza e di libertà degli italiani. Questi atti sono stati di re-
cente pubblicati in due volumi di circa duemila pagine.
La conclusione del processo fa parte del martirologio
del nostro Risorgimento. Tra il 5 novembre 1851 e il 19 mar-
zo 1853 in un vallo vicino Mantova dal nome gentile, Belfiore,
furono innalzati i patiboli per Enrico Tazzoli, Giovanni Grio-
li, Bartolomeo Grazioli, Carlo Poma, Tito Speri, Bernardo de
Canal, Giuseppe Zambelli, Angelo Scarsellini, Pietro Frattini,
Carlo Montanari. L’ombra del patibolo di Belfiore si prolungò
250 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

fino al 1855 con l’ultimo martirio del patriota del Cadore Pier
Fortunato Calvi. In un tempo nel quale la Chiesa prendeva
sempre più le distanze dalla libertà italiana, si deve alla testimo-
nianza dell’allora vescovo di Mantova, Luigi Martini, chiama-
to a confortare i condannati, il ricordo più vivo e commosso del
loro sacrificio. È di monsignor Martini uno dei libri più famosi
del Risorgimento, pubblicato nel 1867, Il Confortatorio di Manto-
va. Con una partecipazione profondamente umana, Il Conforta-
torio mette in luce la nobiltà e bontà d’animo dei condannati, il
loro essere uomini senza rimorsi, gentili anche verso i carnefi-
ci. Emergono le figure straordinarie e leggendarie di Tazzoli e
di Calvi, epicamente cantato quest’ultimo in un’ode famosa di
Carducci: «d’Austria la forca or ei guarda / sereno ed impassi-
bile [...] Belfiore, oscura fossa d’austriache forche, fulgente /
Belfiore, ara di martiri. / Oh a chi d’Italia nato mai caggia dal
core il tuo nome».
L’Austria aveva reagito con i suoi metodi all’ennesima
resistenza patriottica, ma la sfida dei mazziniani nasceva dalla
consapevolezza dell’inevitabile conquista dell’indipendenza ita-
liana e del carattere nazionale e interclassista che connotava or-
mai il movimento democratico. Per quanto apparisse fallimen-
tare la scelta delle cospirazioni e dei colpi di mano isolati (ricor-
diamo le critiche di Pisacane o di Cattaneo), Mazzini volle far
confluire il patriottismo nella protesta sociale di un proletariato
che aveva anche proprie rivendicazioni e precise ragioni econo-
miche per partecipare a moti di ribellione in nome della libertà
e dell’indipendenza dallo straniero. Con l’ulteriore precisazio-
ne, dirà qualche anno dopo in un appello ai Giovani d’Italia, che
«l’Indipendenza è l’emancipazione dalla tirannide straniera, e
la Libertà dalla tirannide domestica; ora, finché, domestica o
straniera, voi avete tirannide come potete aver Patria?».
Milano fu il teatro dell’ennesimo tentativo insurrezio-
nale. Memore delle Cinque Giornate, Mazzini preparò un pia-
no di «insurrezione operaia» che effettivamente coinvolse mol-
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 251

ti operai milanesi in un attacco armato, avvenuto il 9 febbraio


1853, a caserme e depositi di armi dell’esercito austriaco. Il fal-
limento dell’operazione era scontato: gli insorti avevano assal-
tato le caserme all’arma bianca. Mazzini sperava, e forse si il-
ludeva, che l’estendersi a macchia d’olio di questi tentativi
avrebbe generato una tale volontà collettiva di partecipazione
all’azione e alla ribellione che, alla fine, «l’Italia sarebbe stata
salva».
In Lombardia l’ordine del governo austriaco era di re-
primere le rivolte con dure condanne anche a morte e se possi-
bile di prevenirle arrestandone e denunziandone anche i soste-
nitori esterni, spesso borghesi e aristocratici. La reazione au-
striaca compensava, secondo Mazzini, la sconfitta delle cospi-
razioni. L’opinione pubblica internazionale si sarebbe resa
conto, a suo parere, della gravità di questo gioco al massacro in
Italia e avrebbe criticato i metodi spietati dell’Austria e soprat-
tutto il suo agire come potenza oppressiva delle nazionalità. Il
ragionamento aveva un senso. Ne era convinto, con altre e più
diplomatiche considerazioni, Cavour, al quale risultava agevo-
le porre sui tavoli internazionali la «questione italiana» quan-
do questa si presentava sotto la duplice veste di terrorismo ri-
voluzionario e di terrorismo di Stato.
Da Londra, tra il 1851 e il 1853, Mazzini, oltre che con
lettere private e interventi di vario genere, affidava a due scrit-
ti il suo orientamento tendente a rafforzare il rapporto tra l’a-
zione armata e la sua motivazione. Il primo è il Manifesto del Co-
mitato nazionale italiano agli italiani del 30 settembre 1851: «La ri-
voluzione sarà sociale. Ogni rivoluzione è tale o perisce, sviata
da trafficatori di poteri e raggiratori politici». Il Manifesto indi-
cava le condizioni necessarie per la costruzione di una «Patria
comune».
Il secondo scritto è un appello Agli italiani del marzo
1853, che risente certo della tragica esperienza dei processi di
Mantova e del martirio di Belfiore. C’è in esso una prospettiva
252 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

politica di lungo termine. Il destino della società è affidato, più


che al sovvertimento sociale, alle riforme «fondate sull’accordo
della libertà e dell’associazione» e alla consapevolezza che un’in-
surrezione politica nazionale vincente dovrà produrre leggi e de-
creti per il «miglioramento immediato delle classi più povere,
tanto che il popolo sappia che la rivoluzione s’inizia per esso, ed
abbia conforto nella battaglia la certezza che i suoi più cari non
morranno, tra le vittorie della Patria, di miseria e di stenti».
Sono anche qui, in sintesi, i termini del confronto-dis-
senso tra il mazzinianesimo e il socialismo; una separazione
netta (accentuata dal profetico anatema mazziniano contro il
pericolo del comunismo) che penetrò anche tra le diverse ani-
me della democrazia risorgimentale italiana. Separazione che
Mazzini non si preoccupò di attenuare con i richiami, talvolta
confusi, a un Dio-verità di cui praticare «il culto» e alle «men-
zogne del Materialismo». Questo mentre nella cultura europea
la scienza e la filosofia più moderne e problematiche avviava-
no la ricerca laica e «materialistica» sull’uomo, la religione, la
società, la biologia, la psicologia, l’economia (sono i percorsi di
Proudhon, di Comte, di Feuerbach, dei filosofi della «sinistra
hegeliana», di Marx, di Darwin). Vi si aggiungeva poi nel di-
scorso mazziniano la componente non eludibile del repubbli-
canesimo, anche se, in una lettera del 3 novembre 1853, pur ri-
badendo il carattere strutturale e saldamente teorico del suo es-
sere repubblicano, egli precisava: «Non intendo, dov’anche io
potessi, imporre repubblica; non ne riconosco il diritto in me». Ma-
turavano in Mazzini riflessioni che prenderanno maggiore con-
sistenza tra il 1858 e il 1860, quando apparirà, dedicato questa
volta – è bene sottolinearlo – «Agli operai italiani», l’opuscolo
Dei doveri dell’uomo, del quale parleremo più avanti e le cui ulti-
me righe vorrei intanto ricordare per la loro speciale attualità:
«L’emancipazione della donna dovrebb’essere continuamente
accoppiata per voi con l’emancipazione dell’operaio e darà al
vostro lavoro la consacrazione d’una verità universale».
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 253

Intanto, dell’Italia non rivoluzionaria, e in particolare


della politica interna di Cavour, dei suoi esordi come presiden-
te del Consiglio si devono mettere in rilievo la chiarezza delle
idee, l’energia delle iniziative e la percezione della necessità per
il Piemonte di un sistema politico liberale, costituzionale e par-
lamentare all’altezza del modello inglese.
Questo voleva dire la preminenza di valori ideali su
quelli sociali e anzitutto la laicizzazione dello Stato e il corag-
gio di avviare su questo terreno delle riforme: insomma, lotta
senza quartiere contro gli abusi, le prepotenze e il potere della
Chiesa. Fatti gravi si posero però di traverso sul cammino di
Cavour: tra il 1853 e il 1854 due pessime annate agricole e l’ap-
parire di casi numerosi di colera diedero fiato agli oppositori di
Cavour, ritenuto responsabile di questa situazione critica a cau-
sa della sua politica antireligiosa. Minacce contro la sua perso-
na e contro l’arrendevolezza di Vittorio Emanuele II furono
trasformate in una sorta di maledizione del cielo quando in po-
co più di un mese il re perse la madre, la moglie e il fratello. Il
18 ottobre 1853 una folla tumultuante raggiunse la residenza
di Cavour profferendo insulti e grida di morte e rompendo i ve-
tri delle finestre. Ma questa volta il re non ne fu intimidito e
confermò la fiducia al suo governo.
Il 1855 fu tuttavia un anno cruciale: Cavour e la sua
maggioranza parlamentare presentarono un progetto di legge
per la soppressione di monasteri, comunità religiose e stabili-
menti ecclesiastici. Era la continuazione, con un rigore vera-
mente straordinario, dello spirito delle leggi Siccardi rivolto ad
altri oggetti del contendere. In questo caso una legge costituzio-
nale che restituisse denaro prezioso al bilancio dello Stato (Ca-
vour voleva abolire l’assegno di circa un milione di lire oro fi-
no ad allora destinato dallo Stato alle spese del culto) e autorità
politica allo Stato stesso.
Scontata fu la violenta reazione degli estremisti cattoli-
ci piemontesi e di Pio IX, che pubblicò un documento nel qua-
254 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

le, oltre a condannare la libertà di stampa e l’istruzione pubbli-


ca, dava per certo che il re non avrebbe firmato la proposta di
legge di Cavour. A seguito di queste minacce, alle quali si aggiun-
se una copia di antiche maledizioni medievali inviata al re dal sa-
cerdote filantropo Giovanni Bosco (che la Chiesa ha poi santifi-
cato) e al balenare della scomunica, che arrivò puntualmente il
26 luglio, il re ebbe un cedimento e cominciò a osteggiare la pro-
posta del suo primo ministro in un crescendo polemico che cul-
minò nella subdola manovra di alcuni ecclesiastici membri del
Senato (questa Camera era di nomina regia, a maggioranza cle-
ricale, e aveva tra i suoi membri vescovi e arcivescovi). Questi di-
chiararono che avrebbero regalato loro allo Stato la somma di
un milione di lire a patto che la legge fosse ritirata. Di questa
sprezzante proposta si fece portavoce il senatore Nazari di Ca-
labiana, vescovo di Casale. Cavour, profondamente offeso da
questo gesto, chiese solidarietà al sovrano, il quale gliela negò.
Il governo si dimise e sarebbe stata la fine non soltanto
della scelta liberale del Piemonte, ma della storia del nostro Ri-
sorgimento se per bloccare la «crisi Calabiana», come la chia-
marono i giornali, non fosse intervenuto ancora una volta, con
la consueta lealtà politica, Massimo d’Azeglio, che scrisse al re
una nobile e coraggiosa lettera: «Maestà, glielo dico con le lagri-
me agli occhi e inginocchiato ai Suoi piedi: non vada avanti nella
strada che ha presa. È ancora in tempo. Riprenda quella di prima.
Un intrigo di frati è riuscito in un giorno a distruggere l’opera del
Suo regno, ad agitare il Paese, scuotere lo Statuto, oscurare il
Suo nome di leale. Non v’è un momento da perdere. [...] Il Piemonte
soffre tutto, ma l’essere di nuovo messo sotto il giogo pretino, no
per Dio. Non vada in collera con me. Questo mio atto è atto di
galantuomo, di suddito fedele e di vero amico». Il re non rispo-
se, ma ci pensarono i vescovi, che rifiutarono una sua mediazio-
ne nella contesa tra le istituzioni e i rappresentanti della Chiesa.
Allora Vittorio Emanuele cedette al richiamo di d’Azeglio dan-
do a Cavour l’incarico di formare il nuovo governo.
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 255

Infastidito dall’estenuante lotta «contro preti e mona-


che», riprendendo le redini del governo Cavour confessò che
avrebbe preferito cento volte, a questa lotta, la guerra contro i
russi in Crimea. Non era una semplice battuta, quella di Ca-
vour: la guerra contro i russi da lui evocata era da alcuni mesi
in pieno svolgimento e di giorno in giorno diventava più vio-
lenta, soprattutto da quando, nel gennaio 1855, anche il Pie-
monte, per volontà di Cavour, ne era partecipe. La causa del-
la guerra era stata la richiesta della Russia di instaurare in Tur-
chia una sorta di protettorato dei cristiani che vivevano nel-
l’impero ottomano. Era un’intromissione negli affari interni
della Turchia. Con la scusa della religione da difendere rispet-
to al mondo musulmano lo zar, all’ovvio rifiuto della Turchia,
rispose dichiarando guerra. Sperava che i paesi europei non si
sarebbero interessati della cosa, ma la Francia e l’Inghilterra
erano da decenni impegnati a mantenere una situazione di
equilibrio nel Mediterraneo e decisero pertanto di scendere in
guerra a fianco della Turchia. Era il giugno del 1854. Il corpo
di spedizione anglo-francese pensò di puntare sulla base nava-
le russa sul Mar Nero, assediando Sebastopoli. Si sfiorò un col-
lasso militare quando al sopraggiungere delle piogge e del fred-
do, tra migliaia di soldati accampati sotto le tende in condizio-
ni igieniche precarie, cominciò a diffondersi il colera. L’epide-
mia sterminò più soldati delle pallottole russe e l’Inghilterra e
la Francia, le due amiche storiche di Cavour, chiesero al Pie-
monte di intervenire.
Con un fiuto eccezionale Cavour accettò di prendere
parte a uno scontro tra grandi potenze nel quale il Piemonte
avrebbe avuto tutto da perdere e nessuna utilità. E infatti, tra
lo stupore dei piemontesi e convincendo la sua perplessa mag-
gioranza parlamentare, Cavour inviò in Crimea, imbarcando-
lo a Genova, un corpo di spedizione di ben 15.000 uomini al
comando di La Marmora. L’esercito si comportò benissimo,
vincendo i russi nella battaglia del fiume Cernaja il 16 agosto
256 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

1855. Finalmente, caduta Sebastopoli un mese dopo, la Fran-


cia, l’Inghilterra e la Russia, accogliendo una proposta media-
trice dell’Austria che aveva intuito il pericolo costituito dall’al-
leanza anglo-franco-piemontese, decisero di interrompere la
guerra e di convocare un congresso della pace a Parigi. Alle
trattative partecipò anche Cavour, ma il suo ruolo era indefini-
bile. Il Piemonte non aveva interessi da difendere né nel Medi-
terraneo né nei Balcani; fu facile quindi per i delegati austriaci
metterlo ai margini delle discussioni e, amara sorpresa per Ca-
vour, la sua amata Inghilterra accettò come corretta la posizio-
ne diplomatica austriaca. Cavour allora decise di farsi interpre-
te della questione italiana, perorando la causa della libertà di
due Stati, il Regno delle Due Sicilie e lo Stato della Chiesa, ge-
stiti da pessimi governi.
Il congresso di Parigi non prese alcuna deliberazione,
ma Cavour riuscì a ottenere che la questione italiana divenisse
una questione europea. Dalla fine del congresso al 1858, la po-
litica estera di Cavour fu di avvicinarsi sempre più a Napoleo-
ne III per avere consenso e sostegno a un’azione rivendicativa
dell’indipendenza e dell’identità liberale dell’Italia, lavorando
anche sul timore francese per la forte pressione che i democra-
tici e i mazziniani stavano esercitando sul clima politico e socia-
le dell’Italia e che avrebbe potuto contagiare anche la Francia.
Come puntualmente avvenne quando dei mazziniani italiani
attentarono, con una «macchina infernale», alla vita dell’impe-
ratore e della moglie Eugenia.

2 | Nel resto del mondo e in Italia fino al 1860

Pensate alle innumerevoli idee e invenzioni – scriveva a un amico


uno scrittore americano – comparse in quest’ultima mezza dozzina
d’anni per accrescere le nostre comodità, ai nostri bagni e ghiacciaie
e frigoriferi, alle nostre scale mobili e zanzariere, campanelli delle ca-
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 257

se e mensole di marmo e tavoli allungabili, calamai aperti e tute da


bambini, distributori automatici e macchine per spazzare le strade;
in una parola date un’occhiata anche solo fugace ai registri dell’Uf-
ficio brevetti, e benedite la vostra stella per avere avuto la fortuna di
vivere nell’anno del Signore 1857.

Espressione di un atteggiamento molto diffuso negli


Stati Uniti, di una fiducia totale nel progresso tecnico e nello
sviluppo dei comforts, queste parole sembrano un controcanto, il
racconto di un’altra dimensione, più ottimistica e tranquilla ri-
spetto alla vita della vecchia Europa. Ma anche in Europa non
mancava il segno dell’ottimismo. La borghesia non era uscita
sconfitta dalle rivoluzioni e la soluzione di alcuni problemi di
carattere istituzionale e politico (concessione di Statuti e di al-
cuni diritti civili fondamentali, quali il suffragio elettorale allar-
gato o le libertà di associazione e di stampa) non aveva per nul-
la incrinato il potenziale economico del capitalismo.
Lo sviluppo dell’economia americana poteva però pre-
figurare la futura Europa, anche se nel vecchio mondo tardava
ancora a diffondersi quel tipico atteggiamento spavaldo e intra-
prendente della borghesia statunitense di cui, per un certo pe-
riodo, si fece portavoce lo scrittore Mark Twain (l’autore delle
Avventure di Tom Sawyer), il quale nel 1869 confessava di preferi-
re le ferrovie, gli scali ferroviari e le strade a pedaggio d’Euro-
pa a tutta l’arte italiana e poteva spingersi a complimentarsi col
famoso poeta Walt Whitman non tanto per le sue belle poesie,
quanto per essere il testimone di un’epoca così ricca di benefi-
ci materiali, compresi «gli stupefacenti, infinitamente vari e in-
numerevoli prodotti del catrame». Mark Twain aveva a suo
modo ragione perché dal 1852 era cominciata la «febbre del-
l’oro» in molti Stati americani (Montana, Idaho, California); in
particolare in California, che fino al 1850 era appartenuta al
Messico, questa febbre era esplosa nel 1848 insieme con la sco-
perta di un altro minerale, il «catrame» di cui parlava lo scrit-
tore, cioè il mitico petrolio.
258 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Lo sviluppo delle attività imprenditoriali e dei traffici,


che era la logica interna della produzione capitalistica e della
circolazione necessaria dei beni da essa derivati, prima o poi sa-
rebbe entrato in conflitto con i regimi protezionistici esistenti in
Europa e che in Italia erano rappresentati dal Regno delle Due
Sicilie. Il laissez faire, laissez passer, parole d’ordine del libero-
scambismo, significavano infatti la rottura di tutte le forme eco-
nomiche chiuse, il superamento delle barriere doganali e delle
stesse frontiere politiche, in una parola la pace tra le nazioni e
soprattutto l’evoluzione delle loro interne libertà.
Se per raggiungere questo obiettivo finale c’era ancora
molta strada da fare, non per questo risultava indebolita la sug-
gestione ideologica che il liberalismo esercitava in Europa e
che, grazie alla politica di Cavour, permetterà, ad esempio al
Regno di Sardegna, di essere al centro di un movimento nazio-
nale del quale proprio l’esito del congresso di Parigi aveva con
più chiarezza mostrato, alla diplomazia internazionale, la con-
sistenza e verità. Tutto considerato, l’azione di Cavour aveva
ottenuto effetti che andavano al di là delle premesse e di questo
parvero cogliere immediatamente il significato le forze demo-
cratiche e le istanze insurrezionali latenti e in attesa.
Garibaldi, in silenzio, infatti attendeva. Tornato dagli
Stati Uniti, dopo lunghi giri per il mondo come semplice co-
mandante di navi mercantili, e approdato a Londra, era parti-
to da qui nel maggio 1854 con un carico di carbon fossile ed era
sbarcato a Genova, «ammalato di reumatismi».
Nell’agosto 1857 Giuseppe La Farina, Daniele Manin
e Giorgio Pallavicino Trivulzio (quest’ultimo un superstite del-
le carceri austriache dello Spielberg) fondarono a Torino la So-
cietà nazionale, che si prefiggeva come programma l’unità del-
l’Italia sotto la monarchia dei Savoia («Italia e Vittorio Ema-
nuele»). Cavour per un verso diede il consenso all’iniziativa,
che vide ben presto la nascita di sedi in tutta Italia, dall’altro se
ne servì diplomaticamente per dimostrare alle potenze europee
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 259

la necessità di un intervento armato del Piemonte per esorciz-


zare il rischio di movimenti insurrezionali incontrollati che la
stessa Società nazionale avrebbe potuto guidare.
Aveva ragione. Nel luglio 1856 Garibaldi era entrato
in contatto con gli uomini che avrebbero dato vita alla Società
nazionale e che in un secondo tempo avrebbero rappresentato
un importante trait d’union tra lui e Cavour. Manin però stava
all’erta. Il 27 dicembre scriveva:

Cavour è estremamente abile ed è ben conosciuto all’e-


stero. Sarebbe una grave perdita non averlo come nostro alleato, co-
me sarebbe un grave pericolo averlo come nemico. Penso che non do-
vremmo rovesciare il suo governo, ma sollecitarlo. Dobbiamo lavora-
re incessantemente per formare l’opinione pubblica, poiché appena
questa sarà forte e chiara, Cavour, sono sicuro, la seguirà. [...]. Solo
se l’opinione pubblica sarà tutta a favore dell’Italia e Cavour dovesse
rifiutare, potremo ripensarci. Ma credo che Cavour sia troppo intel-
ligente e troppo ambizioso per rifiutare di abbracciare l’impresa ita-
liana con una pubblica opinione che la sostiene con convinzione.

Questo mentre l’Austria, allentando la pressione auto-


ritaria e repressiva in Lombardia con l’arrivo del nuovo viceré
Massimiliano d’Asburgo, di idee quasi liberali, dimostrava di
nutrire la massima diffidenza verso il Piemonte temendo gli at-
teggiamenti provocatori sul piano delle relazioni internaziona-
li, l’ambigua politica liberale e l’inspiegabile energia diploma-
tica di Cavour, ma anche l’incremento industriale e finanziario
e la concorrenzialità nei confronti dell’economia lombarda.
Erano in corso tra l’altro investimenti esteri in Piemonte da par-
te del gruppo Rothschild nel settore ferroviario, che nel giro di
pochi anni aveva quasi raggiunto i mille chilometri di linee in
esercizio per merci e passeggeri.

Ma il fuoco «italiano» continuava a covare sotto la ce-


nere. Il 13 dicembre 1856 era stato impiccato a Napoli un sol-
260 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

dato calabrese, Agesilao Milano, che aveva tentato di uccidere il


re durante una parata militare. L’attentato, l’insurrezione qual-
che mese prima in Sicilia, i moti scoppiati nel Cilento: forse l’a-
go della rivoluzione non puntava più al Nord. E Carlo Pisacane,
le cui origini napoletane erano il suo tormento per l’impotenza
ad agire nei confronti del regime borbonico, pensò fosse giunto
il momento di un’azione insurrezionale in quella parte del pae-
se in cui l’endemica povertà contadina potesse fare da miccia so-
ciale di una ribellione politica. Pisacane aveva appunto teorizza-
to la rivoluzione come culmine dell’impegno anche sociale dei
movimenti democratici e non come esito di congiure, cospira-
zioni, attentati terroristici. Si era in questo, come si è detto, di-
stanziato dalle imprese mazziniane e aveva qualche perplessità
anche sulla tecnica garibaldina della guerriglia. Ma era in sinto-
nia con Garibaldi quando questi dall’America, con una lettera
al giornale mazziniano «Italia del Popolo» dell’agosto 1854, ave-
va preso una posizione critica su quel modello di azione che ave-
va portato alla tragedia di Belfiore. Quando nel gennaio 1857
Pisacane seppe che Mazzini da Londra raccoglieva mezzi e for-
ze per un colpo di mano in Toscana, dimenticò ogni perplessità
e vide che nel regno napoletano vi erano le condizioni obiettive
più favorevoli per radunare i democratici meridionali e per con-
vincerli a sollevarsi. Suggerì perciò a Mazzini che più che alla
Toscana si pensasse a un’azione nel Mezzogiorno. Mazzini ac-
cettò la proposta e anzi immaginò che una rivolta al Sud avreb-
be avuto maggiori possibilità di successo se contemporaneamen-
te altre due città «calde» fossero insorte: Genova e Livorno.
Giunto di nascosto a Genova a maggio, Mazzini cominciò a la-
vorare sul progetto di una spedizione armata collegandosi pre-
ventivamente con i gruppi clandestini mazziniani esistenti a Na-
poli e in altre province del Salernitano e del Cilento. Ma l’entu-
siasmo fu raffreddato dalle prime difficoltà.
Pisacane andò di nascosto a Napoli ai primi di giugno
per sondare il terreno e ne tornò deluso («Io non ho del tutto
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 261

perdute le speranze – scrisse il 13 giugno al patriota siciliano


Rosolino Pilo – ma le speranze sono debolissime»). Era fallito
il progetto? Lo pensò subito Enrichetta, la compagna di Pisa-
cane, e implorò Carlo di desistere dall’impresa avendo come il
presentimento del suo esito tragico. Ma Pisacane aveva comun-
que messo in moto una macchina che non poteva, non doveva
essere fermata. L’angoscia di Enrichetta aveva però avuto un’e-
co nel suo animo se, al momento di partire, Pisacane volle la-
sciare alla giornalista inglese Jessie White il suo testamento po-
litico.
Si trattava di un documento di esemplare dignità ideo-
logica e intelligentemente pessimista. Dopo una dichiarazione
di fedeltà ai valori del socialismo (Pisacane è uno dei precurso-
ri del socialismo italiano) e all’ineluttabilità della rivoluzione
italiana, Pisacane affermava:

Io sono convinto che nel Mezzogiorno dell’Italia la rivolu-


zione morale esiste; che un impulso energico può spingere le popo-
lazioni a tentare un movimento decisivo, ed è perciò che i miei sfor-
zi si sono diretti al compimento di una cospirazione che deve dare
quell’impulso. Se giungo sul luogo dello sbarco, che sarà Sapri, nel
Principato citeriore, io crederò aver ottenuto un grande successo
personale, dovessi pur lasciar la vita sul palco. Semplice individuo,
quantunque sia sostenuto da un numero assai grande di uomini ge-
nerosi, io non posso che ciò fare e lo faccio. Il resto dipende dal pae-
se, e non da me. Io non ho che la mia vita da sacrificare per quello
scopo ed in questo sacrificio non esito punto.

Il 25 giugno Pisacane si imbarcò a Genova sul piro-


scafo Cagliari della linea Genova-Tunisi. Con lui, in veste di pas-
seggeri, viaggiavano ventiquattro compagni. Durante il viaggio
alcuni di loro irruppero nel ponte di comando, si impossessaro-
no della nave e sequestrarono un carico di fucili e munizioni
che si trovava a bordo. Per errori di comunicazione e per una
violenta burrasca non si incrociarono con barche che doveva-
262 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

no fornirli di altre armi. Era un brutto segno. Fecero comun-


que rotta verso l’isola di Ponza, dove esisteva un carcere bor-
bonico di massima sicurezza. Sbarcati, con un’azione veloce
entrarono nel penitenziario liberando 323 detenuti, tra i quali
dei «politici», e requisendo altre armi della guarnigione, che si
arrese senza reagire. Il Cagliari riprese con il carico dei «trecen-
to» il viaggio verso Sapri, dove giunse la sera del 28, più tardi
però delle comunicazioni che le guardie di Ponza avevano in-
tanto diramato per telegrafo alle autorità di Gaeta.
Lo sbarco a Sapri provocò una grande confusione tra
le autorità locali, finché la situazione fu presa in mano dal giu-
dice regio di Sanza, Vincenzo Leoncavallo, padre del celebre
musicista. Intanto, la prima delusione per Pisacane: gli abitan-
ti si chiudevano in casa sbarrando porte e finestre. Come un ba-
leno si spargeva la voce che dei briganti senza Dio, degli erga-
stolani evasi, erano sbarcati per rubare, violentare le donne, di-
struggere beni comuni e privati. Pisacane, mentre si apriva il
vuoto davanti a lui e a quanti lo seguivano, decise di puntare su
Padula. Qui il primo luglio vi fu un primo scontro con le guar-
die e con soldati di stanza nel luogo. Centocinquanta patrioti
furono uccisi e gli altri, ripiegati su Sanza, furono circondati an-
che da contadini inferociti, da preti che maledicevano e urlava-
no invitando le donne a nascondersi e gli uomini ad armarsi di
forconi e di ogni arma possibile. Furono quasi tutti massacrati
senza che nessuno di loro reagisse o levasse un’arma contro gli
aggressori. Pisacane, di fronte a questo eccidio e all’illusione
perduta, rivolse la pistola contro se stesso suicidandosi. I versi
della Spigolatrice di Sapri («Eran trecento, eran giovani e forti, e
sono morti») di Luigi Mercantini, una delle più belle ballate po-
litiche del Risorgimento, rimangono come il sigillo struggente
di un patriottismo profondamente morale e come dono lettera-
rio e storico alle future generazioni.
Nelle stesse ore del dramma di Pisacane fallivano an-
cora una volta i moti di Genova e di Livorno e questo fu un col-
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 263

po assai grave per Mazzini. «Una ondata di riprovazione – scri-


ve Rosario Romeo – si sollevò da gran parte della democrazia
italiana ed europea. Alle accuse Mazzini replicò con le pagine
vibranti degli articoli apparsi nell’‘Italia del Popolo’. Ma con-
tro di lui operò la realtà dei fatti e il discredito dei troppi e trop-
po costosi fallimenti, in confronto alle crescenti speranze che
nascevano dalle sfide ogni giorno lanciate all’Austria dal libero
Stato piemontese». L’amara fine di Pisacane provocò infatti re-
criminazioni e critiche severe nei confronti di un’insurrezione
fondata soltanto sulla volontà e sulla speranza. Ma Pisacane e i
suoi compagni erano stati animati da un puro ideale. Restare
però vittime di quel «popolo» che avrebbe dovuto solidarizza-
re con loro fu la vera tragedia politica e umana vissuta da lui
nelle ultime ore di vita e dal movimento democratico di cui egli
era parte.
Enrichetta e la piccola figlia Silvia, rimaste desolata-
mente inermi e abbandonate, furono prese sotto la protezione
di Mazzini ed ebbero l’aiuto di molti patrioti e amici di Pisaca-
ne. Ma molte domande rimasero senza risposta. Si pensò che
un dramma privato di Pisacane fosse all’origine della sua deter-
minazione a gettarsi in questa avventura; una crisi sentimenta-
le improvvisamente avvenuta tra lui ed Enrichetta, il cui amo-
re era stato bello e tormentato (lei aveva abbandonato marito e
figli per seguire Carlo e aveva anche subito un processo per
adulterio); si disse di un innamoramento di lei per uno dei mi-
gliori amici e compagni di lotta di Carlo, Enrico Cosenz. Nean-
che oggi è possibile accertare la verità, ma il dramma si colorò
di sentimenti di pena e di solidale partecipazione in quanti fu-
rono testimoni della sfortunata spedizione. Stati d’animo che
fanno ancora parte del giudizio storico su questa pagina strug-
gente del nostro Risorgimento.
La vicenda di Pisacane fu naturalmente un altro prete-
sto per coloro che contestavano i rivoluzionari e anche l’«ec-
cessivo» liberalismo del Piemonte. Ma forse era anche giunto il
264 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

momento di difendere la causa della libertà italiana con armi


più sicure: la diplomazia, ad esempio. Era l’ora di Cavour.

Il teatro delle relazioni internazionali si era talmente


modificato dopo la guerra di Crimea che l’unico spazio rima-
sto a Cavour era un’alleanza meno formale, più concreta con
Napoleone III. Alcune condizioni per realizzarla c’erano: l’im-
peratore da una parte avversava l’Austria non solo per rivalità
tra imperatori quanto perché il Piemonte, per l’arroganza e la
autoritaria presenza degli austriaci in Italia, non avrebbe potu-
to resistere a lungo ai democratici che seguivano la linea della
sovversione. Dal suo punto di vista non aveva torto. Il primo
passo, il più facile, dopo le offerte di alleanza di Cavour, fu di
chiedere al governo di Torino di adottare la censura nei con-
fronti della stampa democratica, per limitarne l’opera di pro-
paganda, e di promuovere leggi contro le organizzazioni che fa-
cevano capo ai movimenti democratici. Cavour, sostenuto da
Vittorio Emanuele II, recalcitrò a queste illiberali proposte, ma
tutto sembrò perduto, confermando la preoccupazione di Na-
poleone III, quando, il 14 gennaio 1858, degli esuli mazziniani
residenti a Parigi e guidati da Felice Orsini, già segretario di
Mazzini durante la Repubblica romana, lanciarono alcune
bombe contro di lui e la moglie Eugenia mentre si recavano in
carrozza al teatro dell’Opéra. Oltre cento persone, investite
dall’esplosione, morirono o furono ferite. La coppia imperiale
rimase miracolosamente illesa. La ben addestrata polizia pari-
gina individuò gli attentatori e arrestò Orsini e altri complici,
mentre un’ondata di indignazione pervadeva la Francia. La
causa italiana pareva perdere tutte le simpatie di Napoleone.
Orsini e un altro suo compagno furono condannati a morte e il
13 marzo ghigliottinati in una piazza di Parigi. Ma prima di sa-
lire sul patibolo Orsini aveva inviato una lettera a Napoleone
III con la quale sconfessava lo strumento dell’assassinio politi-
co e invocava il suo intervento per la libertà e l’indipendenza
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 265

d’Italia. La pubblicazione della lettera suscitò, in Francia e in


Italia, grande impressione; in Napoleone, il cui passato di car-
bonaro nell’Italia della Restaurazione sedimentava sempre nei
suoi ricordi, si fece strada la convinzione che la soluzione della
questione italiana, e cioè la cacciata dell’Austria dall’Italia, fos-
se ormai indispensabile per neutralizzare l’attività delle forze ri-
voluzionarie europee, e italiane in particolare, che minacciava-
no la sua persona e la sicurezza dell’impero.
Tale convinzione fu la premessa di un incontro che il
20 e il 22 luglio si svolse nella stazione termale di Plombières-
les-Bains nei Vosgi tra Napoleone III e Cavour. Non fu estra-
neo alla condiscendenza dimostrata dall’imperatore nell’acco-
gliere le proposte di alleanza del primo ministro piemontese il
sottile lavorio di un giovane e brillante diplomatico piemonte-
se, Costantino Nigra, che operava a Parigi in stretto contatto
con Cavour, scegliendo anche le vie eleganti e segrete della se-
duzione, dei salotti, del bel mondo della politica, degli affari,
della corte imperiale, della cultura, del fascino personale (il «bel
Nigra» era l’appellativo delle dame parigine) da lui esercitato
sull’imperatrice Eugenia de Montijo, anche lei chiamata la
«bella spagnola». Ma non fu estranea un’arma ben più sottile
rivolta contro il cuore e i sensi di Napoleone III: la bellezza del-
la diciannovenne nipote di Cavour, Virginia Oldoini contessa
di Castiglione. Fu Cavour a gettarla tra le braccia dell’impera-
tore per piegarlo più dolcemente alla causa italiana. E con suc-
cesso se, come conferma autorevolmente André Maurois, «Na-
poleone III amava le donne e non fu a lungo fedele alla bella
spagnola e alcune avventuriere illustri, come la Castiglione, fe-
cero, a tutto vantaggio dei governi stranieri, la troppo facile
conquista dell’Imperatore. ‘Corre dietro la prima scopa vestita
che capita’ diceva sua cugina, la principessa Matilde Bonapar-
te». Solo che la contessa di Castiglione non era affatto una «sco-
pa»: Cavour questo lo sapeva (anche lui, d’altronde, era
profondamente preso dall’amore per una danzatrice unghere-
266 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

se, Bianca Ronzani) e i risultati gli diedero ragione. Troppo se-


vero e forse errato è dunque il giudizio di Romeo: «Nella bat-
taglia disperata contro il sistema delle grandi potenze che mi-
nacciava di richiudersi su di lui e sul Piemonte, Cavour impe-
gnò anche quel se stesso che si era formato nella sua lunga espe-
rienza di uomo d’affari e frequentatore del bel mondo. [...] Da
ciò il ricorso alle grazie di Virginia di Castiglione per meglio
conquistare Napoleone III alla causa italiana. Espedienti che
deludono non solo come innegabili cadute di stile, ma anche
per la loro pressoché totale sterilità».
A Plombières comunque Cavour ottenne quello che
desiderava. L’imperatore, riferì subito Cavour al re, si è detto
«deciso ad appoggiare con tutte le sue forze la Sardegna in una
guerra contro l’Austria, purché la guerra fosse intrapresa per
una causa non rivoluzionaria». Ma c’erano da dare in cambio
tre cose: a) la ricomposizione della penisola in una confedera-
zione degli Stati esistenti – con qualche ipotesi di un nuovo so-
vrano nell’Italia centrale – sotto la presidenza onoraria del pa-
pa e con il vigile controllo francese; b) la cessione di Nizza e del-
la Savoia alla Francia; c) il matrimonio, a sigillo dell’alleanza tra
due dinastie, del principe Gerolamo Bonaparte, cugino dell’im-
peratore e noto uomo di mondo, con la figlia del re, Maria Clo-
tilde, una ragazza religiosa e riservata.
Sfumava qualunque speranza nell’unificazione dell’I-
talia e nella soluzione della «questione romana» e si perdevano
due terre del Regno di Sardegna, italiane, regalate alla Fran-
cia. Garibaldi non perdonò mai il regalo della sua Nizza alla
Francia, ma Cavour accettò tutto pensando che alla fine, dopo
la sospirata guerra, le carte si sarebbero rimescolate. Non era
affatto una previsione azzardata e non era intanto difficile im-
maginare la reazione agli accordi di Plombières di Mazzini e di
quanti come lui credevano nell’obiettivo supremo dell’unità
nazionale («questa mattina – è detto nel diario di Giuseppe
Massari, segretario di Cavour – il conte Cavour mi fa leggere
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 267

uno scellerato ed insulso proclama di Mazzini, in cui questo fa


appello alle passioni più sanguinarie». È il 3 agosto 1858).

In febbraio 1859, io fui chiamato in Torino dal conte di Ca-


vour, col mezzo di La Farina. Entrava nella politica del gabinetto
sardo, allora in trattative con la Francia e disposti a far la guerra al-
l’Austria, di accarezzare il popolo italiano. Manin, Pallavicino, ed al-
tri distinti italiani cercavano di avvicinare la democrazia nostra alla
dinastia Sabauda, per giungere, col concorso della maggior parte di
forze nazionali, all’adempimento di quell’unificazione Italica, sogno
di tanti secoli delle menti elette della penisola. Credendo io avessi
conservato alcun prestigio nel popolo, il conte di Cavour, onnipos-
sente allora, mi chiamò nella capitale e mi trovò certamente docile
all’idea sua di far la guerra alla secolare nemica d’Italia. Non m’ispi-
rava fiducia il suo alleato, è vero; ma come fare? bisognava subirlo.
[...] Dopo pochi giorni della mia permanenza a Torino, ove dovevo
servire di richiamo ai volontari Italiani, io m’accorsi subito con chi
avevo da fare. Accettai il minore dei mali; e non potendo operare tut-
to il bene, ottenerne il poco che si poteva per il nostro paese infelice.
Garibaldi dovea far capolino, comparire e non comparire. Sapesse-
ro i volontari ch’egli si trovava a Torino per riunirli ma, nello stesso
tempo, chiedendo a Garibaldi di nascondersi per non dare ombra al-
la diplomazia. Che condizione!

Il ricordo di Garibaldi è preciso: Cavour gli affidava


l’incarico di reclutare segretamente dei volontari che faranno
parte del corpo dei Cacciatori delle Alpi, ma la segretezza, il
«comparire e non comparire» urtava la sensibilità politica del-
l’eroe e negava, a suo dire, il valore patriottico del volontaria-
to. Garibaldi ignorava che la cautela di Cavour aveva un sen-
so. Tre anni dopo, de La Rive scriverà: «Occorse tutta la fer-
mezza e soprattutto l’autorità di Cavour per vincere gli ostaco-
li che l’organizzazione dei volontari incontrò da parte del mi-
nistero della guerra che vi vedeva un elemento di disordine mi-
litare, e da parte dei civili e della diplomazia che vi vedevano
un elemento di disordine politico». Questo Cavour non poteva
268 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

allora dirlo a Garibaldi, ma sarà il tarlo roditore dei rapporti


tra i due, che determinerà rancori e diffidenza negli anni di gra-
zia 1860 e 1861.
Il primo gennaio 1859 Napoleone III, in occasione del
ricevimento del corpo diplomatico per gli auguri di Capodan-
no, si rammaricò con l’ambasciatore austriaco in Francia del
fatto che «Le relazioni della Francia con il governo austriaco
non erano così buone come in passato». Il 10 gennaio Vittorio
Emanuele II, nel discorso della corona all’apertura del Parla-
mento, inserì parole rimaste famose: «Nel mentre che rispettia-
mo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tan-
te parti d’Italia si leva verso di noi». I primi segnali erano stati
dati.
Intanto Cavour, dato il carattere difensivo degli accor-
di di Plombières, cercava in ogni modo di provocare l’Austria
alla guerra: oltre all’accordo con Garibaldi, favorì l’esodo in
Piemonte dei giovani coscritti lombardi; chiese in Parlamento
prestiti straordinari; preparò, con trattative segrete con la So-
cietà nazionale, un movimento popolare nell’Italia centrale per
provocare il granduca di Toscana che era sotto la protezione
dell’Austria e per creare un altro casus belli. Insomma, le aveva
pensate tutte, ma incontrò non poche difficoltà a sistemare le
tessere del mosaico per colpa proprio di Napoleone III. Premu-
to dall’opinione pubblica francese, ostile alla formazione di un
grande Stato nell’Italia settentrionale e pieno di timori per la si-
curezza temporale del papa, l’imperatore si mostrò molto esi-
tante ad agire e Cavour fu costretto a recarsi a Parigi per ri-
cordargli i patti di Plombières. Ci si mise pure l’Inghilterra che,
per scongiurare la guerra, offrì in quei giorni la sua mediazio-
ne, proponendo un congresso per la pacificazione tra gli Stati.
Napoleone III accettò di buon grado la proposta e Vittorio
Emanuele II si trovò costretto ad aderire alla richiesta. Per Ca-
vour fu invece un colpo a tradimento: un congresso del genere
avrebbe annullato l’intera sua trama diplomatica. Ma questa
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 269

volta l’arroganza dell’Austria si rivelò benefica: pose la condi-


zione che al congresso non dovessero partecipare gli Stati ita-
liani e che non si dovesse discutere di alcuna modificazione ter-
ritoriale in Italia. Di più, temendo che la politica franco-pie-
montese tendesse ad agire nascostamente per preparare la
guerra, il governo di Vienna inviò, il 23 aprile 1859, un ultima-
tum al Piemonte chiedendo la cessazione degli armamenti e
l’immediato disarmo dei volontari. Cavour aveva intuito quin-
di, chiamando Garibaldi, che i volontari avrebbero suscitato le
proteste dell’Austria, e all’arrivo dell’ultimatum trasse un sospi-
ro di sollievo. L’Austria era caduta nella trappola del primo mi-
nistro piemontese. Mai una guerra era stata tanto desiderata
come questa. Il Piemonte non poté fare altro che rifiutare le ar-
bitrarie imposizioni austriache, rendendo inevitabile lo scoppio
delle ostilità. «Per Cavour la guerra fu il trionfo – scrive de La
Rive – e il riposo. Essa consacrava la sua politica e rassicurava
il suo spirito». Aveva così inizio la seconda guerra per l’indipen-
denza italiana.
Il 29 aprile l’armata austriaca (la guidava non più Ra-
detzky ma il generale ungherese Ferencz Gyulai) penetrò velo-
cemente, superando il Ticino, in territorio piemontese, giun-
gendo ad appena trenta chilometri da Torino. L’obiettivo era
di arrivare in tempo per impedire all’esercito francese di con-
giungersi con quello italiano. Ce l’avrebbe fatta se, con la pron-
tezza di guerriglieri e di partigiani, soldati e contadini non aves-
sero aperto le chiuse delle risaie della Sesia provocando l’im-
pantanamento delle truppe e dei carriaggi austriaci. La mano-
vra funzionò e i francesi poterono incontrare i piemontesi il 12
maggio. Scattò allora la controffensiva o, meglio, la controma-
novra alleata per tagliare i collegamenti tra l’esercito austriaco
e il munito Quadrilatero. Le truppe franco-piemontesi si divi-
sero in due ali: la prima, la più robusta, attraversò il Ticino pun-
tando su Milano, la seconda si diresse su Piacenza con l’obiet-
tivo di varcare lì il Ticino. Il contatto tra i due eserciti contrap-
270 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

posti avvenne in tre scontri tra il 20 e il 31 maggio: al ponte di


Buffalora sul Ticino e a Palestro e Montebello, in provincia di
Pavia. Gli austriaci furono battuti in tutte e tre le occasioni e ca-
pirono che occorreva fermare a ogni costo questa avanzata, ma
la successiva battaglia di Magenta fu strategicamente decisiva.
Fu uno scontro campale tra 55.000 franco-piemontesi al co-
mando di Napoleone III, sbarcato a Genova pochi giorni pri-
ma, e 50.000 austriaci al comando di Gyulai. Era il 4 giugno
quando tra attacchi e contrattacchi l’abilità del generale fran-
cese Mac-Mahon ebbe la meglio sugli avversari battendoli sui
Navigli e a Marcallo, non lontano da Milano. Quattro giorni
dopo quasi tutta Milano, festante e tricolore, accoglieva l’in-
gresso a cavallo di Vittorio Emanuele II e di Napoleone III. Ma
non era finita qui. Il giorno prima l’imperatore austriaco Fran-
cesco Giuseppe aveva preso personalmente il comando della
sua armata e si preparava, passando il Mincio, a riprendere a
tutti i costi Milano. Ma non aveva calcolato la spina nel fianco
dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, quei volontari così di-
sprezzati e così poco «regolari».
Da loro, sempre lungo il Ticino, giunsero i colpi più du-
ri negli scontri di Sesto Calende, di San Fermo e nella battaglia
di Varese del 24 maggio. Per quest’ultima e per il modo in cui
la città incontrò i 3.000 volontari garibaldini che si preparava-
no allo scontro con gli austriaci valgano, più che la fredda rico-
struzione storica, i ricordi di Garibaldi:

L’accoglienza ricevuta a Varese, nella notte che seguì il no-


stro passaggio, è qualcosa di ben difficile da descriversi. Pioveva di-
rottamente. Ciononostante io sono sicuro che non mancava uno so-
lo della popolazione, uomo o donna o ragazzo, che non fosse fuori a
riceverci. Era spettacolo commovente il veder popolo e militi confu-
si in abbracciamenti di delirio! Le donne, le vergini, lasciando da
parte la naturale pudicizia si lanciavano al collo dei rozzi militi con
effervescenza febbrile! Non eran però tutti rozzi i miei compagni,
poiché molti appartenevano a distinte famiglie della Lombardia e di
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 271

altre provincie italiane; ma italiani tutti legati al patto santo dell’e-


mancipazione patria.

Poche parole che danno l’idea dell’entusiasmo che cir-


conda i volontari, dell’ammirazione crescente per Garibaldi, il
cui nome comincia a trasformarsi in eponimo di libertà e di vit-
toria e vola di bocca in bocca tra la gente comune, tra i nobili
di campagna e di città, tra i buoni borghesi (le «distinte fami-
glie»), mentre i Cacciatori delle Alpi, che in pochi giorni diver-
ranno 12.000, vincendo gli austriaci a Como, a Lecco, a Ber-
gamo, a Brescia. Colpiva l’ardire strategico di Garibaldi che,
entrato con i suoi nella Valtellina, puntava sul Trentino per ta-
gliare la ritirata agli austriaci.

Mentre la prima fase della guerra si concludeva vitto-


riosamente, le popolazioni dell’Italia centrale entravano in
ebollizione. La guerra voluta da Cavour si stava trasformando
in qualcosa di inatteso. Merito anzitutto della propaganda e
dell’organizzazione della Società nazionale. Tra la fine d’apri-
le e i primi di giugno accadde di tutto. A Firenze il granduca fu
costretto a fuggire lasciando, questa volta per sempre, il potere.
Si formò un governo provvisorio retto dal conte Carlo Bon-
compagni in rappresentanza del re di Sardegna. Era il 27 apri-
le. Dodici giorni dopo fu la volta di Parma e l’11 giugno del Du-
cato di Modena. Finalmente la rivoluzione coinvolse lo Stato
pontificio. Gli austriaci furono cacciati da Bologna e da Ferra-
ra e come commissario regio fu scelto l’uomo giusto: Massimo
d’Azeglio. Verso la metà di giugno insorsero le Marche e l’Um-
bria. Era troppo per il papa, che scelse di far massacrare le po-
polazioni insorte dai reggimenti mercenari svizzeri. A Perugia,
il 20 giugno, la repressione provocò una strage di civili. Napo-
leone III ebbe allora la sensazione che gli eventi dell’Italia cen-
trale preludessero a un incendio generale e sfuggissero al con-
trollo dei governi francese e piemontese e agli accordi siglati a
272 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Plombières. In particolare l’imperatore temeva che una nuova


rivoluzione romana spodestasse il pontefice, con gravi ripercus-
sioni sulle forze politiche e parlamentari cattoliche che sostene-
vano il trono napoleonico.
Ma la guerra continuava. Il 24 giugno a Solferino e a
San Martino i tre eserciti entrarono in collisione. In una terribi-
le, afosa giornata 80.000 francesi si scontrarono a Solferino con
90.000 austriaci. La battaglia durò dieci ore, con enormi perdi-
te da entrambe le parti. A San Martino furono 31.000 piemon-
tesi a scontrarsi per dodici ore con 29.000 austriaci. Il comune
nemico fu sconfitto e iniziò la ritirata per arroccarsi nel Quadri-
latero, ma il prezzo in vite umane fu grandissimo. Migliaia i
morti e migliaia i feriti lasciati sul terreno ad agonizzare mentre
le poche ambulanze e i pochi medici tentavano l’impossibile per
salvarne qualcuno. La guerra mostrò in queste due battaglie il
suo volto spaventoso di morte e di dolore. Fra i testimoni della
battaglia vi fu il letterato e filantropo svizzero Henri Dunant.
Ciò che vide in quel giorno lo spinse a farsi promotore della fon-
dazione della Croce rossa. E proprio in quei giorni appariva
nelle librerie di Londra L’origine delle specie di Charles Darwin.
Mai due significati altrettanto opposti – la morte provocata dal-
la guerra e la vita scoperta nella sua faticosa e perfetta evolu-
zione – erano stati posti a così diretto confronto.

Improvvisamente l’11 luglio Napoleone III si incontrò


con Francesco Giuseppe firmando un armistizio a Villafranca,
vicino Verona, in cui si stabilivano le seguenti condizioni: la
Lombardia, ad eccezione di Mantova e Peschiera, era ceduta
alla Francia, che a sua volta l’avrebbe consegnata al Piemonte;
la Toscana, Parma, Modena e le Legazioni dovevano tornare
ai legittimi sovrani, con la clausola però che il ritorno doveva
avvenire senza intervento straniero; tutti gli Stati italiani, com-
presa Venezia, avrebbero formato una confederazione sotto la
presidenza onoraria del pontefice.
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 273

L’opinione pubblica italiana avvertì l’armistizio come


un tradimento. E lo sconcerto della gente comune è ben rap-
presentato, oltre che sui giornali, nelle lettere, nei diari, nei do-
cumenti ufficiali, nei pubblici discorsi, nel famoso dipinto di
Domenico Induno La lettura del bollettino di Villafranca. Ma per i
francesi una soluzione diversa del conflitto era impraticabile:
le rivoluzioni dell’Italia centrale avevano destato vivo allarme
in Napoleone III, che temeva la formazione di un grande Sta-
to unitario ai confini della Francia e il propagarsi del movi-
mento rivoluzionario agli Stati pontifici; dal punto di vista mi-
litare poi l’esercito austriaco aveva opposto nelle battaglie di
Solferino e di San Martino una valida resistenza, dimostran-
dosi un avversario più temibile di quanto si pensasse. A Vitto-
rio Emanuele II non restava, sia pure con grande amarezza,
che accettare il fatto compiuto, mentre Cavour, vedendo falli-
re il disegno che aveva immaginato, non esitò a rassegnare le
dimissioni.
Il nuovo governo La Marmora-Rattazzi fu costretto a
richiamare i commissari regi; le popolazioni dell’Italia centra-
le, non accettando queste decisioni, prese sulle loro teste, eles-
sero allora dei «dittatori» nominati per volontà popolare, come
Bettino Ricasoli in Toscana o Luigi Carlo Farini in Emilia e
Romagna, che convocarono delle assemblee costituenti con il
compito di decretare l’annessione al Piemonte e si prepararo-
no alla resistenza. Il 20 settembre 1859 da Firenze Mazzini in-
viò un lungo appello a Vittorio Emanuele II invitandolo ad as-
sumere la guida del movimento unitario e a promuovere un ac-
cordo tra tutte le forze politiche nazionali. Era la tessera neces-
saria di un mosaico politico che si stava componendo e che esat-
tamente un anno dopo, nel settembre 1860, sarebbe stato com-
pletato dall’ingresso di Garibaldi nella capitale del regno bor-
bonico, Napoli.
Due fatti intervennero a questo punto a determinare
uno sblocco della situazione a favore del Piemonte. L’Inghilter-
274 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

ra, dove era primo ministro il liberale Lord Palmerston, decise


finalmente di prendere una posizione ufficiale sul caso italiano
richiamandosi ai principi liberali della volontà e rappresentati-
vità popolare espressi dagli italiani insorti. E Napoleone III,
correggendo la rotta, si accostò nuovamente al Piemonte facen-
do chiaramente intendere che, dopo la cessione di Nizza e del-
la Savoia, si sarebbe disinteressato delle scelte politiche dell’I-
talia centrale.
Cavour fu richiamato al governo il 20 gennaio 1860.
In questa fase delicatissima era necessaria la presenza di un uo-
mo capace di interpretare le contraddizioni del momento e di
volgerle verso obiettivi più costruttivi, utilizzando diplomati-
camente la «rivoluzione italiana del 1859», come la definì
Manzoni in un saggio rimasto incompiuto ma fortemente elo-
giativo dei successi raggiunti. Sicuro dell’appoggio della Fran-
cia e dell’Inghilterra, Cavour inviò una nota ai governi d’Eu-
ropa con la quale si comunicava che Vittorio Emanuele II non
avrebbe potuto più a lungo opporsi al potere delle popolazio-
ni e promosse i plebisciti per l’annessione di tutti gli Stati in-
sorti, tranne quello della Chiesa, al Piemonte (11 e 12 marzo).
Le urne diedero all’annessione una valanga di consensi. Rela-
tivamente alla ristrettezza del corpo elettorale, in Emilia i vo-
ti per l’annessione furono 426.000, i contrari 726; in Toscana
i favorevoli circa 367.000, i contrari circa 15.000. Fu la solu-
zione migliore e la più pacifica e «parlamentare», immediata-
mente confermata dalle elezioni politiche che si svolsero nel
Regno di Sardegna, nella Lombardia e negli Stati da poco an-
nessi. I candidati liberali vicini a Cavour ebbero un enorme
successo. Anche la sinistra di Rattazzi conquistò alcune deci-
ne di seggi, mentre la destra reazionaria scomparve quasi com-
pletamente dalla nuova Camera. Intanto la macchina diplo-
matica continuava il suo corso e Nizza e la Savoia, secondo gli
accordi di Plombières, venivano cedute alla Francia. Era l’a-
prile 1860.
Capitolo sesto I dieci anni decisivi 275

Mentre al Centro e al Nord dell’Italia si apriva un ca-


pitolo decisivo della storia italiana, al Sud la Sicilia riprendeva
l’iniziativa di una possibile insurrezione ad opera di due esuli
democratici, Francesco Crispi e Rosolino Pilo. La rete cospira-
tiva si infittì, con collegamenti con Mazzini a Londra e con i co-
mitati segreti di Messina, Catania e Palermo. Quando Mazzi-
ni raggiunse Firenze, Crispi lo incontrò per definire meglio il
piano di insurrezione. Anche Vittorio Emanuele II fu informa-
to del clima che stava montando in Sicilia e che appariva del
tutto favorevole a una rivoluzione. A maggio era morto Ferdi-
nando II e il nuovo re, il giovanissimo Francesco II, non aveva
certo l’autorità e la forza del padre. Era quindi il momento di
agire. Il movimento unitario otteneva sempre più consensi ne-
gli strati più diversi dell’opinione pubblica siciliana. Fu chiesto
da Rosolino Pilo a Mazzini se un eventuale moto siciliano e una
successiva richiesta di annessione al Piemonte lo avrebbero tro-
vato favorevole. Mazzini rispose: «Quanto all’obbiezione che il
moto condurrebbe all’annessione, noi non possiamo impedir-
lo». Finalmente nella notte tra il 3 e il 4 aprile l’insurrezione
scoppiò a Palermo. Alle prime notizie dell’accaduto, Francesco
Crispi e Nino Bixio, che si trovavano a Genova, corsero a To-
rino per incontrare Garibaldi, appena eletto deputato, e lo in-
vitarono a guidare una spedizione in Sicilia. I colloqui e gli in-
contri che seguirono nei giorni successivi videro il re segreta-
mente favorevole e Cavour perplesso ma incline a vedere con
attento distacco l’evoluzione della situazione. Ma la voce si era
sparsa e a Genova cominciarono ad affluire i volontari e fucili
di nuovo modello. I moti di Palermo intanto fallivano, ma so-
prattutto Crispi pensò che il dado dovesse essere tratto e con-
vinse Garibaldi a tentare l’avventura in Sicilia.
Capitolo settimo

DAI MILLE A ROMA

«Notte stellata, bella, tranquilla, solenne, di quella solennità


che fa palpitare l’anime generose che si lanciano all’emancipa-
zione degli schiavi!». Garibaldi ricorda così le ore tra il 5 e il 6
maggio 1860, quando l’avventura è già iniziata. Nino Bixio con
una quarantina di volontari sale a bordo del Piemonte e del Lom-
bardo, ordina di accendere le caldaie e di spostare i piroscafi dal
porto di Genova «per imbarcare la gente che aspettava, divisa
tra la Foce e Villa Spinola». La villa, dove Garibaldi era ospite
dell’amico Augusto Vecchi, da diversi giorni era il quartiere ge-
nerale dell’impresa: un andare e venire di amici, compagni di
lotta, messaggeri furtivi e messaggi del prezioso telegrafo elet-
trico. Si fanno piani, si scrutano le carte, si pensa alle armi che
dovrebbero arrivare con la sottoscrizione per «Un milione di
fucili»; nervi a fior di pelle e ansia, ma si suona il pianoforte e
Garibaldi, con calda voce baritonale, canta arie di opere. Ci so-
no tutti, a cominciare dai siciliani Crispi, La Masa, Carini.
«Bixio – conferma Garibaldi – è certamente il principale atto-
re della spedizione. Sorprendente. Il suo coraggio, la sua atti-
vità, la pratica sua nelle cose di mare e massime di Genova suo
paese natio valsero immensamente ad agevolare ogni cosa». Le
navi ormeggiano con le macchine sotto pressione al largo della
stretta spiaggia e degli scogli di Quarto, a sei chilometri da Ge-
nova. «Davanti, larga, nitida, candida / splende la luna», scri-
verà Carducci. Quanti stanno per imbarcarsi abbracciano le
mogli, i bambini, le fidanzate, i genitori; Garibaldi è già tra lo-
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 277

ro. «Attraversò la strada – è il ricordo di un volontario d’ecce-


zione, il ventiduenne Giuseppe Cesare Abba – e per un vano
del muricciolo rimpetto al cancello della villa, seguìto da pochi,
discese franco giù per gli scogli. Allora cominciarono i commia-
ti». I numerosi barconi che portano i volontari raggiungono
man mano i piroscafi sbuffanti. Garibaldi sale sul Piemonte, Bixio
guiderà il Lombardo. «Quanta gente!», esclama sorpreso il gene-
rale mescolato tra la folla dei partenti, tra i moltissimi giovani
entusiasti e i veterani Cacciatori delle Alpi. «All’alba – scrive
Garibaldi – tutto era a bordo. L’ilarità del pericolo, delle ven-
ture e della coscienza di servire la causa santa della patria era
impronta sulla fronte dei Mille».
Si parte: rotta a Sud. Garibaldi parla di «Mille», ma
questo numero, che diventerà storico, quella notte non fu det-
to da nessuno, né erano state contate con esattezza le persone
imbarcate. Forse millecento uomini, sicuramente una sola don-
na, la moglie di Crispi, Rosalia. Si andava in Sicilia senza sape-
re in quale parte dell’isola approdare. I siciliani a bordo erano
in quarantacinque; novecento e più erano lombardi, veneti, li-
guri e toscani. Professionisti e intellettuali in gran parte, il resto
operai e artigiani. Molti i combattenti del 1848 e un gran nu-
mero i Cacciatori delle Alpi, reduci dalle recenti battaglie vit-
toriose della seconda guerra d’indipendenza. I meglio organiz-
zati e armati un gruppo di carabinieri (cioè dotati di carabine
ultimo modello) genovesi guidati da Antonio Mosto.
«L’ilarità del pericolo» dà l’idea dei sentimenti eufori-
ci delle prime ore di navigazione, che aleggeranno sempre,
dando fiducia e ottimismo ai combattenti, anche nei momen-
ti più difficili dell’impresa. Era la freschezza dello spirito «ga-
ribaldino», il piglio coraggioso e allegro della spedizione; stati
d’animo politici, non soltanto umorali, che avranno un trasla-
to narrativo nei precisi e piacevoli ricordi di Alberto Mario (La
camicia rossa), di Giuseppe Bandi (I Mille), tutti e due vicini e
preziosi collaboratori di Garibaldi, e nel gioiello letterario Da
278 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille, di Abba. Le prime


impressioni sui garibaldini sono di Abba, a bordo del Lombar-
do: «Si odono tutti i dialetti dell’alta Italia, però i Genovesi e i
Lombardi devono essere i più. All’aspetto, ai modi e anche ai
discorsi la maggior parte sono gente colta». E tra la gente col-
ta vi era lo scrittore trentenne Ippolito Nievo. Non dimenti-
chiamo l’attiva presenza di Nievo, scomparso tragicamente un
anno dopo, né l’ultima notazione di Abba, perché definiscono
la qualità delle camicie rosse, la loro consapevolezza, la «co-
scienza di servire» il fine politico e ideale di cui parlava Gari-
baldi, anche con le armi della cultura e della responsabilità
morale.
La navigazione è tranquilla, ma i capi sanno di avere
poche armi a disposizione. Un migliaio di fucili moderni che
avrebbero dovuto essere consegnati si erano perduti nella con-
fusione dei barconi a Quarto oppure erano stati dirottati da al-
cuni contrabbandieri infiltrati durante l’imbarco. Bisognava
procurarsi nuove armi. La mattina del 7 maggio le navi appro-
darono a Talamone, dove esisteva un presidio militare (dopo
l’annessione della Toscana era territorio del Regno di Sarde-
gna). Dalla vicina Orbetello Garibaldi, nella divisa di generale
sardo, si fece dare armi, quintali di polvere e di piombo e vive-
ri. Dalle navi scese anche una colonna di circa sessanta volon-
tari al comando di Callimaco Zambianchi («uno sterminatore
di monaci sanguinario», lo chiama Abba). Obiettivo della «di-
versione Zambianchi» penetrare nello Stato pontificio, suscita-
re rivolte, trovare proseliti, disorientare l’attenzione dalla rotta
delle navi garibaldine. Non avrà alcun successo; quanto all’at-
tenzione, essa è già scattata, grazie a veloci informatori e so-
prattutto al telegrafo elettrico.
Cavour sa già tutto. Da aprile il console sardo a Paler-
mo, Gaetano Rocca, teneva costantemente informato il presi-
dente del Consiglio delle insurrezioni avvenute a Palermo e
nella provincia e anche della controffensiva dell’esercito e del-
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 279

la polizia borbonica. Tredici persone, che avevano partecipa-


to insieme con i frati del convento della Gancia all’insurrezio-
ne di aprile, erano già state fucilate a Palermo. Ma le informa-
zioni più dettagliate Cavour le cominciò a ricevere dal coman-
dante della pirofregata sarda Governolo, il capitano Alessandro
Amero d’Aste. La nave, con istruzioni non ben precisate, ave-
va gettato l’ancora nella rada di Palermo. Dopo un rapporto
del 25 aprile, nel quale informava Cavour delle insurrezioni e
dell’arresto di molti esponenti dell’aristocrazia palermitana, il
3 maggio il capitano d’Aste dava ulteriori notizie sulla situazio-
ne politica dell’isola. C’era ormai un clima da resa dei conti tra
la popolazione e la sbirraglia borbonica scatenata insieme alle
truppe regolari nel controllo spionistico e nella repressione.
Tra le tante manifestazioni di dissenso dal governo di Napoli
vi erano continui cortei con acclamazioni a Vittorio Emanue-
le II, ma erano azioni spontanee e si sentiva che i movimenti li-
berali mancavano di guida e di organizzazione. Si spargevano
voci di un possibile arrivo di Garibaldi e di arrivi clandestini di
uomini e armi. Le speranze sembravano anticipare gli eventi.
Ultime notizie il 6 maggio. Mentre Garibaldi salpava da Quar-
to il console Rocca comunicava a Cavour:

Il giorno 6 alle ore 12 meridiane vi furono due grandissime


dimostrazioni, una in questa Chiesa di S. Francesco d’Assisi, ove io
era per sentirmi la Messa, e si gridò da tutti Viva Maria SS.ma, Viva
Vittorio Emmanuele, Viva l’Italia. L’altra nell’istessa ora nella vasta Chie-
sa dei PP [Padri] di S. Filippo Neri, nella quale si gridò pure Viva Id-
dio, Viva Vittorio Emmanuele, Viva la libertà italiana; in questa dimostra-
zione vi presero parte anche le Signore che si erano portate in Chie-
sa per sentire la Messa. Da questi fatti si vede chiaramente che la ri-
voluzione è moralmente compita negli ardenti petti dei Palermitani,
i quali se avessero avuto armi, sarebbe stata anche compita material-
mente. La polizia non ha potuto eseguire pei fatti di sopra narrati
nessun arresto, e la medesima si trova in grande avvilimento perché
è da tutti odiata.
280 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Il giorno dopo, il 7 maggio, da Torino Cavour telegra-


fa al capitano Amero d’Aste la notizia della partenza di Gari-
baldi con l’invito ad astenersi da qualsiasi intervento:

Questo Ministero la rende intesa che avant’ieri notte parti-


rono illegalmente da Genova i due piroscafi Piemonte e Lombardo del-
la Società Rubattino e C. avendo a bordo il Generale Garibaldi ed
un numero d’individui intenzionati, a quanto credesi, di recarsi in Si-
cilia. I due bastimenti non erano muniti delle volute carte di bordo,
o quanto meno non sono queste nella dovuta regola. Premessi que-
sti cenni per occorrente informazione di V. S. Ill.ma, le soggiungo
che Ella dovrà rimanere estranea a tutto quanto può riferirsi allo sco-
po del loro sbarco, né prendervi la menoma ingerenza.

Questo avvertimento può far credere che Cavour vo-


lesse da subito e in modo indiretto agevolare i movimenti di Ga-
ribaldi. È in parte vero. Ma solo in parte, perché comincia la
tattica abilissima di Cavour di sorvegliare gli avvenimenti, di ta-
stare il polso dei governi europei, rappresentati dai loro amba-
sciatori a Torino, e di ammettere qualcosa e negare tutto di
fronte alle giuste preoccupazioni e rimostranze dell’ambascia-
tore del Regno delle Due Sicilie, diffidente, come il suo gover-
no, dell’ambiguità del conte. E a Napoli si era già sospettato che
la presenza a Palermo della Governolo non fosse altro che una co-
pertura e che la nave battente bandiera sarda fosse un richia-
mo politico per i siciliani che acclamavano Vittorio Emanuele.
In singolare coincidenza di date e senza sapere nulla
dell’imbarco dei garibaldini, il 5 maggio il ministro degli Este-
ri napoletano inviava un preoccupato dispaccio all’ambascia-
tore a Torino. «La presenza della bandiera piemontese nella
rada di una città i di cui moti, quantunque repressi, hanno avu-
to luogo in nome del Piemonte, non era da assimilarsi a quella
delle altre bandiere estere, ed infatti all’apparizione del Gover-
nolo, le dimostrazioni sediziose eran ricominciate in Palermo,
credendosi i malintenzionati sostenuti da quella Potenza». Il so-
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 281

spetto divenne certezza il 7 maggio, quando le navi di Garibal-


di erano in navigazione nel Tirreno. L’ambasciatore di Napoli
investe direttamente Cavour, iniziando una campagna di pro-
teste, di rimostranze, di minacce, senza immaginare l’abilità di
Cavour ad ammorbidire, neutralizzare, prendere tempo e an-
che cercare di capire egli stesso che cosa fare.

Col Conte Cavour, dal quale mi recai immediatamente –


scrive l’ambasciatore –, ho tenuto severissimo linguaggio. Le sue ri-
sposte furono evasive, invocò la impotenza legale, dichiarò che ave-
va fatto sempre sconsigliar Garibaldi dall’ingiusto tentativo, che due
giorni prima Garibaldi, per mezzo di La Farina, avealo assicurato
non muoverebbe, e conchiuse che il partito avanzato [i democratici]
spingeva a tal dimostrazione, e che il contrariarla sarebbe stato se-
gnale per Cavour di caduta di Ministero e dell’innalzamento di Rat-
tazzi e consorti, i quali poi avrebbero alla dimostrazione sommini-
strato sviluppo anche maggiore.

Una risposta impeccabile che non rispondeva a nulla e


faceva solo trapelare, con l’eventuale spostamento a sinistra del
governo di Torino, guai peggiori per il regno napoletano. E
questo atteggiamento interlocutorio Cavour lo terrà anche nei
confronti dell’impresa di Garibaldi per almeno tre mesi.

La navigazione del Piemonte e del Lombardo prosegue ver-


so sud, lenta e senza intoppi. Le navi comunicano tra loro con
segnali ottici. All’alba dell’11 maggio le coste siciliane sono in vi-
sta. Garibaldi decide di sbarcare a Marsala: dei pescatori mar-
salesi, incrociati al largo, avevano con le mani a megafono co-
municato che le truppe borboniche avevano lasciato la città e
che anche due vapori da guerra erano usciti dal porto lascian-
dolo libero. A mezzogiorno le due navi entrarono in porto, do-
ve erano alla fonda due piroscafi inglesi impegnati a imbarcare
barili di vino marsala dai loro depositi (a Marsala vi erano due
fabbriche inglesi che producevano il delizioso vino, la Ingham e
282 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

la Woodhouse). I vapori borbonici, che non erano andati molto


lontano, tornarono indietro mentre, precipitosamente, i garibal-
dini sbarcavano sul molo. L’operazione fu rapida dal Piemonte,
più faticosa dal Lombardo, che era finito su una secca. I borboni-
ci aprirono subito il fuoco. Fuoco lungo, contro la città (ma alle
finestre di molte case apparvero subito bandiere inglesi), e cor-
to contro le due navi, ma c’era il rischio di colpire gli inglesi e fu
dato l’ordine di sospenderlo. Fu l’incrociarsi di queste fortuite
circostanze ad agevolare lo sbarco e a segnare come in un pre-
sagio di fortuna l’inizio dell’impresa dei Mille. Ma è pur vero che
la presenza nelle acque siciliane di navi inglesi, commerciali o
da guerra che fossero, garantì e protesse, diplomaticamente e
militarmente, tutto il corso degli avvenimenti legati alla spedi-
zione. Di questo Garibaldi poi rese testimonianza di gratitudine
all’ammiraglio britannico George Mundy.
Dunque, poco dopo le 13 dell’11 maggio 1860, a Mar-
sala, la città che si svelava a Abba con «le sue case bianche, il
verde de’ suoi giardini, il bel declivio che ha dinanzi», prende-
va l’avvio la storia più bella, più avventurosa, più romantica del
Risorgimento italiano, la storia che consacrerà il mito e la ve-
rità di Giuseppe Garibaldi, il «magnanimo ribelle» che, nel-
l’Europa e nel mondo, diventerà simbolo della libertà dei po-
poli e di solidarietà umana.
I venti giorni che intercorrono tra lo sbarco a Marsala
e la liberazione di Palermo furono la rivelazione del valore dei
Mille. Solo, con il poco apporto di bande di «picciotti», con ar-
mi insufficienti, Garibaldi piegò un esercito di 25.000 uomini
con l’aiuto della sua intelligenza tattica, dell’esperienza di sol-
dato, dell’abilità diplomatica (non rifiutò mai richieste di tregua
o di assistenza ai nemici feriti e tentò sempre di convincere pri-
ma di vincere), della percezione del terreno e dello straordina-
rio entusiasmo delle popolazioni locali. Contadini, aristocrati-
ci, preti liberali e monaci come frate Pantaleo (con loro «non è
perduta – dirà Garibaldi – la vera religione di Cristo»), signore
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 283

borghesi, furono sedotti dalle camicie rosse ma soprattutto dal


biondo, bello loro capo, che affascinava con i gesti gentili, la vo-
ce calda, la generosa attenzione per l’incolumità dei civili. E an-
che le monache, quando i Mille conquistarono Palermo, furo-
no tra questi: «La figura leggendaria di Garibaldi – scrisse Al-
berto Mario – aveva acceso la fantasia delle monache palermi-
tane, le quali ne diventarono santamente innamorate». Comin-
ciava a filtrare anche nelle campagne che Garibaldi e i suoi ar-
mati attraversavano un senso di stupore religioso, di ammira-
zione primigenia per un eroe che «somigliava a Gesù Cristo» e
che come lui portava giustizia e amore tra la gente. Non sem-
bri retorico richiamare queste immagini e visioni in una rico-
struzione storica attenta ai dettagli reali di una guerra tra l’e-
sercito regolare di uno Stato sovrano e «la banda di filibustie-
ri» che aveva portato lo scompiglio in Sicilia. La campagna di
Sicilia e quella sul continente furono vinte da Garibaldi anche
perché «in quella voce tonante e armoniosa, in quell’occhio
dolce e penetrante, era come la sovranità del genio del bene,
che in quanti lo udivano o lo vedevano suscitava la scintilla del
dovere». Sono parole di Antonio Labriola, il più importante fi-
losofo italiano dell’Ottocento.
Appena sbarcato, dopo una serie di incontri con le au-
torità locali, Garibaldi cercò di far nascere dai siciliani l’impul-
so alla lotta e di avere da loro la legittimazione politica dell’im-
presa dei Mille. Da Marsala, subito dopo lo sbarco, il primo ap-
pello fu Ai Siciliani:

Noi siamo con voi e noi non chiediamo altro che la libera-
zione della nostra terra. Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve. All’ar-
mi dunque! Chi non impugna un’arma è un codardo o un traditore
della patria. Noi avremo fucili, ma per ora un’arma qualunque ba-
sta, impugnata dalla destra d’un valoroso. I Municipi provvederan-
no ai bimbi, alle donne ed ai vecchi. All’armi tutti! e la Sicilia inse-
gnerà ancora una volta come si libera un paese dagli oppressori, col-
la potente volontà di un popolo unito!
284 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

La mattina del 12 riprende la marcia. Garibaldi ha un


cavallo bianco che ha chiamato «Marsala». L’ordine è di inol-
trarsi all’interno puntando su Palermo e di rispettare scrupolo-
samente i civili e i loro beni. Lungo il cammino si lotta con la
fame e la sete, ma vengono a dare man forte decine di picciot-
ti. Un’avanguardia raggiunge velocemente la prossima tappa,
Salemi, per preparare vettovaglie, utensili, mezzi d’ogni gene-
re. La popolazione attende ansiosa Garibaldi, che giungerà il
13, accolto da applausi, dalla banda che suona arie di Verdi (i
Vespri siciliani, anzitutto) e dalle bandiere tricolori. È il momen-
to di dare il primo segnale politico: Garibaldi pubblica un pro-
clama con il quale dichiara di assumere la dittatura della Sici-
lia in nome dell’Italia e di Vittorio Emanuele II. Dittatura sem-
bra quasi un paradosso storico, ma è la magistratura degli sta-
ti eccezionali (l’aveva teorizzata Mazzini e a lui l’aveva propo-
sta Garibaldi a Roma nel 1849) che permise a Garibaldi di eser-
citare i pieni poteri civili e militari per oltre quattro mesi. Su-
sciterà l’entusiasmo di tutti i rivoluzionari d’Europa e la curio-
sità ammirata anche dei più formali costituzionalisti e parla-
mentari stranieri.
Il tempo intanto è cambiato a Salemi; comincia a pio-
vere e arrivano notizie sul concentramento di truppe borboni-
che per fermare i «filibustieri». Il 15 all’alba si riprende il cam-
mino verso Calatafimi, dove sono concentrati i borbonici gui-
dati dal vecchio generale Francesco Landi. Le truppe sono
schierate sulla collina detta Pianto dei Romani, mentre i gari-
baldini, giunti sul posto, occupano la collina di fronte. Sono se-
parati da un avvallamento in parte coltivato a terrazze. Le ca-
micie rosse vengono immediatamente attaccate dai borbonici,
scesi lungo il declivio sparando e urlando. Ma Garibaldi non si
fa cogliere di sorpresa e ordina il contrattacco ai suoi, che ricac-
ciano i nemici e risalgono l’avvallamento cercando di conqui-
stare tutte le terrazze sotto una gragnuola di colpi. È un mo-
mento difficilissimo. Garibaldi racconta che «si guadagnava
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 285

una banchina dopo l’altra, sino all’alta cima, ove i borbonici fe-
cero un ultimo sforzo e la difesero con molta intrepidezza al
punto che molti cacciatori nemici, avendo terminato le muni-
zioni, ci scaraventavano delle pietre».
Un attimo di smarrimento l’ebbe Bixio, che pare aves-
se suggerito a Garibaldi di ritirarsi. Secondo la testimonianza
di Giuseppe Bandi nei Mille, Garibaldi rispose «Ma dove riti-
rarci?». Il lancio di pietre da parte dei borbonici fece però in-
tuire a Garibaldi che anche il nemico era in difficoltà e venne
ordinato alle camicie rosse un ultimo sforzo («Su, ragazzi due
altri colpi ancora ed abbiam finito!») che li portò in cima alla
collina. Il generale Landi, che seguiva lo scontro da un landò,
decise di sospendere i combattimenti e di ritirarsi. I garibaldini
avevano vinto dopo sei ore di combattimento. Trenta di loro
caddero e centocinquanta rimasero feriti. Altrettante perdite
subirono i soldati napoletani. Quello di Calatafimi fu il primo
scontro in territorio di Sicilia e assunse subito un significato po-
litico e militare eccezionale.
La strada per Palermo, verso cui intanto si dirigeva
Landi, era aperta. Quasi immediatamente cominciarono ad af-
fluire centinaia di insorti siciliani, che si univano alle camicie
rosse (continuiamo a chiamarle così, anche se erano pochi i vo-
lontari ad averle indossate) man mano che queste, lasciata Ca-
latafimi, attraversavano i paesi di Alcamo, Partinico e Borset-
to. Ma a poca distanza da Monreale, da dove Garibaldi pensa-
va di poter penetrare a Palermo, le truppe borboniche scatena-
rono un attacco il 21 maggio che costò la vita a Rosolino Pilo.
Il nemico si era riorganizzato con l’apporto di circa 3.000 uo-
mini guidati dal colonnello svizzero Luca von Mechel. Ma an-
che le camicie rosse e i volontari siciliani erano aumentati di
3.000 unità con i siciliani al comando di La Masa, i quali era-
no pronti a essere impiegati in battaglia. Occorreva però inven-
tare una mossa da guerriglia per aprirsi un varco per Palermo.
È quello che fece Garibaldi: finse di ritirarsi all’interno dell’iso-
286 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

la tirandosi dietro l’esercito borbonico; ma, giunto nelle vici-


nanze di Corleone, ordinò che i carriaggi e una squadra di vo-
lontari continuassero per quella via, mentre egli a rapide mar-
ce ritornava sui propri passi, si univa ai siciliani di La Masa e
piombava di sorpresa su Palermo da Porta Termini il 27 mag-
gio. La battaglia per la conquista della città durò tre giorni. Al-
la fine degli scontri, anche strada per strada, dei bombarda-
menti e degli incendi, i civili e i combattenti di ambedue i fron-
ti sono allo stremo. Moltissimi i caduti e i feriti. Il generale Fer-
dinando Lanza, comandante della piazza, è il primo a piegarsi
e la mattina del 30 maggio invita Garibaldi a un incontro sulla
nave inglese Hannibal, mediatore l’ammiraglio Mundy. Il ditta-
tore è accolto a bordo con tutti gli onori e gli si dà il titolo di
«eccellenza». Si concorda la cessazione delle ostilità. Il 2 giu-
gno Garibaldi forma un governo con sei ministeri, Francesco
Crispi è agli Interni. Il 6 giugno Lanza accetta la capitolazione,
con l’impegno che entro il giorno 19 l’intera guarnigione avreb-
be lasciato Palermo. L’incredibile era accaduto e il telegrafo fa-
ceva miracoli informando l’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti. Da
questo momento la stampa internazionale inizia a pubblicare
con regolarità corrispondenze e cronache dalla Sicilia. In testa
ai giornali stranieri il «Times» di Londra, il cui corrispondente
Ferdinand Eber seguiva in diretta gli eventi. Era forse la prima
volta (qualche assaggio si era avuto durante la guerra di Cri-
mea) che il giornalismo scopriva l’importanza delle notizie e dei
commenti degli inviati speciali in tempo quasi reale.
Ai primi di giugno del 1860 il nome di Garibaldi è sul-
la bocca di tutti, in Italia e nel mondo, e non è più un mito sol-
tanto per i democratici italiani. Egli appare uno stratega mili-
tare che scavalca tutte le regole, moderno ma con una gestua-
lità antica e insieme romantica. È giudicato un uomo politico
di originale statura anche da chi non condivide le sue idee po-
litiche. Lo stesso Garibaldi rompeva anche lo schema del nemi-
co da odiare, preferendo vederlo come avversario e dimostran-
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 287

do rispetto per i nemici sconfitti. Teneva ad esempio a ricono-


scere che le truppe borboniche non erano soldati incapaci e de-
moralizzati: «era superba truppa, quella, e che si batteva bene».
E poco dopo, ricordando la vittoriosa battaglia di Milazzo del
20 luglio: «Fu ben malizioso e non veritiero colui che trattò di
‘facili vittorie’ quelle del ’60, vinte da liberi italiani sulle truppe
borboniche. [...] Quando su cinque o seimila uomini nostri che
pugnarono a Milazzo, circa mille furon posti fuori di combat-
timento, ciò prova che non fu tanto facile la vittoria».
Il dittatore e i suoi collaboratori si erano intanto inse-
diati nel palazzo reale, che diventava così la centrale operativa
e la meta continua di autorità, cittadini, popolani che volevano
solo vedere Garibaldi, toccarlo, chiedergli di sanare secolari in-
giustizie. E ogni giorno, notava Alberto Mario, «comparivano
alla residenza del Generale copiosi doni di canditi, di cotogna-
te, di buccellati, di bocche di dama, adorni di filigrane, di na-
stri ricamati e d’ogni qualità di minuti lavori monacali». Era il
pensiero amoroso delle monache dei conventi palermitani di
clausura. E Ippolito Nievo, scrivendo alla madre da Palermo,
commentava allegramente: «Qui si vive in pieno Seicento col
barocchismo le raffinatezze e l’ignoranza di allora. Noi abbia-
mo il compenso di esser ammirati come Eroi; e questo vantag-
gio con due spanne di blouse rossa e settanta centimetri di scimi-
tarra ci fa sentire gli uomini più contenti della terra».

La caduta di Palermo cambiava le carte in tavola della


diplomazia internazionale (i più duri verso Garibaldi erano i
governanti russi) e modificava ovviamente anche la tattica di
Cavour. Specialmente in Inghilterra e in Francia l’attenzione
dei governi e dell’opinione pubblica era ben disposta verso Ga-
ribaldi. Furono anche fatte sottoscrizioni per inviargli soccorsi
e vennero raccolte grosse somme. Era però difficile interpreta-
re, al di là del fatto militare, l’evoluzione politica della spedizio-
ne in Sicilia; Cavour per primo si chiedeva se era possibile da-
288 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

re una soluzione «moderata» a un’operazione che sconvolgeva


anche l’esperienza di altre rivoluzioni e di altri atti di sovversio-
ne. Non esistevano esempi analoghi nella storia italiana degli
ultimi decenni. L’irruzione mazziniana nella Savoia nel 1833 o
la spedizione di Sapri del 1857 erano stati atti circoscritti e fa-
cilmente domati; in Sicilia stava avvenendo invece qualcosa di
molto diverso.
Cos’era questa spedizione? Era un’azione militare ri-
voluzionaria imposta dall’esterno ai siciliani oppure un’insur-
rezione dei siciliani, come le altre precedenti, che coincideva
però con un poderoso e inatteso attacco di bande straniere? Era
un colpo di Stato «indiretto» contro il governo e le istituzioni
napoletane, partito da una delle Due Sicilie, oppure celava ma-
novre di altri paesi e sviluppi impensati? Come giustificare, per
un liberale moderato alla Cavour, l’istituto della dittatura fon-
dato da Garibaldi e rappresentativo di un nuovo «Stato» che
nasceva anche se con due referenti astratti, «Italia e Vittorio
Emanuele»? La Sicilia era un punto d’arrivo o di partenza di
una rivoluzione italiana incontrollabile? Era una rivoluzione
politica o anche sociale? Quest’ultimo, inquietante dilemma si
poneva dal momento in cui Garibaldi e Crispi avevano preso
provvedimenti a favore dei contadini abolendo, ad esempio, il
vessatorio dazio sul macinato e decretando la divisione delle
terre demaniali.
La risposta a qualcuno di questi interrogativi Cavour la
maturò semplicemente adeguandosi ai successi militari di Ga-
ribaldi, cioè a qualcosa che egli non avrebbe mai potuto aval-
lare ma che ormai era accaduto. Cavour stava ai fatti più che
alle idee e puntava a inglobare il richiamo rivoluzionario di Ga-
ribaldi all’«Italia» nella strategia del Regno di Sardegna (di cui
era simbolo Vittorio Emanuele), destinatario ultimo dell’im-
presa dei Mille. Di qui la sua pressione su Garibaldi per l’an-
nessione immediata della Sicilia liberata. In questo senso pre-
mevano su di lui gli esuli liberal-moderati siciliani in Piemonte,
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 289

che vedevano nei Mille una minaccia democratica. Cavour


ruppe allora gli indugi inviando in Sicilia Giuseppe La Farina
con la precisa istruzione di preparare, anzi di accelerare al mas-
simo l’annessione dell’isola al Piemonte e di costringere il ditta-
tore a modificare il suo governo escludendo, per cominciare,
Crispi con i suoi programmi «socialisti». Ma Cavour e La Fa-
rina avevano fatto male i calcoli. Garibaldi concentrava la sua
azione sul significato politico e ideale, nazionale e unitario, che
stava crescendo intorno all’eroica impresa più che sulla stru-
mentale operazione cavouriana manovrata anche dai modera-
ti siciliani. Se questa operazione avesse avuto successo, avreb-
be chiuso politicamente e ridotto alla sola Sicilia il progetto di
rovesciamento di tutto il regno borbonico.
Dopo pochi giorni, il 7 luglio, La Farina, per ordine del
dittatore, fu prelevato da agenti della nuova polizia palermita-
na ed espulso dalla Sicilia. Il 18 luglio Cavour si sfogava con l’e-
sponente moderato Bettino Ricasoli: «Sono pronto a far la
guerra all’Austria, a rinunciare a qualunque aiuto francese, a
romperla con la Russia e con la Prussia, ma non già a modifi-
care la politica che seguiamo con buon esito, trasformandola da
nazionale in rivoluzionaria». E non aveva ancora visto quello
che due giorni dopo sarebbe accaduto.
Cominciavano ora ad arrivare aiuti consistenti alla spe-
dizione: tre vapori sbarcano a nord di Palermo duemila uomini
al comando di Giacomo Medici. «Giunse pure in Palermo – rac-
conta Garibaldi – il generale Enrico Cosenz con duemila uomi-
ni, che furono seguiti da altri mandati dai vari ‘Comitati di prov-
vedimento per soccorsi alla Sicilia’ che s’eran formati nelle di-
verse province e che facevano centro a Genova sotto la direzio-
ne del Dottore Agostino Bertani». I comitati facevano capo al-
l’organizzazione genovese Soccorso a Garibaldi, che riuscì in
pochi mesi a raccogliere la somma rilevante di 6.200.000 lire.
Anche per questo doveva essere organizzata l’Intendenza gari-
baldina, una sorta di ministero delle Finanze, la cui responsabi-
290 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

lità fu affidata, il 23 giugno, quasi integralmente a Ippolito Nie-


vo. Notevole fu l’impegno di Mazzini, che da lontano sosteneva
Bertani nel duplice compito di fronteggiare e neutralizzare le
pressioni moderate del governo di Torino e di raccogliere aiuti
per Garibaldi. A suo giudizio, i democratici dovevano sostenere
la spedizione fino all’estremo con la liberazione del Sud e dello
Stato pontificio e con la finale unificazione della penisola. Maz-
zini non aveva però alcuna possibilità di agire e di far valere
un’opzione o un’alternativa, politica o armata, in senso repub-
blicano, e questo lo angosciava («Il mio suicidio morale è com-
pleto», aveva scritto a un’amica inglese il 27 maggio). La sua spe-
ranza era nel pieno successo dei Mille.
La caduta di Palermo si era ripercossa intanto anche
sulla politica interna di Napoli. Il giovane re Francesco II e il
suo governo avevano, il 25 giugno, accolto l’invito del Piemon-
te di concedere la Costituzione, ma negli ambienti della corte
si parlava apertamente di tradimento dei generali in Sicilia e di
complotti interni. Tuttavia bisognava fare qualcosa che rinsal-
dasse i rapporti tra il regime, i diversi ceti sociali e le diverse
componenti politiche della società napoletana e siciliana. Alla
fine di giugno il re formò un governo costituzionale presieduto
da Antonio Spinelli con ministro dell’Interno Liborio Romano.
Sarebbe servito il rimpasto politico a rianimare la resistenza al-
l’aggressione garibaldina in Sicilia? La risposta storicamente
più obiettiva è di uno dei maggiori conoscitori della storia del
regno meridionale, Ruggero Moscati:

Con la resa di Palermo si profila il crollo. Gli stessi cortigia-


ni fino allora ritenuti più reazionari spingono il re a concedere la Co-
stituzione. Aprire le finestre a correnti d’aria innovatrice, richiama-
re gli esuli, ridare la libertà di stampa, con la Sicilia in fiamme, signi-
ficò affrettare lo sfacelo. Il ministero costituzionale, con tutte le buo-
ne intenzioni, non può far altro che consegnare senza eccessive scos-
se il Mezzogiorno a Garibaldi e – a suo mezzo – all’Italia. In sostan-
za il ministero Spinelli-Romano sfalda l’antico regime senza sostitui-
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 291

re ad esso niente di nuovo o efficiente, talché i funzionari delle pro-


vince si trincerano dietro la scossa data all’impalcatura statale dal-
l’atto sovrano del giugno per scusarsi della loro incapacità. Nel lu-
glio-agosto si ha il senso della fine; i più beneficati tra i vecchi corti-
giani cominciano, l’uno dopo l’altro, a pensare all’avvenire. Gli stes-
si principi reali non tardano a seguirne l’esempio.

Restava intanto da conquistare il resto della Sicilia, da


Palermo a Messina, dove si era concentrato il grosso dell’eser-
cito borbonico, forte di 22.000 uomini. Lo scontro avvenne nei
pressi di Palermo il 20 luglio. Fu una battaglia sanguinosa, con
furiosi corpo a corpo. Il quadro dipinto un secolo dopo da Re-
nato Guttuso, La battaglia di ponte Ammiraglio, è l’allegoria anche
ideologica (con il carrettiere caduto tra i soldati) dello scontro
avvenuto quel giorno. Le perdite furono maggiori tra i garibal-
dini guidati da Medici, Bixio e Türr, circa ottocento tra morti
e feriti, che tra i borbonici guidati dal generale Clary, centocin-
quanta tra morti e feriti, ma i borbonici decisero di scendere a
patti, di ripiegare senza ulteriori indugi su Messina e di chiu-
dersi nella Cittadella. Sostenuto dai suoi collaboratori repub-
blicani e in particolare da Agostino Bertani, ora suo segretario,
Garibaldi ritenne ormai sgombra la strada per il balzo in avan-
ti, cioè per lo sbarco in Calabria e l’avanzata su Napoli e forse
su Roma. Tra l’altro, nella Sicilia orientale vi era stata la mi-
naccia di rivolte di contadini. A Bronte, ai primi d’agosto, Bixio
ne aveva domata una con fucilazioni sul posto di alcuni borghe-
si democratici che, in difesa dei contadini, volevano una resa
dei conti con i locali «baroni». Era stato un tragico malinteso:
i contadini poveri siciliani (ma accadrà lo stesso in Calabria) in
Garibaldi vedevano colui che li avrebbe liberati da secoli di op-
pressione e con atti di violenza feroce pensavano di anticipare
la rivoluzione sociale che sarebbe prima o poi scoppiata. Fu co-
munque un trauma che la novella Libertà dello scrittore catane-
se Giovanni Verga tradurrà venti anni dopo in una metafora
292 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

esistenziale dei siciliani. Bronte era forse il segnale per Garibal-


di che bisognava accelerare i tempi della liberazione politica del
Mezzogiorno. Fare presto, ecco la parola d’ordine. Nessuno
poteva dimenticare, come diceva Ippolito Nievo, che si tratta-
va di «paesi male avvezzi sia per la corruzione che per l’igna-
via fomentate dal governo borbonico».
Su questa situazione in rapida e imprevedibile evolu-
zione agivano ora, al livello più alto, due iniziative parallele e
insieme divergenti l’una dall’altra. La prima di Vittorio Ema-
nuele II, che fece giungere a Garibaldi, il 27 luglio, un invito a
fermarsi, a ritenere compiuta la sua opera e a lasciare ai sici-
liani di scegliere il loro destino. La risposta ufficiale di Garibal-
di fu cortesemente negativa e politicamente ineccepibile: «L’I-
talia mi chiederebbe conto della mia passività e credo che ne
deriverebbe un immenso danno». Molti decenni dopo si è sa-
puto che, allegato alla lettera, vi era un biglietto riservato nel
quale il re chiedeva a Garibaldi di rispondere al suo invito ne-
gativamente.
L’altra iniziativa fu di Cavour, che il primo agosto tele-
grafava all’ammiraglio Persano: «Non aiuti il passaggio di Ga-
ribaldi sul continente; anzi veda di ritardarlo per via indiretta il
più possibile». La strategia di Cavour aveva ora margini di ma-
novra più stretti, ma non poteva essere abbandonata. L’obietti-
vo del primo ministro piemontese, che farà esplodere il profon-
do dissidio politico con Garibaldi, era di scompaginare tutte le
carte in gioco suscitando a Napoli un movimento costituziona-
le e popolare per rovesciare il governo di Francesco II. Avvenu-
to ciò, un governo liberale napoletano avrebbe potuto neutra-
lizzare il programma unitario e rivoluzionario di Garibaldi ri-
solvendolo come un problema «interno». Ad ogni buon conto,
Cavour voleva impedire manovre democratiche e repubblicane
(Mazzini, Cattaneo, Bertani erano entrati in azione) e un inevi-
tabile attacco allo Stato pontificio. Cercò poi di prevenire que-
st’ultimo facendo occupare, come vedremo, le Marche e l’Um-
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 293

bria dall’esercito sardo. Ma quando questo avvenne Garibaldi


era già a Napoli.

Varcare lo Stretto di Messina e occupare la piazzafor-


te di Reggio era invece per Garibaldi la seconda tappa della
marcia verso Napoli e una ragione in più per farlo al più pre-
sto erano le ambigue macchine apparecchiate da Cavour. Non
era possibile attaccare Reggio direttamente perché era ben di-
fesa, e allora Garibaldi e 3.000 camicie rosse scelsero il giro più
lungo: si imbarcarono sui vapori Torino e Franklin nella notte tra
il 19 e il 20 agosto dalla rada di Giardini, sotto Taormina. Sfug-
girono alla sorveglianza delle navi borboniche e puntarono su
Melito Porto Salvo, a sud di Reggio, dove erano attesi da comi-
tati e insorti liberali pronti, in tutto l’hinterland, all’azione e so-
lidali con Garibaldi. Persino sindaci e pacifici cittadini di paesi
vicini si stavano preparando, segretamente, ad aiutare la nuo-
va impresa. Le navi borboniche accorsero tardi sparando con i
cannoni di bordo e incendiando il Torino, che giace ancora in
quei fondali, ma lo sbarco in Calabria riuscì e fu un’operazio-
ne in grande stile. Garibaldi sapeva che senza la conquista di
Reggio e del suo castello, una bellissima architettura aragone-
se, primo, munito avamposto continentale del regno (altri forti
bene armati erano sulla via a nord di Reggio), la spedizione dei
Mille sarebbe stata bloccata per sempre.
In Calabria stazionavano complessivamente 20.000
soldati borbonici. A nord di Reggio, a Vibo Valentia, ve n’e-
rano 15.000 al comando del maresciallo Giambattista Vial,
con batterie, obici, armi modernissime. Il 13 agosto si erano
aggiunti due battaglioni di reparti speciali sbarcati a Reggio e
a Bagnara. Il 20 agosto un terzo battaglione era sbarcato a sud
di Reggio, a Siderno, mentre la nave da guerra Fulminante, co-
mandata dall’ammiraglio Salazar, pattugliava con altre unità
lo Stretto di Messina e sorvegliava l’area di mare antistante
Reggio.
294 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto i volontari si misero


in cammino.

Passammo il Capo dell’Armi per lo stradale – ricorda Gari-


baldi –, e meriggiammo vicino un villaggio che si trova tra quel ca-
po e la bella sorella di Messina. La squadra nemica osservava i no-
stri movimenti. Verso sera ripresimo la marcia per Reggio e giunti a
una certa distanza dalla città, obliquammo a destra per sentieri re-
moti evitando così gli avamposti nemici che ci aspettavano sullo stra-
dale. Il colonnello Antonino Plutino e vari patrioti reggini erano con
noi, dimodocché avevamo buone guide. Alle due del mattino assal-
tammo Reggio.

Con la solidarietà degli abitanti delle località della co-


sta ionica da loro attraversate, le prime avanguardie guidate da
Bixio, da Menotti Garibaldi e seguite immediatamente da sei-
cento Cacciatori al comando del generale entrarono in contat-
to con il nemico all’ingresso sud della città. Molti patrioti libe-
rali, esponenti delle migliori famiglie della nobiltà e della bor-
ghesia reggine, si erano intanto segretamente organizzati in
città per sostenere in tutti i modi Garibaldi e le camicie rosse
appena vi fossero entrati. Grandi fuochi, accesi sulle colline che
coronano Reggio, lanciavano bagliori minacciosi.
Dato l’allarme, i cannoni e le mitraglie del castello, do-
ve era stata issata la bandiera rossa (segno di grave pericolo), fe-
cero immediatamente fuoco verso le piazze e le strade dove i
garibaldini erano silenziosamente penetrati. Tutti sparavano
all’impazzata: Bixio fu ferito a un braccio e così Plutino e altri
ufficiali. Garibaldi, fermatosi un attimo per bere un caffè che
gli era stato offerto per strada, preso di mira da un tiratore scel-
to, si salvò per miracolo: «Io che mi trovavo a cavallo in mez-
zo a quel quadrato di tempesta, mi gettai giù con una sola ven-
turosa palla nel cappello». Si avvicinava anche una colonna
borbonica di 2.000 soldati. Garibaldi intuì che doveva impedi-
re loro di salire sulle colline e costringerli alla battaglia fronta-
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 295

le in città. Ebbe ragione. Dopo quasi otto ore di scontri, con nu-
merosi caduti e feriti, mentre il ministro dell’Interno Liborio
Romano telegrafava da Napoli alle autorità locali di «preserva-
re la città dagli orrori della guerra civile», il castello issò la ban-
diera bianca. Reggio era caduta. L’isolamento politico rispetto
alla cittadinanza, l’impeto e la motivazione ideale dei garibal-
dini contribuirono al crollo militare e psicologico dei militari
borbonici e delle interdette autorità locali. Il 24 agosto il ditta-
tore nominava il vecchio liberale Antonino Plutino, reduce dei
moti reggini del 1847, governatore di Reggio. Il suo primo at-
to fu la destituzione di tutte le autorità e dei magistrati della
città.
La parola di Alberto Mario, più verosimile di ogni ri-
costruzione storica successiva, chiarisce la scelta compiuta dal
dittatore attaccando Reggio: «Nella sua lunga missione di libe-
ratore il giorno dell’espugnazione di Reggio deve segnalarsi tra
i più luminosi perché più decisivi. Calatafimi preluse a Paler-
mo, Reggio a Napoli. Aggiungi che lo sbarco a Melito gli costò
più pensieri dello sbarco a Marsala». Nelle Memorie di Garibal-
di la conferma di quanto scrive Mario: «I risultati dei combat-
timenti di Reggio furono d’importanza somma».
I generali borbonici, mentre fra le truppe turbate e
scontente serpeggiava il sospetto infondato di un loro tradimen-
to (il mite generale Fileno Briganti fu ucciso a Mileto dai suoi
soldati), iniziarono la ritirata dopo aver firmato la resa in una
casa di campagna sopra Villa San Giovanni e Garibaldi potrà
così raccontare: «Si arresero tutti i forti che dominano lo stret-
to di Messina, compresovi Scilla, nelle vicinanze del quale era
sbarcata la divisione Cosenz. [...] La nostra marcia lungo le Ca-
labrie fu un vero e splendido trionfo, progredendo celermente
tra marziali e fervidissime popolazioni, una gran parte di loro
in armi contro l’oppressore borbonico».
«Da Reggio a Napoli non fu più tirato un colpo di fu-
cile – ha scritto Raffaele De Cesare in La fine di un regno, l’accu-
296 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

rato e amaro racconto del tramonto dei Borbone –, e Garibal-


di, dapprima con la sua avanguardia e poi precedendo questa,
con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vici-
no, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua
marcia, acclamato come il Dio della vittoria». Lasciate dunque
indietro le sue truppe, divenute ora «Esercito meridionale»,
Garibaldi raggiunse Salerno, poi Cava dei Tirreni e da qui, con
quattordici suoi aiutanti, ufficiali e collaboratori, il 7 settembre,
al mattino, salì su un treno speciale che qualche ora dopo lo
portò a Napoli.
Francesco II e la regina Maria Sofia avevano il 6 set-
tembre lasciato la capitale via mare per Gaeta, sotto protezio-
ne francese. La flotta napoletana presente nel porto non seguì
il re. A Gaeta Francesco II intendeva preparare la controffen-
siva, ma intanto alla stazione di Napoli Garibaldi era ricevuto
dal ministro Liborio Romano, da un’immensa folla che seguì
«tumultuante» la loro carrozza e da reparti militari che presen-
tavano le armi. Fu una scena quasi romanzesca e non era pos-
sibile capire la qualità dell’entusiasmo dei napoletani.
Il 7 settembre Cavour ottenne il benestare di Napoleo-
ne III («se dovete farlo, fatelo presto»), ma non quello di Pio IX,
per intervenire sia in difesa preventiva di un eventuale sconfi-
namento dei garibaldini, sia per segnare, con la presenza di un
esercito regolare, la differenza tra la legalità e l’irregolarità. L’e-
sercito piemontese varcò i confini dello Stato pontificio e dopo
aver piegato il 18 settembre la tenace resistenza degli zuavi
pontifici a Castelfidardo occupò le Marche e l’Umbria e co-
strinse alla resa Ancona. Fu promosso immediatamente un ple-
biscito che sanzionò l’annessione di queste regioni al regno di
Vittorio Emanuele II. Era il 29 settembre 1860.
Cavour e Garibaldi adesso potevano confrontare i lo-
ro programmi politici ad armi, solo in apparenza, pari. Infatti
l’estendersi delle annessioni al Piemonte non faceva prevedere
nulla di buono per quanti difendevano le tendenze repubblica-
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 297

ne e federaliste chiedendo a Garibaldi di convocare a Napoli


un’Assemblea Costituente. Avrebbe dovuto essere qui il luogo
dove decidere, in modo democratico e prima di qualsiasi plebi-
scito, il futuro del Regno delle Due Sicilie ormai al tramonto.
Ma non accadde nulla di tutto questo.

Al tramonto del regno napoletano seguì la sua fine con la


battaglia campale del Volturno il primo e il 2 ottobre. L’esercito
borbonico, composto di 50.000 uomini bene armati, si batté stre-
nuamente e nella località di Caiazzo costrinse i garibaldini a riti-
rarsi, ma alla fine i 30.000 soldati dell’Esercito meridionale ebbe-
ro la meglio e la vittoria fu completa e decisiva. Appartiene poi al-
la storia personale dei sovrani napoletani e alla fedeltà e al sacrifi-
cio eroico di quanti restarono con loro la drammatica vicenda del-
l’assedio di Gaeta da parte delle truppe piemontesi del generale
Cialdini, conclusosi nel febbraio 1861, e della successiva caduta
delle cittadelle di Messina e di Civitella del Tronto. Quest’ultima
cadde il 17 marzo mentre a Torino si proclamava l’unità d’Italia.
Garibaldi insediò a Napoli un nuovo governo e conti-
nuò a esercitare il potere dittatoriale fino al mese di ottobre. In
Sicilia aveva lasciato come prodittatore Agostino Depretis che,
dopo la liberazione di Napoli, si era dichiarato favorevole a una
rapida annessione dell’isola al Piemonte. Il 9 settembre Gari-
baldi gli scriveva di essere convinto «che l’annessione, o, dicen-
do più rettamente, la proclamazione dell’Italia una e di Vitto-
rio Emanuele suo Re, non debba farsi che allorché il popolo ita-
liano combattente dall’estrema Sicilia sia giunto vittorioso in
Roma capitale d’Italia. [...] La rivoluzione era la nostra reden-
trice, l’annessione è la negazione sua. Voi, patriota, quale sce-
gliereste?». Depretis concordava con Cavour e scelse di dimet-
tersi. Il clima si andava quindi surriscaldando.
Garibaldi non negava in linea di principio l’annessio-
ne; la subordinava al compimento dell’impresa, cioè alla libe-
razione di Roma dal potere temporale, alla fine dell’antistorica
separazione di questa città-simbolo dalle altre città d’Italia.
298 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Nell’Inno di Garibaldi, composto l’anno prima, i versi di Luigi


Mercantini riflettevano limpidamente questo pensiero: «Le
genti d’Italia son tutte una sola. / Son tutte una sola le cento
città».
Questa convinzione era rafforzata da Mazzini, giunto
a Napoli per aiutare le scelte politiche del dittatore e accolto da
lui con molto affetto, e da Cattaneo, che Garibaldi volle a Na-
poli per avere dal suo modello di federalismo indicazioni e sug-
gerimenti. Cattaneo accettò l’invito (Garibaldi voleva anche in-
viarlo a Londra come ambasciatore del governo dittatoriale),
ma non poté che suggerirgli di procedere nel frattempo alla
convocazione dell’Assemblea Costituente.
Era un’idea anche questa, forse la condividevano an-
che Crispi e Bertani; serviva a preparare meglio la successiva
tappa della liberazione di Roma, ma si scontrava frontalmente
con Cavour che, in quei giorni, vide la Russia, l’Austria e la
Prussia, preoccupate della piega troppo democratica degli av-
venimenti, rompere le relazioni diplomatiche con il Piemonte.
Ebbe il timore che si ribaltasse tutto il delicato quadro europeo,
da lui faticosamente disegnato, a favore della «questione italia-
na» e che si creassero le condizioni per un intervento straniero
in Italia. Di qui l’urgenza di convocare i comizi elettorali e pro-
cedere con i plebisciti.
Mazzini, Cattaneo e Crispi fecero un ultimo tentativo
di abbinare i plebisciti alla convocazione dell’Assemblea Costi-
tuente. Ma i margini di manovra e i tempi militari e diploma-
tici si stavano stringendo. Il 29 settembre Vittorio Emanuele
aveva preso il comando delle truppe sarde ed era entrato in
Abruzzo puntando su Napoli. Lo stesso Garibaldi, dopo la bat-
taglia del Volturno, alla quale avevano pure partecipato repar-
ti di bersaglieri piemontesi, aveva rivolto l’invito al re di man-
dare soldati a Napoli. La loro presenza, sostanzialmente ami-
ca, avrebbe, egli pensava, reso meno «pericoloso», agli occhi
stranieri, il suo governo, che rappresentava una rivoluzione in
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 299

atto. Poteva anche essere un modo per prendere tempo e frena-


re l’impazienza annessionistica di Cavour. Ma Cavour voleva
ormai costituzionalizzare la rivoluzione di Garibaldi e legitti-
marne con i plebisciti il successo. E Garibaldi cedette. «Signora
– disse all’amica Jessie White, ora moglie di Alberto Mario –, ci
hanno messo alla coda».
I plebisciti si svolsero il 21 ottobre. In Sicilia i sì furono
circa 432.000, i no 667. Nella parte continentale i sì 1.302.000,
i no 10.312. Mazzini chiese a Garibaldi un ultimo colloquio per
cercare qualche soluzione politica utile ai democratici. Si vide-
ro a Caserta, ma ormai tutto era compiuto. Il 26 ottobre Gari-
baldi e il re si incontrarono nei pressi di Teano e Garibaldi lo
salutò «re d’Italia». «Io deposi a mano di Vittorio Emanuele la
Dittatura che m’era stata conferita dal popolo, proclamandolo
re d’Italia». I due personaggi si capivano, e Garibaldi aveva an-
che capito che non c’erano alternative possibili. L’aria stava
cambiando anche a Napoli.
Il 7 novembre il re e il dittatore sfilarono insieme a Na-
poli tra la folla festante. Poco dopo Garibaldi rifiutò le onorifi-
cenze e anche donazioni cospicue da parte del re. La bella av-
ventura era finita. Si imbarcò col figlio Menotti e con pochi al-
tri compagni dal molo di Santa Lucia, destinazione Caprera,
l’isola che aveva comprato come un privato rifugio nel 1854.
«Dal ponte del Washington – termina così La Camicia rossa di Al-
berto Mario – egli disse addio a Napoli e a noi, e aggiunse: ‘A
rivederci sulla via di Roma!’».

1 | Il Regno d’Italia

Il 7 gennaio 1861 il principe Eugenio di Savoia fu nominato


luogotenente del re per le province napoletane e come consi-
glieri, cioè ministri, scelse Liborio Romano (un uomo per tutte
le stagioni) e figure prestigiose del liberalismo meridionale co-
300 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

me Silvio Spaventa, Pasquale Stanislao Mancini, Paolo Emilio


Imbriani, che avranno ruoli di primo piano nei governi dell’I-
talia unita. Il 27 gennaio si svolsero le elezioni per il nuovo Par-
lamento italiano, la cui sede restava a Torino. Ebbero la mag-
gioranza assoluta i candidati liberali e i moderati.
Alla fine, il partito moderato era la forza vincente for-
se perché, come dirà con pungente sintesi critica Antonio
Gramsci, esso «rappresentò le effettive ‘forze soggettive’ del Ri-
sorgimento» e perché «la sua soggettività era di una qualità su-
periore e più decisiva». È interamente rispondente alla verità
storica questo giudizio? In parole più semplici si potrebbe dire
che Cavour e i moderati avevano dietro di sé il Regno di Sar-
degna: uno Stato organizzato, una dinastia secolare, istituzioni
e magistrature efficienti, un esercito bene armato, una casta di
militari che supplivano ai loro eventuali errori con orgoglio e
arroganza, un’economia orientata verso i tempi nuovi, verso il
liberismo e il capitalismo. Aggiungiamo che a questo Stato Ca-
vour stava dando maggiore autorità culturale e dignità istitu-
zionale sottraendolo, con lo stile di un borghese illuminato, al-
le interferenze e imposizioni della Chiesa.
Garibaldi, combattente geniale e umano, patriota e uo-
mo politico laico e pragmatico, aveva dietro di sé, oltre ai suoi
generosi e disinteressati compagni di lotta e di ideali, un Mezzo-
giorno «sconosciuto» agli italiani del Nord, un «vuoto» politico
e istituzionale che la dittatura non aveva riempito e un sistema
sociale che doveva essere rianimato e ricostruito in tutte le sue fi-
bre. In cinque mesi Garibaldi non poteva neanche gettare le pre-
messe di uno Stato diverso, riuscendo appena a governare la ve-
loce transizione storica avviata con l’epopea dei Mille. Restava-
no a lui soltanto l’ammirazione, l’affetto, le speranze di milioni
di italiani, di ogni classe sociale, e l’entusiastica considerazione
di popoli e uomini politici d’Europa e d’America.
Rispetto a Cavour, Garibaldi aveva un senso della na-
zione (che non era un vieto nazionalismo) che a un conservato-
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 301

re disincantato poteva apparire meno significante del senso


dello Stato. Anche su questi elementi oggettivamente contrap-
posti, come poi nella deriva nazionalistica di fine Ottocento e
dei primi decenni del Novecento, si è consumata molta della
carica ideale del Risorgimento. Ma nel 1860, al pari di quella
di Cavour, la qualità politica e umana dell’agire di Garibaldi
è stata un elemento decisivo che ha completato la qualità cul-
turale e l’identità storica del Risorgimento: nelle luci e nelle
ombre. Lo riconobbe Rosario Romeo in una intervista alla
«Repubblica» nel 1982, centenario della morte di Garibaldi:

Io credo che in lui fosse radicata profondamente un’idea di


popolo e un progetto fantastico di nazione, certo molto diverso da
quelli di Mazzini: assolutamente lontani dal disegno rivoluzionario,
inteso come strumento di cambiamento politico. Eppure fu proprio
la sua grande illusione, il convincimento cioè che gli italiani, tutti,
borghesi e contadini, fossero sì frustrati, mortificati, avviliti dalla di-
seducazione clericale, ma costituissero una potenziale nazione in ar-
mi, pronta a battersi per la patria, fu proprio questa molla mitica a
dargli autorevolezza, carisma. Intorno a questo insegnamento, che
rappresentava la volontà degli strati più attivi del paese, Garibaldi
riuscì ad aggregare minoranze confuse, intellettuali e professorini,
avvocati e briganti, uniti da una stessa esigenza di dignità, di identità
individuale e collettiva.

Diciamo, allora, che la volontà degli strati «più attivi»


alla fine ha prevalso, con le lotte del Risorgimento, sul confor-
mismo e il conservatorismo di molti italiani e, almeno in idea,
su una cospicua parte della penisola (il regno napoletano e lo
Stato della Chiesa, con 12 milioni di persone, dove, come dice-
va Mazzini nel 1859, «il birro e il prete contendono ogni svi-
luppo di vita»), manipolata dai clericali e dai latifondisti, gret-
ta nei suoi municipalismi. Questa volontà ha aperto la strada
sia alla faticosa modernizzazione e laicizzazione dell’Italia (nel
1861 vi era quasi l’80 per cento di analfabeti), sia alla sua pro-
302 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

blematica, futura democratizzazione. E per avere un’idea di


cosa significasse quest’ultimo percorso basti pensare che alle
elezioni del 27 gennaio 1861 del primo Parlamento italiano il
diritto di voto fu esercitato nell’Italia settentrionale dall’1,9 per
cento degli abitanti, nell’Italia centrale dall’1,6 per cento, nel-
l’Italia meridionale dall’1,9 per cento, in Sicilia dall’1,9, in Sar-
degna dal 3,4. L’Italia era abitata da 26 milioni di persone e,
all’alba del nuovo Stato, i suoi rappresentanti furono eletti me-
diamente da 500.000 votanti. Quanto ai risultati politici ottan-
ta seggi andarono ai candidati del Partito d’Azione, il partito
sostenuto fermamente da Mazzini, che riuniva democratici, re-
pubblicani, garibaldini. Tra gli eletti, Garibaldi, Bixio, De
Sanctis, Bertani, Crispi. Molti i meridionali. E a questo punto
mi pare di grande interesse la lettera che Cavour inviò il 10 gen-
naio 1861 a Giuseppe Verdi per invitarlo a far parte del Parla-
mento italiano. La lettera, inedita fino a non molto tempo fa,
rivela le segrete preoccupazioni di Cavour per il futuro dell’I-
talia meridionale nell’Italia unita. «[...] ho l’istinto – aveva scrit-
to due giorni prima a Farini – che avremo a sopportare tremen-
da tempesta».

Preg. Sig. Cavaliere,


i comizi elettorali stanno per riunirsi dall’Alpi all’Etna. Da
essi dipende non la sorte del ministero, ma bensì il fato dell’Italia.
Guai a noi se dalle loro operazioni fosse per riuscire una Camera in
cui prevalessero le opinioni superlative, le idee avventate, i proposi-
ti rivoluzionari. L’opera mirabile del nostro risorgimento, vicina a
compiersi, rovinerebbe forse per secoli. Io reputo quindi dovere di
ogni buon cittadino in queste circostanze il fare sacrifizio d’ogni par-
ticolare riguardo, l’andare incontro ai maggiori sacrifizi per coope-
rare alla comune salvezza. Egli è da questi riflessi confortato ch’io mi
fo dovere rivolgermi direttamente alla S.V., quantunque non abbia
titoli particolari per farlo, onde animarla a volere accettare il man-
dato che i suoi concittadini intendono conferirgli. So che le chiedo
cosa per lei grave e molesta. Se ciò malgrado insisto, si è perché re-
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 303

puto la sua presenza alla Camera utilissima. Essa contribuirà al de-


coro del Parlamento dentro e fuori d’Italia; essa darà credito al gran
partito nazionale, che vuole costituire la nazione sulle solide basi del-
la libertà e dell’ordine; ne imporrà ai nostri immaginosi colleghi del-
la parte meridionale d’Italia, suscettibili di subire l’influenza del ge-
nio artistico più assai di noi abitatori della fredda valle del Po.
Nella speranza che ella si arrenderà alle mie preghiere, e
che perciò potrò fra breve stringerle la mano a Torino, me le profes-
so con simpatica stima suo dev. C. Cavour.

Verdi colse certamente la lieve ironia sul rischio del «ge-


nio artistico» in politica. Anni prima egli era stato attratto dalle
idee mazziniane, ma accettò l’invito di Cavour, ebbe un incon-
tro con lui e lo ricordò sempre con profonda ammirazione.
L’inaugurazione del nuovo Parlamento fu fissata per il
18 febbraio e il giorno successivo vi fu la prima seduta della Ca-
mera dei deputati. Torino, ora capitale d’Italia, assisteva curio-
sa e perplessa all’arrivo di tanti «italiani», alla febbrile confusio-
ne delle sue strade e piazze. Per alcuni neoeletti, nei primi tem-
pi, fu persino difficile trovare alloggio. Francesco De Sanctis,
eletto a Napoli e neoministro della Pubblica istruzione, era tra
questi: «Non abbiamo niente trovato apparecchiato per gli al-
loggi. La prima notte – scriveva il 19 febbraio – siamo stati sette
in una stanza. In questo punto non ho ancora trovato nulla». E
Giuseppe Pisanelli, futuro ministro della Giustizia: «Qui è assai
difficile l’accasarsi. Io sono ancora all’albergo della Bonne Fem-
me e pago d’una misera camera 4 franchi al dì». Piccole incer-
tezze dei primi giorni di un sogno realizzato: l’Italia unita. Era-
no trascorsi quaranta anni dai primi moti carbonari del 1820-21
e ben due generazioni di italiani avevano combattuto e atteso, in
un tempo che pareva eterno. Il 17 marzo Vittorio Emanuele II
fu proclamato re d’Italia. Aveva quarantuno anni.
Il nuovo Stato comprendeva gran parte del territorio
nazionale; rimanevano ancora fuori il Veneto e lo Stato ponti-
ficio. Quanto a quest’ultimo, Cavour tentò, nel febbraio 1861,
304 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

la via diplomatica inviando una missione a Roma. A Diomede


Pantaleoni e a Carlo Passaglia fu data la direttiva di non forza-
re le cose («lasciare che penetri lentamente negli animi la con-
vinzione dell’impossibilità che le cose a Roma durino a lungo
nello stato attuale»), ma di far capire alla Santa Sede che la di-
fesa ostinata del potere temporale era la negazione di un’effet-
tiva indipendenza e libertà della Chiesa di fronte allo Stato. Fu
tutto inutile: la Santa Sede non voleva prendere atto del muta-
mento storico costituito dalla nascita dello Stato unitario, cioè
di un’Italia nuova e diversa in tutto dal passato.
Cavour nel discorso tenuto alla Camera nelle sedute
del 25-27 marzo volle allora ribadire solennemente e pubblica-
mente le sue posizioni: «Perché noi abbiamo il diritto, anzi il
dovere, di chiedere, d’insistere perché Roma sia riunita all’Ita-
lia? Perché senza Roma capitale d’Italia l’Italia non si può co-
stituire». La soluzione della questione romana partiva di qui,
dall’inevitabilità di Roma capitale; qui era la fine del potere
temporale della Chiesa e solo qui poteva nascere la garanzia
giuridica, politica e culturale della libertà e indipendenza spiri-
tuale della Chiesa. «Molte persone in buona fede, non anima-
te da pregiudizi ostili all’Italia e nemmeno alle idee liberali, te-
mono che quando Roma fosse unita all’Italia, quando la sede
del governo italiano fosse stabilita in Roma, quando il Re se-
desse sul Quirinale, temono, dico, che il Pontefice avesse a per-
dere molto e in dignità e in indipendenza». A questo timore Ca-
vour opponeva: «La storia di tutti i secoli, come di tutte le con-
trade, ci dimostra che ovunque il potere civile e il potere reli-
gioso sono stati riuniti in una sola mano, ovunque questa riu-
nione ebbe luogo, la civiltà quasi sempre immediatamente ces-
sò di progredire, anzi sempre indietreggiò; il più schifoso despo-
tismo si stabilì». Dove invece la separazione dei due poteri «sia
operata in modo chiaro, definito e indistruttibile, l’indipenden-
za del Papato sarà su un terreno ben più solido che non lo sia
al presente. Né solo la sua indipendenza verrà meglio assicura-
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 305

ta, ma la sua autorità diverrà più efficace perché non sarà più
vincolata dai molteplici Concordati». Su questa visione libera-
le e laica di Cavour nasceva l’Italia unita, ma nasceva anche un
utile confronto culturale tra l’Italia laica, che esistette fino ai
primi del Novecento, e l’Italia dei cattolici intransigenti, che
pochi anni dopo, nel 1864, si identificherà nell’enciclica Quan-
ta cura e nel Syllabus errororum, ottanta pensieri o proposizioni di
Pio IX «contro le libertà moderne», il cui ultimo paragrafo ha
il titolo esplicito: Errores qui ad liberalismum hodiernum referuntur.
La Santa Sede non accolse dunque l’appello «libera
Chiesa in libero Stato» contenuto nella missione Pantaleoni-
Passaglia; né il pontefice né il suo protettore Napoleone III ac-
cettarono la via delle trattative pacifiche riconfermate da Ca-
vour nei discorsi di marzo. Ne seguiranno, come vedremo, ri-
volte, tentativi di irruzione rivoluzionaria a Roma, crisi di go-
verno, complicazioni diplomatiche infinite, tensioni religiose,
finché non entrò in campo lo Stato italiano con la forza delle
armi. I discorsi di marzo di Cavour indicavano con serietà una
strada da percorrere e un destino per l’Italia. Furono anche il
suo testamento politico: meno di tre mesi dopo, il 6 giugno
1861, piegato dal lavoro di anni intensi, Cavour moriva im-
provvisamente.
Usciva di scena un uomo di eccezionale temperamen-
to proprio quando l’Italia aveva più bisogno di lui e mentre si
apriva un decennio di enormi problemi da risolvere (Roma e
Venezia, anzitutto), di questioni che esplodevano (dal brigan-
taggio alla questione meridionale), dell’unificazione da realiz-
zare nelle istituzioni, negli apparati amministrativi dello Stato,
nelle strutture economiche, nel senso di appartenenza degli ita-
liani a una patria comune. Tutti temi incandescenti che pola-
rizzarono nuovamente le posizioni dei protagonisti: gli statisti
liberali che raccolsero l’eredità di Cavour, cioè la «destra stori-
ca», e poi Mazzini, Garibaldi, l’«opposizione meridionale», le
prime organizzazioni operaie, gli industriali e gli agrari, Pio IX
306 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

con le consuete scomuniche e il Syllabus, «un grossolano errore


politico della peggiore specie», come lo definì il compassato
«Times» di Londra. A parte quest’ultimo anacronismo, l’unifi-
cazione era avvenuta realizzando paradossalmente più un’uto-
pia mazziniana e garibaldina che non un disegno cavouriano.
E, restando ancora nel paradosso, Roma, che per Mazzini e
Garibaldi era e restava il simbolo centrale del Risorgimento na-
zionale, era stata ora accettata come tale anche da Cavour, co-
me si è visto, ma non aveva mai fatto parte del suo disegno po-
litico e delle sue personali preferenze. Come con onestà intel-
lettuale, e ribadendo l’amore per la sua Torino, ammise, sem-
pre nel discorso del 25 marzo, dove aveva sostenuto Roma ca-
pitale d’Italia, suscitando anche l’ilarità dei deputati. Ecco un
passo del resoconto parlamentare:

Per quanto personalmente mi concerne gli è con dolore che


io vado a Roma. Avendo io indole poco artistica (si ride), sono per-
suaso che in mezzo ai più splendidi monumenti di Roma antica e di
Roma moderna, io rimpiangerò le severe e poco poetiche vie della
mia terra natale. Ma egli è con fiducia, o signori, che io affermo que-
sta verità. [...] Io proclamo che Torino è pronta a sottomettersi a
questo sacrificio nell’interesse dell’Italia (Applausi nelle gallerie).

2 | L’Europa, gli Stati Uniti, il Progresso

La fine del decennio cavouriano avveniva mentre il manteni-


mento dell’equilibrio tra l’Italia e gli altri Stati europei, la dila-
tazione internazionale dell’economia capitalistica, le scelte tra
liberoscambismo e tariffe doganali protezionistiche erano fat-
tori di oscillazione e di inquiete vibrazioni del panorama inter-
nazionale. Nessun paese aveva però problemi politici e sociali
come quelli che erano al centro dell’unificazione italiana e che
il nuovo Stato doveva risolvere. È vero che mentre si proclama-
va il Regno d’Italia cominciava negli Stati Uniti la guerra di se-
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 307

cessione, ma in Europa lo scenario politico era nel segno della


pace, dell’affermarsi della borghesia come classe dirigente, del-
lo sviluppo economico nel segno moderno del modo di produ-
zione capitalistico.
Gli anni Sessanta videro infatti l’incremento degli inve-
stimenti di capitali, l’espansione dell’attrezzatura produttiva del-
l’industria pesante e di quella chimica e meccanica. La maggio-
re disponibilità e circolazione di metalli preziosi in seguito alla
scoperta delle miniere d’oro in California e in Australia e il flus-
so di oro che si riversò in Europa (specialmente in Inghilterra e in
Francia) furono di stimolo per le imprese industriali, per il com-
mercio internazionale, per il sistema bancario-finanziario, che
giocherà sempre più un ruolo primario. La tendenza all’abbas-
samento delle barriere doganali e all’adozione del libero scam-
bio fu uno dei segni dell’impegno dei governi a sostenere lo svi-
luppo economico. Persino il governo imperiale di Francia, sorto
all’insegna del protezionismo, si piegò al nuovo corso, aprendo-
si alla concorrenza internazionale col trattato commerciale sigla-
to con l’Inghilterra nel 1860, che colse di sorpresa gli ambienti
economici francesi. La tendenza liberoscambista guadagnava
così rapidamente terreno coinvolgendo la stessa Russia, che fino-
ra era stata garantita da una solidissima cintura protezionista.
Tale tendenza esprimeva anzitutto gli interessi del capi-
tale commerciale e finanziario ed è evidente che nei paesi in cui
questo capitale era debole (come appunto la Russia e l’Italia) i
trattati commerciali che venivano siglati all’insegna del libero
scambio si rivelavano non molto vantaggiosi. Per quanto riguar-
da l’Italia, infatti, le prospettive di sviluppo in seguito alla pro-
clamazione dell’unità non erano tali da giustificare una piena
politica liberoscambista. Tali prospettive riguardavano anzitut-
to gli aspetti strutturali dell’industria italiana: le ferrovie, la co-
struzione di un’industria pesante (siderurgica e cantieristica). Al
governo italiano, ed era questo un prezioso lascito di Cavour,
non sfuggivano però i vantaggi politici collaterali del libero
308 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

scambio che, se facilitavano l’inserimento dell’Italia nell’Euro-


pa con un posto preciso, complementare, sostanzialmente non
concorrenziale delle economie degli altri paesi, ne esaltavano nel
medesimo tempo il ruolo di comprimario nel processo di svilup-
po delle borghesie nazional-liberali e del fronte capitalistico eu-
ropeo. Una collocazione politica come premessa di quella eco-
nomica.
In forme diverse, ma lungo queste linee guida ideali, si
svolse anche la guerra di secessione americana tra un Nord in-
dustriale, borghese, liberoscambista e un Sud agrario e protezio-
nista. Fu una guerra civile che si nobilitò, per merito soprattutto
del presidente Abraham Lincoln, dei valori di libertà e dei pro-
getti di abolizione della schiavitù, la forza lavoro diffusissima
(l’ottocentesco racconto La capanna dello zio Tom e il novecentesco
romanzo, e anche film, Via col vento ne hanno dato l’immagine
più vera) nella vita domestica dei confederati e nelle piantagioni
dei ricchi proprietari terrieri, ma fu veramente lo scontro tra il
Nord industriale e finanziario e il Sud agricolo e orgoglioso del-
le sue tradizioni e della sua forza. Certo la schiavitù era il pila-
stro sociale del Sud ed è naturale che i proprietari terrieri tendes-
sero a mantenerla nei loro Stati, che erano undici, e anche a
estenderla ai nuovi Stati che si formavano nel West. Ma tra le
due aree vi erano anche profondi contrasti politici: i due partiti
che si contendevano il potere, il democratico e il repubblicano,
differivano non solo per i programmi. I democratici avevano la
prevalenza al Sud, i repubblicani al Nord, in una strana contrad-
dizione di appartenenza territoriale e ideale. La legge che aboli-
va la schiavitù, promulgata il 22 settembre 1862, fu voluta infat-
ti non da un democratico ma dal repubblicano Lincoln.
Le conseguenze del conflitto furono tali da non poter
essere ricondotte al solo principio antischiavista che pure sem-
brava ispirarne la ragione, come volle ribadire Garibaldi, che
era stato invitato a partecipare alla guerra come mito vivente
dell’umanità libera. 700.000 morti, oltre un milione di feriti e
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 309

mutilati, decine di miliardi di dollari di danni e di spese, speri-


mentazione di armi di tipo nuovo – sommergibili, corazzate,
mitragliatrici, gas asfissianti –, fu questo il bilancio della guerra
di secessione, il cui risultato più immediato fu, naturalmente,
una riaffermazione solenne del principio dell’unità nazionale e
dei suoi fondamenti democratici, ma subito dopo l’apertura di
un immenso mercato agli investimenti finanziari degli Stati del
Nord, alle speculazioni terriere ed edilizie, alla moltiplicazione
di ferrovie, strade, stabilimenti commerciali.
Dagli Stati Uniti, che erano un paese federale, da quel-
la durissima guerra giungeva anche alla neonata Italia un indi-
retto messaggio sui rischi di uno Stato federalista. Il sistema che
avrebbe voluto Cattaneo. Anche Marco Minghetti, che nel
1863 sarà presidente del Consiglio, immaginava lo Stato italia-
no in forma federale. Mazzini, a sua volta, pensava a forme di
autonomie e a istituti giuridici e amministrativi decentrati. Ma
l’orientamento prevalso fu diverso e i primi atti dei governi suc-
ceduti a Cavour e presieduti, tra il 1861 e il 1863, da Bettino
Ricasoli, Urbano Rattazzi, Luigi Carlo Farini, furono nella di-
rezione dell’accentramento più rigido.
In linea generale fu utilizzata la legislazione esistente in
Piemonte, comprese le leggi varate nel 1859 dopo le annessio-
ni dell’Italia centrale (dalla legge Casati sull’ordinamento della
pubblica istruzione alle leggi comunali e provinciali). Nel cam-
po politico e costituzionale furono quindi estesi a tutta Italia lo
Statuto del 1848 e i codici civile e penale del Piemonte. Nel
campo amministrativo l’Italia fu divisa in 59 province, con a ca-
po un prefetto nominato direttamente dal ministro dell’Inter-
no, seguendo l’esempio della divisione in Dipartimenti della
Francia. La burocrazia fu modellata su quella esistente in Pie-
monte, ma a formarne i quadri furono chiamati elementi di tut-
te le regioni, in particolare meridionali. In campo militare fu
unificato l’esercito, che mantenne l’antica struttura piemonte-
se, inglobando però molti ufficiali del disciolto esercito napole-
310 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

tano e numerosi volontari garibaldini; la coscrizione obbligato-


ria fu estesa all’intero territorio nazionale.
In campo finanziario la situazione era problematica,
dato che il debito pubblico dei vecchi Stati italiani ammontava
a 2 miliardi di lire e il bilancio dello Stato presentava un deficit
di circa mezzo miliardo; occorreva quindi una complessiva
riforma delle finanze, anche per far fronte all’urgente necessità
di imponenti opere pubbliche (strade, ferrovie, scuole). Per rag-
giungere l’obiettivo del pareggio si procedette a un aumento
delle imposte (ricordiamo l’impopolare tassa sul macinato) e a
una drastica riduzione delle spese («economia sino all’osso»).
Quale poteva esser l’impatto di una legislazione estesa a regio-
ni dove esistevano povertà e sottosviluppo? Cosa c’era da aspet-
tarsi da una «unificazione a vapore», come venne chiamata sul-
la stampa, nella pubblicistica e in ambienti politici reazionari
ma anche democratici, del Mezzogiorno? Anche qui la lezione
degli Stati Uniti poteva essere questa: attenti al Sud!

3 | Mezzogiorno, Firenze e Roma

Nel 1861 in Italia ebbe inizio una guerra interna che impegnò
lo Stato per quattro anni. Era esplosa nei territori dell’ex Re-
gno delle Due Sicilie una protesta sociale e politica difficile da
definire immediatamente nelle sue componenti che fu riassun-
ta nella parola «brigantaggio». Già durante l’impresa di Gari-
baldi da più parti si cominciava a porre il problema della go-
vernabilità del Mezzogiorno. L’economista Francesco Ferrara
aveva evocato in una lettera del luglio 1860 a Cavour il fanta-
sma del brigantaggio meridionale attribuendone la pericolosità
anche politica al sistema borbonico:

Forse la causa predisponente al brigantaggio che risulta dal-


la infelice condizione sociale, dalla miseria, dalla povertà, non pos-
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 311

sederebbe la terribile efficacia che in realtà possiede e manifesta, se


non fosse potentemente coadiuvata da un’altra causa dello stesso ge-
nere, vale a dire dal sistema borbonico. La sola miseria non sortireb-
be forse effetti cotanto perniciosi se non fosse congiunta ad altri ma-
li che l’infausta signoria dei Borboni creò ed ha lasciato nelle provin-
ce napoletane. Questi mali sono l’ignoranza, gelosamente conserva-
ta ed ampliata, la superstizione diffusa ed accreditata, e segnatamen-
te la mancanza assoluta di fede nelle leggi e nella giustizia.

Si deve aggiungere che nel corso dei precedenti decen-


ni vi era stata nel regno una sorta di stanchezza nella grande e
media borghesia di provincia del Mezzogiorno e questo aveva
prodotto un ulteriore abbassamento del livello di partecipazio-
ne e di responsabilità delle masse contadine. Raggiunta l’unità,
il brigantaggio, che cominciò a diffondersi dal Molise alla Ca-
labria alla Puglia, era la rivelazione, più che degli incipienti er-
rori dell’unificazione, del danno fatto ai meridionali dal regime
borbonico. Era l’esordio di una questione meridionale di cui il
brigantaggio forniva l’immagine più elementare: i contadini, i
poveri si ribellano; abitanti di villaggi e paesi si sentono alla
mercé di autorità straniere e lontane, i benpensanti e le classi
conservatrici si sentono altrettanto estranei al ruolo che lo Sta-
to liberale italiano richiedeva loro di interpretare, quello di es-
sere parte di una borghesia intesa come classe storicamente vin-
cente. Su questi elementi i liberali del Nord e quelli del Sud
avrebbero dovuto immediatamente concentrare le analisi dei
problemi che ne scaturivano, anche se i fatti oggettivi supere-
ranno sempre le soggettive indagini culturali.

È certo un grave limite per la classe dirigente erede del Ca-


vour non aver compreso a tempo la gravità delle condizioni econo-
mico-sociali del Mezzogiorno, l’essersi opposta all’erogazione dei
fondi necessari ad un piano dettagliato di opere pubbliche, l’aver di-
sciolto, nonché l’esercito garibaldino, quello borbonico, dando così
alimento alla reazione ed incremento al brigantaggio e, soprattutto,
312 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

l’aver imposto frettolosamente al Mezzogiorno sistemi doganali, ta-


riffe daziarie ed un complesso di leggi estranee alla tradizione giuri-
dico-amministrativa dell’ex regno, alimentando quella insoddisfa-
zione determinata da esigenze non poco confuse e contraddittorie
fatte di insofferenza, di delusioni, di disagio, di aspettativa, che poi
sfoceranno nella grandissima partecipazione del Mezzogiorno al-
l’opposizione di sinistra. In sostanza, il Mezzogiorno era stato pron-
to a sacrificarsi per l’unità in uno slancio di entusiasmo generoso, ma
riluttava ora a divenire una provincia e, nel travaglio profondo del-
la crisi unitaria, constatava come i suoi miraggi di una floridezza eco-
nomica si risolvessero, almeno per il momento, nella realtà di un im-
poverimento.

È questa la riflessione dello storico liberale Rugge-


ro Moscati. Risale al 1961, ma interpreta bene le ragioni che
hanno fatto del Mezzogiorno un problema centrale dello Stato
unitario. Non sapremmo dare un giudizio storico migliore di
questo.
Con violenze da parte dei «briganti», eccidi, repressio-
ni militari sproporzionate, odi personali e vendette collettive
travestiti da primitiva lotta di classe tra ricchi e poveri, tra con-
tadini e proprietari («Il 1860 fu rivoluzione politica della bor-
ghesia – dirà Giustino Fortunato a Pasquale Villari –, il brigan-
taggio fu reazione sociale della plebe»), questa indistinta rivol-
ta contadina, attraversata dal revanscismo borbonico e dal ri-
fiuto di fanatici ed estremisti clericali del nuovo corso liberale
dell’Italia, fu domata da un esercito di 40.000 uomini, grazie
anche a una legge eccezionale, la legge Pica del 1863, che die-
de pieni poteri ai militari impegnati in un conflitto anomalo, in
una gigantesca operazione di polizia. La legge fu proposta da
una commissione parlamentare d’inchiesta che accolse l’impo-
stazione di un suo autorevole membro, Giuseppe Massari: «Il
brigantaggio genera una condizione di cose che non è punto
dissimile da quella prodotta da uno stato di guerra. Il brigan-
taggio è una vera guerra, anzi è la peggiore sorta di guerra che
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 313

possa immaginarsi; è la lotta tra la barbarie e la civiltà». Mas-


sari nella relazione alla commissione aveva però aggiunto:
«Nelle province dove il brigantaggio ha raggiunto proporzioni
maggiori, la condizione sociale, lo stato economico del campa-
gnolo è assai infelice. Quella piaga della moderna società che è
il proletariato ivi appare più ampia che altrove. Il contadino
non ha nessun vincolo che lo stringa alla terra. La sua condi-
zione è quella del vero nullatenente». Solo dopo qualche anno
Pasquale Villari e altri studiosi porranno in termini più scienti-
fici il problema politico e sociale del Mezzogiorno. Leopoldo
Franchetti, Sidney Sonnino, Fortunato analizzeranno sul cam-
po le condizioni sociali del Sud. Il loro «meridionalismo» fu una
amara medicina culturale, ma raramente riuscì a diventare la
cura della questione meridionale. In certi casi e luoghi generò
la malattia dell’incertezza tra una richiesta costante allo Stato
di essere meno nordista e il rifiuto altrettanto costante dello Sta-
to ritenuto oppressore e prevaricatore.
Lo Stato (accettato e rifiutato) doveva affrontare anzi-
tutto il problema della costruzione di un sistema nazionale di
comunicazioni. Si trattava di un presupposto essenziale per lo
sviluppo economico, ma anche per il consolidamento della stes-
sa unità territoriale e per il progresso culturale del paese. Il pro-
blema riguardava la rete stradale, le costruzioni navali, il servi-
zio postale, ma soprattutto le ferrovie. Nel 1861 in tutta Italia
esistevano soltanto 1.829 chilometri di linee ferroviarie, di cui
802 nel solo Piemonte e appena 242 in tutto il Centro-Sud: ben
poca cosa in confronto ai 9.300 chilometri della Francia e ai
17.000 della Gran Bretagna. Si trattava quindi di superare un
duplice ordine di difficoltà: trovare i mezzi finanziari da desti-
nare allo sviluppo della rete ferroviaria e realizzare un equili-
brio nel sistema delle comunicazioni tra Nord e Sud. Ma si do-
veva anche evitare che fenomeni di corruzione o interessi pri-
vati contrastassero questa primaria esigenza strategica. Il pro-
blema si pose nel 1863, quando il governo diede la concessio-
314 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

ne per le strade ferrate meridionali alla società Italia del finan-


ziere livornese Pietro Bastogi, già mazziniano e ministro delle
Finanze dal 1861 al 1862. La società di Bastogi inserì nel con-
siglio di amministrazione vari deputati e si diede come presi-
dente Bettino Ricasoli. Si parlò subito di corruzione e di evi-
dente conflitto di interessi. Fu proposto un disegno di legge sul-
l’incompatibilità tra l’ufficio di deputato e quello di ammini-
stratore di imprese sovvenzionate dallo Stato. La polemica
portò a una commissione di inchiesta parlamentare che diede
un giudizio severissimo sul comportamento dei politici coinvol-
ti, anche se non fu riscontrata alcuna corruzione. Era una que-
stione anzitutto di stile politico e morale.
Le carenze nel sistema di comunicazioni nell’Italia me-
ridionale erano comunque la spia di uno stato più generale di
arretratezza. Il nodo principale era costituito dalla situazione
delle campagne: la proprietà terriera nelle mani di una ristret-
ta classe di latifondisti, la prepotenza e gli abusi dei proprieta-
ri, i rapporti di lavoro sfavorevoli ai coltivatori, l’ignoranza e la
miseria dei contadini.
Per poter attuare il proprio programma il governo do-
vette esercitare una fortissima pressione fiscale, che ricadde in
gran parte sui meno abbienti, attraverso un sistema che si ba-
sava largamente sulla tassazione dei generi di consumo o di pri-
ma necessità (nel 1869 fu imposta la tassa sul macinato, in so-
stanza sul pane e la pasta). D’altra parte i contadini, i nuclei
operai, gli artigiani e una parte della stessa piccola borghesia
non avevano la possibilità di far sentire la propria voce nella lot-
ta politico-parlamentare: il diritto di voto era riservato, lo sap-
piamo, a una fascia ristretta di cittadini sulla base del censo.

Al Mezzogiorno intanto guardava Garibaldi dalla sua


Caprera, circondato dall’ammirazione dei movimenti demo-
cratici di tutta l’Europa e sollecitato dai progressisti di più parti
d’Italia a entrare nella lotta politica e a concentrare su di sé lo
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 315

scioglimento del nodo di Roma. A Caprera guardavano anche


borghesi e aristocratici liberal, soprattutto inglesi, che nell’eroe
disinteressato al potere e aperto alle sofferenze dell’umanità ve-
devano un modello di uomo nuovo, un saggio, un filosofo della
politica senza gli estremismi del rivoluzionario. Ma rivoluziona-
rio lo vedevano i mazziniani e i primi propagatori del socialismo
in Italia, che premevano su di lui, proponendolo alla guida del-
l’Associazione Emancipatrice, una specie di partito socialista in
nuce, contro la quale il presidente del Consiglio Ricasoli indirizzò
gli strali della censura fino a ordinarne lo scioglimento.
Liberare Roma fu quindi per Garibaldi un obbligo po-
litico e morale da rispettare. Caduto Ricasoli e sostituito da
Rattazzi alla presidenza del Consiglio, Garibaldi pensò che fos-
se giunto il momento di agire e di rifare il percorso del 1860 che
era stato interrotto dalle annessioni, dai plebisciti e da conside-
razioni di politica estera proprio sul limitare di Roma. Non si
sa se segretamente Rattazzi e lo stesso re fossero d’accordo, ma
quando Garibaldi, nel luglio 1862, giunse nuovamente in Sici-
lia con molti volontari fu accolto dovunque da folle acclaman-
ti, feste, bande, tricolori e da perplessi prefetti e questori che
non sapevano se fermarlo o lasciarlo fare. Il governo ambigua-
mente li invitava soltanto alla discrezione.
Da una delle piazze siciliane fu lanciato il grido «Ro-
ma o morte!» e con questa parola d’ordine e senza che nessu-
na autorità li ostacolasse i nuovi Mille (ora erano duemila) sbar-
carono, come due anni prima, a Melito Porto Salvo e si dires-
sero verso Roma. Scattò a questo punto l’allarme della Fran-
cia, protettrice del papa, e il governo dovette allora dare l’ordi-
ne di fermare l’avanzata. Sull’Aspromonte, non lontano da
Reggio, il 29 agosto reparti di soldati si scontrarono con i gari-
baldini. Garibaldi diede l’ordine di non sparare, ma una spara-
toria inattesa coinvolse anche lui. La pallottola di un soldato,
bene indirizzata, lo colpì al malleolo del piede destro. Il colon-
nello Pallavicini che comandava il reparto pur dimostrandogli
316 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

rispetto lo dichiarò in arresto. Su un’improvvisata barella Ga-


ribaldi fu portato a Scilla e poi in carrozza a Paola e imbarca-
to sulla nave militare Duca di Genova diretta a Savona. Durante
la navigazione Garibaldi ha ricostruito l’episodio ribadendo
che egli aveva ordinato ai suoi di non sparare e dando atto al
colonnello Pallavicini di essersi condotto «da capo valoroso ed
intelligente in tutte le sue mosse militari [...] Egli manifestò il
suo dolore di dover versare sangue italiano; ma aveva ricevuto
ordini perentori e dovette ubbidire. [...] Comunque sia, anche
questa volta io mi presento all’Italia con la fronte alta, sicuro
d’aver fatto il mio dovere». Il 2 settembre fu rinchiuso nella for-
tezza di Varignano, presso La Spezia. Solo un’opportuna am-
nistia impedì che Garibaldi in carcere mettesse in crisi l’Italia
appena unita.
Gli indignati versi che Carducci dedicò a Garibaldi,
ancora nella fortezza, nel canto Dopo Aspromonte, racchiudono
sentimenti allora condivisi da molti italiani: «Oh de l’eroe, del
povero / Ferito al carcer muto / Portate, o venti italici, / Il mio
primier saluto. / Evviva a te, magnanimo / Ribelle! a la tua
fronte / Più sacri lauri crebbero / le selve d’Aspromonte».
L’impressione per il ferimento e l’arresto fu enorme in Italia e
all’estero, particolarmente in Inghilterra. Garibaldi poté torna-
re a Caprera, ma la ferita gli costò sofferenze fisiche (solo il chi-
rurgo francese Auguste Nélaton, medico di Napoleone III, riu-
scì dopo lunghi mesi a estrargli la pallottola) e amarezze. «A 56
anni – scrisse la sua amica Jessie White Mario – fu ben duro per
lui il dover stendere la mano affinché altri lo sorreggesse, duro
l’esser portato dove ei non voleva. Ma gli fu forza piegare il ca-
po al suo destino». Per un anno fu praticamente immobilizza-
to. Ma la gratitudine degli italiani fu grande per il chirurgo Né-
laton; gli fu anche offerta da una deputazione di operai la no-
mina a deputato. La rifiutò con una elegante battuta: «Perché
io ebbi la fortuna di poter recare sollievo al generale Garibaldi,
ciò non prova che io sia un uomo politico né un amministrato-
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 317

re. Lasciate dunque che io seguiti a fare il mio mestiere». E in-


tanto la Roma del papa era salva, il governo Rattazzi era co-
stretto alle dimissioni, la tensione con la Francia alle stelle.
Due anni dopo Aspromonte, invitato da associazioni e
da amici inglesi, Garibaldi decise di recarsi a Londra. Era l’11
aprile 1864 quando giunse nella capitale inglese accolto alla sta-
zione ferroviaria da una folla di mezzo milione di persone. Fu-
rono giorni di gloria per Garibaldi, tra delirio popolare, inviti e
omaggi delle autorità e di molti esponenti della cultura, della
politica e dell’aristocrazia britannica. Tutti i protocolli e le for-
malità furono contraddetti dall’affetto e dall’ammirazione che
venivano manifestati dovunque all’eroe italiano. Nella storia
più recente dell’Inghilterra neanche l’eroe nazionale Horatio
Nelson aveva avuto un tale tributo di gratitudine e di amore.

Intanto, il 1864 fu anche per l’Italia ufficiale un anno


particolare. Il nuovo governo presieduto da Marco Minghetti
aveva sul tavolo il problema irrisolto, le mine vaganti di Roma e
Venezia. L’unità d’Italia era incompleta e la sovranità limitata
del paese appariva evidente: la soluzione di Roma non dipende-
va dall’Italia ma dalla Francia, quella di Venezia e del Veneto
dall’Austria. Che fare? Una nuova guerra contro l’Austria era
possibile, una guerra contro la Francia no. Tra i due interrogati-
vi si incuneava la protesta della sinistra democratica italiana, di
Mazzini e di Garibaldi. Aleggiava, con il motto «Roma o mor-
te», il mito esplosivo del Risorgimento incompiuto. Si insinuava-
no anche nuove ideologie: l’anarchismo di Michail Bakunin ad
esempio (il rivoluzionario russo proprio nel 1864 si era trasferito
a Firenze), la propaganda incalzante della Massoneria laica e an-
tivaticana, l’internazionalismo inteso come difesa degli interessi
globali del proletariato e di più estese libertà dei popoli, la molti-
plicazione di associazioni operaie e movimenti socialisti. A Lon-
dra in autunno veniva fondata da operai inglesi e francesi l’Inter-
nazionale dei lavoratori. I lavoratori tedeschi erano rappresen-
318 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

tati da Marx, gli italiani dal maggiore Wolf, ex aiutante di Gari-


baldi, e dall’Associazione operai di Londra ispirata da Mazzini
(«finalmente – sorrideva Engels – il mazziniano ‘Dio e popolo’ è
finito tra gli operai»). Cominciava la confusione di lingue e di idee
tra tutti questi movimenti, ma l’Internazionale dava un preciso
segnale politico sul terreno delle libertà ai governi borghesi d’Eu-
ropa. A suo modo anche il governo Minghetti ne raccolse il mes-
saggio, disinnescando intanto la mina romana e riaprendo la
questione in sede diplomatica.
Il 15 settembre l’Italia sottoscrisse con la Francia una
Convenzione che prevedeva il ritiro entro due anni delle trup-
pe francesi da Roma mentre il governo italiano garantiva la
protezione del papa da qualunque attacco esterno. A conferma
della rinuncia a Roma l’Italia concesse di trasferire la propria
capitale a Firenze. Una legge decretò il trasferimento della ca-
pitale da Torino, che infatti fu completato nella primavera del
1865. Minghetti non aveva però previsto la protesta dei torine-
si, che fu veemente. Vi furono dei tumulti per le strade duran-
te i quali persero la vita cinquanta cittadini e centinaia furono
i feriti e gli arrestati. Il 28 settembre Minghetti dovette dimet-
tersi. L’addio alla Torino «testa e braccio dell’impresa naziona-
le», «il centro del moto italiano», lo diede sul giornale napole-
tano da lui diretto, «Italia», Francesco De Sanctis. In un arti-
colo del 22 dicembre 1864, salutando Firenze, De Sanctis rico-
nobbe che «Torino cadendo dà l’ultima mano alla rivoluzione
interna, compie la sua missione, unificando la Toscana». E Ro-
ma resta «l’avvenire» dell’Italia. «Noi andremo là per distrug-
gervi il potere temporale e per trasformare il Papato». Si com-
prende la fermezza delle parole di De Sanctis: in quei giorni
Pio IX aveva pubblicato il Sillabo.
Ma la Convenzione di settembre era stata anche l’oc-
casione, durante le accese sedute al Parlamento sul trasferimen-
to della capitale, che avvenne nella primavera del 1865, per
una resa dei conti all’interno dello schieramento liberale. Era
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 319

un problema che Minghetti avvertiva in modo particolare. Per


molti esponenti e notabili delle due ali, la cavouriana e la rat-
tazziana, cioè la destra e la sinistra, la convenzione serviva a
mettere fine alla egemonia piemontese e a riequilibrare il peso
dei gruppi liberali locali del Centro e del Sud dell’Italia. L’ad-
dio a Torino di De Sanctis aveva il senso del saluto delle armi
a un’epoca storica; se ne apriva un’altra per la classe dirigente
liberale. Una terza forza tra le due tradizionali che si organiz-
zerà ufficialmente nel 1867 come «terzo partito», un gruppo
autonomo che comprendeva deputati settentrionali, tra i quali
Agostino Depretis e Giuseppe Zanardelli, futuri presidenti del
Consiglio, e Antonio Mordini, che era stato prodittatore in Si-
cilia con Garibaldi, e deputati meridionali e siciliani, tra i qua-
li Francesco De Sanctis.
Era un segnale del formarsi di consorterie regionali che
gestiranno lo svolgimento della politica italiana in modo sem-
pre più contraddittorio negli ultimi decenni del secolo. Mordi-
ni, che rappresentava la corrente più a sinistra, dichiarò che «il
trasporto della capitale rappresentava l’unico fatto rivoluziona-
rio compiuto dal ’60 in poi, perché chiudeva una fase del Ri-
sorgimento italiano, offriva il modo di mutare il sistema di go-
verno e apriva il periodo delle riforme in tutte le amministra-
zioni». A cominciare, aggiungiamo, da quelle della finanza
pubblica e del possibile pareggio del bilancio dello Stato, a
quella dell’emergere di una «questione sociale», banco di pro-
va del primo confronto ideologico tra il liberalismo e l’incipien-
te socialismo. E mentre Firenze diveniva ufficialmente capita-
le, si celebrava in Italia il sesto centenario della nascita di Dan-
te Alighieri. Il poeta veniva onorato nella sua città, ora simbo-
lo dell’Italia unita.
Mentre la Convenzione di settembre allontanava Ro-
ma, improvvisamente s’avvicinò la soluzione di Venezia. La ri-
valità tra la Prussia e l’Austria, che per i prussiani guidati dal can-
celliere Otto von Bismarck era divenuta un’insidia per la loro au-
320 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

tonomia e per la sovranità che i prussiani rivendicavano su alcu-


ni ducati, portò a una guerra nella quale Bismarck volle alleata
l’Italia in funzione antiaustriaca. Il governo presieduto da Alfon-
so La Marmora accettò l’alleanza e il 19 giugno dichiarò guerra
all’Austria. Il conflitto fu rapidissimo, vittorioso per i prussiani,
disastroso per gli italiani. La storia di questa guerra fu molto bre-
ve e lascia poco spazio a una ricostruzione degli avvenimenti o a
una loro narrazione. Come nelle due guerre precedenti, non
mancarono i successi dei volontari e di quanti credevano nel va-
lore patriottico di quest’ennesima sfida all’Austria. Il ricordato
film di Luchino Visconti, Senso, ambientato nella Venezia del
1866 e tratto da un racconto di Camillo Boito, restituisce tra le
crude immagini della guerra l’entusiasmo dei volontari guidati
da un aristocratico liberale. Il nostro esercito comandato dal ge-
nerale Cialdini, in dissenso sulla strategia con La Marmora, fu
sconfitto a Custoza il 24 giugno, mentre la flotta, dispiegata sul-
l’Adriatico e comandata dall’ammiraglio Persano, fu affondata
a Lissa il 20 luglio. Garibaldi, che era accorso nella veste di ge-
nerale, vinse gli austriaci a Bezzecca il 21 luglio e decise di inse-
guirli fino al Trentino. Il governo, in trattative per un armistizio,
gli ordinò di fermare i suoi soldati e i suoi volontari. La sua rispo-
sta fu: «Obbedisco». Il governo intanto si era dimesso e la presi-
denza era stata affidata a Ricasoli.
Fu l’ultima guerra d’indipendenza perché, seppur vin-
cente in Italia, l’Austria si piegò al cambiamento del clima in-
ternazionale e concesse il Veneto all’Italia. Ma con un gesto or-
goglioso: lo cedette a Napoleone III, che a sua volta lo conse-
gnò all’Italia. Le sconfitte del 1866 furono al centro di polemi-
che politiche e giornalistiche molto aspre durate decenni.
Quella guerra scosse infatti il prestigio della monarchia
e il suo costo comportò scelte finanziarie gravose, costo forzo-
so della moneta, tasse e imposte impopolari e una politica in-
terna in certi momenti da Stato di polizia. Vi furono decreti e
leggi che accentuarono i contrasti regionali. E vi fu un momen-
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 321

to di grave crisi che diede luogo a numerosi scioperi operai e ri-


volte popolari.
Una strana e violenta insurrezione, con numerosi mor-
ti, si ebbe a Palermo nel settembre 1866, favorita dal disagio
economico di larghi strati popolari della città, ma anche da in-
filtrazioni mafiose, clericali (siamo ad appena due anni dal Sil-
labo) e separatiste. L’unificazione nazionale non avveniva in Si-
cilia in modo indolore. Una forza di inerzia negativa, passiva-
mente ereditata anche dal regime borbonico, insidiava le nuo-
ve istituzioni liberali. Un’inerzia che, nelle classi più alte, si tra-
mutava in atteggiamenti di noia distaccata, di già visto, con il
riaffiorare di un’indefinita «sicilianità». «Noi siamo un popolo
di dei», fa dire al principe di Salina l’autore del Gattopardo. Il go-
verno nazionale e la destra liberale portavano però avanti la li-
nea politica adottata negli anni precedenti, stroncando con la
forza gli atti di ribellione alle leggi e allo Stato, anche se era evi-
dente che essi scaturivano da reali disagi e soprattutto dal con-
trapporsi di interessi politici e notabiliari locali. Forse il rigore
con cui fu rivendicato dai dirigenti liberali italiani il potere an-
che autoritario dello Stato fu l’unico strumento di governo pos-
sibile che assicurò la sopravvivenza dello Stato stesso.
In questo clima i democratici e i garibaldini decisero di
riprendere l’iniziativa, cercando innanzitutto di completare l’o-
pera di unificazione nazionale col sottrarre Roma al dominio
del papa. Il momento sembrava politicamente favorevole. Alla
guida del governo era tornato Rattazzi e tra i primi provvedi-
menti previsti vi era quello dell’incameramento dei beni eccle-
siastici. Problema posto già nel 1864 con un progetto del gover-
no sulla soppressione delle corporazioni religiose e sul riordina-
mento dell’asse ecclesiastico. Era aperta anche la questione del-
l’allontanamento di molti vescovi dalle loro sedi per il loro com-
portamento scorretto nei confronti dello Stato unitario. In un
discorso alla Camera De Sanctis osservò in proposito: «I prote-
stanti, gli ebrei non si occupano di politica; ma il prete cattoli-
322 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

co talora, invece di parlare di morale, dell’Evangelo, di Dio,


parla di politica ed attacca le nostre istituzioni: qui potrebbe es-
sere il caso di una legge speciale».
Nel 1867 Garibaldi preparò un piano che prevedeva
un’insurrezione dentro Roma, e quindi l’intervento di una spe-
dizione di volontari. Da Londra Mazzini era in qualche modo
al corrente dei progetti per risolvere il problema di Roma, del-
la sua Roma, della città che egli voleva liberata in seguito a
un’«iniziativa repubblicana» che Garibaldi non poteva però
garantire: «Del resto, chi sogna iniziativa repubblicana da Ga-
ribaldi? Io?», scriveva il 12 maggio 1867 a Maurizio Quadrio.
Egli pensava che il contenuto repubblicano della liberazione di
Roma avrebbe dato ad essa un carattere nazionale, moralmen-
te alto, non meschinamente riconducibile alla politica unifica-
trice della monarchia. Specie dopo l’insuccesso della guerra del
1866. «Or non vedete voi l’Italia corrompersi – scriveva il 16
maggio 1867 al repubblicano Luigi Miceli – d’anno in anno più
sempre, diventare scettica, materialista, opportunista, noncu-
rante di sé o d’altrui, sotto l’influenza di una Monarchia che
non fu, non è né può mai essere nazionale? Non sentite che so-
star sul disonore su cessioni come quella di Venezia, su batta-
glie come quelle di Lissa e Custoza, è morir moralmente?».
Ma, ancora una volta, Mazzini era sopravanzato dagli
eventi. Il moto di Garibaldi fu rapidamente soffocato e un pri-
mo gruppo di volontari, un’avanguardia guidata dai fratelli En-
rico e Giovanni Cairoli, penetrata dall’Aniene a Roma per con-
giungersi con gli insorti, fu accerchiato a Villa Glori e annien-
tato dalle truppe pontificie il 23 ottobre 1867. Agli zuavi spettò
anche il compito di uccidere sedici persone, compresa una don-
na incinta, Giuditta Tavani Arquati, in un lanificio romano. Vi
si erano riunite proprio per far partire dalla città il segnale del-
la rivolta. Intanto, eludendo la sorveglianza della polizia italia-
na, da varie località italiane, in particolare da Genova, molti
volontari stavano raggiungendo Roma.
Capitolo settimo Dai Mille a Roma 323

Garibaldi non si diede per vinto ed entrò nel territorio


pontificio alla testa di 3.000 volontari e a Monterotondo il 25 ot-
tobre e a Mentana il 3 novembre si scontrò con le truppe del pa-
pa. Queste, pur essendo numericamente superiori, stavano per
essere sopraffatte, quando giunse in loro aiuto un corpo di spe-
dizione francese. Armati di un nuovo tipo di fucile a retrocarica,
lo chassepot, i francesi riuscirono a battere i volontari. Garibaldi
dovette riparare in Toscana, dove fu nuovamente arrestato e
rinchiuso per qualche mese nella fortezza di Varignano. Il mini-
stro degli Esteri francese, dopo avere poco elegantemente esal-
tato le «meraviglie» compiute dai nuovi fucili, dichiarò con so-
lennità: «L’Italia giammai entrerà in Roma; giammai la Francia
sopporterà tale violenza al suo onore e alla Cattolicità. Se mar-
cerà contro Roma, l’Italia troverà di nuovo la Francia sul suo
cammino». Tale profezia sarà ben presto smentita; intanto il
presidente Rattazzi si era dimesso e il 27 ottobre prendeva il suo
posto Luigi Menabrea, un generale, studioso di ingegneria, libe-
rale di destra e clericale. Restò al potere per due anni. Quanto a
Garibaldi, rilasciato dagli arresti in fortezza, tornò a Caprera.

Tra il primo e il 2 settembre 1870 Napoleone III, da


meno di due mesi in guerra con la Prussia, fu sconfitto nella bat-
taglia di Sedan e preso prigioniero. Era la vittoria del cancellie-
re Bismarck contro l’imperatore che da tempo si era dichiara-
to contrario all’unificazione della Germania. Il 4 settembre in
Francia veniva proclamata la repubblica. Crollava l’«impero li-
berale», e crollava anche con Napoleone III l’ultimo difensore
militare e diplomatico della Roma papalina. Era il segnale at-
teso da tempo; era giunto il momento per lo Stato italiano di
agire. Il governo, presieduto da un liberale più aperto, Giovan-
ni Lanza, decise di rompere gli indugi, anche perché il gover-
no provvisorio di Parigi non dimostrò più alcun interesse per il
problema di Roma. A una proposta di occupazione pacifica di
Roma Pio IX rispose «non possumus».
324 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Il 20 settembre 1870 i soldati del generale Raffaele Ca-


dorna, dopo aver vinto la debole resistenza delle truppe ponti-
ficie (Pio IX aveva dato ordine al generale Kanzler di non spar-
gere sangue e di opporre soltanto una resistenza passiva) sfon-
davano a cannonate le mura presso Porta Pia irrompendo nel-
la città. Fra i testimoni Edmondo De Amicis, che con un grup-
po di giornalisti (De Amicis era corrispondente della «Nazione»
e dell’«Italia militare») si trovava da qualche giorno a Monte-
rotondo al seguito delle truppe di Cadorna in attesa di eventi.
Fu quindi tra i primi civili a entrare a Roma passando proprio
per Porta Pia. Racconterà che bandiere tricolore apparvero su
finestre e balconi e che i romani si riversarono per le strade. Le
sue Impressioni di Roma e i successivi Ricordi del 1870-71 sono la
prima cronaca letteraria della liberazione della città. In quelle
ore Francesco De Sanctis annotava in calce alla pagina di un
suo scritto: «Suonano a stormo le campane. Roma è stata libe-
rata. Sia gloria a Machiavelli!». Dopo secoli il potere tempora-
le della Chiesa era finito. Almeno in questo il sogno anche di
Machiavelli e di Guicciardini si era avverato. La nazione italia-
na poteva ora diventare la patria libera e laica di tutti i cittadini.
Capitolo ottavo

«ADDIO, DEL PASSATO...»

Il 20 dicembre 1870, tre mesi dopo Porta Pia, Henrik Ibsen


scriveva a Georg Brandes:

Così alla fine hanno tolto Roma a noi esseri umani per dar-
la ai politici. Dove rifugiarsi adesso? Roma era la sola città sacra
d’Europa, l’unica che godeva di una vera libertà, la libertà dalla ti-
rannia della politica. Non credo che la rivedrò dopo quello che è suc-
cesso. Tutto quello che era attraente, la spontaneità, la sporcizia,
adesso sparirà; per ogni ministro che spunterà fuori, affonderà un ar-
tista. E quel glorioso anelito di libertà, finito anche quello adesso; già,
devo proprio confessare che la sola cosa che mi piace della libertà è
la lotta per essa; la conquista non mi interessa.

Ibsen e il critico letterario danese Brandes erano amici


e amavano intensamente l’Italia, la sua cultura, le sue opere
d’arte. I drammi di Ibsen, i più famosi, erano stati composti a
Roma e sui Colli Albani. La città era per loro (e almeno da due
secoli lo era per schiere di scrittori, artisti, poeti d’Europa e d’A-
merica) un luogo unico e «sacro» non perché sede del papato,
ma per un’autenticità di vita del suo popolo introvabile altrove
e perché anche nel suo degrado si avvertiva il respiro della clas-
sicità e di una nativa creatività. I controlli, le censure, l’assenza
di diritti e la mediocrità politica dei governanti dello Stato della
Chiesa passavano in secondo piano rispetto alla rappresentazio-
ne che di Roma davano i popolani, le rovine e i luoghi vissuti.
Le parole, poco note, della lettera di Ibsen aprono perciò uno
326 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

spiraglio inedito sul rifiuto di Roma come capitale della nuova


Italia e «centro» ideale della nuova nazione. Rifiuto immediata-
mente manifestato (Ibsen ancora non poteva saperlo), seppur in
modo indiretto, non plateale, da gran parte della classe dirigen-
te liberale e della borghesia italiana. Tra l’altro Roma, con i suoi
220.000 abitanti, era la seconda città d’Italia dopo Napoli, e il
suo territorio urbano si dilatava, socialmente e culturalmente,
oltre le mura antiche che la racchiudevano. Anche la sua cam-
pagna entrava nella città determinandone, come sempre aveva-
no notato scrittori, pittori e poeti, una configurazione di costu-
mi e di comportamenti unica nel suo genere. Dunque Roma era
un’acquisizione importante anche da questo punto di vista per
il Regno d’Italia, ma era un’entità sociale difficile, la cui dimen-
sione e rappresentatività imponevano alla classe dirigente italia-
na un’«idea di Roma», cioè la definizione delle sue funzioni co-
me capitale di una nazione (difficoltà che Roma aveva sempre
avuto anche come capitale dello Stato della Chiesa) e che per
lungo tempo fu problematica e fonte di equivoci tra la sopravvi-
venza della romanità classica e il «precipitare verso il Sud».

Ma dove era Mazzini il 20 settembre 1870 mentre nel-


la «sua» Roma entravano i soldati dell’Italia unita? Nel carce-
re militare di Gaeta. Entrato a luglio clandestinamente in Ita-
lia, abitava a Genova con un passaporto inglese intestato a
George Rossi Brown. A nove anni dalla proclamazione dell’u-
nità d’Italia, mentre lo schieramento europeo dei movimenti
democratici, socialisti e anarchici si arricchiva di dibattiti, pro-
getti, polemiche sul ruolo dei lavoratori e delle loro organizza-
zioni e su una possibile rivoluzione sociale in nome dell’inter-
nazionalismo operaio, Mazzini pensava ancora a una meta po-
litica da raggiungere in Italia: rivendicare l’autentica sovranità
del popolo contro l’imposta sovranità della monarchia dei Sa-
voia, quindi lavorare per l’instaurazione della repubblica e, tol-
ta Roma al potere temporale, fare di questa città la capitale e
Capitolo ottavo «Addio, del passato...» 327

anche il traslato di una nazione veramente libera. La guerra


franco-prussiana scoppiata a luglio era forse l’inatteso segnale
di imprevedibili rivolgimenti. Tutto, da un momento all’altro,
sarebbe potuto accadere, anche in Italia.
Il 3 agosto, all’improvviso, Genova insorse: operai, stu-
denti, donne scesero per le strade e alzarono qualche barricata
contro i soldati accorsi. Era giunta in città l’eco di un analogo
tentativo compiuto giorni prima a Milano. L’occasione era sta-
ta un’ingiusta sentenza contro un gruppo di repubblicani geno-
vesi condannati per sedizione dopo una pacifica dimostrazione
del 27 giugno. A Milano l’ordine era stato ristabilito, a Genova
i rivoltosi resistettero più a lungo. Mazzini era esultante e il suo
obiettivo di accendere focolai repubblicani in varie parti d’Ita-
lia era condiviso da molti suoi compagni, da Genova alla lonta-
na Sicilia. Il fronte si stava dunque mettendo in movimento.
Mazzini ha sessantacinque anni, è stanco e indebolito
da una bronchite cronica asmatica (che egli accentua fumando
robusti sigari), ma l’entusiasmo è intatto: «Rompiamo per Dio
– scriveva a Stefano Canzio, compagno di lotta e genero di Ga-
ribaldi – questo fascino che ci tiene immobili e sia la nostra Ge-
nova l’iniziatrice dell’impresa!»; e a Carlotta Benettini: «Ho fe-
de nelle popolane di Genova. [...] Bisogna preparale a fare,
mentr’io cerco d’innalzare la bandiera altrove. Bisogna che Ge-
nova, la mia Genova, se mai non riesce ad essere la prima città,
sia almeno la seconda, che dia il segnale all’Italia della vera li-
bertà. [...] Bisogna che il giorno del sorgere sollevino quel gri-
do Repubblica che fu quello dei nostri padri. E che facciano in-
tendere a tutti che cos’è la Repubblica».
L’accenno alla bandiera da innalzare altrove alludeva a
un atto politico estremo al quale Mazzini si stava preparando,
quasi il testamento di un uomo privo ormai di forza fisica ma
dall’intatta energia ideologica. Un’iniziativa che non celava l’a-
marezza incontenibile, la delusione per il modo con cui si era ar-
rivati all’unità e all’indipendenza nazionale. Il sogno dell’indi-
328 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

pendenza e dell’unità della nazione si era realizzato, ma il tra-


guardo raggiunto era stato il Regno d’Italia, non la repubblica,
e questo per Mazzini significava tante cose: la repubblica sareb-
be stata la conclusione di un processo di educazione nazionale,
di maturazione politica degli italiani. Anche se non fosse stata
condivisa da tutti gli italiani, avrebbe comunque richiesto una
progressiva conquista morale della libertà e un’assunzione di re-
sponsabilità politiche e di consapevolezza dei diritti e dei doveri.
Ma tutto questo conteneva una contraddizione. Maz-
zini sapeva bene che il Piemonte monarchico e annessionista
– di cui era avversario – aveva abbreviato un corso storico che
un’eventuale rivoluzione repubblicana, educatrice, moralizza-
trice, solidaristica avrebbe messo molto più tempo a percorre-
re. Sapeva anche che alla raggiunta unità della nazione soltan-
to le imprese di Garibaldi – di cui era avversario – avevano da-
to il volto umano e patriottico che né i generali piemontesi né
l’abilità diplomatica di Cavour avrebbero mai potuto conferi-
re. Sapeva infine, stando nell’osservatorio privilegiato dell’In-
ghilterra o durante i soggiorni a Lugano presso gli amici
Nathan, che il giudizio degli stranieri – politici, storici, studiosi
sociali, scrittori, viaggiatori – che avevano sostenuto in molte
circostanze il nostro Risorgimento era quasi unanime nel diffi-
dare di un’Italia che si era in tal modo costituita. «Troppo ve-
locemente e con troppa facilità fu fatta l’Italia», era scritto in
The Union of Italy, un saggio del corrispondente da Roma del
«Times» di Londra, ed era un giudizio che egli aveva sentito in
vari ambienti britannici. Ma proprio per questo, per rivendica-
re al «risorgimento» italiano una qualità e dei valori reali,
smentire l’immagine dei «miracoli» avvenuti e ribattere l’opi-
nione di alcuni intellettuali, come il traduttore americano di
Dante, Charles E. Norton (che si dichiarava orgoglioso di esse-
re contemporaneo di Garibaldi), per il quale in Italia «da seco-
li non esistono né virtù civiche né disciplina politica e dove l’i-
dea dell’Italia in quanto comunità deve ancora essere creata»,
Capitolo ottavo «Addio, del passato...» 329

per smentire dunque e ribattere questi giudizi Mazzini tentò


l’ultima, impossibile, patetica sfida.
Agosto 1870: da qualche tempo i repubblicani siciliani
scalpitano. Fanno sapere a Mazzini che il fuoco repubblicano
sta covando sotto la cenere a Palermo e in altre località dell’i-
sola. Mazzini, nonostante le perplessità di amici come Aurelio
Saffi, si convinse allora che recandosi di nascosto a Palermo
avrebbe potuto prendere la guida di questi movimenti e con la
sua autorità dare un impulso veramente democratico alle nu-
merose, contrastanti, anche oblique tensioni esistenti nell’isola.
Tranquillizzò Saffi e decise la partenza insieme ad Agostino
Bertani e Giuseppe Castiglioni.
Spacciandosi ancora una volta per turista inglese e con
una rossiccia barba finta, Mazzini e i suoi presero la sera del 12
agosto il treno a Genova per Napoli, col programma di prose-
guire via mare per Palermo. Prima di partire Mazzini scrisse a
un compagno di Firenze: «Fratello, quando avrete mie linee
sarò, se non mi arrestano prima, in Sicilia. Intenderete che non
vado in cerca del caldo o per contemplare l’Etna. Tenetevi
dunque all’erta: se udite di moto, è mio, nostro quindi: se rie-
sco, faccia ognuno quel che deve, quel che può. In caso diver-
so, avrete finito d’esser tormentati da me». Un presagio e qua-
si un addio. A mezzogiorno del 13, giunti a Napoli, Mazzini e
gli amici alloggiarono all’Hotel de Genève in attesa di imbar-
carsi per Palermo. Il travestimento non giovò a molto, perché
Mazzini fu riconosciuto da un cameriere, e comunque la poli-
zia sapeva già tutto. Per coglierlo in fallo lo si lasciò fare, ma la
nave fu fermata prima di ancorarsi al porto di Palermo. Vi sa-
lirono il questore e due delegati di polizia. Mazzini fu arrestato
e trasbordato in tutta fretta sulla nave da guerra Ettore Fieramo-
sca (con la sua consueta ironia, Massimo d’Azeglio sarebbe sta-
to contento che una nave col nome dell’eroe del suo romanzo
fosse la prima prigione dell’uomo che egli aveva sempre ritenu-
to politicamente pericoloso), che lo attendeva con le macchine
330 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

accese. La nave fece rotta per Gaeta, nel cui carcere militare
Mazzini fu rinchiuso. Qui, un mese dopo, lo raggiunse la noti-
zia che i bersaglieri erano entrati in Roma. Tutto era compiu-
to. E da Gaeta quasi uno smarrimento, un grido alla sua cara
Janet Nathan Rosselli: «E l’Italia, la mia Italia, l’Italia com’io
l’ho predicata? L’Italia dei nostri sogni? L’Italia, la grande, la
bella, la morale Italia dell’anima mia?».
Il 9 ottobre Vittorio Emanuele II, per festeggiare la
presa di Roma, decretava un’amnistia che permise a Mazzini
di lasciare il 14 ottobre il carcere. Il ritardo era dovuto al fatto
che Mazzini era sottoposto a quattro processi in città diverse ed
era necessario il nulla osta delle relative procure. Prima tappa
del viaggio di ritorno a Genova, Roma. Da qui il 17 ottobre ri-
spose al repubblicano napoletano Niccolò Le Piane, che avreb-
be voluto Mazzini a Napoli dopo Gaeta:

Io, caro Niccolò, ho l’anima a bruno. Il Governo d’Italia è


andato codardemente a Roma perché [...] la caduta di chi dovea sa-
lutarsi alleato se vinceva [Napoleone III] gli ha tolto ogni ostacolo.
E noi abbiamo lasciato che escisse l’iniziativa dalla Francia e che si
compisse la profanazione di Roma con la Monarchia. Il duplice mio
sogno è sfumato. E io, vi ripeto, ho l’anima a bruno. Dovreste aver-
la voi tutti. [...] E scrivo queste linee da Roma, senza coraggio d’en-
trarvi: non mi muovo dall’albergo se non per recarmi alla stazione
che me ne allontanerà.

La profanazione di cui parlava Mazzini non era la stes-


sa di cui parlava Ibsen. Erano due giudizi diversi, ma potevano
essere assimilati al dissenso di politici, imprenditori, personalità
della cultura settentrionale ed europea, sulla prospettiva di una
città capitale, simbolo della storia più antica e dell’arte più ec-
celsa, ridotta al ruolo di fondale del palcoscenico politico e ine-
vitabilmente di gigantesca macchina burocratica e amministra-
tiva. Si sarebbe dunque «rimpicciolita» la sua grandezza sim-
bolica e insieme reale?
Capitolo ottavo «Addio, del passato...» 331

Nel 1871 Theodor Mommsen si rivolgeva a Quintino


Sella, allora il più noto all’estero tra i ministri del governo Lan-
za, chiedendogli: «Cosa intendete fare per Roma? Questo ci
inquieta tutti: a Roma non si sta senza avere propositi cosmo-
politi». La ricerca storica di Federico Chabod, alla metà del
Novecento, su questo tema ha individuato nella pluralità criti-
ca delle posizioni politiche e intellettuali il nodo storicamente
più interessante della capitale nascente. Il maggior timore era
infatti che Roma potesse diventare il centro, in senso proprio
e figurato, di un’Italia poco vitale e il laboratorio di una meri-
dionalizzazione dello Stato e dell’amministrazione pubblica.
Molti esponenti della politica e dell’economia lombardi e pie-
montesi temevano che Roma non riuscisse a far parte dell’Eu-
ropa, al pari di Londra, Parigi, Berlino, come capitale cosmo-
polita e di profilo internazionale, e fosse risucchiata invece dal
mondo mediterraneo, «levantino». E c’era un timore in più
– lo aveva detto chiaramente, seppur con garbo, Cavour nel
suo discorso su Roma capitale necessaria dell’Italia –, che alla
fine il «mito», la cultura e l’arte di Roma finissero col prevale-
re sulle «virtù», cioè sul pragmatismo creativo della sana bor-
ghesia. Con franchezza Richard Cobden alcuni anni prima
aveva confessato a Massimo d’Azeglio, guardando l’antica bel-
lezza di Roma da Monte Mario: «Tutto questo non serve più
a niente!».
C’era infine il problema più astratto, ma non meno
stringente: sostituire l’universalismo cattolico della città con un
altrettanto potente universalismo laico. Il nuovo universalismo
non poteva che essere – nel tempo, non dimentichiamolo, del-
lo sviluppo capitalistico e della filosofia del positivismo – l’uni-
versalismo della scienza moderna, della produttività capitalisti-
ca, del progresso industriale. Roma capitale della scienza
avrebbe significato la fine della Roma dei papi e forse, attraver-
so la scienza, si sarebbe anche potuta realizzare una necessaria
riforma religiosa.
332 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

Si delineava così una contrapposizione, che forse non


si è mai veramente ricomposta, tra lo Stato-amministrazione,
che Roma capitale rappresentava, e lo Stato-produzione, rap-
presentato invece dalle regioni del Nord (qui ebbe inizio stori-
camente la lunga polemica tra Milano, capitale morale, e la
Roma ministeriale, burocratica, corruttibile). Era come se Ro-
ma fosse soltanto la cerniera tra due Italie. Forse la volontà di
decentramento, la visione federalista di Minghetti, che fu nuo-
vamente presidente del Consiglio dal 1873 al 1876, nascevano
dal diffondersi di questo contrasto. La pensava allo stesso mo-
do il suo ministro delle Finanze Quintino Sella, che parlando
alla Camera nel 1876 vide nell’incremento industriale del Nord
il solo antidoto al realizzarsi di un modello di nazione che si ri-
conoscesse solo in Roma.
Ricordando i tempi della Torino capitale, Sella ricono-
sceva come una fortuna per il nuovo Stato che, perso il ruolo di
capitale, Torino fosse rapidamente divenuta «una delle città
più industriali dell’Italia. E questa è una trasformazione – ag-
giungeva – che io oso chiamare maravigliosa. Coloro che han-
no conosciuto Torino trent’anni fa, avrebbero dovuto dire che
quella città era l’antitesi dell’industria e oggi è una delle più in-
dustriali». Qualcosa di analogo dirà poco dopo un famoso tec-
nico e studioso lombardo, Giuseppe Colombo: «Milano, con
una meritata riputazione di civiltà e di cultura, con una popo-
lazione che riunisce l’attività del settentrionale alla vivacità del
meridionale, ha la ricchezza, la potenza commerciale e l’attitu-
dine della mano d’opera necessarie per favorire il carattere par-
ticolare che accennano ad assumere le sue industrie». E nella
prospettiva di una Milano industriale Colombo vedeva meglio
la fioritura della piccola industria rispetto a quella grande, sia
per evitare di «concentrare in una città una massa ingente di
operai, addetti in pochi e vasti opifici», sia per affrontare me-
glio i contraccolpi delle crisi economiche, sia per mantenere
inalterato il «gusto milanese, che comincia con una certa misu-
Capitolo ottavo «Addio, del passato...» 333

ra a far legge». Era la posizione di un conservatore, ma aveva


qualche fondamento.
Fino agli inizi del Novecento, il problema del rapporto
o del possibile equilibrio tra l’economia e la società delle due
Italie, tra la crescita industriale di Milano e Torino e la staticità
di Roma e Napoli, si intreccerà dunque con fattori culturali,
con idee e visioni del mondo che sempre più si allontanavano
dal tempo del Risorgimento. In questo intreccio vi fu però un
positivo fattore di modernizzazione: l’affermarsi di un’Italia lai-
ca, un’idea-guida della tradizione d’azegliana e cavouriana che
nonostante il trasformismo degli anni che verranno era una vi-
sione condivisa dalla sinistra liberale, dai democratici, dai re-
pubblicani, dai socialisti e dai radicali.
Intanto in Europa cresceva il potere economico e poli-
tico della borghesia, si diffondeva la fiducia nel metodo della
scienza, aumentava lo scontro di classe tra capitale e lavoro e si
affinava, con la diffusione del Capitale di Marx, apparso nel
1867, con le idee del socialista Proudhon e i protocolli dell’In-
ternazionale, la critica del capitalismo e del suo pensiero eco-
nomico. Su questi fondali Garibaldi, Mazzini, il loro mito, sva-
nivano lentamente come felici follie della giovinezza. La posta
in gioco si stava alzando.
Nell’estate e nell’autunno del 1871, dopo l’occupazio-
ne prussiana della Francia e la resistenza della Comune di Pa-
rigi, Mazzini dovette confrontarsi con l’Internazionale, le cui
due correnti, la socialista di Marx ed Engels e l’anarchica di
Bakunin, osteggiavano le sue teorie e il progetto di fare della
classe operaia italiana la base non di un partito socialista ma del
partito repubblicano. Era logico che questo partito fosse ritenu-
to borghese dagli internazionalisti e quindi per nulla rappresen-
tativo del proletariato. L’Internazionale si era infatti rapida-
mente diffusa in Italia anche in polemica con l’associazionismo
(che era l’opposto della lotta di classe) di Mazzini. Garibaldi
concordava con le posizioni dell’Internazionale (è sua la frase,
334 bella e perduta L’ITALIA DEL RISORGIMENTO

lanciata da Caprera il 22 settembre 1872, «L’Internazionale è


il sole dell’avvenire»): infatti, andato in Francia per difendere la
repubblica durante la guerra con la Prussia, aveva solidarizza-
to con la Comune di Parigi finita nel sangue («la maggior pena
ch’io provo è di non aver potuto porgerti una mano nella tua
lotta da giganti»). E in una lettera inviata a Giuseppe Petroni il
21 ottobre 1871 parlava dei «comunardi» come dei «soli uomi-
ni che in questo periodo di tirannide, di menzogne, di codardie
e di degradazione hanno tenuto alto, avvolgendovisi morenti,
il santo vessillo del diritto e della giustizia».
Per Mazzini non c’era però alcuna sintonia con l’espe-
rienza classista e proletaria della Comune. Nel 1871 tentò di or-
ganizzare un congresso a Roma che riunisse tutte le associazio-
ni operaie italiane per ottenere, come scrisse a Emilia Venturi,
«la separazione netta ed ufficiale dall’Internazionale». Afferma-
va di «voler salvare la classe operaia dall’Internazionale o da al-
tre influenze deleterie» e nello stesso tempo «conquistare alle
mie idee gran parte della classe media dei moderati». Ma il con-
gresso, tenutosi a novembre, fu attaccato duramente anche da
Bakunin e non diede grandi risultati. Temendo più Bakunin di
Mazzini, Engels notò, esagerando, che «alla fin dei conti la gran-
dissima maggioranza degli italiani è ancora mazziniana», ma
quello fu l’ultimo fallimento di Mazzini. Intanto il suo declino fi-
sico continuava e mentre l’Italia e l’Europa erano alla vigilia del-
la «Grande Depressione» (la crisi economica scoppiata nel 1873)
Mazzini si spegneva a Pisa, sotto falso nome, nella casa dei Ros-
selli il 10 marzo 1872. Aveva addosso lo scialle appartenuto a
Carlo Cattaneo, e così lo ritrasse morente Silvestro Lega.
Garibaldi, dimenticando le polemiche e i contrasti di
un tempo, inviò questo commosso messaggio: «Sulla tomba del
grande Italiano, sventoli la bandiera dei Mille». Pochi anni do-
po, il 2 giugno 1882, anche Garibaldi uscirà di scena nella sua
isola del Mediterraneo. Non è retorico pensare che quel giorno
molti italiani dicessero addio alla loro giovinezza.
INDICE DEI NOMI
Abba, G. Cesare, 277-78, 282. Bandiera, Emilio, VII, 97, 115-18, 160.
Albert, Alexandre, 151. Bandiera, Francesco, 97.
Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha, Barbés, Armand, 151.
principe consorte, 227. Barras, Paul, 11-12.
Aleardi, Aleardo, 182. Bassi, Paolo, 177.
Alessandro I, zar di Russia, 36-37, 46, Bassi, Ugo, 223-24.
57. Bayard, Armand, 109.
Alfieri, Vittorio, 138. Beauharnais, Eugenio, 30.
Alighieri, Dante, 52, 76, 123, 319, 328. Beauharnais, Joséphine, 13, 28, 30.
Andreoli, Giuseppe, 81. Beethoven, Ludwig van, 45.
Annibale, 25. Belgioioso Trivulzio, Cristina, 220,
Antonelli, Giacomo, 165, 202. 234-35.
Ariosto, Ludovico, VII. Belli, Giuseppe Gioachino, 84, 119.
Armellini, Carlo, 216, 241. Bellini, Vincenzo, 120, 148.
Asinari di San Marzano, Carlo Ema- Benettini, Carlotta, 327.
nuele, 62. Bentinck, William, Lord, 39.
Auber, Daniel-François, 87. Berchet, Giovanni, 59, 67, 96, 179.
Azeglio, Cesare Taparelli d’, 59. Berlin, Isaiah, 121.
Azeglio, Massimo Taparelli d’, X-XIII, Bertani, Agostino, 289-92, 298, 302,
48, 51, 68, 119, 122, 125-28, 133, 329.
136, 143, 148, 175, 183, 193, 196, Berti, Francesco, 118.
213, 239-41, 247-48, 254, 271, 329, Besini, Giulio, 81.
331. Bismarck-Schönhausen, Otto von,
319-20, 323.
Babeuf, Gracchus, 12-13, 16, 52. Bixio, Nino, 133, 197, 219, 275-77,
Baciocchi, Felice, 30. 285, 291, 294, 302.
Bakunin, Michail, 317, 333-34. Blanc, Louis, 149, 151.
Balbo, Cesare, 51-52, 61, 122-23, 125- Blanqui, Louis-Auguste, 151.
27, 134-35, 160, 162, 188, 192. Boccheciampe, Pietro, 117.
Balzac, Honoré de, 90, 148. Boito, Camillo, 322.
Bandi, Giuseppe, 277, 285. Bolívar, Simón, 68-69.
Bandiera, Attilio, VII, 97, 115-18, 160. Bonaparte, Elisa, 30.
338 Indice dei nomi

Bonaparte, Gerolamo, 266. Carducci, Giosue, 171, 183, 190-91,


Bonaparte, Giuseppe, 15, 27, 30, 32- 199, 250, 277, 316.
33. Carini, Giacinto, 276.
Bonaparte, Luciano, 12. Carlo Alberto di Savoia, re di Sarde-
Bonaparte, Matilde, 265. gna, 58, 60-64, 93, 96, 100, 113,
Bonaparte, Napoleone, poi Napoleone 119, 125, 133, 143, 145, 163, 165,
I, imperatore dei Francesi, XI, 9-15, 167-69, 172-73, 175-76, 182, 192,
18-20, 22-46, 49, 52-53, 57, 80, 82, 211, 212-13.
246. Carlo Felice di Savoia, re di Sardegna,
Bonaparte, Paolina, 30. 58, 61, 63-64, 96, 101.
Boncompagni, Carlo, 271. Carlo X di Borbone, re di Francia, 86-
Borel, Giuseppe, 104. 88.
Borelli, Vincenzo, 97. Carlyle, Thomas, 200.
Borghese, Camillo, 30. Carnot, Lazare, 11-12.
Borsieri, Pietro, 59, 67. Carpeneto, G. Battista, 236.
Bosco, Giovanni, 254. Casati, Carlo, 157-58, 168, 176.
Botta, Carlo, 50-51. Casati, Gabrio, 155, 193.
Brandes, Georg, 325. Casati, Teresa, 67.
Briganti, Fileno, 295. Castelli, Michelangelo, 136.
Brofferio, Angelo, 194-95. Castiglioni, Giuseppe, 329.
Brunetti, Angelo, detto Ciceruacchio, Castlereagh, R. Stewart, Lord, 70.
204, 223-24. Castracane degli Antelminelli, Ca-
Brunetti, Lorenzo, 204. struccio, 206.
Bruto, Marco Giunio, 23.
Cattaneo, Carlo, 51, 79, 106-107,
Bubna, Ferdinand, 49, 64.
121-22, 142, 157-60, 163-64, 166,
Buonarroti, Filippo, 52-53, 60.
168, 171, 174-75, 181, 185-86, 230-
Byron, George Gordon, 45, 65-66, 85.
34, 237, 250, 292, 298, 309, 334.
Cadorna, Carlo, 211. Cavaignac, Louis-Eugène, 151, 215.
Cadorna, Raffaele, 208, 324. Cavour, Augusto F. Benso di, 169.
Cairoli, Enrico, 322. Cavour, Camillo Benso, conte di, XII,
Cairoli, Giovanni, 322. 4, 31, 107, 122-23, 135, 136-38,
Calabiana, Luigi, Nazari di, 254. 140, 152-53, 162-63, 172, 180, 186-
Calvi, Pier Fortunato, 225, 250. 88, 192-96, 200, 207, 209, 227-29,
Camodeca, Raffaele, 117. 231, 238-40, 242-43, 246-48, 251,
Camuccini, Vincenzo, 32. 253-56, 258-59, 264-65, 266-69,
Canera di Salasco, Carlo, 177. 271, 273-75, 278-81, 287-89, 292-
Canova, Antonio, 32, 82. 93, 296-307, 309, 310-11, 328, 331.
Cantù, Cesare, 183. Cavour, Gustavo Benso di, 134.
Canzio, Stefano, 327. Cernuschi, Enrico, 155, 157.
Capece Minutolo, Antonio, principe Cesareo, Santo, 117.
di Canosa, 55-57. Chabod, Federico, 331.
Capponi, Gino, 79, 164, 188-89, 226. Championnet, Jean Étienne, 24.
Carascosa, Michele, 55. Chaplin, Charles, 10.
Indice dei nomi 339

Chateaubriand, François-René de, 9, Del Carretto, Francesco Saverio, 131.


42, 84, 86-87. De Lieto, Casimiro, 130.
Chrzanowsky, Albert, 210-11. De Lorenzo, Enrichetta, 220, 235,
Cialdini, Enrico, 297, 320. 261.
Cinzano, Enrico della Chiesa, mar- De Maistre, Joseph, 56.
chese di, 63. Depretis, Agostino, 297, 319.
Clary, T., 291. De Ruggiero, Guido, XIII.
Clerici, Giorgio, 157. De Sanctis, Francesco, XII, 43, 96, 111,
Cobden, Richard, 136, 331. 124, 126, 148, 174, 225, 302-303,
Coccelli, 236. 318-19, 321, 324.
Collegno di Provana, Giacinto, 62. De Sauget, G., 144.
Colletta, Pietro, 50-51, 55, 78. di Breme, Ludovico, 59.
Colombo, Giuseppe, 332. Dickens, Charles, 200.
Compagnoni, Giuseppe, 14. di Lisio, Guglielmo, 62.
Comte, Auguste, 252. Donizetti, Gaetano, VIII.
Confalonieri, Federico, 40, 58-59, 67. Doria, Giorgio, 133.
Consalvi, Ercole, 29, 82-83. Dunant, Henry, 272.
Constant, Benjamin, 74, 86. Duphot, Léonard, 14.
Corigliano, Nicola, 117. Durando, Giacomo, 134, 165, 171,
Correnti, Cesare, 155. 175.
Corsini, Neri, 77. Dwight, Theodore, 236.
Cosenz, Enrico, 263, 289, 295-96. Eber, Ferdinando, 286.
Cousin, Vittorio, 86. Engels, Friedrich, 139, 152, 187, 201,
Crimi, Giuseppe, 131. 245, 318, 333-34.
Crispi, Francesco, 275-77, 286, 288- Eugenia María de Montijo de
89, 298, 302. Guzmán, imperatrice dei Francesi,
Crispi, Rosalia, 277. 256, 254-65.
Croce, Benedetto, XI, 8-9, 145, 148,
182. Fabbri, Edoardo, 202.
Cuoco, Vincenzo, 50-51. Fabrizi, Nicola, 116.
Czartoryski, Adam, 60. Farini, Luigi Carlo, 136, 273, 302,
309.
dal Pozzo della Cisterna, Emanuele, Fecia di Cossato, Luigi, 211.
62. Federico II di Prussia, 48.
Dandolo, Emilio, 159, 221. Ferdinando I, v. Ferdinando IV di Bor-
Dandolo, Enrico, 159, 219. bone.
Darwin, Charles, 252, 272. Ferdinando II di Borbone, re delle
d’Aste, Alessandro Amero, 279-80. Due Sicilie, 96, 103, 109, 111, 165,
David, Jean-Louis, 28. 189, 206, 233, 235, 275.
De Amicis, Edmondo, 157, 324. Ferdinando III di Lorena, granduca di
de Canal, Bernardo, 249. Toscana, 49, 77.
De Cesare, Raffaele, 295. Ferdinando IV di Borbone, re di Na-
Delacroix, Eugène, 89. poli, poi Ferdinando I, re delle Due
de La Rive, Auguste, 229, 267, 269. Sicilie, 10, 15, 18, 42, 49, 55-58,
De Launay, Gabriele, 214. 153.
340 Indice dei nomi

Ferdinando di Savoia, duca di Geno- Garibaldi, Menotti, 97, 294, 299.


va, 173. Gazzoli, Luigi, 204.
Ferdinando Massimiliano d’Asburgo- Genovesi, Antonio, 233.
Lorena, viceré del Lombardo-Ve- Gentile, Giovanni, 4.
neto, 259. Giannini, Guglielmo, 233.
Ferrara, Francesco, 136, 140, 310. Gioberti, Vincenzo, 51-52, 103, 119,
Ferrari, Andrea, 171. 122-27, 136-37, 143, 146, 160, 166,
Ferrari, Giuseppe, 163. 193-94, 196-98, 207.
Ferrata, Giansiro, 185. Giordani, Pietro, 79.
Feuerbach, Ludwig, 252. Giovanetti, Carlo, 113-14.
Filangieri, Carlo, 111. Giusti, Giuseppe, 121.
Filangieri, Gaetano, 233. Giusti Torresani, Carlo, 155.
Flaubert, Gustave, 148, 151, 185. Gizzi, Pasquale, 119.
Florenzi Waddington, Marianna, 220. Goethe, Johann Wolfgang, XII, 121.
Fonseca Pimentel, Eleonora de, 16, 24.
Gozzano, Guido, 155.
Fortunato, Giustino, 312-13.
Gramsci, Antonio, 300.
Foscolo, Ugo, XII, 10-11, 21, 105.
Grazioli, Bartolomeo, 249.
Fossombroni, Vittorio, 77.
Greenfield, Kent Robert, 112.
Fourier, Charles, 72-73.
Gregorio XVI (Mauro Cappellari),
Francesco II di Borbone, re delle Due
papa, 84, 96, 119.
Sicilie, 275, 290, 292, 296.
Francesco IV d’Este, duca di Modena, Grimm, fratelli, 53.
49, 81, 93-95, 97. Grioli, Giovanni, 249.
Francesco Giuseppe I d’Asburgo, im- Grossi, Tommaso, 59, 120, 183.
peratore d’Austria e re d’Ungheria, Guerrazzi, Francesco Domenico, 79,
154, 194, 270, 272. 183, 189-91, 230.
Franchetti, Leopoldo, 313. Guicciardini, Francesco, 324.
Fransoni, Luigi, 248. Guizot, François, 86, 147, 152.
Frattini, Pietro, 249. Guttuso, Renato, 291.
Frazese, Giuseppe, 117. Gyulai, Ferencz, 269-70.
Frimont, Johann Maria, 55, 97.
Fuller, Margaret, 220. Hawgood, John A., 184.
Fusconi, Sebastiano, 204. Hayez, Francesco, XII-XIII.
Haynau, Jacob von, 199, 214, 229.
Galanti, Giuseppe Maria, 233. Herre, Franz, 208.
Gambini, Andrea, 75. Herzen, Aleksandr, 201.
Gance, Abel, 10. Hess, Heinrich von, 177.
Garibaldi, Anita, 222, 236-37. Hitler, Adolf, 4.
Garibaldi, Giuseppe, VII-VIII, XII, 31, Hölderlin, Friedrich, 66.
73, 97, 103-104, 108, 118-19, 139- Hugo, Victor, 87, 179, 245.
40, 166-69, 177-78, 189-90, 200,
206-207, 209, 217-19, 221-24, 229, Ibsen, Henrik, 325-26, 330.
234, 236-37, 258-60, 266-71, 273, Ingham, casa, 281.
275-302, 305-306, 308, 310, 314- Imbriani, Paolo Emilio, 174, 300.
18, 322-23, 327-28, 333-34. Induno, Domenico, 273.
Indice dei nomi 341

Jaubert, Caroline, 235. Lorenzini (Collodi), Carlo, 140.


Lowe, Hudson, 44.
Kanzler, Hermann, 324. Luigi XVIII, re di Francia, 40-41, 82,
Keats, John, 66. 86.
Koerner, Teodor, 65. Luigi Filippo d’Orléans, re dei France-
Kossuth, Lajos, 154. si, 87-88, 90, 92-93, 95, 146, 153.
Kutusov, Michail, 37. Luigi Napoleone Bonaparte, poi Na-
poleone III, imperatore, 45, 84,
Labriola, Antonio, 9, 283.
La Farina, Giuseppe, 138, 258, 267, 215, 243-44, 246, 256, 264-66, 268,
281, 289. 270-74, 296, 305, 320, 322, 330.
Laffitte, Jacques, 93. Lupatelli, Domenico, 118.
La Fontaine, Jean de, VII.
Machiavelli, Niccolò, 324.
La Marmora, Alessandro, 214.
Mac-Mahon, Patrice de, 270.
La Marmora, Alfonso, 255, 273, 320.
Maffei, Clara, 181.
Lamartine, Alphonse de, 148-49, 179,
Malibran, Maria, 148.
215.
Mameli, Goffredo, VIII, 65, 118, 127,
La Masa, Giuseppe, 144, 276, 285-86.
133, 165, 179-80, 182, 190, 197,
Lamberg, Franz, 193.
206, 219.
Lambruschini, Raffaello, 79, 164.
Mamiani, Terenzio, 172, 202.
Landi, Francesco, 130, 284-85.
Manara, Luciano, 159, 168, 221.
Lanza, Ferdinando, 286.
Lanza, Giovanni, 134, 323, 331. Mancini, Pasquale Stanislao, 300.
Las Cases, Emanuel, 43-44. Manin, Daniele, 147, 160-61, 182,
Latour, 193. 212, 225, 258-59, 267.
La Vista, Luigi, 174. Manzoni, Alessandro, IX, XII, 34, 43,
Lazzati, fratelli, 249. 50-51, 59, 64, 120, 162, 179-80,
Lechi, Teodoro, 168. 192-93, 274.
Ledru-Rollin, Alexandre-Auguste, Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena,
215, 229. regina di Francia, 18.
Lega, Silvestro, 334. Maria Carolina d’Asburgo-Lorena,
Leggero Coliolo, Giovan Battista, regina di Napoli, 18, 42.
236. Maria Clotilde di Savoia, 266.
Leoncavallo, Vincenzo, 262. Maria Luisa (Luigia) d’Asburgo-Lore-
Leone XII (Annibale Sermattei della na, imperatrice dei Francesi, du-
Genga), papa, 81, 84. chessa di Parma e Piacenza, 49.
Leopardi, Giacomo, XII, 52, 59, 79, Maria Luisa di Borbone, duchessa di
99, 110, 226-27, 231. Lucca, 49, 80.
Leopoldo II, granduca di Toscana, 77, Maria Sofia di Baviera, regina di Na-
145, 188, 191, 206. poli, 296.
Le Piane, Niccolò, 330. Marinovich, von, 161.
Lesseps, Ferdinand de, 219. Mario, Alberto, 200, 277, 283, 287,
Lincoln, Abraham, 308. 295, 299.
Lodovico di Borbone, duca di Parma, Maroncelli, Piero, 67-68, 73, 92.
26. Martini, Enrico, 162.
342 Indice dei nomi

Martini, Luigi, 250. Montanelli, Giuseppe, 164, 190-91.


Marvasi, Diomede, 174. Montezemolo, Massimo di, 134.
Marx, Karl, 71, 102, 139, 151-52, 187, Monti, Vincenzo, 50.
200-201, 229, 238, 245, 252, 318, Mordini, Antonio, 319.
333. Morelli, Michele, 54-55.
Masina, Angelo, 219. Moro, Domenico, 115-18.
Massari, Giuseppe, 266, 312-13. Morse, Samuel Finley, 226.
Masséna, André, 25. Moscati, Ruggero, 290, 312.
Massimiliano d’Asburgo, v. Ferdinan- Mosto, Antonio, 277.
do Massimiliano d’Asburgo-Lorena. Mundy, George, 282, 286.
Maurois, André, 265. Murat, Gioacchino, 28, 33-34, 37-39,
Mazzini, Giuseppe, XII, 4, 31, 51-52, 41-42.
68, 75-77, 79, 90, 99-104, 114-19, Murat, Letizia, 38.
122-23, 136-37, 139-40, 143, 154, Murat, Luciano, 38.
163-64, 166, 174, 180, 183, 187, Muzzarelli, Carlo Emanuele, 205.
197-201, 207, 216-24, 229-31, 234,
237-38, 241, 248-52, 260, 263-64, Namier, Lewis, sir, 179.
266-67, 273, 275, 284, 290, 292, Nardi, Anacardi, 118.
298-99, 301-302, 305-306, 317-18, Nathan Rosselli, Janet, 330.
322, 326-30, 333-34. Neipperg, Albrecht, conte di, 80.
Mechel, Luca von, 285. Nélaton, Auguste, 316.
Medici, Giacomo, 289, 291. Nelli, Piero, 170.
Mellerio, Giacomo, 41. Nelson, Horatio, 18, 22, 30, 317.
Melzi d’Eril, Francesco, 20, 27-28. Niccolini, Giovanbattista, 68, 183.
Menabrea, Luigi, 323. Nicola I, zar di Russia, 61, 91, 154,
Menotti, Ciro, 93-95, 97, 222, 294, 255.
299. Nietzsche, Friedrich, XI, 6.
Mercadante, Saverio, VII-VIII, 118. Nievo, Ippolito, VIII, XII, 179, 181,
Mercantini, Luigi, 262, 298. 278, 287, 290, 292.
Metternich-Winneburg, Klemens, Nigra, Costantino, 265.
principe di, 42, 47, 56-57, 83, 95, Norton, Charles E., 328.
129, 147, 152-53, 155. Nugent, Laval, 39, 170.
Miceli, Luigi, 322. Nunziante, Vito, 131.
Mila, Massimo, 121.
Milano, Agesilao, 260. O’Donnel, Heinrich, 155.
Minghetti, Marco, 120, 133, 140, 166, Oldoini, Virginia, contessa di Casti-
204, 309, 317-19, 322. glione, 265-66.
Minichini, Luigi, 54. Orsini, Felice, 264.
Misley, Enrico, 93-94. Oudinot, Nicole, 217-19, 222-23.
Modena, Giulia, 220. Owen, Robert, 73.
Mommsen, Theodor, 331.
Monge, Gaspard, 13. Pagano, Mario, 15-16.
Monroe, James, 69. Palffy, Fedele, conte, 160-61.
Montanari, Carlo, 249. Pallavicini, Gian Luca, 67, 315-16.
Montanari, Leonida, 83. Pallavicino Trivulzio, Giorgio, 258.
Indice dei nomi 343

Palmerston, Henry John Temple, Pompeo, Gneo, 23.


Lord, 180, 274. Porro Lambertenghi, Luigi, 58-59, 67,
Palmieri, Giuseppe, 233. 92.
Pantaleo, Giovanni, 282. Pouqueville, François Charles, 67.
Pantaleoni, Diomede, 204, 304-305. Prati, Giuseppe, 182.
Passaglia, Carlo, 304-305. Prina, Giuseppe, 35, 40.
Pecchio, Giuseppe, 36. Proudhon, Pierre-Joseph, 252, 333.
Pellicano, Paolo, 131. Puškin, Aleksandr S., 85.
Pellico, Silvio, 59, 67-68.
Pepe, Florestano, 55. Quadrio, Maurizio, 199, 322.
Pepe, Guglielmo, 54-55, 92, 165, 174,
Rachel Félix, 148.
225.
Radetzky, Friederike, 143.
Perrault, Charles, VII.
Radetzky, Johann Josef Wenzel, 129-
Perrone di San Martino, Ettore, 193. 30, 132, 136, 142-43, 154-56, 158-
Persano, Carlo Pellion di, 292, 320. 59, 166, 169-70, 175-77, 193, 199,
Petöfi, Sandor, 154, 179. 208, 210, 212-13, 269.
Petracchi, 190. Ramorino, Gerolamo, 103, 210.
Petroni, Giuseppe, 334. Ranieri d’Asburgo-Lorena, viceré del
Pilo, Rosolino, 261, 275, 285. Lombardo-Veneto, 130, 155.
Pinelli, Pier Dionigi, 246. Rattazzi, Urbano, 243, 246-47, 273-
Pinsot, 19. 74, 281, 309, 315, 317, 321, 323.
Pio VI (Giovanni Angelo Braschi), pa- Rhao, Antonio, 117.
pa, 10, 15. Ricardo, David, 73, 75, 106.
Pio VII (Barnaba Chiaramonti), papa, Ricasoli, Bettino, 164, 273, 289, 309,
28-29, 31-32, 40, 81-83. 314-15, 320.
Pio VIII (Francesco Saverio Castiglio- Ricciotti, Nicola, 117-18.
ni), papa, 84, 96. Ridolfi, Cesare, 189.
Pio IX (Giovanni Mastai Ferretti), pa- Rini, 76.
pa, 114, 119, 124, 129, 132, 134, Ristori, Adelaide, 148.
139, 145, 149, 152, 170-71, 191, Rivarola, Agostino, 83.
202-203, 205-207, 215, 224, 248, Robespierre, Maximilien de, 11-12.
253, 296, 305, 318, 323-24. Robilant, Carlo Felice, conte di, 176.
Piria, Raffaele, 108, 175. Rocca, Gaetano, 278-79.
Pisacane, Carlo, XII, 217, 219-20, 223, Rocca, Giacomo, 118.
234-35, 237, 250, 260-63. Romagnosi, Giandomenico, 51, 59,
Pisacane, Filippo, 235. 67.
Pisacane, Silvia, 263. Romano, Liborio, 290, 295-96, 299.
Pisanelli, Giuseppe, 303. Romeo, Domenico, 131.
Plutino, Agostino, 131. Romeo, Giannandrea, 131.
Plutino, Antonino, 131, 294-95. Romeo, Rosario, 153, 196, 263, 266,
Poerio, Alessandro, 52, 225. 301.
Poerio, Giuseppe, 55. Romilli, Bartolomeo, 129.
Polignac, Jules-Armand, 87. Ronzani, Bianca, 266.
Poma, Carlo, 249. Rosmini, Antonio, 134-35, 180, 204.
344 Indice dei nomi

Rossetti, Gabriele, 55, 68, 96. Staël, Anne-Louise-Germaine Necker,


Rossi, Pellegrino, 41, 135, 202-205. Madame de, 74.
Rossini, Gioacchino, 87, 148. Stendhal, pseud. di Henri-Marie Beyle,
Rude, François, 44. 83, 90, 148.
Ruffini, Jacopo, 103. Stern, Raffaello, 32.
Ruffo, Fabrizio, 17-18. Strauss, Johann, 178.
Russo, Vincenzo, 16. Sue, Eugène, 122.

Saffi, Aurelio, 216, 241, 329. Taglioni, Maria, 148.


Saint-Simon, Claude-Henri de Rou- Talleyrand-Périgord, Charles-Mauri-
vroy, conte di, 71-73. ce, principe di, 12, 22-23, 25, 27.
Tarallo, 235.
Salazar, Vincenzo, 293.
Tarchini, Angelo, 83.
Salvatorelli, Luigi, 5.
Tarle, Evgenij, 13.
Salvemini, Gaetano, VIII, 186.
Tasso, Torquato, VII.
San Martin, José de, 69.
Tavani Arquati, Giuditta, 322.
Santa Rosa, Santorre Derossi, conte Taverna, Filippo, 177.
di, 60, 62, 65. Tazzoli, Enrico, 249-50.
Savoia, Eugenio di, 299. Terzaghi, Giulio, 157.
Scanderberg, Franzese, 117. Thiers, Adolphe, 29, 86, 89.
Scarsellini, Angelo, 249. Tocqueville, Alexis de, 74, 148, 216,
Schonsals, Karl von, 156. 218.
Scialoja, Antonio, 136, 225. Tolstoj, Leone N., 37.
Sella, Quintino, 331-32. Tommaseo, Niccolò, 79, 147, 160,
Serracapriola, Nicola Maresca, duca 180, 183, 192.
di, 172. Torlonia, Alessandro, 32.
Settembrini, Luigi, 127, 225. Tornaforte, Carlo Bruno, conte di, 63.
Settimo, Ruggero, 173. Turner, William, 44, 110.
Siccardi, Giuseppe, 240-41, 253. Türr, Stefano, 291.
Sieyès, Emmanuel, 12, 25. Twain, Mark, 257.
Silvati, Giuseppe, 54-55.
Valadier, Giuseppe, 32.
Sirtori, Giuseppe, 225.
Valerio, Lorenzo, 134.
Sismondi, J.-C.-L. Simonde de, 59, 78,
Vecchi, Augusto, 276.
102, 180.
Venerucci, Giovanni, 118.
Solaro della Margarita, Clemente, Venevitinov, Sergej, 85.
133. Venturi, Emilia, 334.
Solera, Temistocle, 121. Verdi, Giuseppe, VIII, XII, 81, 120-21,
Sonnino, Sidney, 313. 132, 181, 209, 284, 302-303.
Sostegno, Cesare Alfieri di, 193. Verga, Giovanni, 6, 291.
Spaur, Johann, 205. Verità, Giovanni, 224.
Spaventa, Silvio, 225, 300. Verlaine, Paul, 186.
Speri, Tito, 214, 249. Verri, Pietro, 27.
Spinelli, Antonio, 290. Vial, Giambattista, 293.
Spini, Giorgio, 180. Vici, Andrea, 32.
Indice dei nomi 345

Vieusseux, Giovan Pietro, 79, 103, Volpe, Gioacchino, 3, 8, 124.


122.
Villari, Anna, XIII. Wagner, Richard, XI, 179.
Villari, Pasquale, 174, 312-13. Wellington, Arthur Wellesley, duca di,
Villari, Pietro, 117. 106.
Visconti, Ermes, 59. White Mario, Jessie, 200, 261, 299,
Visconti, Luchino, 170, 320. 316.
Visconti Arconati, Giuseppe, 67. Whitman, Walt, 257.
Vittoria, regina di Gran Bretagna e Ir- Windisch-Grätz, Alfred, 154.
landa, 227. Wohlgemuth, 156.
Vittorini, Elio, 185. Wolf, Adolfo, 318.
Vittorio Emanuele I di Savoia, re di Woodhouse, casa, 282.
Sardegna, 48, 56, 60, 62, 93.
Vittorio Emanuele II di Savoia, re di Zambelli, Giovanni, 249.
Sardegna e re d’Italia, 211-213, Zambianchi, Callimaco, 278.
248, 253-54, 258, 264, 268, 270, Zanardelli, Giuseppe, 319.
273-75, 279-80, 284, 288, 292, 296- Zichy, 161.
99, 303, 330. Zucchi, Carlo, 97, 202.
Volontari, Angelo, 104. Zurlo, Giuseppe, 33.