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AFRICA - Antonio Rovelli

Giugno - 2007
CATTIVI RIMEDI PER UN CONTINENTE «MALATO»

GIù LE MANI DALL'AFRICA


Le risorse del continente africano continuano a far gola alle potenze di tutto il mondo. Wto, zone
franche ed Epas sono le «armi» con cui il nuovo colonialismo economico di stampo liberista
vuole impadronirsi di una ricchezza non sua. Ma anche una delle cause principali di fenomeni
sociali come immigrazione e ghettizzazione nelle baraccopoli.
Una sfida per la missione di oggi.

Immigrati e bidonville sono una vetrina di povertà e miseria, frutto delle ricorrenti e aspre
politiche commerciali, scritte e imposte dai potenti attori della scena internazionale.
Le città sono sempre state, per consuetudine secolare, il luogo nel quale i poveri hanno cercato
rifugio perché minacciati, spesso dalla fame. E i periodi di depressione economica o post-bellici
hanno avuto come effetto collaterale la fuoriuscita di milioni di persone dall’Europa alla ricerca di
lavoro e speranza altrove.
L’Africa, nella sua recente storia, ha subito l’esodo dalle campagne come contraccolpo della
politica dei prezzi agricoli, della deregulation, del dumping e dal protezionismo praticate negli
anni ‘80 dalle discipline finanziarie imposte dagli organismi internazionali quali il Fondo
monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale.
In Africa, il 70% dei lavoratori è impiegato nel settore agricolo e il 95% delle terre coltivate è
gestito da imprese familiari. Coltivano prodotti destinati al commercio di prossimità, cioè a
mercati e piccoli negozi dove si rifornisce la maggior parte dei consumatori africani. La struttura
produttiva venne definita nel periodo coloniale: grandi monoculture di materie prime agricole
destinate all’esportazione (cacao, zucchero, caffè…), a svantaggio delle coltivazioni per il
consumo interno.
Quando negli anni ‘60 sempre più paesi dell’Africa cominciarono a ottenere l’indipendenza,
l’esigenza di mantenere l’architettura delle monoculture, tanto funzionale al Nord del mondo,
spinse le ex potenze coloniali a stipulare degli accordi con i nuovi stati africani. Si arrivò così alla
Convenzione di Yaoundè (1964) e, in seguito, alle quattro Convenzioni di Lomè (dal 1975 al
2000) che stanziavano somme ingenti per gli aiuti allo sviluppo e stabilivano delle corsie
preferenziali per le merci provenienti dalle ex colonie senza chiedere in cambio una reciproca
apertura di mercato.
La svolta avvenne quando si passò dal riconoscimento del diritto che i paesi in via di sviluppo
avevano di proteggere le proprie giovani economie a un approccio di classico stampo liberista il
cui credo postulava che l’apertura dei mercati avrebbe prodotto di per sé quello sviluppo a cui
anelavano i paesi più poveri.
Fu l’epoca dei grandi Piani di aggiustamento strutturale (Pas) voluti da Fmi e Banca mondiale, che
imposero l’abbandono dei meccanismi di sostegno e di protezione sia doganali che sociali, a
favore delle privatizzazioni di settori sempre più ampi dell’economia nazionale che, quasi
ovunque, era ancora prevalentemente statale. Furono anche i tempi della cosiddetta «rivoluzione
verde» che coltivava l’idea di un’agricoltura sempre più industrializzata e tecnologica per sfamare
il mondo.
In cambio dei soldi ricevuti per la loro «modernizzazione» i paesi del Sud furono costretti a
privatizzare o svendere risorse e servizi pubblici. A seguito della crisi del debito generato da quei
prestiti, l’Africa fu costretta a rinunciare alla propria sovranità alimentare, cedendo terre su terre
agli investimenti stranieri, in cambio di grandi coltivazioni di prodotti il cui prezzo è sceso di anno
in anno.
Una situazione che si è protratta fino ai nostri giorni e della quale hanno approfittato le grandi
imprese dell’agrobusiness presenti in Africa. Attraverso la concessione di terreni e agevolazioni e
creando delle zone franche per l’esportazione, nel corso di pochi anni queste imprese hanno
incentivato la produzione per l’esportazione e abbassato notevolmente il prezzo dei prodotti
agricoli, costringendo numerosi piccoli produttori a vendere la loro merce a un prezzo inferiore al
costo di produzione.

LE CONSEGUENZE SOCIALI
Il risultato delle liberalizzazioni previste dai Piani di aggiustamento strutturale è stato spesso
rovinoso per il settore agricolo, e catastrofico sul piano sociale. Per riprendere una dichiarazione
del Commissario allo sviluppo della Commissione europea, Louis Michel: «Nella prima fase delle
liberalizzazioni - come si è visto nei paesi dell’Est europeo - ci sono spesso catastrofi sociali».
Gli esempi sono molteplici: in Costa d’Avorio, dopo la riduzione del 40% delle tariffe decise nel
1986, i settori tessile, chimico, dell’abbigliamento e dell’assemblaggio automobilistico
collassarono, producendo un’emorragia di posti di lavoro.
In Senegal, fra il 1985 e il 1990, dopo l’applicazione di un programma di liberalizzazioni che
aveva ridotto le tariffe doganali dal 165 al 90%, un terzo dei posti di lavoro andarono perduti.
Nel Ghana, 50 mila posti di lavoro nel settore manifatturiero sparirono fra il 1987 e il 1993, dopo
la liberalizzazione delle importazioni di beni di consumo.
In Kenya, i settori del tessile, dello zucchero, del cemento, dell’imbottigliamento del vetro e del
pollame dovettero lottare duramente per reggere la competizione delle importazioni da quando, nel
1993, venne lanciato un radicale piano di liberalizzazioni degli scambi in linea con un programma
di aggiustamento strutturale targato Fmi/Banca mondiale.
Fra il 1993 e il 1997 la crescita industriale nel paese è scesa del 2,6%, tra il 1991 ed il 2000 il
paese ha raddoppiato le sue esportazioni agricole e quadruplicato le sue importazioni alimentari.

POLITICHE ECONOMICHE
Alla fine degli anni ‘90, le riforme del commercio internazionale hanno ricevuto un impulso
straordinario grazie alla nascita dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) in
sostituzione dell’Accordo sul commercio e sulle tariffe (Gatt). Lo scopo di questa organizzazione è
quello di redigere e far rispettare delle regole uniformi per il mercato mondiale.
Come condizione per entrare nel Wto viene richiesto ai singoli paesi di eliminare ogni ostacolo al
«libero scambio delle merci», principalmente gli strumenti tradizionali con i quali gli stati
sostengono le proprie economie: le tariffe doganali, la scelta di sostenere alcuni settori produttivi
fino al controllo dei prezzi dei generi di prima necessità.
Ogni trattamento preferenziale non è più possibile in quanto considerato «concorrenza sleale» nei
confronti dei prodotti di altre nazioni. Questo livellamento del terreno di gioco, auspicabile
idealmente, in pratica ha finito per favorire soltanto gli attori più forti a livello economico e le
grandi industrie multinazionali che possono vendere i loro prodotti all’interno di un paese in via di
sviluppo a un prezzo nettamente inferiore a quello del mercato interno. Il risultato di questa
politica di dumping è che l’economia ristagna e la gente, non trovando opportunità di lavoro e
profitto in casa propria, si dirige verso le grandi città ingrossando la massa delle baraccopoli
oppure fugge all’estero. Mentre le multinazionali comperano a prezzi stracciati le terre
abbandonate.
Tra le condizioni previste dai programmi di aggiustamento strutturale imposti dal Fmi e dalla
Banca mondiale per accedere a nuova liquidità presso i creditori internazionali e alla dilazione del
pagamento dei servizi del debito estero, c’era l’apertura dei paesi africani agli «Investimenti diretti
esteri» (Ide). Anche in questo caso, i costi ambientali e sociali sostenuti sono stati enormi. Non
potendo offrire condizioni economiche ottimali (mercati, infrastrutture, stabilità), alcune nazioni
africane - per attirare tali investimenti, in sintonia con la logica dei Pas - hanno fatto leva sulla
deregolamentazione del settore, promuovendo la nascita di zone franche per l’esportazione,
garantendo alle imprese straniere esenzioni fiscali, completa libertà di rimpatrio dei profitti ed
assenza di vincoli di natura sindacale e ambientale.
Nascono così le Export Processing Zones (zone franche per l’esportazione). Le zone franche si
sono rivelate delle isole di profitto per le multinazionali, di sfruttamento dei lavoratori e,
soprattutto, lontane dai bisogni reali della gente. Il Kenya, un paese che non è autosufficiente a
livello alimentare, ha 43 zone franche, di cui 28 operative, tra le quali quelle dedite alla
coltivazione ed esportazione di fiori in Europa.
In queste zone i livelli salariali sono molto bassi, i turni di lavoro in media di dodici ore e gli
standard di sicurezza insufficienti. Inoltre, non sempre hanno creato nuovi posti di lavoro. Le
imprese minerarie straniere in Ghana tendono ad impiegare personale specializzato straniero
piuttosto che locale. Gli investitori stranieri in Sudafrica fanno largo ricorso a contratti di lavoro
flessibili con l’obiettivo di abbattere i costi di produzione.
In ogni caso, dove vengono creati nuovi impieghi, come nel tessile e nel settore dei prodotti
vegetali, i lavoratori sono sfruttati, sotto pagati ed i loro diritti non rispettati.
Attorno alle zone franche i piccoli produttori vengono messi fuori dal mercato locale perché non in
grado di competere con le imprese straniere. Inoltre, appena si presentano nuove opportunità per
aumentare i profitti, le grandi industrie hanno la tendenza a muoversi rapidamente fuori e dentro il
paese, lasciando molte persone improvvisamente senza impiego e senza dare loro il corrispettivo
spettante per gli ultimi mesi di lavoro.
È in atto un nuovo tipo di colonizzazione economica neoliberista che non mira alla conquista dei
paesi, bensì dei mercati, delle materie prime e delle risorse.
L’Africa sub-sahariana è la regione del mondo con il più basso tasso di sviluppo umano, indice
che comprende - oltre alla ricchezza pro-capite - indicatori come l’alfabetizzazione, l’aspettativa di
vita, l’accesso alle risorse essenziali quali cibo e acqua potabile.
Dei 40 paesi considerati oggi poverissimi ben 34 si trovano nell’Africa sub-sahariana; negli ultimi
20 anni secondo la Banca mondiale, il loro reddito medio è diminuito da 400 a 300 dollari l’anno;
secondo la Fao dei 50 paesi che ancora oggi soffrono la fame, 30 si trovano in Africa.
La descrizione di un continente che lentamente va alla deriva sospinto dalla pandemia dell’Aids e
dei conflitti e guerre «a bassa intensità», commistione di poteri locali corrotti e forti interessi
internazionali.
Si sta ridisegnando l’Africa secondo una strategia della spartizione, un apartheid tra isole ricche da
proteggere con le armi e oceani di poveri da abbandonare ai massacri, agli aiuti umanitari, oppure
reclusi nelle fatiscenti città ombra ai margini delle grandi città e del mondo intero.
Per tutti noi l’Africa è malata! Ha bisogno di aiuto. Ma il suo dottore, l’Occidente «benefattore» sa
ben sfruttare i suoi malanni.

LA RICETTA EUROPEA
Epas è l’acronimo inglese di «Economic Partnership Agreements» (accordi di partenariato
economico) che, dal 27 settembre 2002, l’Unione europea sta negoziando con 77 paesi dell’Africa,
dei Caraibi e del Pacifico (i cosiddetti paesi Acp). L’obiettivo è quello di creare, a partire dal 1
gennaio 2008  un’area di libero scambio.
Ufficialmente, gli Epas si propongono come fine principale la riduzione e infine l’eliminazione
della povertà, in linea con gli obiettivi di uno sviluppo durevole e della progressiva integrazione
dei paesi Acp nell’economia mondiale.
In realtà il modello di liberalizzazione proposto dall’Europa rientra nella strategia di creare
maggiori opportunità di esportazione per le proprie imprese. Per i paesi Acp i benefici rimangono
incerti mentre sono certi gli effetti negativi.
L’Unione Europea ha spinto affinché questi accordi fossero fondati su una rigida interpretazione
delle regole del Wto, prevedendo l’eliminazione di tutte le barriere commerciali su più del 90%
degli scambi tra Europa e paesi Acp ed annullando di fatto, come richiesto dal Wto al massimo
entro il 2008, le condizioni preferenziali e non-reciproche concesse dall’Unione Europea in favore
dei paesi più poveri e vigenti da diversi decenni.
Dietro la maschera di una «cooperazione per lo sviluppo» l’Unione Europea sta di fatto
riproponendo attraverso gli Epas la propria agenda liberista sostenuta in ambito Wto.
I paesi Acp che aderiranno agli Epa dovranno aprire i loro mercati domestici a quasi tutti i prodotti
europei nel giro di un periodo che andrà dal 2008 al 2020.
Inoltre, il processo prevede la liberalizzazione del settore dei servizi, la protezione dei diritti di
proprietà intellettuale, la standardizzazione delle certificazioni e delle misure sanitarie e
fitosanitarie, la definizione di regole di concorrenza e di promozione e difesa degli investimenti
delle imprese estere.
Questo processo rischia di cancellare entrate fiscali fondamentali per i bilanci statali e di mettere
in ginocchio le industrie di paesi fra i più poveri del pianeta.
Insomma l’Europa, dopo aver sfruttato le sue colonie, aver sottratto all’Africa materie prime e
esseri umani attraverso la tratta degli schiavi, continua la via dello sfruttamento, promuovendo una
partnership basata sulle proprie regole e sui propri interessi, proponendosi ipocritamente come
sensibile e attenta ai loro interessi.
Gli Epas non sono strumenti di sviluppo, ma la loro filosofia è di carattere commerciale; per
questa ragione la giurisdizione sui negoziati è stata affidata al Commissario europeo al Commercio
e non a quello allo Sviluppo.
Tutte le analisi indicano che il peso dei cambiamenti introdotti dagli Epas sarà scaricato
esclusivamente sulle spalle dei paesi di Africa, Caraibi e Pacifico. Con l’aggravante che gli Epas
mettono in pericolo il fragile processo di integrazione regionale, fondamentali nelle strategie di
sviluppo dei paesi Acp, esponendo i produttori di quei paesi ad un’impari concorrenza con
l’Europa nei mercati interni e regionali.
In particolare, l’Unione Europea ha deciso di avviare sei negoziati: quattro con diverse regioni
africane, e uno ciascuno per i paesi di Caraibi e Pacifico. Questa suddivisione dell’Africa in
quattro regioni non tiene in nessuna considerazione la realtà politica e storica del continente
africano e gli embrioni di alleanze economiche regionali che lì si stanno faticosamente
costituendo.
Si ripete così la spartizione dell’Africa, già un tragico errore del periodo colonialista, senza
nessuna considerazione per le realtà locali, questa volta però inserita in una strategia geopolitica
globale: attraverso gli Epas l’Europa intende rispondere agli analoghi negoziati di libero
commercio che stanno portando avanti il Giappone, tramite il Ticfad (Tokyo International Confe-
rence For African Development) e gli Usa con l’Agoa (Africa Growth Opportunity Act) e
all’intromissione di un outsider: la Cina, con i suoi recenti cospicui investimenti in Africa.
La posta in gioco è sempre la stessa: l’accesso a basso costo alle enormi materie prime del
continente africano, a partire dalle risorse minerarie e dai prodotti agricoli. Come sostiene Eveline
Herfkens, coordinatrice Onu per gli Obiettivi di sviluppo del millennio: «Gli Epas sono davvero
un problema per i paesi poveri. Questi non hanno né il tempo né le capacità per negoziare degli
accordi forti con l’Unione Europea».
Anche la saggezza di un proverbio africano esprime bene la concorrenza impari fra i Paesi Acp e
l’Europa: «È come una gara fra una giraffa e un antilope per la frutta sui rami più alti. Anche se si
livella il terreno, non sarà mai concorrenza leale».
Gli Epas non sono la cura giusta, ma uno scandalo truccato dalla retorica della cooperazione e
un’ipoteca definitiva sulle possibilità di sviluppo dell’Africa. Che così continuerà ad essere un
serbatoio di tragedie, a produrre gli slum e gli immigrati perché i contadini continueranno ad
abbandonare le terre e migliaia di uomini e donne disperati lasceranno il continente per essere
schiavizzati sulle strade delle metropoli di tutto il mondo.
Di Antonio Rovelli

AFRICA - Marco Bello


Dicembre - 2007
Perché gli africani parleranno cinese

L'invasione
Grandi summit internazionali senza economia di mezzi. Documenti di principio per una
cooperazione «tra eguali». Ma alla Cina interessano le riserve petrolifere e minerali. Da dare in
pasto a un’economia in forte crescita. E gli africani svendono e ricostruiscono. Così, presto anche
le leggi saranno tradotte in mandarino.

Nel giro di pochi anni, alcune capitali dell’Africa dell’Ovest hanno visto un cambiamento radicale
del traffico su due ruote. I motorini, mezzo principale di trasporto della popolazione cittadina a
Ouagadougou come a Cotonou, si sono rapidamente moltiplicati. Gli indistruttibili Yamaha
giapponesi, assemblati in Burkina Faso sono stati soppiantati dai Jailing, Sukinda, Yashua e tanti
altri nomi di fantasia. Ma anche Yamaha contraffatti. Tutti «made in China». A un terzo del costo.
Chi non poteva permettersi l’ambito mezzo, ha finalmente potuto accedervi. Si accorgeva, però
dopo pochi mesi che un pezzo del motore si svitava e altre parti iniziavano a cadere. Ma che
importa: più lavoro per le centinaia di meccanici di strada la cui esperta manualità, condita con la
proverbiale arte del riciclaggio africana, permette di far rivivere ogni cosa. O quasi.
Anche andando ai mercati di quartiere, gli oggetti che si trovano, dal tessile, agli attrezzi, dai
giochi, all’elettricità, sono diventati tutti di fabbricazione cinese. Alcuni fornitori chiedono ancora
se si desidera un prodotto non cinese, ma allora si moltiplica il prezzo per due, tre, quattro volte.
Intanto spuntano nelle vie centrali delle città «Africa - China import», «L’Orient», «Hong Kong
bazar», negozi gestiti da immigrati cinesi, dove si può comprare  dallo spillo alla bicicletta, tutto di
«rigorosa» produzione cinese.
In alcuni paesi, Niger e Angola per citarne due, anche il panorama umano sta cambiando e si
incontrano cinesi un po’ ovunque. Spesso è difficile, se non impossibile comunicare verbalmente
con loro, anche se, di norma, sono molto gentili. Ma non sempre c’è un buon rapporto con le
popolazioni locali.
Questi sono solo gli aspetti più evidenti di una «conquista» dell’Africa da parte della Cina, che ha
visto uno slancio decisivo nell’ultimo decennio.

Primi passi

Senza andare alle esplorazioni cinesi durante la dinastia Ming (1368-1644), si può risalire alla
conferenza di Bandung, nel 1955, dei paesi non allineati o «poveri», per trovare la Cina di Mao
che cerca aperture internazionali e pensa a una campagna africana. Iniziano i contatti, diplomatici
prima, economici subito dopo con l’Egitto, all’epoca unico indipendente.
La Cina si pone subito come avente una storia simile, di lotta di liberazione dal colonialismo.
Come paese povero che collabora con i suoi simili: una cooperazione «Sud-Sud», per contrapporsi
a quella «Nord-Sud» e disfarsi del binomio colonizzatori - colonizzati. Va notato che questo
approccio è tuttora in voga, con la Cina diventata la sesta potenza economica mondiale e presto
entrerà tra le prime cinque spodestando Francia o Gran Bretagna.
Il gigante asiatico appoggia le lotte per l’indipendenza (Tunisia, Algeria, Marocco e in seguito
Angola) e si affretta a riconoscere i nuovi stati, tra i primi l’Algeria e la Guinea Conakry.
L’intervento è più sul piano politico - diplomatico, interessato a controbilanciare l’influenza di
Mosca e dell’Occidente sul continente africano.

Politica ed economia

Ma la svolta nelle relazioni Cina - Africa si ha intorno alla metà del decennio scorso. È a partire
dal 1995 che la Cina cerca di armonizzare la sua cooperazione economica con gli obiettivi politici.
E inizia a investire per la conquista del continente.
Organizza il «Forum di cooperazione Cina - Africa», il cui primo incontro si tiene a Pechino nel
2000, seguito da un secondo ad Addis Abeba nel 2003 e dal terzo, in grandissimo dispiego di
mezzi ancora nella sua capitale, il 4 e 5 novembre dello scorso anno. Qui partecipano 41
delegazioni africane ai massimi livelli (capi di stato e di governo), per un totale di circa 3.500
delegati.
I Forum producono i documenti di principio su cui si basa la cooperazione Cina - Africa. Dalla
prima «Dichiarazione di Beijing» e il «Programma Cina-Africa per la cooperazione economica e
sociale» del primo Forum alla nuova «Dichiarazione di Beijing» e il «Piano d’azione 2007-2009»
nell’ultimo incontro.
Sul piano pratico, il governo cinese vara misure di tipo commerciale e fiscale per migliorare gli
scambi, quali l’armonizzazione delle politiche commerciali, la riduzione della tassazione dei
prodotti, accordi di protezione degli investimenti e incoraggiamento di joint-ventures.

Documenti strategici

Nel gennaio 2006 il governo di Pechino rende noto il «Documento ufficiale sulla politica cinese in
Africa». Da notare che ne esiste solo un altro sulle relazioni con l’Europa (2003).
Definendosi «il più grande paese in via di sviluppo del mondo» molto interessato alla pace e al
progresso, la Cina assicura che i principi base nella cooperazione con l’Africa sono un’amicizia
sincera, i muti vantaggi su una base d’uguaglianza, cooperare nella solidarietà. Trattarsi da eguali,
nel rispetto della libera scelta dei paesi africani per la loro via al progresso, ma con l’intenzione di
aiutarli in questo loro sforzo.
Assicurare reciproci vantaggi per uno sviluppo condiviso e appoggiare i paesi africani attraverso
una cooperazione economica, commerciale e sociale, per la costruzione nazionale. Ma anche: darsi
mutuo sostegno e agire in stretta collaborazione negli ambiti internazionali come le Nazioni Unite
e gli altri organismi multilaterali. Intensificare gli scambi anche sui piani educativo, scientifico e
culturale.
Sul piano economico si definisce che nello scambio tutti devono guadagnare. Sul piano culturale si
spinge per un aumento degli scambi.

Una sola Cina

L’unica condizione politica della Cina Popolare, ribadita nei documenti ufficiali, è quella del
riconoscimento dell’«unicità della Cina». Questo significa il non riconoscimento di Taiwan. In
Africa tutti gli stati tranne cinque (Burkina Faso, Gambia, Sao Tomé, Malawi e Swaziland) hanno
aderito e la tendenza è quella di rompere con la Cina nazionalista (in Europa solo il Vaticano ha
ancora relazioni diplomatiche con Taiwan, gli Usa le hanno rotte nel 1979, mentre nel ’71 avevano
permesso alla Cina Popolare di entrare nell’Onu, escludendo così Taipei).
Oltre ai principi di base il documento descrive una cooperazione Cina - Africa a 360 gradi: mutuo
appoggio a livello politico - diplomatico, cooperazione tra collettività locali, cooperazione
economica (verso accordi di libero scambio), finanziaria, agricola, nelle infrastrutture (mettendo
l’accento su trasporti, telecomunicazioni, acqua ed elettricità). E ancora cooperazione turistica, nel
settore dell’educazione, tecnico - scientifica e medica.
 Cooperazione tra i mass media e militare (scambio di tecnologie e formazione), giudiziaria e
anche in materia di lotta al terrorismo.
Poche righe invece sono dedicate alle risorse naturali, che sono però il maggior interesse cinese sul
continente, prima fra tutte il petrolio.

Un nuovo tipo di partenariato


Il presidente Hu Jintao, il primo ministro Wen Jiabao e il ministro degli Esteri Li Zhaoxing, hanno
visitato quindici  paesi africani in diversi viaggi nel primo semestre 2006. L’interesse per il
continente continua ad aumentare.
Con la «dichiarazione di Beijing» del terzo Forum Cina - Africa, i capi di stato e di governo di 41
paesi africani (sui 48 invitati) e della Repubblica popolare lanciano solennemente un partenariato
strategico di nuovo tipo: «uguaglianza e fiducia sul piano politico, cooperazione vincente -
vincente sul piano economico, scambi benefici sul piano culturale».
La dichiarazione congiunta ribadisce il principio che tutti gli stati del mondo, potenti o poveri,
grandi o piccoli, devono trattarsi da «eguale a eguale». Spinge per il rinforzo della cooperazione
«Sud-Sud» e del dialogo «Nord-Sud», richiama l’Omc che riprenda i negoziati di Doha. Chiede
inoltre la riforma dell’Onu e delle altre organizzazioni internazionali, con l’obiettivo di servire
meglio tutti i membri della comunità internazionale, migliorando la rappresentazione e la
partecipazione degli stati africani nel Consiglio di sicurezza. I capi di stato esortano le
organizzazioni internazionali a fornire maggiore assistenza tecnica e finanziaria ai paesi africani
per ridurre la povertà, le calamità, la desertificazione e realizzare gli Obiettivi del millennio.
«Cina e Africa unite dagli stessi obiettivi in termini di sviluppo e interessi convergenti, hanno
davanti a loro delle vaste prospettive di cooperazione … mutuamente vantaggiosa, per sviluppo
condiviso e prosperità comune».

A caccia di risorse

La Cina è (dal 2005) il secondo consumatore di petrolio al mondo dopo gli Usa1 e ha un’economia
in crescita vertiginosa (quasi il 10% l’anno, con un Pil che raddoppia ogni 8 anni). Ha bisogno di
energia e materie prime per le sue industrie e per la popolazione, primo fra tutti il petrolio. Il suo
consumo di greggio era nel 2000 il 10% della domanda mondiale e diventerà il 20% nel 2010. Si
stima che nel 2020 sarà costretta a importare il 60% del petrolio che consuma. Così come gli Usa,
la Cina ha una priorità: garantirsi le riserve di petrolio per il futuro.
L’Africa, grazie alla penetrazione degli ultimi anni, assicura oggi a Pechino oltre un quarto delle
sue importazioni di greggio. Angola (primo in assoluto, ha superato l’Arabia Saudita), Sudan,
Congo, Guinea Equatoriale e Nigeria sono i suoi fornitori principali.
E il pilastro della politica estera cinese resta: «Non ingerenza negli affari interni degli stati».
Approccio altamente apprezzato dai regimi africani.
Anche questo ha permesso a Pechino di conquistare lo sfruttamento di giacimenti petroliferi
sudanesi, che alcune compagnie occidentali hanno dovuto lasciare a causa delle pressioni politiche
Usa. La China National Petroleum Company (Cnpc) detiene il 40% del consorzio Greater Nile
Petroleum Operating Company che produce 350 mila barili al giorno. La Cnpc aveva costruito
1.506 chilometri di oleodotto per portare il greggio al mare.
La Cina che ha un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu ha più volte bloccato
(minacciando il veto, ma senza usarlo) le risoluzioni che volevano mettere l’embargo al Sudan
sull’esportazione del petrolio, se questi non si fosse impegnato a mettere fine ai massacri perpetrati
nel Darfur.
I rapporti con il Sudan risalgono al 1997 e comprendono anche la vendita di svariate forniture di
armamenti, sia ai tempi della guerra civile in Sud Sudan, sia ai giorni nostri.
Ma il petrolio non è tutto. Molte altre sono le materie prime necessarie al miracolo economico
cinese. La Cina estrae o importa da 48 paesi africani oro, ferro, cromo, platino, manganese,
fosfato, cobalto, bauxite, uranio. E ancora tabacco, legname, cotone. Questi ultimi sono lavorati in
patria e ritornano poi sul continente come manufatti.

I contratti globali
In cambio alle concessioni per l’estrazione Pechino fornisce prestiti a tasso agevolato e senza
condizioni e offre grandi opere infrastrutturali a basso costo. Sono i cosiddetti «contratti globali»
che comprendono aiuto allo sviluppo, annullamento del debito, prestiti, investimenti, tutto in
cambio all’accesso alle materie prime.
Con l’Angola il contratto più esorbitante: 4 miliardi di dollari di credito (in due fasi tra il 2004 e il
2006) in cambio di petrolio. Luanda si è impegnata a fornire alle imprese cinesi il 70% del suo
greggio. Così Shell e Total hanno perso il rinnovo del permesso di sfruttamento di importanti
giacimenti, a beneficio delle compagnie cinesi. Il credito è utilizzato per grandi opere pubbliche,
realizzate ancora da imprese cinesi (costruzione di 10 ospedali, 53 scuole, riabilitazione di strade,
ponti e di tre ferrovie, la costruzione di un aeroporto, oltre alla fornitura di centinaia di camion e
trattori).
Intanto i cinesi sono sempre più presenti, anche fisicamente. «Ho constatato che la quasi totalità
dei bugigattoli che fanno fotocopie sono gestiti da cinesi (anche in provincia) e molti cantieri edili
(ce ne sono tanti, il paese è in forte crescita) a Luanda hanno personale cinese. I più sono occupati
nei cantieri di ricostruzione della rete stradale. Questo business è finito per la quasi totalità nelle
mani dei cinesi». Racconta un cooperante di recente rientrato dal paese. «Ci sono molti cinesi in
Angola, anche donne. Sono ben visibili, mentre 10 anni fa non si notavano». In Angola i cinesi
sono scherzosamente chiamati «cama quente», ovvero «letto caldo», perché dormirebbero in tre, a
turno, nello stesso letto: ovvero uno dorme e due lavorano.
Anche la Nigeria, con le sue riserve nel delta del Niger fa gola al gigante asiatico che ha firmato
un contratto di 800 milioni di dollari per una fornitura a PertroChina di 30 mila barili di greggio al
giorno, l’acquisto di un blocco da parte della Cnooc e la ristrutturazione della raffineria di Kaduna.
I miliardi di dollari promessi sono in tutto cinque. In cambio la Cina spinge sul piano diplomatico
affinché la Nigeria abbia un posto permanente al Consiglio di sicurezza.
Con lo Zimbabwe, altro regime «scomodo» come il Sudan, la Cina ha firmato per oltre un miliardo
di dollari: costruzione di centrali termiche in cambio di diritti di estrazione mineraria.
Ma secondo Howard W. French del New York Times3, Pechino sta recentemente prendendo le
distanze da regimi del Sudan e dello Zimbabwe, giudicati a lungo termine controproducenti.

Le miniere del pianeta

Il più recente contratto globale è quello firmato con la Repubblica democratica del Congo e
presentato al pubblico lo scorso 17 settembre. Cinque miliardi di dollari, di cui due subito, per il
settore minerario. Con questi soldi in prestito la Cina finanzia una serie di cantieri (3.200 Km di
ferrovia, 3.400 km di strada, 450 km di strade cittadine, 31 ospedali e 145 dispensari …) e la
ristrutturazione e rimodernamento di alcune compagnie congolesi di estrazione mineraria, nonché
la prospezione di nuovi siti. Ad esempio la Miba (impresa pubblica di Mbuji-Mayi), possiede
giacimenti di diamanti, rame, ferro, nickel, oro e cromo. Se da un lato il presidente Kabila ha così
ottenuto i mezzi per la ricostruzione del paese, dall’altra la Cina entra prepotentemente nel settore
minerario di uno dei paesi più dotati, a livello mondiale, da questo punto di vista.
Il braccio operativo finanziario della Cina in Africa è la China Exim Bank. È lei che presta alle
multinazionali (pubbliche) cinesi i soldi per gli investimenti in terra africana. Si stima che la Cina
abbia 1.300 miliardi di dollari di riserva monetaria e per questo non ha problemi a pagare, oltre
che a promettere. In effetti ha soppiantato la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale
in materia di prestiti. Le condizioni poste sono talmente vantaggiose, da non essere redditizi per
chi presta, se non a lungo termine.
«Alla televisione etiopica, quando viene presentata la firma di un contratto, c’è sempre un cinese
di mezzo» racconta padre Rasera, missionario della Consolata che da 25 anni vive nel paese. I
cinesi sono presenti a livello industriale e stanno rifacendo la strada Mechara - Golelchia. «Pochi
sono i rapporti con la popolazione locale. Vivono in campi isolati e si vedono solo uomini»
continua. «A livello popolare non sono molto accettati dalla popolazione, mentre hanno una
grande protezione da parte del governo». Gli etiopici che lavorano per loro raccontano che nei
cantieri, una volta passato il controllore, il cemento armato viene smantellato e il tondino di ferro
sostituito con quello di diametro inferiore… Nella regione dell’Ogaden stanno cercando il petrolio.
Qui sono stati recentemente uccisi otto cinesi.

Africa, enorme mercato

Il continente africano è anche un immenso mercato di 850 milioni di persone. Non solo per le
grosse imprese (statali), ma anche per l’import - export e le piccole medie imprese. Si valutano tra
600 e 800 le aziende cinesi (delle quali un quarto private) installate in Africa, mentre sono circa
150.000 i cinesi che vivono sul continente (tre volte tanto quelli naturalizzati, soprattutto in Africa
australe). 
Oltre ai grandi cantieri (strade, ferrovie, aeroporti, stadi, scuole, ecc.) in mano ai costruttori statali,
che tengono i prezzi bassi grazie ai «contratti globali», i prodotti realizzati in Cina, senza alcun
controllo di qualità, e di marchio (molti sono contraffatti) hanno invaso il continente. I prezzi
ridotti di un terzo o un quarto delle stesse merci di fabbricazione locale o di importazione, hanno
permesso alla massa di africani a basso reddito di accedere a beni fino a pochi anni fa a loro
proibiti. Come il ciclomotore.
Questo fenomeno ha creato anche problemi legati al dumping, in particolare nell’industria tessile,
dove oltre 75.000 lavoratori hanno perso il lavoro dal 2002 (Sud Africa, Marocco, Mauritius). Ma
anche a quella dei motorini in Burkina.
D’altro lato molte multinazionali cinesi danno ormai lavoro anche agli africani. In Mozambico, ad
esempio la più grossa impresa cinese di costruzioni, che realizza opere pubbliche, ha chiesto che il
codice del lavoro sia tradotto in mandarino. Il ministro ha dichiarato che una traduzione ufficiale
sarà presto disponibile. I cinesi dicono di voler avere una migliore comprensione della legge
(attualmente tradotta solo in inglese) per migliorare i rapporti con i lavoratori locali ed evitare così
i frequenti scioperi.
Gli scambi commerciali nei due sensi sono saliti da 40 miliardi di dollari nel 2005 a 55,46 nel
2006 (statistiche cinesi), mentre il primo ministro Wen Jiabao ha proposto di portarli a 100 entro il
2010. L’Africa fornisce l’11% delle importazioni della Cina.
Molti iniziano a vedere gli interessi del gigante asiatico nel continente come un’«invasione» o una
«nuova colonizzazione». Altri pensano che l’Africa ha tutto da guadagnare. Certo è che Stati
Uniti, Francia e Gran Bretagna vedono con apprensione l’intensificarsi di questi rapporti «tra
eguali».
Di Marco Bello

Gli Usa (non) stanno a guardare

Anche gli Usa capiscono l’importanza strategica  del continente e si apprestano a lanciare
un’operazione sul piano a loro più consono: quello militare. Così Bush ha annunciato già a fine
2006 l’idea di «Africom», un comando militare statunitense per l’Africa. Si affianca agli altri
cinque (Eucom, Northcom, Southcom, Centcom e Pacom) che si dividono il pianeta. Finora il
continente africano era «coperto» da tre di questi.
Costruzione di nuove basi (attualmente gli Usa hanno solo una base ufficiale a Djibuti e una
stazione radar a Sao Tomé per controllare il «petrolifero» Golfo di Guinea), addestramento truppe
africane, coordinamento attività anti-terrorismo.  Ma anche «condurre operazioni militari allo
scopo di respingere aggressioni o di rispondere a crisi» si legge sulla memoria del vice segretario
alla difesa,  Teresa Whelan. Ovviamente, «Africom» avrà una forte componente civile e
umanitaria.

La scusa è contrastare più efficacemente la penetrazione dei terroristi islamici (Somalia, Sahara,
Sahel). Il vero motivo è essere più vicini e proteggere le riserve energetiche degli Usa.  Circa il
20% delle importazioni di greggio degli Stati Uniti provengono infatti dal Golfo di Guinea, e la
quota è prevista salire al 35%.

«Africom», che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) diventare operativa per fine anno, ha già un
capo: il generale afro - americano William Ward (58 anni), che si è occupato di addestramento
truppe in Algeria, Mali e Mauritania. Non ha invece un paese di accoglienza per il suo quartier
generale, che dovrebbe supportare una serie di altre basi sul continente.  Trattative sono in corso
con diversi paesi (Nigeria, Etiopia, Kenya, Ghana, Senegal), ma nulla di fatto. Anzi. Il Sud Africa
si oppone fermamente a un «comando su territorio africano», ed è seguito dagli altri 16 paesi
dell’Africa australe, ma anche l’Algeria.  Solo la Liberia di Ellen Jonson-Sirleaf si è detta
favorevole a ospitare «Africom».  A livello internazionale il progetto del Pentagono può creare
tensioni.
La Cina potrebbe vederlo come una volontà di controbattere la propria penetrazione del
continente.
Il mondo sta diventando troppo piccolo e le riserve dell’Africa allettanti e accessibili.
AFRICA - Fabrizio Floris
Giugno - 2007
Le isole infelici delle grandi metropoli

Il pianeta bidonville
Più di un miliardo di persone vive oggi nelle sovraffollate periferie urbane delle megalopoli di
tutto il mondo. Un fenomeno in folle crescita, destinato a raddoppiare nei prossimi 15 anni, 
rendendo totalmente insostenibile la vita delle nostre città e, di riflesso, del nostro pianeta.

Siamo di fronte a una delle principali svolte della storia dell’umanità: per la prima volta, nel 2007,
la popolazione urbana del pianeta avrà superato la popolazione rurale. Di fatto, vista
l’imprecisione delle statistiche che riguardano il terzo mondo, forse questa transizione storica è già
avvenuta.
Il processo di urbanizzazione del globo è progredito ancor più rapidamente di quanto non avesse
previsto il Club di Roma nel suo famoso rapporto: «I limiti della crescita». Nel 1950, esistevano al
mondo 86 agglomerati con oltre un milione di abitanti. Oggi sono 400 e nel 2015 saranno almeno
550.
A partire dal 1950, i centri urbani hanno assorbito quasi due terzi dell’esplosione demografica
mondiale e, ogni settimana, il dato aumenta di un milione di persone, tra neonati e nuovi
immigrati. In questo momento la popolazione urbana (3,2 miliardi di abitanti) è più numerosa di
quanto non fosse l’insieme della popolazione mondiale nel 1960.
Le previsioni indicano che il 95% di questa crescita finale dell’umanità avrà luogo nelle zone
urbane dei paesi in via di sviluppo. Secondo queste stime, la popolazione di queste aree dovrebbe
raddoppiare per raggiungere quasi 4 miliardi di abitanti nel corso della prossima generazione (il
dato aggregato della popolazione urbana di Cina, India e Brasile oggi è quasi allo stesso livello di
quello di Europa e Nord America). L’esito più spettacolare di questa evoluzione sarà il
moltiplicarsi delle metropoli con oltre 8 milioni di abitanti e, più incredibile ancora, sarà l’impatto
delle megalopoli con oltre 20 milioni di abitanti (dato che corrisponde all’intera popolazione
urbana del pianeta all’epoca della Rivoluzione francese).
Nel 1995, solo Tokyo aveva raggiunto questi livelli. Secondo la «Far Eastern Economic Review»,
attorno al 2025, nel solo continente asiatico saranno già presenti una decina di conurbazioni di
queste dimensioni, tra cui Giacarta (24,9 milioni), Dacca (25 milioni) e Karachi (26,5 milioni).
La popolazione dell’immensa metro-regione fluviale di Shangai, la cui crescita è stata bloccata
durante i decenni della politica maoista di sotto-urbanizzazione, potrebbe raggiungere 27 milioni
di abitanti.
Le previsioni per Bombay indicano una popolazione di 33 milioni di abitanti, benché nessuno sia
in grado di sapere se una concentrazione così colossale di povertà sia biologicamente ed
ecologicamente sostenibile.
Se le megalopoli sono le stelle più brillanti del firmamento urbano, tre quarti della crescita della
popolazione urbana avverrà in agglomerati più piccoli, zone urbane secondarie praticamente prive
di pianificazione e servizi adeguati.
In Cina (paese ufficialmente urbanizzato per il 43% nel 1997), il numero ufficiale delle città è
passato da centonovantasei a seicentoquaranta dal 1978 ad oggi.
Tuttavia, la quota relativa delle grandi metropoli, nonostante la loro straordinaria crescita, è in
realtà diminuita rispetto all’insieme della popolazione urbana, e sono soprattutto le «piccole» città
e i borghi recentemente diventati città ad aver assorbito la maggioranza della manodopera rurale
costretta ad abbandonare le campagne dalle riforme successive al 1979.
Anche in Africa, alla crescita esplosiva di alcune megalopoli come Lagos (passata dai 300 mila
abitanti del 1950 ai 10 milioni di oggi) si accompagna la trasformazione di decine di Douala,
Antananarivo e Bamako, «piccole» città come Ouagadougou, Nouakchott, città ormai più
popolose di San Francisco o Manchester.
In America Latina, mentre in precedenza la crescita era stata monopolizzata a lungo dalle
principali metropoli, oggi l’esplosione demografica avviene a Tijuana, Curtiba, Temuco, Salvador,
Belem e altre città secondarie che contano tra 100 mila e 500 mila abitanti.
Urbanizzazione non significa solo crescita delle città, ma anche trasformazione strutturale e
crescente interazione di un vasto continuum urbano-rurale. Al contrario, il nuovo ordine urbano
potrebbe tradursi in una crescente disuguaglianza all’interno delle città e tra città con dimensioni e
funzioni diverse.
La dinamica dell’urbanizzazione del terzo mondo sintetizza e nel contempo contraddice le
precedenti urbanizzazioni in Europa e Nord America nel xix e xx secolo. In Cina, paese
essenzialmente rurale per millenni, la più importante rivoluzione industriale della storia si realizza
con lo spostamento, di una popolazione pari a quella europea, dalle profonde campagne verso un
habitat di grattacieli e smog.
Tuttavia, nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, la crescita urbana non è alimentata
dall’energia della potente macchina cinese dell’industria e dell’esportazione, né dal flusso costante
di capitali stranieri.
In questi paesi, il processo di urbanizzazione è completamente svincolato dall’industrializzazione e
da ogni forma di promozione sociale.
L’urbanizzazione
della povertà
L’esplosione delle bidonville è stata analizzata dal rapporto delle Nazioni Unite, «La sfida degli
slums». Il testo, primo vero studio su scala mondiale sulla povertà urbana, comprende diverse
inchieste locali, da Abidjan a Sydney, e statistiche globali che includono per la prima volta la Cina
e i paesi dell’ex blocco sovietico.
Il rapporto lancia un avvertimento sulla minaccia planetaria della povertà urbana. Gli autori
definiscono le bidonville come spazi caratterizzati da sovrappopolamento, abitato precario o
informale, ridotto accesso all’acqua corrente e ai servizi igienici e vaga definizione dei diritti di
proprietà.
Si tratta di una definizione pluridimensionale e in parte restrittiva, sulla base della quale si stima
comunque che la popolazione delle bidonville ammontava nel 2001 ad almeno 921 milioni di
persone. Gli abitanti delle bidonville rappresentano il 78,2% della popolazione urbana dei paesi
meno sviluppati e un sesto dei cittadini del pianeta.
Se si considera la struttura demografica della maggior parte delle città del terzo mondo, almeno
metà di questa popolazione ha un’età inferiore ai vent’anni.
La quota più importante di abitanti di bidonville è in Etiopia (99,4% della popolazione urbana) e in
Ciad (99,4%), seguono Afghanistan (98,5%) e Nepal (92%).
Tuttavia, le popolazioni urbane più nella miseria sono certamente quelle di Maputo e Kinshasa,
dove il reddito di due terzi degli abitanti è inferiore al minimo vitale giornaliero.
A Delhi, gli urbanisti deplorano l’esistenza di «bidonville all’interno di bidonville»: negli spazi
periferici, alla storica classe povera della città brutalmente espulsa alla metà degli anni Settanta, si
aggiungono nuovi arrivi che colonizzano gli ultimi interstizi liberi.
Al Cairo e a Phnom Penh, i nuovi arrivati occupano e affittano parti di abitazioni sui tetti,
generando nuove bidonville sospese in aria.
La popolazione delle bidonville è spesso deliberatamente sottostimata, talvolta in grandi
proporzioni. Alla fine degli anni Ottanta, per esempio, Bangkok aveva un tasso di povertà
«ufficiale» solo del 5%, mentre alcuni studi dimostravano che un quarto della popolazione (1,16
milioni di persone) viveva nelle bidonville e in abitazioni di fortuna.
Esistono oltre 250 mila bidonville nel mondo. Le cinque grandi metropoli dell’Asia del Sud
(Karachi, Bombay, Delhi, Calcutta e Dacca) ospitano quasi 15 mila zone urbane tipo bidonville,
per una popolazione totale di oltre 20 milioni di persone.
Gli abitanti delle bidonville sono ancora più numerosi nella costa dell’Africa Occidentale, mentre
immense conurbazioni di povertà si estendono verso l’Anatolia e gli altopiani dell’Etiopia,
coinvolgono le zone ai piedi delle Ande e dell’Himalaya, proliferano all’ombra dei grattacieli di
Città del Messico, Johannesburg, Manila, San Paolo e colonizzano le rive del Rio delle Amazzoni,
del Congo e del Niger, del Nilo, del Tigri, del Gange, dell’Irrawaddy e del Mekong.
I nomi del «pianeta bidonville» sono tutti intercambiabili e allo stesso tempo unici nel loro genere:
bustees a Calcutta, chawl e zopadpatti a Bombay, katchi abadi a Karachi, kampung a Giacarta,
iskwater a Manila, shammasa a Karthoum, umjondolo a Durban, intra-muros a Rabat, bidonvilles
a Abidjan, baladi al Cairo, gecekondou ad Ankara, conventillos a Quito, favelas in Brasile, villas
miseria a Buenos Aires e colonias populares a Città del Messico.
Un recente studio pubblicato dalla «Harvard Law Review» stima che l’85% degli abitanti delle
città del terzo mondo non possiede alcun titolo di proprietà legale. È all’opera una contraddizione
stridente, perché il terreno dove crescono gli slums è di proprietà dei governi, mentre le case
costruite sono in possesso degli structures owners, che impongono affitti salati ai poveri urbani e
che non hanno la proprietà nemmeno della baracca in cui vivono.
I modi di insediamento delle bidonville sono molto variabili, dalle invasioni collettive
estremamente disciplinate di Città del Messico e Lima fino ai complessi (e spesso illegali) sistemi
di affitto di terreni alla periferia di Pechino, Karachi e Nairobi.
In alcune città, per esempio Nairobi, lo stato è formalmente proprietario della periferia urbana, ma
la speculazione fondiaria permette al settore privato di realizzare enormi profitti a spese dei più
poveri. Gli apparati politici nazionali e regionali contribuiscono generalmente a questo mercato
informale (insieme alla speculazione fondiaria illegale) e riescono addirittura a controllare i
vassallaggi politici degli abitanti e a sfruttare un flusso regolare di affitti e mazzette. Privi di titoli
di proprietà legali, gli abitanti delle baraccopoli sono costretti ad una dipendenza quasi feudale
rispetto a politici e burocrati locali. Il minimo strappo alla legalità clientelare si traduce con
l’espulsione.
L’offerta d’infrastrutture, al contrario, è ben lontana dai ritmi di urbanizzazione, e le bidonville
alla periferia della città non hanno spesso alcun accesso all’igiene e ai servizi del settore pubblico.
Eppure, nonostante siano luoghi che si definiscono in termini di assenza (ciò che non hanno dice
ciò che sono), le bidonville raggiungeranno i 2 miliardi di abitanti nel 2030 perché rappresentano
l’unica soluzione abitativa per l’umanità in eccesso del xxi secolo.
Le grandi bidonville potrebbero trasformarsi in vulcani pronti ad esplodere? Gli abitanti possono
trasformarsi in soggetto politico capace di «fare storia»?
Non è facile rispondere, molto dipenderà dalla capacità di sviluppare una cultura di organizzazione
collettiva, anche se, come spiegava Kapuściński: «I poveri, di solito, stanno zitti. La miseria non
piange, non ha voce. La miseria soffre, ma soffre in silenzio. La miseria non si ribella. Infatti, i
poveri insorgono solo quando pensano di poter cambiare qualcosa».
Sapremmo noi essere parte di questo cambiamento?
Africa e città
In Africa la popolazione delle grandi città è aumentata di 10-12 volte tra il 1960 e il 2005. Questo
incremento non è stato associato ad uno sviluppo economico correlato, anzi il Pil si è ridotto dello
0,66% all’anno. Nondimeno, le città in Africa giocano un ruolo cruciale nella crescita delle
economie nazionali.
Oggi, più in generale, il tasso annuale medio di crescita della popolazione africana si aggira
intorno al 4%, mentre quello delle grandi città raggiunge l’8%. Non sono più casi eccezionali
quelli di città che crescono del 10% o più, specialmente là dove l’esodo rurale si accentua a causa
di calamità naturali o fenomeni legati allo sviluppo disuguale del territorio. Il tasso di crescita
degli insediamenti urbani precari e marginali, poi, è a volte superiore al 25% annuo.
In Africa, ogni anno, oltre cinque milioni di persone cercano nuovo alloggio alla periferia delle
città. La grande maggioranza della nuova popolazione urbana sembra destinata a sopravvivere
nella totale incertezza, nella precarietà, nella ricerca (priva di opportunità reali) di un
miglioramento delle proprie condizioni di vita, ai margini del «grande miraggio» costituito dalla
città moderna.
Una città che, in Africa, si è venuta formando e sviluppando nel tempo coloniale, con una struttura
urbana pianificata su modelli non africani che hanno esposto gli abitanti a un modo di vita estraneo
alla realtà e alla cultura locale.
Il resto lo hanno fatto l’incuria verso le zone rurali - assenza di investimenti e di sostegno
all’economia familiare, mancanza di politiche di protezione dei suoli - e assenza di investimenti in
edilizia popolare nelle città.
Il primo fattore, ovvero la mancanza di progetti tesi a proteggere le aree rurali, provoca la fuga dai
villaggi, determina la scelta di cercare «un altrove» dove soddisfare la pluralità di bisogni, che la
vita nei villaggi non è in grado di soddisfare. Questa ricerca si concentra nella sola alternativa
possibile: la città. Così, la presenza di un sistema urbano inarticolato implica e favorisce la
concentrazione di popolazione verso pochissimi centri - uno o due - che devono accogliere flussi
rilevanti di popolazione.
È una «crescita urbana senza città» quella che dà origine ai famigerati «slum». Spazi auto-costruiti
su terreni demaniali senza che vi sia un solo mattone, dove non è passata una sola putrella di ferro
e non vi si trova un solo metro quadrato di vetro. Nei paesi cosiddetti «in via di sviluppo» la
bidonville accoglie i contadini rimasti senza terra e svolge un ruolo di mediazione tra città e
campagna, offrendo ai suoi abitanti un «surrogato» di vita urbana, se si vuole miserabile, ma molto
intensa.
Gli effetti di queste contraddizioni sono evidenti nell’espansione delle città. Si tratta di spazi 
complessi in cui sono presenti molte delle contraddizioni che caratterizzano la vita del pianeta. Si
tratta di città divise da tanti confini, il cui semplice attraversamento produce il senso di passaggio
da una frontiera all’altra. Ma sono frontiere non semplicemente fisiche: per entrare negli slum si
passa dalla frontiera della paura, mentre per accedere ai quartieri ricchi si attraversa il confine del
benessere.
Le città così frammentate, invece di essere il luogo dell’incontro e dell’integrazione tra gruppi
sociali diversi per livello economico, cultura e provenienza, si trasformano in una sorta di
arcipelago costituito da molte isole (island),  segnate dalla qualità delle loro costruzioni, dalla
presenza (o mancanza) di infrastrutture e servizi, dalle maggiori o minori condizioni di sicurezza.
Ovviamente le isole comunicano, i loro abitanti intrecciano rapporti, e una chiave di entrata da
un’isola all’altra è la convenienza economica, capace di istituire relazioni e gradi di
comunicazione. Ai ricchi serve la manodopera che costa poco e i poveri hanno bisogno di
lavorare. Nascono così gli scambi, i subappalti, la fornitura di servizi, il commercio negli slum di
prodotti industriali.
Protagonista di questo flusso è il settore informale dell’economia, capace di generare posti di
lavoro, reddito e capacità di risparmio per la maggioranza degli abitanti degli insediamenti
informali.
Le island vivono fianco a fianco e nella quotidianità a volte si confondono, ma presentano aspetti
fortemente contrastanti: ci sono island cities ricche del primo mondo ed altre povere del terzo
mondo. Da un punto di vista estetico, il moderno grattacielo e la baracca sono i simboli di città-
arcipelago come Nairobi, Johannesburg o, in America Latina, Rio de Janeiro.
Le island cities vivono su due livelli diversi, sia in senso stretto e sia in senso figurato. Una parte
«sta in alto», legata economicamente con il resto del mondo, perché la tecnologia che sostiene la
rete globale permette di lavorare e comunicare via etere. Questa parte dell’arcipelago sta al di
sopra dell’altra, e spesso comunica di più in senso orizzontale, ovvero con le lontane città di pari
grado, che non verticalmente con il resto della città stessa.
La parte povera dell’arcipelago invece è fortemente attaccata alla terra, perché lotta ogni giorno
per appartenere a essa, sia occupando le strade con i lavori informali, sia cosruendo la propria
casa, generalmente piccola per poter essere edificata nel minor tempo possibile.
Di Fabrizio Floris

AFRICA - Marco Bello


Luglio/Agosto - 2008
La maledizione dell'«oro nero»
   Dacci oggi il nostro barile quotidiano

Sul pianeta Terra stiamo consumando più petrolio di quanto riusciamo a produrne. E la tendenza
è in forte aumento, perché Cina e India crescono rapidamente. Tutti gli stati cercano di garantirsi
«riserve strategiche» per il futuro. L’Africa è l’ultima frontiera. Le sue potenzialità su nuovi
giacimenti sono ancora elevate. Ma perché l’oro nero ha portato solo corruzione, guerre civili,
povertà? E mai migliori condizioni di vita dei popoli africani? Se si riuscisse a bloccare la fuga
delle rendite petrolifere non occorrerebbe più l’aiuto allo sviluppo. E l’Africa ci guarderebbe da
eguali.

«L’Africa è all’alba di un nuovo boom petrolifero: il golfo di Guinea è diventato il nuovo terreno
di gioco delle compagnie del petrolio. Queste prevedono di investirci tra i 30 e i 40 miliardi di
dollari in dieci anni». Così il giornalista francese Xavier Harel, esperto di questioni africane e di
petrolio, descrive il processo in corso nel suo libro - inchiesta Afrique, pillage à huis clos (Africa,
saccheggio a porte chiuse). Processo  in forte accelerazione a causa della vertiginosa crescita dei
prezzi del greggio sul mercato mondiale.
Il continente detiene tra l’8 e il 10% delle riserve mondiali del prezioso olio, contando tra 80 e 100
miliardi di barili di riserve già verificate. Dati confermati  dalle statistiche della British Petroleum
(gigante inglese dell’energia), che segnala 117 miliardi di barili.
La zona più ricca è il Golfo di Guinea, dove  Nigeria, Angola, Guinea Equatoriale, Congo
Brazzaville, Gabon e Camerun (nell’ordine) sono i maggiori produttori del continente. Ad
eccezione del Sudan, grande produttore in Africa dell’Est (vedi box).

Sempre più in basso

Con la «paura» energetica, il prezzo del greggio è passato dai 70 dollari al barile del 2007 ai 135 di
metà 2008 (vedi box). È diventato redditizio fare investimenti per perlustrazioni petrolifere là dove
un tempo non lo era, o ancora, sfruttare il petrolio «non convenzionale», carissimo da estrarre.
Anche il miglioramento delle tecnologie ha permesso la ricerca su fondali marini fino (e oltre) i
3.000 metri di profondità. Si è passati dall’offshore (dall’inglese «costiero»), definito fino a 500
metri di profondità, all’«offshore profondo» (500 - 1.500 metri). Mentre ora si va verso l’«offshore
ultra profondo» (1.500 - 3.000 metri).  Allo stesso modo si sta cercando petrolio in profondità
anche nel deserto in Mali, Niger (dove un giacimento è stato trovato) e in Kenya, paesi che non ne
hanno mai prodotto. In effetti, rispetto a quanto succede in altre zone del mondo, le mappe
petrolifere dell’Africa si stanno ancora disegnando e c’è molto spazio per la scoperta di nuovi
giacimenti. Quindi grandi e piccole compagnie (le cosiddette majors), sono tutte a caccia di
permessi di «prospezione», anche in paesi ancora vergini.
Per questo motivo Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e infine anche la Cina, considerano oggi
«strategico» il continente africano, che fino a 5-10 anni fa era trascurato. Interessa in particolare il
Golfo di Guinea, dove vi moltiplicano gli investimenti.
Gli Usa consumano, ogni giorno, un quarto della produzione mondiale di greggio, oggi stimata a
87 milioni di barili quotidiani. Dai 19,5 milioni di barili inghiottiti ogni giorno passeranno a 25,5
milioni nel 2020. Allo stesso tempo la produzione nazionale scenderà da 8,5 a 7 milioni di barili.
Già a partire dalla prima amministrazione Bush (2001) il petrolio diventa una priorità strategica
per gli Usa, essendo sinonimo di indipendenza energetica.
La Cina ha un’economia in crescita di quasi il 10% annuo. Dal 2005 è il secondo consumatore
mondiale di petrolio e il suo bisogno arriverà al 20% di quello prodotto sul pianeta nel 2010. Con
la sua popolazione di un miliardo e 400 milioni di abitanti, il cui tenore di vita è in aumento, ha
sempre più bisogno di energia. La sicurezza di riserve di petrolio a medio e lungo termine è
dunque fondamentale. Obbligatorio buttarsi a capofitto nella ricerca di nuovi giacimenti e nello
sfruttamento di quelli conosciuti nel continente, trascurato dal punto energetico fino a pochi anni
fa.
Uno dei problemi dell’Africa sub sahariana è che non possiede le tecnologie e le possibilità di
investimenti necessari per sfruttare i propri giacimenti di petrolio. Questo impone agli stati africani
l’avvalersi di compagnie europee e statunitensi (e ultimamente cinesi). Fin qui nulla di così grave.
Il problema è che grazie a personaggi senza scrupoli di varia nazionalità, dirigenti della majors,
banchieri, intermediari, politici occidentali, venditori di armi e, non ultimi, i capi di stato africani,
scatta il meccanismo del saccheggio o «evaporazione» dei soldi «pubblici» del petrolio africano.
Saccheggio che assume dimensioni impensabili.

Quanto pesa sulle economie africane

I giacimenti africani sono (o potrebbero essere) generatori di un’enorme ricchezza per i rispettivi
paesi. Le cifre in gioco fanno impallidire quelle dell’aiuto versate ogni anno dai paesi occidentali
allo scopo di «sviluppare» l’Africa. Una stima dell’Unione africana parla di 148 miliardi di dollari
che annualmente «lasciano» illegalmente l’Africa, per essere depositati su banche europee o nei
paradisi fiscali. Illegalmente, perché si tratta di fondi pubblici, che dovrebbero essere acquisiti dal
Tesoro.
Questa cifra approssimata per difetto va confrontata con 25 miliardi di dollari ricevuti ogni anno
come aiuti dai paesi africani. Le élite di questi paesi avrebbero su conti privati esteri tra i 700 e gli
800 miliardi di dollari di denaro pubblico. Conti spesso protetti e alimentati in modo non
«tracciabile». Xavier Harel sostiene che: «La fuga di capitali è uno dei principali ostacoli al
decollo dell’Africa».
In Nigeria le entrate dell’oro nero costituiscono il 98% di tutte le ricette in valuta e in Angola il
90%.
Facendo le proiezioni sulle produzioni dei giacimenti già sfruttati (escludendo quindi le future
scoperte) di sette paesi dell’Africa dell’Ovest (Nigeria, Angola, Congo, Guinea Equatoriale,
Gabon, Ciad e Camerun), il Pfc Energy, ufficio studi statunitense, ha valutato le somme generate
dal petrolio tra il 2002 e il 2019 intorno ai 183 miliardi di dollari, che vanno dai 110 miliardi per la
Nigeria ai 2 miliardi per il Ciad. Piccola precisazione: i conti sono fatti con un costo del barile a
22,50 dollari!

Povertà, guerre civili e instabilità politica

Ma cosa portano, nella realtà, le rendite petrolifere in Africa? A sud del Sahara il petrolio sembra
fare rima con povertà, corruzione, instabilità politica e guerre civili.
Con una certa sorpresa scopriamo che i paesi africani produttori di petrolio sono agli ultimi posti
della classifica rispetto all’Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite. Nigeria e Angola, i
maggiori produttori del continente, figurano addirittura tra gli ultimi della classe, nella zona
definita a «basso sviluppo umano» (158.ma la prima e 162.ma la seconda). La Guinea Equatoriale
occupa il 127° posto (grazie al basso peso demografico), il Congo il 139°, mentre il Camerun è
144° e il Sudan 147°, fino al Ciad al 170° posto su 177 paesi classificati. Nessuno si salva.
Un altro aspetto devastante è che questi paesi hanno tutti un enorme debito estero. Questo è dovuto
al fatto che i vari capi di stato hanno chiesto sempre maggiori prestiti alle istituzioni internazionali,
garantendo con le riserve petrolifere dei loro paesi.
Non lascia ombra di dubbio il rapporto d’informazione della commissione Affari esteri del
parlamento francese su «Il ruolo delle compagnie petrolifere nella politica internazionale e il suo
impatto sociale e ambientale», citato da Harel nel suo libro. «In Africa, la manna petrolifera non
ha aiutato lo sviluppo, i capi di stato l’hanno utilizzata per comprare armi in Angola e in Congo -
Brazzaville, in Gabon, in Camerun, in Nigeria. Non si riesce a scoprire dove sia andata la rendita
dovuta al petrolio, perché il debito aumenta, le popolazioni sono impoverite e le infrastrutture sono
in uno stato deplorevole. Mantenere al potere delle dittature, corruzione, violenza larvata, attentati
ai diritti umani e all’ambiente; questo è il bilancio, poco glorioso, dello sfruttamento petrolifero in
tutta l’Africa».
L’Angola che - dicono gli esperti - avrebbe superato la Nigeria come produzione nel mese di
aprile, è uno dei paesi più corrotti del mondo (secondo la classifica annuale dell’Ong Trasparency
International occupa il 147mo posto su 179), ha le infrastrutture ai minimi termini e le condizioni
di vita dei suoi abitanti sono a livelli bassissimi (speranza di vita a 42 anni, mortalità infantile
entro i 5 anni di 260 su 1.000 nati vivi, tre bambini su dieci sotto i 5 anni malnutriti, ecc.). Ma
sempre l’Angola mostra negli ultimi anni una crescita economica record: 18,6% nel 2006, con
proiezioni della Banca mondiale al 25%!
Racconta Harel a MC: «È un paese che ha il reddito petrolifero che è completamente esploso. Era
a 1 milione di barili tre anni fa. In Angola c’è un boom economico non indifferente. Non che i
soldi siano ben gestiti. Ce ne sono tantissimi, che potrebbe essere come un paese del Golfo
(Persico, ndr), invece non esistono ricadute sulla popolazione. È un Brasile in peggio. Una piccola
élite immensamente ricca e gli altri nelle bidonville a perdita d’occhio».
Senza contare che con i soldi del petrolio José Eduardo dos Santos e Jonas Savimbi, i due rivali
della guerra civile, hanno pagato armi per tre decenni.
Molte altre sono le guerre civili alimentate dai soldi del petrolio: in Repubblica del Congo, Sudan,
Ciad. E ancora l’instabilità politica generata in Nigeria, Guinea Equatoriale.

Corruzione? Sì grazie

«Le compagnie hanno bisogno di rinnovare le loro riserve, ovvero scoprire nuovi giacimenti e
metterli in produzione. Per questo devono lavorare in un certo numero di stati, e ottenere i
permessi. Normalmente ci sono delle aste, ma bisogna dire che spesso non funziona così, e che se
si vuole essere “ben piazzati” occorre “accordarsi” con il regime del paese». Ci ricorda Xavier
Harel. Da qui mazzette colossali, fondi occulti versati su conti svizzeri o nei paradisi fiscali, con
triangolazioni tali da far perdere ogni traccia.
Ma non basta. La fuga di capitale pubblico si realizza anche dotandosi di compagnie di
intermediazione. In Congo ad esempio Denis Gokana, un alto dirigente della Snpc (Società
nazionale del petrolio del Congo, impresa di stato per la commercializzazione del petrolio),
vendendo a prezzi ribassati a una società d’intermediazione (di cui è il principale azionista), la
quale poi rivende il greggio a prezzi di mercato, riesce a incassare una commissione di 3,3 milioni
di dollari per carico. Il meccanismo è stato ripetuto almeno per 45 carichi. E tutto con la
benedizione del presidente Denis Sassou Nguessu, che di Gokana è padrino e creatore.
Senza contare i famosi «carichi fantasma» intere navi cisterna che lasciano il porto di Pointe
Noire, sfuggendo a ogni contabilità ufficiale, per essere spartiti tra pochi eletti.

Di sangue e di petrolio

Un altro caso scuola sono i soldi rubati allo stato nigeriano dal dittatore Sani Abacha. Alla sua
morte nel 1998 il nuovo governo indaga e tenta di recuperare il denaro pubblico. Il sanguinario
Abacha ritirava i soldi in contanti dalla banca centrale della Nigeria, per poi versarli su altri conti
nazionali o in società offshore (società basate nei paradisi fiscali, dove per legge, non è possibile
risalire ai nomi degli azionisti).
In seguito i soldi transitavano verso conti in Svizzera, Gran Bretagna, Lussemburgo, Francia,
Bahamas a nome di sua moglie, suo figlio o un suo consigliere della sicurezza. La stima è di 3 - 4
miliardi di dollari rubati tra il 1993 e il ’98 di cui 2,2 sono stati rintracciati e in parte restituiti allo
stato nigeriano.  L’aspetto buffo è che i soldi recuperati non risultano generati da rendite
petrolifere, per un paese dove il petrolio rappresenta il 98% delle esportazioni. «Il sistema messo
in piedi dalle compagnie petrolifere è talmente ben rodato, che è diventato impossibile tracciare le
mance o altre commissioni accordate dalle compagnie ai regimi indelicati» dichiara Enrico
Monfrini, avvocato svizzero incaricato dalla Nigeria di recuperare il soldi presi da Abacha. E la
Cina? «È il principio dello scambio: i cinesi costruiscono strade, dighe, aeroporti, contro
concessioni di esplorazione e sfruttamento petrolifero - ricorda Xavier Harel -. Non sono più
trasparenti che europei e nordamericani, usano le stesse pratiche.  Ancora più opache, perché
quando si fa del baratto si possono ancora di più falsare i prezzi, valorizzando i barili di petrolio
come si vuole. Costruisco una diga per 1 milione di barili. Se li valorizzano a 50 dollari al barile,
poi ne versano 10 su un conto in Svizzera, nessuno riuscirà a verificarlo. Le manipolazioni sono
ancora peggiori, perché le possibilità di controllo sono più deboli». 
I cinesi sono affamati di riserve energetiche e per questo pagano molto di più delle grandi
compagnie come ExxonMobil e Total (MC, dicembre 2007).  E questa concorrenza favorisce i
capi di stato e facilita la corruzione.

Deboli segnali di cambiamento

In Ciad la Banca mondiale (Bm) ha cercato di fare un esperimento interessante. Scoperto il


petrolio occorreva costruire le infrastrutture e anche un oleodotto di 1.070 km che attraversasse
tutto il Camerun fino al Golfo di Guinea. La Bm è stata chiamata in causa dalle compagnie
petrolifere come garante (e finanziatore). Ha imposto al Ciad che l’85% dei redditi da petrolio
fossero destinati a cinque settori prioritari per il paese: salute, educazione, sviluppo rurale,
infrastrutture, acqua; il 5% fosse investito nella regione di estrazione (Doba, nel sud del paese) e il
10% depositato su un conto «per le generazioni future».  Un collegio di sorveglianza è incaricato
di verificare la buona gestione di queste risorse. Ma la crisi interna (vedi MC aprile 2008) e i
difficili rapporti con il Sudan, hanno spinto il presidente Idriss Deby a dirottare parte delle rendite
petrolifere nell’acquisto di armi, allo scopo di «garantire la sicurezza dello stato». Non tutto è
perduto, occorre tenere il meccanismo sotto controllo.
Un altro tentativo per ridurre il saccheggio è stata l’«Iniziativa per la trasparenza dell’industria
estrattiva» (Eiti), un’idea lanciata da Tony Blair al G8 di Johannesburg nel 2002. Vorrebbe rendere
trasparenti i pagamenti delle compagnie petrolifere ai paesi in cui esse estraggono, con l’obiettivo
finale di ridurre il livello di corruzione. Molti stati vi antepongono la questione di
«confidenzialità» sugli affari.
Il meccanismo consiste nell’avere un auditor indipendente che certifica tutti i versamenti delle
compagnie al governo del paese di estrazione. Questi dati sarebbero pubblicati e confrontandoli
con il bilancio dello stato, un qualunque cittadino potrebbe facilmente identificare i casi di
appropriamento illecito.
Nel 2003 sette paesi aderirono all’Eiti, ma nessuno ha ancora pubblicato i dati.  Xavier Harel la
definisce: «Una falsa buona idea che permette al G8 di affermare che si occupa del problema,
mantenendo però lo status quo». «Non credo molto nell’iniziativa Eiti - ci racconta il giornalista - 
perché funziona su base volontaria. In cinque anni non ha permesso di produrre statistiche
affidabili sulle rendite petrolifere dei paesi produttori. Con l’eccezione dell’Azerbaigian».
I paesi aderiscono all’iniziativa, ma poi non pubblicano i dati, non c’è un avanzamento. A maggior
ragione con l’impennata dei prezzi del barile, e quindi dei possibili guadagni, anche illeciti, nei
prossimi anni.

Spunta la società civile

«L’importante è che c’è una pressione sempre maggiore della società civile, che inizia a portare
qualche frutto». Xavier Harel si riferisce alla campagna internazionale «Pagate quello che
pubblicate» lanciata da un centinaio di Ong, prima fra tutte la britannica Global Witness.
La campagna punta a obbligare le compagnie estrattive basate in Europa e Stati Uniti (petrolio e
minerali) a pubblicare quanto versano agli stati produttori. Global Witness ha pubblicato
interessanti e approfonditi rapporti sui legami tra petrolio, corruzione, povertà e conflitti in diversi
paesi africani. 
Una piccola modifica giuridica nei paesi di origine delle majors, porterebbe enormi benefici alle
popolazioni dei paesi esportatori. «C’è una recente proposta di legge al congresso americano (il
parlamento Usa, ndr) che vorrebbe costringere tutte le compagnie estrattive, comprese quelle del
petrolio, a rendere pubblici i dati sui soldi versati a paesi esteri superiori a 100.000 dollari. È il
primo vero risultato del lobbing della società civile. Un primo passo enorme se si realizzasse».
Diventando legge negli Usa, le compagnie americane, per non essere svantaggiate rispetto alle
colleghe europee, farebbero in modo che fosse integrata come convenzione all’Ocse
(Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).  È quanto è successo per la legge
anticorruzione. In questo modo diventerebbe valida per tutte le compagnie occidentali.
Non è una proposta del governo ma del congresso. Il senatore che l’ha presentata dice che ci
vorranno magari anni per farla passare.
«È comunque un fatto che la gente inizia a prendere coscienza del problema dell’opacità di queste
transazioni e di tutte le conseguenze. La pressione della società civile e dei media fa poco a poco
andare avanti le cose».
Secondo Joseph Stiglitz, economista premio Nobel, già alto funzionario della Banca mondiale: «I
paesi industrializzati possono aiutare a garantire la trasparenza con una semplice misura:
autorizzare le deduzioni fiscali solo per le royalities e gli altri pagamenti ai governi stranieri se la
compagnia rivela totalmente quello che ha pagato e il volume delle risorse naturali estratte».
Stiglitz scrive nel suo ultimo libro La Globalizzazione che funziona: «Quello di cui questi paesi
(ricchi in materie prime, ndr) hanno bisogno, non è un sostegno finanziario esterno maggiore, ma
essere aiutati per ottenere il massimo valore dalle loro risorse e per spendere bene i soldi ricevuti».

Se il reddito delle materie prime che l’Africa esporta, delle quali il petrolio è in assoluto quella che
rende di più, andasse sui conti degli stati e non su quelli senza nome nei paradisi fiscali, se questo
denaro fosse reinvestito per sviluppare l’economia dei paesi produttori, migliorarne le
infrastrutture, la salute, l’educazione, i paesi africani avrebbero abbastanza risorse senza dover
chiedere aiuti pubblici ai paesi industrializzati, che sono gli stessi a fare man bassa delle loro
risorse naturali. 
Di Marco Bello

L'impennata del prezzo del petrolio

CARO BARILE, MA QUANTO MI COSTI

In pochi mesi il prezzo del barile di petrolio (unità di misura pari a 159 litri) è schizzato da 70
dollari a 135 (nel momento in cui scriviamo). E ce ne accorgiamo subito quando andiamo a fare il
pieno di carburante. Ma l’aumento incide su tutti i trasporti e quindi sui generi trasportati. Il prezzo
del barile trascina quindi con sé il costo di tutto quello che consumiamo nel quotidiano.
Ma si tratta del prezzo reale del greggio? Quali sono i meccanismi che hanno portato a questa
crescita improvvisa? Ce lo spiega Xavier Harel, giornalista esperto in questioni petrolifere e
africane.

«L’aumento del costo del petrolio è il risultato di una domanda che cresce molto rapidamente da
parte dei paesi emergenti, soprattutto Cina e India, ma anche Medio Oriente e paesi del Golfo.
Crescita combinata con una produzione che ha difficoltà a seguire. Questo crea una forte tensione
tra la domanda e l’offerta su tutta la filiera petrolifera.
Ci sono 1,4 miliardi di cinesi con 16 automobili ogni 1.000 abitanti (quando negli Usa si parla di
812 e in Italia di 588). Ma il loro livello di vita è in aumento, si compreranno la macchina e
inizieranno a consumare carburante. Quando si parla del 20% della popolazione mondiale,
l’impatto sul consumo di petrolio è considerevole.
Alla fine degli anni ‘90 i paesi Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) avevano
una capacità di produzione non utilizzata dell’ordine di 10-12 milioni di barili al giorno. Questo
vuol dire avere impianti pronti e funzionanti che aprendo un po’ di più il rubinetto potevano
aggiungere sul mercato queste quantità. Oggi se gli stessi paesi decidono di aprire si aggiungono
solo 2-3 milioni di barili al giorno. Si dice che il mercato è in “fuga”.

Secondo problema: le grandi compagnie petrolifere private producono solo il 15% del greggio e i
paesi produttori non hanno necessariamente voglia di investire nella produzione.
Recentemente c’è stata una dichiarazione del re dell’Arabia Saudita Abdoullah il quale non vuole
mettere in produzione nuovi giacimenti, perché li vuole conservare per le generazioni future.
La domanda mondiale è di circa 87 milioni di barili al giorno, e l’Arabia (che ha le più grandi
riserve del mondo) ne produce 11 milioni e non vuole metterne di supplementari. Subito dopo
viene la Russia, con quasi 9 milioni, ma la sua produzione sta diminuendo. Poi il Messico che è un
grande esportatore, ma la sua produzione diminuisce molto rapidamente. In Venezuela la
produzione stagna.
Per i più grossi produttori, i grandi giacimenti stanno andando verso l’esaurimento e la
diminuzione di produzione è rapida. Questo crea un’inquietudine sul mercato, per i prossimi 2, 3,
5 anni.

Questione di riserve? Non è solo una questione di riserve, ma anche di estrazione. Si sta cercando
del petrolio “non convenzionale”, come le sabbie bituminose (Canada) e petrolio extra pesante
(Venezuela). L’estrazione è estremamente cara, ma oggi è diventata redditizia.
Se si considerano le riserve del petrolio extra pesante il maggior produttore al mondo diventa il
Venezuela.
I giacimenti sono colossali. Ma la questione è metterli in produzione. E i paesi ricchi di petrolio
non convenzionale decidono di gestire loro le proprie ricchezze. Ad esempio il Venezuela non
investe massicciamente nell’estrazione ma preferisce tenere il petrolio per il futuro.
C’è anche della speculazione che è la punta dell’iceberg. Il petrolio viene venduto in anticipo. Gli
industriali acquistano i diritti di avere petrolio a 5 anni (ma anche a tre mesi). Il padrone di una
raffineria ha bisogno di essere sicuro che gli consegneranno petrolio in modo continuo, per poter
produrre la benzina. Quindi acquista sul mercato un diritto che garantisce che in un mese gli
daranno del petrolio a 130 dollari. Ma può anche acquistare un diritto a 5 anni. Oggi si sta
vendendo il petrolio del 2016. In questo caso c’è speculazione nel senso che esistono fondi di
investimento che fanno delle scommesse, ma alla fine si arriva a un contratto d’acquisto di petrolio
fisico.
La speculazione può funzionare un momento, può amplificare il prezzo. Ma se il petrolio è così
caro oggi è perché c’è un vero problema».

(a cura di Marco Bello)

PAESI (SUB SAHARIANI) PRODUTTORI

Quattordici paesi produttori di cui 10 esportatori. Ecco i principali.

Nigeria - Capacità di produzione media 2,5-2,6 milioni di barili al giorno nel 2005, primo
produttore africano sesto esportatore mondiale. È  sceso a 1,8 milioni di barili al giorno nel 2006 a
causa delle violenze nel delta (vedi MC febbraio 2007). Il 98% delle sue entrate sono dovute al
petrolio. Più della metà è prodotto da Shell. Il petrolio del delta del fiume Niger è di ottima
qualità.

Angola - Produzione media circa 2 milioni di barili al giorno. La metà è estratto dalla Cina. Sta
vivendo un vero boom economico con crescite del Pil intorno al 20%. Ma i soldi vanno in
infrastrutture e nelle tasche di pochissimi. La gente è sempre più povera.

Guinea Equatoriale - Produzione si avvicina ai 400.000 barili al giorno, in forte crescita negli
ultimi anni. Sfruttamento totale da parte di compagnie statunitensi, ma ora stanno entrando i
cinesi. La famiglia del presidente Teodoro Obiang Nguema gestisce tutta la ricchezza del petrolio.

Sudan - Verso i 500.000 barili al giorno. Primo fornitore della Cina.

Repubblica del Congo (Congo Brazzaville) - 260.000 barili al giorno. Nuovi giacimenti di petrolio
«non convenzionale» del tipo sabbie bituminose scoperti da Eni (2008) che ne ottiene la
concessione.

Gabon - Produzione di circa 250.000 barili al giorno. La produzione in decrescita per esaurimento
riserve. Primo paese sfruttato in Africa dalla fine degli anni ’50.

Camerun - Produzione di circa 63.000 barili, in stallo e verso la diminuzione.

Costa d’Avorio - Produzione di 50.000 barili al giorno va verso i 100.000 e le rendite del petrolio
hanno già superato quelle di cacao e caffè. Sfruttata da compagnie statunitensi, nell’assenza di
trasparenza totale.

Ciad - Produzione di 160.000 barili al giorno.

Mauritania - Giacimenti in via di sfruttamento.


Sao Tomé e principe - Scoperti giacimenti, subito sopo il colpo di stato (2003). Non ancora
sfruttati.

Senegal - Riserve provate.

Niger - Giacimento trovato nel 2005.

Uganda - Giacimento trovato.

Praticamente in tutti i paesi africani si stanno facendo ricerche di greggio.

Qualche dato su cui riflettere


Consumi

Domanda mondiale
di petrolio
87 milioni
di barili al giorno

Consumo medio
giornaliero Usa
(il più alto del mondo)
 20 milioni
di barili, in crescita

Consumo medio
giornaliero Cina 
circa 17 milioni,
è in forte crescita

Produttori

Arabia Saudita è il primo produttore mondiale


(petrolio convenzionale)
11 milioni
di barili pompati ogni giorno

La Russia è il secondo con


9 milioni
di barili

L’Africa produce oggi circa


9,9 milioni
di barili al giorno
 (di cui 4,7 in Africa Occidentale,
Elevabile a 6 milioni
al giorno con
investimenti adeguati)

Le riserve provate dell’Africa sono


da 80 a 100 miliardi
di barili
(10% delle riserve
mondiali),
ma molto resta da scoprire