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Sudafrica, il genocidio dei bianchi: tra violenze


ed espropriazioni di terre
13 Luglio 2018

Il Sudafrica di Nelson Mandela si è trasformato in un incubo per i cittadini bianchi. Attorno a marzo,
la minoranza dei proprietari terrieri bianchi potrebbe assistere all’espropriazione delle loro terre
senza ricevere alcun indennizzo. Loro sono proprietari di circa il 72% delle terre pur rappresentando
l’8% della popolazione totale. Il modello strategico da cui trarre spunto sembra quello dello Zimbabwe
ove, a fine anni ’90, il governo decise di distribuire le terre dei bianchi alla popolazione nera. I risultati
furono catastrofici per l’economia del paese, il quale passò da essere considerato il granaio di tutta
l’Africa a ricorrere agli aiuti del Programma alimentare mondiale. Gli agricoltori esperti e specializzati
vennero accantonati pensando così di far trionfare il famigerato principio d’uguaglianza, senza tener
però conto di un altro principio che è quello di realtà e che avrebbe dovuto indurre il governo
zimbabwese a capire che le derrate agricole che riusciva ad esportare non piovevano dal cielo, bensì
dal duro lavoro di fasce di lavoratori che si erano dimostrati capaci e volenterosi. I loro fratelli neri, a
quanto pare, lo erano di meno.

E il clima in cui si trova a vivere la minoranza bianca nel paese dell’apartheid e di Mandela è
altrettanto disastrosa. Afriforum, gruppo per i diritti civili, ha dichiarato che lo scorso anno la parte
bianca del paese ha subito 423 aggressioni e 82 omicidi. A marzo 2018 contavamo 109 attacchi
contro la popolazione bianca di cui 15 culminati in omicidi. Il governo, coerentemente con la politica
di sequestro delle terre, ha deciso di negare totalmente la matrice razziale di questi attacchi e dal 2008
non rilascia più alcuna statistica su questi omicidi. Nell’arco di un anno, dal 2016 al 2017, la
popolazione bianca in Sudafrica è diminuita passando da 4,52 milioni a 4,49 milioni. Ian Cameron,
responsabile per la sicurezza di Afriforum, ha dichiarato che “le aree rurali dei bianchi sono pena di
una guerra criminale” che spesso sfocia in orrende torture effettuate con fiamme ossidriche e acqua
bollente. Per l’appunto, Julius Malema, deputato e leader del partito marxista Combattenti della libertà
economica, si è detto pronto a “tagliare la gola ai bianchi”.
Il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa, dopo aver messo in dubbio la capacità
dell’espropriazione delle terre ai bianchi di scaturire effetti positivi, pare aver deciso di ottemperare
alle richieste delle frange più estreme e anti-bianche della politica sudafricana che chiedono a gran
voce una vendetta nei confronti dei discendenti dei colonizzatori bianchi. L’Onu non se ne interessa e
i filantropi de’ noantri tantomeno: alle roboanti dichiarazioni di disponibilità di accogliere un
profugo in casa non hanno fatto seguire fatti concreti, quindi togliamoci dalla testa che qualcuno di
loro utilizzi il megafono della notorietà per denunciare i crimini subiti dai bianchi. Anche perché si
tratta dei soliti intellettuali la cui capacità interpretativa non sa andar oltre le accuse a quei bianchi
colonizzatori che pare abbiano affamato il popolo africano. Eppure, insomma, Gino Strada è sempre
stato affezionato a tutti i terzi mondi e a tutte le minoranze maltrattate, ma a questo giro niente di
niente, mutismo e rassegnazione. Esattamente come per i cristiani che tra il Medio Oriente e l’Africa
stanno tecnicamente sparendo. In Nigeria, poi, avvengono massacri ai loro danni con cadenza
quotidiana. Però i profughi e gli immigrati che meritano il nostro conforto e le loro magliette rosse
sono solo quelli che pregano inginocchiati su di un teppetino col culo per aria. Si direbbe si tratti di
priorità, o almeno questo è ciò che suggerisce la logica.

La lente di ingrandimento del mainstream italiano ed europeo non può fermarsi su coloro che non
abbiano mai subito le razzie degli sporchi bianchi, tanto meno su coloro che da questi ultimi
discendono. La verità è che, come abbiamo già scritto, l’Africa ha problematiche interne che
impediscono lo sfruttamento sia delle risorse che il mondo occidentale gli invia, sia – soprattutto –
delle proprie risorse, le quali non sono affatto depredate dai paesi della fascia settentrionale del
pianeta. I governi africani, soprattutto se si tratta di regimi dispotici, avrebbero la capacità e lo spazio
necessario per rifiutare lo sfruttamento di alcune risorse da parte di altri paesi. Nessuno di coloro che
millanta queste razzie spiega con criterio in cosa consista concretamente. Utilizzo di violenza? Di
minacce? Siamo forse dei ricattatori? Costoro dipingono il continente africano e i suoi cittadini come
un ammasso di deficienti privi della capacità di difendere il proprio territorio dall’invasore europeo. I
problemi, in realtà, sono interni, e il più insidioso si chiama corruzione. La presenza di paesi
occidentali in Africa dovrebbe esser vista con allegria, poiché è indubbio che dalle nostre tecnologie e
dalla nostra scienza loro abbiano solo da imparare. Per fare un paragone, e trasferendoci sul piano
militare, sarebbe come stupirsi del fatto che siano le nostre forze armate ad addestrare quelle libiche e
non il contrario.

A proposito di Libia: gli invasionisti nostrani dovrebbero stracciarsi le vesti per quella sciagurata
guerra mossa contro Gheddafi da Sarcozy e il premio nobel Obama denominata Primavera araba, che
poi ha soltanto condotto il Nord Africa e metà Medio Oriente nell’inferno della guerra civile e
dell’estremismo islamico. Guarda caso, però, nel 2011 erano proprio loro a fare il tifo per quella
guerra umanitaria perché vedevano all’orizzonte, ciechi come talpe, un nuovo futuro per quelle
terre che tanto amano. Un disastro totale, come tutto ciò che le loro menti illuminate partoriscono, e i
gran casini che ne sono derivati se li deve sorbire la parte del paese che lor signori definiscono
populista e razzista. O abusano di negroni fin da metà pomeriggio (e il nome del cocktail non può esser
casuale), oppure sono delle insopportabili facce toste.

Sudafrica: “Via tutti i bianchi in 5 anni”.


Massacrati. A quando anche da noi? (Con
un’aggiunta).
Maurizio Blondet 5 Maggio 2017 35 commenti
 

Jacob Zuma, il corrotto presidente del Sud Africa, lo scorso marzo ha espresso il proposito di
confiscare le terre dei  coltivatori  bianchi per  redistribuirle ai neri. “Voglio un accertamento dell’uso
ed occupazione  pre-coloniale delle terre” per decidere quali terreni saranno presi, ha detto:   quasi che
esistesse  un catasto pubblico “pre-coloniale” – mentre i coltivatori bianchi, quasi tutti olandesi (gli
inglesi abitano nelle città) si stabilirono nel Seicento a dissodare un paesaggio primordiale di savane
incolte, scarsamente popolate;  gli  Zulu e Xhosa arrivarono dopo, durante il sorgere del cosiddetto
Impero Zulu nel 18mo secolo.

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Ma il presidente Zuma,  dell’ANC  (il partito di Mandela), è in difficoltà per il crescere di un partito
rivale, Economic Freedom Fighters,  che ha come punto centrale del programma la confisca delle terre
bianche; indebolito da accuse di corruzione, ha  pensato bene di cavalcare questo tema, popolare  fra i
neri.  “Dobbiamo accettare la realtà che quelli che sono in parlamento – ha detto – dove sono fatte le 
leggi, in particolare i partiti neri, devono unirsi perché ci occorre  una maggioranza di due terzi per
cambiare la costituzione”, nel  rendere legali le confische.

I leader dei partiti di sinistra stanno minacciando di “sgozzare tutti i bianchi, di eliminarli tutti entro
cinque anni”, ha raccontato Simon Roche, un  sudafricano che ha costituito un gruppo di autodifesa.  I
rurali, quasi tutti afrikaneers (boeri) si aspettano l’imminente scoppio di una guerra razziale

il presidente Gedleyihlekisa Zuma

Da anni, nel silenzio complice dei media e dei politici occidentali,  i coloni boeri   sono oggetti di
rapine, saccheggi assassini  commessi da  bande di neri.  Almeno 3 mila bianchi, uomini, donne e
bambini, sono stati massacrati nelle loro fattorie nell’ultimo  decennio; la statistica è per difetto,
perché  lo ANC al poter ha vietato la pubblicazione di statistiche su questi omicidi  – “dissuadono gli
investimenti esteri” – e la polizia comunque tende a non riportare i fatti.

Secondo una inchiesta indipendente (Genocide Watch)  è un vero e proprio genocidio  per odio
razziale: lo dicono le modalità delle stragi, spaventose.  Donne e bambini violentati prima di essere
uccisi; uomini torturati per  ore; famiglie intere aperte coi machete, le loro interiora asse come festoni
alle porte; altri  legati ai loro stessi automezzi e trascinati per chilometri, fino alla morte.
Sue Howart. Morte due giorni dopo in ospedale.

Nel 2017   sono stati  sterminati in questi orrendi modi settanta coltivatori, in 345 assalti alle fattorie
(sempre più sofisticati, di stile militare)  nel silenzio generale;   del secondo massacro del 2017,
avvenuto a febbraio,  si sa  perché la coppia era inglese e quindi ne hanno parlato i media britannici,
anche la BBC.  Sue Howart, 64 anni, e il marito Robert Lynn, 66,   stavano dormendo nella loro
fattoria a 150 chilometri da Pretoria quando,  alle 3 di notte, sono stati sorpresi da tre assalitori; i quali
hanno torturato il marito con un cannello ossidrico,   lo hanno accoltellato selvaggiamente, per fargli
confessare dove teneva il denaro (non ne aveva in casa);  alla  donna hanno bruciato la faccia col
cannello. Poi hanno caricato i due, feriti, sul loro camioncino e li hanno portati nella savana. Il marito
l’hanno abbandonato con un sacco nero legato alla testa, perché morisse soffocato; alla moglie  hanno
sparato alla testa  (l’autopsia scoprirà che le avevano ficcato un sacco di plastica nella gola).  La
donna, portata all’ospedale, è morta dopo due giorni di agonia. Il marito, miracolosamente
sopravvissuto, ha potuto raccontare com’è andata.

Molto meno  descritto il primo fatto del 2017: una coltivatrice di 64 anni, Nicci Simpson,  è  stata
trovata nella sua fattoria del Vaal, a due ore da Johannesburg, in un lago di sangue. I suoi violentatori
ed assassini  l’avevano torturata per ore con un trapano. Spesso i coloni sono disarmati: il regime ANC
ha obbligato tutti a registrare le armi  che avevano in casa, e vieta da anni  ai bianchi di tenerle
legalmente.

La complicità del regime e della sua polizia non sono nemmeno dissimulati: il presidente Zuma (suo
nome tribale: Gedleyihlekisa, detto Msholozi) ha celebrato l’anniversario della nascita dell’ANC
intonando l’inno  “Dubula iBhunu”, ossia “Spara ai Boeri”  violando la costituzione sudafricana,
ovviamente anti-apartheid,  che proibisce ogni “appello all’odio  basato sulla razza e costituisca un
incitamento alla violenza”.
E’  per questo che,  dopo l’annuncio presidenziale di confisca delle terre, molti sudafricani si sono
riuniti in un gruppo di autodifesa – Suidalender – che ha approntato un piano: “Raccogliere la nostra
gente” dalle fattorie (tutte ovviamente isolate e sparse) e concentrarla in una zona sicura ; non prendere
le armi, ma ritrarci dal pericolo”; ha detto Simon Roche, uno dei capi,  intervistato da Infowars. E’ un
progetto immane: riunire sotto attacco un 20 per cento dei 4,8 milioni di bianchi sudafricani.
“Speriamo  di salvare 800 mila persone; il nostro protocollo di evacuazione è basato su individui che
si  collegano con i vicini per radunarsi in luoghi sicuri provvisori…”.

Giova sperare.  Sarà da veder se questo esodo disperato, quando avverrà, susciterà l’interesse dei
media progressisti. Magari della confisca delle terre e della loro distribuzione ai neri avremo qualche
eco, per  i rincari e la carestia che questo sicuramente provocherà (è accaduto lo stesso in Angola): il
95% dei generi alimentari in Sudafrica è prodotto dal 3% dei coltivatori, che sono ovviamente i
bianchi; è per questo che i neri vogliono le loro   fattorie-modello, che ridurranno alla sterilità.

E’ opinione del vostro modesto  cronista, che ha conosciuto la realtà sudafricana (e la “cultura”
dell’ANC) in diversi servizi sul campo, che con  la nostra accoglienza senza limiti ai “migranti”
africani, ci stiamo procurando da noi stessi un simile  problema. Li vedo sempre più numerosi, agli
angoli di certe strade di Milano, tutti giovani, atletici,  palestrati, a fare  nulla. Non gli ci vorrà molto a
capire che possono entrare nel bilocale della pensionata vecchia, sola e indifesa,  e sgozzarla e
torturarla impunemente  per portarle via la pensione. Mi direte che sono razzista? I razzisti sono loro.
Li conosco. Conosco la loro crudeltà, la loro invidia, la loro assoluta mancanza di freni inibitori.

Del resto li conosce bene anche la Boldrini,  che in Africa c’è  stata.  Ha annunciato che i  migranti
sono l’avanguardia del nostro futuro stile di vita.  Non certo nel senso sudafricano, io spero.

Per le anime belle che leggono questo sito infestandolo con luoghi comuni:

Ho dimenticato di aggiungere come i negri sudafricani (povere vittime dell’uomo bianco) massacrano
alla grande, molto volentieri,   gli immigrati negri che vengono a   a cercare lavoro  dalla Nigeria, dal
Malawi, dalla Somali. Gli omicidi sono quotidiani. Spesso con la «collana di fuoco », uno pneumatico
incendiato e attorcigliato al collo della vittima.

Chissà  perché Bergoglio, Boldrini e Soros,  Medecins sans Frontières etceteranon fanno mai la lezione
a questi eroi.

Forse  perché “è la loro cultura”. Loro hanno diritto alla “loro cultura”. Noi no.

 
Un immigrato non gradito a Johannesburg ed un somalo di 25 anni massacrato per rubargli il telefonino.

  Il re zulu Goodwill-Zwelithini, lieto incitatore dello

Genocidio in Sudafrica: non esiste, ma tutti ne


parlano (fare statistiche –fake news)
05 Ottobre 2018

Genocidio in Sudafrica: non esiste, ma tutti ne parlano

di Anna Bono

 
Da quasi un anno si rincorrono insistentemente notizie e testimonianze su un “genocidio dei bianchi”
in Sudafrica. Sono notizie talmente diffuse e credibili che ben tre governi (Australia, Russia e Usa)
hanno promesso aiuto alle vittime. Ma non c'è alcun genocidio in corso in Sudafrica, si tratta di una
fake news ben riuscita (e pericolosa).

È sempre più difficile distinguere i fatti dalle fake news, le notizie imprecise, manipolate o persino del
tutto inventate, lanciate da agenzie di stampa e mass media poco accurati e che blog e social network
riprendono sommergendone il web. Uno dei casi più spinosi e controversi è quello dei bianchi che
vivono in Sudafrica, massacrati, ci dicono, e, i sopravvissuti, cacciati dalle loro terre: questo il loro
tragico destino, a lungo ignorato e adesso finalmente portato a conoscenza del mondo. O forse no.

Tutto è incominciato lo scorso febbraio quando è corsa voce che il parlamento sudafricano aveva
votato l’esproprio senza risarcimento delle terre dei cittadini bianchi. Non era vero. Il parlamento
aveva approvato la proposta dell’EFF, un partito di estrema sinistra all’opposizione, di costituire una
commissione incaricata di verificare la fattibilità, e riferirne entro la fine di agosto, di una riforma
agraria che prenda in considerazione la confisca di terre di proprietà di sudafricani bianchi.

Subito dopo questa prima falsa informazione che dava per certa e persino già in atto la confisca
delle terre, hanno incominciato a circolare notizie di efferate, continue violenze razziste nei confronti
dei proprietari terrieri bianchi. In primavera lo sterminio dei bianchi era diventato “genocidio
silenzioso”. I titoli drammatici si sono moltiplicati: “Sudafrica, lo sterminio dei bianchi continua”,
“Sudafrica, il genocidio dei bianchi: tra violenze ed espropriazioni di terre”, “Sudafrica: ‘Via tutti i
bianchi in 5 anni’. Massacrati. A quando anche da noi?”, “Sudafrica, i numeri del genocidio”, “Caccia
al bianco in Sudafrica”.

Quest’ultimo titolo, su Il Populista, proseguiva: “L’Australia accoglierà i perseguitati”. L’Australia


in effetti, convinta della disperata situazione dei bianchi sudafricani, a marzo ha preso in
considerazione la possibilità di attivare per loro delle procedure rapide per la concessione di visti per
motivi umanitari, “in ragione – sono parole del ministro dell’interno Peter Dutton – delle condizioni
spaventose in cui sono costretti a vivere”. Il Sudafrica, tramite il portavoce governativo Ndivhuwo
Mabaya, ha replicato dicendo che l’allarme era immotivato, che l’eventuale ridistribuzione delle terre
sarebbe stata realizzata nel rispetto della legge: “il Sudafrica è una nazione unita, neri e bianchi”. Il
ministro delle risorse minerarie, Gwede Mantashe, ha quindi confermato le intenzioni del governo
sudafricano: “non buttiamo in mare nessuno – ha detto – c’è terra in abbondanza per tutti, faremo tutto
in modo responsabile nel rispetto di tutti”.

Le rassicurazioni non sono valse a convincere il mondo. Nell’estate anche la Russia pare si sia
offerta di accogliere degli agricoltori bianchi sudafricani, forse addirittura molte migliaia. Una prima
delegazione di Boeri del Free State si è recata in visita a Stavropol, nella Russia occidentale, per aprire
un canale migratorio. A luglio l’emittente televisiva Rossiya 1 TV riferiva di 30 famiglie sudafricane
in procinto di trasferirsi, presto seguite da altre.

Infine è intervenuto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che il 23 agosto ha chiesto al
segretario di Stato Mike Pompeo di occuparsi “dei sequestri e degli espropri di terreni e fattorie in
Sudafrica e delle uccisioni su larga scala dei proprietari terrieri”. La reazione del governo sudafricano
è stata ancora più risentita. Il ministro degli esteri Lindiwe Sisulu ha espresso disappunto per la mossa
del presidente americano. Ma, soprattutto, l’ambasciata Usa in Sudafrica ha rivolto un tacito
rimprovero al presidente con un documento intitolato “Malgrado il crimine sia endemico, gli omicidi
di agricoltori diminuiscono”. Nel testo si legge: “non ci sono prove che gli omicidi di agricoltori
prendano specificamente di mira i bianchi o che siano politicamente motivati. Gli agricoltori
sostengono di essere più esposti alla violenza perché vivono in fattorie isolate e l’intervento delle forze
dell’ordine non basta a proteggerli. Rimarcano inoltre che le violenze non hanno mai portato finora al
sequestro di terre”. Sembra che Trump sia stato influenzato da AfriForum, un organizzazione che
promuove gli interessi degli Africakaners e che a maggio è andato in delegazione negli Stati Uniti per
informare il  think thank Cato Institute e altre istituzioni del fatto che gli agricoltori bianchi sono sotto
attacco in Sudafrica.

Dov’è la verità? Un dato certo c’è. Dal 1° settembre 2017 al 31 agosto 2018 in Sudafrica sono stati
registrati 20.336 omicidi, 1.320 più che nei 12 mesi precedenti. Nel periodo considerato gli agricoltori
uccisi sono stati 74, 23 dei quali neri, il numero più basso degli ultimi 20 anni.  ”20.336 omicidi vuol
dire una media di 57 omicidi al giorno – dice il ministro della pubblica sicurezza Bheki Cele – quasi
come in una zona di guerra. I Sudafricani non devono abituarsi a considerare normale essere rapiti,
derubati e uccisi. Dobbiamo invertire questa tendenza”.

Quanto alla riforma agraria, la discussione è in corso. Anche in questo caso una cosa è certa.
L’anno prossimo si svolgeranno le elezioni politiche. Il Sudafrica è entrato in recessione. Il
malcontento popolare e la sfiducia nei confronti del partito di governo non fanno che aumentare.
Promettere l’esproprio delle grandi proprietà agricole può essere una manovra elettorale: dalla dubbia
efficacia, peraltro, perché in realtà la maggior parte dei neri senza terra, e che ne rivendica il diritto,
risiede in centri urbani e suburbani dove occupa illegalmente appezzamenti di cui vorrebbe la
proprietà.

Una delle prime proteste contro l’eventuale esproprio di terre agricole è stata presentata da
Goodwill Zwelithini, il re degli Zulu. Il presidente della repubblica Cyril Ramaphosa in persona gli ha
assicurato che il governo non confischerà i suoi tre milioni di ettari di terra.