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Al Qaeda colpisce anche Algeri

Gli 007: "Soldati italiani a rischio"


di Gian Micalessin - giovedì 12 aprile 2007, 11:28

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Bombe, morte e terrore hanno riconquistato Algeri.


Non succedeva da cinque anni. E dagli anni 90 non si temevano più attacchi capaci di
decapitare le istituzioni governative. Ieri è successo di nuovo, giorno 11, come vuole ormai la
cabala del terrore. Per un soffio le bombe di Al Qaida non hanno disintegrato l’ufficio del primo
ministro Abdelaziz Belkhadem. Il premier se l’è cavata, ma questo non basta a consolare gli
atterriti abitanti della capitale. L’autobomba esplosa all’entrata del palazzo del governo sul
lungomare della capitale, gli altri due camion carichi di esplosivo deflagrati nel quartiere di Bab
Ezzouar alla periferia orientale hanno fatto 23 morti secondo le fonti ufficiali, 30 secondo i
conteggi diffusi dagli ospedali. Qualunque sia il bilancio autentico il numero dei morti è
destinato ad aumentare. Nelle corsie i medici fanno i turni per soccorrere gli oltre 160 feriti,
ma i casi disperati sono tantissimi e molti non supereranno la notte.
Dietro al dolore, alla rabbia e alla sofferenza di quelle corsie insanguinate si staglia indelebile la
ferita psicologica impressa nell’animo della popolazione da quelle tre bombe rivendicate da Al
Qaida Maghreb. A molti algerini la guerra civile, il terrore sembravano ricordi lontani, relegati
alle montagne dove gli irriducibili del «Gruppo Salafita per il Combattimento e la Predicazione»
resistevano al processo di pace e alle offensive dell’esercito. Il comunicato di Al Qaida, le foto
dei tre martiri, le parole con cui il portavoce del terrore radicale presentatosi come Abu
Mohammed Salah ha descritto il sacrificio degli attentatori alla guida di camion imbottiti
d’esplosivo hanno spazzato via ogni illusione. La guerra è tornata e l’Algeria deve misurarsi con
un terrorismo radicale ormai in piena e totale sinergia con la rete regionale di Al Qaida. «Non ci
fermeremo – ha promesso il portavoce di Al Qaida - fino a quando l’ultimo fazzoletto di terra
islamica non verrà liberata dalle forze nemiche».
Il simbolo del nuovo terrore era ieri il rottame carbonizzato dell’autobomba esplosa a trenta
metri dall’entrata del palazzo del governo. La facciata, crepata e devastata, è circondata dai
segni della strage. Macchie di sangue, detriti, uomini delle forze di sicurezza alla ricerca di
qualche ultimo indizio risparmiato dall’esplosione. Secondo molti inquirenti gli attentatori
puntavano al bersaglio grosso. Speravano di riuscire ad infilare l’attentatore suicida nel palazzo
e colpire in pieno l’ufficio del primo ministro. Invece Abdelaziz Belkhadem è vivo e grida tutta
la sua rabbia per quel «codardo atto di terrorismo criminale». Poi ricorda le numerose amnistie
e il processo di pace lanciato d’intesa con i fondamentalisti del Fis. «Il popolo algerino ha
allungato loro una mano e loro hanno risposto con il terrore» ricorda il premier. Eppure la
sorpresa è soltanto relativa. L’ultimo attentato in un sobborgo della capitale risale al 2002, ma
negli ultimi mesi numerosi segnali fanno capire che il terrore radicale si sta riorganizzando. A
settembre il «Gruppo Salafita per la predicazione e il Combattimento», la più agguerrita
formazione islamica ancora in attività, confluisce nella cosiddetta «Al Qaida Maghreb» una
federazione del terrore legata anche a gruppi marocchini, libici e tunisini. Abu Musab Abd al-
Wadoud, emiro e capo supremo del Gruppo Salafita, ne diventa il capo supremo grazie
all’investitura accordatagli da Ayman Al Zawahiri, braccio destro di Osama Bin Laden. Da quel
momento gli attacchi si fanno più pressanti e incisivi. Il 3 marzo un ordigno comandato a
distanza, simile a quelli usati dagli insorti iracheni, sventra un bus di tecnici petroliferi
uccidendo un lavoratore russo e tre algerini. Il giorno dopo un’imboscata elimina sette
poliziotti. E nelle ultime settimane i servizi segreti arrestano 120 giovani militanti «salafiti»
appena rientrati da lunghi soggiorni in armi sul fronte iracheno. Un crescendo culminato, 24
ore prima delle bombe di Algeri, dall’identificazione di una cellula pronta a colpire nel vicino
Marocco. Un prologo destinato, secondo alcuni analisti, ad inaugurare le operazioni su scala
regionale di Al Qaida Maghreb
Molti aderenti arrestati dalla polizia sin dagli anni novanta
Il Gruppo salafita è attivo e fa proseliti anche in Italia

QUANDO si parla di Algeria e violenza la matrice è una sola: il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento
(Gspc), fondato nel ’98 da Hassan Hattab dal disciolto Gruppo Islamico Armato (Gia), che rappresentava l’ala dura del
Fronte Islamico di Salvezza (Fis). Il Gspc è legato a doppio filo ad Al Qaeda. I suoi fondatori hanno combattutto la jihad
in Afghanistan negli anni ’80. Ora hanno sancito l’unificazione con l’organizzazioni di Osama Bin Laden. Così ne
seguono le strategie anche mediatiche. Diffussione di video con riprese dei loro attacchi e proclami dei loro capi. Il
risorgere della pericolosità di questo gruppo mette in allarme anche la sicurezza in Italia. Infatti dal 1993 la maggior
parte di estremisti islamici arrestati nel nostro Paese sono legati al Gruppo salafita per la predicazione e il
combettimento. Dall’operazione Shabka alle ultime inchieste sul terrorismo jihadista ritornano nomi di appartenenti a
questo gruppo. Una vera e propria palestra per i terroristi che risiedono in Europa. In Italia la maggioranza di questi
affiliati alla jihad svolge attività di sostegno alla lotta in Algeria fornendo ospitalità ai ricercati e documenti. Le inchieste
però hanno visto anche un mutamento di interessi verso il reclutamento di nuove leve di combattenti e
kamikaze.Mau.Pic.

giovedì 12 aprile 2007