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Esteri.

Le affinità tra la destra sovranista


italiana e il modello Chavez per il Sudamerica
Pubblicato il 7 marzo 2013 da Gianfranco Zigoni
Categorie : Esteri

«Le privatizzazioni sono un piano neoliberale e


imperialista. La sanità non può essere privatizzata perché è un diritto umano fondamentale, nè tanto
meno l’istruzione, l’acqua e gli altri servizi pubblici. Essi non possono essere ceduti al capitale
privato che nega alle genti i propri diritti. Ogni giorno che passa sono sempre più convinto, senza
dubbio alcuno, come hanno detto molti intellettuali, che è necessario superare il capitalismo. Ma il
capitalismo non può essere superato attraverso il capitalismo stesso; ciò deve avvenire attraverso il
socialismo, il vero socialismo, con uguaglianza e giustizia. Sono anche convinto che è possibile
farlo in democrazia, ma non il tipo di democrazia imposta da Washington».

 [Hugo Chávez, World Social Forum 31/01/2005 (Porto Alegre, Brasile)]

Qualche anno fa ero con alcuni militanti repubblicani irlandesi a Belfast dopo una giornata di
scontri. Parlando di politica, espongo alcuni punti di riferimento ideali: giustizia sociale,
autodeterminazione dei popoli, solidarietà, sovranità, diritti umani. Per poi passare ad alcune figure
di riferimento: il comandante Massud, Bobby Sands, Ernesto Guevara, Yasser Arafat. E prima di
arrivare agli italiani, sapendo come la pensavo politicamente, mi hanno chiesto: “E come fai a
essere di destra? La destra fascista nel mondo è l’imperialismo, Bush, la Thatcher, le guerre di
conquista, il capitalismo, il liberismo e l’oppressione dei popoli”. “Allora seguite il mio discorso,
perché se questo è il fascismo anche io sono anti-fascista. Ma forse non conoscete gli arditi,
l’esperienza di Fiume, il sindacalismo rivoluzionario, D’Annunzio, Corridoni, la Repubblica
Sociale Italiana. E soprattutto quella destra di “sinistra”, che per un caso del destino ci ha fatti
definire di destra”. Alla fine della nottata, anche loro si sono detti lontani dal marxismo e socialisti
nazionali, identitari e, ridendo, di destra “all’italiana maniera” obviously.

Ecco, forse c’è un grande fraintendimento in atto. Dalla morte del leader delle camice rosse
venezuelane Hugo Chavez c’è chi, a destra, lo ha apostrofato come “comunista”, “stalinista”,
“populista”, “dittatore”.  Ci mancava poco che fosse anche espressa una sottile gioia nel parlare
della sua morte.

Forse queste persone si sono limitate a guardare il commento di qualche giornalista politically
correct  sul libro paga di Washington. Forse non hanno mai ascoltato un suo discorso. Forse non
hanno mai approfondito il tema venezuelano e più in genere dell’America latina. Allora forse è
arrivato il momento di raccontarlo Chavez, di raccontare un uomo, un’icona della lotta contro
l’imperialismo yankee, ma soprattutto della lotta quotidiana per il suo popolo e per tutti i popoli che
vogliono essere liberi e vivere a testa alta.

Prima di Hugo Chavez il Venezuela era un posto dove famiglie ricche, in accordo con le potenze
straniere, amministravano le risorse del sottosuolo. Un posto dove l’analfabetismo trionfava. Gli
ospedali e gli alloggi per i poveri un mero miraggio. La malnutrizione infantile ancora una piaga. E
l’America latina, era il giardino di casa di Washington, dove gli statunitensi potevano fare il bello e
il cattivo tempo, schierare flotte navali, sorvolare spazi aerei nazionali, ma soprattutto decidere qual
era il presidente-dittatore di turno da imporre, dal Nicaragua al Cile, passando per Bolivia,
Argentina, Brasile. Dopo poco più di dieci anni questa situazione è cambiata. Oggi c’è chi ha alzato
la testa, chi ha deciso di lottare per la propria sovranità nazionale: Nicaragua, Bolivia, Ecuador,
Argentina, Brasile. Con in testa, come capofila, il Venezuela di Hugo Chavez. Una nazione, una
comunità di popolo, che lo ha sostenuto e che i media delle oligarchie, che lui avevo messo fuori
gioco, cercavano di demonizzare. Senza riuscirci però. C’è chi lo chiama dittatore, ma a Caracas
esiste una legge per “dimettere” il presidente, se il popolo lo vuole. C’è chi lo chiama populista,
senza sapere che il popolo lo amava e ora lo piange perché lo consideravano un padre e perché oggi
ci sono scuole, ospedali, case e malnutrizione e analfabetismo sono sconfitti. C’è chi lo chiama
comunista, ma forse non ha mai sentito un suo discorso sul socialismo e sulla nuova dottrina da
costruire “lontana dal marxismo, un dogma vecchio”. C’è chi lo ha temuto, perché ha fatto
risvegliare interi popoli e ha creato un asse di popoli liberi e un’amicizia fortissima con la
rivoluzione castrista cubana. C’è chi lo deve temere anche da morto, perché il suo processo di
rivoluzione non si è fermato e andrà avanti. Con Chavez come bandiera e icona di un mondo che
vuole decidere da solo il proprio percorso. E a chi, a destra, non capisce la vicinanza con un
personaggio del genere, consiglio la visione di tre video*: capirete quanto quest’uomo non potesse
essere un simbolo del vetero-comunismo, ma solo di un nuovo e sempre più forte progetto socialista
e nazionale.

Hasta siempre Comandante Hugo Chavez!