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Decapitati e appesi - Cinque condanne a morte

in Arabia Saudita FOTO

Arabia Saudita -Decapitati e poi "appesi" per essere esposti come monito alla popolazione. Altre
cinque condanne capitali sono state eseguite a Jizan, nella parte sud-occidentale del paese arabo,
portando a 46 il numero delle persone uccise dalla "giustizia" saudita da inizio dell'anno.
A scatenare le proteste internazionali, oltre all'uso della decapitazione quale barbaro metodo per
porre fine alla vita dei condannati, è stata la decisione di appendere i corpi senza testa ad una sbarra
che è stata sollevata a diversi metri di altezza per consentire al maggior numero di persone di
assistere alla scena.
Un comportamento che suscita orrore e raccapriccio anche se sono molti, anche in Occidente, i
Paesi nei quali vengono ancora oggi eseguite le condanne a morte.
La foto è miracolosamente "sfuggita" al rigido controllo delle autorità saudite e postata su Twitter e
sta ora facendo il giro del Mondo sul web.

Attenzione - Le immagini sono forti e non adatte ad un pubblico impressionabile

Esteri
21/05/2013 - il caso

Arabia Saudita, decapitati


e crocefissi cinque yemeniti
REUTERS

La notizia è stata diffusa dall’agenzia ufficiale Spa.

Condanna choc per furto e omicidio

Orrore in Arabia Saudita. Cinque yemeniti, condannati a morte per furto e omicidio, sono stati
decapitati e i loro corpi straziati sono stati esposti al pubblico. L’esecuzione è avvenuta a Jizan, città
saudita del sud-ovest, mentre un sesto uomo, un saudita è stato decapitato nella provincia di Assir,
portando, secondo un calcolo della France Presse, a 47 il numero delle persone messe a morte nel
regno dall’inizio dell’anno. Lo scorso anno le esecuzioni erano state 79. 

Immediata la reazione da parte delle organizzazioni a difesa dei diritti umani: «Quali che siano le
accuse nei confronti dei cinque - ha affermato Adam Coogle di Human Rights Watch (Hrw) -
questo castigo abominevole serve come un orribile richiamo delle lacune del sistema penale della
giustizia saudita». 

Secondo l’agenzia saudita ufficiale Spa, che ha citato un comunicato del ministero dell’Interno, i
cinque yemeniti, tra cui tre fratelli, «sono stati giustiziati e crocifissi per avere commesso una serie
di furti e assassinato un saudita soffocandolo». Il termine crocifissione in Arabia Saudita, pena
prevista per certi crimini definiti in modo particolare “abominevoli”, significa l’esposizione al
pubblico dei corpi dei condannati al supplizio. 

Un testimone che ha visto i corpi, ha indicato all’Afp che l’esecuzione ha avuto luogo in una piazza
davanti al campus dell’università di Jizane. A creare ulteriore sconcerto è stata poi la pubblicazione
di una foto sui social network che ritraeva i corpi dei cinque martoriati ognuno di loro legati ad una
corda attaccata ad un cavo sostenuto da due gru. Poche ore dopo la pubblica esecuzione, i corpi
sono stati tolti. In Arabia Saudita la pena di morte viene applicata per i reati di stupro, omicidio,
apostasia, rapine a mano armata e traffico di droga. L’esecuzione prevede il taglio della testa con
sciabola o spada, anche se recentemente alcuni condannati a morte sono stati fucilati

Esteri
21/05/2013 - il caso
Arabia Saudita, decapitati
e crocefissi cinque yemeniti

REUTERS

La notizia è stata diffusa dall’agenzia ufficiale Spa.

Condanna choc per furto e omicidio

Orrore in Arabia Saudita. Cinque yemeniti, condannati a morte per furto e omicidio, sono stati
decapitati e i loro corpi straziati sono stati esposti al pubblico. L’esecuzione è avvenuta a Jizan, città
saudita del sud-ovest, mentre un sesto uomo, un saudita è stato decapitato nella provincia di Assir,
portando, secondo un calcolo della France Presse, a 47 il numero delle persone messe a morte nel
regno dall’inizio dell’anno. Lo scorso anno le esecuzioni erano state 79. 

Immediata la reazione da parte delle organizzazioni a difesa dei diritti umani: «Quali che siano le
accuse nei confronti dei cinque - ha affermato Adam Coogle di Human Rights Watch (Hrw) -
questo castigo abominevole serve come un orribile richiamo delle lacune del sistema penale della
giustizia saudita». 

Secondo l’agenzia saudita ufficiale Spa, che ha citato un comunicato del ministero dell’Interno, i
cinque yemeniti, tra cui tre fratelli, «sono stati giustiziati e crocifissi per avere commesso una serie
di furti e assassinato un saudita soffocandolo». Il termine crocifissione in Arabia Saudita, pena
prevista per certi crimini definiti in modo particolare “abominevoli”, significa l’esposizione al
pubblico dei corpi dei condannati al supplizio. 

Un testimone che ha visto i corpi, ha indicato all’Afp che l’esecuzione ha avuto luogo in una piazza
davanti al campus dell’università di Jizane. A creare ulteriore sconcerto è stata poi la pubblicazione
di una foto sui social network che ritraeva i corpi dei cinque martoriati ognuno di loro legati ad una
corda attaccata ad un cavo sostenuto da due gru. Poche ore dopo la pubblica esecuzione, i corpi
sono stati tolti. In Arabia Saudita la pena di morte viene applicata per i reati di stupro, omicidio,
apostasia, rapine a mano armata e traffico di droga. L’esecuzione prevede il taglio della testa con
sciabola o spada, anche se recentemente alcuni condannati a morte sono stati fucilati
Rizana Nafeek è stata decapitata ieri in Arabia
Saudita

Mondo | 10 gennaio 2013 - 20:54 | 2 Commenti

Malgrado la mobilitazione della Chiesa cattolica ieri alla giovane “tata” cingalese Rizana Nafeek
è stata tagliata la testa. Era arrivata in Arabia sulle orme di migliaia di altre ragazze dello Sri
Lanka, trafficata da agenzie senza scrupoli che avevano dichiarato che aveva 23 anni e non i suoi
effettivi 17.

Aveva trovato lavoro come “tata” presso una ricca famiglia di Ryad che l’aveva messa ad
accudire il decimo figlio neonato, ma dopo 10 giorni il bimbo le è morto tra le braccia. Una fatalità
secondo la ragazza e secondo le organizzazioni per i diritti umani che spiegano che, condotta alla
polizia e torturata la giovane è stata costretta a firmare un foglio scritto in arabo (a lei
incomprensibile) dove annetteva le proprie colpe.

Una volta tradotto la ragazza ha sconfessato tutto, ma ormai la sentenza era scritta e a nulla sono
vale le proteste del suo paese e quelle di Asian Human Right Watch secondo cui “non c’è dubbio
che l’accusa di omicidio contro Rizana è sbagliata. Le leggi in Arabia saudita sono molto al di sotto
di ogni norma di legalità e procedura investigativa universalmente accettate. Nel suo processo, non
è stata rispettata alcuna garanzia di trasparenza”.

Anche la Chiesa ha espresso orrore per l’uccisione della minorenne e ha ricordato che sono
migliaia le donne cingalesi, filippine e indonesiane che vengono assunte nei paesi arabi ma poi
finiscono schiave e vittime di violenze. Naturalmente nessuno ne parla per non disturbare gli emiri
del petrolio e così nel braccio della morte saudita ci sono 140 persone, di cui oltre 100 lavoratori
stranieri spesso arrestati con l’accusa di “propaganda” cristiana.

Vi immaginate le paginate di denunce se succedesse in Iran?

SN