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La democrazia è una forma di religione, è l'adorazione degli sciacalli da parte dei somari.

Dalle false “primavere arabe” della CIA ad


un’estate di guerra

di Webster G. Tarpley

dal sito Tarpley.net

traduzione di Gianluca Freda

Il regime di Obama punta ad una conflagrazione mondiale; l’espansione dell’Impero avanza,


con gli USA e la NATO impegnati in cinque guerre: Afghanistan, Iraq, Pakistan, Libia e Yemen.
Siria, Iran e Libano sono i prossimi?

Washington, DC, 20 giugno 2011 – Con il bombardamento dello Yemen, prima segreto ma ormai
apertamente perpetrato, l’amministrazione Obama sta adesso conducendo guerre illegali contro
almeno cinque nazioni: Afghanistan, Iraq, Pakistan, Libia e Yemen. Stante l’assurda e orwelliana
teoria di Obama, secondo la quale attacchi aerei provenienti dal mare non costituiscono vere e
proprie ostilità nei termini del War Powers Act, l’elenco potrebbe essere incompleto e attacchi
segreti condotti dagli USA potrebbero essere in corso anche altrove. Mentre sulle rive del Potomac
la primavera lascia il posto all’estate, vi sono indizi che la prossima mossa di Obama potrebbe
essere una triplice aggressione: un attacco alla Siria che coinvolgerebbe gli USA anche in una
guerra con l’Iran e con le forze di Hezbollah in Libano. Oppure la furia di Obama potrebbe colpire
il Pakistan. La “Primavera Araba” fatta di rivoluzioni colorate, colpi di stato militari e
destabilizzazioni, si sta inesorabilmente trasformando in una possibile conflagrazione globale le cui
linee distintive sono già visibili.

Secondo alcune fonti militari citate il 15 giugno scorso nel programma radiofonico di Alex Jones,
unità speciali delle forze statunitensi, con base a Fort Hood, in Texas, avrebbero ricevuto l’ordine di
prepararsi al dispiegamento in Libia non più tardi del mese di luglio. Egualmente in allerta, pare per
settembre ed ottobre, sono state poste le unità pesanti della Prima Divisione di Cavalleria
attualmente schierate in Iraq e in Afghanistan, nonché varie altre componenti dello US III Corps
dispiegate in diverse basi americane. Gli osservatori sottolineano che elementi delle Forze Speciali
americane sono già presenti in Libia almeno dal febbraio scorso. Fanno anche notare che, se la loro
destinazione libica risulta altamente plausibile, alcune di queste unità potrebbero anche essere
indirizzate verso lo Yemen, la Siria, l’Iran e perfino più lontano. Nello stesso momento, il Ministro
degli Esteri russo denunciava la presenza dell’incrociatore americano Monterrey nel Mar Nero. La
nave statunitense d’assalto anfibio Bataan e la sua task force si trovano attualmente al largo delle
coste siriane. Una plausibile spiegazione di questi spiegamenti di truppe potrebbe essere
l’imminenza di un attacco americano alla Siria, dietro il pretesto della protezione dei civili.

Il 19 giugno, la CNN ha riferito [1] di una esercitazione su vasta scala della marina, delle forze
aeree e delle unità dei Marines statunitensi, la più grande della storia nel suo genere, organizzata
lungo gran parte della costa atlantica degli USA sotto il nome in codice di “Esercitazione Pugno di
Ferro” e in svolgimento tra il 19 e il 24 di giugno. “L’esercitazione è studiata per mettere alla prova
le capacità di ogni tipo di velivolo del Corpo dei Marines, inclusi gli MV-22 Ospreys e gli F/A 18
Hornets, nonché alcune imbarcazioni della Marina militare ed alcuni aerei della Air Force”,
riferisce la CNN. Quest’esercitazione sembra studiata per prepararsi ad uno sbarco anfibio sulle
coste del Mediterraneo, ad esempio in Libia o in Siria.

Un punto di svolta a giugno-luglio, come nel 1848

L’ondata di colpi di stato anglo-americana del 2011 continua ad evidenziare similitudini con un
precedente modello storico, quello delle insurrezioni in Europa del 1848. Gli eventi del 1848
iniziarono con la rivolta in Sicilia (non lontano dalla Tunisia) e portarono, in febbraio, alla
deposizione di Re Luigi Filippo di Francia e poi, in marzo, alla cacciata del potente cancelliere
austriaco, il Principe di Metternich. Tali insurrezioni scaturivano dalle tensioni represse
accumulatesi per decenni all’interno del sistema della Santa Alleanza stabilito nel 1815, ma furono
fatte detonare, in larga parte, attraverso la rete di ultra-nazionalisti italiani capeggiata da Giuseppe
Mazzini, agente dell’Ammiragliato Britannico. L’ondata di insurrezioni attraversò tutta l’Europa
centrale.

Il punto di svolta arrivò durante il giugno-luglio 1848. A Praga scoppiò un’insurrezione nazionalista
ceca, che a partire dal 12 giugno fu stroncata dalle armate austriache del Gen. Windischgrätz. Un
tentativo di colpo di stato ad opera delle forze operaiste radicali e della popolazione di Parigi,
progettato all’interno degli Opifici Nazionali di Louis Blanc, fu evitato tra il 24 e il 26 giugno 1848
dalle forze reazionarie del Gen. Cavaignac. In Italia settentrionale, le truppe del Regno di Sardegna 
– che aveva dichiarato guerra a Vienna [2] in appoggio ad una ribellione scoppiata a Milano, nella
speranza di sfruttare le insurrezioni per scacciare gli austriaci dall’Italia e ottenere in tal modo
l’unità nazionale – furono sconfitte il 25 giugno a Custoza dal Maresciallo Radetzky. Nei mesi di
settembre e ottobre, i nazionalisti radicali d’Ungheria, guidati da un discepolo di Mazzini, Lajos
Kossuth, scatenarono contro i croati una guerra civile che portò al caos sociale e (per usare le parole
di R. R. Palmer) alla “guerra di tutti contro tutti”. Qualche tempo dopo, furono le truppe russe a
provvedere alla repressione ungherese. Vi fu una nuova fiammata di attività insurrezionali nella
primavera del 1849, particolarmente con la proclamazione della Repubblica Romana di Mazzini,
prima che i moti insurrezionali rifluissero nella tarda estate del 1849 per aprire la strada ad una
nuova fase di oppressione, spietatezza e reazione. Potrebbe tornare utile aver presente questo
schema come vademecum di massima all’interpretazione degli eventi odierni, ovviamente senza
dimenticare che non è mai possibile prevederne una ripetizione ciclica o meccanicistica.

Ahmadinejad a Obama: gli USA hanno solo cambiato travestimento, giù le mani dalla Siria.

L’8 giugno, il presidente iraniano Ahmadinejad ha avvertito il blocco USA-NATO di non provare
ad aggredire la Siria. “La Siria è un pioniere della resistenza. Il governo e la nazione siriana sono in
grado di risolvere da soli i propri problemi e non vi è alcuna necessità d’interferenze altrui”, ha
affermato Ahmadinejad. Ha anche ammonito alcuni paesi della regione, notoriamente legati agli
Stati Uniti, di “smettere d’interferire con gli affari della Siria” ed ha aggiunto che Washington si
rivolgerà immediatamente contro questi stati non appena avrà raggiunto i propri obiettivi in Siria.
[3] Tali avvertimenti potrebbero essere rivolti alla Giordania, ai curdi dell’Iraq o alla Turchia, i cui
territori potrebbero essere stati sfruttati dalla rete CIA/MI-6 per far entrare in Siria armi e truppe e
contribuire in tal modo a costituire le bande armate della Fratellanza Musulmana, che hanno ucciso
finora 400 membri delle forze armate e di sicurezza siriane. “Gli americani vogliono guadagnarsi
popolarità fra le nazioni della regione, implementando questo progetto e presentandosi come
sostenitori dei diritti dei popoli”, ha proseguito Ahmadinejad, facendo notare che sebbene nel 2009
negli USA abbia preso piede un nuovo regime, la natura del sistema di dominio non è affatto
cambiata: “E’ cambiato solo il travestimento. La campagna contro il terrorismo era la maschera
della precedente amministrazione USA, mentre la maschera dell’attuale amministrazione è quella
del sostegno ai diritti umani”. [4] Più di recente, il Ministro degli Esteri iraniano e i principali
generali dell’Iran hanno lanciato severi ammonimenti contro qualsiasi aggressione contro la Siria,
che sarebbe evidentemente considerata da loro un vero e proprio casus belli. L’incremento degli
attacchi portati avanti nelle ultime settimane dalle milizie sciite contro le forze americane in Iraq,
potrebbe rappresentare un segnale dell’allarme di Teheran per la possibile perdita del suo principale
alleato.

La “ragazza gay di Damasco” era una bufala americana: lo sono anche le notizie dalla Libia e
dalla Siria?

Lo scorso 14 giugno, il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha lanciato un’insolita duplice
condanna congiunta di Damasco e di Teheran, ribadendo la posizione USA secondo la quale l’Iran
starebbe collaborando alla repressione delle proteste in Siria. “Oggi, in Siria, l’Iran appoggia la
perversa aggressione del regime di Assad contro manifestanti pacifici e le azioni militari condotte
contro le sue stesse città”, ha dichiarato la Clinton. Ma tornando al mondo reale, crescono i sospetti
che la maggior parte delle notizie riportate dai media riguardo gli eventi in Siria sia una pura
invenzione, nella tradizione dei bambini del Kuwait strappati alle incubatrici e di Jessica Lynch. Il
tanto sbandierato blog “A Gay Girl in Damascus”, citato dai media occidentali come fonte primaria
d’informazioni sulla Siria, si è rivelato essere una bufala completa. Una bufala orchestrata da Tom
McMaster, 40enne americano, e da sua moglie Britta Froelicher, attivista dell’American Friends
Service Committee, un’organizzazione legata fin dalla Guerra Fredda agli ambienti dell’intelligence
statunitense. Quanti tra i filmati, le foto e le interviste, postati e trasmessi a proposito dei presunti
crimini di guerra in Libia, in Siria e in altri paesi, saranno stati anch’essi inventati di sana pianta
dall’industria della disinformazione e della propaganda occulta della CIA? Quanta parte della
fervida attività dei social media collegata alla “Primavera Araba” è in realtà opera dei troll che
lavorano presso il cybercomando statunitense?

La “rivoluzione con l’asterisco” in Egitto è stata guidata dalla Casa Bianca, per mano di
Samantha Power e  Michael McFaul

La bufala del blog “A Gay Girl in Damascus” può essere vista, in retrospettiva, come paradigma
dell’intera “Primavera Araba”: una cinica manipolazione di giovani babbei idealisti (o nichilisti)
sotto l’egida di rivoluzioni colorate di marca statunitense e di colpi di stato a partecipazione
popolare, attraverso i quali la facoltosa gioventù computer-dipendente è stata posta in conflitto con
la fragile struttura dello stato moderno in fase di depressione economica globale. Ma perfino
tenendo conto di questo, le attività condotte dalla scintillante gioventù nelle pubbliche piazze sono
state in larga parte uno spettacolo creato dai media, un diversivo, una cortina fumogena. Le
manifestazioni di piazza non hanno corrisposto ad una lotta per il potere. Il rovesciamento dei
governi è stato realizzato dietro le quinte da generali e funzionari governativi che sono stati corrotti,
ricattati e spinti in altri modi a organizzare colpi di stato sponsorizzati da CIA/MI-6/DGSE. In
Tunisia questa tecnica ha funzionato bene e Ben Ali ha dovuto fuggire dal paese quando è diventato
evidente che i suoi collaboratori gli si erano rivoltati contro. In Egitto, la procedura è infine riuscita
ad eliminare Mubarak, ma con difficoltà assai maggiori. Agenti americani come Tantawi ed Enan si
sono rivelati incapaci di estromettere il Rais, fino a quando la Casa Bianca di Obama non ha
lanciato esplicite minacce di diretto intervento statunitense, la cui esatta natura deve essere ancora
determinata, ma che riguardavano probabilmente la minaccia di azioni USA contro il Canale di
Suez.

Come Saad Eddin Ibrahim, agente USA in Egitto, ha dichiarato a Lally Weymoth delWashington
Post: “Il capo dello staff egiziano [Tantawi], su ordine della Casa Bianca, fece in modo di far
salire la pressione. Samantha Power e Michael McFaul, consiglieri del presidente Obama, che sono
anche miei buoni amici, mi chiesero di venire [a Washington]. Confidavano in me come fonte
d’informazioni… Dopo il secondo discorso di Mubarak, Obama si convinse [che Mubarak doveva
andarsene]”. [5] Ai colonnelli nazionalisti dell’esercito egiziano potrebbe interessare sapere che il
loro comandante supremo, e ora dittatore virtuale dell’Egitto, ha preso ordini da gente come McFaul
e la Power, i quali controllano altresì l’attuale opposizione “democratica”.

In Libia, la rivoluzione colorata è andata assai meno liscia, poiché le bande armate di Al Qaeda si
sono rivelate incapaci di conquistare la roccaforte lealista di Tripoli, e stanno pure avendo grossi
problemi a sottomettere i lealisti nel corridoio Bengasi-Darna-Tobruk. In Siria, il modello della
rivoluzione colorata non ha funzionato affatto, poiché la classe media non è interessata ad andare
incontro ad un bagno di sangue di stampo irakeno e al regno di terrore della Fratellanza Musulmana
in cambio di qualche insipido slogan sulla democrazia. In Algeria, dove la popolazione ha già
esperienza diretta degli spaventosi massacri perpetrati alcuni anni or sono dal Groupe Islamique
Armé (GIA), non si è potuto notare nessun desiderio di nuove avventure. Ora Al Jazeera ha spostato
la propria attenzione verso la destabilizzazione del Marocco, e staremo a vedere cosa ne verrà fuori.
Il tentativo di destabilizzazione della giordania non ha prodotto alcun risultato.

Un attacco alla Siria potrebbe arrivare presto. “Si è arrivati al punto in cui il comportamento di
Gheddafi e quello di Assad sono indistinguibili”, ha commentato il senatore del South Carolina
Lindsey Graham, noto guerrafondaio del Partito Repubblicano, affermando anche: “Occorre mettere
sul tavolo tutte le opzioni, incluso un modello simile a quello adottato in Libia”. Il che significa
l’ampliamento della guerra.

Yemen: il presidente Saleh viene ferito, il suo governo si sgretola, iniziano gli attacchi dei
droni USA

Saleh, presidente dello Yemen, è rimasto gravemente ferito il 3 giugno, quando alcuni razzi, che
sarebbero stati lanciati dagli insorti, hanno colpito il suo palazzo. Il giorno seguente, Saleh è stato
trasportato con l’aereo in Arabia Saudita per ricevere cure d’emergenza. Mentre i familiari e gli
alleati di Saleh tentavano di conservare il potere, il Pentagono ha approfittato del risultante vuoto di
potere per lanciare un attacco su larga scala contro il paese per mezzo dei droni Predator. E’ stato
rivelato che il Comando Unificato per le Operazioni Speciali (JSOC) degli Stati Uniti e la CIA
operavano da un quartier generale situato a Sanaa e che la CIA avrebbe iniziato presto, attraverso i
droni Predator, un programma di omicidi a vasto raggio, al di fuori di ogni regola d’ingaggio
militare. Sono arrivati anche alcuni rapporti secondo i quali gli USA stavano costruendo nello
Yemen una grande base operativa per i droni Predator. Nel frattempo, i militanti islamici del gruppo
Ansar al-Sharia, che i media americani equiparano ad “Al Qaeda”, hanno occupato parte di un
capoluogo di provincia nel sud dello Yemen. Si deve anche ricordare che i due principali portavoce
di “Al Qaeda nella Penisola Araba” (AQAP) sono il cittadino americano Anwar Awlaki e l’ex
dipendente di Guantanamo al-Shiri, entrambi palesi doppi agenti della CIA. L’obiettivo della
destabilizzazione dello Yemen è aprire una via d’attacco contro l’Arabia Saudita, immediato
confinante dello Yemen.

L’attacco degli USA al Pakistan punta alle armi nucleari

Il 17 giugno il Pakistan ha affermato che “aerei della NATO hanno attaccato postazioni militari
nella zona nord-occidentale del paese, vicino al confine afghano, ed ha espresso le proprie gravi
preoccupazioni all’ambasciata americana di Islamabad… Il Ministro degli Esteri pakistano ha detto
che gli aerei NATO si sono spinti per 2,5 km. all’interno del territorio pakistano” per condurre
l’attacco. [7] Queste sortite degli aggressori della NATO lungo i confini del Pakistan sono ormai un
evento ricorrente e minacciano di sfociare in guerra aperta; tanto più che ognuno di questi raid
potrebbe rappresentare un tentativo statunitense di indebolire il deterrente nucleare pakistano con un
primo attacco convenzionale, al di sotto della soglia nucleare. Il presidente afghano Karzai ha
ufficialmente annunciato che sono in corso colloqui di pace con il Mullah Omar e altri leader dei
Talebani afghani e che a tali colloqui prende parte anche il Dipartimento di Stato USA. In realtà
questi colloqui non hanno nulla a che fare con la pace: rappresentano invece un tentativo degli Stati
Uniti di reclutare i Talebani dell’Afghanistan e altri pashtun in generale come fantocci kamikaze da
lanciare in attacchi militari contro il Pakistan.

Alcuni settori dei media americani – in particolare quelli che si rivolgono alle elite politiche –
hanno montato una violenta campagna di demonizzazione contro il Pakistan. Ecco alcuni esempi
recenti tratti dai titoli di prima pagina del Washington Post:

28 maggio: “Gli infiltrati preoccupano l’esercito pakistano: “Siamo sotto attacco”; Gli USA
dubbiosi sulla reale volontà dell’esercito di epurare le proprie fila”;

30 maggio: “Nella guerra afghana, il gruppo Haqqani è “nemico resistente”; Operazione con base
in Pakistan; La rete è vista come la fazione insorgente più irriducibile”;

11 giugno: “Attacchi controversi incrementano la tensione col Pakistan; L’intelligence USA


collabora; I siti per la fabbricazione di bombe si sono in seguito rivelati vuoti”;

16 giugno: “I rapporti col Pakistan segnano un nuovo minimo; Indebolita la collaborazione sulla
sicurezza; Cresce il sentimento antiUSA nell’esercito pakistano”.

Anche Ahmadinejad sta prendendo sul serio l’ondata di rapporti su un imminente attacco USA
contro le forze nucleari del Pakistan. “Abbiamo informazioni dettagliate circa l’intenzione
dell’America di sabotare le installazioni nucleari pakistane allo scopo di acquisire il controllo del
Pakistan e di indebolire il suo governo e il suo popolo”, ha dichiarato il 6 giugno. Gli Stati Uniti
starebbero anche cercando di “sfruttare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e altre
organizzazioni internazionali come leva per aprire la strada ad un incremento della presenza in
Pakistan, con l’obiettivo di minare la sovranità nazionale del paese”, ha detto il presidente iraniano
[8]. Il governo pakistano ha chiesto all’Iran di condividere le dettagliate informazioni d’intelligence
che sono alla base di questo rapporto.

Lo scenario nucleare del Pakistan è stato al centro di un saggio che ha ricevuto ampia pubblicità e
che si intitola “Tattiche terroriste in Pakistan minacciano la sicurezza delle armi nucleari”, scritto
dall’accademico inglese Shaun Gregory e pubblicato il 1° giugno su CTC Sentinel, l’organo
ufficiale del Centro per la Lotta al Terrorismo dell’Accademia Militare USA di West Point, NY. La
tesi di Gregory è che il Pakistan, dotato oggi di 100 testate nucleari, non sarebbe in grado di
difenderle tutte contro un attacco terroristico condotto con determinazione. Egli stima che oggi circa
70.000 pakistani siano coinvolti nel programma nucleare nazionale e che i terroristi riuscirebbero
senza dubbio ad infiltrare e attirare nelle proprie fila una parte di questo personale, anche reclutando
i comandanti operativi delle batterie di armi nucleari tattiche e da campo che il Pakistan tiene
attualmente impiegate per proteggersi contro un possibile attacco da parte dell’India. Gregory
afferma anche che ai terroristi basterebbe semplicemente impossessarsi del materiale fissile che
consentirebbe la costruzione di una bomba sporca. Perfino se fallisse, un attacco ad un sito nucleare
scatenerebbe il panico a livello mondiale: “L’individuazione e la penetrazione di un’installazione
del genere da parte dei terroristi, anche se essi non riuscissero infine ad accedere al materiale
nucleare, sarebbe in sé un evento che inciderebbe profondamente tanto sulle relazioni nucleari
USA-Pakistan quanto sui timori internazionali relativi alla sicurezza delle armi nucleari pakistane”,
scrive Gregory. [9]

La Reuters ha commentato: “E’ uno scenario da incubo: militanti di Al Qaeda che prendono il
controllo di un ordigno nucleare pakistano attraverso l’assalto ad una base, attraverso il furto oppure
tramite la collaborazione di un comandante, magari nel bel mezzo di un conflitto con l’India,
anch’essa dotata di ordigni nucleari”. [10] I pakistani sono in piena allerta: “Sappiamo che
l’obiettivo ultimo degli Stati Uniti non è quello di occupare zone del nostro territorio, ma quello di
prendere di mira le nostre installazioni nucleari…”, ha detto una fonte pakistana citata da Ansar
Abbasi su News International del 9 giugno.

L’ammiraglio Mike Mullen, capo del Joint Chiefs of Staff americano, ha confermato che è in effetti
proprio questo che il Pentagono ha in mente, dicendo del Pakistan: “E’ un paese con una spaventosa
quantità di terroristi ai propri confini… Ciò che temo per il futuro è il proliferare di quella
tecnologia [nucleare], nonché l’opportunità e la possibilità che essa cada nelle mani di terroristi,
molti dei quali sono vivi e vegeti e cercano proprio questo in quella regione”.

Quasi a voler fornire un comodo pretesto ad un attacco, i media americani hanno iniziato a
sbandierare la presunta elezione del noto agente dell’MI-6 Ayman al-Zawahiri come successore di
Bin Laden a capo di “Al Qaeda”. Si racconta che Al Zawahiri abbia giurato di vendicare la morte di
Bin Laden, il che significa che la porta è spalancata per nuovi eventi terroristici false flag. Questa
copertura informativa è stata accompagnata dalla rassicurazione che la base operativa di Zawahiri si
troverebbe, guarda caso, proprio in Pakistan. Mullen ha immediatamente proclamato che Zawahiri
incontrerà ben presto lo stesso fato del suo predecessore, il che significa che gli Stati Uniti sono
intenzionati a condurre nuovi attacchi unilaterali in territorio pakistano, nonostante la virtuale
certezza che ad essi verranno opposte, da parte del Pakistan, le adeguate contromisure. Rehman
Malik, Ministro Federale degli Interni del Pakistan, “ha detto che vi è una mano straniera negli
incidenti terroristici avvenuti in Pakistan” e ha invitato ad un’unità nazionale contro il terrorismo in
una “lotta per la nostra sopravvivenza”. [11]

L’altro fondamentale obiettivo degli USA è bloccare la creazione del corridoio energetico
pakistano, il favoleggiato “Gasdottostan”. I progetti relativi ad esso prevedono la creazione di
condotti gasiferi e petroliferi dall’Iran, alla Cina, all’India, passando per il Pakistan. Stati Uniti e
Inghilterra sono determinati ad impedire la realizzazione di questa pacifica infrastruttura, che
unirebbe tutti questi paesi intorno ad un interesse economico comune. La costruzione di un settore
chiave del corridoio energetico è stata recentemente fermata; a giugno, la IANS ha riferito che “il
progettato gasdotto Pakistan-Iran ha subito dei ritardi poiché Islamabad non è riuscita a reperire i
fondi necessari… funzionari del Pakistan hanno riferito alle controparti iraniane che è improbabile
il completamento del gasdotto entro la programmata scadenza del dicembre 2014, stando a quanto
riferisce il quotidiano Urdu Jang. Secondo fonti attendibili, il Pakistan non sarebbe stato in grado né
di reperire i necessari 1.24 miliardi di dollari per il finanziamento, né di proporre un progetto di
percorso per il gasdotto all’interno del proprio territorio”. [12]

Colpo di Stato anti-USA dei colonnelli nazionalisti di Islamabad?

Il 15 giugno, tanto il New York Times quanto il Washington Post hanno pubblicato in prima pagina
degli articoli in cui si evidenziava la rapida crescita di sentimenti anti-americani fra i corpi militari
del Pakistan. Il New York Times ha scritto che molti funzionari militari sono così disgustati dal
servilismo che il capo dell’esercito, Kayani, mostra verso Washington, che “un colpo di stato da
parte dei colonnelli, sebbene improbabile, non è fuori questione”, stando a “una fonte pakistana ben
informata, che nelle scorse settimane si è incontrata tanto con il generale, quanto con un funzionario
americano che ha lavorato in Pakistan per molti anni”. [13]

Il giornale neocon National Review, sinceramente allarmato dinanzi alla prospettiva di veder


nascere una nuova generazione di funzionari militari ansiosi di modernizzazione, nel solco della
grande tradizione del colonnello egiziano Nasser, ha preconizzato un tetro scenario, domandandosi
se “una rottura tra America e Pakistan possa essere sinonimo di guerra, aperta o a bassa intensità?”.
[14] In realtà, un regime di colonnelli progressisti potrebbe essere un risultato migliore di un regime
di fondamentalisti islamici, non solo per il Pakistan, ma anche per l’Egitto.

Panetta: una nuova Pearl Harbor di cyber-attacchi virtuali

Islamabad continua a godere dell’appoggio della Cina, la quale un mese fa ha garantito che
considererà ogni attacco al Pakistan come un attacco allo stesso Regno di Mezzo. La Cina possiede
gli strumenti per reagire militarmente, dai missili balistici intercontinentali al controllo di punti
sensibili come lo Stretto di Taiwan, ma questo scenario è il meno probabile. La Cina potrebbe anche
esprimere il proprio malcontento cancellando parte dei propri investimenti in Buoni del Tesoro
USA. Più verosimilmente, potrebbe agire attraverso il reame virtuale. Fonti americane affermano
che i siti della Lockheed Martin, della CIA e altri ancora, sono sotto attacco virtuale e alcuni
commentatori hanno attribuito alla Cina la responsabilità di questi atti. Il direttore della CIA Leon
Panetta, ora in procinto di traslocare al Pentagono, ha detto ad una Commissione del Senato: “La
prossima Pearl Harbor che dovremo affrontare, potrebbe essere benissimo un attacco cibernetico,
che metta fuori uso i nostri sistemi energetici, le nostre reti, i nostri sistemi di sicurezza, i nostri
sistemi finanziari, i nostri sistemi governativi”. [15] Poiché nessun cyber-attacco ha mai sortito, fino
ad oggi, tali effetti devastanti, immaginiamo che Panetta stia preparando il terreno per attacchi false
flag virtuali, così gli Stati Uniti potranno semplicemente asserire che un qualche catastrofico evento
è stato provocato dal paese che desiderano prendere di mira. Un evento che potrebbe essere
collegato: l’avvocato tedesco Thorsten van Geest sta cercando di ottenere dal tribunale
un’ordinanza con cui si ingiunga al governo della Merkel di sospendere le esercitazioni
antiterrorismo che si terranno intorno al 26 giugno, in concomitanza con l’apertura dei Campionati
Mondiali di Calcio Femminile a Berlino, paventando il rischio che tali esercitazioni possano
trasformarsi in un attacco reale.

Segnali di rottura tra Arabia Saudita e Washington

E’ noto che l’Arabia Saudita sta cercando la collaborazione del Pakistan e di altre nazioni, come
parte del suo tentativo di uscire dall’orbita dell’impero statunitense in via di collasso. Il principe
Turki al-Faisal, figura di spicco della famiglia reale, ha fornito un indizio dell’ampiezza raggiunta
dal risentimento di Riad verso Washington, lanciando, lo scorso 7 giugno, un avvertimento ad
Obama in cui affermava che “ci saranno disastrose conseguenze per le relazioni tra USA e Arabia
Saudita se all’ONU gli Stati Uniti opporranno il veto al riconoscimento di uno stato palestinese”.
Turki ha concluso con una minaccia: “Noi arabi eravamo soliti dire no alla pace e abbiamo avuto la
nostra lezione nel 1967 [con una schiacciante disfatta militare]… Ora sono gli israeliani a dire no.
Mi spiacerebbe dover assistere al momento in cui sarà il loro turno di ricevere una lezione”. [16]
Queste dure parole, in cui si riflette un’ostilità saudita al regime di Obama che va ben oltre la mera
questione palestinese per includere l’intero spettro della strategia nazionale, hanno provocato
sconcerto dietro le porte chiuse degli ambienti di Washington.

Si è pressoché concordi nel ritenere che la visita tributata lo scorso marzo al Pakistan da parte del
principe saudita Bandar, sia servita a cementare una definitiva alleanza difensiva tra queste due
potenze, le quali potrebbero essere considerate (insieme all’Egitto) come i pilastri dell’impero
americano nella regione. Entrambe stanno cercando di abbandonare l’Impero. Si ritiene che il
Pakistan abbia offerto ai sauditi protezione sotto il proprio ombrello nucleare, nonché una o più
guarnigioni di truppe pakistane allo scopo di scongiurare possibili rivoluzioni colorate o altre azioni
destabilizzanti messe in atto dalla CIA. Un possibile segnale dell’irritazione statunitense per questa
cooperazione è arrivato il 16 maggio, quando “assassini in motocicletta hanno sparato ad un
diplomatico saudita nella città pakistana di Karachi, quattro giorni dopo un attacco a colpi di
granate contro il consolato saudita della zona”. [17]

La NATO di fronte alla crisi logistica in Libia


In Libia, la resistenza opposta dal colonnello Gheddafi agli attacchi delle forze USA-NATO, ha
evidenziato la grave debolezza logistica e politica dell’alleanza occidentale, finora ritenuta
onnipotente. Una fonte militare americana, parlando alla trasmissione di Alex Jones, ha riferito che
le disponibilità USA di munizioni all’uranio impoverito sono attualmente molto scarse. Potrebbe
essere questa la realtà dietro le proteste presentate la scorsa settimana dal Segretario alla Difesa
Robert Gates, secondo il quale la NATO, in Libia, starebbe per esaurire le bombe; e lo stesso vale
per simili proteste esternate a Belgrado dal generale francese Stephane Abrial. Gli USA possiedono
ancora delle riserve, ma quanto potrebbero durare contro Siria, Iran e Hezbollah?

Libia: una guerra troppo lontana, perfino per i repubblicani

In un recente dibattito presidenziale del partito repubblicano, i candidati Bachman, Gingrich e Cain
hanno fatto presente che tra le fila dei ribelli libici vi sono anche terroristi di Al Qaeda. La gestione
arrogante e cinica dell’attacco alla Libia da parte di Obama ha fatto emergere la possibilità di
un’azione congressuale volta a bloccare i finanziamenti alla guerra. I fanatici repubblicani del Tea
Party stanno cercando di costringere il governo USA a fare default sui pagamenti delle obbligazioni
del Tesoro, allo scopo di distruggere sovvenzioni sociali, Medicare, Medicaid, sussidi di
disoccupazione e altri diritti economici riconosciuti al popolo americano durante il New Deal.
Tuttavia, c’è la possibilità che i banchieri zombi e le iene degli hedge fund di Wall Street, i quali
finanziano e più in generale possiedono il Partito Repubblicano, utilizzino minacce e corruzione per
costringere questi estremisti del Tea Party a gettare la spugna e ad accettare nel prossimo mese un
ulteriore innalzamento del tetto del debito. Ciò lascerebbe i fanatici del Tea Party nel disperato
bisogno di trovare un altro argomento da utilizzare per mostrare la propria chiassosa ostilità verso
Obama e placare in tal modo gli estremisti che li sostengono; e questo argomento potrebbe essere
l’aggressione alla Libia, divenuta piuttosto impopolare, nonostante gli sforzi di Obama di
nascondere il fatto che sta avendo luogo.

Obama potrebbe subire l’Impeachment per violazione del War Powers Act

La Camera dei Rappresentanti ha votato una petizione con cui si chiede ad Obama di domandare
l’approvazione del Congresso per la sua guerra nascosta contro la Libia. Il congressista democratico
Dennis Kucinich e altri suoi colleghi stanno denunciando Obama presso una corte federale per
costringerlo a richiedere tale approvazione. Il portavoce della Camera, John Boehner, ha avvertito
Obama che se non si recherà entro il 20 giugno al Congresso per chiedere tale approvazione, si
ritroverà in violazione del War Powers Act. Alcuni senatori come Lugar, Corker e Webb hanno
anche invitato Obama a richiedere un’autorizzazione congressuale per proseguire le ostilità. E’ stato
anche rivelato che alcuni avvocati del Dipartimento di Giustizia e del Pentagono avevano spiegato
ad Obama che la guerra contro la Libia rientrava nella casistica prevista dal War Powers Act, ma
che Obama aveva preferito prestar fede alle opinioni legali degli avvocati della Casa Bianca e del
Dipartimento di Stato, secondo i quali non c’era bisogno di nessuna autorizzazione da parte del
Congresso. Ovviamente, la flagrante violazione del War Powers Act da parte di Obama, per ciò che
attiene alla Libia, lo esporrebbe all’impeachment; e questa prospettiva potrebbe farsi più probabile
nel caso in cui l’economia americana seguitasse a deteriorarsi. Un altra possibilità, per il Congresso,
sarebbe quella di tagliare i fondi destinati all’aggressione contro la Libia. Di norma, una mossa del
genere verrebbe bloccata con l’argomento che, così facendo, le truppe americane si ritroverebbero
abbandonate ed esposte al pericolo. Ma in questo caso, per assicurazione dello stesso Obama, non vi
sono truppe di terra ufficialmente coinvolte (anche se di fatto ci sono lo stesso). Visto che secondo
Obama sarebbero in corso soltanto attacchi aerei e navali, ciò dovrebbe rendere più semplice
sospendere l’erogazione dei finanziamenti e porre fine agli attacchi illegali contro la Libia.

Come il politologo cinese Kiyul Chung ha detto a Russia Today il 16 giugno scorso, il mondo si
trova ad un crocevia storico, in cui si deciderà se interventi militari degli USA e della NATO
modellati sullo schema libico finiranno per soggiogare il mondo intero, oppure se Russia, Cina e gli
altri partecipanti della Shanghai Cooperation Organization riusciranno a creare un movimento
globale per controbilanciare i metodi “unilaterali, aggressivi e coloniali” utilizzati dal blocco della
NATO.

Articolo originale

traduzione di Gianluca Freda