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Pubblicato il 10 luglio 2013

Si dica la verità sulle “primavere arabe”

(di Danilo Quinto) Tre


settimane fa, intervenendo alla Camera sulle proteste in corso in Turchia, il
Ministro degli Esteri italiano dichiarava: «Ma quale primavera araba? Piazza
Taksim non è piazza Tahrir. E i turchi non sono arabi». Come a dire: non toccate le
rivolte dei Paesi arabi, libere e democratiche e non le paragonate con niente e
nessuno.

«Il regime mantiene pieno controllo sull’economia, sui servizi segreti, sulla tv. Però
resto ottimista su ciò che sta accadendo nella società. La democrazia non è un
concetto, ma un processo: e ogni giorno si registrano novità impensabili fino a pochi
mesi fa», diceva la Bonino quando in Egitto c’era ancora Mubarak e i “Fratelli
Musulmani” si preparavano a conquistare il potere. «Fino ad oggi – aggiungeva ‒
si andava in piazza contro Israele, la guerra in Iraq, gli Stati Uniti, ma ora si
manifesta per le riforme». Le riforme, appunto.

Come la Dichiarazione costituzionale con la quale Morsi, qualche settimana prima


della sua deposizione, si appropriava di poteri assoluti maggiori di quelli di
Mubarak. Bel risultato, le “primavere arabe”. In Tunisia, il Governo provvisorio è
dominato dagli islamisti Ennahda (Fratelli Musulmani). In Libia, dopo la caduta di
Gheddafi, si scontrano centinaia di bande armate. In Egitto, si va verso la guerra
civile. In tutti e tre i Paesi, la situazione economica costringe alla fame una vasta
parte della popolazione. La Bonino anche oggi è ottimista. «In Egitto – dice ‒ si
confronta una significativa parte di popolazione che considera gli eventi in corso
come una fase della rivoluzione che corregge le storture recenti e un’altra parte che li
ritiene un passo indietro della transizione democratica, ponendo limitazioni di libertà
ai membri della Fratellanza».

Resta un aspetto di verità da chiarire. Chi ha favorito le “primavere arabe” e


soprattutto chi ha consentito che l’organizzazione integralista ed eversiva del
“Fratelli Musulmani” prendesse il sopravvento, in Egitto e altrove? Su questo
punto è illuminante un articolo che è comparso sulla rivista “Eurasia” il 13 maggio
2012, a firma Claudio Mutti, intitolato Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente. Si
legge: «Lo stesso “New York Times” ha riconosciuto che alcuni movimenti e capi
direttamente impegnati nelle rivolte del 2011 nel Nordafrica e in Medio Oriente (…)
hanno ricevuto addestramento e finanziamenti dall’International Republican
Institute, dal National Democratic Institute e da Freedom House. Quest’ultima
organizzazione, in particolare, nel 2010 aveva accolto negli USA un gruppo di attivisti
egiziani e tunisini, per insegnar loro a ‘trarre beneficio dalle opportunità della rete
attraverso l’interazione con Washington, le organizzazioni internazionali e i media’».
Si aggiunge che il National Endowment for Democracy ha comunicato di aver
versato nel 2010 più di un milione e mezzo di dollari ad organizzazioni egiziane
impegnate nella difesa dei “diritti umani” e nella promozione dei valori
democratici.

Si afferma che ai finanziamenti del NED e di altri enti statali americani si sono
aggiunti i fondi stanziati dalla Open Society Foundation di George Soros, che nel
2010 ha finanziato organizzazioni e movimenti in tutto il mondo arabo e in
particolare in Egitto e in Tunisia. «Se poi si risale al 2009 e ci si limita a considerare
l’Egitto – conclude l’articolo di “Eurasia” ‒ il bilancio dei fondi dell’USAID
destinati alle organizzazioni democratiche e dei diritti umani ammonta
complessivamente a 62.334.187 dollari».

È facile, a questo punto , comprendere chi c’è dietro le cosiddette “primavere


arabe”, quali sono i presupposti su cui sono nate e quali sono gli interessi coperti
dai Governi occidentali. Senza approfondire questa realtà, nessuna politica europea
seria è possibile, perché si fonderebbe sull’ipocrisia e sul nascondimento della
verità. (Danilo Quinto)

Pubblicato il 10 luglio 2013

Si dica la verità sulle “primavere arabe”


(di Danilo Quinto) Tre
settimane fa, intervenendo alla Camera sulle proteste in corso in Turchia, il
Ministro degli Esteri italiano dichiarava: «Ma quale primavera araba? Piazza
Taksim non è piazza Tahrir. E i turchi non sono arabi». Come a dire: non toccate le
rivolte dei Paesi arabi, libere e democratiche e non le paragonate con niente e
nessuno.

«Il regime mantiene pieno controllo sull’economia, sui servizi segreti, sulla tv. Però
resto ottimista su ciò che sta accadendo nella società. La democrazia non è un
concetto, ma un processo: e ogni giorno si registrano novità impensabili fino a pochi
mesi fa», diceva la Bonino quando in Egitto c’era ancora Mubarak e i “Fratelli
Musulmani” si preparavano a conquistare il potere. «Fino ad oggi – aggiungeva ‒
si andava in piazza contro Israele, la guerra in Iraq, gli Stati Uniti, ma ora si
manifesta per le riforme». Le riforme, appunto.

Come la Dichiarazione costituzionale con la quale Morsi, qualche settimana prima


della sua deposizione, si appropriava di poteri assoluti maggiori di quelli di
Mubarak. Bel risultato, le “primavere arabe”. In Tunisia, il Governo provvisorio è
dominato dagli islamisti Ennahda (Fratelli Musulmani). In Libia, dopo la caduta di
Gheddafi, si scontrano centinaia di bande armate. In Egitto, si va verso la guerra
civile. In tutti e tre i Paesi, la situazione economica costringe alla fame una vasta
parte della popolazione. La Bonino anche oggi è ottimista. «In Egitto – dice ‒ si
confronta una significativa parte di popolazione che considera gli eventi in corso
come una fase della rivoluzione che corregge le storture recenti e un’altra parte che li
ritiene un passo indietro della transizione democratica, ponendo limitazioni di libertà
ai membri della Fratellanza».

Resta un aspetto di verità da chiarire. Chi ha favorito le “primavere arabe” e


soprattutto chi ha consentito che l’organizzazione integralista ed eversiva del
“Fratelli Musulmani” prendesse il sopravvento, in Egitto e altrove? Su questo
punto è illuminante un articolo che è comparso sulla rivista “Eurasia” il 13 maggio
2012, a firma Claudio Mutti, intitolato Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente. Si
legge: «Lo stesso “New York Times” ha riconosciuto che alcuni movimenti e capi
direttamente impegnati nelle rivolte del 2011 nel Nordafrica e in Medio Oriente (…)
hanno ricevuto addestramento e finanziamenti dall’International Republican
Institute, dal National Democratic Institute e da Freedom House. Quest’ultima
organizzazione, in particolare, nel 2010 aveva accolto negli USA un gruppo di attivisti
egiziani e tunisini, per insegnar loro a ‘trarre beneficio dalle opportunità della rete
attraverso l’interazione con Washington, le organizzazioni internazionali e i media’».
Si aggiunge che il National Endowment for Democracy ha comunicato di aver
versato nel 2010 più di un milione e mezzo di dollari ad organizzazioni egiziane
impegnate nella difesa dei “diritti umani” e nella promozione dei valori
democratici.

Si afferma che ai finanziamenti del NED e di altri enti statali americani si sono
aggiunti i fondi stanziati dalla Open Society Foundation di George Soros, che nel
2010 ha finanziato organizzazioni e movimenti in tutto il mondo arabo e in
particolare in Egitto e in Tunisia. «Se poi si risale al 2009 e ci si limita a considerare
l’Egitto – conclude l’articolo di “Eurasia” ‒ il bilancio dei fondi dell’USAID
destinati alle organizzazioni democratiche e dei diritti umani ammonta
complessivamente a 62.334.187 dollari».

È facile, a questo punto , comprendere chi c’è dietro le cosiddette “primavere


arabe”, quali sono i presupposti su cui sono nate e quali sono gli interessi coperti
dai Governi occidentali. Senza approfondire questa realtà, nessuna politica europea
seria è possibile, perché si fonderebbe sull’ipocrisia e sul nascondimento della
verità. (Danilo Quinto)