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Benazir Bhutto, martire dell'Islam

Combattente per la democrazia


di Alessandro Pagano e Domenico Bonvegna

Dopo Bachir Gemayel, Dani Chamoun, Shah Massud, Pierre Gemayel, ora Benazir Bhutto, cristiani e
musulmani, sono eroi, combattenti per la libertà, la giustizia, l’indipendenza dei propri Paesi, uccisi perché
non si piegavano ai nefasti disegni del terrorismo jihadista del fondamentalismo islamico. Chi ha a cuore la
democrazia, la vera pace non può dimenticarli.
Benazir Bhutto leader del Partito del popolo Pakistano (il Ppp), avevano tentato di ucciderla il 18 ottobre
scorso, appena aveva messo piede in Pakistan, lo hanno fatto ora, il 27 dicembre. "Hanno ucciso una
donna. Una donna bella. Una donna visibile, anzi, visibile in modo palese e spettacolare", esordisce
Bernard-Henri Levy su Il Corriere della Sera. Una donna per la quale era una questione d’onore, non
soltanto tenere incontri politici in uno dei Paesi più pericolosi del mondo, ma farlo a viso aperto, senza velo –
l’esatto contrario di quelle donne vergognose e nascoste, creature di Satana e pertanto maledette, le uniche
donne tollerate dagli apostoli di un mondo senza donne". Proprio in questi giorni ho finito di leggere un libro
scritto da Alberto Leoni, La "Quarta" guerra mondiale, edito da Ares di Milano, una cronaca dettagliata, dei
vari focolai di guerra che infiammano il pianeta dopo l’11 settembre, guerre dove il terrorismo del
fondamentalismo islamico è quasi sempre protagonista e l’uccisione di Benazir Bhutto in Pakistan si situa
proprio in questa 4 guerra mondiale (la terza è la cosiddetta guerra fredda tra Occidente e Urss) che il
terrorismo jihadista ha scatenato.

Anche se si cerca di depistare le indagini, gli assassini della Bhutto sono sicuramente terroristi islamici, che
la odiavano, perché rispettava tutte le religioni, era un simbolo della democrazia, amata e rispettata da
inglesi e americani, è già per questo guardata con sospetto tra gli europei un po' politically correct e un po’
sottomessi all’Islam, scrive Maria Giovanna Maglie su Il Giornale del 28 dicembre. "Hanno ucciso colei che
era l’incarnazione stessa della speranza, dello spirito e della volontà di democrazia, non solo in Pakistan, ma
in tutta la terra dell’Islam[…]". La Bhutto per i terroristi era secondo Levy, una minaccia più che politica,
oserei dire ontologica. Benazir non gli avrebbe lasciato scampo: loro lo sapevano, e l’hanno ammazzata.
Anche secondo il sociologo Massimo Introvigne l’uccisione della Bhutto è una strage annunciata,
condannata a morte da Ayman al Zawahiri, lo stratega di Al Qaida, così come vengono condannati a morte i
dirigenti sunniti dell’Irak che collaborano con il governo democratico, i politici libanesi che vogliono disarmare
le milizie fondamentaliste, i dirigenti palestinesi che rifiutano la dittatura di Hamas, in pratica chiunque si
oppone alla strategia sanguinaria del jihadismo qadista.

La Bhutto è stata uccisa perché si avviava a vincere le elezioni e soprattutto aveva un dialogo con l’islam
non fondamentalista. "Nell’ultima intervista rilasciata prima di morire Benazir proclamava la sua fede
islamica, su cui annunciava un prossimo libro dove avrebbe proposto un’alternativa al fondamentalismo,
esprimendo perfino apprezzamento per Benedetto XVI e per il suo appello a un islam che sappia riannodare
le fila di un dialogo fra fede e ragione". (Massimo Introvigne, E ora non lasciamo morire la democrazia
pakistana, 28.12.07 Il Giornale).

Aveva un programma che prevedeva di coniugare modernità e identità islamica, alleandosi con l’Occidente.
Non stupisce che Benazir avesse scelto come candidati alle prossime elezioni due esponenti di spicco delle
minoranze del Paese, Shahbaz Batti, cattolico chiamato, "la voce dei senza voce" e Ramesh Lal, hindu.

Adesso quale sarà il futuro in Pakistan? "La tentazione è quella di annunciare brutalmente ai pakistani che il
loro sogno di democrazia è finito, e che per contrastare i terroristi occorre tornare a una dittatura militare,
non importa se incarnata da Musharraf o da qualcun altro". Questa è una scelta sbagliata perché come
sostiene Condi Rice le dittature creano terrorismo. E in Pakistan i dittatori hanno sempre flirtato con i
terroristi. Infatti, il ritorno alla dittatura militare non fa paura ai terroristi, anzi è quello che vogliono.

Secondo Introvigne il terrorismo colpisce perché non sta vincendo, ma perdendo. I popoli coinvolti nella
guerra, tra l’altro quasi tutti musulmani, sono stanchi delle bombe; la popolarità degli ultra-fondamentalisti è
ai minimi storici. A questo punto bisogna che l’Occidente deve insistere perché in Pakistan si voti, magari
facendo un governo di grande coalizione che metta insieme gli eredi di Benazir, Musharraf e Sharif.
L’unico modo per rispondere a questa terribile sfida del terrorismo è quello di far diventare la bella Benazir
Bhutto un simbolo per tutto il mondo; il modo migliore per rispondere ai terroristi secondo Henri Levy è quello
di trasformare la celebrazione funebre in una manifestazione silenziosa e mondiale a favore dei valori della
democrazia e della pace.

Benazir Bhutto deve diventare un simbolo, una bandiera, come Massud il "leone del Panshir", l’eroe afgano
ucciso a tradimento il 9 settembre 2001 da Al Qaida. "Bisognerà che, dietro questa bandiera, si raccolgano
tutti coloro che non hanno ancora seppellito ogni speranza di libertà nella terra dell’Islam[…] A noi, cittadini
d’Europa e degli Stati Uniti, spetta portare il lutto che i nostri leader hanno, per ora e nella sostanza,
vergognosamente dimenticato". ( Bernard-Henri Levy, Ora un gesto per non dimenticare, 29.12.07 Corriere
della Sera).

Un’idea potrebbe essere quello di far conoscere questi eroici personaggi ai ragazzi nelle nostre scuole,
perché il loro sacrificio possa essere ricordato. Sono questi gli esempi di cui hanno bisogno i nostri giovani.
Benazir è morta, ma la democrazia nel mondo islamico non può e non deve morire.

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