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Aspetto più controverso dello studio linguistico: l’analisi di significato.

La linguistica ha infatti trascurato per molto tempo l’importanza di analisi di significato, in quanto esso
doveva far riferimento a dati più sfuggenti meno accessibili.
Poiché qualunque tipo di analisi linguistica non può essere considerata valida scientificamente se non si
tiene conto del fatto della capacità che la lingua ha di trasporre significati da parlante ad ascoltatore.
Se consideriamo la lingua come un codice che funziona come canale di informazione tra due ‘macchine’,
‘esseri’ resta un mistero come possa accadere il circuit de la parole di Saussure, qualcosa di misterioso
secondo cui la lingua può trasmettere informazioni, fatti disparati attraverso fenomeni fonetici che si
verificano all’interno di una circostanza specifica.
Fino ad ora abbiamo trattato indirett. il significato, a partire dai fonemi e morfemi, mediando questo
qualcosa a qualcos’altro che, invece, si può ‘toccare’, qualcosa di più astratto, affrontando il meccanismo
complesso che consiste nel tenerare di capire l’interfaccia tra l’organizzazione tra stati del piano
dell’esistenza della lingua e il suo riflesso (contenuto).

La semantica: ragioni del ritardo e della scarsa unitarietà di metodo

La semantica è stata perlopiù trascurata dalla ricerca linguistica del XIX secolo, e tale disinteresse relativo è
durato sino alla metà del XX secolo. Per spiegarlo è necessario citare una serie di motivazioni, di natura
metodologica ed epistemologica:

1. assenza di “materialità” nei fenomeni semantici, e difficile inquadramento nei termini di una disciplina
scientifica “positiva”;

2. assenza di una precisa delimitazione della porzione linguistica del significato, ed eccessiva polisemia del
termine che assume specifiche accezioni gnoseologiche, filosofiche, psicologiche ecc.

3. carattere intrinsecamente problematico del livello semantico nell’ambito della struttura linguistica, per
la sua (reale o apparente) natura di “interfaccia” tra linguaggio e realtà extralinguistica.

4. avversione e rifiuto degli approcci “psicologisti” ai fenomeni linguistici, e conseguente difficoltà


nell’affrontare un ambito di studio caratterizzato a lungo da una impostazione individualistica e/o
psicologista. La psicologia tendeva a sovrapporsi all’analisi linguistica contrapponendosi a determinati
fenomeni di comunicazione e passaggio di idee tra due soggetti interagenti configurando tale meccanismo
di trasmissione con un meccanismo individuale basata sulla psicologia del singolo. Ma il principio in base al
quale si organizza il funzionamento delle lingue prevede che esso debba essere basato sulla concezione che
a far funzionare le lingue no possono essere semplici coppie di individui, che mettono concretamente in
gioco sistemi di comunicazione esistenti in quanto tale in quanto pubblici e sopraindividuali. Essi devono
affrontati come fenomeni che coinvolgono una rappresentazione condivisa.

Che cos’è il significato?

La domanda centrale della semantica, “Che cos’è il significato?” rinvia dunque, logicamente, a un’altra
domanda: “Che cos’è il segno?” [Ma…] se la definizione di significato implica quella di segno, la
definizione di segno implica, a sua volta, quella di significato. Non sappiamo cos’è il significato se non
sappiamo cos’è il segno; ma non possiamo stabilire che cos’è il segno se non sappiamo già cos’è il
significato. […] L’errore che accomuna tutto il pensiero linguistico, con ben poche e isolate eccezioni, fino
alle soglie del Novecento [… consiste] in un eccesso di fiducia […] nelle virtù semantiche delle forme
linguistiche e del linguaggio. […] In realtà le forme linguistiche non hanno alcuna intrinseca capacità
semantica: esse sono strumenti, espedienti, più o meno ingegnosi, senza vita e valore fuori delle mani
dell’uomo… In altri termini, l’errore sta nell’affermare e nel credere che le parole o le frasi significhino
qualche cosa: solo gli uomini, invece, mediante le frasi e le parole significano. Non nelle forme linguistiche
in se stesse, ma nelle società che le adoperano sta la garanzia del significare e del comunicare. Tullio De
Mauro
Significato è ciò che un segno esprime attraverso un significante, ma per stabilire cosa sia il segno bisogna
far riferimento ad una nozione seppur intuitiva di significato, la quale è fondamentale per definire il segno
linguistico. Tale è un cortocircuito attorno al quale mosse lo studio linguistico incartandosi.
L’idea è che le lingue siano codici, idea pericolosa e convenzionale; in realtà una visione della lingua come
tale implicherebbe l’idea che le parole significano di per sé qualcosa, che la virtusignificandi è implicita nella
parola in quanto è parola.
De Mauro non credeva questo. la semantica attenendo all’interpretazione delle pronunciazioni linguistiche,
ha a che vedere con qualcosa che viene sempre attivato all’interno di una serie di convenzioni condivise
sempre in continua trasformazione. Non abbiamo dei codici, basati su corrispondenze fisse e statiche.
Le forme linguistiche esistono, ma tali forme del contenuto si manifestano in sostanze sempre di volta in
volta innovati in funzione delle circostanze concrete in cui le società che se ne servano le usano e che sono
continuamente in grado di riconfigurare gli usi a cui sono collegate.

Il significato diventa qualcosa di nebuloso e definibile solo nei termini del funzionamento della lingua, del
‘meccanismo’ che spiega come i soggetti che usano morfemi, parole e frasi significano attraverso
quell’espressione.

Il triangolo di Ogden e Richards e i rapporti di significazione


Quando noi usiamo delle parole di una qualunque lingua , esse hanno un significato o contenuto perché
esprimono come ‘latitudine’ di variazione individuale un significato delimitabile anche nella misura in cui
rinvia a qualcosa che è fuori nel mondo.
La relazione che le parole fanno riferimento alle cose del mondo attraverso concetti esisteva già
nell’antichità, ma formalizzata nella linguistica nei primi anni del Novecento da due filosofi, Ogden e
Richards.

C’è la possibilità di opporre da un lato rapporti di significazione che sono interni alla lingua e dall’altro
relazioni che connettono la lingua al mondo destinate a far riferimento in che modo la lingua faccia
riferimento al mondo.

Significazione e valore (vs designazione)


La significazione è un concetto relazionale. Essa definisce il rapporto tra espressione e contenuto che forma
il segno come unità, ma individua anche le relazioni pure sul piano del contenuto (i rapporti reciproci e
posizionali tra significati).
La designazione è invece il rapporto tra segni linguistici e “oggetti” della realtà extralinguistica (che in
un’ottica semiotica NON si danno mai come tali, ma sono il risultato dell’attività formativa della lingua e
della semiosi percettiva che “costruisce” il mondo naturale). Ecco perché l’affermazione “la realtà è sempre
identica” può essere sostanzialmente accolta, ma aggiungendovi un distinguo: il modo di conoscerla e
denominarla varia da lingua a lingua.

Nei testi-discorsi osserviamo immediatamente la denotazione o designazione, ma essa non è costante, al


contrario dei rapporti di significazione che sono un fatto di langue (o di sistema): possiamo avere
denotazioni multiple di una stessa entità extralinguistica, e anche denotazioni metaforiche. Inoltre, la
designazione va distinta dal concreto atto di riferimento: la prima è di natura lessicale (si designa una classe
concettuale), mentre il secondo fa riferimento ad oggetti concreti in ogni singola enunciazione
contestualizzata.

Denotazione vs connotazione

Sebbene spesso si pensi alle “associazioni” o “connotazioni” come a componenti soggettive o affettive del
significato, Hjelmslev ha formulato una nozione formale del termine connotazione che ha un valore
normativo sociale poiché comprende fra l’altro:

• forme stilistiche e valori espressivi

• valori di stile

• mezzi

• registri e idiomi: vernacoli, lingue nazionali, lingue regionali, fisionomie…

Il significato connotativo è dunque frutto di apprezzamenti collettivi (affettivi, sociali o pragmatici) che la
linguistica e la semantica ha definito su basi sovraindividuale e sociale: le parole o gli enunciati della lingua,
nella misura in cui veicolano anche come piano ulteriore e nuovo livello di significazione connotazioni che
sono espressioni di apprezzamenti collettivi rispetto anche ai contenuti denotativi dei singoli elementi
lessicali che contribuiscono a designare il significato più completo delle parole.

La connotazione così definita da Hjemslev fa riferimento ad una ‘semiotica di II livello’.

Metafora, metonimia, presupposizione

Ogni lingua prevede potenziali processi di ‘estensione’ del significato di elementi lessicali che fanno appello
a procedimenti retorico-culturali come la metafora (ad es. leone per ‘individuo coraggioso’) e la metonimia
(ad es. mano per ‘giro di carte’ o ‘strato di vernice’), figure definite all’interno di una tradizione del tutto
basata su concetti tipici dell’occidente greco latino e mediterraneo.

La semantica interpretativa, che fonda il suo approccio su una concezione semiologica della lingua come
insieme vago e flessibile, registra come parte del significato contestuale dei termini lessicali anche i c.d.
fenomeni di presupposizione, sia di tipo lessicale (ad es. pulire presuppone che la stanza fosse
precedentemente sporca, come dimostra il test di negazione che non elimina la presupposizione).

Vi sono casi che sembrano resistere al test di negazione: ad es. il verbo farcela in /Giovanni ce l’ha fatta a
prendere il treno/ presuppone che l’abbia preso, mentre /Giovanni non ce l’ha fatta a prendere il treno/
che NON l’abbia preso. Ma in questo caso la presupposizione è relativa solo all’intenzione di compiere
qualcosa di difficile (e questa intenzione viene mantenuta, ad esempio, nel caso della frase /ce l’hai fatta a
romperlo!/ rivolta dalla madre al figlio che ha appena rotto il vetro di una finestra: ponendo la
presupposizione dell’intenzionalità, quest’espressione ottiene l’effetto pragmatico di colpevolizzare la
persona cui è rivolta). Secondo Eco, così, alla base della felicità pragmatica di un atto linguistico bisogna
porre condizioni di liceità fondate su basi semantiche di natura enciclopedica e inferenziale.
Teorie sulla natura del significato: semantica referenziale
In ambito linguistico, filosofico, logico e psicologico sono state elaborate nel corso dell’ultimo secolo
diverse teorie sulla natura del significato linguistico, nozione come si è visto estremamente complessa e
articolata. Per ciò che attiene al significato delle parole o semantica lessicale (ma tutte le ipotesi trovano
anche un’applicazione al livello superiore ovvero la semantica di frase) si può individuare anzitutto una
teoria referenziale di impianto logico-filosofico, formulata da alcuni logici e filosofi quali Carnap, Frege e
Wittgenstein (il quale, assieme ad altri filosofi della c.d. teoria degli atti linguistici, l’avrebbe poi
abbandonata a profitto di una teoria pragmatica non formale).
Questa concezione si basa sul principio del riferimento (nelle modalità della denotazione e della
designazione), e ha un orientamento logico, verocondizionale ed “esternalista” del tutto inadatto per
analizzare in modo soddisfacente la semantica di una lingua naturale (ovvero non formalizzata alla luce di
postulati di significato).

Teoria in base alla quale il meccanismo di funzionamento del significato linguistico è quello di rispecchiare e
raffigurare uno stato di cose. La lingua deve rappresentare il mondo attraverso frasi ed enunciati, siano veri
o falsi. Questo meccanismo di proiezione del contenuto proposizionale sul reale era il solo modo di stabilire
attraverso quali meccanismi il nostro linguaggio verbale significa’ la realtà.

Il nostro uso quotidiano di linguaggio tale dimensione referenziale può essere irrilevante o scarsamente
coerente con quelle che sono le nostre intuizioni esemplificative.

Teorie sulla natura del significato: la semantica concettuale (o cognitiva)

Il significato non è reperibile nel mondo esterno, ma è in una rapp. Mentale e concettuale che costruisce
un’immagine della realtà a cui un enunciato può fare riferimento

Secondo la teoria mentalista o concettuale il riferimento è mediato da immagini mentali o concetti, che
non rispecchiano semplicemente la realtà ma in certo senso la “costruiscono”. Si spiega così la possibilità di
parlare di entità inesistenti, astratte, ipotetiche ecc., o quella di poter fornire/articolare più espressioni
linguistiche di un medesimo evento. Ma non le parole non sono soltanto associate a un concetto; per i
cognitivisti, infatti:

a) i significati hanno dimensione psicologica;

b) I significati sono il prodotto di esperienze fisico-percettive;

c) è possibile identificare significato e concetto.

I concetti, comunque, vanno in qualche maniera distinti dai significati propriamente linguistici: si ritiene che
i concetti possano essere semplicemente cognitivi e dunque instabili, labili e disomogenei oppure lessicali,
“ancorati” a un significante pubblico, condiviso socialmente e dunque più stabili (ma culturalmente relativi).

I concetti, dunque, a differenza dei significati linguistici, sono molto più instabili e disomogenei perché
fanno riferimento all’esperienza individuale con la realtà. I significati ling. Sono ancorati ad un segno
linguistico, pubblico e condiviso.

Teorie sulla natura del significato: la semantica strutturale

Quella che più trae spunto dall’idea dell’esistenza dell’insieme di rapporti di significazione che definiscono
le parole nel lessico: ogni parola è definita in base al fatto di opporsi ad altre. Si indaga non tanto
sull’esperienza della realtà, bensì il modo in cui il significato si distribuisce all’interno delle unità lessicali
presenti nel paradigma di una lingua stessa perché tali relazioni costituiscono i presupposti per analizzare il
rapporto tra parole ed entità del contenuto come rapporto differenziale basato sulla possibilità di
scomporre i significati di ogni parola in articolazione di unità all’interno dei più ampi campi lessicali.
La teoria strutturale del significato si basa sulla natura relazione del valore linguistico, dunque sulla
struttura e articolazione interna di ciascun determinato campo semantico o lessicale e sulla possibilità di
analizzare il significato di ogni parola in tratti semantici di numero finito, gerarchicamente ordinati entro
ciascuna unità lessicale. Essa ha teso a costruire la semantica come una disciplina tendenzialmente
autonoma dalla psicologia e dalla teoria del riferimento, anche se ha palesato difficoltà notevoli nello
spiegare il modo in cui la struttura linguistica diviene interfaccia con il mondo naturale e ne viene
influenzata. L’analisi si è concentrata sulle strutture paradigmatiche, o meglio sull’organizzazione del lessico
entro il sistema della lingua, individuando principi di relazione specifici che caratterizzano l’articolazione dei
rapporti fra parole

La concezione fondamentale alla base di tale sistema è l’esistenza di un’opposizione di parole costruito a
partire da una serie di proprietà definitorie e che definiscono il concetto di quel significato alla base di
attributi che possono essere necessari a stabilire i ‘confini’ di una determinata categoria.
Questo modo di ragionare vede i due lessemi ‘uomo’ e ‘donna’ circoscrivere un’area di significato
denotabile a classi di unità o a singoli referenti nel mondo che viene definita a partire da una serie di caratt.
Che vedono i due termini contrapporsi. Tale modo di caratterizzare l’opposizione tra significati rispecchia la
definizione delle ‘sostanze aristoteliche’ come fasci di proprietà essenziali a cui si possono aggiungere altre
proprietà che definiscono poi ‘sottoinsiemi’ di quella categoria concettuale.
Ex. Uomini biondi. Biondi contribuisce a restringere la denotazione del lessema indicando che quella
denominazione fa riferimento ad una classe di soggetti ridotta.

Tale concezione si scontra con molti problemi e ha una scarsa plausibilità psicologicamente.

Teorie sulla natura del significato: la semantica dei prototipi


Uno sviluppo promettente (ma controverso) della teoria mentalista o concettuale è la teoria basata sulla
nozione di prototipo. I concetti o categorie prototipiche, infatti, sono molto più flessibili di quelli
riconducibili alle categorie concettuali tradizionali e danno ragione della polisemia delle parole:

1) una categoria non è definita da un insieme chiuso di proprietà necessarie e sufficienti ma da un


insieme di tratti variabili e di valore continuo, che non si identificano con la logica binaria
“presenza/assenza” dei modelli classici;

2) le categorie hanno confini vaghi (in inglese si parla di fuzzyconcepts e fuzzylogic, ossia ‘logica dei concetti
sfumati’); i membri si collocano entro un continuum, con casi in cui l’appartenenza alla categoria è chiara
(un passero è un uccello; un’ape non lo è) ma con zone “di frontiera” in cui l’appartenenza categoriale è
confusa (i pinguini sono uccelli, ma ‘un po’ meno uccelli’ di altri membri più prototipici della categoria);

3) le categorie hanno una struttura interna, poiché contengono appunto membri più tipici e ‘focali’ di altri
Cfr. ad es. il significato di parole come sedia o camminare, difficilmente riducibili a una ‘stringa’ di tratti
semantici necessari e sufficienti.

La duplice caratteristica della semantica strutturale di pensare alle parole come ‘segmenti di significato’
implica una visione molto specifica del significato da un punto di vista non linguistico ma psicologico, pur
rifiutando l’approccio psicologico, in quanto parte dall’idea secondo cui la descrizione della semantica deve
essere quello del meccanismo di funzione del sistema della lingua, che può comunque essere csotruito solo
a partire da intuizioni, norme messe in evidenza dal comportamento dei singoli parlanti.

Teorie sulla natura del significato: la semantica distribuzionale


Non si fa riferimento a elementi concettuali mentali, ma evidenziando i rapporti combinatori delle parole. È
insufficiente a definire i significati lessicale di base delle unità parola e delle loro combinazioni, ma
rappresenta una significativa opportunità, dando la possibiltà di immaginare, disponendo di grandi basi di
dati e di forme parlate, di calcolare i contesti distribuzionali di specifiche parole che consentono di
immaginare uno spazio collocazionale e di possibili combinazioni in base alla frequenza in cui la parola in
questione si combina all’interno dell’enunciato e delle istanze prodotte.
Da questo punto di vista, la somiglianza o differ. Di significato può essere misurata dal loro posizionamento
nello spazio astratto delle combinazioni con altre parole rappresentato dalla loro frequenza.

La teoria semantica distribuzionale, fondata sulle intuizioni del distribuzionalismo degli anni ’50, recupera
l’idea che l’insieme di contesti di occorrenza di una parola ne caratterizzi il significato (in modo simile alla
procedura strutturale-relazionale, ma con un’esclusività quasi totale attribuita ai rapporti sintagmatici).
Oggi, con i corpora di parlato, è possibile calcolare i contesti distribuzionali automaticamente e costruire un
word-space model: in base a una metafora spaziale, il significato di una parola è un luogo in uno spazio
concettuale, e la somiglianza tra parole si “misura” in base alla vicinanza nello spazio rappresentato. I
contesti (= co-testi, per lo più) sono codificati come vettori a n dimensioni, e da un punto di vista relazionale
i vettori di parole con distribuzioni simili tenderanno a coincidere (chiarendo così su basi formali il concetto
intuitivo di “somiglianza semantica”).

Il principio di composizionalità e le teorie dinamiche della significazione

Le teorie lessicali devono trovare una loro estensione necessaria nell’ambito della semantica delle frasi,
dotate di potenziali enunciazioni nei contesti dati.

Il principio di composizionalità, elaborato in ambito logico-linguistico da Frege, è stato a lungo invocato per
spiegare come a partire dalle parole si formi il significato delle frasi a seguito di una sorta di “calcolo” (in
realtà alquanto difficile, posto che la contestualità, la vaghezza e la polisemia intrinseci alle unità del lessico
rendono non interamente calcolabile il significato stesso).

Le teorie che tentano di porre rimedio all’inadeguatezza del principio si fondano su due modi diversi di
costruire sintagmaticamente il significato:

1) le teorie basate sulle enumerazioni dei sensi (e delle restrizioni alla combinazione, adottate dalle
semantiche strutturali e dalle teorie semantiche nate nell’ambito del generativismo);

2) le teorie che si fondano su una concezione dinamica del significato (formulate in ambito linguistico e
semiotico) secondo cui le parole sono entità plastiche, permeabili e “interattive” il cui senso si costruisce o
“genera” in base alla combinazione sintagmatica con altre parole (co-variabilità semantica).

Strutture paradigmatiche del lessico

Nell’ambito delle relazioni di significazione che si costituiscono all’interno del sistema paradigmatico del
contenuto, un posto importante è occupato dall’ambiguità semantica e dai rapporti di omonimia e
polisemia. Sono due relazioni che mostrano come la struttura lessicale per quanto concerne le parole come
unità pienamente lessicali e unità grammaticali è caratterizzata da una continua tendenza all’ambiguità
semantica.
Nel primo caso, siamo in presenza di due parole o lessemi che hanno lo stesso significante ma significati
differenti e irrelati tra loro (ad es. vite).
Nel secondo caso, si tratta di lessemi i cui significati hanno tra loro una relazione identificabile dai parlanti
(ad es. i due significati della parola esecuzione [musicale o fucilazione]).

Come hanno dimostrato la semiotica e la semantica interpretativa, peraltro, ogni lessema è


intrinsecamente polisemico dato che l’inserzione in contesti (e co-testi) nuovi o inediti farà emergere nuovi
percorsi di senso inattesi, e dunque nuove significazioni (traslate, derivate, inferite).

Hjelmslev e l’analisi componenziale


La semantica strutturale tentò di elaborare una prospettiva che consenta di promuovere un analisi del
contenuto basata su una considerazione oggettiva, pubblica, legata alla possibile analizzabilità condivisa e
basata su processi formalizzabili sul modello di quello che era stato capace di fare sul piano dell’espressione
(prima, seconda art.) sulla base di procedimenti empirici legati a quella che viene definita prova di
commutazione.

Hjelmslev, rifiutando le analisi basate su concetti psicologistici, a partire dagli anni 40 formulò un’ipotesi
che vede una strutturazione dei contenuti lessicali delle parole che consenta al linguista, attraverso
meccanismi noti, di scomporre la significazione riconducibile al singolo lessema in una serie di tratti che
esaurirebbe il contenuto semantico denotativo, costituendo quel contenuto in modo combinata con quella
di altri lessemi facenti parti della stessa area o campo semantico , nell’ambito del quale i lessemi che lo
costituiscono si può considerare esaurita la significazione dei vari lessemi.

Possiamo scomporre il contenuto, la forma concettuale di sensi veicolati da un determinato significante in


una serie di tratti che risultano pertinenti nello scomporre e analizzare i significati, riducendo la complessità
delle parole del lessico ad una combinatoria di una serie di elementi più semplici, dalla combinazione dei
quali si possono generare per opposizione i significati delle varie unità lessicali.

Dizionario vs enciclopedia

L’analisi semantica fondata su definizioni “chiuse” o a “pacchetto” delle parole, come quelle fornite dai
dizionari, non è mai esaustiva della complessità del funzionamento delle semiotiche linguistiche che fanno
appello a una dimensione enciclopedica e aperta dell’interpretazione lessicale (in contrasto con il postulato
forte alla base della semantica componenziale: la chiusura dell’inventario dei tratti minimi semantici, sul
modello dell’inventario dei fonemi di una lingua cfr. infra). Come afferma Eco, “in una semantica a
interpretanti non ci sono entità metalinguistiche e universali semantici”.

Principi dell’analisi componenziale

Nello studio del significato si è cercato di analizzare le unità linguistiche ipotizzando che anche al livello del
contenuto fosse possibile individuare degli elementi minimi o tratti (sul modello dei fonemi per il piano
dell’espressione) denominati a volte sèmi e che danno conto di anomalie semantiche come quella di frasi
quali Il panino mangiò il ragazzo.

A livello del contenuto su modello dei tratti distintivi è possibile individuare i semi, tratti semantici chiamati
‘componenti di senso’. La presenza di tali tratti semantici che garantiscono l’interpretazione delle unità
lessicali dà conto anche di quelle frasi semanticamente anomale, ossia quelle che non rispettano alcuni
vincoli di combinazione relativ. alla compatibilità tra tratti. Ex. Il panino mangia il ragazzo (panino contiene
+inanimato).

Si tratta cioè di elementi che consentono di “scomporre” il significato di un lessema determinandone anche
la possibile cooccorrenza con altri elementi in una frase: nel caso specifico, mangiare richiede un tratto [+
animato] nel ruolo semantico di Agente, e la parola panino (almeno nella sua accezione standard in
italiano) non pare possederla. Questa procedura è nota come analisi componenziale del contenuto.

Di nuovo i ruoli semantici. Sèmi e classemi

I ruoli semantici o tematici sono, come si è visto, le funzioni logiche svolte dai sintagmi in una frase nella
quale il verbo organizza la predicazione in base a specifiche regole, che fanno assomigliare l’enunciato a
una “scena” drammaturgica (Tesnière, Fillmore). Avremo così che i ruoli semantici di Agente, Tema o
“Paziente”, Strumento, Esperiente, Locativo, Fonte, Meta integrano il significato lessicale dei costituenti in
base alle relazioni logico-sintattiche attivate a livello sintagmatico nell’enunciato.

Nella semantica strutturale di Greimas, infine, la distinzione tra nucleo semico e sèmi contestuali, che
Greimas presenta come dimensioni distinte presenti simultaneamente nel discorso (livello semiologico e
livello semantico), costituisce l’universo immanente della significazione come orientamento al contesto e
‘apre’ la struttura delle relazioni semantiche che il modello ‘classico’ considerava chiusa.

Il cane abbaia / Il commissario abbaia / Il commissario Rex abbaia


coerenzaclassematica: neutralizzazione classematica: neutralizzazione classematica:

[+ animale] abbaia [+/- animale] commissario [+/- umano]

In questo modo l’organizzazione delle significazioni delle unità lessicali diventa qualcosa di molto più
dinamico e articolato sulla base di una coerenza ottenuta discorsivamente. Su questo modello di analisi si
baseranno tutte le proposte di semantica lessicale e di frase elaborate negli anni successivi.

Abbiamo dunque la necessità di considerare la natura di significato come combinazione di tratti semantici.

Organizzazione discorsiva e coerenza globale del discorso

I cosiddetti significati lessicali in certi segni non sono che significati contestuali artificialmente isolati… In
isolamento nessun segno ha significato; qualunque significato di segno sorge in un contesto…

Hjelmslev, 1963 : il significato delle parole che noi pensiamo essere stabilite in anticipo è un significato
artificiosamente costruito, in quanto in isolamento nessun segno ha significato.
Allora, la coerenza del discorso globale

Guglielmo è la donna nella loro coppia

‘donna’ > /debolezza/ (saliente) - /femminilità/ (neutralizzato) /umano/ (attualizzato ma in background)

Guglielmo è la donna nella loro coppia: sul suo comodino ci sono più creme per il viso che su quello di
Luisa

‘donna’ > /civetteria/ (sèma inerente) /femminilità/ (attualizzato)


Guglielmo è la donna nella loro coppia: Luisa prende tutte le decisioni

Luisa assume in questo enunciato i tratti inerenti del lessema ‘uomo’.

L’organizzazione semantica delle unità di manifestazione, dunque:

a. dipende dal contesto;


b. non prevede un inventario chiuso di figure;
c. prevede la possibilità di narcotizzare e/o riattualizzare sèmi;
d. decide della gerarchia tra sèmi.

Questo significa che il meccanismo alla base della scomposizione delle unità del lessico in tratti distintivi è
un meccanismo funzionante nel momento in cui nega i suoi stessi presupposti.

I tratti non sono in numero stabilito, non sono organizzati secondo una struttura gerarchica e dunque non
c’è un nessun modo per dare una definizione alle unità semantiche da vocabolario che consenta di
considerarlo un campo chiuso. Ma da dove deriva l’idea di un campo chiuso?

La nozione di campo semantico

Alcuni studiosi negli anni ’20 ripercorsero le prime nozioni di un campo chiuso proveniente dalla teoria
della parole Saussuriana.

Ciò che la nozione di campo semantico chiama in causa è l’idea che per capire il significato di una parola
bisogna metterle in relazione con parole dello stesso sistema.

Le parole non si trovano mai isolate in una lingua, ma sono inserite in gruppi semantici; con ciò non si
intende un gruppo etimologico e ancora meno parole ordinate attorno a “radici” chimeriche, ma parole il
cui contenuto cosale (significato denotativo) è intrecciato con altri contenuti. Questo intreccio però non è
inteso come allineamento in un filo associativo (l’associazione di Saussure: enseigner è legato
semanticamente ad apprentissage. Non c’è un allineamento sulla luce di singole parole), ma in modo che
l’intero gruppo delimiti un campo semantico che è articolato internamente; come un mosaico, si unisce
parola a parola, ciascuna delimitata diversamente, ma in modo che i contorni coincidano, e in modo che
tutte insieme formino un’unità semantica di ordine superiore e non si perdano in una mera astrazione.
Ipsen, 1924.

L’unità semantica superiore significa che le parole possono essere circoscritte all’interno di un settore.
I campi semantici sono di natura e di complessità diversa, ma i più chiamati in causa sono quelli dei colori,
termini parentali, proprio perché legati a riferimenti denotativi molto facilmente stabiliti e che fanno
pensare alla possibilità di ricostruire le interazioni significative delle parole in modo diverso da lingua a
lingua.

Il significato della parola singola dipende dal significato delle parole concettualmente sue vicine (si sta
pensando al riferimento paradigmatico tra parole). […] Il valore di una parola viene riconosciuto soltanto
quando la si delimita nei confronti del valore delle parole vicine e in opposizione. Trier, 1931.

La nozione di campo semantico chiama in causa diverse concezioni riguardante il lessico di una lingua, non
ammasso disordinato di parole, ma sistema ordinato di relazioni semantiche tra parole che si
interdefiniscono. Tali parole funzionano in determianti settori del lessico, ma presuppone che le lingue
presentano un tasso di regolarità semantica che però non esiste.

Obiezioni alla nozione di campo semantico

Le caratteristiche del concetto di campo semantico sono tutte soggette a critica:


- il principio di totalità (vs non-sistematicità “totale” del lessico)
- il principio di ordine (vs realizzazione regolare delle varie dimensioni non necessaria né sistematica)
- il principio di determinatezza reciproca (vs esistenza di una base semantica comune) arcilessema o
significato globale del campo
- il principio di completezza (vs esistenza di ‘lacune’, modificazione solo parziale del campo con una
nuova unità)
- il principio di perfetta differenziazione (vs l’appartenenza di determinate parole a più di un campo
lessicale) problema dell’opposizione fra omonimia (ossia organizzate come due parole diverse) e
polisemia (un’unica unità lessicale che può assumere due significati diversi a seconda del contesto:
[francese mouton (montone di una parola polisemica che vuol dire animale) vs police (polizia o
polizza]) –
- il principio dell’assenza di lacune (vs l’immagine-metafora del mosaico) [spagnolo blanco, blancura,
blanquear, blancamente, fr. blanche, blancheur, blanchoyer, _____). Alcune delle tessere del mosaico
che connette varie lingue possono mancare.

Organizzazione strutturale del lessico

Il lessico si organizza dunque sulla base di campi, assi e sottosistemi semantici parziali che esprimono
relazioni di senso. Tra questi è possibile citare coppie opposizionali con strutture logiche diverse, quali:

• antonimia secca (ad es. bene vs male, in cui un termine esclude l’altro);
• complementarità (marito vs moglie, si ha una mutua implicazione nella relazione);
• conversità (vendere vs comprare, ad es.: se x vende y a k, allora k compra y da x);
• opposizioni relative o scale proporzionali non binarie (ad es. sopra vs sotto, grande vs piccolo
ecc.); sono graduali e non del tutto binari, proporzionali a delle dimensioni di continuità.
• continua graduati (ad es. Lunedì vs martedì vs mercoledì ecc.);
• continua graduati gerarchicamente (ad es. centimetro vs metro vs chilometro);
• opposizioni antipodiche e ortogonali (ad es. sud vs nord; nord vs ovest);
• opposizioni di conversità vettoriali (ad es. arrivare vs partire).

Infine l’organizzazione paradigmatica del lessico presenta anche relazioni gerarchiche di inclusione, note
come relazioni di iponimia e iperonimia: così ad es. mammifero ‘include’ il significato di animale (è iponimo
di quest’ultimo) ma è incluso in quello di cane (dunque è un iperonimo di questo lessema).

Aspetti critici dell’analisi componenziale

- binarismo dei tratti (e relazione privative? Questione della marcatezza): il caso di MASCHIO vs
FEMMINA.
- natura (estensionale, intensionale?) dei tratti come provvisti di entità mentali correlate.
- atomicità (e caso di tratti quale PER SEDERCI SOPRA).
- scomponibilità del lessico di tutte le lingue in combinazioni variabili di componenti di senso universali
e/o combinate in base a principi formali universali.
- univocità dell’analisi di porzioni del vocabolario, e validità psicologica dei componenti di senso o tratti
(che non dovrebbero coincidere con il significato di alcuni lessemi di una qualche lingua storico-
naturale).

Es. dell’analisi dei lessemi ‘uomo’, ‘donna’, ‘ragazzo’, ‘ragazza’, ‘bambino’, ‘bambina’, ‘adulto’ attraverso i
componenti di senso o tratti UMANO, ADULTO, FEMMINA.

L’altra grande teoria semantica che compende alla semantica strutturale: la semantica dei prototipi

È profondamente legata ad una concezione di categorie non rigide, provviste di confini sfumati, a cui fanno
riferimento i significati della parola. Ma mentre questo modo di considerare le parole consiste in una cosa
più soddisfacente a quelle che sono le attività che i parlanti compiono quando assegnano un significato ad
un’unità lessicale, anche la semantica dei prototipi incontra difficoltà nell’applicazione di criteri che
definiscono l’attribuzione di un significato lessicale in quanto riconducibile ad un nucleo prototipico.

Sono sorti molteplici problemi circa la nozione stessa di prototipo, che

a) sembrerebbe simile a un’entità concreta o membro esemplare (come è chiaro dalle ricerche di Labov;
esempio delle tazze) e non a un modello (come lo intende Eleanor Rosch);

La rapp. Di forme degli oggetti che si allontanano dal ‘prototipo’ (la tazza) producono oggetti di forme
diverse che possono essere o meno inseriti nella categoria su base prototipica del significato ‘cap’ (tazza).
Osserviamo il diametro dell’oggetto aumentare sempre di più, che arriva al numero 4, che difficilmente
potrebbe essere considerato ‘cap’, ma una ‘bowl’. È difficile stabilire quando il ‘confine categoriale’ viene
superato. Da qui il confine categoriale che definisce l’applicabilità del prototipo per un oggetto è
estremamente variabile.
Inoltre, parlanti diversi costruiranno modelli esemplari diverse sulla base della differenza di esperienza
linguistica del parlante stesso

b) si manifesta anche nel caso di categorie dai confini netti e non graduali (ad es. la classe dei numeri
dispari). Tratti considerati sufficienti e necessari per l’appartenenza categoriale.

Le teorie più recenti sostengono dunque la compresenza di più modelli di categorizzazione, alcuni
prototipici e altri più “tradizionali” (ovvero fondati su condizioni di appartenenza denotazionale, assolute
(sì e no) necessarie e sufficienti + confini netti + membri dello stesso status + assenza di struttura
interna). Questi due modelli di descrizione di ricostruzione dell’interpretazione semantica coesistono
all’interno del lessico.

Dalla distribuzione all’interpretazione: teorie dinamiche e calcolo del significato

Il concetto di fondo alla base della teoria dinamica a base sintagmatica della costruzione del significato
lessicale si fonda sulle possibilità combinatorie all’interno della stuttura sintagmatica di frase presenti in
una lingua il significato che un’unità lessicale assume in funzione dall’interazione di altre unità lessicali
all’interno della frase. Il significato è in continuo stato dinamico e si definisce dall’interazione delle
diverse unità lessicali.

Secondo Pustejovsky è necessario affiancare al principio composizionale i seguenti tre principi che agiscono
quando i meccanismi di interazione semantica fra unità lessicali entrano in funzione:

1. Co-composizone: il significato di un verbo è definito da quello dei suoi argomenti (ad es. tagliare nel
caso di pane, erba, un dito, i capelli).

Il verbo, insomma, ha una “parte non variabile” (o di base) del significato ma è molto generica, e nel co-
testo si integrano i componenti semantici degli argomenti. Questa prospettiva consente di dar conto anche
delle possibili ‘estensioni’ figurate di alcune strutture argomentali basiche, ad es. in tagliare la corda
(‘fuggire’) o tagliare il cordone ombelicale (‘sottrarsi a un legame di dipendenza’).

2. Forzatura (o conversione) di tipo: il meccanismo in cui una predicazione, se combinato con un


particolare nome viene forzato o trasformato nella sua potenzialità di significazione sino a significare
ciò che viene richiesto dalla semantica verbale in relazione all’argomento variando il tipo semantico
dell’elemento lessicale nominale.
Ad es. un verbo in combinazione con un nome lo “spinge” a significare quel che è richiesto dalla
semantica verbale, variandone il tipo semantico se necessario.
Nel caso di verbi aspettuali come smettere o iniziare, l’eventuale Compl. Ogg. deve denotare un evento.
Eppure, se tale complemento denota un oggetto fisico questo viene “forzato” ad assumere
un’interpretazione eventiva: ho comperato un nuovo libro vs ho iniziato un nuovo libro / ho finito un
nuovo libro (in cui la parola non denota il libro “fisico” ma un evento, ovvero l’attività della lettura o
della scrittura). La semantica di libro “incapsula” il goal (= quale telico, la lettura/leggere) e l’evento (il
quale agentivo, la scrittura/scrivere).
3. Legamento selettivo: un aggettivo come buono, polisemico, è determinato selettivamente dal nome
con cui si combina o si “lega”: buon coltello / buon medico / buon libro, ad es.; treno veloce / lavoro
veloce; film lungo (valore predicativo) / vestito lungo (qualificativo).