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La pragmatica

(recuperare premesse nella sbobina: 9/04)

La pragmatica studia la dimensione del significato legata all’uso della lingua in contesti e situazioni
comunicative specifiche.
Si occupa perciò non solo del significato “detto” ma anche di quello “implicato”, “presupposto”,
“inferito” in base alle intenzioni del parlante (il c.d. “significato del parlante”).
Il ruolo del contesto (nelle dimensioni di co-testo o contesto linguistico, di contesto fisico e
contesto sociale) diventa pertanto essenziale ai fini dell’interpretazione e costruzione della
significazione, come dimostrano fenomeni quali:
• la deissi,
• l’anafora,
• il riferimento,
• la presupposizione.

La deissi e l’anafora
La deissi è il meccanismo mediante cui la lingua, attraverso l’apparato dell’enunciazione situato
spazio-temporalmente, si “ancora” (e àncora il locutore) alla realtà mediante dei ganci che
rinviano ad essa (le espressioni deittiche).
Distinguiamo una deissi personale, spaziale, temporale e sociale. La deissi richiede la dimensione
pragmatica dell’uso necessaria a disambiguare o interpretare specifici enunciati.
Tu io…
L’anafora istituisce rapporti di referenza o co-referenza in un discorso o testo (riferimento
successivo a un’unità già introdotta), e la si può denominare anche deissi testuale.

Il riferimento e la presupposizione
Il riferimento è il processo, meccanismo o atto tramite il quale un parlante usa la lingua per
consentire di identificare o individuare un oggetto, entità o situazione (uno ‘stato di cose’) nella
realtà extralinguistica (è il caso di espressioni ‘singolari’ note alla filosofia del linguaggio come
nomi propri e descrizioni definite, ma anche di altre espressioni che denotano classi e possono
sempre riferirsi contestualmente a individui).
La presupposizione, come si è visto, è quel fenomeno a cavallo fra semantica e pragmatica che
rinvia l’interpretazione a uno “sfondo condiviso” di conoscenze più o meno codificate noto a
parlante e ascoltatore.

LEZIONE 14 MAGGIO VIDEO 1


Dopo aver visto cosa si intende per “pragmatica”, andiamo ora ad analizzare i fenomeni che
originariamente hanno interessato i linguisti che si sono occupati di affrontare e approfondire gli
aspetti legati all’uso dell’espressione linguistica,in particolare i contesti. Abbiamo visto che deissi e
anafora sono risultati il primo aspetto portato alla luce dai linguisti in cui quello che veniva
comunemente considerato il cestino per la carta straccia della semantica,cioè la dimensione che
andava esclusa dallo studio strutturale del significato come un qualcosa di codificato/inscritto nei
rapporti sintagmatici e paradigmatici in maniera indipendente dai singoli usi delle parole
all’interno degli enunciati di una lingua; e invece doveva essere affrontato nuovamente come
aspetto essenziale nel comprendere il significato di particolari enunciati.
La Deissi era inevitabilmente da considerarsi come il principio in base al quale una lingua,
attraverso l’apparato dell’enunciazione situato spazio-temporalmente, si “ancora” (è “ancora” il
locutore) alla realtà mediante dei ganci che rinviano ad essa(le espressioni deittiche).Tutta la
costruzione delle categorie che hanno a che vedere con la dimensione delle relazioni di persona, di
spazio, di tempo sono basate sulla fissazione di un centro deittico che è quello del parlante che
enuncia qualcosa in un dato momento e a partire dal quale è possibile situare i contenuti e i
referenti che sono menzionati all’interno del discorso.La Deissi quindi ancora gli enunciati di una
lingua,che sono il prodotto dell’attività individuale dei singoli parlanti, ad un tempo che è definito
in funzione della differenzazione dal centro deittico costituito dall’ora dell’enunciazione, in
funzione di una persona che è definita anch’essa in funzione di una differenzazione
dall’enunciatore che è l’ “io”deittico (l’ “io” è il pronome deittico che fa riferimento in contesto a
chi parla, “tu” è il pronome deittico che fa riferimento in contesto a chi ascolta, “egli/essi” è invece
il pronome che evade al vincolo deittico della proiezione all’interno della realtà extra-linguistica
perché descrive delle persone o degli eventi nello stesso modo in cui lo farebbe un nome o un
attributo che quindi proiettano un contenuto nella realtà extra-linguistica senza far riferimento
alla dimensione del meccanismo enunciativo).
Distinguiamo una deissi personale, spaziale, temporale e sociale. La Deissi personale è legata
soprattutto all’opposizione persona e non-persona,e in qualche modo perde la dimensione della
proiezione all’interno di un apparato di simulacriche sono presenti nell’enunciato,in cui questi
pronomi rimandano alla figura di chi parla e di chi ascolta.
La Deissi sociale è quella in base alla quale l’uso di particolari pronomi o di particolari espressioni a
valore deittico introducono delle distinzioni che sono distinzioni di persona e di status (es.
distinzione tra “lei” e “tu”“lei” non viene usato come pronome di terza persona,ma come
variante del “tu” marcata socialmente in senso formale;la stessa cosa vale per la distinzione tra
“voi” e “tu”).
Tutti i casi di Deissi per essere disambiguati richiedono un contesto disambiguante per
interpretare la natura indicale degli elementi deittici riferendoli ad un particolare contesto
enunciativo. La Deissi richiede la dimensione pragmatica dell’uso necessaria a disambiguare o
interpretare specifici enunciati.
Nel caso dell’Anafora questi indicali fanno riferimento non al contesto extra-linguistico ma al co-
testo linguistico,cioè a parti del discorso o del testo che si sono già dette o che si diranno in
seguito, per cui l’anafora istituisce un rapporto di riferimento in un discorso con qualcosa che si è
già detto prima, sono delle formulazioni di tipo anaforico.La Catafora introduce invece delle
relazioni di referenza o co-referenza in un discorso con ciò che si dirà dopo.Queste forme sono
forme deittiche che avvengono all’interno della struttura discorsiva e testuale e si chiamano forme
di deissi testuale. Sono un espediente di grande importanza come strategie di coerenza discorsiva,
perché rimandano parti del discorso ad altri elementi che intervengono in precedenza.Coerenza e
coesione sono garantiti molto spesso attraverso meccanismi di deissi testuale interna, cioè le
relazioni anaforiche a ciò che costituisce una parte precedente o successiva del testo
stesso.L’anafora istituisce rapporti di referenza o co-referenza in un discorso o testo(riferimento
successivo a un’unità già introdotta) e la si può denominare anche deissi testuale.
Il Riferimento è il processo,meccanismo o atto tramite il quale un parlante usa la lingua per
consentire di identificare o individuare un oggetto,entità o situazione( uno “stato di cose” ) nella
realtà extralinguistica (è il caso di espressioni “singolari” note alla filosofia del linguaggio come
nomi propri e descrizioni definite, ma anche di altre espressioni che denotano classi e possono
sempre riferirsi contestualmente ad individui).La Presupposizione è quel fenomeno a cavallo tra
semantica e pragmatica che rinvia l’interpretazione a uno “sfondo condiviso” di conoscenze più o
meno codificate noto a parlante e ascoltatore.
I meccanismi del riferimento e della presupposizione funzionano anch’essi nel processo che lega
gli enunciati concreti alle loro condizioni enunciative.
La teoria più importante nata nell’ambito della filosofia del linguaggio ed importata poi all’interno
della linguistica anche teorica e della pragmatica,che porta in primo piano il processo in virtù del
quale chi parla usa la lingua e quindi questa è sostanzialmente uno strumento che serve a fare
qualcosa (comunicare e ottenere dei comportamenti da parte di coloro che interagiscono con noi)
è quella di Austin. Quindi la lingua è un modo di agire, è non lo è solamente in maniera metaforica
o in un modo legato a credenze magiche e religiose , è per il filosofo J.L Austin (anni ’50) un
qualcosa di intrinseco al comportamento linguistico degli esseri umani che interagiscono tra loro.
Secondo Austin dire qualcosa è fare qualcosa,è compiere una serie di atti che sono degli atti in
qualche modo sintetizzati e ricompresi tutti insieme all’interno del processo effettivo in cui
qualcuno realizza un atto enunciativo (idea che formulò all’interno di quella che lui chiamava la
teoria degli atti linguistici).
Questi tre atti sono chiamati da Austin:
1. Atto locutorio cioè l’atto del dire (analizzabile a sua volta in: atto fonetico, atto fatico, atto
retico)
2. Atto illocutorio con questo mio dire io ottengo qualcosa. Ogni atto linguistico ha una sua
forza,che è la natura dell’azione che quell’atto è chiamato a compiere in base a quelle che sono le
intenzioni di chi lo pronuncia. Qui rientra tutta quella serie di fenomeni che Austin chiamerà
performativi, che sono i fenomeni legati alla circostanza per cui ci sono dei verbi per esempio che
pronunciati in maniera canonica da un parlante che abbia lo status per farlo, alla prima persona
del presente indicativo e quindi ancorati ad una deissi che li rende immediatamente realizzati
nell’atto enunciativo stesso, realizzano l’atto che esprimono.Atto che esprime un’azione che si
realizza nel momento in cui l’enunciato viene prodotto. A questa forza dell’atto segue anche
l’effetto che la forza dell’atto genera nella situazione, questo effetto costituisce il terzo atto
incapsulato nel fatto di dire qualcosa e si chiama atto perlocutorio.
3. Atto perlocutorio significa che nel momento stesso in cui io dico qualcosa e con questo dire
assegno all’enunciato che pronuncio una determinata forza, io mi aspetto anche un determinato
effetto sui miei interlocutori.
Questo schema che articola, secondo Austin, la struttura dell’agire linguistico significa che ogni
volta che noi parliamo in realtà agiamo nel mondo, nei confronti dei nostri interlocutori e nei
confronti del mondo stesso extralinguistico che noi contribuiamo a cambiare.
Atto fonetico è l’atto con cui nel parlare pronuncio dei suoni che sono legati ad un contenuto
proposizionale, questi suoni sono legati a un sistema fonologico a sua volta realizzante i formanti
di particolari morfemi di un lingua che compongono le parole di quella lingua che si combinano per
formare la struttura sintattica di un enunciato che contiene al suo interno una predicazione che è
quella che Austin chiama “resis” che costituisce l’ atto retico (nel dire qualcosa io predico una
determinata proposizione). L’atto fatico è l’ atto inscritto nella circostanza per cui io quando parlo
e dico qualcosa entro necessariamente in contatto con qualcuno, non c’è un vero e proprio atto
linguistico se l’atto locutorio non è accompagnato dall’atto fatico, che si basa sul fatto che io sia in
condizioni di garantire un canale di comunicazione con un interlocutore, che deve essere in grado
di interagire con me in qualche modo in maniera più o meno diretta o mediata da uno strumento,
questa relazione di collegamento fatico è ciò che produce la possibilità che si esplicitino le altre
dimensioni dell’agire linguistico.
Riprendiamo ad analizzare la serie di indicazioni data da Austin relativamente agli atti implicati
nell’agire linguistico ordinario di chi usa la lingua in un’iterazione comunicativa legata ad un
contesto e vediamo come è possibile facendo un esempio immediato individuare i tre tipi
principali di atti inscritti all’interno dell’esecuzione di un atto di discorso che Austin individua nel
suo modello.Immaginiamo di pronunciare un enunciato di forma imperativa “Vieni qui
immediatamente!” il parlante che pronuncia questo enunciato compie un atto linguistico in cui
si intersecano le tre dimensioni dell’agire linguistico individuate da Austin e in particolare l’atto
locutorio,cioè l’atto di dire “vieni qui immediatamente” che è composto a sua volta da un atto
fonetico,l’effettiva pronuncia dei foni con una determinata intonazione che crea la dimensione
dell’atto fatico cioè dell’atto che inscrive il contatto con l’interlocutore che è dato dalla forma
imperativa che assume questo enunciato in relazione alla modalità con cui io parlante mi rivolgo
all’interlocutore e l’atto retico cioè il contenutoproposizionale dell’atto stesso in cui in un luogo x
in un tempo y il parlante k e l’ascoltatore q indicano queste coordinate, il parlante sta
comunicando all’ascoltatore di recarsi nel luogo x nel tempo y nella situazione di discorso
specifica. L’atto illocutorio in questo caso deriva dalla forma grammaticale esplicita, quindi col dire
“vieni qui immediatamente!” il parlante dà al suo enunciato la forza di un ordine.L’atto
perlocutorio è l’effetto che il parlante,che usa un atto locutorio con quell’intento illocutorio, ha
sull’ascoltatore,è la forza che egliesercita ,cioè il parlante ha indotto l’ascoltatore a recarsi in un
luogo x al tempo y.
Quando si parla di condizione di felicità di un atto linguistico ci riferiamo al fatto che è felice/è
riuscito un atto linguistico in cui l’ascoltatore individua le intenzioni del parlante cha ha
l’intenzione di comunicargli le proprie intenzioni e di far si che lui manifesti di aver compreso le
sue intenzioni, per cui l’atto si considera felice nel momento in cui l’interlocutore da prova di aver
compreso che il parlante gli sta ordinando di fare qualcosa. La felicità dell’atto non chiama con sé
immediatamente anche un’effettiva realizzazione degli effetti, cioè delle condizioni perlocutorie
che sono attese dal parlante,cioè io posso far capire al mio interlocutore di aver capito le sue
intenzioni e quindi mostrare col mio agire che le sue intenzioni di darmi un ordine sono state da
me comprese e quindi io posso essere in grado di mostre con le mie intenzioni che ho compreso le
sue intenzioni e che voglio che lui sappia che io le ho comprese, questi sono atti di intenzionalità
riflessiva cioè io mostro di avere intenzioni sulle intenzioni di qualcun altro, e sono uno dei tipi di
meccanismo che poi avrebbero portato la successiva pragmatica cognitiva, che si ricongiungerà a
partire dagli anni ’80 con una branca piuttosto ampia di ricerche a cavallo tra la filosofia del
linguaggio speculativa e le neuroscienze, a riconoscere in questo tipo di meccanismo di
applicazione ricorsiva dell’intenzionalità un meccanismo che è sotteso alla comunicazione umana e
che non trova un parallelo esatto nellacomunicazione animale;questa si realizza sulla base di
meccanismi di manifestazione delle intenzioni di primo grado ma non di secondo e terzo, cioè l’
animale x segnala all’animale y qualcosa e l’animale y risponde all’animale x indicando di aver
compreso e la comunicazione si considera riuscita, il meccanismo è quello dello stimolo
comunicativo di una risposta che mostra indirettamente di aver ricevuto lo stimolo. Nel caso del
comportamento linguistico umano le cose sono molto più complesse: il parlante vuole trasmettere
all’ascoltatore le proprie intenzioni e vuole che l’ascoltatore mostri con la propria intenzione di
aver compreso le intenzioni del parlante e che questo averlo compreso sia a sua volta
intenzionalmente trasmesso al parlante, quindi praticamente il meccanismo è tale per cui io posso
reagire all’ordine ricevuto con una specie di risposta comportamentale diretta/immediata che
sarebbe quella di “andare immediatamente”, quindi io superficialmente posso agire come un
animale che obbedisce al richiamo del capobranco e va nella sua direzione, ma è solo
superficialmente vera questa analogia perché in realtà quello che io faccio è mostrare
intenzionalmente con il mio comportamento al parlante che ho compreso le sue intenzioni e che
le accolgo o che le respingo, per cui una delle possibili risposte ad un atto linguistico come “vieni
qui immediatamente !” è “vengo tra un attimo adesso ho da fare!” che è una risposta nella quale
si da perimplicito che l’ascoltatore abbia compreso le intenzioni del parlante e che a sua volta
voglia manifestare al parlante le sue intenzioni in relazione alle intenzioni del parlante e cioè la sua
risposta altrettanto intenzionale per cui lui rifiuta di assecondare la forza illocutoria dell’atto che
ha appena compiuto affermando di averne compreso le intenzioni a sua volta manifestando le
proprie.Questo meccanismo piuttosto complesso che quindi è inscritto nella comunicazione
umana è tale per cui quando noi parliamo non comunichiamo solo contenuti legati all’effettiva
presenza o assenza di determinati stati di cose nel mondo,ma comunichiamo sempre anche una
serie di nostre intenzioni nei riguardi del comportamento atteso da parte dell’ascoltatore il quale a
sua volta si rivolge a noi e noi chiediamo all’ascoltatore di manifestarci intenzionalmente di aver
compreso le nostre intenzionie l’ascoltatore a sua volta si aspetta che la sua risposta, che
manifesta le sue intenzioni in risposta al fatto che lui mostra intenzionalmente di aver compreso le
nostre intenzioni, sia compresa.
Austin costruisce questa dimensione tripartita dell’agire linguistico partendo da un punto di vista
logico-filosofico quindi non è un linguista. Invece un filosofo che più direttamente dalla fine degli
anni ’60 si occuperà in maniera molto attenta di determinare in che modo la dimensione
pragmatica dell’agire linguistico si intersechi con la struttura linguistica degli enunciati prodotti,
cioè in che modo sia proiettabile all’interno delle caratteristiche linguistiche degli enunciati
prodotti, è Searle, che nel famoso libro Speech Acts (1969) si propone di sviluppare le tesi di Austin
tentando di saldare in maniera più chiara quella che lui chiama “competenza linguistica” con
orientamento pragmatico del parlante e dell’ascoltatore e cioè la capacità di connettere i diversi
livelli dell’agire linguistico a specifiche caratterizzazioni della struttura degli enunciati linguistici
prodotti.Searle aggiunge una cosa importante,cioè che il contenuto proposizionale dell’enunciato
è già di per sé anch’esso un atto linguistico che lui chiama “atto proposizionale” e per stabilire in
che misura l’atto linguistico locutivo attivi in maniera efficace o felice le condizioni per poter
esercitare il proprio effetto illocutivo, Searle fa un’analisi dettagliata di quelle che sono le
condizioni contestuali per cui un atto linguistico specifico(es. la promessa) possa essere
considerato felice. Searle dice che l’atto linguistico in cui consiste la promessa è felice se viene
pronunciato da un parlante che soddisfa le condizioni per poter essere intenzionalmente chiamato
a realizzare l’atto della promessa con la sua forza perlocutiva (in altre parole se io prometto
qualcosa con una pistola puntata alla tempia, quell’atto non può essere considerato felice perché
è un atto che non soddisfa le condizioni di felicità tali per cui chi fa una promessa lo fa parlando
alla prima persona del presente indicativo rivolgendosi a un ascoltatore senza un
condizionamento esterno che vincoli il suo atto all’ipotesi che egli stia agendo in maniera
intenzionalmente libera).Nel suo libro Searle analizza tutti questi fattori e rielabora poi una
classificazione degli atti linguistici molto più ricca e molto più rigida di quella di Austin perché viene
condotta identificando degli specifici criteri tassonomici: 1. Lo scopo illocutorio o “ragion
d’essere”cioè qual’ è la forza dell’atto linguistico che io produco;qui richiesta e comando
possono condividere lo scopo illocutorio, io potrei rivolgermi a qualcuno dicendogli “scusa,mi
daresti il sale?” oppure “passami il sale!”,dal punto di vista della manifestazione linguistica e anche
del modo che il predicato assume e che quindi la frase assume nella struttura grammaticale queste
due frasi sono diverse ma hanno il medesimo scopo illocutorio,hanno una forza diversa ma lo
scopo illocutorio è lo stesso.2. Il modo in cui le parole che noi produciamo si adattano al mondo
extra-linguisticoche nel caso degli enunciati assertivi “oggi è nuvoloso” le mie parole devono
adeguarsi a uno stato di cose nel mondo,cioè il valore della forza proposizionale della mia
asserzione è legato al fatto che io la applico a uno stato di cose nel mondo e attribuisco a
quell’asserzione un valore di verità( vero o falso);invece nel caso della promessa“io ti prometto
che domani usciamo” o dell’atto performativo“io ti battezzo Giovanni” le cose non stanno allo
stesso modo, stanno anzi sostanzialmente all’opposto, “ti prometto che domani usciamo” significa
che io realizzo uno stato di cose in qualche modo esprimendolo attraverso delle parole che gli
corrispondono.
Per cui nel caso dell’asserzione è la mia espressione proposizionale di un contenuto predicativo ad
dover essere riferita ad uno stato nel mondo, nel caso della promessa o dell’atto performativo del
battezzare o del dichiarare qualcosa sono le parole che realizzano uno stato di cose in grado di
soddisfare la descrizione linguistica della promessa,è con il pronunciare delle parole “io ti
prometto” che io adeguo lo stato del mondo alle parole che io pronuncio, cioè nel dire “io ti
prometto”io di fatto creo uno stato di cose nel mondo che si adatta alla realizzazione performativa
della promessa, la promessa non è un qualcosa che avviene sulla base del fatto che io descrivo un
mio stato intenzionale, ma è un qualcosa che si realizza nel momento in cui io pronunciando le
parole“ti prometto” realizzo un atto , produco un nuovo stato di cose nel mondo il quale deve
essere(per poterlo considerare felice) soddisfatto dalla realizzazione delle condizioni che le mie
parole implicano.
Altri fattori che Searle individua sono lo stato psicologico, che il parlante esprime nella
realizzazione di un determinato atto linguistico, nel caso dell’asserzione una credenza. Se dico
“fuori il tempo è nuvoloso” significa che io credo a ciò. Nel caso della promessa è un’intenzione e
così via…
L’intensità nella realizzazione di uno scopo illocutorio, che è ciò che Austin riteneva la vera forza
dell’atto linguistico.
L’influsso della posizione sociale e psicologica del parlante. Un parlante che dica “ti battezzo,
Giovanni”, compie un atto linguistico performativo che realizza un nuovo stato del mondo
attraverso la pronuncia di queste parole, a cui il nuovo stato del mondo si conforma, solo se la sua
posizione sociale e il suo stato psicologico gli permettono di farlo (nel nostro caso, un prete o un
funzionario dell’anagrafe) e solo se questo accade nella situazione prevista per cui quell’atto
linguistico abbia successo, quindi solo in chiesa o nell’ufficio dell’anagrafe.
Lo stesso vale per altre condizioni, altri elementi, come il rapporto tra l’enunciato stesso e gli
interessi del parlante e dell’ascoltatore, oppure il rapporto tra enunciato e il resto del discorso
(ossia quello che viene prima e dopo nell’interazione comunicativa); ancora, il contenuto
preposizionale espresso dall’atto, la differenza tra atti linguistici compiuti verbalmente ed altri atti,
che possono essere eseguiti non verbalmente. Se qualcuno mi dice “vieni qui immediatamente”
posso dirgli ‘ok’ con il pollice alzato; tale atto linguistico non è verbale, ma ha un contenuto
proposizionale e una forza illocutiva pari a quella che avrebbe un atto linguistico in cui io dico “va
bene, vengo”.
La possibilità che si debba far ricorso per stabilire le condizioni di felicità di un atto a delle
istituzioni extralinguistiche, come nel caso dell’esistenza di istituzioni fondate per valutare
l’officialità di un atto.
Il fatto che l’atto possa essere condotto ad un verbo performativo, esplicito (‘ti prometto’, ‘ti
giuro’) o non esplicito (“oggi il tempo è nuvoloso”. Io asserisco che fuori il tempo sia nuvoloso).
Infine, lo stile di esecuzione dell’atto illocutorio. Infatti, le implicature, le interpretazioni di un atto
illocutorio, ad esempio la forza di una domanda, sono diverse in funzione del modo in cui tale atto
viene effettivamente eseguito. Quando facciamo una domanda ironica, che risulta essere retorica
indirettamente, ossia una domanda la cui forza non è quella di chiedere delle informazioni o fare
una richiesta, ma è implicare la natura di ciò di cui si accusa qualcuno e considerarlo come
colpevole. “Hai fatto tardi, eh?”. Sto implicitamente rimproverando per aver fatto tardi. Lo stile di
esecuzione condiziona, dunque, anche il modo con cui viene interpretata e inferita l’effettiva
intenzione comunicativa del parlante sulla base dell’atto locutorio realizzato, dunque la sua reale
forza illocutoria.
La tassonomia degli atti linguistici di Searle si organizza nel tenativo di trovare una corrispondenza
tra le differenze dello scopo illocutorio e le sue strutture sintattiche degli enunciati di ciascuna
classe performativa. Searle prova a ‘riagganciare’, con un notevole ma sforzo e non riuscendoci
bene, la dimensione performativa e la forza illocutoria, definite sulla base di contesti d’uso, alla
struttura sintattica o morfosintattica degli enunciati che dunque avrebbero già in sé, nella loro
strutturazione convenzionalmente richiesta dal punto di vista della grammatica, una dimensione
che può essere ricondotta alla esplicitazione dello scopo illocutorio voluto.
Egli allora parla di atti rappresentativi, scopo illocutorio è impegnarsi nella verità della
proposizione espressa, e sono riconducibili ad una struttura sintattica, “io affermo che…”, di cui si
possa stabilire che in primo luogo l’obiettivo è sollecitare l’ascoltatore a individuare che
l’intenzione del parlante sia quella di trasmettere un contenuto proposizionale che lui giudica
vero.
Viceversa, i direttivi sono gli enunciati che spesso hanno forma imperativa e consistono nella
necessità di far fare qualcosa all’interlocutore. Austin li chiamava “esercitivi”. La loro struttura
sintattica è “io… a te/ti. Tu (verbo futuro”. Ad esempio, “io ti ordino di andare a casa”, quindi “ti
ordino, tu andrai a casa”. La forma sintattica profonda di un enunciato di tipo direttivo è “ti ordino
+ il processo modalizzato dal performativo ‘ordinare’ con un’implicatura di azione futura rispetto
alla manifestazione dell’atto linguistico direttivo. Può essere implicito o esplicito.
I commissivi sono anche questi atti in cui il parlante si impegna ad una condotta futura. Mentre il
direttivo è un atto linguistico attraverso cui il parlante impegnal’ascoltatore a svolgere una
condotta futura (gli ordina di fare qualcosa) i commissivi sono atti in cui il parlante stesso si
impegna in una condotta futura all’ascoltatore. La struttura è simile a quella dei direttivi, ma la
dipendente al futuro rispetto alla principale, che contiene il verbo performativo che indica la forza
dell’atto, ha come soggetto ‘io’: “io dichiaro a te che io andrò a casa”. La differenza è che io ordino
a te (direttivo), io dichiaro/prometto/giuro che io andrò a casa.

Infine, gli espressivi, quelli che esprimono lo stato psicologico relativo al contenuto della
proposizione enunciata, la cui verità è data per scontata, corrispondendo a quelle che sono
definite “espressioni di comportamento” riconducibili ad una struttura sintattica del tipo “io
verbote+ tu io tu” Ex. Mi scuso con te perché io ho disturbato te”, “mi scuso per averti disturbato”,
“scusa il disturbo”. Il contenuto proposizionale della proposizione dipendente o condensata in un
sintagma nominale (‘il disturbo’) viene considerato vero e il parlante si impegna a manifestare il
proprio stato psicologico nei confronti di questo contenuto. “Mi scuso/mi rammarico”… Lo stato
psicologico è espresso dal verbo che contiene l’atto performativo della principale, mentre il
contenuto proposizionale, che è quello su cui il parlante esprime il proprio stato psicologico è
considerato reale.

Ci sono poi i dichiarativi, enunciati che noi siamo soliti considerare ‘standard’ ma che in realtà, in
un modo che è costantemente controintuitivo dal punto di vista della teoria degli atti linguistici, in
quanto nella forma di un enunciato del genere, la corrispondenza tra contenuto proposizionale e il
mondo è garantita da un sistema normativo extralinguistico e dalla presenza di un verbo
direttamente riconducibile ai performativi che realizza quanto viene dichiarato nell’atto. Sono
questi gli enunciati in cui non è la parola a doversi adeguare allo stato del mondo, come nei
rappresentativi, ma è il contenuto proposizionale che corrisponde ad uno stato del mondo in virtù
di una convenzione normativa che lega l’esistenza del contenuto al mondo in virtù del fatto che
quel contenuto è realizzato attraverso il meccanismo di enunciazione della proposizione stessa. “Io
ti battezzo Andrea”, “io ti nomino professore”.
Il limite di questa tassonomia è che è piuttosto complessa e onnicomprensiva; tenta di
sistematizzare quelle che nella teoria degli atti linguistici di Austin erano semplicemente intuizioni,
lontane da un collegamento diretto alla forma sintattica specifica degli enunciati che in una lingua
realizzano determinati tipi di forza illocutiva.
Tale tassonomia sottovaluta la possibilità che ci siano atti linguistici indiretti, ossia atti la cui forza
illocutoria non è espressa direttamente dal modo in cui l’atto si realizza. Se una mamma si rivolge
al proprio bambino in piedi a tarda sera dicendo “è tardi”, l’intenzione comunicativa che il parlante
vuole manifestare all’interlocutore non è un’asserzione, ma un’espressione indiretta di un atto
esercitivo, un atto in base al quale ‘è tardi’ esprime un contenuto rappresentativo che chiama in
causa, implica l’inferire un enunciato non pronunciato esplicitamente, ma implicato da un
contesto, che consiste in un direttivo “devi andare a letto”.
La madre non lo ha detto, ma pronunciare quell’enunciato in quel particolare contesto e rivolto a
quel particolare ascoltatore crea l’inferenza nell’ascoltatore, e anche di coloro che sono a
conoscenza delle procedure convenzionali di interpretazione di enunciati impliciti in un contesto,
che quello che la madre vuole dire sia ben altro.
Ciò, inoltre, non è possibile descriverlo a partire dalla struttura superficiale dell’enunciato ‘è tardi’,
che continua ad essere una manifestazione esplicita di un rappresentativo laddove non ha questa
funzione nel contesto.
Questo è un problema molto generale nel tentativo di riportare la pragmatica alla morfosintassi, di
individuare criteri per definire le condizioni di veridicità di un atto linguistico nella struttura
sintattica dell’enunciato stesso che quell’atto può esprimere, laddove noi sappiamo che invece
non sempre questo meccanismo di proiezione diretta è facile da farsi e che il più delle volte i nostri
atti linguistici si presentano essere indiretti.
Abbiamo visto come nella prospettiva di Searle il tentativo di collegare in maniera sistematica la
struttura morfosintattica dei tipi di frase all’espressione della forza illocutoria che questi enunciati
assumono ove siano analizzati in un atto linguistico diventa un tentativo fallimentare, in quanto
l’immagine di quella che sarebbe una forza pragmatica letterale o intrinseca convenzionalmente
attribuita ad un particolare enunciato in virtù della sua struttura o della modalità del suo predicato
sembrerebbe essere contraddetta dal fatto che nella maggior parte degli usi effettivi che noi
facciamo degli enunciati in un contesto tale forza letterale che caratterizzerebbe la dimensione
pragmatica legata alla modalità d’uso di specifici enunciati viene cancellata, perché possiamo
ottenere un medesimo effetto pragmatico sulla base di una medesima illocuzione, comunicando
una medesima forza in molti modi diversi, alcuni espressi soprattutto da una forma morfosintattica
esplicita, altri, invece, attraverso una serie di meccanismi inferenziali (implicativi) per cui la forma
esplicita viene interpretata in contesto come recante quella determinata forza elocutiva.
Nell’esempio di prima e della madre che dice al bambino di andare a dormire, ella può
semplicemente formulare un atto linguistico diretto, nella forma che Austin avrebbe chiamato
‘direttivo’ (vai a letto!) oppure nella forma rappresentativa (ti dispiacerebbe andare a letto; i
bambini vanno a letto alle otto, quest’ultima un’affermazione dotata di una forma proposizionale
che rimanda ad un’asserzione pura, ma che possiede la forza illocutiva, il potenziale di suscitare un
effetto sull’interlocutore equivalente a quella di un imperativo).
Se il problema implicito nell’approccio pragmatico alla teoria degli atti linguistici, alla dimensione
illocutiva del parlante, ossia la forza degli enunciati, non può essere risolto nei termini di una
corrispondenza asserita fra forza illocutiva e struttura morfosintattica, uno dei rischi principali è
quello di rinunciare al concetto di forza letterale; ossia bisognerebbe dire che anche un enunciato
dalla forma dell’imperativo o di un interrogativo può essere usato in particolari condizioni
contestuali in modo tale da avere una forza illocutoria che non coincide con esso, che tale forza
illocutoria implicata inferenzialmente connessa non abbia nessun tipo di aggancio con la forza e
l’illocuzione letterali legate a quell’enunciato.
Le forme di rielaborazione della pragmatica tendono appunto a giungere a tale conclusione:
l’interpretazione referenziale del significato in contesto di un enunciato è del tutto slegata dalle
condizioni convenzionali che attribuiscono un significato letterale a quell’enunciato sulla base delle
esclusive proprietà morfosintattiche dell’enunciato stesso. In realtà sappiamo che tale
meccanismo non può essere così indipendente nell’attribuzione della dimensione illocutiva dalla
struttura linguistica dell’enunciato stesso. La proposta che nell’ambito della pragmatica venga
elaborata sulla scia di Austin, cercando di ampliare questo ragionamento, da Grice è volta a salvare
l’idea dell’esistenza di una dimensione convenzionale nella trasmissione del significato linguistico.
Ossia, che quando io dico ti piace la torta di mele?, tale domanda può, in un particolare contesto,
presentare una forza indiretta che non è quella di una domanda, bensì di un’offerta, magari nel
caso in cui si è seduti al tavolo della propria casa e noi vogliamo offrire una fetta di torta. Tale
enunciato ha una forza di una domanda ma il suo contesto enunciativo corregge tale forza e ci
consente di passare dall’interpretazione convenzionale, ancora esistente per la presenza del
linguaggio verbale. Grice infatti insiste molto che il significato può essere elaborato all’interno dei
sistemi di comunicazione in due forme:
1. Può esserci un significato naturale, quello che corrisponde ai meccanismi di stimolo e
risposta, non condizionati dalla necessità di interpretare le intenzioni altrui
2. Significato convenzionale, quello legato alle convenzioni arbitrarie del linguaggio verbale
umano, in virtù del quale l’interpretazione di un enunciato è legata a convenzioni
indipendenti del contesto, sempre da integrare all’interno del contesto per ottenere
un’interpretazione ffetiva dell’enunciato. Eppure, questo meccanismo viene costruito sullo
sfondo di una serie di convenzioni esistenti in virtù delle quali ogni enunciato ha un suo
significato detto, una sua forza letterale, una sua struttura proposizionale indipendente dal
contesto, la non esaurisce le sue potenzialità in termini di ‘sensi’ veicolati, ma ne
rappresenta il prerequisito.

Grice dice che l’attività di interazione attraverso il significato non naturale del linguaggio verbale
umano è improntato a quello che egli chiama “principio di cooperazione”, del quale egli ne dà una
formulazione molto legata alle norme di interazione conversazionale della società occidentale di
alcune lingue occidentali che lui conosceva, per cui è molto discussa. Egli infatti si ispirava ad una
sorta di “buon senso” e formulazione di principi transculturali che altro non erano se non esiti di
una rielaborazione di alcuni presupposti di natura filosofica, categorie kantiane presentate nella
“Critica della Ragion Pura”, per cui presentate in modo un po’ estranianti e rigide ove le si fosse
confrontate alla luce delle norme che regolano l’interazione conversazionale in altre culture.
Questa ipotesi ha comunque il merito di porre su base universalistica una serie di principi in virtù
dei quali debbano essere interpretati gli usi di una lingua in contesti determinati e in relazione con
le potenzialità di interpretazione che questi contesti chiamano in causa.
Il principio di cooperazione è quello presentato nella parte alta della slide [il principio di
cooperazione e le massime di H.P Grice] , in base al quale, secondo Grice, l’elaborazione dei
significati pubblici convenzionali che parlante e ascoltatore, ruoli intercambiabili, all’interno di
un’interazione comunicativa si apprestano a condividere è determinato da una regola generale, in
cui conversare o interagire linguisticamente significa “cooperare”, nella cui attività ciascun
partecipante deve dare il proprio contributo nel modo richiesto dalle circostanze contestuali, allo
stadio in cui è richiesto e in modo conforme ad una serie di aspettative; aspettative riassunte da
Grice nelle cosiddette “quattro massime” (quantità, qualità, relazione, modo), che riprendono le
quattro categorie della Ragione presentate nella “Critica della Ragion Pura”.
La massima di quantità dice che il contributo di un parlante ad un’interazione comunicativa deve
essere tanto informativo quanto richiesto dagli scopi dello sguardo in corso: non bisogna dire di
più o di meno di quanto è necessario, in quanto ciò comporterebbe una violazione della massima
che chiama in causa la possibilità da parte di un ascoltatore di interpretare tale violazione come un
punto di partenza come una inferenza che cerca di trovare nell’interpretazione dell’enunciato
qualcosa di non detto.
La massima di qualità parla di un contributo del parlante dando informazioni vere, non dicendo
cose ritenibili false o per le quali non si hanno prove adeguate. Nel caso di tale violazione,
l’interprete ha il diritto di postulare una qualche ragione legata a tale implicatura.
La massima di relazione è quella più frequentemente citata all’interno delle elaborazioni
successive della pragmatica cognitiva, ed è alla base della maggiore teoria linguistica
interdisciplinare degli anni ’80 e che ha preso in esame i meccanismi attraverso cui si costruisce
l’interpretazione delle comunicazioni linguistiche tra soggetti in un contesto d’uso della lingua,
ossia la Relevance Theory (teoria della pertinenza), che riprende tale massima, la quale dice ‘sii
pertinente’.
La massima di modo è quella in cui Grice dice di dover essere perspicui, evitando espressioni
ambigue, oscure e di essere brevi, evitando inutili prolissità, per poi procedere ordinatamente.
Grice dice che tutta l’organizzazione della comunicazione linguistica e tutto il contenuto di
informazioni che un enunciato fornisce si deve analizzare a partire da una distinzione tra ciò che
viene detto da un enunciato, il suo significato, il suo contenuto preposizionale, come ricostruibile
sulla base dei valori dei costituenti lessicali e delle loro combinazioni sintatticamente ben formate
(quelle che noi chiamiamo ‘senso letterale’) e anche eventualmente ciò che viene veicolato in
termini di alcuni significati di connotazione. Agisce anche tutta la dimensione del significato
comunicativo che viene ‘inferita’, ricostruita come qualcosa di non detto ma chiamato in causa alla
base del fatto che o le convenzioni previste dalla lingua veicolino questo tipo di ‘implicatura’ non
esplicitamente detta, oppure quando non si tratti di implicature legate a convenzioni, perché siano
conversazionalmente veicolate a partire dal contesto della conversazione, sia che tale differenza
riguardi principi conversazionali applicabili in modi generale, sia che riguardi invece inferenze che
devono essere formulate in modo specifico in un particolare contesto.
Ci sono poi diversi tipi di implicature non convenzionali e non conversazionali, che sono quelle del
tutto idiosincratiche, imprevedibili e non facilmente individuabili, che ciascuno di noi fa quando dà
una spceifica interpretazione di un enunciato in un determinato contesto.
Se torniamo al discorso delle massime, cosa significa violarle?
Tutte le volte in cui, nello sviluppo di uno scambio comunicativo un parlante, fa una domanda, la
regola della pertinenza presuppone e quella domanda abbia una risposta. Rispondere ad una
domanda con un'altra domanda, ad esempio sei stato a casa di Maria, ieri? –Ma ieri non era una
brutta giornata?
Che cosa implica tale mancanza di fedeltà ad un criterio di pertinenza? Il fatto che io non voglio
rispondere a quella domanda, e, per non essere costretto a rispondere, violo regole di pertinenza,
dando risposte formulando altre domande oppure attuando il cambio di argomento (ought out),
ossia quando non si vuole affrontare una discussione e il comportamento viola una qualche
massima legata alla pertinenza, oppure violando anche altre massime. Per esempio, le formule di
reticenza, in cui io violo il principio di massima di qualità: credo che Mario abbia fatto qualche
danno ieri, In cui non do un contributo sufficientemente informativo su ciò che sto dicendo di
Mario, in quanto ritengo che ciò possa suscitare nell’interlocutore una differenza interpretativa
che presume che i danni di Mario siano ingenti; quindi, non dicendolo esplicitamente, violando il
principio di massima di quantità, lascio intendere che ho l’intenzione indiretta di comunicare al
mio interlocutore che Mario ha fatto molti danni piuttosto gravi.
La domanda può essere: perché le implicature? Esse possono veicolare un intenzione in modo non
convenzionale, non esplicite, ma in modo indiretto, per far sì che l’ascoltatore che provi a infierirla,
ci mostri di averla compresa senza che noi mettiamo a rischio la nostra immagine pubblica (faccia)
perché una implicatura, nella misura in cui viene veicolato indirettamente, ma non detto, non può
essere contestata a qualcuno e può essere sempre cancellata.
Se io violo la massima di qualità dicendo qualcosa di verosimilmente falsa ma che va interpretata
in funzione di un’ implicatura conversazionale tale per cui io colgo il significato di alcune metafore,
ad esempio, (mia suocera è una balena), è evidente che io non dico tale enunciato non sapendo
che esso sia falso nella sua interpretazione proposizionale letterale. Ciò che io voglio inferire è che
balena ha un’accezione metaforica per permettermi di dire qualcosa, ossia che ‘mia suocera è
molto grassa’, ma senza dirlo direttamente, solo implicarlo, quindi cancellarlo.
L’interazione linguistica si configura da un punto di vista prettamente pragmatico presuppone che,
fuori dal linguaggio, esiste un mondo fisico, che si costruisce socialmente. Mondo in cui parlante e
ascoltatore hanno e condividono credenze, desideri e intenzioni comunicative. Nell’intrecciare
questa serie di contenuti concettuali che caratterizzano il rispettivo vissuto, il parlante veicola
intenzioni comunicative attraverso scelte linguistiche che coinvolgono l’ascoltatore, dal quale lui si
aspetta determinati effetti comunicativi, ossia che l’ascoltatore manifesti a sua volta
intenzionalmente di aver inteso le sue intenzioni; tale ciclo di manifestazione intenzionale della
comprensione delle intenzioni altrui prosegue all’interno del meccanismo conversazionale.
Da qui, una serie di nozioni che la pragmatica ha recuperato e sviluppato anche all’interno di altre
discipline sorte all’intreccio tra gli interessi di alcune scienze umane, dunque non necessariamente
linguistiche, come l’etnometodologia o la sociologia della comunicazione, e l’analisi della
conversazione, in base alle quali, per esempio, secondo un noto sociologo, Goffman, ogni parlante
costruisce un’immagine pubblica di se stessa nell’interazione con gli altri che Goffman definisce
faccia, in quanto immagine pubblica di sé positiva che l’autore vuole mostrare agli altri e che gli
altri devono riconoscere, che l’autore deve salvaguardare.
Gli atti di cortesia con i quali la pragmatica caratterizza la specifica scelta di formulazioni di tipo
illocutivo indiretto nella relazione con gli altri mostra una volontà cooperativa, ossia di non voler
ledere la faccia altrui.
Se proferisco qualcosa di brutale (vai ad aprire la finestra), uso un mio ruolo, egemonico
all’interno di una relazione, per rivolgerti un atto linguistico diretto in base al quale tu vedi
sminuita la tua immagine pubblica davanti agli altri presenti. Se proferisco certo, fa caldo in questa
stanza, tale atto linguistico viene automaticamente interpretato da qualcuno a cui io mi rivolgo
come un atto linguistico superficialmente assertivo, ma la cui forza indiretta illocutiva è quella di
una richiesta di cambiare la situazione che in questa stanza non appresso, per cui qualcuno si
alzerà tranquillamente per chiudere la finestra senza perdere la faccia, in quanto io non ho rivolto,
in virtù di un principio di cortesia, un ordine diretto. In questo modo non si minaccia la faccia degli
altri, salvando la faccia dell’interlocutore.
Lo sviluppo della faccia in un soggetto è alternato da una faccia negativa, la necessità di essere
indipendenti dagli altri, e quella positiva, quella che dimostriamo ogni volta desideriamo essere
cooperativi con gli altri. Entrambi sono in gioco nelle strategie di interazione, nelle quali dobbiamo
salvare la nostra faccia positiva, evitando comunque che ciò ci faccia perdere la nostra
indipendenza come attori sociali autonomi.
L’analisi della conversazione ha raccolto una serie di conclusioni sorte all’interno della pragmatica
applicandola all’analisi di un particolare tipo di interazione, quella conversazionale. Si sostiene che
ci sia, nella conversazione spontanea, faccia a faccia, di gruppo, una qualche logica che deve
puntare a tenere conto dell’organizzazione delle sequenze discorsive di parlato in misura tale da
poter spiegare la successione di tali sequenze (sistematica dei turni) in maniera tale da individuare
irregolarità che non siano ricostruibili a partire da quella che viene considerata l’unità massima
della descrizione linguistica formale, la frase.
Diciamo che da questo punto di vista la dimensione pragmatica ci aiuta ad integrare le
considerazioni di ordine semantico in quanto scopriamo che nell’interpretare porzioni di testo più
ampie di una singola frase dobbiamo chiamare criteri propri della linguistica testuale,
dell’articolazione dei contenuti su porzioni più ampie rispetto alle frasi. Criteri come la coesione o
la coerenza sono presenti in ogni tipo di testo e tutti i tipi di testo, letterari o conversazionali
prototipici, tutti i generi descritti e formalizzati dalla realizzazione come la scrittura o il parlato,
sono descrivibili alla luce di alcuni criteri di coerenza, organizzazione delle informazioni non
riducibili alla semplice somma dei contenuti proposizionali legati ad ogni singolo elemento frastico
o ad ogni singolo elemento enunciativo all’interno di un contesto più ampio.
Ogni testo, anche quelli che possono essere condensati all’interno di una singola unità frasale,
sono interpretati in funzione del costituirsi di una struttura informativa che deve saturare
attraverso elementi della conoscenza del mondo, che sono problematicamente chiamati in causa
nella dimensione della semantica linguistica. In questa prospettiva, la distinzione tra semantica e
pragmatica, tra interpretazioni del significato in convenzioni di significazioni che ci permettono di
interpretare delle porzioni di enunciato dei testi lacunose… tale attività interpretativa non può
essere mai del tutto disgiunta dalla dimensione della significazione intesa come senso
propriamente linguistico.
Per considerare ciò, prendiamo in considerazione un esempio di locuzione che viola la massima di
modo, alterando una presentazione ordinata delle informazioni dei contenuti informativi
all’interno di una conversazione. Supponendo di pronunciare è tornato a casa, ha fatto la doccia
ed è andato a letto, non abbiamo nessun dubbio di interpretare questa sequenza all’interno di una
più generale sceneggiatura etichettabile come rientro a casa dopo una giornata di lavoro in cui c’è
la doccia e il fatto di andare a dormire. Si potrebbe anche arricchire la locuzione (ha cenato ed è
andato a letto…). Se cambio l’ordine di queste informazioni, dicendo *è andato a letto, ha fatto la
doccia, ha cenato ed è tornato a casa, questo nuovo tipo di rappresentazione del contenuto
informazionale presenta un frame, un quadro di analisi che non regge rispetto a quanto detto
prima, per cui siamo portati, affinché l’enunciato presenti coerenza testuale, a dire che questo
enunciato debba essere interpretato alla luce di uno script ( sceneggiatura) diverso: se è andato a
letto, ha fatto la doccia, ha cenato ed è andato a casa, questa è la descrizione di una relazione
extraconiugale che si conclude con un rientro a casa. Dunque, lo stesso contenuto informativo,
che potrebbe essere veicolato sulla base di una costruzione di una coerenza testuale inferenziale
legato ad una certa sceneggiatura in un caso, si trasforma nell’altro in un’interpretazione
completamente diversa.