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RIASSUNTO

Joseph Thiam, “Dal clan tribale alla comunità cristiana” in Léonard Santedi Kinkupu, Gérard
Bissainthe, Meinrad Hebga (presentato da), Dei preti neri s’interrogano. Cinquant’anni
dopo..., Paris, Karthala, 2006, Col. Mémoire d’Églises, 41-56.
Studente: Kouakou Adjoumani Charles
Matricola: 20412
Parole: 1108

L’africano può insegnare qualcosa alla Chiesa? E cosa rende difficile diffondere la
Parola di Dio in Africa? Rispondere a queste domande è la preoccupazione di questo capitolo
che mira ad esaminare il passaggio dall’etnia all’adesione ecclesiale.
Per avere un impatto sulla società africana, l’inviato del Signore deve armarsi di
umiltà ed apertura mentale. Sarà essenziale per raggiungere questo obiettivo, avere come
punto di partenza un’analisi seria di questo universo, in cui osserverà le pietre di attesa del
Vangelo, specifiche del mondo africano.
In generale, per capire il nero e le sue azioni è necessario metterlo in contatto con il
suo gruppo culturale; un insieme al di fuori del quale non può definirsi. Il nero è così legato
alla sua tribù che tutta la sua vita è in qualche modo portata alla pratica e alla perpetuazione
degli antichi usanze per trasmetterla al suo lignaggio e alle generazioni future. Senza questa
conoscenza, il giudizio sull’africano non sarà oggettivo.
In Africa, tutto ciò che colpisce un membro colpisce l’intero gruppo. Nessuno celebra
o piange da solo. La composizione familiare in Africa è molto diversa da quella dell’Europa;
gli abitanti della stessa località sono fratelli, sorelle e genitori. questo rappresenta la
solidarietà riconosciuta dagli africani. L’immagine della famiglia è preservata da tutti e il
rispetto degli anziani è preso molto sul serio.
Pertanto, è attraverso questi caratteristiche speciali di aiuto reciproco, famiglia
allargata e appartenenza al clan che dobbiamo distinguere ciò che rende la specificità degli
africani.
Tuttavia questa visione del mondo contiene conseguenze fatali sul senso di
responsabilità del nero, che, di fatto, scompare di fronte al gruppo. Inoltre, gli ostacoli allo
sviluppo del mondo africano nero possono essere visti come effetti di questo dominio del
gruppo tribale.
Venendo ora sul campo della vita cristiana, gli improntitudini del grande groupo sono
ancora più pronunciate nella vita dell’individuo. Lasciare le proprie convinzioni ancestrali
non è facile, perché corre il rischio di essere considerato apostatico. Ciò giustifica il fatto di
stimare le sanzioni della sua società tribale più importanti della dannata confessione, perché
quell’ultima non gli impedisce di continuare i suoi errori. Assistendo qui ad una profonda
divisione interiore di coloro che vogliono abbracciare il cristianesimo. quindi, per vivere la
vita cristiana, il nuovo membro deve fare un salto audace nella sua scelta.
Con questa pressione da parte del gruppo, non sarà sorprendente vedere il cristiano
africano portare le realtà della sua tribù nella sua nuova comunità. In verità, la solidarietà
tribale non è necessariamente carità cristiana. Chi parla di una tribù, parla in modo di
esclusione e perfino inimicizia verso l’alterità. Inoltre, una volta cristiano, il proselito
manifesta arroganza verso la sua prima religione. Accanto a questo, la sua aderenza al
cristianesimo può essere superficiale, una faccenda alla moda che assomiglia quella
occidentale. Al di là di tutto ciò, l’indipendenza che acquisisce nella vita cristiana può essere
erroneamente concepita, portandolo a mettere in discussione la qualità molto trasformativa del
Vangelo.
Una situazione più critica aumenta il numero di ostacoli e descrive una profonda
“crisi” della società africana. Va osservato che l’esodo rurale delle giovani popolazioni verso
le grandi città ha indebolito notevolmente la società clanica. Si osserva un degrado delle
buone maniere perché non c’è più paura dell’autorità. Di più, le ideologie comuniste e
secolariste, che in realtà sono un’altra forma di paganesimo, perché portando con sé
“anticlericalismo” arrivano a distruggere “il senso religioso” nell’africano che è ancora in
conflitto con la propria cultura.
In breve, questi elementi, amplificati dalle nuove ideologie, mettono in pericolo il
cristianesimo. Ciò significa che l’africano lascia un paganesimo per sposare un altro che non
ha nessun senso del divino.
Non c’è davvero nulla da temere, sapendo che l’africano è una persona profondamente
religiosa. Sarà una questione di trovare il processo appropriato per il nostro tempo, che
richiede sempre di più. La missione deve basarsi su solide basi, che sono in realtà gli elementi
caratteristici dell’essere africano. L’annuncio del Vangelo non può partire sulla base della
tabula rasa. Ignorare la persona umana e il suo ambiente socio-culturale significherebbe
costruire un cristianesimo senza fondamento.
In effetti, se il cristianesimo è veramente universale, non avrà problemi a mettere
radici in Africa. È sufficiente che diventi locale nel territorio africano. Basandosi sullo spirito
del gruppo, i dogmi come quello del “Corpo mistico di Cristo” non avranno difficoltà ad
essere accettati dagli africani. Sarebbe quindi necessario che Cristo fosse annunciato come
incarnato sul suolo africano. Perché se si è adattato al popolo di Israele, è anche in grado di
farlo tra gli africani.
Inoltre, bisogna rendersi conto che la visione del mondo degli israeliti assomiglia a
quella degli africani. Su questa base sarebbe facile osservare le pietre di attesa del Vangelo tra
i neri. Ma richiede un’apertura da parte del missionario per non essere un distruttore
dell’ordine stabilito. Deve essere un imitatore di Cristo stesso. Tale sarà la condizione per un
solido impianto di cristianesimo.
Con la sua capacità di promuovere la dignità umana, il cristianesimo consentirà
all’individuo di trovare il suo posto all’interno del gruppo, che sarà la sua cornice per la
fioritura. E così la trasformazione della società nera sarà fatta gradualmente da una sottile
penetrazione della parola di Dio. Lo spirito cristiano prenderà il posto dello spirito del clan, la
carità quello della solidarietà tribale e il rapporto filiale dei figli con il Padre celeste
sostituiranno la pratica dedicata agli idoli.
L’Incarnazione del Verbo, per essere vera, deve considerare i diversi popoli in cui si
realizza. Ma questo può essere raggiunto solo con il clero locale e una comunità cristiana ben
governata. Sarà dunque dopo un’attesa paziente e diligente che verrà realizzato questo
adattamento.
Per il successo di questo adattamento, i sacerdoti locali si adopereranno per evitare il
tradizionalismo esagerato. Pertanto, per presentare il dogma all’africano, sfrutteremo il fatto
che l’essere del nero è fondamentalmente religioso.
La cristianità si è dimostrata universale attraverso la sua qualità per adattarsi ad una
cultura particolare, ma senza essere proprietà privata di alcuna “civiltà”.
Il cristianesimo africano così desiderato dai pontefici sarà in grado di costruire società
cristiane in armonia con la comunità modernizzata, mantenendo ciò che lo rende speciale.
Queste società dovranno rifiutare i governanti pericolosi per la loro sopravvivenza ed essere
consapevoli del pericolo di una crescita materiale che non tiene conto di una rinascita nello
Spirito.
È iniziato nell’azione evangelizzatrice, il mondo nero diventerà cristiano non solo in
quantità numerica, ma più profondamente, nel suo essere più profondo. Questo diventerà una
realtà nella misura in cui Gesù Cristo si incarnerà su questa terra appoggiandosi sui valori di
quella gente.
In questo, il cristianesimo africano darà il suo contributo alla chiesa universale
attraverso ciò che ha e ciò che è.