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Capitolo 16

La quantità numerica

F in ora il nostro studio ha considerato soltanto la quantità dimensi-


va, cioè, la quantità intesa come estensione. Lo studio dello spa-
zio è servito a completare la comprensione di questa caratteristica fon-
damentale della realtà materiale. E, a causa della sua continuità, an-
che il tempo rispecchia le caratteristiche della quantità dimensiva, pur
non essendo propriamente tale, ma piuttosto ciò che abbiamo chiamato
quantità successiva.
La nozione di quantità ha però un altro significato, di uso molto fre-
quente: la quantità numerica o molteplicità. Cercheremo ora di consi-
derare quest’altro senso della quantità, che è di fatto quello più comune
nel linguaggio attuale sulla quantità: il numero.
La matematica ha considerato la relazione tra estensione e nume-
ro sin dall’antichità nelle sue due parti fondamentali: la geometria, che Estensione e numero
considera il problema dell’estensione, e l’aritmetica, che si occupa del
numero. L’estensione, come abbiamo visto, è una proprietà accidentale
delle cose materiali; il numero fa riferimento alla molteplicità di in-
dividui (due cavalli, dieci pietre), anche se ovviamente non esclude il
riferimento alla molteplicità di parti di una sistema (due occhi o cinque
dita), e anche di un sistema esteso, attraverso la misurazione (tre metri,
sette litri). Può anche fare riferimento a delle realtà non materiali (le
sette arti), in quanto anche esse ammettono una molteplicità, anche se
di un altro ordine (formale). Sarà necessario quindi affrontare in primo
luogo il problema della unità e molteplicità, per passare poi allo studio
concreto del numero e della matematica.

16.1 Unità e molteplicità


L’unità e la molteplicità possono essere considerate da due punti di
vista diversi, che denominiamo predicamentale e trascendentale. Adot- Punto di vista
predicamentale: unità e
tiamo il punto di vista predicamentale quando consideriamo l’unità e pluralità quantitative
la molteplicità come misura attraverso la quale possiamo esprimere o
predicare una quantità. Potrà fare riferimento ad un certo insieme di en-

205
206 La quantità numerica

tità fisiche (“ho mangiato due prugne”), ad un’estensione, misurata in


riferimento ad un’unità (“ho acquistato sei metri di stoffa”), o a qualsia-
si altra formalità che possa essere considerata come molteplicità (“puoi
esprimere tre desideri”).
Il numero, così inteso, può essere considerato come una plurali-
tà predicamentale. Appartiene all’ordine della nostra conoscenza, del
modo in cui possiamo esprimere (“predicare”) la relazione fra entità e
gruppi. Ovviamente, esso fa riferimento all’unità, che appare, dal punto
di vista predicamentale, come elemento di riferimento: la misura, at-
traverso il numero, esprime sempre la relazione fra una pluralità e un
elemento basilare che consideriamo come unità. Si può trattare di un’u-
nità in senso “naturale” (per esempio, nel “contare” una molteplicità di
oggetti simili), ma può essere anche una parte scelta in modo arbitrario
come unità di misura (un centimetro, un pollice), oppure qualche astrat-
to considerato come unità (una parte di una scala arbitraria, nel cercare
di definire l’intensità di una qualità, o altri elementi complessi, come il
“tasso di inflazione” di un mercato economico).
L’unità numerica, così considerata, non sembra avere una natura di-
L’unità numerica versa degli altri numeri. Essa rappresenta, possiamo dire, “l’elemento
minimo” preso in considerazione nell’attribuire una grandezza ad una
qualche molteplicità: “uno” è il primo numero possibile “diverso da ze-
ro”; è l’elemento minimo che viene aggiunto nel passare da un numero
a quello successivo (da “due” a “tre”). È sempre un elemento della se-
rie numerica, seppur particolare, essendo appunto il primo. L’uno, così
inteso, viene chiamato unità predicamentale.
Esiste tuttavia un altro significato dell’unità, che chiamiamo uni-
tà trascendentale: l’unità “reale” o “esistenziale”, possieduta dall’ente
L’unità trascendentale: unità reale. Ogni ente è “uno”, perché possiede, appunto, una certa unità in-
dell’ente
terna. Questa unità trascendentale, secondo la metafisica, si identifica
con lo stesso essere: ens et unum convertuntur, l’ente e l’unità sono mu-
tuamente interscambiabili, in quanto ogni realtà, per il fatto di esserlo,
è una.
L’unità predicamentale (e quindi, anche la molteplicità predicamen-
tale) si fondano sull’unità trascendentale. È l’unità reale dell’ente quella
che consente considerare questo o quell’altro come unità numerica nel
processo di contare e misurare.
È possibile parlare anche di una pluralità trascendentale: la pluralità
Pluralità trascendentale reale di esseri esistenti. In questo caso, però, non si tratta di un “trascen-
dentale” in senso metafisico: la molteplicità non è di per sé una proprietà
di ogni ente. In ogni caso, da questo punto di vista potremo dire che la
quantità numerica dipende non soltanto dalla pluralità predicamentale,
ma anche dalla pluralità trrascendentale dell’essere.

La conoscenza dell’unità e della molteplicità Spesso si presuppo-


ne che la conoscenza dell’unità e della molteplicità si esauriscano nella
conoscenza del numero, cioè della dimensione quantitativa. Tuttavia, si
16.2. La nozione di numero 207

deve riconoscere che la conoscenza della pluralità si dà a diversi livel-


li. La molteplicità implica l’esistenza della dimensione quantitativa, ma
non soltanto. In ogni molteplicità di danno delle relazioni fra le parti Conoscenza della
molteplicità attraverso la
e gli elementi che ci permettono di raggiungere una qualche compren- struttura e relazioni degli
sione di essa. Il nostro linguaggio è molto ricco sia per descrivere la insiemi
molteplicità che per indicare le diverse relazioni a cui essa da origine.
Le nozioni di struttura, gruppo, insieme, classe, famiglia, collezione,
sono alcune di quelle che utilizziamo per indicare la molteplicità. Mol-
to più numerose ancora sono le relazioni che in essa possiamo scoprire:
somiglianza, vicinanza, equivalenza, affinità, relazioni causali, ecc. Pos-
siamo così studiare la molteplicità attraverso l’esame della sua origine,
della sua struttura formale, delle sue operazioni o effetti.
Questo ci indica che la conoscenza della molteplicità implica la sco-
perta in essa di una qualche unificazione: ogni relazione in qualche mo- La forma, principio di
unificazione e di
do stabilisce una certa unificazione all’interno della molteplicità. Pos- conoscenza
siamo dire, per questa ragione, che la molteplicità risulta conoscibile
sempre attraverso la scoperta in essa di una certa forma che unifica e
da coerenza all’insieme. Una molteplicità puramente caotica o dispersa
sarebbe inconoscibile, poiché si ridurrebbe al puro caos.
Tale conoscenza è molto ampia e diversificata: essa da origine al-
le classificazioni, allo stabilire delle norme, allo studio delle relazioni
sociali. Ma è possibile tentare di esaminare in modo sistematico le ca-
ratteristiche generali della molteplicità o degli insiemi, dal punto di vista
logico o strutturale. A partire dal xix secolo lo studio degli insiemi e dei Studio degli insiemi nella
matematica
gruppi è diventato una parte della matematica, la “teoria degli insiemi”.
Essa studia le caratteristiche e le proprietà formali della molteplicità a
partire dall’esame delle relazioni che possono essere stabilite fra i loro
elementi. La comprensione dei gruppi o insiemi si è rivelata essenziale
per tentare di dare una fondazione allo studio matematico del numero1 .

16.2 La nozione di numero


Attraverso nozioni di tipo formale, come quelle di gruppo, insieme,
e altre collegate, possiamo raggiungere una certa conoscenza della mol-
teplicità. Tuttavia, la conoscenza propriamente quantitativa verrà rag-
giunta soltanto quando si riesce a “misurare” la pluralità determinando
in essa “il più e il meno”. Ciò che quello che chiamiamo ordinariamente
contare o numerare.
Risulta difficile dare una definizione dell’atto di “numerare”, co-
me anche dello stesso concetto di “numero”, poiché si tratta di nozioni
primarie, che non è possibile ridurre ad altre. È chiaro, tuttavia, che si Difficoltà per definire il
numero
tratta di nozioni collegate a degli atti della ragione umana. Da questo
punto di vista possiamo ormai affermare che il numero è un anzitutto un

1
Si veda la Nota 3 del corso Introduzione alle scienze fisico-matematiche e
biologiche.
208 La quantità numerica

concetto, un prodotto della ragione umana nel misurare o contare una


molteplicità. Risulta possibile però chiedersi se sia possibile attribuire
al numero un altro valore, oltre a quello mentale. È il numero soltanto
un concetto della mente umana, oppure esso ha un altro significato più
fondamentale, di tipo oggettivo?
Lungo la storia del pensiero le risposte sono state diverse. Per il pla-
tonismo, il fatto che la mente scopra il numero non ha in realtà grande
Platonismo: il numero importanza. Ciò che è veramente conta è il numero in sé, quello che
come entità oggettiva
viene scoperto dalla mente. Ed esso avrà un’esistenza oggettiva, indi-
pendente dalla mente e dalle cose sensibili in cui possiamo scoprirlo.
La posizione platonica vede il numero, quindi, avente una realtà ogget-
tiva, indipendente dalle cose sensibili. Esso appartiene al mondo delle
idee: i concetti numerici e matematici saranno una parte importante di
esso.
Una posizione completamente opposta a quella del platonismo è
Empirismo: il numero quella sostenuta dell’empirismo radicale. Per loro il numero è soltanto
come processo mentale
un concetto mentale. Nel mondo “reale” esistono soltanto le cose empi-
riche, singolari e sensibili. Il numero è soltanto una realtà che la men-
te elabora. Si può dire quindi che ha un’esistenza soltanto psicologica
(questa posizione verrà a volte chiamata, per questo motivo, “psicologi-
smo”). Tra i rappresentanti più importanti di questa corrente possiamo
indicare John Stuart Mill.
Una posizione intermedia è quella sostenuta da Aristotele. Nella fi-
losofia aristotelica il numero appare anzitutto come misura, e quindi
Aristotele: numero come contenuto mentale, o soggettivo. Allo stesso tempo, tuttavia, il
numerato e numerante
numero ha un valore reale, quello della concreta molteplicità reale degli
enti. In questo modo il numero possiede anche un’oggettività indipen-
dente dalla mente. Questi due aspetti vengono chiamati nella filosofia
aristotelico-tomista numero numerans (numerante) e numero numeratus
(“numerato”):

. . . il numero si dice in due modi. In un primo modo noi parliamo di nume-


ro in riferimento a ciò che è numerato in atto o numerabile, per esempio
quando diciamo dieci uomini o dieci cavalli: e questo è detto numero “nu-
merato”, perché è il numero applicato alle cose numerate. In un secondo
modo parliamo di numero in rapporto al mezzo “con il quale numeriamo”,
cioè lo stesso numero preso in senso assoluto, come due, tre, quattro2 .

Secondo questo, numero numerato sarà l’insieme concreto di enti


Realtà oggettiva del esistente in natura (“tre cavalli”, “sette cani”. . . ). È reale e oggettivo,
numero: pluralità reale di
enti
non semplicemente mentale, ma non è un’entità sussistente né separata
dalle cose stesse: consiste propriamente nella stessa molteplicità reale di

2
«Numerus dicitur dupliciter. Uno modo id quod numeratur actu, vel quod est nu-
merabile, ut puta cum dicimus decem homines aut decem equos; qui dicitur numerus
numeratus, quia est numerus applicatus rebus numeratis. Alio modo dicitur numerus
quo numeramus, id est ipse numerus absolute acceptus, ut duo, tria, quatuor» (Tommaso
d’Aquino, Commento alla Fisica di Aristotele, L. IV, lez. 17, 581).
16.2. La nozione di numero 209

enti. Non ha, come invece accade nella filosofia platonica, un’esistenza
separata: la realtà del numero, e degli altri concetti matematici, conside-
rati al di fuori della mente, coincide con quella delle entità concrete alle
quali si riferisce: molteplicità reali o potenziali, oppure, in altri concetti,
relazioni fra le entità reali del mondo.
Invece, numero numerante è il numero astratto, con il quale nu-
meriamo, secondo l’espressione usata da Tommaso d’Aquino. Esso è, Aspetto soggettivo: la
misura come concetto
quindi, un concetto di ragione, mentale, senza esistenza al di fuori del-
la mente umana (“tre”, “sette”. . . ). Ma a differenza di quanto sostiene
l’empirismo, questo non toglie “realtà” né “necessità” al numero e ai
concetti matematici. Essi hanno una corrispondenza intenzionale con la
pluralità reale a cui si riferiscono. Attraverso la conoscenza siamo in
grado di cogliere tale necessità.
Anche Kant ritiene che il numero, se consiste soltanto in un conte-
nuto a posteriori ricevuto dall’esperienza, non potrebbe essere neces-
sario. Infatti, per Kant a posteriori significa che possiamo conoscere Kant: il numero come a
priori sogettivo
la validità di tali contenuti soltanto a partire dall’esperienza; non sare-
mo quindi in grado di cogliere la loro necessità, ma ci apparirebbero
come contingenti. Per questa ragione, secondo Kant, la mente deve im-
porre tale necessità: i concetti matematici sono quindi sintetici a priori:
vengono colti nell’esperienza, ma la loro necessità deriva dalla mente.
Per Aristotele e Tommaso d’Aquino il problema non esiste: la co-
noscenza intenzionale, fondata sull’astrazione e la capacità dell’intel-
letto di cogliere l’universale, è in grado di cogliere nell’esperienza la
necessità dei concetti matematici.

La costruzione dei sistemi numerici Nella comprensione aristoteli-


ca del numero, quindi, esso sorge per astrazione a partire dalla pluralità
concreta degli enti naturali. Potremmo dire che inizialmente assegniamo
dei nomi specifici alle pluralità reali (almeno a quelle elementari: “uno”,
“due”, “tre”. . . ). Ogni “numero” viene poi astratto dalle altre caratteri-
stiche della pluralità reale, e lo si applica a ogni pluralità equivalente,
diventando così il “numero astratto” (numerante).
Questa descrizione dell’origine delle nozioni numeriche non può
tuttavia venir applicata in modo diretto a l’intero spettro numerico. È
ovvio che l’astrazione diretta del numero a partire da un pluralità rea-
le di oggetti risulta possibile soltanto in pochi casi, quando si tratta di
numeri molto piccoli. Probabilmente soltanto nel caso di insiemi di due
o tre elementi, forse anche quattro, la mente è capace di cogliere la
molteplicità quantitativa in un solo atto. Ma ciò sarebbe completamente
impossibile con numeri elevati.
Nel astrarre i numeri elementari, tuttavia, la mente scopre anche le
loro proprietà. Tra esse ci sono due fondamentali: l’addittività e l’ordine Additività e successione
di successione. Le diverse quantità numerica appaiono relazionate attra-
verso l’additività: 2 + 1 = 3 ; 3 + 1 = 4 , ecc. Ciò permette di costruire
una serie numerica, nella quale ogni elemento è determinato in rela-
210 La quantità numerica

zione a quelli precedenti. In questa maniera la mente scopre facilmente


il carattere “indefinito” della serie numerica (pensiamo ad un bambino
che ha appena imparato a contare. . . e tenta di scoprire fin dove è capace
di arrivarci!).
D’altra parte, questo processo non basta per rappresentare ogni aspet-
I diversi insiemi numerici to della quantità numerica. Alcune operazioni non hanno un risultato
possibile all’interno dei numeri così definiti. Pensiamo ad esempio alla
sottrazione: non posso sottrarre 4 da 3; e tuttavia è un’operazione che
può avere senso per indicare ad esempio un debito. Per questa ragione
è necessario costruire diverse serie numeriche.

– Numeri naturali La serie numerica che in questo modo possia-


mo costruire è quella dei numeri interi positivi. Attraverso di essi
possiamo rappresentare la pluralità di qualsiasi insieme di oggetti
reali. Ricevono il nome di numeri naturali. L’insieme dei numeri
naturali è rappresentato da N:

N = {1, 2, 3 . . . }

– Numeri interi La sottrazione tra i numeri naturali, come abbiamo


appena notato, può dare origine ai numeri negativi (−1, −2, −3 . . . ).
I numeri negativi, insieme ai numeri naturali, formano l’insieme
dei numeri interi Z:

Z = {· · · − 3, −2, −1, 0, 1, 2, 3 . . . }

– Numeri razionali La divisione dà origine ai numeri razionali, che,


oltre a quelli naturali, contengono dei numeri non interi. Vengono
chiamati razionali perché esprimono la relazione (ratio) tra due
numeri interi, come è evidente quando vengono scritti in forma di
frazione. L’insieme dei numeri razionali Q:

Q = {. . . 1/1, 1/2, 1/3, . . . 2/1, 2/2, 2/3, . . . }

– Numeri reali Alcune proprietà geometriche e algebriche danno


origine anche ai numeri irrazionali, che non possono essere espres-
si in forma di frazione. Questo è il caso di molte costanti, come
π (3.141592. . . ), che rappresenta la relazione
√ tra il perimetro e
il diametro di una circonferenza; di 2 (1.414213. . . ), relazio-
ne tra la diagonale e il lato di un quadrato; e = limn→∞ (1 + 1n )n
(2.718281. . . ), base dei logaritmi naturali, ecc. Se vengono scritti
in forma decimale, i numeri irrazionali contengono infiniti deci-
mali diversi, mentre i razionali hanno un numero finito di decima-
li, o sono periodici. L’insieme dei numeri razionali e irrazionali
dà luogo all’insieme dei numeri reali R:
n √ o
R = . . . 1/2, 1/3, π, 2, e, . . .
16.3. Definizione di numero nella matematica contemporanea 211

– Numeri complessi Per ultimo, alcune equazioni quadratiche, co-


me x2 + 1 = 0 danno origine ai numeri immaginari.
√ L’unità dei
numeri immaginaria è rappresentata da i = −1. I numeri im-
maginari, insieme ai reali danno origine all’insieme dei numeri
complessi C:
C = {a + bi, ∀a, b ∈ R}

16.3 Definizione di numero nella matematica


contemporanea
Quella che abbiamo presentato è una descrizione dell’origine dei
concetti numerici, fondata sull’intuizione e l’astrazione, propria della
conoscenza ordinaria. Fino al s. xix la matematica non aveva sentito
il bisogno di una definizione più precisa del numero. Si accettava l’esi-
stenza di un’astrazione fondata sull’intuizione geometrica della quantità
estesa divisibile in parti.
Nel xix secolo, a conseguenza della crisi della geometria tradiziona-
le, si capovolge il rapporto tra geometria e aritmetica. Il ruolo fondante Riduzione della geometria
all’aritmetica
della geometria fu allora assunto dall’aritmetica. Un primo periodo vide
il tentativo di descrivere la geometria in termini algebrici: si tratta di un
processo che di solito viene chiamato “aritmetizzazione del continuo”.
Questo portava alla necessità di presentare una definizione più accura-
ta del numero, che potesse servire come fondamento di tutto l’edificio
della matematica.
La definizione di numero oggi generalmente accettata è stata formu-
lata da Gottlob Frege e da Bertrand Russell, negli ultimi anni del secolo
xix. Le due definizioni erano molto simili, anche se furono sviluppate Definizione di numero a
partire dalla teoria degli
indipendentemente. In esse il numero veniva definito a partire dalla teo- insiemi
ria degli insiemi, o teoria delle classi, sviluppata nei decenni precedenti
da Boole, Cantor, e altri.
Si dice che due insiemi sono equinumerosi, oppure che essi hanno
la stessa cardinalità quando fra di loro è possibile stabilire una relazio-
ne biunivoca (cioè una relazione “elemento a elemento”). Si tratta di
una definizione semplice, che però dovrà essere applicata anche a in-
siemi infiniti, poiché le serie numeriche sono sempre infinite. La teoria
dell’infinito, che più avanti dovremo considerare, era a quel tempo or-
mai chiaramente stabilità da George Cantor, e quindi questo fatto non
sembrava essere una difficoltà.
Russell e Frege sono arrivati allora a definire il numero come «la
classe delle classi equinumerose», cioè come l’insieme di tutti gli insie-
mi che possiedono la stessa cardinalità. In altre parole, possiamo defi-
nire il “due” come l’insieme di tutti gli insiemi che hanno due elementi.
È ovvio che questa ultima formulazione sembra ridondante, tuttavia è
facile renderci conto che non è così. In realtà ciò che si afferma è che
ogni numero è definito appunto dall’insieme di tutte quelle realtà tra le
quali è possibile stabilire una relazione elemento a elemento.
212 La quantità numerica

Questa formulazione ebbe un grande successo, anche se il tentativo


di fondare su di essa l’intera matematica andò subito incontro ad un pa-
radosso logico (il paradosso delle classi). In ogni caso, questo concetto
ci mostra ancora come il numero è una nozione ottenuta a partire dalla
molteplicità reale.

16.4 Il problema dell’infinito quantitativo


Nel lavoro matematico ordinario la quantità si presenta sempre co-
me quantità finita. L’esperienza da cui si parte per ottenere i concetti
numerici è sempre un’esperienza di quantità concrete, e quindi limitate,
finite.
Tuttavia l’astrazione matematica ci consente di pensare anche una
Sensi dell’infinito in quantità non-finita. Nella serie ordinata che costituisce i numeri naturali
matematica
non c’è un termine o limite alla possibilità di aggiungere nuovi succes-
sori. Per questo motivo la quantità numerica viene subito pensata come
infinita.
N = {0, 1, 2, 3 . . . ∞}

È necessario però distinguere due sensi in cui possiamo parlare di


infinito:

– infinito potenziale: equivale al concetto di “successione indefini-


ta”. Si tratta quindi di un’operazione che non ha termine: possia-
mo aggiungere sempre un’unità ad un insieme, senza che tale ope-
razione raggiunge un limite. Ma in qualsiasi istante che possiamo
considerare, la quantità raggiunta sarà sempre finita.
– infinito attuale: consiste nel considerare una quantità numerica
infinita esistente in atto. Si tratta di un’operazione che la matema-
tica può fare senza problemi, ogniqualvolta considera, ad esem-
pio, l’insieme dei numeri naturali N, o quello dei numeri reali,
R.

C’è tuttavia un’osservazione importante da fare. Stiamo conside-


rando, in ogni caso (infinito potenziale o infinito attuale) di un infinito
Carattere “relativo” relativo a un qualche aspetto della realtà, concretamente di un infinito
dell’infinito matematico
quantitativo riferito ad un numero di entità o aspetti, ad una proprietà
come l’estensione, ecc. Non si tratta quindi di un “infinito assoluto”,
che potrebbe essere attribuito soltanto a Dio. La nostra discussione sul-
l’infinito non ha quindi rilevanza dal punto di vista teologico, poiché
si riferisce sempre ad un aspetto relativo e limitato della realtà, anche
quando ci chiediamo se possa essere infinito numericamente (se l’uni-
verso abbia un’estensione infinita, o pure una durata temporale infinita,
se ci siano infiniti enti materiali, ecc: si tratta in ogni caso di formalità
o perfezioni limitate).
16.4. Il problema dell’infinito quantitativo 213

L’analisi dell’infinito nella matematica Ci chiediamo quindi sul ruo-


lo dell’infinito quantitativo nella matematica. Possiamo dire, in primo Infinito potenziale: serie
infinite
luogo, che il punto di partenza dello studio dell’infinito in matematica è
la nozione di serie infinita, e quindi un infinito potenziale. In matemati-
ca possiamo considerare delle serie infinite, come i la serie dei numeri
naturali, o dei numeri pari NP = {x | x = 2n, n ∈ N}: si fondano sulla
possibilità di una successione indefinita. È anche chiaro come il conti-
nuo implica una divisibilità infinita. Nel considerare però queste serie
numeriche affermiamo che una particolare operazione ricorsiva non ha
fine; tuttavia in ogni momento siamo di fronte a delle quantità finite
(qualsiasi numero pari che possiamo indicare sarà sempre un numero
finito). Il problema sarà diverso, invece, quando si tenta di considerare
l’infinito attuale. Questo sarà il caso quando non tentiamo semplicemen- Infinito attuale: insieme
infinito
te di usare il concetto di serie infinita, ma vogliamo utilizzare come una
realtà in atto l’insieme dei numeri naturali, oppure l’insieme dei punti
di una retta.
Nella matematica greca il problema dell’infinito non viene mai con-
siderato. Forse perché, da una parte, non sempre necessario. Ma po- La matematica greca non
considera l’infinito
tremo dire anche che il mondo greco ha un certo “orrore” all’infini-
to; mentre per noi l’infinito sembra essere simbolo di perfezione, nel
mondo greco la perfezione sta nella completezza, che sembra esigere la
“determinazione”. l’infinito invece è l’indeterminato, e quindi segno di
povertà e imperfezione.
La matematica moderna si apre invece ad una considerazione po-
sitiva dell’infinito. Di fatto esso fu già discusso dalla matematica araba Accettazione dell’infinito
nella matematica moderna
medievale. Ma sarà soprattutto con la cosmologia moderna quando la
nozione di infinito diventa equivalente a quella di massima perfezione
o realtà. La cosmologia moderna passa dal mondo chiuso all’universo
infinito3 . L’infinità dell’universo diventa ora sinonimo della sua gran-
dezza. Ma anche l’infinitamente piccolo diventa sempre più importante,
con il calcolo infinitesimale di Newton e Leibniz.
Nel s. xix George Cantor introduce finalmente la considerazione po-
sitiva degli insiemi infiniti (o “transfiniti”). Cantor mostrerà come è pos- George Cantor: teoria dei
numeri trasfiniti
sibile studiare le loro proprietà, e in certo senso perfino “numerarli”. Si
tratta dello stesso metodo che sarà poi applicato alla definizione di nu-
mero. Due insiemi hanno la stessa cardinalità se fra di loro è possibile
stabilire una relazione biunivoca.
Quando applichiamo questa definizione agli insiemi infiniti trovia-
mo un risultato sorprendente: un insieme infinito può avere la stessa
cardinalità di un suo sottoinsieme. Consideriamo l’insieme dei nume-
ri naturali e quello dei numeri pari, che costituisce un sottoinsieme del
primo.
N = {1, 2, 3, 4, 5, 6 . . . n}
NP = {2, 4, 6, 8, 10, 12 . . . 2n} , NP ⊂ N

3
L’espressione proviene dalla classica opera di Alexander Koyré, Dal mondo
chiuso all’universo infinito, 4a ed., Milano: Feltrinelli, 1981.
214 La quantità numerica

È possibile stabilire una relazione biunivoca fra di loro, facendo cor-


rispondere ad ogni numero naturale n ∈ N, il numero doppio, che è
ovviamente un numero pari (2n ∈ NP ):

n ↔ m, ∀n ∈ N, m = 2n ∈ NP

Questa caratteristica ci permette di dare una definizione matematica


Definizione di insieme di infinito. Un insieme infinito è quello che ha la stessa cardinalità di un
infinito
suo sottoinsieme. Si tratta di una definizione che non risulta, ovviamente
“intuitiva”: non è possibile avere un’intuizione adeguata di un insieme
infinito, se lo consideriamo come infinito attuale. Tuttavia è possibile
notare come altri modi di descrivere un insieme infinito sono coerenti
con questa definizione: aggiungere (o sottrarre) una qualsiasi quantità
all’infinito da come risultato sempre infinito.
Questa definizione non implica, di per sé, che ogni insieme infinito
abbia la stessa cardinalità. Cantor prova che esistono insiemi infiniti
con diversa cardinalità. È possibile allora tentare di ordinarli, e tentare
di studiare le loro proprietà. Ciò significa, in concetti intuitivi, che la
matematica è in grado di studiare “diversi infiniti” (o trasfiniti, nella
terminologia originale di Cantor).

I diversi infiniti matematici La cardinalità propria dell’insieme dei


numeri naturali N viene chiamata “aleph-zero” (ℵ0 ). E anche i nume-
ri interi Z e i numeri razionali Q possiedono la stessa cardinalità ℵ0 .
Infatti, è possibile ordinare i loro elementi in modo da mostrare che
corrispondono, elemento a elemento (“corrispondenza biunivoca”) agli
elementi di N.
I numeri interi hanno La prova è nei due casi abbastanza semplice. Consideriamo in primo
cardinalità ℵ0
luogo l’insieme dei numeri interi, Z. Anche se si tratta di un insieme
infinito, è evidente che possiamo ordinare tutti i numeri interi, secondo
la serie:
{0, −1, 1, −2, 2, −3, 3 . . . }
“Ordinare” l’insieme secondo una serie, significa dare ad ogni nume-
ro intero una posizione in una serie ordinata. In questa maniera abbia-
mo stabilito una corrispondenza biunivoca con i numeri naturali N =
{0, 1, 2, 3 . . . }: ad ogni numero intero della serie corrisponde un numero
naturale, quello che indica la sua posizione nella serie.
I numeri razionali hanno Qualcosa simile può essere fatta con gli elementi di Q. Possiamo or-
cardinalità ℵ0
dinare i numeri razionali in una matrice, secondo l’ordine indicato nella
fig. 16.1. Quest’ordine permette di stabilire una corrispondenza biuni-
voca con N: basta seguire le frecce, che evidentemente riusciranno a co-
prire esaustivamente l’intero insieme dei numeri razionali, assegnando
ad ogni posizione un numero naturale.
I numeri reali hanno Non ogni insieme infinito, però, possiede la cardinalità ℵ0 . L’insie-
cardinalità maggiore di ℵ0
me dei numeri reali R ha una cardinalità diversa, che viene chiamata
“cardinalità del continuo”. Si può provare, infatti, che in qualsiasi ordi-
namento dei numeri reali ci saranno sempre, fra due elementi, infiniti
16.4. Il problema dell’infinito quantitativo 215

1 1 1 1
1 → 2 3 → 4 ···
. % .
2 2 2 2
1 2 3 4 ···
↓ % .
3 3 3 3
1 2 3 4 ···
.
.. .. .. .. ..
. . . . .

Figura 16.1: Equivalenza tra la cardinalità di Q e di N

altri numeri reali. Infatti, se tentiamo di stabilire una serie di numeri


reali, dovremo scriverli in forma di numeri decimali. Ma fra due numeri
reali, per quanto vicini essi siano, possiamo sempre trovare infiniti al-
tri numeri reali. Non è possibile quindi stabilire un ordinamento seriale
equivalente ai numeri naturali.

Significato dell’infinito matematico La teoria dei numeri transfiniti


di Cantor non richiede accettare l’esistenza di un infinito attuale in sen-
so filosofico. La matematica è una scienza delle possibilità nell’ambito La teoria dei numeri
trasfiniti non implica
delle relazioni quantitative. Il metodo usato per attribuire la cardinalità l’esistenza “attuale” di un
richiede stabilire una relazione biunivoca fra due insiemi, e può essere insieme infinito
interpretato come un processo successivo indefinito. L’infinito che tale
operazione raggiunge è sempre un infinito potenziale.
Nell’ambito della scienza fisica, inoltre, la concezione infinitista
propria della fisica moderna (newtoniana) è stata nuovamente sostituita
da una visione più favorevole al finito. Nella teoria della relatività l’u-
niverso si presenta come finito, anche se illimitato. Possiamo calcolare
le sue dimensioni, e il numero approssimato di enti che potrebbe con-
tenere (di solito si parla di 1080 atomi. Anche la storia dell’universo è
considerata oggi come finita nel tempo.
Dobbiamo tener presente, in ogni caso, che dal punto di vista filo-
sofico è da rigettare soltanto un infinito attuale nel senso di una serie
infinita di cause “per se”, cioè da cause la cui azione deve essere opera-
tiva perché l’effetto possa esistere. Una tale serie infinita richiederebbe,
per trovare la causa ultima, percorrere una serie infinita di cause. Non
sarebbe possibile cominciare nemmeno.
Se invece si tratta di una serie di cause relazionate “per accidens”, e
quindi di enti non essenzialmente legati, in cui l’azione causale di uno
risulta essenziale per l’esistenza dell’altro, dal punto di vista filosofico
non sembrano darsi delle impossibilità assolute. Tommaso d’Aquino, ad
esempio, ammetteva che, dal punto di vista razionale, non sarebbe con-
traddittorio pensare ad un universo creato da Dio ab æterno, senza che
questo togliesse niente al ruolo creatore di Dio. Tuttavia, continuava,
per fede sappiamo che il mondo fu creato “ab initio temporis”, e quindi
ha una storia finita.