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Capitolo 14

Lo spazio

L a descrizione attuale del mondo fisico ha alla base le nozioni di


spazio e tempo. Esse vengono considerate come le “condizioni
fondamentali dell’esperienza”, oppure come “dimensioni basilari del-
la realtà”. Sin dall’inizio di questo studio abbiamo infatti presentato
la strutturazione spazio-temporale dei sistemi naturali come una del-
le caratterizzazioni fondamentali della realtà. Dopo aver trattato della
nozione di luogo, ci occuperemo ora dello spazio.

14.1 La nozione di spazio


La nozione di spazio, senza ulteriori determinazioni, risulta esse-
re molto generica. Essa assume significati molto diversi a seconda del
concetto scientifico, tecnico, filosofico o comune in cui viene usato.

I diversi significati dello spazio Possiamo considerare, in primo luo-


go, alcuni dei significati più comuni nel discorso ordinario.

a) Spazio può significare, in primo luogo, la distanza percorsa da un


mobile. Si tratta ovviamente di un significato molto preciso, e co- Distanza percorsa dal
mobile
sì viene utilizzato ordinariamente il termine spazio nello studio ele-
mentare del movimento dal punto di vista fisico: lo spazio, insieme al
tempo, sono le variabili che permettono di descrivere il movimento
di un corpo, calcolare la velocità, ecc.
b) Il termine spazio può essere usato, in modo più generale, per indicare
i rapporti di distanza fra i corpi. Due corpi sono sempre separati da Rapporti di distanza fra i
corpi
un certo spazio; qui spazio è un termine concreto e quantificabile,
anche se non sempre allo stesso modo.
c) Questa stessa nozione può essere applicata, in modo analogico, ad
altre realtà diverse della distanza. Si può allora parlare di “uno spazio Spazio in senso metaforico
di tempo”, dello spazio dei colori, di uno spazio di possibilità, ecc. In
questi casi significa, in modo generale, un ambito in cui certe realtà
vengono separate o distribuite.

177
178 Lo spazio

d) L’idea di ambito è presente particolarmente nella nozione di spa-


Ambito in cui i corpi si zio fisico come ambito in cui i corpi stanno e si muovono. Si tratta
muovono
piuttosto di un concetto generico di tipo immaginativo: una specie
di ricettacolo immenso in cui “immaginiamo” i corpi. Il valore di
questa nozione dovrà essere discusso dal punto di vista delle teorie
fisiche e dal punto di vista della filosofia.

Data questa pluralità di significati, sarà utile presentare il concetto


di spazio in primo luogo dal punto di vista storico.

La nozione di spazio nel pensiero greco In senso proprio, la nozione


di spazio non è presente nella filosofia di Aristotele. Non perché egli
non si sia interessato alle questioni che riguardano l’aspetto spaziale
Inesistenza del concetto di della realtà, ma per una ragione molto più semplice: il concetto di spa-
spazio
zio, così come oggi lo comprendiamo (abbiamo prima indicato alcuni
sensi più comuni) era inesistente nel mondo greco, ma anche in grande
misura nel mondo medievale. Ciò che oggi intendiamo come spazio è
una nozione completamente moderna, e sarebbe un anacronismo ten-
tare di rintracciare in Aristotele o in Tommaso d’Aquino una “teoria
dello spazio”. Si sono occupati dei problemi della localizzazione e del
movimento, non dello spazio1 .
Tuttavia, il termine spazio ha un’etimologia di radice greca, che può
Etimologia: distanza aiutare a comprendere l’evoluzione di questo concetto. Proviene dal ter-
mine στάδιον, in dialetto dorico σπάδιον. Questo termine indicava una
lunghezza pari a 185 m, e veniva usato anche per denominare la corsa
atletica che si teneva su quella distanza, e il luogo in cui la gara veniva
condotta (“lo stadio”).
Nel mondo greco questo termine non acquisterà nessun significato
Termine di uso comune per di tipo astratto o teorico. Ciò avverrà soltanto col passaggio al latino, ma
indicare la grandezza
parecchi secoli più tardi, in epoca medievale. Il termine latino spatium
diventerà di uso comune, acquistando molteplici significati, che tradu-
cevano molti termini greci diversi: διάστηµα (dimensione o distanza),
µέγετος (grandezza), µ ηκος (lunghezza) e altri ancora. Anche se si trat-
ta di significati ormai astratti, non hanno una particolare valenza filoso-
fica, ma riguardano sempre degli aspetti quantitativi o misurabili: una
lunghezza indeterminata, una distanza, la dimensione o grandezza di
qualcosa, un intervallo, o anche una durata o intervallo temporale (uno
spazio di tempo).

L’uso della nozione di spazio in Tommaso d’Aquino Nella filosofia


medievale il termine spazio compare ormai in maniera abbastanza abi-
tuale, ma sempre come un termine descrittivo e quantitativo, senza un
particolare significato filosofico, almeno positivo. Tommaso d’Aquino,
ad esempio, usa spatium con tre significati principali:

1
Per l’analisi dell’uso e significati del termine spazio, si veda Selvaggi, Filosofia
del mondo, pp. 292–294.
14.1. La nozione di spazio 179

– nel descrivere e rigettare l’opinione secondo cui il luogo sarebbe


lo spazio occupato da un corpo: «gli antichi pensavano che il luo- Lo spazio non è il luogo
occupato da un corpo
go fosse lo spazio che si trova tra i confini della cosa che avvolge,
la quale possiede le dimensioni della lunghezza, della larghezza e
della profondità»2 ;
– nel descrivere e rigettare la dottrina atomistica di Democrito, che
affermava l’esistenza di uno “spazio vuoto” (in greco semplice- Lo spazio non è un
ricettacolo vuoto
mente “vuoto”: κένον) in cui si trovano e muovono gli atomi:
«. . . è evidente che il vuoto non è né lo spazio separato dai corpi
né lo spazio intrinseco ai corpi, come sosteneva Democrito»3 ;
– nel descrive e analizzare i problemi che riguardano il moto e ve-
locità dei corpi: «. . . perché veloce è ciò che si muove attraverso Lo spazio viene usato nel
misurare le distanze
molto spazio in poco tempo; viceversa lento è ciò che si muove
attraverso poco spaio in molto tempo»4 .

Da questo uso della nozione di spazio, possiamo trarre alcune con-


seguenze. In primo luogo, la visione della natura aristotelico-tomista ri-
getta in maniera decisa l’attribuzione al concetto di spazio di una realtà
propria, indipendente dai corpi o in qualche modo “sostanziale”. Viene
rigettata la teoria democritea secondo la quale i corpi, formati da ato-
mi si trovano in un mezzo, lo spazio vuoto, dal quale sono fisicamente
distinti. Uno “spazio vuoto” esistente per sé ma senza alcuna caratte-
ristica (tranne che, appunto, quella di essere “spazio”) non può avere
realtà propria.
Notiamo che questo rigetto dello spazio vuoto esistente per sé è
coerente con le conoscenze della scienza contemporanea. Anche se la Inesistenza dello spazio
vuoto nella scienza attuale
scienza del periodo moderno ha spesso ipotizzato l’esistenza di un “vuo-
to assoluto” (come vedremo tra poco, si trattava di un postulato della fi-
sica newtoniana), oggi riconosciamo che tale concetto non corrisponde
a nessuna realtà fisicamente esistente. Ogni regione spaziale del mon-
do fisico, anche quando la densità di materia è stata ridotta al minimo,
è sempre riempita di fenomeni di altro ordine: campi elettromagnetici,
energia radiante, campi quantistici.
La negazione della realtà indipendente dello spazio appare anche
molto spesso nel contesto della discussione sulla nozione di luogo. Si
2
«Ad cuius evidentiam sciendum est quod antiqui putaverunt locum esse spatium
quod est inter terminos rei continentis, quod quidem habet dimensiones longitudinis,
latitudinis et profunditatis». Tommaso d’Aquino, Commento alla Fisica di Aristotele,
L. IV, l. 3, n. 425.
3
«Dicit ergo primo, quod quia vacuum est locus privatus corpore, et determina-
tum est de loco quomodo sit et quomodo non sit (dictum est enim quod locus non est
aliquod spatium, sed terminus continentis); manifestum est etiam quod neque vacuum
est spatium separatum a corporibus, neque intrinsecum corporibus, sicut ponebat De-
mocritus». Tommaso d’Aquino, Commento alla Fisica di Aristotele, L. IV, l. 10, n.
513.
4
«. . . quia velox dicitur quod movetur per multum spatium in pauco tempore;
tardum autem quod e converso per paucum spatium in multo tempore». Tommaso
d’Aquino, Commento alla Fisica di Aristotele, L. IV, l. 16, n. 569.
180 Lo spazio

nega che il luogo possa essere definito come “lo spazio occupato da
un corpo” appunto perché ciò implicherebbe dare realtà allo spazio con
indipendenza dai corpi.
Per quanto riguarda l’uso positivo della nozione di spazio, possiamo
notare che Tommaso d’Aquino non offre un’analisi del suo significato.
Usa il termine in maniera spontanea, per descrivere il movimento, più o
meno come sinonimo di distanza o lunghezza. Possiamo dire che si trat-
ta di un uso subordinato alle nozioni già presentate di quantità dimensiva
o estensione (lo spazio è allora una misura concreta dell’estensione), e
sempre alla luce della teoria aristotelica del luogo, secondo la quale ciò
che definisce i rapporti locali fra i corpi è la stessa estensione dei corpi,
considerata in maniera astratta, come quantità.

14.2 La concezione assolutista dello spazio


La nozione di spazio assoluto, che Tommaso d’Aquino nega a più
riprese, diventerà invece la nozione più comunemente accettata nell’e-
poca moderna. La causa principale sta nell’uso che ne farà la meccanica
newtoniana. Tuttavia, essa ha la suo origine in tempi precedenti.

Lo spazio assoluto nel pensiero pre-newtoniano Democrito affer-


mava già l’esistenza reale di uno spazio vuoto (κνον), o “non-ente”,
Democrito: lo spazio vuoto avente gli stessi diritti dello “spazio pieno” o “ente”. La sua era una po-
sizione polemica nei confronti di Parmenide, e poteva essere vista anche
come un tentativo di rendere possibile il movimento. L’idea democritea
di uno spazio vuoto in cui gli atomi si muovono ha avuto un notevo-
le successo, anche perché risulta facilmente immaginativa: lo spazio
vuoto sarebbe un ricettacolo in cui gli atomi si trovano e in cui essi
si muovono, allo stesso modo che vediamo muoversi i corpi nell’aria o
nell’acqua.
Nell’epoca moderna la dottrina dello spazio assoluto è stata pre-
Suárez: spazio imaginario sentata anche da altri autori, sotto diverse forme. Francisco Suárez lo
(non reale)
chiamerà spazio immaginario. Anche se nega la sua esistenza reale, ri-
tiene tuttavia che esso è un ente di ragione “con fondamento in re”:
ha un fondamento reale poiché è necessario per descrivere il luogo e il
movimento dei corpi.
Quando però la visione atomistica riprende forza, la nozione di spa-
Atomismo moderno: zio assoluto si aprirà nuovamente strada. Pierre Gassendi (1592–1655)
ambito del movimento
tenta di costruire un “atomismo cristiano”. Ammette esplicitamente l’e-
sistenza degli atomi, e afferma che lo spazio e il tempo assoluto sono
degli enti reali, esistenti per sé e indipendenti dai corpi reali. Non pos-
sono essere chiamati sostanza né accidente; sono delle realtà incorporee
e immateriali, ma non spirituali.
Non tutti i filosofi moderni, anche se meccanicisti, ammettono però
l’esistenza di uno spazio assoluto. René Descartes la negherà, a causa
14.2. La concezione assolutista dello spazio 181

della sua identificazione tra materia ed estensione. Lo spazio equivale


per lui all’estensione, e quindi alla stessa materia.

Lo spazio assoluto di Newton La teoria dello spazio assoluto ver-


rà finalmente presentata in maniera particolarmente esplicita da Isaac
Newton nei suoi Philosophiæ Naturalis Principia Mathematica. Anche
se il contesto è scientifico, nello scholium iniziale presenta esplicita-
mente le nozioni di tempo, spazio, luogo e movimento assoluti, e le
corrispondenti nozioni relative:

«Lo spazio assoluto, per sua natura senza relazione ad alcunché di esterno,
rimane sempre uguale e immobile; lo spazio relativo è una dimensione
mobile o misura dello spazio assoluto, che i nostri sensi definiscono in
relazione alla sua posizione rispetto ai corpi, ed è comunemente preso al
posto dello spazio immobile»5 .

Le nozioni relative sono il risultato della misurazione; sono quelle Nozioni assolute e relative
che possiamo realmente percepire, ma per Newton esse richiedono ne-
cessariamente le corrispondenti nozioni assolute, che corrispondono ad
una realtà indipendente dalle nostre misurazioni e sensi.
Lo spazio viene così concepito in modo simile al vuoto di Democri-
to. Esso costituisce una specie di ricettacolo vuoto, in cui tutti i corpi si
trovano, esistono e si muovono. È indipendente dai corpi, anzi, è ad essi
preesistente, poiché i corpi materiali non potrebbero cominciare ad esi-
stere se non in uno spazio. Newton arriverà a mettere lo spazio assoluto
in relazione con l’immensità divina6 .
Le nozioni di spazio e tempo assoluti non svolgono un ruolo concre-
to nello sviluppo matematico della meccanica newtoniana. Questa aveva
bisogno soltanto di ciò che Newton chiama lo spazio e il tempo relativi.
Tuttavia, spazio e tempo assoluti costituiscono il trasfondo concettuale
della scienza moderna, che dà origine alla visione meccanicistica del-
la natura. I discepoli di Newton, in particolare Roger Cotes e Samuel
Clarke presenteranno sempre con più forza lo spazio assoluto come una
nozione essenziale della nostra conoscenza del mondo. Le sue carat-
teristiche, identificate con le proprietà della geometria euclidea, erano
considerate come proprietà essenziali della realtà.

Critiche alla nozione di spazio assoluto Le difficoltà che presenta


la nozione di spazio assoluto sono state evidenziate dai filosofi sin dal-
l’antichità. Abbiamo già considerato alcune delle critiche che Aristotele
rivolge allo spazio vuoto di Democrito. Anche i filosofi moderni reagi-
ranno di fronte alla nozione di spazio assoluto di Newton. Il suo con-
temporaneo Leibinz, in particolare, presenterà una teoria “relazionale”

5
Newton, Principi matematici, p. 102.
6
“[Dio] dura sempre ed è presente ovunque, ed esistendo sempre ed ovunque, fonda
la durata e lo spazio” (Newton, Principi matematici, p. 793).
182 Lo spazio

dello spazio e del tempo, secondo la quale questi due concetti corri-
spondono soltanto all’ordine degli eventi contemporanei e successivi.
La polemica tra Leibniz e Samuel Clarke, discepolo di Newton, ebbe
già allora grande notorietà.
Possiamo considerare ora alcune delle difficoltà della nozione di
spazio assoluto.
In primo luogo, come abbiamo già menzionato, la nozione di spazio
assoluto non è necessaria per costruire una teoria fisica, come la mec-
Lo spazio assoluto è canica newtoniana. La scienza contemporanea, in particolare le critiche
innecessario per costruire la
teoria fisica
di Ernst Mach7 e Henri Poincaré8 , e sopratutto quelle di Albert Einstein
nella formulazione della teoria della relatività9 , hanno mostrato come
sia sufficiente prendere come punto di partenza la localizzazione dei
corpi in rapporto a dei sistemi di riferimento definiti arbitrariamente.
Hanno mostrato inoltre come le caratteristiche che Newton attribuisce
allo spazio (“sempre uguale”, “uniforme”, “senza relazione ai corpi”)
non sono affatto adeguate. Per esempio, il fatto che l’universo sia eucli-
deo, è messo in dubbio dalla Teoria generale della relatività. Quelle ca-
ratteristiche sono semplicemente l’idealizzazione di alcuni aspetti della
nostra esperienza, proiettata a tutta la realtà.
Non è valido nemmeno affermare che lo spazio assoluto sia una no-
zione necessaria, in quanto condizione previa per l’esistenza dei corpi
Lo spazio assoluto non è (Suárez). Infatti, questo argomento implica un regresso all’infinito: sa-
una condizione per
l’esistenza dei corpi,
rebbe allora necessario determinare prima ancora un “luogo” in cui lo
stesso spazio potesse esistere: «se infatti ogni ente per esistere deve es-
sere collocato in un luogo, è chiaro che anche il luogo deve essere in
un luogo; e così all’infinito»10 . In altre parole: sia il luogo che lo spazio
derivano dalla relazione tra le dimensioni quantitative dei corpi; quan-
do è in relazione ad altri corpi avrà necessariamente un luogo. Tuttavia,
se un corpo non possiede relazioni ad altri corpi, non avrebbe un luo-
go (non sarebbe “localizzato” da altri). Per questo motivo sia Aristotele
che Tommaso d’Aquino affermano che l’universo (o cosmo) “non è in
nessun luogo”: non esiste un corpo esterno rispetto al quale possa essere
localizzato.
La filosofia scolastica aggiungeva altri argomenti da un punto di
Lo spazio assoluto non vista metafisico. Lo spazio assoluto non potrebbe avere realtà come
sarebbe sostanza né
accidente
sostanza, poiché esso viene presentato come anteriore all’esistenza di
ogni sostanza materiale; ma nemmeno come accidente, poiché non è
una proprietà dei corpi, ma indipendente da essi. Ancora più assurdo
sarebbe affermare che si tratta di una realtà non materiale: ciò condur-

7
Cfr. Ernst Mach, La meccanica nel suo sviluppo storico-critico, Torino:
Boringhieri, 1968.
8
Cfr. Henri Poincaré, La science et l’hypothèse, Paris: Flammarion, 1902; Henri
Poincaré, La valeur de la science, Paris: Flammarion, 1905
9
Cfr. Albert Einstein, “Zur Elektrodynamik bewegter Körper”, in Annalen der
Physik 17 (1905), pp. 891–921.
10
Aristotele, Fisica, IV, 1, 209a 23-26.
14.3. Lo spazio come forma soggettiva in Kant 183

rebbe a considerarlo una realtà di tipo spirituale, o perfino identificata


in qualche modo con Dio.
Possiamo notare per concludere, che la nozione di spazio assoluto
deriva da quella che sembra essere un’esigenza della nostra immagina-
zione. Per considerare la realtà fisica del mondo dobbiamo utilizzare la Lo spazio assoluto è
risultato dell’immaginazione
nostra immaginazione, che non può prescindere dalle condizioni spazio-
temporali della nostra esperienza. L’immaginazione quindi applica alla
realtà quello che è il nostro modo di rappresentare immaginariamente
i corpi materiali: essi appaiono nel sottofondo di una spazio e tempo
“assoluti”, che resta anche quando l’immaginazione rimuove gli ogget-
ti. Non è necessario tuttavia, né per il ragionamento scientifico né per
quello filosofico, affermare la realtà di tale spazio.

14.3 Lo spazio come forma soggettiva in Kant


In occasioni, le critiche alle nozioni assolute di Newton hanno con-
dotto all’estremo opposto: affermare che l’unica realtà dello spazio (e
del tempo) sia di tipo mentale o soggettivo. La più importante, tra que-
ste, è quella di Immanuel Kant nella Critica della ragion pura. Per Kant
spazio e tempo saranno forme a priori della sensibilità. Consideriamo
brevemente la sua posizione.
Nella sua prima tappa (“pre-critica”) Kant, che aveva seguito con
entusiasmo la fisica di Newton, sosteneva delle posizioni filosofiche di
tipo razionalista. Secondo la sua stessa testimonianza, l’influsso di Da- Origine della riflesisone
kantiana
vid Hume gli fece riconoscere il carattere “dogmatico” di molti dei pre-
supposti razionalistici su cui era fondata la sua filosofia. Uno dei punti
principale era appunto la nozione di spazio assoluto.
Tuttavia, Kant considerava questa nozione necessaria all’interno del-
la scienza newtoniana, la cui condizione di sapere necessario egli voleva Le proprietà dello spazio
assoluto vengo trasferite alla
difendere. La sua proposta fu quella di trasferire le proprietà dello spa- mente: necessità, ecc.
zio assoluto alla struttura stessa della conoscenza. La nostra conoscenza
sensibile, secondo Kant, applica necessariamente ai dati di esperienza
che riceviamo attraverso i sensi, la nozione di spazio, come modo per
ordinare le sensazioni in modo comprensibile. Per questo motivo Kant
dirà che lo spazio e il tempo sono delle forme a priori della sensibilità.
Le ragioni presentate da Kant sono molteplici, e hanno un notevo-
le peso. Sostiene che le nozioni di spazio e tempo non possono essere
ottenute per astrazione a partire dall’esperienza. Infatti, ciò farebbe di Tentativi kantiani di provare
l’esistenza dello spazio
queste nozioni una conoscenza a posteriori (dipendente dall’esperien- come forma a priori
za) e quindi né universali né necessarie. Ritiene che per sostenere la loro
necessità debbono essere a priori, cioè devono precedere l’esperienza,
ed essere quindi “condizioni di possibilità” dell’esperienza.
Kant tenta di provare il carattere a priori dello spazio e del tempo.
Non possiamo rappresentarci le cose e gli eventi nello spazio e nel tem-
po se non abbiamo già anteriormente la rappresentazione dello spazio e
del tempo. Spazio e tempo sono quindi condizioni soggettive necessarie
184 Lo spazio

per l’esperienza. Inoltre, io posso eliminare dalla mia rappresentazio-


ne un oggetto particolare, ma non posso eliminare la rappresentazione
dello spazio e del tempo.
L’unica soluzione, per Kant, è quella di ammettere che nel proces-
so di percezione la nostra mente ha un ruolo attivo: non semplicemente
riceve le impressioni sensibili, ma le ordina e unifica in uno schema
che chiamiamo spazio e tempo. Senza queste forme a priori della sen-
sibilità, le impressioni sensibili sarebbero caotiche e disordinate. Sono
le forme a priori dello spazio e del tempo quelle che ci permettono di
avere un’autentica “intuizione sensibile”, cioè un’autentica esperienza.
Non vogliamo ora considerare in dettaglio l’argomentazione kantia-
na e le sue possibili critiche; ciò richiederebbe un’analisi più completo
della filosofia critica di Kant. Notiamo soltanto che alla radice della sua
posizione si trova il tentativo di difendere la validità assoluta della scien-
za newtoniana, all’interno di una concezione empirica della conoscenza,
una volta rigettata la metafisica razionalista propria del meccanicismo
atomista o cartesiano.
Tuttavia, oggi sappiamo che la scienza non ha bisogno di una “strut-
tura spazio-temporale” necessaria, come quella presentata da Newton
La scienza attuale non nei Principia Mathematica. La matematica e la fisica posteriori han-
richiede una struttura
spazio-temporale
no eliminato tale pretesa. Oggi sappiamo che le nostre rappresentazioni
necessaria spazio temporali della realtà sono condizionate dalle nostre teorie fisi-
che, e possono quindi aver bisogno di correzioni e modifiche. La geo-
metria euclidea usata dalla fisica di Newton non è “la struttura dello
spazio” (altre geometrie sono possibili), né una condizione necessaria
della mente.
La teoria epistemologica di Kant, d’altra parte, è insufficiente, poi-
ché non riesce a comprendere la possibilità di ottenere concetti univer-
sali per mezzo dell’astrazione. Ignorando il ruolo “attivo” della men-
te nel cogliere il contenuto intelligibile della realtà, vuole invece attri-
buirle un ruolo attivo nell’imporre una struttura determinata alla nostra
conoscenza, aprendo così la strada ad un nuovo razionalismo di tipo
idealista.
Per quanto riguarda i tentativi di provare il carattere a priori dello
spazio e del tempo in base alle esigenze della nostra capacità di “rappre-
sentarci” gli oggetti, abbiamo già notato prima come un’esigenza della
nostra capacità di immaginare le cose nello spazio e nel tempo non va
confusa con la capacità di comprenderle, e meno ancora con la loro
possibilità reale.

14.4 Il problema della realtà dello spazio


Possiamo ora tentare di concludere la nostra discussione delle di-
verse nozioni dello spazio esaminando più in concreto il problema della
realtà propria dello spazio (la discussione potrebbe essere valida anche
14.4. Il problema della realtà dello spazio 185

per il concetto di tempo, anche se lo vedremo in maniera specifica più


avanti).
Abbiamo visto come le due posizioni estreme, lo spazio assoluto
newtoniano e lo spazio kantiano come forma a priori, risultano insoste-
nibili. Nel primo caso viene attribuita allo spazio una realtà a sé, assoluta
e indipendente di altre realtà. Lo spazio viene quindi “sostanzializzato”
(anche se non gli si vorrà mai attribuire il nome di sostanza) o “cosifi-
cato”: è una realtà esistente in maniera oggettiva, diversa e differenziata
dalle altre cose. Nel secondo caso, lo spazio non ha invece nessuna real-
tà “oggettiva” in quanto tale, ma soltanto soggettiva. Le cose e gli eventi
non sarebbero in realtà ordinati o disposti spazialmente, e la riflessione
sullo spazio non consisterebbe nello scoprire le caratteristiche di que-
sta spazialità. Al contrario, tale “spazialità” apparterrebbe soltanto alla
nostra mente, che nel ricevere le impressioni sensibili applica ad esse la
forma a priori dello spazio, ordinandole e rendendole così conoscibili.
Ma tale spazio non appartiene alla realtà fisica, bensì alla mente.

Senso originario dello spazio: relazioni di distanza tra i corpi Ci


chiediamo ora se in qualche modo la visione aristotelico-tomista del-
la quantità dimensiva possa dare luce sulla nozione di spazio. Come
abbiamo visto il problema dello spazio era ancora assente dalla prospet-
tiva aristotelico-tomista: la loro concezione dell’estensione e del luogo
sembravano non aver bisogno di altri concetti. Tuttavia lo sviluppo del-
la scienza sperimentale, introducendo una nuovo uso del concetto di
spazio, ha aperto la nostra conoscenza ad una comprensione molto più
precisa dei fenomeni fisici, con indipendenza delle interpretazioni che a
questi nuovi concetti siano state date (abbiamo già notato, per esempio,
come la meccanica newtoniana, anche se “presuppone” lo spazio asso-
luto, di fatto non lo usa per formulare la teoria dei sistemi meccanici,
che ha bisogno soltanto di uno spazio relativo). È possibile compren-
dere la nozione di spazio con l’aiuto della visione aristotelico-tomista
della natura?
Per tentare di dare luce al problema della realtà dello spazio nel
contesto della filosofia di Aristotele e Tommaso d’Aquino, sembra ne-
cessario partire dal significato primordiale della nozione di spazio. Nel Senso primordiale dello
spazio: relazioni di distanza
pensiero aristotelico-tomista questo significato basilare è dato dal uso tra gli enti estesi
pratico del termine spatium per designare le relazioni di distanza tra
gli enti estesi: lo spazio percorso da un mobile, lo spazio interposto fra
due oggetti, ecc. Notiamo inoltre che questo è il significato primordia-
le del termine spazio anche nell’origine della meccanica; non a caso la
nozione di spazio verrà sviluppata e trasmessa alla scienza moderna at-
traverso la scolastica tardo medievale. Nella fisica di Galileo e in quella
di Newton l’uso fondamentale del termine spazio sarà dato appunto dal
suo contenuto empirico definito dalle misure di distanza.
Possiamo ora cercare di chiarire il senso “filosofico” di questa no-
zione, prima di considerare gli altri usi del termine. Sono queste “rela-
186 Lo spazio

zioni di distanza” fra i corpi qualcosa di reale? Su questo punto non ci


può essere nessun dubbio: corrispondono a una esperienza innegabile;
inoltre hanno numerose implicazioni in rapporto al movimento, all’azio-
Nozione reale e ne fisica, ecc. Sono tuttavia delle “relazioni”. Possiamo chiederci allora
accidentale: si identifica con
l’estensione dei corpi,
quale sia il loro fondamento. Nella filosofia aristotelico-tomista, nuova-
considerata dal punto di mente, non ci può essere nessun dubbio: il fondamento delle relazioni
vista delle relazioni di di distanza fra i corpi è dato dall’estensione, o quantità dimensiva dei
distanza
corpi. Questa proprietà reale (ma accidentale) dei sistemi naturali fa si
che questi abbiano delle parti, che le parti siano separate, e quindi possa
darsi ciò che chiamiamo distanza; implica inoltre che questa distanza
possa essere misurata.
Notiamo quindi che, almeno per quanto riguarda questo primo si-
gnificato fondamentale sia nella filosofia che nella scienza (spazio come
relazioni di distanza fra i corpi), la dottrina aristotelica dell’estensione
sembra essere un fondamento sufficiente e valido.

Senso secondario: l’insieme delle relazioni di distanza possibili fra i


corpi Possiamo ora considerare gli altri sensi della nozione di spazio.
Nello sviluppo della scienza meccanica si considera lo spazio, a volte,
non come una relazione di distanza concreta fra due corpi, bensì come
l’insieme di tutte le relazioni di distanza possibili fra i corpi materiali.
Siamo così di fronte allo spazio inteso in senso generale, che copre l’in-
tero universo. Questo sembra essere il significato più importante nella
scienza sperimentale, ed è qui che il problema filosofico potrebbe porsi.
Notiamo tuttavia che tale problema non si pone veramente. Que-
sto nuovo significato consiste semplicemente nella considerazione del-
l’insieme delle relazioni che possono sorgere fra l’estensione dei corpi.
Questo è ciò che possiamo chiamare spazio fisico, o spazio materia-
È uno spazio reale le. Certamente siamo sempre di fronte ad uno spazio reale. Ma come
prima, la sua realtà si fonda sulla quantità dimensiva o estensione dei
corpi. Ora non considerata in maniera limitata a uno o pochi enti, ma
considerando l’estensione reale di tutto il mondo materiale.
Questo spazio, dunque, non ha una realtà propria e indipendente, di-
Non è indipendente versa dalla stessa estensione reale dei corpi. La sua realtà si trova nelle
dall’estensione dei corpi
relazioni dimensive tra le parti dell’estensione, e quindi in questa stessa
estensione o quantità dimensiva. Non sembra necessario invece conce-
pirlo come qualcosa di diverso o di indipendente, e non c’è senz’altro,
nell’esperienza fisica, niente che richieda una tale definizione.
Potremo così dare una possibile definizione di spazio: lo spazio rea-
le è l’estensione corporea degli enti materiali considerata in quanto alle
relazioni di ordine e distanza fra i corpi e le loro parti.

Spazio immaginario e spazio matematico Dobbiamo però conside-


rare anche altri possibili significati dello spazio. A volte esso viene con-
siderato come qualcosa astratta e separata dai corpi e dalle loro dimen-
sioni (la nozione di spazio assoluto di Newton). Che tale concetto esista
14.5. Il movimento locale 187

non lo si può negare. Ma la questione è quale sia il suo valore e la sua


realtà. Possiamo allora distinguere due casi:
Spazio immaginario: il concetto a cui ci siamo riferiti esiste certa-
mente. Esso rappresenta l’idea di un vuoto o spazio in cui gli enti sareb- Spazio immaginario in cui ci
rappresentiamo i corpi
bero localizzati, e senza il quale non ci sembra possibile rappresentare i
corpi. Si tratta però di uno spazio immaginario, cioè usato dalla nostra
immaginazione appunto per rappresentarci i corpi.
Spazio matematico: lo studio delle relazioni dimensive fra i corpi
ci porta ad elaborare dei concetti matematici a volte molto complessi, Elaborazione astratta di un
insieme di relazioni formali
che spesso vanno oltre le caratteristiche delle relazioni dimensive della
nostra esperienza. Siamo allora di fronte ad uno spazio matematico, cioè
lo sviluppo di un’astrazione formale nell’ambito delle possibilità offerte
dalla quantità dimensiva.
È chiaro però che in questi due casi siamo di fronte ad uno spazio
che dobbiamo caratterizzare come ente di ragione. Come tali possiamo
dire che esistono soltanto nella mente. Si presentano certamente come
indipendenti della realtà delle cose materiali, ma ciò è dovuto al fatto
che sono prodotto di un’astrazione e forse di un’idealizzazione, immagi-
nativa o matematica. Hanno quindi una base reale, ma non costituiscono
una realtà a sé.

14.5 Il movimento locale


Dopo aver esaminato le nozioni di luogo e spazio, possiamo affron-
tare in maniera più precisa lo studio del movimento locale. Esso ha
un’importanza del tutto particolare all’interno della nostra comprensio-
ne del mondo fisico: è presente in tutti gli ambiti della nostra esperien-
za, ed è inoltre una nozione centrale nella conoscenza scientifica della
realtà.

Natura del movimento locale Abbiamo già considerato il movimen-


to in relazione al cambiamento in generale. Aristotele definiva il movi-
mento come l’atto dell’ente in potenza in quanto è in potenza11 .
Nel caso del movimento locale, l’atto sarà semplicemente la presen-
za locale: “l’essere in un luogo” di un particolare corpo o sistema. Ciò
significa possedere un particolare rapporto dimensivo con i corpi circo-
stanti e (secondo Tommaso d’Aquino) con la totalità del cosmo. Si tratta
quindi di un atto accidentale e estrinseco, e quindi relativo, ma reale.
Se questo rapporto dimensivo si modifica, si dà il movimento locale.
Le caratteristiche del movimento locale dipenderanno da quelle del-
l’estensione. Possiamo attribuire al movimento locale le stesse proprie- Proprietà del movimento
locale
tà che abbiamo considerato nella quantità dimensiva: continuità, divi-
sibilità, misurabilità, ecc. Non sarà quindi necessario considerarle in

11
ή το υ δυνάµει Ôντος ™ντελέχεια, ` V τοιο υτον, κίνησίς ™στιν (Aristotele, Fisica,
III, 1, 201a10-11).
188 Lo spazio

dettaglio. Ci soffermeremo soltanto brevemente su la prima di esse: la


continuità.

Continuità del movimento locale La continuità del movimento loca-


le ci consente di risolvere i paradossi di Zenone. Anche se il movimento
è infinitamente divisibile, esso è sempre continuo, poiché le parti del
movimento, come quelle dell’estensione, sono parti continue: attual-
Il movimento non è una mente unificate ma potenzialmente divisibili. Il movimento non deve
somma di atti statici, ma un
atto in flusso
quindi essere concepito come una serie (magari infinita) di stati attuali
in qualche modo “statici”, come se il passare da ogni punto fosse un at-
to stabile e separato dagli altri. Al contrario, esso è un actus fluens, una
attualità in flusso. Concettualmente possiamo dividerlo in stati puntuali
(“eventi”), ma si tratterà sempre di un’astrazione (possiamo ricordare a
questo proposito l’insistenza del processualismo su carattere irriducibi-
le della temporalità e dei processi). La nozione aristotelica di movimen-
to, invece, vuole anche mettere in evidenza il carattere particolare del
movimento come fieri o actus fluens.

Carattere relativo del movimento locale Abbiamo visto come la


presenza locale, essendo un accidente estrinseco dei corpi naturali, pos-
Carattere relativo del luogo siede una natura relazionale, e non assoluta: ha senso soltanto in rela-
e dello spazio
zione agli altri corpi che formano l’universo, e rispetto ai quali un corpo
dato risulta localizzato. Lo stesso possiamo dire della nozione di spazio:
esso può essere determinato (misurato, descritto) soltanto in relazione
ai corpi esistenti, che definiscono ciò che possiamo chiamare sistemi di
riferimento.
La relazionalità del luogo e dello spazio implicano che anche il mo-
vimento deve essere considerato come relativo. Per poter determinare il
movimento di un corpo, tanto in maniera descrittiva o qualitativa, come
matematicamente, dobbiamo indicare qual è il sistema di riferimento
adottato.
La relatività del movimento sembra porre dei problemi concettuali
Problemi concettuali della quando consideriamo il movimento in maniera intuitiva o qualitativa. Se
relatività del movimento
i corpi circostanti un particolare corpo A vengono spostati, dovremo dire
che anche A si muove? Se consideriamo un battello ancorato in mezzo
a un fiume le cui acque scorrono velocemente, e un altro battello alla
deriva, mosso soltanto dalla corrente, quale dei due è in riposo e quale
si muove? Cosa dovremo dire allora di un passeggero che si trova sul
secondo battello, e corre sul ponte in direzione contraria al movimento
del fiume, restando per alcuni istanti immobile in relazione alla riva?
Nella filosofia aristotelico-tomista si parla alle volte di “movimento
per accidens” per indicare un movimento puramente apparente, distin-
Nozione aristotelica di guendolo da un movimento proprio. Negli esempi precedenti potrem-
moviemento “per accidens”
mo dire che il primo battello si muove per accidens rispetto all’acqua
del fiume. Tuttavia sono delle attribuzioni il cui significato deve esse-
re esaminato volta per volta. Spesso possono apparire mescolati due
14.5. Il movimento locale 189

sensi diversi, a seconda che consideriamo la causa del movimento o il


movimento rispetto alla totalità:

a) in relazione alla causa del movimento: movimento proprio sarebbe


quello che implica la messa in atto di una causa dinamica (il passeg-
gero che corre sul ponte della nave, esercitando uno sforzo fisico;
movimento per accidens quello del passeggero fermo sul ponte della
nave, in relazione all’acqua o alla riva, o quello del battello ancorato
in mezzo alla corrente.

b) in relazione alla totalità del sistema fisico considerato: si parlerà al-


lora (soprattutto nelle discussioni sul movimento del periodo tardo
medievale e dell’inizio della scienza moderna) di “movimento vero”
e “movimento apparente”. Rispetto alla Terra la nave che scende im-
pulsata dalla corrente si muove veramente, mentre il passeggero che
corre sul ponte della nave è in riposo vero, anche se in movimento
apparente.

Quando il movimento viene studiato in modo matematico queste di-


stinzioni perdono importanza. Il movimento verrà riferito sempre a un
sistema di riferimento, normalmente con l’uso di coordinate cartesia-
ne, che ci permettono di stabilire con chiarezza lo stato di movimento
di ogni sistema in relazione ai diversi sistemi di riferimento possibili.
D’altra parte, lo studio dinamico delle cause del movimento permette di
comprendere in che modo le relazioni fisiche fra i corpi danno origine
ai diversi processi meccanici o di altro tipo.

È possibile parlare di movimento assoluto? Dal punto di vista fi-


losofico non è possibile parlare di luogo né di spazio assoluto. Non è
possibile nemmeno, quindi, cercare un “movimento assoluto”, cioè un
movimento che non faccia riferimento al altri corpi rispetto ai quali vie-
ne considerato e misurato. Non è possibile domandarsi se l’universo, Si muove l’universo?
considerato come un tutto, si muova o sia in riposo. Senza un riferimen-
to esterno nessuna delle due opzioni avrebbe alcun senso. E la nozione
di “universo” implica appunto che non ci sia alcun riferimento esterno,
poiché esso include tutto quando esiste nella realtà naturale.
Tuttavia il problema è stato sollevato in diversi momenti della storia,
e può essere utile riassumere come esso sia stato affrontato.
a) Scienza antica: La filosofia aristotelico-tomista affermava il ca-
rattere relazionale di luogo e movimento. In conseguenza possiamo dire
che dal punto di vista concettuale il movimento assoluto non esisteva.
Tuttavia, la cosmovisione allora accettata vedeva l’universo (il cosmo) Movimento relativo,
riferimento assoluto
come una realtà completa e perfetta, nella quale, in un certo senso, sa-
rebbe possibile determinare un centro assoluto e un riposo assoluto. In
altre parole, la concezione geocentrica del cosmo consentiva di deter-
minare il movimento vero e apparente, appunto in relazione alla totalità
del cosmo.
190 Lo spazio

b) Scienza sperimentale moderna: La scienza sperimentale moder-


Movimento assoluto, spazio na, a partire da Galileo, afferma l’esistenza dello spazio assoluto. In
assoluto
conseguenza il movimento assoluto esiste, al meno in teoria. Non era fa-
cile però determinarlo, e di fatto la quasi totalità della scienza moderna
utilizzerà soltanto il concetto di movimento relativo.
Ciò verrà formulato in quello che oggi viene chiamato il “princi-
pio di relatività di Galileo”, conseguenza dal principio di inerzia: non
possiamo determinare lo stato di movimento inerziale (rettilineo e uni-
forme) di un sistema dall’interno dello stesso. Nessun esperimento pos-
sibile potrebbe dirmi se il sistema è in riposo o in movimento. Posso
determinarlo soltanto interagendo con l’esterno.
Tuttavia, il principio di inerzia si riferisce soltanto a movimenti non
soggetti a forze né a accelerazioni. Si pensava quindi che sarebbe possi-
bile determinare lo stato di movimento assoluto dei corpi quando viene
preso in considerazione la causa dinamica del movimento.

a b

Figura 14.1: Esperimento del secchio di Newton; a) ruota il secchio,


acqua in riposo; b) ruota l’acqua, secchio in riposo.)

Isaac Newton propose in suo noto “esperimento del secchio”, che


dovrebbe secondo lui essere in grado di determinare il movimento as-
Tentativi di dimostrazione soluto di rotazione di un corpo. Prendiamo un secchio, pieno di acqua
del movimento assoluto
a metà, e lo sospendiamo da una corda. Quando il secchio è immobi-
le la superficie dell’acqua resta in riposo, piatta. Se facciamo ruotare il
secchio, l’acqua inizialmente resta in riposo, con la superficie piatta (a),
finché, a poco a poco, il movimento del secchio si trasmette alla totalità
dell’acqua. Allora per effetto della forza centrifuga, la superficie del-
l’acqua si alza verso l’esterno, acquistando la forma di un paraboloide
di rivoluzione. Se in quel momento fermiamo il secchio (b), l’acqua con-
tinua il suo movimento per un po’, mantenendo la superficie parabolica,
finché finalmente anch’essa si ferma.
Nei due stati intermedi abbiamo un movimento relativo tra l’acqua
e il secchio. È possibile distinguere il movimento “assoluto” del reci-
piente e del contenuto? Newton afferma di si: in un primo momento il
secchio si muove e l’acqua è “veramente” in riposo, perché la sua super-
ficie è piatta. Successivamente però il secchio è fermo e l’acqua gira. La
14.5. Il movimento locale 191

curvatura della superficie dell’acqua sarebbe l’argomento che ci consen-


te di determinare il “movimento assoluto” dell’acqua nel secondo caso,
mentre era ferma nel primo.
c) Scienza contemporanea: L’esperimento del secchio sembra im-
plicare l’esistenza di un movimento assoluto; tuttavia tale conclusione
fu criticata da Ernst Mach, che attribuisce il diverso comportamento a
l’asimmetria tra i due casi; sarebbe necessario considerare l’intera mas-
sa dell’universo. Cosa accadrebbe, si domanda Mach, se nel primo caso Critica di Mach
fosse l’intero universo a ruotare insieme al secchio? La teoria generale
della relatività, di fatto, risolve il problema in questo stesso senso: an-
che i movimenti accelerati sono relativo, e non sarebbe affatto possibile
distinguere tra i due casi.
Nella fisica contemporanea in concetto di spazio, tempo e movi-
mento è tornato ad una concezione relazionale. La Teoria Speciale della
Relatività (A. Einstein, 1905) ha, come base esperimentale e concettua-
le proprio la negazione del carattere assoluto dello spazio e del tempo.
L’insuccesso dell’esperimento di Michelson e Morley (1891), che vo- Movimento relativo,
riferimenti relativi
levano misurare la velocità assoluta della Terra (la sua velocità rispetto
dell’etere, che si pensava fosse il medio in cui si propagano le onde elet-
tromagnetiche, e doveva coincidere con lo spazio assoluto) fu uno dei
fatti determinanti per la formulazione della nuova teoria. Qualche anno
più tardi viene completata la Teoria Generale della Relatività (A. Ein-
stein, 1916). La nuova teoria amplia il principio di relatività ai sistemi
non inerziali (sistemi sottoposti alla gravitazione o ad accelerazione), e
rende del tutto in superflua la nozione di spazio o movimento assoluto.