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ELOGIO DI GIOVANNI PAPINI

di Giulio Andreetta

Giovanni Papini, fiorentino - nato il 9 gennaio del 1881, e morto l’8 luglio 1956 –, appare figura
quanto mai controversa e ricca di fascino. È proprio una sua vena provocatoria, e allo stesso tempo
raffinata e aristocratica - la sua infinita preziosità nello stile di scrittura, e allo stesso tempo la
cristallina semplicità del suo eloquio, la sua continua revisione di atteggiamenti e prese di posizione del
suo passato - che lo qualifica come uno degli indiscussi protagonisti della cultura italiana di inizio
Novecento. Anche volendo ignorare la portata specifica che nella storia del pensiero gli è stata affidata
dal destino, bisognerebbe innanzitutto fare chiarezza su alcuni punti che ormai, a distanza di oltre
sessant’anni dalla morte, è necessario puntualizzare per evitare fraintendimenti ed equivoci.

- Un intellettuale ha tutto il diritto di cambiare idea e posizione, ha diritto, per così dire, a
rivendicare una sorta di nomadismo intellettuale che lo porti a rivedere determinate asserzioni e prese
di posizione del suo passato.

Mi sembra evidente la veridicità di questa affermazione, in quanto un uomo non è un monolite, non
è una macchina, ma un individuo in perpetua evoluzione, che ha diritto di cambiare idea, e di
assecondare tutte le rotte di navigazione che, per così dire, gli vengono proposte dal suo intuito, dalla
sua intelligenza, e dalla sua cultura. Ciò non significa senz’altro, per chi legge i suoi scritti, non potersi
formare un’opinione sulla veridicità o falsità delle singole prese di posizione. Tuttavia andrebbe rivisto,
a mio avviso, il pregiudizio di considerare ammirevole il pensiero di un intellettuale quando esso sia
privo di ripensamenti, o di contraddizioni. Qualcuno potrebbe definirli come ‘errori’, ma è proprio tale
infinita umanità dell’uomo di genio che affascina ancora oggi, perché essa non propone una visione
monodimensionale: una sincera umiltà nello scrittore lo spinge a cambiare idea, e a renderlo noto
attraverso i suoi scritti. Ciò che mi ha sempre affascinato di Papini è questo suo coraggio intellettuale di
cambiare idea, segno questo di non essere vincolato ad una visione del mondo specifica, ma di
valutarne diverse, per poi prendere posizione con tutta la libertà possibile. Ed infatti una delle
parole-chiave che potrebbero essere utilizzate per descrivere l’esperienza umana e intellettuale di
Giovanni Papini è proprio questa: libertà. Sistematicamente ignorato nel dopoguerra per qualche sua
vicinanza con il regime fascista (con numerosi distinguo), e peraltro mai ostentata, tale mancanza di
considerazione per questo autore è continuata con numerosi strascichi fino ad oggi. Appare infatti un
nome che non compare tra i classici della storia della letteratura italiana: è confinato spesso tra gli
autori minori. Non so dire se sia effettivamente giusto pensarla in questo modo per un autore che
indubbiamente nella sua carriera ha dimostrato tanto coraggio, il coraggio di andare controcorrente
rispetto a tutto un mondo immobile, rappresentato dalle istituzioni, da un certo provincialismo
intellettuale dell’epoca completamente a digiuno delle novità in ambito filosofico, e che si muoveva
principalmente sul solco dell’idealismo hegeliano e crociano. Sono questi gli anni che animano un
dibattito estremamente interessante e fruttuoso a partire da tutta una serie di riviste letterarie che Papini
fonda assieme ad altri intellettuali e artisti. Scrive anche alcuni articoli inneggianti all’intervento
militare dell’Italia all’interno della Prima Guerra Mondiale; dopo solo qualche anno si pentirà
amaramente di questa presa di posizione. Altro caso emblematico di un ripensamento radicale dei suoi
convincimenti è rappresentato dalla conversione religiosa, datata tra il 1919 e il 1921. Si tratta di un
episodio clamoroso all’interno della biografia di questo grande scrittore in quanto nel 1911 aveva preso
posizioni fortemente anticlericali ed improntate ad un ateismo radicale e contestatario, pubblicando il
testo Le memorie d’Iddio. Più tardi si dimostrerà talmente pentito di quelle parole che esprimerà il
desiderio di bruciare tutte le copie esistenti di quel testo.
Sono solo alcuni esempi di una mobilità e di una metamorfosi continua dei suoi assunti. Ma, nel
caso di Papini, è assolutamente da escludere che questo dato incontrovertibile della sua biografia sia
dovuto a ragioni di convenienza od utilità personale. Invece pare possibile leggere in tutto ciò una vera
e non ostentata umiltà dello scrittore, che probabilmente non valutava il suo valore al pari dei suoi
indubbi meriti intellettuali. Eppure questa consapevolezza dello scacco, della sconfitta interiore, questa
sua continua scontentezza dei suoi esiti come scrittore e poeta è indubbiamente il dato che più si
imprime di vicinanza a noi contemporanei. È il carattere più sublime e più umanamente vibrante di
questo scrittore. Un indubbio tratto della sua personalità fu l’essere controcorrente, sempre e
comunque, nell’Italia provinciale della belle epoque, in qualche modo scossa dalla vitalità
dell’avanguardia futurista, alla quale Papini aderì, ma non in modo assoluto, ed infatti dopo solo pochi
anni ruppe con il Futurismo milanese di Filippo Tommaso Marinetti. Altro elemento che andrebbe
analizzato con attenzione e con scrupolo fu la sua adesione al fascismo, che non fu esente da forti
critiche, e comunque sempre segnata dalla rivendicazione di una propria libertà e autonomia
intellettuale. A questo riguardo basterebbe citare il rifiuto sistematico di tutta una serie di cattedre
universitarie che gli vennero offerte in ambito accademico, al fine probabilmente di mantenere uno
sguardo libero sul mondo e sulla cultura. Anche la sua conversione religiosa non deve essere presa alla
lettera di una adesione e sottomissione totale a un certo clericalismo dell’epoca, e qui a titolo di
esempio si potrebbe citare un suo testo del 1953, Il diavolo, che addirittura fu messo all’Indice in
quanto in palese contrasto con alcuni importanti dogmi cattolici.
Già dalle prime pagine del suo capolavoro, Un uomo finito, si impara a entrare gradualmente in
confidenza con un uomo appassionato, innamorato della vita, e della propria libertà. L’amore per i libri
e per l’intelligenza che segnano un’infanzia e un’adolescenza solitarie, il disprezzo per la consuetudine
e la tradizione.
Per tutte queste ragioni non mi pare corretto confinare questo autore, che non ebbe paura di
avventurarsi nelle regioni sconosciute del proprio intelletto, tra i minori. È opportuno che gli venga
assegnato il posto che merita tra i grandi intellettuali europei di inizio Novecento.