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La responsabilità civile

Osservazioni sul tema del danno risarcibile

A cura di : Francesco Toscano

Giuffrè Editore
Indice
Introduzione

Capitolo I – Indagine sui beni disciplinati dal codice e dalle leggi speciali

1.1 – La rassegna dei beni nel codice civile : in particolare l’art. 810 c.c.

1.2 - I contratti di trasferimento dei beni mobili : in particolare la vendita

1.3 - La disciplina della garanzia nel contratto di vendita

1.4 - Recenti orientamenti giurisprudenziali in tema di garanzia per vizi della


cosa compravenduta
1.5 - Il nuovo codice dei consumatori e la disciplina della garanzia nella
vendita ivi prevista

Capitolo II – La risarcibilità del bene leso : il danno da prodotto difettoso

2.1 - La responsabilità civile nella nomenclatura codicistica. Norme di


riferimento

2.2 – Oggetto del danno risarcibile nella vendita con prodotto difettoso

2.3 – Alcuni tipi di danno definiti in dottrina e giurisprudenza

2.4 – Orientamenti giurisprudenziali in tema di “danno da prodotto


difettoso”
2.5 – I punitive damages dell’esperienza americana

Capitolo III – Lesione di une bene immateriale : risarcimento e tutela

3.1 – Il danno risarcibile nella cronaca giornalistica


3.2 – I diritti di critica e satira. In particolare l’art. 21 Cost.

3.3 – La sentenza n. 5259 del 18 ottobre 1984, c.d. “Decalogo della


Cassazione”
3.4 – I diritti personalissimi. Loro azionabilità in sede processuale

3.5 – Verso un diritto civile più vicino ai popoli ed alle nazioni

Conclusioni

Bibliografia

Banche dati on-line per la giurisprudenza


Introduzione
In un’epoca in cui il traffico economico ha conosciuto l’abbattimento delle frontiere
tradizionali per l’affermazione della pratica di internet è stato saggio ed opportuno
da parte dei Governi, anche quello italiano, rivedere e ripensare la disciplina della
responsabilità del produttore nelle vendite commerciali. L’introduzione in Italia,
del Codice del Consumo ha senza dubbio segnato un punto fermo nella materia
della vendita e della corrispondente responsabilità del produttore, ampliando
notevolmente le garanzie previste dal codice. In buona sostanza oggi, non esiste
alcun tipo d’acquisto in qualsiasi modo effettuato, con carta moneta, attraverso
carta di credito od assegno che non sia garantito nel suo fine da una precisa
disposizione di legge. Ciò mette al sicuro l’acquierente da una serie di spiacevoli
inconvenienti che possono capitare quando si contratta con qualcuno ed allo stesso
modo il venditore, se accetta il pagamento da parte del compratore, senza opporvi
immotivato rifiuto è tutelato dal codice e dalle leggi speciali, qualora l’acquirente
non si rivelasse solvente. Nell’ ottica di offrire tutela alla parte debole del rapporto,
il Codice Civile ed il Codice del Consumo in particolare, hanno voluto
esemplificare alcune ipotesi di responsabilità diretta del venditore, l’avveramento
delle quali è condizione di responsabilità da parte di quest’ultimo.

L’importanza dei rimedi nella disciplina della vendita offerti dal Codice, i nuovi
meccanismi posti in opera dal Codice del Consumo, assieme all’opera creativo-
interpretativa della giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, offrono
spunti importanti di riflessione su altrettenti temi cruciali i quali rappresentano la
base della novella operata dal Codice del Consumo.

La presente opera offre una panoramica su quelli che sono i beni annoverati nel
codice civile, basandosi però più sull’aspetto giuridico che non sulla valenza
concreta dei beni stessi. Lo scopo di questa astrazione è arrivare al riconoscimento
di un’ideale, il quale sarà poi ricercato nella disciplina civilistica della vendita in
tutte le sue tradizionali forme e poi riconosciuto come oggetto stesso del
risarcimento e della legislazione vigente in tema responsabilità del venditore per
danno da prodotto difettoso.

La molla che potrebbe dare il giusto epilogo alla trattazione, sta nel dardo lanciato
verso i governanti in soccorso di chi non ha voce e mezzi per difendersi, affichè
sugli ultimi appaia il segno della vergogna dei primi.
Capitolo I

Indagine sui beni


disciplinati dal codice e dalle
leggi speciali
La rassegna dei beni nel codice civile : in particolare l’art. 810 c.c.

Il Libro III del codice civile, intitolato «Della Proprietà» al Capo I si apre con le
disposizioni «Dei beni in generale» e la prima norma che s’incontra, l’art. 810 cod.
civ., stabilisce che : «Sono beni le cose che possono formare oggetto di diritti».

E’ significativo notare come i beni di cui parla l’art. 810 c.c. si risolvano
sostanzialmente in diritti e si attuino attraverso gli strumenti predisposti dal codice,
giacché esso può essere considerato una sorta di prontuario, nel quale individuare
la disposizione più adatta a seconda della circostanze.

Più avanti un’altra norma importante, l’art. 1322 c.c., recante disposizioni a
proposito dell’autonomia contrattuale, stabilisce che : «Le parti possono
liberamente determinare il contenuto del contratto nei limiti imposti dalla legge e
dalle norme corporative. Le parti possono anche concludere contratti che non
appartengano ai tipi aventi una disciplina particolare, purché siano diretti a
realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico».

Ci si chiede : è opportuno considerare beni le cose che formano oggetto di diritti o


piuttosto si dovrebbero considerare beni gli strumenti previsti dal codice al fine
attuare la circolazione e lo scambio dei beni medesimi?

A ben riflettere non può esserci coesistenza dei due interrogativi, almeno da un
punto di vista concettuale. Giacché se si commette l’errore di ritenere beni nel senso
più elevato del termine una casa o un’automobile, si finisce per dimenticare lo
strumento che ha permesso il conseguimento di quegli stessi beni.

Se si tralascia il codice civile e si guarda alla Costituzione, si scoprono una serie


indefinita di beni immateriali, quali il lavoro, il domicilio, la libertà d’espressione,
la famiglia, tutti beni che non si traducono in cose tangibili e che per questa ragione
vengono denominati beni immateriali. Essi sono creazioni dello spirito, pertinenze
dell’essere umano e lo sono in una maniera così particolare che a ciascuno ne è
riconosciuta una parte senza che ciò si debba tradurre in una invasione od indebita
intromissione nella sfera giuridica altrui. Come la casa, pure questi altri beni
possono formare oggetto di diritti, solo però in una forma diversa.

In realtà, la rubrica dell’art. 810 c.c. nella sua affermazione fa riferimento a beni
tangibili o materiali, come una casa, un’automobile, un dipinto, i quali a loro volta
possono formare oggetto di diritti perché possono essere scambiati contro il
relativo prezzo e quindi essere oggetto di contratti previsti e regolati
dall’ordinamento giuridico.

In questo senso, quindi, si potrebbe dire che l’ordinamento giuridico attua le


pretese dei suoi consociati, riconoscendo loro la facoltà di stipulare contratti aventi
ad oggetto beni la cui circolazione non è vietata all’interno del territorio dello Stato
ed il cui scopo è favorire la ricchezza nazionale, obiettivo anzi incentivato
dall’ordinamento stesso.

Quanto all’elencazione di tali beni negli artt. da 810 a 822 c.c. sono disciplinati i c.c.
d.d. beni privati, ossia i beni che possono formare oggetto da parte di privati
cittadini, avendo il codice provveduto ad una distinzione tra i primi ed i successivi
che sono i beni che appartengono allo Stato, agli Enti pubblici e agli Enti
Ecclesiastici.

Questi ultimi sono regolati delle disposizioni di cui agli artt. 822 e s.s. del cod. civ.,
e non saranno trattati in questa sede.

Circa l’esposizione dei beni in generale, giovi ricordare gli artt. 812, 813, 814, 815 e
816 cod. civ. recanti rispettivamente norme sulla distinzione dei beni, sulla
distinzione dei diritti, sulle energie, sui beni mobili iscritti in pubblici registri e sulle
universalità di mobili.

Tale classificazione ha senso solo se letta alla luce dell’art 810, dovendosi ritenere
sua logica e necessaria promanazione, in quanto la nozione sui beni sebbene precisa
è eccessivamente scarna.

Così risulta importante la prima distinzione dell’art. 812 c.c. che distingue i beni
immobili dai mobili, la successiva dell’art. 813 c.c. che concerne i diritti maturati
sugli uni e sugli altri ed ancora l’art. 814 c.c. che classifica le energie come beni
mobili aventi valore economico.

Per i beni mobili iscritti in pubblici registri l’art. 815 c.c. fa rinvio alle norme speciali
che li riguardano, mentre per quanto attiene alle universalità di mobili l’art. 816 c.c.
considera tale una pluralità di cose che appartengono alla stessa persona ed hanno
una destinazione comune.

Successivamente, in ordine sistematico trovano collocazione le disposizioni sulle


pertinenze e sul regime dei frutti naturali e civili.

«Sono pertinenze le cose destinate in modo durevole al servizio o ad ornamento di


un’altra cosa», questo il disposto dell’art. 817 c.c. In proposito, un principio
giuridico di origine romanistica recitava: accessorium sequitur principale, ossia la
destinazione della pertinenza è impressa dal diritto principale.

Le pertinenze, continua il successivo art. 818 co. 2 c.c. possono formare oggetto di
separati atti o rapporti giuridici e quando la pertinenza viene a mancare essa non è
opponibile ai terzi i quali abbiano anteriormente acquistato diritti sulla cosa
principale. Infatti per i diritti preesistenti sulla cosa oggetto di pertinenza e di
spettanza di terzi è fatto salvo l’acquisto dei terzi di buona fede se non risultano da
scrittura avente data certa anteriore, quando la cosa principale è un bene immobile
o un bene mobile iscritto in pubblici registri.

Infine, l’art. 820 c.c. stabilisce che sono frutti naturali quelli che provengono
direttamente dalla cosa, mentre sono frutti civili quelli che si ritraggono dalla cosa
come corrispettivo del godimento che altri ne abbia. Tipici esempi sono gli interessi
dei capitali, i canoni enfiteutici, le rendite vitalizie ed il corrispettivo della locazioni.

Il Capo I, del Titolo I del Libro III si chiude con le disposizioni sull’acquisto dei
frutti, per i quali, quelli naturali appartengono al proprietario della cosa che li
produce, salvo che la proprietà sia di un terzo, nel qual caso la proprietà si acquista
con la separazione.

La sinteticità della disposizione dell’art. 810 c.c. è dovuta al numero eccessivo di


beni oggi presenti in commercio, decisamente maggiore da quando la norma, nel
lontano 1942 fu coniata. Paralleli potrebbero rinvenirsi con la disciplina
sull’azienda di cui agli artt. 2555 e ss. cod. civ. od anche in proposito della
disciplina dal codice dettata sulla proprietà e sugli altri diritti reali.

Decampando dal novero dei beni immateriali tutelati dalla Costituzione agli artt. 2
e 3 e nel codice agli artt. 7 e ss. si potrebbe dire che l’intero codice e le successive
leggi speciali, forniscano una base d’attuazione tanto alle norme della Costituzione,
quanto ai principi espressi nel codice e precisati nelle leggi speciali. Così, il Codice
del Consumo, altrimenti non deve intendersi se non il punto d’approdo di una
disciplina - la responsabilità nei rapporti commerciali – che di recente s’è vista
profondamente innovata anche per l’uso di piattaforme informatiche e sistemi di
pagamento virtuali, attraverso i quali è oggi possibile chiudere acquisti a distanza e
definire controversie, senza l’intervento di un Giurì.

I contratti di trasferimento dei beni mobili : in particolare la vendita


La circolazione e lo scambio dei beni è un fenomeno attinente alle moderne
legislazioni, tant’è che l’ordinamento giuridico si preoccupa di assicurare il
trasferimento della ricchezza mediante l’uso di strumeti tipici all’uopo predisposti.

In primo luogo il riferimento è all’art. 1322 c.c. norma dettata in proposito


dell’autonomia contrattauale, la quale consente alle parti di attuare come meglio
credono i propri rapporti giuridico patrimoniali, purchè i loro scopi siano
riconosciuti leciti dall’ordinamento giuridico.

Ma, al di là del pricipio della libertà della forma, tra i vari tipi di contratto
disciplinati dal codice ne esistono alcuni, c.d. contratti sinallagmatici o a prestazioni
corrispettive, tra i quali importanza principale assume la vendita, regolata al Titolo
III del Capo I, Sezione I del codice civile agli artt. 1470 e s.s.

L’art. 1470 c.c. infatti, stabilisce che : «La vendita è il contratto che ha per oggetto il
trasferimento della proprietà di una cosa o il trasferimento di un altro diritto verso
il corrispettivo di un prezzo».

Sulla vendita innazitutto c’è da dire che ne esitono diversi tipi. C’è la vendita ad
effetti reali, quella ad effetti obbligatori, la vendita di cose future e la vendita di
cosa altrui. Successivamente saranno esaminati i rimedi e le garanzie in caso di
vizio della cosa compravenduta, ma per adesso è opportuno soffermarsi sui vari
tipi di vendita previsti nel nostro ordinamento.

La vendità è un contratto a prestazioni corrispettive o anche detto sinallagmatico e


ha per oggetto il trasferimento della proprietà di una cosa o il trasferimento di un
altro diritto verso il corrispettivo di un prezzo. Nel diritto italiano la vendita (artt.
1470 ss. c.c.) è normalmente un contratto a effetti reali in quanto il consenso
manifestato tra le parti è sufficiente a trasferire immediatamente il diritto di
proprietà sulla cosa: può tuttavia pattuirsi che il trasferimento sia differito a un
momento successivo alla conclusione del contratto e, in tal caso, ricorre la
cosiddetta vendita con effetti obbligatori. Anche nei casi di vendita di un genus, di
vendita di cosa altrui, di vendita di cosa futura, vendita con riserva di proprietà,
perché vi sia il trasferimento della proprietà occorre un evento successivo - la
consegna o la specificazione - e fino a quando tale evento non si sia verificato la
vendita ha solo effetti obbligatori. L’onere di sopportare i rischi del perimento della
cosa o della diminuzione del suo valore si sposta dal venditore al compratore con la
conclusione del contratto in ossequio dell’ antico proverbio «res perit domino». Di
regola ogni persona, capace di agire, può stipulare una vendita: tuttavia la legge
introduce divieti speciali di comprare (art. 1471 c.c.) per gli amministratori dei beni
dello Stato e degli enti pubblici in generale, in ordine ai beni affidati alla loro cura,
per i pubblici ufficiali in ordine ai beni che sono venduti a loro mezzo, per coloro
che per legge o per atto della pubblica autorità amministrano beni altrui in ordine
ai beni stessi, per i mandatari rispetto ai beni che siano stati incaricati di vendere. Il
prezzo deve essere determinato dalle parti; queste ultime tuttavia possono
affidarne la determinazione a un terzo (art. 1473 c.c.): se il contratto ha per oggetto
cose che il venditore vende abitualmente e le parti non hanno determinato il prezzo
né hanno convenuto il modo di determinarlo né al riguardo possono essere
applicati criteri derivanti da atti della pubblica amministrazione, si presume che le
parti abbiano voluto riferirsi al prezzo normalmente praticato dal venditore (art.
1474 c.c.).

Le obbligazioni principali derivanti dalla vendita per il venditore sono :


innanzitutto l’obbligazione del venditore di consegnare la cosa al compratore nello
stato in cui si trova al momento della conclusione del contratto. La consegna è mero
atto di esecuzione del contratto quando il trasferimento della proprietà si produca
con il consenso, come nella vendita con effetti reali, oppure può costituire momento
della sua formazione nella vendita con effetti obbligatori; la consegna può essere
reale o simbolica, i latini dicevano ficta, quando cioè, il trasferimento ha luogo
mediante titoli rappresentativi : polizza di carico, lettera di vettura, fede di
deposito. Segue poi l’obbligazione di fare acquistare al compratore il diritto
trasferito e l’obbligazione di garantire il compratore dall’evizione e dai vizi della
cosa, cioè dalle pretese giuridiche dei terzi e dagli eventuali difetti inerenti la cosa
venduta.

Quanto alle obbligazioni del contratto di vendia, la principale obbligazione del


compratore consiste nel pagamento del prezzo, che deve effettuarsi nel termine e
luogo stabiliti, ovvero al momento della consegna della cosa e nel luogo pattuito: se
il prezzo non debba pagarsi alla consegna, il pagamento deve farsi al domicilio del
venditore (art. 1498 c.c.). Particolari disposizioni sono dettate per la vendita di cosa
altrui ai fini della garanzia dall’evizione e dai vizi della cosa. Se, al momento della
conclusione del contratto, la cosa non era di proprietà del venditore, questo è
obbligato a procurarne l’acquisto al compratore, il quale diviene proprietario al
momento in cui il venditore ne acquista la proprietà dal titolare effettivo (art. 1478
c.c.); il compratore può chiedere però la risoluzione del contratto, se ignorava
l’alienità della cosa, e può ottenere la restituzione del prezzo pagato, con il
rimborso di tutte le spese sostenute, comprese quelle voluttuarie, se il venditore era
in mala fede, tanto dispone l’ art. 1479 c.c.
Circa la vendita di cosa futura, giurisprudenza risalente a Cass. Civ. sez. III, 7
giugno 1976 n. 2028, ha stabilito che : «Nella vendita di cosa futura la correlazione
fra l’aquisto della proprietà da parte del compratore e il venire ad esistenza della
cosa, costituisce una conseguenza naturale ma non indefettibile del negozio, data la
natura non cogente della norma di cui all’art. 1472 c.c. Pertanto, non è precluso alle
parti di stipulare un contratto di vendita a prova di cose future, determinate solo
nel genere, nel quale il trasferimento della proprietà è non solo differito al
momento in cui viene compiuta l’individuazione ai sensi dell’art. 1378 c.c., ma
altresì subordinato al verificarsi di un evento condizionante, qual è l’esito positivo
della prova di cui all’art. 1521 c.c.»
La disciplina della garanzia nel contratto di vendita

Nel contratto di vendita, la disciplina della garanzia è regolata agli artt. 1490 e ss.
cod. civ., dove è stabilito che : «Il venditore è tenuto a garantire che la cosa venduta
sia immune da vizi che la rendano inidonea all’uso cui è destinata o ne
diminuiscano in modo apprezzabile il valore. Il patto con cui si esclude o si limita
la garanzia non ha effetto, se il venditore ha in male fede taciuto al compratore i
vizi della cosa» (cit. art. 1490 c.c.).

Preliminarmente occorre dire che scopo della vendita è l’attuazione di un fine


pratico, teso a realizzare gli interessi economici delle parti. Se infatti, effettuando
una ricognizione sugli elementi essenziali del negozio, questi s’individuano, nelle
parti e nella loro volontà di contrarre, nell’oggetto, nella forma e nella causa, sarà
facile dedure come tra oggetto e causa vi sia una sostanziale diastonia o una non
perfetta coincidenza, tant’è che in dottrina alcuni autori negano il concetto di causa,
preferendo parlare di oggetto del negozio.

Per contro altra dottrina, ritiene la causa lo scopo pratico dell’atto, scopo che
intanto può essere menzionato perché ritenuto valido dall’ordinamento giuridico.

Così, mentre il venditore ha interesse ad alienare la cosa ed a ricevere il prezzo


pattuito, il compratore ha interesse a riceversi il bene nello stato in cui l’ha
comprato, immune da vizi o difetti, dovendo, per la regolarità della cosa pagare il
giusto prezzo al venditore.

La disciplina della garanzia prevede delle eccezioni laddove, all’art 1491 c.c. è
stabilito che : «Non è dovuta la garanzia se al momento del contratto il compratore
conosceva i vizi della cosa; parimenti non è dovuta, se i vizi erano facilmente
riconoscibili, salvo, in questo caso, che il venditore abbia dichiarato che la cosa era
esente da vizi».

Per cui a segnare la posizione del compratore è il suo atteggiamento psicologico,


unito alla sue dichiarazioni all’atto dell’ alienazione del bene. Se era in buona fede
ed ignorava l’esitenza di vizi nella cosa, qualora il compratore ne faccia richiesta,
potrà indirizzare costui verso il produttore del bene, o in certi casi dovrà
provvedere egli stesso alla sostituzione o riparazione essendo chiamato a
rispondere per danno da prodotto difettoso, salvo il caso in cui il compratore
all’atto dell’acquisto del bene non avesse stipulato un’estensione della garanzia o
fosse rimasto d’accordo col venditore per la sostituzione, in caso di mal
funzionamento del bene. In tale ipotesi l’obbligo della sostituzione o riparazione
ricade sul produttore o sul venditore, a seconda degli accordi presi.

Se però il venditore era in malafede, perché conosceva i vizi della cosa e li ha taciuti
solo per monetizzare, nei suoi confronti, a seconda del valore del bene, sarà
possibile intrapredere o una formale richiesta di sostituzione o un’azione di
risoluzione del contratto o ancora richiesta ricarcimento danni in una alla prima,
essendo stata la malafede del venditore, vera ed unica causa di conclusione del
contratto.

Per contro se la cosa compravenduta presentava già all’atto dell’acquisto alcuni


difetti riscontrabili facilmente, deve essere onere del compratore segnalarli e farli
presente al venditore, in maniera tale da giungere ad una perfetta conclusione del
negozio.

In proposito Cass. Civ. sez. II, 1 dic. 2000, n. 15395. Stella c. Putzolu, ha stabilito che
: «In tema di vendita, la riconoscibilità del vizio, rendendo non dovuta la relativa
garanzia, esclude che l’acquirente possa ottenere sia la riduzione del prezzo o la
risoluzione del contratto, sia il risarcimento dei danni che l’art. 1494 c.c. gli
attribuisce. Quando l’obbligazione di garanzia non sia sorta, come nei casi di
esclusione convenzionale (art. 1490 c.c.) o di conoscenza o facile riconoscibilità dei
vizi da parte del compratore (art. 1491 c.c.) non è neppure confugurabile un suo
inadempimento, sanzionabile con il risarcimento dei danni ».

Quindi, il compratore, convenuto da un terzo che pretende diritti sulla cosa


venduta, dovrà chiamare in causa il venditore e in difetto potrà perdere ogni diritto
alla relativa garanzia (art. 1485 c.c.). Per quanto riguarda la garanzia dai vizi della
cosa, basterà ricordare che il venditore è tenuto a garantire che la cosa venduta sia
immune da vizi che la rendano non idonea all’uso cui è destinata o che ne
diminuiscano in misura apprezzabile il valore : tale clausola può essere esclusa con
patto espresso, purché il venditore non sia in mala fede (art. 1490 c.c.). Il
compratore, se sulla cosa siano presenti vizi, può domandare giudizialmente, e a
sua scelta, la risoluzione del contratto ovvero la riduzione del prezzo. Non è
prevista alternatività tra i rimedi : scelta la risoluzione, egli non può più tornare
indietro e modificare la sua domanda (art. 1492 c.c.). I vizi devono essere denunciati
al venditore entro 8 giorni dalla loro scoperta, a pena di decadenza (art. 1495 c.c.).
Oltre al caso dei vizi è previsto che, quando la cosa venduta non abbia le qualità
promesse ovvero quelle essenziali per l’uso cui è destinata, il compratore possa
chiedere la risoluzione del contratto nei termini di cui all’art. 1495 c.c., purché il
difetto di qualità superi i limiti di tolleranza usuali. La vendita può essere di diversi
tipi : vendita con patto di riserva di proprietà, anche detta vendita con patto di
riservato dominio, oppure vendita a rate quest’ultima, una forma di credito al
consumo che incentiva la domanda, soprattutto dei beni durevoli, nella quale il
compratore acquista il diritto di proprietà col pagamento dell’ultima rata,
assumendosi i rischi dal momento della consegna.

Se la risoluzione del contratto ha luogo per l’inadempimento del compratore, il


venditore deve restituire le rate riscosse, salvo il diritto a un equo compenso per
l’uso della cosa, oltre al risarcimento del danno; qualora si sia convenuto che le rate
pagate restino acquisite al venditore a titolo di indennità, il giudice, secondo le
circostanze, può ridurre l’indennità convenuta. Nonostante patto contrario, il
mancato pagamento di una sola rata che non superi l’ottava parte del prezzo non
dà luogo a risoluzione, e il compratore conserva il beneficio del termine
relativamente alle rate successive (art. 1523 s. c.c.).
Recenti orientamenti giurisprudenziali in tema di garanzia per vizi

della cosa compravenduta

In tema di garanzia, le Sezioni Unite, con la sentenza del 13.11.2012 n. 19702, hanno
esaminato la questione concernente l’individuazione del termine di prescrizione del
diritto dell’acquirente alla eliminazione dei vizi della cosa venduta, sorto a seguito
dell’impegno in tal senso assunto dal venditore, ritenendo un tale obbligo di facere
caratterizzato da piena autonomia rispetto all’apparato di tutela predisposto dagli
artt. 1490 e ss. c.c., e, pertanto, soggetto alla prescrizione ordinaria decennale e non
a quella speciale di cui all’art. 1495 c.c. Per giungere a siffatta conclusione, la
Suprema Corte ha riconosciuto il carattere chiuso ed esclusivo del sistema di
garanzia per vizi nella vendita, negando, segnatamente, che il compratore
disponga, in forza di esso, di una actio quanti minoris.

Il rapporto tra l’azione di garanzia per i vizi della cosa venduta ed il cd.
riconoscimento operoso dei vizi stessi da parte dell’alienante è il tema specifico
oggetto dell’indagine di cui sono state investite le Sezioni Unite civili e che ha
trovato esito nella soluzione adottata con la sentenza n. 19702/2012. Il particolare
rilievo della problematica emerge non solo per le implicazioni che riguardano
l’ambito della specifica materia, ma anche per il respiro più ampio che essa esibisce,
giacché, evocando il tradizionale dibattito sulla ipotizzabilità di un’azione di esatto
adempimento, supera i confini stessi del contratto di vendita per ridondare anche
su quello di appalto. Di qui, l’ancor più accentuato interesse che riveste l’approdo
al quale è pervenuta la sentenza n. 19702/2012 e cioè quello di ritenere in sé
conchiusa la disciplina in tema di garanzia per i vizi della cosa venduta, di cui
all’art. 1490 c.c., e di ravvisare nell’impegno del venditore ad eliminare i vizi stessi
l’insorgenza di un’autonoma obbligazione di facere, esterna alla predetta disciplina
legale e tale da non alterarne i connotati, conseguendone coerenti ricadute in punto
di applicazione dei relativi termini di prescrizione.

I punti salienti della vicenda della quale è stata investita la Suprema Corte,
riguardano un’impresa che vende un macchinario industriale ad un’altra impresa,
la quale ne denunzia l’inidoneità al funzionamento automatico; l’impresa alienante
promette di eliminare il difetto, ed anzi interviene per eliminarlo, ma senza esito. A
fronte di una giurisprudenza di merito che ritiene estinta la garanzia edilizia per
prescrizione annuale ex art. 1495 c.c., l’impresa acquirente sostiene che, tramite il
riconoscimento del vizio e l’impegno ad eliminarlo, la venditrice abbia novato il
suo originario debito e, comunque, abbia assunto un nuovo obbligo di facere, in
ogni caso attivando il termine ordinario di prescrizione decennale, in luogo del
termine speciale di prescrizione breve.

Nei suoi termini effettivi la questione interroga, sulle conseguenze del cd.
riconoscimento operoso del venditore, il quale cioè riconosca il vizio redibitorio e si
impegni ad eliminarlo mediante un facere. Conseguenze che, nell’economia della
controversia sottoposta all’esame delle Sezioni Unite, hanno riguardo,
segnatamente, la prescrizione dei diritti del compratore, estraneo alla qualifica di
consumatore.

La problematica era stata già affronta e risolta un in un recente orientamento delle


Sezioni Unite risalente al 2005. In tale circostanza, le Sezioni Unite avevano escluso
l’automatica qualificazione dell’impegno di eliminazione dei vizi come novazione
oggettiva della garanzia edilizia, ma avevano lasciato nell’ombra quali fossero le
conseguenze di tale impegno in punto di prescrizione, sebbene con obiter dictum
avessero poi optato per l’estensione del termine decennale di prescrizione anche
alle azioni edilizie ove fosse, per l’appunto, intervenuto il riconoscimento operoso
del venditore.

L’impianto argomentativo della sentenza ruotava intorno al risultato economico del


contratto di compravendita, venendo esaltata la funzione attuativa di eliminazione
dei vizi, con ciò riconoscendosi nella garanzia edilizia non già un valore novativo
della precedente obbligazione, bensì «semplicemente un quid pluris che serve ad
ampliarne le modalità di attuazione, nel senso di consentire al compratore di essere
svincolato dalle condizioni e dai termini di cui all’art. 1495 c.c., particolarmente
brevi, come la prescrizione annuale, rispetto a quella decennale».

Tuttavia, l’ancoraggio rimaneva incerto, posto che la liberazione dell’acquirente dai


termini non sembrava necessariamente comportare l’attivazione del termine
ordinario decennale, posto che l’interruzione del termine annuale avrebbe
suggerito, come effetto suo proprio, una nuova decorrenza del medesimo termine
di un anno ex art. 1495 c.c., operante nell’ambito del regime speciale della
compravendita.

Analoga soluzione era stata adottata, sempre in base ad obiter dictum, dalla sezione
terza, ma tramite un diverso percorso argomentativo, che faceva leva su una
concezione procedimentale della garanzia dei vizi, per cui il riconoscimento
operoso non implica ex se novazione oggettiva della garanzia edilizia, ma ha
l’effetto di chiudere la fase del rapporto cui inerisce il termine eccezionale di
prescrizione annuale ed avviare una fase nuova del procedimento di garanzia, nella
quale avrebbe ripreso vigore la regola generale della prescrizione ordinaria, tanto
per le azioni edilizie che per quella di esatto adempimento.

Nel rimettere la questione in esame alle Sezioni Unite, l’ordinanza interlocutoria


della sezione seconda civile aveva evidenziato, a sua volta, una inclinazione verso il
mantenimento del termine prescrizionale annuale, di cui all’art. 1495 c.c.,
rimarcando come proprio l’identità del risultato economico della vendita avrebbe
rappresentato un ostacolo non solo all’effetto novativo dell’impegno dell’alienante
di eliminare i vizi della cosa, ma anche al mutamento del termine di prescrizione
speciale, «in un quadro di sostanziale conferma dello statuto della garanzia di
base», non senza mancare di porre l’attenzione sulla esigenza di coniugare stabilità
del negozio e protezione del compratore «in una dimensione di disciplina europea
del contratto».

Le Sezioni Unite, con la sentenza n. 19072/2012, hanno intrapreso una terza via,
discostandosi dai due precedenti del 2005 e del 2011.

In primo luogo, la Corte rammenta che la disciplina rimediale della vendita è una
disciplina chiusa, nel senso che la garanzia dai vizi della cosa, inserita tra le
obbligazioni principali del venditore (art. 1476, n. 3, c.c.), trova sostanza e si
esaurisce, salve le esclusioni indicate dagli artt. 1490 e 1491 c.c., nella trama
costituita dagli artt. 1492, 1493 e 1494 c.c. e cioè nella facoltà del compratore di
domandare a sua scelta la risoluzione del contratto (actio redibitoria) ovvero la
riduzione del prezzo (actio quanti minoris), sia le restituzioni e i rimborsi
conseguenti alla risoluzione, sia il “risarcimento del danno”.

Il venditore si trova, quindi, in una sorta di soggezione di fronte al compratore, il


quale può optare per la modifica o la caducazione del contratto, quali effetti che si
riverberano sulla sfera giuridica del venditore senza che questi sia tenuto ad
eseguire alcuna prestazione, salvo quelle di restituzione e di risarcimento.

Dunque, l’impegno ad eliminare i vizi si configura come una obbligazione di facere


che non trova la propria fonte nella disciplina rimediale anzidetta e – ove non si
ravvisi (anche per facta concludentia) una novazione della garanzia apprestata
dall’art. 1490 c.c. – non può ritenersi che sussista spazio perché essa possa influire
sulla relativa disciplina e, segnatamente, possa trasformare il termine di
prescrizione annuale previsto dall’art. 1495 c.c. in decennale, stante il divieto posto
dall’art. 2936 c.c., che riguarda l’immodificabilità della disciplina legale della
prescrizione ad opera delle volontà delle parti.

La Suprema Corte ribadisce, quindi, a chiare lettere che non sussiste, a favore del
compratore, una azione di esatto adempimento per ottenere dal venditore
l’eliminazione dei vizi della cosa: azione che non è compresa tra quelle edilizie e
che, quindi, non è soggetta anch’essa al termine di prescrizione annuale stabilito
dall’art. 1495 c.c.

Una tale azione è prevista in ipotesi tipiche, come nella vendita dei beni mobili ai
sensi dell’art. 1512 c.c., oppure, «per qualsiasi difetto di conformità esistente al
momento della consegna del bene», se il venditore è un professionista e il
compratore un consumatore.

Né tale azione di esatto adempimento potrebbe surrogarsi, come ipotizzato in


dottrina, con un risarcimento del danno in forma specifica, nel senso che il
compratore possa chiedere, indipendentemente da un impegno in tal senso del
venditore, la condanna di costui all’eliminazione dei vizi; impostazione, questa, che
confliggerebbe con il disposto dell’art. 1494 c.c., che configura come risarcimento
per equivalente quello che compete al compratore, poiché lo collega alla riduzione
del prezzo o alla risoluzione del contratto, che presuppongono la mancata
riparazione del bene.

In definitiva, la soluzione della Cassazione si attesta nel senso che accanto alla
disciplina tipica rimediale della vendita sorge un ulteriore diritto del compratore,
estraneo a siffatta regolamentazione e portatore di un proprio termine
prescrizionale, che è quello ordinario decennale; ma è proprio l’estraneità così
congegnata a far sì che per le azioni edilizie permanga intatta la disciplina del
termine annuale di prescrizione, alla cui brevità può ovviarsi con idonei atti
interruttivi anche durante il periodo nel quale il compratore si astenga
dall’esercitare le azioni edilizie in attesa dell’intervento riparatore del venditore.

Un primo, ma centrale, aspetto critico che presenta la decisione delle Sezioni Unite
del 2012 – e che è stato immediatamente colto dalla dottrina – risiede non tanto
nella esclusione della natura novativa della fattispecie, ben potendo concepirsi la
nascita di una nuova obbligazione del venditore, assistita dal termine decennale di
prescrizione e che viene ad aggiungersi all’obbligazione originaria, senza per
questo comportare l’estinzione di cui all’art. 1230 c.c.. Invero, ciò che alimenta la
criticità della soluzione adottata è, piuttosto, il frazionamento della causa concreta
dell’intera operazione, nel senso che aver qualificato l’obbligo di facere volto
all’eliminazione dei vizi in guisa di obbligo diverso ed estraneo rispetto al debito ex
vendito potrebbe mettere in discussione «l’effettività del negozio di vendita, giacché,
realisticamente, l’attesa ex empto non ha ad oggetto la cosa purchessia, bensì la cosa
conforme a quella originaria».

Altro aspetto interessante può cogliersi nella ipotizzabile rilevanza della soluzione
fornita dalla sentenza Cass. n. 19702/2012 su analoga questione di diritto che si
agita in materia di appalto. A tal riguardo, giova ricordare che, nella
giurisprudenza di legittimità, risulta sufficientemente stabile il principio secondo il
quale il riconoscimento dei vizi, da parte dell’appaltatore, oltre a rendere superflua
la tempestiva denuncia da parte del committente, ai sensi dell’art. 1667 c.c.,
comporta l’assunzione di una nuova obbligazione, sempre di garanzia, diversa da
quella originaria, svincolata dai termini di decadenza e soggetta al solo termine
prescrizionale ordinario.

Tuttavia, tale nuova obbligazione sembra configurarsi in termini di novazione


dell’obbligazione di garanzia ed in siffatti termini è assai chiara la presa di
posizione di Cass., 19.3.2009, n. 6670; del resto, proprio in tal senso si legge lo
sforzo interpretativo di una più recente pronuncia – Cass., 20.4.2012, n. 6263 – con
cui si è inteso staccare la soluzione accennata dall’artificio di ritenere sussistente
una novazione oggettiva dell’obbligazione di garanzia, per farne una obbligazione
autonoma ed indipendente, come tale soggetta al termine ordinario di prescrizione.

Tale ultima ricostruzione traghetta attraverso l’interpretazione che le Sezioni Unite


del 2005 e del 2011 avevano esposto in tema di vizi della cosa compravenduta. La
Suprema Corte facendo proprio il principio enunciato nella sent. n. 747/2011, in
materia di esatto adempimento nella compravendita, lo ritiene compatibile con
l’azione di garanzia – in tema di appalto – che si prescrive in due anni dal giorno
della consegna dell’opera, intesa come azione di esatto adempimento dell’obbligo
sostitutivo-sistematorio. L’effetto novativo è escluso dall’impegno di attuare la
stessa obbligazione assunta nell’originario programma negoziale e attraverso il
richiamo al combinato disposto degli artt. 1176 e 2058 c.c., l’impegno sostitutivo-
sistematorio viene ricompreso all’interno del momento funzionale del rapporto
obbligatorio.

Una volta escluso l’effetto novativo, il problema del termine di prescrizione si


risolve tenuto conto che l’impegno anzidetto, non è già qualcosa di nuovo, ma un
quid pluris, che amplia le modalità di attuazione, nel senso di consentire al
committente di essere svincolato dalle condizioni e dai termini di cui all’art. 1667
c.c.. In definitiva, quindi, l’appaltatore – con l’assunzione dell’attività diretta
all’eliminazione dei vizi – pone in essere un comportamento finalizzato a fare
ottenere al committente il risultato che egli aveva il diritto di conseguire fin dalla
conclusione del contratto di appalto; ovvero il suo esatto adempimento, soggetto
alla ordinaria prescrizione decennale.
Il nuovo codice dei consumatori e la disciplina della garanzia

nella vendita ivi prevista

L’art. 45 lett. p del Codice del Consumo, entrato in vigore con D.Lgs. 21 febbraio
2014, n. 21, emanato in attuazione della direttiva 2011/83/UE sui diritti dei
consumatori, recante norme di modifica alle direttive 93/13/CEE e 1999/44/CE e
che abroga le direttive 85/577/CEE e 97/7/CE, stabilisce che per garanzia deve
intendersi «qualsiasi impegno di un professionista o di un produttore, assunto
nei confronti del consumatore, in aggiunta agli obblighi di legge in merito alla
garanzia di conformità, di rimborsare il prezzo pagato, sostituire, riparare, o
intervenire altrimenti sul bene, qualora esso non corrisponda alle caratteristiche, o
a qualsiasi altro requisito non relativo alla conformità, enunciati nella
dichiarazione di garanzia o nella relativa pubblicità disponibile al momento o
prima della conclusione del contratto».

Il punto di approdo del Codice del Consumo costituisce svolta significativa ed


importante nella disciplina della garanzia del contratto di vendita, non solo per
quanto riguarda la legilazione italiana, ma in particoar modo quella europea,
tenuto conto degli obblighi d’impegno e cooperazione cui lo Stato Italiano è tenuto
verso l’Europa, da quando orami più di dieci anni fa si è costituità l’Europa Unita.

Non che la disciplina codicistica vigente sia scarna o lacunosa, tutt’altro; solo che
l’apertura verso nuove frontiere ha imposto agli Stati Membri di meditare e
riflettere sullo stato dell’arte della legislazione in materia di garanzia, presente in
altre esperienze europee diverse dall’Italia e quindi giova ricordare lo sforzo
armonizzativo compiuto con il citato D.Lgs. n. 21 del 21.02.2014.

Il Codice del Consumo detta norme importanti in tema di recesso, stabilendo che :
«Il consumatore dispone di un periodo di quattordici giorni per recedere da un
contratto a distanza o negoziato fuori dei locali commerciali senza dover fornire
alcuna motivazione e senza dover sostenere costi diversi da quelli previsti
all’articolo 56 co. 2, e all’articolo 57».
Il termine di prescrizione si computa nel modo seguente : dopo quattordici giorni a
partire, nel caso dei contratti di servizi, dal giorno della conclusione del
contratto; nel caso di contratti di vendita, dal giorno in cui il consumatore o
un terzo, diverso dal vettore e designato dal consumatore, acquisisce il
possesso fisico dei beni o, nel caso di beni multipli ordinati dal consumatore
mediante un solo ordine e consegnati separatamente, dal giorno in cui il
consumatore o un terzo, diverso dal vettore e designato dal consumatore,
acquisisce il possesso fisico dell’ultimo bene.

Tuttavia, nel caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali, il


professionista non può accettare, a titolo di corrispettivo, effetti cambiari che
abbiano una scadenza inferiore a quindici giorni dalla conclusione del contratto
per i contratti di servizi o dall’acquisizione del possesso fisico dei beni per i
contratti di vendita e non può presentarli allo sconto prima di tale termine.

E’ inoltre stabilito che il non adempimento dell’obbligo d’informazione sul diritto


di recesso comporta per il professionista che non fornisce al consumatore le
informazioni sul diritto di recesso, che il termine di prescrizione si computi a
partire da docidi mesi dopo la fine del periodo di recesso iniziale. Se, invece, il
professionista fornisce al consumatore le informazioni cui costui ha diritto nel
termine previsto per legge, il periodo di recesso termina quattordici giorni dopo
il giorno in cui il consumatore riceve le informazioni.

Il Codice prosegue, dettando regole sull’esercizio del diritto di recesso e stabilendo


che «prima della scadenza del periodo di recesso, il consumatore informa il
professionista della sua decisione di esercitare il diritto di recesso dal contratto.
A tal fine il consumatore può: utilizzare il modulo tipo di recesso, oppure,
presentare una qualsiasi altra dichiarazione esplicita della sua decisione di recedere
dal contratto. Si ritiene che il consumatore abbia esercitato il proprio diritto di
recesso entro il periodo previsto per legge se la comunicazione relativa all’esercizio
del diritto di recesso è inviata dal consumatore prima della scadenza del periodo
di recesso (artt. 52 co. 2 e 53, D.L.gs n.21/2014)
Il professionista, però oltre alle possibilità di cui al co. 1 dell’art. 54 D.L.gs 21/2014,
può offrire al consumatore l’opzione di compilare e inviare elettronicamente il
modulo di recesso tipo o una qualsiasi altra dichiarazione esplicita sul sito web del
professionista. In tali casi il professionista comunica senza indugio al consumatore
una conferma di ricevimento, su un supporto durevole, del recesso esercitato.
L’onere della prova relativa all’esercizio del diritto di recesso incombe sul
consumatore.

L’esercizio del diritto di recesso pone termine agli obblighi delle parti di eseguire
il contratto a distanza o negoziato fuori dei locali commerciali; oppure di
concludere un contratto a distanza o negoziato fuori dei locali commerciali nei
casi in cui un’offerta sia stata fatta dal consumatore.
In caso di recesso, il professionista rimborsa tutti i pagamenti ricevuti dal
consumatore, eventualmente comprensivi delle spese di consegna, senza indebito
ritardo e comunque entro quattordici giorni dal giorno in cui è informato della
decisione del consumatore di recedere dal contratto ai sensi dell’articolo 54. Il
professionista, inoltre, esegue il rimborso di cui al primo periodo utilizzando lo
stesso mezzo di pagamento usato dal consumatore per la transazione iniziale,
salvo che il consumatore abbia espressamente convenuto altrimenti e a condizione
che questi non debba sostenere alcun costo quale conseguenza del rimborso.
Nell’ipotesi in cui il pagamento sia stato effettuato per mezzo di effetti cambiari,
qualora questi non siano stati ancora presentati all’incasso, deve procedersi alla
loro restituzione. E’ nulla qualsiasi clausola che preveda limitazioni al rimborso nei
confronti del consumatore delle somme versate in conseguenza dell’esercizio del
diritto di recesso.
Il professionista non è tenuto a rimborsare i costi supplementari, qualora il
consumatore abbia scelto espressamente un tipo di consegna diversa dal tipo meno
costoso di consegna offerto dal professionista.
La norma sugli obblighi del professionista – art. 56 D.L.gs 21/2014, l co. 3 stabilisce
che : «Salvo che il professionista abbia offerto di ritirare egli stesso i beni, con
riguardo ai contratti di vendita, il professionista può trattenere il rimborso finché
non abbia ricevuto i beni oppure finché il consumatore non abbia dimostrato di
aver rispedito i beni, a seconda di quale situazione si verifichi per prima.

Anche il consumatore in caso di recesso, va incontro a precisi obblighi, disciplinati


dall’art. 57 D.L.gs 21/2014. Infatti, a meno che il professionista abbia offerto di
ritirare egli stesso i beni, il consumatore li restituisce li consegna al primo o a un
terzo autorizzato a riceverli, senza indebito ritardo e in ogni caso entro quattordici
giorni dalla data in cui ha comunicato al professionista la sua decisione di recedere
dal contratto ai sensi dell’articolo 54. Il termine è rispettato se il consumatore
rispedisce i beni prima della scadenza del periodo di quattordici giorni e il
consumatore sostiene solo il costo diretto della restituzione degli stessi, purchè
il professionista non abbia concordato di sostenerlo o abbia omesso di informare il
consumatore che tale costo è a carico suo.
Nel caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali in cui i beni sono stati
consegnati al domicilio del consumatore al momento della conclusione del
contratto, il professionista li ritira a sue spese qualora i beni, per loro natura, non
possano essere normalmente restituiti a mezzo posta.
Il consumatore é responsabile unicamente della diminuzione del valore dei beni
risultante da una manipolazione dei beni diversa da quella necessaria per stabilire
la natura, le caratteristiche e il funzionamento dei beni. Il consumatore non è
in alcun caso responsabile per la diminuzione del valore dei beni se il
professionista ha omesso di informare il consumatore del suo diritto di recesso a
norma dell’articolo 49, co. 1, lettera h.
Il consumatore che esercita il diritto di recesso dopo aver presentato richiesta in
conformità, versa al professionista un importo proporzionale a quanto è stato
fornito fino al momento in cui il consumatore ha informato il professionista
dell’esercizio del diritto di recesso, rispetto a tutte le prestazioni previste dal
contratto. L’importo proporzionale che il consumatore deve pagare al
professionista è calcolato sulla base del prezzo totale concordato nel contratto. Se
tale prezzo è eccessivo, l’importo proporzionale è calcolato sulla base del valore di
mercato di quanto è stato fornito.
Il consumatore non sostiene alcun costo per la prestazione di servizi o la fornitura
di acqua, gas o elettricità, quando non sono messi in vendita in un volume
limitato o in quantità determinata, o di teleriscaldamento, in tutto o in parte,
durante il periodo di recesso quando ad esempio il professionista ha omesso di
fornire informazioni in conformità all’articolo 49, co. 1, lett. h) ed l); oppure il
consumatore non ha espressamente chiesto che la prestazione iniziasse durante il
periodo di recesso in conformità agli artt. 50 co. 3 e 51, co. 8; oppure la fornitura,
in tutto o in parte, del contenuto digitale che non è fornito su un supporto materiale
quando ad esempio il consumatore non ha dato il suo previo consenso espresso
circa l’inizio della prestazione prima della fine del periodo di quattordici giorni di
cui all’art. 52; il consumatore non ha riconosciuto di perdere il diritto di recesso
quando ha espresso il suo consenso; oppure il professionista ha omesso di fornire
la conferma conformemente all’art. 50, co. 2, o all’art. 51, co. 7. Fatto salvo quanto
previsto nell’articolo 56 co. 2, e nell’art. 57, l’esercizio del diritto di recesso non
comporta alcuna responsabilità per il consumatore.
Capitolo II

La risarcibilità del bene leso :


il danno da prodotto
difettoso
La responsabilità civile nella nomenclatura codicistica. Norme di riferimento

Nella sistematica del codice civile sono presenti diverse norme che fanno
riferimento al tema della responsabilità. Fondamentale è la norma contenuta
nell’art. 1218 c.c., dove è scritto : «Il debitore che non esegue esattamente la
prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che
l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione
derivante da causa a lui non imputabile».

Tale disposizione è collocata in apertura del Capo III, del Libro IV e tratta
dell’inadempimento delle obbligazioni. La citata norma è tradizionalmente riferita
alla responsabilità contrattuale e stabilisce un precisa condotta cui è tenuto il
debitore al fine di evitare le conseguenze dell’inadempimento. Il comportamento
del debitore deve essere improntato alla buona fede, nel senso che egli deve
mettersi nelle condizioni di poter adempiere il proprio obbligo nelle modalità
convenute e nel termine stabilito, fatta salva la prova di un evento imprevisto, il
quale solo protrà giustificare a seconda dei casi, l’inadempimento o il ritardo.

Quanto alla buona fede, essa si risolve in un parametro dell’agire, dovendo secondo
certa dottrina, distinguere la buona fede dalla correttezza, poiché mentre la prima
farebbe riferimento ad uno stato soggettivo, la seconda andrebbe intesa in senso
oggettivo, quale cardine su cui poggia la disciplina dei contratti. Quel che però
appare evidente è che parametri come quello della correttezza e buona fede non
possono mai mancare all’interno della disciplia dei contratti, giacchè è logico che
difettando anche di un minimo di collaborazione da parte di entrambe le parti il
contratto non potrà avere seguito.

Il primo risvolto cui va incontro il debitore negligente è il risarcimento del danno,


che potrà essere risarcimento per danno da ritardo o risarcimento per
inadempimento ed il debitore, fermo l’accadimento occorso (ad esempio un
fulmine che colpisce la casa due settimane prima della consegna) solo se riesce a
provare di non essere stato negligente e di aver quindi adottato tutte le cautele che
la buona pratica degli affari richiede, solo allora sarà ammesso dalla legge a poter
provare in sua difesa che il suo inadempimento possa essere dipeso da un evento
imprevedibile, la cui prova incombe solo su di lui e solo se lui riesce a provare il
caso fortuito, vedrà allora scusato il suo comportamento.

Il primo atto successivo all’inadempimento del debitore è la sua costituzione in


mora, effettuta da parte del creditore nelle forme di cui all’ art. 1219 c.c. Tale
disposizione stabilisce che : «Il debitore è costituito in mora mediante intimazione o
richiesta fatta per iscritto, ma da precisarsi è anche che, il debitore, non può essere
considerato in mora se tempestivamente ha fatto offerta della prestazione dovuta, a
meno che il creditore l’abbia rifiutata per un motivo legittimo.

Gli effetti della mora sono descritti dall’art. 1221 c.c. e si possono riassumere come
segue : il debitore in mora non è liberato per la sopravvenuta impossibilità della
prestazione derivante da causa a lui non imputabile, se non prova che l’oggetto
della prestazione sarebbe ugualmente perito presso il creditore. Il debitore inoltre,
non è liberato anche se la cosa che formava oggetto della prestazione sia smarrita,
perita o illecitamente sottratta, in quanto la sua perdita non libera il debitore
dall’obbligo di restituirne il valore.

I doveri di correttezza e buona fede, però non rappresentano disciplina valida solo
per il debitore; essi, come regole tipiche della disciplina dei contratti si applicano
anche al creditore, il quale se riufiuta la prestazione offertagli senza giustificato
motivo, incorre nella disciplina sanzionzionatoria di cui agli artt. 1206 e ss. c.c.

In particolare la Sezione III del Libro IV si apre con le disposizioni sulla mora del
creditore e l’art. 1206 c.c., recante disposizioni sulle condizioni della mora del
creditore, stabilisce che : «Il creditore è in mora, quando senza motivo legittimo,
non riceve il pagamento offertogli nei modi indicati dagli articoli seguenti o non
compie quanto è necessario affinchè il debitore possa adempiere l’obbligazione».
Alla mora del creditore, seguono i suoi effetti che si possono così sintetizzare :
quando il creditore è in mora, su di lui ricade il rischio dell’impossibilità
sopravvenuta della prestazione per causa non imputabile al debitore, inoltre, non
sono più dovuti interessi, né frutti della cosa che non siano percepiti dal debitore.
Sul creditore in mora ricadono inoltre il risarcimento dei danni derivanti dalla sua
mora ed in più le spese per la custodia e conservazione della cosa dovuta al
debitore. Gli effetti della mora cominciano a prodursi dal giorno dell’offerta, se
questa è successivamente dichiarata valida con sentenza passata in giudicato o se è
accettata dal creditore.

Tuttavia, la norma dell’art. 1218 c.c. sull’inadempimento delle obbligazioni


contrattuali, non è l’unica norma dettata in tema di responsabilità. Più avanti al
Titolo IX del Libro IV, s’incontra un’altra importante norma, recante disposizioni
sul risarcimento dei fatti illeciti. L’art. 2043 c.c. stabilisce che : «Qualunque fatto
doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga chi ha commesso il
fatto a risarcire il danno».
In dottrina si ritiene la citata norma sia espressione di principio della responsabilità
extracontrattuale, la quale non investe solo e necessariamente il momento della
formazione ed esecuzione del contratto, ma anzi spesso ne prescinde, essendo la
sua formula più ampia, destinata ad avere effetto per ogni fatto ingiusto, a
prescidere se commesso con dolo o con colpa.

Elemento tipico del risarcimento per fatto illecito è l’ingiustizia del danno; deve
cioè trattarsi di un evento verificatosi, non solo grave, ma che è possibile far risalire
al dolo o alla colpa di terzi che in totale dispregio delle istituzioni delle loro regole e
dei loro principi, abbiano attuato col loro comportamento una serie di illeciti
essendo o non essendo consapevoli del danno che avrebbero causato.

Infatti, se gli autori dell’illecito hanno agito con previsione dell’evento, ma nella
probabilità che esso non si verifichi il corretto criterio d’imputazione deve essere la
colpa, che potrà essere grave o lieve a seconda dei casi. In tali casi la dottrina
penalistica, pur non concorde sulla qualificazione del fenomeno, suole parlare di
colpa cosciente o con previsione dell’evento, proprio per far riferimento ad una
carica psichica in cui l’evento pur previsto è scongiurato dalla speranza che esso
non si verifichi. Tale tipo di colpa rappresenta la forma di rimprovero più grave che
è possibile muovere nei confronti di un soggetto, da un punto di vista solo ed
esclusivamente riferito alla colpa. Se invece gli autori hanno perseguito lo scopo
nonostante fossero certi delle verificazione dell’evento, deve parlarsi di dolo ed in
proposito il confine prossimo con la colpa cosciente in dottrina in dottrina si segna
col dolo eventuale, particolare forma di dolo caratterizzata da ciò : come per la
colpa cosciente anche nel dolo eventuale c’è previsione dell’evento, ma per la sua
configurabilità è richiesto qualcosa in più, per cui l’agente prevedendo l’evento non
agisce nella speranza che esso non si verifichi, ma accetta il rischio della sua
verificazione.

Ciò che, però interessa ai fini del risarcimento del danno è individuare il nesso od i
nessi causali che hanno condotto alla verificazione dell’evento. Infatti, nel caso si
tratti di una struttura organizzativa che assomma sotto di sé diversi componenti, il
suo agire dovrà essere qualificato in funzione dei mezzi attuati per conseguirlo.
Così per esempio, se l’organizzazione in questione pur non appartenendo a Cosa
Nostra, agisce col fine di evadere il Fisco o in maniera tale da non contiribuire nella
maniera dovuta al gettito dello Stato, il suo comportamento dovrà ritenersi illecito,
poiché attuato con l’intento di frodare lo Stato.

Nel Titolo IX, recante disposioni sui fatti illeciti, sono presenti diverse altre norme,
importanti, oltre quella sul risarcimento del danno, quali l’art. 2044 c.c., sulla
legittima difesa; l’art. 2045 c.c. sullo stato di necessità; l’art. 2046 c.c.,
sull’imputabilità del fatto dannoso; l’art. 2047 c.c. sul danno cagionato
dall’incapace; l’art. 2048 c.c. sulla responsabilità dei genitori dei tutori, dei
precettori e dei maestri c.c.; l’art. 2049 c.c. sulla responsabilità dei padroni e dei
committenti; l’art. 2050 c.c. sulla responsabilità per l’esercizio di attività pericolose.

Le disposizioni richiamate, sono tutte norme che rappresentano uno sviluppo


logico del princio espresso dall’art. 2043 c.c. il quale dettando disposizioni
sull’ingiustizia del danno, deve in qualche modo essere compensato quando il
danno è recato per osservanza ad un principio di difesa, sicchè deve ritenersi
legittimo il comportamento di chi, minacciato di un male ingiusto e notevole,
reagisca con la forza, rispondendo all’offesa subita, con un’offesa di pari
importanza. Analogo principio del resto, lo si trova anche nel codice penale all’art.
52. Proseguendo anche l’art. 2045 c.c. deve essere letto nel senso di fornire un’uscita
dalla situazione nella quale alcuno si sia trovato per effetto delle circostanze. La
norma citata stabilisce infatti che : «Quando chi ha compiuto il fatto dannoso vi è
stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno
grave alla persona e il pericolo non è stato da lui volontariamente causato né era
altrimenti evitabile, al danneggiato è dovuta un’indennità, la cui misura è rimessa
all’equo apprezzamento del giudice».

Così circa i parametri d’attribuzione del fatto dannoso, all’art. 2046 c.c. è stabilito
che : «Non risponde delle conseguenze del fatto dannoso chi non aveva la capacità
d’intendere e di volere al momento in cui lo ha commesso, a meno che lo stato
d’incapacità derivi da sua colpa».

Prosegue l’art. 2047, stabilendo che del danno cagionato da un persona incapace è
chiamato a rispondere colui che ne aveva la sorveglianza, salvo che provi di non
aver potuto impedire il fatto. Altra importante disposizione è contenuta nell’art.
2048 c.c. recante norme sulla responsabilità dei genitori, dei tutori dei precettori e
dei maestri, la quale stabilisce che il padre e la madre o il tutore sono responsabili
del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle
persone soggette alla tutela che abitano con essi.

I padroni ed i committenti, così come vuole l’art. 2049 c.c. sono responsabili per i
danni arreccati dal fatto illecito dei loro domestici e commessi nell’esercizio delle
incombenze a cui sono adibiti, mentre l’art. 2050 c.c. stabilisce che chiunque cagiona
danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura per la
natura dei mezzi adoperati, è tenuto al ricarcimento se non prova di aver adottato
tutte le misure idonee a evitare il danno.
Oggetto del danno risarcibile nella vendita con prodotto difettoso

Con l’introduzione del D.L.gs 21/2014, d’istituzione del nuovo Codice del
Consumo sono state approntate importanti norme in tema di vendita e
l’innovazione ha toccato in particolar modo la disciplina della garanzia dovuta al
compratore in caso di vendita e di prodotto difettoso.

Abbiamo già visto cosa debba intendersi quando si fa riferimento al contratto


vendita ed ora è opportuno soffermarsi sulla disciplina rimediale approntata dal
codice civile e perfezionata dal Codice del Consumo ed espressa sotto forma di
principi da diversi orientamenti giurisprudenziali.

Volendo qui brevemente ricordare le differenti teorie sul danno, basti dire che esse
sono diverse e tutte di notevole pregio. La concezione dapprima affermatasi nella
dottrina moderna, risalente al Mommsen, vedeva nel danno una diminuzione
patrimoniale, secondo la celebre formula della differenza tra la consistenza del
patrimonio di un soggetto prima e dopo l’evento dannoso; ossia danno deve
considerarsi quella particolare condizione che si genera dopo l’accadimento
dell’evento e che prima non esisteva, condizione che si subiettivizza nella
disuguaglianza tra i due momenti, il prima e il dopo. Altra visione, che si fa risalire
a Von Caemmerer, indica nel danno la modificazione della realtà materiale, cioè la
soppressione del bene sul quale ha inciso l’evento. Secondo tale teoria, il danno
consiste nella mancanza stessa del bene. Altra teoria, che fa capo a Carnelutti e che
può dirsi forse oramai prevalente, ravvisa nel danno la lesione di un interesse,
inteso come rapporto tra il soggetto ed un bene. Per tale teoria il danno si sustanzia
nella lesione dell’interesse leso.
La voce danno può innanzitutto essere analizzata distinguendone la duplice ottica
naturalistica e giuridica. Il primo punto di vista evidenzia che il danno consiste, di
regola, in un’alterazione, intesa in senso negativo, della realtà naturale. «Di per sé il
termine danno non ha alcuna accezione circoscritta, anzi esso sottintende una
nozione assai ampia, di carattere naturalistico, che individua qualunque
nocumento o pregiudizio, annientamento o alterazione di una situazione
favorevole».
Ma non tutte le modificazioni peggiorative di una realtà fenomenica trovano
rimedio nell’ordinamento. È la legge, infatti, che seleziona tra le conseguenze
pregiudizievoli quelle meritevoli di essere risarcite, e che fa emergere il secondo
profilo, questa volta prettamente giuridico, del danno.
Il significato della voce danno varia quando ad esso si fa riferimento come
elemento oggettivo del reato. In tal senso si parla in dottrina di danno criminale, di
danno-evento, di reati di danno, contrapposti ai reati di pericolo; ma diverso è
quando si parla di danno in rapporto al risarcimento, cioè di danno risarcibile. Nel
primo caso il termine equivale alla lesione dell’interesse tutelato, ragion per cui
molti penalisti preferiscono parlare di offesa al bene protetto. Nel secondo caso il
danno è rappresentato dalle perdite patrimoniali, dai mancati guadagni, dalle
sofferenze morali patite dalla vittima dell’illecito.
Queste due accezioni di danno possono anche coincidere, ma a volte non
coincidono, come quando si chiede il risarcimento di danni riflessi indiretti. Così è
per esempio per le ripercussioni economiche della lesione della reputazione e
quando i danneggiati civilmente non sono i soggetti passivi del reato come per
esempio i danni da uccisione.
Un rapporto analogo, anche se non identico, «i ha tra il concetto di danno ingiusto
ex art. 2043, ove si allude all’elemento oggettivo del fatto illecito «iniuria» e il
pregiudizio risarcibile, cui si riferiscono norme come gli artt. 1223, 1225, 1227, 2058,
2059 c.c., norme quest’ultime che presiedono alla valutazione dell’ammontare del
danno da risarcire, e che selezionano le poste di danno risarcibile.
Premesso questo, se si osserva più attentamente la questione, bisogna esaminare
che nei sistemi come il nostro, rispetto a quelli di common law, è sicuramente più
facile raggiungere una nozione unitaria di danno, poichè in tutti i casi in cui il
termine danno viene impiegato dal legislatore, esso fa sempre riferimento alla
conseguenza di un fatto umano, di un accadimento fortuito o di un inadempimento.
Le norme del codice civile fanno un impiego uniforme dell’espressione danno o
danni; talvolta esse si riferiscono al pregiudizio, più spesso alle conseguenze
dannose; la terminologia usata indica che questa espressione richiama una nozione
unitaria: di volta in volta l’aggettivazione specificherà l’origine del danno se esso
sia contrattuale o extracontrattuale o se faccia riferimento al bene affetto dal danno
nel qual caso saranno individuabili danni fisici, psichici, morali, economici, alla
persona, alla proprietà, alla reputazione, o se ancora si faccia riferimento all’entità
del danno se cioè esso sia grave o lieve od ancora se si voglia guardare all’evento
causativo del danno in rapporto con il fatto generatore, nel qual caso si parla di
danno diretto, indiretto, prevedibile, imprevedibile. In ogni caso, l’espressione
danno allude alla conseguenza di un accadimento fortuito, di un fatto umano,
ovvero di un inadempimento contrattuale.
Si deve tuttavia chiarire quali criteri possano o debbano essere utilizzati per
procedere alla selezione, fra tutti i pregiudizi verificatisi a seguito di un
inadempimento o di un illecito, di quelli risarcibili per l’ordinamento.
In dottrina negli anni si sono succedute diverse teorie ed altrettante formule per
individuare gli interessi la cui lesione darebbe luogo a un danno ingiusto. Così,
sarebbe ravvisabbile un danno ingiusto là dove vi è lesione di interessi suscettibili
di tutela secondo il principio di solidarietà sociale.
Tale formula, seppur affascina, dice assai poco circa una corretta individuazione
del danno sofferto ed assai meno sulla sua ingiustizia, perché in base al principio di
solidarietà sociale qualsiasi interesse potrebbe considerarsi meritevole di tutela.
Altra dottrina quindi, ha riconosciuto il danno ingiusto sostanziarsi nella lesione di
un interesse rilevante secondo una valutazione comparativa degli interessi in gioco
alla stregua dei principi costituzionali. Il riferimento alla valutazione comparativa
degli interessi in gioco, sia pure alla stregua dei principi costituzionali, è però
anch’esso una formula eccessivamente generica che non offre un criterio di giudizio
secondo diritto.
Autorevole dottrina ha quindi, osservato che la ricerca di una formula che valga
come criterio di selezione degli interessi meritevoli di tutela, non possa dirsi in
realtà riuscita e conseguentemente, ritiene più corretta la posizione di chi ravvisa
nel danno ingiusto una clausola generale rimessa al giudizio caso per caso. Il
giudizio «caso per caso» si sottrae al controllo di conformità alla norma e suscita
l’obiezione di coloro che contestano la legittimità di fondo di una soluzione che in
definitiva rimette alla giurisprudenza un compito della legge.
I toni di questa contestazione sono stati a volte aspri. Si è giunti, a denunziare
quella dottrina che spesso si sarebbe limitata a rifare il verso alla giurisprudenza. Si
è parlato di una responsabilità lasciata allo stato brado da una dottrina che non ha
svolto il suo ruolo.
Si è detto, ancora, che: «Si assiste ai nostri giorni al fiorire di un filone di letteratura
giuridica di tipo descrittivo, rappresentato da raccolte più o meno ordinate di
aforismi giurisprudenziali, registrati come basi di previsione dei futuri
comportamenti dei giudici».
Alcuni autori, con riguardo alla regola generale dettata dall’art. 2043 c.c.,
ammettono che sarebbe necessario procedere a scomporre la nozione di danno in
quelle di evento di danno e di danno patrimoniale, poichè tale scomposizione
rifletterebbe la duplice funzione che è chiamata a svolgere la causalità : imputare
un evento ad un responsabile, che è il compito della regola della causalità di fatto,
ovvero stimare le conseguenze economiche pregiudizievoli del fatto che è il
compito della causalità giuridica.
Al riguardo, si deve evidenziare che sebbene la tematica del rapporto di causalità
sia fondamentale nella fattispecie della responsabilità civile, il legislatore non ne ha
dato una definizione nel codice; l’unico riferimento che l’art. 2043 c.c. fa al rapporto
di causalità, infatti, sta nell’espressione «cagiona ad altri un danno ingiusto», che
tuttavia nulla dice su come la causalità debba essere intesa.
Non va sottovalutato, comunque, il fatto che la norma si pone in relazione al
cagionare un danno ingiusto e non già al danno da risarcire, al quale fa menzione
nella parte finale dell’articolo 2043 c.c. Questa precisazione assume notevole
importanza sul piano sistematico, giacché le due nozioni di danno divergono, dal
momento che identificano momenti diversi della fattispecie normativa. La prima
indica la lesione di un interesse meritevole di tutela secondo l’ordinamento
giuridico, cioè l’ingiustizia; mentre la seconda indica le conseguenze economiche
pregiudizievoli del fatto, cioè la patrimonialità del danno.
Quest’ultima fase del giudizio è disciplinata dall’art. 1223, in quanto richiamato
dall’art. 2056, co. 1, c.c. La diversa finalità a cui rispondono le due causalità,
all’interno del sistema della responsabilità civile, escluderebbe la opportunità di
ricostruire unitariamente la figura della causalità. Quindi, si parlerà di causalità di
fatto ogniqualvolta si tratti di esaminare il collegamento tra gli elementi dell’illecito;
si parlerà di causalità giuridica ogniqualvolta occorra terminare e misurare il danno
risarcibile.
Il problema dell’individuazione dei danni risarcibili, comunque, non investe mai la
sussistenza della causalità giuridica, ma riguarda la meritevolezza dell’interesse
leso: va, quindi, risolto interpretando la clausola generale dell’ingiustizia, o la
nozione di patrimonialità del danno; la causalità di fatto «serve per collegare un
evento di danno ad un responsabile, talvolta preventivamente individuato dalla
norma che pone il criterio di imputazione della responsabilità. A questo fine sono
richiamabili le norme del codice penale relative alla causalità, anche se nell’illecito
aquiliano una condotta in senso tecnico può mancare : così avviene nel caso del
danno da cose in custodia, da proprietà di animali, da proprietà di edifici, da
proprietà di autoveicoli, per effetto della preposizione. Pertanto, nell’illecito civile a
differenza dell’illecito penale, il collegamento va stabilito tra un soggetto ed un
evento di danno».
Alcuni tipi di danno definiti in dottrina e giurisprudenza

In tema di danni, importante è un indirizzo piuttosto recente, espresso dalla


Cassazione Penale nelle sentenze 8827 e 8828 del 2003 a proposito del noto caso
Barillà. In tale occasione la Suprema Corte ha aperto la strada alla riconoscibilità del
danno esistenziale, partendo dai seguenti punti fermi : in primo luogo l’evidente
iniquità della limitazione della risarcibilità del danno non patrimoniale alle ipotesi
di reato, la quale abbia avuto l’effetto di indurre dottrina e giurisprudenza a
costruire in un primo tempo ipotesi di danni risarcibili come danni patrimoniali
anche in casi nei quali la lesione patrimoniale era assai poco evidente e comunque
poteva mancare.

In tale senso – continua la Corte – la prima citazione non può che andare alla figura
del danno biologico, costituito dalla lesione dell’integrità psico fisica della persona
che è stato fondato sulla diretta violazione del diritto alla salute e all’integrità psico-
fisica della persona, garantito dall’art. 32 della Costituzione, ma con il richiamo
all’art. 2043 c.c., dopo che ne è stata riconosciuta la natura di danno non
patrimoniale.

In generale il danno non patrimoniale risarcibile non può essere riduttivamente


ricondotto al c.d. danno morale soggettivo, cioè alla mera sofferenza psicologica, al
patema d’animo al turbamento contigente, conseguente al fatto illecito, trattandosi
di un’entità che abbraccia tutte le conseguenze dell’illecito e che non sono
suscettibili di una valutazione pecuniaria.

Indicativo risulta anche l’orientamento della giurisprudenza comunitaria che dopo


aver in più occasioni riaffermato che la risarcibilità del danno morale costituisce
problema riservato alle legislazioni nazionali, ha in un caso che potrebbe essere
ritenuto di poco momento – il c.d. danno davacanza rovinata – ritenuto in diritto
la tendenza espansiva del danno non patrimoniale e riconosciuto la risarcibilità del
danno morale conseguente all’inadempimento delle prestazioni pattuite dagli
organizzatori di viaggi organizzati.

Infine è opportuno far richiamo alle sentenze 8827 e 8828 del 2003 cui si faceva
riferimento prima, le quali rappresentano l’evoluzione giurisprudenziale più
significativa individuabile allo stato dell’arte, poiché facendo propria la soluzione
proposta dalla terza sezione civile hanno ribadito innanzitutto come non possa più
essere ricondotto il concetto di danno non patrimoniale al mero danno morale
soggettivo ed hanno interpretato l’art. 2059 c.c. nel senso che il danno non
patrimoniale deve essere inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi
in cui sia leso un valore inerente la persona.

A proposito del danno morale, occorre tenere presente che la Cassazione, nelle
sentenze 8827 e 8828 del 2003 ha compiuto un altro passo in avanti per svincolare
dal reato anche il danno morale soggettivo, avendo ritenuto che nel caso di
pregiudizi derivanti dalla lesione di un interesse costituzionalmente protetto, il
pregiudizio consequenziale integrante il danno morale soggettivo, il patema
d’animo, è risarcibile anche se il fatto non sia configurabile come reato.

In tema di danno biologico la Suprema Corte ha affermato che la categoria in


questione rappresenta essenzialmente il frutto di un’elaborazione di stampo
giurisprudenziale – pur avendo il danno biologico trovato da ultimo significative
conferme a livello legislativo con l’entrata in vigore del D.L.gs. 38/2000 e della
legge 57/2001. Sulla collocazione teorica del danno biologico, i giudici della
Cassazione, rilevano che la qualificazione come danno non patrimoniale data dal
giudice della riparazione appare del tutto corretta e confemata dalla
giurisprudenza di legittimità.

Sul punto della collocazione teorica del danno biologico deve rilevarsi che la
qualificazione come danno non patrimoniale data dal giudice della riparazione
appare del tutto corretta e confermata dalla giurisprudenza di legittimità. La
lesione del bene giuridico tutelato non necessariamente comporta un pregiudizio di
natura patrimoniale : chi vive esclusivamente di investimenti finanziari potrà
continuare a farlo e a percepire i medesimi introiti, anche se ha subito un
gravissimo incidente che ne provoca l’immobilità.

Importante il richiamo che la Cassazione opera nel testo delle sentenze 8827 e 8828
del 2003 in favore della collocazione della disciplina della danno biologico
nell’orbita dell’art. 2043 c.c., meditando che non appena sarà fornita l’occasione,
tale inquadramento merita di essere riconsiderato.

Nelle citate sentenze, la Cassazione fa presente come tale impostazione sia stata
autorevolmente accolta anche dall Corte Costituzionale che, investita per
l’ennesima volta della questione di costituzionalità dell’art. 2059 c.c. ha, con
sentenza 233/2003, condiviso integralmente il mutamento giurisprudenziale del
giudice di legittimità sul danno non patrimoniale ed ha espressamente affermato la
natura non patrimoniale del danno biologico difendibile attraverso la tutela fornita
dall’art. 2059 c.c. che, proprio in conseguenza di questa interpretazione
costituzionalmente orientata si è salvato ancora una volta dalla dichiarazione
d’incostituzionalità.

A tal riguardo, contro l’opinione di una autorevola corrente dottrinaria, la


Cassazione Penale ha ribadito la necessità di condividere l’orientamento ricordato
ed espresso nella sent. 233/2003, affermando la natura non patrimoniale del danno
biologico e approvando in concreto la sua collocazione all’interno dell’art. 2059 c.c.,
quale danno alla salute, tutelato direttamente dall’art. 32 della Costituzione.

Riannodandosi alle figure del danno non patrimoniale, del danno biologico e del
danno morale, la Cassazione ricorda l’intensa eleborazione giurisprudenziale e
dottrinale piuttosto recente a proposito del danno esistenziale, stabiliendo che esso
è ricollegato ad un peggioramento non temporaneo della qualità della vita del
danneggiato con un conseguente mutamento radicale delle sue abitudini, dei suoi
rapporti personali e familiari.

Sulla natura, presupposti e fondamento del danno esistenziale la dottrina è divisa,


essendosi formate tre scuole facenti capo a sedi universitarie denomimate triestina,
torinese e pisana, quest’ultima contraria alla categoria del danno esistenziale. Nelle
corti italiane la giurisprudenza è sempre più oreintata a ritenere ammissibile la
riparazione del danno esistenziale e questo percorso è da ritenere confermato dalle
citate sentenze 8827 e 8828 e da quella della Corte Costituzionale n. 233/2003, la
quale a differenza delle altre due fa esplicito riferimento al danno esistenziale.

In merito alle differenze tra danno esistenziale e danno biologico la Cassazione ha


precisato che : «Non è condivisibile la critica di fondo che sostanzialmente, lamenta
che con il riconoscimento del danno esistenziale, si opererebbe un’indebita
duplicazione risarcitoria con il danno biologico. Tale duplicazione non esiste,
perché il danno esistenziale è cosa diversa dal danno biologico e non presuppone
alcuna lesione fisica o psichica, né una compromissione della salute della persona,
ma si riferisce ai già indicati sconvolgimenti delle abitudini di vita e delle relazioni
interpersonali provocate dal fatto illecito»

Sulla differenza tra danno esistenziale e danno morale, la Cassazione ha avuto


modo di precisare che : la natura delle due tipologie di danno è differente,
risolvendosi il danno morale soggettivo nel dolore provocato dal fatto dannoso,
potendo configurarsi come un danno transeunte di natura esclusivamente
psicologica; mentre il danno esistenziale, invece, pur avendo conseguenze di natura
pscicologica, si traduce in cambiamenti peggiorativi permanenti, anche se non
sempre definitivi delle proprie abitudini di vita e delle relazioni interpersonali.
Orientamenti giurisprudenziali in tema di “danno da prodotto difettoso”

Nell’ottica di stabilire un punto fermo nella disciplina della vendita con prodotto
difettoso, la III Sez. Civile della Cassazione, nella sentenza 8 ottobre 2007, n. 20985,
ha sancito che : «Spetta al danneggiato, che invochi il regime di responsabilità per
danno da prodotto difettoso, provare che l’uso del prodotto ha comportato risultati
anomali rispetto alle normali aspettative e tali da evidenziare la sussistenza di un
difetto, nonché il danno subito e la connessione causale tra questo e il difetto
riscontrato; mentre il produttore, per andare esente da responsabilità, deve
dimostrare che il difetto probabilmente non esisteva ancora nel momento in cui il
prodotto era stato messo in circolazione».

Nella resa sentenza la Cassazione ritorna ad occuparsi della normativa in materia


di responsabilità del produttore per danni da prodotto difettoso a poca distanza da
un suo precedente orientamento risalente a Cass. III 15.3.07 n. 6007. In tale
occasione la Suprema Corte aveva dato un’interpretazione restrittiva della
presunzione di responsabilità a carico del produttore in caso di danni provocati dal
prodotto ed aveva ritenuto che oltre alle cause di esclusione della responsabilità
espresse dall’art. 118 C.d.C. ne fossero presenti altre, che venivano introdotte in via
interpretativa : l’utilizzo del prodotto in condizioni di sicurezza al di sotto degli
standard esigibili e l’uso del prodotto stesso in condizioni di anormalità
d'impiego. Tale posizione assunta dalla Suprema Corte, secondo alcuni
rappresentava un netto passo indietro nella tutela dei consumatori di fronte ai
danni cagionati dai prodotti difettosi. Infatti, il richiamo all’uso secondo standard
esigibili, abbassava notevolmente il livello di tutela offerto dalla legge che, invece,
mandava assolto il produttore solo nel caso in cui il difetto non fosse conoscibile in
base alle conoscenze scientifiche presenti al momento della produzione dell’evento.
La sentenza 8 ottobre 2007, n. 20985, invece, pur senza criticare espressamente il
precedente indirizzo, corregge il tiro e riportandosi alla lettera del Codice del
Consumo afferma che al consumatore compete esclusivamente la prova del danno
causato e del nesso di causalità, quindi cassando la sentenza di merito che proprio
sul punto aveva negato il risarcimento del danno al consumatore, afferma che
quest’ultimo è tenuto a dimostrare l’esistenza del vizio. Nel giudizio di merito,
inoltre, si era avanzata un’interessante questione circa la portata delle istruzioni
allegate al prodotto che ammonivano circa i rischi del suo impiego, sui limiti di
affidabilità e sulla possibilità di scarico. Sulla base della ricostruzione della vicenda
processuale effettuata dalla sentenza sembra che il produttore infatti si sia avvalso
di tali istruzioni per negare la propria responsabilità. La Cassazione non prende
esplicitamente in considerazione detta questione ma, in chiusura della motivazione,
richiama espressamente l’art. 124 C.d.C. che commina la nullità di qualsiasi patto
che escluda o limiti preventivamente la responsabilità del produttore nei confronti
del consumatore. Dette informazioni devono quindi considerarsi necessarie al fine
di escludere la responsabilità del produttore nel caso in cui il prodotto venga
utilizzato in modo difforme dalle sue prescrizioni o nel caso in cui si verifichi un
effetto avverso connaturato al bene stesso, ma non valgono certo a scriminarlo nel
caso in cui vi sia un vero e proprio difetto, se cioè il prodotto non offre la sicurezza
che ci si può legittimamente attendere.

Conseguenza che è strettamente collegata, quindi al comportamento o all’esercizio


di un’attività e all’interesse leso. In virtù di questo collegamento spesso si tende ad
appiattire la nozione di danno, non considerandola una semplice appendice del
comportamento, non confrontandola con l’interesso leso o con la lesione in sé, ma,
seguendo la concezione analitica dell’illecito, il danno diviene fattore o elemento
affatto diverso dall’iniuria, intesa come lesione dell’interesse ed anche dalla colpa o
dal dolo e ciò spiega perché sia possibile intendendolo come conseguenza, costruire
e usare una nozione unitaria e indifferenziata di danno.

Numerose sono state le etichette utilizzate per individuare le tipologie di pregiudizi


risarcibili: «Le disutilità che il diritto prende oggi in considerazione sono distinte
dagli interpreti in varie categorie: danno patrimoniale, danno alla salute, danno morale.
Le prime due ricadono nell’orbita dell’art. 2043 c.c., l’ultima in quella dell’art. 2059
c.c. Del danno patrimoniale fanno parte anche la così detta perdita di chance e il
danno erariale allo Stato. Sul versante delle lesioni non patrimoniali si è avanzata la
proposta di considerare in modo autonomo i danni psichici ed i danni esistenziali.
Inoltre si è recentemente aperta la tematica del danno ambientale» .

La citata sentenza della Cassazione Civile, sez.III, 8 ottobre 2007, n. 20985, in materia di
ripartizione dei carichi probatori nella responsabilità da prodotto difettoso, ha
stabilito un punto fermo importante e affermando la corretta interpretazione delle
norme ora trasfuse nel codice del consumo agli artt. 120 co. 1 e 2 e 118, co. 1, lett. b)
ed ha escluso che il danneggiato debba provare la sussistenza del difetto del
prodotto fin dal momento della messa in circolazione dello stesso ed ha richiesto,
invece, che questi dimostri che l’uso del bene, avendo determinato risultati anomali
rispetto alle legittime aspettative oltre che dannosi, evidenzi la sussistenza di un
difetto (ex art. 117 cod. cons.).
Il citato orientamento però non è stato il solo a far discutere. A soli sei mesi della
decisione sul caso Wella, resa dalla sez. III, della Cassazione Civile, nell’udienza
del 15 marzo 2007, n. 6007, il Supremo Collegio torna a pronunziarsi sulla
ripartizione dell’onus probandi nella disciplina della products liability. Il decisum si
colloca entro il sentiero tracciato negli ultimi anni dai giudici italiani e, ancor prima
dell’introduzione della disciplina speciale, dai commentatori impegnati nella
costruzione di regole in grado di tutelare i consumatori danneggiati da prodotti
difettosi calibrando la distribuzione dei carichi probatori e fondando così un
sistema ad hoc di responsabilità lato sensu oggettiva.

Cassando la decisione della Corte d’appello di Brescia, i giudici di legittimità


individuano la soluzione di alcune tra le più problematiche disposizioni oggi
inserite nel codice del consumo, suggerendone un’interpretazione sistematica che
ha il pregio della coerenza con l’originario disegno comunitario, ove il superamento
del dogma della colpa si accompagnava ad un bilanciamento dei carichi probatori
in grado di far fronte alla disparità di informazioni tra i soggetti coinvolti e di
regolare l’equilibrio degli interessi in gioco garantendo il corretto funzionamento
dei traffici giuridici nei moderni sistemi di scambio.

Il caso sottoposto all’attenzione del Supremo Colleggio è il seguente : in seguito alla


diagnosi di neoplasia, la signora D. si sottopone all’asportazione chirurgica di un
seno, con successivo impianto di una protesi mammaria. Dopo circa due anni
dall’applicazione della protesi, la paziente accusa la deformazione della zona
interessata e si sottopone a visita medica in seguito alla quale viene accertato che la
protesi - un involucro contenente soluzione salina - si è svuotata, rilasciando la
sostanza contenuta e determinandone la diffusione nei tessuti circostanti. Per questi
motivi, la signora subisce un ulteriore intervento chirurgico per rimuovere
l’involucro e praticare il drenaggio dei tessuti interessati, a sua volta seguito da
terapie post-chirurgiche e dalla previsione di una nuova operazione di chirurgia
plastica.
La signora D., pertanto, cita la società produttrice della protesi impiantatale avanti
il Tribunale di Mantova, lamentando danni materiali oltre che psichici. I giudici di
prime cure accolgono la domanda, ma la Corte d’appello di Brescia, in riforma della
sentenza virgiliana, nega la tutela risarcitoria sul presupposto che, benché il regime
responsabilistico introdotto con il d.P.R. 224 del 1988 sollevi il danneggiato
dall’onere di provare la colpa del produttore, questi è pur sempre tenuto a provare
la sussistenza del difetto al momento della messa in circolazione del prodotto, il
danno subito e il nesso eziologico tra quest’ultimo e l’utilizzo del prodotto. Viene
quindi presentato ricorso per cassazione, contestando, tra l’altro, la violazione e
falsa applicazione degli artt. 8 e 6 del d.P.R. 224/1988 (ora artt. 120 e 118 cod. cons.).

La recente frequenza delle decisioni giurisprudenziali in tema di products liability


sembrerebbe confermare l’importanza del ruolo acquisito dalla disciplina speciale
ad oltre vent’anni di distanza dalla direttiva comunitaria 85/374. (33) Sul piano del
law in action si osserva la vitalità dell’impianto normativo, considerata l’operatività
della tutela speciale anche nei casi di utilizzo professionale di prodotti difettosi e
l’espansione della risarcibilità anche al danno morale senza la necessità di
riscontrare i presupposti dell’illecito penale ex artt. 2059 c.c. e 185 c.p.
In ordine all’inquadramento sistematico della disciplina speciale, la recente
trasfusione nel Codice del consumo testimonia l’attenzione del legislatore ai
problemi posti dall’evoluzione dei c.d. mercati finali, alla ricerca di trasparenza,
chiarezza ed equilibrio nelle relazioni tra gli operatori coinvolti. Ulteriore conferma
di tale tendenza sembra rinvenibile, sul fronte della disciplina processuale, nella
recente introduzione della class action nell’ordinamento italiano.

La decisione è fondata su una coerente lettura delle disposizioni sulla


responsabilità del produttore e pare altresì ancorata alla funzione che tale disciplina
svolge per la difesa dei valori costituzionali. Le ragioni di tale prospettiva
ermeneutica possono essere comprese ripercorrendo il cammino della dottrina e
della giurisprudenza anteriori al 1988, alla ricerca di un’interpretazione delle norme
speciali radicata all’interno di un determinato ordinamento.
A partire dagli anni ‘60 e fino all’entrata in vigore della direttiva 85/374/CE, gli
studiosi italiani si erano cimentati nella ricerca di regole che garantissero adeguato
ristoro ai consumatori danneggiati da prodotti difettosi. In quest’ottica, dopo i
primi, infruttuosi tentativi di ricorso alle tutele del contratto di compravendita, si
era progressivamente affermato l’inquadramento della fattispecie entro i meno
angusti confini della responsabilità aquiliana ove, però, appariva indispensabile il
superamento della barriera della colpa del produttore, che avrebbe imposto al
consumatore un onere probatorio difficilmente assolvibile. In tale quadro di
riferimento va collocata la rivalutazione delle ipotesi codicistiche di responsabilità
diverse dalla clausola generale ex art. 2043 c.c., sicuramente più vicine ad un
modello di responsabilità oggettiva che, ancorate ai principi sanciti dagli artt. 2 e 3
della Costituzione, le quali hanno garantito il raggiungimento di soglie minime di
tutela dei consumatori danneggiati da prodotti difettosi. In questi casi, la dottrina
ha perseguito lo scopo della riduzione dei carichi probatori in capo al danneggiato,
evidentemente sprovvisto delle informazioni necessarie per provare la colpa del
produttore in ragione della estraneità al processo di produzione. Proprio intorno a
tale deficit informativo ruotano tutte le costruzioni dottrinali che hanno preceduto
l’introduzione della disciplina speciale; l’articolazione del sistema distributivo in
complesse catene di scambi, del resto, ha ben presto palesato l’ineludibilità di uno
specifico sistema di tutela degli interessi del consumatore finale.
Per questi motivi, anche i giudici italiani, invero piuttosto avari di decisioni in
materia, abbandonate le prime, isolate ricostruzioni contrattuali del fenomeno,
hanno seguito il percorso tracciato dalla dottrina accogliendo la qualificazione della
fattispecie in termini di responsabilità extracontrattuale ed oggettiva.
In tale contesto di sensibilità ormai mature, il legislatore italiano ha recepito la
direttiva comunitaria 85/374 introducendo nel nostro Paese un regime che si è
aggiunto allo strumentario codicistico in materia di responsabilità civile. Il d.P.R.
224/1988, infatti, si muove verso la riduzione dei carichi probatori incombenti sul
consumatore e fonda, così, un regime di responsabilità speciale.
La breve disamina nell’evoluzione del dare forma ad un nuovo genere di
responsabilità, consente di comprendere le sfumature di un sistema speciale di
responsabilità che, pur indifferente alla prova della colpa, non presenta i caratteri
dell’assolutezza e offre, attraverso la ripartizione dei carichi probatori tra i soggetti
interessati, una regolamentazione del rapporto sostanziale caratterizzata da un
sostanziale bilanciamento dei diversi interessi coinvolti. Con il decreto legislativo 6
ottobre 2005, n. 206, la disciplina speciale del 1988 è stata inserita nella parte quarta
del codice del consumo ove, in particolare, l’art. 120, co. 1, impone al consumatore
danneggiato la prova a) del danno, b) del difetto e c) del nesso causale tra danno e
difetto, mentre l’art. 118 cod. cons. contempla alcune esimenti la cui dimostrazione
è, invece, a carico del produttore. Tra queste, nel caso de quo, assume rilevanza la
scriminante di cui all’art. 118, comma I, lett. b, cod. cons. che, delimitata nella sua
portata dall’art. 120, co. 2, cod. cons., consente al produttore di sottrarsi al giudizio
di responsabilità ove dimostri la ragionevole probabilità che il difetto non sia
esistito al momento della messa in circolazione del prodotto.
Una lettura agnostica delle disposizioni citate, avulsa dallo studio dell’evoluzione
della disciplina della respinsabilità, rischierebbe di vanificare le scelte del
legislatore, attribuendo al danneggiato un onere più gravoso rispetto a quello del
produttore. Tale rischio sembra essersi concretizzato nella recente decisione della
Cassazione sul caso Wella in cui si è esplicitamente ricondotta l’ipotesi della prova
della difettosità del prodotto entro la sfera operativa dell’art. 2697 c.c. con
un’interpretazione che ha sostanzialmente mutilato la specificità del dato
normativo in esame.
I punitive damages dell’esperienza americana

Gli ordinamenti di common law, in aggiunta ai compensatory damages, spesso


contemplano i punitive o exemplary damages, i quali sono concessi con lo scopo di
punire un soggetto per aver commesso, con dolo o comunque in mala fede un fatto
particolarmente riprovevole, con una conseguente funzione di deterrence di
un’azione dello stesso tipo.

Nella versione più moderna l’istituto dei punitive damages è stato applicato per la
prima volta in Ighilterra nel famoso caso Hucke v/s Money del 1763. Il caso
riguardava un arresto senza motivo di un tipografo, privato della libertà per oltre
sei ore. Nel giudizio che ne seguì, ad istanza del prevenuto, i giudici riconobbero a
costui una somma di lire trecento, di gran lunga superiore al danno effettivamente
subito, sebbene si fosse raggiunta la prova che era stato trattato in maniera civile e
corretta. Successivamente con la colonizzazione, l’istituto è stato poi esportato
nell’America del Nord, dove il primo precedente giudiziario risale probabilmente
al caso Genay v/s Norris del 1784.

Di regola i punitive damage vengono concessi, unitamente ai compensatory damages


nel caso in cui un soggetto commetta un fatto particolarmente grave con un
atteggiamento soggettivo particolarmente riprovevole, generalmente qualificabile
in termini di malafede. Il loro campo d’applicazione è quello della responsabilità
civile, ma sempre più spesso sono concessi anche nel caso d’inadempimento delle
obbligazioni contrattuali. In genere il loro ammontare viene rimesso
all’apprezzamento discrezionale delle giurie, ma non mancano i casi in cui è la
legge medesima che ne quantifica l’ammontare in relazione a quello dei
compensatory damages. In tali casi, più che di danni punitivi o esemplari, nella
giurisprudenza anglosassone si è soliti parlare di multiple o treble damages. La
differenza non è di poco conto : questi ultimi, avendo una stretta correlazione con i
danni effettivi, denotano una connotazione maggiormente compensativa e non
piuttosto esemplare; diversamente, i punitive damages, prescindendo in linea di
principio dai danni effettivamente arrecati ed essendo rimessi nel loro ammontare
alla discrezionalità della giuria, hanno una funzione più propriamente punitiva e
deterrente.
Le considerazioni da cui partono i sostenitori dei punitive damage sono
fondamentalmente di tipo economico. L’opinione favorevole si basa infatti
sull’assunto secondo cui un soggetto rinuncerà ad intraprendere una determinata
attività ove ritenga che da questa possano derivargli più rischi che benefici. Ed
infatti, se ci si muove in un’ottica squisitamente economica, la prospettiva di una
condanna al solo risarcimento del danno, non costituirà per un soggetto razionale
una controspinta psicologica adeguata, qualora l’agente medesimo si prefiguri per
lui un vantaggio superiore al danno che andrà a cagionare e che eventualmente
dovrà risarcire. Nel caso in cui vi sia tale convenienza sul piano eonomico, è
evidente che costui deciderà di agire comunque. I punitive damages quindi, quali
surplus alla compensazione risarcitoria, hanno proprio l’effetto di riportare il tasso
di rischio del comporteramento illecito ad un livello tale da renderlo inefficiente e
scoraggiarlo.

Se quindi i punitive damages si aggiungono ai danni effettivi, alterando


l’equazione secondo la quale il risarcimento del danno deve servire a ristorare la
vittima del pregiudizio sofferto a seguito del fatto illecito, tale alterazione comporta
anche un mutamento nella funzione tradizionalmente assegnata alla responsabilità
civile, che soprattutto negli ordinamenti di civil law è quella di ripristinare lo status
quo ante nel quale il danneggiato versava prima di subire il pregiudizio.
Sintetizzando quindi l’istituto dei punitive damages assolve due funzioni principali
: funge da deterrence in quanto mira a scoraggiare, secondo una logica costi-benefici,
comportamenti particolarmente riprovevoli e dannosi per la collettività, mediante
la previsione di regole volte a garantire al rimedio il massimo di effettività;
svolgono però al contempo anche una funzione di punishment, in quanto secondo
una logica retribuitiva e moralizzatrice soddisfano il desiderio della società e del
privato cittadino di vedere rimossa l’ingiustizia perpetrata.

Le funzioni svolte dai compensatory damages vengono soddisfatte con il ricorso


agli special damages che l’attore deve chiedere esplicitamente e di cui è tenuto a
provare l’ammontare e ai general o presumtive damages comprendenti le condanne
per il danno morale e soggettivo che invece non richiedono la riprova della loro
concreta entità. Gli exemplary damages, invece, mettono in atto una risposta punitiva
verso il responsabile della lesione di un diritto e vengono concessi sia in funzione
satisfattoria dell’attore danneggiato, sia per prevenire il ripetersi di uno stesso
comportamento in futuro.
Mentre nel Regno Unito le Corti hanno dettato alcuni criteri restrittivi del campo
d’applicazione dell’istituto, la costante prassi giurisprudenziale statunitense ha
fornito un’ampia conferma della legittimità e della sua forza espansiva, segnalando
anche un allontanamento del rimedio dagli originali caratteri strutturali e
funzionali. Il tradizionale impiego delle condanne esemplari era rappresentato dai
casi di diffamazione (New York Times v/s Sullivan, 1965), di violazione volontaria
dell’integrità fisica e della proprietà che in misura sempre maggiore riguarda altre
ipotesi, come la responsabilità del produttore, le infrazioni degli obblighi
contrattuali commessi in mala fede, nonché la lesione di diritti civili e le
trasgressioni di specifiche norme di legge. Negli Stati Uniti tuttavia l’ammissibilità
delle sanzioni dichiaratamente penali in campo civile è stata criticata da molti
giuristi, come un’incongruenza che sconvolge la simmetria della legge, perché
costituisce un’ingiustificata invasione di campo del diritto penale nel settore civile,
anche se in realtà va sottolineato come una rigida distinzione tra i due campi non
costituisca una caratteristica propria del diritto anglo-americano, visti i reciproci
legami tra crime e tort. I giudici, infatti, hanno costantemente affermato una doppia
ragione giustificatrice dei punitive damages, basata sull’intento d’impedire che il
danneggiante torni a ripetere il proprio comportamento lesivo, ma anche sulla
funzione restributiva rispetto alla condotta antisociale attuata dall’offensore.

Le corti di common law definiscono la figura dei punitive damages come un private
remedy rather a public criminal sanction, ponendone in secondo piano gli aspetti
penalistici e ne ammettono il riconoscimento, non tanto nei casi in cui l’illecito
civile sia stato commesso unicamente con colpa, visto che una funzione
ammonitoria è già svolta dall’istituto dei tort, ma quando l’azione sanzionabile sia
posta in essere con evil motive, fraudolent purposes e con reckless, tali da determinare
grave inosservanza e disprezzo dei diritti dei terzi.
Il requisito soggettivo della malice, paragonabile al dolo continentale è stato
intrpretato in senso meno severo e restrittivo, richiedendo non la prova della sua
diretta esistenza, ma solo l’accertamento da parte della giuria, organo alla cui
discrezione spetta in prima battuta la decisione di una malice implicita, ricavabile
dalla natura oggettiva dei fatti.

Nella richiesta di risarcimento dei danni lamentata dall’attore a costui è


generalmente riconosciuto il diritto di ottenere un dibattimento, svolto con
l’intervento della giuria alla quale compete la definizione delle questioni di fatto,
mentre al giudice spetta la decisione sulle questioni di diritto. Il voto della giuria è
raggiunto previa deliberazione segreta a maggioranza dei componeti, quando in
seno alla maggioranza della giuria stessa si sia formata una certa prova. Mentre il
procedimento penale per l’affermazione della responsabilità richiede la prova sopra
ogni ragionevole dubbio, il giudizio civile si basa sulla dimostrazione di
un’evidenza preponderante, ossia sulla documentazione di una maggiore
probabilità che il comportamento del convenuto costituisca origine del danno. Il
carico probatorio richiesto invece dai punitive damage, pur basandosi invece sul
riscontro di un’alta probabilità della responsabilità del convenuto, risulta
intermedio rispetto a quelli appena descritti, poiché richiede un’evidenza chiara e
convincente che l’accusato sia colpevole di oppressione, frode o malevolenza. Non
è richiesta all’attore la prova delle persistenza attuale dell’elemento soggettivo della
malice del danneggiante o della sua intenzione di cagionare lo specifico danno
effettivamente realizzatosi, ma dalle Corti è ritenuta sufficiente la sola
dimostrazione della malevolenza o della connotazione impropria della condotta.

Se il giudice conclude che il risarcimento concesso dalla giuria è irragionavolmente


basso, oppure al contrario eccessivo, attraverso il remittitur può aggiungere o
sottrarre un adeguato ammontare alla cifra accordata e se il mutamento non è
accertato dalle parti, disporre anche un nuovo dibattimento. Un principio più volte
enunciato dai giudici americani è quello per il quale i danni punitivi
presuppongono necessariamente un rapporto di proporzione con quelli
compensativi, con lo status economico dell’offensore e un legame con l’entità delle
spese processuali. Con l’applicazione dell’American Rule la sentenza pone a carico
di ciscuna parte le spese sostenute per la propria difesa in giudizio, inoltre il
meccanismo dei contingent fees, corrispondente al nostro patto di quota lite, addossa
all’avvocato il rischio delle spese del processo, ma in caso di successo, proprio in
virtù di tale accordo, gli attribuisce una quota del ricavato complessivo e in
particolare il 25% se la controversia troverà una soluzione stragiudiziale, un terzo
nel caso che la vertenza venga dal giudice decisa in primo grado e la metà
nell’ipotesi che la sentenza favorevole venga conseguita in sede di appello.

Per cui una rilevante percentuale del valore della condanna può essere
concretamente incassata dagli avvocati che per tali ragioni sono sospettati di
promuovere questa categoria di liti, al solo fine di profittare dell’oggetto della
contesa. In più d’una occasione i giudici hanno affermato l’impossibilità di definire
una volta per sempre una regola matematica ed assoluta per la definizione
dell’entità della penale, ma hanno anche concordato che tuttavia il controllo
giudiziario delle determinazioni della giuria debba verificarsi nel rispetto di tre
criteri fondamentali, per individuare l’inadeguatezza della risposta punitiva e
deterrente : il grado di reprensibilità della condotta dell’imputato, il rapporto tra il
danno effettivo o potenziale sofferto dal soggetto leso e l’ammontare del premio
punitivo. Il rispetto di queste linee guida permetterebbe al successivo controllo da
parte della Trial Court di evitare il formarsi di un’incontrollata area di potere delle
giurie ed eludere la violazione della clausola due process (XIV emendamento), il
divieto del double jeopardy ovvero di sanzionare più volte uno stesso
comportamento illecito (V emendamento), oppure il divieto costituzionale di
imporre sanzioni pecuniarie eccessive (VIII emendamento).

Il meccanismo di riconoscimento dei punitive damages varia da una Stato all’altro


negli Stati Uniti. Così la Georgia, ha introdotto riforme al sistema procedurale
d’irrogazione dei punitive damages, prevedendo una bipartizione del giudizio per
la separata ammissione di responsabilità dell’imputato e la successiva valutazione
dell’ammontare della condanna. Tale meccanismo è presente anche nel North
Dakota dove la domanda di una delle parti riguarda anche la definizione
preventiva dei danni compensativi rispetto a quelli esemplari, in quanto il mancato
riconoscimento dei danni esemplari, impedisce la successiva condanna punitiva.
Nella Virginia e nel Missouri alcune legislazioni hanno incentrato questo
procedimento bifasico nelle competenze della giuria, mentre altri ordinamenti
locali hanno attribuito alla corte la competenza della definizione dell’an e alla
all’affidando alla corte il giudizio sulla liability dell’imputato e alla giuria la
successiva decisione sull’amount della penale.

L’obiezione che nelle vicende legate ai contratti non si possa trovare terreno per
inserirvi il risarcimento dei non compensatory damages è espressa tradizionalmente
dalla giurisprudenza statunitense e dal Restatement of Contracts, ma le eccezioni al
principio sono numerose e diverse e mettono in discussione gli stessi capisaldi di
base del principio tradizionale.

In una recente controversia giunta all’attenzione della Corte Suprema degli Stati
Uniti, l’attore fornì la prova del fatto che durante il tasporto di un numeroso
contingente di autovetture dall’Europa agli Stati Uniti, i veicoli avevano riportato
numerose lesioni alle carrozzerie e che il distributore americano aveva
sommariamente riparato i guasti, tacendo l’informazione ai successivi acquirenti.
L’accusa imputata al concessionario BMW, riguardava la sottaciuta operazione di
restauro dei difetti provocati dalle piogge acide che potevano costituire una frode
negoziale e una violazione del contratto. La Corte dell’Alabama aveva ridotto della
metà l’originaria condanna punitiva emessa dalla Trial Court, stabilendola in 4.000
dollari in danni compensativi e 2.000.000 di dollari in danni esemplari e tuttavia il
remittitur ordinato dalla Corte Suprema ha ulteriormente ridotto l’importo della
penale, confermando gravemente eccessiva la somma e quindi limitandola a 50.000
dollari. Il ricorso ai danni punitivi anche all’interno della disciplina dei contratti,
quindi, può presentarsi in qualsiasi figura negoziale, anche nel caso in cui la
concessione del rimedio risentendo della tendenza a svincolarla della commissione
di un tort e a legarla ad un partiaolare fatto commesso con malice, rimanensse
invece in secondo piano quanto alla qualificazione giuridica formale della
fattispecie stessa.

L’affermazione di un sistema di responsabilità basato su criteri di imputazione


oggettiva - c.d. strict liablility in tort - oppure la responsabilità del produttore per
una qualche forma di garanzia implicita o esplicita di chi ha posto in commercio un
prodotto dimostratosi poi difettoso, convive con l’ipotesi di applicazione della
condanna punitiva che non ha dal punto di vista processuale un’azione autonoma e
per la quale è necessaria la dimostrazione del dolo o della colpa grave del soggetto
offensore. L’esame dei verdetti nei quali sono stati riconosciuti danni esemplari in
tema di responsabilità del produttore, riconduce gli orientamenti che si sono
susseguiti ad un numero limitato di situazioni omogenee, legate alla verifica e al
controllo dei rischi connessi con il consumo e l’utilizzo dei prodotti posti in
commercio.

In una delle sempre più numerose controversie riguardanti la c.d. tobacco litigation,
la compagnia Philip Morris è stata ritenuta responsabile in primo grado in una
controversia individuale per l’esorbitate cifra di 150 milioni di dollari. Il giudizio,
sicuramente soggetto ad appello, ha riconosciuto 168.000 dollari in compensatory
damages, 115 milioni in punitive damages, 10 milioni a titolo di strict liability e 25
milioni a causa di negligence. L’azione è stata intentata dai familiari della sig.ra M.S.
a causa della morte della loro congiunta per cancro polmonare, avvenuta nel 1999.
Il giudizio ha messo in evidenza il comportamento fraudolento della produttrice in
ragione degli additivi inclusi nella lavorazione del tabacco (ammoniaca, zuccheri)
allo scopo di aumentare la dipendenza dalla nicotina e in considerazione della
scorretta campagna pubblicitaria volta a diffondere la falsa opinione sulla minore
tossicità delle c.d. sigarette light. Dalle sentenze in commento si evince come il
comportamento tenuto dalle aziende produttrici di tabacco denoti evidente malice o
quanto meno negligence, le quali, costiuendo illecito grave, fondano a pieno titolo le
richieste risarcitorie tanto per i compensatory damages quanto per i punitive damages.
Capitolo III

Lesione di un bene
immateriale :
risarcimento e tutela
Il danno risarcibile nella cronaca giornalistica

Il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, trova collocazione e tutela nell’art.


21 della Costituzione, ove al co. 1 è scritto solennemente: «Tutti hanno diritto di
manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto od ogni altro mezzo di
diffusione».

E’ importante notare come il diritto di cui all’art. 21 della Costituzione, si sviluppi


attraverso una serie di ammenicula al diritto madre che ad esso fanno da necessario
contorno. Così l’universalità del diritto stesso, riconosciuto dalla Costituzione, trova freni
e contrappesi in un ordinamento democratico dove il diritto di esporre la propria opinione
è riconosciuto a tutti, fatta salva la forma ed i limiti richiesti dalla Costituzione e sanciti dai
principi propri di un ordinamento democratico.

Così, la cronaca giornalistica è sempre ammessa, ed anzi la divulgazione delle notizie è


senza dubbio alcuno la più importante delle basi di un ordinamento democratico, il quale
però dichiarandosi civile, deve necessariamente dimostrare di possedere un avanzato
civismo. Infatti, la ragione per la quale il numero dei componenti di ciascuna delle due
Camere Parlamentari è così elevato – 630 deputati e 315 senatori – risiede nel fatto di
garantire le istituzioni ed il popolo sovrano da scelte in materia di politica legislativa
attuate senza la dovuta riflessione e senza il debito confronto dialettico. Un numero così
elevato tra senatori e deputati serve a garantire la rappresentanza di tutti i cittadini e nel
contempo assicura il dialogo istituzionale sui temi cruciali quali l’indirizzo politico che i
governanti sono tenuti ad imprimere al paese.

Il diritto di critica giornalistica può essere considerato un’estensione del diritto di


manifestare liberamente il proprio pensiero, più diffusamente trattato dall’art. 21 della
Carta Costituzionale e in quanto sua promanazione individua lo stesso bene protetto, ossia
la libertà d’informazione. Tale diritto, per essere rappresentato nella sua interezza mertia
interlocutori eccellenti, giacchè si finirebbe per cadere inevitabilmente nell’illecito se a
fronte di un’offesa od un torto subito si reagisse facendo oltraggio e vilipendio dei principi
sanciti dalla Costituzione.

Il punto è che la cronaca giornalistica deve, come tutta la stampa, essere considerata libera
dalle influenze dei c.d. poteri occulti, ma ciò non significa e non può significare, anarchia,
caos o totale disordine e ciò vale per tutte le parti coinvolte nel dialogo istituzionale.
Infatti, in un sistema a base democratica dove a tutti è consentito di esprimersi su temi di
attualità, per l’importanza del dibattito non è possibile che il dialogo trascenda e si
trasformi in un turpiloquio anche se le posizioni sono divergenti od opposte. Così se la
cronaca ha ad oggetto l’operato della casta politica od altri temi che dividono l’opinione
pubblica, le incheste svolte sui giornali se effettivamente hanno seguito, non possono
ridursi in una somma di accuse che il giornalista Tizio muove nei confronti del politico
Caio, senza avere la benché minima cognizione dei fatti che riferisce. Tali inchieste devono
rispondere alla verità dei fatti o quanto meno alla verosimiglianza, nel senso che se il
giornlista non conosce a fondo l’accusa che intende muovere nei confronti del presunto
colpevole, deve imparare a tenere a freno la sua lingua, in modo che la sua critica possa
consentire lo spazio di una replica o di una smentita, fuori dei casi dell’effetto dannoso già
prodotto per l’ articolo stampato e per il quale il danneggiato ha diritto al risarcimento del
danno.

In proposito giova ricordare alcune disposizioni che assurgono ad importanza notevole :


la prima è l’art. 57 c.p., rubricato : “Reati commesso col mezzo della stampa periodica”.
Seguono nell’ordine l’art. 594 e l’art. 595 c.p. disciplinanti rispettivamente l’ingiuria e la
diffamazione. La prima norma stabilisce che : «Salva la responsabilità dell’autore della
pubblicazione e fuori dei casi di concorso, il direttore o il vice-direttore responsabile, il
quale omette di esercitare sul contenuto del periodico da lui diretto il controllo necessario
ad impedire che col mezzo della pubblicazione siano commessi reati, è punito, a titolo di
colpa, se un reato è commesso, con la pena stabilita per tale reato, diminuita in misura non
eccedente un terzo».

La norma in commento individua secondo certa dottrina una sorta di responsabilità


oggettiva del direttore responsabile del giornale e allo stesso tempo sancisce una forma di
cooperazione nell’illecito doloso o colposo del giornalista cui s’affianca l’illecito colposo
del direttore; costui infatti, in caso di omesso controllo sarà chiamato a rispondere in base
alle norme di cui agli artt. 40 co. 2 e 110 e ss. c.p., oltre che per la regola enunciata dall’art.
57 c.p. Il gionalista, invece, se ha agito con dolo, ossia con l’intenzione di voler recare
danno all’immagine o alla reputazione altrui, dovrà rispondere del reato commesso con
l’aggravante dell’elemento psichico considerato; se invece ha agito con colpa, dipesa da
una sua non perfetta conoscenza dei fatti o da un’esposizione dal tono scandalistico, sarà
comunque chiamato a rispondere del reato commesso, ma con la possibilità di sanare la
sua azione illecita, offrendo al danneggiato, sul giornale dove era stata pubblicata la
notizia lo spazio per una smentita, la quale dovrà avere la stessa visibilità, la stessa portata
ed essere collocata nella stessa posizione avuta dalla notizia vulnerante.

In ogni caso resta fermo il diritto del danneggiato al risarcimento del danno subito in
ragione della notizia fatta trapelare la quale ha recato alla persona contro cui è diretta un
danno alla sua immagine, reputazione od onore, beni dei quali è accolta la tutela in primo
luogo dalla Costituzione, ma poi anche dall’art. 595 c.p.. In proposito, il reato di
diffamazione è stato di recente oggetto di una modifica legislativa, ancora non divenuta
legge, ma che ha visto l’interesse del legislatore per i fenomeni di diffamazione aggravata
perpetrati attraverso l’uso dello strumento telematico, pratica purtroppo oggi piuttosto
diffusa nella rete, tanto che da più parti si auspica che presto il testo di legge possa
superare l’esame d’approvazione e quindi andare a modificare in maniera sensibile l’art.
595 c.p. Nel testo presentato in parlamento il nuovo art. 595 c.p. risulta così riformulato :
«Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo 594, comunicando con più persone, offende
l’altrui reputazione, è punito con la multa fino a euro 2.500. La pena è aumentata se
l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato che non costituisce reato. Se
l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto che costituisce reato la multa è da euro 2.000 a
euro 10.000. Chi, entro i cinque anni successivi a una condanna per il reato di cui al
presente articolo, compie lo stesso reato è punito con la multa da euro 1.500 a euro 4.000.
In caso di ulteriori recidive entro dieci anni la pena è ulteriormente aumentata ogni volta
del 50 per cento. Chi, entro i quindici anni successivi a una condanna per il reato di cui al
presente articolo, compie lo stesso reato per altre tre volte, ovvero compie lo stesso reato
per altre due volte nei confronti della stessa persona, è punito anche con la reclusione da
quattro mesi a un anno. Non si applica l’articolo 99». Come si evince, il testo della norma è
stato cambiato, le pene sono state inasprire, e i tempi della recidiva sono mutati, il tutto
per offrire maggiore solidità ai principi di offensività e materialità, nell’ottica
generalpreventiva di scoraggiare l’uso dello strumento informatico a fini offensivi.

Secondo Cass. civ., sez III, 4 luglio 2006, n. 15270, in una pronunzia che fa riferimento ad
uno dei più celebre dei diritti garantiti dalla Costituzione, «Vi è legittimo esercizio del
diritto di cronaca soltanto quando vengano rispettate le seguenti condizioni: a) la verità
delle notizie (oggettiva o anche soltanto putativa, purché frutto di un serio e diligente
lavoro di ricerca); b) la continenza, cioè il rispetto dei requisiti minimi di forma che
debbono caratterizzare la cronaca ed anche la critica, evitando termini esclusivamente
insultanti; c) la sussistenza di un interesse pubblico all’informazione (ex plurimis: Cass.
civ., sez. III, 15 dicembre 2004, n. 23366; Cass. civ., sez. III, 19 dicembre 2001, n. 15999;
Cass. civ., 18 ottobre 1984, n. 5252). Con particolare riguardo al requisito della verità dei
fatti, non vi è dubbio che il giornalista non debba solo verificare l’attendibilità della fonte
della notizia ma anche accertare e rispettare la verità sostanziale dei fatti narrati.
Il problema si pone, però, in relazione ai fatti dichiarati da altri, oggettivamente offensivi e
riportati dal giornalista nell’articolo.
La giurisprudenza (Cass. pen., sez. un., 30 maggio 2001, n. 37140, Galiero e Galiero et al.)
ha statuito che la condotta di chi pubblichi il testo di un’intervista riportando, anche se
“alla lettera”, dichiarazioni che abbiano oggettivamente contenuto lesivo della reputazione
altrui, non è di per sé scriminata dall’esercizio del diritto di cronaca, rimanendo pur
sempre a carico dell’autore dell’articolo il dovere di controllare la veridicità delle
circostanze e la continenza delle espressioni riferite. Non esistono, inoltre, “fonti
informative privilegiate” (Cass. pen., sez. un., 23 ottobre 1984, n. 8959, Ansaloni) ed è
dovere del cronista esaminare, controllare e verificare i fatti oggetto della sua narrazione.
Tuttavia, deve ritenersi esclusa l’illiceità penale della condotta se il giornalista, assumendo
una posizione imparziale di terzo osservatore, riporti le dichiarazioni offensive
pronunciate dall’intervistato nei confronti di altri, quando l’intervista in sé, in relazione
alla qualità dei soggetti coinvolti, alla materia della discussione ed al contesto più generale
in cui le dichiarazioni siano state rese, presenti profili di interesse pubblico
all’informazione tali da prevalere sulla posizione soggettiva del singolo e da giustificare,
conseguentemente, l’esercizio del diritto di cronaca. L’espressione “verità oggettiva della
notizia”, infatti, può essere intesa sotto un duplice significato: sia come verità del fatto
oggetto della notizia, sia come verità della notizia in sé, indipendentemente dalla
veridicità del suo contenuto. Occorre, però, che tale dichiarazione costituisca di per se
stessa un fatto così rilevante nella vita pubblica che la stampa verrebbe certamente meno
al suo compito informativo se lo tacesse. Va tuttavia specificato che, in questo caso, il
cronista ovviamente ha il dovere di mettere bene in evidenza – contestualmente alla sua
comunicazione e non successivamente, in sede di giudizio – che la verità asserita non si
estende al contenuto del racconto, nonché di riferirne anche le fonti di propalazione per le
doverose, conseguenti assunzioni di responsabilità (in tal senso: Cass. civ., 12 dicembre
1988, n. 6737). Il diritto di cronaca, infatti, presuppone la “fedeltà dell’informazione”, cioè
l’esatta rappresentazione del fatto percepito dal cronista, il quale deve curare di rendere
inequivoco al destinatario della comunicazione il tipo di percezione, se relativa al
contenuto della notizia o alla notizia in sé come fatto storico, ed inoltre se diretta ovvero
indiretta, derivandone in tale seconda ipotesi il debito riscontro di fatti, comportamenti e
situazioni per attribuire attendibilità alla notizia così percepita e poi divulgata (Cass. civ.,
sez. III, 26 luglio 2002, n. 11060; Cass. civ., 29 agosto 1990, n. 8693).
In una dettagliata pronuncia della Cassazione del 1984 (Cass. civ., sez. I, 18 ottobre 1984, n.
5259), di ben 35 pagine di lunghezza, si rinvengono i criteri stringenti che i giornalisti
devono rispettare per non incorrere nei rigori della legge (si vedano, per completezza:
Abruzzo, Codice dell´Informazione, a cura del Centro di Documentazione Giornalistica, 1020;
Marescotti, Piccola guida per evitare querele, citazioni per danni e altri guai in tribunale Possibili
conseguenze penali e civili dell’uso incauto delle mailing list e del PhPeace. Prontuario per i
redattori con le norme di riferimento, agosto 2005, in http://italy.peacelink.org):
Dice la Cassazione : «vi può essere un illecito civile anche in assenza di un illecito penale;
la verità dei fatti non è rispettata se è “mezza verità”, o verità incompleta e che in tal caso
la “mezza verità” può essere equiparata alla notizia falsa; il giornalista non deve ricorrere
ad “insinuare” attraverso l’uso delle virgolette (è il “sottinteso sapiente”, tale da far
leggere fra le righe una verità non detta del tutto); non bisogna ricorrere a “accostamenti
suggestionanti” (ad esempio scrivere di una persona che si vuol mettere in cattiva luce e
scrivere nella frase successiva “il furto è sempre da condannare”); non bisogna usare
insinuazioni con la tecnica di frasi del tipo “non si può escludere che...” in assenza di alcun
serio indizio; è offesa anche il ricorso a toni sproporzionatamente scandalizzati o sdegnati,
specie nei titoli.

In una recente pronunzia la Cassazione Sez. III Civile n. 12460 del 19 luglio 2012, proprio
in tema di danno risarcibile da cronaca giornalistica, ha precisato che : «Il danno non
patrimoniale, quale sofferenza patita dalla sfera morale del soggetto leso si realizza, nel
caso di diffamazione, nel momento in cui la parte lesa ne viene a conoscenza;
dall’individuazione di detto evento consegue poi la valutazione necessariamente
equitativa del pregiudizio subito. Invero l’unica possibile forma di liquidazione del danno
non patrimoniale è quella equitativa, risultando la ragione del ricorso a tale criterio insita
nella natura stessa di tale danno che non può essere provato nel suo preciso ammontare
(art. 1226 cod. civ.) e nella funzione del risarcimento realizzato mediante la dazione di una
somma di denaro, che non è reintegratrice di una diminuzione patrimoniale, ma
compensativa di un pregiudizio non economico. Fermo restando, tuttavia, il dovere del
giudice di dar conto delle circostanze di fatto da lui considerate nel compimento della
valutazione equitativa e del percorso logico che lo ha condotto a quel determinato
risultato. L’esercizio del potere equitativo del giudice di merito è censurabile solo nel caso
in cui la liquidazione del danno morale appaia manifestamente simbolica o per nulla
correlata con le premesse di fatto in ordine alla natura e all’entità del danno accertato dallo
stesso giudice».
I diritti di critica e satira. In particolare l’art. 21 della Costituzione

Il diritto di critica come pure il diritto di cronaca è un diritto costituzionalmente


garantito dall’art. 21 Cost., norma recante disposizioni sulla libertà di
manifestazione del pensiero. I limiti fissati in giurisprudenza all’esercizio di questi
due diritti sono però differenti. La Cassazione ha infatti chiarito che diversa è la
capacità scriminante del diritto di critica rispetto al diritto di cronaca; in quanto
mentre il primo si esprime in un giudizio o più genericamente nella manifestazione
di un’opinione che sarebbe contraddittorio pretendere obiettiva la critica invece,
per sua natura, non può essere fondata se non su un’interpretazione di fatti e
comportamenti che come tale non può che essere soggettiva e corrispondere alla
visuale di chi li manifesta. I giudizi critici non possono quindi mai essere
suscettibili di valutazioni che pretendano di ricondurli alla verità oggettiva; l’unico
limite che giudizi di tal genere possono incontrare è rappresentato dall’interesse
pubblico o sociale della critica. Infatti, l’esercizio della critica può facilmente entrare
in conflitto con il diritto all’onore e alla reputazione altrui. Alcuni autori parlano
infatti di ontologica confligenza. La critica, infatti, per essere legittima deve essere
estrinsecazione di un percorso logico ragionato; dovrà quindi ricercarsi – volta per
volta – il giusto bilanciamento tra l’interesse individuale alla reputazione e il diritto
di libera rappresentazione del pensiero. Quando il comportamento di una persona
sia suscettibile di più interpretazioni, tutte di segno negativo è scriminato
dall’esercizio del diritto di cronaca il giornalista che operando una ricostruzione di
una certa vicenda sulla scorta dei dati in suo possesso e di quelli contenuti in un
provvedimento giudiziario, riconduce il comportamento ad una causale
considerata dall’interessato più infamante di quella prospettata nello stesso
provvedimento giudiziario.

Come per il diritto di cronaca la giurisprudenza ha, oramai da tempo, fissato i limiti
entro i quali l’esercizio del diritto di critica possa dirsi legittimo ed essere
considerato prevalente sul diritto all’onore e alla reputazione di un singolo
individuo. I limiti relativi al diritto di critica sono più ampi rispetto a quelli fissati
per il diritto di cronaca. Un consolidato orientamento giurisprudenziale di
legittimità ha chiarito che non possono ritenersi lesive dell’onore e della
reputazione di una persona affermazioni anche vivacemente critiche di
quest’ultima, qualora le medesime vertano su argomenti di sicuro rilievo sociale e
non alterino la verità dei fatti ovvero sfuggano ad un giudizio in termini di verità e
possano ritenersi continenti dal punto di vista della forma espositiva. Possono
essere lecite anche critiche pesantissime se sono manifestazione di un dissenso
ragionato rispetto all’opinione e al comportamento altrui. La critica diviene illecita
quando scade in espressioni ingiuriose che trovano la loro unica giustificazione nel
risentimento personale contro il soggetto leso. Come può cogliersi intuitivamente le
affermazioni che costituiscono una critica sfuggono ad un preciso giudizio di
verità. La critica, infatti, in quanto interpretazione soggettiva della realtà non può
mai essere suscettibile di valutazioni che pretendano di ricondurla a verità
oggettiva. Il limite dell’interesse pubblico relativo al diritto di critica non presenta
sostanziali differenze rispetto a quello relativo al diritto di cronaca. La Suprema
Corte, in una pregevole sentenza sul diritto di critica, ha posto in luce l’esistenza di
un collegamento tra il canone della continenza espressiva inteso in senso
sostanziale e l’interesse pubblico della notizia. Continenza non vuole solo dire
correttazza formale dell’esposizione, ma anche limite, freno posto per non andare
al di là di quanto è strettamente necesario per l’appagamento del pubblico
interesse, giacchè il soddisfacimento dell’interesse generale può giustificare la
prevalenza della tutela del diritto di libera manifestazione del pensiero su quella
parte dell’integrità, dell’onore e della reputazione del singolo cittadino. In alcune
recenti sentenze del Supremo Collegio si trova analizzata la distinzione tra
continenza in senso sostanziale e in senso formale. La prima corrisponde al
requisito della verità dei fatti narrati. La continenza formale invece, presuppone che
la narrazione dei fatti debba avvenire misuratamente, ossia debba essere contenuta
in spazi strettamente necessari all’esposizione.

In una pronuncia risalente, la Suprema Corte ha precisato che il requisito della


continenza formale, specie in considerazione dei più ampi margini espressivi che il
diritto di critica richiede rispetto a quello di cronaca, deve essere inteso in senso
relativo. Nella valutazione del legittimo esercizio del diritto di critica il requisito
della continenza formale, ossia della correttezza e della civiltà delle espressioni
utilizzate è attenuato dalla necessità ad esso connaturata di esprimere le proprie
opinioni e la propria personale interpretazione dei fatti anche se critica; devono
quindi ritenersi legittime le espressioni astrattamente offensive e soggettivamente
sgradite alla persona cui sono riferite. A proposito della continenza espressiva la
Cassazione inoltre ha sottolineato che questa consiste in un’esposizione dei fatti
non eccedente rispetto allo scopo informativo da conseguire, improntata a serena
obiettività, almeno nel senso di escludere il preconcetto intento denigratorio.

Il diritto di critica, come qualificata forma di manifestazione della libertà di


pensiero, deve quindi ritenersi legittimamente esercitato anche quando si motivino
le proprie opinioni ricorrendo a parole aspre e pungenti, di per sé insutanti, purché
queste ultime siano razionalmente collegate ai fatti riportati ed ai giudizi espressi
nonché congruenti a livello della contrapposizione polemica raggiunta. Il limite
della contineza formale implica che le espressioni usate non si risolvano mai in una
manifestazione di avversione determinata da animosità personale e di deliberata
intenzione di screditare l’attività professionale e la vita intima altrui, usando toni
sarcastici, oppure l’arma dello shermo o della derisione. Il privato cittadino non
può erigersi a giudice delle altrui indegnità : potrà disapprovare, criticare e
screditare anche con asprezza, specie nelle competizioni politiche, ma ciò
mantenendosi comunque nei limiti della necessità dell’affermazione e della
diffusione del suo pensiero. Quando invece il privato travalichi tali limiti, il diritto
di critica si trasforma in un’aggressione dell’altrui reputazione e non può che
conseguirne la responsabilità per il delitto di diffamazione. Ha notato la Cassazione
che la diffamazione si realizza attraverso entità puramente astratte, ossia i
molteplici significati della parola, i quali nel momento della comunicazione
congiungendosi con altri possono diventare strumento idoneo ad offendere l’altrui
reputazione. E’ pertanto necessario che da parte del giudice di merito vi sia la
valutazione delle parole nel momento dinamico in cui sposandosi dal contesto della
funzione semantica di tutti gli altri segnali esse possono dare luogo alla
proliferazione di ulteriori significati. Indagare sul carattere diffamatorio di
un’espressione vuol dire, in sostanza risalire al significato assunto dall’espressione
come risultato finale. In alcune sentenze di merito si è precisato che il limite della
continenza fomale non riguarda i discorsi improvvisati in pubblico. In queste
occasioni l’esercizio del diritto di critica, ammette l’uso di espressioni ancor più
aspre e astrattamente insultanti.

La maggiore elasticità con la quale la giurisprudenza ha valutato l’esercizio del


diritto di critica espresso nei confronti di un soggetto che ricopra una carica
pubblica, risponde all’esigenza di un maggior controllo dell’operato di coloro che
in forza di una carica elettiva hanno ricevuto un mandato dalla collettività. Diverso
è infatti il limite entro il quale è legittimo criticare un comune privato cittadino ed
un personaggio politico. Il libero esercizio del diritto di critica politica è un valore
irrinunciabile per un sistema democratico. L’importante funzione di tale tipo di
critica consiste nel sensibilizzare il pubblico affinché possa esercitare,
opportunamente informato, i diritti costituzionali garantiti per la partecipazione
alla vita politica e sociale dello Stato. La giurisprudenza di legittimità, in un
orientamento ormai consolidato, ha fissato i limiti entro i quali il diritto di critica
politica può essere legittimamente esercitato. In particolare ha precisato che quando
il giornalista, criticando avvenimenti d’interesse politico e sociale obbedisca al
potere dovere di informazione sulle più importanti emergenze della vita
individuale e sociale, osservando un linguaggio corretto e rispettoso della sfera
privata della persona, egli non offende l’onore e la reputazione della stessa, poiché
tali beni giuridici non subiscono alcuna lesione quando le espressioni critiche
adoperate investono le sole scelte politiche del soggetto interessato. Quanto al
requisito della verità dei fatti, che non compare tre quelli elaborati dalla
giurisprudenza di legittimità per l’esercizio della critica politica, alcuni autori
hanno affermato che : «fondamento dell’opinione manifestata dal giornalista non
significa possibilità di dimostrare in modo rigoroso e irrefutabile la corrispondenza
degli stessi alla realtà. Nell’esercizio del diritto di critica l’obbligo di rispettare la
verità si traduce, in primo luogo nel dovere di motivare scrupolosamente i giudizi
espressi, evidenziando i fatti che secondo il giornalista sono idonei a confermare i
giudizi stessi; in secondo luogo nell’obbligo di controllare che gli elementi di fatto
richiamati sono conformi alla realtà: l’obbligo di rispettare la verità dei fatti si
traduce pertanto in obbligo di diligenza». Si può quindi affermare che rispetto alla
critica politica il requisito della verità è valutato in relazione alla capacità di
motivazione della critica. La critica non deve mai scadere in un attacco gratuito e
personale all’altrui reputazione, in tal senso autorevole dottrina ha osservato che :
«il limite dell’interesse pubblico fornisce una prima indicazione nel senso di
escludere la legittimità delle opinioni critiche ove queste investano la dimensione
privata o si risolvano in attacchi che colpiscano l’individuo non in quanto uomo
pubblico ma in quanto persona, per la considerazione che tali profili rimangano
estranei all’interesse della pubblica opinione».

Oramai si riconosce che il diritto di satira è configurabile come un diritto soggettivo


di rilevanza costituzionale che rientra nell’ambito di applicazione dell’art. 21 Cost.,
posto a tutela della libertà di manifestazione del pensiero. Il diritto di satira è un
diritto che ha un fondamento complesso ed una pluralità di estrinsecazioni, le quali
tutte risiedono nella sua natura di creazione dello spirito. Una vera entità
fenomenica non visibile, seppure da tutti avvertibile e che in quanto non
percepibile né censurabile nella stessa misura è per sua natura libera. La tradizione
greca e romana è ricca di satira, ma il fenomeno ha nel tempo avuto un indiscusso
successo tant’è che anche oggi se ne fa largo uso, specie per schernire e canzonare
noti personaggi pubblici. La necessità di smontare una macchina perfetta, quale
appunto la fama di cui gode un personaggio pubblico è un’esigenza da sempre
avvertita, non fosse altro che per offrire al pubblico una valvola di sfogo e quindi
permettergli di sentirsi più vicino al casus belli. I limiti fissati dalla giurisprudenza
al libero esercizio del diritto di caricatura e di satira sono in effetti assai poco
restrittivi. L’unica preoccupazione deve essere quella di verificare che non vengano
oltrepassati i limiti della convivenza civile e che quindi per il mezzo della satira si
possa avere occasione di trascendere e scadere in un monologo becero e di cattivo
gusto. Il linguaggio delle immagini satiriche non deve essere perciò gratuitamente
offensivo. La caricatura non deve diventare un pretesto per colpire nell’onore e
nella reputazione altre persone. Illecita è pure la satira da cui si evinca una
deliberata intenzione di nuocere al soggetto, tale da concretarsi in una seria offesa.
E’ quindi importante valutare l’offesa in concreto e per farlo occorre tener conto di
tutti i fattori rilevanti non solo per quel che riguarda la persona in sé e per sé, ma
anche per quanto riguarda l’ambiente cui è legata e l’interesse pubblico che essa
suscita nel farvi riferimento.
La sentenza n. 5259 del 18 ottobre 1984, c.d. “Decalogo della Cassazione”

Il 18 ottobre 1984 la Cassazione civile è chiamata a pronunciarsi su un caso di


diffamazione a mezzo stampa, in seguito alla pubblicazione su una rivista
economica di notizie fortemente lesive di una società. Nel 1972 la rivista Tribuna
degli investimenti ha pubblicato su diversi numeri, notizie denigratorie e
diffamatorie indirizzate a colpire la capacità gestionale degli amministratori della
società Interfininvest, titolare del fondo comune immobiliare Europrogramme
International 1969. A causa della circolazione di siffatte notizie, la società ha
lamentato una forte crisi sul mercato e pertanto ha ritenuto opportuno ricorrere
direttamente al giudice civile invocando gli articoli 2598 e 2043 c.c.. La scelta di non
proporre querela da parte della società, deriva dal fatto che, ad essa non
interessava tanto provocare la sanzione penale, quanto recuperare, almeno in
parte, i ricavi che erano stati ridotti dalla campagna diffamatoria della rivista
danneggiante.

Con sentenza n. 5259, la Corte conferma la condanna della rivista Tribuna degli
investimenti per i termini in cui questa si era espressa nei confronti della società e
giustamente riconosce il principio dell’esperibilità dell’azione civile a tutela
dell’onore, alternativamente e indipendentemente rispetto al giudizio penale per il
reato di diffamazione.

Tale pronuncia, suscita accese polemiche e riprovazioni da parte degli operatori


dell’informazione e da alcuni insigni giuristi113 nella parte in cui enuncia i criteri
che rendono legittimo il diritto di cronaca. Per sottolineare la portata delle
affermazioni contenute nella decisione, è necessario riportarne uno dei passaggi
fondamentali: “Il diritto di stampa, sancito in linea di principio dall’art. 21 Cost. e
regolato fondamentalmente nella l. 8 febbraio 1948, n. 47, è legittimo quando concorrano le
seguenti tre condizioni:

 utilità sociale dell’informazione;


 verità oggettiva o anche soltanto putativa purché, in quest’ultimo caso,
frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca dei fatti esposti;
 forma civile dell’ esposizione dei fatti e della loro valutazione; cioè non
eccedente rispetto allo scopo informativo da conseguire, improntata a serena
obiettività almeno nel senso di escludere il preconcetto intento denigratorio
e, comunque, in ogni caso rispettosa di quel minimo di dignità cui ha
sempre diritto anche la più riprovevole delle persone, sì da non essere mai
consentita l’offesa triviale o irridente i più umani sentimenti.
Da tali parole emergono le regole che, secondo la Corte, un buon cronista deve
rispettare per esercitare correttamente la libertà di informare. Nella pedissequa
elencazione di tali criteri la Cassazione, tiene conto delle precedenti pronunce
giudiziali, ma si spinge anche oltre, limitando in maniera più marcata la libertà di
espressione. Prima di analizzare i criteri sopra richiamati occorre chiarire un punto
fondamentale: dalla mera interpretazione letterale di quanto esposto nella
motivazione della sentenza, sembrerebbe che qualsiasi tipo di informazione, anche
la notizia più innocente e neutrale possibile, debba ritenersi illecita, quando non sia
rispettosa della verità, non sia espressa in forma civile e non risponda a pubblica
utilità.

Sarebbe, tuttavia, illogico e anacronistico ritenere ammissibile una tale


interpretazione che cozzerebbe col fondamentale principio della libertà di
manifestazione del pensiero, riconosciuto dalla Costituzione all’articolo 21.

Da ciò deriva che i criteri enunciati dalla Corte, si riferiscono solo alla notizia
diffamatoria, lesiva della reputazione altrui. Secondo quanto proferito dalla Corte,
infatti, ogniqualvolta la notizia diffamatoria sia veritiera, di rilevanza sociale ed
esposta in forma civile, è da considerarsi pienamente legittima.

Il primo requisito che il diritto di cronaca deve possedere per operare quale
scriminante, ai sensi dell’articolo 51 c.p., è quello dell’utilità sociale. La Corte
ritiene, in base ad un orientamento abbastanza consolidato, che la notizia debba
avere un interesse pubblico e non essere frutto di un capriccio personale. Sono di
pubblico interesse le informazioni che riguardano l’intera collettività, quelle che,
pur coinvolgendo poche persone, hanno poi un impatto su tutta la società e le
notizie su categorie sociali rilevanti la cui attività ha effetti sociali generali.
Quando la notizia riguarda un personaggio noto, può interessare anche fatti
privati, purché correlati con il ruolo pubblico esercitato dalla persona.

Il secondo limite cui si riferisce la sentenza, è la verità, anche putativa, dei fatti
esposti. Secondo la Cassazione, un corretto giornalismo racconta quello che
effettivamente è successo; collega l’oggettivamente narrato e il realmente accaduto.
Quanto all’ammissibilità circa la verità putativa dei fatti, è interessante richiamare
quanto esposto dalle Sezioni Unite penali il 30 giugno 1984. In base a tale decisione
il giornalista può invocare l’esercizio del diritto di cronaca sotto il profilo della
putatività, quando fornisce la prova di aver posto ogni più oculata diligenza ed
accortezza nella scelta delle fonti informative115.

Un elemento innovativo introdotto dalla sentenza del 1984, riguarda le cosiddette


mezze verità o verità incomplete che vengono equiparate alla notizia falsa. La
verità dei fatti, cui il giornalista ha il preciso dovere di attenersi, non è rispettata
quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano, dolosamente o anche soltanto
colposamente, taciuti altri, tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne
completamente il significato116.

Maggiori elementi di novità sono, tuttavia, riportati nell’enunciazione del criterio


della c.d. forma civile. Precedentemente, i giudici avevano riconosciuto la necessità
che la notizia fosse esposta con un linguaggio corretto e con una terminologia che
non eccedesse lo scopo informativo da raggiungere. La sentenza in parola, invece,
contiene un’analitica elencazione (c.d. decalogo) delle varie modalità che può
assumere in concreto una forma incivile di esposizione e valutazione dei fatti. La
forma è incivile, quando:

 difetta di serenità ed obiettività;


 quando lede quel minimo di dignità cui ogni persona ha sempre
diritto;
 quando manca di leale chiarezza;

La Corte afferma ancora che la notizia non è chiara e quindi illecita, quando il
giornalista ricorra al sottinteso sapiente (espressioni, magari tra virgolette, che il
lettore interpreterà in modo diverso o addirittura contrario al significato letterale),
agli accostamenti suggestionanti tra un fatto e una persona, con l’obiettivo di metterla
in cattiva luce, quando usi un tono scandalizzato, negli articoli ma anche nei titoli, allo
scopo di drammatizzare i fatti o quando faccia insinuazioni utilizzando espressioni
allusive.

Il cosiddetto ”decalogo” del buon giornalista è stato fortemente criticato dagli


operatori dell’informazione che non hanno accolto di buon grado le limitazioni alla
libertà di informazione derivate da una così ampia espansione del criterio della
continenza. D’altra parte, anche la dottrina non ha condiviso completamente la
scelta della Corte, tanto che Fiandaca afferma che si assiste ad una recrudescenza
dell’antica antipatia tra stampa e magistratura, mentre secondo Roppo una tale
minuziosa elencazione dei doveri del giornalista espone gli operatori
dell’informazione all’inquietante prospettiva che valutazioni giudiziali di ordine
puramente stilistico-letterario siano di per sé idonee a qualificarne l’azione come
illecita e fonte di obblighi risarcitori.

Il dibattito acceso dall’analisi della sentenza ha portato i giuristi118 ad auspicare che


il principio della continenza, ritorni ad essere inteso nel significato più sobrio
attribuito ad essa dalla precedente giurisprudenza e che tale criterio assuma una
posizione subordinata rispetto agli altri due pricipii della rilevanza sociale e della
verità dei fatti. Sulla base di tale prospettiva una notizia diffamatoria espressa in
forma incivile può - non necessariamente deve - rendere illecita la cronaca
diffamatoria e tale giudizio è rimesso alla discrezionalità del giudice che sarà
tenuto a valutare caso per caso le singole fattispecie, mentre non è possibile
prescindere dal rispetto dei criteri della verità e dell’utilità sociale, mancando i
quali, la notizia diffamatoria è sempre illecita.
I diritti personalissimi. Loro azionabilità in sede processuale

Con la sentenza del 24 marzo 2006 n. 6572 , le Sezioni Unite della Cassazione sono
state chiamate a comporre il contrasto all’interno della sezione Lavoro della Corte
in tema di risarcimento del danno da demansionamento e dequalificazione del
lavoratore.

Le decisioni fino ad ora emanate dalla Cassazione affrontavano in modo


contrastante il tema della prova del danno. Alcune sentenze sostenevano4, infatti,
che essendo il danno, conseguenza automatica del demansionamento posto in
essere dal datore di lavoro, l’ammontare del risarcimento richiesto dal lavoratore
potesse essere determinato dal giudice facendo ricorso ad una valutazione
equitativa, anche in mancanza di uno specifico elemento di prova da parte del
danneggiato; al contrario, altre sentenze ritenevano che il lavoratore dovesse
specificamente provare l’esistenza del danno lamentato e del nesso di causalità con
l’inadempimento datoriale.

La questione è la seguente: “se, in caso di demansionamento o di dequalificazione,


il diritto del lavoratore al risarcimento del danno, soprattutto di quello c.d.
esistenziale, suscettibile di liquidazione equitativa, consegua in re ipsa al
demansionamento, oppure sia subordinato all’assolvimento, da parte del
lavoratore, all’onere di provare l’esistenza del pregiudizio”.

Le Sezioni Unite aderiscono a questo secondo orientamento e affermano che il


riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento di qualunque tipo di
danno lamentato (professionale, biologico o esistenziale) non ricorre
automaticamente in tutti i casi di demansionamento.

Secondo la Corte, l’inadempimento del datore di lavoro può causare una pluralità
di conseguenze lesive per il lavoratore, che devono essere specificamente allegate
dal lavoratore e devono essere provate altrettanto puntualmente: se nel caso del
risarcimento del danno biologico sarà necessaria l’esistenza di una lesione
dell’integrità psico-fisica medicalmente accertabile, nel caso del danno esistenziale
il lavoratore dovrà ricorrere puntualmente a tutti i mezzi consentiti
dall’ordinamento (dalla prova per testimoni su varie circostanze di congiunti e
colleghi di lavoro, al deposito di documentazione etc.)
In questo specifico caso il danno esistenziale è inteso come “ogni pregiudizio che
l’illecito datoriale provoca sul fare areddituale del soggetto, alterando le sue
abitudini di vita e gli assetti relazionali che gli erano propri, sconvolgendo la sua
quotidianità e privandolo di occasioni per la sua espressione e la realizzazione della
sua personalità nel mondo esterno”. Peraltro, il danno esistenziale si fonda sulla
natura non meramente emotiva ed interiore (propria del c.d. danno morale), ma
oggettivamente accertabile del pregiudizio, attraverso la prova di scelte di vita
diverse da quelle che si sarebbero adottate se non si fosse verificato l’evento
dannoso.

Tenuto conto della natura immateriale di questo danno, quindi, il giudice, secondo
la Corte, potrà utilizzare anche la prova per presunzioni, “mezzo peraltro non
relegato dall’ordinamento in grado subordinato nella gerarchia delle prove, cui il
giudice può ricorrere anche in via esclusiva per la formazione del suo
convincimento, purché, secondo le regole di cui all’art. 2727 c.c. venga offerta una
serie di fatti concatenati noti” .

Per la prima volta, dopo il riconoscimento della categoria del danno esistenziale da
parte delle Sezioni Unite (sen. n. 6572/2006), i giudici di legittimità della terza
Sezione Civile con la sentenza n. 13546/2006, nel fare il punto sugli orientamenti
interpretativi maturati all’esito della progressiva evoluzione della disciplina post-
codicistica in tema di risarcimento del danno alla persona, riconoscono
esplicitamente tale autonoma voce di danno, collocandola (nell’ambito del sistema
bipolare delineato all’esito dell’intervento razionalizzatore di Cass. 31 maggio 2003,
n. 8827 e 8828) unitamente al danno morale soggettivo e al danno biologico
all’interno della categoria generale del danno non patrimoniale di cui all’art. 2059
c.c., quale danno alla salute in senso lato che, in presenza di lesione di interessi
essenziali della persona come quelli costituzionalmente garantiti della salute, della
reputazione, della libertà di pensiero, della famiglia etc., si sostanzia in una
modificazione (peggiorativa) della personalità dell’individuo, che si obiettivizza
socialmente nella incidenza sul relativo modo di rapportarsi con gli altri, sia
all’interno del nucleo familiare, che all’esterno del medesimo, nell’ambito dei
comuni rapporti della vita di relazione, in conseguenza della subita alterazione,
della privazione del rapporto personale con lo stretto congiunto nel suo essenziale
aspetto affettivo o di assistenza morale (cura, amore), cui ciascun componente del
nucleo familiare ha diritto nei confronti dell’altro (come per i coniugi in particolare
previsto dall’art. 143 c.c., per il genitore dall’art. 147 c.c. e ancor prima da un
principio immanente nell’ordinamento fondato sulla responsabilità genitoriale, da
considerarsi in combinazione con l’art. 8 l. adoz.; per il figlio nell’art. 315 c.c.).
Danno non già sofferto dai congiunti come vittime secondarie o come anche si dice
di riflesso, bensì sofferto iure proprio, essendo l’evento morte plurioffensivo nel
determinare non solamente l’estinzione della vita della vittima, ma anche
l’estinzione del rapporto parentale con i congiunti della stessa, lesi nell’interesse
all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e alla scambievole solidarietà che
connota la vita familiare, e pertanto consistente non già nella violazione in sé del
rapporto familiare, quanto piuttosto nelle conseguenze che discendono
dall’irreversibile venir meno del godimento del congiunto e dalla definitiva
preclusione delle reciproche relazioni interpersonali.

La prova del danno esistenziale da uccisione dello stretto congiunto è a carico del
danneggiato e può essere data anche a mezzo di presunzioni. Tale figura di danno,
quale tipico danno-conseguenza che si proietta nel futuro, privo (come il danno
morale ed il danno biologico) del carattere della patrimonialità, ben può - in
ragione della sua natura e della funzione di riparazione assolta mediante la dazione
di una somma di denaro, nel caso non reintegratrice di una diminuzione
patrimoniale, bensì compensativa di un pregiudizio non economico - essere
liquidato secondo il criterio equitativo ex art. 1226 c.c. e art. 2056 c.c., in
considerazione dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e
di ogni ulteriore utile circostanza, quali la consistenza più o meno ampia del nucleo
familiare, le abitudini di vita, l’età della vittima e dei singoli superstiti, le esigenze
di questi ultimi, rimaste definitivamente compromesse.

Di recente la Suprema Corte di Cassazione con sentenza n. 2546/2007, in tema di


risarcimento spettante agli stretti congiunti della persona deceduta a causa di fatto
illecito altrui, ha ribadito l’orientamento esistente sul danno esistenziale, oltre che
sul danno biologico e patrimoniale.

Rispetto al primo, ha confermato che il danno esistenziale non è assimilabile al


danno morale; non è un pregiudizio di natura emotiva ed interiore, ma piuttosto un
qualcosa di oggettivamente accertabile. È un danno che altera le abitudini e gli
assetti relazionali del singolo, inducendolo a “far diversamente da come avrebbe
fatto”: si allude a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della
propria personalità nel mondo esterno.

Rispetto al secondo, il giudice di legittimità ha confermato che il danno biologico


non può essere riconosciuto in re ipsa, come il danno esistenziale, ma deve essere
provato e accertato dal medico legale. Deve cioè esser data la prova concreta della
diminuzione o distruzione dell’integrità psico-fisica del soggetto.
Rispetto al terzo, il diritto al risarcimento del danno patrimoniale ex art. 2043 c.c.
richiede l’accertamento che i congiunti della vittima deceduta siano stati privati di
utilità economiche di cui già beneficiavano e di cui, presumibilmente, avrebbero
continuato a godere in futuro.

Fra incertezze e contrasti dottrinari suscitati in gran parte da concezioni non più
aderenti alle attuali realtà, affiora oggi una coscienza giuridica universale che ha
suscitato una profonda riflessione sulla natura del diritto come elemento regolatore
delle moderne società democratiche. Principio ispiratore della odierna comunità
internazionale è il rispetto della dignità inerente alla persona umana. La concezione
stessa dello Stato di diritto, di un ordinamento cioè fondato sul rispetto della legge
e sull’osservanza delle regole, si è radicalmente trasformata alla luce di tali principi:
“E’ Stato di diritto solo quell’ordinamento le cui norme fondamentali e le cui
disposizioni di legge si fondano su precisi valori per la salvaguardia dei quali sono
stati approntati efficaci strumenti giuridici nazionali e internazionali”.

Lo statuto delle Nazioni Unite, entrato in vigore il 24 ottobre 1945, precisa nel suo
preambolo che i popoli delle Nazioni Unite sono decisi a riaffermare la fede nei
diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana.
Analogo concetto è stato ribadito con l’adozione della Dichiarazione Universale dei
Diritti Umani, in cui si afferma che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i
membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali e inalienabili, costituisce il
fondamento delle libertà, della giustizia e della pace nel mondo.

La Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, proclamata nella riunione


del Consiglio europeo di Nizza del dicembre del 2000, stabilisce all’art. 1: “La
dignità umana è inviolabile. Essa dev’essere rispettata e tutelata”. In altre parole, la
dignità della persona umana non è solo un diritto fondamentale in sé, ma
costituisce la base stessa dei diritti fondamentali.

Rivoluzioni e guerre hanno tracciato il solco entro il quale hanno affondato radici e
preso nuova linfa intolleranza e violenza, che hanno a loro volta creato nuovi
ordinamenti e prodotto un diritto a loro somiglianza. In tali ordinamenti, di
carattere autoritario, il diritto si è a tal punto dissociato dall’uomo che, anziché
garantirne le libertà, si era spesso tramutato in strumento di oppressione. Da ciò
discende che i diritti ì fondamentali del cittadino sono stati, in tali situazioni, quasi
sistematicamente piegati alla ragion di Stato.
Troppe volte le libertà sono state appannaggio solo di piccoli gruppi di potere i cui
componenti se ne sono potuti servire a piacimento, mentre la stragrande
maggioranza dei cittadini, ne era di fatto sprovvista. Occorre pertanto, riconciliare
libertà e diritto, partendo dalla centralità della persona umana, al contempo valore
supremo e portatrice di valori.

Tale riconciliazione è maturata nell’ambito delle organizzazioni di cooperazione


europea, nei cui testi – Lo Statuto del Consiglio d’Europa, la Convenzione Europea
per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali (CEDU) –
viene messo l’accento su un patrimonio comune di tradizioni e di ideali politici, di
rispetto della libertà e di preminenza del diritto. Quei valori comuni sono da
ricercarsi in primo luogo nelle disposizioni della CEDU e sono:

• diritto alla vita;

• divieto di maltrattamenti;

• preminenza del diritto;

• diritto ad un equo processo;

• rispetto della vita privata;

• diritto alla libertà d’espressione

• divieto di discriminazione

Questi, in sintesi, sono solo alcuni dei diritti riconosciuti nella CEDU, ma che
corrispondono in gran parte ai valori recepiti nelle Costituzioni e nelle leggi
fondamentali degli Stati membri del Consiglio d’Europa.

I diritti della personalità appaiono, dunque, come una conquista, da parte di


ciascuna collettività organizzata, come pure da parte dei singoli individui che la
compongono. Sia all’interno dei singoli ordinamenti statali, che a livello
internazionale ed europeo, l’affermazione da parte dei pubblici poteri di valori cui
attenersi, non è sufficiente ad evitare un uso distorto dei poteri stessi, mediante
l’adozione di misure che si rivelano arbitrarie. Ne deriva la necessità di prevedere
un controllo sopranazionale dell’operato degli Stati. Così, l’Assemblea
Parlamentare del Consiglio d’Europa, ha proposto, nell’agosto del 1949,
l’elaborazione di uno strumento giuridico internazionale, la CEDU, che oltre a
prevedere un diritto di ricorso, comportasse anche una garanzia collettiva
sovranazionale ad opera di un organo giudiziario le cui decisioni sarebbero state
sempre e comunque vincolanti.

A ben vedere le cose, negli ultimi due secoli in Europa, l’affermazione dei diritti
fondamentali è stata condizionata, dall’elaborazione di precise norme, volte a
circoscrivere dapprima il potere assoluto dei sovrani e poi a far evolvere un diritto
spesso ancorato a tradizioni e pregiudizi illiberali.

Alla luce dei diritti dell’uomo, il diritto internazionale ha subito un’evoluzione ed


ha favorito la nascita di un nuovo diritto che ricalca gli schemi di uno ius gentium,
nel quale l’individuo è non solo destinatario di norme, ma anche attore del loro
sviluppo. Spetta alla Corte internazionale di giustizia, il merito di aver conferito
alla nozione di preminenza del diritto, un ruolo essenziale, per la salvaguardia di
un ordine giuridico universale, fondato su relazioni pacifiche fra i popoli.
L’elemento innovatore del diritto internazionale è la riaffermazione del valore e dei
principi della democrazia e dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Il principio del non intervento negli affari interni di un altro Stato, costituisce un
caposaldo delle relazioni internazionali fra Stati sovrani. L’art. 2 par. 7 della Carta
delle Nazioni Unite stabilisce che: “Nessuna disposizione della presente Carta
autorizza le Nazioni Unite ad intervenire negli affari che attengono essenzialmente
alla competenza nazionale di uno Stato”. Il principio del non intervento ha subito
significative limitazioni fin dai primi decenni del XIX sec. Infatti, sotto la pressione
dell’opinione pubblica, taluni Stati sono intervenuti, anche militarmente, in
occasione di avvenimenti storici di una certa importanza: si tratta degli interventi
c.d. di umanità, per proteggere minoranze etniche o religiose.

Dall’analisi effettuata, si evince che a fronte dell’emergere di un solidarietà a livello


universale per la protezione dei diritti dell’uomo, altri legami più profondi sono
stati intessuti tra gli Stati d’Europa. Le contrapposizioni ideologiche e politiche
degli ultimi quarant’anni, hanno originato raggruppamenti omogenei di Stati legati
da uno stesso destino politico. Tutto ciò ha spinto i Paesi europei ad attuare una
nuova forma di cooperazione incentrata sul Consiglio d’Europa che è sfociata, con
la Convenzione Europea dei Diritti dell’ Uomo, in un sistema di protezione
collettivo e giudiziario dei diritti e delle libertà. Così, sulla base della Convenzione
e dell’attività creativa della giurisprudenza è nato un vero e proprio diritto europeo
dei diritti dell’uomo.

Scopo ultimo della Convenzione è realizzare un’unione sempre più stretta fra gli
Stati membri attraverso la salvaguardia, lo sviluppo e la protezione effettiva dei
diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Sotto il profilo giuridico, l’internazionalizzazione dei diritti umani incontra ostacoli


fondamentali, alcuni dei quali tuttora irrisolti. Per quanto riguarda le Dichiarazioni
di principi delle Nazioni Unite, esse non costituiscono una valida fonte di norme
internazionali generali: da questo punto di vista, appare difficile sostenerne
l’obbligatoria efficacia persino all’interno degli stessi Paesi che l’hanno votata.
Inoltre, l’assenza di un potere legislativo mondiale in capo all’assemblea generale
ONU non consente di riconoscere ad esse il carattere di norme vincolanti. Per
questa ragione, secondo alcuni, la costruzione dell’art. 2 della Costituzione, quale
norma a carattere aperto, potrebbe rappresentare un utile strumento per favorire
l’integrazione nella nostra Costituzione di nuovi diritti di matrice internazionale,
derivanti dalle Dichiarazioni internazionali. Altri, all’opposto, sottolineano che una
lettura di questo tipo rischierebbe di porre delle insanabili antinomie con altre
norme costituzionali.

Del tutto distinto è il problema dell’efficacia e della forza che, all’interno del nostro
ordinamento, va riconosciuta ai patti e alle convenzioni siglate tra Stati, sia europei
che extraeuropei. Sul punto, va ricordato che gli accordi acquistano efficacia sul
piano interno a seguito della ratifica da parte dello Stato, procedimento particolare
che consente di recepire all’interno dell’ordinamento nazionale il contenuto degli
accordi fra Stati; in secondo luogo, occorre sottolineare che la recente riforma del
Titolo V della Costituzione italiana, avvenuta con legge costituzionale n. 3 del 2001,
ha conferito una coloritura costituzionale agli accordi ratificati, indipendentemente
dalla natura dell’atto–fonte che ne consente il recepimento all’interno del nostro
ordinamento. Attualmente, secondo l’art. 117 Cost., le leggi sia statali sia regionali,
sono tenute al rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli
obblighi internazionali. Ne discende che gli obblighi assunti sul piano
internazionale rappresentano un limite costituzionale per l’attività del legislatore
ordinario, sia statale sia regionale, e, conseguentemente, può ricavarsi una
collocazione a livello superprimario delle norme di esecuzione dei patti tra Stati. In
atri termini, le leggi con cui lo Stato italiano, ratifica gli obblighi assunti sul piano
internazionale, finiscono col godere di forza e resistenza maggiori rispetto alle altre
leggi ordinarie dello Stato. co
Verso un diritto civile più vicino ai popoli e alle nazioni
Le moderne legislazioni hanno subito una spinta propulsiva in avanti da quando il
legislatore è tornato a riconsiderare, nuovamente interessato, la materia della
responsabilità civile. Gli interventi riformatori negli ultimi anni sono stati piuttosto
numerosi; fra tutti basti ricordare le innovazioni apportate alla materia della
responsabilità del produttore dal Codice del Consumo che, più d’ogni altro testo di
legge ha rappresentato una conquista per il diritto ed un punto di approdo
importante di un dibattito durato anni. Senza alcun dubbio, d’aiuto ad una
vicinanza tra i popoli, come forza e spinta propulsiva alla normazione, anche nel
senso di una crescente affermazione del comune senso della legalità e della lotta al
terrorismo ed alla criminalità, è stata la nascita dell’Unione Europea la quale da
organismo sovranazionale controlla e vigila il rispetto dei principi cari alle
democrazie occidentali, sebbene i congegni democratici che sottendo alla sua base
siano ancora troppo arruginiti perché si possa veramente sentire e respirare uno
spirito europeo.

Non che l’Europa non sia sorta o che il tramonto su di essa sia già avvenuto,
tutt’altro. Le idee che spinsero alla unificazione degli Stati Membri, furono
rivoluzionarie allora e lo sono tutt’oggi, ma la realizzazione di un’Europa davvero
unita è un sogno che si potrà realizzare, si auspica, solo se si avvereranno le
opportune condizioni. In primo luogo, occorre tenere nella giusta considerazione le
politiche sociali, le quali seppur diverse da Stato a Stato all’interno dell’Unione,
rappresentano forse il momento di avvicinamento più sentito tra le genti e tra i
popoli e le istituzioni. Muovendo dalla considerazione che un ordinamento può
dirsi giusto solo se così è effettivaminente riconosciuto dai suoi consociati, il primo
passo che dovrebbe attuarsi, si auspica, è una presa di posizione nei confronti della
povertà strisciante, in tutte le sue forme.

Che in un paese vi siano uomini e donne più bravi di altri è normale, così come è
normale riconoscere il dovuto tributo a ciascuno per la sua bravura; ma attenzione :
il riconoscimento di un dovuto tributo non può in nessun modo permettere che per
il suo tramite, altri ne sia privato, come se per dare a Cesare quel che è di Cesare si
togliesse a Dio quel che è di Dio. E ciò, in parole povere, risponde a quanto avverte
la popolazione rispetto alla situazione vigente nelle alte sfere del governo italiano.
Per fare un esempio, il presidente del Cile, Pepe José Mujica, ha rinunziato al 90%
dei suoi emolumenti presidenziali ed il palazzo del governo, dalla cittadinaza
messo a sua disposizione è divenuto per suo volere un ospizio per i poveri. Mujica,
vive con una pensione che la netto dei costi non supera i nostri 1.000,00 euro, ma è
il presidente del Cile. Così, se un’alta carica dello Stato, in Italia, dimostrasse di
avere a davvero cuore le migliaia di cittadini italiani che versano in condizioni
disagiate, avebbe il dovere morale oltre che il potere e gli strumenti per attuare quel
fine, proprio per porre termine ad una simile ingiustizia, di decurtarsi
drasticamente lo stipendio che percepisce e di devolvere a chi non ha lavoro o
alcuna fonte di reddito la rimante parte eccedente che decide di non trattenere per
sé. Infatti, se la meritocrazia è un criterio ancora valido dovrebbe allora essere
giusto stabilire un tetto massimo per i parlamentari e per tutti gli alti dirigenti di
Enti statali, ivi comprese le società private controllate o finanziate dallo Stato,
cosicchè se l’Erario si trovasse in possesso di nuove e forti somme incamerate
questa volta dal taglio delle pensioni d’oro, potrebbe (o dovrebbe) reimpiegarle in
aiuto di coloro che o hanno sempre avuto poco o niente. Bisogna capire che la
povertà è al tempo stesso una causa ed un effetto e ciò è vero sia senso soggettivo
sia in senso oggettivo. Dal punto di vista soggettivo infatti, chi subisce la povertà si
trova in un circolo vizioso, come il cane che si morde la coda; poiché se disoccupato
pur avendo a cuore il suo lavoro se non riesce a trovarne uno per la crisi dilagante
che non gli permette sbocchi, resterà vittima della povertà suo malgrado. Per
contro, dal punto di vista oggettivo il fenomeno è assai più allarmante, poiché se
chi governa non è illuminato e dimostra interesse solo per i suoi affari, non essendo
d’aiuto ai poveri ed ai disoccupati, non potrà fornire sostegno alcuno ai primi nella
ricerca di un’ occupazione e negherà ai secondi i mezzi di sussistenza per
un’esistenza libera e dignitosa, scritti, proclamati e consacrati dalla Costituzione,
innanzitutto nell’art. 36 co. 1. Perciò, se accadesse che il popolo si dovesse sollevare,
perché stanco di tanta ingiustizia e di uno squlibrio di classe così marcato, nessuno
potrà tenerlo a freno, neppure le forze dell’orine e l’esercito schierato. Ed una
reazione da parte del popolo è auspicabile, se attuata con forza non violenta,
giacchè il popolo può davvero essere l’artefice del suo destino. Se per esempio il
popolo riconoscesse su un sovrano il diritto a governare, il quale in ragione della
sua investitura si trovasse a meritare maggiori diritti rispetto ad altri, il popolo
stesso non potrebbe in nessun caso, privarsi della possibilità di vedere riconosciuti i
suoi diritti innanzitutto senza recar danno ed offesa ai diritti di cui si fa portavoce e
poi in secondo luogo ai cittidini che lo formano e questi ultimi, a loro volta non
potrebbero né dovrebbero mai essere privati di un sussidio, almeno finquando le
loro mutate condizioni economiche non lo consentano. Non c’è da stabire un perché
ci debba essere un sussidio, semplicemente se un cittadino che ha sempre pagato
seppur con sforzo e non puntualmente le tasse, si trova dall’oggi al domani ad aver
perduto la sua unica fonte di reddito – il suo lavoro – lo Stato deve andargli
incontro, primo perché dal canto suo quel cittadino lo ha sempre fatto finquando ha
potuto ed ha quindi dirito ad un minimo di considerazione da parte di chi lo
governa; secondo perché se lo Stato non vuole arricchire le maglie dell’illegalità che
invece, contrariamente alle persone oneste trova sempre il suo bel da fare, deve
sbrigarsi ad aprire gli occhi e decidere il da farsi e qualora fosse a corto di idee, ci si
permette di suggerirne una : la creazione di un fondo per i disoccupati e per coloro
che versano in condizioni disagiate, qualunque sia la loro età, provenienza o
estrazione sociale.

A dire il vero oggi, in virtù dell’eco riformista che la crisi ha prodotto, sono diverse
le forme di assistenza che potrebbero attuarsi, sia nei confronti degli anziani, sia
nei confronti dei disoccupati giovani e non più tali; uomini e donne che alla soglia
dei quarant’anni non hanno né moglie né figli, né casa né occuppazione. Ed allora il
c.d. minimo necessario ai fini un’esistenza libera e dignitosa, di cui all’art. 36 co. 1
Cost., dovrebbe essere non già ripensato, rivisto e riformulato, come molti
vorrebero a proposito di molte disposizioni dell’intera Carta Costituzione, ma
bisognerebbe attuarlo assieme a tanta altre norme, di una bellezza imperitura, ma
che purtroppo non hanno potuto essere d’aiuto perché rimaste inattuate. Con
questo non si sta proponendo al lettore un’abolizione completa delle classi sociali;
ciò non sarebbe attuabile a meno del sopraggiungere di una guerra che in Italia
redistribuisca nuovamente la ricchezza. Ma un cambiamento seppure non così
drastico come una guerra, basterebbe a rendere meno evidenti certi squlibri che
sono diventati un pò troppo scomodi per tutti.

Bisogna quindi, in primo luogo amare e studiare la Costituzione, poichè essa è un


bene prezioso, forse l’unico vero simbolo d’identità in una democrazia corrotta
dalle mille voci afone e roche di una società senza senso, perché è solo attraverso lo
studio e la conoscenza dei nostri diritti che si potrà avere un’idea sul come attuarli.