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Marziale, Giovenale, Catullo:

Epigrammi, epitaffi e poesie


Marziale (ed altri) - gli epigrammi proibiti
Giustificazione degli epigrammi profani

I.4 La mia pagina è licenziosa, la vita giusta


I.35 Nulla è più turpe d'un Priapo senza palle
III.69 Un casto poeta
VII.25 Un poeta demente
X.4 La mia pagina ha il sapore dell'uomo
XI.20 La semplicità del parlare romano

Epigrammi profani

I.46 Il frettoloso Edilo in romanesco


I.58 Uno schiavetto troppo caro
I.65 Ci son fichi e fichi
I.77 Il pallore di Carino
I.90 La lesbica Bassa
I.92 Quel morto di fame di Mamuriano
I.96 Materno e lo scazonte
II.28 Cosa sei, Sestillo? in romanesco
II.33 Perché non ti bacio, Fileni?
II.45 Glytto
II.47 Il marito della famosa zoccola
II.49 Telesina
II.50 Lesbia
II.51 Il vorace culo di Hyllo
II.54 Una moglie perspicace
II.61 Il calunniatore
II.62 Labieno
II.70 Il bagno di Cotilo
II.89 I vizi di Gauro
III.26 La moglie di Candido
III.65 Il profumo dei tuoi baci
III.71 I passatempi di Nevolo
III.72 La sciocca Saufeia
III.73 Phoebo
III.75 A Luperco non si drizza
III.79 Sertorio nulla termina
III.87 Il pudore di Chione
III.88 Fratelli gemelli
III.93 L'orrida Vetustilla
III.96 Quel fanfarone di Gargilio
IV.4 La puzza di Bassa
IV.7 Ieri era un ragazzo, oggi un uomo
IV.43 Coracino leccafica
IV.48 Il pianto di Papilo
VI.7 Adultera per legge
VI.23 Le pretese di Lesbia in romanesco
VI.36 Le protuberanze di Papilo
VI.56 Dammi retta, Caridemo, depilati
VI.73 Il Priapo a protezione del campo
VII.14 Ad Aulo: qual disgrazia colse la nostra fanciulla
VII.18 I rumori di Galla
VII.30 Le preferenze di Celia
VII.58 Non si trovan più i maschi d'una volta, Galla mia
VII.71 Una famiglia particolare
VII.75 Vuoi dare e non dare
VIII.54 Oh, Catulla, se tu fossi meno troia
IX.37 A Galla
IX.41 Le seghe di Pontico
IX.57 Il logoro culo di Edilo
IX.67 La ragazza perversa
IX.69 Indovina indovinello
X.55 La mano di Marullain romanesco
X.63 Epitaffio d'una nobil Matrona
X.67 Epitaffio d'una pruriginosa vecchietta
X.81 Fillide
X.90 La fica stagionata di Ligeia
XI.19 Errori del cazzo in romanesco
XI.21 La fica sfranta di Lidia
XI.22 Usa la parte che ti spetta
XI.25 Lingua, stà attenta
XI.28 Quel matto di Nasica
XI.29 Solleticami così, Fillio
XI.30 Avvocati e poeti
XI.43 La moglie in romanesco
XI.46 Consiglio per il vecchio Mevio
XI.47 Per non scopare
XI.60 Phlogis e Chione
XI.63 Perché tanti ragazzetti, Filomuso?
XI.71 Un vecchio marito comprensivo
XI.77 Vacerra seduto sulla latrina
XI.99 Quella culona di Lesbia
XII.35 La schiettezza di Callistrato
XII.75 Su Politimo, Ipno, Secondo, Dindimo, Amfione
XII.77 Le preghiere a Giove di Etone
Carmen Priapea 7 Il Priapo bleso
Carmen Priapea 11 Minaccia di un Priapo
Carmen Priapea 13 La punizione del Priapo
Carmen Priapea 17 Il guardiano molesto
Carmen Priapea 22 La punizione del Priapo
Carmen Priapea 29 Invocazioni
Carmen Priapea 31 Minaccia di un Priapo
Carmen Priapea 33 I bei tempi andati
Carmen Priapea 41 La dedica
Carmen Priapea 54 Rebus
Carmen Priapea 56 Il dito medio
Carmen Priapea 63 Fatiche di Priapo
Carmen Priapea 64 Il molle desiderio d'espiazione
Carmen Priapea 69 Valutazioni
Carmen Priapea 95, Q. Orazio Flacco, Sermo I.VIII Sagana e Canidia
Plauto - Fragmenta: Nervolaria Scrattae, scrupedae, strictivillae, sordidae

Uno dei tanti temi toccati da Marco Valerio Marziale nei suoi epigrammi fu quello dei contenuti
profani, riguardanti tematiche sessuali normalmente considerate oscene o volgari o comunque
inappropriate.

Una lista essenziale delle parole latine proibite potete trovarla in lingua inglese su questa pagina
di wikipedia: Latin profanity; è facile vedere come il vocabolario latino sia molto più dettagliato
che non il vocabolario italiano.

L’uso dei termini osceni rientrava in un lessico parlato estremamente informale, il latino volgare
che fu una lingua largamente sessuale e scatologica e che si andava distinguendo dal latino
scritto classico e in genere se ne trova traccia solo in pochi scritti, solitamente di satira
Nel latino classico i termini osceni, generalmente riferiti come obscaena o improba, potevano
esser utilizzati raramente ed esclusivamente nelle opere satiriche.

Personaggi degli epigrammi


Marziale scrisse centinaia di epigrammi su tematiche oscene, in genere riferendosi alle attitudini
e abitudini sessuali di questo o quel popolano o a loro vizi o difetti fisici; alcuni personaggi
furono il soggetto di numerosi epigrammi, come ad esempio Fileni, Galla o Luperco:
Fileni era descritta come mascolina, con un sol occhio, brutta e maleodorante; è il soggetto degli
epigrammi II.33, IV.65, VII.67, VII.70, IX.29 (epicedio per Fileni), IX.40, IX.62, X.22, XII.22.
Galla è il soggetto degli epigrammi II.25, II.34, III.51, III.54, III.90, IV.38, IV.58, VII.18,
VII.58, IX.37, IX.78, forse riferendosi a più di una donna con lo stesso nome, o forse
descrivendola in modi differenti man mano che passavano gli anni; nei primi liber è senz'altro
desiderata da Marziale; in VII.18 è desiderata pur se con qualche problematica; in VII.58 Galla è
alle prese con numerosi mariti; in IX.37 è descritta come bruttissima, in IX.78 ha seppellito sette
mariti e trova l'ottavo.

Omosessualità nella cultura romana


Un tema largamente trattato da Marziale era quello dell’omosessualità, molto diffusa a Roma; il
paganesimo greco romano considerava l'amore omosessuale in modo molto diverso da come
sarebbe stato considerato successivamente dalle religioni monoteiste nate dal giudaismo.

In epoca repubblicana precedente alla conquista della Grecia l'amore omosessuale era poco
praticato e generalmente deprecato e condannato.

Nell'antica Grecia era diffusa la relazione tra un maschio adulto (erastes - amante) ed un
maschio adolescente (eromenos - amato); la legge stabiliva che il giovane eromenos dovesse
avere almeno dodici anni e normalmente poteva arrivare ad avere 21 anni, quando raggiungeva
la maggiore età secondo la legge ateniese; Platone giustifica tale rapporto con un fine educativo
specificando che tra i due dovesse stabilirsi affetto e tenerezza e non necessariamente sesso.

Successivamente alla caduta di Cartagine e di Corinto nel II secolo a.C. la cultura e la mitologia
greche furono completamente assorbite dai romani, ed anche la relazione omosessuale, chiamata
dai romani il vizio greco, prese a diffondersi massicciamente nella società romana.
Quelle nuove stranezze e perversioni sessuali cui un sempre maggior numero di romani si
abbandonava portarono a promulgare alcune leggi con l'intento di estirpare alcuni comportamenti
ritenuti immorali.
La Lex Scatinia risalente al 149 a.C. e di cui ci sono giunte le sole citazioni tramite numerosi
scrittori classici quali Cicerone, Svetonio, Giovenale ed altri, cercava di porre un freno al
dilagare di pratiche sessuali considerate degenerate; nel rapporto omosessuale tra un adulto ed un
puer libero (non uno schiavo) condannava l'adulto con una sanzione pecuniaria, mentre nel
rapporto tra due uomini liberi condannava con sanzione pecuniaria colui che assumeva il ruolo
passivo; se il passivo era uno schiavo non sussisteva alcuna sanzione in quanto era suo preciso
dovere assecondare ogni desiderio del padrone.
Questa legge cercava quindi di porre un freno (probabilmente con scarsa efficacia) al fenomeno
degli stupri dei pueri praetextati, i figli dei cittadini liberi, che fino all'età di 16-17 anni erano
soliti indossare la toga praetexta, bianca ornata sul bordo di rosso porpora, la stessa usata dagli
adulti più potenti e ricchi.

Nella cultura romana di epoca tardo repubblicana e alto imperiale le relazioni omosessuali
con i propri schiavi o con dei liberti, solitamente di giovane età, erano generalmente accettate
alla sola condizione che il padrone mantenesse il ruolo attivo e che lo schiavo o il liberto fosse il
partner passivo; il rapporto sessuale nel ruolo attivo era visto come una esaltazione della virilità e
del potere della gens romana sugli altri popoli, che, assoggettati alla schiavitù, venivano dominati
anche sessualmente.
Solitamente il rapporto avveniva tra il padrone ed un giovane schiavo maschio adolescente, di
età compresa tra i dodici ed i venti anni; Marziale descrive tali usanze pederastiche in numerosi
epigrammi e in alcuni sembra lui stesso apprezzare tali pratiche sessuali (III.65, XII.75), per
quanto egli spesso parli in prima persona semplicemente interpretando il comune sentire
popolare.
In qualche modo per i romani tale tipo di comportamento era un fatto naturale o quantomeno
tollerato; i giovani ricettivi, spesso costretti a tali relazioni, non subivano giudizi negativi e
l'atteggiamento morale nei confronti del padrone che abusava dei giovani schiavi era solitamente
tollerante; tuttavia essendo tale pratica assai diffusa il poeta era comunque anche attento a non
urtare coi suoi versi la suscettibilità di qualche potente e quindi Marziale si mostra ambivalente
nel giudizio su tali usanze; in XI.22 sembra condannarle se pure afferma anche, in modo
scherzoso nella fulmen in clausola, che la natura ha voluto il maschio diviso in due parti: una
generata per il piacere delle fanciulle (la parte fallica) ed una per il piacere degli uomini (la parte
anale); comunque questo è indicativo, se non delle reali tendenze di Marziale, di quale fosse il
comune sentire del lettore.

Anche nella relazione omosessuale tra uomini liberi la morale romana distingueva innanzitutto
tra ruolo insertivo e ruolo ricettivo (in italiano alternativamente alle dizioni attivo - passivo si
possono usare i termini insertivo - ricettivo, forse troppo tecnicisti ma che chiariscono meglio
l'essenza dei due ruoli evitando anche l'uso del termine passivo che può avere una valenza
negativa): mentre l’omosessualità col ruolo attivo era generalmente accettata in quanto il ruolo
attivo-insertivo era considerato maschile e veniva comunque esaltato restando irrilevante se
l’atto avveniva con un partner maschile o femminile, l’omosessuale adulto ricettivo veniva
ridicolizzato in quanto il ruolo passivo era quello della sottomissione, non virile, causa del
decadimento della società romana e quindi deprecabile rappresentando un ruolo contrario
all'ideologia patriarcale virile e dominatrice della società romana, per cui gli effeminati e gli
uomini che praticavano rapporti passivi erano disprezzati e derisi.

I romani svilupparono una società fortemente maschilista e sessista, la cui etica politica era
basata sulla conquista, sulla guerra, sul dominio e sulla schiavitù; il sesso e lo stesso amore, dalle
divinità greco romane all'ultimo dei cittadini romani, rifletteva tale cultura predatoria che portava
a considerare lecito e come un fatto naturale il dominio sessuale e lo stupro.
Piuttosto che definire le generiche categorie omo sessuale ed etero sessuale si distingueva il
ruolo svolto: rifacendosi alla fondamentale dicotomia della società romana che distingueva
sostanzialmente tra cittadini romani maschi, gli uomini liberi, e gli altri, i vinti divenuti schiavi e
le donne, la morale voleva che l'uomo libero praticasse solo ruoli attivi, mentre gli schiavi, le
donne e i degenerati praticavano un ruolo passivo; non esistono infatti le parole latine atte ad
individuare le generiche categorie omosessuale, eterosessuale e bisessuale, mentre esistono
termini più specifici che descrivono le pratiche sessuali facendo particolare attenzione al ruolo
svolto, quali ad esempio cinaedus (giovane effeminato ricettivo) o pathicus (adulto passivo) o
irrumare (effettuare attivamente un coito orale) o pedicare (penetrare analmente).
Marziale su questo aspetto della cultura romana si mostra perfettamente allineato con i
sentimenti popolari dominanti, di cui i suoi epigrammi sono uno specchio, e solitamente
ridicolizza le pratiche omosessuali ricettive compiute da adulti e presenta come un fatto naturale
quelle insertive praticate con le donne ed anche quelle praticate nei confronti dei ragazzi. Nel
rapporto tra due adulti solitamente Marziale non si sofferma mai sul ruolo insertivo, mentre si
concentra sempre nel ridicolizzare il ruolo ricettivo.

Omosessualità nella Mitologia


L'amore fra individui dello stesso sesso era fortemente radicato all'interno della mitologia greco
romana, in cui spesso sono raffigurati rapporti pederastici tra divinità di sesso maschile (sempre
nel ruolo attivo) e giovani mortali di sesso maschile (nel ruolo passivo); è probabile che in epoca
preistorica tali rapporti fossero la rappresentazione simbolica di riti di iniziazione rappresentanti
il passaggio dalla adolescenza alla età adulta, riti che venivano compiuti tramite la trasmissione
del seme; in epoca romana si persero tali simbolismi e rimasero gli amori carnali delle divinità
come fini a sè stessi; successivamente correnti filosofiche quali il neoplatonismo puntarono a
reinterpretare tali relazioni omosessuali delle divinità in chiave mistica.
Personaggi della mitologia greco romana che avevano relazioni omosessuali: Achille e Patroclo,
Achille e Antiloco, Achille e Troilo, Apollo e Ciparisso, Apollo e Giacinto, Cicno e Fetonte,
Cidone e Clizio, Crisippo e Laio, Crisippo e Pelope, Diana e Callisto, Ercole e Abdero, Ercole e
Ila, Ercole e Iolao, Eurialo e Niso, Ifi e Iante, Ipno ed Endimione, Narciso ed Aminia, Orfeo e
Calaide, Pan e Dafni, Piritoo e Teseo, Zeus e Ganimede.
Il solo mito greco romano che descriva un rapporto lesbico tra una divinità ed un umano
entrambi di sesso femminile è quello di Diana e Callisto; rimase tuttavia contaminato dalla
visione patriarcale della cultura greco romana, per cui fu Zeus che si trasformò in Diana per
ingannare e sedurre una donna.

Personaggi famosi
I rapporti omosessuali di Giulio Cesare sono testimoniati da Cicerone, Plutarco e Svetonio.

Licinio Calvo (Caius Licinius Macer Calvus) (82 a.C. - 47 a.C.), grande amico di Catullo,
oratore e poeta delle cui opere restano pochi frammenti, scrisse versi deridendo Giulio Cesare
per le sue tresche omosessuali col re di Bitinia Nicomede ed altri riferiti alle tendenze
omosessuali di Pompeo Magno.

Catullo scrive del suo desiderio per il giovane Giovenzio (carmi 15(?), 21(?), 24, 48, 81, 99) ed
anche per altri.

È noto che Mecenate (68 a.C. - 8 a.C.) prediligesse l'amore con uomini; quello per il giovane
liberto attore Batillo (Bathyllus) è ampiamente documentato (Tacito, Annales I.54; Cassio Dione,
Storia Romana V.17; Orazio, in Epodon XIV.10-15 rende un omaggio a Mecenate e Batillo).

L'imperatore Nerone (vedi da giovane, vedi), tipo tanto feroce quanto originale, ebbe diverse
mogli ed amanti: Ottavia, Poppea (per sposare la quale uccise la madre Agrippina) (Tacito,
Annales XIV; Cassio Dione, Istoria Romana LXII), la liberta Atte, Statilia Messalina, violò la
vestale Rubria ed anche fece castrare il giovane Sporo (Sporus), esibendolo poi come moglie nel
67 (Svetonio, de vita Caesarum, Nero 28; Cassio Dione, Storia Romana LXII.28, LXIII.12-13);
Sporo morì suicida a meno di vent'anni; inoltre l'imperatore durante un sontuoso banchetto
orgiastico organizzato da Tigellino per le feste dei Saturnalia nel 64 si sposò con un liberto
greco, Pitagora (Pythagoras), che ne divenne il marito, mentre Nerone prese il ruolo di moglie
(Tacito, Annales XV.37; Cassio Dione); per Svetonio, che probabilmente sbagliava nome, Nero
fu invece la moglie di Doryphorus (Svetonio, de vita Caesarum, Nero 29) .
Tali autori erano chiaramente piuttosto avversi alla figura di Nerone, condannato alla damnatio
memoriae.

Svetonio: la vita dei Cesari, Nerone, 28 - Sporo:


“(Nerone) oltre ad abusare di giovani liberti ed a sedurre donne maritate, corruppe la vergine
vestale Rubria. Fece la sua sposa della liberta Atta, dopo aver corrotto dei consoli per giurare e
spergiurare che lei nacque nobile. Fece tagliare i testicoli al giovane Sporo e tentò di far di lui
una donna, ed egli vi si maritò con tutte le usuali cerimonie, includendo una dote ed un velo
nuziale, lo condusse nella sua casa assistito da una gran folla e lo trattò come sua moglie. Ed è
ancora attuale la spiritosa burla che qualcuno pensò, secondo la quale sarebbe stato meglio per il
mondo se Domiziano, il padre di Nerone, avesse avuto un tal tipo di moglie.
Questo Sporo, vistosamente abbigliato come una imperatrice, prese a condurlo con sé nei
tribunali e nei mercati in Grecia, e più tardi a Roma nella strada delle Immagini, baciandolo
amorevolmente di tanto in tanto. Che egli desiderasse perfino avere illecite relazioni con la sua
stessa madre e che fu trattenuto dal farlo dai suoi nemici, i quali temevano che un tale fatto
potesse dare alla impudente ed insolente donna troppo grande influenza, fu notorio, specie dopo
che egli aggiunse alle sue concubine una cortigiana che fu detta esser molto simile ad Agrippina.
Anche prima di ciò, come dicono, ogni volta che montava in una lettiga con la madre, egli aveva
con lei incestuose relazioni, provate dalle macchie sulle sue vesti (di Nerone).”

Svetonio: la vita dei Cesari, Nerone, 29 - Doriforo:


“Egli prostituì a tal punto la sua castità che dopo aver insozzato quasi ogni parte del suo corpo,
da ultimo escogitò un tipo di gioco, in cui, ricoperto dalla pelle di qualche animale selvaggio,
veniva fatto uscire da una gabbia e attaccava (a morsi) le parti intime di uomini e donne, legati a
dei pali, e quando lui aveva saziato la sua folle lussuria, veniva (teatralmente) posseduto dal suo
liberto Doriforo; egli era stato anche maritato a quest'uomo nello stesso modo in cui lui stesso si
maritò a Sporo, mettendosi così ad imitare le grida ed i lamenti di una vergine che venga
deflorata. Ho udito da alcuni uomini che era sua ferma convinzione che nessun uomo fosse casto
e puro in ogni parte del suo corpo, ma che la maggior parte di essi nascondesse i propri vizi e
furbescamente li copriva con un velo; e che quindi egli perdonasse ogni altra mancanza a coloro i
quali gli avessero confessato le loro indecenze.”

Tacito: Annales, XV.37 - Pitagora ed il banchetto di Tigellino


“Nerone, per ottenere il riconoscimento che lui amasse Roma sopra ogni altra cosa, preparava
banchetti nei luoghi pubblici ed usava l'intera città come se fosse la sua casa privata. Di tali
intrattenimenti il più famoso per notorietà e dissolutezza fu quello organizzato da Tigellino, che
descriverò brevemente, in modo che non abbia ancora ed ancora a narrare di simili stravaganze.
Egli fece realizzare sullo stagno di Agrippa una grossa zattera, su cui portò gli ospiti, che era
fatta muovere trainata da altre barche. Tali barche brillavano d'oro e d'avorio; gli equipaggi si
distinguevano per l'età e la dissolutezza. Uccelli e bestie erano stati portati da remoti paesi, e
mostri di mare fin dagli oceani. Sulle rive del lago erano stati organizzati dei bordelli affollati di
nobili signore, e sulla riva opposta si vedevano prostitute interamente nude che facevano
movimenti e gesti osceni. Al giungere dell'oscurità tutto il boschetto adiacente e le case che lo
circondavano risuonavano di canti nello sfavillio delle luci. Nerone inquinò sé stesso oltre ogni
legge ed ogni indulgente immoralità e non omise ogni singolo abominio che potesse accrescere
la sua depravazione, fino ad arrivare qualche giorno dopo a maritare sé stesso ad uno di
quell'osceno branco, di nome Pitagora, con tutte le cerimonie di un normale matrimonio.
All'imperatore fu messo il velo nuziale e furono convocate persone come testimoni augurali della
cerimonia; il dono nuziale, il giaciglio e le torce nuziali ed in poche parole ogni cosa, fu
interamente visibile, anche ciò che la donna unita in matrimonio nasconde nell'oscurità.”

L'imperatore Domiziano (vedi), che regnava quando Marziale era a Roma, amò l'eunuco Earino
(Cassio Dione e altri); non è probabilmente vero che ebbe un ruolo passivo con Nerva
(Svetonio); Domiziano, lodato da Marziale (IX.5, IX.7), proibì la castrazione, probabilmente
spinto a questo dallo stesso Earino; Marziale dedicò ad Earino alcuni epigrammi (IX.11, IX.13,
IX.16, IX.17, IX.36) ovviamente elogiativi, essendo il prediletto dell'Imperatore.

L'imperatore Adriano (vedi) aveva come amante preferito il giovane schiavo della Bitinia
Antinoo(vedi, vedi, vedi); alla sua morte lo divinizzò costruendogli un tempio e istituendo un
nuovo culto in suo onore e per lui fece anche realizzare ed erigere l'obelisco del Pincio a Roma e
quello di Benevento.

Erode Attico (vedi) (101 d.C. - 177 d.C.) fu un uomo ricchissimo nato in Grecia, console, amico
dell'imperatore Adriano e precettore di Marco Aurelio e Lucio Vero, figli di Antonino Pio; a lui
si deve la realizzazione della villa sull'Appia di cui vediamo oggi i ruderi al Parco della
Caffarella; sono noti i suoi amori per almeno tre giovani; in particolare per il suo ultimo, Pollùce
(vedi, vedi, alla di lui morte, eresse in suo onore numerose statue e monumenti, come anche fece
nello stesso periodo storico l'imperatore Adriano per Antinoo.

Eliogabalo (vedi)(203 - 222), imperatore dal 218 alla morte, appartenenente alla dinastia dei
Severi, sposò cinque donne ma la relazione più stabile fu con uno schiavo, Ierocle un auriga
biondo della Caria al quale l'imperatore si riferiva chiamandolo mio marito: "sono deliziato di
esser chiamato la padrona, la moglie e la regina di Ierocle"; lo stesso Cassio Dione, suo
contemporaneo, riferisce che si depilasse, si truccasse gli occhi e si prostituisse; oltre Ierocle è
anche citato un amante, Zotico, sessualmente molto ben dotato, ma, fatto drogare da Ierocle che
lo temeva come rivale, non soddisfò l'imperatore e fu immediatamente allontanato dall'Italia.
Eliogabalo, che si auto definiva signora, fu l'unico (probabilmente) imperatore romano
transgender; a causa dei suoi comportamenti fu ucciso dalla Guardia Pretoriana e condannato alla
damnatio memoriae.
I dati storici su Eliogabalo si devono a: Cassio Dione, Storia Romana LXXX; Historia Augusta,
vita di Antonino Eliogabalo.

Nel Basso Impero, ovvero a partire dal IV secolo con l'avvento di Costantino e della religione
Cristiana Cattolica come unica religione di Stato, ogni forma di omosessualità venne condannata
in modo sempre più stringente e repressivo; la promulgazione da parte degli Imperatori cristiani
del V secolo di leggi estremamente intolleranti fu determinata dalla morale cristiana, la cui
visione ascetica della vita portava (e porta) a considerare ogni relazione amorosa non finalizzata
alla riproduzione, fra cui l'omosessualità attiva e passiva e la masturbazione, un atto impuro, un
peccato da condannare.
Il codice Teodosiano (429-439 d.C.), recependo due precedenti leggi del 342 e del 390 d.C.,
condannava con la morte o la mutilazione ogni forma di omosessualità passiva e
transgenderismo.
Con Giustiniano (483-565 d.C.) ogni forma di omosessualità attiva o passiva era condannata con
la morte per infanda libido (abominevole desiderio).

termini passivi-ricettivi
Pathicus, pathici: Uomo adulto che assume esclusivamente un ruolo passivo (penetrazione anale
o orale); il termine pone in evidenza il suo desiderio di essere dominato ed usato nel ruolo
ricettivo volendo cioè esprimere quello che era considerato essere una sorta di masochismo
sessuale e non fà necessariamente riferimento ad un comportamento omosessuale; il pathicus può
infatti essere dominato da una donna tramite un dildo od anche costringendolo al cunnilingus.
Cinaedus, cinaedi: Maschio effeminato, solitamente passivo nel rapporto anale e orale; per lo
più è inteso come maschio che è solito ricevere la penetrazione anale, come ad esempio si può
dedurre per il cinaedus usato da Marziale in II.28 o in III.73 o in VI.37 e in generale è questa la
traduzione che se ne dà; molto meno semplice è darne la giusta interpretazione nei carmi di
Catullo in cui è spesso preferibile utilizzare traduzioni meno esplicite di quelle usate negli
epigrammi di Marziale.
Sul dizionario Latino-Italiano Georges - Calonghi, edizione 1930:
cinaedus, i m. (dal greco kinaidos) - uomo libidinoso contro natura, bagascione, cinedo (Catullo
ed altri); come agg. svergognato, impudente, sfacciato, cinaedior Catullo 10,24.
Sempre dallo stesso dizionario:
pathicus, a, um (dal greco patikos) - qui muliebra patitur, impudico, cinedo (Catullo ed altri).
Originariamente il cinaedus, termine di origine greca, era un ballerino professionista, un
danzatore dall'aspetto effeminato proveniente dai paesi dell'Est; successivamente il termine prese
ad essere utilizzato per indicare, generalmente in modo insultante, un effeminato passivo; il
termine tuttavia non ha una diretta corrispondenza in italiano e non è di facile traduzione, in
quanto tale effeminato poteva essere considerato disgustoso, magari riferendosi ad un adulto
esteticamente poco gradevole, ma anche poteva essere considerato eroticamente attraente,
pensando ad esempio ad un fanciullo dalle sembianze femminili; inoltre il cinaedus non
assumeva necessariamente un ruolo passivo, ma, ad esempio con una donna, oppure con un
pathicus, poteva assumere un ruolo attivo.
Puer delicatus: giovane effeminato solitamente schiavo adolescente dall'aspetto attraente scelto
dal suo padrone come preferito nelle sue attenzioni pederastiche; veniva talvolta castrato prima
del completo sviluppo sessuale, nel tentativo di preservarne le sembianze femminili.
Catamitus, i: catamìte; un Ganimede, un amasio; sinonimo di puer delicatus; il termine deriva
dalla corruzione del nome Ganimedes, Ganimede, il giovane coppiere e amante di Giove.

Fellatio (da fellare: succhiare) è il termine generico per indicare un rapporto oro-genitale, in cui
il fellator (uomo o donna), che ha un ruolo passivo, stimola con la bocca l'organo sessuale
maschile.
Penilingus (da penis, penis: pene + lingua, linguae: lingua) termine usato raramente; è una
fellatio praticata con la sola lingua.
Cunnilingus (da cunnus, cunni: vulva + lingua, linguae: lingua) è la stimolazione dell'organo
genitale femminile tramite la lingua, ma anche con labbra, denti e bocca in generale.

Pedicator, oris: (sost. n.) sodomita, pigliainculo.

termini attivi-insertivi
Irrumatio (da irrumare: fottere in bocca) a differenza della fellatio, in cui si evidenzia il ruolo
passivo dell’uomo o della donna che esegue la fellatio, che tuttavia effettua in modo attivo la
stimolazione del pene mentre il partner insertivo può rimaner fermo, irrumare pone in evidenza
il ruolo totalmente attivo ed a volte violento dell’uomo insertivo (irrumator) ed il ruolo segnato
come degradante del fellator che rimane completamente fermo e passivo; l'irrumator attivo
spinge con forza il pene e letteralmente pratica l’atto sessuale nella bocca del partner passivo/a.

Pedico, are: praticare sodomia su qualcuno, inculare, penetrare analmente.

altri termini
Pedo, pepedi, peditum, ere: spetezzare, tirar correggie, scorreggiare (Orazio, Marziale e altri);
Peditum, i: sostantivo neutro (Catullo 54,3) peto, correggia = crepitus ventris;
Sopio, sopionis: pene, largo pene, cazzo; anche "testa di cazzo" (persona nelle azioni e nei
pensieri fortemente deprecabile) e forse "uno che ragiona col cazzo" (persona le cui azioni sono
fortemente influenzate dal pene); anche termine attribuito a qualcuno provvisto di un enorme
fallo, raffigurazione a scopo caricaturale di persona provvista di un enorme pene, una sorta di
priapo; similmente a "testa di cazzo" ma con sfumature più morbide e meno aggressive si
potrebbe utilizzare "cazzone" (persona sciocca, buona a nulla, oziosa, idiota). Il termine è
utilizzato da Catullo nel carme 37 e viene anche documentato in due graffiti ritrovati a Pompei; il
graffito Cil IV.1700: ut merdas edatis, qui scripseras sopionis (chiunque disegni un cazzo, che
possa mangiarsi la merda) e il graffito riportato da Sacerdos: quem non pudet et rubet, non est
homo, sed sopio (colui che è senza vergogna e non arrossisce, non è un uomo ma un cazzo).

Marziale, specchio del comune sentire popolare, si riferisce spesso alla fellatio (e alle sue
numerose varianti) effettuata tanto da uomini, che come già detto pone sempre in ridicolo, che da
donne, solitamente prostitute, con le quali pure è spesso critico, mostrando per queste in
definitiva lo stesso sentimento di condanna che esiste ancora oggi da parte di molti nei loro
confronti.
Il poeta considera il viso o la bocca venuti a contatto con un organo genitale maschile o
femminile inquinati ed impuri ed appare disgustato dall'idea di un contatto fisico, quale ad
esempio un bacio di saluto, con una persona che abbia effettuato la fellatio o il cunnilingus (I.94,
II.50, VII.95, IX.67).

L'opera moralizzatrice di Ottaviano Augusto


Ottaviano Augusto si prefisse una vasta opera di moralizzazione dei costumi romani e nel 18 a.C.
definì due leggi contro l'adulterio ed il calo delle nascite.
Lex Julia de maritandis ordinibus: i divorziati, i vedovi, i celibi devono sposarsi per non perdere
una parte della loro eredità.
Lex Julia de adulteriis coercendis: su denuncia di un cittadino era perseguito ogni rapporto
adultero, che fosse cioè avvenuto al di fuori di matrimonio e concubinaggio, escludendo però
l'attività delle prostitute; i condannati erano esiliati e perdevano parte dei loro beni; era anche
condannato lo stuprum di vergini e vedove; non era contemplato lo stuprum di puer liberi, ma la
lex Scatinia continuava ad essere valida.
Ancora nel 9 d.C. Augusto promulgò la Lex Papia Poppea con cui si cerca di rafforzare la figura
ormai compromessa del Pater Familias e in cui si fa' obbligo agli sposi che contraggono un
secondo matrimonio di fare dei figli.
Di fatto tutte queste leggi erano assai poco rispettate già dai tempi dello stesso Augusto; del resto
erano per primi gli Imperatori e i nobili più ricchi e potenti a non rispettare tali leggi severissime,
mentre era sempre possibile per un popolano restar punito; tali leggi più che moralizzatrici
ebbero l'effetto di scatenare il terrore delle calunnie.

Il culto di Iside
Iside era una dea della mitologia egizia il cui culto aveva un largo seguito presso le matrone
romane; la dea, liberatasi del suo sposo rappresentava la libertà in amore e l'uguaglianza tra i
sessi; era quindi un culto deleterio per la stabilità della morale patriarcale romana.
Il culto fu a più riprese perseguito: nel 53 a.C. furono distrutti tutti i templi dedicati ad Iside, ma
a fronte della rivolta popolare di fronte a tale imposizione nel 43 a.C. Lepido, Antonio ed
Ottaviano promisero la costruzione di un nuovo tempio a lei dedicato; la conquista dell'Egitto
accelerò la diffusione di tale culto e così nel 28 a.C. Augusto proibì la celebrazione del culto
all'interno del Pomerium e nel 21 a.C. Agrippa lo interdì anche nei dintorni della città; eppure il
culto continuava ad esser celebrato nelle case private e la stessa Giulia, figlia di Ottaviano
Augusto, ne fu una seguace; ancora Tiberio fece demolire il tempio di Iside.
Caligola ripristinò il culto di Iside e fece realizzare un grande tempio in Campo Marzio, l'Iseo
Campense, nei pressi della odierna piazza della Minerva, dietro al Pantheon; questo tempio era
abbellito da quattro importanti obelischi che ancora abbelliscono Roma: obelisco della Rotonda,
della Minerva, di Dogali e di Boboli, quest'ultimo trasferito a Firenze nel 1788.
I successivi imperatori generalmente tollerarono tale culto almeno fino all'avvento del
Cristianesimo come unica religione di Stato.

Marziale e Catullo
Non furono poi moltissimi gli autori latini che si cimentarono nel genere letterario osceno:
I più noti furono Marziale, che ci ha lasciato centinaia di epigrammi profani, e Catullo (Gaius
Valerius Catullus; Verona, 84 a.C. − Roma, 54 a.C.).

In effetti Catullo è per Marziale costante punto di riferimento; da lui eredita lo svolgimento
frizzante e veloce delle tematiche, la varietà delle metriche utilizzate, quali l’endecasillabo
falecio, ed il distico elegiaco, oltre che naturalmente la scelta di tematiche a carattere erotico.
Catullo scrive il famosissimo Carmen 16 in cui dopo aver minacciato di ritorsioni di natura
sessuale i due denigratori benpensanti Aurelio e Furio scandalizzati dei suoi versi troppo
sdolcinati e poco epici il poeta contrappone ai suoi versi lascivi la sua vita casta, mettendo in
chiaro che se pure un poeta può scriver versi licenziosi quel che realmente conta è la rettitudine
verso sé stesso nella vita vissuta.
La stessa posizione che Catullo assume nel Carmen 16 la prende anche Marziale, consapevole
delle problematiche che i suoi epigrammi profani potevano suscitare presso ad esempio gli
ambienti imperiali.
Come Catullo in 16.5-6 spiega che esser casto nella propria vita è giusto per il poeta pio ed
integro ma nulla deve esser richiesto ai suoi versetti analogamente Marziale sin dall’inizio della
sua produzione epigrafica, nel famoso epigramma del Liber I Carmen 4 rivolto all’imperatore
Domiziano, che immagina leggere il suo libro, pone ben in chiaro la contrapposizione tra i versi
scritti e la vita vissuta, scrivendo:
Lasciva est nobis pagina, vita proba est.

ovvero:
La mia pagina è lasciva, la mia vita è proba.

od anche:
I miei scritti sono impertinenti, licenziosi e lussuriosi, ma la mia vita è morigerata, onesta, retta e
casta.

E come Catullo in 16.7-10 teorizza la necessità per i suoi versi di esser teneri e poco casti
(molliculi ac parum pudici) per aver il sale e la grazia (salem ac leporem) con cui catturare
l’attenzione del lettore, anche risvegliando in qualche vecchio incanutito certi pruriti ormai
sopiti, analogamente Marziale scrive ad esempio l’epigramma VII.25, in cui dichiara la ricerca,
nella scrittura dei suoi versi, del gusto dell’aceto, dell’amaro fiele, dell’asprigno fico di Chio, in
cui trova la vera bellezza.

Marziale considera Catullo il suo modello di poesia epigrammatica; questo lo attesta in numerosi
epigrammi: in IV.4.13, in X.103.5, in VII.99.9, in V.5.5-6 dove chiede a Sesto direttore della
biblioteca di Minerva Palatina di trovar spazio pei suoi libri accanto a quelli di Albinovano
Pedone, Domizio Marzo, e Catullo; infine in X.78.14-16 si augura per il futuro di rimaner letto
fra i poeti antichi e di esser secondo solo a Catullo.

A giustificazione dei suoi epigrammi osceni ancora scrive in I.35, rivolgendosi ad un certo
Cornelio, che l’utilizzo di queste tematiche spudorate era per lui una necessità ineluttabile, per
poter aver successo, altrimenti sarebbe stato immondo come un Priapo castrato.
Giustificare la sua produzione letteraria tutt’altro che epica poteva per certi aspetti esser
complicato, ma lui era il poeta del popolo e questo in fondo era ciò che il popolo voleva leggere
e per questo Marziale era poi così noto e letto fra i suoi contemporanei; del resto lui stesso si
compiaceva di questo aspetto dei suoi scritti e lo poneva in evidenza, come ad esempio
nell’epigramma III.69 in cui si rivolge a Cosconio.

Priapo (Priapus)
Il Priapo era una divinità agreste posta a protezione dei campi, degli orti e dei giardini, ed anche
dio della fertilità della natura e della virilità, dotato di un enorme fallo perennemente ed
oscenamente eretto (o poteva semplicemente essere una entità dalle sembianze falliche).
Figlio di Afrodite e di Dioniso (o Adone o Zeus) (Strabone, XII.1.12; Pausania, IX.31.2), nel
mito accadde che Era, sorella e moglie di Giove, gelosa dei rapporti adulterini di Giove stesso
con Afrodite, per vendetta diede a Priapo degli enormi e grotteschi organi genitali; per la
vergogna della sua deformità fu abbandonato dalla madre e successivamente espulso
dall’Olimpo in quanto, ubriaco, tentò di abusare di Estia.
Il culto di Priapo era praticato in Grecia nel periodo ellenistico, nascendo forse già nel VI secolo
a.C.; dalla Grecia si diffuse a Roma dove ebbe la massima notorietà in epoca augustea.
I contadini ponevano cippi di forma fallica a delimitazione dei loro campi (custodes hortorum); il
Priapo era generalmente armato di un falcetto o di una zappa ed in testa gli venivano poste delle
canne, che fungevano da spaventapasseri; nei confronti degli umani il Priapo forniva una
protezione simbolica e allontanava dal campo il malocchio degli invidiosi (Ovidio,
Metamorphoses XIV.640); nel corso delle stagioni il priapo poteva essere adornato dal contadino
coi frutti dello stesso campo.
L'usanza di utilizzare dei cippi fallici è ancora oggi talvolta riscontrabile al sud Italia o nelle Isole
ed anche in Spagna, in Grecia e in Macedonia.
I poemetti dedicati ai Priapi erano solitamente trascritti su lastre poste alla base dei Priapi situati
a protezione di giardini e campagne coltivate ed erano quindi destinati ad esser letti anche da chi
si accingeva ad effettuare dei furti in quei campi; per questo solitamente il Priapo si rivolge in
prima persona al lettore, minacciandolo delle sue punizioni in caso di furti.
Il dio era solito punire gli umani con la penetrazione, vaginale per le donne, orale per gli uomini,
anale per i giovani maschi (Priapea 13, Priapea 22); a volte la punizione poteva consistere nella
penetrazione anale per tutti i trasgressori (Priapea 11, Priapea 31), od anche prima anale e poi
orale; se invece un umano desiderava le sue punizioni, la sua raffinata perversione lo portava a
rifiutarsi di infliggere la punizione stessa (Priapea 64).

I Priapea (Priapeia) o Carmina Priapea sono una raccolta di 83 poemetti satirici dedicati a
Priapo scritti in epoca classica; gli autori sono ignoti ma si ritiene possano esser stati scritti dai
poeti che si incontravano al cenacolo di Mecenate; oltre a questi si hanno altri dodici epigrammi,
per un totale di 95, attribuiti ad Albio Tibullo (84), a Marziale (85, 86, 90, 91, 92, 93, 94) a
Catullo (87, 88, 89), a Orazio (95), oltre a ulteriori tre appartenenti alla appendix virgiliana
(priapea virgiliani).

I Carmina Priapea sul web:


Versione latina e traduzione inglese: Sportive Epigrams on Priapus [translation by Leonard C.
Smithers and Sir Richard Burton, 1890]

Solo versione latina: Carmina Priapea

Impudicus digitus - mostrare il dito medio (alzato)


Quella di offendere le persone con la mano stretta a pugno ed il dito medio sollevato non è
un'usanza nata in USA; già nel mondo greco si faceva riferimento a tale gesto osceno, come
risulta dalla commedia "Le nuvole" di Aristofane (450 a.C. circa – 385 a.C. circa).
Anche questa usanza dal mondo greco si diffuse in Roma: viene citato come inpudicus digitus
(Carmina Priapea 56); ostendere impudicum digitum (mostrare il dito impudico) Martialis
Epigrammaton VI.70; porrigere medium digitum (allungare, distendere, protendere il dito
medio) in Epigrammaton II.28; ancora Marziale cita il dito in IX.97 ma si riferisce all'essere
indicato (schiatta d'invidia perché sono segnato a dito dalla folla) ed è più probabile potesse
trattarsi del dito indice; viene definito infamis digitus da Persio, (Satira II.33) usato bagnandolo
con la saliva per poi purificare la fronte del bambino onde rimuovere il malocchio, con una
valenza quindi propiziatoria; tale dito poteva anche essere utilizzato per richiamare presso di sé
qualcuno.
Svetonio cita il digitum alludendo al medio:

Suetonius, de vita Caesarum, divus Augustus, 45


[...] et Pyladen urbe atque Italia summoverit, quod spectatorem, a quo exsibilabatur,
demonstrasset digito conspicuumque fecisset.

Vita dei Cesari, il divo Augusto, 45


"[...] e (il pantomimo) Pilade fu espulso da Roma e dall'Italia, poiché, ad uno spettatore, dal
quale era fischiato, indirizzò il dito (medio) attirando l'attenzione di tutti verso di lui."

Dito impudico o infame assumeva quindi una valenza oscena ma poteva tuttavia essere anche
usato in modo quasi neutro.
Il significato osceno del gesto è rimasto lo stesso nei secoli: imita un pene con i suoi testicoli e
rappresenta concettualmente la minaccia per la persona che si vuol offendere di essere
sodomizzata; questo vorebbe evidenziare la mancanza di virilità della persona verso cui è rivolto
il gesto e la sua predilezione a subire la penetrazione anale, considerata, da chi esegue il gesto,
umiliante; od anche il gesto semplicemente vorrebbe esplicitare ed ostentare la virilità di chi lo
esegue ed il suo essere dominante rispetto all'altro, rievocando la relazione dominus - servus.

Altre testimonianze del linguaggio osceno


Tra gli autori che talvolta utilizzarono tali termini, oltre a Marziale e Catullo, vanno anche
ricordati Giovenale, Plauto ed alcune satire giovanili di Orazio; di Orazio da ricordare ad
esempio la satira del Liber I sermo VIII sulle pratiche magico-demoniache di Sagana e Canidia
al Campo Esquilino e sul Priapo posto a guardia di quei giardini.
Inoltre va ricordato il Satyricon di Petronio, di cui ci sono pervenuti solo gran parte dei libri XIV
e XVI e per intero il XV libro, che contiene la cena di Trimalchione (Cena Trimalchionis);
probabilmente lo scritto venne distrutto per via della licenziosità degli argomenti descritti.

Che le tematiche sessuali fossero ampiamente trattate nella vita reale degli antichi romani, oltre
che esser scontato, è provato da alcuni affreschi a sfondo sessuale che sono stati ritrovati, e dai
resti di frasi scritte sui muri dai writers antichi romani, graffiti ritrovati in gran numero ad
esempio sui muri di Pompei ed Ercolano.

Cicerone Nelle Epistule ad Familiares esamina e conferma il carattere osceno e profano di molti
di questi termini.
Ancora se ne ritrova l’utilizzo negli scritti di medici ed in particolare di veterinari in cui tali
termini sono però utilizzati non nel senso osceno ma semplicemente come termini gergali.

In questa pagina ho raccolto alcuni di tali epigrammi col testo in latino e con la relativa
traduzione.

traduzioni: Filippo Maria SACCA'

Giustificazione degli epigrammi profani

Epigrammaton Liber I carmen 4

Contigeris nostros, Caesar, si forte libellos,


Terrarum dominum pone supercilium.
Consuevere iocos vestri quoque ferre triumphi,
Materiam dictis nec pudet esse ducem.
Qua Thymelen spectas derisoremque Latinum,
Illa fronte precor carmina nostra legas.
Innocuos censura potest permittere lusus:
Lasciva est nobis pagina, vita proba.

Se, piacendo alla sorte, ti capiterrano tra le mani i miei libretti,


Cesare, Signore del mondo, distendi il tuo sopracciglio.
Anche i tuoi trionfi son soliti provocare burle e facezie,
né il condottiero si vergogna d'esser oggetto di qualche scherzo.
T'imploro leggi le mie poesie con quello stesso sguardo
che hai quando osservi Timele e il dileggiatore Latino.
Il potere può tollerare dei giochi innocenti:
la mia pagina è licenziosa, la vita giusta.

pone supercilium: distendi il sopracciglio; Marziale immagina l'Imperatore che, leggendo i suoi
scritti trasgressivi, aggrotta la fronte, sollevando il sopracciglio, domandandosi perplesso se
tollerare o meno quelle sconcezze; del resto Marziale non scrisse mai qualcosa di sconveniente
riferito all'Imperatore.
Caesar: si riferisce all'Imperatore Domiziano.
Latino: famoso attore comico. per lui Marziale scrisse l'epitaffio IX.28
frons, frontis: fronte; parte esteriore, apparenza, vista; facciata;
illa fronte: con quella fronte (distesa); probabilmente si riferisce al pone supercilium, il ciglio
aggrottato del secondo verso, che porta anche alla fronte aggrottata.

Epigrammaton Liber I carmen 35


Versus scribere me parum severos
Nec quos praelegat in schola magister,
Corneli, quereris: sed hi libelli,
Tamquam coniugibus suis mariti,
5 Non possunt sine mentula placere.
Quid si me iubeas talassionem
Verbis dicere non talassionis?
Quis Floralia vestit et stolatum
Permittit meretricibus pudorem?
10 Lex haec carminibus data est iocosis,
Ne possint, nisi pruriant, iuvare.
Quare deposita severitate
Parcas lusibus et iocis rogamus,
Nec castrare velis meos libellos.
15 Gallo turpius est nihil Priapo.

Tu ti rammarichi, Cornelio, che i versi ch’io compongo


sian poco austeri e che il maestro non possa
tramandarli nella scuola: ma questi libretti,
come i mariti per le loro spose,
5 non posson appagare (il lettore) senza (considerar) l’uccello.
Cosa (sarebbe) se tu mi proponessi di scrivere una canzone nuziale
usando parole non ammesse nelle occasioni nuziali?
Chi permetterebbe i vestiti alle feste di Flora,
ed alle meretrici la pudicizia d’una veste?
10 La parola usata in queste poesie è giocosa,
e (i mie' carmi) non potrebber piacere, se non fosser pruriginosi.
Per cui, ti chiedo, abbandona la severità,
abbi riguardo per le lussurie e le facezie,
e non castrare i miei libretti mentre spiccano il volo.
Nulla è più ignominioso d’un Priapo senza palle.

Epigrammaton Liber III carmen 69

Omnia quod scribis castis epigrammata verbis


Inque tuis nulla est mentula carminibus,
Admiror, laudo; nihil est te sanctius uno:
At mea luxuria pagina nulla vacat.
5 Haec igitur nequam iuvenes facilesque puellae,
Haec senior, sed quem torquet amica, legat.
At tua, Cosconi, venerandaque sanctaque verba
A pueris debent virginibusque legi.

Tutti gli epigrammi che scrivi contengon (solo) caste parole


ed io ammiro e rispetto che nei tuoi poemetti mai è citato
il cazzo; nessuno è pio e virtuoso come te:
alla mia pagina (invece) non manca alcuna volgarità.
5 Queste (mie pagine) perciò sian lette dai giovani e dalle fanciulle di facili costumi,
le legga il vecchio, quello però che si ripassa l’amichetta.
Mentre le tue parole venerate e pure, Cosconio,
debbon esser lette dai giovanetti (adolescenti) e dalle (fanciulle) illibate.

Epigrammaton Liber VII carmen 25

Dulcia cum tantum scribas epigrammata semper


Et cerussata candidiora cute,
Nullaque mica salis nec amari fellis in illis
Gutta sit, o demens, vis tamen illa legi!
5 Nec cibus ipse iuvat morsu fraudatus aceti,
Nec grata est facies, cui gelasinus abest.
Infanti melimela dato fatuasque mariscas:
Nam mihi, quae novit pungere, Chia sapit.

ad un poeta demente

Tu sempre scrivi epigrammi tanto affabili (e delicati)


e più candidi (e trasparenti) della pelle imbiancata di (rilucente) biacca,
e in quei (versi) nulla vibra (d’un granello) di sale né esiste una goccia
d’amaro fiele, oh banale stolto, ed ancor desideri che quelli sian letti!
5 Il cibo stesso non è gradito al palato defraudato dell’aceto,
né il viso, al qual manchi la fossetta, risulta piacevole (ed amabile).
La dolce meletta ed anche l’insulso fico dolce dalli pure agl’infanti:
dal momento che a me, avvezzo all’asprigno, piace il fico di Chio.

2] cerussata: biacca o bianco di piombo - pigmento pittorico inorganico, tossico, molto elastico,
di colore bianco, utilizzata nel corso dei secoli da numerosi artisti.

Epigrammaton Liber X carmen 4

Qui legis Oedipoden caligantemque Thyesten,


Colchidas et Scyllas, quid nisi monstra legis?
Quid tibi raptus Hylas, quid Parthenopaeus et Attis,
Quid tibi dormitor proderit Endymion?
5 Exutusve puer pinnis labentibus? aut qui
Odit amatrices Hermaphroditus aquas?
Quid te vana iuvant miserae ludibria chartae?
Hoc lege, quod possit dicere vita 'Meum est.'
Non hic Centauros, non Gorgonas Harpyiasque
10 Invenies: hominem pagina nostra sapit.
Sed non vis, Mamurra, tuos cognoscere mores
Nec te scire: legas Aetia Callimachi.

Tu che leggi di Edipo e del tenebroso Tieste,


di Medea e di Scilla, cos'altro leggi se non mostruosità?
Cosa t'importa del ratto di Ila, cosa di Partenopeo ed Atte,
cosa te ne viene da Endimione addormentato?
O cosa dal fanciullo (Icaro) spogliato delle cadenti penne? O piuttosto
da Ermafrodito che odia le acque in amore (per lui)?
A cosa ti giovano le false e vuote sciocchezze di scritti mediocri?
Leggi questo (piuttosto), sulla vita che tu possa dire 'è la mia'.
Qui non troverai Centauri, non Gorgoni né Arpie:
La mia pagina ha il sapore dell'uomo.
Ma tu non desideri, Mamurra, conoscere i tuoi costumi
né capire te stesso: leggiti pure gli Aitia di Callimaco.

Epigrammaton Liber XI carmen 20

Caesaris Augusti lascivos, livide, versus


Sex lege, qui tristis verba latina legis:
'Quod futuit Glaphyran Antonius, hanc mihi poenam
Fulvia constituit, se quoque uti futuam.
Fulviam ego ut futuam? quid si me Manius oret
Pedicem, faciam? non puto, si sapiam.
"Aut futue, aut pugnemus" ait. Quid, quod mihi vita
Carior est ipsa mentula? Signa canant!'
Absolvis lepidos nimirum, Auguste, libellos,
Qui scis Romana simplicitate loqui.

Tu che, livido di invidia, leggi le mie frasi latine con severità,


leggiti questi sei giocosi versi di Cesare Augusto:
"Poiché Antonio s'è scopato Glafira, Fulvia m'impone,
come punizione, ch'io mi fotta lei.
Io dovrei scoparmi Fulvia? E cosa dovrei fare, se Manio m'implorasse
d'incularlo? Non credo, se m'è rimasto un po' di buon senso.
'O mi fotti o tra noi sarà guerra' lei afferma. Oh no, come può la vita
essermi cara più dello stesso cazzo? Che risuonino i segnali di battaglia!"
Senza dubbio tu assolvi i miei amabili libretti, o Divino Augusto,
tu, che conosci la semplicità e la schiettezza del parlare romano.
Fulvia (83 - 40 a.C.), terza moglie di Marco Antonio, che sposò nel 44 a.C., fu molto attiva negli
intrighi di potere; nel 43 riuscì a favorire l'accordo tra Marco Antonio, Ottaviano ed Emilio
Lepido, che formarono il triumvirato; nel 42 Antonio, prima della sua intesa politica e sessuale
con Cleopatra, ebbe una relazione con Glafira, avvenente regina della Cappadocia;
Augusto: Ottaviano Augusto.

Epigrammi profani

Epigrammaton Liber I carmen 46

Cum dicis 'Propero, fac si facis,' Hedyle, languet


Protinus et cessat debilitata Venus.
Expectare iube: velocius ibo retentus.
Hedyle, si properas, dic mihi, ne properem.

Il frettoloso Edilo

Quando dici 'sbrigati, fallo se desideri', Edilo,


l'erezione perde vigore e l'indebolito desiderio vien meno.
Ordina di attendere: sarò più veloce se sono trattenuto.
Edilo, se hai fretta, dimmi di fare con calma.

1] propero, fac si facis: ho fretta, fallo se vuoi farlo; allude ad un rapporto sessuale.
Hedyle: vocativo di nome maschile; ma il senso in fondo non cambierebbe se si applicasse ad un
nome femminile.
3] expectare iube: lo scrittore attesta l'importanza dei preliminari prima di un rapporto; Marziale
resta tuttavia focalizzato sulle sole problematiche del ruolo attivo.
4] si properas, dic mihi, ne properem: letteralmente: se hai fretta, dimmi di non avere fretta.

I.46 in dialetto romanesco

Edilo, quanno che me dichi 'sbrighete, datte da fa' se t'arrazza',


me se smoscia tutto e me fai puro passà la voja.
E dimme d'aspettà: so' più veloce se me trattenghi.
A Edilo, se c'hai prescia, dimme de fa' co' carma.

Epigrammaton Liber I carmen 58

Milia pro puero centum me mango poposcit:


risi ego, sed Phoebus protinus illa dedit.
Hoc dolet et queritur de me mea mentula secum
laudaturque meam Phoebus in invidiam.
Sed sestertiolum donavit mentula Phoebo
bis decies: hoc da tu mihi, pluris emam.

Il mercante mi chiese centomila sesterzi per un fanciullo:


io risi, ma Phebo li pagò senza pensarci.
Il mio cazzo addolorandosi per questo e lamentandosi tra sé
di me stesso, nonostante la mia invidia elogiò Phebo.
Ma il cazzo ha donato a Phebo due milioni
di sesterzi: dalli a me, lo pagherò molto di più.

Phebo aveva accumulato due milioni di sesterzi prostituendosi, e quindi grazie al suo pene.

Epigrammaton Liber I carmen 65

Cum dixi ficus, rides quasi barbara verba


et dici ficos, Laetiliane, iubes.
Dicemus ficus, quas scimus in arbore nasci,
Dicemus ficos, Caeciliane, tuos.

Ho detto 'fichi' e tu ridi quasi ch'io parlassi come un barbaro


e pretendi, Lietoano, che si dica 'ficozzi'.
Allora chiameremo 'fichi' quelli che sappiamo nascer sull'albero,
'ficozzi' quelli che spuntan dal tuo culo, Ceciliano.

L'epigramma è uno scherzo basato sul doppio senso dato al termine ficus e come spesso accade
in questi casi non è semplice rendere una traduzione che colga lo scherzo; ho tradotto il ficos con
ficozzo, termine che è usato in dialetto romanesco per dire bernoccolo (sulla testa); volendo, in
generale può anche indicare una protuberanza formatasi in altra parte del corpo e può ben
rappresentare i ficozzi delle emorroidi; del resto non conosco l'etimologia di ficozzo, ma il
termine appare piuttosto simile a ficosus.
Laetiliane, Caeciliane: la quasi totalità delle versioni latine danno i due nomi differenti, Letiliano
e Ceciliano, ma è evidente che si riferisce allo stesso personaggio ed infatti solitamente le
traduzioni usano uno solo dei due nomi in entrambe le ricorrenze nell'epigramma; Letiliano
potrebbe allora essere forse inteso come una storpiatura del nome Ceciliano e dal momento che
le emorroidi erano considerate prerogativa di chi aveva rapporti anali, ho tradotto Letiliano
storpiandolo in Lietoano;
ficus, i e ficus, us: albero di fico, frutto del fico; anche emorroidi;
sull'uso di ficus, ficos e ficosus vedi anche Carmen Priapea 41 ed epigramma VII.71;
Dicemus ficos tuos: chiameremo ficozzi i tuoi;

Epigrammaton Liber I carmen 77


Pulchre valet Charinus, et tamen pallet.
Parce bibit Charinus, et tamen pallet.
Bene concoquit Charinus, et tamen pallet.
Sole utitur Charinus, et tamen pallet.
5 Tingit cutem Charinus, et tamen pallet.
Cunnum Charinus lingit, et tamen pallet.

Stà in ottima salute, Carino, e tuttavia è pallido.


Beve moderatamente, Carino, e tuttavia è pallido.
Digerisce assai bene, Carino, e tuttavia è pallido.
Ha piacere di prendere il sole, Carino, e tuttavia è pallido.
Mette l'olio sulla pelle, Carino, e tuttavia è pallido.
Carino lecca la fica, ma resta sempre pallido.

Fellatio e Cunnilingus era considerate pratiche depravate; l'ultimo verso dovrebbe spiegare,
secondo quello che allora era accettato come comune senso morale, perché Carino fosse così
pallido; Catullo nel Carme 80 descrive il pallore delle labbra di Gellio in conseguenza delle sue
attività oro-genitali.

Epigrammaton Liber I carmen 90

Quod numquam maribus iunctam te, Bassa, videbam


Quodque tibi moechum fabula nulla dabat,
Omne sed officium circa te semper obibat
Turba tui sexus, non adeunte viro,
5 Esse videbaris, fateor, Lucretia nobis:
At tu, pro facinus, Bassa, fututor eras.
Inter se geminos audes committere cunnos
Mentiturque virum prodigiosa Venus.
Commenta es dignum Thebano aenigmate monstrum,
10 Hic ubi vir non est, ut sit adulterium.

La lesbica Bassa

Poiché mai ti ho visto abbracciata ad un uomo, Bassa,


e poiché alcuna chiacchera ti coinvolgeva con un adultero,
ma ad ogni occasione intorno a te sempre partecipava
una moltitudine del tuo sesso, senza che uomo alcuno si avvicinasse,
5 mi apparivi, te lo confesso, come una (casta) Lucrezia:
ma tu Bassa, quale orrendo oltraggio, pretendevi di fottere (come un maschio).
Tu hai il coraggio di congiungere tra loro due fiche
e con una bizzarra libidine fai finta di essere un uomo.
Hai inventato un mostro degno dell'enigma tebano,
10 in questo luogo ove non c'è un uomo, pure c'è l'adulterio.
Lucretia: Lucrezia era l'incarnazione della castità presso i romani; fu una matrona che, rapita ai
tempi dei Re da Tarquinio il Superbo, rimasta incinta si suicidò piuttosto che partorire il
disonore.
fututor: colui che fotte; Marziale assegna a Bassa un verbo prettamente maschile.
Thebano aenigmate: l'enigma tebano, dalla mitologia egiziana, si riferisce all'enigma che la
Sfinge (un leone alato col volto di una donna) poneva presso le porte della città di Tebe ai
passanti che entravano in città; chi non sapeva rispondere veniva divorato.
L'enigma suonava più o meno così:
"Quale animale al mattino ha quattro zampe a mezzogiorno ne ha due ed alla sera tre?"
Edipo si trovò a passare di lì ed alla domanda rispose: "l'uomo"; (la giornata è la metafora della
vita, e quindi al mattino il bambino cammina gattoni a quattro zampe, di giorno l'uomo cammina
su due gambe, alla sera, nella vecchiaia, si aiuta con un bastone e quindi ha tre zampe; la sfinge
sconvolta si suicidò ed Edipo liberò così la città.

Epigrammaton Liber I carmen 92

Saepe mihi queritur non siccis Cestos ocellis,


Tangi se digito, Mamuriane, tuo.
Non opus est digito: totum tibi Ceston habeto,
si deest nil aliud, Mamuriane, tibi.
Sed si nec focus est nudi nec sponda grabati
nec curtus Chiones Antiopesve calix,
cerea si pendet lumbis et scripta lacerna
dimidiasque nates Gallica paeda tegit,
pasceris et nigrae solo nidore culinae
et bibis inmundam cum cane pronus aquam:
non culum - neque enim est culus, qui non cacat olim -
sed fodiam digito qui superest oculum:
nec me zelotypum nec dixeris esse malignum.
Denique pedica, Mamuriane, satur.

Cestio cogli occhietti umidi si lamenta di continuo con me,


Mamuriano, d'esser punzecchiato dal tuo dito (medio).
(Questo) non è lavoro per un dito: tu, Mamuriano, Cestio lo
potrai (anche) avere interamente, se solo non ti mancasse altro.
Ma non possiedi un focolare domestico né un (misero) lettuccio
privo di sponde e neanche un calice smozzato di Chione o di Antiope,
dai lombi ti penzola una mantella scolorita piena di chiazze
e le tue natiche son coperte sol per metà da lacere brache spetezzate,
ti nutri col solo fumo nero d'una (sudicia) cucina
e messo ginocchioni bevi acqua nauseante insieme al cane:
col (mio) dito ti trafiggerò non il culo - dal momento che non è un culo,
quello che non caca mai - ma quel solo occhio che ti rimane:
e non sono geloso né potrai dir ch'io sia dispettoso.
E allora, Mamuriano, incula pure, ma ben riempito (dal mio dito).
Cestus: Cestio, un servo di Marziale;
tango, tetigi, tactum, ere: toccare, tastare; palpare; stimolare; pungere satiricamente; essendo il
soggetto attivo un dito è probabile che Marziale si riferisse al fatto che Mamuriano inseriva il
dito nell'ano di Cestio, come si deduce anche dalla prosecuzione dell'epigramma; in tal senso nel
mio dizionario ho trovato pungere in senso satirico;
non siccis ocellis: occhietti non secchi; occhietti piangenti;
curtus calix: calice, tazza mutilata, incompleta; ad esempio mancante del manico ad ansa;
si deest nil aliud tibi: se non ti mancasse altro: se possedessi sufficienti beni da poter vivere;
cerea scripta lacerna: una mantella aperta pallida, scolorita, e dall'aspetto a chiazze;
scripta: che appare di differenti colori causati dalla sua vetustà ed usura;
gallica paeda: ho trovato in una versione gallica braca; la braca era un pantalone molto largo
utilizzato dalle popolazioni Galliche, una sorta di mutanda lunga; paedor, oris: sudiciume,
squallore, sordidezza per mancanza di cura; affine a pedo, pepedi, peditum, ere : tirar correggie,
spetezzare; spetezzata: sporcata dai peti.
Gli ultimi versi contengono alcuni doppi sensi che giocano sulla somiglianza di alcune parole;
siccome Mamuriano infila il dito nell'ano di Cestio, Marziale dopo aver illustrato l'estrema
povertà di Mamuriano, gli concede di possedere il ragazzo, ma al contempo, come contrappasso,
giocando sulla somiglianza tra culum e oculum, gli ficca il dito nell'o-culum; infatti non può
ficcarglielo direttamente nel culum in quanto Mamuriano è talmente morto di fame che non va
mai a defecare e quindi è come se non lo avesse; il suo culum diviene quindi un oculum e a
chiarire meglio la metafora tra culum e oculum, Mamuriano possiede un solo oculum! Il dito di
Marziale, quindi, riesce a render sazio Mamuriano, satur, non dalla fame evidentemente, ma
satur nel senso di pieno, chiarendo definitivamente che ad esser riempito dal dito sarà il suo
culum.

Epigrammaton Liber I carmen 96

Si non molestum est teque non piget, scazon,


nostro rogamus pauca verba Materno
dicas in aurem sic ut audiat solus.
Amator ille tristium lacernarum
et baeticatus atque leucophaeatus,
qui coccinatos non putat viros esse
amethystinasque mulierum vocat vestes,
nativa laudet, habeat et licet semper
fuscos colores, galbinos habet mores.
Rogabit, unde suspicer virum mollem.
una lavamur: aspicit nihil sursum,
sed spectat oculis devorantibus draucos
nec otiosis mentulas videt labris.
Quaeris quis hic sit? Excidit mihi nomen.

Se non è cosa sgradevole e non t'irrita, scazonte mio,


fammi il favore di dir due paroline al nostro Materno
pian pianino nell'orecchio sì che lui solo possa udire.
Quell'appassionato amatore dal tristo mantello
e cogl'abiti di lana betica e dall'aspetto grigiastro,
che non ritiene esser uomini quelli coi vestiti scarlatti
e che dichiara esser per donne le vesti color ametista,
che loda le cose naturali, e possiede e si concede sempre
colori oscuri, proprio lui, par che abbia abitudini da finocchio.
Lui ti domanderà da cos'io sospetti esser costui una femminuccia.
Siamo lì che ci laviamo da soli: lui non guarda nulla al di sopra,
ma osserva con gl'occhi famelici certi pigliainculo in azione
e mentre guarda i cazzi un fremito percorre le sue labbra.
Domandi chi sia costui? Al momento me ne sfugge il nome.

Scazonte è la forma metrica di un trimetro giambico con uno spondeo o un trocheo nell'ultimo
piede; come Catullo chiamava a sé gli endecasillabi nel carme 42, così Marziale invoca uno
scazonte, un verso, perché lo aiuti a dir quel che deve al buon Materno; il personaggio descritto
come un effeminato da Marziale al suo versetto in metrica scazonte doveva in effetti esser
proprio lo stesso Materno;
leucophaeatus, a, um: dal disegno grigiastro, dal motivo grigiastro;
coccinatus, a, um: che indossa vesti scarlatte, porpora, rosso-violetto;
amethystinus, a, um: color ametista, blu-violetto;
galbinus, a, um: giallastro, giallo-verdognolo, verde pallido; effeminato;
draucus, i: sodomita;

Epigrammaton Liber II carmen 28

Rideto multum qui te, Sextille, cinaedum


Dixerit et digitum porrigito medium.
Sed nec pedico es nec tu, Sextille, fututor,
Calda Vetustinae nec tibi bucca placet.
5 Ex istis nihil es, fateor, Sextille: quid ergo es?
Nescio, sed tu scis res superesse duas.

Riderai a profusione, Sestillo, di chi sostiene che tu lo prendi in culo


ed allungherai il dito medio (mostrandoglielo).
Ma tu non sei un cultore, Sestillo, del culo né della fica,
e neppur ti piace la calda bocca di Vetustina.
5 Non sei nulla di questo, Sestillo, lo ammetto: dunque cosa sei?
Io non (lo) so', ma tu sai che son rimaste due possibilità.

2] Sextillus: Sestillo; diminutivo di Sextus, usato con accezione dispegiativa; il diminutivo


vezzeggiativo è invece Sextilius (Sestilio).
4] Vetustina: suggerisce un nome usato forse in modo spregiativo, un po' come dire
"Anzianotta"; potrebbe essere riferito ad una prostituta oppure no, non è chiaro; tale nome ricorre
solo in questo epigramma, mentre si ha una Vetustilla in III.93.
6] Res duas superesse: rimangono da considerare due possibilità: Marziale propone una sorta di
indovinello:
Nei versi 1-2 Marziale difende Sestillo dall'accusa di essere un cinaedus, colui che riceve la
penetrazione anale, invitandolo a ridere di tali accuse ed a mostrare per tutta risposta il dito
medio in segno di sfida; nei versi 3 e 4 lo scrittore enumera tutti i ruoli considerati maschili-
attivi-penetrativi: pedicare, futuere, irrumare, e nel verso 5 afferma che Sestillo non pratica nulla
di ciò; a mio avviso quindi le due possibilità che restano sono:
la fellatio, e, seconda possibilità, che per Marziale era praticamente allo stesso livello di
depravazione della prima, il cunnilingus.
L'epigramma è strutturato come un sillogismo: premessa maggiore dei versi 1-2: Sestillo non è
cinaedus, premessa minore dei versi 3-4: Sestillo non è pedico, fututor, irrumator, conclusione
dei versi 5-6: Sestillo è fellator o cunnilingus; in ogni sezione ricorre il vocativo di Sestillo
sempre nella medesima posizione metrica; si osservi che nella premessa maggiore difende la
mascolinità di Sestillo e nella conclusione fulminante lo offende in modo peggiore, almeno
secondo i canoni antichi romani per cui la peggiore depravazione per il maschio adulto era
ricevere la penetrazione orale (era questa la punizione canonica inflitta dal priapo all'adulto di
sesso maschile).

II.28 in dialetto romanesco

Te scompiscerai da le risate, Sestì, quanno quarcuno te dirà


che sei un pijanculo e je farai vede quell'impunito der dito medio.
Ma a te nun te piace, Sestì, de mettelo 'n culo o de ripassatte 'na fichetta
e nun te piace nianche de fatte fa' 'na pompa da Vetustilla, boccuccia carda.
Nun te piace nessuna de' stè cose, Sestì, quest'è sicuro: ma allora che cazzo sei?
Me potessi da cecà ma nun lo so', tu però ce lo sai che te so' rimaste du' possibbilità.

Epigrammaton Liber II carmen 33

Cur non basio te, Philaeni? calva es.


Cur non basio te, Philaeni? rufa es.
Cur non basio te, Philaeni? lusca es.
Haec qui basiat, o Philaeni, fellat.

Perché non ti bacio, Fileni?

Perché non ti bacio, Fileni? Sei calva.


Perché non ti bacio, Fileni? Sei rossiccia.
Perché non ti bacio, Fileni? Sei guercia.
Chi bacia questo, Fileni mia, succhia un cazzo.

4] Nei primi tre versi sembra parli solo di Fileni, descritta come calva, rossa e guercia; ma
all'insaputa del lettore Marziale contemporaneamente descrive anche un pene in erezione: è
provvisto di una estremità, il glande, assimilabile ad una testa calva, diviene rossastro in erezione
per l’afflusso di sangue, ed ha un solo occhio (in IX.37.10 Galla viene osservata da un pene
descritto come una entità quasi pensante e dotata di libero arbitrio provvista di un sol occhio); è
solo alla chiusura dell'epigramma, nel quarto verso, che ci si rende conto di tale analogia
beffarda ed offensiva, quando in poche parole il poeta la rende esplicita.

Epigrammaton Liber II carmen 45

Quae tibi non stabat praecisa est mentula, Glypte.


Demens, cum ferro quid tibi? Gallus eras.

Glytto, il tuo uccello che non si rizzava fu reciso.


Stolto, cos’hai a che fare col ferro (di Cibele)? (Di già) eri castrato.

Cibele: dea della natura e degli animali il cui culto fu introdotto a Roma nel 204 a.C.; i suoi
sacerdoti, chiamati Galli, durante i Megalesia, feste funebri in onore di Cibele, si procuravano
delle ferite ed arrivavano ad evirarsi; Catullo li descrive come eunuchi vestiti da donna.

Epigrammaton Liber II carmen 47

Subdola famosae moneo fuge retia moechae,


levior o conchis, Galle, Cytheriacis.
Confidis natibus? non est pedico maritus:
quae faciat duo sunt: irrumat aut futuit.

Attento, guardati dalla subdola insidia di quella famosa zoccola,


cazzomoscio, più liscio e viscido delle conchiglie di Citèra.
Fai affidamento sulle tue chiappe? Il marito non è solito metterlo in culo:
sono due le cose che fa': o fotte la fica o lo ficca in bocca.

Gallus: Gallo; potrebbe riferirsi ad un nomen ma anche essere usato come riferimento alla
impotenza del personaggio, il quale essendo liscio, ossia depilato, si presume potesse essere
effeminato e di conseguenza, procedendo per stereotipi, anche poco mascolino cioé con difficoltà
di erezione, da cui Gallo, il nome attribuito ai sacerdoti di Cibele che erano soliti castrarsi o
evirarsi;
Cytheriacus, a ,um: di Citèra; appartenente a Citèra; Citera è un'isola posta di fronte all'estremità
meridionale della Laconia, a sud ovest del campo di Malea; celebre per il culto di Afrodite o
Venere, che secondo la leggenda da qui uscì dalla spuma del mare; quindi può anche significare
sacro a Venere;
vengono enunciate le tre azioni sessuali attive: pedicare, irrumare, futuere; nel verso 3 il marito
non è pedicus; nel verso 4 è fututor con le donne, e dunque per il tipo avvisato nel verso 1 non
resta che subire la pena della irrumatio; dal verso 3 si deduce che la pratica anale, pedicare, fosse
considerata meno degradante della pratica orale, irrumare, secondo la comune morale romana.

Epigrammaton Liber II carmen 49

Uxorem nolo Telesinam ducere: quare?


Moecha est. Sed pueris dat Telesina. Volo.

Non voglio condurre Telesina in moglie: Perché?


È una zoccola. Ma Telesina si dedica ai ragazzi. Allora lo voglio.

Epigrammaton Liber II carmen 50

Quod fellas et aquam potas, nil, Lesbia, peccas.


Qua tibi parte opus est, Lesbia, sumis aquam.

Se succhi l’uccello e poi bevi dell’acqua, Lesbia, non sbagli.


Utilizzi l’acqua, Lesbia, nel modo che ti è utile.

Epigrammaton Liber II carmen 51

Unus saepe tibi tota denarius arca


Cum sit et hic culo tritior, Hylle, tuo,
Non tamen hunc pistor, non auferet hunc tibi copo,
Sed si quis nimio pene superbus erit.
Infelix venter spectat convivia culi
Et semper miser hic esurit, ille vorat.

Solitamente il tuo intero forziere contiene un solo denario


che è più consumato, Hyllo, del tuo culo,
e non te lo porterà via il fornaio, e neanche l'oste della taverna,
ma andrà a qualche arrogante dotato d'un pene esagerato.
Il triste stomaco assiste al banchetto del culo
e sempre questo, sventurato, ha fame, quello, (ingordo), divora.

Denario: moneta d'argento pari a 10 Assi o 4 Sesterzi.


Epigrammaton Liber II carmen 54

Quid de te, Line, suspicetur uxor


et qua parte velit pudiciorem,
certis indiciis satis probavit,
custodem tibi quae dedit spadonem.
Nil nasutius hac maligniusque.

Quel che sospetta di te tua moglie, Lino,


e su quale parte lei desideri tu ti mantenga decoroso,
lo ha dimostrato adeguatamente con indizi sicuri,
nel momento che ti ha affidato a un custode eunuco.
Non esiste qualcuno perspicace e dispettoso come lei.

Nil nasutius hac maligniusque: niente ha più naso ed è più dispettoso che lei.

Epigrammaton Liber II carmen 61

Cum tibi vernarent dubia lanugine malae,


lambebat medios inproba lingua viros.
Postquam triste caput fastidia vispillonum
et miseri meruit taedia carnificis,
uteris ore aliter nimiaque aerugine captus
adlatras nomen quod tibi cumque datur.
Haereat inguinibus potius tam noxia lingua:
nam cum fellaret, purior illa fuit.

Il calunniatore

Quando dalle guance ti spuntò la prima incerta lanugine,


la tua lingua depravata leccava fra le gambe gli uomini.
Successivamente la tua deplorevole persona si è prostituita agli
sprezzanti becchini e alla noia del miserabile boia,
usi la bocca in un altro modo e preso da una smodata cupidigia in qualunque
momento urli rabbioso, qual latrato d'un cane, il nome che ti viene indicato.
Una lingua tanto malefica è preferibile si incolli agli inguini:
infatti quando succhiava i cazzi era più pulita.
Epigrammaton Liber II carmen 62

Quod pectus, quod crura tibi, quod bracchia vellis,


Quod cincta est brevibus mentula tonsa pilis:
Hoc praestas, Labiene, tuae - quis nescit? - amicae.
Cui praestas, culum quod, Labiene, pilas?

Il petto, e le gambe, e le braccia ti depili,


ed intorno all’uccello tagli i peli corti,
questo la fai, Labieno - chi non lo sa? - per la tua amica.
Ma il culo, Labieno, quello, per chi lo depili?

Epigrammaton Liber II carmen 70

Non vis in solio prius lavari


quemquam, Cotile: causa quae, nisi haec est,
undis ne fovearis irrumatis?
Primus te licet abluas: necesse est
ante hic mentula, quam caput, lavetur.

Tu, Cotilo, desideri che nessuno seduto nel sedile della tinozza
si lavi prima di te: quale è il motivo, se non che
sei molto attento a che l'acqua non sia insozzata?
Ti è consentito lavarti per primo: naturalmente va da sè
che ti ci lavi prima il cazzo e poi la testa.

Marziale, suggerendo a Cotilo di lavare prima l'uccello e poi la faccia, allude al fatto che la sua
bocca fosse la cosa più sporca, cioè che fosse un fellator, ponendo anche in evidenza che questa
tra tutte le possibili pratiche sessuali fosse la più sporca ed ignobile .

Epigrammaton Liber II carmen 89

Quod nimio gaudes noctem producere vino,


Ignosco: vitium, Gaure, Catonis habes.
Carmina quod scribis Musis et Apolline nullo,
Laudari debes: hoc Ciceronis habes:
5 Quod vomis, Antoni: quod luxuriaris, Apici.
Quod fellas, vitium dic mihi cuius habes?

I vizi di Gauro
Io (ti) scuso se col troppo vino trascorri lieto
la notte: hai un vizio, Gauro, (che è anche) di Catone.
Per il fatto che scrivi versi senza alcuna (ispirazione) dalle Muse e da Apollo,
devi esser lodato: questo è (un difetto anche) di Cicerone:
5 riguardo al vomito, (riprendi una pecca) di Antonio: allorché gozzovigli, di Apicio.
ma, dimmi, quando succhi l’uccello, di chi hai il vizio?

3] Musae et Apollo: Le muse ed Apollo; Le Muse sono le dee della musica, della poesia e della
danza, figlie di Zeus; in senso più ampio sono le divinità della scienza e dell’arte; come metafore
della conoscenza esse accompagnano ed ispirano l’artista nella sua creazione. Apollo era il
protettore delle Muse e dio della musica e della poesia, oltre che della virtù profetica, dell’arte
del tiro con l’arco e della medicina.
5] luxuriaris: Deliziarsi in allegri festini con abbondante cibo e bevande

Epigrammaton Liber III carmen 26

Praedia solus habes et solus, Candide, nummos,


Aurea solus habes, murrina solus habes,
Massica solus habes et Opimi Caecuba solus,
Et cor solus habes, solus et ingenium.
5Omnia solus habes - hoc me puta velle negare! -
Uxorem sed habes, Candide, cum populo.

La moglie di Candido

Tu solo possiedi i poderi e solo tuoi, Candido, sono i quattrini,


solo tuo l'oro, solo tua la mirra,
tu solo hai anfore di massica e caecuba di Opimio,
e tuo solo è il sentimento, e tuo solo l'ingegno.
Tu solo hai ogni cosa - questo, credimi, vorrei negarlo -
ma la moglie, Candido, (quella) la condividi con il popolo (intero).

Epigrammaton Liber III carmen 65

Quod spirat tenera malum mordente puella,


Quod de Corycio quae venit aura croco;
Vinea quod primis floret cum cana racemis,
Gramina quod redolent, quae modo carpsit ovis;
Quod myrtus, quod messor Arabs, quod sucina trita,
Pallidus Eoo ture quod ignis olet;
Glaeba quod aestivo leviter cum spargitur imbre,
Quod madidas nardo passa corona comas:
5 Hoc tua, saeve puer Diadumene, basia fragrant.
Quid si tota dares illa sine invidia?

Il profumo dei tuoi baci

Quello che emana da una tenera fanciulla mentre morde una mela,
quello che si diffonde con un soffio dallo zafferano di Coricio;
che (proviene) dalla vigna quando fiorisce (resa) cenerina per i primi grappoli,
che (si leva) dal pascolo erboso, or ora brucato dalle pecore;
l'odore del mirto, del mietitore arabo, dell'ambra fatta in pezzi,
del fuoco (reso) pallido per l'incenso orientale (che vi brucia);
che si spande dalla zolla d'erba dopo la lieve pioggia estiva,
che si propaga dalla ghirlanda posta su chiome madide di nardo:
5 di questo profumano i tuoi baci, Diadumeno, selvatico fanciullo.
Ah! Cosa sarebbe se me li dessi tutti senza farmeli penare?

1] Corycio...croco: lo zafferano di Coricio; Corycos è una regione della Cilicia nota per la
produzione di zafferano;
3] messor Arabs: letteralmente il mietitore arabo; fa evidentemente riferimento all'odore delle
messi più che all'odore del mietitore; dal momento che le spezie orientali arrivavano a Roma
passando tutte dall'Arabia, spesso il cittadino romano riteneva erroneamente che quel luogo fosse
l'origine delle spezie e non semplicemente un paese in cui tali merci transitavano;
3] Pallidus ... ignis: il fuoco pallido, reso giallino dalla combustione dell'incenso;
5] tota dares illa sine invidia: se tutti quelli me li dessi senza avversione; Marziale esprime la
frustrazione per il fatto che il desiderabile fanciullo è incostante e volubile e mal si adatta ai
desideri sessuali di un adulto, cosa del resto del tutto naturale vista la giovane età.

Epigrammaton Liber III carmen 71

Mentula cum doleat puero, tibi, Naevole, culus,


Non sum divinus, sed scio quid facias.

I passatempi di Nevolo

Quando al tuo giovane schiavetto duole il cazzo, e a te, Nevolo, il culo,


io non credo d’esser indovino, ma comprendo quel che fai di bello.
Epigrammaton Liber III carmen 72

Vis futui, nec vis mecum, Saufeia, lavari.


Nescio quod magnum suspicor esse nefas.
Aut tibi pannosae dependent pectore mammae,
Aut sulcos uteri prodere nuda times,
5 Aut infinito lacerum patet inguen hiatu,
Aut aliquid cunni prominet ore tui.
Sed nihil est horum, credo, pulcherrima nuda es.
Si verum est, vitium peius habes: fatua es.

La sciocca Saufeia

Desideri esser fottuta, Saufeia, ma non hai voglia di lavarti con me.
Non capendone il motivo sospetto si tratti d'una enorme bruttura.
Forse le mammelle penzolano sbrindellate dal tuo petto,
o da nuda temi di esporre le pieghe (di grasso) del ventre,
o il lacero inguine si apre su una smisurata voragine,
o piuttosto dalle labbra della tua fica fuoriesce qualcosa.
Ma non è nulla di tutto questo, (io) credo, (e) da nuda sei bellissima.
Se è vero, hai un difetto peggiore: sei stupida.

Epigrammaton Liber III carmen 73

Dormis cum pueris mutuniatis,


et non stat tibi, Galle, quod stat illis.
Quid vis me, rogo, Phoebe, suspicari?
Mollem credere te virum volebam,
sed rumor negat esse te cinaedum.

Dormi coi ragazzetti ben cazzuti, cazzomoscio,


e quel che a loro stà ben ritto a te non resta duro.
Cosa vuoi, mi chiedo, Phebo, ch'io supponga?
Avrei preferito crederti una femminuccia,
ma le voci negano che tu sia una checca pigliainculo.

Gallo: Così si chiamavano i sacerdoti della dea Cibele, che erano solitamente castrati, effeminati
e travestiti;
dal momento che non gli si drizza non ha ruoli sessuali attivi; escludendo nel quarto verso il
cinedus, non resta che pathicus o fellator; Marziale vuol quindi suggerire che Phebo fosse un
fellator (e pathicus, essendo questa la definizione di uomo esclusivamente passivo).
rumor: Spesso quando Marziale si riferisce al rumor, le voci, le chiacchere, allude alla fellatio.

Epigrammaton III.75

Stare, Luperce, tibi iam pridem mentula desit,


Luctaris demens tu tamen arrigere.
Sed nihil erucae faciunt bulbique salaces,
Inproba nec prosunt iam satureia tibi.
5 Coepisti puras opibus corrumpere buccas:
Sic quoque non vivit sollicitata Venus.
Mirari satis hoc quisquam vel credere possit,
Quod non stat, magno stare, Luperce, tibi?

Ormai da qualche tempo il cazzo non ti si drizza, Luperco,


nondimeno tu lotti delirante cercando di fartelo indurire.
Ma non hanno alcun effetto la rucola e le cipolle afrodisiache,
né in aggiunta ti è utile la famigerata santoreggia.
5 Hai iniziato a corrompere col denaro bocche incontaminate:
ma anche così sollecitata Venere non ritorna in vita.
chi si meraviglia di questo o potrebbe mai creder che, quel che
non si solleva ritto, si erga a così gran costo di denaro, Luperco?

1]L’impotenza sessuale era uno dei principali argomenti per attaccare ed offendere un
antagonista.
3] eruca sativa:rughetta o rucola o ruchetta.
5] Si rivolgeva a dei giovani (corrompere bocche incontaminate) per farsi praticare la fellatio
dietro pagamento.
8] Credo che il senso di tale verso sia da ricercare nel gioco di parole, ottenuto sfruttando un
doppio significato che è possibile attribuire al verbo sto, stare, steti, status, a seconda del
contesto, utilizzato nel primo e nell'ultimo verso. Nel primo verso usa stare nel senso di
erezione, nel verso 8 usa col medesimo significato stat ed anche magno stare alludendo invece al
grande costo dei suoi tentativi per ritrovare l'erezione.

Epigrammaton Liber III carmen 79

Rem peragit nullam Sertorius, inchoat omnes.


Hunc ego, cum futuit, non puto perficere.

Su Sertorio, che nulla termina


Sertorio tutto incomincia, alcun cosa termina.
Anche quando scopa, io ritengo, non finisce.

Epigrammaton Liber III carmen 87

Narrat te, Chione, rumor numquam esse fututam


Atque nihil cunno purius esse tuo.
Tecta tamen non hac, qua debes, parte lavaris:
Si pudor est, transfer subligar in faciem.

Il pudore di Chione

Il pettegolezzo dice, Chione, che tu mai sia stata fottuta


e che non v’è fica che sia più pura della tua.
Tuttavia la parte coperta che devi lavare alle terme non è questa:
se hai il senso del pudore, metti le mutande sulla faccia.

4] transfer subligar in faciem: allude al fatto che evidentemente Chione praticava intensivamente
la fellatio.

Epigrammaton Liber III carmen 88

Sunt gemini fratres, diversa sed inguina lingunt.


Dicite, dissimiles sunt magis, an similes?

Sono fratelli gemelli, ma leccano genitali opposti.


Voi che dite, sono più diversi, o più somiglianti?

diversa inguina lingunt: uno lecca il cazzo, l'altro la fica.


Per Marziale sono assai simili, in quanto entrambe le cose erano considerate una depravazione
per un uomo.

Epigrammaton Liber III carmen 93

Cum tibi trecenti consules, Vetustilla,


Et tres capilli quattuorque sint dentes,
Pectus cicadae, crus colorque formicae;
Rugosiorem cum geras stola frontem
5 Et araneorum cassibus pares mammas;
Cum conparata rictibus tuis ora
Niliacus habeat corcodilus angusta,
Meliusque ranae garriant Ravennates,
Et Atrianus dulcius culex cantet,
10 Videasque quantum noctuae vident mane,
Et illud oleas quod viri capellarum,
Et anatis habeas orthopygium macrae,
Senemque Cynicum vincat osseus cunnus;
Cum te lucerna balneator extincta
15 Admittat inter bustuarias moechas;
Cum bruma mensem sit tibi per Augustum
Regelare nec te pestilentia possit:
Audes ducentas nuptuire post mortes
Virumque demens cineribus tuis quaeris
20 Prurire. Quid si Sattiae velit saxum?
Quis coniugem te, quis vocabit uxorem,
Philomelus aviam quam vocaverat nuper?
Quod si cadaver exigis tuum scalpi,
Sternatur Acori de triclinio lectus,
25 Talassionem qui tuum decet solus,
Ustorque taedas praeferat novae nuptae:
Intrare in istum sola fax potest cunnum.

L'orrida Vetustilla

Con te son passati trecento Consoli, Vetustilla,


e ti accompagnano tre capelli e quattro denti,
il petto di una cicala, le zampe ed il colore d'una formica;
mostri una fronte piena di grinze più della stola (d'una matrona)
5 e le tette assomigliano alle reti dei ragni;
un coccodrillo del Nilo ha la bocca
angusta se comparata al tuo mascellone,
e le rane del ravennate borbottano più piacevolmente,
e le zanzare sibilano nell'(ampio) atrio più dolcemente,
10 e vedi quanto i vecchi gufi riescono a vedere alla mattina,
e puzzi come quel marito delle capre,
ed hai le chiappe di un'anatra macilenta,
e la tua fica smunta supera il vecchio (inaridito filosofo) Cinico;
il guardiano dei bagni ti ammette insieme alle puttane
15 che alloggiano nelle tombe sol quando la lucerna è spenta;
per te Agosto è un mese d'inverno
e neanche la febbre pestilenziale può scongelarti:
ed ancora dopo la morte di duecento mariti hai il coraggio di andare a nozze
e come una pazza cerchi un uomo che si ecciti
20 per le tue reliquie. Chi desidera il sasso (tombale) di Sattia?
Chi mai si unirà a te, chi ti chiamerà moglie,
quando Filomelo non tanto tempo fa' già ti chiamava nonna?
Se pretendi che qualcuno scavi fuori il tuo cadavere,
che si prepari il letto del triclinio infernale
25 il solo adeguato al tuo talamo nuziale,
e il crematore porti dinnanzi alla nuova sposa la torcia:
solo la fiamma ardente può penetrare codesta fica.

13] Cynicum: Cinico, appartenente alla scuola filosofica dei Cinici. La filosofia Cinica fondata
da Diogene e dal suo maestro Antistene nel IV secolo a.C. in Grecia professava una vita
indifferente ai bisogni e moralmente retta; si ispiravano alla vita del cane randagio, ricercavano
la felicità nel rapporto con la natura, restando indifferenti ai bisogni e rifiutando la ricerca della
ricchezza e dell'agio ed anche ogni coinvolgimento emotivo e sentimentale.

Epigrammaton Liber III carmen 96

Lingis, non futuis meam puellam


Et garris quasi moechus et fututor.
Si te prendero, Gargili, tacebis.

Quel fanfarone di Gargilio

Non fotti la mia ragazza, la lecchi


e blateri quasi tu fossi un adultero e sciupafemmine.
Se ti acchiappo, Gargilio, tacerai.

moechus, i: adultero, contaminato, fornicatore; colui che compie atti sessuali illeciti.
tacebis: tacerai; se fosse un film western questo significherebbe un duello a pistolettate, ma
nell'antica Roma erano più sofisticati quanto a punizioni;intende infatti dire che se lo acchiappa
gli metterà il pene in bocca, per cui non sarà assolutamente in grado di parlare; questa è la
punizione canonica del Priapo per il maschio adulto.

Epigrammaton Liber IV carmen 4

Quod siccae redolet palus lacunae,


Crudarum nebulae quod Albularum,
Piscinae vetus aura quod marinae,
Quod pressa piger hircus in capella,
5 Lassi vardaicus quod evocati,
Quod bis murice vellus inquinatum,
Quod ieiunia sabbatariarum,
Maestorum quod anhelitus reorum,
Quod spurcae moriens lucerna Ledae,
10 Quod ceromata faece de Sabina,
Quod volpis fuga, viperae cubile,
Mallem quam quod oles olere, Bassa.

La puzza di Bassa

(Quello) che la palude esala dalla pozza prosciugata,


(quello) del miasma delle indigeste (acque) albule,
lo stantio fetore del vivaio marino,
del pigro caprone mentre monta la capretta,
5 (quello) dei (vecchi) calzari dello stanco veterano richiamato,
della mantella di lana (ormai) tinta due volte con la porpora,
(il fiato) delle donne ebree che fanno il digiuno,
l'affannoso respiro degli smorti (furfanti riconosciuti) colpevoli,
la lucerna che stà per spegnersi (in casa) della lurida Leda,
10 l'unguento (ottenuto) dalla posatura di olio Sabino,
quello della volpe che fugge (spaventata), (che proviene) dalla tana d'una vipera,
preferirei puzzare di tutto questo, Bassa, piuttosto che emanare il tuo tanfo.

2] Albula, albulae : Le acque di Albula : acque sulfuree (di colore biancastro).


5] Vardaicus: calzature dei soldati.
Evocatus, evocati: soldato veterano richiamato in servizio; si presume egli riprenda gli stessi
vecchi e logori calzari che aveva ormai smesso da usare.
6] Murex, muricis: mollusco da cui era estratto il color porpora.
9] Laeda: una prostituta che evidentemente usava olio di pessima qualità per alimentare le sue
lucerne.
10] Sabinus, Sabina, Sabinum: la Sabina; antica regione ove abitavano i Sabini, oggi
corrispondente grosso modo alla provincia di Rieti, con anche una piccola estensione di territorio
in Umbria ed in Abruzzo; la regione era ed è nota per la produzione di olio di oliva.
Ceroma, ceromatis: unguento ceroso con cui si cospargevano i lottatori, ottenuto lavorando la
posatura dell'olio di oliva.

Epigrammaton Liber IV carmen 7

Cur, here quod dederas, hodie, puer Hylle, negasti,


durus tam subito, qui modo mitis eras?
Sed iam causaris barbamque annosque pilosque.
O nox quam longa es, quae facis una senem!
Quid nos derides? here qui puer, Hylle, fuisti,
dic nobis, hodie qua ratione vir es?

Perché, Hyllo, ragazzo mio, ciò che ieri avevi donato, oggi lo neghi,
d'un tratto così inflessibile, e un momento prima tanto mansueto?
Ma adesso porti a giustificazione la barba, gli anni, i peli.
Oh, notte, come sei lunga, che da sola rendi un uomo vecchio!
Perché ti prendi gioco di me? Ieri eri un ragazzo, Hyllo,
ma dimmi, come hai fatto oggi a stabilire che sei un uomo?

Epigrammaton Liber IV carmen 43

Non dixi, Coracine, te cinaedum:


non sum tam temerarius nec audax
Nec mendacia qui loquar libenter.
Si dixi, Coracine, te cinaedum,
iratam mihi Pontiae lagonam,
iratum calicem mihi Metili:
iuro per Syrios tibi tumores,
iuro per Berecyntios furores.
Quid dixi tamen? Hoc leve et pusillum,
quod notum est, quod et ipse non negabis,
dixi te, Coracine, cunnilingum.

Coracino leccafica

Non ho detto, Coracino, che tu sei un pigliainculo:


non sono tanto temerario e neanche così sfrontato
né uno che parli di buon grado affermando il falso.
Se mai avessi detto, Coracino, che sei una frocia,
ch'io potessi conoscere il veleno della fiasca di Ponzia,
ch'io potessi conoscere il veleno del calice di Metilio:
te lo giuro sui tumori che gonfiano i Siriani,
te lo giuro sulla follia dei fanatici di Cibele.
Cosa ho detto allora? una sciocchezza insignificante,
che tutti conoscono, e che tu stesso non potrai negare,
ho solo detto, Coracino, che tu sei un gran leccafica.

iratam mihi Pontiae lagonam, iratum calicem mihi Metili: che mi abbia in odio la fiasca di
Ponzia, che mi abbia in odio il calice di Metilio; Ponzia e Metilio erano degli avvelenatori.
per Syrios tumores: in alcune traduzioni il verso viene associato ad una stranezza relativa al culto
di Iside ma in verità non ho trovato al momento alcun possibile riferimento concreto che possa
rendere il senso traslato del verso.
Berecyntius, a, um: Cibele, appartenente a Cibele; un culto officiato da sacerdoti, detti Galli, che
si erano castrati per rendere onore alla divinità.
cunnilingum: praticare il cunnilingum era considerato una depravazione pari alla fellatio;
Marziale rassicura Coracino di non averlo mai accusato di essere un cinaedus, ossia
genericamente un effeminato, ma nel verso finale lo definisce un pathicus, ossia un passivo; la
pratica oro genitale che sia fellatio o cunnilingum era considerata la massima depravazione, assai
più degradante della penetrazione anale.

Epigrammaton Liber IV carmen 48

Percidi gaudes, percisus, Papyle, ploras.


Cur, quae vis fieri, Papyle, facta doles?
Paenitet obscenae pruriginis? an magis illud
fles, quod percidi, Papyle, desieris?

Godi a essere inculato, Papilo, e dopo esserti fatto inculare piangi e ti lamenti.
Perché mai, Papilo, quel che desideri che accada, una volta accaduto ti fà soffrire?
Sei forse rammaricato del tuo osceno desiderio? O piuttosto, Papilo,
versi lacrime perché hai terminato di farti inculare, e vuoi ricominciare?

Epigrammaton Liber VI carmen 7

Iulia lex populis ex quo, Faustine, renata est


Atque intrare domos iussa Pudicitia est,
Aut minus aut certe non plus tricesima lux est,
Et nubit decimo iam Telesilla viro.
5 Quae nubit totiens, non nubit: adultera lege est.
Offendor moecha simpliciore minus.

Da quando è stata ripristinata la legge Julia, Faustino,


e l'imposizione della castità è entrata nelle case,
son passati trenta giorni o forse meno,
e Telesilla di già sposa il suo decimo marito.
5 Quella che si sposa tutte queste volte, non si sposa: è adultera per legge.
Offende di meno una semplice bagascia.

Si riferisce alla Lex Julia de maritandis ordinibus, voluta da Ottaviano Augusto nel 18 a.C., con
la quale si voleva combattere il calo demografico imponendo l'obbligo di sposarsi ai single, quali
vedovi/e, celibi/nubili, divorziati/e. Le vedove dovevano risposarsi entro 90 giorni, le divorziate
entro un anno, pena la perdita di parte dell'eredità.

Epigrammaton Liber VI carmen 23


Stare iubes nostrum semper tibi, Lesbia, penem:
Crede mihi, non est mentula, quod digitus.
Tu licet et manibus blandis et vocibus instes,
Te contra facies imperiosa tua est.

Le pretese di Lesbia

Lesbia, pretendi che il mio pene stia sempre dritto per te:
il cazzo, credimi, è cosa diversa da un dito.
Sebbene tu insista deliziandomi con le mani e incalzandomi con le parole,
a render vani i tuoi sforzi si pone il tuo volto perentorio.

VI.23 in dialetto romanesco

Lesbia, tu pretenni ch'er pisello mio deve da stà sempre in tiro pe' te:
er cazzo, me devi da crede, è 'na cosa differente che 'n dito.
Tu poi pure insiste a tocchicciamme co' le mani delizziose e a dimme zozzerie
ma quanno che vedo la faccia imperiosa che c'hai me fai passà la voja.

Epigrammaton Liber VI carmen 36

Mentula tam magna est, quantus tibi, Papyle, nasus,


Ut possis, quotiens arrigis, olfacere.

Le protuberanze di Papilo

Il tuo uccello è tanto grosso, Papilo, quanto il tuo naso,


Così, ogni volta che ti si rizza, puoi annusarlo.

Epigrammaton Liber VI carmen 56

Quod tibi crura rigent saetis et pectora villis,


verba putas famae te, Charideme, dare?
Extirpa, mihi crede, pilos de corpore toto
teque pilare tuas testificare natis.
'Quae ratio est?' inquis. Scis multos dicere multa:
fac pedicari te, Charideme, putent.

Dal momento che hai gambe irte di peli e petto villoso,


tu pensi di far cessare le voci di pettegolezzi su di te?
Dammi retta, strappa via i peli dall'intero corpo
e dì a tutti che ti depili le natiche. 'Qual è il motivo?'
Domandi. Tu sai che tanta gente chiacchera troppo:
è meglio che si creda che lo prendi in culo, Caridimo.

La gente mormora che Caridimo si dedichi alla fellatio; quindi gli conviene far sapere che si
dedica solo alla pedicatio passiva in quanto la fellatio era considerata la pratica più degradante in
assoluto;

Epigrammaton Liber VI carmen 73

Non rudis indocta fecit me falce colonus:


Dispensatoris nobile cernis opus.
Nam Caeretani cultor ditissimus agri
Hos Hilarus colles et iuga laeta tenet.
5 Aspice, quam certo videar non ligneus ore
Nec devota focis inguinis arma geram,
Sed mihi perpetua numquam moritura cupresso
Phidiaca rigeat mentula digna manu.
Vicini, moneo, sanctum celebrate Priapum
10 Et bis septenis parcite iugeribus.

Il Priapo

Un ignorante contadino mi intagliò non rozzamente con un falcetto:


tu puoi osservare il nobil lavoro del (mio) creatore.
Ilaro, senza dubbio ricchissimo coltivatore dell’agro Ceretano,
possiede questi colli e queste prosperose creste montuose.
5 Osserva, quel viso ben definito non sembra di legno
né l’arma del (mio) inguine adatta (ad esser usata come spiedino) sul fuoco,
ma il mio cazzo degno della mano di Fidia, (fatto) di imperituro
cipresso (che) mai marcirà, rigido si erge verso l’alto.
Oh vicini (malintenzionati), io vi avviso, rispettate (questo) sacro Priapo
10 ed astenetevi (dal saccheggiare) questi quattordici jugeri.

Epigrammaton Liber VII carmen 14

Accidit infandum nostrae scelus, Aule, puellae;


Amisit lusus deliciasque suas:
Non quales teneri ploravit amica Catulli
Lesbia, nequitiis passeris orba sui,
5 Vel Stellae cantata meo quas flevit Ianthis,
Cuius in Elysio nigra columba volat:
Lux mea non capitur nugis neque moribus istis,
Nec dominae pectus talia damna movent:
Bis denos puerum numerantem perdidit annos,
10 Mentula cui nondum sesquipedalis erat.

Alla nostra fanciulla, Aulo, accadde una indicibile disgrazia;


(ella) perse il suo trastullo e delizia:
non quale quella (sventura) per cui Lesbia, l’amante del tenero Catullo,
piangeva, malvagiamente privata del suo passero,
5 od anche quella cantata dal mio Stella che piangeva Iante,
la cui nera colomba vola nell’Elisio:
la mia giornata non è presa da frivolezze e neanche da queste abitudini,
né alla padrona tali perdite smuovono il cuore:
(ella) perse un giovane (schiavo) che contava (appena) vent’anni,
10 il cui uccello non era ancora lungo un piede e mezzo.

2] Riprende il noto Carmen I.2 di Catullo dedicato al passero di Lesbia.


3] Si riferisce al Carmen I.3 di Catullo sulla morte del passero di Lesbia.
10] Sesquipedalis: un piede e mezzo ovvero quasi 45 centimetri ...

Epigrammaton Liber VII carmen 18

Cum tibi sit facies, de qua nec femina possit


Dicere, cum corpus nulla litura notet,
Cur te tam rarus cupiat repetatque fututor,
Miraris? Vitium est non leve, Galla, tibi:
5 Accessi quotiens ad opus mixtisque movemur
Inguinibus, cunnus non tacet, ipsa taces.
Di facerent, ut tu loquereris et ille taceret:
Offendor cunni garrulitate tui.
Pedere te mallem: namque hoc nec inutile dicit
10 Symmachus et risum res movet ista simul:
Quis ridere potest fatui poppysmata cunni?
Cum sonat hic, cui non mentula mensque cadit?
Dic aliquid saltem clamosoque obstrepe cunno,
Et si adeo muta es, disce vel inde loqui.

I rumori di Galla

Dal momento che sei bella, e nessuna femmina di questo può parlare,
poiché sul tuo corpo alcun appunto può esser fatto,
ma ciò nonostante raramente chi ti scopa desidera rifarlo,
ti sorprendi? il tuo difetto non è cosa lieve, Galla:
5 tutte le volte che ci mettiamo all'opera e nella frenesia gl'inguini
si bagnano, tu taci, ma la (tua) fica non tace.
Un dio facesse sì che tu parlassi e quella tacesse:
sono disturbato dalla loquacità della tua fica.
Preferirei che tu scorreggiassi: Simmaco afferma che questo
10 non sia inutile ed anche che ciò provochi al contempo il riso:
ma chi mai può rider degli insensati schiocchi di una fica?
Quando lei risuona, a chi non precipiterebbe il cazzo e la ragione?
Almeno dì qualcosa e urla sopra allo strepito della fica,
e se anche tu volessi restar muta, impara sul serio a parlar da lì.

10] Symmachus: Simmaco, uno dei dottori più citati da Marziale nei suoi epigrammi.
11] Poppysmata: Poppysma, poppysmatis: esprime uno schiocco effettuato con le labbra o con la
lingua; Marziale usa una sola volta tale termine, ed una sola volta lo usa Catullo.

Epigrammaton Liber VII carmen 30

Das Parthis, das Germanis, das, Caelia, Dacis,


Nec Cilicum spernis Cappadocumque toros;
Et tibi de Pharia Memphiticus urbe fututor
Navigat, a rubris et niger Indus aquis;
5 Nec recutitorum fugis inguina Iudaeorum,
Nec te Sarmatico transit Alanus equo.
Qua ratione facis, cum sis Romana puella,
Quod Romana tibi mentula nulla placet?

Le preferenze di Celia

Ti dai ai Parti, ti dai ai Germani, ti dai, Celia, ai Daci,


e neppur disdegni le protuberanze dei Cilici e dei Cappadoci;
e (quello) di Memphi veleggia (giungendo) dalla città Egizia
per fotterti, e (naviga) dalle acque del Mar Rosso il nero Indiano;
né fuggi gli uccelli dei Giudei circoncisi,
e non ti dimentica l’Alano sul cavallo Sarmatico.
Ciò che vorrei comprendere è, dal momento che sei una fanciulla Romana,
perché non ti piace alcun cazzo Romano?

Epigrammaton Liber VII carmen 58


Iam sex aut septem nupsisti, Galla, cinaedis,
dum coma te nimium pexaque barba iuvat.
Deinde experta latus madidoque simillima loro
inguina nec lassa stare coacta manu,
deseris inbelles thalamos mollemque maritum;
rursus et in similes decidis usque toros.
Quaere aliquem Curios semper Fabiosque loquentem,
hirsutum et dura rusticitate trucem:
invenies: sed habet tristis quoque turba cinaedos.
Difficile est vero nubere, Galla, viro.

Non si trovan più i maschi d'una volta, Galla mia

Di già, Galla, ti sposasti sei o sette checche pigliainculo,


quando ancora ti deliziavi con l'esagerato capellone e la barba ben pettinata.
Fatta così esperienza con fianchi sudati e piselli mosci come cinghie di pelle
e allorché l'esasusta mano pur se costretta non riusciva più a muoversi,
abbandonasti talami imbelli e mariti incapaci che paion donnette;
ma ancora e ancora ogni volta ti ritrovi in simili giacigli nuziali.
Tu infatti cerchi qualcuno che parli di continuo degli austeri Curii e Fabii,
che sia ruvido e inflessibile nella sua rusticana fierezza:
di certo lo troverai: ma anche questa folla ha i suoi malinconici pigliainnculo.
È difficile, Galla mia, trovare un uomo da sposare che sia un vero maschio.

Epigrammaton Liber VII carmen 71

Ficosa est uxor, ficosus et ipse maritus,


Filia ficosa est et gener atque nepos,
Nec dispensator nec vilicus ulcere turpi
Nec rigidus fossor, sed nec arator eget.
Cum sint ficosi pariter iuvenesque senesque,
Res mira est, ficos non habet unus ager.

La moglie ha le emorroidi, e lo stesso marito ha le emorroidi,


la figlia ha le emorroidi e il genero e il nipote,
e non sono esenti dalla vergognosa piaga né l'economo né il fattore
né il rozzo zappatore, ma neanche l'aratore.
Poiché hanno emorroidi che paion fichi tanto i giovani quanto i vecchi,
è cosa veramente notevole che nel campo non ci sia un sol fico.

Ficus, us: fico; albero di fico; emorroidi; mucchio, catasta, grappolo, cumulo;
ficosus, a, um: colui che è afflitto da emorroidi; carico di fichi, fichi a grappoli; vedi anche I.65 e
Carmen Priapea 41;
l'epigramma è evidentemente basato interamente sul gioco del doppio significato attribuito alla
parola ficus; viene definita vergognosa piaga in quanto era credenza comune considerare le
emorroidi una conseguenza di rapporti anali.

Epigrammaton Liber VII carmen 75

Vis futui gratis, cum sis deformis anusque.


Res perridicula est: vis dare, nec dare vis.

Desideri esser scopata gratis, mentre sei una vecchiaccia deforme.


La cosa è veramente ridicola: desideri dare e non desideri dare.

vis dare, nec dare vis: desideri dare la fica e non desideri dare i soldi.

Epigrammaton Liber VIII carmen 54

Formosissima quae fuere vel sunt,


Sed vilissima quae fuere vel sunt,
O quam te fieri, Catulla, vellem
Formosam minus aut magis pudicam!

Oh, Catulla, se tu fossi meno troia

La più ben fatta di quante furono e sono,


ma la più troia di quante furono e sono,
Oh come desidererei, Catulla, che tu fossi
meno ben fatta o un poco più decente!

Epigrammaton Liber IX carmen 37

Cum sis ipsa domi mediaque ornere Subura,


Fiant absentes et tibi, Galla, comae,
Nec dentes aliter quam Serica nocte reponas,
Et iaceas centum condita pyxidibus,
5 Nec tecum facies tua dormiat, innuis illo,
Quod tibi prolatum est mane, supercilio,
Et te nulla movet cani reverentia cunni,
Quem potes inter avos iam numerare tuos.
Promittis sescenta tamen; sed mentula surda est,
10 Et sit lusca licet, te tamen illa videt.

Nel mentre che tu sei in casa nel mezzo della Suburra, Galla,
i tuoi capelli vengon risistemati altrove, e non diversamente
(mancan) i denti che alla notte riponi come (fosser vesti) di seta,
e dormi sepolta da cento vasetti (di unguenti),
5 né con te dorme il tuo volto, e fai un cenno,
con quel sopracciglio che hai rifatto stamane,
e non mostri rispetto per la tua fica (ormai) canuta,
che potresti già elencare fra i tuoi antenati.
Eppur prometti seicento (delizie); ma il cazzo è sordo,
10 e benché abbia un sol occhio, nondimeno quello ti vede bene.

5] La poverina è talmente brutta che neppure il suo volto riesce a tollerarne la presenza e quando
dorme deve fuggir via ...

Epigrammaton Liber IX carmen 41

Pontice, quod numquam futuis, sed paelice laeva


Uteris et Veneri servit amica manus,
Hoc nihil esse putas? scelus est, mihi crede, sed ingens,
Quantum vix animo concipis ipse tuo.
5 Nempe semel futuit, generaret Horatius ut tres,
Mars semel, ut geminos Ilia casta daret:
Omnia perdiderat, si masturbatus uterque
Mandasset manibus gaudia foeda suis.
Ipsam crede tibi naturam dicere rerum:
10 'Istud quod digitis, Pontice, perdis, homo est.'

Le seghe di Pontico

Riguardo al fatto che non fotti mai, Pontico, ma usi la sinistra


come una padrona e la mano amica è schiava della libidine,
pensi che questo non sia importante? è una perversione, credimi, enorme,
tanto che a stento la tua sensibilità potrà comprendere.
Certamente una sola volta scopò Orazio, perché ne generasse tre,
una volta Marte, per dare i gemelli alla casta Ilia:
sarebbero tutti andati persi, se fossero stati masturbatori ed entrambi
avessero affidato alle mani il loro bestiale godimento.
Ascolta cosa ti dice la natura stessa delle cose:
'Codesto che fai scivolar tra le dita, Pontico, è un uomo.'

5] Orazio padre dei tre Orazi, che vinsero la sfida coi tre Curiazi (Tito Livio, Ab Urbe Condita I,
25); se avessero perso quel duello Roma sarebbe stata assoggettata ad Albalonga, oggi
identificabile circa in Albano Laziale ai Castelli Romani, che ai tempi dei Re di Roma aveva
però una potenza paragonabile a quella dell'Urbe.
6]Ilia: meglio nota come Rea Silvia, fu una vestale sedotta da Marte e madre di Romolo e Remo.
10] Istud quod digitis perdis: letteralmente: codesto che tu sprechi tra le dita, od anche: codesto
che tu distruggi con le dita.
perdo perdere: uccidere, ammazzare, distruggere, perdere, sciupare, sprecare. Tuttavia mi pare
che nel contesto: far scivolare, renda bene l'idea senza al contempo assumere toni
melodrammatici.

Epigrammaton Liber IX carmen 57

Nil est tritius Hedyli lacernis:


Non ansae veterum Corinthiorum,
Nec crus compede lubricum decenni,
Nec ruptae recutita colla mulae,
Nec quae Flaminiam secant salebrae,
Nec qui litoribus nitent lapilli,
Nec Tusca ligo vinea politus,
Nec pallens toga mortui tribulis,
Nec pigri rota quassa mulionis,
Nec rasum cavea latus visontis,
Nec dens iam senior ferocis apri.
Res una est tamen: ipse non negabit,
Culus tritior Hedyli lacernis.

Non c'è nulla di più logoro del mantello di Edilo:


non le antiche maniglie dei vasi Corinzi,
né la viscida caviglia tenuta ai ceppi per dieci anni,
né il collo spellato d'una mula schiantata,
né quei solchi che segnano la Flaminia,
né le pietruzze che brillano sulla spiaggia,
né la zappa consumata dalla vigna Etrusca,
né la toga scolorita d'un tizio morto,
né la ruota squassata d'un mulattiere indolente,
né il fianco d'un bisonte scorticato dalla gabbia,
né la zanna ormai vecchia d'un cinghiale feroce.
In effetti però c'è una cosa: lui stesso non potrà negarlo,
il culo di Edilo è più logoro del suo mantello.

Epigrammaton Liber IX carmen 67


Lascivam tota possedi nocte puellam,
Cuius nequitias vincere nemo potest.
Fessus mille modis illud puerile poposci:
Ante preces totas primaque verba dedit.
5 Inprobius quiddam ridensque rubensque rogavi:
Pollicitast nulla luxuriosa mora.
Sed mihi pura fuit; tibi non erit, Aeschyle, si vis
Accipere hoc munus condicione mala.

Per tutta la notte ho posseduto una fanciulla senza freni,


della quale nessuno può superare la perversione.
Stanco delle mille posizioni pretesi quella dei ragazzini:
ancor non avevo terminato la richiesta e prima che proferissi verbo mi accontentò.
5 Ridendo e arrossendo la invitai allora a qualcosa di indecente:
la smodata me lo promise senza indugi.
Ma con me rimase pura; non lo sarà con te, Eschilo,
se desidererai accettare questo dono ad una condizione infame.

3] illud puerile: la posizione dei ragazzi; si riferisce al rapporto anale nella posizione cosiddetta
alla pecorina.
5] Inprobius quiddam: qualcosa di perverso, spudorato, moralmente corrotto; in verità non dice
di cosa si tratta e non è chiaro cosa sia; è possibile possa trattarsi di un rapporto orale. O forse un
pissing ... chissà...
7] mihi pura fuit: con me rimase pura, casta, illibata; quindi sembra che glielo promise ma non
fecero nulla.
8] condicione mala: ad una condizione depravata, infame; i latinisti al riguardo hanno fatto
numerose ipotesi senza però arrivare alla conclusione certa di cosa sia questa mala condicione;
potrebbe trattarsi del pagamento della prestazione (improbabile), oppure si potrebbe pensare che
il partner potesse essere costretto a baciare il viso della ragazza dopo avvenuta la fellatio e
Marziale, avendo un vero orrore per il contatto fisico con un viso contaminato da una fellatio
anche se era lui stesso l'irrumator, avrebbe rifiutato mantenendo così la fanciulla pura; si
potrebbe ancora pensare, ed è forse l'ipotesi più convincente, ad un classico 69 proposto come
condizione dalla fanciulla in luogo della semplice fellatio, al ché Marziale, che considerava il
cunnilingus una totale depravazione, si sarebbe rifiutato, il ché spiega come mai lei rimase pura.
In ogni caso condicio introduce il concetto di condizione, quindi di una richiesta da parte della
ragazza, evidentemente una sorta di contropartita pretesa almeno nei riguardi di Eschilo, mentre
con Marziale potrebbe apparire che non richiedesse nulla in cambio, ma in effetti non si sa' in
quanto fece solo una promessa e restò pura e quindi presumibilmente non avvenne nulla, a meno
di non pensare che con Marziale sarebbe rimasta pura e con Eschilo no, dipendendo ciò dalla
qualità degli uomini, ma mi pare una ipotesi improbabile.
Nell'epigramma si nota un crescendo di richieste depravate diminuendo al contempo la certezza
nella risposta accondiscendente e la chiarezza di cosa effettivamente si tratti: nemo potest
vincere nequitias, poposci illud puerile, rogavi inprobius quiddam fino ad arrivare al: munus
condicione mala, che rimane alquanto oscuro nel significato.
Epigrammaton Liber IX carmen 69

Cum futuis, Polycharme, soles in fine cacare.


Cum pedicaris, quid, Polycharme, facis?

Indovina indovinello

Quando scopi, Policarmo, subito dopo aver finito sei solito cacare.
Ma quando lo pigli in culo, Policarmo, dopo, cosa fai?

Nei due versi compare due volte il vocativo del personaggio e cinque differenti verbi.
1] in fine: in Marziale e Giovenale ha un particolare significato sessuale, normalmente ignorato
dai dizionari; si riferisce al climax, il momento finale e culminante del rapporto sessuale: nel
momento dell'orgasmo. Questo sueggerisce che Policarmo cagasse istantaneamente dopo
l'orgasmo.
Polycharme: Policarmo nome di etimologia greca: "sorgente di molta gioia".
2] la risposta all'indovinello è: mentulam cacas - in sostanza Policarmo farà la stessa cosa che
dopo aver scopato, ma questa volta cacherà un uccello.

Epigrammaton Liber X carmen 55

Arrectum quotiens Marulla penem


Pensavit digitis diuque mensa est,
libras, scripula sextulasque dicit;
idem post opus et suas palaestras
loro cum similis iacet remisso,
quanto sit levior Marulla dicit.
Non ergo est manus ista, sed statera.

Ogni volta che Marulla soppesa con le dita


e valuta lungamente un pene eretto, ne stabilisce
con precisione il peso in libbre e nelle sue frazioni;
quando lo stesso pisello dopo il lavoro di fortificazione
e le sue ginnastiche giace moscio come una frusta,
Marulla stabilisce di quanto si sia alleggerito.
Non è una mano, dunque, questa, ma una statèra.

libra, ae: libbra, misura di peso di 327,168 grammi, pari a 12 once;


scripulum: scrupolo, misura di peso pari a 1,136 grammi pari a 1/288 di libbra;
sextula, ae: diminutivo di sextus, sesto; misura di peso pari alla sesta parte di un dodicesimo
dell'interp cui si riferisce, cioè è pari a 1/72 della parte intera cui si riferisce;
statera, ae: statèra, bilancia a doppio piatto, del genere di quelle usate dagli orefici; l'altro tipo di
bilancia classica è la bàscula, con un solo piatto e un'asta col contrappeso in posizione variabile,
solitamente meno acccurata della statèra nella pesata.

X.50 in dialetto romanesco

Ogni vorta che Marulla pija 'n cazzo duro tra le dita,
se lo gira e riggira, e così te sa' da dì paro paro
quant'è che pesa puro co' li grammi esatti;
doppo che se l'è lavorato pe' bbenino e j'ha fatto fa' puro
la ginnastica quello resta moscio comme 'no straccetto,
e Marulla te dice puro de quanto s'è alleggerito.
Sta tipa ar posto de la mano s'aritrova 'na statèra.

Epigrammaton Liber X carmen 81

Cum duo venissent ad Phyllida mane fututum


et nudam cuperet sumere uterque prior,
promisit pariter se Phyllis utrique daturam,
et dedit: ille pedem sustulit, hic tunicam.

Quando arrivarono in due da Fillide per una chiavatina mattutina


dal momento che ognuno desiderava averla nuda per primo,
Fillide promise che si sarebbe concessa ad entrambi contemporaneamente, e
fece così: uno la prese per i piedi, l'altro le sollevò da dietro la tunica.

dedit: è inteso nel doppio senso di dedit futuere e dedit pedicare;


pedem...tunicam; si deve immaginare che uno (da davanti) la tenesse per le gambe mentre l'altro
le sollevasse (da dietro) la tunica, secondo lo schema della doppia penetrazione.

Epigrammaton Liber X carmen 90

Quid vellis vetulum, Ligeia, cunnum?


Quid busti cineres tui lacessis?
Tales munditiae decent puellas
- Nam tu iam nec anus potes videri -;
Istud, crede mihi, Ligeia, belle
Non mater facit Hectoris, sed uxor.
Erras, si tibi cunnus hic videtur,
Ad quem mentula pertinere desit.
Quare si pudor est, Ligeia, noli
Barbam vellere mortuo leoni.

Come mai, Ligeia, ti depili la fica stagionata?


Perché ridesti le reliquie del tuo rogo?
Tali raffinatezze si addicono alle fanciulle
- e ancora non riesci a veder la vecchiaccia che sei -;
codesta gradevolezza, credimi Ligeia, non la mette
in pratica la madre di Ettore ma la moglie.
Tu sbagli, se questa, per la quale il cazzo ha ormai
perso ogni interesse, ti dovesse sembrare una fica.
Perciò, Ligeia, se t'è rimasto un po' di pudore
non tirar la barba al leone ormai morto.

vetulus, a, um: diminutivo di vetus; vecchietta, attempatella. anzianotta

Epigrammaton Liber XI carmen 19

Quaeris cur nolim te ducere, Galla? Diserta es,


saepe soloecismum mentula nostra facit.

Errori del cazzo

Tu chiedi perché io non desideri una relazione con te, Galla? Tu sei eloquente,
e frequentemente il mio cazzo fa' errori di grammatica.

XI.19 in dialetto romanesco

Tu voi sapè perché nun vojo da stà co' te, Galla? Tu parli bbene,
Ma ch'ho 'n cazzo che ffa' 'n pacco de erori de granmatica.

Epigrammaton Liber XI carmen 21

Lydia tam laxa est, equitis quam culus aheni,


Quam celer arguto qui sonat aere trochus,
Quam rota transmisso totiens inpacta petauro,
Quam vetus a crassa calceus udus aqua,
Quam quae rara vagos expectant retia turdos,
Quam Pompeiano vela negata noto,
Quam quae de pthisico lapsa est armilla cinaedo,
Culcita Leuconico quam viduata suo,
Quam veteres bracae Brittonis pauperis, et quam
Turpe Ravennatis guttur onocrotali.
Hanc in piscina dicor futuisse marina.
Nescio; piscinam me futuisse puto.

La fica sfranta di Lidia

La fica di Lidia è tanto slargata, quanto il culo d'un cavallo di bronzo,


quanto la veloce ruota di ferro che risuona squillante nell'aria,
quanto il cerchio colpito tanto spesso saltando dal trampolino,
quanto un vecchio calzare inzuppato dall'acqua melmosa,
quanto le reti che tendono l'agguato ai rari tordi vagabondi,
quanto il velario del teatro pompeiano senza vento,
quanto il braccialetto scivolato in terra dal braccio d'una checca tisica,
quanto un cuscino che venga orbato della sua imbottitura Leuconica,
quanto le brache consunte d'un Brettone morto di fame, ed anche
quanto l'orrida gola d'un pellicano Ravennate.
Dicono che me la sia scopata in una piscina di mare.
Io non so; credo d'essermi scopato l'intera piscina.

trochus, i: ruota di ferro, cui sono appesi molti anelli staccati che, muovendosi mentre la ruota
rotola, tintinnano e crepitano; i ragazzi la adoperavano per giocare in uno spazio aperto,
facendola girare con una verghetta di ferro uncinata dotata di un manico di legno (clavis
adunca);
Quam rota transmisso totiens inpacta petauro: come il cerchio tanto spesso percosso dal
trampolino esteso; verso non di facile interpretazione, probabilmente si riferisce ad un esercizio
di abilità consistente nell'attraversare con un salto da un trampolino un cerchio;
calceus, i: tipo di calzatura romana;
piscina marina: piscina di mare, vasca utilizzata per gli allevamenti ittici.

Epigrammaton Liber XI carmen 22

Mollia quod nivei duro teris ore Galaesi


Basia, quod nudo cum Ganymede iaces,
(Quis negat?) hoc nimium est. Sed sit satis; inguina saltem
Parce fututrici sollicitare manu.
5 Levibus in pueris plus haec, quam mentula, peccat,
Et faciunt digiti praecipitantque virum:
Inde tragus celeresque pili mirandaque matri
Barba, nec in clara balnea luce placent.
Divisit natura marem: pars una puellis,
10 Una viris genita est. Utere parte tua.
Usa la parte che ti spetta

Che ruvidamente logori i teneri baci del niveo Galesio,


che giaci con un nudo Ganimede, - chi può negarlo? -
Questo è già oltre misura. Ma (ti) basti;
per lo meno evita di sollecitare gli inguini con la mano libidinosa.
5 Nei delicati ragazzi questo è più sbagliato, che (non) il pene (nell'ano),
e le dita li portano perfino a divenir precocemente uomini:
da quel momento puzzano come capre e i peli crescono celermente e la barba desta
stupore nella madre, né sono gradevoli (se esposti) alla luce nei luminosi bagni.
La natura ha diviso il maschio: un lato è stato creato per le ragazze,
10 l'altro per gli uomini. Usa la parte che ti è stata assegnata.

Epigrammaton Liber XI carmen 25

Illa salax nimium nec paucis nota puellis


stare Lino desit mentula. Lingua, cave.

Quel cazzo di Lino libidinoso oltre misura e assai noto alle fanciulle
non riesce più a restar duro. Stà attenta, lingua.

Epigrammaton Liber XI carmen 28

Invasit medici Nasica phreneticus Eucti


et percidit Hylan. Hic, puto, sanus erat.

Quel pazzo delirante di Nasica aggredì Hylo, lo schiavetto del medico Eucto
e se l'inculò. Io penso che fosse sano di mente.

Epigrammaton Liber XI carmen 29

Languida cum vetula tractare virilia dextra


coepisti, iugulor pollice, Phylli, tuo:
nam cum me murem, cum me tua lumina dicis,
horis me refici vix puto posse decem.
Blanditias nescis: 'dabo' dic 'tibi milia centum
et dabo Setini iugera culta soli;
accipe vina, domum, pueros, chrysendeta, mensas.'
Nil opus est digitis: sic mihi, Phylli, frica.

Quando la tua destra stagionata inizia a maneggiare il mio


languido membro virile, Fillio, col tuo pollice lo strangoli:
giacché mentre mi chiami topino, mentre mi dici che son la tua luce,
credo di poter riprendere le mie forze in almeno dieci ore.
Non sai adularmi: 'ti darò centomila sesterzi' sussurrami,
'e ti darò jugeri di fertile suolo Setino;
accetta vini, una casa, schiavetti, piatti intarsiati d'oro, cene.'
Non è necessario il lavoro delle dita: così, Fillio, devi solleticarmi.

Setinus, i: Setino, di Sezze

Epigrammaton Liber XI carmen 30

Os male causidicis et dicis olere poetis.


Sed fellatori, Zoile, peius olet.

Tu affermi che la bocca degli avvocati e dei poeti puzza.


Tuttavia, Zoilo, quella dei succhiacazzi puzza assai di più.

Epigrammaton Liber XI carmen 43

Deprensum in puero tetricis me vocibus, uxor,


Corripis et culum te quoque habere refers.
Dixit idem quotiens lascivo Iuno Tonanti!
Ille tamen grandi cum Ganymede iacet.
5 Incurvabat Hylan posito Tirynthius arcu:
Tu Megaran credis non habuisse natis?
Torquebat Phoebum Daphne fugitiva: sed illas
Oebalius flammas iussit abire puer.
Briseïs multum quamvis aversa iaceret,
10 Aeacidae propior levis amicus erat.
Parce tuis igitur dare mascula nomina rebus,
Teque puta cunnos, uxor, habere duos.

Alla moglie

Moglie, (tu) mi scopri con un ragazzino, e con voce severa


mi rimproveri affermando che anche tu hai un culo.
Quante volte Giunone disse lo stesso al bramoso (Giove) tonante!
Quello tuttavia giace col prediletto Ganimede.
5 Deposto l’arco (Ercole) di Tirinto faceva piegare Iolao:
tu credi (forse) che (la moglie) Megara non avesse le chiappe?
Dafne fuggente era il tormento dello splendente Apollo: ma
il giovane Giacinto giunse a spegner quei fuochi (d’amore).
Sebbene Briseide spesso si sdraiasse offrendo il di dietro (ad Achille),
10 (tuttavia) era più intimo dell’acheo il glabro amico (Patroclo).
Perciò, moglie (mia), evita di dare un nome maschile
alle tue cose, e convinciti che hai due fiche.

1] Uxor: In effetti Marziale non si sposò mai; quindi parla in prima persona nelle vesti di un
ipotetico lettore.
3] Giunone moglie di Giove.
5] Tirynthius: di Tirinto, località greca da cui proveniva Eracle divinità greca il cui
corrispondente romano è Ercole.
Hylan: Iole, figlia di Eurito, maestro d’arco di Eracle; di questa si invaghì Eracle.
7] Febo significa splendente, lucente ed è uno dei modi con cui era chiamato Apollo.
Dafne: fu il primo amore di Apollo; Cupido, per vendicarsi di uno sgarbo di Apollo, fece in
modo che si innamorasse perdutamente di Dafne, e che questa lo respingesse. Alle offerte
d’amore del dio, Dafne, chiesto aiuto alla Madre Terra onde poter fuggire, fu trasformata in
albero di alloro. Da allora Apollo utilizzò un rametto di alloro per cingersi la testa.

XI.43 in dialetto romanesco

A mojettì, me trovi co' 'n regazzino e tutt'impettita


me rimproveri dicennome ch'er culo ce l'hai puro tu.
Quante vorte Giunone disse l'istessa cosa a Giove attizzato
ma quello preferisce de stassene co' Ganimede prediletto.
Mollato l'arco Ercole faceva piegà Iolao:
pensi che Megara nun ce l'aveva le chiappe?
Dafne faceva la preziosa e Apollo splendido se tormentava:
ma arrivò Giacinto a fajela dimenticà.
Briseide malizziosa se metteva a pecora
ma Achille se divertiva co' l'ammichetto senza peli.
Allora, mojettina mia, falla finita de dì che è un maschio er
problema tuo, e comicia a pensà d'avecce du' fregne.

Epigrammaton Liber XI carmen 46


Iam nisi per somnum non arrigis et tibi, Mevi,
Incipit in medios meiere verpa pedes,
Truditur et digitis pannucea mentula lassis
Nec levat extinctum sollicitata caput.
Quid miseros frustra cunnos culosque lacessis?
Summa petas: illic mentula vivit anus.

Ormai non ti si rizza se non nel sonno, Mevio,


e il pisello comincia a spisciazzare in mezzo ai tuoi piedi,
e il moscio cazzo raggrinzito dev'esser ficcato con le dita
e pur sollecitato non solleva il capo, ormai privo di vita.
Perché tormenti inutilmente fiche e culi sventurati?
Mira più in alto: lì l'attempato cazzo può ridestarsi.

Incipit in medios meiere verpa pedes: primi segni di incontinenza senile;


Summa petas: Mira più in alto; si riferisce alla bocca.

Epigrammaton Liber XI carmen 47

Omnia femineis quare dilecta catervis


balnea devitat Lattara? Ne futuat.
Cur nec Pompeia lentus spatiatur in umbra,
nec petit Inachidos limina? Ne futuat.
Cur Lacedaemonio luteum ceromate corpus
perfundit gelida Virgine? Ne futuat.
Cum sic feminei generis contagia vitet,
cur lingit cunnum Lattara? Ne futuat.

Per non scopare

Perché Lattara evita tutti i bagni pubblici tanto amati


da frotte di ragazze? Per non scopare.
E perché non passeggia indolente all'ombra del portico di Pompeo,
e non desidera entrare nella casa di Giunone? Per non scopare.
Perché si lava il corpo nella gelida acqua Vergine
rimuovendo il giallo unguento Spartano? Per non scopare.
Poiché evita con tanta attenzione il contatto col genere femminile,
perché Lattara lecca la fica? Per non scopare.

Inachis, chidos: Inachide (figlia di Inaco), cioè Io; Io era una sacerdotessa di Era, la moglie di
Giove, nota nella mitologia romana col nome di Giunone e quindi la casa di Inachide, ossia di Io,
era il tempio di Era o Giunone.
Lacedaemon, monis: Lacedemone, città del Peloponneso, nota come Sparta.
Epigrammaton Liber XI carmen 60

Sit Phlogis an Chione Veneri magis apta, requiris?


Pulchrior est Chione; sed Phlogis ulcus habet,
ulcus habet Priami quod tendere possit alutam
quodque senem Pelian non sinat esse senem,
ulcus habet quod habere suam vult quisque puellam,
quod sanare Criton, non quod Hygia potest:
at Chione non sentit opus nec vocibus ullis
adiuvat, absentem marmoreamve putes.
Exorare, dei, si vos tam magna liceret
et bona velletis tam pretiosa dare,
hoc quod habet Chione corpus faceretis haberet
ut Phlogis, et Chione quod Phlogis ulcus habet.

Tu mi chiedi se sia Phlogis o Chione la più adatta ai giochi erotici?


Chione è la più bella; ma Phlogis ha una gran voglia,
una voglia che potrebbe far tendere la pelle floscia dei testicoli d'un Priapo
e che consentirebbe al vecchio Pelia di non esser più vecchio,
una voglia che chiunque vorrebbe che la sua amata avesse,
che un dottore può guarire, ma che la dea della salute Higeia non può:
al contrario Chione non percepisce il bisogno né t'incoraggia con una qualunque
frase, tanto che potresti pensare che sia da un'altra parte o magari di marmo.
Se fosse permesso, o dei, implorarvi di concedere un così gran dono
e desideraste accordare favori tanto preziosi,
che voi allora possiate consentire che Phlogis abbia il corpo
di Chione, e che Chione abbia la voglia di Phlogis.

Criton,onis: Critone, dottore maschio, che può esaudire quindi le voglie di una donna in quanto
maschio;
Hygia, ae: Higeia, dea della salute, che però, essendo femmina, non può soddisfare le voglie di
una donna; ovviamente Marziale non concepiva l'amore lesbico;

Epigrammaton Liber XI carmen 63

Spectas nos, Philomuse, cum lavamur,


et quare mihi tam mutuniati
sint leves pueri, subinde quaeris.
Dicam simpliciter tibi roganti:
pedicant, Philomuse, curiosos.
Ci osservi, Filomuso, mentre ci laviamo,
e ripetutamente domandi perché maschietti
imberbi così ben dotati mi accompagnino.
Risponderò con franchezza alle tue domande:
si inculano i curiosi, Filomuso.

Epigrammaton Liber XI carmen 71

Hystericam vetulo se dixerat esse marito


et queritur futui Leda necesse sibi;
sed flens atque gemens tanti negat esse salutem
seque refert potius proposuisse mori.
Vir rogat, ut vivat virides nec deserat annos,
et fieri, quod iam non facit ipse, sinit.
Protinus accedunt medici medicaeque recedunt,
tollunturque pedes. O medicina gravis!

Leda aveva detto all'attempatello marito d'esser isterica


e ora si rammarica per il suo bisogno d'una scopata;
eppur tra pianti e gemiti nega che la sua salute valga tanto
e ripete d'aver intenzione piuttosto di morire.
L'uomo chiede che viva e che non abbandoni i verdi anni, e così
acconsente che sia fatto quel che lui ormai non è più in grado di fare.
All'istante, mentre le guaritrici si ritirano, arrivano i guaritori,
e le aprono le gambe. Ah, la penosa e faticosa via della guarigione.

tolluntur pedes: le sollevano i piedi;

Epigrammaton Liber XI carmen 77

In omnibus Vacerra quod conclavibus


consumit horas et die toto sedet,
cenaturit Vacerra, non cacaturit.

Vacerra passa ore ed ore in tutte le latrine


pubbliche e resta seduto l'intero giorno, ma Vacerra
desidera un invito a pranzo, non gli scappa di cacare.
Epigrammaton Liber XI carmen 99

De cathedra quotiens surgis - iam saepe notavi -


pedicant miserae, Lesbia, te tunicae.
Quas cum conata es dextra, conata sinistra
vellere, cum lacrimis eximis et gemitu:
sic constringuntur gemina Symplegade culi
et nimias intrant cyaneasque natis.
Emendare cupis vitium deforme? Docebo:
Lesbia, nec surgas censeo, nec sedeas.

Ogni volta che ti alzi dalla poltroncina - già l'ho notato spesso -
le tue infelici tuniche ti s'infilano tra le chiappe, Lesbia.
Quando poi aiutandoti con la destra e con la sinistra cerchi
di liberarti, tra lacrime e gemiti le strappi via:
tanto le vesti strizzano la coppia di meloni del tuo culone
e penetrano quelle natiche esagerate che vi si richiudono sopra.
Desideri correggere questo sgradevole difetto? Te l'insegnerò:
Tu, Lesbia, non devi mai pensare di alzarti, né di sederti.

tunica, ae: veste di donne e uomini romani, con maniche corte, portato immediatamente sulla
pelle, sopra cui per uscire gli uomini indossavano la toga e le donne la stola o la palla;
Cathedra, ae: sedia, specialmente sedia munita di bracciuoli e di uno sgabello imbottito usato
dalle matrone romane, poltrona;
Symplegas, gadis: Simplegade; le Simplegadi sono due isolette rocciose allo sbocco del Bosforo
Tracio, dette anche Cyaneae, le quali, secondo il mito, si urtavano continuamente e sfracellavano
chiunque passasse tra loro, finché dopo la felice traversata della nave Argo, divennero immobili;
ora sono le isolette Urek e Jaki;

Epigrammaton Liber XII carmen 35

Tamquam simpliciter mecum, Callistrate, vivas,


Dicere percisum te mihi saepe soles.
Non es tam simplex, quam vis, Callistrate, credi.
Nam quisquis narrat talia, plura tacet.

La schiettezza di Callistrato

Quasi vivessi con me con estremo candore, Callistrato,


suoli dirmi che spesso vien compiuta la sodomia su di te.
Non sei così candido come vorresti apparire, Callistrato.
Infatti chiunque racconti tali cose, molte altre ne tace.
In XII.42 il barbuto Callistrato sposa il severo Afro assumendo nella coppia il ruolo femminile.
tacet: non può parlare avendo un pene in bocca.

Epigrammaton Liber XII carmen 75

Festinat Polytimus ad puellas;


Invitus puerum fatetur Hypnus;
Pastas glande natis habet Secundus;
Mollis Dindymus est, sed esse non vult;
5 Amphion potuit puella nasci.
Horum delicias superbiamque
Et fastus querulos, Avite, malo,
Quam dotis mihi quinquies ducena.

Politimo corre dietro le ragazze;


Ipno controvoglia ammette di esser un maschietto;
Secondo ha natiche nutrite con ghiande;
Dindimo è effeminato, ma desidererebbe non esserlo;
5 Amfione avrebbe potuto nascer fanciulla.
preferisco i loro favori ed altezzosità,
ed anche la loro lamentosa arroganza, o Avito,
al ricever un dono di cinque volte duecentomila sesterzi.

3] Pastas glande natis habet Secundus: Secondo ha natiche nutrite con ghiande. La ghianda
(glans, glandis) è una metafora per il glande del pene, volgarmente e popolarmente noto come
cappella; quindi Secondo nutriva le proprie natiche di cappelle, o, in altre parole, era
giornalmente sodomizzato.

Epigrammaton Liber XII carmen 77

Multis dum precibus Iovem salutat


stans summos resupinus usque in ungues
Aethon in Capitolio pepedit.
Riserunt homines, sed ipse divom
offensus genitor, trinoctiali
adfecit domicenio clientem.
Post hoc flagitium misellus Aethon,
cum vult in Capitolium venire,
sellas ante petit Paterclianas
et pedit deciesque viciesque.
Sed quamvis sibi caverit crepando,
compressis natibus Iovem salutat.

Nel mentre che con veementi suppliche invocava Giove


sistemato faccia all'insù appena sotto le unghie del dio
Etone sparò una scorreggia nel Campidoglio.
I presenti risero, ma il dio padre si offese,
e ordinò al cliente di mangiare in casa per tre giorni.
Dopo questa vergogna quel poveretto di Etone,
quando desidera andare sul Campidoglio,
preferisce prima sedersi ai cessi di Paterclio
e tirare almeno dieci o venti correggie.
Ma sebbene crepitando abbia preso le sue precauzioni,
ora rende omaggio a Giove tenendo le chiappe ben strette.

Carmen Priapea 7

Cum loquor, una mihi peccatur littera; nam T(e)


P(e) dico semper blaesaque lingua mihi est.

Il priapo bleso

Quando parlo, con una lettera mi sbaglio; invece di T(e)


io P(e)-dico sempre, ma è la mia lingua blesa.

Un divertente gioco di parole: tenendo presente che per pronunciare T e P i romani dicevano Te
e Pe mentre oggi noi diciamo Ti e Pi, per dirci che scambia la T con la P il Priapo afferma:
Nam T(e) P(e) Dico Semper: invece di T(e) io dico sempre P(e),
ma contemporaneamente afferma anche:
Nam Te Pedico Semper: dal momento che io sempre ti inculo;
un lapsus linguae che ha qualcosa di freudiano: il priapo a causa del difetto di pronuncia ci svela
lo scopo della sua esistenza: sodomizzare sempre; e nella conclusione, quasi a scusarsi, sembra
voler suggerire che la sua ineluttabile propensione naturale sia semplicemente il frutto del suo
difetto linguistico.
blaesus, blaesi: bleso: avere un difetto di pronuncia, pronunciare confusamente alcune
consonanti.

Carmen Priapea 11

Ne prendare, cave, prenso nec fuste nocebo,


saeva nec incurva vulnera falce dabo:
traiectus conto sic extendere pedali,
ut culum rugam non habuisse putes.

Attento, ch'io non (ti) prenda! Se (ti) prendo non farò male col bastone,
né infliggerò crudeli ferite col falcetto ricurvo:
infilzato dal (mio) palo lungo un piede sarai così allargato,
da poter credere di non avere più rughe sul buco del culo.

Carmen Priapea 13

Percidere puer, moneo: futuere puella:


barbatum furem tertia poena manet.

Io vi avviso, tu ragazzo sarai inculato: tu ragazza fottuta:


per il furtivo ladruncolo barbuto rimane la terza pena.

la terza pena: si riferisce alla irrumatio, la penetrazione del pene nella bocca.
Barbatum: con la barba, per indicare genericamente un uomo adulto, distinguendolo dal giovane,
per il quale prevede la prima pena.

Carmen Priapea 17

Quid mecum tibi, circitor moleste?


ad me quid prohibes venire furem?
accedat, sine: laxior redibit.

Il guardiano molesto

Cosa vuoi da me, fastidioso sorvegliante?


Perché impedisci al ladruncolo di venire a me?
Che entri, senza difficoltà: tornerà indietro più rilassato.

Carmen Priapea 22

Femina si furtum faciet mihi virve puerve,


haec cunnum, caput hic praebeat, ille nates.

Se una femmina mi deruberà o se lo farà un uomo o un ragazzo,


Questa mi metterà a disposizione la fica, questo la testa, quello le natiche.

Carmen Priapea 29

Obscaenis, peream, Priape, si non


uti me pudet inprobisque verbis.
sed cum tu posito deus pudore
ostendas mihi coleos patentes,
cum cunno mihi mentula est vocanda.

Ch'io potessi morire, Priapo, se non dovessi


vergognarmi di usar parole oscene e immorali.
Ma quando tu, un dio, deposto ogni pudore,
mi mostri i (tuoi) coglioni rigonfi,
a me non resta che invocare fica e cazzo.

cum cunno mihi mentula est vocanda: allora devo chiamare a me fica e cazzo.

Carmen Priapea 31

Donec proterva nil mei manu carpes,


licebit ipsa sis pudicior Vesta.
sin, haec mei te ventris arma laxabunt,
exire ut ipsa de tuo queas culo.

Finché l'impudente mano non deprederà qualcosa di mio,


ti sarà concesso restar più pudica di Vesta stessa.
In caso contrario, quest'arma del mio ventre ti allargherà,
tanto che tu stessa sarai in grado di uscir dal tuo culo.

La punizione del Priapo non è quella canonica, che per la donna è la penetrazione vaginale;
Scioppius (XVII secolo) sostituiva culo con cunno.

Carmen Priapea 33

Naidas antiqui Dryadasque habuere Priapi,


Et quo tenta dei vena subiret, erat
Nunc adeo nihil est, adeo mea plena libido est,
Ut Nymphas omnis interiisse putem.
Turpe quidem factu, sed ne tentigine rumpar,
Falce mihi posita fiet amica manus.

Gli antichi Priapi erano allietati da Naiadi e Driadi


e dove il manico del dio vedeva una fessura, lì si ficcava.
Oggi più nulla posso violentare, nulla che il mio gonfio desiderio possa possedere,
tanto che mi vien da pensare che tutte le Ninfe sian state sterminate.
Sì, lo so, è una cosa ignobile, ma onde non fiaccar la mia dissolutezza,
deposta la falce con la mano amica ora mi farò una sega.

Il Priapo rimpiage la licenziosità dei tempi antichi; probabilmente viveva ai tempi della
moralizzazione dei costumi voluta da Ottaviano Augusto.
Nais Naidis, Nais Naidos: Naiade, ninfa delle acque.
Dryas, Dryadis: Driade, ninfa dei boschi.
Turpe quidem factu: è un fatto certamente disgustoso.
mihi fiet amica manus: la mano mi sarà amica.

Carmen Priapea 41

Quisquis venerit huc, poeta fiat


et versus mihi dedicet iocosos.
qui non fecerit, inter eruditos
ficosissimus ambulet poetas.

Dedica

Chiunque giunga qui, si faccia poeta


e mi dedichi spassosi versi.
Chi non dovesse farlo, vada tra eruditi poeti
a passeggiare con emorroidi grosse (come fichi).

ficus, fici: fico ma anche emorroidi;


ficosissimus: superlativo di ficosus; vedi anche I.65 e VII.71;
Le emorroidi erano considerate un problema tipico degli omosessuali che avevano rapporti anali
(cinaedus, pathicus); quindi è sottinteso che colui che si fosse recato a passeggiare tra gli eruditi
poeti sarebbe stato prima sodomizzato, presumibilmente dal priapo stesso, per un tempo
sufficiente a fargli venire le emorroidi.

Carmen Priapea 54
CD si scribas temonemque insuper addas,
qui medium volt te scindere, pictus erit.

Rebus

Se scrivi CD e aggiungi in alto un'asta,


(quello) che desidera aprirti in due, (lo) disegnerai.

un'asta aggiunta superiormente alle lettere C e D potrebbe essere interpretata come: CID

Carmen Priapea 56

Derides quoque, fur, et impudicum


ostendis digitum mihi minanti?
eheu me miserum, quod ista lignum est,
quae me terribilem facit videri.
mandabo domino tamen salaci,
ut pro me velit irrumare fures.

Il dito medio

Ed in aggiunta (tu), ladro, mi deridi ed alle mie minacce


esibisci l'impudico dito (medio)?
Ah me infelice! Ahimé, giacché questo, che mi rende
tanto spaventoso allo sguardo, è (sol) legno.
Ma raccomanderò al libidinoso signore (padrone di questo campo),
che si prenda il piacere di fottere in bocca i ladri al mio posto.

quoque...: ed in aggiunta (ad aver derubato il mio campo tu)...;


impudicum digitum: il dito impudico, svergognato: il dito medio.

Carmen Priapea 63

Parum est mihi quod hic fixi † sedem,


agente terra per caniculam rimas
siticulosam sustinemus aestatem;
parum, quod hiemis perflu(u)nt sinus imbres
5 et in capillos grandines cadunt nostros
rigetque dura barba vincta crystallo;
parum, quod acta sub laboribus luce
parem diebus pervigil traho noctem.
huc adde, quod me (de rudi vilem) fuste
10 manus sine arte rusticae dolaverunt,
interque cunctos ultimum deos numen
cucurbitarum ligneus vocor custos.
accedit istis impudentiae signum,
libidinoso tenta pyramis nervo.
15 ad hanc puella - paene nomen adieci -
solet venire cum suo fututore,
quae tot figuras, quas Philaenis enarrat,
non † inventis pruriosa discedit.

Fatiche di Priapo

È per me poca cosa dimorare qui immobile,


dove la terra si crepa per la canicola
sopportando l'arida siccità estiva;
è poca cosa che le piogge invernali mi scorrano addosso curvandomi
5 e che cada la grandine sui miei capelli
ed anche che la ruvida barba si indurisca imprigionata dal ghiaccio;
poco che, dopo aver lavorato con la luce,
come di giorno sia costretto a vigilar (anche) la notte.
A questo, aggiungi che le mani d'un inesperto contadino
10 mi sbozzarono da un rozzo tronco di nessun valore,
e che, ultimo degli dei tra tutte le divinità,
vengo chiamato il ligneo custode delle zucche.
Aggiungi a tutto ciò il simbolo dell'impudenza,
la piramide saldamente tirata su dal libidinoso nervo virile.
15 A questo una ragazzotta - quasi (ne) aggiungerei il nome -
suol venire accompagnata da quello che se la fotte,
la quale se non riprova (su di me) tutte le posizioni descritte da Fileni,
se ne va per la sua strada con un insaziato desiderio.

Carmen Priapea 64

Quidam mollior anseris medulla


furatum venit huc amore poenae:
furetur licet usque, non videbo.

Il molle desiderio d'espiazione

Un certo tizio più sfranto di qualunque checca


vien qui a rubare per desiderio della pena:
che rubi pure quanto vuole, io non vedrò.
mollior anseris medulla: più molle del midollo d'oca; gli effeminati molto spesso erano riferiti
usando il termine molle (Marziale, Orazio): Agg. mollis, mollis, molle; il suo uso non fa'
necessariamente riferimento alla sfera sessuale ma solo al loro essere effeminati.

Carmen Priapea 69

Cum fici tibi suavitas subibit


et iam porrigere huc manum libebit,
ad me respice, fur, et aestimato,
quot pondo est tibi mentulam cacandum.

Valutazioni

Se per caso la delizia del fico ti attraesse


ed ora tu avessi piacere di allungare la mano su questo luogo,
dammi prima un'occhiata, ladro, e valuta attentamente,
quanto pesa il cazzo che ti toccherà cacare.

Carmen Priapea 95
Q. Orazio Flacco, Sermo I.VIII
Gli esorcismi di Sagana e Canidia

Plauto - Fragmenta: Nervolaria - da Aulo Gellio in Noctes Atticae III.3.6

III.3.6
Favorinus quoque noster, cum Nervulariam Plauti legerem, quae inter incertas habita est, et
audisset ex ea comoedia versum hunc:
scrattae, scrupedae, strittivillae, sordidae,
delectatus faceta verborum antiquitate meretricum vitia atque deformitates significantium:
"vel unus hercle" inquit "hic versus Plauti esse hanc fabulam satis potest fidei fecisse".

scrattae, scrupedae, strictivillae, sordidae

Il nostro Favorino, mentr'ero intento a leggere La Nervolaria di Plauto, che è fra le commedie
ritenute incerte (nell'essergli attribuite), avendo udito questo verso:
"avanzano, frivole e sprezzanti, ancheggianti e traballanti, nella città severe e miserande",
deliziato dall'arguzia di quelle antiche parole così espressive dei vizi e dei difetti delle prostitute,
soggiunse:
"Per Ercole unico e possente! Basta questo sol verso per poter onestamente credere che questa
favola sia di Plauto!"

scrattae, scrupedae, strictivillae, sordidae:


Ap. Varronem: scrantiae, scrupedae, stritabillae, tantalae;
Ap. Festum: scraptae;
Ap. Nonium: scraptae, scrupedae, strictivillae, sordidae;
Regius: scrattae, scrupedae, strittivillae, sordidae;
Tertius: stracte strupe destrati nilbe sordidae;
In antiquiss. cod. Nonii: estrate crupedae strictibellae sordidae;

scrattae: nugatoriae ac despiciendae mulieres;


scrupeda, ae: zoppicare, traballare, camminare barcollando; camminare dinoccolato; quae egre
admodum incedunt quasi lapillos et scrupos pedibus premerent: che avanzano in modo
estremamente incerto, quasi camminassero sul pietrame, poggiando i piedi con apprensione e con
tormento;
strictivillae: strictus + villae;
strictus: ben fisso, ben saldo, sorvegliato, rigido, severo, teso.

Il Pinolo

Giovenale, Marziale ed altri: la vita nell'urbe.


Alcuni aspetti della vita nell'Urbe per il popolo romano che viveva nelle strade e nelle pericolose insulae:

 I rumori notturni di Roma


o Marziale epigramma IX.68 Il maestro di scuola
o Marziale epigramma X.74 Oh, Roma, fammi dormire
o Marziale epigramma XII.57 A Sparso
o Giovenale satira III.232-238 I rumori della notte
 la casa di Marziale
o Marziale epigramma I.108 Al Domino Gallo
o Marziale epigramma I.117 A Luperco
o Marziale epigramma V.22 Al Domino Paolo
 Vivere nell'insula - le case
o Marziale epigramma I.86 Novio, il vicino di casa
 L'incredibile caos delle zone popolari di Roma - la suburra
o Giovenale satira III.239-267 I pericoli di Roma durante il giorno
o Giovenale satira III.268-314 I pericoli di Roma durante la notte
o Seneca liber VI epistula 56.1-6 I rumori nella casa sopra le terme
o Marziale epigramma V.22 Al Domino Paolo
 I dottori
o Marziale epigramma I.30 Diaulo, il becchino
o Marziale epigramma I.47 Diaulo, il becchino
o Marziale epigramma V.9 Simmaco ed i suoi discepoli
o Marziale epigramma VI.53 L' incubo di Andragora
o Marziale epigramma VI. 70 La vita non è esser vivi, ma star bene
o Marziale epigramma VIII.74 L'oculista gladiatore
o Marziale epigramma IX.96 Erode
 I maestri di scuola
o Marziale epigramma IX.68 Il maestro di scuola
o Marziale epigramma V.84
o Marziale epigramma IX.29
o Marziale epigramma X.62 Vacanze estive
o Marziale epigramma XII.57

Marziale
Marco Valerio Marziale (Marcus Valerius Martialis) (Augusta Bilbilis oggi Calatayud, Spagna
tra 38 e 41 d.C. - stesso luogo tra 102 e 104 d.C.), fu un poeta latino noto per i suoi epigrammi,
brevi poemetti satirici in cui con arguzia dissacrante prendeva di mira la vita cittadina e le attività
scandalose che vi si svolgevano spesso criticando la società romana; era il poeta della città, e
dalla vita cittadina traeva temi ed ispirazione; racconta la vita di tutti i giorni, degli anonimi
cittadini dell'Urbe Caput Mundi e della vita della gente esplora ogni aspetto, ogni sentimento,
ogni aneddoto, ogni fatto; fu uno dei pochi scrittori latini a dedicare alcuni componimenti a degli
schiavi, normalmente completamente ignorati e che pure nella società romana rappresentavano la
maggioranza della popolazione.
Completata la sua educazione si recò a Roma nel 64 d.C. e qui conobbe la notorietà potendosi
assicurare i favori degli Imperatori Tito (dal 79 all'81) e Domiziano (dall'81 al 96); condusse una
vita bohemienne, al servizio di diversi padroni come cliente (cliens) e sebbene scrittore
famosissimo e molto letto non raggiunse mai quel benessere economico che gli consentisse
un’autonomia finanziaria, dovendo sempre dipendere da qualche padrone per avere del denaro,
mangiare e vestirsi.
Fu amico dei maggiori poeti del tempo, Plinio il Vecchio, Quintiliano e Giovenale mentre non
ebbe alcun rapporto con Stazio, un poeta epico piuttosto distante dalla sua poesia.

Il suo primo libro fu il Liber Spectaculorum, in occasione dell’apertura del Colosseo sotto Tito.
Con Domiziano imperatore creò 10 dei dodici libri di epigrammi; alla morte di Domiziano si
conclude la dinastia Flavia e comincia con il breve principato di Nerva (96-98) il periodo degli
Imperatori adottivi; nel 96 produce l’undicesimo libro sotto Nerva; con Traiano nel 98 la
situazione per lui cambiò ed avendo apparentemente delle difficoltà economiche ormai
insostenibili decise di tornare in Spagna ove, poco prima di morire, e soffrendo la mancanza
della vita sociale e culturale di Roma, realizzò il suo ultimo libro di epigrammi.
Gli epigrammi con Marziale acquistano numerose sfumature, deviando dal classico utilizzo
commemorativo per i defunti proprio della cultura greca, ed assumendo aspetti ironici, grotteschi
e satirici, esaltati dal cambiamento repentino assunto spesso nei finali delle composizioni.
In gran parte dei suoi epigrammi utilizza una metrica distico elegiaca.
Biblioteca Augustana - tutte le opere di Marziale in Latino.

Tertullian - Early Church Fathers Traduzione inglese di una gran parte degli epigrammi di
Marziale.

Giovenale
Decimo Giunio Giovenale (Decimus Iunius Iuvenalis) (Aquino, Lazio intorno al 55 d.C., Roma
dopo il 127 d.C.) fu un poeta satirico romano. Di lui ci restano 16 satire, l'ultima incompleta.

Giovenale - Satire - testo completo in latino


Juvenal - Satire - traduzione inglese

[traduzioni: fmsacca]
Non sono un latinista quindi perdonate i numerosi errori che sicuramente ho fatto.

i rumori notturni nell'antica Roma

Nel 45 a.C. Giulio Cesare promulgò la lex Julia Municipalis, che proibiva il transito dei carri all'interno
delle mura durante il giorno; se questo migliorò la situazione della circolazione diurna, di contro la notte
il rumore impediva a molti di dormire; solo chi abitava nelle ricche domus poteva godere della quiete
notturna.

Martialis Epigrammaton IX.68

1 Quid tibi nobiscum est, ludi scelerate magister,


Invisum pueris virginibusque caput?
Nondum cristati rupere silentia galli:
Murmure iam saevo verberibusque tonas.
5 Tam grave percussis incudibus aera resultant,
Causidicum medio cum faber aptat equo;
Mitior in magno clamor furit amphitheatro,
Vincenti parmae cum sua turba favet.
Vicini somnum - non tota nocte - rogamus:
10 Nam vigilare leve est, pervigilare grave est.
Discipulos dimitte tuos. Vis, garrule, quantum
Accipis ut clames, accipere ut taceas?
Marziale IX.68 - il maestro di scuola

1 Cos'hai a che fare con me, insensato maestro,


omuncolo inviso a bambini e fanciulle?
I crestati galli ancor non hanno rotto il silenzio
e di già tu sussurri feroce e fai risonar le bacchettate.
5 Così esasperante il metallo riecheggia sull'incudine percossa,
mentre il fabbro adatta al cavallo (la statua dell') avvocato Causidico;
più moderato (giunge) il gran clamore dall'anfiteatro in delirio,
quando l'eccitata folla acclama il suo (prediletto) vittorioso.
Qui, il vicinato, vorrebbe - non tutta la notte - dormire:
10 ché vegliare è piacevole, ma farlo per l'intera notte è faticoso.
Congeda i tuoi alunni. Quel che prendi per i tuoi proclami,
fastidioso chiaccherone, lo prenderai per tacere?

Si percepisce l'antipatia che Marziale ha per i maestri di scuola; in realtà i veri rumori potevano
essere il fabbro che batteva il ferro per modellarlo od anche il clamore della folla che assisteva
allo spettacolo nell'Anfiteatro Flavio, che distava 2000 metri dalla casa di Marziale; il fastidio
per il maestro era più psicologico che reale.
1] Quid tibi nobiscum est: cosa vuoi da me; Ovidio aveva già usato una frase simile: Quid mihi
vobiscum est.
2] Caput: letteralmente testa; da intendersi come persona, creatura, individuo.
6] Adatta l'avvocato al cavallo; un piccolo scherno per i monumenti equestri agli avvocati; vedi
anche Giovenale VII.128.
11-12] Vis...accipere: accetterai.

Martialis Epigrammaton X.74

1 Iam parce lasso, Roma, gratulatori,


Lasso clienti. Quamdiu salutator
Anteambulones et togatulos inter
Centum merebor plumbeos die toto,
5 Cum Scorpus una quindecim graves hora
Ferventis auri victor auferat saccos?
Non ego meorum praemium libellorum
- Quid enim merentur? - Apulos velim campos:
Non Hybla, non me spicifer capit Nilus,
10 Nec quae paludes delicata Pomptinas
Ex arce clivi spectat uva Setini.
Quid concupiscam quaeris ergo? Dormire.

Marziale X.74 - Oh Roma, fammi dormire

1 Ora, o Roma, abbi pietà per uno stanco cliente, grato,


ma esausto. Per quanto ancora dovrò salutare mescolato
a servi accompagnatori e ad insignificanti clienti
per racimolare cento monete di piombo in un intero giorno,
5 quando Scorpo in una sola ora, se vince, rimedia
quindici sonanti sacchi di scintillante oro?
A premio dei miei libretti - cosa contano in fondo? -
non (desidero) i campi della Apulia,
non Ibla, e neanche i cereali portati dal Nilo,
10 né quella dolce uva che dagl'impervi declivi
setini guarda alle paludi pontine.
Cosa dunque ardentemete desidero (mi) chiedi? Dormire.

2] salutator: si riferisce alla salutatio matutina rivolta dai clientes al loro patronus;
3] anteambulones: schiavi che precedevano il padrone per pulirgli la strada; vedi anche John
Murray, A Dictionary of Greek and Roman Antiquities, London 1875 - anteambulones;
8] Apulia: Puglia;
9] Ibla: una colonia greca in Sicilia;
11] setini: in italiano setini, abitanti di Sezze (Setia).

Martialis Epigrammaton XII.57

1 Cur saepe sicci parva rura Nomenti


Laremque villae sordidum petam, quaeris?
Nec cogitandi, Sparse, nec quiescendi
In urbe locus est pauperi. Negant vitam
5 Ludi magistri mane, nocte pistores,
Aerariorum marculi die toto;
Hinc otiosus sordidam quatit mensam
Neroniana nummularius massa,
Illinc balucis malleator Hispanae
10 Tritum nitenti fuste verberat saxum;
Nec turba cessat entheata Bellonae,
Nec fasciato naufragus loquax trunco,
A matre doctus nec rogare Iudaeus,
Nec sulphuratae lippus institor mercis.
15 Numerare pigri damna quis potest somni?
Dicet quot aera verberent manus urbis,
Cum secta Colcho Luna vapulat rhombo.
Tu, Sparse, nescis ista, nec potes scire,
Petilianis delicatus in regnis,
20 Cui plana summos despicit domus montis,
Et rus in urbe est vinitorque Romanus
Nec in Falerno colle maior autumnus,
Intraque limen latus essedo cursus,
Et in profundo somnus, et quies nullis
25 Offensa linguis, nec dies nisi admissus.
Nos transeuntis risus excitat turbae,
Et ad cubilest Roma. Taedio fessis
Dormire quotiens libuit, imus ad villam.

Marziale XII.57 - a Sparso

1 Perché, mi domandi, io mi rinchiuda nel piccolo arido podere


nomentano e desideri il sudicio focolare della mia casa di campagna?
A Roma, o Sparso, per un povero non esiste luogo né per pensare
né per riposare (in pace). La mattina i maestri di scuola,
5 la notte i fornai e per tutto il giorno
i calderai rendon la vita impossibile:
di qua l'ozioso cambiavalute scuote il
sudicio tavolo col mucchio di (monete) Neroniane,
di là il battitore pesta col lucido mazzuolo
10 la frantumata pietra aurifera di Spagna;
e non si placa la fanatica turba della dea Bellona,
e non smette di ciarlare il naufrago avvolto nelle bende,
né d'elemosinare il giudeo istruito dalla madre,
e neanche di gridar cessa il cisposo venditore ambulante di zolfanelli.
15 Chi può enumerare le interruzioni d'un indolente sonno?
Ti dirà quante mani battano in città vasi di bronzo
quando la luna tagliata (dall'eclisse) è colpita dalla magica ruota della Colchide.
Tu, Sparso, ignori questo, né puoi capirlo,
dedito ai piaceri nel confortevole palazzo di Petilia,
20 dove una sontuosa casa ti fa contemplare dall'alto la cima dei monti,
e che possiedi un terreno in Roma ed un vignaiolo romano,
ed una vendemmia non superata neanche sul colle di Falerno,
ed un ingresso alla tua casa così ampio da far passare un carro,
e che dormi in un luogo recondito, dove lingua alcuna
25 può turbar la quiete, ed il sole non è ammesso se tu non lo desideri.
Io son svegliato dal riso della folla che passa (per la strada),
e l'intera Roma è presso il mio letto. Quando son stanco
dei fastidi e desidero dormire, mi reco al mio podere.

Iuvenalis Satura III.232-238

Plurimus hic aeger moritur vigilando (sed ipsum


languorem peperit cibus inperfectus et haerens
ardenti stomacho); nam quae meritoria somnum
235 admittunt? magnis opibus dormitur in urbe.
inde caput morbi. raedarum transitus arto
vicorum in flexu et stantis convicia mandrae
eripient somnum Druso vitulisque marinis.
Giovenale Satira III.232-238 - I rumori della notte

La maggior parte degli infermi qui (in Roma) muore cercando di dormire
(ma la malattia stessa è provocata dal cibo non digerito
a causa dello stomaco febbricitante); ma chi si può concedere il
235 meritato sonno? in Roma si dorme a caro prezzo.
E così la gente si ammala. Il transito dei carri
negli stretti vicoli contorti e le imprecazioni ai buoi che non si muovono
porterebbero via il sonno al Druso e financo ad un vitello di mare.

238] il Druso: si riferisce al sonnolento imperatore Claudio (Tiberius Claudius Drusus) che
soffriva di numerosi mali (forse epilessia); la sua attitudine ad addormentarsi in ogni luogo
pubblico lo resero oggetto di scherno; vedi anche Svetonio, Vita Divi Claudi, 8 e 33;

Il caos ed i pericoli nell'Urbe

Giovenale nella satira III ci ha lasciato una divertente descrizione dell'incredibile caos che
regnava all'interno delle mura di Roma e dei tremendi pericoli che si correvano camminando per
i suoi vicoli, di giorno e di notte.
Di giorno la ressa in talune strade, come ad esempio alla Suburra, era tale che praticamente non
si poteva procedere se non spostandosi in massa, non era possibile procedere più velocemente e
al contempo la gente spingeva da dietro, tutti pressati nella ressa, le gambe piantate nel fango e
martoriate dai pestoni; oltre alla gran folla sulle strade erano numerosissimi i banchetti dei
venditori ambulanti che complicavano ulteriormente la circolazione; si capisce allora perché fu
promulgata la Lex Iulia Municipalis, che almeno toglieva dalla circolazione durante il giorno una
gran parte dei carri. Tuttavia i personaggi più influenti potevano continuare a far uso del carro e
soprattutto i carretti adibiti al trasporto del materiale per la costruzione dei templi e di ogni
edificio sacro potevano circolare anche di giorno; permanevano quindi sulle strade trasporti di
grossi carichi ad esempio di legname o di pietre da costruzione. Poteva allora accadere qualche
incidente e chi moriva ad esempio sotto ad un carico di marmo rovesciatosi da un carro avrebbe
potuto financo rimaner insepolto.
Di notte poi i pericoli aumentavano: dalle finestre piovevano vasi e vassoi rotti che potevano
cogliere sulla testa i passanti al punto che prima di uscire la sera era cosa saggia secondo
Giovenale far testamento e si doveva sperare di ricevere sulla testa solo il contenuto dei catini; il
sistema delle fognature non arrivava ai piani superiori e quindi veniva tutto raccolto in catini; se
pure era proibito vuotarli dalle finestre, pure molti facevano così per evitare di dover fare le
scale. Ma il rischio principale era quello di venir coinvolti da una rissa con qualche ubriaco
attaccabrighe, alla cui furia, simil a quella del pelìde Achille alla notizia della morte del suo più
caro amico Patroclo, era solitamente difficile sottrarsi. Ed ancora le risse erano il meno in quanto
poteva facilmente accadere di esser rapinati e di ricevere a tradimento una coltellata; infatti
periodicamente le guardie armate presidiavano le zone fuori Roma frequentate da bande di
ladroni e così tutti i criminali che trovavano rifugio nella palude pontina e nella pineta gallenaria
si riversavano a Roma, quasi fosse una riserva di caccia, e Giovenale invidia allora gli antichi
tempi dei Re, quando per Roma era sufficiente un sol carcere.

Marzialis Epigrammaton V.22

nei versi 5-9 scrive:

[...]
devo superare l'alto sentiero scosceso della Suburra
e le pietre (del selciato) sudicie di passi mai asciutti,
e a stento mi è concesso di spezzare le lunghe file di muli
e superare i blocchi di marmo che vedi trascinare con molte funi. [...]

epigramma completo

Iuvenalis Satura III.239-267

si vocat officium, turba cedente vehetur


240 dives et ingenti curret super ora Liburna
atque obiter leget aut scribet vel dormiet intus;
namque facit somnum clausa lectica fenestra.
ante tamen veniet: nobis properantibus obstat
unda prior, magno populus premit agmine lumbos
245 qui sequitur; ferit hic cubito, ferit assere duro
alter, at hic tignum capiti incutit, ille metretam.
pinguia crura luto, planta mox undique magna
calcor, et in digito clavus mihi militis haeret.
Nonne vides quanto celebretur sportula fumo?
250 centum convivae, sequitur sua quemque culina.
Corbulo vix ferret tot vasa ingentia, tot res
inpositas capiti, quas recto vertice portat
servulus infelix et cursu ventilat ignem.
scinduntur tunicae sartae modo, longa coruscat
255 serraco veniente abies, atque altera pinum
plaustra vehunt; nutant alte populoque minantur.
nam si procubuit qui saxa Ligustica portat
axis et eversum fudit super agmina montem,
quid superest de corporibus? quis membra, quis ossa
260 invenit? obtritum volgi perit omne cadaver
more animae. domus interea secura patellas
iam lavat et bucca foculum excitat et sonat unctis
striglibus et pleno componit lintea guto.
haec inter pueros varie properantur, at ille
265 iam sedet in ripa taetrumque novicius horret
porthmea nec sperat caenosi gurgitis alnum
infelix nec habet quem porrigat ore trientem.

Giovenale Satira III.239-267 - Il caos ed i pericoli di Roma. Il giorno

Quando il ricco è chiamato (a svolgere) i suoi obblighi, la folla (gli) cede


240 il passo e la smisurata liburna corre sopra le teste
e nel frattempo all'interno (egli) legge o scrive od anche dorme;
poiché la lettiga con la tenda chiusa induce il sonno.
Nondimeno arriverà prima: a me l'onda della folla che mi precede
impedisce d'andar velocemente, e l'intero popolo radunato
245 che segue mi pressa sui lombi; uno mi dà una gomitata, un altro mi ferisce
con la dura sbarra (della portantina), questo mi colpisce alla testa con una trave, e quell'altro con
un'anfora.
I piedi (rimangon) piantati nel fango, ed in un istante enormi suole mi calpestan da ogni lato,
ed un soldato mi pianta saldamente nel dito (del piede) il chiodo (della sua calzatura).
Non vedi che gran fumo per ricevere la sportula?
250 Cento convitati, e ognuno col suo proprio supporto per la cucina.
Lo stesso Corbulo sosterrebbe a stento sul capo il peso di così tanti vasi
enormi, e di tutti quegli arnesi posti sulla testa, che quel giovane sfortunato
schiavetto trasporta col capo eretto mentre anche corre a ravvivare il fuoco.
Le tuniche appena rammendate si strappano a pezzi, scuotendo il carro
255 avanza un lungo abete, e su un altro carretto vien portato un pino;
oscillano da quell'altezza e (intanto) minacciano la gente.
Se poi l'asse (di quella biga) che sostiene quel marmo ligure cedesse
e rovesciasse (il suo carico) spandendolo (sulla folla) come un fiume (sparge l'acqua) dal monte,
cosa (mai) resterebbe dei corpi? Chi sarebbe capace di ritrovar le membra? Chi rintraccerebbe le
260 ossa (stesse dei malcapitati)? Il cadavere del poveraccio spappolato e calpestato si disperde
in ogni dove
nello stesso modo del suo soffio vitale. Nel frattempo nella (sua) casa tranquillamente (servi e
familiari) di già lavano i piatti
e ravvivano il fuoco soffiandovi sopra mentre i raschietti stridono sull'untuosa mensa e riempite
le ampolle vi si predispongono le coperture di lino.
Questi preparativi sono velocemente eseguiti dai ragazzi, mentre quel poveraccio
265 di già siede sulla riva (dell'Acheronte) e da novizio è terrorizzato dall'infame
traghettatore (Caronte) sventurato per non poter sperare sulla sua barca di betulla onde passare
quei
furiosi gorghi fangosi, non potendo porgere dalla sua bocca l'obolo (per il transito).

240] Liburna: veloce nave da guerra diffusasi nel I secolo a.C.; ...il poeta visionario immagina
forse la lettiga che vola sopra le teste come una veloce nave da guerra (?).
249] Sportula: Cibo o denaro offerto dal Patronus ai suoi clientes nella Salutatio Matutina.
250] Centum convivae... : cento clienti, ognuno con appresso uno o più schiavi che trasportano
fornelli e fuochi per mantenere in caldo il cibo che il patronus elargisce.
251] Corbulo: Generale dell'esercito romano sotto Claudio e Nerone famoso per la sua possenza
fisica. Guidò vittoriosamente la guerra contro i Parti dal 55 al 63 d.C. e si uccise per ordine di
Nerone nel 67.
254] Serraco: serracum o sarracum, carro agricolo dotato di ruote pesanti e con pareti laterali e
posteriore.
255] Plaustra: carretto agricolo a due ruote.
257] saxa Ligustica: Marmo Ligure - ovvero il marmo Lunense; Luni apparteneva alla Liguria
prima di essere incorporata nell'Etruria sotto Augusto.
261] Anima: è il soffio vitale o soffio di vento. Invece Animus è l'animo cogitante. Cic. 283, 6
inter animam et animum et spiritum et mentem hoc interest, quod anima, qua vivimus, animus,
quo regimur, spiritus, quo spiramus; mens qualitas est aut bona aut mala, quae ad cogitationem
potest referri. Non. 689 L. animus est quo sapimus, anima qua vivimus.
261] patella: piccolo vassoio di forma piatta utilizzata per cuocere o servire gli alimenti.
263] striglibus: strigile - raschietto a lama ricurva utilizzato per raschiar via l'unto.
263] guto] ampolla di vetro col collo stretto utilizzata per olio o vino od altri liquidi.
267] Solo i morti che ricevevano gli adeguati rituali funebri, tra i quali spesso, ma in effetti non
sempre, si poteva anche includere il rituale della moneta posta nella bocca del morto, potevano
passare il fiume Acheronte traghettati sulla barca di Caronte (in alcune versioni il fiume Stige) e
raggiungere quindi gli Inferi, ove le loro ombre potevano trovare pace per l'eternità; talvolta, più
raramente, l'obolo poteva esser posto sugli occhi del morto, utilizzando quindi due monete.Tale
usanza venne introdotta a Roma dalla Grecia nel III secolo a.C.. Se il morto non aveva l'obolo, o,
in altri termini, se non aveva ricevuto le corrette onoranze funebri, restando ad esempio
insepolto, come il disgraziato considerato ad esempio da Giovenale nella sua satira, allora la sua
ombra era condannata a girovagare disperata per l'eternità tra le nebbie di questo fiume paludoso
e fangoso; una sorta di inferno ante litteram; mentre gli Inferi dei romani pagani sembrano
invece esser quasi il paradiso dei Cristiani, o quantomeno un luogo di non sofferenza.
267] trientem: la terza parte - il Triente era una moneta di un terzo di un asse, il cui valore era
praticamente nullo.

Iuvenalis Satura III.268-314

Respice nunc alia ac diversa pericula noctis:


quod spatium tectis sublimibus unde cerebrum
270 testa ferit, quotiens rimosa et curta fenestris
vasa cadant, quanto percussum pondere signent
et laedant silicem. possis ignavus haberi
et subiti casus inprovidus, ad cenam si
intestatus eas: adeo tot fata, quot illa
275 nocte patent vigiles te praetereunte fenestrae.
ergo optes votumque feras miserabile tecum,
ut sint contentae patulas defundere pelves.
Ebrius ac petulans, qui nullum forte cecidit,
dat poenas, noctem patitur lugentis amicum
280 Pelidae, cubat in faciem, mox deinde supinus:
[ergo non aliter poterit dormire; quibusdam]
somnum rixa facit. sed quamvis inprobus annis
atque mero fervens cavet hunc quem coccina laena
vitari iubet et comitum longissimus ordo,
285 multum praeterea flammarum et aenea lampas.
me, quem luna solet deducere vel breve lumen
candelae, cuius dispenso et tempero filum,
contemnit. miserae cognosce prohoemia rixae,
si rixa est, ubi tu pulsas, ego vapulo tantum.
290 stat contra starique iubet. parere necesse est;
nam quid agas, cum te furiosus cogat et idem
fortior? "unde venis" exclamat, "cuius aceto,
cuius conche tumes? quis tecum sectile porrum
sutor et elixi verecis labra comedit?
295 nil mihi respondes? aut dic aut accipe calcem.
ede ubi consistas: in qua te quaero proseucha?"
dicere si temptes aliquid tacitusve recedas,
tantumdem est: feriunt pariter, vadimonia deinde
irati faciunt. libertas pauperis haec est:
300 pulsatus rogat et pugnis concisus adorat
ut liceat paucis cum dentibus inde reverti.
Nec tamen haec tantum metuas; nam qui spoliet te
non derit clausis domibus postquam omnis ubique
fixa catenatae siluit compago tabernae.
305 interdum et ferro subitus grassator agit rem:
armato quotiens tutae custode tenentur
et Pomptina palus et Gallinaria pinus,
sic inde huc omnes tamquam ad vivaria currunt.
qua fornace graves, qua non incude catenae?
310 maximus in vinclis ferri modus, ut timeas ne
vomer deficiat, ne marra et sarcula desint.
felices proavorum atavos, felicia dicas
saecula quae quondam sub regibus atque tribunis
viderunt uno contentam carcere Romam.

Giovenale Satira III.268-314 - I pericoli notturni di Roma.

Considera ora gli altri e differenti pericoli della notte:


dalle abitazioni coi tetti torreggianti (cadon) vassoi di terracotta (che ti)
270 colpiscon la testa (rompendotela), e spesso dalle finestre piovon vasi
crepati ed inutilizzabili, di una tal dimensione che il peso segna e lesiona
i massi di selce (della strada). Se ti rechi a cena
senza aver fatto testamento,
potresti esser considerato uno sciocco ed uno sconsiderato (non pensando
di poter subire) un improvviso incidente: è in agguato la morte,
275 da ognuna di quelle finestre aperte (da cui) osservano il tuo passaggio.
Perciò esprimi una speranza ed una pietosa preghiera,
affinché si contentino di versarti addosso solo il contenuto dei lor catini.
Un ubriaco prepotente, che per puro caso non ha ancor accoppato alcuno,
preso dalle pene, passa una notte di sofferenze come quella di Achille che piange il suo
280 amico, giacendo ora faccia in giù, e immediatamente dopo sdraiato supino:
[veramente per certa gente non v'è altro modo per dormire]
(a costoro) una rissa concilia il sonno. Ma per quanto reso perfido dagli anni
e svuotato dallo schietto vino che lo brucia questi si mantiene alla larga da chi indossa
un mantello di lana scarlatta ed è accompagnato da una lunghissima schiera di servitori,
285 provvisti di numerose torce e di bronzee lanterne.
Con me, che son solito farmi condurre dalla luna od eventualmente dalla fioca luce
d'un moccolo, di cui regolo e controllo (con parsimonia) lo stoppino,
(è con me che lui) se la prende. I disgraziati ben conoscono come inizia la rissa
se si può parlar di rissa, quella dove tu colpisci, e sol'io vengo pesantemente percosso.
290 Si pianta di fronte e ti ordina di fermarti. Obbedire è inevitabile;
cos'altro fare infatti, quando te lo impone un folle e quello è molto
più forte? 'D'onde vieni?' urla, 'Di chi (è) l'aceto, di chi
le fave con cui ti sei rimpinzato? Qual ciabattino ha masticato con te
fette di porro e testina di montone castrato bollito?
295 Non mi rispondi nulla? Parla o ti prendo a calci.
Dove ti rintani a mangiare: in qual sinagoga posso cercarti?'
Se balbetti una qualunque cosa od anche tenti di sgaiattolar via in silenzio,
è lo stesso: son sempre botte, e dopo, inferociti,
pretendono una cauzione (da te). La libertà del poveraccio è questa:
300 bastonato e schiantato dai pugni chiedere ed implorare affinché
gli sia concesso di andar via da lì con (almeno) qualche dente (ancora in bocca).
Nondimeno non c'è da aver paura sol di questo; infatti, (una volta che) le case
(son) chiuse, e dopo che ovunque gl'ingressi di tutte le taverne ormai silenziose
sono assicurati saldamente dalle catene, spunta chi ti deruba (d'ogni cosa).
305 Ed anche talvolta il bandito risolve la cosa immediatamente con una lama:
infatti tutte le volte che per sicurezza le guardie armate presidiano
la palude Pontina e la pineta Gallinaria,
allora da quei luoghi tutti (i briganti) corrono a (Roma, come fosse) una riserva (di caccia).
Qual fornace, qual incudine (ormai) non forgia massicce catene?
310 Per lo più producon ceppi di ferro, e c'è quasi il timore che
possano scarseggiare i vomeri, e che (le produzioni di) zappe e sarchie sian tralasciate.
Fortunati gli avi ed i loro antenati, e felici puoi ben dir
quei tempi andati quando sotto ai re ed ai tribuni
Roma vedeva un sol carcere di contenzione.

280] Pelìde: dalla mitologia greca, semidio meglio noto come Achille, figlio del mortal Pelèo, da
cui l'appellativo pelìde e della nereide (ninfa marina) Teti; fu un eroe della guerra di Troia ed uno
dei protagonisti dell'Iliade di Omero. Quando Patroclo, il suo più caro amico fu ucciso dal
troiano Ettore, Achille, afflitto dal dolore, errò a lungo sulla riva del mare gridando ed invocando
la divina madre Teti, che emerse dalle acque e lo consolò; successivamente assetato di vendetta
Achille, alla ricerca di Ettore per vendicar l'amico, compie una strage tra i nemici troiani; trovò
infine Ettore, lo uccise e lo trascinò per nove giorni legato dietro al suo carro facendone scempio.
311] vomer: vomere - aratro.
marra: zappa con lama piatta.
sarcula: sarchia o sarchiello (piccolo) o sarchiatore (grande); una sorta di rastrello dotato di tre
soli rebbi lunghi e ricurvi a forma di artiglio con in cima una punta atta a penetrar meglio il
terreno, utilizzata per la sarchiatura, ovvero per incidere superficialmente il terreno onde farlo
respirare e liberarlo dalle erbe infestanti.

Seneca Epistulae morales ad Lucilium, liber VI epistula 56.1-6

Probabilmente le terme cui si riferisce Seneca non stavano a Roma ma a Baia; comunque si riferisce ai
rumori molesti provenienti da un bagno pubblico.

Seneca Lucilio suo salutem


1 Peream si est tam necessarium quam videtur silentium in studia seposito. 2 Ecce undique me
varius clamor circumsonat: supra ipsum balneum habito. 3 Propone nunc tibi omnia genera
vocum quae in odium possunt aures adducere: cum fortiores exercentur et manus plumbo graves
iactant, cum aut laborant aut laborantem imitantur, gemitus audio, quotiens retentum spiritum
remiserunt, sibilos et acerbissimas respirationes; cum in aliquem inertem et hac plebeia unctione
contentum incidi, audio crepitum illisae manus umeris, quae prout plana pervenit aut concava, ita
sonum mutat. 4 Si vero pilicrepus supervenit et numerare coepit pilas, actum est. 5 Adice nunc
scordalum et furem deprensum et illum cui vox sua in balineo placet, adice nunc eos qui in
piscinam cum ingenti impulsae aquae sono saliunt. 6 Praeter istos quorum, si nihil aliud, rectae
voces sunt, alipilum cogita tenuem et stridulam vocem quo sit notabilior subinde exprimentem
nec umquam tacentem nisi dum vellit alas et alium pro se clamare cogit; iam biberari varias
exclamationes et botularium et crustularium et omnes popinarum institores mercem sua quadam
et insignita modulatione vendentis.

Seneca, lettere a Lucilio VI.56.1-6

Seneca saluta il suo Lucilio


1 Che mi venga un colpo se (non è vero che) il silenzio durante lo studio (in un luogo) appartato
è tanto necessario quanto la vista. 2 Ecco, clamori tra i più vari risuonano da ogni lato intorno a
me: abito (infatti) sopra i bagni delle terme. 3 Ti descrivo ora tutti quei generi di suoni che
risultano odiosi alle (mie) orecchie: quando i più forti si esercitano (con i pesi) e con la mano
gettano via il pesante piombo, e faticano o fan finta di faticare, odo un gemito, e ogni volta che
rilasciano il fiato, gli sbuffi ed il respiro affannoso; quando (capitano) quelli più pigri e con
unguenti gli schiavi alleviano loro la tensione, odo i colpi secchi (dati) con le mani sulle spalle,
che mutano il suono, a seconda che (il colpo) sia dato con la mano piana o concava. 4 Se poi
arriva quello che (vuol giocare e) comincia a contare i colpi dati alla palla, allora è finita. 5
Aggiungi ora gli attaccabrighe e i ladruncoli colti sul fatto e quello a cui piace (ascoltare) la sua
voce mentre fà il bagno, e aggiungi a questo il rumore di coloro che saltano nella piscina
spostando una gran massa d'acqua. 6 Oltre a tutte queste, che se non altro restan voci normali,
pensa al depilatore che per farsi notare grida con la vocetta stridula né mai tace se non quando
strappa i peli e costringe gli altri a strillare al suo posto; ed ancora i vari gridi di quelli che
vendono le bevande e le salsicce e i crustulari e tutti gli altri che nelle botteghe espongono le lor
merci proponendole ognuno con una propria particolare modulazione della voce.

4] pilicrapus: colui che gioca o si allena utilizzando una palla (pila); l'uso della palla per giocare
o per la ginnastica fu sempre diffuso nel mondo greco e romano.
6] alipilus: schiavo addetto alla depilazione (delle ascelle) dei bagnanti

la casa di Marziale

Marziale abitava nella Regio VII in una insula situata nella contrada chiamata al Pero
(epigrammaton I.117, sulle prime alture del Quirinale intorno a dove oggi sono via Rasella -
Piazza Barberini, e dalla sua casa poteva vedere gli orti di Agrippa (epigrammaton I.108), situati
in Campo Marzio nei pressi delle omonime terme, che erano situate sul retro del Pantheon.

L'insula era l'analogo dei nostri moderni condomini; solitamente aveva quattro piani, ma poteva
arrivare fino anche a dieci piani; le strutture murarie erano in laterizi, ma moltissime strutture e
le sopraelevazioni erano in legno e spesso le varie insule erano a contatto, il che rendeva facile la
propagazione degli incendi; Augusto limitò per legge l'altezza delle insulae a 70 piedi, ma erano
tollerate sopraelevazioni in legno.
Al piano terra erano solitamente delle botteghe destinate agli artigiani; gli appartamenti di
maggior pregio erano al primo piano e mano a mano che si saliva di piano erano più economici,
in quanto più faticosi da raggiungere (si pensi ad esempio che per procurarsi l'acqua e per
svuotare le bacinelle occorreva scendere al livello della strada) ed erano anche più pericolosi in
quanto gli incendi erano frequentissimi, visto l'ampio uso di legno nei fabbricati ed il fatto che il
fuoco era utilizzato per riscaldarsi, per prepararsi da mangiare, e per l'illuminazione; una volta
scoppiato l'incendio chi si trovava nei piani superiori si accorgeva con molto ritardo del pericolo
e spesso restava bloccato all'interno.
Inoltre le insule erano spesso oggetto di speculazioni, per cui chi le costruiva ad esempio poteva
cercare di risparmiare sul materiale da costruzione; quindi anche i crolli di queste strutture
avvenivano piuttosto di frequente.
L'imperatore Nerone adottò una serie di misure atte a ridurre i pericoli della propagazione degli
incendi, realizzando, dopo l'incendio del 64, strade più ampie, palazzi senza mura in comune,
porticati sul lato frontale verso la strada in modo da aumentare la distanza tra i palazzi, grandi
piazze pubbliche, un ampio utilizzo di muratura in opera quadrata di peperino, pietra che ha
proprietà ignifughe.
Marzialis Epigrammaton I.108

1 Est tibi - sitque precor multos crescatque per annos -


Pulchra quidem, verum transtiberina domus:
At mea Vipsanas spectant cenacula laurus,
Factus in hac ego sum iam regione senex.
5 Migrandum est, ut mane domi te, Galle, salutem:
Est tanti, vel si longius illa foret.
Sed tibi non multum est, unum si praesto togatum:
Multum est hunc unum si mihi, Galle, nego.
Ipse salutabo decuma te saepius hora:
10 Mane tibi pro me dicet havere liber.

Marziale I.108

1 Tu possiedi una splendida casa - ed imploro che sia tua


e possa ingrandirsi per molti anni a venire - ma in verità è al di là del Tevere:
mentre la mia soffitta guarda ai giardini di Agrippa,
ed ormai in questa regione stò divenendo vecchio.
5 Perché io possa venire a porti il mio saluto mattutino, o Gallo, dovrò cambiar residenza:
e tu meriteresti tanto, anche se la tua casa fosse più lontana.
Ma per te sarebbe cosa di poco conto, se un sol togato si aggiungesse (ai numerosi altri):
molto sarebbe per me, Gallo, se io unicamente non venissi.
Personalmente ti porgerò frequentemente il mio saluto alla decima ora:
10 La mattina il (mio) libro ti darà il buongiorno a nome mio.

3] Vipsanas laurus: Lauri di Vipsanio ovvero i giardini di Vipsanio Agrippa, che erano posti a
fianco alle terme di Agrippa, ubicate sul retro di quello che oggi è il Pantheon.
4] Marziale abitava nella VI Regio Augustea chiamata Alta Semita, corrispondente in prima
approssimazione al Mons Quirinalis.
7] togatus: togato, nella fattispecie i togati sono clienti che si recano alla salutatio matutina del
Patronus.
9] decuma hora: alla decima ora; contando le ore dall'alba corrsiponde al primo pomeriggio,
circa alle 4 del pomeriggio.

Marzialis Epigrammaton I.117

Occurris quotiens, Luperce, nobis,


'Vis mittam puerum' subinde dicis,
'Cui tradas epigrammaton libellum,
Lectum quem tibi protinus remittam?'
5 Non est quod puerum, Luperce, vexes.
Longum est, si velit ad Pirum venire,
Et scalis habito tribus, sed altis.
Quod quaeris propius petas licebit.
Argi nempe soles subire letum:
10 Contra Caesaris est forum taberna
Scriptis postibus hinc et inde totis,
Omnis ut cito perlegas poetas.
Illinc me pete. Nec roges Atrectum
- Hoc nomen dominus gerit tabernae -:
15 De primo dabit alterove nido
Rasum pumice purpuraque cultum
Denaris tibi quinque Martialem.
'Tanti non es' ais? Sapis, Luperce.

Marziale I.117 a Luperco

Ogni volta che ci incontriamo, Luperco,


immediatamente (mi) dici 'vuoi che mandi il mio servo,
in modo che tu possa dargli il (tuo) libretto di epigrammi,
che dopo aver letto prontamente ti restituirò?'
Non c'é motivo, Luperco, di affliggere il (tuo) servo.
È lontano, se vuol venire al Pero,
ed abito al terzo piano, ma gli scalini son di quelli alti.
Ciò che vuoi puoi ottenerlo più facilmente.
Sicuramente sei solito recarti all'Argileto:
di fronte al Foro di Cesare stà una piccola bottega
ai cui stipiti dell'ingresso per l'intera altezza
stanno delle scritte che brevemente citano tutti i poeti.
Lì chiedi di me. Non appena domandi Atrectum
- questo il nome del padrone della botteguccia -
dal primo o dal secondo scaffale per cinque denari
ti darà un Marziale preso dal gruppo
lisciato con la pomice ed ornato di (rossa) porpora.
'Non vali tanto' tu dici? Hai colto nel segno, Luperco.

ad Pirum: Marziale abitava in Roma in una zona chiamata "al Pero".


Argi...letum: Argiletum, una via di Roma antica posizionata dove oggi è il tratto finale di via
della Madonna dei Monti, nei pressi del Foro.

Marzialis Epigrammaton V.22


nei versi 3 e 4 scrive:

[...]
Ma io sto' ad abitare vicino alla colonna tiburtina,
da dove l'agreste Flora vede l'antico (tempio di) Giove:
[...]

epigramma completo

Vivere nell'insula - le case


Marzialis Epigrammaton I.86 - De Novio Microspico

1 Vicinus meus est manuque tangi


De nostris Novius potest fenestris.
Quis non invideat mihi putetque
Horis omnibus esse me beatum,
5 Iuncto cui liceat frui sodale?
Tam longe est mihi quam Terentianus,
Qui nunc Niliacam regit Syenen.
Non convivere, nec videre saltem,
Non audire licet, nec urbe tota
10 Quisquam est tam prope tam proculque nobis.
Migrandum est mihi longius vel illi.
Vicinus Novio vel inquilinus
Sit, si quis Novium videre non volt.

Marziale I.86 il vicino di casa

1 Novio è il mio vicino e dalle mie finestre


con la mano si può toccare.
Chi non mi invidia e non ritiene
ch'io sia beato ad ogni istante,
5 potendo godere d'un tanto intimo compagno?
È tanto lontano da me quanto Terenziano,
che ora amministra le Siene della Nillica.
Non (possiamo) banchettare (insieme), e neanche vederci,
e non poss'io udirlo, né in tutta Roma
10 c'è chi mi sia tanto vicino e pur tanto lontano.
Devo emigrar più lontano o io o lui.
Se non desideri di veder Novio
devi esser vicino di Novio, o suo inquilino.
I dottori

il Medico nel I secolo imperiale a Roma non era troppo ben considerato; infatti in questo primo
periodo imperiale era solitamente di provenienza greca e si improvvisava dottore, un po' come il
dottor Dulcamara di Belliniana memoria potendo passare da quel mestiere ad altri totalmente
differenti, quali gladiatore, o becchino, e su questo aspetto ironizza Marziale.
Martialis Epigrammaton I.30

Chirurgus fuerat, nunc est vispillo Diaulus.


Coepit quo poterat clinicus esse modo.

Marziale I.30 - Diaulo I

Diaulo fu chirurgo, ora è becchino.


Cominciò ad esser clinico nel modo che potè.

2] Clinicus: dottore che presta assistenza al malato allettato

Martialis Epigrammaton I.47

Nuper erat medicus, nunc est vispillo Diaulus:


Quod vispillo facit, fecerat et medicus.

Marziale I.47 - Diaulo II

Diaulo era un medico, ora è becchino:


quel che (ora) fà da becchino, già lo fece da medico.

Martialis Epigrammaton V.9

Languebam: sed tu comitatus protinus ad me


Venisti centum, Symmache, discipulis.
Centum me tetigere manus aquilone gelatae:
Non habui febrem, Symmache, nunc habeo.

Marziale V.9 - Simmaco

Non stavo bene: ma tu, Simmaco, prontamente venisti


da me, accompagnato da cento discepoli.
Cento mani gelate dalla Tramontana mi palparono:
non avevo febbre, Simmaco, ora ce l'ho.

2] Discipulus: discepolo; in questo contesto studente tirocinante;


3] Aquilone: vento secco e freddo proveniente da Nord, Nord-est, anche noto col nome greco di
Borea; a partire dal medioevo e fino ai nostri giorni è chiamato Tramontana.

Martialis Epigrammaton VI.53

Lotus nobiscum est, hilaris cenavit, et idem


Inventus mane est mortuus Andragoras.
Tam subitae mortis causam, Faustine, requiris?
In somnis medicum viderat Hermocraten.

Marziale VI.53 - incubo

Ha fatto il bagno con noi, ha cenato di buon umore, ed ecco


stamane Andragora è stato ritrovato stecchito.
La causa d'una morte sì repentina mi chiedi, Faustino?
In sogno gli apparve Ermòcrate, il dottore.

Martialis Epigrammaton VIII.74

Oplomachus nunc es, fueras opthalmicus ante.


Fecisti medicus quod facis oplomachus.

Marziale VIII.74 - l'oculista

Ora sei oplòmaco, prima eri oftàlmico.


Facesti da medico quel che fai da gladiatore.

Oplomachus: gladiatore equipaggiato con elmetto dotato di semplice cresta, alto parastinchi,
scudo tondo, lancia e daga, la corta spada romana.

Martialis Epigrammaton IX.96

Clinicus Herodes trullam subduxerat aegro:


Deprensus dixit 'Stulte, quid ergo bibis?'

Marziale IX.96
Erode, il dottore, ruba una tazza ad un infermo:
Colto sul fatto dice: 'Sciocco, a cosa ti serve ora bere?'

I Maestri di scuola

Il maestro di scuola era pagato mensilmente dagli stessi genitori che gli affidavano i bambini; la
scuola era attiva solo da novembre a giugno.
Marziale appare piuttosto critico coi loro metodi didattici.

Marzialis Epigrammaton V.84

Di già il fanciullo tristemente abbandona le noci


richiamato dalle urla del maestro
...

Marzialis Epigrammaton IX.29, Epitaphium Philaenis

...
5 Ah qual lingua è ora muta, ahimè! Quella (lingua) non poteva esser sopraffatta
...
dalle ricciolute truppe dei mattutini maestri di scuola,

vedi epigramma completo IX.29

Marziale epigramma IX.68

Il maestro di scuola

Martialis Epigrammaton X.62

Ludi magister, parce simplici turbae:


Sic te frequentes audiant capillati
Et delicatae diligat chorus mensae,
Nec calculator nec notarius velox
5 Maiore quisquam circulo coronetur.
Albae leone flammeo calent luces
Tostamque fervens Iulius coquit messem.
Cirrata loris horridis Scythae pellis,
Qua vapulavit Marsyas Celaenaeus,
10 Ferulaeque tristes, sceptra paedagogorum,
Cessent et Idus dormiant in Octobres:
Aestate pueri si valent, satis discunt.

O maestro di scuola, fai a meno della naturale frenesia (degli scolari):


così che (più in là) numerosi capelloni possano ascoltarti
e la schiera del raffinato convivio apprezzarti,
e che né il matematico né il veloce scrivano che sia
possa circondarsi di un più vasto circolo.
Le radiose giornate sono ardenti nella infuocata costellazione del leone
ed il rovente luglio matura la messe essiccata.
L'orrida frusta di cuoio scitico sfrangiato,
con cui fu percosso Marsia Celeno,
e la dolorosa bacchetta, scettri dei pedagoghi,
restino inoperose e dormano fino alle Idi di ottobre:
in estate i ragazzi se stanno bene, qualcosa l'imparano.

11] Marsyas, ae: Marsia, nome maschile.


12] Satis discunt: letteralmente: imparano abbastanza.
Martialis Epigrammaton XII.57

Marziale XII.57

...
A Roma, o Sparso, per un povero non esiste luogo né per pensare
né per riposare (in pace). La mattina i maestri di scuola,...
...

vedi epigramma completo XII.57

Marziale (e altri) - il potere e la condizione del cliente


Il cliente e la sportula
Marziale, I.59 La sportula di Flacco a Baia
Marziale, III.14 Tuccio arriva dalla Spagna
Marziale, V.22 al Domino Paolo
Marziale, VI.88 Un distratto saluto al Domino Ceciliano
Marziale, IX.100 Orgoglio di cliente
Marziale, X.74 Oh, Roma, fammi dormire
I regali, le offerte di cibo, i pranzi
Marziale, XI.67 A Marone
Marziale, XII.40Pontiliano
Catullo, canto 13 Fatti tutto naso, Fabullo mio
La povertà e la ricchezza, la felicità, il fato
Marziale, I.95 Gli strepiti di Elio
Marziale, IV.21 La felicità di Sergio, l'ateo
Marziale, V.81 Ad Emiliano: se sei povero sempre resterai povero
Marziale, VI.70 La vita non è esser vivi, ma star bene
Marziale, X.8 Vecchia, ma non abbastanza
Marziale, X.47 Quel che rende beata una vita
Marziale, XII.10La fortuna a molti da' troppo, a nessuno abbastanza
Marziale, XII.32Lo sfratto della famiglia di Vacerra

Marziale Cliente

Una importante fonte relativa alla condizione di cliente (cliens) ci è stata lasciata proprio da
Marziale nei suoi epigrammi.
Arrivato a Roma nel 64 d.C. non si hanno notizie sulla sua vita nella città durante gli ultimi anni
di Nerone e sotto il principato di Vespasiano, a parte il fatto che voleva intraprendere la carriera
di avvocato; fu con gli Imperatori Tito (79 - 81) e Domiziano (81 - 96) che riuscì a rientrare nelle
grazie imperiali conoscendo la fama; nell'80 pubblicò il de liber spectaculorum, una serie di
epigrammi celebrativi dell'inaugurazione del Colosseo molto apprezzati da Tito e dall'86 al 98
pubblicò quasi annualmente 11 dei suoi libri di epigrammi; questi gli diedero notorietà anche
fuori Roma, ma non esistevano diritti di autore e i pochi libri che riusciva a vendere presso un
paio di botteghe di Roma non gli consentivano certo di arricchirsi; egli rimase sempre povero,
come dichiara lui stesso, vivendo dei doni dei ricchi ammiratori e protettori; in effetti abitò per
molti anni in un'insula sul Quirinale in affitto, se pure possedeva alcuni schiavi (ad esempio
Demetrio, Erotion, Alcimo) ed una piccola tenuta a Nomentum, presso l'odierna Mentana;
l'attività di Cliente fu comunque per lui un fondamentale mezzo di sussistenza.
I clienti (clientes) vivevano praticamente di sussidi; infatti tutti i romani erano vincolati da un
obbligo di rispetto (obsequium) nei confronti dei più ricchi e potenti; questo accadeva da parte
del liberto nei confronti del suo liberatore, ma anche gli uomini liberi si recavano a porgere i loro
saluti alla mattina (salutatio matutina) di fronte alla villa cittadina (domus) di questo o quel ricco
signore (Dominus) per arrotondare i loro guadagni e Marziale in X.10 ad esempio si lamenta del
fatto che un porporato di nome Paolo si recasse come cliente alla salutatio, togliendo spazio e
risorse agli altri clientes (la toga con una larga striscia di porpora, colore ricavato da un
particolare mollusco ed estremamente costoso da estrarre, era riservata ai senatori ed ai membri
della famiglia imperiale).
Il Dominus che riceveva i rituali saluti mattutini aveva l'obbligo di onorarli con una ricompensa e
gli uomini che porgevano tali saluti ad un certo Signore erano appunto i clienti (clientes) di tal
Dominus o Patronus o Pater Familias.
Il Domino offriva protezione ed elargiva doni ai suoi clienti, in cambio del rispetto e
dell'obbedienza che questi gli dovevano, cosa che si traduceva in primo luogo nell'appoggio in
campo politico votandolo nelle assemblee; l'importanza del Dominus era stabilita in primo luogo
dalla sua ricchezza personale ma era anche sancita dal numero di clientes che alla mattina si
ritrovavano fuori della sua Domus per ricevere tale elargizione e lo stesso Imperatore non si
sottraeva a tale pratica.
Il termine cliente viene probabilmente dal verbo cluere (obbedire) e presupponeva un rapporto di
subordinazione; oggi nel significato del termine cliente è forse venuto meno questo significato di
subordinazione, ed il cliente, almeno apparentemente, è divenuto il soggetto da esaudire in tutto
da parte delle aziende; tuttavia permane anche l'uso del termine clientelare o clientelismo, che
allude alla ben nota pratica politica del favoritismo, della concussione, degli scambi e della
corruzione, la cui etimologia prende evidentemente spunto dallo stesso termine cliens e che
anche oggi presuppone la subordinazione di un vasto gruppo di persone a pochi soggetti che
detengono il potere politico-economico.

La elargizione di cibo o di altri beni o direttamente di denaro da parte del Dominus era detta
genericamente sportula; la sportula era una borsa in cui il cliente riponeva quel che gli veniva
dato dal Dominus.
Per Marziale tale sportula era un importante introito per cui spesso parla nei suoi epigrammi
della sua triste condizione di cliente e delle sportule.
Negli epigrammi I.59 e VI.88 Marziale scrive che poteva ricevere una sportula di cento
Quadranti, pari a sei Sesterzi e un quarto; in I.59 si lamenta di una tale miseria e quindi si deve
pensare che questa dovesse essere la cifra minima elargita da un patronus; un sesterzio ai tempi
di Marziale poteva forse corrispondere a 5 euro di oggi.
Il cliente poteva portarsi appresso un servo cuciniere, addetto a mantenere caldo il cibo elargito
(Giovenale, Satira III 249-253); talvolta il Dominus invitava ad un pranzo qualcuno dei suoi
clienti.
Tutti i Dominus dovevano accogliere i loro clienti pena la perdita della loro stessa reputazione
(Marziale I.49).
La sportula era del resto un introito extra per moltissimi romani; questi dovevan giungere di
buon'ora al saluto mattutino obbligatoriamente vestiti con la toga e rivolgersi al Patronus usando
unicamente il deferente appellativo di Dominus (Marziale VI.88); potevano essere accompagnati
in lettiga dai loro servi oppure potevan giungere da soli arrivando a piedi; la toga era un
indumento piuttosto costoso ed alcuni romani potevano aver difficoltà a procurarsene una tanto
che talvolta era lo stesso Dominus a regalarla a qualche suo cliente, e spesso Marziale invita nei
suoi scritti questo o quel Domino a donargliene una o si lamenta perché per recarsi a questi saluti
mattutini le consumava.

Le donne generalmente non partecipavano a tale rituale; come clienti potevano a volte
accompagnare il marito, che cercava una maggiore compassione da parte del domino;
l'elargizione avveniva in ordine di importanza dei clienti a prescindere da quando questi
arrivavano dinanzi alla domus: pretori, tribuni, cavalieri, liberi, liberti.

Epigrammaton Liber I carmen 59

Dat Baiana mihi quadrantes sportula centum.


Inter delicias quid facit ista fames?
Redde Lupi nobis tenebrosaque balnea Grylli:
Tam male cum cenem, cur bene, Flacce, laver?

La sportula datami a Baia è di cento quadranti.


Qual'è il senso di una tale miseria da fame tra tante delizie?
Ridammi l'oscuro bagno di Lupo e di Grillo:
Perché mai, Flacco, mangiare tanto male e lavarsi nel lusso?

Liber I.95 - Gli strepiti di Elio

Quod clamas semper, quod agentibus obstrepis, Aeli,


Non facis hoc gratis: accipis, ut taceas.

Per il fatto che urli sempre, Elio, e che strepiti con gli avvocati,
non lo fai gratis: prendi i soldi per tacere.

Epigrammaton Liber III carmen 14

Romam petebat esuritor Tuccius


Profectus ex Hispania.
Occurrit illi sportularum fabula:
A ponte rediit Mulvio.

Tuccio, partito dalla Spagna,


affamato raggiunse Roma. (Alle orecchie)
gli giunse la storia delle sportule:
da ponte Milvio tornò indietro.

Marzialis Epigrammaton IV.21

Nullos esse deos, inane caelum


Adfirmat Segius: probatque, quod se
Factum, dum negat haec, videt beatum.

Gli dei non esistono, vuoto è il cielo


afferma Sergio: e ne da' la prova, poiché, mentre egli
li nega, vede sé stesso diventar ricco.
Marzialis Epigrammaton V.22

Mane domi nisi te volui meruique videre,


Sint mihi, Paule, tuae longius Esquiliae.
Sed Tiburtinae sum proximus accola pilae,
Qua videt anticum rustica Flora Iovem:
5 Alta Suburani vincenda est semita clivi
Et numquam sicco sordida saxa gradu,
Vixque datur longas mulorum rumpere mandras
Quaeque trahi multo marmora fune vides.
Illud adhuc gravius, quod te post mille labores,
10 Paule, negat lasso ianitor esse domi.
Exitus hic operis vani togulaeque madentis:
Vix tanti Paulum mane videre fuit.
Semper inhumanos habet officiosus amicos:
Rex, nisi dormieris, non potes esse meus.

Se non avessi desiderato né meritato di vederti (questa) mattina a casa,


Paolo, che le tue Esquilie potessero esser spostate più lontane da me.
Ma io sto' ad abitare vicino alla colonna tiburtina,
da dove l'agreste Flora vede l'antico (tempio di) Giove:
5 devo superare l'alto sentiero scosceso della Suburra
e le pietre (del selciato) sudicie di passi mai asciutti,
e a stento mi è concesso di spezzare le lunghe file di muli
e superare i blocchi di marmo che vedi trascinare con molte funi.
Ma quel che è ancor più penoso, Paolo, è che, dopo mille sforzi,
10 il tuo guardiano mi dice, stremato dalla fatica (come sono), che tu non sei in casa.
Questa è la fine del (mio) inutil affanno ed (anche) della toguccia zuppa (di sudore):
a mala pena aver visto Paolo la mattina avrebbe avuto un tal valore.
Sempre il (cliente deferente e) cortese ha amici (protettori) rozzi:
a meno che tu non dorma (più a lungo), non puoi esser il mio re.

14] se non dormirai (più a lungo): In modo da poterlo trovare alla mattina quando si reca a
salutarlo.

Marzialis Epigrammaton V.81

Semper pauper eris, si pauper es, Aemiliane.


Dantur opes nullis nunc nisi divitibus.

Se sei povero, Emiliano, sempre resterai povero.


Oggi i poteri non vengon dati ad alcuno se non ai ricchi.

Marzialis Epigrammaton VI.70

Sexagesima, Marciane, messis


Acta est et, puto, iam secunda Cottae,
Nec se taedia lectuli calentis
Expertum meminit die vel uno.
5 Ostendit digitum, sed inpudicum,
Alconti Dasioque Symmachoque.
At nostri bene computentur anni
Et quantum tetricae tulere febres
Aut languor gravis aut mali dolores,
10 A vita meliore separentur:
Infantes sumus, et senes videmur.
Aetatem Priamique Nestorisque
Longam qui putat esse, Marciane,
Multum decipiturque falliturque.
15 Non est vivere, sed valere vita est.

Immagino sia di già passata


la sessantaduesima messe per Cotta, Marciano,
e non ricorda di aver mai provato un sol giorno
il tedio del caldo giaciglio del febbricitante.
5 Egli mostra il dito, ma quello impudico,
ad Alcoonte e a Dasio ed a Simmaco, (i dottori).
Ma dei nostri anni occorre calcolar bene
quanta cupezza portano le febbri
o le oppressive fiacchezze o i terribili dolori,
10 e separar questo dalla vita sana:
siamo bambini, e sembriamo dei vecchi.
Chi pensa che la vita di Priamo
e di Nestore sia lunga, Marciano,
si inganna e si illude di molto.
15 La vita non è esser vivi, ma star bene.

5] ostendit digitum impudicum: mostra il dito impudico, il dito medio. Cotta, nonostante abbia
ormai 62 anni, non ha bisogno dei dottori, Alcoonte, Dasio e Simmaco, e gli mostra il dito
medio, con lo stesso spirito con cui lo si potrebbe fare oggi, un po' scherzoso, un po'
scaramantico, un po' anche di sfida (non ho bisogno di voi).
11] Infantes sumus, et senes videmur: siamo bambini e sembriamo vecchi; Marziale vuole dire:
se calcolassimo gli anni in cui siamo stati bene, in salute, in cui abbiamo vissuto pienamente la
vita, avremmo l'età di un bambino; e invece pur essendo dei bambini quanto a vita sana vissuta,
sembriamo dei vecchi. Sembriamo, non siamo, in quanto in realtà avendo vissuto in salute pochi
anni, di fatto abbiamo l'aspetto esteriore dei vecchi ma non l'esperienza e la saggezza
comunemente attribuita loro. Naturalmente occorre ricordare che le condizioni sanitarie e la cura
delle malattie a quei tempi erano assai differenti da oggi; le cure mediche erano piuttosto
approssimative e quindi risultava estremamente facile ammalarsi per lunghi periodi senza
riuscire a guarire ed anche cronicizzare i disturbi fisici per il resto della vita.
15] Non est vivere, sed valere vita est: la vita non è semplicemente essere vivi, ma è star bene in
salute. Valere ha diversi altri significati: esser forte, esser potente, influente, prospero ma nel
contesto dell'epigramma evidentemente il significato è: essere in buona salute. Questo motto
latino è alle volte citato dai sostenitori dell'eutanasia. È questa una visione stoicista della vita, per
cui chi non era in salute, non essendo in grado di contribuire attivamente nella società secondo i
canoni di allora, in pratica non viveva.

Epigrammaton Liber VI carmen 88

Mane salutavi vero te nomine casu,


Nec dixi dominum, Caeciliane, meum.
Quanti libertas constet mihi tanta, requiris?
Centum quadrantes abstulit illa mihi.

Questa mattina accidentalmente ti ho reso il saluto chiamandoti


familiarmente, e in verità non dissi Mio Signore, Ceciliano.
Mi chiedi quanto mi sia costata siffatta libertà?
Cento quadranti quell'(offesa) mi ha portato via.

4] Un Sesterzio corrisponde a 4 Assi oppure a 16 Quadranti; praticamente quella mattina in


conseguenza di tale offesa il Domino non diede la sportula a Marziale; la sportula che riceveva
era quindi di sei sesterzi e un quarto.

Epigrammaton Liber IX carmen 100

Denaris tribus invitas et mane togatum


observare iubes atria, Basse, tua,
deinde haerere tuo lateri, praecedere sellam,
ad viduas tecum plus minus ire decem.
Trita quidem nobis togula est vilisque vetusque:
Denaris tamen hanc non emo, Basse, tribus.

Orgoglio di cliente

Mi tenti con tre denari, Basso, e mi obblighi ad omaggiarti


con la toga di prima mattina nei tuoi cortili,
e dopo a restar attaccato al tuo fianco, a precedere la portantina,
ad andar con te più o meno come farebbero una decina di vedove.
La mia logora toghetta è senza dubbio vecchia e di nessun valore:
nondimeno con tre denari, Basso, io non la compro.

1] L'obbligo della toga per andare a rendere la salutatio matutina era vissuto da Marziale come
una faticosa costrizione: la toga era scomoda, costava parecchio ed era piuttosto facile
danneggiarla quando veniva usata; inoltre indossata nella processione appresso e davanti al
patronus era il simbolo dello stato di cliente che assisteva e proteggeva nei suoi spostamenti il
benefattore di turno, condizione vissuta da Marziale come umiliante ma a cui era tuttavia
costretto per riuscire a vivere a Roma.
Denarius, a, um: Denario; moneta d'argento del valore di 16 Assi o o 4 sesterzi: 12 sesterzi come
compenso per la prestazione giornaliera da cliente era probabilmente una discreta sportula ma
non favolosa.
4] Eo, ivi (ii), itum, ire: andare, venire; camminare.

Epigrammaton Liber X carmen 8

Nubere Paula cupit nobis, ego ducere Paulam


nolo: anus est. Vellem, si magis esset anus.

Paola desidera sposarmi, ma io non voglio condurla in sposa:


è una vecchia zitella. Se fosse stata più vecchia lo avrei voluto.

Paola non attraeva il buon Marziale in quanto troppo vecchia, ma se fosse stata più vecchia, in
prossimità della morte, l'avrebbe sposata, unicamente per ottenere l'eredità.

Epigrammaton Liber X carmen 47

Vitam quae faciant beatiorem,


Iucundissime Martialis, haec sunt:
Res non parta labore, sed relicta;
Non ingratus ager, focus perennis;
Lis numquam, toga rara, mens quieta;
Vires ingenuae, salubre corpus;
Prudens simplicitas, pares amici;
Convictus facilis, sine arte mensa;
Nox non ebria, sed soluta curis;
Non tristis torus, et tamen pudicus;
Somnus, qui faciat breves tenebras;
Quod sis, esse velis nihilque malis;
Summum nec metuas diem nec optes.

Quel che rende felice una vita

Queste, piacevolissimo Marziale,


son le cose che rendono felice una vita:
proprietà non prodotte dal lavoro, ma avute in eredità;
una terra non ingrata, il perenne focolare d'una casa;
mai una lite, usar raramente la toga, un'indole pacifica;
forze genuine, un corpo sano;
una consapevole semplicità, amici appropriati;
vivere insieme senza difficoltà, una mensa senza frugalità;
una notte non ebra, ma una attenzione rilassata;
un giaciglio non malinconico, e tuttavia morigerato;
un sonno ristoratore, che renda brevi le buie notti;
desiderar di essere quel che si è, e null'altro;
non temere e non desiderare l'ultimo fatidico giorno.

Epigrammaton Liber XI carmen 67

Nil mihi das vivus; dicis post fata daturum.


Si non es stultus, scis, Maro, quid cupiam.

Nulla mi dai da vivo; affermi che dopo il compimento del (tuo) destino mi darai (tutto).
Tu sai, Marone, se non sei stupido, cosa io desideri.

2] Ovviamente desidera ricever qualcosa subito non dopo la morte di Marone.

Epigrammaton Liber XII carmen 10

Habet Africanus miliens, tamen captat.


Fortuna multis dat nimis, satis nulli.

Africano ha mille (cose), e tuttavia ancora desidera (altro).


La fortuna a molti da' troppo, a nessuno abbastanza.

1] Coloro che sono ricchi possono avere ogni cosa e solitamente hanno troppo, eppure sempre
desiderano ancora di più.
2] L'avidità degli uomini: a sentir loro il fato a nessuno da' abbastanza ricchezze, pur se alcuni li
fa' ricchi ed altri poveri: i poveracci si lamenteranno sempre del loro stato ma anche i ricchi,
come scritto nel primo verso, non affermeranno mai di aver ricchezza a sufficienza.

Epigrammaton Liber XII carmen 32

O Iuliarum dedecus Kalendarum,


Vidi, Vacerra, sarcinas tuas, vidi;
quas non retentas pensione pro bima
portabat uxor rufa crinibus septem
et cum sorore cana mater ingenti.
Furias putavi nocte Ditis emersas.
Has tu priores frigore et fame siccus
et non recenti pallidus magis buxo
Irus tuorum temporum sequebaris.
Migrare clivom crederes Aricinum.
Ibat tripes grabatus et bipes mensa,
et cum lucerna corneoque cratere
matella curto rupta latere meiebat;
foco virenti suberat amphorae cervix;
fuisse gerres aut inutiles maenas
odor inpudicus urcei fatebatur,
qualis marinae vix sit aura piscinae.
Nec quadra deerat casei Tolosatis,
quadrima nigri nec corona pulei
calvaeque restes alioque cepisque,
nec plena turpi matris olla resina,
summemmianae qua pilantur uxores
quid quaeris aedes vilicesque derides,
habitare gratis, o Vacerra, cum possis?
Haec sarcinarum pompa convenit ponti.

Ho visto, Vacerra, ohimè, la vergogna del primo di luglio,


ho visto i tuoi miseri pacchi e fagottelli; quelli
che non hai dovuto mollare per gl'ultimi due anni d'affitto
li portava tua moglie con quei sette capelli rossi
insieme con la madre canuta e con l'enorme tua sorella.
Ho creduto fossero le Furie emerse dal buio degli inferi.
Loro davanti, tu, rinsecchito per il freddo e per la fame
e pallido più d'un vecchio bosso giallastro, le seguivi,
come un mendicante, miserevole Iro dei nostri giorni.
Si sarebbe potuto pensare a un esodo dal colle di Ariccia.
Avanzavano al passo un lettuccio a tre zampe e un tavolaccio
con due, e con una lucerna ed una coppa di corno anche
un vasetto da notte col bordo spezzato che pisciava da un lato;
da sotto un braciere verdastro sbucava il collo d'una brocca;
il disgustoso odore d'un orcio, come a mala pena potrebbe essere
il fetore d'una piscina marina, svelava che fosse usato
per conservare delle acciughette o altri putridi pescetti.
E non mancava un tocco quadrato di cacio di Tolosa,
e una corona d'erba aromatica nerastra vecchia di quattr'anni
ed anche trecce con aglio e cipolle spellate,
e un vasetto della madre pieno d'una sudicia resina,
di quella che le donnette dei bassifondi usano per depilarsi.
Perché, Vacerra, cerchi case e ti fai beffe dei proprietari,
quando dove arrivi non appena puoi ci resti senza pagare?
Tal processione è più appropriato si rechi al ponte dei pezzenti.

Irus, i: Iro, era un mendicante di Itaca, che per gli avanzi di cibo fece a pugni con Ulisse per
scacciarlo quando questi travestito da mendicante giunse nel suo palazzo occupato dai Proci
(dall'Odissea di Omero 18mo canto); un Iro: un povero; mendicante, accattone; Properzio, Elegie
3.5.17; Ovidio, Tristia 3.7.42;
pallidus, a, um: pallido, smorto; giallastro, giallo, olivastro; il legno di bosso è giallastro;
Aricia, ae: corrisponde all'attuale Ariccia, la prima stazione di posta sulla via Appia uscendo da
Roma, al XVI miglio;
Aricinus, a, um: Aricino, di Aricia, appartenente ad Aricia;
matella, ae: diminutivo di matula; piccolo orinale, vaso da notte; Seneca ed altri;
orcius, i: orcio, grosso vaso in terracotta col ventre rigonfio, imboccatura piuttosto larga e
solitamente base piatta e due piccole maniglie ad orecchia utilizzato in genere per contenere
liquidi; brocca, boccale, secchiello;
maena, ae: piccolo pesce di mare, conservato salato e mangiato dalla povera gente;
summemmiana, ae: del summemmium;
summemmium: probabilmente da summoenium: sub + moenia: sotto alle mura; la zona popolare
misera e malfamata dell'Urbe vicino alle mura ed anche lontana dalle porte della cinta serviana
dove, a causa della presenza delle mura, vi era scarso transito di persone; in particolare nella
zona est, tra le porte Collina, Viminale ed Esquilina;

Epigrammaton Liber XII carmen 40

Mentiris, credo: recitas mala carmina, laudo:


cantas, canto: bibis, Pontiliane, bibo:
pedis, dissimulo: gemma vis ludere, vincor:
res una est, sine me quam facis, et taceo.
Nil tamen omnino praestas mihi. 'Mortuus,' inquis,
'Accipiam bene te.' Nil volo: sed morere.

Menti, fingo di crederti: declami brutti versi, ti lodo:


canti, canto anch'io: bevi, Pontiliano, e io bevo con te:
scorreggi, faccio finta di nulla: vuoi giocare a dama, vinci:
resta una sola cosa, che fai senza di me, e taccio:
eppure non mi doni mai nulla. 'Da morto' mi dici,
'ti ricompenserò adeguatamente.' Non voglio nulla: ma muori.

gemma ludere: un gioco; essendo gemma traducibile anche con bottone si potrebbe pensare a
qualcosa di simile ad un predecessore del gioco della dama; ad esempio il gioco dell'Alquerque,
di cui si hanno descrizioni certe a partire dal X secolo d.C. ma che si ritiene venisse praticato in
Egitto almeno a partire dal VI sec. a.C.; sono state trovate antiche incisioni relative alla
scacchiera coi pezzi nella posizione iniziale su delle maioliche nel Tempio di Kurna, risalente al
XIV secolo a.C., ma in cui le maioliche potrebbero essere state inserite successivamente.

Gaius Valerius Catullus, Carmen 13


Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
Haec si, inquam, attuleris, venuste noster,
cenabis bene: nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.
Sed contra accipies meros amores
seu quid suavius elegantiusve est:
nam unguentum dabo, quod meae puellae
donarunt Veneres Cupidinesque.
Quod tu cum olfacies, deos rogabis,
totum ut te faciant, Fabulle, nasum.

Se gli dei t'assistono, un giorno cenerai bene,


Fabullo mio, nella mia modesta casetta,
se porterai con te una buona e abbondante cena,
senza dimenticarti di procurare una splendida fanciulla
e vino e sale e tutte le smodate sguaiatezze che tu conosci.
Questo occorre portare, ti dico, mio amabile amico,
se vorrai cenar bene: giacché la povera piccola borsa
del tuo Catullo è piena di ragnatele.
Ma in cambio riceverai degli affetti genuini
o, se lo vorrai, anche qualcosa di soave ed attraente:
difatti ti darò un unguento, che
Venere e Cupido donarono alla mia amata.
Quando tu l'annuserai, Fabullo, pregherai gli dei,
perché possano farti divenire tutto naso.

sal, salis: sale, ma in doppio senso anche arguzia, umorismo, acume;

Marziale - Epigrammi Funerari


Gli epigrammi funerari si possono suddividere in diverse categorie quali:

Epitaffio (epitaphion - έπιτάφιον): la epigrafe posta sul luogo di sepoltura (dal greco: ciò che stà al di
sopra del sepolcro), che ricorda ed eventualmente elogia il defunto.
Epicedio (epicedion - έπικήδειον μέλος): componimento poetico scritto in elogio di un defunto, il cui
scopo è di piangerlo e commemorarne i pregi.
Consolatio: componimento poetico il cui scopo è di consolare chi è in vita e di alleviarne il dolore.
Epitaffi

VI.28 Epitaffio di Glauco, liberto e puer delicatus di Meliore


VI.52 Epitaffio di Pantagato, giovane schiavo barbiere
VI.76 Epitaffio di Fusco, comandante morto in Dacia
VII.40 Epitaffio per il padre di Etrusco
VII.96 Epitaffio del bambino Urbico
IX.28 Epitaffio di Latino, l'attore comico
X.53 Epitaffio di Scorpo, l'auriga
X.61 Epitaffio di Erotion
XI.13 Epitaffio di Paride, l'attore
XI.91 Epitaffio di Canace

Epicedi

I.88 Epicedio per Alcimo, servo di Marziale


I.93 Epicedio per Fabrizio ed Aquino
I.101 Epicedio per il fedele schiavo amanuense Demetrio
V.37 Epicedio per Erotion
VI.85 Epicedio per Rufo Camonio
IX.30 Epicedio per Antistio Rustico: il dolore di Nigrina
X.50 Epicedio per Scorpo, l'auriga
Catullo, Carmen 101 In morte del fratello

Consolationes

I.114 Consolatio per Telesforo Fenio: in morte di Antulla


I.116 In morte di Antulla, figlia di Fenio
V.34 Consolatio per sé stesso: in morte di Erotion
VI.18 Consolatio per Prisco: in morte di Salonino
IX.74 Ricordo dell'amico Rufo Camonio
IX.76 Ancora in ricordo dell'amico Rufo Camonio
XII.52 Consolatio per Sempronia, in morte di Rufo
Catullo, Carmen 96 Consolatio per Licinio Calvo in morte di Quintilia

Epigrammi funerari ironici

VIII.57 I tre denti di Piceno


IX.15 Cloe e i sette mariti
IX.29 Epicedio per Fileni
IX.78 A Piacentino: i sette mariti di Galla
X.43 Filero e le sette mogli
X.63 Epitaffio d'una nobil Matrona
X.67 Epitaffio d'una pruriginosa vecchietta
XI.14 Un colono piccolo piccolo

Epigrammi alla vita - carpe diem


I.15 All'amico Giulio: viver domani è già tardi: vivi oggi
IV.54 A Collino
V.58 A Postumo: è saggio chi ha vissuto ieri
V.64 Anche gli dei posson perire
VI.70 La vita non è esser vivi, ma star bene
VII.47 Il ritorno alla vita di Licinio Sura

traduzioni: Filippo Maria SACCA'

Sulla morte

Gli epigrammi funebri si originano nel mondo greco dalla trascrizione della Laudatio Funebris,
la lode funebre che veniva pronunciata dai parenti del defunto durante l'orazione funebre
(epitaphios logos - έπιτάφιος λόγος).
Era solitamente una breve narrazione della vita del defunto, avente intento elogiativo e
commemorativo e veniva solitamente trascritta e conservata per esser utilizzata successivamente
in altre occasioni con un fine glorificatorio del defunto e della gens cui apparteneva.

Altri classici che utilizzarono tale genere poetico:


Epicedi: Catullo, [Carmina 101]; Stazio, [Silvae, II, 1, 6; III, 3; V, 1, 3, 5]; Ovidio, [Amores, III,
9; Ponticae, I, 9]; Orazio, [Carmina, I, 24]; Properzio, [Elegie, III, 7, 18; IV, 11]; Ausonio,
[Epicedium in patrem; Parentalia]; Virgilio, [Ecloghe, V, 20-44; Eneide, VI, 860-886].
Consolationes: Cicerone per la morte della figlia Tulliola in de Consolatione; Seneca nei
dialoghi Consolatio ad Marciam, Consolatio ad Polybium e Consolatio ad Helviam Matrem.

In questa pagina ho raccolto le epigrafi funebri di Marco Valerio Marziale che ho potuto
individuare ed altri suoi epigrammi sulla tematica della morte; alcune di queste epigrafi furono
dedicate a fanciulli e fanciulle, schiavi o liberti o liberi; alcuni epitaffi furono dedicati a piccoli
schiavi di Marziale morti prematuramente, altri furono probabilmente commissionati allo stesso
dai parenti dei defunti o forse semplicemente dedicati al defunto, altri sono invece ironici.

Eròtion era una piccola schiava di Marziale morta quando ancora non aveva compiuto sei anni e
i cui genitori (ma altri sostengono che questi fossero i genitori di Marziale stesso), Frontone e
Flaccilla, erano morti anni prima; Marziale scrisse tre epigrammi per la bimba, che sono un
epicedio un epitaffio ed una consolatio; in particolare quello che [Hanc tibi Fronto pater...] è
probabilmente il più noto epigramma del poeta. Molto noti sono anche i due epicedi per due suoi
giovani schiavi: Alcimo e Demetrio; il secondo, reso libero in punto di morte, era un suo
amanuense, cioé si occupava di trascrivere i suoi volumi, in modo da poterli poi portare a
vendere nelle botteghe, delle quali Marziale ne descrive nei suoi libretti due in Roma; anche
molto noto è l'epitaffio per Canace, bimba morta forse per le complicazioni di un ascesso
dentale.

...e sulla vita


Per affinità ho anche inserito alcuni epigrammi dedicati alla vita in cui generalmente Marziale
esorta il lettore a vivere il presente il più pienamente possibile, senza condizionamenti dettati da
ipotetici avvenimenti futuri in quanto il domani è comunque incerto; lo stesso concetto del carpe
diem espresso da Orazio nella ode I.11.8:

«Dum loquimur fugerit invida aetas:


carpe diem, quam minimum credula postero.»

Mentre stiamo parlando il tempo, carico d'odio, fuggirà via:


cogli l'attimo, confidando il men possibile su quel che verrà dopo.

Questi sono i pensieri ispirati dal fatalismo pagano greco-romano: l'oggi esprime la transitorietà
della vita, che è precaria, effimera, vola via in un attimo, e quindi va colta, vissuta intensamente
e consapevolmente; tale pensiero va la di là del semplice materialista godimento della vita in cui
si da' libero sfogo al piacere dei sensi ma piuttosto invita a vivere giorno per giorno con gioia e
dignità cercando di afferrare e realizzare nel presente qualcosa che sfidi e superi il tempo fugace
e la precarietà della effimera vita e possa provare a dare un senso di compiutezza all'esistenza.
Il tema viene anche affrontato da Seneca nel dialogo De Brevitate Vitae:

«[...] Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus. Satis longa vita in maximarum
rerum consummationem large data est, si tota bene collocaretur; sed ubi per luxum ac
neglegentiam diffluit, ubi nulli bonae rei inpenditur, ultima demum necessitate cogente, quam ire
non intelleximus transisse sentimus. Ita est: non accipimus brevem vitam, sed fecimus, nec
inopes eius sed prodigi sumus. [...]»

[...] Non (è vero che) abbiamo poco tempo, ma molto (ne) abbiamo perso. Ci è stata data una vita
adeguatamente lunga, (sufficiente) per il compimento delle più grandi imprese, a patto che venga
tutta ben organizzata; ma quando scorre via (trascorsa) nella lussuria e nella negligenza, quando
non viene consumata per alcuna buona occupazione, (quando) alla fine siamo spinti dalla
estrema necessità, (solo allora) ci accorgiamo che è passata quella vita che non percepivamo
stesse (inesorabile) trascorrendo. Dunque questa è (la verità): non riceviamo una vita breve, ma
la creiamo (tale), e non siamo bisognosi di questa, ma sciuponi. [...]

Epigrammaton Liber V Carmen 34, De Erotio: consolatio

Hanc tibi, Fronto pater, genetrix Flaccilla, puellam


oscula commendo deliciasque meas,
parvola ne nigras horrescat Erotion umbras
oraque Tartarei prodigiosa canis.
Impletura fuit sextae modo frigora brumae,
vixisset totidem ni minus illa dies.
Inter tam veteres ludat lasciva patronos
et nomen blaeso garriat ore meum.
Mollia non rigidus caespes tegat ossa nec illi,
terra, gravis fueris: non fuit illa tibi.

A voi affido l’ombra di Eròtion

“A te, padre Frontone, a te, Flaccilla genitrice,


affido questa bimba, (tenera) boccuccia e mia delizia,
affinché la piccola Erotion non tema le nere ombre
e le mostruose bocche del cane degl'inferi.
Avrebbe appena completato i geli del sesto inverno,
se fosse vissuta non meno di altrettanti giorni.
Tra così antichi protettori possa (la) birbantella giocare
e il nome mio con la boccuccia (ancor) blesa garrire.
Le delicate ossa sian protette da non dura zolla, e tu,
terra, non esserle pesante: lei non (lo) fu per te.”

[ Note:
Eròtion: Amorino;
osculum: diminutivo di os, boccuccia, piccola bocca, tenera boccuccia, bacio
tartarei canis: del cane tartareo, del cane infernale, (il Cerbero con Tre teste);
sextae frigora brumae: i freddi della sesta bruma
lasciva: gaia, allegra, giocosa, spensierata, vivace, capricciosa, monella, birichina, birba, birboncella,
birbantella scherzosa;
blaeso: (bleso: incapace di pronunciare correttamente i suoni, in genere f, r ed s), anche incerto,
confuso, balbettante;
garriat: garrire (garrito: un particolare fischio o stridìo emesso da alcuni uccelli quali passeri, rondini,
cornacchie, gabbiani; suono acuto, stridulo, intenso, piuttosto breve), anche cinguettare, cicalare,
schiamazzare, squittire, ciarle senza significato].

[Traduzione: fmsacca]
vedi anche Epigrammata Liber V Carmen 34

Epigrammaton Liber V carmen 37

Puella senibus dulcior mihi cycnis,


Agna Galaesi mollior Phalantini,
Concha Lucrini delicatior stagni,
Cui nec lapillos praeferas Erythraeos,
5 Nec modo politum pecudis Indicae dentem
Nivesque primas liliumque non tactum;
Quae crine vicit Baetici gregis vellus
Rhenique nodos aureamque nitelam;
Fragravit ore, quod rosarium Paesti,
10 Quod Atticarum prima mella cerarum,
Quod sucinorum rapta de manu glaeba;
Cui conparatus indecens erat pavo,
Inamabilis sciurus et frequens phoenix:
Adhuc recenti tepet Erotion busto,
15 Quam pessimorum lex amara fatorum
Sexta peregit hieme, nec tamen tota,
Nostros amores gaudiumque lususque -
Et esse tristem me meus vetat Paetus,
Pectusque pulsans pariter et comam vellens:
20 'Deflere non te vernulae pudet mortem?
Ego coniugem' inquit 'extuli, et tamen vivo,
Notam, superbam, nobilem, locupletem.'
Quid esse nostro fortius potest Paeto?
Ducentiens accepit, et tamen vivit.

Epicedio per Eròtion

“Bimba per me più dolce dei vecchi cigni,


più morbida di un’agnella del Galeso Falantino,
più delicata di una perla del lago Lucrino,
alla quale non anteporresti né le gemme d’Eritrea,
5 né una zanna or ora lucidata d’un indico elefante
e le prime nevi ed un giglio intatto,
che superava nella chioma il vello delle greggi betiche,
e le trecce delle femmine renane e lo scintillio dell’oro;
la sua bocca odorava, dei roseti di Pesto,
10 del primo miele dei favi dell’Attica,
d'una scheggia d’ambra presa nella mano;
comparato a lei il pavone era sgradevole,
lo scoiattolo odioso e banale la fenice:
Ancora è tiepida la recente cenere di Erotion,
15 che la turpe legge di un fato implacabile
al suo sesto inverno, non ancora compiuto, portò via,
mio amore e gioia e delizia -
E il mio Peto non vuol ch’io sia triste,
e parimenti battendosi il petto e strappandosi i capelli:
20 ‘Non ti vergogni di pianger la morte d’una schiavetta?
Io ho trasportato mia moglie (alla tomba)’, soggiunge,
‘nota, fiera, nobile, ricca e tuttavia son vivo’;
Chi può esser più forte del nostro Peto?
duecento milioni di sesterzi ha ereditato, eppur vive.”

14] nei 4 soli versi 14-17 Marziale scrive un epicedio completo, in cui annuncia la morte della
bimba, il recente funerale, ed anche il suo personale dolore ed affetto.
18] si osservi come a partire dal verso 18 l'epigramma cambi totalmente atmosfera: nella prima
parte, versi 1-17, è un epicedio piuttosto classico, in cui il poeta esprime il suo dolore per la
morte della puella; ma la società romana considerava sconveniente un eccessivo cordoglio per la
morte di uno schiavo, ed ecco nei versi 18-24 il fulmineo e sferzante finale tipico di Marziale.
Peto incarna il pensiero dominante della società romana, e lo invita a vegognarsi, facendogli
presente quanto sia più grave il suo di lutto; eppure si osserva immediatamente come all'estrema
tenerezza con cui nei versi precedenti Marziale ricordava la bimba, quali il vecchio cigno ormai
morente, il giglio appena fiorito, la fenice, le prime nevi, il roseto di pesto e via dicendo, si
contrappone la descrizione della defunta moglie di Peto, in cui son totalmente assenti i termini
affettivi, ma vengono aridamente elencati gli aggettivi che ne caratterizzano semplicemente lo
status economico e civile; tale elenco suona solenne e risulta completamente vuoto e distaccato;
Peto incarna il rispetto tradizionalista della virile sopportazione del grave lutto familiare ed
appare infine come un misero cacciatore di eredità incapace di emozioni. Marziale quindi si
scaglia con ironia contro tale cultura dominante, arida, epica, falsa, priva di affettività, e la sfida,
contrapponendogli il suo dolore ed i suoi sentimenti di sincera tristezza per la morte di una
misera schiavetta, ben cosapevole che questi sono i veri sentimenti da perseguire.

[Traduzione: fmsacca]

Epigrammaton Liber X carmen 61, Epitaphium Erotii

Hic festinata requiescit Erotion umbra,


crimine quam fati sexta peremit hiems.
Quisquis eris nostri post me regnator agelli,
manibus exiguis annus iusta dato:
sic lare perpetuo, sic turba sospite solus
flebilis in terra sit lapis iste tua.

Epitaffio per Eròtion

“Qui riposa Erotion frettolosa ombra,


che il sesto inverno rapì per un crudel destino.
Chiunque tu sia, padrone dopo di me del mio campicello,
offri ogni anno il giusto (sacrificio) ai piccoli Mani:
così, (mantenendo sempre) acceso il sacro focolare e al sicuro da (ogni) turbamento (la famiglia),
possa questa pietra restar la sola bagnata di pianto nel tuo campo.”

[Traduzione: fmsacca; un ringraziamento a Niko per l’aiuto nella traduzione dell’epigramma X.61].

Marzialis Epigrammaton I.15


O mihi post nullos, Iuli, memorande sodales,
Si quid longa fides canaque iura valent,
Bis iam paene tibi consul tricensimus instat,
Et numerat paucos vix tua vita dies.
5 Non bene distuleris videas quae posse negari,
Et solum hoc ducas, quod fuit, esse tuum.
Expectant curaeque catenatique labores,
Gaudia non remanent, sed fugitiva volant.
Haec utraque manu conplexuque adsere toto:
10 Saepe fluunt imo sic quoque lapsa sinu.
Non est, crede mihi, sapientis dicere 'Vivam':
Sera nimis vita est crastina: vive hodie.

Oh, Giulio, amico mio, nei miei ricordi secondo a nessuno,


se le lunghe confidenze e i vecchi impegni han valore,
ormai sei vicino quasi ad avere sessanta anni,
e la tua vita può ancora contare su pochi giorni.
Non è giusto rimandare quel che (domani) potrebbe esserti negato,
e sol questo (infine) ha valore, quel che è stato, ti appartiene.
(Ti) aspettano ostacoli fatti di sofferenze e fatiche,

e le gioie (della vita) non rimangono, ma volan via effimere.


afferrale tutte con entrambe le mani e tienile strette:
poiché spesso sfuggono in qualche modo e scivolano tra le braccia.
Non è saggio, credimi, l'uomo che dice 'vivrò':
viver domani è già tardi: vivi oggi.

3] Bis paene consul tricensimus: quasi due volte il trentesimo console - ossia l'amico Giulio si
avvicinava al sessantesimo anno di età.

Marzialis Epigrammaton I.88

Alcime, quem raptum domino crescentibus annis


Labicana levi caespite velat humus,
accipe non Pario nutantia pondera saxo,
quae cineri vanus dat ruitura labor,
sed faciles buxos et opacas palmitis umbras
quaeque virent lacrimis roscida prata meis
accipe, care puer, nostri monimenta doloris:
hic tibi perpetuo tempore vivet honor.
Cum mihi supremos Lachesis perneverit annos,
non aliter cineres mando iacere meos.
Marziale I.88 Epicedio per Alcimo
“Alcimo, rapito al padrone negl’anni dell’adolescenza
che il suol labicano abbraccia con lieve zolla erbosa,
accetta non il vacillante peso del masso (di marmo) pario,
che alla cenere dà vana e peritura fatica,
ma i sereni bossi e la sfumata ombra della vite
ed anche accetta, fanciullo (a me) caro, verdeggianti prati
umidi delle mie lacrime come fosser monumenti del mio dolore:
questo tributo per te vivrà eterno nel tempo.
E quando Lachesi terminato avrà di svolger col fuso gl’anni di questa vita,
in non altro modo possan giacere le ceneri mie.”

Lachesi: una delle tre Moire, divinità della mitologia greca che regolavano il destino delle donne e degli
uomini; Lachesi in particolare svolgeva il fuso della vita.

Marzialis Epigrammaton I.93

Fabricio iunctus fido requiescit Aquinus,


Qui prior Elysias gaudet adisse domos.
Ara duplex primi testatur munera pili:
Plus tamen est, titulo quod breviore legis:
5 'Iunctus uterque sacro laudatae foedere vitae,
Famaque quod raro novit, amicus erat.'

Fabrizio riposa (ora) col fido Aquino,


(che fu) contento d'esser giunto per primo alle dimore dell'Elisio.
Una duplice ara testimonia che (entrambi) furono omaggiati del grado di capi centuria:
Tuttavia ha maggior valore (di questi elogi) l'iscrizione che brevemente leggi:
'Erano uniti l'uno all'altro da un sacro patto di gloriosa vita,
e, (cosa questa) che raramente conosce la Fama, erano amici'.

Marzialis Epigrammaton I.101

Illa manus quondam studiorum fida meorum


Et felix domino notaque Caesaribus,
Destituit primos viridis Demetrius annos:
Quarta tribus lustris addita messis erat.
Ne tamen ad Stygias famulus descenderet umbras,
Ureret inplicitum cum scelerata lues,
Cavimus et domini ius omne remisimus aegro:
Munere dignus erat convaluisse meo.
Sensit deficiens sua praemia meque patronum
Dixit ad infernas liber iturus aquas.

In morte del suo amanuense Demetrio

Per motivi scaramantici


mai terminerò questa pagina
lasciando questo epigramma
non tradotto.

Marzialis Epigrammaton I.114

Hos tibi vicinos, Faustine, Telesphorus hortos


Faenius et breve rus udaque prata tenet.
Condidit hic natae cineres nomenque sacravit
Quod legis Antullae, dignior ipse legi.
5 Ad Stygias aequum fuerat pater isset ut umbras:
Quod quia non licuit, vivat, ut ossa colat.

Telesforo Fenio possiede questi giardini a te vicini,


Faustino, e questo piccolo campo e questo umido prato.
Qui son conservate le ceneri della figlia e (vi) ha consacrato il nome,
che tu leggi, di Antulla, ma sarebbe stato più degno leggervi il suo stesso nome.
5 Alle ombre dello Stige sarebbe stato più giusto che fosse andato il padre:
poiché ciò non fu concesso, possa vivere, per prendersi cura dei resti (della figlia).

Stige: fiume del Lamento; secondo la mitologia greco-romana uno dei 5 fiumi degli Inferi.

Marzialis Epigrammaton I.116

Hoc nemus aeterno cinerum sacravit honori


Faenius et culti iugera pulchra soli.
Hoc tegitur cito rapta suis Antulla sepulchro,
Hoc erit Antullae mixtus uterque parens.
5 Si cupit hunc aliquis, moneo, ne speret agellum:
Perpetuo dominis serviet iste suis.
Fenio ha consacrato questo boschetto e questo splendido campo
di uno jugero ben coltivato ad onorare in eterno le ceneri (dei morti).
Questo sepolcro nasconde Antulla, troppo presto rapita ai suoi (familiari),
(e) qui, insieme ad Antulla, giaceranno entrambi i genitori.
5 Se qualcuno brama questo campicello, io l’avverto, non lo speri:
questo (luogo) servirà per sempre (solo) ai suoi padroni.

Jugero: misura di terreno corrispondente ad un quadrato con lato di 240 passi.

Marzialis Epigrammaton IV.54

O cui Tarpeias licuit contingere quercus


Et meritas prima cingere fronde comas,
Si sapis, utaris totis, Colline, diebus
Extremumque tibi semper adesse putes.
5 Lanificas nulli tres exorare puellas
Contigit: observant quem statuere diem.
Divitior Crispo, Thrasea constantior ipso
Lautior et nitido sis Meliore licet:
Nil adicit penso Lachesis fusosque sororum
10 Explicat et semper de tribus una negat.

Oh, Collino, a cui fu concesso raggiunger la quercia Tarpea


e cinger con le (sue) migliori fronde le meritevoli chiome,
se hai giudizio, usa tutti i (tuoi) giorni
e pensa sempre di esser vicino al tuo ultimo.
5 Nessuno può persuadere le tre fanciulle filatrici a mutare (il corso
del destino): prestano attenzione (solo) a quel giorno stabilito.
Ti è concesso esser più ricco di Crespo, più determinato
dello stesso Thrasea, (più) elegante e splendente di Meliore:
Lachesi nulla aggiunge alla lana da filare mentre svolge i fusi delle sorelle
10 e sempre tra le tre (lei) sola nega (ogni concessione ai mortali).

1] Tarpea: Capitolina
2] Il rametto di quercia con cui venivano incoronati i vincitori dei giochi quinquennali dedicati a
Giove capitolino, istituiti da Domiziano.
5] Lanificas tres puellas: le tre fanciulle tessitrici: le tre moire, le divinità figlie di Zeus, Cloto,
Lachesi e Atropo, le esecutrici del destino che determina il termine della vita di ognuno. Esse
quindi rappresentano il Fato ineluttabile.
8] Meliore: a Glauco liberto delicatus di Meliore è dedicato l'epitafio VI.28.
Marzialis Epigrammaton V.58

Cras te victurum, cras dicis, Postume, semper.


Dic mihi, cras istud, Postume, quando venit?
Quam longe cras istud, ubi est? aut unde petendum?
Numquid apud Parthos Armeniosque latet?
5 Iam cras istud habet Priami vel Nestoris annos.
Cras istud quanti, dic mihi, possit emi?
Cras vives? hodie iam vivere, Postume, serum est:
Ille sapit, quisquis, Postume, vixit heri.

Domani vivrai, Postumo, tu, sempre, dici domani.


Dimmi, Postumo, questo domani quando viene?
Quanto è lontano questo domani, dove stà? o donde lo puoi ottenere?
Potrebbe esser che si nasconde presso i Parti e gli Armeni?
5 Questo (tuo) domani ha di già gl'anni di Priamo oppur di Nestore.
Questo domani, dimmi, per quanto puo esser comprato?
Domani vivrai? Vivere oggi, Postumo, è già tardi:
Chi ha vissuto ieri, quello, Postumo, è saggio.

Marzialis Epigrammaton V.64

Sextantes, Calliste, duos infunde Falerni,


Tu super aestivas, Alcime, solve nives,
Pinguescat nimio madidus mihi crinis amomo
Lassenturque rosis tempora sutilibus.
5 Tam vicina iubent nos vivere Mausolea,
Cum doceant, ipsos posse perire deos.

alla vita
Versa due sextantes di Falerno, Callisto,
tu Alcimo sciogli in questo la neve d’estate.
I miei capelli gocciolino riccamente di spiganardo
e le mie tempie sian adornate da ghirlande di rose.
5 I Mausolei, così vicini, ci esortano a vivere
insegnandoci che gli dei stessi posson perire.

Sextantes: Sextarius unità di misura usata per il vino pari a 54 centilitri.


aesitvas nives: la neve d’estate, neve conservata in luoghi freschi da usare in estate sciogliendola
nel vino per rinfrescarlo.
Amomo: Spiganardo, pianta asiatica da cui si estrae un olio profumato.
Ipsos posse perire deos: nei Mausolei erano spesso sepolti gli Imperatori, che erano assimilati a
divinità.

Marzialis Epigrammaton VI.18

Sancta Salonini terris requiescit Hiberis,


Qua melior Stygias non videt umbra domos.
Sed lugere nefas: nam qui te, Prisce, reliquit,
Vivit qua voluit vivere parte magis.

La sacra (ombra) di Salonino riposa nelle terre Iberiche,


Non (v'è) ombra più nobile e giusta che veda le dimore dello Stige.
Ma addolorarsi è sbagliato: infatti chi ti ha lasciato, Prisco,
(ora) vive in quel luogo dove maggiormente desiderò vivere.

Marzialis Epigrammaton VI.28, Epitaphium Glauciae

Libertus Melioris ille notus,


Tota qui cecidit dolente Roma,
Cari deliciae breves patroni,
Hoc sub marmore Glaucias humatus
5 Iuncto Flaminiae iacet sepulchro:
Castus moribus, integer pudore,
Velox ingenio, decore felix.
Bis senis modo messibus peractis
Vix unum puer adplicabat annum.
10 Qui fles talia, nil fleas, viator.

Glauco, quel noto liberto di Meliore,


alla cui morte tutta Roma si dolse,
breve gioia dell’affezionato patrono,
riposa inumato sotto questo sepolcro
5 di marmo vicino alla via Flaminia:
di casti costumi, di integra modestia,
di pronto acume, di rara bellezza.
Completate due volte sei mietiture
il giovane stava appena per aggiunger un altro anno.
10 Viaggiatore, che piangi per il suo destino, che tu mai possa esser causa di (simil) pianto.

Glaucias: Glauco, era il prediletto liberto e puer delicatus di Atedio Meliore (Atedius Melior), e
morì non ancora tredicenne. A Meliore il poeta Stazio dedicò diversi componimenti per alcune
centinaia di versi: Silvae liber 2.1 Glaucias Atedi Melioris Delicatus: Glauco, delicato di Atedio
Meliore, Silvae 2.3 Arbor Atedi Melioris: L'albero di Atedio Meliore, Silavae 2.4. Psittacus
Eiusdem: Il pappagallo dello stesso (Meliore).

Marzialis Epigrammaton VI.52, Epitaphium Pantagathi

Hoc iacet in tumulo raptus puerilibus annis


Pantagathus, domini cura dolorque sui,
Vix tangente vagos ferro resecare capillos
Doctus et hirsutas excoluisse genas.
Sis licet, ut debes, tellus, placata levisque,
Artificis levior non potes esse manu.

In questo tumulo giace Pantagato rapito negl’anni


della fanciullezza, con pena e dolore del suo padrone,
era molto abile nel tagliar capelli diradati sfiorandoli
appena col ferro (delle forbici) e nel rassettar l’irsuta barba.
Terra, sii (a lui) propizia come è giusto, appagata e leggera,
(e) non potrai esser più lieve della (sua) mano d’artista.

Marzialis Epigrammaton VI.76, Epitaphium Fusci

Ille sacri lateris custos Martisque togati,


Credita cui summi castra fuere ducis,
Hic situs est Fuscus. Licet hoc, Fortuna, fateri:
Non timet hostiles iam lapis iste minas;
5 Grande iugum domita Dacus cervice recepit,
Et famulum victrix possidet umbra nemus.

In questo luogo stà Fusco, quel custode della sacra persona


e del guerrier togato, cui furon affidati gli accampamenti
del sommo comandante. Questa è la verità, Fato, lo devi ammettere:
queste (sacre) pietre (funerarie) ora non temon minacce ostili;
5 Il Daco sottomesso ha accettato al suo collo il potente giogo,
e la vittoriosa ombra (or) possiede l'(ormai) asservito bosco.
1] Fusco era comandante sul campo di battaglia in nome e per conto dell'Imperatore.
Mars togatus: Marte togato - il guerriero togato era l'Imperatore che rimanendo a Roma, e quindi
in toga, comandava l'esercito tramite i suoi generali.
6] Fusco morì sul campo di battaglia e venne sepolto vicino ad un bosco in terra di Dacia; quindi
l'ombra di Fusco è ora la padrona del boschetto presso cui è stato tumulato il suo corpo.

Marzialis Epigrammaton VI.85

Editur en sextus sine te mihi, Rufe Camoni,


Nec te lectorem sperat, amice, liber:
Impia Cappadocum tellus et numine laevo
Visa tibi cineres reddit et ossa patri.
5 Funde tuo lacrimas orbata Bononia Rufo,
Et resonet tota planctus in Aemilia:
Heu qualis pietas, heu quam brevis occidit aetas!
Viderat Alphei praemia quinta modo.
Pectore tu memori nostros evolvere lusus,
10 Tu solitus totos, Rufe, tenere iocos,
Accipe cum fletu maesti breve carmen amici
Atque haec absentis tura fuisse puta.

Guarda! Il mio sesto (libro) è stato diffuso senza che tu ci sia, Rufo Camonio,
né, (caro) amico, il (mio) libro spera di averti (come suo) lettore:
il crudel suolo della Cappadocia, che tu vedesti quando un dio
ti era avverso, restituì al padre (tuo sol) ceneri ed ossa.
5 Versa lagrime Bologna privata del tuo Rufo,
e risuoni il pianto nell'intera (via) Emilia:
ahimè qual pena, ah qual breve vita è svanita!
Appena vide per la quinta volta i premi (dei giochi di Olimpia) sull'Alfeo.
Tu che (leggevi e) scoprivi i miei giochi (poetici) rammentandoli nel profondo,
10 tu ch'eri solito, Rufo, ricordare tutti i miei scherzi,
accetta (questi) pochi versi col pianto dell'amico afflitto
e considerali incensi offerti da un altro luogo.

8] Alphei praemia quinta: per la quinta volta i premi dei giochi sull'Alfeo; l'Alfeo è un fiume
della Grecia sulle cui rive sorgeva Olimpia e tali giochi oggi li conosciamo come Olimpiadi;
Rufo aveva quindi appena compiuto 20 anni.

Marzialis Epigrammaton VII.40, Epitaphium patri Etruscus


Hic iacet ille senex Augusta notus in aula,
Pectore non humili passus utrumque deum;
Natorum pietas sanctis quem coniugis umbris
Miscuit: Elysium possidet ambo nemus.
5 Occidit illa prior viridi fraudata iuventa:
Hic prope ter senas vixit Olympiadas.
Sed festinatis raptum tibi credidit annis,
Aspexit lacrimas quisquis, Etrusce, tuas.

Qui giace quel vecchio ben noto alla corte imperiale, che accettò
e sopportò con sentimento non umile e favore e collera del dio;
la pietà dei figli che lo consacrarono alle ombre l'unì
alla sposa: ognun di lor due avrà un posto nel bosco dell'Elisio.
5 Quella per prima perse la vita derubata della più fresca giovinezza:
questo visse (il tempo di veder) per quasi tre volte sei Olimpiadi.
Nondimeno chiunque abbia scorto le tue lacrime, o Etrusco, dovette
credere che ti fu strappato dalla vita (troppo) frettolosamente.

4] Elysium nemus: bosco dell'Elisio - L'Elisio o campi Elisi è il luogo dell'Ade ove stanno i
giusti, i saggi, gli eroi e tutti i meritevoli; qui vivono dopo la morte vagando per i campi
impegnati in piacevoli attività analoghe a quelle seguite in vita. Il poema più famoso ove si parla
del bosco è il VI libro dell'Eneide, in cui Virgilio segue la concezione pitagorica della
metempsicosi; il bosco si trova in un luogo appartato dei campi Elisi, vicino al fiume Lete o
fiume dell'Oblio; dopo un lungo tempo di permanenza nei campi le ombre bevono l'acqua del
fiume per dimenticare la lor vita precedente e si reincarnano in un nuovo corpo sulla terra. Del
Lete ne parla anche Dante, collocandolo nel monte Purgatorio all'interno del Paradiso Terrestre;
le anime vi si immergono per purificarsi ed ascendere poi al Paradiso.
6] ter senas Olympiadas: tre volte sei Olimpiadi - ovvero 18 olimpiadi, che quindi significa 72
anni.
7] Si rivolge ad Etrusco, il figlio del vecchio defunto.

Marzialis Epigrammaton VII.47

Doctorum Licini celeberrime Sura virorum,


Cuius prisca gravis lingua reduxit avos,
Redderis - heu, quanto fatorum munere! - nobis,
Gustata Lethes paene remissus aqua.
Perdiderant iam vota metum securaque flebat
Tristitia, et lacrimis iamque peractus eras:
Non tulit invidiam taciti regnator Averni
Et raptas Fatis reddidit ipse colus.
Scis igitur, quantas hominum mors falsa querellas
Moverit, et frueris posteritate tua.
Vive velut rapto fugitivaque gaudia carpe:
Perdiderit nullum vita reversa diem.

Sei tornato tra noi, Licinio Sura, il più celebre


fra gli uomini colti, la cui solenne oratoria ci ha riportato
agli antichi avi - Ah dei, qual grande regalo del fato! -,
rimandato indietro dopo aver quasi assaporato l'acqua del Lethe.
Di già erano cessate le sgomente orazioni funebri e i pianti senza
ritegno, ed avevi ormai esaurito le nostre lacrime:
il re del silente Averno non sopportò tal dispiacere
e lui stesso restituì la conocchia alle fatali rapitrici.
Tu conosci, perciò, qual grande rammarico provocò negli uomini la tua
falsa morte, ed avrai piacere sapendo quel che di te diranno i posteri.
vivi dunque e afferra senza esitazione le fuggitive gioie:
la tua ritrovata vita non avrà perso un sol giorno.

Marzialis Epigrammaton VII.96, Epitaphium Urbici Pueri

Conditus hic ego sum, Bassi dolor, Urbicus infans,


Cui genus et nomen maxima Roma dedit.
Sex mihi de prima deerant trieteride menses,
Ruperunt tetricae cum male pensa deae.
Quid species, quid lingua mihi, quid profuit aetas?
Da lacrimas tumulo, qui legis ista, meo:
Sic ad Lethaeas, nisi Nestore serior, undas
Non eat, optabis quem superesse tibi.

Qui io, Urbico, son sepolto, col dolor di Basso, bambino


cui la grande Roma diede i natali ed il nome.
Sei mesi ancora mi mancavan per completare un triennio,
quando le aspre dee malvagiamente recisero il fil (della mia vita).
A cosa mi son servite la bellezza, le ciarle, i teneri anni?
Tu, che leggi questa (iscrizione), versa una lacrima sul mio tumulo:
Così colui che desideri ti sopravviva non solchi le onde del Lethe,
se non dopo ch’abbia raggiunto l’età di Nestore.

Tetricae deae ruperunt pensa: le aspre dee recisero il filo; dalla mitologia greca le tre Moire, le
figlie di Zeus che regolavano in modo quasi meccanico l’esecuzione del destino scritto per ogni
essere umano, espressione del fatalismo pagano del mondo greco-romano; Cloto (io filo), che
filava il filo della vita, creando quindi il filo di lana ritorto, Lachesi (il destino) che avvolgeva il
filo al fuso, Atropo (l’ineluttabile) che tagliava il filo.
Lethe: dalla mitologia greca, il fiume dell’oblio, uno dei fiumi del mondo degli Inferi, il luogo in
cui si recano tutte le ombre dei morti.
Nestore: dalla mitologia greca, sinonimo di uomo molto vecchio e saggio.

Marzialis Epigrammaton VIII.57

Tres habuit dentes, pariter quos expuit omnes,


Ad tumulum Picens dum sedet ipse suum;
Collegitque sinu fragmenta novissima laxi
Oris et aggesta contumulavit humo.
5 Ossa licet quondam defuncti non legat heres:
Hoc sibi iam Picens praestitit officium.

Piceno aveva tre denti, che sputò tutti insieme,


nel mentre che era intento a sistemare il suo stesso tumulo;
recuperò allora stringendo al petto gli inusuali frammenti della (sua) bocca
(ormai) floscia e raccoltili insieme li sepolse nel cumulo di terra.
5 Oh erede quando verrà il momento non raccogliere le ossa del defunto:
Per queste (infatti) Piceno già da sé provvedette alle cerimonie funebri.

Marzialis Epigrammaton IX.15

Inscripsit tumulis septem scelerata virorum


'Se fecisse' Chloe. Quid pote simplicius?

La svergognata Cloe fece inscrivere sui tumuli dei suoi


sette mariti 'è opera mia'. Chi mai potrebbe esser più sincero?

Nelle iscrizioni tombali spesso veniva riportato il nome del familiare che realizzava il
monumento; ma detto in questo modo tale informazione si presta evidentemente ad un’altra
interpretazione secondo cui Cloe li ha portati tutti alla tomba.

Marzialis Epigrammaton IX.28, Epitaphium Latini


Dulce decus scaenae, ludorum fama, Latinus
Ille ego sum, plausus deliciaeque tuae,
Qui spectatorem potui fecisse Catonem,
Solvere qui Curios Fabriciosque graves.
5 Sed nihil a nostro sumpsit mea vita theatro,
Et sola tantum scaenicus arte feror:
Nec poteram gratus domino sine moribus esse;
Interius mentes inspicit ille deus.
Vos me laurigeri parasitum dicite Phoebi,
10 Roma sui famulum dum sciat esse Iovis.

Latino, amato splendore del teatro (di Roma), celebrità dei giochi,
(oggetto) del tuo applauso e del tuo diletto, quello io sono,
che potei avere (Marco Porcio) Catone (come mio) spettatore,
che (riuscii) a liberar (dalla lor severità) gli austeri Curii e Fabricii.
5 Ma nulla del nostro teatro fu assimilato dalla mia vita (fuor delle recite),
e sol per la mia arte scenica fui (da vivo) tanto considerato:
e non avrei potuto esser gradito al mio Divino Signore se non in tal modo;
quel dio osserva i più intimi recessi della mente.
Voi chiamatemi pure ospite dello splendente Apollo cinto d’alloro,
10 a patto che Roma sappia ch’io sono il servitor di Giove.

7] Domino: si riferisce al signore domino di tutti i romani, l’imperatore.


8] Deus: ancora si riferisce alla divinità imperiale.
9] Phebus: Febo è uno degli epiteti con cui viene chiamato Apollo, una delle principali divinità
greco-romane; Febo significa letteralmente splendente o lucente.

Marzialis Epigrammaton IX.29, Epitaphium Philaenis

Saecula Nestoreae permensa, Philaeni, senectae,


Rapta es ad infernas tam cito Ditis aquas?
Euboicae nondum numerabas longa Sibyllae
Tempora: maior erat mensibus illa tribus.
5 Heu quae lingua silet! non illam mille catastae
Vincebant, nec quae turba Sarapin amat,
Nec matutini cirrata caterva magistri,
Nec quae Strymonio de grege ripa sonat.
Quae nunc Thessalico lunam deducere rhombo,
10 Quae sciet hos illos vendere lena toros?
Sit tibi terra levis mollique tegaris harena,
Ne tua non possint eruere ossa canes.
Dopo aver vissuto per un periodo lungo quanto gli anni del vecchio Nestore,
sei stata così prematuramente trascinata ai fiumi infernali di Dite, Fileni?
Non avevi ancor contato i tanti anni della Sibilla
Eubèa: quella era più vecchia di tre mesi.
5 Ah qual lingua è ora muta, ahimè! Quella (lingua) non poteva esser sopraffatta
da mille cataste (di schiavi), né da qualunque turba di seguaci di Serapide,
né dalle ricciolute truppe dei mattutini maestri di scuola,
né dalle rive dello Strimone risonanti di greggi.
Chi d’ora in poi saprà come tirar giù la luna col magico circolo Tessalico?
10 Qual ruffiana mostrerà la stessa capacità nel vender quei giacigli amorosi?
Ti sia la terra lieve e ti copra la morbida sabbia,
così che i cani non possano non cavar fuori le tue ossa!

Ditis: Dis Pater - Dite divinità romana degli inferi equivalente al dio greco Ade
Catastae: piattaforme dove gli schiavi erano esibiti per la vendita
Sarapis: Serapide o Sarapide o Sérapis: divinità greco-egizia, successivamente introdotta nel
mondo romano
Strymonian: Strimone. Fiume greco.

Marzialis Epigrammaton IX.30

Cappadocum saevis Antistius occidit oris


Rusticus. O tristi crimine terra nocens!
Rettulit ossa sinu cari Nigrina mariti
Et questa est longas non satis esse vias;
5 Cumque daret sanctam tumulis, quibus invidet, urnam,
Visa sibi est rapto bis viduata viro.

Antistio Rustico trovò la morte nelle violente terre (barbariche) della


Cappadocia. Ah (qual) suolo insensato per un (sì) doloroso crimine!
Nigrina riportò indietro le ossa dell'adorato sposo tenendole strette al seno
e si rammaricò che la strada del ritorno non fosse abbastanza lunga;
5 e nel mentre che affidava la sacra urna al tumulo, del quale era gelosa,
le sembrò che il marito le venisse strappato una seconda volta.

4] la strada non abbastanza lunga: nel senso che avrebbe voluto avere in suo possesso i resti del
marito per un tempo maggiore.

Marzialis Epigrammaton IX.74


Effigiem tantum pueri pictura Camoni
Servat, et infantis parva figura manet.
Florentes nulla signavit imagine voltus,
Dum timet ora pius muta videre pater.

Ricordo di Rufo Camonio

A fatica il dipinto conserva il ritratto di Camonio


fanciullo, e sopravvive la minuta figura d'un bimbo.
Nessuna immagine ha segnato il volto (degli anni) fiorenti,
poiché l'affezionato padre ha paura di vedere la muta bocca.

Rufo Camonio era un grande amico di Marziale e suo estimatore, morto ancor giovane da soldato
in Cappadocia ( VI.85, Epicedio per Rufo Camonio).
Si deve pensare che il padre preferisse non avere un suo ritratto simile a quando morì in quanto
temeva che il vedere la ormai muta bocca del figlio gli avrebbe provocato più dolore che
conforto; probabilmente Marziale in un viaggio a Bologna, più o meno 4 anni dopo la morte del
giovane amico, incontrò il padre di Rufo nella casa di questi e rimase colpito dal non vedere
ritratti del figlio oltre quello ormai sbiadito che lo ritraeva da bambino.

Marzialis Epigrammaton IX.76

Haec sunt illa mei quae cernitis ora Camoni,


Haec pueri facies primaque forma fuit.
Creverat hic vultus bis denis fortior annis,
Gaudebatque suas pingere barba genas,
5 Et libata semel summos modo purpura cultros
Sparserat: invidit de tribus una soror
Et festinatis incidit stamina pensis,
Absentemque patri rettulit urna rogum.
Sed ne sola tamen puerum pictura loquatur,
10 Haec erit in chartis maior imago meis.

Consolatio: Ancora su Rufo Camonio

Questo è ciò che rappresenta l'espressione del mio Camonio,


questo il viso del fanciullo ed il (suo primo) aspetto.
Assunse una forma gagliarda questo volto in vent'anni,
e si rallegrava del fatto che la barba stesse colorando le sue guance,
5 e tagliata una sola volta di recente spruzzò di (rosso) porpora la sommità
della lama (del rasoio): fra le tre (Moire) una sorella malevola
e frettolosa tagliò il fil di lana (della sua vita),
e l'urna restituì al padre quel che restava del lontano rogo.
Ma tuttavia perché la pittura non racconti da sola del fanciullo,
10 questo (suo) ritratto più a lungo rimarrà nelle mie pagine.

2] Haec pueri facies primaque forma fuit: si riferisce ad una pittura che raffigura Rufo da
bambino; vedi 9]
3] bis denis annis: due decine di anni; tra il momento del ritratto e quello della morte passarono
20 anni; in VI.85 afferma che Rufo vide 5 olimpiadi, che vuol dire un tempo trascorso da un
minimo di 20 anni ad un massimo di 26 anni (se fosse nato l'anno dopo l'olimpiade e morto un
anno prima della 6 successiva olimpiade); nell'unico ritratto conservato dal padre era dunque un
bambino di non più di sei anni.
Tuttavia è anche possibile che Marziale come periodo temporale per una Olimpiade intendesse
un lustro, ovvero 5 anni e non 4.
6] de tribus una soror: le tre moire, le tre figlie di Giove: Cloto, Lachesi e Atropo, espressione
del fato ineluttabile che decide la nostra sorte; delle tre sorelle sempre era Lachesi colei che
recideva il filo della vita.
9] La pittura a cui si riferisce Marziale è quella che lui vide poco tempo prima in casa del padre
di Rufo, come scritto nell'epigramma IX.74 di cui questo epigramma è una sorta di
continuazione.

Marzialis Epigrammaton IX.78

Funera post septem nupsit tibi Galla virorum,


Picentine: sequi vult, puto, Galla viros.

Dopo la sepoltura di sette mariti Galla ti ha sposato,


o Piacentino: Galla, io credo, desidera di seguir i (suoi) sette uomini.

Marzialis Epigrammaton X.43

Septima iam, Phileros, tibi conditur uxor in agro.


Plus nulli, Phileros, quam tibi, reddit ager.

Filero, di già sotterri nel tuo campo la settima moglie.


A nessuno, Filero, quanto a te, un campo rende tanto.

Marzialis Epigrammaton X.50

Frangat Idumaeas tristis Victoria palmas,


Plange, Favor, saeva pectora nuda manu;
Mutet Honor cultus, et iniquis munera flammis
Mitte coronatas, Gloria maesta, comas.
5 Heu facinus! prima fraudatus, Scorpe, iuventa
Occidis et nigros tam cito iungis equos.
Curribus illa tuis semper properata brevisque
Cur fuit et vitae tam prope meta tuae?

Spezza, dolente Vittoria (trionfante), le (rigogliose) palme idumee,


percuoti, o (benevolo) Favore, il nudo petto con mano furente;
muta, Onore, l'oggetto della tua devozione, e (tu), mesta Gloria,
concedi la tua chioma inghirlandata come tributo alle inique fiamme (del rogo).
5 Ahimè qual crimine del fato! (Tu) muori, Scorpo, defraudato della prima
giovinezza e dopo così poco tempo imbrigli i neri cavalli.
Perché quella meta (verso cui) sempre il tuo carro si affrettava
e rapidamente (raggiungeva) fu anche tanto vicina alla tua vita?

7-8] La meta era una colonna posta in corrispondenza della stretta curva del circo ed in senso
lato è anche il termine della vita.

Marzialis Epigrammaton X.53, Epitaphium Aurigae Scorpi

Ille ego sum Scorpus, clamosi gloria Circi,


Plausus, Roma, tui deliciaeque breves,
Invida quem Lachesis raptum trieteride nona,
Dum numerat palmas, credidit esse senem.

Epitaffio di Scorpo, l'auriga

Scorpo, celebrità dell'acclamante circo, per un breve momento


(oggetto) del tuo applauso, o Roma, e del tuo diletto,
quello son io, che la malevola Lachesi, mentr'era intenta a contar i mie' premi,
credette che fossi (già) vecchio ed a (sol) ventisett'anni mi rapì.

1] Scorpo era un'Auriga che gareggiava nel Circo guidando un carro trainato solitamente da 4 o
da 2 cavalli; il più famoso circo di Roma era il Circo Massimo, che conteneva 150.000 spettatori
posto nella valle tra Aventino e Palatino, dinanzi alla residenza imperiale; i giochi si svolgevano
solitamente su sette o su cinque giri, e l'aspetto più spettacolare era il pericolo di incidenti in
quanto gli aurighi tentavano di spingere i carri degli avversari fuori della pista; le morti di uomini
e cavalli erano frequentissime e quindi tali giochi erano estremamente pericolosi.
Scorpo fu un'auriga fra i più famosi ed acclamati di Roma vincendo oltre 2000 gare prima di
trovar la morte sulla meta, la curva del circo, il punto più pericoloso.
Vedifoto della statua di Scorpo ai Musei Vaticani.
3] nona trieteride: trieteride, dal calendario greco una misura raramente utilizzata che
corrisponde ad un periodo di 738 giorni; non corrisponderebbe quindi a tre anni ma a molto
meno e quindi la nona trieteride corrisponde a poco più di 18 anni, non a 27 anni. Secondo altre
interpretazioni trieteride corrisponde invece al periodo di un triennio, per cui si arriverebbe a 27
anni.
4] Scorpo fu vittima di un errore del fato: aveva già vinto così tanto che Lachesi, una delle tre
Moire, divinità rappresentazione del destino ineluttabile che regolano la fine della nostra vita,
contando il numero delle sue vittorie lo giudicò già vecchio.

Marzialis Epigrammaton X.63, Epitaphium Nobilis Matronae

Marmora parva quidem, sed non cessura, viator,


Mausoli saxis pyramidumque legis.
Bis mea Romano spectata est vita Tarento,
Et nihil extremos perdidit ante rogos:
5 Quinque dedit pueros, totidem mihi Iuno puellas,
Cluserunt omnes lumina nostra manus.
Contigit et thalami mihi gloria rara fuitque
Una pudicitiae mentula nota meae.

In verità, viaggiatore, son modesti marmi (quelli su cui) leggi (queste righe),
ma null’hanno da invidiare ai massi di Mausolo ed alle Piramidi.
Due volte la mia vita è stata oggetto di ammirazione nella romana Taranto,
e (la mia virtù) nulla di estremo perse prima del rogo (funerario):
5 Giunone mi diede cinque figli, altrettante figlie,
tutte le lor mani chiusero i miei occhi.
È accaduto e fu rara gloria coniugale
che un sol membro fu noto alla mia pudicizia.

Martialis Epigrammaton X.67, Epitaphium vetulae

Pyrrhae filia, Nestoris noverca,


Quam vidit Niobe puella canam,
Laertes aviam senex vocavit,
Nutricem Priamus, socrum Thyestes,
Iam cornicibus omnibus superstes,
Hoc tandem sita prurit in sepulchro
Calvo Plutia cum Melanthione.
epitaffio di una vecchietta

Figlia di Pirra, matrigna di Nestore,


che Niobe fanciulla vide canuta,
che il vecchio Laerte chiamò nonna,
Priamo balia, Tieste suocera,
già sopravvissuta a qualunque corvo,
finalmente collocata in questo sepolcro
Plozia ha i pruriti col calvo Melanzione.

[Plozia era vecchia in modo inimmaginabile: Marziale richiama numerosi gradi di parentela con
personaggi mitologici vecchissimi e che la mitologia faceva risalire alla remotissima antichità.
Iam cornicibus omnibus superstes: esser più vecchio di qualunque corvo è un modo di dire, riferibile a
uomini e donne, per indicare una estrema longevità.
Tandem: infine, finalmente; suggerisce che la morte giunse forse quasi come una liberazione per i
discendenti.
Plozia era così arzilla che anche nella tomba, dopo esser infine morta, mostrava pruriginoso desiderio
per Melanzione, il marito sepolto nel medesimo sepolcro, evidentemente molto tempo prima; dal nome
si desume che Melanzione fosse di origini servili e la calvizie indica una sua certa età, ma anche si può
riferire alle attitudini libidinose attribuite ai calvi; solitamente sulle lapidi era decantata la castità e la
purezza ma per Plozia Marziale contravviene spudoratamente ogni regola: mentre solitamente in un
epitaffio viene messa in evidenza la virtù in questo viene riportato ai posteri un vizio.]

Epigrammaton XI.13, Epitaphium Paridis

Quisquis Flaminiam teris, viator,


Noli nobile praeterire marmor.
Urbis deliciae salesque Nili,
Ars et gratia, lusus et voluptas,
Romani decus et dolor theatri
Atque omnes Veneres Cupidinesque
Hoc sunt condita, quo Paris, sepulchro.

Epitaffio per Paride, l’attore

Chiunque tu sia, viandante, che percorri la Flaminia,


Non ignorare questo nobil marmo.
Delizia di Roma e arguzia del Nilo,
Arte e grazia, gioco e piacere,
Splendore e dolore del teatro romano
Ed ogni Amore ed ogni Desiderio
Son conservati qui, in questo sepolcro, con Paride.

Paride, nato in Egitto e sepolto lungo la via Flaminia, che fu attore e pantomimo nei teatri di Roma ai
tempi di Marziale, sotto il principato di Domiziano.
Venere: la dea dell’Amore.
Cupido: il dio del desiderio amororso, figlio di Venere

Epigrammaton XI.14

Heredes, nolite brevem sepelire colonum:


Nam terra est illi quantulacumque gravis.

O voi eredi, evitate di seppellire un contadino così piccino:


infatti la terra per quanto poca comunque gli pesa.

Epigrammaton XI.91, Epitaphium Canaces

Aeolidos Canace iacet hoc tumulata sepulchro,


ultima cui parvae septima venit hiems.
A scelus, a facinus! Properas qui flere, viator,
non licet hic vitae de brevitate queri:
tristius est leto leti genus: horrida vultus
abstulit et tenero sedit in ore lues,
ipsaque crudeles ederunt oscula morbi,
nec data sunt nigris tota labella rogis.
Si tam praecipiti fuerant ventura volatu,
debuerant alia fata venire via.
Sed mors vocis iter properavit cludere blandae,
ne posset duras flectere lingua deas.

Canace figlia di Eolide giace tumulata in questo sepolcro,


piccola per cui giunse il settimo ultimo inverno.
Ah crimine, ah oltraggio! Tu che stai per piangere, viandante,
qui non è consentito lamentarsi riguardo la brevità della vita:
il modo della (sua) morte è più triste della morte (stessa): un’orrida
piaga (le) prese il volto e s’insediò nella tenera bocca,
ed il crudel morbo consumò gli stessi baci,
né le labbra furon date intere al nero rogo.
Se con volo tanto precipitoso è arrivato,
sarebbe dovuto giunger per altra via il destino.
Ma la morte rapidamente fermò il viaggio della delicata voce
perché la lingua non potesse piegare le dee spietate.

Epigrammaton XII.52, Epitaphium Rufi

Tempora Pieria solitus redimire corona,


Nec minus attonitis vox celebrata reis,
Hic situs est, hic ille tuus, Sempronia, Rufus,
Cuius et ipse tui flagrat amore cinis.
5 Dulcis in Elysio narraris fabula campo,
Et stupet ad raptus Tyndaris ipsa tuos:
Tu melior, quae deserto raptore redisti,
Illa virum voluit nec repetita sequi.
Ridet et Iliacos audit Menelaus amores:
10 Absolvit Phrygium vestra rapina Parim.
Accipient olim cum te loca laeta piorum,
Non erit in Stygia notior umbra domo:
Non aliena videt, sed amat Proserpina raptas:
Iste tibi dominam conciliabit amor.

Lui che soleva cinger la testa con la corona delle Pieridi,


e la cui eloquenza a difesa dei rei demoralizzati fu non meno rinomata,
quel tuo Rufo, la cui stessa cenere s'infiamma del tuo amore,
o Sempronia, è qui, in questo luogo.
5 Nel campo Elisio sei raccontata come una dolce favola,
e la stessa (Elena figlia di) Tindaro è sbalordita dal tuo rapimento:
tu che lasciato il rapitore tornasti indietro, sei miglior di lei
che volle seguire l'uomo (che la rapì) e non ritornar sui suoi passi.
Ride Menelao e ascolta dei (vostri) iliaci amori:
10 il vostro rapimento assolve il frigio Paride.
Quando arriverà il tempo che i gioiosi luoghi dei giusti ti accoglieranno,
nella casa dello Stige non vi sarà ombra più nota:
Proserpina non guarda gli immeritevoli, ma è amorevole con le rapite:
questo ti procurerà l'amore della signora degli inferi.

6] tyndaris: Elena tindaride, figlia di Tindaro, è una figura mitologica greca descritta nell'Iliade e
nell'Odissea, icona della femminilità e motivo scatenante della guerra di Troia. Era definizione
stessa della bellezza ed aveva numerosissimi pretendenti; il padre li fece giurare che una volta
che lei avesse scelto il marito, tutti sarebbero accorsi in suo aiuto nel caso le fosse stata rapita.
Elena scelse infine Menelao, ma il troiano Paride la rapì cosa che indusse Menelao ed il fratello
Agamennone ad organizzare la spedizione greca contro Troia.
13] Proserpina: divinità romana il cui culto fu introdotto nel 249 a.C.; rapita da Plutone re
dell'Ade ne divenne sposa e regina degli Inferi; la madre Cerere implorò Giove di liberarla;
Proserpina poté tornare sulla terra ma doveva passare 6 mesi l'anno agli inferi; in quei mesi
Cerere faceva calare un gran freddo sulla terra in segno di dolore; il mito fa risalire all'ira di
Cerere per la permanenza di Proserpina agli inferi l'alternanza delle stagioni.

Gaius Valerius Catullus Carmen 96

Si quicquam mutis gratum acceptumque sepulcris


accidere a nostro, Calve, dolore potest,
quo desiderio veteres renovamus amores
atque olim missas flemus amicitias,
certe non tanto mors immatura dolorist
Quintiliae, quantum gaudet amore tuo.

Consolatio per Calvo in morte di Quintilia

Se qualcosa (che sia) di affetto e conforto, Calvo,


dal nostro dolore può discendere ai muti sepolcri,
(quel dolore) in cui ridestiamo nel rimpianto antichi amori
e piangiamo le ormai perse amicizie d'un tempo,
per Quintilia certo la prematura morte non è
così dolorosa, tanta è la gioia per il tuo amore.

dolorist: dolori est

Gaius Valerius Catullus Carmen 101

Multas per gentes et multa per aequora vectus


advenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem.
Quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum.
Heu miser indigne frater adempte mihi,
nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frater, ave atque vale.

In morte del fratello


Condotto attraverso molte genti e molti mari
giungo a questi infelici riti funebri, fratello,
per donarti l'ultimo omaggio di morte
e invano parlare alla (tua) muta cenere.
Giacché il destino stesso mi condusse lontano da te.
Ohimé sfortunato fratello ingiustamente strappatomi,
pure nel frattempo, secondo l'antico uso dei padri
che (ci) tramandarono il triste tributo (da rendere) alle ombre,
ora accetta questo (dono) così bagnato dal fraterno pianto,
e per sempre, fratello, (io) ti saluto e addio.

Catullo fece parte nel 57-56 a.C. di una spedizione in Asia Minore (la penisola anatolica) durante
la quale si recò a rendere omaggio alla tomba del fratello.
inferia: riti funebri celebrati in determinati giorni dell'anno, in cui si adornavano le tombe con
fiori e si organizzavano dei banchetti sui sepolcri per ricordare i defunti.

Catullo - poesie proibite


Canti profani

C. Valerio Catullo, carme 6 I segreti di Flavio


C. Valerio Catullo, carme 15 T’affido l’amor mio
C. Valerio Catullo, carme 16 Ad Aurelio e Furio
C. Valerio Catullo, carme 21 Aurelio, padre di tutti gli arrapati
C. Valerio Catullo, carme 23 Sei di già abbastanza felice, Furio
C. Valerio Catullo, carme 25 Tallo, checca bocchinara
C. Valerio Catullo, carme 32 Aspettami Ipsitilla
C. Valerio Catullo, carme 37 La taverna dei puttanieri
C. Valerio Catullo, carme 39 Nulla è più sciocco d’una sciocca risata
C. Valerio Catullo, carme 41 Ameana, l’amichetta di Mamurra
C. Valerio Catullo, carme 42 Restituiscimi i versetti lurida cagna
C. Valerio Catullo, carme 56 È stato un attimo
C. Valerio Catullo, carme 58 Lesbia pompinara
C. Valerio Catullo, carme 74 Lo zio di Gellio
C. Valerio Catullo, carme 80 Le candide labbra di Gellio
C. Valerio Catullo, carme 88 Gellio scellerato
C. Valerio Catullo, carme 89 Gellio è smagrito
C. Valerio Catullo, carme 94 Cazzo adultero
C. Valerio Catullo, carme 97 Emilio faccia di culo
C. Valerio Catullo, carme 98 La lingua di Vezio
C. Valerio Catullo, carme 111 La virtù di Aufilena
C. Valerio Catullo, carme 112 Nasone

Canti riferiti a Gellio: 74, 80, 88, 89, 90, 91, 116; in tutti i carmi Gellio viene attaccato da Catullo per i
suoi rapporti incestuosi; potrebbe trattarsi del figlio del console e generale Lucio Gellio Poblicola, uno
dei consoli che condussero l’esercito romano contro Spartaco e i suoi uomini nella terza guerra servile
(73 - 71 a.C.), portato dal padre stesso in giudizio dinanzi al Senato per tale genere di accuse.

[traduzioni: Filippo Maria SACCA']

Gaio Valerio Catullo Carmen 6

Flavi, delicias tuas Catullo,


nei sint inlepidae atque inelegantes,
velles dicere nec tacere posses.
Verum nescio quid febriculosi
scorti diligis: hoc pudet fateri.
Nam te non viduas iacere noctes
nequiquam tacitum cubile clamat
sertis ac Syrio fragrans olivo,
pulvinusque peraeque et heic et illeic
attritus, tremulique quassa lecti
argutatio inambulatioque.
Nam nil ista valet, nihil, tacere.
Cur? Non tam latera ecfututa pandas,
nei tu quid facias ineptiarum.
Quare quicquid habes boni malique,
dic nobis. Volo te ac tuos amores
ad caelum lepido vocare versu.

I segreti di Flavio

Se non fossero indelicate e ineleganti, Flavio,


desidereresti parlar delle tue voluttuose delizie
al tuo Catullo e non potresti certo tacerne.
In verità non so qual disfatta puttana tu abbia
mai scelto: il vergognarsene è già una confessione.
D’altra parte che tu non giaccia in notti solitarie
lo grida a chiunque la tua stanzetta vanamente muta
fragrante di ghirlande di fiori e di balsami di Siria,
e di qua i cuscini sparsi ovunque e di là gli
strofinii, e i continui tremori che scuotono il letto
e gli scricchiolii di chi cammina avanti e indietro.
E non convinci affatto, a nulla serve tacere.
Perché? Non ti stiracchieresti i fianchi smagriti
da troppe scopate se non facessi qualche sciocchezza.
Dunque qualunque cosa tu abbia afferrato, dimmela,
che sia buona o cattiva. Coi miei allegri versetti
voglio portar te e i tuoi amori lassù, fino in cielo.

2] inlepidus: illepidus, a, um: sgraziato, indelicato, sgarbato, senza spirito;


7] nequiquam: non in qualche maniera; invano, indarno; senza scopo, senza motivo;
tacitum ... clamat: ossimoro;
17] lepidus, a, um: gentile, grazioso, amabile, carino, vezzoso, piacevole, giocondo, lepido; in
senso negativo: lezioso; particolarmente riguardo forma e sostanza del discorso: grazioso, faceto,
spiritoso.

Gaio Valerio Catullo Carmen 15

Commendo tibi me ac meos amores,


Aureli. Veniam peto pudentem,
ut, si quicquam animo tuo cupisti,
quod castum expeteres et integellum,
conserves puerum mihi pudice,
non dico a populo: nihil veremur
istos, qui in platea modo huc modo illuc
in re praetereunt sua occupati;
verum a te metuo tuoque pene
infesto pueris bonis malisque.
Quem tu qua lubet, ut iubet, moveto
quantum vis, ubi erit foris, paratum:
hunc unum excipio, ut puto, pudenter.
Quod si te mala mens furorque vecors
in tantam impulerit, sceleste, culpam,
ut nostrum insidiis caput lacessas,
a tum te miserum malique fati,
quem attractis pedibus patente porta
percurrent raphanique mugilesque.

T’affido l’amor mio

T’affido l’amor mio come t’affiderei me stesso,


Aurelio. Sol una gentilezza timidamente t’imploro,
se mai qualcosa nel tuo animo hai desiderato ardentemente,
per il quale invocasti l’innocenza e una tenera integrità,
che tu mi mantenga pulito questo giovinetto,
non dico dal popolo: ché non mi preoccupo di quelli,
che per la strada, chi di qua chi di là,
assorti nelle loro faccende passan oltre distrattamente;
in verità è te ch’io temo e il tuo cazzo assai molesto
pei ragazzi tutti, che sian buoni o cattivi.
Tu, quando lui te l’ordina e a te piace, lo ficcherai dove credi,
ovunque sarai, sempre che sia pronto in tiro, ma fuor di casa:
questo sol ragazzo, non chiedo molto, devi pudicamente scansare.
Poiché se la tua mente malata e la tua sconsiderata frenesia
ti condurranno, scelerato, a una così grave infamia,
tanto da aggredir slealmente la stessa mia persona,
ah, infelice, qual sciagurato destino t’attende,
afferrato per i piedi da quella porta spalancata
passeranno ravanelli e cefali argentati.

1] meos amores: si riferisce probabilmente a Giovenzio;


4] integellus, a, um: discretamente intatto; diminutivo di integer: intatto, integro, incorrotto,
risparmiato dal saccheggio;
19] mugil, mugilis: muggine, cefalo (mugil cephalus); tale pesce veniva infilato nel deretano
degli adulteri colti sul fatto, come punizione canonica (Catullo, Plinio);

Gaio Valerio Catullo Carmen 16

Pedicabo ego vos et irrumabo,


Aureli pathice et cinaede Furi,
qui me ex versiculis meis putastis,
quod sunt molliculi, parum pudicum.
5 nam castum esse decet pium poetam
ipsum, versiculos nihil necesse est;
qui tum denique habent salem ac leporem,
si sunt molliculi ac parum pudici,
et quod pruriat incitare possunt,
10 non dico pueris, sed his pilosis
qui duros nequeunt movere lumbos.
vos, quod milia multa basiorum
legistis, male me marem putatis?
pedicabo ego vos et irrumabo.

Ad Aurelio e Furio

Io ve lo ficcherò su per il culo e poi in bocca,


Aurelio succhiacazzi e Furio frocia sfondata,
che pei miei versetti pensate, sol perché
son teneri e gentili, ch’io sia poco pudico e virtuoso.
5 Giacché è appropriato per un poeta onesto esser casto
con sé stesso, ma nulla è dovuto dai suoi versetti;
i quali hanno ora e per sempre arguzia e grazia,
quando son tenerelli e un poco spudorati,
e riescono a risvegliar un certo pruriginoso desiderio,
10 non dico nei fanciulli, ma in quei vecchi pelosi
incapaci ormai d’inarcar la schiena rattrappita.
Voi, che avete letto de' miei innumerevoli baci,
pensate forse ch’io sia uomo perverso e poco virile?
Credetemi, ve lo ficcherò su per il culo e poi in bocca.

1] Secondo il più classico degli stereotipi, valido in ogni tempo, l’atto sessuale attivo è
definizione di uomo virile; l’atto sessuale passivo ricevuto da un altro uomo è definizione di
uomo effeminato, di mezzo uomo; Catullo non poteva arrecare maggiore offesa ai suoi avversari.
7-8] Salem ac leporem... molliculi ac parum pudici: Ecco le componenti secondo Catullo per
realizzare una poesia che catturi l’attenzione dei lettori: salem, il sale, ossia l’arguzia, il
divertimento che è parum pudici ovvero poco pudico e la grazia, leporem che è molliculi, tenero,
delicato, tenerello, gentile, volendo anche femminile.
salem ... parum pudici: Catullo spiega quindi la funzione della oscenità nella sua poesia: questa
dà il sale, il divertimento, l’arguzia al componimento.
11] qui duros nequeunt movere lumbos: che non sono più in grado di muovere i lombi ormai
rigidi, insomma non riescono più a praticare il normale atto sessuale.
12-13] male marem: maschio poco virile; l’accusa che Aurelio e Furio fanno a Catullo è di essere
un perverso, nel senso di passivo nei rapporti sessuali, quindi un pathicus o un molle cinaedus,
esattamente ciò di cui li accusa Catullo nel verso 2. Tale accusa di passività sarebbe
maliziosamente sostenuta dai due facendo riferimento ai versi sdolcinati del poeta; in particolare
multa milia basiorum è un evidente riferimento al carme 5, dammi mille baci.
13] mas, maris: di genere maschile, maschile, maschio; in senso traslato: robusto, forte, virile,
maschio; male mas: non virile, fiacco, Orazio, Catullo; contrapposto a femina.
14] pedicabo ego vos et irrumabo: Il poeta inizia e termina questo celebre carme con la minaccia
nei confronti dei due denigratori Aurelio e Furio di praticar loro la sodomia e di costringerli alla
fellatio dimostrandogli in tal modo di non essere effeminato; evidentemente seccato delle
sciocche categorie mentali dei due, per cui scrivere dei versi teneri e femminili significherebbe
automaticamente essere effeminato, esprime il proposito di mostrare ai due la sua mascolinità
seguendo i soli canoni mentali che questi sembrano conoscere: io vi dimostrerò che sono un vero
uomo, e per farlo ... pedicàbo ego vos et irrumàbo.

Gaio Valerio Catullo Carmen 21

Aureli, pater esuritionum,


non harum modo, sed quot aut fuerunt
aut sunt aut aliis erunt in annis,
pedicare cupis meos amores.
Nec clam: nam simul es, iocaris una,
haerens ad latus omnia experiris.
Frustra: nam insidias mihi instruentem
tangam te prior inrumatione.
Atque id si faceres satur, tacerem:
nunc ipsum id doleo, quod esurire,
(vae) me, mi puer et sitire discet.
Quare desine, dum licet pudico,
ne finem facias, sed inrumatus.

Aurelio, padre di tutti gli arrapati

Aurelio, padre di tutti gli arrapati,


non solamente di questi che conosci, ma di tutti quelli
che furono che sono e degl’altri che negl’anni verranno,
desideri inculare l’amor mio.
E non lo nascondi: non appena puoi, giocando da solo con lui,
ti strofini al suo fianco e le provi tutte.
Illuso: mentre architetti i tuoi agguati
io prima te lo ficcherò in bocca.
E se tu lo facessi da sazio, ancora potrei passarci sopra:
ma quel che ora mi fa incazzare è la tua fame immonda,
e che insegni al mio ragazzo, ah, che pena per me, ad aver sete.
Dunque finiscila qui, mentre sei ancora immacolato,
e non portarmi allo stremo, o continuerai con un cazzo in bocca.

1] pater esuritionum: padre degli affamati;


esurio, esurire, esurivi, esuritus: essere affamato; essere bramoso; desiderare ardentemente;
evidentemente Catullo si riferisce metaforicamente alla fame di sesso, anche se apparentemente
sembra rimproverarlo per il suo essere affamato, ossia povero, e quindi indegno della compagnia
di Giovenzio
ion: suffisso; indica il risultato dell’azione del verbo
4] Il suo amore in questo canto è probabilmente il giovane Giovenzio;
8] tango, tetigi, tactum, ere: toccare; I) toccare fisicamente: toccare, tastare; toccare un luogo:
giungere in un luogo; toccare afferrando, palpando pungendo: afferrare, palpare, battere,
pungere, urtare, colpire; colpire aliquem: uccidere; toccare bagnando: spruzzare, ungere,
bagnare, profumare; toccare in senso mitigato: prenedere, ricevere, assaggiare, bere, mangiare;
II) toccare moralmente: commuovere, stimolare, far impressione; nel discorso: citare, pungere
con discorso satirico; toccare qualcuno con effetto attivo, darsi a qualcuno;
8], 13] inrumare: irrumare;
10] nunc ipsum id doleo, quod esurire, vae) me, mi puer et sitire discet: ma ora quel che mi
affligge è che insegni al mio ragazzo, ah, povero me, ad aver fame e ad aver sete.
Mi piace tuttavia attribuire la fame ad Aurelio e non a Giovenzio per tre motivi: rafforza e da' un
senso completo al verso 9 (E se tu lo facessi da sazio, ancora potrei passarci sopra), mi consente
di definire almeno una volta la metafora di Aurelio affamato, in quanto al verso 1 ho sostituito
affamato con arrapato e infine pone in evidenza "aver sete", il cui significato resta alquanto
oscuro; potrebbe forse riferirsi a quella pratica oro-genitale volgarmente nota come "ingoio".
11] vae: interiezione che esprime il dolore o lo sdegno: ah! ahi! guai!; vae mihi (dativo) guai a
me!; vae te (accusativo) povero te! guai a te!

Gaio Valerio Catullo Carmen 23

Furi, cui neque servus est neque arca


nec cimex neque araneus neque ignis,
verum est et pater et noverca, quorum
dentes vel silicem comesse possunt,
est pulcre tibi cum tuo parente
et cum coniuge lignea parentis.
Nec mirum: bene nam valetis omnes,
pulcre concoquitis, nihil timetis,
non incendia, non graves ruinas,
non facta impia, non dolos veneni,
non casus alios periculorum.
Atqui corpora sicciora cornu
aut si quid magis aridum est habetis
sole et frigore et esuritione.
Quare non tibi sit bene ac beate?
A te sudor abest, abest saliva,
mucusque et mala pituita nasi.
Hanc ad munditiem adde mundiorem,
quod culus tibi purior salillo est,
nec toto decies cacas in anno;
atque id durius est faba et lapillis;
quod tu si manibus teras fricesque,
non umquam digitum inquinare posses.
Haec tu commoda tam beata, Furi,
noli spernere nec putare parvi,
et sestertia quae soles precari
centum desine: nam sat es beatus.

Sei di già abbastanza felice, Furio

Furio caro, non possiedi un servo e neanche del denaro


e non una cimice o un ragno né il calore d’un focolare,
ma hai un padre ed una matrigna, che a dire il vero
coi denti potrebbero triturar la pietra,
tu stai magnificamente con questo tuo genitore
e con quella moglie tua parente secca come il legno.
E non è poi così strano: state tutti assai bene,
digerite in modo eccellente, non temete nulla,
che siano incendi, o gravi sciagure,
o azioni infami, o perfidi veleni,
o alcun altro accidente che possa cagionar pericolo.
E ancora grazie al sole e al freddo e alla fame
avete corpi più rinsecchiti d’un corno
o di quel che di più inaridito esista.
Perché non dovresti star bene ed esser felice?
Non sai cosa sia il sudore, e neppur la saliva,
né il catarro nè lo sgradevole moccio del naso.
E a questa pulizia aggiungi quella assai superiore,
che il tuo culo è più lindo d’una salierina di vetro,
e non caca dieci volte in un anno; e quel che fai
è più duro d’una fava secca e dei ciottoli di fiume;
tanto che se lo sfregassi e stropicciassi tra le mani,
non potresti sporcarti neanche un sol dito.
Queste gradevolezze tanto fortunate, Furio,
non devi disprezzarle né ritenerle misere,
e finiscila poi d’implorare quei cento sesterzi
come al solito: sei di già abbastanza felice.

arca, ae: armadio, scrigno, cassa; forziere; denaro;


mucus, i: moccio, muco;
pituita, ae: umor viscido, pituita, muco, catarro, raffreddore, siero;
salillum, i: piccola saliera;

Gaio Valerio Catullo Carmen 25

Cinaede Thalle, mollior cuniculi capillo


vel anseris medullula vel imula oricilla
vel pene lanquido senis situque araneoso,
idemque, Thalle, turbida rapacior procella,
cum diva mulierarios ostendit oscitantes,
remitte pallium mihi meum, quod involasti,
sudariumque Saetabum catagraphosque Thynos,
inepte, quae palam soles habere tamquam avita.
Quae nunc tuis ab unguibus reglutina et remitte,
ne laneum latusculum manusque mollicellas
inusta turpiter tibi flagella conscribillent,
et insolenter aestues velut minuta magno
deprensa navis in mari vesaniente vento.
Tallo, checca bocchinara

Tallo checca bocchinara, più molle del pelo d’un coniglio


o della midollina di un’oca o dell’insignificante lobulo d’un orecchio
o del pisello moscio dei vecchi e d’un antro dimenticato coperto di ragnatele,
ma anche, Tallo, più rapace d’una oscura tempesta,
nel momento che la luna ti mostra ciondolanti donnaiuoli,
rendimi il mio mantello, con cui sei volato via, ladro,
e il fazzoletto di Sétabi e i ricami di Tìnia, che sei solito
ostentare in pubblico, sommo idiota, come fossero cose tue.
Molla la presa dei tuoi artigli, ora, e ridammeli subito,
se non vuoi che sulle tue chiappette vellutate e sulle tue mani mollicce
il mio flagello scarabocchi a fuoco l’ignominia,
e che tu debba inusitatamente fremere come il minuto guscio d’una nave
sorpreso dal vento furibondo nell'immenso mare spumeggiante.

1] mollis: molle; sottomesso, remissivo, mansueto; addomesticato; in generale il termine era


riferito per indicare un uomo effeminato.
Thallus: Tallo, nome diffuso tra schiavi e liberti;
2] medullula. ae: midollina; diminutivo di medulla, midollo;
imulus, a, um: infimo, al di sotto di tutto; diminutivo di imus: il più basso;
oricilla: auricilla; lobulo dell’orecchio, lobo dell’orecchio;
4-5] Tallo è un ladruncolo che sfrutta il chiaro di luna per derubare qualche distratto donnaiolo;
5] diva: la luna; traduzione letterale: dea, divina, di natura divina;
mulierarios: la decifrazione del testo originale è incerta, a volte viene riportata come mulier aries
o in altri modi
6] involasti: piombare sopra un possesso e impadronirsene, involare, portar via;
7] Saetabis, bis: Sétabi regione della Spagna celebre per i fini tessuti e i lini;
catagraphos: tessuti ricamati;
Thynus, a, um: Tinia, regione della penisola anatolica posizionata vicino alla forse più nota
Bitinia;
10] latusculum, i: piccolo fianco, piccolo lato; diminutivo di latus; il lato può essere inteso come
lato del corpo, ma anche in senso traslato come una parte del corpo e in tal senso l’ho
interpretato come piccolo fondo schiena;
laneus, a, um: di lana; morbido, molle come la lana, vellutato;
12] minuta...magno: ossimoro; tuttavia in minuta navis in magno mari minuta è riferito alla nave
e magno al mare, e quindi è un ossimoro, accostmaento di due termini antitetici, da un punto di
vista sintattico estetico e musicale, ma non da un punto visto semantico in quanto i due termini
contradditori si riferiscono a due soggetti diversi;
13] vesaniens , entis: furioso, furibondo, che infuria;

Gaio Valerio Catullo Carmen 32


Amabo, mea dulcis Ipsitilla,
meae deliciae, mei lepores,
iube ad te veniam meridiatum.
et si iusseris, illud adiuvato,
ne quis liminis obseret tabellam,
neu tibi lubeat foras abire,
sed domi maneas paresque nobis
novem continuas fututiones.
verum si quid ages, statim iubeto:
nam pransus iaceo et satur supinus
pertundo tunicamque palliumque.

Aspettami Ipsitilla

Ti amerò, mia dolce Ipsitilla,


mia delizia, mia incantatrice,
dimmi di venir da te a fare un riposino.
E se deciderai così, fammi questo favore,
non sprangare la porticina del tuo nido,
e non farti venir voglia di uscire,
ma resta in casa e preparati per
farci nove scopate ininterrotte.
In verità, se me lo vorrai chiedere, fallo subito:
giacché son qui sdraiato dopo pranzo e satollo pancia
all’aria col cazzo dritto sfondo tunica e mantello.

3] meridio, (avi), atum, are, (meridies): riposare, dormire dopo mezzodì, meriggiare.
5] limen, liminis: soglia; metonimia: soglia intesa come abitazione, dimora.
tabella, ae: genericamente diminutivo di tavola: piccola tavola, tabella, tavoletta.

Gaio Valerio Catullo Carmen 37

Salax taberna vosque contubernales,


a pilleatis nona fratribus pila,
solis putatis esse mentulas vobis,
solis licere, quidquid est puellarum,
confutuere et putare ceteros hircos?
an, continenter quod sedetis insulsi
centum an ducenti, non putatis ausurum
me una ducentos irrumare sessores?
atqui putate: namque totius vobis
frontem tabernae sopionibus scribam.
puella nam mi, quae meo sinu fugit,
amata tantum quantum amabitur nulla,
pro qua mihi sunt magna bella pugnata,
consedit istic. Hanc boni beatique
omnes amatis, et quidem, quod indignum est,
omnes pusilli et semitarii moechi;
tu praeter omnes une de capillatis,
cuniculosae Celtiberiae fili,
Egnati, opaca quem bonum facit barba
et dens Hibera defricatus urina.

La taverna dei puttanieri

Voi, bestie che frequentate quell’immonda taverna,


nove colonne dopo il tempio di Càstore e Pollùce,
pensate di averlo solo voi il cazzo, che solo a voi,
qualunque fichetta si presenti, sia concesso
scoparverla mentre gli altri son tutti cornuti?
O forse, dal momento che sedete in cento o duecento
tutti in fila come deficienti, credete che non sarei capace
di ficcarvelo in bocca a tutti e duecento quanti siete?
E allora sappiatelo: sul muro fuori della taverna
scriverò che siete tutti dei gran cazzoni.
La mia donna, fuggita dalle mie braccia,
lei, amata quanto nessuna mai sarà amata,
in nome della quale ho combattuto così grandi battaglie,
siede lì, tra voi. Ve la sbattete a turno, quasi che foste onesti
e rispettabili, ma in realtà, ed è questa la cosa atroce,
siete un branco di mezze seghe fallite e puttanieri da strada;
e tu sei il primo, Ignazio, fra tutti quei capelloni,
nato tra gl'innumerevoli conigli della Celtiberia,
che credi d’esser bello nascosto dalla barba incolta
e ti sfreghi i denti sciacquandoli con l'urina.

2] pilleatis fratribus: i fratelli imberrettati; i fratelli che portano il berretto di feltro; dalla
mitologia greco-romana sono Càstore e Pollùce, i due fratelli gemelli figli di Zeus e di Leda, noti
come Diòscuri; il tempio dei Diòscuri si trovava nel Foro;
pileum: berretto di feltro a forma conica utilizzato dai soldati di Sparta; essendo Càstore e
Pollùce protettori della città indossavano tale berretto.
9] Atqui: congiunzione (at + quo) connette enfaticamente quel che precede con un asserto
avversativo: al contrario, ma, sebbene, eppure, piuttosto; orbene, ebbene; in senso avversativo:
ma se (ora); talora utilizzata per aggiungere un nuovo pensiero in conferma del precedente: gli è
ben vero che; utilizzata per introdurre una assumptio, una propositio minor in filosofia, in un
sillogismo, con valore deduttivo o conclusivo: orbene, ebbene, dunque, perciò, adunque, di
conseguenza, e allora; atqui certe: ma almeno, ma (ora) cerrtamente.
Puto, avi, atum, are: in generale: computare, calcolare, valutare; pregnante in senso traslato:
considerare, meditare, esaminare, ponderare, riflettere, vagliare nell'animo;
10] sopio, sopionis: pene o largo pene; associato alla caricatura di qualcuno, per dargli del
"cazzone" ovvero del sempliciotto, fessacchiotto, buono a nulla, fannullone oppure del "testa di
cazzo" inteso come di qualcuno che esprime pensieri e tiene comportamenti riprorevoli od anche
forse intendendo qualcuno "che ragiona col cazzo"; oltre che in questo carme il sostantivo appare
in un paio di graffiti murari rinvenuti a Pompei.
14] Pusillus, a, um: piccino, piccolino; propriamente di chi o cosa rimane piccolino, in miniatura;
in senso traslato molto piccolo in estensione ed intensità, molto angusto: della voce: fioca,
debole; di coraggio: timido, pusillanime; di sentire e pensare: piccolo, pusillo; riguardo alla stima
di fronte ad altri: piccolo, da nulla, di poco rilievo; di oggetti: da nulla.

Gaio Valerio Catullo Carmen 39

Egnatius, quod candidos habet dentes,


renidet usque quaque. si ad rei ventum est
subsellium, cum orator excitat fletum,
renidet ille; si ad pii rogum fili
lugetur, orba cum flet unicum mater,
renidet ille. quidquid est, ubicumque est,
quodcumque agit, renidet: hunc habet morbum,
neque elegantem, ut arbitror, neque urbanum.
quare monendum est (te) mihi, bone Egnati.
si urbanus esses aut Sabinus aut Tiburs
aut pinguis Umber aut obesus Etruscus
aut Lanuvinus ater atque dentatus
aut Transpadanus, ut meos quoque attingam,
aut quilubet, qui puriter lavit dentes,
tamen renidere usque quaque te nollem:
nam risu inepto res ineptior nulla est.
nunc Celtiber es: Celtiberia in terra,
quod quisque minxit, hoc sibi solet mane
dentem atque russam defricare gingivam,
ut quo iste vester expolitior dens est,
hoc te amplius bibisse praedicet loti.

Nulla è più sciocco d’una sciocca risata

Ignazio, per esibire i suoi denti candidi, ride,


ride in ogni luogo e per qualunque cosa. Quando il colpevole
attende il giudizio, nel momento in cui l’oratore desta il pianto,
lui ride; se si assiste afflitti al rogo d’un figlio devoto,
mentre la madre orbata del suo solo ragazzo piange disperata,
lui ride. Per qualunque cosa, ovunque si trovi,
in qualunque momento che sia grave, ride, ride sempre:
ha questo difetto che non è elegante, io penso, e neanche cortese.
Dunque te lo devo proprio dire, mio buon Ignazio.
Se tu fossi uno di Roma o un Sabino o un Tiburtino
o un Umbro grosso o un grasso Etrusco
o un Lanuvino orribile e coi denti di fuori
o un Transpadano, per metterci anche i miei,
o uno di un qualunque altro posto, dove si lavano i denti con acqua pura,
pure ridere in ogni luogo e per qualunque cosa ti renderebbe antipatico:
poiché non c’è nulla di più sciocco d’una sciocca risata.
Ma tu sei un Celtibero: in terra Celtibera
quello che uno piscia, la mattina dopo lo utilizza
per strofinare a sangue denti e gengive,
così quanto più questi vostri denti son puliti,
tanto più si palesa il piscio che ti sei bevuto.

Celtiber, bera, berum: Celtibero


Celtiberi, orum: Celtiberi popolazione derivante dalla fusione di Celti e Iberici, nel centro della
Spagna;
mingo, mingere, minxi, minctus: urinare, atto della minzione, da cui in italiano il verbo mingere;
lotium, loti: urina utilizzata per candeggiare e schiarire i vestiti;

Gaio Valerio Catullo Carmen 41

Ameana puella defututa


tota milia me decem poposcit,
ista turpiculo puella naso,
decoctoris amica Formiani.
propinqui, quibus est puella curae,
amicos medicosque convocate:
non est sana puella, nec rogare
qualis sit solet; est imaginosa.

Ameana, l’amichetta di Mamurra

Ameana, puttanella sfranta dal troppo sesso,


me ne ha chieste diecimila tonde tonde,
codesta troietta dal naso deforme,
amichetta del formiano fallito.
Voi parenti, a cui la ragazza è affidata,
convocate medici e amici tutti e riportatela in sé:
questa non è sana di mente, e neanche è abituata
a chiedere qual sia il suo prezzo; stà delirando.

defututus, a, um: (de + futuo); sfinito dalle scopate, stracco per la Venere, consumato da troppi
rapporti sessuali, sfinito dalla eccitazione sessuale.
decoctoris amica Formiani: amica del dissipatore formiano: si riferisce a Mamurra.
decoctor, oris: dissipatore, bancarottiere, persona insolvente.
imaginosus, a, um: (imago) pieno di immagini, pieno di fantasia, che si abbandona alla fantasia.

Gaio Valerio Catullo Carmen 42

Adeste, hendecasyllabi, quot estis


omnes undique, quotquot estis omnes.
Iocum me putat esse moecha turpis
et negat mihi nostra reddituram
pugillaria, si pati potestis.
Persequamur eam, et reflagitemus.
Quae sit, quaeritis: illa, quam videtis
turpe incedere, mimice ac moleste
ridentem catuli ore Gallicani.
Circumsistite eam, et reflagitate:
'Moecha putida, redde codicillos,
redde, putida moecha, codicillos'.
Non assis facis? O lutum, lupanar,
aut si perditius potest quid esse.
Sed non est tamen hoc satis putandum.
Quod si non aliud potest, ruborem
ferreo canis exprimamus ore.
Conclamate iterum altiore voce:
'Moecha putida. redde codicillos,
redde, putida moecha, codicillos'.
Sed nil proficimus, nihil movetur.
Mutanda est ratio modusque nobis,
si quid proficere amplius potestis:
'Pudica et proba, redde codicillos'.

Restituiscimi i versetti lurida cagna

Accorrete, endecassilabi, quanti voi siete


da ogni luogo tutti, tutti quanti, ovunque voi siete.
Una disgustosa puttana pensa ch’io sia il suo zimbello
e si rifiuta di ridarmi i nostri versetti,
se solo voi poteste tollerarlo.
Inseguiamola, e non diamole tregua.
Chi mai sia, voi chiedete: quella, che vedete
incedere turpe, sembra un pagliaccio e con quella boccaccia
dalla risata molesta par essere un cucciolo di cane di Gallia.
Circondatela, e non datele tregua:
'Fetida d’una puttana, restituisci i versetti,
restituiscili tutti, puttana putrefatta'.
Te ne freghi? Oh che zozza, che gran troia,
la più degenerata che possa esistere.
Ma credo che questo non sia ancora sufficiente.
Se non altro che noi la si possa far bruciare di vergogna,
quella cagna dura come il ferro.
Strillate ancora, urlate più forte:
'Fetida d’una puttana, restituisci i versetti,
restituiscili tutti, puttana putrefatta'.
Ma niente, non si ottiene niente, nulla la smuove.
È ragionevole per noi cambiar metodo e maniera,
se vogliamo sperare di ottener qualcosa:
'O fonte d’immacolata bontà casta e pura, ridammi i versetti'.

Catullo si riferisce a Lesbia, che evidentemente la tradiva e lui, non riuscendo a tollerarlo,
pretende allora la restituzione delle poesie d’amore che le aveva dato, e chiama a sé tutti i suoi
versetti, invoca tutta la sua fantasia poetica, per poterla offendere quanto più possibile.
Codicillus, i: diminutivo di codex; codicillo; tavoletta in legno ricoperta di cera utilizzata per
appunti provvisori.

Gaio Valerio Catullo Carmen 56

O rem ridiculam, Cato, et iocosam


dignamque auribus et tuo cachinno.
ride quicquid amas, Cato, Catullum:
res est ridicula et nimis iocosa.
deprendi modo populum puellae
trusantem: hunc ego, si placet Dionae,
pro telo rigida mea cecidi.

È stato un attimo

Oh che situazione ridicola, Catone, e divertente tanto


che merita tu l’ascolti e ne possa sghignazzare fragorosamente.
Non importa che tu ne rida, Catone, se vuoi bene a Catullo:
è una cosa comica e veramente bizzarra.
Ho incontrato un tipetto nel mentre ch’era intento a ficcarlo
in una fanciulla: io, a Venere piacendo,
col mio dardo ritto, è stato un attimo, l’ho inculato.

Dione, es oppure Diona, ae: Dione; Titanina figlia dell’Oceano e di Teti oppure di Etere e di Gea
oppure madre di Venere. Anche usato per indicare Venere stessa.
Telum, i: giavellotto, arma, asta; dardo; in doppio senso membro virile.
Truso, are: intensivo di trudo; ficcare, spingere con forza.
Caedo, cecidi, caesum, caedere: spaccare, fare a pezzi, conficcare, inculare.

Gaio Valerio Catullo Carmen 58

Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa,


illa Lesbia, quam Catullus unam
plus quam se atque suos amavit omnes,
nunc in quadriviis et angiportis
glubit magnanimos Remi nepotes.

Lesbia pompinara

Lesbia, la mia Lesbia, Celio, quella Lesbia,


proprio lei, la sola che Catullo mai abbia amato
più di sé stesso e d’ogn’altra cosa a lui cara,
agl’angoli delle strade e nel buio dei vicoletti
ora scappella i cazzi della fiera gioventù romana.

1] Caeli: Celio; potrebbe trattarsi dell’amico Celio di cui al Carme 100 oppure del Celio dei
carmi 69, 71 e 77, quel Marco Celio Rufo amante della Clodia - Lesbia cui si riferisce la Pro
Caelio, un’orazione che Marco Tullio Cicerone tenne il 4 aprile del 56 a.C., orazione che
rappresenta uno dei massimi esempi di oratoria ciceroniana; Clodia accusa in tribunale Celio di
un tentativo di avvelenamento e Cicerone per difendere l’amico Tullio Celio probabilmente
esagerando descrive questa Clodia, la stessa Lesbia amata ed odiata da Catullo circa dal 59 al 57
a.C., come una matrona romana gaudente e dedita alla prostituzione desiderosa di vendicarsi di
Celio per essere stata lasciata.
4] Quadrivius, ii: quadrivio, crocicchio, incrocio di quattro vie.
Angiportum, i: ango + portus: via stretta, secondaria, chiassetto; vicolo; stradina stretta ed
opprimente, stradino riservato.
in quadriviis et angiportis: Catullo intende probabilmente indicare tanto le strade ampie e
frequentate da molta gente quanto i vicoli secondari e deserti: dappertutto, ovunque le capiti.
5] glubo, glupsi, gluptus, ere: sgusciare, scorzare, sbucciare, pelare, spellare, scrostare; in
particolare si riferisce alla decorticazione di grano o orzo; in senso traslato la traduzione non
oscena che viene solitamente data in questo contesto è: derubare, privare, cavar la pelle a,
spremere, alludendo quindi al compenso in denaro dato in cambio della prestazione sessuale
fornita da Lesbia oppure alludendo allo stato di prostrazione e spossatezza dei clienti dopo gli
incontri in cui Lesbia li strapazzava; è tuttavia probabilmente più corretto considerare glubere
nel suo significato originario di decorticare, sgusciare, scorzare le spighe dei cereali per farne
uscire il seme come evidente metafora di un atto tipicamente compiuto durante la pratica della
fellatio: scappellare o scappucciare il pene.
Magnanimus, a, um: (magnus + animus) magnanimo, generoso; valoroso, audace, coraggioso;
baldanzoso, spavaldo, sfacciato, impudente, sfrontato; insolente, protervo; borioso, arrogante,
superbo, fiero, tronfio; millantatore, altisonante, ampolloso.
Glubit Magnanimos Remi Nepotes: scortica i magnanimi nipoti di Remo; i nipoti di Remo sono i
discendenti di Romolo e quindi tutti i liberi cittadini romani; riferendosi al rapporto pater-nepos,
zio-nipote, solitamente si mette anche in evidenza la differenza di età tra il giovane nipote e
l'anziano zio, per cui ho preferito tradurre nepotes Remi come allusione ai giovani aristocratici
romani più che all'intera popolazione romana; il magnus rende per magnanimus, oltre al classico
significato di generoso o magnanimo, numerosi significati negativi che danno il senso della
sarcastica condanna morale di Catullo nei confronti di quei giovani romani che frequentavano
prostitute e tenevano comportamenti smodati, egocentrici e narcisisti dando così prova della loro
decadenza morale.

Gaio Valerio Catullo Carmen 74

Gellius audierat patruum obiurgare solere,


si quis delicias diceret aut faceret.
Hoc ne ipsi accideret, patrui perdepsuit ipsam
uxorem et patruum reddidit Harpocratem.
Quod voluit fecit: nam, quamvis inrumet ipsum
nunc patruum, verbum non faciet patruus.

Lo zio di Gellio

Gellio aveva udito lo zio esser solito strepitare,


se qualcuno raccontava di voluttuosi godimenti o li praticava.
Per non esser snervato anche lui da questo, si scopò sua moglie
e lo rese così personificazione stessa del silenzio.
Ottenne quel che voleva: ora infatti, se pure ficcasse il cazzo
in bocca allo zietto, lui non direbbe una parola.

objurgo, avi, atum, are: biasimare, riprendere, rimproverare, garrire; maltrattare, punire;
Harpocrates: Arpocrate; divinità del silenzio originaria della mitologia egizia e inserita poi tra le
divinità greco romane; era l’immagine stessa del silenzio, solitamente rappresentata come un
fanciullo col la punta del dito indice poggiata sulle labbra indicando la bocca a suggerire il suo
silenzio;

Gaio Valerio Catullo Carmen 80

Quid dicam, Gelli, quare rosea ista labella


hiberna fiant candidiora nive,
mane domo cum exis et cum te octava quiete
e molli longo suscitat hora die?
nescio quid certe est: an vere fama susurrat
grandia te medii tenta vorare viri?
sic certe est: clamant Victoris rupta miselli
ilia et emulso labra notata sero.

Le candide labbra di Gellio

Come puoi, Gellio, spiegare perché queste tue labbrucce rosee


divengono più candide della neve d’inverno,
quando alla mattina esci di casa o quando nel primo pomeriggio
delle lunghe giornate estive ti ridesti dal pigro riposo?
Per certo non saprei come avvenga: ma potrebbe esser vero, qualcuno lo sussurra,
che sei un divoratore di quell’enorme arnese ch’esce dall’inguine di un uomo?
è così, di sicuro: lo gridano la schiena rotta di Vittorio,
pover’uomo, e le tue labbra segnate dal latte che hai succhiato.

octava hora: corrisponde alle 14.00-15.00

Gaio Valerio Catullo Carmen 88

Metrica: Distico elegiaco

Quid facit is, Gelli, qui cum matre atque sorore


prurit et abiectis pervigilat tunicis?
Quid facit is, patruum qui non sinit esse maritum?
Ecquid scis quantum suscipiat sceleris?
Suscipit, o Gelli, quantum non ultima Tethys
nec genitor nympharum abluit Oceanus:
nam nihil est quicquam sceleris, quo prodeat ultra,
non si demisso se ipse voret capite.

Gellio scellerato

Come chiamare, Gellio, quello che si arrapa con madre e sorella


e buttati all’aria i vestiti rimane sveglio tutta la notte?
Come chiamarlo, quello che non consente allo zio d’esser marito?
Esiste un modo perché tu possa comprendere quanto scellerato sia il suo agire?
Una azione, Gellio, che non Teti lontana al di là d’ogni cosa
e neanche Oceano padre delle ninfe potrebbero lavare:
dato che nessuno conosce una qualunque depravazione che possa superar questa,
neanche se, chinato il capo, si succhiasse il suo stesso cazzo.

Teti: sorella e sposa di Oceano, figlia di Gea ed Urano; in questo contesto da intendere come il
mare stesso;
ipse voret: divorasse, ingurgitasse, ingoiasse sé stesso;

Gaio Valerio Catullo Carmen 89

Gellius est tenuis: quid ni? Cui tam bona mater


tamque valens vivat tamque venusta soror,
tamque bonus patruus, tamque omnia plena puellis
cognatis, quare is desinat esse macer?
Qui ut nihil attingat, nisi quod fas tangere non est,
quantumvis quare sit macer invenies.

Gellio è smagrito

Gellio è smagrito: e come non potrebbe? Con una madre così gradevole
e dalle abitudini tanto gagliarde e una sorella tanto attraente,
e uno zio tanto semplice, e con tutte quelle sue numerose cognatine
fanciulle, perché mai dovrebbe cessar d’essere uno scheletro?
Anche se non palpasse altro, se non quel che non è lecito toccare,
non c’è molto da fantasticare sul perché sia così macilento.

ni: ne, arcaico;


quid ni?: come non?, perché non?
tenuis,e: tenue, sottile; gracile, magro;

Gaio Valerio Catullo Carmen 94

Mentula moechatur, moechatur mentula; certe


hoc est, quod dicunt: ipsa olera olla legit.

Cazzo adultero

Cazzo adultero, adultero d’un cazzo; certo così è,


per quanto dicono: la pentola sceglie da sé le sue verdure.

Il cazzo è propenso all’adulterio, se diamo credito al detto che ogni pentola sceglie da sé le sue
verdure, cioé se è vero, come è vero, che ogni pentola, per forma e dimensioni, è adatta ad un
qualche tipo di verdura e non ad altre: è nella natura delle cose.
Di più con Mentula Catullo si riferiva a Mamurra, corrotto praefectus fabrum di Cesare in Gallia
e Britannia, e quindi affermava essere nella natura stessa delle cose che Mamurra fosse un
adultero in termini politici, arricchendosi personalmente grazie alla sua posizione di potere e
tradendo la fedeltà dovuta al popolo romano.

Gaio Valerio Catullo Carmen 97

Non (ita me di ament) quicquam referre putavi,


utrum os an culum olfacerem Aemilio.
Nilo mundius hoc, nihiloque immundius illud,
verum etiam culus mundior et melior:
nam sine dentibus est: os dentis sesquipedalis,
gingivas vero ploxeni habet veteris,
praeterea rictum qualem diffissus in aestu
meientis mulae cunnus habere solet.
Hic futuit multas et se facit esse venustum,
et non pistrino traditur atque asino?
Quem si qua attingit, non illam posse putemus
aegroti culum lingere carnificis?

Emilio faccia di culo

Che gli dei mi perdonino per questo, ma non avevo idea a cosa riferire,
se alla bocca o al culo di Emilio, l’odore che sentivo.
Solitamente nulla è più pulito di questa, e nulla è più sudicio di quello,
ma in verità il suo culo è più pulito e più gradevole:
almeno è senza denti: la bocca ha zanne lunghe un piede e mezzo,
con gengive che assomigliano di più a un vecchio carretto,
e in aggiunta quand’è aperta è tal quale
la fica rotta d’una mula in calore mentre piscia.
Lui ne fotte molte e crede d’esser bello,
e non dovrebbe andare a lavorare alla mola con l’asino?
Quella che ci si strofina, non sarebbe forse capace
di leccare il culo d’un boia infetto?

A mio avviso questa è la più oscena, in senso iperbolico e non soffermandosi alla sfera sessuale,
fra tutte le poesie di Catullo; nei 4 ultimi versi la volgarità che Catullo comunica è accresciuta
dalla forma interrogativa ed evidentemente è una volgarità assolutamente e definitivamente
provocatoria; probabilmente, almeno in italiano, i versi sarebbero resi in modo lievemente più
gentile togliendo la forma interrogativa:
Lui che ne fotte molte e crede d'esser bello
dovrebbe andar a lavorare alla mola con l'asino e
quella che ci si strofina, sarebbe anche capace
di leccare il culo d'un boia infetto.
Gaio Valerio Catullo Carmen 98

In te, si in quemquam, dici pote, putide Victi,


id quod verbosis dicitur et fatuis:
ista cum lingua, si usus veniat tibi, possis
culos et crepidas lingere carpatinas.
Si nos omnino vis omnes perdere, Victi,
hiscas: omnino quod cupis efficies.

La lingua di Vezio

A te, e a nessun altro, si può ben dire, Vezio fetente,


quel che si dice a pomposi logorroici e idioti:
con codesta lingua, se ne dovessi aver bisogno, potresti
leccar culi e ciabatte di cuoiaccio grezzo.
E se ci vorrai schiantar del tutto in un sol colpo, Vezio,
apri la bocca: quel che desideri l’otterrai pienamente.

si in quemquam: se a qualcuno mai; reso con: e a nessun altro;


crepida, ae: pianella, che si adatta ad ambedue i piedi; sandalo;
carpatinus, a, um: di cuoio grezzo, rozzo, rustico;

Gaio Valerio Catullo Carmen 111

Aufilena, viro contentam vivere solo,


nuptarum laus e laudibus eximiis;
sed cuivis quamvis potius succumbere par est,
quam matrem fratres (te parere) ex patruo.

La virtù di Aufilena

Viver contenta con un solo uomo, Aufilena,


d’ogni amata è la lode fra le lodi la più eccellente;
ma è al pari preferibile giacere con chi e quanto più ti piace,
piuttosto che esser madre con lo zio e partorir cugini.

Gaio Valerio Catullo Carmen 112


Multus homo es, Naso, neque tecum multus homo est qui
descendit: Naso, multus es et pathicus.

Nasone

Grand'uomo che sei Nasone, e non è un grand'uomo chi ti apre


il culo: tu, Nasone, sei un grande e un frocio pigliainculo.

multus, a, um: relativamente a una moltitudine: molti, molti uomini; relativamente a una quantità
intensiva: molto, grande, forte, importante; riguardo al modo: discendere al foro, spesso i politici
scendevano al foro per tenere un comizio ossia per parlare al popolo e ai suoi elettori, e in tal
senso si utilizzava il vebo descendere; riguardo al modo di procedere: importuno, molesto: qui in
aliquo genere aut inconcinnus aut multus est - Cicerone quindi per derivazione: multus es et
pathicus: ti prostituisci a molti;
multus ricorre tre volte nei due versi ed essendo suscettibile di numerose interpretazioni si hanno
diverse traduzioni proposte: generalmente il primo multus è inteso come grand'uomo, uomo
importante, potente, forte; una possibile traduzione proposta per gli altri multus è che Nasone
fosse un politico; il secondo multus è a volte inteso come: non ci sono molti politici disposti a
misurarsi in un comizio nel foro con te, a scendere nel foro per misurarsi con te;
descendo, sendi, scensum, ere: scendere, discendere, calare; curvarsi per lasciarsi violare;
abbassarsi, piegarsi, umiliarsi; abbassarsi, penetrare, cadere a terra dall'alto, piombare sopra;
pathicus: maschio adulto non effeminato esclusivamente passivo.

Catullo e altri - invettive e amicizie


C. Valerio Catullo, carme 29 Mamurra
C. Valerio Catullo, carme 38 Poche insignificanti amabili parole
C. Valerio Catullo, carme 52 Nonio e Vatinio
C. Valerio Catullo, carme 93 Cesare
M. Valerio Marziale, epigramma I.32 Non mi piaci, Sabidio
M. Valerio Marziale, epigramma V.66Pontiliano
Plauto - Fragmenta: Beotia Maledette le ore e chi le inventò

Catullo scrisse feroci invettive contro Cesare e alcuni suoi uomini, in particolare Mamurra, suo
corrotto praefectus fabrum in Gallia e Britannia (comandante del genio militare), a cui dedica i
carmi 29, 41, 43, 57, 94, 105, 114, 115. Nel periodo in cui scriveva Cesare era il comandante
dell'esercito nella guerra in Gallia (58-50 a.C.) e nella guerra in Britannia (55-53 a.C.); Cesare
divenne dittatore di Roma nel 49 a.C..
Catullo nasce nell'87 a.C. e muore nel 57 o più probabilmente nel 54 a.C.; la causa della sua
morte non è nota; forse una malattia, forse fu una coltellata.
Altre invettive sono invece contro suoi nemici personali, quali Flavio (6), Egnazio (37, 39),
Ameana (41, 43), Otone, Ero e Libone (54), Rufo (69, 71), Emilio (97).
[traduzioni: Filippo Maria SACCA']

Gaio Valerio Catullo Carmen 29

Quis hoc potest videre, quis potest pati,


nisi impudicus et vorax et aleo,
Mamurram habere quod Comata Gallia
habebat ante et ultima Britannia?
Cinaede Romule, haec videbis et feres?
Et ille nunc superbus et superfluens
perambulabit omnium cubilia,
ut albulus columbus aut Adoneus?
Cinaede Romule, haec videbis et feres?
Es impudicus et vorax et aleo.
Eone nomine, imperator unice,
fuisti in ultima occidentis insula,
ut ista vostra diffututa mentula
ducenties comesset aut trecenties?
Quid est alid sinistra liberalitas?
Parum expatravit an parum elluatus est?
Paterna prima lancinata sunt bona;
secunda praeda Pontica, inde tertia
Hibera, quam scit amnis aurifer Tagus.
Et hunc timentque Galliae et Britanniae.
Quid hunc malum fovetis? aut quid hic potest,
nisi uncta devorare patrimonia?
Eone nomine, urbis o putissimei
socer generque, perdidistis omnia?

Chi mai può veder questo, chi può sopportare,


se non un ingordo mentitore senza vergogna,
che Mamurra possa avere ciò che prima fu
della Gallia transalpina e della lontanissima Britannia?
Tu, Romolo bocchinaro, vedi tutto questo e lo sopporti?
E quello ora arrogante e con noncuranza
passerà da un letto all'altro,
quasi fosse una bianca colomba o un Adone?
Tu, Romolo bocchinaro, vedi tutto questo e lo sopporti?
Sei un ingordo mentitore senza vergogna.
E in suo nome, unico comandante,
ti recasti nella più lontana isola d'occidente,
perché questo tuo cazzone sfranto dalla lussuria
potesse divorare duecento o trecento milioni (di sesterzi)?
come altro può esser chiamata questa indecente generosità?
non hai ancora fatto e dilapidato abbastanza?
Dapprima distruggesti l'onesta fortuna paterna;
poi il bottino dell'Asia, e per terzo
quello Iberico, come le rive aurifere del Tago dimostrano.
Ed ora terrorizzi la Gallia e la Britannia.
Chi può tollerare questo schifo? O chi può far questo
se non un viscido divoratore di patrimoni?
È in suo nome che voi, suocero e genero padroni
di Roma, distruggeste il mondo intero?

aleo, aleonis: giocatore d'azzardo, biscazziere.


Mamurra fu il praefectus fabrum di Cesare nella guerra Gallica. Dilapidate le ricchezze paterne,
prese a raccogliere dai paesi conquistati immense ricchezze lecitamente ed illecitamente.
Catullo attacca non solo Mamurra ma anche Cesare e Pompeo che a Mamurra consentivano i
suoi eccessi.
Adon, is: Figlio di Cinira Re di Cipro e di Metarme, amato da Venere per la sua straordinaria
bellezza, fu sbranato da un cinghiale mandato da Marte geloso, mutato in un fiore, Adonium, da
Venere; è l'immagine della natura che muore e risorge a nuova vita.
Cinaede Romule: si riferisce a Cesare, unico comandante in capo (imperator unice), ingordo
mentitore senza vergogna (impudicus et vorax et aleo) suocero di Pompeo.
Diffututus, a, um: (dis + futuo); sfinito dalle scopate, stracco, reso esausto dalla esagerata attività
sessuale.
Suocero e genero padroni di Roma sono Cesare e Pompeo, in quanto Pompeo sposò Giulia, la
figlia di Cesare, che morì nel 54 a.C..
I fatti descritti portano a datare il carme a dopo la prima spedizione di Cesare nelle Britannia
nell'estate del 55 a.C.; questo porterebbe a pensare che Catullo sia morto nel 55-54 e non nel 57;
non è nota la causa della sua morte.

Gaius Valerius Catullus, Carmen 38

Malest, Cornifici, tuo Catullo,


malest, me hercule, et laboriose,
et magis magis in dies et horas.
Quem tu, quod minimum facillimumque est,
qua solatus es allocutione?
Irascor tibi. Sic meos amores?
Paulum quid lubet allocutionis,
maestius lacrimis Simonideis.

Il tuo Catullo sta così male, Cornificio,


e soffre, oh Ercole mio che non conosci fatica,
sempre più, ogni giorno, ogni ora di più.
Con quali parole, che anche fossero le più insignificanti
e le meno faticose da esprimere, tu lo hai confortato?
Sono arrabbiato con te. Così corrispondi i miei affetti?
Poche insignificanti parole che possano essere amabili,
più tristi delle dolenti lacrime di Simònide.

1] Cornificio: è un poeta appartenente alla scuola poetica dei neoteroi, la stessa cui apparteneva
Catullo; della sua morte nel 41 a.C., mentre era al seguito di Bruto, parla San Girolamo.
6] Sic meos amores?: In questo modo tu (ricompensi) i miei affetti?
8] Simonideis: Simonide di Ceo era un poeta greeco del VI - V sec. a.C. famoso per la tristezza e
il fatalismo pagano espressi nei suoi epigrammi funebri.

Gaio Valerio Catullo Carmen 52

Quid est, Catulle? quid moraris emori?


Sella in curuli struma Nonius sedet,
per consulatum perierat Vatinius:
quid est, Catulle? quid moraris emori?

Ma cosa vuoi, Catullo? che aspetti a morire?


lo scrofoloso Nonio si sistema sulla sedia di magistrato,
Vatinio spergiura per (ottenere) un consolato:
Cosa vuoi, Catullo? che aspetti dunque a morire?

Nonio e Vatinio erano due personaggi politici controllati da Cesare.


quid est?: quale è il problema?
Struma, ae: rigonfiamento scrofoloso e suppurazione delle ghiandole linfatiche, specialmente del
collo; rigonfiamento purulento dei linfonodi del collo, dovuto a malattie infettive di origine
tubercolare; bubbone.
Perierat: sincope da periverat: ebbe a rovinarsi.

Gaio Valerio Catullo Carmen 93

Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere,


nec scire utrum sis albus an ater homo.

Non m'importa un granché, Cesare, di cercare di compiacerti,


né di sapere se tu sia bianco piuttosto che nero.

albus: bianco, pallido; ma anche luminoso, splendido, glorioso.


ater: nero, scuro; ma anche sordido, squallido, orribile, oscuro, maligno.
utrum sis albus an ater homo: il verso è tutto basato sull'equivoco del significato che si può
attribuire ad albus e ad ater; Catullo non dice solo: se tu sia un uomo bianco o nero, ma anche: se
tu sia splendido od un uomo squallido.

Epigrammaton Liber I carmen 32

Non amo te, Sabidi, nec possum dicere quare:


hoc tantum possum dicere: non amo te.

Non mi piaci, Sabidio, e non posso dire perché:


questo solo posso dire: non mi piaci.

Epigrammaton Liber V carmen 66

Saepe salutatus numquam prior ipse salutas:


sic eris 'Aeternum', Pontiliane, 'vale'.

Di solito ti saluto ma tu mai una volta che mi salutassi per primo:


Così, Pontiliano, il mio prossimo saluto sarà 'Per sempre addio'.

Aeternum vale: per sempre addio; una formula usata spesso negli epitaffi;

Plauto - Fragmenta: Boeotia - da Aulo Gellio in Noctes Atticae III.3.5

III.3.5
ut illum di perdant, primus qui horas repperit, quique adeo primus statuit hic solarium! qui mihi
conminuit misero articulatim diem.
Nam [unum] me puero venter erat solarium, multo omnium istorum optimum et verissimum: ubi
is te monebat, esses, nisi cum nihil erat.
Nunc etiam quod est, non estur, nisi Soli libet; itaque adeo iam oppletum oppidum est solariis,
maior pars populi aridi reptant fame.

Maledette le ore e chi le inventò

Che gli dei possano fulminare quello che per primo inventò le ore, ed anche quel maledetto che
posizionò questa meridiana! Che con questa ossessione ha mandato in pezzetti la mia giornata di
povero cristo.
Giacché quand'ero bambino lo stomaco era il solo orologio assai più equo e giusto di tutte queste
diavolerie moderne: ovunque tu andassi lui t'avvisava, ch'era l'ora di mangiare, anche se non
c'era nulla da mangiare.
Adesso, anche quando hai fame, non si mangia, se non lo dice il sole; con tutte queste meridiane
in giro per la città, la maggior parte del popolo striscia rinsecchito dalla fame.

Le meridiane dettavano l'ora precisa in cui mangiare, così anche se si aveva fame si doveva
aspettare l'ora giusta... maledette meridiane; Plauto visse tra 250 a.C. e 184 a.C.;
Per primo pose un orologio solare (horologium solarium) in Roma Lucio Papirio Cursore (L.
Papirius Cursor) an. U. C. CCCCLXII (291 a.C.); questo non funzionava quando il cielo era
nuvoloso; il primo che divise in ore il giorno e la notte con un orologio ad acqua fu Scipione
Nasica (Scipio Nasica), an. DXCV, ante Christum CLIX (159 a.C.) e lo chiamò orologio a
clessidra (horologium clepsydram);

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