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UNIVERSITA’ DI PALERMO

DIPARTIMENTO DI
INGEGNERIA CIVILE
AMBIENTALE E AEROSPAZIALE

CORSO DI
IMPIANTI DI TRATTAMENTO
SANITARIO-AMBIENTALE

FILTRAZIONE

a cura di:
Prof. Ing. Gaspare Viviani e Ing. Michele Torregrossa
1. GENERALITA’

La filtrazione rappresenta uno dei primi trattamenti utilizzati per migliorare la


qualità delle acque ad uso potabile. Le prime unità furono messe a punto nel 1829 in
Inghilterra; esse erano alimentate con modeste portate e, in pratica, corrispondono a
quelli che ancora oggi sono definiti “filtri lenti”, di cui si dirà meglio appresso,
caratterizzati da un processo di filtrazione fondamentalmente localizzato nei primi
centimetri superiori del letto filtrante, dove le basse velocità di attraversamento
dell’acqua agevolano la formazione di una pellicola biologica, capace di rimuovere
anche la carica batterica presente nell’acqua alimentata.
La necessità di ridurre l’ingombro di tali unità, coinvolgendo l’intero letto
filtrante nel processo di rimozione degli inquinanti contenuti nell’acqua alimentata, e
la contemporanea evoluzione delle tecniche di disinfezione hanno fatto passare in
secondo piano l’importanza di tale tecnologia, a favore dei “filtri rapidi”, sviluppati
originariamente in Nord America.
Il trattamento di filtrazione è componente fondamentale dei trattamenti delle
acque superficiali destinate ad uso potabile; inoltre, non secondario è l’interesse
anche nel trattamento delle acque reflue, specie dove si vogliano raggiungere livelli
di qualità ben superiori a quelli ottenibili coi trattamenti biologici seguiti dalla
sedimentazione finale; tale interesse è andato crescendo in questi ultimi anni, nel
caso di interventi di riuso dei reflui o per garantire particolari livelli di protezione dei
corpi idrici ricettori.
Nella nota, dopo una descrizione dei principi generali su cui si basa il moto di
filtrazione attraverso un mezzo poroso, sono descritte le principali tecnologie
adoperabili per la filtrazione delle acque e i criteri di dimensionamento che ne sono
alla base.

2. IL MOTO DEI FLUIDI IN MEZZI POROSI

I principi alla base della filtrazione sono riconducibili a quelli che regolano il più
generale moto dei fluidi nei mezzi porosi, per cui risulta opportuno richiamarne i
contenuti fondamentali.
Occorre premettere che un mezzo poroso è un sistema costituito da granuli
anche eterogenei (per forma o natura), separati da spazi, detti pori, comunicanti fra
loro e con le superfici che limitano il mezzo stesso (atmosfera, pareti di recipienti).
Il mezzo poroso si dice saturo, se i pori sono interamente occupati dal fluido;
nel caso in cui tali pori siano occupati anche da gas (solitamente aria) il mezzo si
dice insaturo. Il moto di un fluido all’interno di un mezzo poroso saturo si definisce di
filtrazione; invece si definisce di percolazione il moto di un fluido in un mezzo
insaturo. Nel trattamento delle acque, sono esempi di moti di filtrazione quelli che si
verificano nei filtri degli impianti di trattamento delle acque, oggetto della nota; sono
invece esempio di moto di percolazione, quelli che interessano i letti percolatori,
utilizzati per la depurazione delle acque reflue.

2.1 La legge di Darcy

Il moto monodimensionale di un liquido attraverso un mezzo poroso


omogeneo è retto dalla legge di Darcy, formulata nel 1856, così esprimibile (Fig.1):
∆h
v =K (1)
∆s
con:
v velocità di filtrazione
K coefficiente di permeabilità
∆h differenza di carico tra monte e valle del mezzo filtrante
∆s lunghezza del mezzo filtrante nella direzione del moto di filtrazione

Il rapporto ∆h/ ∆s=J costituisce la cadente piezometrica relativa al mezzo


filtrante, nell’ipotesi che siano trascurabili le perdite nei tratti a monte e valle del
mezzo filtrante; inoltre, moltiplicando i due membri della (1) per la superficie del
mezzo filtrante A, misurata in direzione trasversale alla direzione del moto di
filtrazione, si ricava la portata Q=vA del liquido che attraversa il mezzo poroso.

La legge di Darcy è valida nel caso di moto laminare, situazione che è


solitamente verificata nel caso di moti di filtrazione; infatti la condizione di moto
laminare è verificabile a mezzo del valore assunto dal numero di Reynolds Re:
ρvD
Re =
µ
con:
ρ, µ densità e viscosità del liquido
D dimensione caratteristica del mezzo poroso (p.e. il diametro dei granuli o dei
pori).

E’ lecito considerare che in un mezzo poroso si ha regime laminare per Re


inferiore a 5, mentre per valori superiori a 200 si ha regime puramente turbolento e
nel campo intermedio regime di transizione. Di solito, anche considerando le effettive
velocità del liquido negli interstizi fra i granuli (che risultano superiori a quella media
definita con la legge di Darcy), i valori solitamente raggiunti per Re sono di qualche
unità, quindi al di sotto del limite prima indicato per il regime laminare,

2.2 Caratteristiche dei mezzi porosi

Due parametri caratteristici del mezzo poroso sono:


a) la porosità “n”:
V
n= v
V
b) l’indice dei vuoti “e”:
V
e= V
VS
dove V è il volume totale occupato dal mezzo poroso, VV quello dei vuoti e VS quello
della parte solida del mezzo stesso.
E’ facile dimostrare che vale la seguente relazione fra n ed e:
e
n=
1+ e
A parità di materiale costituente il granulo del mezzo poroso, si riscontra un
aumento di K al crescere di n (quindi di e) (Fig.2).
Il coefficiente di permeabilità K è variabile all’interno di un ampio intervallo (da
1 cm/s, per mezzi molto porosi, a 10-7 cm/s, per mezzi poco porosi); esso è inoltre
funzione delle caratteristiche del liquido filtrante, a mezzo del coefficiente di
permeabilità specifico o assoluto k (Tab.1):
kρg
K=
µ

Ulteriore osservazione può essere fatta sul legame fra la velocità ricavata
mediante la formula di Darcy e quella effettiva dei filetti fluidi attraverso il mezzo
poroso; Infatti occorre considerare che la sezione trasversale A del mezzo poroso,
considerata in tale formula, è in parte occupata dai granuli, per cui quella effettiva Aeff
disponibile per il moto del liquido è minore di A; per continuità può scriversi:
vA = veffAeff

nell’ipotesi di mezzo omogeneo, entrambi i membri della precedente espressione


possono essere moltiplicati per lo spessore H del mezzo filtrante, ottenendo così:
vAH = veffAeffH
che equivale a:
vV = veffVeff
quindi:
V v
v eff = v =
Veff n
quindi, poiché n è sempre inferiore a 1, si ricava che la velocità effettiva dei filetti
fluidi è superiore a quella ottenibile con la formula di Darcy. Segue inoltre che, a
parità di condizioni (in particolare di cadente piezometrica), all’aumentare della
porosità del mezzo filtrante risulta decrescente la velocità effettiva del liquido
attraverso il mezzo poroso e, viceversa, crescente il tempo di residenza del liquido
stesso all’interno del mezzo; tale considerazione è di particolare importanza, con
riferimento alla valutazione dei tempi di trasferimento degli inquinanti nel moto di
trasporto all’interno dei mezzi porosi e all’evoluzione dei fenomeni di decadimento
che si possono verificare in questi.

Nel caso di più mezzi porosi in serie (Fig.3a), la legge di Darcy è ugualmente
applicabile, considerando un coefficiente di permeabilità equivalente Keq dell’insieme
dei mezzi stessi; esso può essere calcolato considerando che che la perdita di carico
totale ∆h attraverso i vari mezzi è pari alla somma delle perdite attraverso ciascuno di
essi:
∆h = ∑ ∆h i
i
per continuità, per ciascuno dei mezzi porosi può scriversi:
∆h i
Q = AK i
∆s i
e per l’intero mezzo:
∆h
Q = AK eq
∆s
dove ∆si è lo spessore dello strato i-esimo e ∆s quello complessivo, ovviamente pari
alla somma degli spessori dei singoli strati.
Combinando le precedenti espressioni, con facili passaggi si ricava:
∆s ∆s
=∑ i
K eq i Ki
e in definitiva:
∑ ∆si
i
K eq =
∆s i
∑K i i

Considerazioni simili possono essere fatte anche per più mezzi porosi in
parallelo (Fig.3b); in questo caso però, a differenza di quello analizzato in
precedenza, la portata del liquido si ripartisce fra i vari mezzi, pur rimanendo
costante la perdita di carico fra inizio e fine di ciascuno di essi; può quindi scriversi:
Q = ∑ Qi
i
per ciascuno dei mezzi porosi può inoltre scriversi l’espressione di Darcy:
∆h
Q i = A iK i
∆s
e per l’intero mezzo:
∆h
Q = AK eq
∆s
dove ovviamente, in questo caso, l’area totale della sezione del mezzo A, misurata
trasversalmente alla direzione del moto, è pari alla somma delle singole sezioni Ai.
Combinando le precedenti espressioni, con facili passaggi si ricava:
AK eq = ∑ A iK i
i
e in definitiva:
∑AK
i
i i
K eq =
∑A i
i

2.3 Il diagramma dei carichi di un mezzo poroso

L’energia (o carico) totale HT di un liquido in moto all’interno di un mezzo


poroso, in condizioni stazionarie, può esprimersi con l’espressione:
p v2
HT = h G + hP + h C = h G + +
γ W 2g
dove hG, hP e hC sono rispettivamente le altezze “geodetica”, “piezometrica” e
“cinetica”; p, γW e g sono rispettivamente la pressione relativa, cioè al netto di quella
atmosferica), il peso specifico del liquido e l’accelerazione di gravità. Poichè le
velocità in gioco sono solitamente modeste, l’altezza cinetica può essere trascurata
rispetto ai rimanenti due termini, la cui somma (riferita a una quota di riferimento z=0)
si definisce “quota piezometrica”. Per la legge di Bernoulli, il carico totale si mantiene
costante in qualunque punto di un mezzo poroso intercomunicante, fra i quali non
sussistano perdite di carico.

Al fine di valutare le quote piezometriche lungo il mezzo filtrante, variabile in


conseguenza delle perdite di carico nel moto di attraversamento del mezzo stesso, è
possibile tracciare un “diagramma dei carichi”, in cui in ordinata compaiono le quote
geodetiche dei punti del mezzo poroso e in ascissa i corrispondenti valori delle
altezze geodetiche, piezometriche e del carico totale (nell’ipotesi fatta di trascurare le
altezze cinetiche) (Fig.4).
Il diagramma va costruito fissando una quota di riferimento (z=0); adoperando
scale non deformate per ascisse e ordinate, si ricava subito che le due diagonali del
quadrato avente per lato il dislivello fra le quote z=0 e la quota di alimentazione del
mezzo poroso (punto A in Fig.4) rappresentano rispettivamente l’andamento delle
altezze geodetiche hG (crescenti con la quota e massime in corrispondenza del punto
A) e quello delle altezze piezometriche hP in condizioni idrostatiche (Q=0)
(decrescenti con la quota e nulle nel punto A, a pressione atmosferica). In tali
condizioni, la verticale condotta dal limite destro dell’asse delle ascisse costituisce in
qualunque punto del mezzo filtrante il carico totale, ripartito però in maniera differente
da punto a punto fra le due componenti dell’altezza geodetica e piezometrica; in
pratica tutti i punti hanno la stessa energia, seppure differentemente divisa in energia
di posizione o di pressione, a seconda della quota assunta dai punti stessi.
In condizioni dinamiche (Q≠0), a causa della perdita di carico dovuta al moto
del liquido attraverso il mezzo filtrante, definita dalla legge di Darcy (infatti tale legge
individua, per un liquido filtrante con velocità v, la perdita ∆y tra due punti a distanza
∆s), segue che la verticale prima citata vale solo per il primo tratto del moto del
liquido, in cui non ci siano perdite di carico; con riferimento alla situazione in Fig.1, si
fa normalmente l’ipotesi che tale tratto sia quello compreso tra il pelo libero della
vasca di carico e la sezione di inizio del mezzo filtrante; per tale tratto quindi la linea
dei carichi totali coinciderà con la verticale condotta dall’estremo di destra dell’asse
delle ascisse. Ripetendo tale procedura per il tratto compreso tra la sezione finale del
mezzo filtrante e il pelo libero del serbatoio di restituzione, il corrispondente tratto
della linea dei carichi totali sarà individuato a partire dall’intersezione dell’orizzontale
condotta dal pelo libero di tale vasca con la diagonale a 45° rappresentante le
altezze geodetiche; la costruzione vale nell’ipotesi fatta che non sussistano perdite di
carico in tale tratto. Per completare la costruzione del diagramma dei carichi resta da
individuare il tratto di linea dei carichi totali compreso fra le sezioni iniziale e finale del
mezzo filtrante; esso ha un andamento lineare, nel rispetto della legge di Darcy e
nell’ipotesi che in tale tratto si mantengano costanti le caratteristiche del mezzo
poroso (K) e del liquido. La spezzata h in Fig.4 rappresenta quindi l’andamento
complessivo dei carichi totali.
Quello delle pressioni relative può essere ricavato per differenza tra il carico
totale e l’altezza geodetica; dalla Fig.4 si evince che tale andamento ha
un’inclinazione a 45° (parallelo all’idrostatica), per i tratti al di fuori del mezzo filtrante,
e inferiore a 45°, per la parte all’interno di questo. A tale scopo giova osservare che
le modalità di costruzione del diagramma, in cui i carichi sono riportati in ascissa e le
distanze in ordinata (quindi in modo inverso rispetto al più tradizionale modo con cui
sono tracciati i profili piezometrici in idraulica), comportano minori inclinazioni della
linea dei carichi totali e di quella delle pressioni in corrispondenza di maggiori cadenti
(infatti l’angolo formato dalla linea dei carichi totali con la verticale è pari ad arctg(J)).
Ne deriva pertanto che le inclinazioni della linea dei carichi totali e di quella delle
pressioni sono minori nel tratto in corrispondenza dell’attraversamento del mezzo
poroso, rispetto a quelle nei tratti esterni al mezzo stesso; tale inclinazione è tanto
minore quanto maggiore è la cadente.
La costruzione può essere completata con l’andamento della velocità effettive
di filtrazione lungo il mezzo filtrante, che per i tratti esterni al mezzo filtrante risulta
pari a Q/A (quindi alla velocità di Darcy), mentre in corrispondenza di questo risulta
superiore e pari a Q/(nA), dove n è la porosità del mezzo.
L’osservazione della linea delle pressioni, costruita secondo le modalità
descritte in precedenza, evidenzia che questa potrebbe intersecare l’asse delle
ordinate, sviluppandosi anche in sinistra di questo; in tale tratto si verificherebbero
allora delle pressioni relative negative (cioè inferiori a quella atmosferica). Un
esempio di tale circostanza è riportato in Fig.5; si rimanda a quanto detto prima, per
la costruzione delle linee relativo a questo caso; si aggiunge soltanto, a commento
del risultato riportato in figura, che la differenza sostanziale rispetto al precedente
caso, che determina la formazione di pressioni negative nella parte inferiori del filtro,
sta nella diversa posizione che nei due casi assume il livello idrico della vasca di
restituzione del liquido filtrato, che nell’esempio di Fig. 4 è al di sopra dell’intero
mezzo poroso, mentre nel caso in Fig. 5 ricade al di sotto di questo. Tale situazione,
si vedrà appresso, assume notevole importanza nella realizzazione e nell’esercizio
dei filtri utilizzati per il trattamento delle acque, descritti appresso.

3. LA FILTRAZIONE DELLE ACQUE

Le modalità con cui le acque possono essere sottoposte a filtrazione sono


numerose; una prima distinzione va fatta con riferimento allo spessore del filtro
utilizzato a tale scopo; è infatti possibile fare distinzione fra due categorie di
filtrazione:
a) filtrazione di volume o su letto filtrante (deep bed filtration);
b) filtrazione di superficie (surface filtration).
Nella filtrazione di volume assume un'importanza fondamentale il passaggio
del liquido filtrato attraverso l'intero strato filtrante, costituito di materiale granulare;
tuttavia esso interviene solo in parte nel processo di separazione del materiale
filtrato, il cui deposito in ogni caso interessa anche strati al di sotto di quello
strettamente in superficie. Il meccanismo principale in gioco è, specie con riferimento
alle particelle di dimensioni maggiori, quello di intercettazione, con cui particelle di
dimensioni medie superiori a quelle della porosità del mezzo filtrante vengono da
questo bloccate; al diminuire delle dimensioni delle particelle, assumono peso
sempre maggiore altri meccanismi di rimozione, di cui meglio si dirà appresso, che
comportano la rimozione di particelle di dimensioni anche inferiori a quelle della
porosità del mezzo filtrante.
Nella filtrazione di superficie, invece, l'effetto filtrante è localizzato
fondamentalmente sulla superficie di un elemento munito di fori di dimensione
inferiore a quella delle particelle che si vogliono intercettare; lo spessore
dell'elemento filtrante ha pertanto un'importanza secondaria.

Infine occorre ricordare altri due categorie di filtrazione, che non verranno
trattate nella nota; esse sono la filtrazione su membrana, che trova vasta
applicazione nel trattamento avanzato delle acque (micro-, ultra-, nano-filtrazione e
osmosi inversa), nonchè la filtrazione su strato, tipica del trattamento dei fanghi
prodotti negli impianti di trattamento delle acque potabili e reflue.

I meccanismi di adesione della particella al letto filtrante sono differenti; nel


caso in cui la particella trasportata dall'acqua abbia dimensioni tali da non passare
attraverso i pori del filtro, si ha un'azione di vera e propria stacciatura (è questo il
caso della filtrazione di superficie); tale fenomeno comporta quindi la formazione di
uno strato di particelle solide (cake) che aumenta di spessore nel corso del processo
di filtrazione (Fig.6). La presenza di tale strato in genere non modifica il
comportamento del filtro, se dotato di permeabilità superiore a quella del filtro stesso;
in caso contrario, esso contribuisce all’effetto globale di filtrazione nei confronti delle
particelle non ancora intercettate. Se la percentuale di particelle di tali dimensioni è
bassa, la stacciatura contribuisce in misura trascurabile alla filtrazione, mentre sono
altri i fenomeni che determinano l'incontro delle particelle con i granuli dell'ammasso
poroso (tale situazione è tipica della filtrazione di volume).
In questo secondo caso, i principali meccanismi che intervengono sono così
sintetizzabili:
a) intercettamento (Fig.7a): ha luogo quando la particella passa in prossimità di un
granulo a una distanza inferiore al proprio raggio; questo meccanismo non
dipende dalla massa e dalla densità della particella, ma solo da forma e
dimensioni di questa;
b) diffusione (Fig.7b): le particelle colloidali sono dotate di moti casuali (moti
browniani), dovuti all'urto delle molecole del mezzo disperdente; essi possono
causare che una particella, la cui traiettoria originaria non lambisca il granulo del
mezzo filtrante, si avvicini a questo e venga intercettata; il peso di tale fenomeno
aumenta con la temperatura dell'acqua e con il diminuire delle dimensioni della
particella;
c) inerzia (Fig.7c): le particelle trasportate dalla corrente possono, in certe condizioni,
abbandonare per inerzia il filetto fluido che si incurva intorno al granulo e
proseguire in linea retta fino all'impatto con il granulo stesso; tale meccanismo,
che assume notevole importanza nella filtrazione dell'aria, per l'acqua è
praticamente trascurabile, per via della viscosità del mezzo;
d) decantazione (Fig.7d): se la particella si muove concordemente al campo
gravitazionale, questo può fare abbandonare alla particella il filetto fluido che la
trasporta, facendola sedimentare su di un granulo; tale fenomeno dipende dal
rapporto fra la velocità di caduta della particella (ricavabile con la legge di Stokes)
e la velocità del fluido;
e) effetti idrodinamici (Fig.7e): vengono generati quando una particella sferica viene
immersa in un corpo idrico dotato di un gradiente di velocità trasversale ai filetti
fluidi; in questo caso, la particella si pone in rotazione, subendo uno spostamento
laterale, in direzione trasversale ai filetti fluidi.

Il meccanismo di trasporto globale delle particelle è dovuto all'intervento


simultaneo dei fenomeni prima citati. In linea generale, si può dire che la diffusione è
più importante per le particelle submicroniche, mentre la decantazione lo è per quelle
di dimensioni superiori ai 10 µ e densità superiore a quella dell'acqua; inoltre, più
grandi sono le dimensioni delle particelle, maggiore sarà il contributo del fenomeno di
intercettamento; infine, tutte le particelle risentono degli effetti idrodinamici.
Da una analisi degli effetti combinati di intercettamento, diffusione e
decantazione, risulta che il meccanismo di trasporto globale è minimo per le
particelle aventi dimensioni intorno ad 1 µ, poichè esse sono troppo grandi per la
diffusione e troppo piccole per l'intercettamento e la decantazione.
4. FILTRAZIONE DI VOLUME

In questo caso il meccanismo di filtrazione si evolve nel corso


dell'attraversamento di uno strato di materiale filtrante, nel corso del quale le
caratteristiche dell'acqua e del mezzo stesso vanno quindi progressivamente
cambiando.
L'azione filtrante si svolge in più fasi successive:
a) la particella trasportata dall'acqua entra in contatto coi granuli del letto filtrante; le
modalità con cui la particella può venire a contatto sono numerose e assumono
peso differente, a seconda del tipo di filtrazione in esame, come in precedenza
richiamato;
b) la particella aderisce ai granuli con cui è venuta a contatto ed è quindi rimossa
dalla corrente idrica che prosegue a valle; il meccanismo di adesione è favorito
dalla bassa velocità del fluido;
c) la riduzione delle dimensioni passanti, determinata dalla progressiva adesione
delle particelle al mezzo filtrante, comporta l'aumento della velocità dei filetti fluidi
e quindi l'aumento delle forze di trascinamento, che possono comportare così il
distacco delle particelle depositatesi in precedenza;
d) lo spostamento verso valle delle particelle via via intercettate comporta
l’esaurimento della capacità filtrante degli strati di monte, da cui le particelle si
staccano, e l’interessamento di strati di valle nel meccanismo di filtrazione;
e) quando le particelle che via via si staccano raggiungono la sezione terminale
del filtro, il liquido effluente dal filtro stesso risulta sempre più arricchito dalla
presenza di tali particelle, per cui il rendimento di filtrazione si riduce
progressivamente.

4.1 Analisi del processo

La completa conoscenza del processo di filtrazione richiede di individuare:


a) l’andamento delle perdite di carico lungo il mezzo filtrante;
b) l’evoluzione nello spazio e nel tempo delle modalità di deposito dei solidi
all’interno del mezzo filtrante.

La perdita di carico totale ∆HT attraverso il mezzo filtrante può essere


determinata come somma di due termini:

∆HT = ∆H1 + ∆H2 (2)

dove ∆H1 è la perdita di carico relativa a filtro pulito, coincidente con quella generata
dal moto attraverso lo stesso mezzo filtrante di un liquido privo di solidi; ∆H2 è invece
la perdita dovuta al progressivo deposito dei solidi all’interno del mezzo filtrante nel
corso del processo di filtrazione.

La perdita di carico a filtro pulito, nel caso in cui esso sia costituito da granuli
di dimensioni omogenee e di forma sferica con diametro D, può essere calcolata
mediante l'equazione di Carman-Kozeny:
∆H1 = λ F
(1 − n) v 2L
(3)
n3 gψ D
con:
n porosità del filtro
v velocità di filtrazione di Darcy (m/s)
L lunghezza del letto filtrante (m)
g accelerazione di gravità (9,81 m/s2)
ψ fattore di forma (variabile da circa 0,7 per granuli spigolosi a 1 per particelle
sferiche)
D diametro medio dei granuli del filtro
λF indice di resistenza del filtro, calcolabile con l’espressione dovuta a Ergun
(Sirini, 2002) in funzione del numero di Reynolds (Re=ρvD/µ):

λ F = 150
(1 − n) + 1,75
Re

Nel caso in cui il filtro sia costituito da granuli di dimensione assortita, la (3)
può essere modificata, utilizzando la curva granulometrica (Fig. 8), che consente di
valutare le frazioni in peso ∆Pi dei solidi aventi diametro minore o uguale a un
prefissato valore Di; l’espressione che così si ricava risulta:

(1 − n) v 2L ∆Pi
∆H1 =
n 3 gψ
∑ λFi Di
i

L'espressione di Carman-Kozeny evidenzia che la velocità di filtrazione


aumenta rapidamente con l'aumentare delle dimensioni dei granuli, e ciò sia per
l'aumento della porosità, sia per la diminuzione della superficie specifica: dalla
equazione si vede ancora che la velocità di filtrazione aumenta anche con la
temperatura, a causa della diminuzione della viscosità cinematica.

La perdita ∆H2 dovuta al progressivo deposito dei solidi all’interno del letto
filrante risulta variabile, sia nello spazio, essendo crescente lungo la direzione
longitudinale del mezzo filtrante, sia nel tempo, al procedere dell’intasamento del
mezzo stesso.
Per fissato istante di tempo, l’elemento di volume di filtro i-esimo è
caratterizzato da una perdita di carico proporzionale alla quantità di solidi qi(t) che si
è deposita nel volume stesso fino allo stesso istante, secondo l’espressione:
∆H2i = αqiβ ( t )

a e b sono costanti dipendenti dalle caratteristiche del mezzo filtrante; estendendo la


precedente espressione all’intero mezzo filtrante, si ricava:

∆H2 = ∑ αqiβ ( t )
i
quindi per conoscere la perdita di carico nel filtro occorre determinare la qi(t), cioè la
legge con cui i solidi si accumulano all’interno del mezzo filtrante.
Il calcolo di tale funzione è possibile analizzando il meccanismo di ritenzione
dei solidi all’interno del mezzo; questo può essere definito a partire dal bilancio di
materia, scritto per un elemento di mezzo filtrante di volume elementare dV, in
condizioni stazionarie di portata (Fig.9); il bilancio esprime la condizione che la
differenza tra la massa di solidi entrante e quella uscente, nell’intervallo di tempo
elementare, è pari ai solidi che si accumulano all’interno del volume stesso; tale
accumulo è dovuto alla sovrapposizione di due fenomeni contemporanei: la
variazione di concentrazione del liquido interno ai pori e la variazione della massa
solida costituente il volume:

 ∂C  ∂C V ∂q
QC - Q C + dx  = dVV + dV (4)
 ∂x  ∂t ∂t
con:
Q portata filtrata
C concentrazione del liquido entrante nel volume V
x direzione del moto di filtrazione
Cv concentrazione del liquido all’interno dei pori
Vv volume dei vuoti
q massa di solidi trattenuti dal filtro per unità di volume

Introducendo nella (4) la porosità n, prima definita, e semplificando si può


scrivere:
∂C ∂C V ∂q
-Q dx = n dV + dV
∂x ∂t ∂t
ulteriore semplificazione può essere introdotta, valutando che il primo termine a
secondo membro è in genere trascurabile rispetto al secondo; inoltre, introducendo la
velocità di filtrazione v e considerando che dV=Adx, dove con A si è indicata la
sezione trasversale del filtro, in definitiva si ottiene:

∂C ∂q
-v = (5)
∂x ∂t

L’equazione così ottenuta rappresenta il legame fra il gradiente di


concentrazione dei solidi lungo la dimensione longitudinale del filtro e la velocità di
deposito dei solidi all’interno del mezzo filtrante.
La risoluzione della (5) richiede la conoscenza della cinetica di rimozione dei
solidi lungo il filtro ∂C/∂x. A tale scopo si può fare riferimento alla teoria di Iwasaki,
che utilizza una legge del primo ordine:

∂C
− = λC
∂x
da cui si ricava:
C = C o e − λx (6)

sostituendo la (6) in (5), si ricava:

∂q
= v λ C o e - λx
∂t
e in definitiva:
q = vλ C o e − λ x t (7)

In effetti il valore di λ non è costante, variando nello spazio e nel tempo; in un


filtro pulito λ decresce con la distanza dalla superficie superiore del filtro; nel tempo,
la progressiva occlusione del filtro determina una corrispondente riduzione nel tempo
di λ.

4.1 Caratteristiche del mezzo poroso

Il materiale filtrante può essere caratterizzato con numerosi parametri, di cui si


riportano appresso i principali (Fig.8):
a) curva granulometrica: riporta in ascissa la dimensione del passante di uno staccio
e in ordinata la percentuale (in peso) di materiale che passa attraverso tale
staccio;
b) dimensione effettiva DE10: è data dalla dimensione a cui corrisponde la
percentuale 10 nella curva granulometrica;
c) coefficiente di uniformità: è dato dal rapporto DE60/DE10, entrambi ricavabili dalla
curva granulometrica.

Come tipo di materiale adoperato per la formazione del letto filtrante, la sabbia
quarzosa rappresenta il tipo più adoperato. Pure utilizzati sono l'antracite, le
pozzolane e i carboni attivi granulari.

Quanto alla granulometria del letto, possono adottarsi due soluzioni differenti a
seconda che si ricorra a una granulometria uniforme, oppure a una assortita (di solito
non più di 2-3 strati).
La soluzione con granulometria uniforme è quella più usata; in questo caso si
adoperano coefficienti di uniformità compresi tra 1,2 e 1,8; la dimensione effettiva, la
cui scelta è fortemente dipendente dalle caratteristiche dell'acqua da filtrare, può così
variare:
a) 0,3-0,5 mm, per filtri rapidi in pressione;
b) 0,9-1,35 mm: per filtri lenti con acqua già sottoposta a sedimentazione;
c) 1,35-25 mm: per trattamenti di sgrossatura.

Nel caso di filtri a più strati, per evitare l'intasamento degli strati a
granulometria più fine, occorre disporre in superficie quelli a granulometria maggiore;
ovviamente, onde evitare che tale disposizione venga invertita nel corso del
controlavaggio del filtro, si deve utilizzare un materiale differente per ciascuno strato
(infatti per la legge di Stokes, granuli di dimensione diversa, ma di uguale densità,
tendono a risistemarsi secondo una distribuzione granulometrica crescente dall’alto
verso il basso, per effetto delle diverse velocità di sedimentazione): in particolare
quello a granulometria maggiore deve avere peso specifico inferiore (affinchè possa
galleggiare su quello a granulometria inferiore).

Nel caso di filtri a due strati (filtri dual-media), sono spesso adoperati, per lo
strato superiore, antracite con diametro effettivo di 0,8-2,5 mm, per quello inferiore,
sabbia con diametro di 0,4-0,8 mm.
4.2 Meccanismi di intasamento del filtro

I principi di funzionamento di un letto filtrante possono essere dedotti


analizzando l'andamento nel tempo della perdita di carico attraverso il filtro e della
qualità dell'acqua da esso uscente (in particolare della torbidità o della
concentrazione di solidi sospesi). Dalle due curve, riportate in Fig.10, si rileva che la
perdita di carico va progressivamente crescendo, secondo un andamento
riproducibile con la legge di Carman-Kozeny, mentre l'andamento della torbidità
dell'acqua ha un primo tratto decrescente, corrispondente alla maturazione del letto,
in cui l'intercettazione dei solidi sospesi determina la riduzione della porosità del letto
e quindi il progressivo miglioramento delle caratteristiche di filtrabilità; segue un tratto
in cui la torbidità permane costante; infine ha inizio un ultimo tratto, in cui la qualità
dell'acqua è via via peggiore, fino a superare il limite di torbidità che si vuole
garantire nel trattamento di filtrazione, per cui l'effetto del filtro finisce per essere
inutile.
Come già accennato, tale comportamento può essere così giustificato: nel
corso del funzionamento del filtro, i solidi contenuti nell'acqua filtrata vengono rimossi
e quindi accumulati sulla superficie dei granuli del mezzo filtrante, riducendo la
dimensione dei pori o perfino ostruendoli del tutto; tale circostanza comporta
l'aumento della velocità dei filetti fluidi e quindi della velocità di trascinamento dei
solidi, che lasciano lo strato superiore già intasato e occupano quello
immediatamente inferiore; segue allora che il limite dello strato intasato si va
progressivamente spostando verso il basso, finendo per raggiungere il fondo del
filtro; da questo istante in poi (in cui si verifica la "perforazione del filtro”), la qualità
dell'acqua uscente va peggiorando, in quanto una parte sempre più consistente dei
solidi fuoriesce, per cui la sua torbidità tende ad eguagliare quella presente
nell'acqua di alimentazione.

Un'ulteriore conferma di tale comportamento si trova nell'analisi del


diagramma dei carichi piezometrici (o "curva delle pressioni"), costruito con le
modalità prima descritte (Fig.11); in particolare, se si prende in esame un filtro
costituito da un letto di altezza BD, sovrastato da un tirante idrico AB; all'istante
iniziale di funzionamento del filtro l'andamento delle pressioni al suo interno risulterà
dato dalla linea bd1, con una cadente piezometrica costante lungo la verticale e data
dal rapporto Y/L, ricavabile con l'espressione di Carman-Kozeny.
Superato il periodo di maturazione, si può individuare un primo tratto del letto
in cui la perdita di carico è caratterizzata da una cadente via via decrescente, da un
massimo iniziale a un minimo in corrispondenza del punto C2, che individua la
sezione finale del tratto intasato ("fronte di filtrazione"); procedendo nel tempo, il
progressivo intasamento del filtro comporta l'avanzamento verso il basso del fronte di
filtrazione; il raggiungimento di una situazione quale quella indicata dalla curva
bcfdfef di Fig.11 indica che il fronte di filtrazione ha superato il fondo del filtro (infatti il
tratto lineare della curva ha inizio al di sotto di questo): ciò corrisponde alla
fuoriuscita di acqua di caratteristiche peggiori rispetto al caso delle precedenti curve
di pressione; tale situazione viene detta di "filtro perforato".

Onde evitare l'inconveniente prima descritto, occorre interrompere il


funzionamento del filtro prima che il fronte di filtrazione interessi la sezione terminale
del filtro stesso; ciò in pratica si ottiene limitando la massima perdita di carico
attraverso il filtro. Un esempio di corretto funzionamento di un filtro è rappresentato in
Fig.12; in questo caso, l'andamento delle curve di pressione è nelle fasi iniziali del
tutto analogo a quello di Fig.11; la massima perdita di carico è fissata pari a un valore
tale che si abbia un seppur piccolo tratto finale rettilineo (nell'esempio della Fig.12,
tale perdita massima è pari a 2 m, che garantisce la presenza di uno strato di circa
0,3 m di sabbia pulita, come margine di sicurezza). In questo caso si dice che il filtro
è del tipo "non perforato".

Ai fini del maggiore sfruttamento del filtro, è chiaro che i due tempi t1 e t2 di
Fig.10, in cui vengono rispettivamente raggiunti la massima perdita di carico e lo
standard di qualità dell'acqua devono essere il più vicino possibile.

4.3 Dimensionamento dei filtri

Per il dimensionamento dei filtri può essere adoperata la seguente procedura,


basati su criteri empirici derivanti sull’esperienza gestionale di impianti in piena scala
o pilota:
a) si fissa un valore del carico idraulico v compreso nell’intervallo 5÷7 m/h;
b) si impone una perdita di carico limite ∆HL; tale perdita di carico è quella
attraverso il solo mezzo filtrante, per cui ad essa devono essere aggiunte le
perdite di carico, localizzate e distribuite, che si verificano nella rimanente parte
dell’impianto (ugelli, regolatore, condotte, saracinesche, valvole, etc.);
c) si calcola la permeabilità del letto filtrante in condizioni di perforazione
completa;
d) si calcola l’altezza L del letto filtrante mediante la relazione di Darcy nelle
condizioni di completo intasamento:

v = K ∆H/ L
da cui:
L = K ∆H/v

Tale procedura tuttavia non presenta margini di sicurezza, in quanto l’altezza


del filtro viene calcolata nella condizione limite di perforazione.
Per garantire un sufficiente margine di sicurezza, che garantisca condizioni di
esercizio lontane da quelle di perforazione del filtro, si può seguire la seguente
procedura:
a) si considera la seguente perdita di carico totale attraverso il filtro:
b)
∆HL = ∆H* + ∆H’
con:
∆H* perdita di carico dello strato filtrante totalmente intasato, calcolata per le
condizioni limite di porosità, dimensione nominale, coefficiente di uniformità
e sfericità dei granuli;
∆H’ perdita di carico nello strato di sicurezza pulito, sottostante lo strato
intasato.
c) E’ allora possibile scrivere:

∆HL = (L*v/KL) + (L’v/K0)

d) fissato ∆HL e posto L’ = 0,15-0,30 m è possibile calcolare L = L*+L’.


e) si deve verificare che il valore di L così trovato consenta il rispetto della
condizione:
tcontrolavaggio ≤ tperforazione

Una relazione empirica orientativa usata talora per calcolare l’altezza minima
filtrante L*, valida per D10≤1,2 mm è quella proposta da Nakamura:

L* = [580/(1-n0)]·D10

4.4 Tipologie dei filtri

In base alle caratteristiche costruttive e di funzionamento, sono possibili


numerose classificazioni dei filtri di volume; quelle principali riguardano le modalità di
alimentazione (filtri aperti, cioè a gravità, e in pressione) e il carico idraulico applicato
(filtri lenti e rapidi).
In linea di massima, si può dire che i filtri lenti (tutti aperti) hanno ancora un
notevole interesse, tanto per gli indubbi pregi che essi presentano, quanto per il fatto
che numerose sono le sue applicazioni tuttora in esercizio. Tuttavia, le notevoli
superfici da essi richieste hanno ormai condotto a un'utilizzazione sempre maggiore
dei filtri rapidi, tanto a gravità, quanto in pressione; l’uso di questi ultimi è frequente
nei casi in cui occorra affrontare problemi di disponibilità di spazio (p.e. nel
potenziamento di impianti esistenti).

4.4.1 Filtri lenti

Tutti a gravità, non richiedono una fase di chiariflocculazione a monte, in


quanto la coagulazione delle particelle colloidali avviene per effetto degli enzimi
prodotti da alghe e microrganismi che si riproducono sulla superficie del filtro,
costituendo una vera e propria pellicola biologica (“schmutzdecke”).
Il loro dimensionamento può essere eseguito per valori del carico idraulico di
3-10 m/giorno, che per filtri di sgrossatura può raggiungere anche 20-30 m/giorno.
I modesti valori del carico idraulico applicato comportano piccole perdite di
carico, ma anche grandi superfici delle vasche. Queste possono essere realizzate
con strutture in calcestruzzo, a pareti verticali (Fig.13), o, per le superfici maggiori,
anche con argini in terra e fondo rivestiti con materiali impermeabili (Fig.14); in Fig.13
si nota la regolazione del livello di valle, che evita la formazione di depressioni
all’interno del filtro.
Il lavaggio del filtro avviene mediamente una volta al mese; dopo il lavaggio si
richiedono alcuni giorni per la riutilizzazione del filtro, al fine di consentire la
formazione della pellicola biologica.
Numerosi problemi operativi possono sorgere, nel caso di acque molto torbide
o per effetto della crescita eccessiva di microalghe sulla superficie dei filtri.

4.4.2 Filtri rapidi aperti

Nei filtri rapidi non si ha la formazione di una pellicola vera e propria sulla
superficie del letto, ma, dopo un certo tempo si osserva che i granelli di sabbia,
anche ad una distanza relativamente notevole dalla superficie, sono circondati da
una sottile patina gelatinosa, derivante dalle sostanze colloidali presenti nell'acqua.

Con i filtri rapidi si applicano carichi idraulici da 5 a 15 m/h; le portate trattate


sono quindi anche 35 volte maggiori di quelle corrispondenti ai filtri lenti.
In questo caso manca l'azione biologica prodotta dalla pellicola superficiale,
che in pratica non ha tempo di formarsi.
La soluzione adottata più di frequente prevede la formazione del mezzo
filtrante con un solo strato di sabbia di quarzo; qualora invece si faccia ricorso ai filtri
dual-media, sono spesso usati riempimenti in antracite e sabbia.

Da un punto di vista costruttivo, i filtri sono realizzati con vasche rettangolari o


quadrate, generalmente in cemento armato (Fig.15). Nell'esempio riportato in figura,
l'alimentazione dell'acqua grezza avviene mediante delle valvole a clapet, la cui
chiusura è automatica durante la fase di controlavaggio del filtro, per effetto
dell'innalzamento del livello idrico (Fig.16).
A seconda delle modalità di alimentazione e a seguito del progressivo
intasamento del filtro, questo può funzionare a livello variabile e portata costante, o
viceversa a livello costante e portata variabile, o infine a livello e portata costanti;
quest’ultimo caso è il più frequente; in tale situazione viene generata a valle del filtro
una perdita di carico localizzata variabile nel tempo, che risulta massima all’istante
iniziale di funzionamento del filtro (cioè subito dopo la sua pulizia), e decrescente fino
a un valore minimo o nullo, nel corso del progressivo intasamento del filtro. Quindi il
filtro funziona in condizioni di perdita di carico globale costante e pari al valore
massimo, entrando in controlavaggio quando la perdita localizzata raggiunge il suo
valore minimo; un esempio di tale tipo di controllo è riportato in Fig.17.
Le dimensioni in pianta di ogni filtro sono di solito non inferiori a 15-20 m2, e
raramente superiori ai 150 m2.
Lo spessore dello strato filtrante è generalmente pari a 0,75-0,90 m, ma non
mancano esempi di filtri con letti alti anche oltre 2 m, costituiti però da sabbia più
grossa (con diametro anche di 1,5 mm) e molto uniforme.
Soluzioni impiantistiche meno frequenti, adoperate in passato, prevedono che
lo strato di sabbia sia posato su uno di ghiaia, avente spessore di 40-80 cm, con
dimensioni della ghiaia crescenti in genere da 6 mm a 70 mm (Fig.18). Lo strato di
ghiaia è retto dal fondo della vasca, costituito di solito da un solaio in cemento
armato; tra il solaio e lo strato di ghiaia vi è il sistema di drenaggio per la raccolta
dell'acqua, costituito, da un collettore principale situato lungo l'asse principale del
filtro, in cui confluiscono i collettori laterali.
Nelle soluzioni più recenti non è più previsto lo strato di ghiaia (che peraltro
interviene pochissimo nel meccanismo di filtrazione); l'intero letto filtrante è costituito
da sabbia. L'acqua filtrata fuoriesce dal fondo della vasca, mediante degli ugelli, che
devono pure consentire l'alimentazione dell'acqua e/o dell'aria di controlavaggio
(Fig.20).

Come prima accennato, nel caso dei filtri dual-media, o di quelli meno usuali a
tre strati, al di sopra della sabbia è previsto uno strato di mezzo filtrante a
granulometria superiore, che deve avere un peso specifico minore, al fine di non
invertire la sua posizione durante la fase di lavaggio del filtro.
Quando il filtro raggiunge il massimo grado di intasamento, occorre procedere
al suo controlavaggio; eso può essere eseguito immettendo all’interno del letto
filtrante acqua e aria, in modo congiunto e/o separatamente
L'aria viene alimentata prima dell'acqua di controlavaggio o
contemporaneamente a questa, allo scopo di favorire l’espansione del letto.
Spesso lo stesso sistema di tubi ed ugelli viene utilizzato per l’estrazione
dell'acqua filtrata e per l’alimentazione dell'acqua di controlavaggio e dell'aria
(Fig.19).
La velocità dell'acqua di lavaggio (< 30 m/h) è all'incirca doppia di quella di
filtrazione, mentre l'aria ha una velocità da 4-6 volte maggiore di quella di filtrazione
(fino a circa 90 m/h, con pressione fino a circa 0,5 atm).
Un ciclo di lavaggio tipico è il seguente: si effettua prima l'immissione d'aria
per 2 o 3 minuti, poi di sola acqua (circa 5 minuti), ed infine di acqua e di aria
insieme, ancora per qualche minuto (Fig.19). La frequenza dei lavaggi e quindi il
consumo dell'acqua dipendono dalle caratteristiche dell'acqua da filtrare; a titolo
puramente indicativo può dirsi che un filtro viene lavato normalmente una o due volte
al giorno; solo in particolari casi, quando cioè si ha a che fare con acque poco
torbide, si possono avere cicli operativi anche di tre giorni o più. Orientativamente,
l'acqua occorrente per il lavaggio, con il sistema acqua+aria è pari al 2-3% dell'acqua
filtrata.

Una crescente applicazione si riscontra per una tipologia di filtri, riconducibili


alla categoria dei filtri rapidi aperti, in cui sia garantito il funzionamento continuo o
semicontinuo, senza quindi la necessità della periodica messa fuori esercizio per la
fase di controlavaggio. Ciò è possibile mediante la realizzazione di un sistema di
pulizia del mezzo filtrante che rimuova con continuità i solidi accumulati (Fig.21),
oppure che isoli per brevi periodi parti del filtro, che vengono sottoposte a lavaggio,
senza la necessità di interrompere l’alimentazione del filro (Fig.22)

Infine, va sottolineato che i filtri rapidi possono essere utilizzati, oltre che per la
filtrazione diretta dell'acqua, anche per la filtrazione con coagulazione simultanea
(filtri-flocculatori, con dosaggio in testa dei reagenti coagulanti) o infine per la
filtrazione di acqua già chiariflocculata (quindi con funzione di affinamento).

4.4.3 Filtri rapidi in pressione

I filtri in pressione sono costituiti da un letto filtrante normale (sabbia di quarzo,


antracite, sabbia di diatomee, etc.), disposto in un recipiente metallico a perfetta
tenuta ed atto a resistere alla pressione dell'acqua.
In essi, il processo di filtrazione si svolge in maniera del tutto identica a quanto
già esposto a proposito dei filtri rapidi aperti, salvo la maggiore pressione di esercizio
(fino a 7-8 atm).
Da un punto di vista costruttivo, i filtri in pressione possono essere divisi in due
categorie (Fig.23): orizzontali e verticali; i primi sono adoperati in piccoli impianti,
mentre i secondi si sono dimostrati più convenienti nel caso di impianti di una certa
entità, perchè in tal caso si può contenere l’ingombro in pianta dell’impianto
aumentando l’altezza del filtro. Il funzionamento dei due tipi di filtro è del tutto
identico.
5. FILTRAZIONE DI SUPERFICIE

Tra le possibili applicazioni riconducibili a fenomeni di filtrazione di superficie


possono richiamarsi la stacciatura e la microstacciatura e quella su supporto sottile,
che trova nei filtri "precoat" la maggiore applicazione.

5.1 Stacciatura e microstacciatura

E' probabilmente l'esempio di filtrazione più grossolana, fra tutte quelle


possibili; infatti l'effetto filtrante è qui demandato esclusivamente alla capacità del
mezzo filtrante di intercettare tutte le particelle aventi una dimensione media
superiore a quella dei fori (di solito non al di sotto di 30 µ circa).
A tale scopo vengono adoperati tessuti metallici o in fibra sintetica, di solito
montati su tamburi rotanti, la cui alimentazione avviene a superficie libera per gravità;
meno frequenti sono le modalità di alimentazione in pressione.
L'apertura delle maglie è compresa tra 0,2 e 4 mm, per la stacciatura, e tra 25
e 125 mm, per la microstacciatura; l'intasamento delle maglie è evitato rimuovendo in
continuo il materiale filtrante, che viene asportato dai teli mediante getti di acqua a
pressione (Fig.24).
I microstacci hanno applicazioni di notevole interesse nella potabilizzazione
delle acque; il loro dimensionamento può eseguirsi imponendo un carico idraulico
superficiale prossimo a 50 m3/m2xora, applicato alla superficie realmente immersa
(quindi circa 35 m3/m2xora, estesa all'intera superficie).

5.2 Filtri precoat

In questo caso l'azione filtrante è esaltata dalla formazione di un


"prerivestimento" (precoat), ottenuto facendo depositare sulla superficie esterna degli
elementi filtranti i solidi contenuti in una sospensione concentrata; come materiale di
apporto sono adoperati fibre di cellulosa, terre di diatomee (con diametro medio di 5-
100 µ), carboni attivi, resine scambiatrici, etc.
Gli elementi filtranti possono avere forma a candela o a piastra, in materiale
munito di fori (acciaio), o poroso (gres, resina). In tal modo, da un lato, si ha un
effetto filtrante elevato, dall'altro, si evita l'intasamento dell'elemento filtrante.
In Fig.25 è riportato un esempio di filtri precoat di forma cilindrica (avente
diametro di solito pari a 1-2 m), formato da più elementi filtranti a candela in acciaio,
funzionanti in parallelo; intorno a ciascun elemento è avvolto un filo metallico, che
agevola l'adesione del materiale di rivestimento; il funzionamento del filtro prevede
l'alimentazione alternata di acqua da trattare, ricca di solidi sospesi, e della
sospensione di prerivestimento (body feed); sulla superficie di ciascun elemento
filtrante viene così a formarsi una pellicola di spessore crescente nel tempo, costituita
da strati di solidi sospesi e materiale coprente; raggiunto lo spessore massimo
compatibile con l'intasamento del filtro (circa 1 cm), occorre prevederne la
rigenerazione; questa avviene agevolando il distacco del prerivestimento portando in
depressione l'intero filtro. Il materiale di prerivestimento può essere recuperato
oppure smaltito coi fanghi.
Questo tipo di filtri, rispetto alle altre soluzioni possibili, ha il vantaggio di
richiedere modesti volumi di ingombro, a parità di portate trattate; essi vengono
quindi adoperati dove esistano problemi di spazio (p.e. nel caso del trattamento delle
acqua di piscina); percontro essi richiedono costi elevati.
La soluzione con terre di diatomee, che è la più usata, consente la rimozione
anche dei solidi di dimensioni inferiori a 0,1 µ, senza una precedente fase di
coagulazione.
Il progetto dei filtri precoat viene di solito eseguito per valori dei carichi idraulici
di 60-180 m/giorno, riferiti all'intera superficie filtrante.
Fig.1 – Schema del moto di filtrazione attraverso un mezzo poroso

Fig.2 – Valori usuali dei coefficienti di permeabilità assoluti


(a) (b)

Fig. 3 - Esempi di due mezzi porosi in serie (a) e in parallelo (b)

Fig. 4 – Diagramma dei carichi

Fig. 5 – Diagramma dei carichi con mezzo poroso in depressione


Fig.6 – Formazione dello strato di particelle solide (cake)

Fig.7 - Meccanismi di filtrazione delle particelle: a) intercettamento; b)


diffusione; c) inerzia; d) decantazione; e) effetti idrodinamici
Fig.8 – Esempio di curva granulometrica

Fig.9 – Bilancio di materia per un volume elementare all’interno del letto filtrante
Fig.10 - Andamento nel tempo delle perdite di carico e della qualità
dell'effluente, al procedere dell'intasamento di un filtro

Fig.11 - Esempio di funzionamento di un filtro perforato


Fig.12 - Esempio di funzionamento di un filtro non perforato

Fig.13 – Sezione trasversale di un filtro lento tradizionale


Fig.14 – Sezione trasversale di un filtro lento tradizionale

Fig.15 - Sezione tipo di un filtro rapido aperto

Fig.16 - Valvola a clapet di alimentazione di un filtro aperto


Fig.17 – Esempio di filtro rapido aperto con funzionamento a portata e carico costanti

Fig.18 – Esempi di letti filtranti a granulometria variabile crescente verso il basso


Fig.19 - Esempio di ugello di presa dell'acqua filtrata

Fig.20 – Esempio di filtro rapido aperto in fase di controlavaggio


Fig.21- Filtro a pulizia continua

Fig.22 – Filtro a pulizia semicontinua


(a) (b)

Fig.23 - Filtri in pressione: (a) orizzontale; (b) verticale

Fig.24 - Microstaccio
Fig.25 - Filtro precoat con particolari dei sistemi di alimentazione e rigenerazione
Bibliografia:

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