Sei sulla pagina 1di 50

P h i lo lo g i a

a n t i qva
a n i n t e r nat i ona l j o u r na l o f c la s s i c s
¶ A PO I M I A K ø ™
il proverbio in grecia e a roma

a cura di emanuele lelli


introduzione di renzo tosi
postfazione di riccardo di donato

·ii·

PISA · ROMA
FABRIZIO SERRA EDITORE
MMX
P H I LO LO G I A
A N T I QVA
a n i n t e r nat i ona l j o u r na l o f c la s s i c s

3 · 2010

PISA · ROMA
FABRIZIO SERRA EDITORE
MMX
Amministrazione e abbonamenti
Fabrizio Serra editore®
Casella postale n. 1, succursale n. 8, i 56123 Pisa,
tel. +39 050 542332, fax +39 050 574888, fse@libraweb.net
I prezzi ufficiali di abbonamento cartaceo e/o Online sono consultabili
presso il sito Internet della casa editrice www.libraweb.net.
Print and/or Online official rates are available
at Publisher’s website www.libraweb.net.
I pagamenti possono essere effettuati tramite versamento su c.c.p. n. 17154550
o tramite carta di credito (American Express, Visa, Eurocard, Mastercard)
Uffici di Pisa: Via Santa Bibbiana 28, i 56127 Pisa,
tel. +39 050 542332, fax +39 050 574888, fse@libraweb.net
Uffici di Roma e Redazione: Rita Gianfelice, Via Carlo Emanuele I, i 00185 Roma,
tel. +39 06 70493456, fax +39 06 70476605, fse@libraweb.net
*
Autorizzazione del Tribunale di Pisa n. 23 del 14 · 6 · 2007
Direttore responsabile: Fabrizio Serra
Sono rigorosamente vietati la riproduzione, la traduzione, l’adattamento, anche parziale o per
estratti, per qualsiasi uso e con qualsiasi mezzo effettuati, compresi la copia fotostatica,
il microfilm, la memorizzazione elettronica, ecc., senza la preventiva autorizzazione
scritta della Fabrizio Serra editore®, Pisa - Roma
Ogni abuso sarà perseguito a norma di legge.
*
Proprietà riservata · All rights reserved
© Copyright 2010 by Fabrizio Serra editore®, Pisa - Roma
Stampato in Italia · Printed in Italy
www.libraweb.net

issn 1971-9078
issn elettronico 2035-3561
isbn 978-88-6227-343-5
SOMMARIO

¶ A PO I M I A K ø ™’

·II·

Emanuele Lelli, Premessa 9

Abbreviazioni 10

14. Callimaco
Emanuele Lelli, Il proverbio in laboratorio 11

15. Teocrito
Claudio Meliadò, Proverbi e falsi proverbi in Teocrito 27

16. Settanta
Ugo Livadiotti, “Come un picchetto piantato nella roccia”: commercio e cupidigia in
Sir. 26, 20-27, 2 37

17. Epitafio epigrafico


Valentina Garulli, Epitafio epigrafico e tradizione proverbiale: spunti per una rifles-
sione 45

18. Plauto
Silvia Paponi, L’andamento sentenzioso della frase plautina: proverbi ed enunciati sen-
tenziosi 61

19. Terenzio
Marco Giovini, Proverbi e sententiae a carattere proverbiale in Terenzio 75

20. Cecilio Stazio


Marco Cipriani, Homo homini Deus: la malinconica sentenziosità di Cecilio Stazio 117

21. Accio
Giampiero Scafoglio, Le sententiae nella tragedia romana 161

22. Cicerone
Valentina Bonsangue, “Non avere nemmeno un pelo di uomo onesto”. Impiego pro-
verbiale e allusioni comiche nella Pro Roscio comoedo di Cicerone 181
23. Orazio
Marcella Guglielmo, I proverbi nel primo libro delle Epistole di Orazio 191
8 sommario

24. Fedro
Caterina Mordeglia, Dalla favola al proverbio, dal proverbio alla favola. Genesi e for-
tuna dell’elemento gnomico fedriano 207
Indice Generale 231
20. Cecilio Stazio

HOMO HOMINI DEUS: LA MALINCONICA


SENTENZIOSITÀ DI CECILIO STAZIO1
Marco Cipriani

N ell ’analisi dell’opera superstite di Cecilio Stazio la critica ha spesso sottolineato il


carattere sentenzioso che affiora in diversi frammenti del comico insubre.2 Pur con-
servando la necessaria cautela nell’esame di versi trasmessi da fonti indirette, spesso inte-
ressate, nel caso di grammatici e lessicografi, a glosse ed espressioni particolari, oppure,
nel caso di Cicerone, al reperimento della gnome esemplare da impiegare in trattati o di-
scorsi forensi, si deve riconoscere che tra gli autori frammentari arcaici, certamente tra i
comici, Cecilio presenta in percentuale il numero maggiore di sentenze ed espressioni
proverbiali e idiomatiche con valenza morale. Nel presente contributo vengono appunto
raccolti e analizzati i frammenti di contenuto proverbiale e sentenzioso, cercando di met-
tere in luce per ciascuno, ove possibile, il contesto scenico, le particolarità stilistiche, la
funzione drammatica, dedicando uno spazio particolare ai precedenti letterari dei moti-
vi trattati e alla loro sopravvivenza nelle tradizioni letterarie e paremiografiche antiche,
medievali e moderne. Trattandosi di passi frammentari, nei quali la situazione dramma-
tica e l’identità del locutore, oltre che la costituzione del testo e la sua interpretazione, ri-
mangono spesso incerte, è parso opportuno evitare una suddivisione dei testi in proverbi
veri e propri, espressioni idiomatiche, sentenze e apoftegmi, che avrebbe condotto inevi-
tabilmente a riproporre questioni metodologiche adeguatamente svolte nell’introduzio-
ne alla miscellanea. Il corpus delle evidenze viene pertanto presentato nell’ordine dedot-
to dalle sillogi di Ribbeck e Guardì, attenendosi alla prima come edizione di riferimento,

1 Con i soli nomi dei curatori sono indicate le edizioni dei frammenti di Cecilio Stazio: Stephanus = Fragmenta
poetarum veterum Latinorum […] ab Henrico Stephano […] digesta, Lutetiae Parisiorum, 1564, pp. 63-78; Bothe = F.
H. Bothe, Poetae scenici Latinorum, vol. v. 2, Halberstadt, 1824, pp. 125-153; Spengel = L. Spengel, Caii Caecilii Statii,
comici poetae, deperditarum fabularum fragmenta, München, 1829; Ribbeck = O. Ribbeck, Comicorum Romanorum prae-
ter Plautum et Syri quae feruntur sententias Fragmenta (crf), Leipzig, 18983 (R.3), pp. 40-94 (18551, pp. 29-69; 18732, pp. 35-
81); Warmington = E. H. Warmington, Remains of Old Latin, i, Cambridge (Mass.), 19562, pp. 467-564; Guardì = T.
Guardì, Cecilio Stazio. I frammenti, Palermo, 1974. Per un inquadramento dell’opera superstite di Cecilio Stazio si ri-
manda ora a G. Carosi, Cecilio Stazio e il PHerc 78: Obolostates sive Faenerator, Tesi dott. Bologna, 2006, in part. pp. 9-
101 (consultabile in http://ams.dottorato.cib.unibo.it/189/1/Tesi_Giulia_Carosi.pdf ) e, con qualche riserva per la se-
lezione e l’impiego delle fonti bibliografiche, a L. Monacelli, La tradizione e il testo: a proposito di Cecilio Stazio,
«Schol(i)a», 7, 2005, pp. 39-79. Segnalo infine, per quanto di difficile consultazione, B. Hartleb-Kropidło, Rzymska
Poezja Sceniczna. Cecyliusz Stacjusz fragmenty zaginionych sztuk, Wrocław, 2003 (199 p.), monografia con introduzione e
commento ai frammenti. Per il controllo di alcuni riferimenti bibliografici mi è stata indispensabile la solerte colla-
borazione a distanza dell’amico ed ‘Ex-Zimko’ Friedrich Spoth, a cui rivolgo un cordiale ringraziamento.
2 Cfr. e. g. Guardì, p. 23: «Precursore di quest’ultimo (scil. Terenzio) fu [Cecilio] nel nuovo studio dell’ethos dei
personaggi, con una sentenziosità di carattere morale»; P. Roos, Sentenza e proverbio nell’antichità e i Distici di Catone,
Brescia, 1984, p. 50: «Alcuni suoi versi, pregni di una sentenziosità talvolta quasi amara, sono stati ricordati da autori
posteriori, come Cicerone, grazie alla loro qualità proverbiale»; E. Paratore, Storia della letteratura latina, Firenze,
19863, p. 76: «Si afferma [in Cecilio] una viva predilezione per la sentenza, l’apoftegma carico d’esperienza e di solle-
citudine morale […]. Caratterizzano ancor meglio questa sua tendenza all’humanitas, che già ci fa intravvedere la Ro-
ma del circolo degli Scipioni, i versi sentenziosi, spesso riportati da autori successivi»; M. von Albrecht, Storia del-
la letteratura latina, i, Torino, 1995, p. 211: «Le frasi ricche di pointes affilate che egli formula hanno efficacia durevole:
sono tra le sentenze latine più acute».
118 marco cipriani
ma distaccandosene in alcuni casi a favore di diverse scelte testuali. Per lo stesso motivo,
il carattere frammentario dei testi esaminati, non si è potuto, e per la verità neanche vo-
luto, rinunciare in taluni casi a notazioni di carattere testuale ed esegetico ritenute op-
portune, seppure non direttamente inerenti il tema del saggio. La terza conseguenza del
lavoro su membra disiecta è l’assenza di una conclusione che offra un profilo, perlomeno
ipotetico, dell’impiego di espressioni proverbiali da parte di Cecilio: l’elusività e la per-
centuale di incertezza che permangono nell’indagine sui frammenti avrebbe conferito a
tale sintesi un carattere aleatorio e scarsamente affidabile. Nell’appendice ho inserito ed
esaminato alcuni frammenti il cui carattere proverbiale o sentenzioso può essere solo sup-
posto tramite esegesi difficilmente dimostrabili e altri che, benché contengano delle lo-
cuzioni piuttosto comuni, sono stati inopportunamente censiti nel repertorio di Otto,
opera da considerare ancora oggi di indubbia utilità ma che inevitabilmente tradisce la
mancanza di una rigorosa impostazione metodologica.

«Quel che è fatto, è reso»


com. 22-24 R.3 (19-21 G.)
.. quamquam ego mercede huc conductus tua
aduenio, ne tibi me esse ob eam rem obnoxium
reare: audibis male, si male dicis mihi.1
«Sebbene io venga qui assunto dalla tua paga, non credere che perciò io ti sia sottomesso; senti-
rai insulti, se mi insulti».
Costituito da tre senari, il primo dei quali acefalo,2 il frammento apparteneva alla com-
media Chrysium,3 intitolata a una fanciulla, verosimilmente un’etèra, secondo un uso ben

1 Il passo ceciliano è trasmesso da Gellio per illustrare l’uso e il significato di obnoxius: 6, 17, 3 quis adeo tam linguae
Latinae ignarus est, quin sciat eum dici ‘obnoxium’, cui quid ab eo, cui esse ‘obnoxius’ dicitur, incommodari et noceri potest et
qui habeat aliquem noxae, id est culpae suae, conscium? … 6, 17, 13 Qua uero ille grammaticus finitione usus est, ea uidetur in
uerbo tam multiplici unam tantummodo usurpationem eius notasse, quae quidem congruit cum significatu, quo Caecilius usus
est in Chrysio in his uerbis: “quamquam … mihi”.
2 Nel primo verso scandisco ego pirrichio – quantità prevalente in Plauto e Terenzio (C. Questa, La metrica di Plau-
to e Terenzio, Urbino, 2007, p. 62) – segnalando, insieme a Ribbeck e Guardì, la scomparsa di due elementi. Scansione
praticabile è anche quella operata da A. Traina (Comoedia. Antologia della palliata, Padova, 19974 [20005], p. 103), che in-
dica la scomparsa di un solo elemento, leggendo ego giambico. Alla proposta di C. Brakman (Observationes ad fabulas
palliatas, «Mn», 2, 1935, p. 156 [155-160]) di completare il verso restituendo l’avverbio numero si può obiettare, oltre l’ina-
deguatezza sintattica del termine, che difficilmente Gellio, o la sua fonte (Verrio Flacco?), nel trascrivere il passo avreb-
be soppresso un avverbio di sapore arcaico quale numero (per cui vd. Caecil. com. 2 R.3). È più probabile che dalla ci-
tazione siano stati tagliati elementi ritenuti superflui, quali congiunzioni o interiezioni: si potrebbe, ad esempio,
completare il verso integrando heus tu, come nell’incipit di un’analoga scena plautina (Pseud. 515ss., vd. infra), con «‘mi-
natory’ or ‘admonitory’ use» (W. S. Watt, Heus, «Glotta», 41, 1963, p. 140 [138-143]).
3 Gli editori Stephanus e Bothe adottarono il titolo Chrysius, scartato da Spengel, il quale preferiva la scrittura
Chrysion, fatta propria in seguito da Ribbeck, Warmington e Guardì. Poiché il nome deriva da un originale XÚ‡ÛÈÔÓ,
appare tuttavia preferibile restituire la grafia Chrysium, secondo il modello di altri nomi femminili greci presenti nel-
la palliata, apparentemente neutri ma divenuti femminili in latino, come spiega Carisio (gramm. p. 132, 8): Leontion et
Chrysion et Phanion ex neutris Graecis feminina fecere et Plautus quod dixit: “haec Phronesium”, et Caecilius “Leontium” (com.
286 R.3; 271 G.); cfr. Prisc. gramm. II 215, 15ss. inueniuntur … apud comicos multa … neutrorum formam habentia mulierem
nomina, quibus articulos feminini generis necessario significationis gratia praeponere solent, ut … ì XÚ‡ÛÈÔÓ haec Chrysium,
ì \A‚ÚfiÙÔÓÔÓ haec Abrotonum, ì §ÂfiÓÙÈÔÓ haec Leontium; hoc autem solet fieri adulationis causa siue diminutionis aetatis
(cfr. Adelphasium, Phanium, Philocomasium, Phronesium, Planesium, Selenium). La terminazione -um era già adottata da
Schwering (ThlL Onom. ii 423, 47-52), che oltre alle occorrenze nei grammatici registra Gloss. ii 565, 40 Chrisium no-
men feminae, probabilmente derivato da Prisciano (valutando la rarità delle attestazioni del nome, si può supporre
che il passo priscianeo si riferisca proprio alla figura eponima della palliata ceciliana). La conferma dell’opportunità
di stampare Chrysium contro il Chrysion degli editori precedenti (solitamente trascrizione latina del maschile
XÚ˘Û›ˆÓ: cfr. ThlL Onom. ii 421, 33-39) è offerta del resto dall’occorrenza di Leontium in Cecilio, testimoniata da Ca-
risio (vd. supra).
20. cecilio stazio 119
attestato nel teatro comico greco1 e nello stesso corpus ceciliano.2 Chrysium, dal greco
XÚ‡ÛÈÔÓ, deve considerarsi un nomen loquens, con allusione al valore della fanciulla per
l’adulescens innamorato e forse anche alla cupidigia della donna.3 Sulla scorta dell’intito-
lazione si può ipotizzare che la trama riproponesse la consueta vicenda del giovane inna-
morato di un’etèra, contrastato da un pater durus o da un lenone.4 Nell’unico frammen-
to superstite, tratto da una scena dialogata, si coglie la replica orgogliosa e risentita di un
personaggio che presta i propri servigi a pagamento, ma non è disposto a subire le offese
di chi lo ha ingaggiato e minaccia di rispondere per le rime a chi lo insulta. Tali caratteri-
stiche, secondo un’idea avanzata da Ribbeck2 e condivisa da Warmington e Guardì (p.
118),5 si adattano bene a un cocus, figura caratterizzata, già nella ̤ÛË e nella Ó¤·, da or-
gogliosa insolenza ed eccessiva loquacità.6 Se l’identificazione è corretta, si può immagi-
nare che il cuoco, probabilmente assunto per allestire un banchetto,7 sia stato in prece-
denza rimproverato e insultato e ora replichi all’interlocutore rivendicando la sua dignità
e pretendendo il rispetto dovuto a un uomo libero. Per la situazione rappresentata risul-
ta quindi pertinente il richiamo da parte di Traina8 al discorso dei testimoni ingaggiati da
Agorastocle nel Poenulus plautino, i quali, criticati per la loro lentezza, rispondono fiera-
mente che al loro status di uomini liberi non si addice la frettolosa corsa del servo: vv. 515-
528 heus tu, quamquam nos uidemur tibi plebeii et pauperes, / si nec recte dicis nobis diues de sum-
mo loco, / diuitem audacter solemus mactare infortunio. / nec tibi nos obnoxii istuc quid tu ames
aut oderis eqs.9 La presenza di un cuoco in Cecilio costituirebbe un punto di contatto con
la drammaturgia plautina, segnando la distanza dall’opera di Terenzio, nella quale la fi-
gura del cocus è del tutto assente.

1 Vd. W. G. Arnott, Alexis, the Fragments. A Commentary, Cambridge, 1996, pp. 177-178.
2 Hymnis (64-741 R.3; 60-72 G.), Karine (104-109 R.3; 101-106 G.), Philumena (141-1411 R.3; 134-135 G.); cfr. anche il tito-
lo Meretrix (110-112 R.3; 107-108 G.). XÚ‡ÛÈÔÓ è il nome di una prostituta in Alciphr. epist. 4, 14, 2.
3 Sul nome vd. H. Breitenbach, De genere quorundam titulorum comoediae Atticae, Diss. Basel, 1908, pp. 130-131; K.
Gatzert, De nova comoedia quaestiones onomatologicae, Diss. Giessen, 1913, p. 37; K. Mras, Die Personennamen in Lucians
Hetärengespräche, «ws», 38, 1916, pp. 333-334; J. C. Austin, The significant Name in Terence, Diss. Illinois, 1922, pp. 77-78.
4 Nel teatro greco rimane traccia di alcune commedie intitolate XÚ‡ÛȘ: Antiph. 223-224 K.-A.; Timocl. 27; Telecl.
18; com. adesp. 1131 (lo stesso nome è anche nella Samia menandrea). Tra i comici latini il nome Chrysis appartiene a
un’etèra nell’Andria di Terenzio (v. 85; Don. opportune intulit nomen Chrysidis) e in un frammento di Trabea (com. 3 R.3)
e a una vecchia nello Pseudolus plautino (v. 659).
5 Ma l’ipotesi risale almeno all’Acidalius, In comoedias Plauti quae extant divinationes et interpretationes, Franco-
furti, 1607, p. 480; vd. anche N. Terzaghi, Prolegomena a Terenzio, Torino, 1931, p. 18.
6 Cfr. e. g. Men. Sam. 283-295, su cui vd. M. Lamagna, Menandro, La donna di Samo, Napoli, 1998, pp. 265-267; Plaut.
Pseud. 794 coquom … / multiloquum, gloriosum, insulsum, inutilem. Vd. anche S. Beta, Il linguaggio nelle commedie di Ari-
stofane. Parola positiva e parola negativa nella commedia antica, «BollClass», Suppl. 21/22 2004, pp. 164-165.
7 Ai preparativi per un pranzo nuziale potrebbe riferirsi anche il secondo frammento di Antifane (224 K.-A.), ma
il confronto, indicato da Ribbeck e Guardì (p. 117), non costituisce un indizio decisivo per individuare nella XÚ‡ÛȘ il
modello utilizzato da Cecilio. 8 Traina, Comoedia, cit., p. 104.
9 Tra i due passi si possono riscontrare alcune analogie: simile è l’incipit, con quamquam seguito dal soggetto pro-
nominale, la sequenza si nec recte dicis nobis richiama il ceciliano si male dicis mihi, al plautino nec tibi nos obnoxii cor-
risponde nel frammento ne tibi me esse … obnoxium; le differenze, senza considerare la diversità del metro – la scena
plautina è in settenari trocaici (la prevalenza di «heavy syllables» nel discorso dei testimoni, volta ad accentuare il to-
no di offesa, notata da A. S. Gratwick, S. J. Lightley, Light and heavy Syllables as dramatic Colouring in Plautus and
others, «cq», 76, 1982, pp. 126-127 [124-133], trova parziale riscontro solo nel primo verso del frammento ceciliano) – e,
forse, l’estensione delle battute – si presume che l’ultimo verso del frammento costituisca la ‘pointe’ della battuta,
ma non è dato conoscere l’ampiezza dell’intero discorso del cuoco –, risiedono nell’insistenza con cui gli advocati al-
ludono alla differenza di ceto (uidemur tibi plebeii et pauperes, … diues de summo loco, / diuitem) e nella maggiore incisi-
vità, conferita anche dal chiasmo, della minaccia in Cecilio rispetto al solemus mactare infortunio di Plauto. Un altro
parallelo plautino si può cogliere nella superba replica del servo Leonida al mercator in Asin. 489-490 tu contumeliam
alteri facias, tibi non dicatur? / tam ego homo sum quam tu. J. Wright (Dancing in Chains. The stylistic Unity of the Co-
moedia Palliata, Roma, 1974, p. 109) propone il raffronto con il diverso comportamento di altri due cuochi plautini in
Aul. 456-457 e Cas. 720-723.
120 marco cipriani
All’interno di questa rassegna interessa in particolare la frase conclusiva del frammento:
audibis male, si male dicis mihi. Acutamente analizzata da Traina,1 essa richiama un motivo
proverbiale che ha avuto ampia diffusione nel mondo antico, più in generale riconducibile
al biblico «occhio per occhio, dente per dente».2 Nella letteratura greca il topos del «rispon-
dere per le rime» è infatti già presente in Omero (Il. 20, 250 ïÔÖfiÓ Î\ Âú–Ûı· öÔ˜, ÙÔÖfiÓ
Î\ â·Îԇ۷Ș, Enea ad Achille), Esiodo (Op. 721 Âå ‰b ηÎeÓ ÂúÔå, Ù¿¯· Î\ ·éÙe˜ ÌÂÖ˙ÔÓ
àÎÔ‡Û·å)3 e nell’aforisma di uno dei sette sapienti, lo spartano Chilone, (ap. Diog. Laert. 1,
69 Ìc ηÎÔÏÔÁÂÖÓ ÙÔf˜ ÏËÛ›ÔÓØ Âå ‰b Ì‹, àÎÔ‡ÛÂÛı·È âÊ\ Ôx˜ Ï˘‹ÛÂÛı·È).4 Riprese del me-
desimo concetto si trovano anche in Alceo (341 L.-P. ·úÎ\ Âú–˜ Ùa ı¤ÏÂȘ, àÎԇ۷Ș Ùa ÎÂÓ
Ôé ı¤ÏÔȘ) e nei tragici: Aesch. Agam. 1559 ùÓÂȉԘ ≥¯ÂÈ Ùfi‰\ àÓÙ\ ç˜Ó›‰Ô˘˜; Choe. 310 àÓÙd ÌbÓ
â¯ıÚĘ ÁÏÒÛÛ˘ â¯ıÚa ÁÏÒÛÛ· ÙÂÏ›Ûıˆ; Soph. Oed. tyr. 543-544 àÓÙd ÙÒÓ ÂåÚËÌ¤ÓˆÓ / úÛ\
àÓÙ¿ÎÔ˘ÛÔÓ, ÎpÙ· ÎÚÖÓ\ ·éÙe˜ Ì·ıÒÓ; fr. 929, 3-4 Radt ÊÈÏÂÖ ‰b ÔÏÏcÓ ÁÏÒÛÛ·Ó âί¤·˜
Ì¿ÙËÓ / ôÎˆÓ àÎÔ‡ÂÈÓ ÔR˜ ëÎgÓ ÂrÂÓ ÏfiÁÔ˘˜; Eur. Alc. 704-705 Âå ‰\ìÌĘ ηÎÒ˜ / âÚÂÖ˜,
àÎÔ‡Û– ÔÏÏa ÎÔé „Â˘‰É ηο (cfr. fr. ap. Lucian. pisc. 3; Plut. mor. 503 c; Apost. 4, 63 a). Non
poteva mancarne traccia nella paremiografia bizantina: Macar. 3, 49 ÂågÓ ± ı¤ÏÂȘ ôÎÔ˘Â
ηd ± Ìc ı¤ÏÂȘ (cfr. app. prov. 2, 17).5 In ambito latino le prime formulazioni della gnome si
incontrano in commedia, ma il motivo è presente anche in altri generi letterari: Plaut.
Pseud. 1173 contumeliam si dices, audies; Ter. Andr. 920 si mihi perget quae uolt dicere, ea quae non
uolt audiet;6 Sall. in Cic. 1, 1 respondebo tibi, ut si quam male dicendo uoluptatem cepisti, eam ma-
le audiendo amittas; Hor. sat. 2, 3, 298 dixerit insanum qui me totidem audiet; Quint. inst. 5, 13,
42 non male respondit, male enim prior ille rogarat (verso adespoto); Ps. Cato monost. 10 audit
quod non uult, qui pergit dicere, quod uult; Hieron. adv. Pelag. 1, 25 cum dixeris quae uolueris, au-
dies quae nequaquam uelis.7 Un altro luogo geronimiano conferma che l’espressione era per-
cepita come proverbiale: adv. Rufin. 3, 42 cum dixeris quod uis, audies quod non uis, aut si tibi ui-
le uidetur uulgare prouerbium … lege illud Homericum (seq. Il. 20, 250).8 La giustapposizione di
audire e dicere si ritrova anche nelle sentenze medievali: Walther 35018 audi nolens, quod di-
xisti uolens; 39840a5e quale dixisti uerbum, tale contra audies (cfr. 22973a quae dicis aliis, tibi mox

1 Traina, Comoedia, cit., p. 104: «Il presente della protasi sottolinea l’attualità della situazione […]; la prolessi del-
l’apodosi ne sottolinea la minaccia, come in Cic. Verr. 4, 85 moriere uirgis, nisi mihi signum traditur; la disposizione chia-
stica dissocia il gruppo tradizionale male audio, che qui ha ancora il primo significato “sento (parlare) male (di me)”,
come in Ter. Phorm. 359: si erum insimulabis malitiae, male audies […], e non il senso derivato “ho cattiva fama”» (per
male audire cfr. Cic. Att. 1, 18, 5 os ad male audiendum cottidie praebeat; ThlL ii 1290, 67ss.). Sulla composizione dei versi
si noti, inoltre, la differenza di struttura prosodica tra il primo senario, composto in prevalenza da spondei, e il se-
condo, legato al precedente da enjambement e ritmicamente più veloce per effetto dell’accumulazione di monosilla-
bi e bisillabi – inseriti fra due quadrisillabi (aduenio … obnoxium) –, della triplice sinalefe e di un altro enjambement –
debolmente allitterante con rem –, che lega il verso successivo, nel quale è collocato l’àÔÊı¤ÁÌ· conclusivo, eviden-
ziato dal chiasmo. 2 Vulg. Es. 21, 23; per le riprese vd. Tosi nº 1121.
3 Si legga anche la premessa al precetto: vv. 719-720 ÁÏÒÛÛ˘ ÙÔÈ ıËÛ·˘Úe˜ âÓ àÓıÚÒÔÈÛÈÓ ôÚÈÛÙÔ˜ / ÊÂȉˆÏɘ,
Ï›ÛÙË ‰b ¯¿ÚȘ ηÙa ̤ÙÚÔÓ ÈÅÔ‡Û˘.
4 Vd. M. Tziatzi-Papagianni, Die Sprüche der sieben Weisen: zwei byzantinische Sammlungen, Stuttgart, 1994, pp.
169-170, con ampia selezione di luoghi paralleli.
5 cpg 1, p. 3; Tosi nº 35; per ulteriori riscontri nelle lingue classiche, non tutti attinenti, vd. anche A.C. Pearson,
The Fragments of Sophocles, III, Cambridge 1917, p. 100.
6 Il verso dell’Andria riecheggia in Petr. Blesen. epist. 92 si pergit dicere quae uult, audiet quae non uult (Nachträge
Otto, p. 137). Come osservato da Traina (vd. n. 15) la sententia ceciliana si differenzia da quelle di Plauto e Terenzio
per l’impiego del presente nella protasi, laddove nei due comici maggiori si corrispondono due futuri, e per la pro-
lessi dell’apodosi. In Terenzio si veda anche Andr. 22-23 desinant / male dicere, malefacta ne noscant sua; Eun. 4-6 si quis est
qui dictum in se inclementius / existimauit esse, sic existimet / responsum, non dictum esse, quia laesit prior; Phorm. 20 bene-
dictis si certasset, audisset bene.
7 L’espressione, che appare una ripresa di Ter. Andr. 920, è simile alla formulazione con cui la sentenza viene re-
gistrata da Erasmo (Adagia 27: Qui quae uult dicit, quae non uult audiet; Collect. 511).
8 Per passi paralleli vd. anche K. Vretska, C. Sallustius Crispus, Invektive und Episteln, Heidelberg, 1961, p. 11.
20. cecilio stazio 121
responsa remitti expectes).1 Nella tradizione paremiografica delle lingue moderne non man-
cano proverbi di contenuto analogo (vd. Arthaber nº 408; Strauss 1134): «Chi dice quel che
vuole, ode quel che non vorrebbe»; «Chi ha difetto e non tace, ode sovente quel che gli di-
spiace»; «Chi non vuol sentire, non parli»; «Le cattive parole son come le foglie: chi le se-
mina, le raccoglie»; «Non dire degli altri, se di te non vuoi sentirne»; «Se direm d’altri, altri
dirà di noi»; «Se ti piace dirne, deve piacerti sentirne» (Boggione-Massobrio, § VI.7.5.3; sul-
le repliche alla maldicenza vd. IX.12.10.5ss.); «Chi dice quel che vuole, ode quel che non vor-
rebbe»; «Qui dira tout ce qu’il voudra, ouïra ce que lui ne plaira»; «Quien dice lo que quie-
re, oye lo que non quiere»; «Quien pregunto lo que no debría, oye l que no querría»; «Wer
redet was ihm gelüstet, muss hören was ihn entrüstet»;2 «Wie man in den Wald schreit, so
schreit es wieder heraus»; «He that speaks the thing he should not, will hear the thing he
would not».3 La massima può essere intesa, in senso più ampio, come una variazione del
motivo che prescrive di ripagare con la stessa moneta ciò che si è ricevuto, di cui si hanno
numerosissime attestazioni nelle letterature classiche, sia in positivo, sia in negativo: He-
siod. Op. 353 ÙeÓ ÊÈϤÔÓÙ· ÊÈÏÂÖÓ (Tosi nº 1303); Archil. fr. 23, 14 W.; Solon fr. 1, 5-6 Gentili-Pra-
to; Pind. Nem. 4, 22-23; Pit. 2, 82ss.; Eur. Iph. Taur. 609-610; Or. 424; Aristoph. Nub. 1375; An-
tiph. 193, 12-13 K.-A.; Zenob. 3, 28 ‰›ÎË ‰›ÎËÓ öÙÈÎÙ ηd ‚Ï¿‚Ë ‚Ï¿‚ËÓ (Diogen. Vind. 2, 42;
Greg. Cypr. 2, 14; Apost. 6, 9; Suda ‰ 1091); Enn. scaen. 167-168 qui alteri exitium parat, / eum
scire oportet sibi paratam pestem ut participet parem (incerta l’attribuzione enniana); Plaut.
Merc. 499; 629 ut par pari respondeas; Persa 223 par pari respondes dicto; Truc. 939; Ter. Phorm.
213 uerbum uerbo par pari ut respondeas; Eun. 445 par pro pari referto;4 Cic. Att. 16, 7, 6 par pari
respondeam; Publil. sent. A 2 ab alio exspectes alteri quod feceris;5 Plin. epist. 3, 9, 3 dedi malum et
accepi; Don. Ter. Phorm. 22 quod dedit recepit; Drac. laud. 2, 585 hoc patietur homo quod qui-
squam fecerit ulli. In pratica si coglie nel frammento una formulazione in negativo della ben
nota ‘regola d’oro’: «non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te» (cfr. e. g. Hier.
epist. 121, 8 quod tibi fieri nolueris alteri ne feceris).6

«La speranza inganna»


com. 25 R.3 (22 G.)
Nihil Spei ego credo: omnis res spissas facit.7

1 In ambito medievale vd. anche tpma xiii p. 275, 19.4.883-893.


2 Citato da Otto 205 nella forma “Wer redet, was er will, muß hören, was er nicht will”.
3 Sul tono della risposta che ricalca quello della battuta (“Qual proposta, tal risposta”) vd. Arthaber nº 1180-1181;
1183; Strauss 543. Più in generale sul «Rendere pan per focaccia»: dpi 1072 «Chi fa male, aspetti male»; 1286 «Chi ma-
le fa, male aspetta»; Giusti 77 «Chi la fa, l’aspetti»; «Chi mal fa, male aspetta»; «Quel che si fa, si rià»; Pitrè 436; Ar-
thaber nº 489: «Come farai, così avrai»; 1158; L. Ariosto Orl. fur. 37, 106 «Chi mal opra, male al fine aspetta».
4 Vd. Tosi nº 1349: «Particolarmente importante è poi l’applicazione di questo motivo all’ambito retorico, dove
equivale a “rispondere per le rime”».
5 Sentenza di incerta attribuzione publiliana, citata da Seneca (epist. 94, 43) e ripresa da Lattanzio (inst. 1, 16, 10);
per paralleli vd. Tosi nº 1350; O. Friedrich, Publilii Syri mimi sententiae, Berlin, 1880, p. 109.
6 Tosi nº 1351; A. Dihle, Die Goldene Regel. Eine Einführung in die Geschichte der antiken und frühcristlichen Vulgäre-
thik, Göttingen, 1962, in part. pp. 103ss. (Die Goldene regel in der antiken und der christlichen Tradition), dove non viene
menzionato il frammento di Cecilio.
7 Non. p. 628, 15 L. ‘spissum’ significat tardum. … Caecilius Dardano: “nihil … facit”. Riproduco il testo dell’edizione
noniana di W. M. Lindsay (Nonii Marcelli De conpendiosa doctrina, i-iii, Lipsiae, 1903), già recepito da Guardì e Rib-
beck3, che preferì però stampare nil (anche Lindsay opta per la forma monosillabica in «cr», 10, 1896, p. 425 n. 2; cfr.
inoltre G. Livan, Appunti sulla lingua e lo stile di Cecilio Stazio, Bologna 2005, p. 65). Le edizioni precedenti (Stepha-
nus, Bothe, Spengel, Ribbeck2) conservavano l’ordo verborum della maggior parte dei codici (nihil ego spei credo), ma
la sequenza stabilita da Lindsay è difesa dal ramo AA della tradizione noniana (nihil rei ego credo), nonostante l’evi-
dente corruttela di spei in rei. Il verso, un senario, presenta inoltre non poche difficoltà di scansione legate alla proso-
dia del pronome ego (inspiegabile l’espunzione operata da Warmington: nihil Spei credo) e all’eventuale presenza di
122 marco cipriani

«Io non affido nulla alla Speranza: rende ‘spessa’ ogni cosa».1
Il verso trasmesso da Nonio costituisce l’unico frammento superstite del Dardanus, il cui
modello greco va individuato quasi certamente nel ¢¿Ú‰·ÓÔ˜ di Menandro (frr. 102-105 K.-
A.). Il nome richiama alla mente il mitico fondatore di Troia, ma la conoscenza dell’ope-
ra menandrea e della commedia nuova rende poco probabile l’ipotesi di una trama di ar-
gomento mitologico.2 Appare quindi maggiormente plausibile riferire il nome Dardanus
a un servus,3 conservando tuttavia la difficoltà di individuare nell’originale l’unico caso di
commedia greca intitolata a una figura servile.4 La costruzione del senario, imperniato
sul paronomastico (e paretimologico?) gioco di parole tra spei e spissas – espediente non
raro in Cecilio5 –, lascia intendere che anche nei versi precedenti fosse menzionata la spes,

iato in incisione (credoh | omnis). A tale proposito è opportuno ricordare: a) benché in Plauto manchi una prova sicu-
ra dell’esistenza di nı̆hı̆l, la grafia bisillabica è sicura in Terenzio; b) in Plauto e Terenzio la scansione ĕgŏ è largamen-
te prevalente rispetto a ĕgō (Questa, La metrica, cit., p. 62); c) lo iato in incisione non appare particolarmente sospet-
to (Questa, La metrica, cit., pp. 190-191), difeso in questo caso anche dalla coincidenza di cesura e pausa sintattica; d)
il dativo spei va misurato come monosillabico con conseguente sinalefe totale (Questa, La metrica, cit., p. 61: «Il dati-
vo è […] sempre monosillabico»; R. Gerschner, Die Deklination der Nomina bei Plautus, Heidelberg, 2002, p. 157, con
bibl.). Riguardo l’interpunzione, alla virgola di Ribbeck preferisco con Bothe, Warmington e Guardì i due punti,
che evidenziano il carattere esplicativo del secondo emistichio.
1 Traducendo spissus, equivalente a ‘lento, lungo, difficoltoso’, con ‘spesso’ cerco di riprodurre la figura di suono
su cui è costruito il verso. Più corretta semanticamente la resa di Livan, Appunti, cit., p. 65: «Niente credito alla Spe-
ranza: impaccia tutti gli affari» (cfr. Guardì, p. 119: «Io non ho fiducia nella speranza: ritarda ogni cosa»).
2 L’unico a riconoscere nel Dardanus il capostipite troiano, per quanto a mia conoscenza, è K. Gaiser (Menanders
‘Hydria’. Eine hellenistische Komödie und ihr Weg ins lateinische Mittelalter, Heidelberg, 1977, pp. 194-200), che ha propo-
sto di intendere ¢¿Ú‰·ÓÔ˜ come il secondo titolo dell’‘Y‰Ú›· menandrea (fr. 355-361 K.-A.), commedia di cui lo studioso
offre un’ampia ricostruzione. Le argomentazioni addotte da Gaiser a sostegno della propria ipotesi si prestano, tut-
tavia, a diverse obiezioni, per le quali vd. le recensioni all’opera di R. L. Hunter, «cr», 29, 1979, p. 210; J. Blänsdorf,
«gga», 232, 1980, pp. 57-58 (42-66); V. N. Jarcho, «dlz», 101, 1980, pp. 114-118 (cfr. inoltre L. Braun, Querolus-Querelen,
«mh», 41, 1984, pp. 231-241; C. Jacquemard-Le Saos, Querolus, Paris, 1994, pp. xxxvi-xxxviii). La sezione più interes-
sante, ma anche la più audace, dell’opera di Gaiser è la ricostruzione del ‘Fortleben’ della fabula menandrea nel tea-
tro latino (pp. 220-232): essa sarebbe stata presa a modello da Nevio e Plauto nelle due palliate intitolate Carbonaria
(Gaiser [p. 227] ritiene probabile che la Carbonaria plautina fosse una rielaborazione di quella neviana), e in seguito
nuovamente rielaborata da Cecilio, che avrebbe scelto di assegnarle il secondo titolo greco con cui era conosciuta
(¢¿Ú‰·ÓÔ˜); il Dardanus avrebbe poi ispirato, in età tardoantica, la commedia Querolus sive Aulularia. In seguito Gaiser
è tornato sulla questione, replicando ai suoi recensori e attribuendo alla commedia altri frammenti: K. Gaiser, Be-
merkungen zur Hydria Menanders, «zpe», 47, 1982, pp. 11-34; id., P. Köln 203: zwei neue Szenen aus Menanders’ Hydria, «zpe»,
63, 1986, pp. 11-34.
3 Questa l’idea avanzata da A. Körte-A. Thierfelder, Menandri quae supersunt, ii, Leipzig, 1953, p. 44 (con mag-
gior convinzione A. Körte, in re xv,1 720); cfr. inoltre Breitenbach, De genere, cit., p. 100, Gatzert, De nova comoedia,
cit., p. 46; F. Ritschl, Opuscula philologica, iii: ad litteras Latinas spectantia, Leipzig, 1877, p. 307: «haud dubie a servi no-
mine».
4 Non mancano tuttavia casi incerti, come, ad esempio, il B·‚›·˜ di Aristofonte (fr. 1 K.-A.). Dardanus era, co-
munque, un nomen servile diffuso a Roma: cfr. ThlL Onom. iii 45, 65-78; H. Solin, Die stadtrömischen Sklavennamen. Ein
Namenbuch, Stuttgart, 1996, p. 372; per ¢¿Ú‰·ÓÔ˜ vd. Breitenbach, De genere, cit., p. 100; O. Masson, Onomastica Grae-
ca Selecta, I, Paris, 1995, p. 151. Si sottrae alla scelta fra eroe e schiavo C. Corbato (Studi menandrei, Trieste, 1965, p. 66),
che, riscontrando in Omero (Il. 2, 701; 16, 807) l’impiego dell’aggettivo ¢¿Ú‰·ÓÔ˜ per indicare un abitante della Troa-
de, in luogo del più comune ¢·Ú‰¿ÓÈÔ˜, ritiene probabile che protagonista della commedia menandrea fosse uno stra-
niero proveniente da quella regione. L’ipotesi, già formulata da J. M. Edmonds (The Fragments of Attic Comedy, iii b,
Leiden, 1961, p. 591: «The Dardanian»), troverebbe conforto nell’uso di Dardanus, accanto al regolare Dardanius (Char.
gramm. p. 351, 25 pro Dardanius, posuit proprium nomen pro appellativo; ThlL Onom. iii 46, 13-33; 47, 57-61). Benché il tito-
lo riferito all’etnìa del protagonista si adatti assai bene alle consuetudini della Ó¤·, si deve sottolineare che le occor-
renze dell’aggettivo ‰¿Ú‰·ÓÔ˜ sono presenti solo in Omero.
5 Cfr. com. 5 R.3 actutum, uoltis: empta est; noltis: non empta est; 16 R.3 nilne, nil tibi esse quod edi<m>? (altro accosta-
mento dei verbi sum ed edo in 122-123 R.3 [118 G.] credidi silicernium / eius me esse esurum); 51-52 R.3 (45-46 G.) A: Velim
paulisper te opperiri. B: Quantisper? A: Non plus triduum; 209 R.3 (206 G.) ita omnis meos dolos, fallacias, / praestrigias prae-
strinxit commoditas patris; Livan, Appunti, cit., pp. 64-65. Sulla paronomasia in generale vd. almeno J. B. Hofmann, A.
Szantyr, Stilistica latina, Bologna, 2002, pp. 43-49, 289. Nel verso si apprezza anche il parallelismo tra i due cola sepa-
20. cecilio stazio 123
probabilmente in un invito dell’interlocutore ad ‘aspettare e sperare’. La battuta poteva
dunque essere pronunciata da un impaziente adulescens innamorato, in risposta a un’esor-
tazione del proprio servus,1 oppure il verso potrebbe esprimere, secondo la plausibile e al-
lettante esegesi di Livan, la «cinica risposta di un lenone alla supplica di un giovane inna-
morato di non vendere subito l’amata e di concedergli una dilazione nel pagamento».2 In
entrambi i casi risulta opportuna la scelta di Ribbeck3 e Warmington dell’iniziale maiu-
scola per il sostantivo Spes, cogliendo in esso la personificazione del concetto astratto, op-
pure il nome proprio della dea, non di rado invocata nella commedia plautina.3 Delle tre
caratteristiche generalmente individuate quali componenti fondamentali del proverbio,
al verso di Cecilio sembra mancare quella relativa al contenuto, ossia «la riconosciuta ‘tra-
dizionalità’ e condivisibilità» (PG p. 11): all’interno del gran numero di espressioni prover-
biali dedicate alla sfiducia nella speranza, nelle letterature classiche e moderne,4 non ho
trovato infatti adeguati riscontri per il concetto espresso nel verso, nel quale il personag-
gio sembra imputare alla Spes di ritardare il raggiungimento di un obiettivo, mentre i det-
ti proverbiali sono principalmente incentrati sull’illusorietà e sulla vanità di aspettative fu-
ture. Parzialmente accostabile al concetto del frammento di Cecilio appare comunque un
passo di Stazio: Theb. 1, 322-323 Spes anxia mentem / extrahit et longo consumit gaudia uoto,
passato poi in sentenza nel medioevo (Walther 43014c Spes longo consumit gaudia uoto). Più
numerosi sono invece i proverbi, o le sentenze in generale, la cui formulazione è caratte-
rizzata da paronomasie o, più spesso, da figure etimologiche che riguardano la speranza:

rati dall’interpunzione: le coppie nihil/omnis res e credo/facit, con i due verbi in clausola, sono contraddistinte dalla
variatio di numero e persona verbale e dalla funzione del sostantivo spes, prima espresso in dativo e poi sottinteso qua-
le soggetto.
1 Questa è anche l’interpretazione di Gaiser, Menanders ‘Hydria’, cit., p. 231, che nella sua ricostruzione dell’ori-
ginale menandreo individua nel verso la replica sfiduciata del giovane Clinia alle esortazioni del servo Davo e del pa-
rassita Strobilo.
2 Livan, Appunti, cit., p. 65. Per la situazione lo studioso propone i raffronti con Ter. Ad. 219 ego spem pretio non emo
(risposta del leno Sannione al servo Siro, che promette un futuro risarcimento da parte del suo erulus Eschino, rapi-
tore della ragazza) e Phorm 145-146 DA: non multum habet / quod det, fortasse? GE: immo nil nisi spem meram (gli schiavi
Geta e Davo alludono alla mancanza di mezzi del giovane Fedria per riscattare la suonatrice amata). Livan suppone
inoltre che nel frammento credere abbia il valore di ‘far credito’, frequente in Plauto (cfr. G. Lodge, Lexicon Plautinum,
vol. i, Leipzig, 1904-1924, pp. 320-321 [ii. a]: in part. vd. Pseud. 304 eadem est mihi lex: metuo credere, dove a parlare è il le-
none Ballio).
3 Bacch. 893; Cist. 670; Merc. 842-843; 867; Pseud. 709; Rud. 231; Vd. J. A. Hanson, Plautus as a Source Book for Roman
Religion, «TAPhA», 90, 1959, pp. 67-69 (48-101); E. Pianezzola, Ovidio, L’arte di amare, Milano, 1991, p. 238: «La Spe-
ranza oscilla, nella poesia latina, tra personificazione e divinizzazione». Si ricordi che nel corso della prima guerra pu-
nica alla dea Spes venne anche edificato un tempio, accanto a quello della Pietas, nel Foro olitorio. Alla dea si rivolge
Tibullo celebrandone gli aspetti positivi e negativi: 1, 6, 19-28 iam mala finisse leto, sed credula uitam / Spes fouet et fore
cras semper ait melius. / Spes alit agricolas, Spes sulcis credit aratis / semina, quae magno faenore reddat ager; / haec laqueo uo-
lucres, haec captat arundine pisces, / cum tenues hamos abdidit ante cibus; / Spes etiam ualida solatur conpede uinctum: / crura
sonant ferro, sed canit inter opus; / Spes facilem Nemesim spondet mihi, sed negat illa; / ei mihi ne uincas, dura puella, deam.
4 Si possono ricordare almeno: Pind. Ol. 12, 10 ÔÏÏa ‰\ àÓıÚÒÔȘ ·Úa ÁÓÒÌ·Ó öÂÛÂÓ; Eur. fr. 650 Kannicht
fiÏÏ\ âÏ›‰Â˜ „‡‰Ô˘ÛÈ ±ÏÔÁÔÈ ‚ÚÔÙÔ‡˜ (Tosi nº 872); Men. fr. 249 K.-A. t ZÂÜ ÔÏ˘Ù›ÌÂı\, ÔxfiÓ âÛÙ\ âÏd˜ ηÎfiÓ; mo-
nost. 51 Aî ‰\ âÏ›‰Â˜ ‚fiÛÎÔ˘ÛÈ ÙÔf˜ ÎÂÓÔf˜ ‚ÚÔÙÒÓ; Aristaen. epist. 1, 4; Ov. epist. 17, 234 fallitur augurio spes bona saepe
suo (cfr. Walther 8788; tpma vi p. 154, 7.1.103-115: Fallitur augurio spes bona sepe suo. Est fallax hospes in cordis sepe domo
spes. Sepe solet canere spes lucra fallere re); tra le sentenze medievali vd. anche Walther 30190b spes fallere saepe solet (inol-
tre 30177; 30180a; 30186b; 30190); Otto 1684; tpma vi p. 154, 7.2.116-118 (tra cui: Stefano da Messina, Antiche rime 292, 59
«Che per lunga spetanza, è lo Giudeo perduto»); Arthaber nº 1303: «Chi si pasce di speranza, muore di fame»; 1305:
Spes, quae differtur, aggrauat animum; «L’espérance est trompeuse»; «Trügerisch ist die Hoffnung der Menschen»; «Too
much hope deceiveth»; DPI 1640 «Chi si pasce di speranza, muore di fame» («Cui che si pas di sperance, al crepe di fan»
[Friuli]); «Chi vive a speranza, fa la fresca danza» (Toscana); 1771 «Chi vive sperando, muore cantando» (con numero-
se varianti dialettali); Strauss 1184, che registra il verso di Cecilio accanto a molti altri proverbi in latino e nelle lin-
gue moderne. Si segnala infine l’aforisma di F. Nietzsche (Menschliches, Allzumenschichles, I 71): «Dazu giebt er (scil.
Zeus) den Menschen die Hoffnung: sie ist in Wahrheit das übelste der Uebel, weil sie die Qual der Menschen verlän-
gert» («essa è in verità il peggiore dei mali, perché prolunga le sofferenze degli uomini»).
124 marco cipriani
nella palliata si può ricordare almeno Plaut. Most. 197:: non spero. :: insperata accidunt ma-
gis saepe quam quae speres; Rud. 400-401 :: Multa praeter spem scio multis bona euenisse. /:: At
ego etiam, qui sperauerint spem decepisse multos (da cui Walther 15547 Multos, qui sperant, de-
cepit spes; Tosi, nº 864). Nelle lingue romanze si trova l’accostamento sperare-desperare: DPI
915 «Chi campa di speranza, disperato muore» (il calabrese «C’è di speranza campa disperatu
mori»); Arthaber, nº 1305: «Quien espera, despera» (vd. anche Boggione-Massobrio x.6.3.20
«Sperando meglio, si divien veglio»: a furia di sperare in una vita migliore, si finisce per
diventare vecchi). In particolare è interessante raffrontare con il verso di Cecilio la paro-
nomasia di «Chi spera, spira».1 Il ‘Wortspiel’ spes-spissus non sembra comunque aver avu-
to seguito: non se ne registrano infatti ulteriori attestazioni e l’aggettivo è prevalente-
mente utilizzato in senso concreto con il valore di “spesso, denso”.2

«Lo sciocco Melitide»


com. 60-61 G. (64-65 R.3)
habes Melitidem: ego illam huic despondebo et gnato saltum obsipiam.
«Tu hai Melitide, io la prometterò a lui e sbarrerò la strada a (mio) figlio».
Tratto dalla commedia intitolata Hymnis3 e testimoniato dal grammatico Diomede,4 il
frammento è stato per lungo tempo letto e interpretato sulla base del rifacimento di Bot-
he, che emendò il miletidam dei codici principali in Miletida, ritenendo che nella com-
media agisse una fanciulla milesia.5 La correzione di Bothe e la conseguente esegesi so-
no state poi confutate da Bettini,6 il quale ha fatto osservare che nel latino dei comici
non si registra nessun esempio di accusativo greco in -a per i nomi desinenti in -d˜ -›‰Ô˜
– costantemente espresso con la terminazione in -em –, e che in assoluto l’uso dell’ag-
gettivo Miletis in luogo del normale Milesia è rarissimo, poiché la lingua dei comici esclu-
de quasi del tutto le forme di etnico femminile in -is -idis, preferendo quelle in -ia, -ica.7

1 Registrato in T. Franceschi (ed.), Atlante Paremiologico Italiano. Ventimila detti proverbiali raccolti in ogni regione
d’Italia, Alessandria, 2000, p. 163 (03.05.06.01).
2 Le rare attestazioni del significato traslato (‘lento, lungo, faticoso’) si leggono prevalentemente negli scenici ar-
caici e in Cicerone: Naev. com. 59 (spisse); Plaut. Cist. 75 spissum istuc amanti est uerbum ‘ueniet’ nisi uenit (l’etèra Sele-
nium sottolinea la lentezza del futuro per chi è innamorato); Pacuv. trag. 180 (spisse); Turpil. com. 10; Afran. com. 196;
210; Varro Men. 332 (spissius); 418; Cic. de orat. 2, 213; 3, 145; P. Schierl, Die Tragödien des Pacuvius, Berlin-New York,
2006, pp. 297-298. Sull’aggettivo in generale vd. G. Torti, Spissus, in Enciclopedia Virgiliana, iv, Roma, 1988, p. 1001.
3 Dopo il Plocium l’Hymnis (com. 64-741 R.3 [60-72 G.]) è la commedia di Cecilio di cui possediamo il maggior nu-
mero di frammenti (9, l’ultimo dei quali costituito dalla sola locuzione nudius tertius), trasmessi da cinque fonti di-
verse (Cicerone, Festo, Carisio, Diomede e Nonio). Il titolo era verosimilmente costituito dal nome di un’etèra e il
modello greco utilizzato deve essere individuato nella ^YÌÓd˜ di Menandro (fr. 362-371 K.-A.), a cui di recente è stato
proposto di attribuire un nuovo frammento papiraceo ossirinchita (C. Austin, Deux noveaux fragments comiques
d’Oxyrhynche, i. Andorlini et al. [edd.], Atti del xxii congresso internazionale di papirologia, Firenze 23-29 agosto 1998, i,
Firenze, 2001, pp. 77-83). Tentativi di delineare la trama della commedia, combinando i frammenti dei due autori, so-
no stati effettuati da T. B. L. Webster, An Introduction to Menander, Manchester, 1974, pp. 151-152 e P. Frassinetti, Ce-
cilio Stazio e Menandro, in Studi di poesia latina in onore di Antonio Traglia, i, Roma, 1979, pp. 80-81 (77-86). Una questio-
ne che ha riscosso particolare interesse presso la critica (sollevata già in M. A. Muret, Catullus et in eum commentarius,
Venetiis, 1554, p. 726) è il presunto rapporto fra la commedia di Cecilio e una sezione del libro xxix delle Satire di Lu-
cilio: l’ipotesi è fondata sulla menzione di una donna di nome Hymnis in cinque frammenti luciliani (888-889; 894; 940;
1115; 1193 M.) e sulla citazione quasi letterale di un frammento ceciliano (com. 70 R.3 [65 G.] mihi sex menses satis sunt
uitae, septimum Orco spondeo) da parte di Lucilio (663 M. qui sex menses uitam ducunt, Orco spondent septimo); sul tema
vd. almeno W. Krenkel, Lucilius Satiren, ii, Leiden, 1970, pp. 464-465.
4 Diom. gramm. I 383, 10 quod uulgo obsepio dicimus ueteres obsipio dixerunt: Caecilius in Hymnide: “habes … obsipiam”.
5 A un personaggio femminile pensavano anche gli editores veteres stampando l’evidente banalizzazione muliercu-
lam. 6 M. Bettini, Un ‘fidanzato’ ceciliano, «rfic», 101, 1973, pp. 318-328.
7 L’unica eccezione è rappresentata da Afran. com. 136 meretrix Neapolitis, giustificata da Bettini, Un ‘fidanzato’,
cit., p. 322.
20. cecilio stazio 125
Secondo Bettini, pertanto, il nome proprio, anziché alla fidanzata, si riferisce al suo pro-
messo sposo, come induce a ritenere l’uso dei pronomi: alla fanciulla il padre si riferisce
col pronome illam, indicandola come persona lontana dalla scena, mentre il maschile
huic è riservato al personaggio appena nominato in apertura di verso. Se il nome ap-
partiene a un uomo, esso potrebbe dunque essere corretto in Melitidem, grafia latiniz-
zata di MÂÏÈÙ›‰Ë˜ la proverbiale figura di sciocco presente sia nella àÚ¯·›· (Aristoph.
Ran. 991) che nella Ó¤· (Men. Asp. 269),1 che aveva offerto una prova della sua dabbe-
naggine proprio in ambito matrimoniale2 e che poteva essere già presente nell’origina-
le menandreo, come farebbe supporre la glossa del fr. 371 (fiÛıˆÓ, ‘scioccone’). Meliti-
de non era probabilmente, conclude Bettini, il vero nome del fidanzato, ma piuttosto un
nomignolo allusivo al ruolo da lui svolto nell’intreccio: «Hai a disposizione Melitides (lo
sciocco che non si accorgerà del trucco e farà quindi perfettamente i nostri interessi): io
gli prometterò la ragazza, e sbarrerò la strada a mio figlio». L’unica obiezione che si può
muovere a una proposta elaborata in maniera molto valida e convincente è legata alla
presenza del nome di una figura tipicamente greca in un contesto romano. A tal pro-
posito Bettini3 fa opportunamente notare che, accanto ai personaggi famosi citati anto-
nomasticamente (Talete, Licurgo Socrate), nella commedia plautina sono sottoposte al-
l’attenzione e, si suppone, alla recettiva comprensione del pubblico anche figure meno
note come il citarista ateniese Stratonico (Rud. 932) e Clinia e Demetrio (Bacch. 912); ma
tali personaggi sono comunque figure storiche, mentre Melitide è personaggio noto so-
lo attraverso la commedia e per accogliere la proposta si deve dunque ritenere che pre-
cedenti adattamenti latini di commedie greche avessero reso familiare la figura dello
sciocco anche al pubblico romano, tanto da essere impiegato antonomasticamente da
Cecilio nella palliata. Quale raffigurazione dello stolto sempliciotto Melitide era co-
munque noto anche al di fuori della commedia: viene infatti menzionato da Luciano
(amores 53), Libanio (or. 17, 8; epist. 51, 1 Foe.; 264, 2; 793, 2; 1264, 6) e Temistio (or. 26, 25,
330 d)4 e di lui si ricordano Apuleio (apol. 24, 6 apud socordissimos Scythas Anacharsis
sapiens natus est, apud Athenienses catos Meletides fatuus) e sant’Agostino (c. Iulian. op. im-
perf. 5, 25 neque … facile Manichaeus aut Melitidis alter offenditur, qui dicat se damnare natu-
ram hominum sed non infamare coniugia).5 Registrato ancora nelle Chiliades erasmiane,6
Melitide ha lasciato spazio nelle diverse tradizioni europee ad analoghe figure di babbei
sprovveduti.

1 La proposta di Bettini è recepita da Guardì e recentemente anche da Livan (Appunti, cit., p. 48), il quale, con
soluzione interessante, pone punto interrogativo dopo il nome proprio (habes / Melitidem) e traduce: «Mi prendi per
un babbeo?». A Livan si rimanda anche per una prima illustrazione del doppio senso celato nell’espressione saltum
obsipere.
2 Vd. Bettini, Un ‘fidanzato’, cit., pp. 325-326. Su Melitide vd. anche L. Radermacher, Motiv und Persönlichkeit,
«RhM», 63, 1908, pp. 450-451 (445-464); id., s. v. Melitides, re xv.1 (1931), coll. 549-550; F. Sbordone, Due note sul nuovo
Menandro, «raan», 45, 1970, pp. 41-56 (id., Menandro, Aspis, Napoli, 1970, pp. 64-69); A.W. Gomme-F.H.Sandbach,
Menander. A Commentary, Oxford, 1973, p. 85.
3 Bettini, Un ‘fidanzato’, cit., pp. 327-328.
4 Vd. inoltre schol. Aristoph. Ran. 989-991; Suda ‚ 468; Eust. ad Od. 10, 552; 13, 106; Tzetz. Chil. 4, 838ss.; 6, 592-594.
5 Cfr. Otto 1087.
6 Adagia 3369: «Stultior Meletide. ̈ÚfiÙÂÚÔ˜ MÂÏÈÙ›‰Ô˘: unus ex felicissimis illis fatuis, quos Homerus suo carmine
nobilitauit»; cfr. 1271 Margites; 2017 Machinas post bellum adferre: «De Melitide dicetur suo loco, quem aiunt in Troiam
uenisse, quo Priamo ferret suppetias, ciuitate iam capta». Per altre incarnazioni proverbiali del ‘babbeo’ vd. Adagia
1801 Stultior Morycho (Zenob. 5, 13 MˆÚfiÙÂÚÔ˜ Âr MÔÚ‡¯Ô˘; PG p. 445 n. 462); 1864 Stultior Coroebo (Apost. 10, 93 MˆÚfiÙÂ-
ÚÔ˜ KÔÚ‡‚Ô˘).
126 marco cipriani

«Il bronzo di Dodona» (?)

com. 68-69 R.3 (66-68 G.)


A: quae narrare inepti est <ad> scutras feruentis.
B: Quin mac<a>era licitari[a] aduersum ahenum coepisti sciens.1
A: «È da sciocchi riferire queste cose a delle pentole bollenti!». B: «Ma sei tu che hai iniziato di
proposito a competere con il coltello contro il bronzo!».

Il frammento, tramandato nel De compendiosa doctrina2 e appartenente anch’esso


all’Hymnis, non risulta di facile comprensione e le esegesi finora tentate dagli studiosi non
appaiono pienamente soddisfacenti. Si tratta certamente dell’alterco tra due personaggi,3
ma le scarne indicazioni offerte da Spengel4 e Müller5 non chiariscono l’identità dei con-
tendenti né la situazione rappresentata. Più circostanziate risultano invece le ipotesi di
Warmington e Frassinetti: il primo pensa a una lite tra padre e figlio, con il genitore che
afferma l’inutilità di discutere con una testa calda; per Frassinetti il frammento riporta in-
vece il dialogo tra un cuoco e uno schiavo. Se si considera l’impiego della machaera in com-
media, si può in effetti supporre che il personaggio A sia un cocus (o un miles?) rivolto, for-
se, a degli schiavi troppo loquaci (le ‘pentole bollenti’), che impediscono il suo lavoro;
l’interlocutore (B), forse uno dei servi definiti scutrae, replicherebbe allora rimproveran-
do il cuoco di aver minacciato con il suo coltello degli avversari ottusi (o robusti?) quan-
to il bronzo. L’inserimento del frammento nella presente rassegna è connessa esclusiva-
mente all’ipotesi avanzata nel xix secolo da Osann6 di cogliere in esso un riferimento al
motivo proverbiale del ‘bronzo di Dodona’, idea che poggia sul contenuto di un lemma
del trattato De orthographia, attribuito a un misconosciuto L. Cecilio Minuziano Apuleio,
verosimilmente lo pseudonimo scelto da un falsario di epoca tardoumanistica o rinasci-
mentale per presentare il trattato come l’opera di un grammatico antico.7 Il paragrafo del-
l’opuscolo De orthographia è incentrato appunto sull’aes Dodoneum, ma contiene la sola

1 L’integrazione ad si deve a Ribbeck3 ed è condivisa da tutti gli editori sucessivi. Per le precedenti proposte di ri-
sanamento vd. gli apparati di Ribbeck e Guardì.
2 Non. p. 195, 11 L. (134, 13 M.) ‘licitari’ congredi, pugnare. … Caecilius Hymnide: “quae … sciens”.
3 La suddivisione del frammento in due battute è stata introdotta da Spengel e conservata in tutte le edizioni suc-
cessive.
4 Spengel, p. 23: «Sensu si quid video hic est; ineptum esse aliquis monet nescio quem meliora docere idemque
valere ac si verba feceris scutrae ferventi quibus eam compescas. Quidni alter respondet, si ita est, ut coquus cochleari
ferventem scutram bene tractare scit, sic tu quoque illo usus es? ». L’editore richiama inoltre il confronto con Titin.
com. 127-128 sapientia gubernator nauem torquet non ualentia: / cocus magnum ahenum, quando feruit, paula confutat trua.
5 Secondo L. Müller (Nonii Marcelli Compendiosa doctrina, Lipsiae, 1888, p. 191), che stampa A: quae / narrare inep-
ti est scutras feruentis†. B: Quin mac<a>era / licitari[a] aduersum aeneum coepis sciens, nel passo viene rivolto a qualcuno
il rimprovero di cimentarsi in imprese superiori alle sue forze: «sententia, nisi labor animi, hunc in modum olim fuit
concepta, ut in exprobratione mutua obiceretur alteri, quod temerarias semper res et maiores viribus moliretur, ut
puta sic: ‘quein’ manu tractare, ineptem coepis feruentis scutras? - ‘quein’ machaera licitari aduersum aereum coepis sciens?».
6 F. Osann, L. Caeciliii Minutiani Apuleii De orthographia fragmenta et Apuleii minoris De nota aspirationis et De di-
phtongis libri duo, Darmstadt, 1826, pp. 33-34.
7 Del trattato Osann curò la seconda edizione dopo la princeps di A. Mai, Iuris civilis anteiustinianei reliquiae ine-
ditae […] L. Caecilii Minutiani Apuleii Fragmenta de orthographia, Romae, 1823. Sulle questioni concernenti l’opuscolo e
il misconosciuto Minuziano Apuleio vd. H. D. Jocelyn, L. Caecilius Minutianus Apuleius, in G. Tarugi (ed.), Homo sa-
piens Homo humanus, I: La cultura italiana tra il passato ed il presente in un disegno di pace universale, Atti del xxix conve-
gno internazionale del Centro di Studi Umanistici, Montepulciano 1987, Firenze, 1990, pp. 207-218; A.S. Hollis, Tra-
ces of ancient Commentaries on Ovid’s Metamorphoses, «plils», 9, 1996, pp. 159-174; G. Germano, Il De aspiratione di
Giovanni Pontano e la cultura del suo tempo, Napoli, 2005, pp. 129-134. Dell’opuscolo ho fornito una nuova edizione cri-
tica, corredata da introduzione e commento: M. Cipriani, Il De orthographia di L. Caecilius Minutianus Apuleius, Tesi
dottorale Univ. Roma Tre, a. a. 2008/2009.
20. cecilio stazio 127
menzione del nome di Cecilio, senza ulteriori precisazioni: De orth. § 8, p. 5 ‘Cymbalum’
hya habet, et similiter tympanum … (spazio bianco nel cod.) uulgatum est prouerbium in eos,
qui uana loquacitate improbe, importune inaniterque loquuntur: cymbalum Dodoneum, ut tinti-
nabulum, ut lebes, ut aes Dodoneum, ut peluis aerea et tymp<a>num mundi, ex Aristotele, Me-
nandro, Xenophonte, Zenodoro, Caecilio, Plinio, Suda et aliis. Lupus Anilus proind<e> cymba-
lum appellat Uranium aemulum (‘Cymbalum ha la y, e allo stesso modo tympanum … È
diffuso un proverbio a proposito di coloro che parlano con vana loquacità, in modo diso-
nesto, importuno e inutile: il cembalo di Dodona, come il sonaglio, come il lebete, come
il bronzo di Dodona, come il catino di bronzo e il timpano del mondo, secondo Aristote-
le, Menandro, Senofonte, Zenodoro, Cecilio, Plinio, Suda e altri. Allo stesso modo Lupo
Anilio chiama cembalo il rivale Uranio’). Il proverbio citato, che allude a persone eccessi-
vamente e fastidiosamente loquaci, è registrato anche nella raccolta di Zenobio – nel De
orthographia chiamato Zenodorus, come già negli Adagia di Erasmo (v. infra) – e trae origi-
ne dalla presenza nella città epirota di Dodona di un lebete di bronzo appeso a una co-
lonna del santuario locale, che nei giorni di vento veniva colpito dalle fruste appese a una
colonna vicina e risuonava per lungo tempo.1 La connessione stabilita da Osann tra la
menzione di Cecilio nel De orthographia e il frammento dell’Hymnis – interpretato peral-
tro dal filologo tedesco in maniera poco chiara2 – ha ben poche possibilità di essere cor-
retta: a suo discapito vale, infatti, soprattutto la scarsa affidabilità del trattato, da consi-
derare apocrifo e frutto di plagio. Gran parte del materiale contenuto nel De orthographia
appare infatti desunto da opere a stampa precedentemente edite, dalle quali sono tra-
scritti, quasi alla lettera, interi lemmi dell’opuscolo. In particolare il paragrafo di Minu-
ziano in questione presenta numerose coincidenze testuali con un passo dell’edizione de-
gli Adagia erasmiani apparsa nel 1508 per i tipi manuziani:3 il falsario avrebbe dunque
assemblato il lemma aggiungendo alle notizie ricavate dalle Chiliades il nome di Cecilio,
senza preoccuparsi della presenza nei frammenti del comico, se realmente a lui intende-
va riferirsi, di un luogo effettivamente riconducibile al proverbio descritto. Una situazio-
ne analoga riguarda la menzione, nello stesso, lemma di Senofonte, nelle cui opere non
si trova alcun accenno esplicito al proverbio.4 Corretti ed effettivamente riscontrabili sono

1 Zenob. 6, 5 (= Ath. 1, 2) Ùe ¢ˆ‰ÔÓ·ÖÔÓ ¯·ÏÎÂÖÔÓØ ÎÂÖÙ·È ·Úa MÂÓ¿Ó‰ÚÅ âÓ Ù” \AÚÚËÊfiÚÅ. EúÚËÙ·È ‰b âd ÙáÓ
ÔÏÏa Ï·ÏÔ‡ÓÙˆÓ Î·d Ìc ‰È·ÏÂÈfiÓÙˆÓ. º·Ûd ÁaÚ âÓ ¢ˆ‰ÒÓ– ¯·ÏÎÂÖÔÓ âd ΛÔÓÔ˜ âÓ ÌÂÙÂÒÚÅ ÎÂÖÛı·ÈØ âd ‰b ëÙ¤ÚÔ˘
ÏËÛ›ÔÓ Î›ÔÓÔ˜ ëÛÙ¿Ó·È ÙeÓ ·Ö‰· âÍËÚÙË̤ÓÔÓ Ì¿ÛÙÈÁ· ¯·ÏÎÉÓØ Ó‡̷ÙÔ˜ ‰b ÎÈÓËı¤ÓÙÔ˜ ÌÂÁ¿ÏÔ˘ ÙcÓ Ì¿ÛÙÈÁ· Âå˜ ÙeÓ
Ϥ‚ËÙ· âÎ›ÙÂÈÓ, ηd ä¯ÂÖÓ Ô≈Ùˆ ÙeÓ Ï¤‚ËÙ· âd ¯ÚfiÓÔÓ ÔχÓ. Cfr. Diogen. 8, 32 Ùe ¢ˆ‰ÔÓ·ÖÔÓ ¯·ÏÎÂÖÔÓØ âd ÙáÓ
ÔÏÏa Ï·ÏÔ‡ÓÙˆÓ; A.B. Cook, The Gong at Dodona, «JHS» 22, 1902, pp. 5-13; PG pp. 127-128; 466 n. 561; E. Lelli, Volpe
e leone. Il proverbio nella poesia greca (Alceo, Cratino, Callimaco), Roma, 2006, pp. 127-128.
2 Osann, L. Caecilii Minutiani, cit.: «Quae narrare inepti est feruentis scutras, / quin machaera licitari aduersum aeneum
coepisti sciens? Sensu videlicet hoc: frustra esse si gladio adversus declamatorem licitari, h. e. ipso Nonio interpretan-
te, pugnare sive congredi velles. Sic enim istis verbis suboscuris lux demum accenditur».
3 Erasmo, Adagia 7 (Collect. 576) Dodonaeum aes: «¢ˆ‰ˆÓ·ÖÔÓ ¯·ÏÎÂÖÔÓ, id est Dodonaeum cymbalum aut tintinna-
bulum. In hominem dici consueuit improbae atque importunae loquacitatis. Zenodotus citat ex Ariphoro Menandri.
Tradit autem in Dodona duas fuisse sublimes columnas in altera positam peluim aeream, in altera pensile pueri si-
mulachrum flagellum aereum manu tollentis quotiens autem uentus uehementius flauerit, fieri, ut, scutica impulsa,
crebrius lebetem feriat, isque percussus tinnitum reddat ad multum etiam temporis resonantem. […] Suidas diuer-
sam adagii adfert interpretationem ex Daemone. Ait enim oraculum Iouis, quod olim erat in Dodona, lebetibus ae-
reis undique cinctum fuisse […] Verum Aristoteles hoc commentum ut fictitium refellit adferens aliud interpreta-
mentum, quod modo retulimus, de columnis duabus et simulachro pueri. Plutarchus in commentario ¶ÂÚd Ùɘ
à‰ÔÏÂÛ¯›·˜ indicat in Olympia porticum quandam fuisse ratione mathematica ita compositam, ut pro una uoce mul-
tas redderet, atque ob id ëٿʈÓÔÓ appellatam. […] Meminit huius adagionis et Iulius Pollux libro sexto, capite de
loquacibus, his uerbis: Ùe âÎ ¢ˆ‰ÒÓ˘ ¯·ÏÎÂÖÔÓ».
4 In Senofonte l’unico cenno a Dodona, esclusivamente quale sede dell’oracolo, si legge in por. 6, 2 ¤Ì„·ÓÙ·˜ …
Âå˜ ¢ˆ‰ÒÓËÓ Î·d Âå˜ ¢ÂÏÊÔf˜ âÂÚ¤Ûı·È ÙÔf˜ ıÂÔf˜. Osann (L. Caecilii Minutiani, cit., p. 33) suggeriva invece il riman-
128 marco cipriani
invece gli altri riferimenti presenti nel lemma a passi di Menandro,1 Plinio il Vecchio2 e del
lessico Suda,3 presumibilmente, tratti, come si è detto, dalla pagina di Erasmo. L’unico tra
gli editori a dar credito alla testimonianza di Minuziano Apuleio fu Spengel, che, pur re-
spingendo la proposta di Osann di collegare il lemma del De orthographia al frammento
dell’Hymnis,4 inserì il passo del presunto grammatico tra i fragmenta incertae sedis.5

«Tenere il lupo per le orecchie»


com. 79-80 R.3 (77-78 G.)
Nam hi sunt inimici pessumi, fronte hilaro, corde tristi,
quos neque ut adprendas neque uti dimittas scias.
«Sono questi infatti i nemici peggiori, fronte allegro, cuore tetro, non si sa come prenderli né co-
me lasciarli».6
I due versi giambici, un settenario e un senario, tramandati da Gellio e da Nonio per te-
stimoniare l’uso di frons al maschile negli autori arcaici,7 appartenevano alla palliata Sub-
ditivus, intitolazione simile a quella di altre commedie ceciliane.8 La battuta descrive l’at-
teggiamento di persone ambigue e ipocrite, che si mostrano liete in volto ma sono afflitte
nell’animo, tanto imprevedibili e difficili da trattare da risultare gli avversari più pericolo-
si. Sebbene il frammento non si presti a una facile interpretazione, parzialmente compli-
cata dalla proposizione relativa contenuta nel secondo verso, negli inimici si devono pro-

do a de re eques. 1, 3 Ù† „fiÊÅ ‰b öÊË ™›ÌˆÓ ‰‹ÏÔܘ ÂrÓ·È ÙÔf˜ ÂûÔ‰·˜, ηÏᘠϤÁˆÓØ üÛÂÚ ÁaÚ Î‡Ì‚·ÏÔÓ „ÔÊÂÖ Úe˜
Ù† ‰·¤‰Å ì ÎÔ›ÏË ïÏ‹.
1 Si tratta del fr. 65 K.-A. dell’\AÚÚËÊfiÚÔ˜ ≥ AéÏËÙÚ›˜: âaÓ ‰b ÎÈÓ‹Û– ÌfiÓÔÓ ÙcÓ M˘ÚÙ›ÏËÓ / Ù·‡ÙËÓ ÙȘ, ≥ Ù›ÙıËÓ Î·Ï”,
¤Ú·˜ <Ôé> ÔÈÂÖ / Ï·ÏÈÄ=˜Ø Ùe ¢ˆ‰ˆÓ·ÖÔÓ ôÓ ÙȘ ¯·ÏΛÔÓ, / n ϤÁÔ˘ÛÈÓ ä¯ÂÖÓ, iÓ ·Ú¿„Ëı\ ï ·ÚÈgÓ, / ÙcÓ ì̤ڷÓ
nÏËÓ, ηٷ·‡Û·È ıÄÙÙÔÓ ≥ / Ù¿˘ÙËÓ Ï·ÏÔÜÛ·ÓØ Ó‡ÎÙ· ÁaÚ ÚÔÛÏ·Ì‚¿ÓÂÈ.
2 Plinio rende noto che l’appellativo di cymbalum mundi era rivolto dall’imperatore Tiberio al grammatico ales-
sandrino Apione: nat. praef. 25 Apion quidem grammaticus – hic quem Tiberius Caesar cymbalum mundi uocabat, cum pro-
priae famae tympanum potius uideri posset – immortalitate donari a se scripsit ad quos aliqua componebat.
3 Suda ‰ 1445 (vol. II p. 134, 20 Adler) ¢ˆ‰ˆÓ·ÖÔÓ ¯·ÏÎÂÖÔÓ: âd ÙÒÓ ÌÈÎÚÔÏÔÁÔ‡ÓÙˆÓ. ¢‹ÌˆÓ ÁaÚ ÊËÛÈÓ, ¬ÙÈ Ùe ÙÔÜ
¢Èe˜ Ì·ÓÙÂÖÔÓ âÓ ¢ˆ‰ÒÓ– Ϥ‚ËÛÈÓ âÓ Î‡ÎÏÅ ÂÚÈ›ÏËÙ·ÈØ ÙÔ‡ÙÔ˘˜ ‰b „·‡ÂÈÓ àÏÏ‹ÏÔå, ηd ÎÚÔ˘Ûı¤ÓÙÔ˜ ÙÔ˘ ëÓe˜ ä¯ÂÖÓ
âÎ ‰È·‰Ô¯É˜ ¿ÓÙ·˜, ó˜ ‰Èa ÔÏÏÔÜ ¯ÚfiÓÔ˘ Á›ÓÂÛı·È Ùɘ ä¯É˜ ÙcÓ ÂÚ›Ô‰ÔÓ. \AÚÈÛÙÔÙ¤Ï˘ ‰b ó˜ Ï¿ÛÌ· ‰ÈÂϤÁ¯ˆÓ ‰‡Ô
ÊËÛd ÛÙ‡ÏÔ˘˜ ÂrÓ·È Î·d âd ÌbÓ ÙÔÜ ëÙ¤ÚÔ˘ Ϥ‚ËÙ·, âd ı·Ù¤ÚÔ˘ ‰b ·Ö‰· ÎÚ·ÙÔÜÓÙ· Ì¿ÛÙÈÁ·, w˜ ÙÔf˜ îÌ¿ÓÙ·˜ ¯·ÏΤԢ˜
ùÓÙ·˜ ÛÂÈÔ̤ÓÔ˘˜ ñ\ àÓ¤ÌÔ˘ Ù† Ϥ‚ËÙÈ ÚÔÛÎÚÔ‡ÂÈÓ, ÙeÓ ‰b Ù˘ÙfiÌÂÓÔÓ ä¯ÂÖÓ. Τ¯ÚËÙ·È Ù” ·ÚÔÈÌ›0 M¤Ó·Ó‰ÚÔ˜ Aé-
ÏËÙÚ›ÛÈØ Úe˜ ¢‹ÌˆÓ·Ø Âå ‰b ÔÏÏÔd qÛ·Ó, ÔéÎ iÓ ëÓÈÎÒ˜ âϤÁÂÙÔ ì ·ÚÔÈÌ›·.
4 Spengel, p. 23: «Osannus quid sibi velit ad Apuleium de orthogr. pag. 33 non intelligo».
5 Spengel, p. 62: «Caecilii qui Plinii praecedit videtur aes Dodonaeum aut peluis aerea, quia quod sequitur, tympa-
num mundi Plinii est».
6 La traduzione del frammento è di G. Bernardi Perini, Le notti attiche di Aulo Gellio, ii, Torino, 1992, p. 1091. Per
il testo del frammento vd. infra n. 64.
7 Gell. 15, 9, 1 uere ac diserte Caecilius hoc in Subditiuo scripsit: “nam … scias”. Hos ego uersus, cum de quodam istiusmo-
di homine sermones essent, in circulo forte iuuenum eruditiorum dixi. Tum de grammaticorum uolgo quispiam nobiscum ibi ad-
sistens non sane ignobilis: ‘quanta’ inquit ‘licentia audaciaque Caecilius hic fuit, cum “fronte hilaro”, non “fronte hilara” dixit
et tam inmanem solecismum nihil ueritus est’; Non. p. 301, 26 L. (204, 27 M.) ‘frontem’ feminino genere … masculino Titinius
… Caecilius Subditiuo: “nam … scias”. Sui rapporti fra Gellio e Nonio v. R. Mazzacane, Nonio e Gellio: ipotesi sulla ge-
nesi del ii libro del De compendiosa doctrina, «Sandalion», 8-9, 1985-1986, pp. 181-202.
8 Festo, Carisio e Prisciano citano frammenti da un grecizzante Hypobolimaeus (‘sostituito’, ‘scambiato’); Gellio e
Nonio trasmettono passi del Subditivus, ma il primo testimonia anche l’intitolazione Hypobolimaeus Aeschinus e il se-
condo cita sei frammenti da un Hypobolimaeus Rastraria; Festo, infine, tramanda il verso di un Hypobolimaeus Chaere-
stratus. La spiegazione risiede probabilmente nel doppio titolo della commedia, o in una sua successiva rappresenta-
zione o redazione, e coinvolge del resto anche la doppia intitolazione del modello rimaneggiato da Cecilio,
riconoscibile nell’^YÔ‚ÔÏÈÌ·ÖÔ˜ ≥ òAÁÚÔÈÎÔ˜ di Menandro (fr. 372-387 K.-A.). Sulla questione e sull’intreccio della pal-
liata si rimanda alle conclusioni tratte da A. Perutelli, L’uso del greco nella ‘Palliata’ latina, Atti del convegno italo-tede-
sco: Il plurilinguismo letterario, Bressanone luglio 2000, Udine, 2003, pp. 45-52; id., La conclusione degli Adelphoe, in L. Cri-
stante e A. Tessier (edd.), Incontri triestini di filologia classica. 2: 2002-2003, Trieste, 2003, pp. 182-185 (171-187).
20. cecilio stazio 129
babilmente individuare dei falsi amici, che ostentano un atteggiamento ma ne celano un
altro.1 Proprio il secondo verso del frammento inerisce l’ambito paremiografico, in quan-
to presenta evidenti affinità con un passo del Phormio terenziano (vv. 506-507), nel quale è
contenuto l’esplicito riferimento a un proverbio. Nella seconda scena del terzo atto l’adu-
lescens Antifone spiega al cugino Fedria – che lo invidia perché convive con la sua amata
Fanio, mentre egli è alle prese con il leno Dorione – la gravità della situazione in cui si tro-
va: PH. O fortunatissime Antipho. AN. egone? PH. quoi quod amas domist. / neque cum huius
modi umquam usus uenit ut conflictares malo. / (v. 506) AN. mihin domist? immo, id quod aiunt,
auribus teneo lupum: / nam neque quo pacto a me amittam neque uti retineam scio2 («FE. Oh, An-
tifone, tu sì che sei fortunato! AN. Io? FE. Vivi con la donna che ami, e non ti sei mai tro-
vato alle prese con un furfante come questo. AN. Vivo con lei? No: io tengo il lupo per le
orecchie, come si dice! Non so come fare a lasciarla, non so come fare a tenerla»).3 Anti-
fone rivendica dunque con amarezza l’infelicità della sua condizione: egli convive con Fa-
nio ma il suo non è un possesso sicuro, poiché forse la sua donna tra poco sarà allontana-
ta e comunque la sua è la situazione insostenibile di chi, come afferma il proverbio, «tiene
il lupo per le orecchie»: non può trattenerlo a lungo, né può lasciarlo libero per timore
che gli si avventi contro;4 allo stesso modo egli non può tenere con sé la fanciulla senza
incorrere nelle ire del padre, né può allontanarla senza provare dolore. Proprio in forza
delle corrispondenze lessicali con il verso di Terenzio (la doppia negazione e l’uso dei ver-
bi dimittere e scire)5 i commentatori, a partire almeno da Erasmo,6 scorgono nel fram-
mento di Cecilio un’allusione al proverbio citato nel Phormio, accostamento certamente
probabile, riguardo al quale tuttavia non si debbono tacere alcune difficoltà. In primo luo-
go il contesto del frammento, benché di esegesi incerta, appare parzialmente diverso da
quello terenziano e il richiamo al proverbio lupum auribus tenere non sembra del tutto ap-
propriato: non è chiaro, infatti, per quale motivo il personaggio ceciliano dovrebbe trat-
tenere o avrebbe difficoltà a liberarsi dagli inimici pessimi. Si deve notare, inoltre, che Ce-
cilio omette il riferimento zoomorfico, esplicito invece in Terenzio:7 ciò può essere
tuttavia spiegato, supponendo che la menzione del lupo, inserita nei versi successivi, sia
stata ‘tagliata’ da Gellio, oppure attribuendo al comico stesso la scelta di una semplice al-
lusione al proverbio; del resto anche nel principale frammento del Plocium (142-157 R3. [136-

1 È improbabile che la descrizione si riferisca a dei kolakes, sebbene la definizione degli adulatori quali inimici pes-
simi si legga anche in Tac. Agr. 41, 1 causa periculi non crimen ullum aut quaerela laesi cuiusquam, sed infensus uirtutibus
princeps et gloria uiri ac pessimum inimicorum genus, laudantes.
2 Il verso 507 (508 in alcune edizioni) era a torto ritenuto spurio da Bentley, insospettito dall’affinità con il v. 176
della stessa commedia: Phorm. 175-176 ego in eum incidi infelix locum / ut neque mihi [eius] sit amittendi nec retinendi copia.
3 Trad. it. di B. Proto, Terenzio, Le commedie, Torino, 1974, p. 213.
4 Del proverbio forniva una spiegazione esemplare A. Cesari (Le sei commedie di Terenzio recate in volgar fiorenti-
no, parte ii, Verona, 1816, p. 322): «Questo proverbio è appropriato a chi è in tal termine, che egual pericolo ha dal pos-
sedere una cosa come dal rinunziarla, a somiglianza di chi avesse afferrato il lupo per l’orecchie; le quali essendo cor-
te, gli darebbono cattiva presa, sì che nol potrebbe ben ritenere, ed a lasciarlo andare, gli volterebbe contro i denti».
In precedenza vd. Erasmo, Adagia 425 Auribus lupum teneo: «Dicitur in eos, qui eiusmodi negotio inuoluuntur, quod
neque relinquere sit integrum neque tolerari possit. Videtur ab euentu quopiam natum ut alia pleraque. Aut inde cer-
te, quod ut lepus auribus quippe praelongis commodissime tenetur, ita lupus quod aures habet pro corpore breuio-
res, teneri iis non potest neque rursum citra summum periculum e manibus dimitti belua tam mordax».
5 Ma si tenga presente che uti dimittas è correzione introdotta metri causa da Spengel, accolta da tutti gli editori,
in luogo dell’ut mittas dei codici gelliani (Spengel lesse dimittas negli excerpta Gellii conservati in un codex Monacensis
del xii sec., da identificare forse con il Clm 17210). Nella tradizione noniana si ha invece ut uitare o uitare, forse in con-
seguenza della penetrazione di una glossa nel testo, meno probabilmente di una citazione mnemonica da parte del
lessicografo, come ipotizza Traina, Comoedia, cit., p. 104.
6 Erasmo, Adagia 425 (vd. n. infra); Collect. 164: «Ad idem adagium allusisse uidetur Cecilius apud Gellium». Cfr.
cpg 2, p. 221 n.: «Pulchre cum nostro Erasmus […] Caecilii versus […] componit».
7 Cfr. Erasmo, Adagia 425: «Caecilius apud A. Gellium […] eandem sententiam, sed citra metaphoram extulit».
130 marco cipriani
153 G.]) Cecilio rinuncia a riprodurre l’adagio ùÓÔ˜ âÓ Èı‹ÎÔȘ presente nel modello me-
nandreo (fr. 296, 8 K.-A.).1 Infine, l’uso del verbo apprehendere (adprendere) in luogo del te-
nere e retinere adoperati da Terenzio (ö¯ÂÈÓ e η٤¯ÂÈÓ nell’originale, v. infra) sembra allu-
dere a una situazione parzialmente diversa: considerando l’ipotesi del riferimento al
proverbio, la difficoltà rilevata dal personaggio ceciliano non consisterebbe nel “trattene-
re” il lupo per le orecchie, ma nell’“afferrare”2 (o “lasciare”) le stesse. Poiché lo stesso ap-
prehendere, sebbene affiancato a tenere, si ritrova in una ripresa del proverbio da parte di
san Girolamo (c. Ioh. 6 nunc uero quasi auribus lupum apprehenderis: nec tenere potes, nec au-
des dimittere) e la stessa coppia di verbi del frammento (apprehendere-demittere) ricorre in
un passo di Quintiliano, nel quale non appare improbabile scorgere un’altra allusione al-
l’adagio,3 si può ipotizzare che il proverbio circolasse in due forme, con apprehendere e con
(re)tinere, forse con diversa sfumatura di significato.
Il valore proverbiale dell’espressione lupum auribus tenere, già indicato da Terenzio (id
quod aiunt), è confermato da un passo di Varrone4 e, soprattutto, dal commento di Do-
nato, che ne indica anche la forma originale greca (ad Ter. Phorm. 506 Graecum prouerbium
ÙáÓ üÙˆÓ ö¯ˆ ÙeÓ Ï‡ÎÔÓØ Ô≈Ù ÁaÚ ö¯ÂÈÓ ÔûÙ\ àÊÂÖÓ·È ‰‡Ó·Ì·È), verosimilmente espressa
nel modello utilizzato da Terenzio, l’\EȉÈη˙fiÌÂÓÔ˜ di Apollodoro di Caristio (fr. 22 K.-
A.).5 Alcuni riferimenti allo stesso proverbio si colgono nelle letteratura classica anche al
di fuori dei testi teatrali: Polib. 30, 20, 8 ηÙa ÙcÓ ·ÚÔÈÌ›·Ó ÙeÓ Ï‡ÎÔÓ ÙáÓ üÙˆÓ öÏ·‚ÔÓ;
Plut. mor. 802 d ÙeÓ … χÎÔÓ Ôû Ê·ÛÈ ÙáÓ üÙˆÓ ÎÚ·ÙÂÖÓ, ‰ÉÌÔÓ ‰b ηd fiÏÈÓ âÎ ÙáÓ üÙˆÓ
ôÁÂÈÓ ‰ÂÖ Ì¿ÏÈÛÙ·; Suet. Tib. 25 cunctandi causa erat metus undique imminentium discriminum,
ut saepe auribus se lupum tenere diceret (scil. Tiberius);6 Hieron. c. Ioh. 6 (vd. supra); Aristaen.
epist. 2, 3 âÁg ÁaÚ ÙeÓ Ï‡ÎÔÓ ÙáÓ üÙˆÓ ö¯ˆ, nÓ ÔûÙ η٤¯ÂÈÓ, âd ÔÏf ‰˘Ó·ÙeÓ ÔûÙ ÌcÓ
àΛӉ˘ÓÔÓ àÊÂÖÓ·È; Macar. 8, 44 ÙeÓ Ï‡ÎÔÓ ÙáÓ üÙˆÓ ö¯ÂÈÓØ âd ÙáÓ âÓ ÎÈÓ‰‡ÓÅ
ηıÂÛÙÒÙˆÓØ ÔûÙ ÁaÚ Î·Ù¤¯ÂÈÓ ÔxfiÓ Ù ÔûÙ àÊÂÖÓ·È àΛӉ˘ÓÔÓ; Querol. p. 58, 16 auribus
teneo lupum neque uti fallam neque uti confitear scio; Alvar. Cordub. epist. 20 ut fabulae ferunt,
lupum auribus retinens nec tenere potes, nec uales dimittere (citato in Nachträge Otto, p. 179).
Per attestazioni medievali, oltre Walther 37965 Lupum auribus tenet, vd. tpma xiii, p. 190
27.510-519. Il proverbio è ricordato anche da Petrarca nel II libro delle Invective contra medi-
cum: piget hinc cepisse; pudet inde desinere: ita tergiuersari et incertus heres, atque – ut est in an-
tiquo prouerbio – auribus lupum tenes.7 Erasmo richiamava anche, in senso più generale, per
1 Al riguardo vd. le acute osservazioni di L. Gamberale, L’inizio proverbiale di Menandro fr. 333 K.-Th., «rfic», 95,
1967, pp. 162-164.
2 Sul valore di apprehendere nel frammento ceciliano, equivalente ad arripere, vd. G. Pascucci, [C. Iulii Caesaris]
Bellum Hispaniense, Firenze, 1965, pp. 249-250; ThlL ii 1, 307, 9ss.
3 Quint. inst. 6, 4, 18 expedit etiam dare aliquid aduersario, quod pro se putet, quod adprehendens maius aliquid cogatur
dimittere: il retore consiglia di concedere all’antagonista un punto della contesa che egli ritenga a sé favorevole, in mo-
do che, cercando di acquisire un vantaggio, sia costretto invece a cedere su una questione più rilevante; giusta l’ipo-
tesi del riferimento al proverbio, il contendente sarebbe quindi nella situazione di chi, tentando di afferrare meglio le
orecchie del lupo, deve allentare la presa in un altro punto.
4 Varro ling. 7, 31 apud Valerium Soranum (carm. frg. 7 Blä.): “uetus adagio est, o Publi Scipio”, quod uerbum (scil. ada-
gio) usque eo euanuit, ut Graecum pro eo positum magis sit apertum: nam id est quod ·ÚÔÈÌ›·Ó uocant Graeci, ut est: “auri-
bus lupum teneo”‘; “canis caninam non est”.
5 Il testo di Apollodoro veniva così ricostruito da F. V. Fritzsche: ηd ÙeÓ Ï‡ÎÔÓ ÁÂ, Ê·Û›, ÙáÓ üÙˆÓ ö¯ˆ, / ¬Ó Ô≈ÙÂ
η٤¯ÂÈÓ ‰˘Ó·ÙeÓ ÔûÙ\ àÊÈ¤Ó·È (per altri tentativi vd. Kassel-Austin vol. ii p. 497). Di diverso avviso E. Lefèvre, Der
Phormio des Terenz un der Epidikazomenos des Apollodor von Karystos, München, 1978, p. 67 n. 45: «Wenn Donat zu 506
anmerkt: Graecum prouerbium […], braucht […] nicht auf Apollodor angespielt zu sein». Sull’impiego del modello gre-
co da parte di Terenzio in questo passo vd. ora R. Maltby, Donat über die Stegreifelemente in Terenz’ Phormio, in P. Kru-
schwitz-W. W. Ehlers-F. Felgentreu (edd.), Terentius poeta, München, 2007, p. 19 (15-28).
6 Sulla ripresa del verso terenziano da parte di Svetonio vd. M. Johnston, Auribus lupum: Terence, Phormio 508. A
Proverb and a Parallel, «CW», 25, 1932, p. 183.
7 A. Bufano, F. Petrarca, Opere latine, ii, Torino, 1975, p. 862.
20. cecilio stazio 131
una situazione in cui non sembra esservi scelta Theogn. 1091-1092 àÚÁ·Ï¤ˆ˜ ÌÔÈ ı˘Ìe˜
ö¯ÂÈ ÂÚd Ûɘ ÊÈÏfiÙËÙÔ˜Ø / ÔûÙ ÁaÚ â¯ı·›ÚÂÈÓ ÔûÙ ÊÈÏÂÖÓ ‰‡Ó·Ì·È; Mart. 12, 47, 2 nec tecum
possum uiuere nec sine te (cfr. Ov. am. 3, 11, 39 sic ego nec sine te nec tecum uiuere possum). Più
opportuno, sebbene riferito a situazione ancora diversa, risulta il rimando di Leutsch-
Schneidewin ( cpg 2, p. 220) a un verso del perduto Filottete di Eschilo: öÓı\ ÔûÙ ̛ÌÓÂÈÓ
ôÓÂÌÔ˜, ÔûÙ\ âÎÏÂÖÓ â3Ø âd ÙáÓ ‰˘Û¯Ú‹ÛÙÔȘ ÂÚÈÂÛfiÓÙˆÓ (fr. 250 Radt; = Diogen. 4,
88). Per la sopravvivenza nelle lingue moderne vd. PI d 269: «Chi tiene il lupo per gli orec-
chi e la diarrea col culo suda molto e non raccoglie niente»; d 363: «Il difficile è: piegare un
albero vecchio, pettinare un calvo, soffiare con la bocca piena, tenere un lupo per le orec-
chie e conservare per sé quello che gli altri vogliono»; Quartu 271: «Tenere il lupo per gli
orecchi» («Trovarsi in una situazione precaria, in condizioni di equilibrio instabile, nella
quale non si può resistere a lungo e che al minimo cedimento potrebbe volgere al peg-
gio»); «Den Wolf bei den Ohren halten» (Otto 987).1 Tosi nº 1554 ricorda inoltre il polac-
co «Chwycić byka za rogi»2 e il cinese «Chi cavalca la tigre non può scendere», ai quali si
può aggiungere il detto anglosassone «To take the bull by the horns».3 Del frammento di
Cecilio si ricordò, infine, il sedicenne Nietschze in una disputatio scolastica, accostandolo
a un passo delle saturae di Ennio: frg. var. 57-58 V. hoc erit tibi argumentum semper in prom-
ptum situm: / ne quid exspectes amicos quod tute agere possies.4

«Un male tira l ’ altro»


com. 124-125 R.3 (122-123 G.)
…. A: ego perdidi te, qui omnes seruos perdo
populatim. B: Quaeso ne ad malum hoc addas malum …5
A: «Ti ho rovinato, io che rovino tutti i servi, dal primo all’ultimo».6 B: «Ti prego, non aggiun-
gere un male a questo male».

1 Per ulteriori attestazioni dell’adagio nel Medioevo si rimanda ancora a tpma xiii p. 190, 27.512-519.
2 Citato, insieme ad altri paralleli nelle lingue slave, da W. Steffen, Z wȩdrówki frazeologicznej (Greckie frazy w jȩzy-
ku polskim), «Eos», 67, 1979, p. 82 (81-101).
3 Le diverse formulazioni si inseriscono nella categoria di proverbi in cui le situazioni difficili da affrontare sono
metaforicamente rappresentate da bestie non addomesticate: F. Casadei, Metafore ed espressioni idiomatiche. Uno stu-
dio semantico sull’italiano, Roma, 1996, p. 225. L’elemento zoologico ricorre anche in «Tenere l’anguilla per la coda»,
locuzione da far risalire a Luciano (Timon 29), adoperata per alludere al controllo effimero e instabile di una situa-
zione, che però, diversamente da qulle citate in precedenza, non comporta rischi per la persona coinvolta (vd. G. Pit-
tàno, Frase fatta capo ha. Dizionario dei modi di dire, proverbi e locuzioni, Milano, 1995, p. 270).
4 F. Nietzsche, Quibus causis motus Cicero anno urbis conditae 696 in exilium concessit?, J. Figl, Nietzsche Werke, i2:
Nachgelassene Aufzeichnungen Herbst 1858-Herbst 1862, Berlin-New York, 2000, p. 418: «Nullum autem esse suum [scil. Ci-
ceronis] peccatum, nisi quod eis crediderit, a quibus nefas putasset se decipi; intimum, proximum, familiarissimum
quemque aut pertimuisse aut sibi invidisse».
5 Il passo è trasmesso in Non. p. 226, 10 L. (154, 13 M.) ‘populatim’. Caecilius Obolostate: “ego … malum”. Accolgo la
ripartizione del frammento tra due locutori, suggerita da Ribbeck2-3 e realizzata da Lindsay (Nonii Marcelli, cit.) e
Guardì.
6 L’avverbio populatim è lemmatizzato da Nonio anche in un passo precedente (p. 219, 26 L.), dove è esemplifica-
to mediante Pompon. Atell. 182 poema placuit populatim omnibus (è congetturato, inoltre, in Arnob. nat. 3, 5), e para-
frasato per populos. Per il significato di populatim si devono ricordare anche gli interpretamenta offerti dalle glosse con-
tenute in un codice leidense, recentemente edite da P. Gatti (Glossae Nonii Leidenses. La prima serie, Trento 2005): Gloss.
Non. p. 645, 26 (= P8 Gatti) ‘populatim’ populariter; p. 645, 52 (= P34 Gatti) ‘populatim’ populi multitudo. La traduzione
da me proposta, «dal primo all’ultimo», non è dissimile da quella di Livan (Appunti, cit., p. 32) «“di popolo in popolo”
e quindi “generalmente, ovunque, totalmente”» (cfr. old p. 1404 «by peoples, universally»). P. Frassinetti (Atellanae
fabulae, Roma, 1967, p. 131) e Guardì (p. 157) lo rendono con «indistintamente», Warmington (p. 515) «in tribes». In
maniera analoga lo interpreta J. Blundell nel lemma ancora inedito del ThlL, gentilmente comunicatomi da Friedrich
Spoth, che ringrazio nuovamente: «i. ita, ut afficiatur totus populus (vim auget vocis q. e. omnes)». Sull’avverbio vd. an-
che A. Funck, Die lateinischen Adverbien auf -im, «all», 8, 1893, p. 84 (77-114) e J. Schaffner-Rimann, Die lateinischen
Adverbien auf -tim, Winterthur, 1958, pp. 32, 58 (entrambi «von Volk zu Volk»).
132 marco cipriani

Per i due versi giambici,1 tratti dall’Obolostates,2 non è facile ricostruire un contesto sce-
nico. Si può supporre che il dialogo si svolga tra un senex, che si vanta della propria seve-
rità, ricordando a un servus le punizioni inflitte in passato, mentre l’interlocutore lo prega
di non aggiungere al danno presente il triste ricordo del castigo. Un’esegesi affidabile è
suggerita anche da Livan, che scorge nella prima battuta un tono amaro anziché trionfa-
le, attribuendola a un adulescens innamorato, che prova rimorso per aver messo nei guai
il suo servo fidato: «il servus si affida nella risposta, come spesso accade, a una sentenza».3
Nella replica del secondo personaggio è infatti espresso il motivo della sciagura aggiunta
ad altra sciagura, che richiama, anche nell’iterazione del sostantivo, il proverbio greco
ηÎeÓ âd ηΆ,4 ampiamente attestato nelle letteratura greca, in particolare nei tragici:
Hom. Il. 16, 111 ηÎeÓ Î·Î† âÛÙ‹ÚÈÎÙÔ; 19, 290 œ˜ ÌÔÈ ‰¤¯ÂÙ·È Î·ÎeÓ âΠηÎÔÜ ·å›; Ste-
sich. pap. Lille 76 + 73, 1 (222A Campbell) â\ ôÏÁÂÛÈ Ìc ¯·ÏÂa˜ Ô›ÂÈ ÌÂÚ›ÌÓ·˜; Hero-
dot. 1, 67 ÉÌ\ âd ‹Ì·ÙÈ ÎÂÖÙ·È; Soph. Antig. 595 ‹Ì·Ù· ÊıÈÙáÓ âd ‹Ì·ÛÈ ›ÙÔÓÙ\;
Aiax 362 Ìc ηÎeÓ Î·Î†; 866 fiÓÔ˜ fiÓÅ fiÓÔÓ Ê¤ÚÂÈ; El. 235 Ìc Ù›ÎÙÂÈÓ Û\ ôÙ·Ó ôٷȘ; 937
Ù¿ Ù\ ùÓÙ· ÚfiÛıÂÓ ôÏÏ· ı\ ÂñÚ›ÛΈ ηο; Eur. Alc. 1039 àÏÏ\ ôÏÁÔ˜ ôÏÁÂÈ ÙÔÜÙ\ iÓ qÓ
ÚÔÛΛÌÂÓÔÓ; Tro. 596 âd ‰\ ôÏÁÂÛÈÓ ôÏÁ· ÎÂÖÙ·È; Phoen. 371; 1495; Hel. 195 ‰¿ÎÚ˘·
‰¿ÎÚ˘Û› ÌÔÈ Ê¤ÚˆÓ; 365-366 †ô¯Â· Ù\ ô¯ÂÛÈ ‰¿ÎÚ˘· ‰¿ÎÚ˘ÛÈÓ öÏ·‚ ¿ı·†; Or. 1257
‹Ì·Ù· ‹Ì·ÛÈÓ â͇ږ; Liban. epist. 653 ηd ÓÜÓ ‰c ηΆ Ùe ηÎfiÓ Ê·ÛÈ, Ù† Ìc ÁÚ¿ÊÂÈÓ,
Ùe Ìc ÁÂÁڷʤӷÈ.5 In ambito latino risulta ancora una volta significativo il parallelo of-
ferto da un verso di Terenzio (Eun. 988 aliud ex alio malum), nel quale tuttavia, osserva op-
portunamente Tosi, il concetto dell’addensarsi delle sciagure non è sottolineato, come av-
viene anche in Cecilio, dal poliptoto del termine equivalente a ‘male’, bensì da quello
dell’aggettivo alius;6 cfr. inoltre: Publil. sent. F 18 Fortuna obesse nulli contenta est semel; Liv.
7, 4, 7 malum malo augere; Sen. Tro. 427 exoritur aliquod maius ex magno malum; Arnob. nat.

1 Condivido la scansione proposta da Livan, Appunti, cit., p. 32 n. 71, che riconosce un settenario giambico segui-
to da un senario; Ribbeck3 e Guardì misurano due ia7 incompleti.
2 Di una palliata intitolata Obolostates («L’usuraio») sopravvivono cinque frammenti, tramandati da Nonio e Fe-
sto (com. 119-128 R.3 [115-123 G.]). Da Nonio sono citati anche due frustuli provenienti da un Fenerator (com. 132-134 R.3
[124-126 G.]) e l’affinità tra i due titoli – entrambi corrispondono a ‘usuraio’ – indusse lo Scaligero (Coniectanea in M.
Terentium Varronem de lingua latina, Parisiis, 1565, p. 164) ad ascriverli tutti alla medesima commedia, designata ora col
titolo grecizzante, corrispondente forse a quello dell’originale, ora con quello latino. La validità dell’ipotesi, ribadita
da F. Ritschl (Parerga zu Plautus und Terenz, Leipzig, 1845, pp. 144, 157), è condivisa dalla maggior parte degli editori
ceciliani, che individuano pertanto un Obolostates sive Fenerator. Di diverso avviso si dimostrano Bothe e N. Terza-
ghi (Fabula. Prolegomeni allo studio del teatro antico, Palermo, 1911, p. 81 n. 4), che pensano a due commedie diverse an-
che se di argomento analogo. Da parte sua Ribbeck aggiunge alla commedia anche due frammenti del Venator (com.
129-131), ritenendo il titolo una corruttela di Fenerator (sulla questione vd. T. Guardì, Due titoli ceciliani, «Pan» 1, 1973,
pp. 13-17). Attende ancora un’edizione critica e ulteriori conferme la scoperta di K. Kleeve (How to read an illegible Pa-
pyrus. Toward an Edition of Pherc. 78, Caecilius Statius, Obolostates sive Faenerator, «CErc», 26, 1996, pp. 5-14; id., The oldest
Latin Papyri from Herculaneum, B. Kramer [et al., edd.], Akten des 21. Internationalen Papyrologenkongresses: Berlin, 13-19. 8.
1995, I, Stuttgart, 1997, p. 532; id., Caecilius Statius, “The money-lender”, I. Andorlini et al. [edd.], Atti del xxii congresso in-
ternazionale di papirologia, Firenze 23-29 agosto 1998, ii, Firenze, 2001, p. 725), che ha riconosciuto nel testo conservato in
un rotolo papiraceo ercolaneo il testo dell’Obolostaes sive Fenerator, un ritrovamento che, se confermato (a sostegno
vd. G. Calboli, Horace et la comédie romaine (à propos de carm. 4, 7, 19-20), «Arctos», 39, 2005, pp. 25-41; Livan, Appunti,
cit., p. 95 prende in esame due frammenti editi da Kleeve), offrirebbe un contributo straordinario alla conoscenza
dell’opera ceciliana e della commedia latina (un nuovo esame del reperto papiraceo è stato condotto da Carosi, Ce-
cilio Stazio, cit., pp. 117-181). 3 Livan, Appunti, cit., p. 32.
4 Zenob. 5, 69 ¶ÜÚ âd ÜÚØ ·ÚÔÈÌ›·, w ̤ÌÓÂÙ·È ¶Ï¿ÙˆÓ. ηd “ηÎeÓ âd ηΆ” (Macar. 4, 100; 5, 11); in PG p. 457
n. 521 sono richiamati paralleli antichi e moderni soltanto per il primo proverbio.
5 Tosi nº 1641 registra anche Collect. Alex. (Epica adespota) fr. 2, 76 Powell; Ant. Pal. 9, 125, 9; Greg. Naz. Ant. Pal.
8, 24, 2; Eust. ad Il. 11, 257-261 (3, 189, 6 Valk).
6 Per altri esempi di poliptoto per accumulazione, del tipo addere sceleri scelus, vd. J. Wills, Repetition in Latin
Poetry: Figures of Allusion, Oxford, 1996, p. 192.
20. cecilio stazio 133
7, 39; Salvian. gub. 6, 9, 46 mala … incessabiliter malis addimus et peccatis peccata cumulamus;
Don. Ter. Phorm. 544 “ni … me.. quaerere in malo iubeas crucem”: <quasi dicat> “in malo aliud
malum” (Otto 1018-1019). Si possono aggiungere anche Plaut. Aul. 801 mihi ad malum ma-
lae res plurimae se adglutinant); Phaedr. app. 20 (tit.) non esse malo addendum malum (Na-
chträge Otto, p. 182). Tra le sentenze medievali vd. Walther 18891a Nulla calamitas sola.1
Anche nelle tradizioni paremiografiche moderne il topos conosce una notevole fortuna:
PI d 597 «Le disgrazie non vengono mai sole» (vd. anche 598); d 153 «Un debito tira l’altro»;
g 1243 «Un guaio aspetta l’altro»; m 203 «Il malanno viene sempre in compagnia»; 204-208;
317 «Mali e frati non stanno mai soli»; Arthaber nº 729: «Un malanno non vien mai solo»;
«Le disgrazie vanno accompagnate, mentre le fortune camminano sole»; «Un malheur ne
vient jamais seul»; «Un mal, un cordelier rarement seuls par sentier»; «Anda malo, tras tu
hermano»; «Ein Unglück kommt selten allein»; «Misfortunes seldom come singly»; Ar-
thaber 742: «Un male tira l’altro».

«La morte ti fa bella»

com. 163 R.3 (159 G.)


Placere occepit grauiter, postquam emortuast.2
«Ha cominciato a piacermi parecchio, dopo che … è morta».
Il senario apparteneva al Plocium, la commedia ceciliana di cui possediamo il maggior nu-
mero di frammenti e per la quale è possibile stabilire, grazie alla testimonianza di Gellio
(2, 23), un confronto con il modello menandreo intitolato ¶ÏfiÎÈÔÓ. L’intreccio ruotava
intorno alle vicende di due vicini di casa: un senex povero trasferitosi dalla campagna in
città, dopo che sua figlia era stata violentata da uno sconosciuto, e un altro senex, mari-
to della ricca ma bisbetica Crobile e padre di un giovane, che si rivelerà in seguito l’au-
tore della violenza sulla ragazza.3 La battuta è verosimilmente pronunciata dal padre del-
la fanciulla violata, che forse contrappone la sua felice vedovanza all’oppressione che è
costretto a subire il suo vicino, il marito di Crobile (il cui sfogo si coglie in com. 142-157
R.3). La povertà del senex induce a ritenere che la gioia per la morte della donna sia le-
gata alla cessazione dei fastidi della vita coniugale, piuttosto che all’acquisizione di
un’eredità, come ritiene Livan.4 Nella battuta, in cui si apprezza l’àÚÔÛ‰fiÎËÙÔÓ finale,
del tutto inatteso dopo la iunctura ‘positiva’ placere … grauiter,5 si può cogliere un’eco del
motivo dei due giorni più belli offerti dalla donna all’uomo, quello delle nozze e quello
del funerale, espressione divenuta proverbiale, che in questa forma viene fatta risalire
(Tosi nº 1438) a Ipponatte (fr. 66 Degani ‰f\ ìÌ¤Ú·È Á˘Ó·ÈÎfi˜ ÂåÛÈÓ ≥‰ÈÛÙ·È, / ¬Ù·Ó Á·Ì”
ÙȘ ÎàÎʤږ ÙÂıÓË΢ַÓ). Desiderare la morte della moglie è comunque un topos nella

1 Per proverbi simili nel medioevo tedesco vd. tpma xii pp. 87-88, 1.4.11-49.
2 Il verso è registrato in Non. p. 491, 21 L. (314, 17 M.) nam et ‘grauiter’ multum intelligitur. Caecilius Plocio: “placere …
emortuast”. Recepisco con gli editori più recenti la correzione emortuast, introdotta da Müller (Nonii Marcelli, cit.) sul-
la scorta delle tracce conservate dai codici H1 (emortuas) e L2 (est mortuas); il resto della tradizione ha est mortua, le-
zione conservata da Bothe e Spengel. Il composto emori (“uscir di vita”) si fa inoltre preferire al semplice mori: vd.
A. Traina, Poeti latini (e neolatini). Note e saggi filologici. iii serie, Bologna, 19912, pp. 86-87.
3 Per una ricostruzione più dettagliata della trama del Plocium vd. Guardì, pp. 161-162; non sempre affidabile R.
Argenio, Il Plocium di Cecilio Stazio, «mc», 7, 1937, pp. 359-368.
4 Livan, Appunti, cit., p. 63: «Cecilio fa parlare il marito di una uxor dotata».
5 S. Boscherini (Norma e parola nelle commedie di Cecilio Stazio, «sifc», 92, 1999, p. 108 [99-115]) rimarca come ca-
ratteristica del modulo espressivo comico «l’accentuazione affettiva della quantità, mediante un avverbio portatore
di un significato negativo». Si noti la posizione di rilievo dell’avverbio graviter, oggetto del lemma noniano, che pre-
cede la cesura semisettenaria (e segue una possibile semiquinaria).
134 marco cipriani
commedia antica: Dionys. 6 K.-A. Úe˜ ÙeÓ ÙÂÏÂ˘Ù‹Û·Óı\ ≤ηÛÙÔ˜, ÎiÓ ÛÊfi‰Ú· / ˙áÓ
â¯ıÚe˜ ‘ ÙȘ, Á›ÁÓÂÙ·È Ê›ÏÔ˜ ÙfiÙÂ; Pherecr. 286 K.-A. ¬ÛÙȘ Á˘Ó·ÈÎe˜ àÔı·ÓÔ‡Û˘ ‰˘ÛÊÔ-
ÚÂÖ / ï ÙÔÈÔÜÙÔ˜ ùÓÙˆ˜ ÔéÎ â›ÛÙ·Ù\ ÂéÙ˘¯ÂÖÓ; Plaut. Asin. 900-901:: egone illam? Nunc amo,
quia non adest. /:: quid quom adest?:: periisse cupio; Aul. 154-156 ut quidem emoriar prius quam
ducam, / sed his legibus si quam dare uis ducam: / quae cras ueniat, perendie foras feratur; Cas.
227 uxor me excruciat, quia uiuit; Cist. 175 ea (scil. uxor) diem suom obiit, facta morigera est
uiro; Trin. 41-42 te (scil. uxorem) … ut quam primum possim uideam emortuam; 51 quid agit tua
uxor? ut ualet?:: plus quam ego uolo; 55 eho tu, tua uxor quid agit?:: inmortalis est, / uiuit
uicturaque est; Titin. com. 17 iam pridem egressa aut perbiteres; Caecil. com. 147 R.3 (144 G.)
dum ego eius mortem inhio, egomet uiuo mortuus inter uiuos.1 cfr. anche Chaerem. fr. 32 Snell
Á˘Ó·Öη ı¿ÙÂÈÓ ÎÚÂÖÛÛfiÓ âÛÙÈÓ ≥ Á·ÌÂÖÓ (Men. monost. 151 J.; Apost. 5, 77b); Automed.
Ant. Pal. 11, 50, 3-4 Pall. Ant. Pal. 11, 381 ÄÛ· Á˘Óc ¯fiÏÔ˜ âÛÙ›ÓØ ö¯ÂÈ ‰\ àÁ·ıa˜ ‰‡Ô üÚ·˜,
/ ÙcÓ Ì›·Ó âÓ ı·Ï¿ÌÅ, ÙcÓ Ì›·Ó âÓ ı·Ó¿ÙÅ; Per la sopravvivenza nella tradizione medie-
vale vd. Walther 37854a2 lentissime coniuges flentur, sepe uero laetissime (Arthaber 416); tpma
iii p. 409, 3.2.5.2.4.1172-1177, in part. l’antico tedesco «Es ist bessere weiber zu begraben,
dann zu kirchen füren». Tosi ricorda, inoltre, alcuni proverbi dialettali italiani, tra cui il
romanesco «La morte de la moje è un gran dolore, ma beato chi lo prova». Degani2 ne
segnala uno veneto: «La mujèra la dá dou gran sodisfaziòun: quand a la se spònsa, per-
ché a se-gh vòul bein; quand la mòr, perché a s-in tòs un’etra». Di analoga ispirazione so-
no i proverbi che sminuiscono il lutto per la scomparsa del coniuge (più spesso la mo-
glie); «doglia di moglie morta, dura fino alla porta»; «Dolor di marito morto dura dalla
casa all’orto».3

«La ricchezza copre la cattiva fama»


com. 169-172 R3. (165-168 G.)
… is demum infortunatus est homo,
pauper qui educit in egestatem liberos,
cui fortuna et res ut est continuo patet.
Nam opulento famam facile occultat factio.4
«… È veramente disgraziato l’uomo che, povero, alleva i figli per la miseria e quale sia la sua sor-
te e la sua condizione è sempre evidente. Infatti a un ricco la fazione cela facilmente la cattiva fama».
Anche questo frammento in senari era tratto dal Plocium e la sua trasmissione si deve a
Gellio, nell’ambito della Û‡ÁÎÚÈÛȘ tra il modello menandreo e la rielaborazione di Ce-

1 La prima parte del verso, oltre che da Gellio (2, 23, 5), è tràdito da Nonio (p. 806, 6 L. [502, 6 M.] ‘accusatiuus’ pro
datiuo … Caecilius Plocio: “dum ego eius mortem inibo”); il testo offerto dal lessicografo è preferito dalla maggior parte
degli editori (fanno eccezione Spengel e Ribbeck2-3) e commentatori ceciliani (da ultimi vd. H.D. Jocelyn, Caecilius
Com. 142-157, «LCM» 10.1 [Jan. 1985], pp. 10-11; C. Riedweg, Menander in Rom. Beobachtungen zu Caecilius Statius Plocium
fr. I (136-53 Guardì), N.W. Slater-B. Zimmermann [edd.], Intertextualität in der griechisch-römischen Komödie, Stuttgart,
1993, p 147 [133-159]), in quanto il pronome ego, restituito per primo da C. Hosius (Auli Gellii Noctium atticarum libri XX,
Lipsiae, 1903) col supporto dei codici noniani, consente di scandire il verso come un settenario anapestico. La scan-
sione più efficace dell’intero canticum (com. 136-153 G.) è offerta da C. Questa, Tentativo di interpretazione metrica di Ce-
cilio Stazio vv. 142-157 R3 (Plocium), in Poesia latina in frammenti, Genova, 1974, pp. 117-132; lievi ritocchi in C. Questa, Nu-
meri innumeri, Roma, 1984, pp. 382-397 (per la difesa di ego vd. p. 392; paralleli comici sulla ripetizione del pronome e
del suo rafforzativo egomet in Jocelyn, Caecilius, cit., p. 11).
2 E. Degani, Studi su Ipponatte, Hildesheim, 2002, p. 113 n. 220.
3 pi m 1703-1704; per ulteriori esempi vd. Strauss 1321; Boggione-Massobrio iii.8.1; Arthaber nº 824.
4 Nel v. 171 conservo, insieme a Guardì e agli editori gelliani, la lezione dei codici res ut est, giudicando non ne-
cessaria la correzione res nuda est apportata da Ribbeck e fatta propria da Warmington (più recentemente anche da
K.-H. Kruse, ThlL s. v. pateo x 1 [1990], 664, 60), già reputata metricamente inutile da O. Seyffert, Rec. M. Hertz,
A. Gellii Noctium Atticarum libri xx , vol. i, «BPhW», 6, 1884, coll. 174-175 (173-176).
20. cecilio stazio 135
cilio.1 Con tutta probabilità nella palliata, come nell’originale greco, i versi erano pro-
nunciati da Parmenone, lo schiavo del senex povero trasferitosi in città. Il concetto
espresso nel modello greco, il rammarico per la condizione del povero, è riassunto da
Cecilio, che, ampliando un motivo diversamente accennato in Menandro (fr. 298, 4-5
Ì‹Ù\, iÓ àÙ˘¯‹Û·˜ Âå˜ Ùa ÎÔÈÓa ÙÔÜ ‚›Ô˘ / â·ÌÊÈ¤Û·È ‰‡Ó·ÈÙÔ ÙÔÜÙÔ ¯Ú‹Ì·ÛÈÓ; «e, in-
cappando nelle comuni sciagure della vita, non potrebbe porvi rimedio col denaro»), af-
fida all’ultimo verso del monologo del servo una denuncia della condizione privilegiata
dei ricchi, protetti nelle loro malefatte dal censo e dalla classe sociale a cui appartengo-
no,2 secondo una constatazione che appare ripresa nella stessa commedia da un ricco
personaggio, forse pentito dell’offesa arrecata: com. 186-187 R.3 (181-182 G.) opulentitate
nostra sibi iniuriam / factam.3 La sententia che chiude il frammento, contrassegnata dalla
doppia allitterazione in o- e in fa-, sebbene non possa dirsi stricto sensu proverbiale, espri-
me un motivo, quello della ricchezza come copertura dei mali, che sembra più volte ri-
scontrabile nel teatro greco, sia in tragedia che in commedia: Soph. fr. 88, 11-12 Radt
ÌfiÓÅ ‰b ¯·›ÚÂÈÓ ÎàÓ ÓfiÛˆÓ Í˘ÓÔ˘Û›· / ¿ÚÂÛÙÈÓ ·éÙ† ÎàÈÎÚ‡ÙÂÛı·È ηο; Antiphan.
165, 1 K.-A. ï ÏÔÜÙfi˜ âÛÙÈ ·Ú·Î¿Ï˘ÌÌ· ÙáÓ Î·ÎáÓ, / z ÌÉÙÂÚ, ì ÂÓ›· <‰b> ÂÚÈÊ·Ó¤˜
Ù ηd / Ù·ÂÈÓeÓ; Men. fr. 92 K.-A. ÏÔÜÙÔ˜ ‰b ÔÏÏáÓ âÈÎ¿Ï˘ÌÌ\ âÛÙdÓ Î·ÎáÓ;4 375
ÙÔÜÙÔ ÌfiÓÔÓ âÈÛÎÔÙÂÖ / ηd ‰˘ÛÁÂÓ›·È ηd ÙÚfiÔ˘ ÔÓËÚ›·È / ηd ÄÛÈÓ Ôx˜ öÛ¯ËÎÂÓ
ôÓıÚˆÔ˜ ηÎÔÖ˜, / Ùe ÔÏÏa ÎÂÎÙÉÛı·ÈØ Ùa ‰\ ôÏÏ\ âϤÁ¯ÂÙ·È; negli scenici latini cfr.
anche Acc. trag. 621-622 nam huius demum miseret, cuius nobilitas miserias / nobilitat. Mas-
sime concettualmente analoghe non possono mancare nella tradizione proverbiale mo-
derna, spesso impegnata a denunciare i potenti: Boggione-Massobrio 359 (viii.2.1.4.e-
viii.2.1.4.g): «Danaro e cappa lunga nasconde ogni vergogna»; «Gli errori dei medici sono
ricoperti dalla terra, quelli dei ricchi dai danari»; «I denari son come le brache degli stu-
faioli; cuoprono le vergogne»; Arthaber nº 1426: «La veste copre gran difetti»; pi d 42: «Il

1 Gell. 2, 23, 19-21 Hi omnes motus eius affectionesque animi in Graeca quidem comoedia mirabiliter acres et illustres, apud
Caecilium autem pigra istaec omnia et a rerum dignitate atque gratia uacua sunt. (20) Post, ubi idem seruus percontando, quod
acciderat, repperit, has aput Menandrum uoces facit: “t ÙÚd˜ ηÎfi‰·ÈÌÔÓ ¬ÛÙȘ J˜ ¤Ó˘ Á·ÌÂÖ / ηd ·È‰ÔÔÈÂÖı\.ó˜
àÏfiÁÈÛÙfi˜ âÛÙ\ àÓ‹Ú / n˜ Ì‹ÙÂ Ê˘Ï·ÎcÓ ÙÒÓ àÓ·Áη›ˆÓ ö¯ÂÈ, / Ì‹Ù\, iÓ àÙ˘¯‹Û·˜ Âå˜ Ùa ÎÔÈÓa ÙÔÜ ‚›Ô˘ / â·ÌÊȤ۷È
‰‡Ó·ÈÙÔ ÙÔÜÙÔ ¯Ú‹Ì·ÛÈÓ / àÏÏ\ âÓ àηχÙŠηd Ù·Ï·ÈÒÚÅ ‚›Å / ¯ÂÈÌ·˙fiÌÂÓÔ˜ ˙” ÙáÓ ÌbÓ àÓÈ·ÚÒÓ ö¯ˆÓ / Ùe ̤ÚÔ˜
ê¿ÓÙˆÓ, <ÙáÓ ‰’> àÁ·ıáÓ Ôé ‰˘Ó¿ÌÂÓÔ˜. /\YbÚ ÁaÚ ëÓe˜ àÏÁáÓ ±·ÓÙ·˜ ÓÔ˘ıÂÙá” (fr. 298 K.-A.) (21) Ad horum au-
tem sinceritatem ueritatemque uerborum an adspirauerit Caecilius, consideremus. Versus sunt hi Caecilii trunca quaedam ex Me-
nandro dicentis et consarcinantis uerba tragici tumoris: “is demum … factio”. In generale sul raffronto operato da Gellio e
sui giudizi da lui espressi vd. L. Gamberale, La traduzione in Gellio, Roma, 1969, pp. 37-46; 75-90; A. Seele, Vergnügli-
ches Übersetzen, «au», 35, 1992, pp. 21-33; K. Lennartz, Non verba sed vim. Kritisch-exegetische Untersuchungen zu den Frag-
menten archaischer römischer Tragiker, Stuttgart-Leipzig, 1994, pp. 89-94 (incentrato sul frammento in esame); L. Hol-
ford-Strevens, Aulus Gellius: an Antonine Scholar and his Achievement, Oxford, 20053, pp. 197-201.
2 L’attenzione di parte della critica si è appuntata sull’ultimo verso del frammento ceciliano soprattutto per ten-
tare di giustificare il giudizio espresso da Gellio, che condanna nel passo latino la riduzione del testo originale e l’in-
troduzione di verba tragici tumoris. Secondo F. Leo (Geschichte der römischen Literatur, I. Die archaische Literatur, Berlin,
1913, pp. 223 n. 5-224) tali verba sono proprio quelli adoperati nel verso finale, enfatizzati dalla forte allitterazione, fi-
gura caratteristica tuttavia dello stile tragico quanto di quello comico (di qui la critica al giudizio di Gellio). Anche
per H. Haffter (Untersuchungen zur altlateinischen Dichtersprache, Berlin, 1934, pp. 86-87) la connotazione tragica è ri-
conoscibile nel verso finale, ma essa è data, oltre che dall’allitterazione, dal costrutto «Abstraktum als Subjekt mit
transitiven Verbum», che conferisce alla frase «ein harter und lapidarer Ton» (per analoghe strutture nei tragici cfr.
Enn. scaen. 49; Pacuv. trag. 109; Acc. trag. 621).
3 Non. p. 213, 11 L. (146, 12 M.) ‘opulentitas’ pro opulentia. … Caecilius Plocio: “opulentitate … factam” (Guardì, p. 174:
«La famiglia del giovane riconosce di aver fatto torto alla ragazza»). Per il tema ‘sociale’ nel Plocium cfr. anche com. 184
R.3 (179 G.) ibo ad forum et pauperii tutelam geram.
4 Lo stesso aforisma, con diverso ordo verborum, si trova inserito in uno gnomologio èdito da H. Schenkl, Das Flo-
rilegium òAÚÈÛÙÔÓ Î·d ÚÒÙÔÓ Ì¿ıËÌ·, «ws», 11, 1889, p. 30 nº 102 (1-42). Secondo L. Rychlewska (Turpilii comici frag-
menta, Leipzig, 1971 p. xii) il frammento menandreo potrebbe essere stato tradotto da Turpilio in com. 40 quia non mi-
nus res hominem quam scutus tegit.
136 marco cipriani
danaro copre gli errori dei ricchi, il matrimonio quelli delle donne, le serve quelli dei
preti e la terra quelli dei medici».
Si deve osservare, infine, che tra i frammenti di Cecilio si legge un verso molto simile
a quello in esame: com. 1411 R.3 (135 G.) ita eorum famam occultabat factio. Tramandato da
Nonio quale exemplum dell’uso di factio con il valore di ‘ricchezza’,1 il frammento viene
ascritto da alcuni editori alla commedia intitolata Philumena,2 un’attribuzione che solleva
qualche dubbio, connesso alla ricostruzione congetturale del titolo.3 Ribbeck ipotizzò in-
vece che il verso citato da Nonio coincidesse con quello analogo del Plocium,4 un’idea rac-
colta dal solo Warmington, il quale spiega la coincidenza con una corruttela che abbia
coinvolto il verso della Philumena e il titolo del Plocium.5 Non sussistono tuttavia argo-
mentazioni sufficienti per avvalorare l’atetesi del frammento, che appare sotto il profilo
paleografico difficilmente sostenibile; contro di essa, oltre le evidenti differenze testuali,
vale anche la constatazione che nelle 17 citazioni noniane tratte dal Plocium il titolo è sem-
pre attestato con sicurezza.

«Una lunga vita conosce molti dolori»


173-175 R.3 (169-171 G.)
Edepol, senectus, si nil quicquam aliud uiti
adportes tecum, cum aduenis, unum id sat est,
quod diu uiuendo multa, quae non uolt uidet.6
«Accidenti, vecchiaia, seppure nessun altro difetto portassi con te, quando arrivi, questo solo è
sufficiente, che vivendo a lungo si vedono molte cose che non si vuole vedere».
Il verso finale del passo, pronunciato con tutta probabilità da uno dei due senes che agi-

1 Non. p. 473, 24 L. ‘factio’ iterum significat opulentiam, abundantiam et nobilitatem. … (l. 35) Caecilius Philumena: “ita
… factio”. Il valore attribuito a factio da Nonio viene precisato nel ThlL (vi 1, 135, 55ss.) come consociatio hominum (no-
bilium vel opulentorum). Dal verbo facere nell’accezione di ‘collocare’ il sostantivo riceve il significato di ‘posizione, ran-
go’, con particolare riferimento ai gruppi sociali più abbienti, il che ha determinato la coincidenza dei due significati
di ‘partito dei nobili’ e ‘ricchezza, nobiltà’, per l’identificazione del potere sociale con quello economico: vd. R. Sea-
ger, Factio: some Observations, «jrs», 62, 1972, pp. 53-58; A. Bartole, Usi e valori del termine factio alla fine dell’età repub-
blicana, «BStudLat», 5, 1975, pp. 3-12.
2 Della palliata rimane un altro verso incompleto, dovuto anch’esso a Nonio: com. 141 R.3 (134 G.) qui panis soli cor-
bulam.
3 Nel lemma noniano dopo il nome di Cecilio i codici hanno filium in alta (filiumina ita il cod. Bernensis), lezione
certamente corrotta che lo Iunius (Nonius Marcellus De proprietate sermonum, industria Hadriani Iunii [Adrian de
Jongh], Antverpiae, 1565) emendò riconoscendo il titolo Philumena, accolto dalla maggior parte degli editori successi-
vi. La restituzione ope ingenii dell’inizio del verso (ita eorum) si deve invece a W. H. Gravert (Historische und philolo-
gische Analekten, Münster, 1833, p. 110), seguito da Lindsay (Nonii Marcelli, cit.) e Guardì (le precedenti soluzioni pro-
poste erano: lata eorum Iunius: altam Bothe: alta Spengel).
4 CRF3 p. 74: «Facile tibi persuadeas excidisse Philumenae locum et versum 4 in his latere». Secondo L. Quiche-
rat (Nonii Marcelli De compendiosa doctrina, Parisiis, 1872, p. 343 n.) la condanna del verso risale al Mosellanus (Peter
Schade, 1493-1524), registrata nelle note al testo noniano del Bentinus poste in appendice all’edizione aldina del 1527
(Castigationes in Nonii Marcelli commentarios adnotatis obiter locis aliquot … Michaelis Bentini opera, Venetiis, 1527; vd.
M. Barchiesi, Nevio epico, Padova, 1962, p. 163), ed era già condivisa dal Passeratius ( Jean Passerat [1534-1602], Co-
niecturarum liber, Parisiis, 1612).
5 Warmington, pp. 516-517 n. a: «fortasse Caecilius Philumena * * * * idem Plocio». Una confutazione dell’ipotesi è
stato tentata, con argomenti non dirimenti, da S. Jannacone, Nuovi frammenti della poesia scenica latina, «Antiquitas»,
1, 1946, pp. 56-59.
6 Il frammento è trasmesso in Cic. Cato 25 melius Caecilius de sene ‘alteri saeculo’ prospiciente quam illud idem, “ede-
pol … uidet” et multa fortasse quae uolt! Atque in ea quae non uult saepe etiam adulescentia incurrit. Illud uero idem Caeci-
lius uitiosus (seq. com. 28-29 R.3 [25-26 G.] Tum equidem in senecta hoc deputo miserrimum, / sentire ea aetate eumpse esse
odiosum alteri). La tradizione noniana omette il verso finale: p. 371, 4 L. ‘aduenire’, uenire. Caecilius Plocio “edepol …
sat est”.
20. cecilio stazio 137
vano nella commedia, è indicato come proverbiale da Roos.1 Una riflessione sulla lunga
età che costringe a vedere ciò che non si vorrebbe è presente già in Erodoto (1, 32, 1), pro-
nunciata da Solone nel corso del dialogo con Creso: âÓ ÁaÚ Ù† Ì·ÎÚ† ¯ÚfiÓÅ ÔÏÏa ÌbÓ
öÛÙÈÓ å‰ÂÖÓ, Ùa Ì‹ ÙȘ âı¤ÏÂÈ, ÔÏÏa ‰b ηd ·ıÂÖÓ. In Publilio Siro si legge una massima
analoga, nella quale si è voluta riconoscere una reminescenza del verso di Cecilio: sent. H
10 heu quam multa poenitenda incurrunt uiuendo diu.2 Per un concetto simile, sebbene più
generico, è possibile richiamare anche Sen. epist. 96, 3 omnia ista (scil. detrimenta) in longa
uita sunt, quomodo in longa uia et puluis et lutum et pluuia, e un paio di sentenze medievali
che equiparano una lunga vita a una lunga sofferenza: Walther, 13944 Longa uita, longa ca-
lamitas (cfr. pi v 1016 «Lunga vita, lunga tribolazione»); 38410c Multa longiore uita discimus,
sed et mala.3 Per quanto concerne la fortuna letteraria, Traina ritiene che la sentenza ce-
ciliana e un verso di Catullo (76, 5 multa parata manent in longa aetate) abbiano offerto al-
l’umanista Gregorio Correr (1409-1464) lo spunto per un verso del suo Liber satyrarum: sat.
4, 105 multa uidenda manenti in longa aetate.4 Pozzi richiama invece il frammento a propo-
sito di un passaggio del dialogo tra il bottaio Giusto e la sua anima ne I capricci del bottaio
di Giovan Battista Gelli: «Giusto: “Tu mostri, anima mia, di aver poco gustato quanto sia
bella cosa il vivere”. Anima: “Poco mostri di averlo gustato tu; perché, se tu avessi ben con-
siderato le cose che ne avvengono in ogni età, tu vedresti che son molto di più quelle che
dispiacciono altrui, che quelle che piacciono”».5

«Accetta ciò che viene, se non viene ciò che vuoi»


com. 176 R.3 (172 G.)
Patiere quod dant, quando optata non danunt.
«Accetta ciò che (gli dèi) danno, poiché non danno ciò che desideri».
Per questo senario, la cui fonte è ancora una volta il De compendiosa doctrina,6 non è possi-
bile ipotizzare la situazione scenica, né l’identità della persona loquens, benché la rassegna-
ta amarezza dell’enunciato suggerisca che a parlare sia un senex, come in Plaut. Aul. 88 pau-
per sum, fateor, patior; quod di dant fero (il vecchio Euclione alla serva Stafila). Il verso, nel
quale anche il confronto con il verso plautino induce a sottintendere il soggetto di, forse
menzionato nei versi antecedenti,7 potrebbe costituire la replica con cui il personaggio
correggeva un augurio, formulato in precedenza, del tipo di tibi dent, quaecumque optes
(Plaut. Asin. 46; vd. anche Capt. 355 di tibi omnes omnia optata offerant). L’invito ad accettare

1 Roos, Sentenza e proverbio, cit., p. 50.


2 Friedrich, Publilii, cit., p. 163: «Nec dubitandum videtur, quin Publilius, cum hunc versum funderet, respexe-
rit ad Caecilii Statii versum eum, quem Cicero […] attulit».
3 Per i motivi paremiografici incentrati sulla vecchiaia vd. R. Tosi, La tradizione proverbiale, in U. Mattioli (ed.), Se-
nectus. La vecchiaia nel mondo classico, vol. ii: Roma, Bologna, 1995, pp. 365-378, discussione e ampliamento di Tosi nº
638-665. All’interno della stessa opera vd. il saggio di A. Minarini, La Palliata, vol. ii, pp. 1-30, che però non tratta Ce-
cilio Stazio.
4 A. Traina, I versi latini di Gregorio Correr. Contributi a un’edizione critica, in G. Tournoy-D. Sacré (edd.), Ut gra-
num sinapis. Essays on neo-latine literature in honour of J. Ijsewijn, Louvain, 1997, p. 22 (14-23).
5 M. Pozzi, Trattatisti del Cinquecento, ii, Milano-Napoli, 1978, p. 1062 n. 2. Il curatore avverte anche che lo stesso
motivo è svolto da Plutarco nella Consolatio ad Apollonium (vol. i ed. Teubner, 101f-122a).
6 Non. p. 138, 13 L. (97, 14 M.) ‘danunt’, dant. … Caecilius Plocio: “patiere … danunt”. Per gli arcaismi del tipo danunt
vd. I. Livingston, A Linguistic Commentary on Livius Andronicus, New York-London, 2004, pp. 13-16; E. Karakasis, Te-
rence and the Language of Roman Comedy, Cambridge, 2005, p. 171.
7 Cfr. Ribbeck2 «di dant olim conieci, sed di in superioribus possunt memorati fuisse»; anche le traduzioni di War-
mington (p. 529: «the gods») e Guardì (p. 170) sottintendono lo stesso soggetto. Bothe proponeva invece di resti-
tuire il soggetto emendando patere, quod di dant.
138 marco cipriani
e sopportare ciò che viene dagli dèi è ben presente nelle letterature classiche (Otto 653):
Theogn. 591-592 ÙÔÏÌÄÓ ¯Úc Ùa ‰È‰ÔÜÛÈ ıÂÔd ıÓËÙÔÖÛÈ ‚ÚÔÙÔÖÛÈÓ, / ®Ëȉ›ˆ˜ ‰b ʤÚÂÈÓ
àÌÊÔÙ¤ÚˆÓ Ùe Ï¿¯Ô˜; Soph. Oed. Col. 1694 Ùe ıÂÔÜ Î·ÏᘠʤÚÂÈÓ (Ùe ʤÚÔÓ âÎ ıÂÔÜ Î·Ïá˜
ʤÚÂÈÓ ¯Ú‹ codd.); Eur. Phoen. 382 ‰ÂÖ Ê¤ÚÂÈÓ Ùa ÙáÓ ıÂáÓ; Sen. epist. 107, 9 optimum est pa-
ti, quod emendare non possis, et deum, quo auctore cuncta proueniunt, sine murmuratione comi-
tari.1 Diffusione ancora maggiore ha la più generica raccomandazione a tollerare con ani-
mo sereno quel che assegna la sorte e che non può essere mutato: Ter. Phorm. 138 quod fors
feret feremus aequo animo (Walther 9343 Ferre decet patienter onus quod ferre necessum / Qui ia-
cet inuitus, durius ille iacet); Cic. Sest. 143 quod acciderit, feramus; Publil. sent. F 11 Feras, non
culpes, quod mutari non potest; Sen. dial. 3, 16, 1 unum est leuamentum malorum ingenium, pati
et necessitatibus suis obsequi.2 Il concetto è fortemente radicato anche nelle lingue moder-
ne, come indicano alcuni proverbi italiani: «Quel che non si può cambiare conviene sop-
portare»; «Sopporta e non biasimare quel che non puoi cambiare» (pi s 1644-1645; cfr. dpi
5346); «Quando non s’ha quel che si vuole, bisogna amare quel che s’ha» (Boggione-Mas-
sobrio ix.14.5.49); «Chi non può fare quello che vuole, fa quello che può»; «Si fa quel che si
può e non quel che si vuole» (Boggione-Massobrio ix.18.1.27-27a).3
Non sembra condivisibile la scelta operata da Erasmo4 di accostare il verso di Cecilio
al motto Quae dantur (Adagia 3143), traduzione latina di un detto greco riportato da Cice-
rone (Att. 6, 5, 2 me … obiurgauit uetere prouerbio, Ùa ÌbÓ ‰È‰fiÌÂÓ·): «non admodum liquet
quid sibi velit, nisi quod coniicere licet Ùa ÌbÓ ‰È‰fiÌÂÓ· versum esse poetae cuiuspiam;
est enim hemistichium iambicum quod admonet quod a fortuna datur, id boni consulen-
dum esse et ferendum aequo animo quod mutari non queat. Plato in Gorgia videtur in-
dicare proverbium: NÜÓ ‰b ℇÛıËÓ Î·d ó˜ öÔÈÎÂÓ àÓ¿ÁÎË ÌÔÈ Î·Ùa ÙeÓ ·Ï·ÈeÓ ÏfiÁÔÓ
Ùe ·ÚeÓ Âs ÔÈÂÖÓ Î·d ÙÔÜÙÔ ‰¤¯ÂÛı·È Ùe ‰È‰fiÌÂÓÔÓ ·Úa ÛÔÜ».5 Per altri paralleli del-
l’espressione greca, paragonabile al nostro «A caval donato non si guarda in bocca»,6 cfr.
Cic. Att. 1, 14, 4 quidquid est datum libenter accepi; fin. 2, 82 accipio quod dant; fam. 1, 1, 2 quod
dat accipimus; Zenob. 3, 42 ‰ÒÚÔÓ ‰\ ¬ÙÈ ‰† ÙȘ, â·›ÓÂÈ (Sud. ‰ 1474); Otto Nachträge p. 34;
Tosi nº 1361.

«Vivi come puoi, se non puoi come vuoi»


com. 177 R.3 (173 G.)
Viuas ut possis, quando non quis ut uelis.
«Vivi come puoi, poiché come vuoi non puoi».
Nel frammento si coglie un invito alla rassegnazione, simile a quello espresso nel verso
precedente, che può riferirsi, secondo Traina,7 alla condizione dello sfortunato marito di
Crobile. Il senario è trasmesso da Donato8 a commento dell’analoga sentenza terenziana

1 Nelle letterature moderne cfr. Arthaber nº 76: «Quel chè disposto in cielo, convien che sia».
2 Per altre espressioni di contenuto affine vd. Tosi nº 502: \AÓ¿ÁÎ·È / ‰\ Ôé‰b ıÂÔd Ì¿¯ÔÓÙ·È; (Simon. 37, 29 Page)
nº 852: ™ÔÊÔÜ ÁaÚ àÓ‰Úe˜ Ùa˜ Ù‡¯·˜ Ô˜ÚıÒ˜ ʤÚÂÈÓ (Alex. fr. 254 K.-A.; vd. anche i loci similes segnalati da Arnott, Ale-
xis, The Fragments, cit. p. 717).
3 Per ulteriori esempi nelle principali lingue moderne vd. Arthaber 1292; Strauss 1735.
4 Erasmo, Adagia 4040 Quod dantur: «Conuenit cum eo quod alibi retulimus ex Cicerone».
5 Plat. Gorg. 499 c, per cui vd. E. R. Dodds, Plato Gorgias, Oxford, 1959, p. 317: «May also allude to a proverb: cf.
Cic. Att. 6, 5, 2».
6 D. R. Shackleton Bailey, Cicero, Letters to Atticus, iii, Cambridge, 1968, p. 267: «[Ùa ÌbÓ ‰È‰fiÌÂÓ·] sc. ‰¤¯Ô˘.
‘Beggars can’t be choosers’ comes to much the same thing» (vd. Strauss 626: «Beggars are no choosers»).
7 Traina, Comoedia, n. 4, p. 99.
8 Don. Ter. And. 805 ‘quando ut uolumus non licet’. Et ad praesentis et ad praeteritae uitae excusationem pertinet ista re-
sponsio, qua purgatur uoluntas in quaestu meretricio Chrysidis. Caecilius in Plocio: “uiuas … uelis”. Recepisco, con Bothe e
20. cecilio stazio 139
And. 805 ut quimus, aiunt, quando ut uolumus non licet (la serva Miside risponde al saluto del
senex Critone), nella quale il parentetico aiunt rivela che il motivo era già proverbiale per
i comici latini, che lo avevano certamente mutuato dagli originali greci. Molto vicino al-
la gnome ceciliana è il frammento menandreo 47 K.-A. ˙áÌÂÓ ÁaÚ Ôé¯ ó˜ ı¤ÏÔÌÂÓ, àÏÏ\
ó˜ ‰˘Ó¿ÌÂı· (= monost. 273 J.), registrato in quasi tutte le raccolte paremiografiche bi-
zantine,1 che viene solitamente attribuito all’\AÓ‰Ú›·2 sulla base dell’affinità con il verso
citato di Terenzio e con un altro passo dell’Andria (305-306 quoniam non potest id fieri quod
uis, / id uelis quod possit).3 Non si può escludere tuttavia che la sentenza greca fosse già sta-
ta parafrasata, con maggiore originalità, da Cecilio e che pertanto essa sia da ascrivere al
¶ÏfiÎÈÔÓ: l’inserzione di aiunt indicherebbe dunque che il proverbio fosse già noto a Te-
renzio al tempo della stesura dell’Andria, messa in scena, secondo la ben nota testimo-
nianza svetoniana (vita Ter. 3), dopo l’approvazione ricevuta dal comico insubre. Un’ipo-
tesi analoga è prospettata da Traina, secondo il quale Cecilio avrebbe imitato il verso
menandreo, conservandone il carattere gnomico ma adattandolo alla situazione del per-
sonaggio, che versa in evidenti difficoltà (di qui l’insistenza sulle sue ‘possibilità’); Teren-
zio avrebbe poi contaminato Menandro e Cecilio, inserendo la sentenza in un dialogo, e
subordinandone dunque il contenuto «all’ethos della scena». L’invito ad adattare la vita
alle possibilità piuttosto che ai desideri è comunque un topos delle letterature classiche:
Plat. Hipp. mai. 301 c ÙÔÈ·ÜÙ·, t ^I›·, Ùa ì̤ÙÂÚa âÛÙÈÓ, Ôé¯ Ôx· ‚Ô‡ÏÂÙ·› ÙȘ, Ê·ÛdÓ
ôÓıÚˆÔÈ ëοÛÙÔÙ ·ÚÔÈÌÈ·˙fiÌÂÓÔÈ, àÏÏ\ Ôx· ‰‡Ó·Ù·È (anche Platone, per bocca di So-
crate, definisce il concetto proverbiale); Crat. 425 b ¬ˆ˜ ôÓ ‰˘ÓÒÌÂı· ÚÔÂÈfiÓÙ˜; De-
most. 57, 31 ˙ÉÓ Ôé¯ ¬ÓÙÈÓ· ÙÚfiÔÓ ‚Ô˘ÏfiÌÂı·; Herond. 2, 9 ˙áÌÂÓ Ôé¯ ó˜ ‚Ô˘ÏfiÌÂÛı\, àÏÏ\
ó˜ ì̤·˜ / ï ηÈÚe˜ ≤ÏÎÂÈ.4 Erasmo (Adagia 743 ut possumus quando ut uolumus non licet: «se-
narius prouerbialis, quo monemur tempori ac necessitati seruiendum esse»)5 accosta al-
tre due sententiae menandree, «in cui il volere ma non potere è applicato all’arrichirsi […]
e al vivere bene»:6 monost. 104 J. ‚Ô˘ÏfiÌÂı· ÏÔ˘ÙÂÖÓ ¿ÓÙ˜, àÏÏ\Ôé ‰˘Ó¿ÌÂı·; 329 ¿ÓÙ˜
ηÏᘠ˙ÉÓ ı¤ÏÔÌÂÓ, àÏÏ\ Ôé ‰˘Ó¿ÌÂı·. In ambito latino, dopo le formulazioni comiche
(Plaut. Persa 16-17 o Sagaristio, di ament te.:: o Toxile, dabunt di quae exoptes. / ut uales?:: ut
queo; Ter. Heaut. 666 non licet hominem esse saepe ita ut uolt, si res non sinit)7 e la possibile ri-
presa del verso dell’Andria da parte di Plinio il Giovane (paneg. 61, 4 ut felicitatis est, quan-

Guardì, la correzione non quis introdotta dal Fabricius; P. Wessner (Donati Scholia in Terentium, I, Lipsiae, 1902) con-
serva il nequit della maggioranza dei codici, mentre Ribbeck, seguito da Warmington, congettura nec quis.
1 Zenob. 4, 16 ˙áÌÂÓ … ‰˘Ó¿ÌÂı·Ø âd ÙáÓ Ìc ηÙa ÚÔ·›ÚÂÛÈÓ ˙áÓÙˆÓ; Diogen. 4, 100 ˙áÌÂÓ … ‰˘Ó¿ÌÂı·Ø âd ÙáÓ
àÚÔ·ÈÚ¤Ùˆ˜ ˙ÒÓÙˆÓ; Ps. Diogen. Vindob. 2, 81; Greg. Cypr. 2, 58; Greg. Cypr. Mosq. 3, 57; Macar. 4, 31; Apost. 8, 38;
Arsen. 27, 56; Suda ˙ 133.
2 Questa è la scelta praticata dagli editori dei fragmenta menandrei (Meineke, Körte e Kassel-Austin); di diverso
avviso A. Saekel, Quaestiones comicae de Terenti exemplaribus Graecis, Diss. Berlin, 1914, pp. 19-20.
3 Anche in questo caso risulta interessante la lettura del commento donatiano: consolatio, ad id quod fieri non po-
test, <id quod fieri potest> suadens; “id uelis quod possit” prouerbiale est.
4 A commento del passo di Eronda W. Headlam e A. D. Knox (Herodas, The mimes and fragments, Cambridge,
1922, p. 73) offrono una serie di paralleli, non del tutto pertinenti, in quanto l’analogia è limitata a una delle due con-
dizioni della gnome menandrea: Herod. 1, 71 ÛÈÙ¤ÔÓÙ·È ‰b Ôé¯ ¬Û· âı¤ÏÔ˘ÛÈ, àÏÏ\ ¬Û· ö¯Ô˘ÛÈ; Aristot. 1317b 11 Ùe ˙ÉÓ
ó˜ ‚Ô‡ÏÂÙ·› ÙÈ˜Ø ÙÔÜÙÔ ÁaÚ Ùe Ùɘ âÏ¢ıÂÚ›·˜ öÚÁÔÓ ÂrÓ·› Ê·ÛÈÓ, ÂúÂÚ ÙÔÜ ‰Ô˘Ï‡ÔÓÙÔ˜ Ùe ˙ÉÓ Ìc ó˜ ‚Ô‡ÏÂÙ·È; Men. fr.
870 K.-A. ì‰f Á\ àÔıÓ“ÛÎÂÈÓ ¬ÙÅ ˙ÉÓ Ìc ¿ÚÂÛı\ è˜ ‚Ô‡ÏÂÙ·È; 236, 8; Philem. 157 K.-A.; Demad. 179, 21 ö˙ˆÓ ó˜
ä‰˘Ó¿ÌËÓ; Demost. 19, 249 ¬ˆ˜ 䉇ӷÙÔ, àÏÏ\ ÔsÓ âÓ Ù·‡Ù– Á ö˙Ë; Plut. Lycurg. 24, 1; Sen. dial. 9, 2, 6 uiuunt non quo-
modo uolunt, sed quomodo coeperunt.
5 Per il motto Tempori serviendum est, che invita ad adattarsi alle circostanze, vd. Tosi nº 571.
6 Tosi nº 493, pp. 233-234.
7 Come generici inviti alla rassegnazione si configurano i luoghi plautini raccolti da von Wyss, p. 63: Aul. 187 pol
si est animus aequos tibi, sat habes, qui bene uitam colas; Capt. 202 in re mala animo si bono utare, adiuuat; Pseud. 452 bonus
animus in mala re dimidiumst mali; Rud. 402 animus aequus optumum est aerumnae condimentum.
140 marco cipriani
tum uelis, posse, sic magnitudinis uelle, quantum possis), il motivo conosce nuova fortuna
presso gli autori cristiani, soprattutto con citazioni letterali (Aug. civ. 14, 25 p. 52, 25; trin.
13, 7, 10; beat. vit. 25; cfr. anche Comment. Lucan. B 4, 486) e riecheggiamenti1 dei versi
dell’Andria. Il successo dei versi comici si riscontra anche nelle sentenze medievali: Wal-
ther 32529 (verso dell’Andria); 28756 si non ut uolumus, tamen ut possumus (banalizzazione
del precedente, osserva Tosi); 44410 (il verso di Cecilio); per il medioevo volgare vd. «Les
anciens ont faict devant Leurs jours, il faut les nostres faire» (riportato in tpma vii pp. 317,
5.2.331; vd. anche xiii pp. 210-211, tra cui Ut possum facio, mihi quando uelle negatur). Per le ri-
prese del tema nei proverbi delle lingue moderne vd. Arthaber nº 1141: “Chi non può fare
come vuole, faccia come può» (cfr. dpi 5141: «Se non si può fare come si vuole, si fa come
si può»; PI f 327: «Fai come puoi, se non puoi come vuoi»); «Chi non può quel che vuol,
quel che può voglia; / che quel che non si può, folle è il volere; / adunque saggio è l’uo-
mo da tenere, / che da quel che non può, suo voler toglia» (sonetto di Leonardo da Vinci;
il primo verso è riproposto da Giovanni Battista Guarini, Il pastor fido, iii, 453); Cui quae
uult non licent, ea faciat, quae potest (citato senza indicarne la provenienza, forse anch’esso
di origine medievale); «Quand on ne peut faire comme on veut, il fut faire comme on
peut»; «Si non como queremos, pasamos como podemos»; «Wer nicht kann, wie er will,
muss wollen, wie er kann»; «Man kann nicht immer, was man will; der ist mein Mann,
der sich bescheidet das zu wollen, was er kann»; «If we can’t as we would, we must do as
we can» (su cui vd. Strauss 828).

«Piantare alberi per le generazioni future»


com. 207-208 G. (210 R.3)
serit arbores, quae alteri saeculo prosient
«Pianta alberi che giovino all’altra generazione».
Il frammento, tramandato in due diversi passi da Cicerone,2 apparteneva alla palliata dal ti-
tolo Synephebi («I compagni di efebia»: com. 199-215 R.3 [196-213 G.]), verosimilmente adat-
tata da un originale menandreo.3 L’intreccio riguardava probabilmente le vicende di due
adulescentes cresciuti insieme, che cercavano di procurarsi il denaro necessario per conti-
nuare a frequentare o riscattare le fanciulle amate; uno dei due, potendo contare sulla libe-

1 Otto 1456: Aug. civ. 14, 15 p. 36, 18 ut, quoniam noluit, quod potuit, quod non potest, uelit, accostato da Tosi nº 493,
p. 234 al dantesco «Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole» (Inf. 3, 95-96); Nachträge Otto, p. 285: Aug. epist.
10, 1 p. 23, 17-19; Sev. Aug. epist. 109, 1 p. 635, 6-8; Ps. Paul. Nol. carm. app. 3, 237-238; Cassian. c. Nest. 7, 14, 1; Greg. M.
past. 3, 15; vd. inoltre Porph. Hor. epist. 2, 1, 257 hoc uetus esse dictum Aristarchi ferunt, qui cum multa reprehenderit et in
Homero, aiebat neque se posse scribere quem ad modum uellet, neque uelle quem ad modum posset; Maxim. eleg. 4, 54 nec quod
non possum non uoluisse meum est.
2 Cic. Cato 24 nemo est enim tam senex qui se annum non putet posse uiuere; sed idem in iis elaborant, quae sciunt nihil ad
se omnino pertinere: “serit … prosient”, ut ait Statius noster in Synephebis. (25) … Et melius Caecilius de sene ‘alteri saeculo’ pro-
spiciente quam illud idem (seq. com. 173-175 R.3 [169-171 G.]) … Illud uero idem Caecilius uitiosus (seq. com. 28-29 R.3 [25-26
G.]); Tusc. 1, 31 “serit … prosint” ut ait <Statius> in Synephebis, quid spectans nisi etiam postera saecula ad se pertinere? ergo
arbores seret diligens agricola, quarum aspiciet bacam ipse numquam; uir magnus leges instituta rem publicam non seret?.
3 Commedie intitolate ™˘Ó¤ÊË‚ÔÈ furono composte da Menandro (fr. 348 K.-A.), Apollodoro (12 K.-A.) ed Eufrone
(9 K.-A.; sul versante latino conosciamo i Synephebi di Pomponio, Atell. 1671 R.3). Sulla scorta di un noto passo cicero-
niano (fin. 1,4 Synephebos ego, inquit, potius Caecilii aut Andriam Terentii quam utramque Menadri legam?; cfr. opt. gen. 18), è
possibile stabilire che Cecilio si sia servito anche in questo caso dell’originale menandreo, di cui non rimane alcun fram-
mento ma solo due testimonianze, di Zenobio (Ath. 3, 37) e di uno scoliasta aristofaneo (Av. 1490b). L’apprezzamento di
Cicerone per i Synephebi, dimostrato dal luogo del De finibus e dalla tradizione di tre frammenti sui quattro superstiti,
era forse dovuto al sovvertimento operato da Cecilio di alcuni cliché della commedia plautina, percepibile in partico-
lare nei frammenti 199-209 R.3 ([196-206 G.] un adulescens si lamenta dell’eccessiva generosità del padre) e 211-214 R.3
([209-212 G.] una meretrix non accetta il denaro dell’amante, ma potrebbe trattarsi di un brano parodico).
20. cecilio stazio 141
ralità del proprio padre, soccorreva l’altro e dopo alcune peripezie, alle quali prendeva par-
te certamente anche un servo (vd. fr. seguente), entrambi riuscivano nel loro intento, unen-
dosi in matrimonio. Nonostante i dubbi relativi alla costituzione del testo e, di conseguen-
za, alla lettura metrica,1 il frammento può essere agevolmente riferito al comportamento
del pater lenis, certamente un contadino (cfr. Cic. Tusc. 1, 31 ergo arbores seret diligens agrico-
la) che, parafrasando Cicerone, «si affatica in lavori che sa che non lo riguardano affatto» (in
iis elaborant, quae sciunt nihil ad se omnino pertinere),2 agendo per il benessere futuro del pro-
prio figlio. La situazione presentata nel frammento appare dunque opposta a quella de-
scritta da Plauto nel prologo del Mercator, dove l’adulescens Carino ricorda la rigida educa-
zione che suo padre Demifone ricevette dal proprio genitore, che lo costringeva a lavorare
i campi ripetendogli di continuo (vv. 71-72): tibi aras, tibi occas, tibi seris; tibi inde metes, / tibi
denique iste pariet laetitiam bos.3 Questi versi sono contrapposti da Erasmo (Adagia 582; Col-
lect. 78) all’espressione, anch’essa plautina (Epid. 265), mihi istic nec seritur nec metitur (nisi ea
quae tu uis uolo), rivolta dal servo Epidico al senex Perifane e divenuta proverbiale per espri-
mere disinteresse e rifiuto dell’assuzione di responsabilità (Otto 1106). Lo stesso Erasmo
chiarisce ulteriormente il valore metaforico della semina, presumibile anche nel fram-
mento ceciliano: «Qui sementem facit, is suo impendio suoque periculo facit. Qui metit,
compendium accipit et in tuto est». Il motivo della cura dei frutti goduti dalle generazioni
future, che è lecito supporre Cecilio abbia desunto dal modello menandreo, è divenuto ce-
lebre soprattutto grazie al virgiliano carpent tua poma nepotes (ecl. 9, 50), passato in prover-
bio per esprimere fiducia nel futuro e ottimismo, nella fattispecie ispirati dall’avvento del-
l’età augustea (Tosi nº 857). Una metafora analoga si può cogliere ancora in Virgilio (georg.
2, 57-58 arbos / tarda uenit, seris factura nepotibus umbram) e in Seneca (epist. 86, 14 hoc nobis se-
nibus discere necessarium est, quorum nemo non oliuetum alteri ponit), che richiama di seguito
la citazione dalle Georgiche; meno evidente risulta invece l’affinità con georg. 2, 294 immota
(aesculus) manet multosque nepotes, / multa uiruom uoluens durando saecula uincit, passo più
volte accostato ai precedenti dai commentatori.4 La diffusione del motivo del piantare al-
beri quale beneficio per i posteri si coglie anche nel «rovesciamento parodico»5 che ne offre

1 Recepisco il testo licenziato, tra gli altri, da Guardì e J. G. F. Powell (Cicero, Cato maior de senectute, Cambridge,
1988, p. 155), che scandiscono il frammento in quaternari cretici, preferendo la scrittura con anaptissi del Cato al saeclo
delle Tusculanae, sebbene quest’ultima appaia lezione arcaica e difficilior, criteri seguiti per l’adozione di prosient, testi-
moniato dalla seconda mano del codice P del Cato contro il prosint del resto della tradizione. Meno affidabile mi sem-
bra la sistemazione del frammento raccomandata da G. Salanitro (Caec. Stat. Syneph. fr. 2 Ribbeck, «Helikon», 9-10,
1969-70, pp. 698-700), che recupera la correzione saeclo alteri quae prosient (ia6), già introdotta da F. Ramorino (Il Catone
Maggiore, Torino, 1900 p. 26), suffragandola con la traduzione greca del Cato di Teodoro Gaza (G. Salanitro, Theodo-
rus Gaza M. T. Ciceronis liber de senectute in Graecum translatus, Leipzig, 1987, p. 72), la cui resa ·åÒÓ· ≤ÙÂÚeÓ Á\ çÓ‹ÛÂÈ con-
serverebbe l’originale ordo verborum, alterato dal desiderio del copista di riprodurre il simplex ordo (vd. G. Thomson,
Simplex ordo, «cq», 15, 1965, pp. 161-175) e dall’influsso dell’espressione alteri saeculo che occorre nelle righe successive. Ci
si attenderebbe, tuttavia, che lezioni antecedenti influenzassero la seguente, e non viceversa, e inoltre il peso della ver-
sione di Gaza (basata, secondo Salanitro, Theodorus, cit., p. XVII, su un codice «cui variae lectiones ab aliis codicibus
manantes adpositae erant») non può essere superiore a quello della tradizione manoscritta delle due opere di Cicerone.
2 Si noti come anche la frase precedente di Cicerone sia passata in proverbio: nemo est tam senex, qui se annum non
putet posse uiuere (Tosi nº 642).
3 Per Terenzio, in cui serere è del tutto assente, A. H. Groton (Planting Trees for Antipho in Caecilius Statius’ Syne-
phebi, «Dioniso», 60, 1990, p. 63 [pp. 58-63]) ricorda, in un contesto diverso il sacrificio del senex Menedemo, addolora-
to per la fuga del figlio: Heaut. 138-139 interea usque illi de me supplicium dabo, / laborans, parcens, quaerens, illi seruiens.
Nella sentenza ceciliana Traina (Comoedia, cit., p. 105) ravvisa l’espressione di una nuova sensibilità: «È segno della
nuova humanitas latina questo far risuonare sulle scene di Roma la massima menandrea, che insegna a guardare oltre
la vita del singolo, al bene dei posteri, e ad aver fede in un lavoro, i cui frutti non saranno per noi». Non riesco a indi-
viduare la sentenza di Menandro a cui si riferisce Traina.
4 Vd. e. g. R. G. M. Nisbet, M. Hubbard, A Commentary on Horace. Odes Book ii , Oxford, 1991, p. 207.
5 E. Romano, Q. Orazio Flacco, Le opere, I: Le odi il carme secolare gli epodi, i. 2, Roma, 1991, p. 683.
142 marco cipriani
Orazio: carm. 2, 13, 1-4 ille et nefasto te posuit die, / quicumque primum, et sacrilega manu produ-
xit, arbos, in nepotum / perniciem opprobriumque pagi; amarezza e rassegnazione per l’impos-
sibilità di godere delle piante coltivate traspaiono invece da carm. 2, 14, 22 neque harum, quas
colis, arborum / te praeter inuisas cupressos / ulla breuem dominum sequetur.1 Attestazioni del to-
pos del contadino che pianta alberi per le generazioni future si trovano anche nel folklore e
nella letteratura ebraica2 e araba.3 Per espressioni affini ma di segno negativo, in riferi-
mento alle fatiche compiute da alcuni, di cui altri godranno i frutti, vd. Hesiod. Theog. 599
àÏÏfiÙÚÈÔÓ Î¿Ì·ÙÔÓ ÛÊÂÙ¤ÚËÓ â˜ Á·ÛÙ¤Ú\ àÌáÓÙ·È; Diogen. 2, 62 ôÏÏÔÈ ÌbÓ Û›ÚÔ˘ÛÈÓ, ôÏÏÔÈ
‰b àÌ‹ÛÔÓÙ·È (Greg. Cypr. 1, 55; Apost. 2, 24).4 Un accento malinconico, estraneo all’al-
truismo supposto nel personaggio ceciliano, si trova in analoghi proverbi italiani: «Chi pian-
ta l’albero non mangerà i suoi frutti» (PI f 1518: «Spesso chi intraprende un’opera, un’im-
portante iniziativa non riuscirà a vederne i risultati né a goderne i vantaggi»); «Il vecchio
pianta la vite, il giovane la vendemmia» (DPI 5791).5 Concorda pienamente invece con l’ab-
negazione del senex ceciliano e con l’humanitas del verso la ripresa che ne fece Carlo Emi-
lio Gadda nella stesura di una novella rimasta incompleta: «“Alteri saeculo”, pensò nella sua
anima generosa e campestre, piantando li asparagi. “Chi pianta datteri non mangia datte-
ri” diceva con l’occhio velato dalla tristezza. “Saranno per i miei figli”, sospirò».6
Per completare l’analisi del passo dei Synephebi è opportuno dar conto delle ipotesi di
individuare nelle opere di Cicerone altri frammenti ceciliani, che farebbero parte della
medesima scena.
Cic. Cato 25 Nec uero dubitat agricola, quamuis sit senex, quaerenti cui serat respondere: “dis immortali-
bus, qui me non accipere modo haec a maioribus uoluerunt, sed etiam posteris prodere”.7
«E certamente non esita il contadino, sebbene sia vecchio, nel rispondere a chi gli chiede per chi se-
mina: “Per gli dei immortali, i quali vollero che io non solo ricevessi ciò dai miei progenitori, ma
anche che lo affidassi ai posteri”».
La collocazione del passo, immediatamente seguente la citazione del fr. 207-208 G., la
menzione di un senex agricola e il nuovo richiamo all’azione del serere alicui hanno fatto
supporre8 che le parole di Cicerone celino un altro frammento di Cecilio tratto dai Syne-

1 Sul cipresso quale albero funerario vd. Philod. de morte 4, 38, 35-36 Ôé‰b ÙcÓ àı·Ó·Û›·Ó àÂÏÈ˙ÂÈ, ηı¿ÂÚ âÛÙd
‰ÉÏÔ˜ ôÚÙÈ Î[˘]·Ú›ÙÙÔ˘˜ Ê˘Ù‡ˆÓ con il commento di M. Gigante, Ricerche filodemee, Napoli, 19832, pp. 220-221.
2 Vd. Powell, Cicero, Cato, cit., p. 155 e H. Jacobson, Trees in Caecilius Statius, «Mn», 30, 1977, p. 291, il quale sot-
tolinea che in Cecilio si registra la prima occorrenza del motivo.
3 S. Thompson, Motif-index of Folk-literature, Copenhagen, 1955, J 701.1, l’opera è segnalata da Powell, che sug-
gerisce, meno opportunamente, anche la consultazione del saggio del fisiologo e scrittore statunitense O. W. Hol-
mes, The Autocraft of the Breakfast-Table, Boston, 1868, che nel cap. vii (p., 180 sgg.) fa riferimento al De senectute, ma
senza alcun accenno al tema suggerito nel frammento di Cecilio.
4 Vd. inoltre tpma vii pp. 422-423, 2.4.1.151-165; Tosi nº 264 e 262 Sic vos non vobis («talora impropriamente citato
per affermare la necessità di operare con abnegazione, mirando al bene altrui»).
5 A. Falassi, Proverbi toscani commentati, Palermo, 1979, p. 78: «È usato di preferenza a commentare, con sfuma-
ture di significato negative, il mal fare di una generazione che dilapida o rovina quanto la precedente aveva con sfor-
zo preparato o accumuto».
6 L’abbozzo della novella Villa in Brianza è pubblicato, con commento di E. Manzotti, in I quaderni dell’ingegnere.
Testi e studi gaddiani, I, Milano-Napoli, 2001, p. 14 (ora in P. Antonello, M. Porro [edd.], Gadda e la Brianza. Nei luo-
ghi de “La cognizione del dolore”, Milano, 2007, p. 7). L’eco del frammento ceciliano si legge anche in un passo de Il ca-
stello di Udine (G. Lucchini, E. Manzotti, R. Rodondi [edd.], C. E. Gadda, Romanzi e racconti, i, Milano, 19933, p. 197),
come rileva E. Narducci, La gallina Cicerone. Carlo Emilio Gadda e gli scrittori antichi, Firenze, 2003, p. 30 n. 80. Secon-
do P. Faider (Le poète comique Cécilius. Sa vie et son oeuvre, «mb», 13, 1909, p. 22 n. 1 [5-35]) il passo di La Fontaine «Mes ar-
rière-neveux me devront cet ombrage» non imita Cecilio, secondo quanto ipotizzato da L. Quicherat (Un vers de Cae-
cilius traduit par La Fontaine, Mélanges de philologie, Paris, 1879, pp. 316-322), ma risente della lettura di Verg. georg. 2, 58.
7 Una parte del frammento è riportata anche in Non. p. 577 L. (363, 37 M.): ‘prodere’ etiam protendere uel edere. … M.
Tullius … et de Senectute: “non … prodere”.
8 Jacobson, Trees, cit.; Powell, Cicero, Cato maior, cit., p. 156.
20. cecilio stazio 143
phebi. Poiché la risposta dell’agricola senex non appare riconducibile a forma metrica sen-
za intervenire pesantemente sul testo tràdito,1 non è possibile attribuire il testo a Cecilio,
ma si deve piuttosto pensare alla rielaborazione offerta da Cicerone di un passo comico.
Non si può escludere che il contadino evocato sia solo una figura esemplare e non un per-
sonaggio della commedia e che la frase sia quindi stata interamente coniata da Cicerone,
ma bisogna concordare con Powell nel ritenere che il contesto del brano, con la cita-
zione di tre frammenti del comico nello spazio di poche righe, rende tale ipotesi meno
probabile. Non assumono invece particolare rilievo le osservazioni di Powell riguardo il
vocabolario della frase «thoroughly Ciceronian» e l’attribuzione dell’intero passo a Cice-
rone da parte di Nonio: risulta, infatti, quantomeno azzardato ricavare indizi da compa-
razioni stilistiche tra l’opera dell’Arpinate e i pochi frammenti superstiti di Cecilio, e inol-
tre Nonio non avrebbe avuto interesse ad ascrivere la citazione al comico, se anche l’avesse
riconosciuta come tale.2 L’interpretazione più plausibile consiste dunque nel leggere il
passo come una parafrasi operata da Cicerone di un luogo della palliata: benché la di-
chiarazione del senex di seminare a vantaggio degli dèi appaia in contrasto con l’alteri sae-
culo della citazione precedente, non si può escludere che l’apparente contraddizione si rea-
lizzasse all’interno della stessa scena o nel seguito dell’intreccio.3
Cic. de orat. 2, 242 In re est item ridiculum, quod ex quadam deprauata imitatione sumi solet … ex hoc ge-
nere est illa Rosciana imitatio senis: “Tibi ego, Antipho, has sero’, inquit, senium est, cum audio”.
«Il ridicolo basato sui fatti si ha anche quando si fa derivare da una caricatura […] A questo genere
appartiene quella famosa imitazione del vecchio fatta da Roscio: “‘Io pianto queste per te, Antifo-
ne’ – disse – è un fastidio quando lo sento”».
Un ragionamento analogo a quello svolto in precedenza concerne questo luogo del se-
condo libro del De oratore, nel quale il retore Cesare Strabone, discutendo dei genera fa-
cetiarum, ricorda l’imitazione di un senex da parte dell’attore comico Roscio riportando
il frammento di una palliata – registrato da Ribbeck fra gli adespoti (Pall. inc. inc. 1 R.3)
–, nel quale si allude a un vecchio che pianta alberi a favore di un certo Antipho, proba-
bilmente suo figlio, in evidente affinità con il frammento di Cecilio serit / arbores, quae al-
teri saeculo prosient. L’accostamento fu suggerito da Bergk,4 che propose di considerare
le parole tibi … sero un frammento dei Synephebi, appartenente alla medesima scena del
precedente. L’ipotesi ha guadagnato consenso5 ed è stata riconsiderata e ampliata in
tempi recenti da Groton,6 che conserva l’attribuzione a Cecilio della citazione e propo-
ne di includervi anche le parole inquit … audio, pronunciate dal personaggio dell’adule-
scens, verosimilmente il nominato Antifone, che, interpretato sulla scena dall’attore Ro-
scio, imitava in maniera caricaturale la parlata del senex, ripetendone con fastidio la
battuta udita in un colloquio precedente. La proposta, che dispone di efficaci argomen-

1 H. Anz (Kritische Bemerkungen zu Ciceros Cato Maior, Paradoxa, Somnium, Progr. Quenlindburg, 1890, p. 5) riela-
bora la citazione in senari giambici, mentre L. Havet («crai», 44, 1900, p. 148; «aehe», 1900, 5-19) ricostruisce una scan-
sione cretica; entrambi i tentativi sono scartati da Powell, che rinuncia opportunamente a restituire forma metrica
al passo.
2 Il lessicografo ascrive correttamente le due citazioni seguenti a Cecilio, ma è evidente che in entrambi i casi la
paternità dei versi è resa più trasparente dal testo di Cicerone: Cato 25 et melius Caecilius de sene alteri saeculo prospiciente
quam illud idem (seq. com. 173-175 R.3)…; illud uero idem Caecilius uitiosius (seq. com. 28-29 R.3).
3 In questa direzione vd. Groton, Planting Trees, cit., p. 62.
4 Th. Bergk, Ind. lect. Marburg, p. vi (v-vii; = R. Peppmüller [ed.], Kleine Philologische Schriften von Th. Bergk, I:
Zur römischen Literatur, Halle, 1884, pp. 217-218 n. 1).
5 W. Zillinger, Cicero und die altrömischen Dichter, Diss. Würzburg, 1911, p. 148 n. 2; A. D. Leeman, H. Pinkster,
E. Rabbie, M. Tullius Cicero, De oratore libri iii , iii Bd. (Buch ii, 99-290), Heidelberg, 1989, pp. 248-249.
6 Groton, Planting Trees, cit.
144 marco cipriani
ti,1 non impedisce, se accolta, di unire in un’interpretazione coerente le tre presunte ci-
tazioni di Cecilio riportate da Cicerone: in serit … prosient qualcuno elogia il comporta-
mento del senex a vantaggio del figlio Antifone; le parole dis immortalibus … posteris pro-
dere, sebbene parafrasate, sono pronunciate dal vecchio contadino, che in risposta alla
domanda di qualcuno, dichiara di offrire le sue fatiche agli dèi e di affidare, per loro vo-
lere, i frutti del lavoro nei campi ai posteri; nel frammento del De oratore Antifone fa il
verso al padre, disprezzandone la dedizione al lavoro.

«La faccenda è giunta alla corda»


com. 215 R.3 (213 G.)
A: Ad restim res redit. B: immo collus, non res; nam ille argentum habet.
A: «La cosa è giunta alla corda». B: «Non la cosa, il collo, poiché il denaro lo ha lui».
Nello scambio di battute, riportato da Nonio per l’uso di collus al maschile,2 il primo per-
sonaggio, disperato, dichiara che non gli resta altro da fare che ricorrere alla corda per
impiccarsi, il secondo lo corregge, sciogliendo bruscamente la metafora e richiamando
esplicitamente il suicidio mediante impiccagione. La replica dell’interlocutore chiarisce
anche il motivo del turbamento: un terzo personaggio è entrato in possesso di una som-
ma di denaro. Si tratta forse del dialogo tra un adulescens, il personaggio A, e il suo ser-
vus, riconoscibile dalla cinica salacità della replica;3 il denaro di cui si parla era destinato
verosimilmente al riscatto di una cortigiana, ma ora è finito nelle mani di un antagoni-
sta, forse un soldato o un lenone. L’efficacia del verso è espressa dal ‘calembour’ tra res
e collus e dalla locuzione allitterante ad restim res redit, che ricorre anche in Ter. Phorm.
686 ad restim mihi quidem res redit planissume, allorché il giovane Antifone si dispera con
il servo Geta, parallelo che sembra confermare l’identità ipotizzata per i due personag-
gi dei Synephebi. Non è tuttavia necessario cogliere nel verso di Terenzio una remine-
scenza di quello di Cecilio, come è stato supposto:4 il sintagma res redit, ampliato da un
terzo elemento allitterante, si ritrova infatti anche in Ter. Haut. 931 mihi illac uere ad ra-
stros res redit5 e l’intera espressione con ad restim era forse divenuta idiomatica per allu-
dere a una situazione senza via d’uscita. Essa era inserita tra gli adagia già da Erasmo6 e

1 Le ragioni della Groton si possono così sintetizzare: 1) le parole da tibi ad audio formano un ineccepibile sena-
rio giambico; 2) è preferibile pensare che un personaggio della commedia indichi le parole del vecchio come motivo
di fastidio, piuttosto che far dire a Strabone che «quando (lo) ascolta, (Roscio) è la vecchiaia in persona» (questa la tra-
duzione se si fa terminare il frammento con sero; senium definisce infatti sia la vecchiaia, sia il fastidio che essa procu-
ra), ribadendo così e banalizzando la bontà dell’imitazione; 3) le parole di Strabone illa Rosciana imitatio senis non pos-
sono riferirsi all’interpretazione del vecchio da parte dell’attore, ché non di ‘imitazione’, ma di recitazione si tratta,
bensì piuttosto alla ripetizione in chiave caricaturale della battuta da parte di un diverso personaggio impersonato da
Roscio.
2 Non. p. 295, 16 L. (200, 16 M.) ‘collus’ masculino … Caecilius … Synephebis: “ad … habet”.
3 Spengel, p. 50: «Faceta servi responsio»; per lo scambio di battute l’editore monacense richiama Plaut. Trin. 418-
419:: nequaquam argenti ratio comparet tamen. /:: ratio quodem hercle apparet: argentum Ôú¯ÂÙ·È.
4 M. Deufert, Textgeschichte und Rezeption der plautinischen Komödien im Altertum, Berlin-New York, 2002, p. 26 n.
49; Guardì, p. 185: «[il verso] è stato poi ripreso da Terenzio». Si noti peraltro come in Terenzio l’effetto fonico del-
l’allitterazione sia fortemente attenuato dall’inserzione di miquidem.
5 Cfr. anche Phorm. 55 adeo res redit; Lucr. 1, 248 haud … redit ad nihilum res ulla; 3, 910 ad somnum si res redit atque
quietem.
6 Erasmo, Adagia 421 Ad restim res rediit (Collect. 165): «Hoc adagio summa rerum desperatio significatur. Nam in
has solent quidam amentes ad laqueum confugere. […] Eodem pertinat etiam illud: Suspendio deligenda arbor». Cfr.
inoltre Otto 1528: «Ich bin in einer verzweifelten Lage»; von Wyss, p. 45: «Mit Sichereit lässt sich […] als sprü-
chwörtlicher Ausdruck erweisen»; L. De Mauri, 5000 proverbi e motti latini. Flores sententiarum, Milano, 19792, p. 585:
«Non mi rimane che andarmi a impiccare».
20. cecilio stazio 145
viene registrata anche tra le sententiae medievali (Walther 34453). Il motivo del suicidio
per impiccagione, spesso evocato mediante la menzione della restis, è un topos delle let-
terature classiche, diffuso nella commedia, soprattutto plautina, nella quale è spesso an-
nunciato da un adulescens innamorato come ultima risorsa: Soph. Oed. tyr. 1374 öÚÁ\ âÛÙd
ÎÚ›ÛÛÔÓ\ àÁ¯fiÓ˘ ÂåÚÁ·Ṳ̂ӷ; Eur. Alc. 227-229 ôÍÈ· ηd ÛÊ·ÁĘ Ù¿‰Â / ηd ϤÔÓ ≥
‚Úfi¯Å ‰¤Ú·Ó / ÔéڷӛŠÂÏ¿ÛÛ·È; Heracl. 246 Ù¿‰\ àÁ¯fiÓ˘ ¤Ï·˜; Men. Perik. 505 ÔéÎ
Ôr‰\ ¬ ÙÈ / ϤÁˆ, Ìa ÙcÓ ¢‹ÌËÙÚ·, ÏcÓ à¿ÁÍÔÌ·È;1 Teochr. 3, 9 à¿ÁÍ·Ûı·› Ì ÔË-
ÛÂÖ˜; 23, 49-53 (un amante non ricambiato si suicida dinanzi alla casa di un efebo); Plaut.
Cas. 425 si nunc me suspendam, meam operam luserim / et praeter operam restim sumpti fece-
rim; Persa 815 restim tu tibi cape crassam ac suspende te; Poen. 396 capias restim ac te suspen-
das; Pseud. 88-89 restim uolo / mihi emere.:: quamobrem?:: qui me faciam pensilem;2 Pompon.
com. 98 R.3 nunc roges quid fiat? restis uilis est, uelet gulam; Ter. And. 255 “Uxor tibi ducenda
est, Pamphile, hodie, inquit [scil. pater]. Para / abi domum”. Id mihi uisust dicere: “Ab cito ac
suspende te”; Ov. rem. 17-18 cur aliquis laqueo collum nodatus amator / a trabe sublimi triste pe-
pendit onus?; Liv. 1, 26, 6 infelici arbori reste suspendito; Mart. 4, 70, 1 nihil Ammiano praeter
aridam restem / moriens reliquit; Iuv. 6, 30 ferre potes dominam saluis tot restibus ullam?. Non
sono invece particolarmente numerose, seppure evidenti, le riprese del motivo ‘della
corda’ nelle letterature moderne: Quartu 141-142 «Con la corda al collo»;3 «It has come
to the rope»4 «Hier ist ein Dreier: kauf dir einen Strick» («qui c’è una moneta da tre sol-
di: comprati una corda»). Lapucci5 accosta il modo di dire «Avere la corda al collo» a
«Sentirsi mancare il terreno sotto i piedi». In alcuni repertori (e. g. Otto 1722) viene ac-
costato al frammento ceciliano un luogo di Plinio il Vecchio, nel quale si richiama un
proverbio privo di ulteriori attestazioni: nat. praef. 29 ceu uero nesciam aduersus Theo-
phrastum, hominem in eloquentia tantum, ut nomen diuinum inde inuenerit, scripsisse etiam fe-
minam, et prouerbium inde natum suspendio arborem eligendi. La massima, censita tra le sen-
tenze medievali (Walther 30930a Suspendio deligenda arbor), sembra tuttavia essere stata
male interpretata da Erasmo (Adagia 921; Collect. 576): «Suspendio deligenda arbor: In re ue-
hementer indigna neque ullo pacto toleranda ueteres arborem suspendio deligendam es-
se dicebant. Inde natum, quod olim in Theophrastum philosophorum praecipuum me-
retricula quaedam nomine Leontium ausa sit scribere».6 Il proverbium evocato da Plinio

1 Vd. M. Lamagna, Menandro, La fanciulla tosata, Napoli, 1994 ad loc. In commedia cfr. anche il titolo \A·ÁÎfiÌÂ-
ÓÔ˜ di Crobilo (1-2 K.-A.); Otto ricorda, inoltre, Men. fr. 296 K.-A. Ù¿¯ÈÔÓ à·Á¯¤Ûıˆ ‰b (ma il testo è mendoso) e
Antiph. 100, 4 K.-A. ÏÂÖ˜ ÙcÓ ı¿Ï·ÙÙ·Ó Û¯ÔÈÓ›ˆÓ ˆÏÔ˘Ì¤ÓˆÓ (la stessa clausola si trovava probabilmente in un fram-
mento comico adespoto [156 K.-A.], anch’esso corrotto, tramandato in Don. Ter. Ad. 43).
2 Da rivedere, almeno parzialmente, la conclusione di R. Basaglia (Il suicidio per burla nelle commedie plautine,
«StudUrb», 64, 1991, p. 292 [277-292]), che ritiene eccezionale il passo dello Pseudolus in quanto «gli ‘innamorati’ – ma
non tutti – preferiscono non fare uso della corda». Per altre allusioni al suicidio mediante impiccagione in Plauto, al-
cune pronunciate da giovani innamorati, vd. Asin. 816 suspendam potius me, quam tacita haec tu auferas; Aul. 50-51 uti-
nam me diui adaxint ad suspendium / potius quidem quam hoc pacto apud te seruiam; 77-78; Bacch. 903 exige, ac suspende te;
Capt. 636; Cas. 599; Cist. 250; Men. 912; Poen. 309-311; 794-795; 1343; Pseud. 1229; Rud. 1189; 1415 perii hercle! nisi me suspen-
do, occidi; Trin. 536.
3 «Letteralmente, sul punto di essere impiccati. In senso figurato, essere alla fine di un’azione o altro perché non
si è più in grado di continuarla a causa di una costrizione qualsiasi, specialmente di carattere economico. Anche tro-
varsi in una situazione disperata, senza possibilità di risalita. Riferito a un ricercato o a una persona sottoposta a giu-
dizio, non avere più scampo».
4 Citato, tra gli altri, in C. T. Lewis, C. Short, A Latin Dictionary, Oxford, 1969 (18791), s. v. restis (p. 1583): «Prov.:
ad restim res redit, it has come to the rope, i. e. one might as well hang himself». Per altri esempi di uso proverbiale del
termine ‘corda’ nelle lingue moderne, in particolare in inglese, vd. G. Bonfante, Curioso reste, «CPh», 50, 1955, p. 47
(46-48). 5 C. Lapucci, Modi di dire della lingua italiana, Firenze, 19873, p. 138.
6 La parte conclusiva del commento erasmiano risente di Cic. nat. deor. 1, 93 meretricula etiam Leontium contra Theo-
phrastum scribere ausa est.
146 marco cipriani
viene infatti inteso da Sonny come una condanna della critica continua di cui gli uomi-
ni sono capaci.1
«Affidati alla fiducia»
com. 247 R.3 (287 G.)
Si confidentiam adhibes, confide omnia.
«Se hai fiducia, affida(le?) tutto».
È uno dei due frammenti ceciliani tramandati da Isidoro nelle Etymologiae,2 citazione da
considerare forse di seconda mano.3 Il senario, incentrato sulla figura etimologica confi-
dentiam-confide,4 viene segnalato da Tosi (nº 1305) fra i loci similes del terenziano communia
esse amicorum inter se omnia (Ad. 804), precisando che «in Cecilio Stazio […] si parla di con-
fidenze in comune». In realtà il lemma di Isidoro spiega chiaramente che il participio con-
fidens, e quindi anche i corradicali confidentia e confido impiegati nell’exemplum ceciliano,
equivalgono a «fiducioso, pieno di fiducia» con il sintagma in cunctis che si deve intende-
re come neutro, riferito a «tutte le circostanze», e non a «tutte le persone». Il verso non
sembra, dunque, riferirsi a un rapporto di confidenza tra due amici, per cui varrebbe la
traduzione «Se hai confidenza (con qualcuno), confida tutto»,5 bensì alla fiducia di un per-
sonaggio in se stesso o in qualcun altro, secondo un’esegesi che sembra concordare con
quella di Guardì (p. 205: «Se tu fai ricorso alla fiducia affidale ogni cosa»). Per la com-
prensione del frammento, ulteriormente complicata dalla rarità dell’uso di confidere tran-
sitivo6 e dall’unicità della iunctura con adhibere, si deve, inoltre, tenere in considerazione
la traduzione di Warmington («If you bring Confidence with you, confide everything to
her»), che sembra cogliere nel ‘Wortspiel’ del verso un riferimento alla personificazione
della Confidentia,7 secondo un espediente già riscontrato in un frammento analizzato in
precedenza (com. 25 R.3 nihil Spei ego credo: omnis res spissas facit).8 Nel frammento non è
possibile individuare con certezza un’espressione proverbiale, poiché né l’interpretazione

1 Otto Nachträge, p. 91: «die Tadelsucht der Menschen verschont nichts; wenn er sich auf hängen will, muß
er einen schönen Baum aussuchen, will er sich nicht anders noch nach dem Tode einer unliebsamen Kritik aus-
setzen».
2 Isid. orig. 10, 40 ‘confidens’, quod sit in cunctis fiducia plenus. Vnde et Caecilius: “si … omnia”; l’altro fr. è com. 256-257
R.3 (288-289 G.) ap. orig. 19, 4, 5. Il verso non compare nelle edizioni di Bothe e Spengel, forse perché nella maggio-
ranza dei codici si legge Cicilius, corretto in Cecilius nel codice monacense consultato da Ribbeck (vd. app. CRF2).
3 Sulla ‘Quellenforschung’ nell’opera di Isidoro vd. la monumentale monografia di J. Fontaine, Isidore de Séville
et la culture classique dans l’Espagne Wisigothique, Paris, 19832, pp. 735-762. Non ho potuto consultare N. Messina, Le ci-
tazioni classiche nelle Etymologiae di Isidoro di Siviglia, «ArchLeon», 34, 1980, pp. 205-263.
4 ‘Derivatio’ secondo Boscherini, Norma e parola, cit., p. 114 n. 6.
5 Confidentia nei comici non ha mai il significato di ‘confidenza’, bensì di ‘fiducia’ (Plaut. Amph. 1054; Asin. 547; Mil.
229; Most. 350; Persa 231; Pseud. 763) o di ‘impudenza, sfacciataggine’, come nell’altra occorrenza ceciliana (com. 246 R.3
tanta confidentia [estis]? auferte istam enim superbiam!; vd. inoltre Plaut. Capt. 523; 805; 812 Mil. 189b; Persa 39; Rud. 645;
Ter. And. 876; Eun. 839): cfr. Non. p. 399-400 L. confidentia est fiducia … confidentia rursum temeritas, audacia; W. D. Le-
bek, Verba prisca, Göttingen, 1970, pp. 133-134.
6 Vulg. Phil. 1,6 confidens hoc ipsum (gr. ÂÔÈıg˜ ·éÙe ÙÔÜÙÔ); Stat. Theb. 2, 573 terrigenas confisus auos. La registra-
zione di Aug. civ. 17, 7 nel Thesaurus (iv 208, 19-24) deve considerarsi un errore occorso in fase di schedatura, compi-
lata sull’edizione Dombart-Kalb2, poiché le successive edizioni hanno confiteretur e l’apparato tace.
7 Cfr. A. Barney et al., The Etymologies of Isidore of Seville, Cambridge, 2006, p. 215: «If you summon Confidence,
confide everything to her».
8 Tale esegesi è proposta di recente anche da A. Clark (Divine qualities: Cult and Community in repubblican Rome,
Oxford, 2007, p. 87 n. 38), che traduce il verso «If you are turning to Confidentia, confide everything» e richiama altri
passi plautini basati su analoghi giochi verbali che coinvolgono concetti astratti e la loro personificazione: Plaut. Asin.
268 ut ego illos lubentiores faciam quam Lubentiast?; Cist. 644 o Salute mea salus salubrior; Poen. 846 qui ipsus hercle ignauio-
rem potis est facere Ignauiam; Pseud. 669 ipsa Opportunitas non potuit mi opportunius / aduenire (ma sul tema vd. già E.
Fraenkel, Elementi plautini in Plauto, Firenze, 1960, p. 13).
20. cecilio stazio 147
di Tosi, né quella scelta da Valastro Canale («Se hai fiducia in te, abbi fiducia di poter fare
tutto»),1 con la notevole pregnanza semantica assegnata a confide, appaiono affidabili. Tut-
tavia, se la resa da me indicata è corretta, la sentenza sembra contrapporsi al monito a dif-
fidare del prossimo, diffuso in tutte le tradizioni paremiografiche (cfr. PI f 756: «Fidarsi
troppo è male, ma non fidarsi mai è peggio»).

«L’innocenza è eloquenza»
com. 248 R.3 (266 G.)
Apul. apol. 5, 3 si uerum est quod Statium Caecilium in suis poematibus scripsisse dicunt, innocentiam
eloquentiam esse, ego uero profiteor ista ratione ac praefero me nemini omnium de eloquentia concessurum.
«Se è vero ciò che dicono che Cecilio Stazio scrisse nelle sue commedie, che cioè “l’innocenza è
eloquenza”, io allora, a questa condizione, dichiaro e proclamo che in materia di eloquenza non
sono secondo a nessuno».2
La testimonianza addotta da Apuleio deve essere considerata una reminescenza, piutto-
sto che una citazione letterale, del testo ceciliano,3 che forse non ebbe occasione di con-
sultare direttamente, come lasciano supporre l’inversione dei due elementi onomastici
(Statium Caecilium), l’assenza del titolo della commedia e l’inserzione dell’ambiguo di-
cunt; si consideri inoltre che nell’opera di Apuleio non vi sono altre menzioni del comi-
co insubre.4 La sintassi del passo consente anche una traduzione del frammento di Ceci-
lio opposta a quella da me indicata, cioè «l’eloquenza è innocenza» (anch’essa di tono
proverbiale, vd. infra), un’interpretazione che tuttavia non ha incontrato il favore della

1 A. Valastro Canale, Etimologie o Origini, di Isidoro di Siviglia, i (libri i-xi), Torino, 2004, p. 803; per la resa cfr. J.
Oroz Reta, M. A. Marcos Casquero, San Isidoro de Sevilla, Etimologias, I, Madrid 1982, p. 809: «Si poses confianza,
confia en lograrlo todo»
2 La traduzione è di G. Augello, L’apologia o La magia. Florida, di Lucio Apuleio, Torino, 1984, p. 51.
3 Per il frammento Ribbeck3, seguito da Guardì, stampa il rifacimento … innocéntia eloquéntiast, allo scopo di ot-
tenere un senario acefalo; in precedenza l’editore aveva proposto (crf2, Corollarium, p. xxx) le ricostruzioni summa
(vel saepe) innocentia est summa eloquentia e («sive magis placet») saepe innocentia ipsast eloquentia (ancora due ia6). Rib-
beck supponeva che la sentenza originale di Cecilio avesse struttura analoga a quella di Ter. Heaut. 796 ius summum
saepe summast malitia (per cui vd. Otto 884).
4 Che il Madaurense avesse dedotto il verso da una fonte indiretta era convinzione di C. Marchesi, Apulei Plato-
nici Madaurensis De magia liber, Città di Castello, 1914, p. 55: «Le parole di Apuleio ci mostrano chiaramente che le com-
medie di Stazio Cecilio nella metà del secondo secolo d. C. erano ormai perdute». Anche secondo S. Mattiacci (Apu-
leio e i poeti latini arcaici, in Munus amicitiae. Scritti in memoria di A. Ronconi, i, Firenze, 1986, pp. 191-192 [159-210])
«Apuleio non ha […] controllato personalmente la citazione, né si è curato di specificare la sua fonte […]; forse parte
dell’opera di Cecilio era ormai andata perduta ed era impossibile un riferimento diretto, ma la notizia rimane ugual-
mente così vaga, che si è tentati di interpretare tale “ostentata” ignoranza come un modo di prendere le distanze da
questo autore». La Mattiacci fa riferimento all’ipotesi avanzata da R. Marache (La critique littéraire de langue latine et le
développement du goût archaïsant au II siècle de notre ère, Rennes, 1952, p. 329), per il quale Apuleio «faut que cette igno-
rance ait passé pour dédain. A ses yeux il était de bon ton de mépriser Cécilius». Si interroga sul valore di dicunt an-
che V. Hunink (Apuleius of Madauros Pro se de magia (Apologia), ii, Amsterdam, 1997, p. 27), che, passate in rassegna le
possibili spiegazioni (ostentato distacco dal comico arcaico, criticato per il suo stile; riferimento alla perdita, almeno
parziale dell’opera di Cecilio; citazione tratta da altra fonte), conclude: «probably the easiest explanation is that the
indirect construction turns the somewhat pedantic reference into an almost proverbial phrase known to all, which
the speaker can proudly apply to himself». R. May (Apuleius and Drama: The Ass on Stage, Oxford, 2006, p. 82) consi-
dera invece improbabile che l’arcaista Apuleio non conoscesse esattamente il verso che stava citando e che non aves-
se dimestichezza, derivata da uno studio delle commedie o di alcuni excerpta, con la produzione comica di Cecilio, e
preferisce dunque ritenere che «his careful phrasing only hides a play with the quotation which is lost to us since we
do not the context any longer». In maniera poco condivisibile la studiosa motiva inoltre la scelta della citazione con
l’intento di Apuleio di fare ricorso a «the proverbial gravity and sincerity of Caecilius to strengthen his own argument
about his innocence». Il richiamo alla gravitas (cfr. Hor. epist. 2, 1, 59 uincere Caecilius grauitate) sembra peraltro mu-
tuato da H. E. Butler, A. S. Owen, Apulei apologia sive Pro se de magia liber, Oxford, 1914, p. 17: «innocentiam eloquen-
tiam esse: A good example of the gravitas of Caecilius».
148 marco cipriani
critica1 e che può essere definitivamente respinta sulla scorta delle argomentazioni re-
centemente proposte da Nicolini: «Qui non è la definizione di eloquenza che ad Apuleio
interessa. L’argomento proverbiale desunto da Cecilio Stazio è semmai un elemento a
fortiori per spiegare perché Apuleio sia tanto eloquente. È proprio la sua innocenza a con-
ferire facundia, e tale innocenza va necessariamente data come scontata e presupposta, e
non come acquisita grazie alle chiacchiere, ciò che deriverebbe dall’interpretazione op-
posta. […] E in effetti il proverbio di Cecilio costituisce il naturale reciproco di espressioni
altrettanto proverbiali che identificavano il silenzio con l’ammissione di colpa, topos che
lo stesso Apuleio adopera altrove (cf. met. 7, 3, 3 ne mala coscientia tam scelesto crimini … ui-
derer silentio consentire). […] E suggerisce tale interpretazione anche il sillogismo che se-
gue: se l’innocente è persona eloquente allora io (in quanto assolutamente privo di col-
pe) sono il più eloquente di tutti. Infine dire il contrario sarebbe una grossolana caduta
retorica, perché equivarrebbe ad ammettere: se basta parlare ed essere eloquenti per di-
mostrarsi innocenti, allora io dovrò essere riconosciuto innocente (ma solo per quel-
lo!)».2 Che la sentenza ceciliana avesse carattere proverbiale, come ritengono Nicolini e
Tosi (nº 21),3 può essere confermato dal raffronto con Publil. sent. Q 5 qui pro innocente
dicit, satis est eloquens e con Tac. dial. 11, 4 statum cuiusque ac securitatem melius innocentia
tuetur quam eloquentia, forse all’origine della sentenza medievale Innocentia securus esto,
haud eloquentia (Walther 37584i). Un concetto analogo viene del resto ribadito nel seguito del-
l’orazione dallo stesso Apuleio (apol. 11, 6 natura uox innocentiae, silentium maleficio distribu-
ta: «la parola è la caratteristica dell’innocenza, il silenzio del peccato»4) e l’accostamento
in positivo di innocenza ed eloquenza era già presente in Cicerone (Planc. 12 homini no-
bilissimo innocentissimo eloquentissimo M. Pisoni). Anche il rapporto inverso tra i due astrat-
ti, con il prevalere della capacità oratoria sull’integrità morale, si diffuse nella tradizione
paremiografica medievale (Walther 36544 Eloquentia antistat innocentie) mediante il mo-
dello di Nep. Arist. 1, 1 cognitum est, quanto antestaret eloquentia innocentiae. La gnome ce-
ciliana appare complementare «al topos che fa equivalere a una vera e propria confessio-
ne il rifiuto di difendersi prendendo la parola».5 Il motivo del silenzio-assenso, che spesso
tradisce la colpevolezza dell’individuo, norma forse già codificata nel diritto attico (Pla-
to apol. 27c), sembra risalire alla tragedia greca (Soph. Trach. 813-814; Eur. Iph. Aul. 1142
·éÙe ‰b Ùe ÛÈÁÄÓ ïÌÔÏÔÁÔÜÓÙÔ˜ âÛÙ› ÛÔ˘) e viene variamente declinato anche in latino
(Otto 1734): Cic. inv. 1, 54 taciturnitas imitatur confessionem; Sest. 40 me uero non illius oratio
(scil. mouit), sed eorum taciturnitas in quos illa oratio tam improba conferebatur; qui tum quam-
quam ob alias causas tacebant, tamen hominibus omnia timentibus tacendo loqui, non infitiando
confiteri uidebantur; Sen. contr. 10, 2, 6 dubito, quid faciam: taceam? sed silentium uidetur con-
fessio; Paul. dig. 50, 17, 142 qui tacet, non utique fatetur: sed tamen uerum est eum non negare;
Hier. adv. Rufin. 3, 2 respondere conpellor, ne uidear tacendo crimen agnoscere; Max. Taur. 57, 1
taciturnitas … interdum pro consensu habetur; uidetur enim confirmare quod obicitur, cum non
uult respondere quod quaeritur; Greg. M. dial. 3, 32 ne tacendo forsitan consensisse uiderentur;

1 È stato osservato ( J. Hammerstaedt et al., Apuleius, De magia, Darmstadt, 2002, p. 238 n. 29) che la traduzione
«l’eloquenza è innocenza» è adottata dal solo C. Viareggi, Apuleio, Sulla magia, Verona 1994. La May (Apuleius and
Drama, cit.) prospetta invece l’eventualità che Apuleio abbia invertito intenzionalmente il senso originario dell’afori-
sma – «a rather sarcastic and utilitarian ‘eloquence is innocence’» –, per convincere l’uditorio che il vigore della sua
oratoria deriva principalmente dalla sua innocenza.
2 L. Nicolini, Rec. W. Riess (ed.), Paideia at Play: Learning and Wit in Apuleius, Groningen, 2008, «bmcr»,
2008.12.18: il passo citato della recensione verte sull’analisi del contributo di S. Tilg, Eloquentia ludens – Apuleius’ Apo-
logy and the Cheerful Side of Standing Trial.
3 Vd. inoltre Nachträge Otto, pp. 173-174; ThlL vii 1, 1707, 54.
4 Augello, L’apologia, cit., p. 73. 5 Tosi nº 21, p. 12.
20. cecilio stazio 149
in euang. 18, 2 unum negauit, aliud tacendo consensit; Walther nº 24843a Qui tacet consentire
uidetur; 29316 Si tu non loqueris, satis consentire uideris. Per i paralleli nelle lingue moderne
del motto «Chi tace acconsente» vd. almeno Arthaber 1327. È opportuno ricordare anche
la diffusione del motivo opposto, che invita alla diffidenza nei confronti di un lungo elo-
quio, riscontrabile già come precetto biblico: Vet. Lat. prov. 10, 19 in multiloquio non deerit
peccatum; Ps. Cato dist. 2, 20 exigua his tribuenda fides, qui multa loquuntur; Walther 38215
Mendacium sepius (semper) in multiloquio; Arthaber nº 983: «Chi molto parla, spesso falla»;
«Gran parlatore, gran mentitore» (con equivalente nelle principali lingue moderne).1

«L’uomo è un dio per l ’ uomo»

com. 264 R.3 (283 G.)


Homo homini deus est, si suum officium sciat.2
«L’uomo è un dio per l’uomo, se conosce il suo dovere».
La sentenza pronunciata in questo frammento incertae sedis si leggeva probabilmente già
nell’originale greco rielaborato da Cecilio, rappresentato forse da una commedia me-
nandrea.3 La massima si caratterizza soprattutto per la contrapposizione con l’antitetica
homo homini lupus, espressa nell’Asinaria plautina e forse riconducibile a Demofilo, auto-
re della commedia riadattata da Plauto:4 Asin. 495 lupus est homo homini non homo, quom
qualis sit non nouit.5 Per lungo tempo le due frasi sono state riconosciute quali motti rap-
presentativi della morale dei due autori: cinica e diffidente quella di Plauto, ottimista e
ricca di humanitas quella di Cecilio.6 In realtà, se coglie nel segno l’ipotesi della doppia

1 Per la sopravvivenza del motivo nelle lingue europee vd. anche Strauss 237.
2 Il verso è citato da Simmaco in un’epistola indirizzata a un ignoto destinatario: epist. 9, 114 Recte Caecilius comi-
cus: “homo” inquit “homini … sciat”; hanc ego in te dixerim sententiam conuenire, qui †gratia tua in nostris negotiis curam ui-
gilem praestitisti. Si tratta dell’unica citazione di un comico arcaico contenuta nell’opera di Simmaco (in epist. 1, 2, 2
Terentium, non comicum, sed Reatinum, la menzione di Terenzio si deve al padre di Simmaco, autore della lettera). S.
Roda (Commento storico al libro 9 dell’epistolario di Q. Aurelio Simmaco, Pisa, 1981, p. 256) avverte che non si può stabili-
re con certezza se la citazione del verso sia diretta o mutuata da altra fonte (cfr. J. A. McGeachy, Q. Aurelius Symma-
chus and the senatorial Aristocracy of the West, Diss. Chicago, 1942, pp. 165-166) e considera pertanto «gratuita» l’ipotesi
di W. Kroll (De Q. Aurelii Symmachi studiis Graecis et Latinis, Diss. Vratislaviae, 1891 [poi in «Breslauer philologische
Abhandlungen» 6, 1891, pp. 1-44], p. 29), secondo il quale Simmaco avrebbe attinto il frammento da un’opera perduta
di Cicerone.
3 Cfr. A. Traina, Plauto, Demofilo, Menandro, «PP», 9, 1954, p. 197 (177-203): «Se si pensa che il modello preferito di
Stazio fu Menandro, non si esita molto ad attribuirgli la paternità della massima, già per se stessa così menandrea nel
suo equilibrio fra l’idealismo dell’affermazione e la riserva della condizione. La stessa struttura formale e la stessa no-
biltà di pensiero hanno altre massime menandree come il fr. 602 K. [698, 1-2 K.-A.] Ôé‰Â›˜ âÛÙ› ÌÔÈ / àÏÏfiÙÚÈÔ˜, iÓ qÈ ¯ÚË-
ÛÙfi˜, e il fr. 761 K [707 K.-A.] ó˜ ¯·Ú›ÂÓ öÛÙ\ ôÓıÚˆÔ˜, iÓ ôÓıÚˆÔ˜ ‘» (cfr. Traina, Comoedia, cit., p. 105).
4 Asin. 10-11 huic nomen Graece Onagost fabulae. / Demophilus scripsit, Maccus uortit barbare; cfr. Traina, Plauto, cit.,
p. 197.
5 Sul topos vd. Tosi nº 1181, a cui si possono aggiungere un distico ovidiano (trist. 5, 7, 45-46 siue homines [scil. spec-
to], uix sunt homines hoc nomine digni, / quamque lupi, saeuae plus feritatis habent) e alcune sentenze medievali registrate
nel tpma viii p. 195, 145-154: Quid est omnium inimicissimum homini? alter homo (Ps. Sen. mor. 5; E. Wölfflin, L. Anna-
ei Senecae monita, et eiusdem morientis extremae voces, Erlangen 1878, pp. 18-19); «L’uomo è dio al huomo, e Lupo»; «Di
qui nasce che gli uomini mangiano l’un l’altro» (Machiavelli, Ist. fior. 3); «Ein mensch ist des andern wolff»; «Ein
mensch ist des andern wolff, Teuffel, oder hagel worden»; vd. inoltre Walther 11099a Homo homini aut sibi ipsi hostis;
11100 Homo homini lupus; 14114 (Asin. 495); Arthaber nº 1386; Pittàno, Frase fatta, cit., p. 170.
6 Cfr. e. g. L. Alfonsi, Sul v. 265 Ribbeck di Cecilio Stazio, «Dioniso», 18, 1955, p. 5 (3-6): «L’accostamento col verso
dell’Asinaria induce a pensare anche a un’altra possibilità: e cioè che deus venga interpretato attivamente, come divi-
nità benefica: onde l’uomo-spirito, anziché un nemico, possa essere visto come un aiuto e un sostegno dal prossimo
[…] Ed in conseguenza un dovere di solidarietà nasce tra gli uomini in nome della comune situazione di bisogno: l’uo-
mo quindi che realizza in sé lo spirito sarà non belva ma dio per il suo simile anche per la comprensione e la vicinan-
za benefica di cui gli darà prova»; Traina, Comoedia, cit., p. 105: «La palliata, che ha fatto risuonare per bocca di Plau-
to il famoso lupus est homo homini […] gli ha anche contrapposto, per bocca di Cecilio, la massima che affratella gli
150 marco cipriani
paternità greca formulata da Traina, la contrapposizione polemica dovrebbe coinvolge-
re piuttosto il misconosciuto Demofilo e Menandro.1 È necessario precisare, inoltre, che
la mancanza di contesto del frammento ceciliano non può far escludere che la battuta
fosse pronunciata in tono ironico o parodico, riferita eventualmente al dovere di un su-
balterno nei confronti del suo erus.2 Del resto anche la massima plautina è divenuta ce-
lebre, pur avendo una valenza limitata nel contesto scenico in cui viene pronunciata, e la
sua drammaticità è mitigata dalla formulazione completa del verso (quom qualis sit non
nouit). La genesi del motivo dell’uomo paragonato a una divinità in conseguenza del be-
neficio procurato a un suo simile sarebbe secondo Alfonsi3 rintracciabile nel pensiero
aristotelico, almeno per l’affermazione del concetto dell’homo deus;4 dall’ambiente del pe-
ripato avrebbero poi tratto il concetto gli autori della commedia nuova, segnatamente
Menandro. L’origine greca della massima5 è comunque confermata dalla fortuna che eb-
be presso i paremiografi bizantini: Zenob. 1, 91 ôÓıÚˆÔ˜ àÓıÚÒÅ ‰·ÈÌfiÓÈÔÓØ âd ÙáÓ
àÚÔÛ‰Ô΋و˜ ñe àÓıÚÒÔ˘ Ûˆ˙ÔÌ¤ÓˆÓ ≥ ηd ‰È¿ ÙÈÓ· Â鉷ÈÌÔÓÔ‡ÓÙˆÓ; Diogen. 1, 80
ôÓıÚˆÔ˜ àÓıÚÒÔ˘ ‰·ÈÌfiÓÈÔÓØ âd ÙáÓ àÚÔÛ‰Ô΋و˜ ñÊ\ ëÙ¤ÚˆÓ Ûˆ˙ÔÌ¤ÓˆÓ (Diogen.
Vindob. 1, 46 aggiunge: ηd âd ÙáÓ ‰È¿ ÙÈÓÔ˜ Â鉷ÈÌÔÓÔ‡ÓÙˆÓ, óÛ·ÓÂd öÏÂÁÂÓØ ôÓıÚˆÔ˜
Ù† àÓıÚÒÅ ı¤ÛÂÈ ıÂe˜ Á›ÓÂÙ·È); Suda · 2536; Greg. Cypr. Leid. 1, 50; Greg. Cypr. Mosq.
2, 13; Apost. 2, 89; 3, 10 (cfr. inoltre Liban. decl. 13, 30 ôÓıÚˆÔÓ ‰\ àÓıÚÒÔ˘ Û˘ÓÂÚÁ¿ÙËÓ
ÌbÓ ÂrÓ·È Î·d ‚›Ô˘ ÎÔÈÓˆÓeÓ à¤‰ÂÈÍ [scil. ì º‡ÛȘ]). Il topos riecheggia anche negli au-
tori latini: Cic. Lig. 38 homines … ad deos nulla re propius accedunt quam salutem hominibus
dando; Plin. nat. 2, 18 deus est mortali iuuare mortalem et haec ad aeternam gloriam uiam.6 Più
per il poliptoto di homo che per una reale affinità di contenuto si possono accostare al ver-
so due passi senecani: epist. 95, 33 homo, sacra res homini, iam per lusum ac iocum occiditur;
103, 3 tu tamen ita cogita quod ex homine periculum sit, ut cogites quod sit hominis officium: al-
terum intuere ne laedaris, alterum ne laedas; commodis omnium laeteris, mouearis incommodis
et memineris quae praestare debeas, quae cauere.7 Alfonsi credette di scorgere una ripresa del
motivo ceciliano anche in un passo dell’Adversus haereses di Ireneo: 4, 13, 4 assentire … Deo
et sequi eius uerbum et super omnia diligere eum et proximum sicut seipsum, homo autem homi-

uomini e ne santifica i rapporti […], per chi sia conscio di ciò che è l’uomo e di questa coscienza si faccia una norma
di vita (officium). Così l’officium trascende i limiti, etici e religiosi della civitas, portando la pietas sul piano della hu-
manitas».
1 Traina, Plauto, cit., p. 197: «Argomento comune di entrambe le massime sono i rapporti umani: quali dovreb-
bero essere tra uomini consapevoli dell’intima grandezza morale dell’uomo, in Menandro; quali realmente sono nel
mondo diviso da egoistici interessi, in Demofilo. Il contrasto del pensiero nel parallelismo della forma ci fa pensare
a una citazione polemica, così frequente negli autori antichi». Vd. anche pi l 1182 (p. 831): «Al comico Cecilio […] ri-
sale invece Homo homini deus […] che in origine non dovette essere pensata in polemica con quella [scil. Homo homi-
ni lupus], bensì rappresentare solo l’adattamento di un proverbio greco preesistente; la frase, però, non ebbe la stes-
sa fortuna».
2 Per questa interpretazione, che può essere solo supposta ma non confermata, si può richiamare l’impiego di offi-
cium in tre luoghi plautini: Capt. 206a-207 scimus nos / nostrum officium quod est, si solutos sinat (Tindaro, uno dei due cap-
tivi, rivolto agli aguzzini che li tengono in catene); Persa 616 quamquam ego serua sum, / scio ego officium meum; Poen. 12 iam
dudum exspecto, si tuom officium scias (il prologante al praeco che aveva il compito di annunciare l’inizio dei giochi).
3 Alfonsi, Sul v. 265, cit., p. 4.
4 Aristot. protrep. fr. 10 c Ross Ôé‰bÓ ÔsÓ ıÂÖÔÓ ≥ ̷οÚÈÔÓ ñ¿Ú¯ÂÈ ÙÔÖ˜ àÓıÚÒÔȘ, ÏcÓ âÎÂÖÓfi Á ÌfiÓÔÓ ôÍÈÔÓ
ÛÔ˘‰É˜, ¬ÛÔÓ âÛÙdÓ âÓ ìÌÖÓ ÓÔÜ Î·d ÊÚÔÓ‹Ûˆ˜Ø ÙÔÜÙÔ ÁaÚ ÌfiÓÔÓ öÔÈÎÂÓ ÂrÓ·È ÙáÓ ìÌÂÙ¤ÚˆÓ àı¿Ó·ÙÔÓ Î·d ÌfiÓÔÓ ıÂÖÔÓ;
ÂÚd Âé¯É˜ fr. 1 ï ıÂe˜ ≥ ÓÔܘ âÛÙdÓ ≥ â¤ÎÂÈÓ¿ ÙÈ ÙÔÜ ÓÔÜ.
5 Secondo Lelli, PG, 384 n. 111 si tratta di un motivo «originariamente popolare».
6 Tosi nº 1299; Otto 517.
7 L’accostamento delle due citazioni al verso comico è raccomandato da Roos, Sentenza e proverbio, cit., p. 51. Sul
poliptoto si basano anche i raffronti plautini proposti da von Wyss, pp. 7 e 58: Plaut. Epid. 425 nihil homini amicost op-
portuno amicius; Bacch. 386-387 homini amico quist amicus ita, uti nomen possidet, / nisi deos ei nil praestare.
20. cecilio stazio 151
ni proximus (ôÓıÚˆÔ˜ ‰b àÓıÚÒÔ˘ ÏËÛ›ÔÓ), et abstinere ab omni mala operatione et quae-
cumque talia, communia utrisque sunt, unum et eundem ostendunt Dominum.1 Non è difficile
tuttavia constatare che il concetto affidato alla formula homo proximus homini è piuttosto
comune negli autori cristiani: Paul. Nol. epist. 13, 17 omnis natura homini homo proximus;
Aug. quaest hept. 3, 73 proximus est enim omnis homo homini; in psalm. 118 enarr. 8, 2 (et al.);
Eus. Gall. hom. 54 l. 27 quid enim tam proximum, quam homo homini? (cfr. inoltre Caes. Arel.
serm. 36, 4; 180, 1). Per la sopravvivenza del concetto espresso nel frammento nella pare-
miografia medievale è interessante ricordare: Homo homini daemonium (dove daemonium
è traduzione di ‰·ÈÌfiÓÈÔÓ, quindi con il valore di ‘divinità’); «Ein mensch ist des andern
got»; «Er ist sein got gewest».2 Per il ‘Fortleben’ nella tradizione moderna si deve innan-
zitutto correggere parzialmente quanto osservato da Tosi (nº 1299): il primo ad aver giu-
stapposto i due motti di Plauto e Cecilio non fu il teologo di origine gallese John Owen
( Johannes Audoenus, 1616-1683; Epigrammi 3, 23 [tit. Homo homini lupus, homo homini deus]
Humano generi lupus est, Deus est homo: quare? / nam Deus est homini Christus, Adamque lu-
pus),3 bensì il filosofo e saggista inglese Francis Bacon (1561-1626), sebbene in termini me-
no espliciti: Iustitia debetur, quod homo homini sit Deus, non lupus.4 «La fortuna d’un uomo
è un altro uomo» (Pitré ii p. 68) è l’unico parallelo che ho potuto rintracciare nei reper-
tori proverbiali per le lingue moderne.

«L’abito non fa il monaco»


com. 266 R.3 (250 G.)
Saepe est etiam sub palliolo sordido sapientia.
«Spesso anche sotto una sudicia mantellina c’è saggezza».

La gnome, espressa in un frammento testimoniato da Cicerone senza indicazione del ti-


tolo,5 deve essere riferita a un personaggio maschile, poiché il palliolum, qui adoperato se-
condo Traina come «diminutivo spregiativo» del più comune pallium,6 figura in comme-
dia sempre come indumento maschile.7 Guardì (p. 194) ritiene che a parlare sia un servus,
che si vanta della propria saggezza, ipotesi in realtà non pienamente suffragata dall’acco-
stamento, proposto dallo stesso editore, con Plaut. Capt. 165 ut saepe summa ingenia in oc-
culto latent!, parole rivolte dal parassita Ergasilo al senex Egione, che ha compreso il suo
bisogno di cibo; i due versi (tr7 per Cecilio, ia6 in Plauto) presentano comunque delle affi-
nità formali, costituite dall’avverbio saepe e dall’allitterazione in s, certamente più inten-

1 L. Alfonsi, Su un passo di Ireneo, «VChr», 12, 1958, p. 226 (225-226): «Al culmine di questo sviluppo concettuale
per cui l’uomo è visto come dio per il suo simile, o viceversa come lupo. […] è il passo di Ireneo, che noi crediamo
volutamente echeggiare la massima divenuta quasi proverbiale. L’uomo qui per il proprio simile non è né dio né lu-
po ma semplicemente prossimo: vi è il trasferimento in termini evangelici di un alto insegnamento classico. L’aver
trovato questa eco in Ireneo, la cui formazione culturale è eminentemente greca e certo non esclusivamente religio-
sa, fa sì che appaia ancor più probabile un precedente greco menandreo al verso latino di Cecilio Stazio».
2 tpma viii p. 194, 2.1.1.125-137.
3 Epigrammatum Ioannis Owen libri decem, Londini, 1633 (editio sexta), p. 56.
4 F. Bacon, De dignitate et augmentis scientiarum, Londinii, 1623, vi, cap. iii, exempla antith. xx.
5 Tusc. 3, 56 duplex est igitur ratio ueri reperiendi non iis solum quae mala, sed in iis etiam quae bona uidentur. Nam aut
ipsius rei natura qualis et quanta sit quaerimus, ut de paupertate non numquam, … aut a disputandi subtilitate orationem ad
exempla traducimus. Hic Socrates commemoratur, hic Diogenes, hic Caecilianum illud: “saepe … sapientia”.
6 Traina, Comoedia, cit., p. 106; cfr. Livan, Appunti, cit., p. 77: «evidenzia il contrasto tra l’aspetto miserrimo e la
saggezza che essa può nascondere».
7 È improbabile che il verso esprima il solo valore gnomico, senza un riferimento diretto al contesto scenico.
152 marco cipriani
sa per Cecilio.1 Al frammento sono stati accostati da Alfonsi2 due passi di Euripide: El. 371-
372 [scil. Âr‰ÔÓ] ÏÈÌeÓ Ù\ âÓ àÓ‰Úe˜ ÏÔ˘Û›Ô˘ ÊÚÔÓ‹Ì·ÙÈ, / ÁÓÒÌËÓ ‰b ÌÂÁ¿ÏËÓ âÓ ¤ÓËÙÈ
ÛÒÌ·ÙÈ; fr. 163 Kann. àÓ‰Úe˜ Ê›ÏÔ˘ ‰b ¯Ú˘Ûe˜ àÌ·ı›·˜ ̤ٷ / ô¯ÚËÛÙÔ˜, Âå Ìc ÎàÚÂÙcÓ
ö¯ˆÓ Ù‡¯ÔÈ;3 lo studioso ritiene probabile che il motivo della «saggezza povera» o della
«povertà saggia», e la stessa massima di Cecilio derivino dal tragico greco, eventualmen-
te attraverso un passaggio intermedio in Menandro, nel quale ricorrono spesso parole di
condanna per la ricchezza.4 L’ipotesi è accattivante ma non dimostrabile, e ugualmente
vani risultano i tentativi di Alfonsi di attribuire il verso all’Ephesio, all’Hypobolimaeus op-
pure all’Hypobolimaeus Rastraria, sulla base di frammenti che contengono analoghi accenti
di amarezza. Non può offrire argomentazioni convincenti neppure Van der Paardt5 per av-
valorare la supposizione che Petronio abbia tratto spunto dal verso di Cecilio, oltre che
dall’espressione plautina tunica propior palliost (Trin. 1154), per la scena in cui Encolpio e
Ascilto si recano al mercato a vendere il mantello rubato, recuperando la tunica, sbrin-
dellata ma piena di monete d’oro, che avevano perduto in precedenza. Plausibile risulta
invece il parallelo con il verso dei Captivi,6 dal quale è possibile dedurre che la gnome
ceciliana fosse già in antico percepita come proverbiale,7 forse derivata dal greco àe
ÒÁˆÓÔ˜ ÊÈÏfiÛÔÊÔÈ (con le varianti ÛÔÊÔ› e ÛÔÊÈÛÙ·›), che potrebbe avere origini più an-
tiche del passo di Plutarco, solitamente consideratone la fonte.8 È comunque certo che la
sentenza di Cecilio conobbe un’amplissima fortuna – legata ovviamente alla tradizione
delle Tusculanae – nel Medioevo, attestata dalle numerose varianti con cui si diffuse il ver-
so: Walther 27111a Sepe etiam sub pallio sordido latet sapientia; 27317a Sepe sub palliolo sordida
summa sapientia est; 30546c Sub pallio sordido sapientia; 27110b Sepe etiam est sub palliolo
sordido sapientia; 30560e Sub sordida ueste sepe scientia; cfr. anche 17435 Non cures, iuuenis,
multum, qua ueste tegaris! / In uestimentis non est sapientia mentis; 30534a Sub laceris crebro
uirtus latet aurea pannis. Tra le espressioni proverbiali ricordate in tpma vii p. 74, 2.4.6.201-
206 vd. in particolare: Veste nigra multi candent uirtute reculti; «Unter einem schlechten und
schmutzigen Kleid findet man Weisheit und Tugend». Probabili echi della lettura del
passo ciceroniano si colgono in Tommaso da Celano (Vita secunda Sancti Francisci 2, 82
Sordidum mantellum despectum corpusculum crede quo anima pretiosa contegitur) e in Boccac-
cio (Filocolo 2, 46 «Molte volte sotto vilissimi drappi grandissimo tesoro di scienza si
nasconde»). Della gnome ceciliana si ricordarono inoltre gli umanisti Enea Silvio Picco-
lomini, Johannes Keck9 e Leon Battista Alberti.10 Da Erasmo il frammento è citato tra i

01 Sul termine ‘sigmatismo’, adoperato da Livan, Appunti, cit., p. 70, nutriva riserve P. Valesio, Strutture dell’al-
litterazione. Grammatica, retorica e folklore verbale, Bologna, 1967, p. 35, ma esso è ormai di uso comune: cfr. P. A. Cro-
nin, Sigmatism in Tibullus and Propertius, «cq», 1970, pp. 174-180; D. L. Clayman, Sigmatism in Greek Poetry, «TAPhA»,
117, 1987, pp. 69-84. 2 L. Alfonsi, Su un verso di Cecilio Stazio, «Dioniso», 40, 1966, pp. 27-29.
03 Per altri loci similes sul motivo della separazione tra ricchezza e virtù nei tragici vd. M. J. Cropp, Euripides Elec-
tra, Warminster, 1988, p. 124; C. Prato, Il contributo dei papiri al testo dei tragici greci, «sifc», 36, 1964, p. 68 (5-79).
04 Vd. Corbato, Studi, cit., pp. 100-102.
05 R. T. van der Paardt, The Market-scene in Petronius’ Satyricon (Sat. 12-15), in H. Hofmann, M. Zimmermann
(edd.), Groningen colloquia on the Novel, vii, Groningen, 1996, p. 72.
06 Meno calzante il confronto con Plaut. Poen. 306-307 pulchrum ornatum turpes mores peius caeno conlinunt, / lepidi
mores turpem ornatum facile factis comprobant, come avverte Tosi nº 220: «Più genericamente, si ha il topos delle doti in-
teriori che si contrappongono ad un non adeguato aspetto esterno» (cfr. anche Hor. sat. 1, 3, 33-34; Sen. epist. 47, 16; 66,
1; Phaedr. 3, 4).
07 In questa direzione vd. Otto 1326: «Die Sentenz könnte ein Sprichwort enthalten»; von Wyss, p. 35; Brix-
Niemeyer-Köhler, Plautus, Captivi, Leipzig-Berlin, 19307, p. 29.
08 Per il proverbio greco e le sue derivazioni vd. Tosi nº 219 Barba non facit philosophum.
09 Vd. S. Iaria, Diffusione e ricezione del Libellus dialogorum di Enea Silvio Piccolomini, «imu», 44, 2003, p. 113 (65-114).
10 Pontifex 1470 «Sepe, nam, ut aiunt, sordido sub pallio non raro latet sapientia»; vd. A. Piccardi, Leon Battista Al-
berti, Pontifex, Firenze, 2007, p. 271.
20. cecilio stazio 153
paralleli dell’adagio Saepe etiam est holitor ualde opportuna locus (Adagia 501: «Huic respon-
det illud Caecilianum»; Collect. 167), insieme a un verso greco adespoto, tramandato da
Gellio (2, 6, 9 hic antiquissimus uersus uice prouerbii celebratus est) e Macrobio (6, 7, 12):
ÔÏÏ¿ÎÈ ÁaÚ Î·d ̈Úe˜ àÓcÚ Ì¿Ï· η›ÚÈÔÓ ÂrÂÓ.1 Per raffronti con le lingue moderne vd.
Strauss 502: «Wisdom sometimes walks in clouted shoes”; “Im schlechten Kleide wohnt
oft auch Weisheit»; «A menudo bajo hábito vil, se esconde hambre gentil». Per le innu-
merevoli varianti del motivo che invita a non lasciarsi ingannare dalle apparenze («L’abi-
to non fa il monaco»)2 mi limito a rimandare ai principali repertori proverbiali, segnalan-
do, tra quelli italiani, «Spesso sotto abito vile s’asconde un cuor gentile» e «Talora in un
sacco sdrucito si nasconde un tesoro» (Boggione-Massobrio x.7.7.2.14-15).3

«Volere è potere»
com. 286 G. (290-291 R.3)
Fac uelis: perficies4
«Fa’ di volere: otterrai».
Il frustulo, trasmesso da Giulio Rufiniano, retore del iii-iv sec. d. C., autore di un breve trat-
tato De figuris sententiarum et elocutionis,5 è di incerta attribuzione, sebbene tutti gli editori
recenti concordino nell’ascriverlo a Cecilio.6 Secondo l’unico testimone manoscritto la ci-
tazione si trovava apud Caelium, lezione che Ruhnken7 credette opportuno correggere in
Caecilium, poiché la sentenza «a comico potius, quam ab oratore, profecta videtur». La pro-
posta emendativa trova in effetti conforto nel sapore apoftegmatico della frase e nella fat-
tura dell’exemplum, composta da tre verbi di lunghezza progressiva, con la figura etimolo-
gica fac-perficies, che produce una sorta di allitterazione interna (o «coperta»),8 con
variazione apofonica della vocale interposta, caratteristiche che ben si addicono a un ver-
so comico.9 Un problema testuale riguarda anche la definizione della figura retorica che Ru-
finiano intende presentare: l’editio princeps riporta un inesistente apophonisma (àÔÊÒÓÈ-
ÛÌ·), che il Capperonnier corresse in apophonema,10 congettura fatta propria dagli editori

01 La gnome, erroneamente attribuita a Eschilo (fr. dub. 471 Radt) da Stobeo (3, 4, 23), è ricordata anche dai pare-
miografi (Diogen. 7, 81; Apost. 14, 69; vd. Tosi nº 406). Sul testo gelliano, tramandato da alcuni codici con la lezione
ÔÏÏ¿ÎÈ Î·d ÎËÒÚÔ˜ («spesso anche un giardiniere […]»), vd. PG 518 n. 646, dove il proverbio è accostato al fram-
mento di Cecilio.
02 Sul motto antitetico ÂúÌ·Ù’ àÓ‹Ú, coniato da giusto Scaligero sulla base del medievale uestis uirum reddit, vd. To-
si nº 221.
03 Tosi nº 219; Otto 1326; tpma vii p. 69, 2.3.2.1; Boggione-Massobrio x.7.7.2; Arthaber nº 4; dpi 202; 5379; pi
a 51-59; Strauss 41.
04 Recepisco la scansione di Guardì che legge il frammento come l’inizio di un settenario trocaico. Ribbeck mi-
sura due senari incompleti (fac uelis / perficies), pur ammettendo in apparato la scansione trocaica.
05 Iul. Ruf. rhet. 19 p. 43, 29 àÔÊÒÓËÌ·, sententia responsiua, ut apud Caecilium: “fac uelis perficies”. Apud Tullium:
“Literarum radices amaras, fructus dulces”. Il trattato era trasmesso dal solo codex Spirensis, oggi perduto, del quale si
servì Beatus Rhenanus per la compilazione dell’editio princeps (Basileae, 1521), riprodotta pressoché immutata da C.
Halm (Rhetores Latini minores, Lipsiae, 1863, pp. vi-vii; sull’autore vd. W.-L. Liebermann, Iulus Rufinianus, dnp 6
[1999], p. 53). Non giovano alla constitutio textus del trattato gli excerpta segnalati da U. Schindel, Iulius Rufinianus:
zum Nutzen von Exzerptüberlieferung, «Voces», 4, 1993, pp. 55-66.
06 Analoga incertezza accompagna la citazione ciceroniana (vd. infra p. 378 n. 6).
07 D. Ruhnken, P. Rutili Lupi De figuris sententiarum ac verborum, Lugduni Batavorum, 1768, p. 211.
08 A. Traina, Forma e suono. Da Plauto a Pascoli, Bologna, 19992, p. 76.
09 Si tenga presente che nelle circa dieci pagine di cui si compone il trattato, accanto a molti exempla tratti da Ci-
cerone e ad alcuni da Virgilio e Quintiliano (inoltre, tre da Catone, due da Lucilio, uno da Orazio), compaiono anche
tre citazioni di Terenzio, due di Ennio e una di Plauto.
10 C. Capperonnier, Antiqui rhetores Latini, Argentorati, 1756, p. 33. In realtà l’emendamento apophonema era già
contenuto nell’editio princeps (vd. p. 378 n. 5).
154 marco cipriani
successivi1 e volta in greco da Halm.2 Il termine àÔÊÒÓËÌ· (o apophonema), tuttavia, non
è attestato – anche il verbo àÔʈӤˆ sembra essere rarissimo3 – e appare di difficile com-
prensione, non adeguatamente illustrato dalla breve descrizione sententia responsiva.4 Per-
tanto, considerando anche il tenore del secondo esempio citato, può essere opportuno ri-
considerare la seconda proposta emendativa di Capperonnier, suggerita, in forma non
esplicita, nell’elenco degli schemata ‰È·ÓÔ›·˜ premesso al testo del trattato (p. 29): «Apopho-
nema […] legimus apophonisma unde veram lectionem apophonema eruere me posse existi-
mavi. Si quis tamen legere malit apophthegma, non multum repugnabo».5 Il passo di Cice-
rone (Litterarum radices amaras, fructus dulces) – se l’attribuzione è corretta6 – può essere
infatti certamente considerato apoftegmatico,7 e la definizione sententia responsiva può
adattarsi al termine àfiÊıÂÁÌ·, sebbene alla plausibilità della correzione sia di ostacolo il
fatto che apophthegma non sia mai attestato con valenza dichiaratamente retorica.8 Anche
il frammento di Cecilio, pronunciato verosimilmente nel corso di un dialogo, assume va-
lore proverbiale, paragonabile al nostro «Volere è potere», come intende anche Warmin-
gton, che richiama in nota il detto anglosassone «where there’s a will, there’s a way». Per
analoghe massime incentrate sul motivo della stretta connessione tra volontà e capacità
realizzativa cfr. Verg. Aen. 5, 231 possunt, quia posse uidentur; Walther 29982b Solum uelis et
cuncta sequentur; 29982c Solum uelle oportet: postea facile perficies, quodcumque uoles.9 Abbon-
dano i riscontri nelle lingue moderne, per i quali si rimanda a Tosi nº 886; pi v 1208-1211; Ar-
thaber nº 1471; Strauss 587.

Appendice
com. 81 G. (84 R.3)
prius < ….. ad rauim ….. >tam feceris

1 Non ebbe seguito l’apophanisma tentato da Gesner. Nella copia dei Rhetores di Halm conservata nella bibliote-
ca del Thesaurus A. Reuter ha chiosato «fortasse ‰È·ÊÒÓËÌ·».
2 Nell’editio princeps i termini greci sono indicati in margine, accanto alla traslitterazione latina.
3 Nel dge iii, 473 è registrata l’occorrenza in un’iscrizione cretese del vi sec. a.C.
4 Nel manuale di I.C.T. Ernesti (Lexicon technologiae Graecorum rhetoricae, Lipsiae, 1795 [= Hildesheim, 1962], p.
41) la figura è presentata con le stesse parole di Rufiniano. Sull’inaffidabilità di àÔÊÒÓËÌ· mi è di conforto il com-
petente parere della dott. ssa Eleonora Mazzotti, la quale osserva che i derivati di ʈӤˆ assumono solo di rado un
valore tecnico in ambito retorico.
5 Dopo le prime parole del trattato Rhenanus stampò nella princeps un catalogus figurarum in cui sono elencati gli
schemata che saranno poi presentati singulatim (Halm, p. 38, 1-2): Hactenus Aquila Romanus ex Alexandro Numenio: exin-
de ab eo praeteritas, aliis quidem proditas, subtexuimus. [Schemata dianoeas. Ironia, partes eius clenasimus sive epicertomesis,
charientismus, sive scomma, asteismus … deesis, diabole, dianoea, apophonema eqs..]. Questa porzione di testo, comprese
Ruhnken, è da considerarsi spuria, aggiunta da un «lector studiosus». Proprio a questo ignoto lettore, tuttavia, va ri-
conosciuto il merito di aver introdotto, intenzionalmente o per errore, la correzione apophonema, diversa e migliore
dell’apophonisma che trovava nel codice. Risulta evidente quindi che Capperonnier, con scelta piuttosto bizzarra, in-
tese riportare l’apophonema del catalogus – da lui ritenuta lezione tràdita – all’errato apophonisma, coerentemente con
la voce presentata in seguito, ma al contempo se ne servì per emendare apophonema in entrambi i passi.
6 La stessa massima, in forma lievemente diversa, è tramandata da Diomede (gramm. i p. 310, 3-17), che però la ascri-
ve a Catone (frg. p. 109 J.): nominatiuo casu, numero singulari, Marcus Porcius Cato dixit litterarum radices amaras esse, fruc-
tus iocundiores (l’espressione è poi declinata negli altri casi). Sulla questione vd. Roos, Sentenza e proverbio, cit., pp. 34-
35; I. Garbarino, M. Tulli Ciceronis fragmenta, ex libris philosophicis, ex aliis libris deperditis, ex scriptis incertis, Milano,
1984, p. 110 nº 37; P. Cugusi, M. T. Sblendorio Cugusi, Opere di Marco Porcio Catone il Censore, ii, Torino, 2001, p. 546.
7 Vd. Tosi nº 355; Otto 963; tpma xiii p.136, 1.2.3.18-19.
8 L’osservazione si deve ancora alla cortese competenza della dott. ssa Mazzotti, la quale avverte tuttavia che non
sono pochi i casi di termini comuni o generici impiegati da retori o grammatici tardi in ambito retorico.
9 Entrambe le sentenze sono tratte da J. Hilner, Gnomologicum Graecolatinum vel sententiarum Graecarum, Leut-
schovie, 1641, nel quale sono segnalate rispettivamente come traduzioni latine di passi di Libanio (p. 160) e Luciano
(p. 308).
20. cecilio stazio 155

Il frustulo, costituito forse da un verso giambico – un ottonario secondo la ricostruzione


data da Ribbeck –, è trasmesso da Festo, in una pagina del codice farnesiano gravemente
danneggiata dalla combustione,1 che ha coinvolto anche l’intestazione del lemma, per la
restituzione del quale gli editori festini concordano sull’integrazione rauim anti<qui dice-
bant pro raucitate>, facilmente deducibile dall’epitome di Paolo Diacono (p. 341, 4 L. rauim
dicebant pro raucitate, unde et uerum rauio, rauias). Diverse sono invece le proposte di com-
pletamento del frammento ceciliano tentate dagli editori,2 ma quelli più recenti (Lindsay,
Warmington e Guardì) preferiscono riprodurre la lacuna, limitandosi a dare per certo il
solo sintagma ad rauim,3 sulla scorta della presenza della stessa locuzione nei due passi
plautini citati in precedenza da Festo (Aul. 336-337; Cist. 304), anch’essi parzialmente illeg-
gibili nel Farnesiano, ma confermati nel primo caso dalla tradizione diretta plautina (cfr.
inoltre Non. p. 241, 14 e 596, 11 L.) e nel secondo dai codici noniani (p. 164, 15 M.). Nell’Au-
lularia la battuta è pronunciata dal cuoco Congrione, che si lamenta col servus Pitodico di
essere stato ingaggiato per allestire un pranzo all’avaro Euclione: ubi (scil. apud senem par-
cissimum) si quid poscam, usque ad rauim poscam prius / quam quicquam detur; nel frammen-
to della Cistellaria dovuto a Nonio (304 expur<i>gabo hercle omnia ad raucam rauim)
l’espressione è adoperata invece dall’adulescens Alcesimarco, che dichiara di volersi scusa-
re con la propria madre fino a restare rauco.4 Pur ammettendo che anche nel brandello
ceciliano si facesse riferimento a un personaggio che rischia di divenire afono prima di ot-
tenere quello che chiede, come propongono i rifacimenti del verso tentati da alcuni edi-
tori,5 le quattro attestazioni plautine non appaiono sufficienti per definire l’espressione ad
ravim «sprichwortlich», secondo la scelta operata da Otto (1509),6 che richiama anche
Plaut. Poen. 778 nego, et negando, si quid refert, rauio (il lenone Lico nega di aver ricevuto in
casa un servo con del denaro), ma trascura Epid. 200 rogitando sum raucus factus (Epidico
sta cercando da tempo il senex Perifane).7

1 Fest. p. 340, 17 L. (274, 29 M.) ‘rauim’ anti<qui dicebant pro raucitate.> … <Caeciliu>s in Hypobolimaeo: “prius …
feceris”.
2 F. Orsini (Sex. Pompei Festi, de verborum significatione, Romae, 1581): prius / <ad rauim poscaris quam placen>tam
feceris; A. Dacier (Sexti Pompei Festi et Marci Verrii Flacci de verborum significatione lib. xx , Lutetiae Parisiorum, 1681):
prius <ad rauim procaris quam me place>ntem feceris; Bothe: prius <ad rauim tu poscaris, quam place>ntam feceris; Spen-
gel: <ad rauim> prius <poscaris quam place>ntam feceris; Gravert (Historische und philologische, cit., p. 74): prius / <ad
rauim poscas quam place>ntem feceris; Ribbeck2: prius <ad rauuim poscas panem quam place>ntam feceris; Ribbeck3: prius
<ad rauim deposcat sane quam conte>ntam feceris.
3 Si deve precisare che anche la parte terminale della parola che precede feceris è di lettura incerta: le congetture
proposte sono costruite sulla lettura del Farnesiano data da Orsini, che riconobbe -ntam, integrando placentam (fo-
caccia), sostantivo attestato peraltro solo a partire da Lucilio, al quale si potrebbe preferire polenta. Dacier e Spen-
gel se ne discostarono, suggerendo placentem. Guardì preferisce stampare -citam affidandosi all’autopsia del Farne-
siano condotta da Crönert, condivisa ora da A. Moscadi, Il Festo farnesiano (Cod. Neapol. iv.a .3), Firenze, 2001 (la
trascrizione di Moscadi non è peraltro privo di imperfezioni: per le riserve sulla sua affidabilità vd. almeno M. H.
Crawford, «BMCR», 2002.5.15). Nell’esame autoptico da me effettuato del codice napoletano sono risultate visibili
le sole lettere -tam.
4 La testimonianza festina rende noto che l’accusativo rauim occorreva anche nell’Artemo, commedia plautina per
noi perduta (fr. iii Monda).
5 L’estrema precarietà del testo rende tuttavia del tutto aleatorie le ipotesi di Faider (Le poète comique, cit., p. 13),
secondo il quale la battuta, letta secondo il testo di Ribbeck3, esprime le pretese di una cortigiana, e di Frassinetti
(Cecilio Stazio, cit., p. 82), che vede rappresentata l’indifferenza di un senex di fronte alla richiesta rivoltagli da un altro
padre di riavere con sé il proprio figlio.
6 Più prudente von Wyss, p. 75: «Als sprüchwörtlich dürfen wir vielleicht auch die Redewendung usque ad rauim
poscere bezeichnen».
7 Al di fuori della commedia, per raucedine indotta da lunghi lamenti cfr. Prop. 1, 16, 39 longa raucum querela;
Lucan. 4, 756 pectora rauca gemunt.
156 marco cipriani

com. 92 R.3 (89 G.)


ego illud minus nilo exigor portorium
«Cionondimeno mi viene richiesto quel dazio».1
Otto (1226 s. v. nihil 2) incorre in un errore vero e proprio ritenendo che nel verso di Ce-
cilio sia attestata l’iperbole «meno di niente» – che comunque difficilmente sarebbe da ca-
talogare tra gli ‘Sprichwörter’2 –, attestata in Plaut. Pseud. 938 minus nihilo sit e Ter. Phorm.
535 quoi minus nilo est?. Ma nel frammento, tramandato da Gellio e Nonio per l’uso di exi-
gor,3 minus nilo è la semplice inversione di ni(hi)lo minus, ed equivale pertanto a ‘nondi-
meno, tuttavia’, come precisa la parafrasi del verso offerta dallo stesso Gellio (id est ‘nihi-
lominus exigitur de me portorium’).
com. 93 R.3 (90 G.)
… et homini et pecudibus omnibus …
«… all’uomo e a tutti gli animali …».
L’esiguità del frustulo, giunto ancora per tradizione noniana,4 non consente di affiancar-
lo, come fa Otto (bestia 2), ad alcuni luoghi ciceroniani di senso compiuto, anch’essi pe-
raltro di contenuto diverso e non certo paremiologico, che hanno in comune soltanto l’ac-
costamento di uomini e animali: Cic. Verr. 3, 23 quem (scil. odorem) ut aiunt, ne bestiae quidem
ferre possent; Catil. 2, 20 ut iam ista non modo homines, sed ne pecudes quidem mihi passurae es-
se; Att. 1, 16, 6 quod omnes, non modo homines, uerum etiam pecudes factum esse sciant; de or. 2,
153 idem existimaui pecudis esse, non hominis; parad. 1, 14 quae quidem mihi uox pecudum uide-
tur esse, non hominum; Phil. 2, 30; Pis. fr. 14.
com. 126-128 R.3 (119-121 G.)
……. A: si linguas decem habeam, uix habeam satis te qui laudem, <L>ache.
B (Laches): Immo uero haec ante solitus sum: res delicat.5
A: «Se avessi dieci lingue, ne avrei appena per lodarti, Lachete». B (Lachete): «Ma no, in verità
anche prima ero solito fare ciò: la situazione lo dimostra».6
In questa scena dell’Obolostates secondo Guardì (p. 157) un adulatore chiede del denaro a
Lachete, forse l’usuraio eponimo della commedia, che si schernisce. Se l’idea coglie nel

1 La battuta contenuta nel frammento, appartenente alla commedia intitolata Hypobolimaeus Aeschinus, viene da
Guardì (p. 146) attribuita a un mercante, che si lamenta per la tassa che gli viene richiesta. È possibile tuttavia che nel
verso il termine portorium abbia valore figurato, riferito a un obbligo a cui il locutore non vuole sottostare. In questo
senso vi è un interessante esempio plautino in Asin. 159 ego pol istum portitorem priuabo portorio, ove il giovane Argi-
rippo, in risposta alla metafora marinara adoperata dalla mezzana Cleareta nella battuta precedente, dichiara di non
voler più pagare per entrare nel postribolo.
2 Ma cfr. K. Dziatzko, E. Hauler, P. Terentius Afer, Phormio, Leipzig, 19134, p. 152: «volkstümmliche und spri-
chwörtliche Hyperbel».
3 Gell. 15, 14, 3 ‘<sese> pecunias’ inquit (scil. Q. Metellus Numidicus) ‘<maximas> exactas esse’ pro eo, quod est ‘pecunias
a se esse maximas exactas’. Id nobis uidebatur Graeca figura dictum; Graeci enim dicunt: ÂåÛÂÚ¿Í·Ùfi Ì àÚÁ‡ÚÈÔÓ, id signi-
ficat ‘exegit me pecuniam’. Quod si id dici potest, Caeciliusque eadem figura in Hypobolimaeo Aeschino usus uidetur: “ego …
portorium”, id est “nihilominus exigitur de me portorium”; Non. p. 152, 21 L. (106, 23 M.) ‘exigor’ pro a me exigitur. Caecilius
Aeschino: “ego … portorium”.
4 Non. p. 234, 5 L. (159, 5 M.) ‘pecua’ et ‘pecuda’, ita ut pecora, ueteres dixerunt. … p. 235, 19 Caecilius Imbris: “et … om-
nibus”.
5 Non. p. 426, 28 L. (277, 23 M.) ‘delica’ est aperi et explana. … Caecilius Obolostate: “si … delicat”; p. 139, 4 L. (98, 6
M.) ‘delica’, explana, indica. … Caecilius Obolostate: “immo … delicat”.
6 La ripartizione del frammento tra due locutori si deve a Bothe, imitato da Spengel, Ribbeck3 e Guardì. Mül-
ler, (Nonii Marcelli, cit.), Lindsay (Nonii Marcelli, cit.), Warmington e ora Livan (Appunti, cit., p. 42 n. 110) vivaciz-
zano ulteriormente il dialogo, ascrivendo anche le parole di chiusura res delicat al primo personaggio.
20. cecilio stazio 157
segno, nel personaggio A, l’adulatore, si dovrebbe riconoscere l’adulescens bisognoso di
denaro, oppure il servus suo collaboratore. In alternativa si può intendere l’elogio formu-
lato dall’adulescens come ringraziamento all’usuraio per un prestito già ottenuto; la repli-
ca haec ante solitus sum sarebbe da leggere come ironico riferimento ai prestiti già conces-
si in passato, di cui è prova la disastrosa situazione attuale del giovane. Nei due versi
iniziali del frammento viene espresso mediante adynaton il motivo topico dell’ineffabili-
tà,1 particolarmente frequente nel genere epico e nella poesia esametrica, dove prevalgo-
no adynata con il numero centum.2 Tra le espressioni analoghe con il numero decem (per
cui vd. il precedente omerico di Il. 2, 489 Ôé‰\ Âú ÌÔÈ ‰¤Î· ÌbÓ ÁÏÒÛÛ·È, ‰¤Î· ‰b ÛÙfiÌ·Ù\
ÂrÂÓ) sono particolarmente interessanti quelle di due autori arcaici: Enn. ann. 561-562 V. 2
non si lingua loqui saperet quibus, ora decem sint / in me, tum ferro cor sit pectusque revinctum;
Plaut. Bacch. 128 qui si decem habeas linguas, mutum esse addecet.3 Sia il passo di Plauto che
quello di Cecilio, il secondo forse per imitazione del primo, potrebbero costituire riprese
parodiche del luogo enniano, come ritiene Kißel,4 che coglie nella ripresa ceciliana del
motivo una sfumatura parodica. Nel frammento Pascucci ha notato invece «un anda-
mento colloquiale […] più vicino al tono popolaresco di un modo di dir proverbiale che
all’enfatica sostenutezza di un ÙfiÔ˜ di origine epica».5
com. 191 R.3 (186 G.)
… … Cur depopulator? gerrae!
«Perché ‘saccheggiatore’? Sciocchezze!».
Il frustulo è l’unica reliquia, pervenuta grazie a Nonio,6 della palliata Portitor, titolo trat-
to dal nome del funzionario incaricato di riscuotere il dazio sulle merci nel porto.7 Il ri-
gore con cui questi doganieri adempivano il loro incarico, mediante interrogatori e accu-
rate ispezioni delle navi, fece sì che il sostantivo divenisse, soprattutto nel teatro comico,
sinonimo di persona avida e invadente.8 Questo personaggio, tuttavia, non figura mai sul-
la scena nel teatro di Plauto e Terenzio, né si conoscono commedie greche d’intitolazio-
ne analoga e ciò aumenta il rammarico per l’assoluta mancanza di notizie certe sull’ope-
ra di Cecilio, il cui intreccio, ammettendo che il portitor fosse uno dei personaggi
principali, poteva svilupparsi secondo linee piuttosto originali, o forse rientrare in una ti-
pologia tradizionale, con il doganiere in un ruolo simile a quello del miles.9 L’esiguità del

1 Vd. E. R. Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino, Firenze, 1995, pp. 180-182.
2 Cfr. Verg. georg. 2, 42-44; Aen. 6, 625-627; Ov. met. 8, 532-534; fast. 2, 119-121; Pers. 5, 1-2; Sil. 4, 525-528; Stat. Theb.
12,797-99; Apul. met. 11, 25, 5; P. Courcelle, Histoire du cliché virgilien des cent bouches, «rel», 33, 1955, pp. 231-240; M.
Scaffai, Il «topos» delle molte bocche da Lucilio a Lucrezio (e viceversa), «Eikasmos», 19, 2008, pp. 153-174.
3 Secondo E. Norden (P. Vergilius Maro, Aeneis Buch vi , Darmstasdt, 19574, p. 293) la progressiva sostituzione del
numero ‘dieci’ con il ‘cento’ – a partire, sembra, da Host. carm. frg. 3 Blä. (ma decem linguae sono anche in Ov. ars 1,
435-436) – sarebbe conseguenza di un processo di amplificazione retorica proprio della poesia romana. O. Skutsch
(The Annals of Q. Ennius, Oxford, 1985, p. 629), fa notare invece che ‰¤Î· e centum si prestano all’anafora, ciò che non
vale per la parola giambica decem. 4 W. Kißel, Aules Persius Flaccus, Satiren, Heidelberg, 1990, p. 572.
5 G. Pascucci (Ennio, Ann., 561-562 V2 e un tipico procedimento di ·ûÍËÛȘ nella poesia latina, «sifc», 31, 1959, pp. 79-
99 (= G. Pascucci, Scritti scelti, Firenze, 1983, pp. 577-597). Per Livan (Appunti, cit., p. 42 n. 109) nel frammento di Ce-
cilio «la struttura chiastica e l’iperbato di te sembrano rinviare a un registro paratragico».
6 Non. p. 170, 23 L. (118, 27 M.) ‘gerrae’, nugae, ineptiae; et sunt gerrae fascini, qui sic in Naxo, insula Veneris, ab incolis
appellantur. … Caecilius Portitore: “cur … gerrae!”. 7 Cfr. Tib. Don. Aen. 4, 295.
8 Plaut. Asin. 159 ego pol istum portitorem priuabo portorio, dove Argirippo si rifiuta di pagare la lena Cleareta; 241 por-
titorum simillumae sunt ianuae lenoniae; Men. 117.
9 Spengel (p. 32) riteneva che Portitor fosse la seconda intitolazione del Nauclerus (com. 113-115 R.3 [109-111 G.]), ma
le due figure svolgevano ruoli del tutto diversi e l’ipotesi di fatto poggia soltanto su una presunta ambientazione por-
tuale della commedia (ripresa tuttavia da L. Nadjo, L’argent et les affaires à Rome des origines au ii siècle avant J.-C., Lou-
vain-Paris, 1989, p. 226: «Nauclerus seu Portitor (le Patron de Navire)»).
158 marco cipriani
frammento – forse la seconda metà di un ia7, un senario incompleto secondo Guardì –
consente solo di intendere la battuta come la replica risentita di un personaggio all’accu-
sa di essere un ‘saccheggiatore’, attribuendola al portitor stesso o forse, come propone Li-
van, a un parassita.1 Otto inserisce il frustulo nel suo repertorio (nº 755) per l’occorrenza
del sostantivo gerrae, nel quale evidentemente riconosce un valore proverbiale o idioma-
tico.2 Al vocabolo – derivato dal greco Á¤ÚÚÔÓ, adoperato per indicare un oggetto di vi-
mini3 – si riferisce, in effetti, una fonte paremiografica bizantina: app. prov. 1, 72 °¤W®·
N¿ÍÈ·Ø Á¤ÚÚÅ· ™ÈÎÂÏÔd ϤÁÔ˘ÛÈ Ùa àÓ‰ÚÂÖ· ηd Á˘Ó·ÈÎÂÖ· ·å‰ÔÖ·.oHÓ ‰b– âÓ Ù” ™ÈÎÂÏÈΔ
N¿Íˆ Ù¤ÌÂÓÔ˜ âÈı·Ï¿ÛÛÈÔÓ \AÊÚÔ‰›Ù˘, âÓ † ÌÂÁ¿Ï· ·å‰ÔÖ· àÓ¤ÎÂÈÙÔ.4 L’espressione
°¤ÚÚ· N¿ÍÈ· sarebbe dunque connessa all’uso di Á¤ÚÚ· da parte dei Sicelioti per indicare
i pudenda maschili e femminili,5 posto in relazione con la presenza di ÌÂÁ¿Ï· ·å‰ÔÖ· nel
Ù¤ÌÂÓÔ˜ di Afrodite nella città siciliana di Nasso: nella sua oscurità la testimonianza pare-
miografica potrebbe essere spiegata intendendo che nel santuario della dea fosse conser-
vato un grande simbolo sessuale (forse di forma fallica) fatto di vimini, e dunque il ter-
mine Á¤ÚÚ·, entrato nell’uso per definire i genitali, sarebbe stato assunto dai Romani,
presso i quali, con facile passaggio semantico, avrebbe acquisito in seguito il valore di
‘sciocchezze, stupidaggini’, con il quale compare già in Plauto (Asin. 600; Epid. 233; Poen.
137; Trin. 760).6 A questa esegesi si adatta abbastanza bene il testo di Nonio, supponendo
che il glossografo avesse parzialmente travisato la notizia, come dimostra la confusione
della città siciliana di Naxus con l’omonima isola delle Cicladi.7 L’origine siciliana del-
l’espressione è ribadita in un passo dell’epitome festina di Paolo Diacono, per il resto piut-
tosto insolito, tanto da far supporre un’origine autoschediastica: Paul. Fest. p. 83 L. ‘ger-
rae’ crates uimineae. Athenienses cum Syracusas obsiderent et crebro gerras poscerent, irridentes
Siculi gerras clamitabant. Unde factum est, ut gerrae pro nugis et contemptu dicatur.8 L’aneddo-
to viene ripreso, e ulteriormente complicato, dagli scoliasti di Terenzio, che confondono
gerra con il pesce gerres.9
com. 251 R.3 (261 G.) Quisquilias uolantis, uenti spolia memorant: i modo!10

01 Livan, Appunti, cit., p. 27. A un parasitus si tende a riferire anche il fr. 13 R.3 (11 G. iamdudum depopulat macellum),
in cui ricorre il verbo depopulo.
02 Cfr. von Wyss, p. 95. Ma vd. già Erasmo Adagia 1310: Siculae nugae, gerrae, Persolae nugae.
03 Un cesto, ma anche la copertura dello scudo: cfr. L&S s. v.; dge p. 804.
04 cpg 1, p. 390 (= Prov. Bodl. 278); il solo lemma si legge in Zenob. Ath. 3, 116.
05 Di qui il probabile uso della locuzione nella commedia dorica, come sembra confermare la testimonianza di
uno scolio a Luciano che ne ricorda l’occorrenza in Epicarmo (226 K.-A., vol. I).
06 In seguito vd. anche Auson. 15, 11 Green misi … ad te haec friuola gerris Siculis uaniora, su cui E. Di Lorenzo, Au-
sonio. Saggio su alcune componenti stilistiche, Napoli, 1980, p. 37.
07 Per l’interpretazione di gerrae/Á¤ÚÚ· mi sono affidato soprattutto ad A. Sonny, Gerrae und gerro, «all», 10, 1887,
pp. 377-381, ma si deve precisare che sull’origine della glossa le tesi degli studiosi non concordano e si tende a distin-
guere gerrae = crates vimineae (gr. Á¤ÚÚÔÓ) da gerrae = genitalia (gr.-sicil. Á¤ÚÚ·): vd. A. Ernout, A. Meillet, Diction-
naire étymologique de la langue latine, Paris, 19594, p. 274 e A. Walde-J.B. Hoffman Lateinisches Etymologisches Wörter-
buch, ii, Heidelberg, 19543, p. 596.
08 La testimonianza di Paolo-Festo potrebbe essere connessa al fatto che in Cecilio e nei passi plautini – a ecce-
zione che nel Poenulus – gerrae è impiegato come esclamazione (cfr. Siculi gerras clamitabant).
09 Eugraph. Ter. Heaut. 1033 gerras pisces dicunt nullius uel saporis uel momenti ad cibos. tractum hoc est a Syracusanis,
qui omnia machinamenta, quae a Marcello aduersus ciuitatem fiebant, <ut> magno impetu eam deicerent, eadem gerras appel-
labant; schol. Schlee p. 126, 6 gerra enim dicitur piscis nullius saporis, non aptus cibis. Aliqui dicunt gerra machinamentum
bellicum, quo quondam usi sunt Romani ad expugnandos muros, sed nihil proficere potuerunt.
10 La fonte del frammento è Fest. p. 306, 12 L. ‘quisquiliae’ dici putantur, quicquid ex arboribus minutis surculorum fo-
liorumue cadit: uelut quicquidcadiae. Caecilius: “quisquilias … modo!”. A partire da Ribbeck1 gli editori interpretano co-
me memorant: i modo la lezione memoranti modo del Farnesiano (inesatta la trascrizione memoranti i modo resa da Mo-
scadi, Il Festo, cit., p. 65). Livan (Appunti, cit., p. 62 n. 3) valuta l’ipotesi di inserire cambio di interlocutore dopo
memorant, comparando alcuni usi plautini di i modo.
20. cecilio stazio 159

«Affermano quisquilie svolazzanti, prede del vento: ora va’!»


In questo settenario trocaico, nel quale Traina,1 seguito da Guardì (p. 198), coglie la risposta
a un’ambasciata, viene affidato alla bella perifrasi quisquilias uolantis uenti spolia il
noncurante disprezzo per le parole riferite da alcuni personaggi.2 Il frammento è inserito
da Otto (1864) in un elenco di passi, tra loro piuttosto eterogenei, che esprimono non solo il
motivo, certamente diffuso e passato in proverbio, del «parlare al vento», ma anche quello
più generico della dispersione di qualunque cosa nella polvere, nell’acqua o nell’aria.3

Abbreviazioni
Boggione-Massobrio = V. Boggione-L. Massobrio, Dizionario dei proverbi. I proverbi italiani
organizzati per temi, Torino, 2004
Erasmo, Adagia = M. L. van Poll-van de Lisdonk et M. Mann Phillips (ed.), Chr. Robinson,
Adagiorum chilias prima, Opera omnia Desiderii Erasmi Roterodami, ordinis secundi, tomi i-viii,
Amsterdam-London-New York-Tokyo, 1993-1997
Erasmo, Collect. = F. Heinimann et M.L. van Poll-van de Lisdonk (ed.), Adagiorum collectanea,
Opera omnia Desiderii Erasmi Roterodami, ordinis secundi, tomus ix, Amsterdam (et al.), 2005
Otto, Nachträge = Nachträge zu A. Otto, Sprichwörter …, eingeleitet und mit einem Register hrsg
von R. Häussler, Darmstadt, 1968
Strauss = E. Strauss, Dictionary of European Proverbs, i-iii, London-New York, 1994
tpma = Thesaurus proverbiorum medii aevii. Lexicon der Sprichwörter des romanisch-germanischen Mit-
telaters, begründet von S. Singer, Bd. i-xiii, Berlin-New York, 1995-2002
von Wyss = W. von Wyss, Die Sprüchwörter bei den römischen Komikern, Diss. Zürich, 1889

1 Traina, Comoedia, cit., p. 104.


2 Con la giustapposizione dei due sostantivi si ricerca forse un effetto comico, suggerito dal diverso registro stili-
stico: quisquiliae, riferito propriamente alle minutaglie cadute dagli alberi e qui attestato per la prima volta, proviene
dal lessico agricolo-botanico (M. G. Bruno, Il lessico agricolo latino, Amsterdam, 19692, p. 212; N. C. Conomis, Graeco-
Latina in Charisius, «Glotta», 46, 1968, p. 161 [156-184]; per l’etimo vd. F. Biville, Les emprunts du latin au grec. Approche
phonétique, i : Introduction et consonantisme, Louvain-Paris, 1990, p. 282 n. 210); locuzione di tono più elevato è spolia uen-
ti, originale metafora di carattere militare (la iunctura non occorre altrove e raro è anche l’uso di spolia con genitivo
soggettivo).
3 Questi i luoghi raccolti da Otto: Hom. Il. 7, 99 àÏÏ\ ñÌÂÖ˜ ÌbÓ ¿ÓÙ˜ ≈‰ˆÚ ηd Á·Ö· Á¤ÓÔÈÛıÂ; Lucr. 4, 930 tu fac,
ne uentis uerba profundam; Catull. 66, 85 illius a mala dona leuis bibat irrita puluis; Tibull 1, 9, 11 ad deus illa / in cinerem et
liquidas munera uertat aquas; 4, 4, 8 in pelagos rapidis euehat amnis aquis; Prop. 2, 16, 45 haec uideam rapidos in uanum fer-
re procellas, / quae tibi terra, uelim, quae tibi fiat aqua; Ov. epist. 1, 79 hoc crimen tenues uanescat in auras.
composto in car attere dante monotype dalla
fabrizio serr a editore, pisa · roma.
stampato e rilegato nella
tipo gr afia di agnano, agnano pisano (pisa).

*
Ottobre 2010
(cz3/fg22)

Tutte le riviste Online e le pubblicazioni delle nostre case editrici


(riviste, collane, varia, ecc.) possono essere ricercate bibliograficamente e richieste
(sottoscrizioni di abbonamenti, ordini di volumi, ecc.) presso il sito Internet:

www.libraweb.net
Per ricevere, tramite E-mail, periodicamente, la nostra newsletter/alert con l’elenco
delle novità e delle opere in preparazione, Vi invitiamo a sottoscriverla presso il nostro sito
Internet o a trasmettere i Vostri dati (Nominativo e indirizzo E-mail) all’indirizzo:

newsletter@libraweb.net

Computerized search operations allow bibliographical retrieval of the Publishers’ works


(Online journals, journals subscriptions, orders for individual issues, series, books, etc.)
through the Internet website:

www.libraweb.net

If you wish to receive, by E-mail, our newsletter/alert with periodic information


on the list of new and forthcoming publications, you are kindly invited to subscribe it at our
web-site or to send your details (Name and E-mail address) to the following address:

newsletter@libraweb.net