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Officina per Milano – Tavolo Coesione sociale

Appunti per intervento introduttivo - 24 gennaio 2011

(Lamberto Bertolé)

Per introdurre il lavoro del nostro gruppo sulla coesione sociale, alla luce del quadro che
l’intervento di Ranci ha illustrato, provo ad indicare alcuni “punti di non ritorno” emersi durante la
campagna per le primarie, dal confronto tra i candidati e dall’ascolto delle molte realtà che si sono
espresse in quell’occasione, dal punto di vista delle politiche di risposta ai bisogni sociali.

Il senso di questa introduzione è quello di partire da alcuni elementi di scenario e di strategia


comune, da contestualizzare nei diversi ambiti di intervento, da approfondire o, se necessario,
chiarire nei gruppi di lavoro e nella discussione in plenaria.

Le politiche sociali hanno subito colpi durissimi in questa città:

- reti e esperienze importanti sono state interrotte e chiuse

- c’è un forte vissuto di declino, le reti di fronteggiamento dei bisogni sono sfibrate, lacerate

- gli operatori sociali sono stanchi e sfiduciati: all’interno dell’amministrazione comunale


prevalgono la solitudine e la demotivazione; all’esterno, il terzo settore nutre sempre maggiore
sfiducia nei confronti di una classe dirigente inaffidabile e poco autorevole.

Il contesto della crisi economica rende l’obiettivo di progettare e costruire il welfare milanese
particolarmente complesso: diminuiscono le risorse (tagli dei trasferimenti, …), aumentano e si
differenziano i bisogni.

Ecco allora, in grande sintesi, alcune delle priorità che ci troviamo ad affrontare.

Possiamo sintetizzarle in sei questioni:

1) L’amministrazione comunale

La macchina amministrativa è ingolfata e piena di ruggine. Quattro anni fa, alle fatiche storiche, si è
aggiunto un colpo duro: è stato decapitato il vertice e una nuova dirigenza di nomina politica spesso
non competente ha messo ai margini la vecchia dirigenza competente e così fortemente demotivata.

I quadri intermedi sono delusi e arrabbiati. Forte è la sfiducia e la frustrazione: il vissuto è che
prevalgano logiche politiche e non meritocratiche. Forte è anche la sofferenza di operatori che si
sentono soli. Chi lavora nel comune è stato poco coinvolto, gli operatori sono stati “burocratizzati”
e sono sempre meno attori delle politiche sociali, hanno le ali tarpate. C’è poca formazione e
preparazione ad un lavoro di progettazione sul territorio.
L’amministrazione, salvo alcuni aspetti procedurali, ha smesso di innovare da moltissimi anni. Chi
ha innova oggi è il terzo settore.

Per ricostruire il nostro sistema di welfare occorre partire da qui: mettere mano a questa macchina,
riorganizzarla, motivarne i protagonisti. Sarà un lavoro lungo.

2) La regia pubblica

Oggi ognuno si arrangia, si organizza. Il comune deve riprendere in mano la regia, lasciata, loro
malgrado, alle fondazioni: il comune deve gestire i processi, costruire reti, promuovere pensiero sul
benessere a Milano, fare politiche. L’organo democratico deve tornare a svolgere con competenza e
autorevolezza il suo ruolo, facendo sì che gli interventi sociali non siano ridondanti per alcune aree
e assenti per altre.

La spesa del resto non è efficiente: non c’è un controllo sulla spesa, non c’è programmazione.

Il budget del comune per le politiche sociali supera i 450 milioni di euro, le Fondazioni a
Milano non superano i 20, eppure sono più incisive. Certo, nel bilancio del comune le spese di
personale incidono moltissimo, ma decisivo è anche lo scarso controllo del budget, l’assenza di
valutazione sull’efficacia degli investimenti e dei progetti (o meglio: la valutazione tiene conto delle
prestazioni erogate e non della loro efficacia; gli interventi non sono valutati i termini di
“promozione”).

Oggi l’Assessorato ha oltre 800 convenzioni con il privato sociale, ha un budget pari al 30% del
bilancio comunale, per non parlare del numero di dipendenti. Fa molta fatica a governare questa
complessità. Durante le primarie si è parlato del decentramento come uno strumento per affrontare
questa questione.

Le fondazioni e terzo settore poi devono essere coinvolti in modo non rituale e burocratico,
superando le rigidità degli attuali piani di zona. Il terzo settore, infatti, oggi è considerato più un
fornitore che un partner della progettazione.

A Milano ci sono risorse economiche importanti, strutture e grandissime competenze poco


valorizzate (volontariato, associazioni, cooperative, fondazioni, …)

3) Prevenzione

Abbiamo a che fare con un’assenza totale di pensiero attorno al tema del benessere e del welfare e
un impoverimento culturale. Non c’è programmazione: si improvvisa e le prestazioni sono spesso
emergenziali, secondo la logica de “facciamo il meno che si può”, anche nell’ambito della tutela!

Si deve abbandonare la logica emergenziale del “fare meno che si può” che lascia esplodere le
situazioni, per intervenire solo quando i problemi sono ormai diventati cronici.

Bisogna promuovere interventi nei contesti di normalità, relazioni e punti di riferimento.

In questi anni abbiamo assisitito alla chiusura precipitosa dell’educativa di strada e a un colpo
durissimo ai Centri di aggregazione giovanile, ma l’assenza di interventi di prevenzione non
riguarda solo i servizi, riguarda più in generale le politiche.

Alcuni esempi:
- I minori adolescenti a rischio di devianza

- Gli Immigrati e il tema della loro partecipazione alla vita pubblica della città. Milano non parla più
con il 16% dei milanesi (immigrati), ne parla come di corpi estranei. L’Ufficio stranieri è ridotto
all’impotenza; il comune di Milano ha rinunciato ad un ruolo attivo nei confronti delle vittime di
tratta. Negli ultimi 10 anni i minori immigrati sono diventati adulti, trattati come soggetti non
graditi hanno maturato un senso di alienazione crescente,.

- Non si è costruita “buona vita” anche nei quartieri a basso reddito. Facciamo un confronto tra
Belleville e via Padova. A Belleville si è investito in cultura, lì la gente è contenta di vivere, si sta
bene. In via Padova nulla, chi ci vive ha spesso una visione negativa della zona.

4) Integrazione tra sociale e sanitario

Innanzitutto la distinzione tra Politiche sociali e l’Assessorato alla Salute, inutile e spesso in
sovrapposizione con gli interventi delle Asl, rende l’idea di una cultura che divide invece che
integrare sociale e sanitario.

E poi alcune situazioni specifiche:

- Nel passaggio da CSE (centri socio-educativi) a CDD (centri diurni disabili) si è perso il ruolo
educativo, queste realtà sono molto impoverite.

- I CPS, spesso sono dispensatori di farmaci chiusi durante i fine settimana

- Al “sanitario” si chiedono risposte che potrebbero essere sociali (come nel caso della riabilitazione
dei disabili).

Si medicalizza e si investe poco sul territorio. Occorre ribaltare questa logica e integrare gli
interventi.

5) Diritti

Le politiche sociali non sono un costo, ma un investimento. Non possono essere subordinate a
logiche di bilancio.

Un cartello del Terzo settore ha lanciato la campagna “i diritti alzano la voce!”. Quando i diritti
alzano la voce, va da sé, non sono più diritti. Ciò avviene anche nel campo delicatissimo della tutela
(questione dei minori e del prosieguo amministrativo). I diritti sono subordinati a logiche di
bilancio; è nell’esperienza di tutti che il superiore interesse del minore (convenzione di New York,
celebrata tutti gli anni a fine novembre) è “meno superiore” dei vincoli di bilancio!

6) Rifiuto della delega e welfare comunitario

Ci si rivolge ai professionisti del sociale delegando unicamente a loro il fronteggiamento dei


bisogni, bisogna al contrario richiamare le responsabilità complessive dei cittadini per costruire un
Welfare comunitario. Si tratta, in quest’ottica, nelle prossime settimane, di organizzare momenti di
incontro e approfondimento con operatori sociali, sanitari, magistrati, insegnanti, rappresentanti del
sindacato, solo per fare degli esempi per promuovere una riflessione comune ed individuare nuove
strategie di risposta.