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Corso di Storia ed estetica musicale

Carrozzo

Introduzione alla semiografia del canto gregoriano

I primi segni riportati sui manoscritti liturgici riguardanti l’esecuzione della musica sono
probabilmente derivati dai segni di interpunzione o dagli accenti grammaticali:
= accento acuto;
´ = accento grave.
`
(la teoria secondo cui la notazione musicale primitiva sarebbe chironomica, ossia basata sui gesti
del direttore di coro, sembra oggi destituita di ogni fondamento filologico).
Questi segni sono databili tra fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo ed erano utili presumibilmente
soprattutto ai celebranti e ai lettori come ausili mnemonici onde eseguire correttamente le
inflessioni melodiche richieste alla fine delle frasi durante la cantillazione.

Gradualmente si affermò l’uso di aggiungere segni consimili al di sopra del testo già predisposto sui
manoscritti dei Graduali (raccolte di testi dei canti per la messa) e degli Antifonari (raccolte di testi
dei canti per la liturgia delle ore). Questi libri liturgici furono poi compilati in modo da lasciare un
rigo vuoto, destinato alla notazione musicale, al di sopra di ciascun rigo di testo.
Questo tipo di notazione non specificava l’altezza delle note (i canti erano trasmessi per tradizione
orale) ed è quindi detta NOTAZIONE ADIASTEMATICA. Essa trasmetteva prevalentemente
invece indicazioni di carattere ritmico ed espressivo, informazioni che sono andate perdute per
secoli sinché i moderni studiosi non la hanno indagata sistematicamente.
Questo tipo di notazione è incorsa in una evoluzione i cui tratti essenziali sono qui riassunti
attraverso un frammento tratto dall’Offertorio Illumina (dalla messa della 4a Domenica dopo
Pentecoste) qui riportato per intero nella moderna notazione quadrata del Liber usualis:

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Il primo esempio proviene dal ms. di Mont-Renaud di Noyon (X secolo). qui la notazione dà
soltanto indicazioni assai generiche sul moto melodico:

Qualche dato in più lo fornisce il Graduale detto Laon 239, compilato attorno al 930:

nonché il ms. detto Chartres 47:

Il ms. Einsiedeln 921 dà indicazioni ulteriori attraverso l’uso delle “lettere significative”. Ad es.:
t = tenete; l = levare (cioè: ascendere melodicamente) oppure leniter (leggermente), ecc.

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Il ms. Benevento 33 presenta una chiara tendenza verso una più precisa indicazione delle altezze:

Il passo successivo è costituito dalla cosiddetta notazione DIASTEMATICA IN CAMPO


APERTO, in cui la disposizione dei neumi segue con precisione la curva melodica, ma senza valersi
di alcun punto di riferimento grafico, è il caso del ms. Paris B. N. lat. 776:

Alcuni mss. successivi raggruppano i neumi attorno a una linea, dapprima a secco, poi inchiostrata
(come il ms. Paris, B. N. lat. 903, detto Graduale di Sint-Yrieix):

Il Graduale Benevento, Bibl. Cap., VI 34 (fine XI - inizio XII sec.) è uno dei primi ad utilizzare un
rigo a secco a linee multiple, distanziate tra loro, e dotate di segni di chiave per indicare la posizione
del semitono (chiavi di DO e di FA):

Il ms. Graz 807 mette addirittura 4 chiavi per due linee:

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Il Graduale di Monpellier, Bibl. de la Faculté de Médicine, H 159 del sec. XI, compilato a Digione
a scopo didattico, è preziosissimo poiché usa la doppia notazione neumatica e alfabetica:

Guido d’Arezzo (vissuto tra il 990 ca. e il 1050) è considerato l’inventore del rigo polilineare a linee
ravvicinate. Attraverso l’indicazione della chiave o l’uso di linee colorate esso permetteva di
indicare con precisione le altezze delle note; ciò gradualmente portò all’abbandono della tradizione
orale del canto gregoriano e all’oblio del significato espressivo racchiuso nella notazione
adiastematica,
Il Concilio di Trento (1545-1563) promosse un’edizione dell’intero corpus di melodie del canto
gregoriano e ne affidò la cura a Giovanni Pierluigi da Palestrina e Annibale Zoilo il cui lavoro fu
completato nel 1614 da Felice Anerio e Francesco Soriano, allievi del Palestrina, che diedero alle
stampe l’Editio medicea (così detta perché affidata allo stampatore Medici di Roma). Questa
edizione era basata però su criteri filologicamente assai discutibili, poiché, nell’intento di
ripristinare la versione originale dei canti, interveniva non solo eliminando tutti i tropi e quasi tutte
le sequenze, ma tagliando anche numerosi melismi dei canti originali, considerati aggiunte spurie.
L’Editio medicea era scritta in notazione quadrata, ossia in una notazione adattata dal repertorio
polifonico dell’Ars antiqua dei secc. XII-XIII, senza peraltro rispettare sempre i raggruppamenti di
note dei neumi originali:

Il lavoro di studio delle fonti intrapreso nel secondo Ottocento dai benedettini dell’abbazia di
Solesmes in Francia (il massimo centro di studi del canto gregoriano) rese possibile nel 1908 una
nuova edizione del repertorio del Proprium, detta Editio vaticana del Graduale. La notazione
quadrata era intesa come “canto piano”, privo di qualsiasi articolazione ritmica:

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Dom André Mocquereau, monaco dell’abbazia di St. Pierre a Solesmes, sulla scorta di una propria
interpretazione delle melodie gregoriane produsse una teoria sulla interpretazione ritmica dei canti;
e per agevolarne la diffusione inventò tre segni da aggiungere ai neumi quadrati: il punto
(raddoppio della durata della nota), l’episema (prolungamento variabile della nota) e l’ictus (indica
la nota da considerare in battere all’interno di una successione):

Il sistema ritmico e la simbologia relativa, spiegati nel suo testo Le nombre musical, 1908-27, non
furono accolti nell’Editio vaticana, ma furono usati in altre pubblicazioni, incluso un Graduale del
1945 e il Liber usualis, che raccoglie in un solo volume i canti liturgici di più largo uso.

Esempio tratto dall’edizione di Solesmes del Graduale del 1945. Dal confronto con l’esempio
precedente risulta evidente l’aggiunta dei segni di interpretazione ritmica di Dom Mocquereau.

A partire dalla seconda metà del Novecento, in particolare grazie agli studi di Dom Eugène
Cardine, monaco solesmense, i metodi della moderna filologia sono stati applicati alla
comparazione sistematica delle fonti, diastematiche e adiastematiche, del canto gregoriano (cfr. il
testo di riferimento Semiologia gregoriana, Roma, Pontificio Istituto di musica sacra, 1968). In
collaborazione con Cardine, lo studioso Rupert Fischer redasse il cosiddetto Graduale Triplex,
pubblicato nel 1979, in cui sopra e sotto la notazione quadrata sono apposti i segni corrispondenti
dei manoscritti Laon 239 e San Gallo 359, riferibili a due delle principali famiglie scrittorie della
notazione adiastematica.

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Nota sulla trascrizione

Per la trascrizione del canto gregoriano valgono le regole date in M. N. Massaro, LA scrittura
musicale antica, Padova, Zanibon, 1979, in particolare p. 15.
Tuttavia al metodo consigliato in quel testo (trascrizione in crome) attualmente si preferisce

trascrivere i neumi con la semplice testa delle note ( œ ), raccogliendo in un’unica legatura quelle
comprese in uno stesso neuma. Le note lunghe possono essere espresse mediante teste di note

bianche ( ˙ ).

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