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Riassunto canti: X; XIII; XV; XIX; XXVI; XXXIII divina commedia

Canto X

Virgilio guida Dante fra le tombe della città di Dite, costeggiando il lato interno delle mura. Dante è
incuriosito e chiede al maestro se sia possibile vedere le anime che giacciono nei sepolcri, dal momento che
i coperchi sono sollevati e non ci sono demoni a custodire le arche. Virgilio risponde che le tombe saranno
chiuse in eterno il giorno del Giudizio Universale, quando le anime risorte si saranno riappropriate del
corpo nella valle di Iosafat. Spiega inoltre che in questa sorta di cimitero giacciono tutti i seguaci di Epicuro,
che hanno proclamato la mortalità dell'anima, e promette a Dante che sarà presto soddisfatto il desiderio
che gli ha espresso e un altro che non ha svelato, ovvero di sapere se lì c'è l'anima di Farinata Degli Uberti.
Dante si giustifica dicendo che se gli tiene celati alcuni desideri è solo per evitare di parlare a sproposito,
cosa cui lo stesso Virgilio lo ha abituato. D'improvviso una voce proveniente da una delle tombe apostrofa
Dante, identificandolo come toscano e pregandolo di trattenersi poiché il suo accento lo indica come
originario della sua stessa città. Dante ne ha timore e si stringe a Virgilio, il quale però lo invita a voltarsi e a
guardare Farinata, che si è sollevato in una delle tombe ed è visibile da la cintola in sù. Dante obbedisce e
vede il dannato che si erge con la fronte e il petto alti, come se disprezzasse tutto l'Inferno, quindi Virgilio lo
spinge verso di lui e gli raccomanda di parlare dignitosamente.

Non appena Dante giunge ai piedi del sepolcro di Farinata, questi gli domanda chi fossero i suoi antenati. Il
poeta rivela la sua discendenza e Farinata osserva che gli avi di Dante furono aspri nemici di lui, dei suoi
antenati e della sua parte politica (i Ghibellini), tanto che li cacciò per due volte da Firenze. Dante ribatte
prontamente che, se essi furono cacciati, seppero rientrare in città entrambe le volte, mentre non si può
dire lo stesso degli avi di Farinata. D'improvviso accanto a Farinata emerge un altro dannato, che si sporge
fino al mento come se fosse inginocchiato. Lo spirito si guarda intorno con ansia, cercando qualcuno
accanto a Dante che però non vede. Alla fine, piangendo, chiede a Dante dove sia suo figlio e perché non
accompagni il poeta in questo viaggio, se Dante è lì per l'altezza del suo ingegno. Dante comprende subito
che si tratta di Cavalcante dei Cavalcanti, padre del suo amico Guido, e risponde che in realtà lui è lì non
solo per i suoi meriti e indica Virgilio come colui destinato a guidarlo a qualcuno che, forse, il figlio di
Cavalcante ebbe a disdegno. Cavalcante si alza allarmato e chiede a Dante se davvero suo figlio Guido sia
morto: poiché il poeta tarda a rispondere, il dannato precipita nuovamente nella tomba per non tornare
più fuori. Farinata, per nulla scomposto dall'accaduto, prosegue il suo discorso con Dante riprendendo
esattamente da dove l'avevano interrotto e dice che se i suoi avi non seppero rientrare in Firenze dopo la
cacciata, ciò gli provoca più dolore delle pene infernali. Tuttavia non passeranno più di quattro anni fino al
momento in cui anche Dante saprà quanto pesa non poter tornare nella propria città. Il dannato chiede poi
per quale motivo il Comune di Firenze è così duro in ogni sua legge contro la sua famiglia e Dante risponde
che ciò è per il ricordo della battaglia di Montaperti, che arrossò di sangue il fiume Arbia. Farinata osserva
sconsolato che a quella battaglia non partecipò lui solo, mentre fu l'unico a opporsi alla distruzione di
Firenze in seguito alla vittoria dei Ghibellini. Dante chiede a Farinata di risolvergli un dubbio, relativo alla
facoltà che gli sembra abbiano i dannati di prevedere il futuro e che ha causato la sua precedente
esitazione nel rispondere a Cavalcante. Farinata spiega che i dannati vedono, sì, il futuro, ma in modo
imperfetto, riuscendo a scorgere gli eventi solo quando sono molto lontani; quando si avvicinano nel tempo
o stanno avvenendo diventano loro invisibili e non sono in grado di saperne nulla, a meno che altri non
portino loro delle notizie. Perciò alla fine dei tempi, dopo il Giudizio Universale, la loro conoscenza del
futuro sarà del tutto annullata. Dante comprende l'errore commesso e prega Farinata di informare
Cavalcante che suo figlio Guido è in realtà ancora nel mondo dei vivi.

Virgilio richiama Dante, che perciò si affretta a domandare al dannato con chi condivida la sua pena nella
tomba. Farinata risponde di giacere lì con più di mille anime, tra cui quelle di Federico II di Svevia e del
cardinale Ottaviano degli Ubaldini, mentre tace degli altri. A quel punto Farinata rientra nel sepolcro e
Dante segue Virgilio, ripensando tristemente alla profezia dell'esilio. Dopo un po' Virgilio chiede a Dante la
ragione del suo smarrimento e il discepolo svela le sue preoccupazioni. Virgilio ammonisce Dante a
rammentare quello che ha udito contro di sé e gli promette che quando sarà giunto in Paradiso, di fronte a
Beatrice, lei gli fornirà ogni spiegazione relativa alla sua vita futura. Poi il poeta latino si volge a sinistra e
lascia le mura per imboccare un sentiero che conduce alla parte esterna del Cerchio, da dove si leva un
puzzo estremamente spiacevole.

Canto XIII

Nesso non è ancora tornato sull'altra sponda del Flegetonte, quando Dante e Virgilio si incamminano per
una orribile selva, in cui il fogliame è oscuro, i rami sono contorti e al posto dei frutti ci sono spine velenose.
I luoghi più selvaggi della Maremma non hanno una boscaglia così aspra, mentre qui le Arpie nidificano tra
gli alberi e hanno grandi ali, visi umani e zampe artigliate, con cui producono lamenti tra le piante. Virgilio
spiega a Dante che si trova nel secondo girone del VII Cerchio, dove la selva si estende sino al sabbione
infuocato del girone seguente. Lo invita poi a guardare bene ciò che si trova nel bosco, perché vedrà cose
incredibili a sentirne parlare. Dante sente levarsi dei lamenti da ogni parte e non vede chi li emette, perciò
si ferma e rimane confuso. Egli crede che degli spiriti si nascondano tra le piante, ma Virgilio (che ha intuito
l'errore del discepolo) lo invita a spezzare un ramoscello da uno degli alberi. Dante obbedisce e appena ha
spezzato il ramo di un albero, dal tronco esce la voce di uno spirito che lo accusa di essere impietoso,
mentre dal fusto esce sangue nero. Dal tronco spezzato escono le parole, simili ad un soffio, e insieme il
sangue, cosa che induce Dante a lasciar cadere a terra il ramo e a restare in attesa, pieno di timore.

Virgilio prende la parola e dice all'anima imprigionata nell'albero di essere stato costretto a indurre Dante a
compiere quel gesto, perché solo così egli avrebbe compreso ciò che lui stesso aveva cantato nei versi
dell'Eneide. Quindi invita il dannato a manifestarsi e a raccontare la sua storia, affinché Dante, tornato sulla
Terra, possa risarcirlo del danno subìto restaurando la sua fama. A questo punto il dannato dichiara che
l'offerta è troppo allettante per rifiutarla, quindi inizia a raccontare la sua storia. Egli si presenta come colui
(Pier della Vigna) che fu intimo collaboratore di Federico II di Svevia, tanto fedele da diventarne il solo
depositario di tutti i segreti. Aveva svolto il suo incarico con lealtà e dedizione, al punto da perderne la
serenità e la vita: infatti il suo zelo aveva acceso contro di lui l'invidia dei cortigiani, i quali sobillarono il
sovrano e lo indussero ad accusarlo di tradimento. In seguito Pier della Vigna si era tolto la vita, credendo in
tal modo di sfuggire allo sdegno del sovrano e finendo per passare dalla ragione al torto. L'anima conclude
il racconto giurando sulle radici della pianta in cui è rinchiuso di essere innocente dell'accusa rivoltagli a suo
tempo, pregando Dante di confortare la sua memoria se mai ritornerà nel mondo. Virgilio resta un attimo in
silenzio, quindi invita Dante a rivolgere altre domande al dannato. Il discepolo si dice troppo turbato per
rivolgere la parola allo spirito, quindi è Virgilio che chiede a Pier della Vigna in che modo l'anima del suicida
venga imprigionata dentro gli alberi sella selva e se accade talvolta che qualcuna di esse ne fuoriesca. Il
tronco emette nuovamente un soffio d'aria, quindi la voce spiega che quando l'anima del suicida si separa
dal corpo e giunge davanti a Minosse, il giudice infernale, questi la manda al VII Cerchio. Qui essa cade in un
punto qualsiasi e germoglia formando una pianta selvatica. Le Arpie, poi, nutrendosi delle foglie dell'albero,
producono ulteriore sofferenza alle anime. Il giorno del Giudizio Universale, spiega ancora il dannato, essi
andranno a riprendere le loro spoglie mortali ma non le rivestiranno: porteranno i corpi nella selva, dove
ciascuna anima appenderà il proprio all'albero dove è imprigionata, poiché non è giusto riavere ciò che ci si
è tolto violentemente. Dante e Virgilio sono ancora accanto all'albero di Pier della Vigna, quando entrambi
sentono dei rumori all'interno della selva, simili allo stormire del fogliame quando, in un bosco, c'è una
battuta di caccia al cinghiale. Subito dopo vedono due dannati che corrono tra la boscaglia, nudi e graffiati,
che rompono rami e frasche. Quello davanti (Lano da Siena) è più veloce, mentre quello dietro (Iacopo da
Sant'Andrea) è più lento e si nasconde accanto a un basso cespuglio. Poco dopo è raggiunto da delle cagne
nere, che fanno a brandelli lui e l'arbusto dove ha tentato di celarsi, quindi ne portano via le carni
maciullate. Virgilio allora prende per mano Dante e lo conduce accanto al cespuglio, dal quale esce sangue
e insieme ad esso la voce del suicida imprigionato all'interno. Il dannato rimprovera lo scialacquatore che
gli ha causato danno e dolore, poi Virgilio si rivolge al suicida e gli chiede di manifestarsi. Egli chiede
anzitutto ai due poeti di raccogliere i suoi rami spezzati ai piedi dell'arbusto, quindi rivela di essere
originario di Firenze, città che mutò il proprio protettore da Marte a san Giovanni Battista e per questo è
vittima di continue guerre (solo la statua del dio pagano sull'Arno, di cui sopravvive un frammento, la
preserva dalla totale distruzione). Il dannato conclude dicendo di essersi impiccato nella propria casa.

Canto XV

Dante e Virgilio procedono lungo uno degli argini del Flegetonte, che attraversa il sabbione infuocato
mentre il fumo che si leva dal fiume di sangue li protegge dalla pioggia di fiamme. Gli argini di pietra sono
alti e spessi, simili alle dighe costruite dai Fiamminghi per difendersi dai flutti marini e dai Padovani per
proteggere città e castelli dalle piene del Brenta. I due poeti si sono ormai allontanati dalla selva a tal punto
che Dante non riesce più a vederla, quando scorge un gruppo di anime (sodomiti) che si avvicinano
all'argine e guardano i due come si osserva qualcuno in una notte di novilunio, stringendo gli occhi come
fanno i vecchi sarti quando devono infilare l'ago nella cruna. Una delle anime della schiera si avvicina a
Dante e lo tira per il lembo della veste, gridando la sua meraviglia: il poeta lo guarda bene e nonostante il
suo viso sia tutto bruciato dalle fiammelle lo riconosce come Brunetto Latini. Dante lo saluta
meravigliandosi di trovarlo lì e il dannato manifesta il desiderio di staccarsi per un po' dalle altre anime e
seguire il suo antico discepolo per parlare con lui. Dante ovviamente ne è ben felice e afferma che si
attarderà a conversare con lui, sempre che ciò gli sia permesso da Virgilio. Brunetto ribatte che se un
dannato di quella schiera smette un istante di camminare, è poi costretto a restar fermo cent'anni senza
potersi riparare dalla pioggia di fuoco. Invita quindi Dante a camminare, mentre lui lo seguirà per poi
ricongiugersi ai suoi compagni di pena.

Naturalmente Dante non osa scendere dall'argine per avvicinarsi a Brunetto, tuttavia prosegue il cammino
tenendo il capo basso, per udire meglio le sue parole e in segno di deferenza. Brunetto chiede a Dante per
quale motivo egli compia questo viaggio nell'Aldilà e chi sia la sua guida. Dante risponde di essersi smarrito
in una valle prima della fine dei suoi giorni e di averla lasciata solo la mattina del giorno precedente: Virgilio
gli era apparso nel momento in cui stava per rientrarci e ora lo riconduce sul retto cammino. Brunetto
dichiara che Dante non può fallire nella sua missione letteraria e politica, se segue la sua stella e se lui ha
ben giudicato quando era in vita. Anzi, se Brunetto non fosse morto precocemente lo avrebbe aiutato lui
stesso, visto che il cielo è stato così benevolo con Dante. Tuttavia i Fiorentini, l'ingrato popolo disceso da
Fiesole e che conserva ancora la durezza della sua origine, si faranno nemici del poeta a causa delle sue
buone azioni e ciò non deve sorprendere, perché il frutto buono non cresce di solito tra quelli cattivi. I
Fiorentini sono gente avara, invidiosa e superba e Dante deve quindi tenersi lontano dai loro costumi. Il suo
destino è invece così onorevole che entrambe le parti politiche della città, Bianchi e Neri, vorranno sfogare
il loro odio su di lui, ma non ne avranno la concreta possibilità. I Fiorentini dovranno rivolgere il proprio
astio su se stessi e non toccare quei concittadini che, come Dante, conservano il sangue puro dei Romani
che fondarono anticamente la città.

Dante ribatte che, se dipendesse da lui, Brunetto sarebbe ancora nel mondo, dal momento che vivo è in lui
il ricordo del maestro che gli insegnò come acquistare fama eterna, quindi finché vivrà le sue parole
esprimeranno sempre questo affetto. Dante dichiara di prendere atto della oscura profezia, riservandosi di
farsela spiegare meglio da Beatrice quando la raggiungerà. Il poeta aggiunge inoltre che è pronto ai colpi
della fortuna, in quanto ha già udito una simile profezia. Virgilio si volge allora sulla sua destra e dice a
Dante che è buon ascoltatore chi prende nota di ciò che gli viene detto. Dante prosegue il cammino e
intanto non cessa di parlare con Brunetto, al quale chiede chi siano i suoi compagni di pena. Lui risponde
che farà i nomi delle anime più note, poiché sarebbe troppo lungo elencarle tutte. Brunetto spiega che i
sodomiti di quella schiera sono tutti chierici e letterati di gran fama, tra i quali Prisciano, Francesco
d'Accorso e colui che Bonifacio VIII trasferì da Firenze a Vicenza, dove morì lordo di tale peccato, vale a dire
il vescovo Andrea de' Mozzi. Brunetto si attarderebbe ancora, ma il colloquio si deve interrompere in
quanto già vede il fumo sollevato da un'altra schiera di sodomiti, della quale lui non può far parte. Si
congeda da Dante raccomandandogli il Trésor, che gli ha dato fama imperitura, quindi si allontana di corsa.
Dante lo paragona a un corridore che corre il palio di Verona e ne è vincitore.

Canto XIX

Dante esordisce maledicendo Simon mago e tutti i suoi seguaci che fanno turpe mercato delle cose sacre,
per i quali è necessario che suoni la tromba del Giudizio Universale visto che sono ospitati nella III Bolgia.
Dante e Virgilio sono giunti sul punto più alto del ponte roccioso che sovrasta la Bolgia, da dove il poeta può
vedere quanta è la giustizia divina che si manifesta nel mondo. Infatti egli vede le pareti e il fondo della
Bolgia pieni di buche circolari, tutte della stessa dimensione, del tutto simili ai fonti battesimali del
battistero di San Giovanni a Firenze, uno dei quali era stato spezzato da Dante per salvare uno che vi stava
annegando. Ogni peccatore è confitto a testa in giù nella buca, lasciando emergere solo le gambe fino alle
cosce, mentre le piante dei piedi sono accese da delle sottili fiammelle. I peccatori scalciano con forza,
mentre le fiammelle lambiscono i piedi come fa il fuoco sulle cose unte. Dante nota che uno dei dannati
sembra lamentarsi più degli altri e ha le fiammelle sui piedi di un colore più acceso, quindi ne chiede conto
a Virgilio. Il maestro risponde che, se Dante vuole, lo porterà sul fondo della Bolgia dove potrà parlare
direttamente con lui. Dante risponde che ne sarà ben lieto, dopodiché i due giungono al termine del ponte
e da lì scendono verso sinistra, sino al fondo della Bolgia. Dante si avvicina al peccatore e gli chiede di
parlare, proprio come il frate che confessa l'assassino prima dell'esecuzione: il dannato risponde
scambiandolo per papa Bonifacio VIII e chiedendo perché sia già giunto lì e se sia già stanco di fare scempio
della Chiesa. Dante resta stupito e non sa che rispondere, quindi Virgilio lo invita a dire al dannato di non
essere colui che crede, cosa che il poeta esegue immediatamente. A questo punto il dannato storce
dolorosamente i piedi, quindi si presenta come il papa Niccolò III, appartenente alla nobile famiglia degli
Orsini e che fu assai avido nell'arricchire i suoi famigliari, al punto che è finito all'Inferno. Sotto di lui nella
stessa buca sono conficcati gli altri simoniaci, tutti appiattiti nella roccia, e anche lui verrà spinto più in
basso quando arriverà realmente colui per il quale ha scambiato Dante (Bonifacio VIII). Ma questi rimarrà
nella buca coi piedi di fuori meno tempo di quando c'è rimasto Niccolò: infatti lo seguirà un altro papa
simoniaco (Clemente V), che spingerà di sotto entrambi dopo aver goduto in vita del favore del re di
Francia, Filippo il Bello. A questo punto lo sdegno di Dante esplode in una violenta invettiva contro Niccolò
e tutti i papi dediti alla simonia, cui il poeta chiede ironicamente quanto volle Gesù da san Pietro prima di
affidargli le chiavi del regno dei cieli, e rinfacciando che gli apostoli non pretesero alcun pagamento da
parte di Mattia quando prese il posto di Giuda. Niccolò è dunque giustamente punito e deve custodire il
denaro ricevuto per andare contro Carlo I d'Angiò. Solo il rispetto per il ruolo del papa impedisce a Dante di
usare parole ancor più gravi, poiché l'avarizia dei papi simoniaci ha sovvertito ogni giustizia terrena. La
Chiesa si è vergognosamente asservita agli interessi della monarchia francese, dopo essersi trasformata in
un'orrida bestia. I papi sono simili agli idolatri, in quanto adorano cento dei d'oro e argento, mentre molto
male ha prodotto la donazione di Costantino. Mentre Dante accusa violentemente Niccolò, il dannato
scalcia con forza come se fosse punto dall'ira o dalla coscienza sporca, mentre Virgilio manifesta col suo
volto l'approvazione per il discorso del discepolo. Dopodiché il maestro sorregge Dante con entrambe le
braccia e lo riporta sull'argine della Bolgia, da dove parte il ponte che conduce alla IV Bolgia, fino al quinto
argine. Arrivato qui lo depone a terra, quindi i due si accingono a visitare la Bolgia seguente.
Canto XXVI

Dante rivolge un aspro rimprovero a Firenze, che può davvero vantarsi della fama che ha acquistato in ogni
luogo e persino all'Inferno, dove il poeta ha visto (nella VII Bolgia) ben cinque ladri tutti fiorentini che lo
fanno vergognare e non danno certo onore alla città. Ma se è vero che i sogni fatti al mattino sono veritieri,
allora Firenze avrà presto la punizione che molti le augurano, compresa la piccola città di Prato: se anche
già fosse così sarebbe troppo tardi e più passerà il tempo, più il castigo della città sarà grave per il poeta
invecchiato. Dante e Virgilio si allontanano dalla VII Bolgia e risalgono sul ponte roccioso nel punto dove
erano scesi a fatica, quindi proseguono lungo il cammino erto in cui bisogna aiutarsi con le mani. Giunti al
culmine del ponte, Dante guarda in basso e ciò che vede lo induce a tenere a freno il proprio ingegno,
perché non agisca senza l'aiuto della virtù e perché il poeta così facendo non si privi del bene che un
destino favorevole gli ha concesso. Come il contadino, che d'estate si riposa sulla collina alla fine della
giornata e vede nella valle sottostante tante lucciole, altrettante fiamme vede Dante sul fondo della VIII
Bolgia. E come il profeta Eliseo vide il carro che rapì Elia allontanarsi nel cielo, scorgendo solo una fiamma
che saliva, così Dante vede solo le fiamme muoversi nella fossa, senza distinguere il peccatore nascosto dal
fuoco. Il poeta si sporge dal ponte per vedere, protendendosi al punto che cadrebbe di sotto se non si
aggrappasse a una sporgenza rocciosa; e Virgilio, che lo vede così attento, gli spiega che dentro ogni fuoco
c'è lo spirito di un peccatore (i consiglieri fraudolenti) che è come fasciato dalle fiamme. Dante ringrazia il
maestro della spiegazione, anche se aveva già capito che ogni fiamma nascondeva un peccatore, quindi gli
chiede chi ci sia dentro il fuoco che si leva con due punte, simile al rogo funebre di Eteocle e Polinice.
Virgilio risponde che all'interno ci sono Ulisse e Diomede, i due eroi greci che furono insieme nel peccato e
ora scontano insieme la pena. I due sono dannati per l'inganno del cavallo di Troia, per il raggiro che
sottrasse Achille a Deidamia e per il furto della statua del Palladio. Dante chiede se i dannati possono
parlare dentro il fuoco e prega Virgilio di far avvicinare la duplice fiamma, tanto è il desiderio che lui ha di
parlare coi dannati all'interno. Virgilio risponde che la sua domanda è degna di lode, tuttavia lo invita a
tacere e a lasciare che sia lui a interpellare i dannati, perché essendo greci sarebbero forse restii a parlare
con Dante. Quando la fiamma giunge abbastanza vicina ai due poeti, Virgilio si rivolge ai due dannati
all'interno e prega uno di loro di raccontare le circostanze della sua morte, in virtù dei meriti che lui ha
acquistato presso entrambi, in vita, quando scrisse gli alti versi. La punta più alta della fiamma inizia a
scuotersi, come se fosse colpita dal vento, quindi emette una voce come una lingua che parla. Ulisse
racconta che dopo essersi separato da Circe, che l'aveva trattenuto più di un anno a Gaeta, né la nostalgia
per il figlio o il vecchio padre, né l'amore per la moglie poterono vincere in lui il desiderio di esplorare il
mondo. Si era quindi messo in viaggio in alto mare, insieme ai compagni che non lo avevano lasciato
neppure in questa occasione; si erano spinti con la nave nel Mediterraneo verso ovest, costeggiando la
Spagna, la Sardegna, il Marocco, giungendo infine (quando lui e i compagni erano molto anziani) fino allo
stretto di Gibilterra, dove Ulisse si era rivolto ai compagni, esortandoli a non negare alla loro esperienza,
giunti ormai alla fine della loro vita, l'esplorazione dell'emisfero australe della Terra totalmente disabitato;
dovevano pensare alla loro origine, essendo stati creati per seguire virtù e conoscenza e non per vivere
come bestie. Il breve discorso li aveva talmente spronati a proseguire che Ulisse li avrebbe trattenuti a
stento: misero la poppa della nave a est e proseguirono verso ovest, passando le colonne d'Ercole e dando
inizio al loro folle viaggio. La notte mostrava ormai le costellazioni del polo meridionale, mentre quello
settentrionale era tanto basso che non sorgeva più al di sopra dell'orizzonte. Il plenilunio si era già ripetuto
cinque volte (erano passati cinque mesi) dall'inizio del viaggio, quando era apparsa loro una montagna (il
Purgatorio), scura per la lontananza e più alta di qualunque altra avessero mai visto. Ulisse e i compagni se
ne rallegrarono, ma presto l'allegria si tramutò in pianto: da quella nuova terra sorse una tempesta che
investì la prua della nave, facendola ruotare tre volte su se stessa; la quarta volta la inabissò levando la
poppa in alto, finché il mare l'ebbe ricoperta tutta.Ercole pose le famose colonne. La nave era giunta allo
stretto, tra Siviglia e Ceuta.
Canto XXXIII

Il peccatore apostrofato da Dante alla fine del Canto precedente, intento ad addentare bestialmente il
cranio del compagno di pena, solleva la bocca da quell'orribile pasto e la forbisce coi capelli dell'altro. Egli
dichiara a Dante che la sua richiesta di spiegargli le ragioni di tanto odio rinnova in lui al solo pensiero un
disperato dolore, già prima di parlarne; tuttavia, se le sue parole dovranno infamare il nome dell'altro
traditore, egli parlerà e piangerà al tempo stesso. Dopo aver osservato che Dante gli sembra fiorentino
dall'accento, si presenta come il conte Ugolino della Gherardesca e dichiara che il suo compagno è
l'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini. Non c'è bisogno che racconti come Ruggieri lo avesse raggirato e
attirato in una trappola facendolo catturare, poiché la cosa è nota a tutti; ma ciò che Dante non può sapere,
ovvero quanto crudele sia stata la sua morte, sarà oggetto del suo racconto e il poeta valuterà se il suo odio
è giustificato. Ugolino e i suoi quattro figli erano già rinchiusi da diversi mesi nella Torre della Muda a Pisa,
che poi sarebbe stata chiamata Torre della Fame, nella quale egli aveva visto il mondo esterno attraverso
una stretta feritoia, quando una notte egli fece un sogno premonitore. Aveva sognato Ruggieri nelle vesti di
un cacciatore che capeggiava una brigata, intenta a dare la caccia a un lupo e ai suoi piccoli sul monte San
Giuliano che scherma ai Pisani la vista di Lucca. Nel sogno, Ruggieri si faceva precedere dalle famiglie
ghibelline dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi, che mettevano sulle loro tracce delle cagne
macilente e fameliche: il lupo e i piccoli erano stanchi per la corsa e venivano raggiunti dalle cagne, che li
azzannavano. Il mattino seguente Ugolino si era svegliato e aveva sentito piangere i figli, che chiedevano
del pane: il conte a questo punto interrompe il racconto accusando Dante di essere crudele a non piangere,
immaginando il triste presentimento di quella mattina. Quindi prosegue spiegando che era vicina l'ora in cui
solitamente veniva loro portato il cibo, anche se ciascuno ne dubitava per via del sogno: a un tratto i
quattro sentirono che l'uscio della torre veniva inchiodato e Ugolino fissò in viso i figli senza parlare, senza
piangere e restando impietrito, tanto che uno dei figli (Anselmuccio) gli chiese cosa avesse. Ugolino non
rispose e non disse nulla per l'intera giornata e la notte seguente, fino all'alba. Non appena un raggio di sole
penetrò nella torre e permise al conte di vedere i volti smagriti dei figli, l'uomo fu colto dalla rabbia e si
morse entrambe le mani; i figli, pensando che lo avesse fatto per fame, si erano alzati e gli avevano offerto
le proprie carni per nutrirsi. Allora Ugolino si era calmato per non accrescere la loro pena: i due giorni
successivi nessuno proferì più parola, mentre ora il dannato si rammarica che la terra non li avesse
inghiottiti. Arrivati al quarto giorno, uno dei figli di Ugolino (Gaddo) stramazzò ai suoi piedi invocando
vanamente il suo aiuto, e poi morì. Tra il quinto e il sesto giorno morirono anche gli altri tre, poi per due
giorni Ugolino, reso cieco dalla fame, aveva brancolato sui loro corpi chiamandoli per nome: a quel punto il
digiuno aveva prevalso sul suo dolore. Posto fine al suo racconto, il conte storce gli occhi e riprende a
mordere il cranio di Ruggieri. Dante si abbandona a una violenta invettiva contro la città di Pisa, patria di
Ugolino, definita come la vergogna dei popoli di tutta Italia: poiché le città vicine non si decidono a punirla,
il poeta si augura che le isole di Capraia e Gorgona si muovano e chiudano la foce dell'Arno, in modo tale da
annegare tutti gli abitanti della città. Forse Ugolino era sospettato di aver ceduto alcuni castelli a Firenze e
Lucca, ma i quattro figli (Uguccione, il Brigata e gli altri due prima nominati) erano innocenti per la giovane
età e non dovevano essere uccisi insieme al conte (Pisa ha commesso un delitto che la accosta all'antica
città di Tebe). Dante e Virgilio passano nella zona successiva di Cocito, la Tolomea dove sono puniti i
traditori degli ospiti: questi sono imprigionati nel ghiaccio col volto all'insù. I dannati piangono, ma le
lacrime gli si congelano nelle orbite degli occhi formando come delle visiere di cristallo che non permettono
loro di sfogare il dolore, accrescendo ulteriormente la pena. Dante a causa del freddo ha il viso quasi
totalmente insensibile, tuttavia gli pare di sentire soffiare del vento: ne chiede spiegazione a Virgilio,
osservando che all'Inferno non ci possono essere eventi atmosferici. Il maestro risponde che presto Dante
sarà nel punto dove avrà la risposta, vedendo coi propri occhi la causa di un tale fenomeno (cioè Lucifero).
Uno dei dannati immersi nel ghiaccio si rivolge ai due poeti e, scambiandoli per dannati, li prega di togliergli
dagli occhi le croste di ghiaccio, così da potere sfogare il dolore che gli opprime il cuore prima che le lacrime
si congelino nuovamente. Dante risponde che lo farà, ma a patto che il peccatore riveli il proprio nome: se il
poeta non manterrà la parola, possa andare fino in fondo al ghiaccio di Cocito. Il dannato risponde di essere
frate Alberigo, che qui sconta la pena per la sua grave colpa. Dante è stupito, in quanto crede che Alberigo
non sia ancora morto: il peccatore spiega che non ha idea di come e da chi sia governato il suo corpo sulla
Terra, in quanto avviene spesso che l'anima destinata alla Tolomea vi finisca prima di giungere alla fine
naturale della vita. Per indurre Dante a togliergli più volentieri il ghiaccio dagli occhi, Alberigo aggiunge che
non appena l'anima commette il tradimento dell'ospite essa lascia il corpo e il suo posto è preso da un
demone, che lo governa fino alla fine naturale dei suoi giorni. Forse, dice il dannato, sulla Terra c'è ancora il
corpo del compagno di pena dietro di lui: è Branca Doria, imprigionato in Cocito già da molti anni. Dante è
perplesso, poiché sa per certo che Branca Doria è ancora vivo nel mondo, ma Alberigo ribatte che Michele
Zanche non era ancora giunto fra i barattieri della V Bolgia dell'VIII Cerchio che Branca Doria, suo assassino,
aveva già lasciato il demone nel proprio corpo e la sua anima era precipitata in Cocito, come quella di un
suo complice.

Alberigo invita Dante a mantenere la promessa e ad aprirgli gli occhi, ma il poeta non lo fa, affermando che
fu cortesia essersi comportato da villano con lui. Dante pronuncia poi una dura invettiva contro i Genovesi,
uomini estranei ad ogni buona usanza e pieni di vizi, che dovrebbero essere dispersi nel mondo: infatti nella
Tolomea egli ha trovato uno di loro insieme al peggiore spirito della Romagna (cioè Alberigo), mentre sulla
Terra sembra che il suo corpo sia ancora in vita.