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"L'età giovanile.

Disagio e
risorse psicosociali"
Psicologia Sociale
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
22 pag.

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L’età giovanile. Disagio e risorse psicosociali.

Cosa sono i fattori di rischio?


Il rischio si riferisce alla probabilità di esiti indesiderati tra i membri di un gruppo e varia in funzione della persona,
della situazione e del momento.
3 modelli di fattori:
- MODELLO DELLA CAUSALITÀ DIRETTA: fallace perché considera una e una sola condizione come causa
determinante di un esito evolutivo o comportamentale, mentre i comportamenti possibili sono molto vari;
- MODELLO CUMULATIVO: l’associazione di più fattori rende il rischio molto probabile ma non predice l’esito
comportamentale, che può essere spiegato solo in ottica di un processo;
- MODELLO DINAMICO E PROCESSUALE: ogni evento è la risultante di una molteplicità di fattori interdipendenti
in un dato momento, perciò la dinamica dei processi deriva sempre dalla relazione tra le caratteristiche dell’individuo
e le condizioni sociali oggettive (vedi Bronfenbrenner).

Il modello di Belsky nel maltrattamento infantile


Belsky propone un primo modello processuale che si rifa all’approccio di Bronfenbrenner. Risultano centrali le
caratteristiche di personalità del genitore maltrattante (livello individuale), anche se vengono prese in considerazione
anche le caratteristiche dell’ambiente familiare (microsistema), i fattori sociali ed economici (esosistema) e i modelli
culturali (macrosistema).

Il modello di Cicchetti e Lynch nel maltrattamento infantile


Propongono un secondo modello processuale che si rifa all’approccio di Bronfenbrenner, allargando il modello di
Belsky in una prospettiva ecologico-transnazionale: in questo modo, i risultati evolutivi sono il prodotto della
combinazione dell’individuo e della sua esperienza. Il maltrattamento, nel macrosistema, è responsabilità della cultura,
che permette la violenza nei rapporti interpersonali, il razzismo, la povertà e la pornografia. Nel mesosistema, le reti
sociali che i genitori sanno utilizzare diventa un fattore contrastante il rischio, soprattutto la partecipazione a gruppi
religiosi riduce l’isolamento sociale e la probabilità del maltrattamento. Il microsistema, invece, rappresenta l’ambiente
diretto in cui il bambino subisce il maltrattamento e riguarda la famiglia, lo stile educativo dei genitori e le storie
psicologiche dei genitori maltrattanti. Questo modello, dunque, prende in considerazione la molteplicità delle cause del
maltrattamento nella loro interdipendenza e non pone al centro la personalità del genitore maltrattante come faceva
Belsky.

Fattori di protezione e resilienza


I fattori di protezione hanno funzione riparatrice, cioè riescono a modificare una traiettoria evolutiva già segnata dalle
condizioni di rischio che hanno provocato un danno.
La resilienza è la capacità dell’individuo di resistere a condizioni di vita difficili e di raggiungere un buon adattamento
anche in condizioni avverse. 3 tipi di resilienza:
- raggiungimento di esiti positivi nello sviluppo anche in condizioni di rischio;
- mantenimento di un buon livello di competenza anche in condizioni di stress o pericolo ambientale;
- recupero dopo eventi traumatici personali e sociali.
I possibili interventi, nel campo della resilienza, possono essere volti a: ridurre il rischio, aumentare i fattori di
protezione, rafforzare le variabili mediatrici (che intervengono stabilmente nell’interazione persona-situazione) e le
competenze multidisciplinari.

L’approccio ecologico di Bronfenbrenner


Urie Bronfenbrenner, nel 1979, teorizza un modello evolutivo dello sviluppo, il “sistema ecologico”, improntato alla
dipendenza delle caratteristiche individuali dalle situazioni ambientali, rappresentabile attraverso quattro cerchi
concentrici:
• il MICROSISTEMA, ossia le attività, i ruoli e le relazioni di cui il bambino ha esperienza diretta (all’interno,
sicuramente, della casa: primo ambiente culturale in cui si creano legami socioaffettivi e si pongono le basi per
l’identità “in fieri” del bambino);
• il MESOSISTEMA, che consiste nell’unione di più microsistemi, cioè a dire le relazioni tra il contesto familiare e
altri contesti (il vicinato, la parrocchia, il gruppo dei pari…);
• l’ESOSISTEMA, di cui il bambino non ha esperienza diretta, ma che ha comunque conseguenze sul suo sviluppo e
sulle sue conoscenze (ad esempio, il lavoro -o la stanchezza- dei genitori influisce sul tempo -e sulla qualità di esso-
che questi dedicano ai figli);
• il MACROSISTEMA, rappresentato dalle norme, dai sistemi ideali e valoriali, dalla cultura, dalle aspettative e dalle
rappresentazioni sociali dipendenti dal gruppo di appartenenza.
Ogni individuo, dunque, appartiene ad un gruppo specifico, cioè ad un sistema complesso in relazione con altri contesti
esterni: quello lavorativo, quello politico-culturale e quello del tempo libero. Pertanto, lo sviluppo è il rapporto
equilibrato tra varie componenti e si verifica quando le condizioni storico-culturali e la qualità dei legami lo
permettono.

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La teoria dell’attaccamento di Bowlby
Bowlby, nel 1969, sostiene che la qualità del legame dell’attaccamento nell’infanzia indichi la capacità futura
dell’individuo di instaurare relazioni adattive, cioè caratterizzate da sicurezza.
Secondo la teoria dell’attaccamento, il bambino ha la capacità innata di sopravvivere attraverso la formazione di un
legame privilegiato con chi lo cura e lo protegge -inizialmente per mezzo della segnalazione (pianto, sorriso) e
dell’avvicinamento al genitore-, cioè è predisposto all’interazione sociale al fine di sopravvivere.
3 tipi di attaccamento (+1):
- COMPORTAMENTO SICURO: importanza della figura materna come riferimento in ambienti sconosciuti e nel
conoscere l’estraneo, piange se la mamma si allontana e la riaccoglie con entusiasmo (é il più positivo);
- COMPORTAMENTO INSICURO/EVITANTE: poca influenza della figura materna, ignorata, tranquillo se lasciato
solo con l’estraneo;
- COMPORTAMENTO INSICURO/RESISTENTE: grave difficoltà in ambienti sconosciuti, attaccamento eccessivo
alla madre;
- COMPORTAMENTO INSICURO/ALTRO (non presente nella teoria originaria di Bowlby): nei bambini adottati
dopo il ricovero in istituti.

La pubertà, gli anticipi e i ritardi puberali


L’ADOLESCENZA è il periodo della vita umana che va dagli 11/12 anni ai 18 ed è il passaggio (influenzato dal
contesto socioculturale) da parte dell’individuo dalla condizione sociale del bambino a quella di adulto.
La PUBERTÀ è il passaggio dalla condizione fisiologica di bambino a quella di adulto che si verifica nell’adolescenza
e anche questa dipende dal contesto socioculturale: viene anticipata nei paesi Occidentali più sviluppati rispetto a quelli
del Terzo Mondo e oggi è molto precoce rispetto all’Ottocento, poiché le condizioni igieniche e di vita sono molto
migliorate. I cambiamenti fisici puberali che si verificano in questa fase sono:
- SCATTO DI CRESCITA e SVILUPPO MORFOLOGICO: cambio del peso e dell’altezza, della struttura scheletrica
e del tessuto muscolare;
- SVILUPPO SESSUALE: maturazione caratteri sessuali primari e secondari (peli, voce…) e distinzione tra m e f;
- SVILUPPO ORGANICO: sviluppo degli organi (cuore, polmoni…).
Rispetto al timing puberale, può verificarsi un anticipo o un ritardo puberale.
• Si parla di ANTICIPO quando le femmine arrivano alla pubertà a 9 anni e i maschi a 10:
- è un fattore di rischio di disadattamento psicosociale soprattutto nelle femmine (insoddisfazione corporea,
trasgressioni, insuccesso nelle prestazioni sportive);
- nei maschi: immagine corporea positiva e soddisfacente, comportamenti trasgressivi, successo nelle prestazioni
sportive.
• Si parla di RITARDO quando le femmine arrivano alla pubertà a 15-17 anni e i maschi a 16-18:
- è un fattore di rischio di disadattamento psicosociale soprattutto nei maschi (timore di non essere abbastanza virili,
problemi di autostima, comportamenti trasgressivi);
- nelle femmine: autostima, equilibrio psicologico, successo nelle prestazioni sportive.

Soddisfazione e insoddisfazione corporea nella pubertà


Una delle ripercussioni psicologiche dei cambiamenti fisici nell’adolescenza é quella dell’“INSODDISFAZIONE
CORPOREA”, considerata come la discrepanza tra la forma percepita del proprio corpo e quella ideale, che tocca
percentuali notevoli sia di ragazze che di ragazzi. La scontentezza riguardante alcuni aspetti del proprio corpo (peso,
altezza, lineamenti…) può essere determinata da percezioni distorte della realtà o da elementi oggettivi che però
vengono enfatizzati ed esagerati dal soggetto. L’insoddisfazione corporea può essere un fattore di rischio per
l’adolescente, in quanto può determinare disturbi alimentari, abbassamento dell’autostima, depressione, abuso di
sostanze e diete “fai-da-te”. Questo avviene perché siamo costantemente bombardati da immagini di corpi ideali
attraverso le rappresentazioni mediatiche, quindi la pubblicità, i programmi televisivi, i social network, che concentrano
la bellezza nella magrezza per quanto riguarda le ragazze, mentre per i ragazzi nella muscolatura, portando gli
adolescenti a “La paura di essere brutti” (Charmet).

Gli stadi dello sviluppo cognitivo secondo Jean Piaget


- STADIO SENSOMOTORIO (nascita - 18/24 mesi): prevalenza rapporto sensoriale e motorio, tempo presente;
- PERIODO PREOPERATORIO (18/24 mesi - 7/8 anni): attività rappresentativa e simbolica, gioco di finzione,
disegno;
- PERIODO DELLE OPERAZIONI CONCRETE (7/8 anni - 11/12 anni): operazioni mentali concrete complesse,
reversibilità, seriazione, conservazione;
- PERIODO OPERATORIO FORMALE (11/12 anni in avanti): operazioni mentali astratte, formulazione ipotesi,
approccio ipotetico-deduttivo alla realtà.
La teoria di Piaget, tuttavia, è stata criticata poiché, non essendo stata supportata da ricerche empiriche, concepisce lo
sviluppo cognitivo in modo troppo individuale (non tiene conto del fatto che l’interazione sociale favorisce questo
sviluppo), si concentra principalmente sull’intelligenza logico-matematica, mentre Gardner sostiene l’esistenza di

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intelligenze multiple (almeno otto tipi), e fa apparire la successione degli stadi un fenomeno universale, mentre non tutti
giungono al pensiero ipotetico-deduttivo.

La famiglia nell’adolescenza
Durante l’adolescenza, vi è uno spostamento dalla centralità della famiglia, da cui gli adolescenti cercano di prendere le
distanze ma nella quale vedono ancora la figura principale di protezione, all’apertura verso le relazioni con i coetanei e
alla ricerca della propria autonomia. Questi cambiamenti portano, spesso, a conflitti genitori-figli, che sembra avere
conseguenze negative più per i primi che per i secondi. I conflitti, in genere:
- sono più acuti nella prima parte dell’adolescenza;
- riguardano aspetti della vita quotidiana (orario di rientro, lavori domestici, utilizzo dei soldi, uso del linguaggio…) e
non argomenti impegnativi come la sessualità o le emozioni;
- variano per tema e quantità, a seconda del genere dei figli e dei genitori (le ragazze affrontano più conflitti, la loro
autonomizzazione é più difficile di quella maschile);
- sono maggiori con la figura materna perché é più presente.
La famiglia, raggiunta l’età adolescenziale dei figli, é costretta a riassestarsi per consentire il corretto sviluppo ai figli,
per i quali la comunicazione é ancora molto importante: essa, infatti, ha la duplice valenza di far imparare loro ad
argomentare e a prendere in esame altri punti di vista e di mantenere unita la famiglia rinegoziando le regole.

Gli stili genitoriali secondo Baumrind


Baumrind distingue 3 stili genitoriali:
- AUTORITARIO: richieste di obbedienza e conformismo da parte dei genitori ai figli, scarsa comunicazione,
l’autonomia dei figli non viene incoraggiata;
- AUTOREVOLE: calore, fermezza, incoraggiamento dell’autonomia dei figli, comunicazione intensa —> è lo stile
migliore perché combina la capacità di rispondere ai bisogni dei figli e fare loro richieste;
- PERMISSIVO: mancanza di regole, clima affettuoso, molta libertà e scarso controllo.
I genitori di oggi sono affettuosi, ma insicuri, senza alcuna autorità e incapaci di dire di no ai figli. Si é passati,
dunque,da una famiglia “etica” centrata su valori e regole a una “famiglia degli affetti”.

I gruppi in adolescenza e le tre fasi di appartenenza


La famiglia e i coetanei sono due realtà intrecciate: la competenza sociale che permette di stringere amicizie positive
dipende da famiglie calde ed accoglienti e, nel caso di famiglie disgregate, i coetanei svolgono un ruolo centrale.
Il gruppo dei pari viene accuratamente selezionato per poi iniziare la socializzazione con essi, che porta a somigliarsi e
comportarsi analogamente. Gli adolescenti con problemi ESTERNALIZZANTI (turbolenti, disturbatori in classe)
attirano molta più attenzione di quelli con problemi INTERNALIZZANTI (ansia, depressione), che invece tendono a
rimanere marginalizzati.
L’amicizia, durante tutta la vita, promuove il benessere dell’individuo e si può riassumere nelle dimensioni dello
STARE INSIEME, del CONFLITTO, dell’AIUTO, della SICUREZZA e dell’INTIMITÀ. Nella prima adolescenza, si
ha più bisogno di supporto esterno e alle amicizie sono dedicati molto tempo e molte emozioni, mentre, crescendo,
diventa un sentimento più tranquillo. Inoltre, l’amicizia tra maschi, incentrata sul fare attività insieme “fianco-a-fianco”
è differente da quella tra ragazze, più orientate al dialogo e alla discussione di problemi in un rapporto “faccia-a-faccia”.
L’amicizia può nascere all’interno di:
- GRUPPI FORMALI: all’interno di un’organizzazione (sport, scout, volontariato, musica), presenza di adulti,
ambienti socioeconomici medio-alti;
- GRUPPI INFORMALI: spontanei, basati sulle relazioni interpersonali e lo stare insieme, prevalenza maschile, in
tutte le classi sociali.
Secondo Tonolo, sono distinguibili 3 fasi dell’attrazione verso i coetanei:
- inizio dell’adolescenza: il bisogno principale è quello di USCIRE DALLA DIPENDENZA DAGLI ADULTI, i
coetanei iniziano ad essere un richiamo;
- adolescenza: il bisogno principale è STARE COI COETANEI che danno sostegno emotivo ma anche dipendenza;
- fine adolescenza: il gruppo perde un po’ di attrattiva, bisogno di RAPPORTI DI COPPIA o amicizie più mirate.

Il bullismo fra coetanei


Il bullismo è un comportamento mirato a fare del male ad altri, ad intimidire e dominare, e si distingue da altre forme di
litigi perché é caratterizzato da:
- INTENZIONALITÀ: volontà di fare del male;
- PERSISTENZA: durata delle prepotenze per settimane, mesi o persino anni;
- DISEQUILIBRIO: asimmetria di potere tra bullo e vittima.
Il bullismo si verifica principalmente nell’ambiente scolastico, dove la frequentazione dei pari è “obbligata”, e può
cominciare sin dall’infanzia per poi attenuarsi negli ultimi anni dell’adolescenza. Questo fenomeno ha due forme:
- bullismo DIRETTO, caratterizzato da prepotenze fisiche e/o verbali;
- bullismo INDIRETTO, fatto di pettegolezzi e di comportamenti di esclusione dal gruppo, ma non per questo meno
doloroso per la vittima rispetto alla forma diretta.

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Ciò che alimenta il bullismo é l’indifferenza degli adulti, soprattutto degli insegnanti, che spesso fanno finta di non
accorgersene, rinforzando indirettamente le prepotenze.

La vita emozionale in adolescenza


Nel corso dello sviluppo, si costruisce una COMPETENZA EMOZIONALE, costituita da 3 capacità: ESPRIMERE,
REGOLARE e RICONOSCERE le emozioni, suscitate principalmente dal rapporto con gli altri, con i coetanei,
mettendo famiglia e mondo degli adulti in secondo piano. Nel corso della socializzazione, vengono apprese
STRATEGIE DI REGOLAZIONE delle emozioni con fini utilitaristici, tra cui il coping.

I processi di coping in maschi e femmine adolescenti


Il COPING è una strategia di fronteggiamento delle emozioni negative e può essere:
- centrato SUL PROBLEMA: l’individuo si sforza di modificare la situazione che gli procura stress (insuccesso
scolastico); è adattivo quando i rapporti individuo-ambiente sono modificabili;
- centrato SULLE EMOZIONI: l’individuo tenta di controllare le emozioni più negative (distrazioni, sostegno negli
altri); adattivo quando i rapporti individuo-ambiente sono immodificabili (lutto).
Nell’utilizzo di queste strategie ci sono differenze di genere: le ragazze utilizzano un coping più attivo (condivisione
sociale, pessimismo, molto stress, meno autocontrollo) rispetto ai ragazzi (temporeggiare, no disponibilità a parlarne,
ottimisti, strategia della fuga).

La teoria di Erikson sull’identità nell’adolescenza


Secondo Erikson, l’adolescenza (5° stadio sugli 8 della vita umana) è un periodo di MORATORIA PSICOSOCIALE,
cioè un periodo di attesa e sperimentazione accordato dalla società all’individuo, che concerne il processo di
formazione dell’identità (insieme di pensieri, rappresentazioni, emozioni che ci permette di sentirci noi stessi
nonostante i cambiamenti).
L’esito del conflitto é POSITIVO se si giunge alla FORMAZIONE DELL’IDENTITÀ abbandonando progressivamente
le identificazioni precedenti, cioè attraverso una crisi costruttiva.
L’esito del conflitto é NEGATIVO se si giunge ad una CONFUSIONE DEI RUOLI (o “diffusione dell’identità”), ossia
si passa da un’identificazione all’altra senza formare la propria identità.

La teoria di Marcia sugli stati dell’identità


A partire da Erikson, Marcia ha sviluppato la teoria degli stati d’identità, ossia condizioni che possono alternarsi
nell’individuo senza un ordine prestabilito, che si basano su 2 nozioni: l’ESPLORAZIONE (ricerca attiva e conoscenza
diretta dei vari ambiti) e l’IMPEGNO (coinvolgimento e assunzione di responsabilità). I 4 stati sono:
- ACQUISIZIONE DELL’IDENTITÀ: meta ottimale, esplorazione + impegno;
- MORATORIUM: esplorazione approfondita —>crisi—>impegno in tempi prossimi (processualità), positivo perché
precede lo stato dell’acquisizione dell’identità;
- CHIUSURA DELL’IDENTITÀ: impegno ma no esplorazione perché il soggetto si adegua a modelli proposti da altri
(famiglia) e non segue la propria strada, arriverà a una crisi in ritardo, negativo;
- DIFFUSIONE DELL’IDENTITÀ: esplorazione superficiale, no impegno, negativo.

Il PYD (Positive Youth Development)


E’ un approccio teorico-applicativo che non insiste sui deficit dei giovani ma sul loro POTENZIALE DI SVILUPPO,
presentato dalle 6 “C”:
- COMPETENCE: costruire competenze in più settori (scuola, hobbies, lavoro…);
- CONFIDENCE: fiducia nelle proprie capacità;
- CHARACTER: senso morale, rispetto delle regole;
- CONNECTION: legami positivi con gli altri;
- CARING/COMPASSION: empatia e cura verso gli altri;
- COMMITMENT: impegno verso sé stessi e i propri contesti di appartenenza (scuola, famiglia…).

L’emerging adulthood di Arnett


Arnett denomina la fase seguente all’adolescenza, quella che comprende gli individui dai 18 ai 26 anni circa, come
“EMERGING ADULTHOOD”.
E’ un periodo segnato dalla ricerca di stabilità e di ruoli sociali tipico delle culture occidentali, dei ceti medio-alti e del
genere maschile. Questa nuova fase del ciclo di vita è causata da una crisi di tipo economico, politico e occupazionale,
che comporta il raggiungimento ritardato di indicatori di adultità quali la fine degli studi, l’uscita dalla casa dei genitori,
l’inizio del lavoro, il matrimonio e la nascita dei figli. L’emerging adulthood può quindi essere definita da 5 aspetti:
- periodo di numerose ESPLORAZIONI IDENTITARIE: prolungamento della moratoria psicosociale di Erikson,
sperimentare più ruoli sociali;
- periodo di INSTABILITÀ: legata alla ricerca del proprio ruolo, cambiamenti di partner e di lavoro;
- periodo di FOCALIZZAZIONE SUL Sé: ci si centra sul sé e le nostre risorse;

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- periodo del SENTIRSI IN BILICO: sentirsi in un’età di mezzo tra l’adolescenza e l’essere adulti;
- periodo delle POSSIBILITÀ: allargamento della possibilità di scelta anche in campo affettivo e sessuale.

Giovani e legami di coppia: gli aspetti che le rendono più fragili


• Keniston: la capacità di costruire legami di coppia duraturi, caratterizzati da cura e responsabilità reciproche,
distinguono gli adulti dagli adolescenti.
• Erikson: la capacità di amare è un compito esistenziale che nasce dal conflitto tra intimità ed isolamento.
L’INTIMITÀ è la capacità di costruire una relazione che non teme la vicinanza dell’altro ma non cade nella fusione,
mentre l’ISOLAMENTO, anche all’interno di una coppia, è l’incapacità di costruire una relazione di scambio,
rispetto e responsabilità reciproci.
• Regalia e Iafrate: la difficoltà di costruire legami di coppia oggi sono dovute a tre aspetti:
- la tendenza alla SPERIMENTAZIONE (voglia di cambiare partner/amicizie…, eccessivo centraggio sul Sè);
- la convinzione che la PASSIONE sia alla base del legame (passioni intense, ma leggere, poca responsabilità);
- PERDITA DEI LEGAMI SOCIALI che per secoli hanno sostenuto la coppia (oggi la coppia è sola e
autoreferenziale, senza sostegni sociali).

Giovani e crisi della generatività


La crisi delle generatività é tipica dell’adolescenza e del periodo che la segue e comprende:
- il fenomeno della DENATALITÀ: oggi la costruzione di una coppia stabile e la procreazione sono due progetti scissi
l’uno dall’altro a causa dei problemi lavorativi ed economici (in Italia é al massimo);
- scarsa GENERATIVITA' SOCIALE: intesa come dimensione dell’identità adulta, cura e preoccupazione per l’altro
da sé, perché oggi c’é molto individualismo.

Giovani e ruoli sociali


HURRELMANN E QUENZEL parlano di INCONSISTENZA DI RUOLO SOCIALE per i giovani d’oggi.
Per essere adulti, bisogna ricoprire questi ruoli sociali:
- STIPENDIATO nel mondo del lavoro (oggi inconsistente per ragioni indipendenti dalla volontà dei giovani);
- PARTNER e GENITORE (oggi inconsistente per ragioni indipendenti dalla volontà dei giovani);
- CONSUMATORE nel campo del tempo libero (molto pronunciato sin dall’adolescenza);
- CITTADINO POLITICO attivo e impegnato (scuola, volontariato, associazioni…sin dall’adolescenza).
Per Lancini, ci sono 2 possibilità nel cambiamento di ruolo sociale:
- ruolo di STUDENTE UNIVERSITARIO: prosegue il ruolo di studente, dipendenza economica dalla famiglia, no
progetti genitoriali;
- ruolo di LAVORATORE: nuovo ruolo sociale in cui emerge “il vero volto” di ciascuno, ossia le capacità operative,
relazionali e i valori di riferimento, riassetto identitario.
Secondo Kaneklin e Gozzoli, c’è uno snodo fra identità e lavoro, caratterizzato da:
- FLESSIBILITÀ: creatività, apertura all’inedito / incertezza, precarietà, difficoltà a riconoscersi in un ruolo;
- GLOBALIZZAZIONE: connessione con altri lontani / delocalizzazione, perdita punti di riferimento.
Ciò che succede all’identità lavorativa si ripercuote su altre componenti del sé.
Rischi:
- Sensazione di stallo, di immobilismo
- Ripiegamento su di sé, eccesso di enfasi sul sé
- Ritiro sociale
- Perdita di iniziativa
- Difficoltà di legami con l’altro
- Problemi psicologici

Cos’è la fragilità narcistica?


Lancini parla di FRAGILITÀ NARCISISTICA per tutti quei giovani allevati in famiglie accoglienti ed affettive (stile di
genitorialità permissivo) che non li hanno spronati ad uscire di casa per sperimentarsi nel mondo. Molti giovani, quindi,
fanno fatica a lasciare la casa più da un punto di vista fisico e psicologico che economico. La fragilità narcisistica può
assumere varie forme, come l’eccesso di permalosità di fronte alle critiche o la difficoltà ad avere relazioni sociali
improntate alla fiducia e all’apertura verso l’altro, che possono portare a percorsi disadattivi e a problematiche
internalizzanti (ansia, depressione) o esternalizzanti (violenza, abuso di sostanza, comportamenti antisociali).

Giovani e lavoro. La situazione e cosa si può fare


La disoccupazione giovanile in Italia sta aumentando, supera quella degli adulti ed é una delle più alte d’Europa (40%
fino ai 25 anni). Ad essere più svantaggiati sono i giovani del Sud Italia e le giovani donne, ma, in generale, quasi tutti
sono costretti ad accettare lavori dequalificati rispetto alla propria formazione. La precarietà lavorativa, la bassa
remunerazione e il non accesso ai diritti previdenziali dei lavoratori diventano fattori che compromettono altre sfere
vitali, come le relazioni di coppia -sempre meno stabili-, la genitorialità -rinviata a tempi migliori- e l’uscita dalla casa
dei genitori per andare a vivere per conto proprio.

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La prima risposta per risollevare la situazione giovanile deve essere di ordine politico: bisogna progettare azioni di
protesta civile per opporsi all’inerzia con cui si guarda ai giovani e alla propria emarginazione, che é il rischio della non
partecipazione alla vita politica, con cui si dà il consenso ad altri di prendere il controllo. Inoltre, si può essere proattivi
ed efficaci anche in lavori provvisori e diversi da quello sperato: mostrarsi impegnati e collaborativi può fare la
differenza tra l’avere o no un contratto dopo un tirocinio o un periodo di prova. L’impegno sul lavoro, poi, dà
soddisfazione e crea benessere, proteggendo, così, da sentimenti negativi come la noia, la depressione e l’indifferenza.
Fare esperienza in molteplici ambiti lavorativi, inoltre, può costruire identità lavorative ricche e sfaccettate.

I NEET, chi sono, quali le tipologie di chi non cerca lavoro


I NEET (Not engaged in Education, Employment or Training) sono giovani sotto ai 30 anni che non sono impiegati né
nell’istruzione, né in formazione di qualsiasi tipo, né lavorano. In Italia, la quota di NEET dai 18 ai 24 anni é del 27%,
tra le più alte d’Europa: la maggioranza si trova al Sud e nelle isole e la quota é molto più alta per le ragazze, che in
molti casi sono casalinghe o dedicano il loro tempo alla cura di familiari. I NEET hanno sfiducia nelle istituzioni, hanno
un tasso di felicità e fiducia nei rapporti familiari e amicali minore di quello dei non-NEET, vedono in modo più
problematico il futuro e svolgono meno attività di volontariato. Quest’ultima caratteristica può risultare strana, ma
questa situazione può generare livelli di infelicità, insoddisfazione personale e marginalizzazione che portano
l’individuo a non avere più voglia di impegnarsi in nessuna attività, col rischio di comportamenti devianti.
Tra i NEET che non cercano lavoro, sono riscontrabili tre categorie:
- gli “SCORAGGIATI ATTIVABILI” (11,3%): cioè coloro che, pur non cercando lavoro perché sfiduciati, sarebbero
disposti a lavorare anche da subito;
- gli “INDISPONIBILI” (31%): soprattutto donne casalinghe che, per problemi familiari, non sono disposte a valutare
possibili opportunità;
- gli “ATTIVABILI RELATIVI” (57,7%): i giovani che accetterebbero il lavoro solo a determinate condizioni (vicino
a casa, ben pagato, congruente con le proprie competenze, di prestigio).
I NEET sono il gruppo più a rischio di marginalizzazione e deterioramento delle competenze, perciò bisogna potenziare
la formazione e ostacolare il fenomeno della dispersione scolastica. E’ necessario rafforzare le azioni di orientamento, i
centri per l’impiego, l’avvio di politiche che permettano di conciliare lavoro e famiglia (essendo numerose le casalinghe
tra i NEET) e promuovere l’esperienza lavorativa anche durante gli studi (come molti Paesi già fanno), dato che il
modello che viene impiegato per discutere di lavoro giovanile è creato nei Paesi del Nord Europa ed é quindi poco
applicabile al Sud Europa.

Giovani e fiducia sociale


La fiducia nelle istituzioni locali e soprattutto nazionali é in continua diminuzione, principalmente nelle donne, anche
nei confronti della Chiesa cattolica, probabilmente a causa della crisi occupazionale che le ha colpite più degli uomini.
Inoltre, diminuisce anche la fiducia negli altri e nella collettività, che si restringe all’ambito familiare e in particolare
alla madre. Questa perdita di capitale sociale nei giovani é dovuta anche all’aumento del sospetto e della competizione
con gli altri come risposta alla carenza di risorse e comporta il rifugio nell’individualismo.

Prosocialità, cittadinanza attiva, volontariato come fattori protettivi


Per combattere la sfiducia e la perdita di capitale sociale, bisogna lottare contro l’individualismo che caratterizza le
società occidentali attraverso la PROSOCIALITA’, definita da Caprara come tendenza a far ricorso ad azioni che si
contraddistinguono per gli effetti benefici che producono negli altri. Il comportamento prosociale comprende aiuti
materiali e immateriali agli altri ed è connesso sia a caratteristiche individuali come l’amicalità, sia a valori come la
benevolenza -interesse e cura per persone vicine a noi- e l’universalismo -forma più ampia e disinteressata di altruismo.
Ma soprattutto, fare del bene agli altri fa bene anche a noi, in quanto saremo soddisfatti delle nostre azioni e ci saremo
sentiti utili. La prosocialità è considerata un antecedente dell’impegno civico e della CITTADINANZA ATTIVA, che
viene portata avanti da chi ha il coraggio di esprimere civilmente e responsabilmente il proprio dissenso.
Secondo Ekman e Amna, bisognerebbe parlare di partecipazione civica/politica latente, cioè la zona intermedia tra
partecipazione e non-partecipazione che non é legata direttamente agli aspetti istituzionali della politica e che riguarda
diverse attività di impegno sociale, come fare beneficenza, scrivere a un giornale, riciclare, interessarsi di politica
leggendo i quotidiani e fare del volontariato. Il VOLONTARIATO, in particolare, contribuisce alla costruzione di
un’identità adulta e favorisce atteggiamenti attivi nei confronti della realtà, obbligando l’individuo ad uscire dal
narcisismo e dall’individualismo.

La sindrome dell’alienazione e i modi per uscirne.


Keniston elabora la teoria della “sindrome dell’alienazione” come risultante della combinazione di elementi di natura:
- INTERPERSONALE E SOCIALE: sfiducia, ostilità, diffidenza, senso di estraneità nei confronti degli altri;
- PERSONALE: pessimismo, autobiasimo, sospetto, esitazione a prendere impegni;
- FILOSOFICA: disprezzo verso la società, senso di un universo dominato dal caos.
La componente principale dell’alienazione é la SFIDUCIA SOCIALE, ossia la diffidenza nei confronti dell’intimità con
l’altro che rischia di compromettere rapporti di coppia e di amicizia. L’alienazione é una situazione che non necessita e
non cerca cure: ciò che si può fare é aiutare i giovani a ritrovare modi personalmente significativi e culturalmente

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produttivi per esprimere la loro alienazione. A questo fine, é importante una riflessione e una critica del mondo
contemporaneo e, per Benasayag e Schmit, riscoprire l’utilità dell’inutile, valorizzare la cultura umanistica su quella
tecnica oggi pervasiva, rifondare un mondo basato sul pensiero, sulla creatività e sulla potenza del desiderio; solo in
questo modo si può riallacciare quella complessa rete di legami sociali su cui si può fondare una nuova cultura:
«Educare alla cultura e alla civiltà significa creare legami sociali e legami di pensiero».

Discutere di tre problemi a scuola: il bullismo, marinare la scuola, abbandonare la scuola.


All’interno dell’ambito scolastico, sono molto importanti la sicurezza, le relazioni, le dinamiche di insegnamento-
apprendimento, l’ambiente istituzionale e le sue risorse. Quando alcuni di questi elementi vengono a mancare, si
possono verificare tre fenomeni negativi:
- BULLISMO
In Italia, 1/3 degli studenti dichiara di aver subito forme di bullismo a scuola, segno che la diffusione delle pratiche di
violenza o esclusione verso i compagni più fragili e indifesi é un problema serio, che spesso gli insegnanti e gli adulti
sminuiscono. Le vittime di bullismo oppongono resistenza o rifiutano di andare a scuola, ma anche a casa sono
raggiunti dal CYBERBULLISMO, ossia da contatti online aggressivi e ripetuti. E’ stato dimostrato che il bullismo
provoca un abbassamento del rendimento scolastico e della motivazione, della partecipazione e dell’impegno,
compromettendo uno sviluppo equilibrato con conseguenze a lungo termine sia per chi lo ha agito, sia per la vittima,
che per chi ha avuto il ruolo di spettatore. Anche lo spettatore, infatti, può soffrire di depressione, ansia, ostilità e
sentimenti di inferiorità.
- MARINARE LA SCUOLA
Alla base di questo comportamento irregolare che consiste nell’assentarsi ingiustificatamente o nell’uscire senza
permesso dalla classe, c’é l’atmosfera di classe: un clima conflittuale che tende all’esclusione e ad azioni di bullismo, la
percezione di distanza nei confronti degli insegnanti -che, invece, potrebbero incidere positivamente sulle esperienze
personali degli alunni costruendo relazioni- e la difficoltà a capire le lezioni. Marinare la scuola é il primo passo verso
gli abbandoni scolastici.
- ABBANDONO SCOLASTICO
Anche le ragioni esposte dai dropout riguardano il clima di classe: la violenza agita e subita, l’isolamento, la mancanza
di solidarietà e la difficoltà di integrazione aprono la strada al definitivo abbandono scolastico, causato anche da cattive
prestazioni scolastiche e da sconvolgimenti familiari.
Secondo Cohen, sono due i processi che promuovono il successo scolastico e il benessere psicosociale dell’allievo: la
promozione di competenze socioemozionali ed etiche attraverso le esperienze didattiche e la creazione di ambienti
scolastici e familiari improntati alla sicurezza, al prendersi cura, al rispondere ai bisogni e all’incentivare la
partecipazione. Quindi, la prosocialità caratterizzata dall’aiuto reciproco, dal sostegno e dalla collaborazione migliora
enormemente il clima scolastico.

I tre bisogni profondi degli allievi a scuola


- COMPETENZA: esigenza di sentirsi riconosciuti in grado di raggiungere gli obiettivi stabiliti;
- AUTONOMIA: bisogno di essere riconosciuti come individui capaci di scegliere in base ai propri interessi e alle
proprie motivazioni;
- SENTIRSI PARTE DI UNA RELAZIONE: bisogno di sentirsi connessi con altri in ambienti che forniscono
sostegno e cura.
La scuola e gli insegnanti hanno un ruolo decisivo in quanto possono scegliere di rispondere a queste richieste
proponendo attività finalizzate a questo in classe, o di ignorarle, ponendo le basi per una formazione e un’istruzione
negativa.

Le quattro forme dell’impegno scolastico


Ci sono 4 manifestazioni dell’impegno e del coinvolgimento scolastico, che sono rese possibili solamente se gli
insegnanti incentivano gli alunni a sentirsi impegnati (e purtroppo, spesso non si verifica):
- IMPEGNO COMPORTAMENTALE = azioni degli studenti nei confronti della scuola (fare i compiti, avere buona
condotta, rispondere alle richieste degli insegnanti, fare domande durante la lezione…);
- IMPEGNO EMOZIONALE = mostrare interesse o svogliatezza verso le attività scolastiche (curiosità o apatia);
- IMPEGNO COGNITIVO = investimento sulla conoscenza per capire i concetti e approfondire i contenuti;
- IMPEGNO AGENTICO = contributo costruttivo, attivo e personale dell’allievo in classe (chiedere approfondimenti,
esprimere preferenze, proporre nuove attività…).

Giustizia a scuola e atmosfera morale


Il sistema di regole, la presenza di adulti e le relazioni coi coetanei che caratterizzano la scuola permettono la crescita -o
l’indebolimento- dei valori e delle azioni morali. Un’atmosfera morale positiva è correlata negativamente
all’aggressività e positivamente ai comportamenti prosociali (aiutare i compagni, prendersi cura, condividere).
La GIUSTIZIA, ossia la percezione di essere trattati in modo giusto o ingiusto, é uno dei principali elementi morali
nella scuola ed agisce sulla motivazione, le emozioni, gli atteggiamenti e il comportamento, andando così a costituire un
apprendimento a lungo termine. La giustizia in classe ha 3 dimensioni:

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- GIUSTIZIA DISTRIBUTIVA: distribuzione delle risorse fra i propri allievi (tempo di interrogazione, occasioni per
recuperare…);
- GIUSTIZIA PROCEDURALE: chiarezza sui criteri usati per i giudizi e le valutazioni;
- GIUSTIZIA INTERATTIVA: correttezza delle relazioni e delle comunicazioni fra docenti e allievi.
Quando c’é una percezione di ingiustizia dei docenti, gli studenti spesso assumono comportamenti ostili, di rifiuto e
resistenza verso le proposte degli insegnanti, mentre se questi vengono reputati giusti, soprattutto dal punto di vista
relazionale, vengono considerati degni di fiducia e competenti. Tra le varie tipologie di insegnanti, quello percepito
come più giusto è quello COOPERATIVO, ossia comprensivo e amichevole ma anche autoritario, piuttosto che
l’insegnante OPPOSITIVO -irascibile e sospettoso- o quello SOTTOMESSO, cioè insicuro sul da farsi.

La quattro fasi dell’esperienza migratoria


- IMPATTO nella nuova realtà: euforia iniziale dovuta al senso di libertà e rilassamento;
- RIPERCUSSIONE (delusione, rabbia, scontentezza diffusa);
- COPING, ossia reazione alle difficoltà incontrate;
- REGRESSIONE E RICARICA EMOTIVA attraverso un contatto simbolico col proprio paese d’origine.

Conflitti fra valori del giovane migrante


Ci può essere l’assunzione di una doppia condotta dentro e fuori casa. La dicotomia fra valori familiari e quelli della
cultura ospitante può portare a diverse tipologie di conflitto:
- PENDOLARISMO CULTURALE: oscillazione tra i valori familiari e quelli della nuova cultura;
- ACCETTAZIONE PASSIVA DEI VALORI: si vivono passivamente i valori dell’una e dell’altra cultura;
- IDENTITÀ NEGATIVA: rifiuto aggressivo della cultura d’origine e opposizione ai valori familiari;
- MIMETISMO: si tenta di assimilarsi completamente ai coetanei e si ignorano le proprie origini.

Le quattro strategie dell’acculturazione per Berry


L’acculturazione consiste nei cambiamenti dei comportamenti, degli atteggiamenti e dei valori quando due culture
vengono a contatto e può avvenire attraverso 4 strategie:
- INTEGRAZIONE: alto valore attribuito sia alle proprie tradizioni, sia alle relazioni con il Paese ospitante;
- ASSIMILAZIONE: molto valore alla società ospitante, disinteresse per le proprie tradizioni;
- SEPARAZIONE: conservazione della propria identità culturale, resistenza alla società ospitante;
- MARGINALITÀ: valore negativo alle proprie origini e sostanziale mancanza di scambi con la società ospitante (alto
rischio di devianza).

Cos’è il rischio transculturale?


Il rischio transculturale è un tipo particolare di vulnerabilità che si esprime in una resistenza minima ai fattori di rischio
nel passaggio da una cultura all’altra. Il dolore della migrazione può arrestare lo sviluppo della persona e bloccare tante
potenzialità, portando ad una fragilità che può essere personale, familiare o delle precarie condizioni di vita.
Può anche sorgere un problema di “AMBIVALENZA IDENTITARIA” dovuta al conflitto fra presente e passato, ma
anche alle difficoltà di identificarsi con i genitori, percepiti fragili e poco attraenti come modelli.

Conflitto fra valori familiari e della nuova cultura: quattro possibili esiti
Emigrare significa rinegoziare e rivedere i rapporti familiari (la “famiglia patchwork”).
Differenze fra minori nati nel Paese ospitante e minori emigrati.
I principali cambiamenti nella famiglia migrante sono:
⇒ spazio e oggetti: privacy occidentale vs comunanza delle società collettiviste;
⇒ struttura familiare: famiglie allargate in patria, cambiamento dei ruoli genitoriali (le madri si adattano più in fretta
dei padri, che hanno più nostalgia della patria);
⇒ l’accudimento materno diventa meno intenso per via del lavoro esterno e a volte i figli sono rimandati in patria dai
nonni per l’impossibilità di accudirli.

Conflitti genitori-figli nella famiglia migrante secondo Gavaki


Le tre fasi secondo Gavaki (1979):
- Periodo iniziale di CONFUSIONE E DIFFICOLTÀ (appoggio della propria comunità immigrata);
- FASE CONFLITTUALE dopo circa 10 anni dalla migrazione: i figli crescono e accettano meno i valori culturali
d’origine, i genitori sono più dipendenti e i figli più assertivi e anche meglio integrati nella nuova società;
- Tappa della RISOLUZIONE: il marito accetta il nuovo ruolo della moglie, i genitori accettano la diversità dei figli, i
figli (già grandi) accettano di più i genitori, capiscono i loro sacrifici e la loro appartenenza a una cultura minoritaria.

Il modello evolutivo della famiglia migrante secondo Sluzki (1979)


- Lo STADIO PREPARATORIO: la famiglia prende la decisione di migrare per una serie di motivi;

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- L’ATTO MIGRATORIO: il viaggio, la partenza, il distacco e la separazione (accompagnati a volte da dolore
profondo);
- Il PERIODO DI SOVRACOMPENSAZIONE: primo impatto con la nuova realtà, imparare la lingua, cercare casa e
lavoro, imparare le nuove regole di vita;
- Il PERIODO DI CRISI: periodo di ricerca di equilibrio fra la propria identità e le richieste della nuova cultura,
rischio di conflitti con i figli adolescenti, ricerca nuovi valori;
- Gli EFFETTI TRANSGENERAZIONALI: le ripercussioni che la migrazione esercita sulle generazioni successive.

La scuola e tre possibili atteggiamenti dei minori migranti


La scuola può favorire l’integrazione, ma anche la marginalizzazione, in quanto può esporre a pregiudizi e
discriminazioni e perché può essere difficoltoso comunicare con la famiglia del migrante che a volte non conosce la
lingua o ha tradizioni in netto contrasto con quelle della cultura ospitante. I minori migranti, che di solito scelgono
scuole professionali e hanno un rendimento peggiore di quello dei compagni italiani, possono assumere 3 diversi
atteggiamenti:
- RESISTENZA CULTURALE ⇒ chiusura nei confronti della cultura e della lingua del Paese ospitante, tentativo di
mantenere la propria lingua e cultura;
- ASSIMILAZIONE ⇒ adesione totale alla nuova cultura e rifiuto della propria;
- MARGINALITÀ ⇒ sentono di non appartenere a nessuna delle due culture, si collocano passivamente nel mezzo.

Breve storia dell’uso delle droghe: le 4 fasi


Le droghe, o sostanze psicoattive, sono un insieme di sostanze naturali o di sintesi in grado di modificare la percezione,
l’umore e l’attività mentale di chi l’assume. Nel corso del tempo, si sono verificate 4 fasi dell’uso di droghe:
- Gli anni ’60-70 e la CULTURA HIPPY: uso di sostanze (cannabinoidi e allucinogeni) come segno di ribellione al
sistema. Fase esperienziale con poche conoscenze sulle conseguenze dell’uso di droghe.
- Gli anni ’80 e l’era dell’EROINA: diffusione del fenomeno e dell’immagine del “tossico” come perdente e
disadattato.
- Gli anni ’90 e 2000: le DROGHE SINTETICHE E PRESTAZIONALI: forte aumento dei consumatori di sostanze,
dello “sballo” in discoteca e delle droghe per fornire alte prestazioni.
- Dal 2005 ad oggi: la GLOBALIZZAZIONE delle droghe: fasce sempre più giovani coinvolte che usano internet per
vendere-comprare sostanze anche con effetti molto nocivi come crack, ketamina, eroina.

Discutere i seguenti concetti relativi all’uso di droghe: uso, abuso, tolleranza e dipendenza.
L’uso di una sostanza é il suo utilizzo secondo norme mediche e sociali condivise, ma quando ci si discosta da queste si
può parlare di abuso. In particolare, si abusa di una sostanza quando si verificano una o più delle seguenti condizioni
nell’arco di 12 mesi:
- incapacità di adempiere ai propri obblighi scolastici, lavorativi o familiari;
- uso di sostanza anche in condizioni fisicamente pericolose (alla guida);
- frequenti problemi legali (arresti);
- problemi sociali e interpersonali ricorrenti (discussioni, risse).
La dipendenza, invece, è una forma più grave e reiterata di abuso di una sostanza, per cui essa assume un valore
centrale nella vita della persona. Si tratta di una dipendenza se si verificano almeno 3 dei seguenti sintomi in un periodo
di 12 mesi:
- Tolleranza: bisogno di quantità più elevate per avere l’effetto desiderato;
- Astinenza: sofferenza quando non si assume la sostanza;
- Perdita di controllo: si assume più sostanza di quanto la persona ha deciso precedentemente;
- Tentativi inefficaci di controllo: non si riesce a smettere;
- Preoccupazione per l’ottenimento della sostanza;
- Riduzione delle attività normali;
- Conseguenze avverse, si continua nonostante problemi fisici, psicologici e sociali.
La dipendenza, inoltre, può essere FISICA, cioè legata al bisogno irrefrenabile di ridurre o eliminare i sintomi di
astinenza da una sostanza assumendola nuovamente, o PSICOLOGICA, che consiste nell’incapacità dell’individuo di
funzionare emozionalmente senza fare ricorso alla sostanza. La dipendenza psicologica é caratterizzata dal CRAVING,
ossia il desiderio irrefrenabile di sperimentare l’effetto di una sostanza già utilizzata, a cui sono attribuite le ricadute
nella droga anche ad anni di distanza.

Le motivazioni dell’uso di droghe in adolescenza


Nell’adolescenza possono verificarsi l’uso e l’abuso di sostanze psicoattive, ma raramente si può parlare di dipendenze
o di un sicuro futuro da tossici. Le ragioni sono:
- La facilitazione sociale: sentirsi più a proprio agio nei rapporti con gli altri, facilitare la comunicazione creando
un’atmosfera di apertura e condivisione di esperienze e sentimenti, consumare sostanze in gruppo può aumentare la
coesione;
- Sentirsi più adulti: stringere amicizie con ragazzi più grandi grazie al consumo di sostanze;
- Costruzione di una reputazione sociale come persona trasgressiva;

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- Ampliamento del Sé: allontanamento dal Sé reale incompleto per sperimentare vari Sé possibili e avvicinarsi al Sé
ideale, credenza che le sostanze mettano in luce lati di Sé sconosciuti;
- Regolazione delle emozioni: le sostanze facilitano le emozioni positive e posticipano quelle negative (disagio,
malessere), dando l’impressione all’adolescente di avere il controllo sulle proprie emozioni;
- Ricerca di sensazioni forti (“SENSATION SEEKING”); ricerca di divertimento anche eccessivo tipica
dell’adolescenza, assunzione di comportamenti a rischio fisico e sociale;
- Riduzione di stati di disagio;
- Aumento delle prestazioni: sostanze come aiuto a oltrepassare i propri limiti e rispondere meglio alle richieste
dell’ambiente.

Elencare alcuni fattori di rischio nell’uso di droghe


I fattori di rischio che possono portare all’abuso o alla dipendenza da droghe sono quelli che contribuiscono
all’iniziazione e alla continuazione nell’uso delle medesime. I fattori di rischio possono essere:
- COMUNITARI: dipendenti dall’ambiente socioculturale (disponibilità e facilità nel reperirle, mancanza di controlli,
basse possibilità di supporti sociali per impedire la dipendenza);
- FAMILIARI: modalità relazionali in famiglia (scarso controllo, conflitto coi genitori, atteggiamenti favorevoli dei
genitori verso le sostanze);
- SCOLASTICI (insuccesso scolastico, poca importanza assegnata alla scuola, relazioni difficoltose con insegnanti e
compagni, ambiente scolastico degradato);
- costituiti dai PARI: é il maggior fattore di rischio (uso di droghe tra amici, pressione sociale, interazioni con coetanei
antisociali);
- INDIVIDUALI: personalità e credenze verso le sostanze (atteggiamenti favorevoli verso l’uso di sostanze e
comportamenti antisociali, ricerca di sensazioni forti).

Elencare alcuni fattori di protezione dall’uso di droghe


I fattori di protezione riducono il rischio di un’iniziazione e una prosecuzione nell’uso di sostanze e promuovono lo
sviluppo positivo dell’adolescente. I fattori di protezione possono essere:
- COMUNITARI: dipendenti dall’ambiente socioculturale (riconoscimento della prosocialità dell’adolescente,
sostegno della comunità in periodi difficili, opportunità di attività prosociali);
- FAMILIARI: modalità relazionali in famiglia (controllo, attaccamento verso i genitori, comunicazione, supporto);
- SCOLASTICI (attività prosociali nella scuola, riconoscimento dei meriti);
- costituiti dai PARI (interazioni con coetanei prosociali, supporto degli amici);
- INDIVIDUALI: personalità (responsabilità, moralità, pianificare il futuro).

Cos’è il “binge drinking” e i suoi pericoli


Negli ultimi anni, sono cambiate le modalità di assunzione degli alcolici, soprattutto tra i giovani, anche a causa di
cambiamenti culturali che ci portano verso una cultura edonistica basata sugli eccessi, dove ciò che conta é la quantità
del consumo e non la qualità. Mentre i bevitori adulti (maggiori di 25 anni) bevono in modo “mediterraneo”,
moderatamente e facendo attenzione alla qualità, i giovani dai 13 ai 24 anni adottano uno stile alcolico più “nordico”,
soprannominato “binge drinking”: un’“abbuffata alcolica” all’unico scopo di allontanarsi dai problemi e di raggiungere
lo sballo rapidamente.

Le due prospettive della prevenzione


La prevenzione è definita come l’insieme di attività, strategie e programmi volti ad anticipare, ridurre e ostacolare gli
effetti dannosi di un fenomeno o di un evento patogeno.
La prevenzione PRIMARIA, ossia quella che avviene ancora in assenza di patologia quindi prima che vi sia il
problema, dipende in parte dalla prospettiva scelta, che può essere:
- dell’astinenza: poco efficace, messaggi a forte contenuto emozionale ispirati da principi etico-morali;
- dell’uso responsabile: incremento dei fattori protettivi⇒ risorse personali, senso di controllo sulla propria vita, climi
scolastici positivi, rapporti con adulti competenti.

Prevenzione primaria, secondaria e terziaria


La prevenzione PRIMARIA, ossia quella che avviene ancora in assenza di patologia quindi prima che vi sia il
problema, dipende in parte dalla prospettiva scelta, che può essere:
- dell’astinenza: poco efficace, messaggi a forte contenuto emozionale ispirati da principi etico-morali;
- dell’uso responsabile: incremento dei fattori protettivi⇒ risorse personali, senso di controllo sulla propria vita, climi
scolastici positivi, rapporti con adulti competenti.
La prevenzione SECONDARIA avviene su settori della popolazione considerate a rischio per diverse ragioni, ad
esempio persone che hanno già avuto esperienze di uso di tali sostanze, con l’obiettivo di impedire un aumento di
consumo, di contenere stili di consumo più disfunzionali (es. poliassunzioni) e di evitare condotte pericolose (guida
sotto effetto di sostanze, rapporti sessuali non protetti).

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La prevenzione TERZIARIA è quella indirizzata a settori della popolazione che sono già stati affetti da determinate
patologie e che presentano situazioni di dipendenza o esperienze di abuso già in adolescenza o nella prima giovinezza.
Il suo scopo principale è quello di prevenire ricadute o peggioramenti.

Il modello di prevenzione di Gordon


Gordon ha proposto una classificazione più efficace in quanto focalizza l’attenzione sull’interazione tra fattori
psicologici e sociali ed é oggi la più utilizzata nel campo del disagio sociale. Si articola in:
- prevenzione UNIVERSALE: ha come obiettivo principale quello di sensibilizzare interi settori di una popolazione di
individui con una probabilità media di rischio di sviluppare un dato disturbo;
- prevenzione SELETTIVA: ha come obiettivo principale quello di rivolgersi a sottogruppi della popolazione che
hanno una probabilità molto superiore alla media di sviluppare un dato disturbo;
- prevenzione SPECIFICA: ha per obiettivo principale quello di individuare e intervenire su soggetti che presentano
già i sintomi di un dato disturbo.
In questo modo, si riescono ad individuare le risorse personali e ambientali che favoriscono la promozione di una
condizione di benessere.

Alcuni esempi di modelli d’intervento per arginare i problemi connessi alla droga
Vengono presentati solo modelli d’intervento rivolti ad adolescenti e giovani:
- Interventi d’informazione: divulgazione informativa sulle sostanze, opuscoli (non efficace);
- Interventi di “life skills”: lo scopo è di lavorare in forma laboratoriale su abilità utili alla vita (autostima, senso
critico, autoefficacia, consapevolezza emozionale…);
- Interventi di “peer education”: adolescenti/giovani formati svolgono attività di educazione sui pari e mirano a
rafforzare fattori di protezione e consapevolezze;
- Interventi di riduzione del danno: svolti su persone che già abusano o sono dipendenti mirando al contenimento del
danno e all’uso responsabile (educatori di strada).

Le nuove droghe: gioco d’azzardo, shopping compulsivo, dipendenza da internet e dipendenze


alimentari
Le nuove dipendenze riguardano l’uso distorto ed eccessivo di un comportamento, che viene ripetuto
incontrollatamente in quanto dettato da un bisogno urgente che richiede soddisfazione.
Il GIOCO D’AZZARDO. In Italia, 8 milioni di persone giocano settimanalmente e 1 milione é dipendente dal gioco
d’azzardo. Tra questi, anche i giovani sono attratti dal rischio dell’azzardo per svagarsi, un atto che fa parte della natura
umana (homo sapiens, faber e ludens). Il gioco d’azzardo può essere definito come una scommessa su ogni tipo di
evento ad esito incerto ed é caratterizzato da:
• scommessa di denaro o proprietà;
• impossibilità di ritirare la scommessa;
• casualità dell’esito.
Questa attività può condurre ad un abuso in quanto é facilmente accessibile anche singolarmente e dà la possibilità di
una gratificazione immediata, come nel caso delle slot machine. Il problema é che esso costituisce un grandissimo
business per lo stato, che guadagna il 25% delle giocate e lo pubblicizza. Sarebbe utile informare sulle vere possibilità
di vincita dato che i giocatori si costruiscono distorsioni cognitive per continuare a giocare:
• la quasi vincita,
• la fallacia di Montecarlo (pensa che alla frequenza delle perdite corrisponda un aumento delle probabilità di vincere),
• il pensiero magico (il gioco é governato non dal caso ma dalla magia),
• il ruolo attivo (se il giocatore é coinvolto attivamente nel gioco crede che il risultato non dipenda dal caso ma dalle
proprie abilità)
• la memoria selettiva (il giocatore ricorda più le vincite che le perdite).

Lo SHOPPING COMPULSIVO può essere definito come un irresistibile impulso a comprare che viene ripetuto
nonostante l’emergere di effetti dannosi per l’individuo e le persone che gli stanno vicine. E’ chiamato compulsivo in
quanto vi é una perdita di controllo sul comportamento di acquisto e una tendenza ad aumentare gli acquisti senza che ci
sia un reale bisogno, poiché spesso é una manifestazione di un conflitto interiore o di un disagio emotivo.
Lo shopping diventa compulsivo quando si verificano queste condizioni:
• preoccupazione frequente riguardo agli acquisti e impulsi irrefrenabili;
• comprare oggetti inutili o al di sopra delle proprie possibilità;
• problemi finanziari o interferenze dal punto di vista lavorativo e sociale.
Inoltre, é un problema prevalentemente femminile che può portare a problemi economici, familiari, lavorativi e a
sentimenti negativi come un abbassamento dell’autostima, il rimorso, la solitudine e l’isolamento.

La dipendenza da INTERNET é caratterizzata da collegamenti con la rete così prolungati (almeno 5/6 ore al giorno) da
compromettere la vita sociale della persona. Esistono varie forme di internet addiction:
• relazioni virtuali (coinvolgimento con persone conosciute online a discapito dei rapporti sociali reali);
• sesso virtuale (siti pornografici);

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• giochi di ruolo in rete (realtà virtuale più stimolante e interessante di quella quotidiana);
• informazioni online (controllare assiduamente le info anche se non se ne ha bisogno);
• attività in rete (commercio, aste, gioco d’azzardo).
Sviluppare un abuso di internet è semplice in quanto garantisce l’anonimato ed è facilmente accessibile anche dai più
piccoli, ma può portare a fallimenti scolastici o riduzione delle prestazioni lavorative e allo smarrimento della propria
identità nell’adolescente.

Le dipendenze ALIMENTARI si riferiscono alla presenza di un disturbo nel rapporto con il cibo e il proprio corpo, che
può portare a gravi problemi per la salute. Due grandi esempi sono:
• l’anoressia, ossia il rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra del peso minimo e l’ossessione di ingrassare
accompagnata dall’alterazione della percezione della propria immagine corporea;
• la bulimia, che si caratterizza per l’ingestione di quantità di cibo eccedenti il proprio bisogno, per poi ricorrere a
metodi come il vomito autoindotto o l’uso di farmaci per non metabolizzare il cibo e di conseguenza non ingrassare.
Queste sono dipendenze in quanto:
• c’è incapacità di controllare l’impulso;
• c’é la compromissione di molte aree vitali del soggetto;
• c’é una costante preoccupazione per il cibo;
• sono usate per controllare lo stress e in situazioni di difficoltà;
• sono spesso celate con bugie, a causa di un senso di vergogna.

Le teorie disposizionali sulla devianza


Le teorie disposizionali attribuiscono la condotta criminosa dell’individuo a caratteristiche stabili, innate o acquisite.
La personalità antisociale tende alla violazione dei diritti altrui e alla mancanza generale di adesione alle norme sociali.
La teoria dell’attaccamento: modalità disfunzionali nell’attaccamento possono originare comportamenti antisociali,
impossibilità di creare legami positivi, sfiducia nella società, svalutazione delle norme.
Secondo la spiegazione sociologica, devianza e criminalità hanno origine da un’ampia disorganizzazione sociale, cioè
mancanza di legami, di identificazione in un luogo e di condivisione.

Merton e l’anomia
Tra le spiegazioni sociologiche vi é quella di Merton basata sull’anomia, ossia la mancanza di norme. L’anomia nasce
nel contrasto fra norme forti della struttura culturale che prescrive mete omogenee, norme, mezzi per realizzare le mete
(successo, ricchezza, ascesa sociale) e struttura sociale che non consente per ragioni di ineguaglianza sociale di
raggiungere quelle mete (condizioni di povertà, di mancanza di istruzione). In queste situazioni di anomia, la devianza
diventa una risposta “normale”.

Le teorie del controllo sociale di Hirschi


Se gli esseri umani sono naturalmente portati alla violazione delle norme, il controllo sociale é necessario affinché ciç
non avvenga.
Hirschi elabora la BONDING THEORY, secondo cui la causa della devianza sta nella debolezza del legame sociale, che
si fonda su 4 elementi:
- Attaccamento alla famiglia e alla comunità d’appartenenza
- Adesione ai valori della società
- Investimento in attività socialmente accettate
- Fiducia nelle regole morali e sociali.
Nel 1990 Gottfredson e Hirschi propongono nuova teoria del controllo sociale: l’AUTOCONTROLLO. Esso si forma
nei primi 10 anni di vita sotto la supervisione dei genitori e degli insegnanti, e permette di evitare azioni che provocano
danni a lungo termine.

Il modello biopsicosociale della devianza di Dodge e Zelli


Questo modello cerca di spiegare le ragioni della devianza, che secondo Dodge e Zelli hanno origine dall’interazione tra
i fattori distali (biologici e socioculturali) con i fattori prossimali (esperienze in famiglia e con i pari). Gli effetti dei
fattori distali (biologici e sociali), infatti, sono mediati dalle esperienze vissute in famiglia e nel gruppo dei pari.
Vi sono quattro variabili di elaborazione delle informazioni che sono predittive di disturbi della condotta in adolescenza
e spesso si manifestano in bambini maltrattati entro i primi 5 anni di vita:
- ipervigilanza nei confronti di comportamenti ostili
- attribuzione ostile alle provocazioni ambigue
- tendenza a reagire in modo aggressivo
- valutazione positiva dei comportamenti aggressivi quali mezzi più efficaci per raggiungere risultati desiderati.
I bambini ad alto rischio si riconoscono abbastanza precocemente con l’osservazione del loro comportamento, in tal
modo si può avviare presto, già dalla scuola elementare, un programma di prevenzione. Il FAST TRACK é un progetto
di prevenzione longitudinale (12 anni) per bambini ad alto rischio, tra cui la maggior parte sono maschi provenienti da
famiglie povere, monoparentali e con più fratelli. Gli obiettivi principali dell’intervento sono quelli di:
- promuovere migliori abilità educative nei genitori,

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- stabilire buoni rapporti scuola-famiglia,
- sviluppare abilità sociali e cognitive dei bambini,
- tutoring scolastico,
- promuovere migliori relazioni nel gruppo dei pari,
- promuovere un clima di classe positivo.

Devianza e gestione della reputazione (Emler e Reicher)


Emler e Reicher interpretano in modo nuovo la devianza, ossia come delinquenza adolescenziale e comportamento
volontario che ha origine dagli atteggiamenti individuali verso l’autorità istituzionale. Questo avviene per rispondere ad
esigenze di riconoscimento sociale e di valorizzazione del proprio sé, come strategia per costruire una reputazione
sociale tra i coetanei e nel proprio ambiente di vita. Se l’esperienza nei confronti delle autorità (insegnanti, forze
dell’ordine) é di discriminazione, allora la relazione sarà di sfiducia e diffidenza.

Le motivazioni del lavoro di aiuto


La spiegazione dei comportamenti prosociali non va ricercata né nelle persone prese singolarmente né nelle situazioni,
ma in un’impostazione multidimensionale, come ci suggerisce l’approccio ecologico di Bronfenbrenner basato sul
modello person-process-context, secondo il quale ogni fenomeno sociale deve essere studiato come prodotto
dell’interazione tra individui in un contesto relazionale.
Quindi, le motivazioni possono essere di:
- dimensione INDIVIDUALE (autorealizzazione, crescita personale, valori), più femminile;
- dimensione COLLETTIVA (ruolo attivo nella società), più maschile.

Professioni di aiuto e possibili aspetti conflittuali


L’aiuto é una relazione di scambio che coinvolge profondamente due soggetti. Entrambi impareranno qualcosa, ma c’è
un rapporto asimmetrico tra chi é in condizioni di offrire aiuto e chi invece lo richiede. Il professionista della cura deve
contribuire a creare nuove risorse se esse sono insufficienti, deve attivare all’interno della relazione tutte le potenzialità
dell’individuo e stimolare il suo empowerment personale. Inoltre, chi cura deve essere dotato di imparzialità,
razionalità, rispetto per la dignità dell’altro e rifiuto di ogni manipolazione dell’altro: bisogna stare attenti a non sovra-
aiutare per evitare di inferiorizzare l’altro.
Le relazioni di sostegno offrono:
- SOSTEGNO EMOTIVO (stima, affetto, ascolto);
- SOSTEGNO STRUMENTALE (aiuto materiale diretto);
- SOSTEGNO INFORMATIVO (conoscenze e informazioni utili all’altro);
- SOSTEGNO AFFILIATIVO (danno aiuto attraverso relazioni con gli altri, anche appartenenze a gruppi formali e
informali).
Tuttavia, le professioni di aiuto sono caratterizzate da CONFLITTI DI VALORE che possono diventare stressanti per
chi aiuta e dannosi per chi é aiutato. Secondo Lenrow, queste sono le diverse possibilità di conflitto:
- conflitto tra usare il proprio giudizio di fronte a decisioni da prendere e l’esigenza di mantenere una visione critica
sui propri giudizi;
- essere coerenti con i propri valori, ma consapevoli che l’altro ha altri valori di riferimento;
- necessità di avere il consenso dell’utente per decisioni che lo riguardano e sapere che lui non ha gli strumenti per
capire bene la situazione;
- portare a termine l’intervento, pur capendo che è inutile.

Il processo di empowerment
Con il termine “empowerment” si intende l’acquisizione di potere, l’incremento delle capacità personali per controllare
attivamente la propria vita. Questo processo parte da una situazione di impotenza e passività acquisite, causate da
esperienze frustranti, per arrivare all’acquisizione della fiducia in sé e all’apprendimento della speranza, derivanti dal
controllo sugli eventi tramite la partecipazione e l’impegno attivo nella propria comunità. L’empowerment, quindi, è il
processo di ampliamento delle possibilità tra cui il soggetto può scegliere.
L’empowerment é, al contempo:
- PSICOLOGICO = senso di padronanza e controllo nel rapporto col mondo (aspetto soggettivo);
- OGGETTIVO-AMBIENTALE = le risorse e le possibilità fornite dall’ambiente (aspetto oggettivo).
Il concetto di empowerment psicologico é visto come costrutto complesso derivante dall’integrazione di 3 ambiti
diversi:
- PERSONALITÀ (attribuzione a sé dei risultati delle proprie azioni);
- COGNITIVO (percezione di autoefficacia: sentirsi capaci di scegliere la soluzione più adeguata a una situazione);
- MOTIVAZIONALE (desiderio di partecipazione attiva).
L’empowerment é quindi concepito come un orientamento positivo alla valutazione all’uso delle risorse proprie ed
altrui e non come un’attribuzione di potere a chi ne é privo, e contiene due aspetti principali:
- un PROTAGONISMO INTERNO POSITIVO per cui la persona diventa protagonista attiva della propria vita;
- una FIDUCIA ESTERNA negli altri.

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Requisiti per realizzare l’empowerment
- un SENSO DI SE’ che promuove l’attività e il coinvolgimento sociale attivo;
- la capacità di fare un’ANALISI CRITICA della situazione e dei sistemi sociali e politici;
- la capacità di sviluppare STRATEGIE DI AZIONE, insieme alla responsabilità delle proprie azioni;
- la capacità di agire in COLLABORAZIONE CON GLI ALTRI per raggiungere scopi collettivi di cambiamento.

Da quali possibili fonti può derivare la sensazione di non avere potere?


Il dato che attiva il processo di empowerment é proprio la mancanza di potere, che può derivare da fattori interni o
esterni che interagiscono fra loro:
- insicurezza economica
- assenza di esperienza politica
- mancato accesso alle informazioni
- assenza di sostegni economici
- mancanza di pensiero critico
- stress fisico o emotivo
- appartenere a gruppi stigmatizzati.

Le dimensioni d’intervento per promuovere l’empowerment


- Dimensione PERSONALE: stabilire un rapporto, valutare bisogni e risorse dell’utente;
- Dimensione INTERPERSONALE: creare rapporti, reti di sostegno e solidarietà (anche gruppi di auto e mutuo-
aiuto);
- Dimensione MICRO-AMBIENTALE: conoscere risorse del contesto e strategie per accedervi (anche rapporti con
burocrazia);
- Dimensione MACRO-AMBIENTALE (o sociopolitica): coinvolgimento in azioni politiche e collettive (comitati
civici, azioni politiche, proteste civili).

La sindrome del burnout


La sindrome del burnout, in ambito psicologico, é la risposta ad una situazione avvertita come intollerabile, in quanto
l’educatore percepisce la distanza fra la quantità delle richieste dell’utente e la carenza di risorse disponibili, da cui
deriva un senso di impotenza e di esaurimento, che può manifestarsi con sintomi di vario tipo:
- fisico (mal di testa, facilità ad ammalarsi, insonnia, ecc.);
- psicologico (irritabilità, senso di colpa, sfiducia in sé);
- comportamentale (ritardi, assenze, rinviare azioni, spersonalizzazione nei rapporti).
Il burnout di un educatore, oltre a colpire l’educatore stesso che non si sente efficace, realizzato e sta male fisicamente e
psicologicamente, si riflette anche sull’utente, che non é soddisfatto in quanto si trova di fronte un educatore esaurito, e
sulla comunità intera, che perde risorse e vede fallire investimenti in ambito pubblico e sociale.

Le tre dimensioni da cui è costituito il burnout secondo Maslach


Secondo Maslach, il burnout é una sindrome caratterizzata da tre dimensioni fra loro indipendenti:
- ESAURIMENTO EMOTIVO: svuotamento di risorse, senso di aridità, perdita di senso;
- DEPERSONALIZZAZIONE: atteggiamenti di cinismo, distanza, freddezza, ostilità nei confronti degli utenti e del
servizio;
- RIDOTTA REALIZZAZIONE PERSONALE: caduta dell’autostima, senso di inadeguatezza e di incompetenza, non
desiderio di successo.

Le possibili origini del burnout e aspetti dell’attività lavorativa che possono dare origine al
burnout
Il burnout é un fenomeno multidimensionale, in cui interagiscono fattori socioambientali (aspetti fisici ed organizzativi
del luogo di lavoro) e variabili individuali (caratteristiche motivazionali e personalità). In ambito lavorativo, le origini
possono essere:
- Problemi di ruolo: scarsa chiarezza di ruolo, ambiguità di ruolo, conflitti di ruolo;
- Problemi del compito lavorativo: richiedere competenze che l’operatore non possiede, sovraccarico lavorativo;
- Problemi interpersonali: difficoltà relazionali con i colleghi e i superiori, mancanza di supporto e di riconoscimento;
- Problemi a livello delle strutture: ad esempio, problemi dell’accreditamento, riassetti istituzionali, cambiamento
delle politiche dell’ente.

Strategie di prevenzione del burnout


Diverse strategie di COPING:
- INDIVIDUALI: sviluppare interessi extralavorativi, imparare a dire di no, prendersi pause e periodi di vacanza,
tecniche di rilassamento, psicoterapia;
- del GRUPPO DI LAVORO: rinforzi affettivi, enfatizzare la collaborazione, scambio sistematico di informazioni e
commenti;

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- dell’ORGANIZZAZIONE: 1) lavorare per obiettivi; 2) promuovere la partecipazione del personale alle decisioni; 3)
agire sulla struttura dei compiti (anche formazione); 4) realizzare un sistema di monitoraggio periodico.
Un tipo di coping utile é quello incentrato sulle tecniche di distanziamento, ossia basato su un comportamento
dell’operatore in equilibrio tra il coinvolgimento eccessivo e il distacco nella relazione con l’utente: l’interessamento
distaccato.
Cruciale nella prevenzione del burnout é anche la formazione iniziale degli educatori, quella continua in ambito
lavorativo e la supervisione sui gruppi di lavoro. Fra i temi della formazione é bene che ci siano la comunicazione, le
risorse di padronanza ed autoefficacia, il fronteggiamento dello stress, i rapporti interpersonali, la vita di gruppo…

Il gruppo come “setting” lavorativo


Le professioni di aiuto si svolgono in contesti di gruppo (comunità, gruppi-appartamento, case famiglia) per cui sono
necessarie competenze al fine di creare climi positivi nelle comunità. La realtà dei gruppi di lavoro si basa su 2 aspetti:
- quello PRODUTTIVO (o razionale-oggettivo) per cui lavorare di gruppo significa fare insieme per raggiungere gli
obiettivi;
- quello RELAZIONALE (o irrazionale-simbolico) per cui é importante lo stare insieme per contrastare la distanza
interpersonale generata dalle esigenze produttive.
I gruppi di lavoro possono essere dei setting potenzialmente positivi (setting empowering), ma anche potenzialmente
negativi (setting disempowering) per i componenti. I fenomeni che caratterizzano i gruppi di lavoro sono:
- fenomeni STRUTTURALI: status, leadership, ruoli e norme all’interno del gruppo;
- fenomeni PROCESSUALI: più dinamici (comunicazione interna, coesione, conflitti inter e intra gruppi,
collaborazione…).
Gli scopi di questi gruppi sono: promuovere delle consapevolezze, migliorare le capacità comunicative e relazionali e
produrre cambiamenti a livello individuale e sociale.

I gruppi terapeutici
I gruppi terapeutici hanno scopi curativi: cercano di aiutare pazienti con patologie a prendere coscienza dell’origine del
loro disagio, a confrontarsi con persone che hanno disturbi uguali o simili, cercando la risoluzione del proprio problema
attraverso il confronto e il sostegno del gruppo e l’aiuto di un terapeuta. Attraverso l’autocentraggio, ossia lavorando
principalmente su ciò che succede all’interno del gruppo secondo il principio del “qui ed ora”, ogni partecipante diventa
un vero e proprio agente terapeutico per gli altri.

I t-groups
I t-groups (training-groups, cioè gruppi di addestramento) sono gruppi formativi rivolti a persone non affette da
patologie, ma desiderose di conoscere meglio sé stesse attraverso il confronto e lo scambio con gli altri. Sono gruppi
autocentrati che lavorano, cioè, su ciò che succede nel gruppo e non all’esterno, secondo il principio del “qui ed ora”.
Il feedback dei membri sugli atteggiamenti e i comportamenti di ciascuno durante il lavoro di gruppo sarà un elemento
importante per il soggetto, che viene, così, aiutato ad “imparare ad imparare” e ad essere protagonista del proprio
apprendimento. L’apprendimento offerto dai t-groups parte dall’emozionale, dall’esperienza diretta che verrà solo in
seguito concettualizzata, in modo da sensibilizzare i partecipanti a un’osservazione più attenta dei fenomeni di gruppo e
a una percezione più accurata di sé e degli altri.

I gruppi di formazione
I gruppi di formazione condividono lo scopo dei t-groups di promuovere consapevolezze e cambiare i comportamenti
interattivi, ma sono eterocentrati, ossia hanno obiettivi esterni al “qui ed ora” del gruppo. L’organizzazione di un gruppo
di formazione si basa su un procedimento per tappe:
- mappatura dei bisogni formativi del gruppo;
- progettazione dell’intervento in base ai bisogni;
- scansione temporale dell’intervento (intensivo o ricorrente);
- impiego di metodi d’intervento misti (input teorici, esercitazioni pratiche);
- valutazione dell’intervento svolto.
I gruppi di formazione vengono svolti in ambito lavorativo e sono finanziati dalle istituzioni che ne fanno richiesta
(scuole, comunità, aziende, ambienti sportivi…), perciò non prevedono una partecipazione volontaria. Il risultato e
l’efficacia di questi gruppi dipende dall’interesse e dall’impegno dei partecipanti, che a volte, invece, vivono questo tipo
di intervento come una forma di controllo da parte dell’istituzione. Tuttavia, questi gruppi potrebbero portare ad effetti
positivi nelle istituzioni, sia a livello di produttività che a livello relazionale.

I gruppi di supervisione
Consistono nell’incontro periodico (da una volta alla settimana a una volta al mese, a seconda delle esigenze), sotto la
supervisione di un esperto, di un intero gruppo di lavoro che discute di problemi relazionali, organizzativi, professionali
e emozionali che emergono nella quotidianità. La continuità e la ricorrenza degli incontri è importante per consentire la
familiarizzazione tra i membri del gruppo e il supervisore, in modo che essi riescano ad essere sempre più espliciti nella
comunicazione. La supervisione può essere svolta sullo stesso gruppo da più esperti che curano aspetti diversi del
gruppo per poi confrontarsi tra loro, oppure da uno unico. Egli deve conoscere bene la storia del gruppo e il ruolo e le

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caratteristiche di ogni suo membro, deve avere un atteggiamento empatico, accogliente e che faciliti l’espressività di
ognuno e, al contempo, deve comunicare energia e attesa positiva nei momenti di apatia. E’ importante, inoltre, che
tenga un diario degli incontri in modo da poter riassumere all’inizio di ogni incontro la situazione dell’incontro
precedente. I protagonisti, comunque, rimangono sempre i membri del gruppo e il ruolo del supervisore é utile per
facilitare lo scambio comunicativo tra loro.

I gruppi di auto-aiuto
Sono piccoli gruppi a base volontaria che si incontrano periodicamente e sono finalizzati al mutuo aiuto tra pari, ossia
tra persone che condividono gli stessi problemi, senza la presenza di un esperto. Questo fa sì che essi siano protagonisti
attivi, autonomi e responsabili di questi gruppi e che ogni helper rivesta un ruolo contemporaneamente di prestatore e
fruitore di cure. L’effetto dell’helper agisce su tre piani:
- competenza e soddisfazione interiore nell’aiutare un altro;
- apprendimento e controllo del proprio problema guardandolo a distanza attraverso il problema di un altro,
- senso di utilità e riconoscimento sociale nell’aiutare un altro.
Inoltre, i gruppi di auto-aiuto tentano spesso di risolvere disturbi che l’intervento pubblico mette da parte, cioé:
problemi di controllo del comportamento, handicap o malattie croniche, parenti di persone con problemi gravi e persone
che attraversano periodi di crisi.
La forma più autentica di questi gruppi consiste in quella autogestita e paritaria, ma anche questi si danno delle regole,
tra cui: la rotazione dei partecipanti nel ruolo di conduttore per evitare accentramenti di potere, la massima riservatezza
su quanto viene condiviso, stabilire date e orari precisi, utilizzare sedi neutre (non la casa di qualcuno), evitare giudizi
di valore sui partecipanti, decidere la dimensione numerica del gruppo e se si tratta di un gruppo “aperto” o “chiuso”.
La filosofia di fondo del gruppo di auto-aiuto consiste nel considerare il gruppo stesso come una fonte di aiuto, di
solidarietà, di appartenenza e di scambio reciproci, alimentando il desiderio di cambiamento delle persone, per cui
possono essere più terapeutici e attivanti dei gruppi di terapia.

Stranieri e vicini
L’incontro con una cultura diversa: emozioni, pensieri sulle diversità

Il Kashrut: cos’è, quanto avvicina e allontana le persone non ebree


Il “KASHRUT” è una legge ebraica stabilita nella Torah che consiste in un insieme di regole da applicare alla
preparazione e alla consumazione del cibo, tra cui il divieto di mescolare la carne con i latticini, e che rende l’atto del
nutrirsi e di cucinare oggetti di culto, obbedienza e religiosa attenzione. Diventa, quindi, anche una disciplina spirituale,
in quanto il cibo non alimenta solo il corpo, ma anche l’anima. La preparazione del cibo kasher è complicata e richiede
una grande conoscenza della legge ebraica, perciò gli ebrei ortodossi ospitano volentieri al loro tavolo i bambini e la
famiglia cristiana dei Johnson, ma non può accadere il contrario. La casa dei Johnson, infatti, (come qualsiasi altra casa
che non sia ebraica ortodossa) risulta contaminata rispetto alle leggi del kashrut, che prevedono almeno due servizi di
piatti, posate e tegami da tenere in credenze separate, uno per la carne e uno per i latticini. Questo sistema di regole
influenza anche i più piccoli, che non possono chiedere alla famiglia Johnson più di un po’ d’acqua del rubinetto in un
bicchiere di carta, a parte nelle occasioni di festa per cui la famiglia cristiana compra una torta kasher dalla panetteria
del rabbino.

Vicinanza e lontananza religiosa fra giudaismo e cristianesimo


Cristianesimo e giudaismo, nonostante abbiano le stesse radici, sono profondamente differenti.
Innanzitutto, i cristiani sono molto più liberi da regole e aperti al mondo esterno e ad altre culture, mentre per gli ebrei
ortodossi é essenziale resistere agli influssi esterni in quando Dio stesso ha ordinato loro di essere “santi” come Lui,
ossia diversi, puri, misericordiosi, giusti e fieri della propria controculturalità e diversità: un compito impossibile da
portare a termine per chiunque voglia integrarsi nella società contemporanea.
Alcune feste o usanze possono sembrare simili, ma vengono vissute in maniera molto differente. Il comandamento
ebraico relativo al rispetto del Sabato (dal tramonto del venerdì a quello del sabato) é preso molto sul serio dagli
ortodossi, che non possono compiere nessuna delle 39 attività svolte durante la costruzione del Tempio: scrivere, cucire,
costruire, lavare, comprare, usare il fuoco…sono tutte azioni proibite che, nonostante a noi possano sembrare eccessive,
consentono agli ortodossi di sperimentare l’essenza del riposo, e non solo un’assenza di attività. Anche tra i
comandamenti cristiani c’é quello relativo al santificare la domenica, per cui andiamo a Messa e non lavoriamo, ma
viene percepito come una pausa all’interno della routine in cui facciamo tutto quello che abbiamo rinviato durante la
settimana in quanto siamo molto più piegati alle esigenze della cultura frenetica dominante, senza che si crei
l’atmosfera spirituale di una “casa Shabbos”.
Per quanto i vicini dei Johnson siano disponibili a rispondere cortesemente alle loro domande riguardo alle credenze,
alle usanze e alle cerimonie ebraiche, nessuno di loro ha mai espresso la stessa curiosità verso il credo cristiano. Questo
accade perché i rapporti tra ebrei e cristiani sono stati spesso complicati e dolorosi, perciò essi non accettano
proselitismi. La vicinanza degli ebrei ortodossi rimette in discussione il modo in cui la Johnson vive la propria vita e la
propria fede: la Domenica, giorno della Resurrezione, riceve un nuovo significato se è preceduta dal sacro silenzio del
Sabato, il Seder (Pasqua ebraica di 8 giorni in cui si mangia cibo kasher ma senza lievito) rende più profondo il dramma

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dell’Eucarestia (mangiare e bere il corpo e il sangue di Cristo) e persino il sentimento del Natale é acuito quando giunge
Hanukkah.

Le differenze nell’allevamento dei figli fra ebrei ortodossi e cristiani + Adolescenza ebraica e
adolescenza cristiana
La formazione ebraica é rigidamente differenziata per sesso:
- le femmine diventano bar mitzvah a 12 anni, mentre i maschi diventano bat mitzvah a 13, cioè si assumono la
responsabilità di obbedire personalmente ai comandamenti;
- per quanto riguarda l’abbigliamento, per ricordarsi che Dio è sopra di loro, gli uomini indossano il cappello, il
completo nero e la camicia bianca e le donne si coprono il capo con reticelle, parrucche o cappelli, portano gonne
lunghe e maglie accollate a maniche lunghe;
- le ragazze sono soggette anche a regole comportamentali, ad es. non possono ballare, cantare o recitare in presenza di
uomini;
- uomini e donne si recano in orari differenti alla piscina e i campi estivi sono rigorosamente maschili o femminili;
- anche la scuola, dove si studiano per metà giornata materie inglesi e per l’altra metà l’ebraico, non é mista;
- finito il liceo iniziano i preparativi per il matrimonio, che prevede un ampio coinvolgimento della comunità: gli
adulti organizzano l’incontro della coppia affinché i due capiscano se desiderano sposarsi, durante il fidanzamento
non possono avere contatti fisici di alcun tipo e una volta sposati, non dovranno mai più trovarsi soli con una persona
dell’altro sesso che non sia un parente stretto;
- alle feste, gli uomini e le donne si dividono ai due lati opposti della sala: dalla parte maschile si discute di teologia e
argomenti intellettuali, mentre la parte femminile si prende cura dei bambini e parla dei problemi domestici.
Tutto ciò non avviene per i cristiani, che hanno molta più libertà sia di abbigliamento che di comportamento.
La principale differenza è l’incontro con l’altro sesso: mentre gli ebrei evitano qualsiasi contatto affinché la coppia
arrivi al matrimonio senza esperienze sessuali, i cristiani, essendo anche molto più immersi nel mondo moderno, sono
molto più inclini a fare educazione sessuale ai giovani e non precludono loro di stare in compagnia di persone dell’altro
sesso. Per i cristiani, l’adolescenza si prolunga anche agli anni universitari, durante cui il matrimonio sarà ancora un
pensiero lontano, al contrario di quanto avviene nel mondo degli ortodossi, che concepiscono l’adolescenza come la
fase tra l’infanzia e il matrimonio.
Un’altra netta differenza tra questi due mondi é la vita familiare, che nel giudaismo acquisisce molta più importanza
rispetto al cristianesimo in quanto viene considerata una vocazione universale, che non lascia spazio per il celibato.
Questa unità familiare si traduce anche in una grande coesione comunitaria, in cui i ragazzi crescono al sicuro e
circondati da persone con gli stessi valori.

L’amicizia con persone appartenenti a culture diverse


Maria Poggi Johnson afferma che l’amicizia con gli ebrei e la propria esperienza del giudaismo l’hanno aiutata a
riscoprire la propria fede cristiana. Proprio la profonda diversità tra i due mondi che in qualche occasione é per lei causa
di sconcerto e confusione le permette di trovarsi a suo agio nel giudaismo ultraortodosso, che solitamente é un mondo a
sé. L’incontro tra la sua famiglia e quelle ebree é stato possibile grazie al fatto di abitare in una piccola città, alla propria
professione e conoscenza della teologia (che ha permesso loro di non dover richiedere spiegazioni su ogni cosa) e alla
vicinanza con la famiglia Gindoff, con la quale hanno molte cose in comune, che hanno permesso l’amicizia tra genitori
e figli. Essere amici di gente diversa da noi è difficile perché non possiamo permetterci di prendere posizioni rigide o
diffidenti nei loro confronti, ma neanche di buttare via ogni ideale che potrebbe urtarli. Ciò che permette di aggirare le
differenze sono la buona educazione, il buon senso e l’umorismo, che non significa fare finta di non abitare in mondi
diversi, ma, anzi, ammettere che un matrimonio misto creerebbe imbarazzo ad entrambi i gruppi e che il cibo non
kasher risulterebbe disgustoso agli ortodossi.

Pregiudizi e stereotipi
Cosa sono gli stereotipi nell’ottica che li considera distorsioni mentali, disturbi della
personalità.
Katz e Braly, nel 1933, cercarono di determinare il contenuto degli stereotipi razziali ed etnici attraverso un
esperimento: alcuni universitari bianchi dovevano attribuire 84 aggettivi a vari gruppi etnici. Così, arrivarono alla
conclusione che le credenze verso gli aspetti fisici e comportamentali sono acquisite principalmente attraverso i mass
media e la socializzazione e non derivano da vissuti personali. Vi è, dunque, la tendenza a definire prima di osservare:
lo stereotipo diventa una scorciatoia mentale che influenza la percezione del mondo in modo scorretto, caratterizzato da
immobilità e poca sensibilità ai cambiamenti reali.

Gli stereotipi come strutture cognitive. La categorizzazione.


Secondo la prospettiva cognitiva, usare stereotipi significa assegnare caratteristiche uguali a un intero gruppo sociale
senza tener conto delle variazioni individuali al suo interno. TAJFEL, il maggior esponente cognitivista,
ritiene che queste credenze riguardanti gruppi sociali facciano parte dei processi cognitivi normali e siano comuni a
tutti. Il processo cognitivo alla base della formazione degli stereotipi é la CATEGORIZZAZIONE, che raggruppa in
categorie oggetti, persone e eventi simili in modo da ridurre e semplificare le informazioni e dare significato

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all’esperienza elaborandole. La categorizzazione é il punto di partenza della stereotipizzazione in quanto accentua le
somiglianze intracategoriali e le differenze intercategoriali, ricerca la coerenza comportamentale in un gruppo e assimila
le norme e i valori sociali condivisi da molti: nascono, così, il favoritismo e l’etnocentrismo INGROUP, cioè riguardanti
il nostro gruppo di appartenenza, e l’omogeneizzazione dell’OUTGROUP, all’interno del quale non vengono percepite
le differenze individuali (o almeno, non quanto all’interno dell’ingroup). Inoltre, la categorizzazione e, quindi, la
stereotipizzazione sono tanto più accelerate quanto più un membro di una categoria é evidente e attira la nostra
attenzione, come la presenza di una persona di colore in un gruppo di bianchi.

L’errore fondamentale di attribuzione


Consiste in un’attribuzione causale diversa a seconda del gruppo a cui ci si riferisce:
- il successo o i comportamenti positivi dell’ingroup sono attribuiti a CAUSE INTERNE, come l’intelligenza e la
bravura, mentre l’insuccesso o gli atteggiamenti negativi sono attribuiti a CAUSE ESTERNE, come la sfortuna;
- viceversa, i successi dell’outgroup sono causati da cause esterne, come la fortuna, mentre gli insuccessi da cause
interne, ad esempio dalla loro incompetenza.
L’errore fondamentale e il favoritismo ingroup avviene anche attraverso il linguaggio:
- i successi dell’ingroup e gli insuccessi dell’outgroup sono descritti in modo ASTRATTO, non verificabile, perché
presuppongono un comportamento stabile, tipico (“é fatto così”);
- i successi dell’outgroup e gli insuccessi dell’ingroup, invece, prevedono un linguaggio CONCRETO perché sono
situazionali.

La correlazione illusoria
E’ il fenomeno per cui si associa una determinata caratteristica fisica, psichica o comportamentale ad un certo gruppo.
Questo è più probabile quando un evento, un oggetto o una persona diventa saliente e attira l’attenzione all’interno di un
gruppo: per questo motivo, spesso, sono le minoranze ad essere vittime di pregiudizi e stereotipi.
Un esempio di correlazione illusoria sono le associazioni evocate dalle parola “arabo” o “musulmano” dopo eventi
come l’attacco alle torri gemelle o quelli più recenti da parte dell’Isis.

Funzioni degli stereotipi


- FUNZIONE COGNITIVA: gli stereotipi ci permettono di semplificare e selezionare le informazioni provenienti
dall’ambiente per poi elaborarle e procedere alla categorizzazione del mondo;
- COSTANZA DEI VALORI SOCIALI: proteggere e sostenere i valori sociali propri e dell’ingroup;
- CAUSALITÀ SOCIALE: utilizzo degli stereotipi come interpretazioni delle situazioni complesse;
- GIUSTIFICAZIONE: valutare positivamente le azioni dell’ingroup;
- DIFFERENZIAZIONE: distinguere in modo positivo il nostro gruppo rispetto all’outgroup.

Il pregiudizio, sue definizioni e caratteristiche secondo Reicher


Il pregiudizio é un’opinione precostituita, non fondata su un esame diretto, che, oltre a valutare, orienta l’azione e i
comportamenti. In quanto atto di “pre-giudizio”, é la predisposizione a percepire, giudicare e agire in modo sfavorevole
nei confronti dei gruppi diversi dal proprio, credendo di sapere, ma senza sapere veramente e basandosi sul “si dice”.
Secondo Reicher, il pregiudizio si basa su queste caratteristiche:
- si rivolge ad un outgroup;
- riguarda le percezioni verso quell’outgroup;
- riguarda le qualità negative percepite di quell’outgroup;
- coinvolge persone normali (come sosteneva anche Tajfel nella social cognition).

Il pregiudizio nella prospettiva della personalità autoritaria di Adorno


Nella CONCEZIONE INDIVIDUALISTICA, il pregiudizio è visto come il risultato di un conflitto psichico interno che
solo alcuni soggetti hanno. Adorno, nel 1963, rintraccia nella personalità autoritaria una della cause principali di
pregiudizio. Il soggetto autoritario, infatti, attraverso il pregiudizio, incanala la propria aggressività e mostra
atteggiamenti sociali in accordo con la propria personalità: etnocentrismo, rigidità mentale, conformismo, piena fiducia
nei valori tradizionali del ceto medio, sottomissione all’autorità e, soprattutto, ostilità verso le minoranze. Questo tipo di
personalità ha origine da un’educazione troppo severa nell’età infantile: l’autorità dei genitori ha fatto sì che i figli
obbedissero in modo assoluto, reprimendo ogni obiezione e problema, e, una volta cresciuti, essi sentono il bisogno di
sfogare l’aggressività repressa su figure più deboli, che fungono da capro espiatorio.

Razzismo moderno e razzismo riluttante


Si assiste oggi al fenomeno per cui un sempre maggiore numero di persone nega o maschera i propri pregiudizi al fine
di proteggere l’immagine positiva del proprio ingroup e apparire liberi da pregiudizi in conformità alle norme sociali e
alla desiderabilità sociale. Mentre le vecchie forme di razzismo manifestavano in modo diretto l’ostilità, il razzismo
moderno é latente e nascosto, rifiuta i principi tradizionali del vecchio razzismo (segregazionismo e supremazia) ma
oppone resistenza all’introduzione di rimedi contro le ineguaglianze, nutre ansia, paura e ostilità nei confronti degli

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afroamericani ma si dichiara egualitario. Il razzismo riluttante proclama di avere forti valori egualitari e giustifica i
pregiudizi non in base all’appartenenza al gruppo ma ad altri valori, nutre sentimenti negativi verso le minoranze
attraverso processi cognitivi, come la categorizzazione, o motivazionali, come il mantenimento di un’immagine di sé
positiva. Chi fa parte di questa tipologia, dunque, nutre comunque sentimenti di disagio e paura verso il diverso, ma é
un conflitto inconscio che si esprime attraverso la tendenza ad evitare il contatto con altri gruppi.

Pregiudizio manifesto, latente e ambivalente


Il pregiudizio MANIFESTO consiste nel rifiuto dell’outgroup, percepito come minaccia e come geneticamente
inferiore, portatore di uno svantaggio “naturale”. Il rifiuto si estende anche al non avere contatti intimi con i discriminati
e all’evitare rapporti in cui l’outgroup abbia una posizione superiore, perciò sia nella vita personale e sociale, ma anche
in quella lavorativa. Il pregiudizio LATENTE, invece, si esprime maggiormente attraverso la freddezza e la presa di
distanza dall’outgroup, chiudendosi nell’ingroup e difendendo i valori tradizionali. Vengono esagerate le differenze tra i
gruppi e il linguaggio diventa metodo di propaganda di stereotipi. Inoltre, c’é il rifiuto ad avere risposte emozionali
positive nei confronti dell’outgroup: dichiarano di non nutrire sentimenti negativi verso l’altro gruppo, ma non
riconoscono nemmeno quelli positivi. Il pregiudizio AMBIVALENTE consiste nella costante tensione tra un
atteggiamento favorevole e positivo nei confronti dell’outgroup e una reazione negativa di disagio. Nel complesso,
però, i razzisti ambivalenti danno un’immagine di sé libera da pregiudizi, come vuole il principio di autopresentazione.

Razzismo di frontstage e di backstage


Il razzismo di frontstage é quello pubblico, per cui le persone mostrano tolleranza, evitano argomenti che potrebbero
sollevare polemiche, ma contemporaneamente difendono la propria cultura ed utilizzano strategie aggressive come
barzellette e imitazioni sulla minoranza. Il razzismo di backstage, invece, è quello privato, che si verifica quando due
persone di pari grado esprimono valutazioni positive e negative del gruppo discriminato.

Modelli di riduzione del pregiudizio: Allport e l’ipotesi del contatto


Secondo Allport, l’interazione tra individui di gruppi diversi può ridurre la tensione e i pregiudizi tra essi, ma questo
avviene solo quando:
- il contatto é prolungato;
- ci sono obiettivi comuni;
- lo status dei partecipanti é simile;
- vi é aiuto sociale ed istituzionale.
Se queste condizioni non si verificano, il rischio é quello di rafforzare i pregiudizi già presenti, mentre se vengono
rispettate si può formare una cooperazione e un’interdipendenza tra i due gruppi.

Modelli di riduzione del pregiudizio: la decategorizzazione


Dal momento che, in un conflitto intergruppi, la caratteristica saliente è la categoria sociale d’appartenenza propria e
altrui, rendendo questo aspetto meno rilevante, si dovrebbe assistere a una riduzione di stereotipi, pregiudizi e
comportamenti negativi nei confronti di altre persone, viste in questo modo nella loro unicità individuale piuttosto che
come membri dell’outgroup rivale. Questo può avvenire attraverso i due processi che formano la decategorizzazione:
- DIFFERENZIAZIONE: considerare i membri dell’outgroup come singoli individui distinti e non come insieme
eterogeneo;
- PERSONALIZZAZIONE: valorizzare ogni individuo per le proprie caratteristiche.
Tuttavia, il limite di questo modello è che non é sicuro che un buon incontro interpersonale possa cambiare la
percezione dell’intero outgroup.

Modelli di riduzione del pregiudizio: la ricategorizzazione


Poiché gli esseri umani sembrano aver bisogno di categorie per organizzare la propria condotta nel complesso mondo
sociale in cui si muovono, la soluzione migliore, secondo Gaertner, non é la decategorizzazione, ma la
ricategorizzazione. Bisogna fare in modo che i membri dei due schieramenti opposti giungano a considerarsi come
componenti di una stessa categoria superordinata, maggiormente inclusiva e ampia, affinché si crei una nuova identità
di gruppo senza favoritismi né razzismi. Ad esempio, per giungere a una relazione improntata alla tolleranza, sarebbe
meglio definirsi e posizionarsi nella categoria “europei” piuttosto che distinguerci per nazionalità.

Modelli di riduzione del pregiudizio: il modello del “contatto esteso” di Hewstone e Brown.
Secondo Hewstone e Brown, la decategorizzazione non é un metodo efficace in quanto ha effetti solo a livello
interpersonale e i cambiamenti a cui ha portato il contatto non verranno generalizzati a tutto l’outgroup, ma il soggetto
sarà considerato come atipico, l’eccezione che conferma la regola. Essi propongono, quindi, l’effetto del CONTATTO
ESTESO, ossia intergruppi, in cui se avviene una ricategorizzazione positiva e cooperativa dell’outgroup, i rapporti
positivi possono estendersi effettivamente a tutto il gruppo esterno, soprattutto se i confronti intergruppi si spostano su
altre dimensioni, anche grazie ad appartenenze incrociate.

La società degli indifferenti

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La distanza nelle relazioni umane: i tre aspetti diversi
La distanza relazionale viene costruita attraverso tre diverse tattiche:
- l’EVITAMENTO, che consiste nel ridurre la frequenza delle interazioni;
- lo SVINCOLAMENTO, ossia la riduzione di coinvolgimento e il conseguente indebolimento dei legami;
- l’INDIFFERENZA, comunemente intesa come il distacco emozionale tra sé e gli altri, l’assenza di interesse, il
desiderio di non essere coinvolti.
Mentre i primi due possono avere anche un significato positivo -nonostante siano intesi principalmente in senso
negativo-, ad esempio diminuire le interazioni con qualcuno che può farci del male o a cui noi possiamo farne,
l’indifferenza assume solo un significato negativo. Essa soffoca le tensioni verso l’esterno, annichilendo l’azione: il
singolo si trasforma da agente attivo in osservatore passivo che si estranea e non stringe legami.

Il caso di Kitty Genovese e cosa ci ha insegnato


Il 27 marzo del 1964, la 28enne Kitty Genovese fu vittima di un’aggressione nel Queens: un uomo la accoltellò
lasciandola per strada sanguinante poiché un vicino aveva urlato dalla finestra, per poi tornare venti minuti dopo e,
trovandola ancora accasciata e sola, stuprarla, accoltellarla nuovamente e derubarla. A questo punto, grazie ad una
telefonata di allarme, la polizia e l’ambulanza arrivarono sul luogo. Ormai, però, era troppo tardi e Kitty morì nel
tragitto in ambulanza. L’assassino è tuttora in carcere in quanto confessò l’omicidio, motivato col desiderio di uccidere
una donna.
Ciò che fece scandalo, tuttavia, non fu l’aggressione, la vittima o l’assassino, ma l’indifferenza mostrata dai 38 astanti,
che avevano assistito alla vicenda senza intervenire. La stampa e i media additarono i vicini di Kitty come
rappresentazione del “letargo morale” della società americana e li incolparono della sua morte, che poteva essere evitata
attraverso una telefonata rapida all’ambulanza e il loro intervento. La vicenda fu aggravata, inoltre, dal fatto che la
vittima non si trovasse in un quartiere degradato ma a Kew Gardens, una zona residenziale molto nota e rispettabile,
circondata da vicini di casa e, quindi, persone che l’avevano conosciuta o almeno incrociata per strada, ma che scelsero
di non agire. La loro non-azione, durata mezz’ora, é stata spiegata attraverso l’“effetto spettatore”, per cui la presenza di
altre persone sulla scena deresponsabilizza il singolo, inibendo la sua volontà individuale di agire, attribuendo, così, al
gruppo una carica negativa e corrosiva dell’empatia.

La patologia urbana secondo Milgram


La patologia urbana di Milgram si basa sul concetto di “overload”, ossia sul sovraccarico di stimoli e input ambientali
che bombardano l’individuo quotidianamente ed ininterrottamente, al punto da stressare il soggetto, che, per farvi
fronte, è costretto ad utilizzare 3 comportamenti di adattamento:
- fissare priorità (incamerare solo gli stimoli più importanti);
- erigere barriere psicologiche per proteggersi (ridurre l’intensità degli stimoli attraverso filtri, che comportano un
coinvolgimento superficiale con gli altri);
- creare regole e istituzioni (dirottare il carico di informazioni su qualcuno o qualcos’altro).
In questo modo, però, l’individuo si allontana dal mondo, si sviluppa la norma sociale del non coinvolgimento, non
riconosciamo chi incrociamo ogni giorno e permettiamo comportamenti devianti, competiamo per avere accesso a beni
scarsi (taxi o file d’attesa)…
Il caso Genovese, secondo Milgram, é stato permesso dal fatto che, al giorno d’oggi, essere vicini di casa non significa
avere stretto un legame di amicizia. Inoltre, le grida di aiuto della giovane erano generalizzate e non rivolte a qualcuno
in particolare, perciò nessuno ha avvertito un particolare senso di responsabilità. I vicini di casa, secondo la visione di
Milgram, non hanno commesso l’omicidio, ma non sono riusciti ad impedirlo, poiché ognuno di loro pensava che fosse
già intervenuto qualcun altro. La paralisi collettiva é dovuta anche al fattore privacy, per cui non si sa mai quando e
quanto sia giusto assumere un ruolo attivo in qualcosa che non ci riguarda e si ha paura di agire in modo inappropriato.

Il fattore “presenza di altri” visto da Darley e Latané


Darley e Latané analizzano il comportamento individuale in casi di emergenza, conducendo esperimenti a partire dal
caso Genovese. I risultati:
- se il singolo credeva di essere il solo a poter sentire la richiesta d’aiuto, era più probabile che prestasse soccorso,
rispetto alla condizione in cui pensava ci fossero anche altre persone;
- la velocità d’azione dipende dal numero delle persone che si ritiene presenti: se il singolo crede di essere solo é più
rapido;
- i singoli non riconoscono di essere influenzati dalla presenza di altri sulla scena, nonostante gli esperimenti lo
dimostrino.
Pertanto, tre processi psicologici generano l’inerzia nei casi di emergenza:
- l’INFLUENZA SOCIALE
- l’INIBIZIONE DA PUBBLICO
- la DIFFUSIONE DI RESPONSABILITÀ quando si è in gruppo.

Esclusione morale, la non inclusione e l’omissione di soccorso

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La categorizzazione viene utilizzata come strumento di inclusione o esclusione.
- ESCLUSIONE MORALE = processo di esclusione di certi individui o interi gruppi da una determinata comunità
morale, che porta a percepire gli esclusi come psicologicamente distanti, tollerare persecuzioni nei loro confronti e
non riconoscere loro i diritti.
- NON INCLUSIONE (diverso da esclusione) = omissione di aiuto nei confronti di persone in difficoltà causato da
indifferenza e mancanza di consapevolezza. Anche la posizione sociale della vittima e il ruolo (responsabile o meno)
assunto da essa nella vicenda attivano emozioni diverse e cambiano la percezione.
- l’OMISSIONE DI SOCCORSO = “non-azioni”, ciò che lasciamo accadere con passività. Sono considerate meno
riprovevoli delle azioni e gli individui non si ritengono responsabili degli effetti che hanno causato perché non ne
sono stati agenti diretti. Si verifica quando chi chiede aiuto non è vicino affettivamente.

Le tre forme di capitale sociale: il bonding, il bridging e il linking


Il capitale sociale è l’insieme di relazioni, reti, reciprocità, scambi e fiducia che formano la nostra vita quotidiana. Tre
forme di capitale sociale (che non si escludono a vicenda):
- BONDING: all’interno dei gruppi primari (legami di consanguineità o vicinanza spaziale o culturale) c’è una
rapporto di fiducia e collaborazione selettivo;
- BRIDGING: reciproco riconoscimento, fiducia, sostegno e collaborazione tra gruppi diversi (insegnanti-genitori,
forze dell’ordine-cittadini);
- LINKING: rapporto attivo tra comunità e istituzioni per raggiungere risultati comuni.
Sono 3 forme di relazione che orientano l’azione e rendono possibile l’empowerment del capitale sociale.

L’indifferenza verso le differenze


Nelle società attuali, caratterizzate dalla multiculturalità e dalla globalizzazione, l’incontro con le diversità può
complicare le relazioni e l’individuo può rispondere con una “chiusura autistica” e con il desiderio di non essere
coinvolto. Tuttavia, il singolo non può evitare le relazioni perché sono gli altri che danno valore e confermano la nostra
identità individuale e collettiva.
Si sta via via sviluppando la “cultura del muro”, che innalza barriere impedendo la prossimità e il contatto con l’Altro,
favorendo, invece, l’esclusione morale e il pregiudizio. Infatti, essendo ormai impossibile far ricorso a spazi fisici entro
cui confinare l’altro, si sta diffondendo la SEGREGAZIONE EMOZIONALE, ossia una distanza psicologica che
permette di muoversi in mezzo alle differenze umane con indifferenza, evitando il coinvolgimento.

L’indifferenza civile
E’ il non prestare cura o attenzione, il disinteresse verso ogni ambito della vita sociale (e non solo verso chi appartiene a
culture diverse). L’indifferenza si basa sulla distanza relazionale, cioè sul non coinvolgimento, che, tuttavia, può essere
giustificato anche dalla buona educazione, dal rispetto della privacy altrui, dall’incomprensione della situazione o dal
timore del giudizio degli altri. Per combattere l’indifferenza civile, è necessaria l’educazione civica dei cittadini.

La burocratizzazione della vita moderna


Le relazioni sociali sono oggi regolate da norme, ruoli e status, che agiscono profondamente sull’identità dell’individuo
(esperimento prigione Stanford: guardie e detenuti).
Anche la costruzione dei valori risponde a due alternative normative: la coscienza individuale e la risposta che il singolo
deve dare a una specifica situazione.
Nasce, così, la figura del “burocrate moderno”, cioè una persona disinteressata, che svolge le proprie mansioni
indifferente alle sofferenze o ai bisogni altrui perché troppo impegnata a soddisfare i propri bisogni e a seguire le
direttive utilitaristiche piuttosto che quelle affettive.

Prendersi cura delle relazioni nelle comunità di sviluppo (scuola)


Per combattere l’indifferenza, un antidoto può essere il “caring” del capitale sociale, che consiste nel prendersi cura
delle relazioni. Il contesto in cui questo può essere sviluppato é quello della scuola, spazio di formazione, trasmissione
del sapere e apprendimento non solo nozionistico, ma anche relazionale. All’interno della scuola, infatti, tutti fanno
inevitabilmente esperienza di un politeismo di valori, di convivenza, intercultura e gestione delle differenze e di
eventuali conflitti. L’istituzione scolastica è vista come un luogo di scambio per sperimentare dinamiche di incontro,
attraverso il coinvolgimento attivo ed emotivo degli allievi.

Le tre forme di fiducia per formare legami nella società


La fiducia é un elemento imprescindibile per la stabilità del capitale sociale, per la collaborazione e la cooperazione nei
rapporti familiari, amicali e verso le istituzioni, poiché riduce la distanza ma espone al rischio di incontrare anche chi ci
è estraneo.
Le forme di fiducia sono 3:
- FIDUCIA DI BASE: riguarda la sfera privata dell’individuo;

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- FIDUCIA INTERPERSONALE: la fiducia negli altri con l’aspettativa che non verremo delusi;
- FIDUCIA ISTITUZIONALE: riguarda le istituzioni con l’aspettativa del buon funzionamento dei vari sistemi
sociali.

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G. Speltini - L'età giovanile:
disagio e aiuto psicosociale.
Psicologia Sociale
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
33 pag.

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1. Cosa sono i fattori di rischio?
Il rischio è la probabilità di esiti indesiderati tra i membri di un gruppo che
condividono
alcune caratteristiche.
Sui fattori di rischio i modelli causali sono tre:
il modello a causalità lineare o diretta;
il modello cumulativo;
il modello dinamico e processuale, che sottolinea la centralità dell’interazione
individuo-contesto

-Il rischio è variabile in funzione della persona, della situazione e del


momento; varia anche fra individui con uguali condizioni di rischio
-Variabili mediatrici: intervengono stabilmente nell’interazione persona-
situazione (es. caratteristiche personali)
-Variabili moderatrici: possono attenuare l’impatto di un fattore di rischio (es.
buon accudimento nella povertà)

2. Il modello di Belsky nel maltrattamento infantile


Per il modello di Belsky la personalità del genitore maltrattante ha una grossa
importanza (livello individuale) pur considerando l'ambiente famigliare ed i
sistemi relazionali al suo interno (microsistema), il contesto socio-economico
(esostistema) ed i modelli culturali (macrosistema).
In questo modello l'eziologia del maltrattamento viene inserita in un sistema
articolato di forze che esercitano una reciproca influenza dinamica.

3.Il modello di Cicchetti e Lynch nel maltrattamento infantile


Cicchetti e Lynch hanno ripreso ed ampliato il modello di Berlsky secondo una
prospettiva ecologico-transazionale per sottolineare come le forze provenienti
dall'ambiente e le caratteristiche dell'individuo interagiscano influenzandosi
reciprocamente.
I risultati evolutivi sono il prodotto dell’interazione tra l’individuo e la sua
esperienza.
Si parla cosi di:
macrosistema elevato grado di accettazione della violenza, visione della
violenza, ma anche indifferenza verso
povertà e svantaggio sociale
mesosistema strutture sociale formali ed informali che realizzano il contesto in
cui individui e famiglia vivono.
quartieri con poche risorse sociali (la presenza di reti sociali contrasta il rischio)
microsistema rappresenta l'ambiente diretto in cui il bambino subisce il
maltrattamento
e riguarda in primo luogo la famiglia con le sue dinamiche relazionali, gli stili

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genitoriali
adottati, le storie evolutive e psicologiche dei genitori maltrattanti.

4.Fattori di protezione e resilienza


il fattore di protetezione, è quel fattore che riesce a modificare una traiettoria
evolutiva già segnata dalle condizioni di rischio.
Quando il fattore protettivo fa riferimento ad una condizione di rischio alla
quale si lega si parla la resilienza, la capacità di un individuo di affrontare un
evento traumatico o un periodo difficile raggiungendo un buon adattamento
anche in condizioni avverse
Il termine resilienza comprende tre diversi tipi di fenomeni:
1) Il raggiungimento di esiti positivi nell'adattamento e nello sviluppo,
nonostante
la presenza di condizioni di rischio.
2) l mantenimento di un buon livello di competenza anche in condizioni di
stress
e di pericolo da parte dell'ambiente.
3) riparazione e recupero anche dopo eventi traumatici (personali e sociali)

5.La teoria di Bronfenbrenner


Bronfenbrenner propose la teoria ecologica dello sviluppo, essa si propone di
analizzare non solo i diversi contesti di crescita e i sistemi
razionali attivi ma anche i legami che esistono tra i contesti e la cultura che li
influenza.
L'ambiente ecologico ipotizzato da B. prevede un modello di sviluppo
rappresentato in strutture
concentriche all'interno del quale troviamo:
Il microsistema comprende le attività, ruoli e le relazioni interpersonali di cui
l'individuo
ha esperienza diretta in un particolare contesto (famiglia, scuola).
I cambiamenti di prospettiva come ad esempio la nascita di un fratello o la
separazione dei genitori sono una caratteristica del microsistema.
Il mesosistema è un insieme di microsistemi connessi fra loro poiché si riferisce
alle interconnessioni fra
due ambienti ecologici che il bambino conosce personalmente. L’esito di queste
interconnessioni sono molto rilevanti per lo sviluppo di essi, un esempio può
essere la relazione tra l’ambito familiare e il gruppo di coetanei.
L'esosistema è una struttura di cui il bambino non ha esperienza diretta ma che
entra in
relazioni con sistemi che il bambino conosce. Le indagini sono rivolte
all'ambiente lavorativo dei genitori, quindi il numero di ore passate lontano dai
figli o all'energia mentale e fisica che il bambino assorbe.
Il macrosistema è un sistema più ampio di valori che comprende idee sullo
sviluppo, rappresentazioni sociali e norme.

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6.La teoria dell’attaccamento di Bowlby
Bowlby per spiegare il comportamento di un bambino introdusse la teoria
dell’attaccamento in cui un essere umano nasce predisposto a garantirsi la
sopravvivenza con la formazione di un legame privilegiato con la persona che
gli offre protezione e cure.
Il bambino ha a disposizione la segnalazione (pianto, sorriso..), e
l’avvicinamento (aggrapparsi, ricercare la vicinanza)
Ainsworth e colleghi, hanno avviato una procedura di osservazione del
comportamento dei bambino sulla base dei presupposti di Bowlby nella
cosiddetta Strange situation, nella quale vengono osservate le reazioni del
bambino in un periodo di separazione dalla madre, in un luogo estraneo e con
una figura esterna, sono state individuate le seguenti categorie di attaccamento.
1) Il comportamento sicuro il bambino è tranquillo quando la madre è vicina,
ha un interesse positivo per l’estraneo ma quando se ne va si turba. Riaccoglie
la mamma con entusiasmo.
2)Il comportamento insicuro/evitante è poco influenzato dalla presenza o
assenza della madre, non sembra turbato se lasciato solo in presenza di estranei
ed ignora la madre al ritorno.
3)Il comportamento insicuro/resistente
bambini con difficoltà con ambienti e persone estranee, abbraccia la, madre e
non esplora l’ambiente estraneo. Si dispera se lei va via.
4)Il comportamento insicuro altro: (non presente nella teoria originaria di B)
bambini adottati dopo esperienze in orfanotrofi mostrano eccessivo interesse per
gli estranei.

7.La pubertà, gli anticipi e i ritardi puberali


Gli scenari di anticipi e ritardi puberali sono differenti nei due sessi.
Per le ragazze l’anticipo puberale (9 anni) rappresenta un fattore di rischio di
disadattamento psicosociale, mostrano da un lato insoddisfazione per i
cambiamenti corporei dall’altro le ragazze precoci tendono a frequentare
ragazzi più grandi omologandosi ai loro comportamenti (ubriacarsi, far
tardi la sera..). Nelle attività sportive si nota un decremento delle
prestazioni.
Per i ragazzi invece (10 anni) l’insoddisfazione vista nelle ragazze non c’è, ma
si osserva la costruzione di un’immagine corporea positiva e
soddisfacente. Alcuni ragazzi, assumono un comportamento trasgressivo
in caso di anticipo puberale, sopratutto coloro che appartengono ad un
ambiente socioeconomico basso. Per quanto riguarda le attività sportive i
ragazzi hanno un incremento delle prestazioni.
Il ritardo puberale comporta più problemi di adattamento per i maschi che per le
femmine, al quale aumenta il livello di autostima, di equilibrio
psicologico e di successo nelle prestazioni sportive.
Nei ragazzi il ritardo può dar luogo a comportamenti che affermino la loro

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virilità, anche con comportamenti trasgressivi.

8.Soddisfazione e insoddisfazione corporea nella pubertà


Per insoddisfazione corporea si intende un sentimento di scontentezza riguardo
ad alcuni aspetti del proprio corpo (forma, peso, altezza o altri aspetti
particolari)
Questa situazione può essere frutto di una distorsione percettiva e affettiva,
come può basarsi su qualche dato oggettivo che viene enfatizzato.
L’IC è un possibile fattore di rischio in adolescenza, in quanto può portare ad un
abbassamento dell’autostima, ansia, disturbi alimentari, depressione,
abuso di alcol e altre sostanze.
I social network e internet, in particolare con foto, immagini e commenti,
influenza molto l’IC.
Dagli studi emerge che questo fenomeno interessa sopratutto le ragazze, poiché
gli ideali della nostra cultura esaltano un ideale di magrezza
irraggiungibile per molte ragazze.
Nei maschi viene messo in evidenza un disturbo dell’immagine corporea che
colpisce dall’adolescenza in avanti: il dismorfismo muscolare, detto
anche bigoressia o “anoressia inversa”, la percezione del proprio corpo
troppo esile, per cui il ragazzo occupa gran parte del tempo in attività
motorie che esaltino la sua muscolatura, questo si accompagna ad auto-
isolamento e difficoltà comunicative.

9.Lo sviluppo cognitivo nella teoria di Piage


Nella prospettiva di Jean Piaget l’adolescente inizia a ragionare in maniera
astratta grazie a un cambiamento qualitativo del pensiero che diviene in grado di
proiettarsi sul possibile.
L’adolescente sarebbe quindi in grado di ragionare su situazioni ipotetiche,
ricercando ipotesi per risolvere un problema, organizzando le operazioni in
ordine logico utilizzando regole astratte.
Gli stadi dello sviluppo cognitivo di Jean Piaget
stadio sensomotorio (dalla nascita ai 18-24 mesi), prevalenza del sensoriale e
motorio, il tempo è solo il presente
periodo preoperatorio (dai18-24 mesi ai 7-8 anni), ci sono rappresentazioni e
simboli, linguaggio, gioco di finzione, imitazione differita, disegno
periodo operazioni concrete (dai 7-8 anni a 11-12), operazioni mentali
complesse, seriazione, conservazione, reversibilità
periodo operatorio formale (dagli 11-12 in avanti)

10. La famiglia nell’adolescenza


Nella vita familiare l’adolescenza è un’evento critico, con una crisi di
autorevolezza nei confronti dei genitori, poiché i figli sentono da un lato la

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necessità di prendere la distanza e dall’altro hanno bisogno di mantenere le
relazioni affettive con i propri familiari che assicurano protezione e
contenimento.
Ricerche svolte sui conflitti tra genitori hanno individuato che il conflitto è
maggiore nella prima parte dell’adolescenza.
I temi del conflitto riguardano temi della vita quotidiano come l’orario di rientro
serale, l’uso del linguaggio, lavori domestici..
Nel conflitto ci sono piccole differenze di genere, ad esempio le ragazze
sperimentano più conflitti per quanto riguarda l’autonomia, poiché quella
femminile è più difficile.
Per entrambi la conflittualità maggiore è quella con la madre, perché
solitamente è il genitore più coinvolto nell’educazione dei figli.
Secondo Steinbeng, il conflitto genitori-figli può avere conseguenze negative
più per i primi, le ricerche mostrano infatti che il 40% dei genitori mostra un
abbassamento dell'autostima, aumento di ansia e depressione.
Nelle popolazioni caucasiche gli adolescenti traggono beneficio da uno stile
genitoriale autorevole, caratterizzato calore e regole, rispetto,
richieste precise, comunicazione intensa
Questo stile genitoriale si basa su un processo comunicativo genitori figli e ha
degli esiti adattivi particolarmente positivi come la fiducia in se stessi,
motivazioni alla riuscita, comportamento pro sociale, controllo di se e maturità
psicosociale.
Nelle minoranze etniche sembra funzionare meglio ed essere più protettivo lo
stile autoritario, caratterizzato da distanza e regole, poca
negoziazione, poca comunicazione. I figli saranno poi dipendenti, insicuri,
ansiosi, o ribelli

11. Gli stili genitoriali secondo Baumrind


Braumind ha formulato una teoria che si pone come incrocio tra due assi:
autorità e controllo o distanza affettiva e calore, ha individuato poi diversi stili
genitoriali:
Stile autorevole caratterizzato da calore e regole, rispetto, richieste precise,
comunicazione intensa da cui figli con fiducia in se stessi,
autonomi, maturi, altruisti
Stile autoritario distanza e regole, poca negoziazione, poca comunicazione da
cui figli dipendenti, insicuri, ansiosi, o ribelli
Stile permissivo calore, ma non regole, concessione di molta libertà da cui figli
senza obiettivi precisi, poca tensione verso la riuscita, a volte anche
trasgressione e rottura delle regole
Le ricerche statunitensi hanno mostrato come lo stile genitoriale autorevole sia
quello migliore, sopratutto in adolescenza, dando esito ben adattivi.

12. I gruppi in adolescenza e le tre fasi di appartenenza


La competenza sociale che permette ai ragazzi di socializzare e di farsi degli

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amici viene costruita in famiglie calde e supportive
I pari infatti divengono particolarmente influenti quando le famiglie sono
disgregate mentre lo sono di meno quando il clima famigliare è di tipo
autorevole.
Una grande identificazione con la famiglia e con il gruppo dei pari costituisce
un fattore di massima protezione.
Nei gruppi di pari l’ Apprendimento sociale si tratta di imparare ad entrare in un
gruppo, a permanervi, acquisire status, essere capaci di rispondere agli attacchi’
degli altri..

L’amicizia promuove il benessere dell’individuo a tutte le età, con il passare


degli anni la frequenza degli incontri diminuisce come anche i conflitti ed il
sentimento di intimità, invece permangono il senso di aiuto e di sicurezza,
mentre nella prima adolescenza (11-14 anni) l'amicizia è vissuta con sentimenti
più intensi ed esclusivi
Le dimensioni dell’amicizia sono: stare insieme; conflitto; aiuto; sicurezza;
intimità
C’è una differenza di genere che si attua nella tipologia di attività preferite da
maschi e femmine, i maschi prediligono il ‘fare’ insieme mentre le femmine
preferiscono scambiarsi vissuti, dialogare e confidarsi.
Per concludere i gruppi di pari si dividono in due gruppi: formali, si tratta di
grippi all’interno di un’organizzazione (sportiva, parrocchiale..); informali, sono
quei gruppi che nascono spontaneamente.

13. Il bullismo fra coetanei


Nella vita comunitaria possono manifestarsi anche fenomeni di bullismo,
comportamento mirato a far del male agli altri.
Il bullismo si manifesta principalmente nei contesti scolastici e comincia
dall'infanzia.
Questo fenomeno si sviluppa in due forme: quella diretta caratterizzata da
prepotenze fisiche e/o verbali, oppure una forma indiretta che si sviluppa
attraverso pettegolezzi, maldicenze, esclusione dal gruppo.
I maschi tendono ad utilizzare più la forma diretta mentre le femmine quella
indiretta.
Il bullismo si manifesta solitamente a scuola, non solo in classe ma anche nelle
aree circostanti, può diventare un rischio personale e un problema di salute
pubblica.

14. La vita emozionale in adolescenza


Le caratteristiche della vita emozionale in adolescenza sono eccesso e
instabilità.
Il periodo adolescenziale comporta anche lo sviluppo di nuove capacità come la
consapevolezza, controllo ed espressione delle emozioni.
La vita emozionale degli adolescenti è sicuramente più complicata poiché si

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apre ad un mondo sociale molto più vasto e l'aumentata capacità cognitiva di
valutare gli eventi. Cambia l'espressività gli adolescenti infatti prediligono
processi mentali e risposte mentali rispetto alle incontrollate reazioni dei
bambini di fronte ad emozioni intense.
A suscitare emozione negli adolescenti sono innanzitutto i rapporti con gli altri e
principalmente la principale causa emotigena sono i coetanei, mentre i genitori
vengono posti in secondo piano a causa del decentramento affettivo.
La scuola ugualmente sembra aver perso la capacità emotigena che prima
aveva, ora infatti non alimenta più emozioni come ansia e stress (diminuzione
del desiderio di raggiungere una meta, alleggerimento delle sanzioni da parte
della scuola e della famiglia, esperienze di auto efficacia).

15. I processi di coping in maschi e femmine adolescenti


Il coping è una strategia di fronteggiamento alle emozioni prevalentemente
negativa.
Gli studiosi distinguono tra due tipi di coping:
Coping centrato sul problema: l'individuo si concentra sul problema da
affrontare e si sforza di modificare la situazione che ha originato lo stress,
questa
strategia è funzionale quando i rapporti individuo ambiente sono percepiti come
modificabili.
Coping centrato sull'emozione:l'individuo tenta di controllare le emozioni più
negative poiché i rapporti individuo ambiente sono percepiti come
immodificabili.
Le ragazze ricorrono di più alla ricerca di sostegno sociale e più condivisione
sociale,
meno autocontrollo, più pessimiste. I ragazzi invece usano strategie di tipo
adottivo, affrontando, temporeggiando,
la condivisione sociale è minore, autocontrollo maggiore, più ottimisti.

16. La teoria di Erikson sull’identità nell’adolescenza


Erikson, attraverso la ricerca d’identità, ha concepito l’adolescenza come il
periodo decisivo per lo sviluppo di una persona.
Ha concepito la vita umana come una successione di otto stadi, caratterizzati da
un conflitto vitale che può avere esito adattivo o al contrario mal adattivo.
L'adolescenza è un periodo di moratoria psicosociale ossia un periodo di attesa
e sperimentazione.
L'esito positivo del conflitto genera la formazione dell'identità che consiste nel
superamento delle identificazione infantili.
Questo processo è preceduto da una crisi costruttiva.
L'esito negativo è la confusione dei ruoli in cui l'adolescente non riesce ad
abbandonare le identificazioni infantili ed i ruoli sociali assunti come maschere,
può quindi passare da un identificazione ad un'altra.

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17. La teoria di Marcia sugli stati dell’identità
Marcia parla di stati ossia condizioni che non hanno una sequenzialità
gerarchica ma che possono alternarsi senza un ordine stabilito.
Le nozioni fondamentali per il suo modello sono esplorazione e impegno,
rispettivamente la necessità di ricercare attivamente, di conoscere le possibili
offerte in campi diversi e la quota di coinvolgimento che l'individuo metterà nei
diversi ambiti.
A partire da questi due fattori,Marcia indica i quattro stati dell'entità:
l'identità acquisita è la meta ottimale, l'adolescente ha esplorato le varie
possibilità offerte e dopo aver operato le sue scelte si impegna con continuità e
senso di responsabilità
Il moratorium l'adolescente esplora con intensità e partecipazione ma non
opera ancora una scelta. Questo stadio ha una sua positività poiché
l'esplorazione non è superficiale, ma permane un interrogarsi ed un senso di non
appagamento che mettono in crisi l'individuo. Il moratorium è lìunico stato
caratterizzato da processualità e che si conclude con lo stato di acquisizione
dell'identità.
Il blocco dell'identità è la situazione per cui l'individuo si impegna
intensamente ma senza aver svolto un periodo di esplorazione e
sperimentazione. Si tratta di adolescenti che sono ben accettati e rinforzati dal
mondo adulto e quindi si omologano a modelli proposti o imposti. Questo stato
potrebbe però esaurirsi con una crisi tardiva.
La diffusione dell'identità è lo stato in cui la sperimentazione è fortemente
presente ma resta sempre ad un livello di superficialità senza nessuna intenzione
di scegliere o impegnarsi.

18. Il PYD (Positive Youth Development)


Il PYD è un approccio teorico applicativo basato sulle potenzialità di sviluppo e
l’enorme plasticità mentale dei giovani, non sulle vulnerabilità, sui rischi o sugli
esiti maladattivi.
Il PYD crede nello sviluppo delle 6 C:
Competence: costruire competenze in numerosi settori importanti per il
giovane (scuola, hobbies, lavoro)
Confidence:fiducia nelle proprie capacità
Character: senso morale, rispetto delle regole
Connection: legami positivi con gli altri
Caring/compassion: empatia e cura degli altri
Commitment: impegno verso di sé e i propri contesti di appartenenza (scuola,
famiglia, comunità)

19. L’emerging adulthood di Arnett


Secondo Arnett l’emerging adulthood comprende giovani dai 18 anni fino a 26
circa
Aren’t considera emerging adulthood formato da diverse fasi, non universali ma

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comuni durante questo periodo
Periodo di numerose esplorazioni identitarie (prolungamento della moratoria
psicosociale)
Periodo di instabilità (anche cambiamenti di lavoro, residenza, partner..)
Periodo di focalizzazione sul Sé, centraggio sul Sé
Periodo del sentirsi in bilico, sentirsi in un’età di mezzo, non adolescenti e non
adulti
Periodo delle possibilità su numerosi fronti

20. Giovani e legami di coppia: gli aspetti che le rendono più fragili
La vita di coppia secondo Regalia e Iafrate sono fragili secondo tre aspetti:
La tendenza alla sperimentazione quindi la voglia di cambiare e l’eccessivo
centraggio su di se, L’idea che la passione sia tutto, intense ma con poca
responsabilità è la perdita dei legami sociali, oggi la coppia è sola senza
aiuti sociali e sostegno.

21. Giovani e generatività


Nelle generazioni di giovani adulti si vede la crisi della generatività. Da un lato
riferito alla denatalità, con un consistente fenomeno della decrescita delle
nascite, legata a problemi lavorativi e di carriera. Le giovani madri mettono al
primo posto il ruolo sociale a fatica conquistato per paura di perdere il posto di
lavoro a causa di una nascita.
Si ha anche una scarsa generatività sociale, intesa come dimensione dell’età
adulta. Oggi c’è molto individualismo,la preoccupazione dell’altro da sé, si
trasforma in generativi biologica-procreativa in generativi sociale.

22. Giovani e ruoli sociali


Secondo Hurrelmann e Quenzel per essere adulti a pieno titoli bisogna ricoprire
i seguenti ruoli:
Ruolo di stipendiato nel mondo del lavoro
Ruolo di partner e di genitore
Ruolo di consumatore nel campo del tempo libero
Ruolo di cittadino politico, attivo e impegnato nella propria comunità di
appartenenza
Per ragioni di tipo sociale, molti giovani d’oggi non riescono ad essere
lavoratori stipendiati o fondatori di un nuovo nucleo familiare, mentre già a
partire dall’adolescenza è molto netto il ruolo di consumatore e di quello di
cittadino attivo (volontariato, scuola, politica..)
Il ruolo sociale per Lancini è una grande mancanza e di conseguenza un
problema per i giovani, esso vede due sottovasi nel cambiamento del ruolo
sociale:
Ruolo di studente universitario: nicchia protettiva, continua un ruolo
conosciuto, si resta in famiglia o dipendenti economicamente da essa. Nessun

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progetto genitoriale, relazioni sentimentali non troppo impegnative
Ruolo di lavoratore: nuovo ruolo sociale, vari problemi. Emerge “il vero volto”
di ognuno. Una specie di “terza nascita”.

23. Cos’è la fragilità narcisistica?


La fragilità narcisistica è il concetto psicodinamico che si riferisce a:
difficoltà di non confrontarsi con la realtà sociale e a separarsi da un ‘io
grandioso’ con grande suscettibilità delle critiche.
difficoltà nell’avviare relazioni sociale
Spesso coloro che non hanno dato spinte o sollecitazioni nell’uscire di casa sono
i giovani allevati in famiglie calorose
In questi casi c’è il rischio di percorsi disadattivi

24. Giovani e lavoro. La situazione e cosa si può fare?


Svantaggi dei giovani:
Disoccupazione diffusa più fra i giovani che fra gli adulti (disoccupazione
giovanile fra le più alte in Europa, 40% fino ai 25 anni)
Basse remunerazioni
Penalizzate più le giovani donne
Penalizzato più il Sud del Nord
Precarizzazione maggiore nei giovani che negli adulti Lavori dequalificati
rispetto alla propria formazione Non accesso ai diritti previdenziali
I problemi nel lavoro comportano ritardi in altri ambiti vitali: vivere per conto
proprio, relazioni di coppia, avere dei figli
Il lavoro ideale dei giovani Italiani è ben pagato, sicuro, permette di fare
carriera (Pais, Sironi, 2014)
In realtà nella medesima ricerca si scelgono lavori di tipo impiegatizio
Che fare?
La prima risposta deve essere di ordine politico, capacità di protestare
Progettare azioni di protesta civile per opporsi all’inerzia con cui si guarda ai
giovani
“Chi non partecipa alla vita politica diventa complice della propria
emarginazione, abbandonando il controllo ad altre persone che sono più che
contente di usare il sistema governativo per promuovere i propri
interessi” (Bandura, 2007).

25. I NEET, chi sono, quali le tipologia di chi non cerca lavoro
I neet (Not engaged in education, employment or training) sono i giovani al di
sotto dei 30 anni che non studiano e non lavorano. In italia la quota è molto alta,
una delle più alte in europa, in particolare nel sud fra le ragazze.
Questa situazione può portare rischi maladattati, sociali e personali.
Le tipologie di neet che non cercano lavoro possono essere:
gli «scoraggiati attivabili» (11,3%)

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gli «indisponibili» (31%), soprattutto donne casalinghe implicate in cure
familiari
gli «attivabili relativi» (57,7%), categoria eterogenea. Accetterebbero lavoro ma
solo a certe condizioni (vicino a casa, congruente con le proprie competenze,
ben pagato, di prestigio)

26. Giovani e fiducia sociale

27. Prosocialità, cittadinanza attiva , volontariato come fattori protettivi


Caprana ha definito l’importanza della prosocialità come tendenza a far ricorso
ad azioni che si contraddistinguono per gli effetti benefici che producono negli
altri. Il comportamento prosociale si identifica in azioni di aiuto materiale e
immateriale agli altri (dialogo, conforto, rassicurazione..)
Esso sostiene che la prosocialità sia una risorsa per diversi ambiti della vita ed è
connessa a caratteristiche individuali come l’amicalità e ai valori come
benevolenza e universalismo.
Nelle ricerche la prosocialità è un ingrediente indispensabile del successo in
numerose attività, da quelle lavorative in cui sia centrale avere empatia,
ascoltare, rispettare e collaborare, a quelle relative a comportamenti che creano
popolarità nei propri ambiti di vita.
e’ inoltre considerata un antecedente all’impegno civico o a favore della
comunità.
Secondo Edman e Amna tra non-partecipazione e partecipazione politica vi è
una zona intermedia detta partecipazione civica o politica latente, non legata
agli aspetti istituzionali della politica, riguarda attività come: beneficenza,
interessarsi di politica tenendosi informati, fare volontariato ecc..
Il volontariato oltre ad assumere un identità più adulta contribuisce ad avere una
posizione attiva nei confronti della realtà, permettendo di avere un nuovo
rapporto con noi stessi. Studi confermano che chi fa volontariato ha un indice di
benessere personale maggiore. Il volontariato inoltre ci permette di avere meno
propensione al narcisismo e al ripiegamento su di se, più fiducia sociale e
speranza nel futuro.

28. La sindrome dell’alienazione e i modi per uscirne


La sindrome dell’alienazione secondo Deniston risulta da una combinazione di
vari elementi:
-Sfiducia sociale, senso di estraneità degli altri
-Pessimismo e Autobiasimo
-Esitazione a prendere impegni
-Disprezzo nei confronti della società Idea di un universo dominato dal caos
Secondo Benasayag e Schmit i modi per uscirne e per riallacciare quella
complessa rete di legami sociali su cui si può fondare una nuova cultura bisogna

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opporsi in vario modo a questo stato delle cose, di riscoprire l’utilità
dell’inutile, di valorizzare la cultura umanistica su quella tecnica oggi pervasiva,
di rifondare un mondo basato sul pensiero, sulla creatività e sulla potenza del
desiderio.

29. Discutere di tre problemi a scuola: il bullismo, marinare la scuola,


abbandonare la scuola.
Il bullismo è un problema serio di salute pubblica, riduce la motivazione
scolastica sia nella vittima che negli spettatori creando una resilienza
nell’andare a scuola, con casi di rifiuto, stato d’ansia e allerta nell’andarvi.
Nemmeno a casa si può star tranquilli in quanto si può essere raggiunti dal
cyberbullismo, caratterizzato da intenzionalità e aggressività. Molti insegnanti
tendono a sminuire il problema che richiederebbe un intervento.
Un comportamento irregolare che apre la strada agli abbandoni scolastici è il
marinare la scuola. Comportamento meno grave del bullismo ma comunque in
grado abbassare la motivazione scolastica e aprire la strada all’abbandono.
Dalla ricerca di Strand i motivi per cui gli studenti marinano la scuola sono:
cattivo clima di classe,Bullismo, conflitti o esclusioni, indifferenza degli
insegnati e fatica nel comprendere le lezioni.
Nella ricerca di Lessard su una popolazione di ragazzi che hanno lasciato la
scuola, i motivi dell’abbandono sono:
motivi relazionali, difficoltà con i compagni, incontro con cattivi compagni (uso
di alcol e droghe), insegnanti indifferenti, cattive prestazione date
dall’isolamento

30. I tre bisogni profondi degli allievi a scuola


Competenza sentirsi ed essere riconosciuti come capaci di raggiungere gli
obiettivi
stabiliti
Autonomia sentirsi ed essere riconosciuti
come persone con interessi, in grado di scegliere, motivati
Sentirsi parte di una relazione bisogno di
sentirsi connessi agli altri, in ambienti che si prendono cura

31. Le quattro forme dell’impegno scolastico


Impegno comportamentale azioni nei confronti della scuola (fare i compiti,
avere buona condotta,
rispondere alle esigenze degli insegnanti)
Impegno emozionale reazioni di interesse, curiosità o reazioni contrarie
(svogliatezza, apatia, disinteresse nei
confronti delle attività scolastiche)

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Impegno cognitivo investimento nella conoscenza, nel capire i concetti
Impegno agentico contributo costruttivo e personale
dell’allievo (chiede spiegazioni, coinvolge in domande e questioni, propone
cose nuove..)

32. Giustizia a scuola e atmosfera morale


La giustizia a scuola può essere di tre tipi:
giustizia distributiva: distribuzione delle risorse fra i propri allievi (tempo di
interrogazione, occasioni per recupero...)
giustizia procedurale: chiarezza sui criteri usati per i giudizi e le valutazioni
giustizia interattiva: correttezza delle relazioni e delle comunicazioni fra
docenti e allievi
Studi mostrano che hanno ripercussioni negative sugli studenti la percezione di
ingiustizia da parte degli insegnanti.
Nelle scuola è importante avere climi collettivi etici poiché si edificano, si
rafforzano, si precisano o si indeboliscono credenze e azioni morali.
L’atmosfera morale è un elemento molto importante per il clima di classe,
formata da riferimenti, valori e principi morali, oltre che della loro
attuazione o meno nelle prassi quotidiane e nei discorsi.
Una atmosfera morale positiva è correlata positivamente ai comportamenti
prosociali e negativamente all’aggressività

33. La quattro fasi dell’esperienza migratoria


Gli studi sostengono che l'esperienza migratoria si caratterizzi per una serie di
fasi:
1. Impact: è la fase di impatto con la nuova realtà, caratterizzata da una fase
iniziale
di euforia, dovuta al senso di libertà raggiunto e di rilassamento.
2. Rebound: è la fase di ripercussione, accompagnata da sentimenti di
delusione,
rabbia e scontentezza diffusa.
3. Coping: reazione alle difficoltà incontrate.
4. Regressione e ricarica emotiva: si realizzano attraverso un contatto con il
proprio paese di origine.

34. Conflitti fra valori del giovane migrante


Dentro e fuori casa può essere assunta una doppia condotta. La presenza di una
dicotomia fra valori familiari e quelli della cultura ospitante può portare
a:
Oscillazione tra i valori (pendolarismo culturale) ci si riferisce ai valori
familiari e a quella della nuova cultura a

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seconda dei casi
Accettazione passiva dei valori si vivono passivamente i valori dell’una e
dell’altra cultura
Identità negativa rifiuto aggressivo della cultura d’origine e opposizione ai
valori familiari
Mimetismo si tenta di assimilarsi completamente ai coetanei e si ignorano le
proprie origini

35. Le quattro strategie dell’acculturazione per Berry


Berry con i suoi lavori ci ha mostrato che vi è un modello bidimensionale di
acculturazione, che comprende una parte di mantenimento della propria identità
culturale e dall'altro il totale adattamento alla società ospitante.
In base al valore dato a ciascuna dimensione si possono avere quattro strategie
di acculturazione:
1. Integrazione: comporta un valore elevato di mantenimento delle proprie
tradizioni ed uno sviluppo di relazioni con la società ospitante.
2. Marginalità: si verifica un valore negativo dato dalle proprie radici ed una
mancanza di scambi con la cultura ospitante.
3. Separazione: volontà di mantenere i propri riferimenti culturali
4. assimilazione: comporta una completa omologazione alla cultura della
società ospitante, con la conseguente perdita dei propri valori.

L'idea di fondo del modello di Berry è quella del multiculturalismo,quindi una


possibile coesistenza di culture differenti all'interno della stessa società.
Un'altra dimensione da tenere in conto nel processo di acculturazione, è il
potere del gruppo dominante, nell'accezione di come influenza le strategie di
acculturazione che i gruppi minoritari scelgono di adottare.
Quando il gruppo maggioritario spinge per l'assimilazione si verifica il melting
pot ovvero una società in cui le persone si adeguano alla cultura dominante.
Se la separazione è rinforzata dalla maggioranza si verifica la segregazione.
Quando la marginalità è imposta si avrà una società basata sull'esclusione,
mentre quando il gruppo dominante spinge per l'integrazione si verificherà il
multiculturalismo.

36. Cos’è il rischio transculturale?


Il rischio trascurabile è un tipo di vulnerabilità che si esprime con una resistenza
minima ai fattori di rischio nel passaggio da una cultura all’altra.
Il dolore della migrazione può bloccare lo sviluppo della persona e le sue
potenzialità. In questo caso la fragilità della persona può essere personale,
familiare o delle condizioni di vita precarie.
In alcuni casi può sorgere un problema di ambivalenza identitaria dovuta al
conflitto fra presente e passato, un altro problema è la difficoltà di

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identificarsi con i genitori percepiti poco attraenti come modelli e fragili.

37. Conflitto fra valori familiari e della nuova cultura: quattro possibili
esiti
Emigrare significa rinegoziare e rivedere i rapporti familiari (la “famiglia
patchwork”)
Differenze fra minori nati nel Paese ospitante e minori emigrati I principali
cambiamenti nella famiglia sono:
spazio e oggetti (privacy occidentale vs comunanza delle società collettiviste)
struttura familiare, famiglie allargate in patria, cambiamento dei ruoli
genitoriali (le madri si adattano più in fretta dei padri, che
hanno più nostalgia della patria)
accudimento materno, diventa meno intenso per il lavoro esterno, a
volte i figli sono rimandati in patria dai nonni per l’impossibilità di accudirli
Gavaki

38. Conflitti genitori-figli nella famiglia migrante secondo Gavaki


Studiando gli immigrati greci in Canada, Gavaki, distingue le fasi che una
famiglia immigrata affronta quando si trasferisce in un nuovo stato:
1. Periodo iniziale di confusione e difficoltà (appoggio della propria
comunità immigrata);
2. Dopo circa 10 anni dalla migrazione. I Quando i figli crescono e hanno
una loro idea su cosa vogliono. Percepiscono la cultura come causa delle
privazioni di famiglia e accettano meno i valori culturali d’origine, i
genitori sono più dipendenti e i figli più assertivi e anche meglio integrati
alla nuova società (fase conflittuale);
3. Laterza fase è quella della risoluzione che vede il marito accettare il
nuovo ruolo della moglie, i genitori accettano la diversità dei figli e la
loro doppia appartenenza culturale, ed i figli a loro volta imparano a
tollerare che i genitori provengano da un'identità culturale diversa dalla
loro.

39. Il modello evolutivo della famiglia migrante secondo Sluzki (1979)


Lo stadio preparatorio: la famiglia prende la decisione di migrare per una serie
di motivi
L’atto migratorio: il viaggio, la partenza, il distacco e la separazione
(accompagnati a volte da dolore profondo)
Il periodo di sovracompensazione: primo impatto con la nuova realtà,
imparare la lingua, cercare casa e lavoro, imparare le nuove regole di vita
Il periodo di crisi: periodo di ricerca di equilibrio fra la propria identità e le
richieste della nuova cultura. Con i figli adolescenti rischio di conflitti, ricerca

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nuovi valori.
Gli effetti transgenerazionali: le ripercussioni che la migrazione esercita sulle
generazioni successive

40. La scuola e tre possibili atteggiamenti dei minori migranti


Resistenza culturale chiusura nei confronti della cultura e della lingua del Paese
ospitante,
tentativo di mantenere la propria lingua e cultura
Assimilazione adesione totale alla nuova cultura,
rifiuto della propria
Marginalità sentono di non appartenere a
nessuna delle due culture, si collocano passivamente nel mezzo

41. Breve storia dell’uso delle droghe: le 4 fasi


Gli anni ’60-70 e la cultura hippy. Uso delle sostanze come segno di
ribellione al sistema. Cannabinoidi e allucinogeni. Fase esperienziale con poche
conoscenze sulle conseguenze dell’uso di droghe.
Gli anni ’80 e l’era dell’eroina. Diffusione del fenomeno, eroina come droga
centrale. Si diffonde l’immagine del “tossico” come perdente, disadattato.
Gli anni ’90 e 2000: le droghe sintetiche e prestazionali. Forte aumento dei
consumatori di sostanze. Lo “sballo” in discoteca, ma anche le droghe per
fornire alte prestazioni.
Dal 2005 ad oggi: la globalizzazione delle droghe. Fasce sempre più giovani
coinvolte. Uso di internet per vendere- comprare. Sostanze con effetti più nocivi
come crack,
ketamina, eroina.

42. Discutere i seguenti concetti relativi all’uso di droghe: uso, abuso,


tolleranza.
Le sostanze psicoattive comunemente chiamate droghe, sono sostanze naturali o
di sintesi in grado di modificare l’attività mentale, l’umore e la
percezione di coloro che l’assumono.
Quando si parla di uso s’intende semplicemente l’utilizzo della sostanza,
mentre, per abuso ci si riferisce all’impiego di una sostanza con modi che
si discostano dalle norme mediche e sociali condivise.
L’abuso di una sostanza si ha nel momento in cui una o più di questa condizioni
ricorrono entro un periodo di 12 mesi, in questo caso si parla di una vera
e propria dipendenza:
Incapacità di adempiere ai propri obblighi (scuola, lavoro, famiglia)
Uso di sostanza anche in condizioni pericolose Frequenti problemi legali
Persistenti e ricorrenti problemi sociali e interpersonali

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La dipendenza è una forma molto più grave di abuso, l’assunzione infatti inizia
ad assumere una posizione dominante nella vita di una persona
diventando poi un comportamento necessario ed essenza per vivere bene.
La dipendenza è caratterizzata da almeno tre dei seguenti sintomi, ricorrenti
sempre in un periodo di 12 mesi:
Tolleranza: bisogno di quantità più elevate per avere l’effetto desiderato
Astinenza: sofferenza quando non si assume la sostanza
Perdita di controllo: si assume più sostanza di quanto la persona ha
deciso precedentemente
Tentativi inefficaci di controllo: non si riesce a smettere Preoccupazione per
l’ottenimento della sostanza Riduzione delle attività normali
Conseguenze avverse, si continua nonostante problemi fisici, psicologici e
sociali

43. La dipendenza da droghe e i suoi sintomi


La dipendenza è una forma molto più grave di abuso, l’assunzione infatti inizia
ad assumere una posizione dominante nella vita di una persona
diventando poi un comportamento necessario ed essenza per vivere bene.
La dipendenza è caratterizzata da almeno tre dei seguenti sintomi, ricorrenti
sempre in un periodo di 12 mesi:
Tolleranza: bisogno di quantità più elevate per avere l’effetto desiderato
Astinenza: sofferenza quando non si assume la sostanza
Perdita di controllo: si assume più sostanza di quanto la persona ha
deciso precedentemente
Tentativi inefficaci di controllo: non si riesce a smettere Preoccupazione per
l’ottenimento della sostanza Riduzione delle attività normali
Conseguenze avverse, si continua nonostante problemi fisici, psicologici e
sociali
La dipendenza può essere fisica o psicologica.
Dipendenza fisica: bisogno irrefrenabile di ridurre o eliminare i sintomi di
astinenza da una sostanza, assumendola nuovamente
Dipendenza psicologica: incapacità dell’individuo di funzionare
emozionalmente senza fare ricorso alla sostanza
E’ caratterizzato dal ‘craving’ , il desiderio irrefrenabile di una sostanza, questo
attiva e alimenta il comportamento di ricerca della sostanza.
Questo desiderio può avvenire anche a distanza d’anni, in quanto al craving
vengono attribuite le ricadute nella droga anche a distanza di anni.

44. Le motivazioni dell’uso di droghe in adolescenza


In adolescenza può esservi uso e abuso di una sostanza ma è raro parlare di
dipendenza.
Le principali motivazioni che posso portare all’uso di droghe sono:

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La facilitazione sociale, sentirsi più a proprio agio nei rapporti con gli altri
Sentirsi più adulti
Costruzione di una reputazione sociale come
persona contronormativa, trasgressiva
Ampliamento del Sé, sentirsi con più sfaccettature
Regolazione delle emozioni
Ricerca di sensazioni forti (sensation seeking)
Riduzione di stati di disagio
Aumento delle prestazioni

45. Elencare alcuni fattori di rischio nell’uso di droghe


I fattori di rischio non sono isolati gli uni dagli altri ma sono interconnessi e con
reciproche influenze, possono essere:
FDR comunitari, influenza che non riguarda direttamente l’individuo o le sue
relazioni ma l’ambiente sociale.
norme sociali e leggi sull’uso,
disponibilità delle sostanze,
disorganizzazione della comunità,
non attaccamento nel quartiere (attaccamento come percezione di empatia e di
calore nel quartiere)
FDR familiari, modalità relazionali con cui ci si confronta all’interno della
famiglia, gli adolescenti possono trovare conforto nell’uso di sostanze
senza che questo sia percepito dalla famiglia.
scarso controllo
conflitto con i genitori
scarsa qualità del rapporto e della comunicazione con i genitori
rapporto con le sostanze da parte della famiglia
atteggiamenti favorevoli dei genitori nei confronti dell’uso di sostanze
atteggiamenti favorevoli dei genitori nei confronti del comportamento
antisociale
FDR scolastico, i risultati e l’ambiente scolastici e possono indurre
l’adolescente ad avvicinarsi alle sostanze psicoattive.
Insuccesso scolastico (legame fra basso rendimento scolastico e uso di sostanze)
Legame e impegno per la scuola bassi Cattive relazioni con gli insegnanti
Cattive relazioni con i compagni di classe
Disorganizzazione dell’ambiente scolastico, ambienti degradati
FRT individuali, atteggiamenti e credenze verso le sostanze possono diventare
fattori di rischio.
Atteggiamenti favorevoli verso l’uso di sostanze
Atteggiamenti favorevoli verso comportamenti antisociali
Ricerca di sensazioni forti e predisposizione al rischio
Impulsività (tendenza ad agire senza riflettere)
Centraggio sul “presente edonistico”, sul divertimento e poca visione rispetto al

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futuro
FDR dei pari, sono considerati i maggiori FDR per l’uso di sostanze
Uso di sostanze fra amici (contagio)
Importanza attribuita dai pari all’uso di sostanze Pressione sociale
Interazione con coetanei antisociali

46. Elencare alcuni fattori di protezione dall’uso di droghe


I fattori di protezioni sono quegli elementi che riducono il rischio di
un’iniziazione o una prosecuzione nell’uso di sostanze, promuovendo uno
sviluppo positivo nell’adolescente
Fattori di protezione comunitari
riconoscimento sociale per comportamenti prosociali
opportunità di attività prosociali
rete di supporto offerta all’adolescente che attraversa un momento difficile dal
suo quartiere
Fattori di protezione familiari
Attaccamento verso i genitori
Supporto familiare, specie nei momenti critici e di incertezza
Riconoscimento delle azioni prosociali da parte dei genitori, che apprezzano i
comportamenti positivi e altruistici dei figli
Buona comunicazione in famiglia
Monitoraggio e controllo familiare (non eccessivo ma continuativo)
Fattori di protezione scolastici
Riconoscimento sociale di comportamenti prosociali, (quando la scuola
riconosce e premia le azioni positive svolte nell’ambito scolastico)
Opportunità di attività prosociali (tutela ambiente, apprendimento cooperativo,
attività di volontariato,favorire le relazioni positive fra compagni di classe)
Supporto scolastico (aiuto e sostegno in momenti di difficoltà)
Fattori di protezione dei pari
interazione con coetanei prosociali e che non presentano comportamenti
antisociali
supporto degli amici, ascolto e aiuto da parte degli amici
opportunità di attività prosociali da svolgere insieme ad amici e compagni
Fattori di protezione individuali
Moralità (livello di sviluppo morale, onestà nei comportamenti con gli altri)
Responsabilità, senso di responsabilità per le proprie azioni
Prospettiva temporale basata sul futuro, che impone progetti e mete da
raggiungere

47. Cos’è il “binge drinking” e i suoi pericoli


E’ un modo di bere in cui il piacere del gusto è secondario all’effetto che da,
non è più importante cosa bevi ma quanto bevi (bere fino all’ubriacarsi)

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Una ricerca svolta in italia nel 2010 evidenzia come sia in forte aumento il
consumo di bevante alcoliche negli ultimi anni.
I bevitori adulti bevono con uno stile mediterraneo, quindi moderatamente
facendo attenzione alla qualità, mentre i giovani (13-24 anni) adottano
uno stile nordico (bere solo per ubriacarsi)
Questa modalità di assunzione dell’alcol ha conseguenze sia di salute che
comportamentali, come guidare in stato d’ebbrezza o assumere
comportamenti devianti.

48. Le due prospettive della prevenzione


La prevenzione dipende in parte dalla prospettiva scelta: prospettiva
dell’astinenza e prospettiva dell’uso responsabile
• La prospettiva dell’astinenza: messaggi a forte contenuto emozionale,
informazione
come deterrente. Strategia con scarsa efficacia (esiste un gap fra
conoscenze, atteggiamenti e pratiche sicure)

• La prospettiva di un uso responsabile: incremento dei fattori protettivi


risorse personali, senso di controllo sulla propria vita, climi scolastici
positivi, rapporti con adulti competenti

49. Prevenzione primaria, secondaria e terziaria


La prevenzione è definita come l’insieme di attività, strategie e programmi
volti ad anticipare, ridurre e ostacolare gli effetti dannosi di un fenomeno o di
un evento patogeno
La prevenzione primaria è quell’intervento di prevenzione che avviene ancora
in assenza di patologia, ovvero prima che vi sia il problema
La prevenzione secondaria è quell’intervento di prevenzione che avviene su
settori della popolazione considerate a rischio per diverse ragioni, ad esempio
persone che hanno già avuto esperienze di uso di tali sostanze
L’obiettivo di tale prevenzione consiste nell’impedire un aumento di consumo e
nello stesso tempo di contenere stili di consumo più disfunzionali (es.
poliassunzioni)
Si lavora anche per evitare condotte pericolose, ad esempio guida sotto effetto
di sostanze, rapporti sessuali non protetti
La prevenzione terziaria è infine quella indirizzata a settori della
popolazione che sono già stati affetti da determinate patologie
Il suo scopo principale è quello di prevenire ricadute o peggioramenti
Si tratta di una prevenzione utilizzata in popolazioni adulte che presentano
situazioni di dipendenza e/o che abbiano avuto esperienze di abuso già in
adolescenza o nella prima giovinezza

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50. Il modello di prevenzione di Gordon
Gordon propone una classificazione focalizzata sull’interazione tra fattori
psicologici e sociali, oggi è la più utilizzata e si divide in universale,
selettiva e specifica.
La prevenzione universale ha come obiettivo principale quello di
sensibilizzare interi settori di una popolazione di individui con una probabilità
media di rischio di sviluppare un dato disturbo
La prevenzione selettiva ha come obiettivo principale quello di rivolgersi a
sottogruppi della popolazione che hanno una probabilità molto superiore alla
media di sviluppare un dato disturbo
La prevenzione specifica ha per obiettivo principale quello di individuare e
intervenire su soggetti che presentano già i sintomi di un dato disturbo

51. Alcuni esempi di modelli d’intervento per arginare i problemi connessi


alla droga
Vengono presentati solo modelli rivolti ad adolescenti e giovani
Interventi d’informazione: divulgazione informativa sulle sostanze, opuscoli
(non grandi effetti)
Interventi di “life skills”: lo scopo è di lavorare in forma laboratoriale su
abilità utili alla vita (autostima, senso critico, autoefficacia, consapevolezza
emozionale ecc.)
Interventi di “peer education”: adolescenti/giovani formati svolgono attività
di educazione sui pari e mirano a rafforzare fattori di protezione e
consapevolezze
Interventi di riduzione del danno: svolti su persone che già abusano o sono
dipendenti. Si mira al contenimento del danno e uso responsabile. Educatori di
strada

52. Le nuove droghe: gioco d’azzardo e shopping compulsivo


Il gioco d’azzardo e lo shopping compulsivo sono dipendenze comportamentali,
caratterizzate da l’uso distorto e ripetitivo di alcuni comportamenti che
l’individuo non riesce a controllare.
Ogni settimana 8 milioni di persone giocano frequentemente ai giochi
d’azzardo, mentre quasi un milione è affetta da dipendenza da gioco.
Negli ultimi anni il gioco sta assumendo i valori di una vera e propria
dipendenza, in particolare i giochi basati sull’alea (dado) , dove il
risultato è affidato al caso e alla fortuna, i giocatori scommettono denaro
o proprietà e il denaro scommesso non può essere ritirato.
Interessa anche il mondo giovanile per svago, per evadere dal quotidiano, per
scaricare tensioni eccessive e per il gusto del rischio.
Il giocare è parte intrinseca del modo di essere al mondo dell’uomo, conferma

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Huizinga, l’uomo è definito sapiens (sapiente), faber (artefice) e ludens
(caratterizzato da una tendenza al gioco)
I giocatori sono condizionati da comuni distorsioni cognitive come: quasi
vincita, fallacia di Montecarlo (freq perdite=aumento probabilità di
vincere), pensiero magico (credere che sia dovuto al caso), ruolo attivo
(coinvolgimento attivo), memoria selettiva (ricordare di più le vincite
rispetto alle perdite quando in realtà le probabilità di vincita sono vicine
allo zero)
Lo shopping compulsivo è un problema delle società ricche e consumistiche,
ma con insoddisfazioni individuali.
Può essere definito come un irresistibile impulso a comprare che viene ripetuto
nonostante l’emergere di effetti dannosi per l’individuo e le persone che gli
stanno vicine e nonostante tentativi senza successo di controllarlo.
Oggi le persone acquistano beni allo scopo di guadagnare un certo status sociale
e quindi un’identità sociale di apparenza ad un gruppo spesso
irraggiungibile.
Lo shopping compulsive si distingue da quello normale secondo questi criteri:
frequenti preoccupazioni riguardo agli acquisti e impulsi a comprare esperiti
come irrefrenabili
acquistare spesso al di sopra delle proprie possibilità o comprare oggetti inutili
interferenza significativa sul funzionamento sociale e lavorativo o insorgenza di
problemi finanziari
Il problema è prevalentemente femminile e comporta conseguenze economiche,
familiari, lavorative e a livello personale con rimorso, abbassamento
dell’autostima, isolamento e solitudine

53. Le nuove droghe: la dipendenza da internet e le dipendenze alimentari


La dipendenza da internet e le dipendenze alimentari sono dipendenze
comportamentali, caratterizzate da l’uso distorto e ripetitivo di alcuni
comportamenti che l’individuo non riesce a controllare.
Con dipendenza da internet s’intende il rapporto distorto e compulsavo con la
rete, si parla di dipendenza quando una persona sta online dalle 5 alle 6
ore al giorno e si ha sintomi di astinenza (irritabilità e nervosismo) nel
momento in cui non si è connessi.
La dipendenza da internet può avere diverse forme: da relazioni o sesso virtuali,
da giochi di ruolo, da informazioni online e da giochi di rete.
Gli adolescenti e i giovani sono molto a rischio di questa dipendenza incentivati
dall’assenza di vincoli spazio-temporali.
Chi è dipendente sente il bisogno di rifugiarsi nella rete per isolamento sociale e
mancanza di fiducia in se stessi .
Può comportare insuccessi scolastici, problemi lavorativi, sociali e familiari con
rischi anche per l’identità.
La dipendenza alimentare si tratta di un disturbo con il rapporto del cibo col

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proprio corpo che possono avere gravi rischi per la propria salute.
Il manuale diagnostico dei disturbi mentali ne distingue due tipologie:
L’anoressia rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra del
peso minimo e una preoccupazione eccessiva (ossessione) di ingrassare
accompagnata da un’alterazione della percezione dell’immagine corporea
La bulimia si caratterizza invece per l’ingestione di quantità di
cibo eccedenti il proprio bisogno, per poi ricorrere a metodi differenti (vomito
autoindotto, uso di farmaci, ecc.) per non metabolizzare il cibo e di conseguenza
non ingrassare
L’anoressia e la bulimia sono dipendenza in quanto:
c’è incapacità di controllare l’impulso,
vi è compromissione di aree significative del soggetto
la preoccupazione costante per il cibo
c’è un fronteggiamento dello stress e delle difficoltà
e il comportamento difensivo con bugie e vergogna
Per motivi biologici e psicologici questo disturbo è molto pericoloso, sopratutto
in adolescenza.

54. Le teorie disposizionali sulla devianza


Le teorie disposizionali attribuiscono a caratteristiche stabili, innate o
acquisite, la condotta criminosa dell’individuo
La personalità antisociale. Tendenza alla violazione dei diritti altrui e
mancanza generale di adesione alle norme sociali. Il DSM IV utilizza la
categoria di disturbo della condotta
Aggressione a persone e animali, distruzione della proprietà, frode, furti
Tendenza alla persistenza se le manifestazioni sono precoci
Le spiegazioni biologiche
Lombroso credeva nel “delinquente nato” con arresto
dello sviluppo ontogenetico e somiglianza ad animali
Ricerche successive non confermano tale teoria
Studiosi ad impostazione organicista tendono a vedere la delinquenza come
dipendente da fattori innati
La triade iperattività-impulsività-deficit attentivo e sua connessione con
comportamenti antisociali
I precursori biologici non in chiave deterministica
La teoria dell’attaccamento:
Modalità disfunzionali nell’attaccamento possono
originare comportamenti antisociali
Impossibilità di creare legami positivi, sfiducia nella società, svalutazione delle
norme
Bowlby parla di psicopatia anaffettiva per descrivere i giovani delinquenti da
lui studiati
Rutter sostiene che le conseguenze di deprivazione di cure materne non sono
così stabili e irreversibili

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55. Merton e l’anomia
Merton riprendendo il concetto durkheimiano di anomia (mancanza di norme).
Per durkheim è l’assenze di norme a favore della devianza mentre per Merton
l’anomia è originata dalla presenza di norme che entrano in contrasto con la
struttura sociale.
L’anomia nasce nel contrasto fra:
norme forti della struttura culturale che prescrive mete omogenee, norme, mezzi
per realizzare le mete (ad esempio, successo, ricchezza, ascesa sociale)
e struttura sociale che non consente per ragioni di ineguaglianza sociale di
raggiungere quelle mete (ad esempio, condizioni di povertà, di mancanza di
istruzione)
La devianza diventa in queste condizioni di anomia una risposta “normale”

56. Le teorie del controllo sociale di Hirschi


Hirischi propose la teoria del controllo sociale secondo il quale la causa della
devianza sta nella debolezza del legame sociale, fondata su 4 elementi:
-Attaccamento alla famiglia e alla comunità d’appartenenza
-Adesione ai valori della società
-Investimento in attività socialmente accettate
-Fiducia nelle regole morali e sociali

57. Il modello biopsicosociale della devianza di Dodge e Zelli


Il modello biopsicosociale spiega la condotta antisociale sulla base di fattori
distali, di natura biologica e sociale, che interagiscono con fattori
prossimali, esperienze in fam e con i pari.
Secondo questo modello, caratteristiche biologiche presenti dalla nascita
costituiscono un fattore di rischio per disturbi della condotta in età
adolescente, ecco perché, nei bambini si riconoscono abbastanza
precocemente grazie all’osservazione i comportamento a rischio, in tal
caso si può avviare presto, un programma di prevenzione.
Vi sono quattro variabili di elaborazione delle informazioni che sono predittive
di disturbi della condotta in adolescenza. Spesso si manifestano in -bambini
maltrattati entro i primi 5 anni di vita:
-ipervigilanza nei confronti di comportamenti ostili
-attribuzione ostile alle provocazioni ambigue
-tendenza a reagire in modo aggressivo
-valutazione positiva dei comportamenti aggressivi quali mezzi più efficaci per
raggiungere risultati desiderati

Progetto di intervento:Fast Track

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Si tratta di un progetto di prevenzione longitudinale (12 anni) per bambini ad
alto rischio. Inizialmente screening su 12.000 bambini di 5 anni, selezionati 892
ad alto rischio, divisi a caso in gruppo in programma e gruppo di controllo
(senza intervento).
La maggior parte sono maschi, di famiglie povere e monoparentali, con più
fratelli
Sei obiettivi principali dell’intervento:
Promuovere migliori abilità educative nei genitori, con gruppi (in genere 6
genitori e 2 educatori) e visite a casa. Gruppi svolti per 7 anni, nel 1° anno
cadenza settimanale, nel 2° bisettimanale, poi mensile.
Stabilire buoni rapporti scuola-famiglia. Attività mirate cui partecipano
genitori e insegnanti.
Sviluppare abilità sociali e cognitive dei bambini. Gruppi di amicizia, giochi
interattivi, problem solving, risoluzione conflitti
Tutoring scolastico, mirato al recupero di abilità
Promuovere migliori relazioni nel gruppo dei pari, con varie
attività e con compagno popolare
Promuovere un clima di classe positivo, con attività varie

58. Devianza e gestione della reputazione (Emler e Reicher)


Nuova interpretazione della devianza di Emler e Reicher (2000)
• Delinquenza adolescenziale come comportamento volontario
• Tale comportamento ha origine dagli atteggiamenti individuali verso
l’autorità istituzionale
• Esigenze di riconoscimento sociale e di valorizzazione del proprio sé
• La delinquenza adolescenziale come strategia per costruire una
reputazione sociale presso i coetanei e nel proprio ambiente di vita
• L’adolescenza è un momento importante per definire i rapporti con
l’autorità istituzionale
• Nasce dall’esperienza nei confronti delle autorità (insegnanti, forze
dell’ordine)
• Se tale esperienza è di discriminazione, la relazione sarà di sfiducia e
diffidenza
• Il gruppo amplifica gli atteggiamenti individuali
• I devianti intervistati da Emler e Reicher dichiarano che l’atto
delinquenziale resta l’unico quando tutte le altre strade sono precluse

59. Le motivazioni del lavoro di aiuto


La letteratura sul comportamento pro sociale ha analizzato in maniera
approfondita le
possibile motivazione della scelta di svolgere un'attività di volontariato oppure

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una
professione di aiuto. Gli ambiti teorici hanno analizzato numerosi componenti
del
comportamento di aiuto dal punto di vista biologico, individuale, livello
interpersonale e
quello macro sociale. Il quadro emerso ha consentito di affermare che la
spiegazione è da
ricercare secondo un impostazione multidimensionale, che prenda conto delle
caratteristiche personali in interazione con le situazioni specifiche, analizzando
perciò
come questa importazione soggettiva si esprima tra individualità e dimensioni
sociali.
Bronfenbrenner, nel suo modello perso-process-context, sostiene che ogni
fenomeno
sociale vada studiato come il prodotto dell'interazione tra individui collocati in
un
contesto relazionale, in cui negoziano i significati del loro comportamento.
Tuttavia, dai dati di ricerca emergono degli orientamenti di fondo:
orientamento espressivo: si sottolinea la propria realizzazione personale
orientamento centrato sul compito: se l'idea di base è quella di imparare un
lavoro
orientamento alla cura: l'attenzione è rivolta alla presa in carico di persone
bisognose.
Orientamento centrato sul dovere
In una ricerca effettuata a Torino su volontari sono state evidenziate due
tipologie di
motivazioni:
individuali: bisogno di auto realizzazione, crescita personale, concretizzazione
di
ideali e valori.
Collettive: desiderio di assumere un ruolo attivo nella società, dovere morale e
civile di fronte alle sofferenze altrui.

60. Professioni di aiuto e possibili aspetti conflittuali


La caratteristica specifica delle professioni di aiuto consiste nella creazione di
un
ambiente proto tipico in cui si può realizzare la solidarietà diretta verso l'altro.
Bauman
chiama questo atteggiamento responsabilità esistenziale cioè l'essere con altri.
La
compassione, nel suo significato originario, è assumere dentro di sé il volto
degli altri.
Il tema della relazione di aiuto è connessa con l'analisi del sostegno sociale. Le

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azioni
supportive posso provenire da diverse fonti:
sistema informale:fa riferimento a legami stressi con parenti,amici, colleghi o
gruppi di auto-aiuto.
Sistema formale: comprende enti istituzionali e figure professionali.
L'aiuto professionale è un processo nel quale due soggetti sono profondamente
coinvolti
in una relazione di scambio. Si tratta di un rapporto di tipo assimetrico, tra chi
gestisce un
aiuto e chi invece lo richiede. E' un rapporto quindi caratterizzato da un insieme
differenziato di risorse che vengono scambiate, sulla base di un contratto per la
costruzione di un progetto comune.
Nei diversi contesti di aiuto sono presenti contraddizioni ed ambivalente, le cui
cause
vanno ricercate nella dialettica tra norme sociali e valori morali e la conseguente
gestione
in ambito professionale.
Possibilità di conflitto sulla base di incongruenze di valori:
necessità di basarsi sul proprio giudizio di fronte ad una decisione da prendere e
l'esigenza di mantenere allo stesso tempo una visione critica dei propri giudizi.
Obbligo di comportarsi coerentemente con il proprio sistema di credenze e
valori
ed agire rispettando il sistema di credenza e di valori dell'altra persona.
Necessità di ottenere il consenso dell'utente su provvedimenti da prendere nei
suoi
confronti e la consapevolezza che questi non ha tutti gli strumenti prevedere e e
comprendere le conseguenze degli interventi che sceglie.
Conflitto dettato dalla spinta di terminare un piano di intervento di aiuto e la
consapevolezza dei propri limiti, in situazioni in cui l'intervento appare
inconcludente ed inutile

Aspetti conflittuali
• Conflitto tra usare il proprio giudizio di fronte a decisioni da prendere e
l’esigenza di mantenere una visione critica sui propri giudizi
• Essere coerenti con i propri valori, ma consapevoli che l’altro ha altri
valori di riferimento
• Necessità di avere il consenso dell’utente per decisioni che lo riguardano
e sapere che lui non ha gli strumenti per capire bene la situazione
• Portare a termine l’intervento, pur capendo che è inutile

61. Il processo di empowerment


Lo scopo di una relazione di aiuto non è di trovare una soluzione al problema
dell'utente, ma facilitare un processo di crescita,
incrementando le capacità delle persone a controllare attivamente la propria

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vita.
Grazie a questo processo si passa dalla soluzione del problema alla promozione
delle capacità dell’altro e dal sentimento di impotenza acquisita all’acquisizione
della fiducia in sé e al senso di controllare gli eventi.

62. Empowerment psicologico e oggettivo-ambientale


Nel processo di empowerment si distinguono due aspetti che agiscono
unitamente:
Empowerment psicologico: senso di padronanza e di controllo del soggetto su
ciò che riguarda la relazione con l'ambiente.
Deriva dall’integrazione di varie dimensioni, appartenenti ad ambiti
diversi.
1) Ambito della Personalità, locus of control interno
2) Cognitivo, percezione di autoefficacia, capacità di compiere scelte
adeguate.
3) Motivazionale, desiderio di partecipare all’azione e alla gestione dei
fattori in gioco.
Empowerment oggettivo ambientale: risorse e possibilità fornite
dall'ambiente.

63. Requisiti per realizzare l’empowerment


Per realizzare l’empowerment Kieffer ha identificato 4 requisiti:
- Un senso di sé, che promuove il coinvolgimento sociale attivo
- La capacità di fare un’analisi critica della situazione (sistemi sociali e politici
che definiscono il proprio ambiente)
- La capacità di sviluppare strategie d’azione, formando risorse per raggiungere
i propri scopi e imparando ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
- Capacità di agire in collaborazione con gli altri in modo efficace, per
raggiungere scopi collettivi di cambiamento.

64. Da quali possibili fonti può derivare la sensazione di non avere potere?
La sensazione di impotenza può derivare da numerosi fattori tra loro interagenti,
di carattere soggettivo ed oggettivo:
• insicurezza economica,
• assenza di esperienza politica,
• mancato accesso alle informazioni,
• manca di pensiero critico
• stress fisico o emotivo.
• Appartenenza a gruppi stigmatizzati, i membri possono adottare come
atteggiamenti gli stessi stereotipi negativi della società, interiorizzandoli
ed incorporandoli nella rappresentazione di sé.

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65. Le dimensioni d’intervento per promuovere l’empowerment
E' possibile individuare 4 dimensione di intervento per promuovere
l'empowerment, centrate rispettivamente sull'aspetto personale, interpersonale,
macro-ambientale e politico. Lo scopo di una pratica orientata al empowerment,
è di compiere un'analisi per ogni situazione di problem solving, prendendo in
considerazione la dimensione più adatta al caso trattato.
• Interventi di dimensione personale: si focalizzano su soggetti bisognosi di
aiuto o di assistenza. Il problema può riguardare la mancanza di risorse,
problemi relazionali o emotivi. Il compito iniziale è di stabilire un rapporto di
lavoro e valutare bisogni e risorse.
• Interventi sulla dimensione interpersonale: sono rivolti a fornire le
conoscenze e le abilità per svolgere i compiti di sviluppo,propri di ogni
specifica situazione (pensionamento, lutto, declino fisico). Gli interventi
possono comprendere seminari, incontri ma specialmente lavori in piccoli
gruppi che inducano la formazione di reti di sostegno tra persone interessate allo
stesso problema, nonché la creazione di gruppi di auto e mutuo aiuto.
• Interventi sulla dimensione micro-ambientale: sono focalizzati sul
cambiamento o la mediazione nell'ambiente dell'utente, imparando quali sono le
risorse disponibili e come accedere a esse.
• Intervenirsi sulla dimensione macro-ambientale: si focalizzano sul
coinvolgimento degli utenti negli aspetti politici dei problemi, aiutando le
persone a cogliere i legami tra problemi personali e dinamiche sociali ed
incoraggiandoli a partecipare ad azioni sociali o sforzi collettiv

66. La sindrome del burnout


La sindrome del burnout, studiata inizialmente da Freudenberger e poi
approfondita da Maslach, rapprenda il tipo di risposta psicologica ad una
situazione avvertita come intollerabile.
Si verifica quando l’operatore percepisce la distanza fra la qualità delle richieste
dell’utente e la carenza di risorse disponibili creando un senso di impotenza ed
esaurimento.
Le conseguenze sono:
sintomi fisici: fatica, frequenti mal di testa, disturbi gastrointestinali, insonnia,
cambiamenti delle abitudini alimentari ed uso di farmaci
sintomi psicologici: senso di colpa, negativismo, alterazioni dell'umore, scarsa
fiducia in sé, irritabilità, scarsa empatia e capacità di ascolto.
Reazioni comportamentali: assente o frequenti ritardi, chiusura difensiva al
dialogo, tendenza ad evitare contatti telefonici e rinviare gli appuntamenti,
spersonalizzazione nei rapporti.

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67. Le tre dimensioni da cui è costituito il burnout secondo Maslach
La teoria elaborata da Maslach, propone tre dimensioni totalmente indipendenti:
1. esaurimento emotivo: perdita di senso, svuotamento di risorse e senso di
aridità.
2. Depersonalizzazione: espressa in atteggiamenti negativi di distacco,
cinismo, freddezza ed ostilità nei confronti degli utenti e del servizio.
3. Ridotta realizzazione personale: percezione della propria inadeguatezza e
incompetenza nel lavoro, caduta dell'autostima e perdita del desiderio di avere
successo.

La teoria di Maslach studia la sindrome di burnout come un fenomeno


multidimensionale , in cui interagiscono fattori socio ambientali (aspetti fisici
ed organizzativi del luogo di lavoro), variabili individuali (caratteristiche
motivazionali e tratti di personalità). La
prospettiva teorica considera il burnout come un sintomo di sofferenza
individuale, collegata all'attività lavorativa,ma anche un indicatore di
inadeguatezze organizzative ed un problema di natura sociale.

68. Le possibili origini del burnout


Per capire le possibili origini del burnout sono state studiate alcune variabili,
caratteristiche del ruolo e compito lavorativo.
Vi è poca chiarezza su cosa origini questo comportamento, l'operatore socio
sanitario si ritrova perciò a dover gestire un sovraccarico di richieste, un
mancato consenso sulle aspettative, e le ambiguità ed i conflitti che emergono
da questa incompatibilità tra ruoli.
Piero e i suoi colleghi hanno condotto una ricerca che mette in evidenza come
l’ambiguità del ruolo ed il sovraccarico di compiti siano le principali cause
dell'esaurimento emotivo e fisico.
Il venir affidato un ruolo dissonante con altre figure professionali e che quindi
prevede carichi di lavoro eccessivi causando una
spersonalizzazione del rapporto con l'utente è un’altro elemento emerso.

69. Aspetti dell’attività lavorativa che possono dare origine al burnout


Problemi di ruolo: scarsa chiarezza di ruolo, ambiguità di ruolo, conflitti di
ruolo;
Problemi del compito lavorativo: richiedere competenze che l’operatore non
possiede, sovraccarico lavorativo;
Problemi interpersonali: difficoltà relazionali con i colleghi e i superiori,
mancanza di supporto e di riconoscimento;
Problemi a livello delle strutture: ad esempio, problemi dell’accreditamento,
riassetti istituzionali, cambiamento delle politiche dell’ente

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70. Strategie di prevenzione del burnout
Grazie alle numerose ricerche in merito all’insorgenza di questa sindrome si
sono individuate strategie di prevenzione o di riduzione del disagio,
principalmente condotte a livello individuale, tralasciando l'aspetto centrale
dell'organizzazione del luogo di lavoro.
Dal punto di vista del soggetto le strategie che intervengono si basano su
tecniche ad orientamento cognitivo comportamentale, tecniche di rilassamento,
gestione dello stress, gestione del tempo, rafforzamento di abilità sociali.
Sono molto utile anche le strategie di coping:
individuali: sviluppare interessi extralavorativi, imparare a dire dei no,
prendersi pause e periodi di
vacanza, tecniche di rilassamento, psicoterapia
del gruppo di lavoro: rinforzi affettivi, enfatizzare la collaborazione, scambio
sistematico di informazioni e
commenti
dell’organizzazione: 1) lavorare per obiettivi; 2) promuovere la partecipazione
del personale alle decisioni;
3) agire sulla struttura dei compiti (anche formazione); 4) realizzare un sistema
di monitoraggio periodico

71. Il gruppo come “setting” lavorativo


La maggior parte delle professioni richiedono la capacità di lavorare con altri, in
questi infatti non è sufficiente il lavoro individuale, poiché questo deve essere
connesso con quello degli altri operatori per permettere di costruire obbiettivi
comuni ed un clima relazionale soddisfacente.
Nei gruppi come setting di lavoro vi è interdipendenza tra colleghi, in modo da
ottenere il risultato previsto grazie al lavoro congiunto.
Il gruppo non ha solo scopi funzionali ma anche relazionali, la realtà si esprime
infatti su due piani interdipendenti, da un lato il piano oggettivo- razionale che
cui l'essenza è il fare insieme, dall'altro il piano razionale-simbolico per cui il
gruppo risponde al bisogno di stare insieme.
Un buon clima relazionale si ottiene se il gruppo di lavoro è produttivo e allo
stesso tempo consegue agli obbiettivi condivisi e prestabiliti.

72. I gruppi terapeutici e i t-groups


I gruppi terapeutici hanno scopi curativi, con l’obbiettivo di aiutare pazienti
affetti da determinate patologie a prendere coscienza delle radici del
proprio problema e a trovare soluzioni grazie al confronto e al sostegno di
persone che presentano ugualmente dei disturbi.

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Questi gruppi sono ispirati a vari orientamenti teorici come: psicoanalisi,
psicologia cognitiva e umanistica, gestalt..
I t-groups (training groups) sono gruppi di addestramento con lo scopo di
favorire l’apprendimento e promuovere il cambiamento, aiutando i
partecipanti a imparare ad imparare, proponendo una nuova visione di
apprendimento, tramite contenuti specifici in cui l'allievo e protagonista
del proprio processo di apprendimento.
I gruppi sono autocentrati con l'obbiettivo di lavorare su quello che succede nel
gruppo ‘qui e ora’.
Questi gruppi offrono un supporto che parte dall'elemento emozionale,
dall'esperienza diretta, per arrivare successivamente ad una sistematizzazione
cognitiva.
Lo scopo è di sensibilizzare i partecipanti ad una osservazione ed una lettura dei
processi di gruppo, ed una percezione di più profonda di sé e degli altri.

73. I gruppi di formazione e di supervisione


I gruppi di formazione hanno lo scopo di favorire gli apprendimenti e
promuovere il cambiamento.
L’orientamento è eterocentrato con obbiettivi di discussione di un problema o
del miglioramento di determinati comportamenti sociali.
L'organizzazione dell'attività di gruppo di formazione è articolata secondo
alcune tappe: si parte dall’analisi dei bisogni, si progetta l’intervento, si sceglie
la scansione temporale, i metodi sono attivi e misti, valutazione dell’intervento
svolto (questionari, discussioni..)
I gruppi di supervisione consistono invece nell’incontro periodico con un
esperto di un intero gruppo di lavoro che discute problemi di tipo relazionale,
organizzativo, professionale ed anche emozionale, con lo scopo di chiarire
problematiche del gruppo e cercare delle soluzioni nello scambio e
collaborazione.

74. I gruppi di auto-aiuto


I gruppi di auto-aiuto, sono piccoli gruppi a base volontaria finalizzati al mutuo-
aiuto
La filosofia di questi gruppi consiste nel considerare il gruppo stesso come una
fonte di aiuto, di solidarietà, di appartenenza e di scambio reciproci, in modo da
rimettere in movimento il desiderio di cambiamento delle persone.
A volte possono essere più terapeutici e attivanti dei gruppi di terapia.
Si occupano dei seguenti problemi
Problemi di controllo del comportamento: per superare dipendenze,
comportamenti problematici
Handicap o malattie croniche: aiuto reciproco nel gestire situazioni non
modificabili

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Problemi gravi di natura familiare: ad esempio, familiari di pazienti
psichiatrici, di alcolisti, tossicodipendenti, di malati terminali
Momenti di crisi nel ciclo di vita: lutti, separazioni e divorzi, licenziamenti,
malattie, ecc.
Regole:
Rotazione dei partecipanti nel ruolo di conduttore (per evitare accentramenti di
potere).
Massima riservatezza su quanto avviene in gruppo Stabilire un calendario
preciso e orari precisi Utilizzare sedi neutre (non la casa di qualcuno) Evitare i
giudizi di valore sui partecipanti Decidere la dimensione numerica del gruppo
Decidere se si tratta di un gruppo “aperto” o “chiuso”

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